Italia e il mondo

Capitale e Nomos: l’economia politica dell’Interregno, di Verus Phalanx

Capitale e Nomos: l’economia politica dell’Interregno

Di Verus Phalanx

L’ordine liberale del dopoguerra fredda è giunto al termine. Ogni analista serio, a prescindere dall’orientamento politico, lo riconosce, anche se tale ammissione è avvolta in eufemismi: “autonomia strategica”, “de-risking” o “friend-shoring”, ovvero il vocabolario educato delle élite che hanno distrutto un ordine mondiale e non riescono proprio a dirlo chiaramente. L’assetto neoliberista, costituito da capitale libero, manodopera controllata e progressiva convergenza di tutta l’umanità verso il capitalismo democratico liberale sotto la tutela americana, è crollato come programma politico, come quadro intellettuale e, soprattutto, come descrizione della realtà. Ciò che rimane è il guscio istituzionale e gli interessi di classe che lo hanno costruito, ancora impegnati a lottare per mantenere la propria posizione in un mondo che li ha ormai superati.

Vale la pena definire con precisione la cronologia di questo crollo proprio perché la destra tende a farne risalire l’inizio al momento in cui il suo “cattivo” preferito entra in scena. In realtà, la sequenza è strutturale e cumulativa. La crisi finanziaria del 2008 è stata la prima grande crepa: ha messo a nudo la fragilità della finanziarizzazione denominata in dollari e ha screditato il modello occidentale agli occhi degli Stati a cui era stato detto che fosse l’unica via praticabile. L’adesione della Cina all’OMC e la sua successiva ascesa industriale hanno svuotato le basi manifatturiere di paesi ai quali era stato assicurato che il vantaggio comparativo avrebbe garantito loro il benessere. L’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 ha frantumato l’ordine europeo del dopoguerra fredda e ha reso esplicito ciò che era rimasto implicito per anni: che l’espansione delle istituzioni liberali nell’ex sfera sovietica era una provocazione, non un dono, e che le potenze che si sentivano minacciate da essa conservavano sia la volontà che la capacità di resistere. Quando sono scoppiate le rivolte populiste del 2016, l’ordine non era più sotto attacco dall’esterno. Era già cavo. Gli attacchi non hanno fatto altro che renderne visibile la vacuità.

Sulla questione di cosa ci riserverà il futuro, si nota una sorprendente asimmetria nella serietà intellettuale. La destra americana, o almeno la sua ala orientata alle politiche concrete, ha guardato con onestà alle macerie. Ha definito la deindustrializzazione una catastrofe, la finanziarizzazione una patologia, la dipendenza strategica dalla Cina una vulnerabilità esistenziale. Ha ripreso senza remore il linguaggio dell’interesse nazionale e ha avviato il lungo lavoro di immaginare uno Stato capace di governare un’economia produttiva piuttosto che limitarsi ad amministrarne una finanziaria. La sinistra istituzionale, nel frattempo, ha compiuto una straordinaria impresa di autoimmolazione politica: dopo aver presieduto a tre decenni di stagnazione salariale, crollo dell’industria manifatturiera e abbandono della classe operaia, ora si presenta come la custode proprio di quell’ordine che ha prodotto questi risultati. Il partito del lavoro è diventato il partito del capitale e ha definito questa transizione «progresso».

Questo saggio avanza una tesi scomoda rivolta principalmente alla destra: la sua diagnosi, pur essendo più acuta di quella dei suoi oppositori, è comunque incompleta — e il tassello mancante è l’economia politica marxista. La giurisprudenza di Carl Schmitt ha giustamente suscitato grande interesse negli ambienti nazionalisti e realisti. È indispensabile per comprendere la logica formale dell’ordine politico e della sua dissoluzione. Ma Schmitt tace in gran parte sul contenuto materiale che riempie le forme politiche: sul rapporto tra accumulazione di capitale e potere territoriale, su chi tragga effettivamente beneficio dagli assetti che si presentano come ordine universale, sul perché il nomos neoliberista abbia assunto proprio quella forma specifica e distruttiva. Per quell’analisi, abbiamo bisogno di Marx, inteso non come profeta rivoluzionario ma come freddo analista di come il potere funzioni realmente. Solo questo Marx può dirci come il capitale plasmi gli Stati, corrompa le istituzioni e, in ultima analisi, distrugga il tessuto sociale che ne sostiene la riproduzione.

Il Nomos e la sua dissoluzione

Il concetto di “nomos” di Schmitt è uno dei suoi contributi più originali e, ai fini del nostro discorso, più utili. Un “nomos” non è semplicemente una legge o una norma, ma l’ordinamento spaziale e politico concreto del mondo: l’unità tra appropriazione, distribuzione e produzione della terra che precede e condiziona ogni diritto positivo. Esso designa l’atto costitutivo mediante il quale una comunità politica si orienta nello spazio e definisce così i propri rapporti con tutte le altre comunità di questo tipo. Il jus publicum Europaeum, il diritto pubblico europeo emerso dopo l’Età delle Scoperte e che ha strutturato le relazioni internazionali all’incirca dal XVI alla fine del XIX secolo, era, per Schmitt, il primo nomos veramente globale della storia.1

Ciò che rese straordinario lo *jus publicum Europaeum* non fu la sua portata geografica, bensì un unico risultato, spesso sottovalutato: trasformò la guerra da progetto di annientamento a strumento politico. Prima di questo ordine, i nemici erano eretici, barbari, criminali, entità da sterminare piuttosto che con cui negoziare. Lo *jus publicum Europaeum* costrinse gli Stati europei a riconoscersi reciprocamente come belligeranti legittimi con interessi giustificati. La guerra divenne, secondo la precisa formulazione di Schmitt, il mezzo giuridico riconosciuto per modificare lo status quo. Non si trattava di umanitarismo. Era un realismo politico conquistato a fatica: il riconoscimento che i nemici sono reali, che il conflitto è inevitabile e che l’unica alternativa alla violenza illimitata è un quadro in cui gli avversari si trattino da pari a pari, senza che la loro distruzione sia l’obiettivo della guerra.

Il segreto inconfessabile di quell’ordine era che quella civiltà regolamentata all’interno dell’Europa dipendeva da una barbarie illimitata al di fuori di essa. Il contenimento della guerra tra gli Stati europei richiedeva l’esistenza di una frontiera coloniale dove non valessero regole, dove lo sterminio non solo fosse permesso, ma sistematico. Il nomos era civilizzato da un lato della linea e selvaggio dall’altro, e la selvaggitudine non era accidentale ma costitutiva. Man mano che la frontiera si chiudeva, man mano che il mondo coloniale veniva completamente spartito e assorbito, la condizione spaziale necessaria alla stabilità dell’ordine scompariva con esso. Non c’era più un «fuori» in grado di assorbire la violenza che l’«interno» non riusciva più a contenere. L’esaurimento dell’appropriazione delle terre portò il jus publicum Europaeum alla sua fine.

Schmitt vide il conseguente bivio con terribile chiarezza. Una via, quella del Großraum (“grande spazio”), avrebbe ricostituito la logica del riconoscimento reciproco su scala più ampia: un mondo organizzato attorno a una manciata di egemonie regionali, ciascuna dominante nella propria sfera, ciascuna riconoscente la legittimità delle altre e quindi in grado di mettere tra parentesi la guerra tra di esse. L’altra via, quella che l’America ha effettivamente scelto, era l’universalizzazione di un unico standard di giustizia, fatto rispettare da un’unica potenza che affermava di agire non a proprio nome ma in nome dell’umanità. In questo percorso, i rivali non sono avversari con interessi legittimi. Sono criminali, fuorilegge e nemici dell’ordine basato sulle regole. Non devono tanto essere sconfitti quanto perseguiti. Questa non è una forma più civilizzata di conflitto, ma solo una più totalizzante.

Schmitt scrisse nel 1963 che «l’epoca dello Stato sta ormai volgendo al termine». Intendeva dire che lo Stato-nazione, in quanto unità primaria dell’ordine politico, era stato soppiantato dalle istituzioni sovranazionali, dall’economia globale, dalla potenza aerea e dalle armi nucleari, che avevano reso i confini strategicamente privi di significato. Ciò che sostituì lo Stato, nell’ordine postbellico guidato dagli Stati Uniti, non fu una nuova forma di ordine politico nel senso inteso da Schmitt, ma un tentativo costante di abolire del tutto la politica: di sostituire la distinzione amico/nemico con quella amministratore/criminale, la decisione sovrana con la procedura tecnocratica, la comunità politica con il mercato di consumo. La previsione di Schmitt non era che questo progetto sarebbe fallito immediatamente. Era piuttosto che il suo fallimento, una volta verificatosi, sarebbe stato catastrofico: l’esplosione di tutta la violenza che la depoliticizzazione aveva represso.2

Il bilancio delle vittime lo conferma. In un articolo pubblicato all’inizio del 2026, la professoressa di diritto internazionale di Yale Oona Hathaway ha calcolato che, dal 1989 al 2014 – gli anni del “momento unipolare”, quando il divieto di ricorso alla forza era ancora ampiamente in vigore – le vittime legate ai conflitti transfrontalieri ammontavano in media a meno di quindicimila all’anno. Dal 2014, tale cifra è salita a oltre 100.000 all’anno: un aumento di otto volte determinato dalle guerre in Ucraina, in Medio Oriente, nel Corno d’Africa e altrove. Il quadro di riferimento della stessa Hathaway è liberale internazionalista — lei vuole salvare l’ordine giuridico, non seppellirlo — e la sua diagnosi è di conseguenza incompleta. Riesce a vedere lo sgretolamento ma non riesce a spiegarlo, perché il suo quadro di riferimento non tiene conto del motivo per cui gli Stati che hanno costruito e un tempo fatto rispettare l’ordine giuridico del dopoguerra abbiano iniziato a violarlo sistematicamente. Schmitt avrebbe potuto dirglielo. Un ordine costituito dalla soppressione del politico non dissolve il politico; piuttosto, lo sposta. Quando lo spostamento non può più essere mantenuto, la violenza ritorna, non gradualmente, come direbbe Mike Campbell di Hemingway, ma tutta in una volta.3

Ciò che sta sostituendo l’ordine unipolare non è, va sottolineato, un mondo di pari. La configurazione emergente può essere meglio descritta come multipolarità asimmetrica: un sistema organizzato attorno a un numero ristretto di poli: gli Stati Uniti e la Cina come vere potenze mondiali, nessuna delle quali in grado di esercitare un’egemonia globale; la Russia come grande potenza in declino ma ancora influente; l’Unione Europea come forza collettiva il cui peso complessivo supera di gran lunga la sua coesione politica; l’India come attore emergente con autentiche ambizioni civilizzatrici. Al di sotto di questi si trova una costellazione di potenze medie e attori regionali sempre meno disposti ad allinearsi semplicemente con l’uno o con l’altro blocco. Si tratta meno di un equilibrio stabile che di un campo fluido e competitivo in cui le regole di convivenza non sono ancora state stabilite, le istituzioni del vecchio ordine hanno perso la loro autorità e la questione di cosa riempirà il vuoto rimane davvero aperta. L’intuizione di Schmitt è che questo vuoto non sarà colmato dalla procedura o dalla legge. Sarà colmato dalla politica: dall’affermazione degli interessi, dal tracciamento dei confini e dalla volontà di difenderli.

Ciò che Schmitt non riesce a vedere

Se si osserva l’ordine post-Guerra Fredda, si vede la previsione di Schmitt confermata in modo imbarazzante nei minimi dettagli. Le guerre in Iraq e in Afghanistan non sono state combattute per il petrolio, né per una posizione strategica, né tantomeno per Israele, almeno non ufficialmente. Sono state combattute per la democrazia. Per i diritti umani. Per la responsabilità di proteggere. Il nemico non era la Russia né la Cina né alcun altro Stato specifico con interessi particolari; il nemico era il male in sé, il suo asse, gli Stati canaglia che si rifiutavano di sottomettersi allo standard universale. Il risultato, come avrebbe previsto Schmitt, non è stato la pacificazione del Medio Oriente, ma la sua distruzione sistematica, perché una guerra contro il male non ha alcun principio limitante, nessun punto di arrivo, nessun compromesso di interessi che possa essere riconosciuto come soddisfacente. Semplicemente continua finché tutto non è ridotto in macerie.

Ma è qui che il quadro teorico di Schmitt, nonostante tutta la sua forza analitica, si scontra con un ostacolo. Egli è in grado di descrivere la forma dell’universalismo liberale—la mossa di depoliticizzazione, la sostituzione della decisione sovrana con la gestione tecnocratica—ma non riesce a spiegarne il contenuto. Più che come un insieme di accordi geopolitici formali, il nomos del neoliberismo può essere meglio compreso come un regime specifico ed estremamente redditizio di accumulazione del capitale. È stata la finanziarizzazione dell’economia americana, il trasferimento sistematico della produzione manifatturiera verso periferie a basso salario integrate in catene di approvvigionamento denominate in dollari, la prevalenza dei rendimenti per gli azionisti su ogni altra rivendicazione sociale e l’uso delle infrastrutture finanziarie — il sistema del dollaro, SWIFT, i mercati obbligazionari, i rating creditizi — come strumenti di coercizione geopolitica. Questo regime ha prodotto vincitori e vinti specifici. Schmitt non è in grado di dirvi chi siano perché non ha una teoria dell’economia politica. Per questo, l’accusa deve chiamare un testimone diverso.4

Il testimone è un comunista italiano che scriveva negli anni ’50 e che la maggior parte degli americani non ha mai sentito nominare. Il saggio di Amadeo Bordiga sull’imperialismo delle portaerei è un piccolo classico della geopolitica marxista, e la sua tesi centrale merita di essere fatta propria dalla destra. «L’imperialismo americano», scriveva Bordiga, «è l’espressione più pura dell’imperialismo capitalista, poiché occupa i mari per dominare la terraferma». L’intuizione è più profonda di quanto sembri. Il controllo del commercio marittimo equivale al controllo del circuito di accumulazione del capitale. Dopo il 1945 gli Stati Uniti hanno dominato il mondo perché controllavano le condizioni alle quali merci, denaro e strumenti finanziari circolavano a livello globale. I loro gruppi di portaerei garantivano il rispetto delle rotte marittime. Il dollaro imponeva i flussi commerciali. Il sistema SWIFT imponeva le sanzioni. Il FMI imponeva gli aggiustamenti strutturali. La potenza militare americana era l’infrastruttura coercitiva del capitalismo globale—non un fenomeno politico separato sovrapposto a una base economica, ma la forma stessa che l’accumulazione di capitale assumeva a livello di sistema mondiale.5

Schmitt intuì che il liberalismo «neutralizza l’autorità riducendola a competenza morale e monetaria». Capì che l’amministratore che sostituiva il sovrano era una mistificazione, che qualcuno continuava a decidere, a esercitare il potere, a tracciare la linea di demarcazione tra amico e nemico, solo che lo faceva sotto la copertura di una procedura neutrale. Ciò che non si chiese fu: la procedura di chi? La competenza di chi? Di chi era la neutralità? Il FMI impose ai paesi in via di sviluppo programmi di adeguamento strutturale, presumibilmente in conformità con la scienza oggettiva dell’economia, ma svolse il proprio mandato in modo da soddisfare gli interessi di Wall Street, che voleva il rimborso dei propri prestiti, e di Washington, che voleva governi compiacenti. L’OMC ha elaborato norme sulla proprietà intellettuale in nome del libero scambio, ma anche in nome delle aziende farmaceutiche e tecnologiche americane, i cui profitti sono stati notevolmente incrementati dalle politiche dell’OMC. L’intero apparato di governance economica internazionale che si presentava come ragione universale era, in termini marxisti, ideologia, ovvero la rappresentazione di interessi particolari come verità universali.

Il supplemento marxista

L’economia politica marxista è quella più soggetta a essere caricaturizzata, spesso bollata come una fede ingenua nella pianificazione centrale o come un programma per l’abolizione dei mercati o la fine della proprietà privata. Ma non è ciò che sostengono i suoi nemici. Nel suo nucleo analitico, rappresenta qualcosa di ben più minaccioso per i potenti: un metodo analitico per identificare quali interessi siano effettivamente serviti da assetti che si presentano come naturali, necessari e universali. Pone la domanda che l’economia politica liberale non può porsi: quando il mercato produce questi risultati, chi ne trae vantaggio?

Per l’era neoliberista, la risposta non è complicata. La grande svolta degli anni ’70 e ’80, verso tassi di interesse elevati, deregolamentazione finanziaria, liberalizzazione del commercio e indebolimento sistematico dei sindacati, non fu principalmente la vittoria di Hayek su Keynes, né delle idee sugli interessi. Fu la vittoria del capitale finanziario sul capitale industriale, a seguito della contrazione dei profitti della fine degli anni ’60. Quando l’inflazione aumentò e i profitti calarono, il capitale aveva bisogno di un nuovo assetto. E lo ottenne. I tassi di interesse di Volcker schiacciarono il potere contrattuale dei lavoratori insieme all’inflazione. La deregolamentazione aprì nuovi canali per i rendimenti finanziari. La liberalizzazione del commercio espose i produttori nazionali alla concorrenza salariale internazionale. Il risultato non fu «la liberazione dei mercati», poiché i mercati non sono mai liberi da una costituzione politica, ma una specifica ridistribuzione del potere e del reddito: dai lavoratori agli azionisti, dall’industria alla finanza, dalle comunità al capitale.

L’industria manifatturiera americana è crollata. I salari reali dei lavoratori non dirigenti sono rimasti stagnanti per decenni. La quota dei profitti aziendali attribuibile al settore finanziario è triplicata. Gli investimenti nella capacità produttiva sono stati soppiantati dai riacquisti di azioni proprie e dall’ingegneria finanziaria. E gli Stati Uniti sono giunti, al termine di questo processo, nella posizione strutturalmente assurda di dipendere strategicamente da un rivale geopolitico, ovvero la Cina, il cui dominio nel settore manifatturiero è stato acquistato con capitale americano, trasferimenti di tecnologia americana e politica commerciale americana.

Ciò che l’analisi marxista aggiunge alla diagnosi del nazionalismo economico è una teoria della necessità. La destra nazionalista economica a volte parla come se la deindustrializzazione fosse un errore: un errore politico, un tradimento da parte delle élite cosmopolite, una conseguenza di accordi commerciali svantaggiosi che negoziatori più scaltri avrebbero potuto evitare. Questa interpretazione non è del tutto sbagliata, ma confonde il sintomo con la malattia. Il capitale finanziario non è fedele a nessuna nazione, forza lavoro o base produttiva. È fedele al tasso di rendimento. Quando la speculazione finanziaria ha prodotto rendimenti più elevati rispetto agli investimenti nelle fabbriche, il capitale ha abbandonato le fabbriche. Quando il costo del lavoro cinese è risultato inferiore a quello americano, la produzione si è spostata in Cina. I dirigenti che hanno preso queste decisioni non erano, nella maggior parte dei casi, traditori. Erano attori razionali che rispondevano alle strutture di incentivo di un sistema che era stato deliberatamente costruito per produrre esattamente queste risposte. Non è possibile risolvere la questione solo con i dazi. È necessario modificare le strutture di incentivazione, il che significa cambiare i rapporti di potere tra la finanza e lo Stato, tra azionisti e lavoratori, tra rendimenti finanziari e investimenti produttivi. Si tratta di un progetto politico di ordine più profondo rispetto alla politica commerciale.

Il mondo capovolto

Schmitt e Marx convergono sul punto centrale riguardo all’universalismo liberale: si tratta di ideologia. Per Schmitt, la pretesa liberale di rappresentare non un interesse particolare ma l’umanità universale è la caratteristica autolegittimazione dell’egemone. Per Marx, l’ideologia indica proprio il processo attraverso il quale gli interessi della classe dominante finiscono per apparire come il senso comune dell’epoca, come necessità tecnica, legge naturale o fine della storia. L’ordine liberale del dopoguerra fredda era entrambe le cose allo stesso tempo: gli interessi particolari del capitale finanziario americano rappresentati come progresso umano universale.

Ciò che è derivato da questa mistificazione è stata l’inversione politica che stiamo vivendo oggi. La Sinistra, ovvero i partiti storicamente incaricati di rappresentare il lavoro contro il capitale, i molti contro i pochi, è diventata il principale veicolo istituzionale della classe manageriale professionale che amministra l’economia della conoscenza e è al servizio del settore finanziario. Non si è trattato di un tradimento improvviso, ma di una lenta migrazione: dall’economia politica al riconoscimento culturale, dalla critica strutturale alle norme procedurali, dall’officina all’aula universitaria. Quando l’ordine neoliberista iniziò a incrinarsi, la Sinistra istituzionale si ritrovò nella posizione di difenderlo — di agire, in termini schmittiani, come il katechon, la forza che trattiene l’inondazione. Il linguaggio delle norme, delle istituzioni e dell’ordine basato sulle regole che proviene dai think tank dell’establishment e dai quotidiani mainstream è strutturalmente indistinguibile da una difesa dell’attuale distribuzione del potere e della ricchezza. Esso preclude la questione politica di chi detenga il potere attraverso le proprie norme e le proprie regole con il semplice espediente di rifiutarsi di porla.

La classe operaia se ne è accorta. Il riallineamento degli elettori (ovvero, i professionisti istruiti verso i partiti di centro-sinistra, gli elettori della classe operaia di tutte le etnie verso alternative nazionaliste e populiste) non è, nella sua essenza, un fenomeno culturale, qualunque cosa dicano i dipartimenti di sociologia. È un fenomeno di economia politica: un riallineamento organizzato attorno all’asse di chi trae beneficio dalla globalizzazione e chi ne viene distrutto. La destra ha saputo cogliere meglio questa dinamica, ma ha un proprio punto cieco, e si tratta di un punto cieco invalidante.

Si consideri il tentativo trumpista di creare un nuovo nomos. Leggendo Schmitt, il rifiuto da parte di Stephen Miller del “quadro neoliberista” e il suo richiamo alla sovranità emisferica della Dottrina Monroe risultano davvero interessanti: è il linguaggio del Großraum,, un tentativo di ricostituire il politico dalle rovine dell’universalismo liberale. Ma un Großraum deve essere più di un semplice discorso; deve fondarsi su una configurazione di economia politica ben definita, costituita da una base produttiva, uno Stato dotato di effettiva capacità, una serie di partenariati subordinati autentici e, soprattutto, la volontà di riconoscere come legittime le sfere rivali.6

Quest’ultimo requisito è quello fatale. Affinché possa emergere un vero e proprio ordine del Großraum, gli Stati Uniti dovrebbero accettare che la Cina governi la propria sfera e la Russia la propria, e che ciò non costituisca un affronto all’umanità, ma un assetto di potere tollerabile. Attualmente nessuna forza politica significativa negli Stati Uniti accetta questa prospettiva, poiché farlo richiederebbe l’abbandono delle pretese universalistiche di cui il capitale americano ha ancora bisogno per operare a livello globale. Il Großraum non può essere costruito finché Wall Street continuerà a volere l’accesso a ogni mercato del mondo. Questa è la contraddizione che l’attuale coalizione nazionalista non riesce a risolvere, e non sarà in grado di risolvere finché non sarà disposta a rompere con il capitale finanziario, anziché limitarsi a disciplinarlo marginalmente.

Vale la pena chiarire con precisione cosa sia e cosa non sia il “trumpismo” in questo contesto. Non è la causa della crisi dell’ordine mondiale. Ne è il sintomo e, per certi aspetti, il catalizzatore. Le forze più profonde che guidano il momento attuale hanno preceduto Trump e gli sopravviveranno: l’esaurimento della potenza militare americana, il riorientamento strategico verso l’Asia, la crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina che nessuna amministrazione è riuscita a contenere, e la polarizzazione interna che rende sempre più impossibile una leadership internazionale coerente. Ciò che Trump ha aggiunto è la deistituzionalizzazione della politica estera americana: lo smantellamento delle infrastrutture del soft power, la trasformazione dei dazi in uno strumento geopolitico multiuso, il trattamento degli alleati come controparti transazionali piuttosto che come partner in un ordine condiviso. L’effetto cumulativo non è la costruzione di un nuovo nomos, ma l’accelerazione della decomposizione di quello vecchio. E tale decomposizione, in assenza di una seria alternativa di economia politica, non produce un Großraum, ma qualcosa di più vicino all’incubo di Schmitt: un mondo di rivalità incontrollata in cui ogni attore persegue i propri interessi senza l’attrito di regole condivise, e i più deboli ne pagano il prezzo.

Perché la destra dovrebbe leggere Marx

L’argomento a favore di una lettura seria di Marx non è un argomento a favore del socialismo, ma del realismo, di quel tipo di analisi lucida del potere e degli interessi che Machiavelli avrebbe riconosciuto e di cui il momento attuale ha un disperato bisogno. Tre contributi specifici sono fondamentali per il progetto del nazionalismo economico.

La prima è la teoria dello Stato. L’affermazione marxista grossolana secondo cui lo Stato sarebbe semplicemente lo strumento della classe dominante è in effetti troppo semplicistica. Ma la versione più sofisticata non lo è. La politica statale è sistematicamente strutturata dal potere relativo delle classi sociali, e tale potere è determinato dall’organizzazione della produzione e dell’accumulazione. Non si tratta di una teoria del complotto. È la spiegazione del perché la deregolamentazione finanziaria sia passata senza intoppi al Congresso negli anni ’90 mentre le proposte di politica industriale sono state affossate in commissione, del perché la Fed abbia mosso mari e monti per salvare Wall Street nel 2008 e abbia offerto alle comunità manifatturiere un decennio di austerità e di accelerata disgregazione sociale, del perché ogni amministrazione che entra in carica promettendo di adottare una linea dura nei confronti della Cina finisca per preservare le catene di approvvigionamento da cui dipende il capitale finanziario. La resistenza al programma di reindustrializzazione non è principalmente ideologica, ma strutturale. Il capitale finanziario ha dei propri interessi, tali interessi sono organizzati e sono politicamente potenti. Identificarli è il primo passo per sconfiggerli.

Il secondo è la logica spaziale dell’accumulazione. Il capitale non si distribuisce in modo uniforme sul territorio. Si concentra in nodi ad alto rendimento e abbandona tutto il resto. La mappa della deindustrializzazione è la mappa della risposta razionale del capitale alle strutture incentivanti dell’assetto neoliberista. La geografia politica del momento—la correlazione tra regioni industriali svuotate e sostegno al populismo nazionalista, negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia e in Germania contemporaneamente—è l’espressione politica di un fatto materiale piuttosto che un insieme di patologie culturali o di fallimenti nella comunicazione politica. Intere popolazioni sono state rese economicamente sacrificabili dalla logica dell’accumulazione finanziaria e alla fine hanno votato di conseguenza. Il lavoro di David Harvey sull’accumulazione per espropriazione e sulla «soluzione spaziale» del capitale spiega questa geografia nei minimi dettagli. I nazionalisti economici che la ignorano navigano seguendo una mappa che tralascia metà del terreno.7

La terza, e più scomoda, è la teoria dei limiti della coalizione stessa. Il progetto di reindustrializzazione – ricostruire la capacità produttiva, riorientare l’economia verso la produzione, ripristinare l’autonomia strategica – è il progetto giusto. Ma la coalizione politica che attualmente lo persegue è piena zeppa di contraddizioni che l’analisi marxista di classe rende evidenti. Vuole disciplinare il capitale finanziario proteggendo al contempo il valore patrimoniale di una classe media proprietaria di case e azioni, il cui patrimonio netto è indissolubilmente legato al sistema finanziario che dichiara di contrastare. Vuole capacità industriale senza la forza lavoro organizzata necessaria per gestirla, perché la stessa coalizione che vuole le fabbriche si oppone ai sindacati che storicamente le hanno costruite. Vuole un’autonomia strategica finanziata da un mercato obbligazionario ancora denominato secondo la logica di Wall Street. Questi non sono fallimenti di volontà politica. Sono contraddizioni strutturali che produrranno fallimenti strutturali a meno che non vengano individuate e risolte. Un nazionalismo serio richiede un serio confronto con gli interessi di classe che il nazionalismo deve superare.8

Il marxismo, in breve, non è nemico del progetto nazionalista economico. È piuttosto la spiegazione più rigorosa disponibile del motivo per cui tale progetto è destinato a fallire se cerca di costruire un nuovo ordine lasciando intatto il potere finanziario di quello vecchio. Un movimento che non è in grado di identificare i propri veri avversari non può sconfiggerli. Gli avversari, in fin dei conti, non sono la Cina, né la sinistra globalista, né lo «Stato profondo». Sono gli interessi di classe specifici del capitale finanziario, interessi che sono organizzati, finanziati, istituzionalmente radicati e perfettamente in grado di rivestirsi della bandiera nazionale quando le circostanze lo richiedono.

Dopo l’Interregno

L’interregno di Gramsci, il «tempo dei mostri» in cui il vecchio sta morendo e il nuovo non riesce a nascere, è diventato un cliché del nostro momento politico, il che di solito è segno che è vero. Ma ciò che significa precisamente è questo: i quadri concettuali adeguati al vecchio ordine hanno smesso di descrivere la realtà, e quelli adeguati al nuovo ordine non sono ancora stati messi a punto.

In ogni paese governiamo basandoci su mappe che mostrano solo il vecchio territorio. Nel frattempo, il territorio si è trasformato — dal punto di vista geopolitico, tecnologico, ecologico — e il divario tra le categorie in cui si esercita il potere e le realtà che esso cerca di gestire si allarga di anno in anno. È questo che genera i «sintomi morbosi»: lo stato di emergenza permanente, il barcollare da una crisi all’altra, i leader che sembrano agire mentre in realtà vengono trascinati da forze che non riescono a definire.

La conferma più eloquente che questo cambiamento di scenario sia reale non proviene dalle frange radicali, bensì dal centro moderato dell’establishment della politica estera occidentale. Persino gli analisti la cui intera formazione professionale è stata plasmata dall’ordine liberale riconoscono ora, con vari gradi di disagio, che l’unipolarità è finita, che né il diritto internazionale né le istituzioni multilaterali hanno l’autorità per ricostituirla e che gli stessi Stati Uniti sono diventati, agli occhi delle potenze che un tempo guidavano, la principale fonte di instabilità nell’ordine che essi stessi hanno costruito. Ciò che non riescono a spiegare è il meccanismo: perché l’ordine si sia incrinato proprio lì, proprio in quel momento e nella forma specifica che ha assunto. Descrivere i sintomi non equivale a diagnosticare una malattia. I sintomi — l’erosione della credibilità americana, l’irrigidimento della resistenza cinese e russa, la defezione del Sud del mondo dalle coalizioni guidate dall’Occidente — sono certamente reali. Ma sono gli effetti di una causa sottostante: l’economia politica dell’ordine unipolare, la sua specifica struttura di classe, la sua specifica distribuzione di costi e benefici e le specifiche contraddizioni che tale distribuzione ha finito per generare. Un establishment che non riesce a individuare questa causa continuerà a produrre analisi accurate dal punto di vista diagnostico ma prive di contenuti prescrittivi.

La sintesi che questo momento richiede non è un compromesso tra destra e sinistra, né una “terza via” in senso neoliberista, né quel tipo di centrismo bipartisan che finisce sempre per servire chi detiene già il potere. È un’autentica integrazione di ciò che ciascuna tradizione fa bene. Schmitt fornisce la grammatica geopolitica: il nomos precede il logos; l’ordinamento spaziale e politico è costitutivo, non derivativo; la distinzione amico/nemico non può essere dissolta da procedure internazionali senza generare qualcosa di ben peggiore del conflitto che si intendeva prevenire; un autentico ordine del Großraum è preferibile alla permanente guerra civile globale dell’universalismo liberale. Ma un Großraum è un’organizzazione economica oltre che geopolitica: comporta un modo di produzione e una struttura di classe, un insieme di relazioni tra finanza e industria, Stato e mercato, centro e periferia. La questione di quale economia politica possa sostenere un Großraum vitale è inseparabile dalla questione geopolitica, e Schmitt non è in grado di rispondere. Marx sì.

La sinistra, dal canto suo, disponeva degli strumenti e li ha sprecati. La tradizione dell’economia politica marxista—da Lenin sull’imperialismo a Wallerstein sui sistemi mondiali fino a Harvey sulle dinamiche spaziali dell’accumulazione—fornisce proprio il complemento materiale alla giurisprudenza formale di Schmitt. Ciò che le è mancato, nella sua incarnazione liberale e progressista, è stato il coraggio di ammettere che l’ordine che ha amministrato per trent’anni non era affatto un ordine autentico, ma, come direbbe Schmitt, una guerra civile globale con una patina umanitaria. Qualsiasi politica di sinistra adeguata al presente deve iniziare ammettendo che i suoi nemici avevano una visione più lucida di questa realtà rispetto a lei.

Questa sintesi è politicamente scomoda, il che è il segno più evidente della sua necessità. Non può essere addomesticata dalla destra nazionalista così come è attualmente costituita, perché richiede di confrontarsi con gli interessi finanziari che finanziano il movimento e ne definiscono i limiti. Non può essere addomesticata dalla sinistra progressista così come è attualmente costituita, perché richiede di abbandonare le istituzioni multilaterali e le norme umanitarie dietro cui quella sinistra si è rifugiata. Va contro le pretese di tutti. La virtù di Machiavelli era la volontà di vedere chiaramente e agire di conseguenza — di sapere ciò che la situazione richiede effettivamente piuttosto che ciò che si vorrebbe che richiedesse. La situazione richiede un confronto onesto con il capitale, il nomos e il potere. Coloro che saranno disposti a intraprenderlo saranno pochi. Ma saranno anche, alla fine, gli unici che contano.

Questo articolo è un’ esclusiva online di American Affairs, pubblicata il 10 settembre 2026.

Note

1 Carl Schmitt, Il Nomos della Terra nel diritto internazionale dello Jus Publicum Europaeum, trad. G. L. Ulmen (New York: Telos Press, 2006), 351.

2 Carl Schmitt, *Teoria del partigiano: Commento intermedio sul concetto di politico*, trad. G. L. Ulmen (New York: Telos Press, 2007), 95.

3 Oona Hathaway, “The Great Unraveling Has Begun”, New York Times, 27 gennaio 2026. Secondo Hathaway, il divieto di ricorrere alla forza, fondamento dell’ordine giuridico del dopoguerra, si trova ora in una crisi terminale, accelerata dalle ripetute violazioni da parte degli stessi Stati Uniti delle regole che un tempo difendevano. L’ironia schmittiana che lei non nomina, ma che i suoi dati dimostrano, è che un ordine giuridico basato sulla soppressione del politico non può sopravvivere indefinitamente al ritorno del politico, e quando comincia a incrinarsi, la violenza che aveva contenuto viene liberata con gli interessi composti,

4 Sulle dinamiche strutturali del nomos neoliberista e sulle sue conseguenze a livello globale in termini di sviluppo, cfr.: David Oks e Henry Williams, “The Long, Slow Death of Global Development”, American Affairs 6, n. 4 (inverno 2022): 122–50. La loro analisi della deindustrializzazione prematura e della concentrazione spaziale dell’accumulazione nell’Asia orientale fornisce una base empirica essenziale per le tesi qui avanzate riguardo all’abbandono sistematico da parte del capitale degli investimenti produttivi.

5 Amadeo Bordiga, “Spazio contro cemento”, Il Programma Comunista, 1953; cfr. Philippe Bourrinet, The Italian Communist Left (Londra: Communist Left Publication, 2016).

6 Volker Perthes, Multipolarizzazione del mondo: concorrenza e coesistenza nel XXI secolo (Berlino: Deutsche Verlags-Anstalt, 2022), 4–62. Perthes, ex direttore dello SWP (Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza) con sede a Berlino, definisce l’ordine emergente come organizzato attorno a quattro o cinque poli asimmetrici. La sua descrizione del breve momento unipolare successivo al 1990 e della sua erosione accelerata a seguito della crisi finanziaria del 2008, dell’ascesa economica della Cina e dell’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 si ricollega direttamente alla tesi qui avanzata. Particolarmente sorprendente è la sua osservazione secondo cui, in un mondo unipolare, l’unilateralismo americano era tollerato; man mano che le altre potenze si consolidano, vedono sempre meno ragioni per accettarlo, rendendo gli Stati Uniti potenzialmente la più grande minaccia proprio all’ordine che essi stessi hanno costruito. La diagnosi di Perthes sulla situazione strutturale è, da questa sponda dell’Atlantico, sostanzialmente corretta. Ciò che il suo quadro teorico non può fornire (poiché rimane nell’ambito dell’analisi della sicurezza europea piuttosto che dell’economia politica) è una spiegazione del perché l’ordine unipolare abbia assunto la forma specifica e distruttiva che ha assunto, e quali interessi di classe stiano ora lottando per preservarne il guscio istituzionale. A tal fine, sostiene la presente argomentazione, la giurisprudenza di Schmitt e l’economia politica marxista sono integrazioni indispensabili.

7 Sulla logica spaziale dell’accumulazione e sulle sue conseguenze politiche, cfr.: David Harvey, Il nuovo imperialismo (Oxford: Oxford University Press, 2003) e Breve storia del neoliberismo (Oxford: Oxford University Press, 2005). Il concetto di Harvey di «accumulazione per espropriazione», ovvero il trasferimento sistematico di valore dalle comunità periferiche ai centri finanziari attraverso la privatizzazione, la predazione finanziaria e lo smantellamento dei beni comuni, si sovrappone perfettamente alla geografia della deindustrializzazione e dell’insurrezione politica che caratterizza il momento attuale.

8 Dylan Riley, “Lenin in America”, New Left Review, 9 maggio 2025. L’argomentazione di Riley prende una direzione inaspettata per questo pubblico: egli sostiene che una strategia propriamente leninista in una democrazia capitalista sviluppata debba rompere con il leninismo stesso, che «Lenin in America apparirà sotto le spoglie di Jefferson», utilizzando il linguaggio dell’autodeterminazione e dell’indipendenza e smascherando al contempo la «corruzione» come concetto sociale piuttosto che meramente giornalistico. L’implicazione, scomoda sia per la sinistra che per la destra, è che qualsiasi progetto egemonico adeguato al contesto attuale debba operare attraverso, e non contro, la specifica cultura democratica nazionale di cui è erede.

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Verus Phalanx è lo pseudonimo di uno scrittore, ricercatore e traduttore indipendente.