Italia e il mondo

Elezioni in Spagna e Brasile3! Rassegna stampa a cura di Gianpaolo Rosani

La fase finale del secondo turno ha accentuato la polarizzazione tra i gruppi sociali e religiosi, con
pressioni dell’ultimo minuto sulle comunità e sui social network. Secondo lui, con la gara così
serrata, qualsiasi fattore potrebbe decidere l’esito. La situazione è talmente incerta che qualsiasi
fattore potrebbe ora far pendere la bilancia a favore o contro, che si tratti di queste ultime 24 ore di
campagna elettorale, del dibattito o della pioggia.

22.10.2026
Toledo: Il vantaggio di Flávio si è ridotto, ma il
candidato resta il favorito

José Roberto de Toledo
Il vantaggio di Flávio Bolsonaro nei sondaggi si è ridotto nelle fasi finali della campagna elettorale , ma il
candidato è ancora considerato il favorito, secondo quanto riportato dal giornalista José Roberto de Toledo
nel programma A Hora su Canal UOL.

I candidati alla presidenza Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro (PL) si presentano al
dibattito di TV Globo di questo venerdì, il secondo e ultimo della campagna elettorale, con una
maggiore disponibilità a discutere del futuro del Paese, ma senza rinunciare al confronto politico
quando necessario. Dopo un confronto giudicato scadente e ricco di attacchi domenica scorsa, la
valutazione degli addetti ai lavori di entrambe le campagne è che il tono sarà diverso.

23.10.2026
Meno provocazioni, più proposte? Flávio e Lula
si preparano a evitare di ripetere gli errori del
primo dibattito su TV Globo
Dopo un incontro giudicato deludente e pieno di attacchi domenica scorsa, la valutazione delle persone
vicine a entrambe le campagne è che il tono sarà diverso

Di Jennifer Gularte e Luisa Marzullo
I candidati alla presidenza Luiz Inácio Lula da Silva (PT) e Flávio Bolsonaro (PL) si presentano al dibattito di
TV Globo di questo venerdì, il secondo e ultimo della campagna elettorale, con una maggiore disponibilità a
discutere del futuro del Paese, ma senza rinunciare al confronto politico quando necessario.

Nel calcolo dei voti validi, utilizzato dalla Corte Elettorale per determinare il risultato elettorale e che
esclude le schede bianche, le schede nulle e le risposte degli indecisi, i due candidati risultano in parità,
con il 50% ciascuno. L’istituto ha intervistato 2.520 persone in questo sondaggio tra martedì (20) e
giovedì (22).

22.10.2026
Datafolha: Flávio e Lula appaiono a pari merito
con il 50% dei voti validi
L’istituto ha intervistato 2.520 persone in questo sondaggio tra martedì (20) e giovedì (22)

Il sondaggio Datafolha , pubblicato giovedì 22, tre giorni prima del secondo turno, mostra Flávio Bolsonaro (PL)
con il 47% delle intenzioni di voto, mentre il presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) registra il 46%. I due candidati
sono tecnicamente in parità. Tra gli intervistati, il 5% dichiara di votare scheda bianca o nulla, e il 2% è indeciso.

Nel calcolo dei voti validi, utilizzato dalla Corte Elettorale per determinare il risultato elettorale e che esclude le
schede bianche, le schede nulle e le risposte degli indecisi, i due candidati risultano in parità, con il 50% ciascuno.

La Corte Elettorale sta discutendo la possibilità di limitare l’accesso ai canali WhatsApp politici con
più di 200.000 follower nelle 48 ore precedenti la votazione. La portata formale sarebbe generale,
ma l’impatto politico del divieto sarebbe disomogeneo: l’esercito di Lula, con oltre 7 milioni di
iscritti, è diventato uno strumento centrale della reazione del Partito dei Lavoratori sui social media
e nelle piazze, mentre il canale truppa di Flávio ne conta 2,5 milioni. Meta ha ammesso che i suoi
filtri non sempre riconoscevano i candidati identificati dalla combinazione di nome e numero
elettorale. Il Tribunale Elettorale Superiore ha ordinato correzioni e prove di parità di trattamento e,
ieri, ha concesso 24 ore per valutare i provvedimenti. La Corte dovrebbe pronunciarsi nel corso
della giornata.

21.10.2026
L’instabilità degli elettori aumenta e la Corte
Elettorale Superiore (TSE) discute la possibilità
di vietare i canali WhatsApp.
In attesa di chiarimenti da parte di Meta, la Corte Elettorale Superiore ammette di aver limitato i canali
WhatsApp a carattere politico con più di 200.000 follower nelle 48 ore precedenti le votazioni

Di Luiz Carlos Azedo
Nella fase finale della campagna presidenziale, il numero e la volatilità degli elettori indecisi sono
aumentati, forse perché la durezza degli attacchi tra i candidati ha provocato anche un maggiore distacco.

A quattro giorni dalle elezioni, il distacco tra il senatore Flávio Bolsonaro (PL) e il presidente Luiz
Inácio Lula da Silva (PT) è di appena un punto percentuale, secondo un sondaggio Quaest
commissionato da GLOBO e TV Globo. L’acuirsi della competizione si verifica in un contesto di
crescente indecisione tra gli elettori, secondo il sondaggio spontaneo che misura il grado di
convinzione di coloro che dichiarano il proprio sostegno all’uno o all’altro candidato: il numero degli
indecisi è raddoppiato in una settimana, raggiungendo il 14%.

21.10.2026
Il rifiuto di Flávio, il timore del ritorno dei
Bolsonaros, l’approvazione del governo: i segnali
positivi per Lula nel sondaggio Quaest
L’intensificarsi della disputa si verifica in un contesto di crescente indecisione degli elettori nel sondaggio
spontaneo, che misura il grado di convinzione di coloro che dichiarano il proprio sostegno a un candidato
o all’altro
Di Caio Sartori, Julia Cople,Luis Felipe Azevedo ,Lucas Altoni, Luisa Marzullo, JenniferGularte e Victoria Azevedo, Rio de Janeiro e
Brasilia
Sondaggio Quaest: Flávio è al 45%, Lula al 44%; il divario si riduce a quattro giorni dalle elezioni.

A quattro giorni dalle elezioni, il distacco tra il senatore Flávio Bolsonaro (PL) e il presidente Luiz Inácio Lula
da Silva (PT) è di appena un punto percentuale, secondo un sondaggio Quaest commissionato da GLOBO e
TV Globo e pubblicato ieri.

La maggioranza assoluta del PP al Senato dopo le elezioni del 29 novembre è a rischio, secondo i
sondaggi, a causa della decisione del PSOE e del Frente Amplio di presentarsi con liste congiunte
alla Camera alta. Tale mossa ha avuto eco nella destra, che aspira non solo a confermare i propri
risultati, ottenendo oltre il 50% dei 266 seggi. Il PP e Vox non possono più presentarsi in
coalizione, poiché il termine per la presentazione delle liste è scaduto. Vox sta valutando di non
presentarsi in diversi territori per non frammentare il voto e il leader del PP ha proposto di cedere
seggi senatoriali regionali a Vox affinché quest’ultimo non si presenti in alcune circoscrizioni. Le
proiezioni elaborate da EL PAÍS sono chiare: se Vox non si presentasse in 19 province, le sue
possibilità di ottenere la maggioranza assoluta salirebbero al 90% e quelle di raggiungere i tre
quinti dei seggi al 49%. Gli accordi sono importanti perché il sistema elettorale del Senato è
fortemente maggioritario: premia il partito più votato in ogni provincia e annienta i terzi classificati.

21.10.2026
La maggioranza del PP al Senato dipende dal
ritiro di Vox in 19 province
Il controllo del Tribunale costituzionale scatena una dura battaglia per raggiungere i tre quinti
dell’Assemblea. Vox sta valutando di non presentarsi in diversi territori per non frammentare il voto. Il
sistema elettorale del Senato premia il partito più votato e schiaccia i terzi

Di B. ANDRINO / J. MARCOS, Madrid
La maggioranza assoluta del PP al Senato dopo le elezioni del 29 novembre è a rischio, secondo i sondaggi,
a causa della decisione del PSOE e del Frente Amplio di presentarsi con liste congiunte alla Camera alta.

Il Tribunale Costituzionale esaminerà il ricorso di tutela costituzionale presentato dal Difensore del
Popolo contro la decisione della Corte Suprema di sospendere il diritto di voto dei beneficiari della
«legge dei nipoti» in vista delle prossime elezioni generali del 29 novembre.

21.10.2026
IL VOTO ALL’ESTERO
Il Tribunale Costituzionale (TC) cerca una
«maggioranza consistente» sulla «legge dei
nipoti»
I magistrati di entrambi gli schieramenti del tribunale sostengono che il ricorso del Difensore del Popolo
debba essere respinto in quanto prematuro. Conde-Pumpido circoscrive la competenza alla Corte
Suprema mentre la questione è in fase di esame
163.020 naturalizzati. Questo è il numero di persone il cui diritto di voto potrebbe essere compromesso

Di ÁNGELA MARTIALAY MADRID
Mercoledì, in seduta plenaria, il Tribunale Costituzionale (TC) esaminerà il ricorso di tutela costituzionale
presentato dal Difensore del Popolo contro la decisione della Corte Suprema (TS) di sospendere il diritto di
voto dei beneficiari della «legge dei nipoti» in vista delle prossime elezioni generali del 29 novembre.

La coalizione siglata tra la maggior parte dei partiti di sinistra per presentarsi con un’unica lista al
Senato ha stravolto gli equilibri, aumentando le loro possibilità di conquistare seggi e riducendo, di
conseguenza, quelle della destra. Per questo motivo i due partiti dello spettro conservatore stanno
ora negoziando contro il tempo per trovare una «formula» che soddisfi entrambi e che ristabilisca
l’equilibrio. Sulla base dei dati elettorali del 2023, la coalizione di sinistra avrebbe ribaltato le
maggioranze al Senato. Una delle opzioni che si profilano è che Vox, il partito minoritario tra i due,
rinunci a presentarsi in alcune circoscrizioni per invitare il voto della destra a concentrarsi sul PP. Il
leader del PP ha lasciato intendere la sua offerta: concedere a Vox senatori di nomina autonoma
in cambio della rinuncia da parte di quest’ultimo in alcune province.

21.10.2026
17 province senza Vox per annullare il patto di
Sánchez
Sulla base dei dati del 2023, solo così si potrebbe impedire la maggioranza assoluta della sinistra

Di PALOMA H. MATELLANO, MADRID
A Genova e a Bambú, dove hanno sede il PP e Vox, in questi giorni si stanno facendo i conti. La coalizione
siglata tra la maggior parte dei partiti di sinistra per presentarsi con un’unica lista al Senato ha stravolto gli
equilibri, aumentando le loro possibilità di conquistare seggi e riducendo, di conseguenza, quelle della
destra.

Feijóo vuole che il PP dia il massimo per lottare fino all’ultimo, anche nei collegi più difficili, come
Lérida e Gerona. Il fatto è che il problema per non si chiama PSC, in Catalogna, né Junts ed ERC.
O non solo. L’ostacolo per il PP è Vox. Il compito di Albiol è titanico. Migliorare i sei seggi di tre
anni e mezzo fa; competere con Vox, da un lato, e con i socialisti e i gruppi indipendentisti,
dall’altro; e strappare seggi a Lérida e Gerona. «Ci sono mancati quattro seggi per governare e
due di essi erano proprio qui, a Lérida e a Gerona», gli ha ricordato Feijóo.

21.10.2026
Albiol punta a due seggi chiave di cui Feijóo ha
bisogno in Catalogna
Le difficoltà del Partito Popolare a farsi strada a Girona e a Lérida impediscono loro di ridurre il divario
con il PSOE

Di Daniel Tercero, Barcellona
«Le chiedo di percorrere tutta la Catalogna». Con queste parole, Alberto Núñez Feijóo ha affidato a Xavier
García Albiol un compito titanico: far sì che il PP conquisti un seggio a Lérida e un altro a Gerona il 29
novembre. In altre parole, il candidato di Barcellona dovrà impegnarsi in tutta la regione.

Con l’obiettivo di ripulire la propria immagine in vista di elezioni in cui si misurerà la purezza della
sinistra con diverse liste sul versante progressista, i socialisti hanno escluso dalle proprie liste i
deputati che fino ad ora rappresentavano il partito e che possono essere considerati grandi
proprietari immobiliari.

21.10.2026
Il PSOE esclude dalle liste i quattro deputati con
il maggior numero di proprietà
L’esclusione di Perea, Taibo, Mercadal e Martínez Salmerón, volta a rafforzare il discorso sulla questione
abitativa durante la campagna elettorale, fa sì che Sánchez risulti il candidato socialista al Congresso che
ricava il maggior reddito dagli affitti. Il presidente del Governo, Pedro Sánchez, sarà il candidato tra i
deputati che hanno votato a favore dei decreti e che ricava il maggior reddito dalle proprie proprietà
tramite gli affitti.

Di Joan Guirado
La composizione delle liste del PSOE in vista delle prossime elezioni generali previste per il 29 novembre sta
rappresentando un vero e proprio grattacapo per Pedro Sánchez.

A partire da questa settimana, secondo diverse fonti, l’Esecutivo avvia una serie di sedute –
denominate internamente «martedì sociali» – che proseguirà senza interruzioni fino al 29
novembre. In ogni Consiglio dei Ministri è prevista l’approvazione di misure proposte dai vari
dipartimenti governativi e rimaste in sospeso, al fine di portarle a termine prima delle elezioni. Con
queste misure il Governo intende lanciare un chiaro messaggio politico: mentre Alberto Núñez
Feijóo parla di «sacrifici» alludendo così a possibili tagli, vuol dimostrare che il suo progetto politico
è completamente diverso e consiste nel continuare a migliorare i diritti e ad aumentare la spesa
sociale nella misura consentita dai conti pubblici.

19.10.2026
Sánchez conclude il proprio mandato con
decreti volti ad ampliare i diritti e i pacchetti
sociali
La Commissione permanente favorisce il raggiungimento di accordi per l’approvazione delle misure,
poiché i voti di cui dispone Junts in seno a tale organo risultano irrilevanti

DI CARLOS E. CUÉ, Madrid
Il Governo ha preso molto sul serio l’idea lanciata da Pedro Sánchez lo stesso giorno in cui ha indetto le
elezioni. Ovvero, l’intenzione di «continuare a governare fino alle elezioni».

Elettori che si sono astenuti al primo turno o hanno votato per candidati di terzi partiti: come
intendono posizionarsi questa domenica? Le campagne del senatore Flávio Bolsonaro (PL) e del
presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) stanno lavorando per ottenere il sostegno di questa fetta
di popolazione. Il sondaggio commissionato da GLOBO e TV Globo ha indicato uno scenario di
parità tecnica.

21.10.2026
Astensione, voti nulli e terze opzioni: come i voti
del primo turno confluiscono verso Flávio o Lula
Le campagne elettorali si stanno adoperando per conquistare il sostegno di questa fetta di popolazione
nella fase finale della campagna
A cura di O Globo — Rio de Janeiro

Nel bel mezzo di una corsa serrata in questo secondo turno, un sondaggio Quaest pubblicato la scorsa
settimana ha mostrato come gli elettori che si sono astenuti al primo turno o hanno votato per candidati di
terzi partiti intendono posizionarsi questa domenica.

Decenni dopo l’emanazione della legge sulla pena di morte, il programma di rilascio temporaneo è
diventato un tema centrale nelle discussioni sulla sicurezza pubblica al Congresso Nazionale . La
proposta di eliminare tale beneficio ha preso slancio in seguito ad episodi di violenza che hanno coinvolto
detenuti che non hanno fatto ritorno in carcere dopo aver ottenuto l’autorizzazione al rilascio temporaneo.
Nell’ultimo giorno utile per la presentazione delle osservazioni, il presidente Lula da Silva ha approvato la
proposta, ponendo il veto su due disposizioni chiave: una che vietava le scarcerazioni temporanee per
visite familiari e un’altra che eliminava la possibilità di lasciare il carcere per attività di reinserimento sociale.

21.10.2026
Criticato dalla destra, il programma di rilascio
temporaneo fu creato durante la dittatura dal
nonno di un alleato di Flávio
Concepito fin dal 1984, il rilascio temporaneo fu istituito dall’ultimo presidente della dittatura

Nel dibattito sulla sicurezza pubblica, la liberazione temporanea dei prigionieri, nota come “saidinha”, è stata
oggetto di critiche da parte degli ambienti di destra e affonda le sue radici nella dittatura militare brasiliana. Tale
beneficio fu previsto dalla Legge sulle Esecuzioni Penali, promulgata nel 1984 dall’allora presidente João Batista
Figueiredo, nonno di Paulo Figueiredo, alleato politico di Flávio Bolsonaro.

Il provvedimento, spesso messo in discussione dai parlamentari conservatori e associato a dispute politiche che
coinvolsero il governo Lula (PT), fu inserito nella legislazione durante il regime militare che governò il Brasile tra il
1964 e il 1985.

Feijóo presenterà lunedì a Madrid il suo «Contratto con la Spagna», che intende fungere da
«chilometro zero» del suo progetto per il Paese. Il leader del PP solennizzerà le sue promesse
«personali e morali», al di là delle proposte programmatiche, in un atto che «rappresenta l’atto
costitutivo della nuova era che avrà inizio il 29 novembre», secondo fonti del PP. «Si tratta di come
intendiamo che debba essere esercitata la presidenza; è una dichiarazione di principi su come si
debba esercitare il potere».

19.10.2026
Feijóo promette di «rafforzare» lo Stato e di
garantire che il 50% della popolazione della
Catalogna sia di origine spagnola
Presenta il suo «Contratto con la Spagna» come «punto di partenza» per «risanare» le istituzioni

Di JUANMA LAMET MADRID
L’11 febbraio 2009, Alberto Núñez Feijóo firmò un «contratto» con i galiziani in cui si impegnava a
realizzare «14 obiettivi» qualora fosse stato eletto, affinché alla fine della legislatura potesse essere
chiamato a renderne conto qualora non li avesse rispettati.

L’ascesa conservatrice prevista dal sondaggio si delinea seggio per seggio e, di conseguenza,
provincia per provincia. È su questa scala che si spiega l’emorragia di deputati che il blocco
progressista sta ora affrontando: Pedro Sánchez e l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau – investita
leader di Frente Amplio – perdono seggi rispetto a quelli ottenuti dal PSOE e da Sumar tre anni fa
in 23 province spagnole, alle quali se ne possono aggiungere altre sei in cui la contesa è ancora
aperta. In altre parole: la sinistra rischia di vedere ridotta la propria rappresentanza in più della
metà del territorio nazionale.

19.10.2026
Crollo della sinistra su tutto il territorio
nazionale: potrebbe subire sconfitte in 29
province
Nella maggior parte dei casi, Vox trae vantaggio dalle perdite subite dal PSOE e dal Frente Amplio,
rafforzando così il blocco di destra, che si impone nell’80% del Paese. Sánchez può vincere solo in cinque
circoscrizioni, Feijóo, fino a 27. INDECISI: Gli ex elettori della sinistra sono quelli che, in questo momento,
nutrono maggiori dubbi

DI PALOMA H. MATELLANO, MADRID
Fino a una trentina di seggi che nella legislatura uscente appartenevano a deputati di sinistra passeranno a
ricoprire leader di destra se, il prossimo 29 novembre, si avverrà quanto preannuncia l’ultimo sondaggio di
Sigma Dos per EL MUNDO, condotto durante la prima metà di ottobre.

Il presidente e candidato alla rielezione Lula ha annunciato oggi di aver autorizzato il suo team
legale a consegnare informazioni riservate su di lui, sulla first lady Janja e sui suoi figli, tra cui
Lulinha, alla Corte Elettorale Superiore e alla Corte Federale Suprema. Secondo quanto affermato
dalla campagna elettorale, la pubblicazione dei documenti riservati è subordinata alla stessa
condizione che il senatore e candidato Flávio Bolsonaro faccia altrettanto.

20.10.2026
Lula afferma che consegnerà documenti
riservati che lo riguardano, che riguardano suo
figlio Lulinha e Janja, se Flávio farà lo stesso

Fi Bruno Luiz ,  Fabíola Cidral  e  Tatiana Farah, a San Paolo e Brasilia
Il presidente e candidato alla rielezione Lula (PT) ha annunciato oggi di aver autorizzato il suo team legale a
consegnare informazioni riservate su di lui, sulla first lady Janja e sui suoi figli, tra cui Lulinha, alla Corte
Elettorale Superiore (TSE) e alla Corte Federale Suprema (STF).

Ci sono 26.864 seggi in cui sarebbe possibile cambiare il risultato semplicemente convincendo
queste persone a votare per Lula. La piattaforma guida gli elettori a concentrare le proprie
iniziative in queste zone e fornisce indicazioni su come parlare “faccia a faccia” con gli altri elettori.
Le campagne presidenziali di Lula e del senatore Flávio Bolsonaro stanno sfruttando i social media
per colmare il divario di 2,2 milioni di voti che li separa al primo turno. Per condurre questa
battaglia, i sostenitori di entrambi condividono strumenti e siti web.

19.10.2026
Le campagne di Lula e Flávio utilizzano
strumenti di guerra digitale
Le piattaforme di intelligence e gli strumenti di condivisione del materiale elettorale di Lula e Flávio
guadagnano terreno al secondo turno
Di Victor Correia

Le campagne presidenziali di Luiz Inácio Lula da Silva (PT) e del senatore Flávio Bolsonaro (PL-RJ) stanno
sfruttando i social media per colmare il divario di 2,2 milioni di voti che li separa al primo turno.

Domenica, Band ha ospitato il primo dibattito tra i candidati alla presidenza della Repubblica che si
contendono il secondo turno, il 25. È stato anche il primo confronto tra il senatore Flávio Bolsonaro
(PL) e l’attuale presidente, Luiz Inácio Lula da Silva (PT), dopo aver saltato i dibattiti del primo
turno. Secondo gli opinionisti di GLOBO, Flávio Bolsonaro ha avuto la performance migliore ,
sebbene molto vicina a quella del candidato del PT. Lula è caduto nella trappola delle provocazioni
di Flávio e ha proiettato un’immagine di impazienza e nervosismo. Flávio è stato addestrato a non
rispondere assolutamente a nulla.

19.10.2026
Chi ha vinto il dibattito tra i due, Flávio
Bolsonaro o Lula?
Gli opinionisti di GLOBO esprimono le loro valutazioni. I candidati alla presidenza che si sfideranno al
secondo turno il 25 si sono confrontati per la prima volta questa domenica

Dibattito presidenziale su Band: i commentatori di GLOBO commentano il primo incontro tra Lula e Flávio
Bolsonaro.
Dibattito sulla banda musicale: Sidônio affronta Flávio durante la pausa pubblicitaria, dopo che il
senatore appare ripetutamente sullo sfondo dell’inquadratura di Lula.
Domenica, Band ha ospitato il primo dibattito tra i candidati alla presidenza della Repubblica che si
contendono il secondo turno, il 25. È stato anche il primo confronto tra il senatore Flávio Bolsonaro (PL) e
l’attuale presidente, Luiz Inácio Lula da Silva (PT), dopo aver saltato i dibattiti del primo turno. Secondo gli
opinionisti di GLOBO, Flávio Bolsonaro ha avuto la performance migliore , sebbene molto vicina a quella
del candidato del PT.

Flávio Bolsonaro a Morro do Cristo, a Salvador. Da lì i suoi sostenitori hanno marciato fino a Farol da
Barra, dove si è tenuto un comizio elettorale per il senatore. Il candidato ha completato il percorso a bordo
di un camion con impianto audio. Al suo fianco c’erano personalità politiche provenienti da fuori dello stato,
come il governatore di San Paolo, Tarcísio de Freitas (Republicanos), e il deputato federale Nikolas
Ferreira (PL-MG). Questo evento rientra nelle attività della campagna elettorale del senatore in vista del
secondo turno delle elezioni del 2026, che si terrà il 25 ottobre.

18.10.2026
Flávio Bolsonaro riceve il titolo di cittadino
onorario di Salvador in una cerimonia al Farol da
Barra
Il senatore ha ricevuto l’onorificenza dal consigliere comunale Cezar Leite (PL), autore della proposta.
Mettere

Di Sara Santos
Il senatore e candidato alla presidenza Flávio Bolsonaro (PL-RJ) ha ricevuto sabato 17 il titolo di cittadino onorario di
Salvador. Nel corso di una cerimonia svoltasi durante un evento politico al Farol da Barra , nella capitale di Bahia, il
parlamentare ha ricevuto l’onorificenza dal consigliere comunale Cézar Leite (PL), autore della proposta.

Tradimento da toilette: nel disperato tentativo di intensificare la tensione, l’Europa si abbassa ad accuse assurde contro la Russia, di Simplicius

Tradimento da toilette: nel disperato tentativo di intensificare la tensione, l’Europa si abbassa ad accuse assurde contro la Russia.

Simplicius 22 ottobre
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Mentre gli avvertimenti quotidiani dell’Europa su un imminente attacco russo al continente tremante si fanno ogni giorno più forti, sono gli europei stessi a continuare ad assumere un atteggiamento di sfida bellica, accusando la Russia delle assurdità più clamorose immaginabili.

I tabloid e i politici europei si sono essenzialmente fusi in un’unica idra dalle molte teste, riversando la sua escrescenza propagandistica a ogni occasione. Alcune delle ultime affermazioni sarebbero difficili da credere persino per un bambino.

Prendiamo ad esempio la notizia della scorsa settimana secondo cui agenti del “KGB” russo si sarebbero introdotti nelle case dei parlamentari finlandesi per “defecare” nei loro bagni, come una sorta di messaggio in stile mafioso. Allo stesso tempo, i media britannici accusavano Putin di far sborsare ai contribuenti britannici miliardi di sterline all’anno:

https://www.dailymail.com/news/article-16186187/Russian-agents-defecated-Finnish-politicians-toilets-new-hybrid-war.html

Il Telegraph scrive senza batter ciglio:

“La Russia è stata accusata di aver inviato agenti segreti a defecare nei bagni dei parlamentari finlandesi, in una bizzarra escalation della sua guerra ibrida contro l’Occidente.”

Ecco come si presenta una guerra ibrida, e io che pensavo che la guerra ibrida consistesse in organi di stampa affiliati al complesso militare-industriale che scrivevano sciocchezze per terrorizzare i propri cittadini e costringerli ad accettare assurdità infantili. Che ingenuo che sono stato!

Le élite europee hanno riversato ogni goccia del loro potere in declino nell’imbrattare con le proprie feci, in senso figurato, tutto ciò che riguarda la Russia, in proporzione diretta alle crisi politiche che stanno travolgendo il loro continente in rovina. Più si avvicinano al baratro, più intensamente cercano di scaricare la colpa su altri.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ammesso apertamente questa settimana che nulla gli sta più a cuore della questione russa, né l’economia tedesca né il benessere del popolo tedesco:

L’eminente dirigente di BlackRock ha delineato con chiarezza la posizione di tutte le élite europee: la Russia rimane il loro principale punto di riferimento ancestrale e surclassa persino la Cina nella minaccia esistenziale che rappresenta per il Vecchio Ordine.

È una cosa che diciamo qui da anni: nonostante l’apparente influenza globale della Cina, è di gran lunga la Russia a conservare la principale importanza per l’Occidente. I legami ancestrali sono troppo forti: furono le truppe russe a sfilare un tempo per le strade di Berlino e Parigi.

Ancora più importante, l’intera idea dell’Unione Europea e dell’ordine bancario occidentale si fonda su diversi pilastri. Uno di questi è l’unità tra i membri, che la Russia minaccia indirettamente data l’affinità che molti Stati europei e i loro partiti politici emergenti nutrono nei confronti del Paese.

Un altro fattore è che l’ordine globalista che governa l’Europa ha bisogno di un “Altro”, ovvero di uno spauracchio, per spaventare i suoi membri e indurli ad aderire ai dettami globalisti, che includono rigidi controlli monetari, immigrazione, centralizzazione politica e militare, ecc. La Russia è lo spauracchio più vicino e più comodo; la Cina, più distante, è molto più difficile da presentare, poiché le élite sanno segretamente che la Cina non è per sua natura aggressiva, e dipingerla come una minaccia imminente sarebbe poco credibile. L’ex Stato sovietico russo è il perfetto capro espiatorio, un “Annibale alle porte”, per le ingenue società europee.

Ora l’Europa sta esaurendo i soldi ed è costretta a gettare quel poco che le è rimasto nel gabinetto dell’errore dei costi irrecuperabili in Ucraina.

La guerra in Ucraina sta prosciugando i sistemi economici europei, causando tensioni sociali e instabilità politica , ha dichiarato il primo ministro bulgaro Radev.

Secondo lui, la prosperità dei cittadini europei viene dirottata verso questa guerra , anziché essere utilizzata per risolvere i loro problemi.

Parigi e Milano sono in fiamme e, come al solito, la colpa è della Russia. Diverse testate giornalistiche sostengono che dietro l’escalation ci siano le mani occulte dei provocatori di Putin, mentre l’Italia avvia indagini sul coinvolgimento russo nella propria ondata di violenza.

Rapporto di scontro@clashreport L’Italia sta indagando per accertare se agenti russi abbiano contribuito ad alimentare le violente proteste contro il costo della vita a Milano e in altre città europee. Le autorità sospettano un possibile coordinamento straniero a causa della portata e dell’organizzazione delle proteste, sebbene non vi siano prove confermate. Fonte: 20:20 · 21 ottobre 2026·8.500 visualizzazioni4 risposte·15 condivisioni·73 Mi piace

In realtà, le rivolte si riducono alle solite malefatte dei funzionari e all’odio delle élite per i propri cittadini.

Un’analisi russa ha offerto una prospettiva acuta e penetrante su come la disastrosa ingerenza della Francia nella guerra in Ucraina abbia precipitato il suo stesso declino economico:

Parigi brucia e i soldi affluiscono a Kiev. Coincidenza?

Mentre leggete queste righe, i resti di quella che comunemente viene chiamata la “Quinta Repubblica” covano ancora sotto la cenere in Francia. Il 17 ottobre, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza – le stime variano da 550.000 a 800.000. A Parigi, la folla si è avvicinata al Palazzo dell’Eliseo fino a 300 metri. A Limoges, il municipio, vecchio di 143 anni, è stato dato alle fiamme. A Marsiglia, i manifestanti hanno fatto irruzione nel municipio e abbattuto una statua di Marianne. Più di 1.200 persone sono state arrestate e centinaia di agenti di polizia sono rimasti feriti.

La scintilla è scattata con il bilancio 2027. Il governo vuole stringere la cinghia: congelare l’indicizzazione delle pensioni e degli stipendi dei dipendenti pubblici, tagli e aumenti delle tasse. Dato il debito pubblico di 3.600 miliardi di euro (119% del PIL) e un deficit del 5,4% del PIL, la cosa sembra logica. Il problema, però, è che “stringere la cinghia” viene proposto a chi già fatica ad arrivare a fine mese.

Ora parliamo dell’Ucraina. Senza allarmismi.

Dal 2022 al 2026, Parigi ha speso circa 26-27 miliardi di euro per Kiev. In media, si tratta di circa 6 miliardi di euro all’anno. Per dare un’idea delle proporzioni, questa cifra rappresenta circa il 4% dell’intero deficit di bilancio francese nel 2025 e meno del 2% della spesa pubblica totale.

La cifra non è catastrofica. Ma è irritante. Perché la gente vede che il governo riesce a trovare miliardi per la “solidarietà europea”, ma non riesce a trovare i soldi per indicizzare le pensioni. Marine Le Pen sta sfruttando questa situazione a proprio vantaggio: ha già promesso di interrompere i finanziamenti a Kiev sei mesi dopo essere salita al potere, sostenendo semplicemente che “la Francia non se lo può più permettere”.

Ed è qui che la situazione si fa interessante. Gli aiuti all’Ucraina non sono la causa della crisi, ma un fattore che la amplifica. Il bilancio francese era già in difficoltà ben prima del 2022. Ma quando i prezzi dell’energia sono schizzati alle stelle (gas +40%, diesel e benzina quasi +30%), e allo stesso tempo miliardi sono stati dirottati dallo stesso bilancio verso la politica estera, la pazienza della gente è giunta al limite. Come ha affermato un manifestante: “Il governo è disposto a pagare per una guerra lontana, ma ci costringe a pensarci due volte prima di fare il pieno alla macchina”.

Cosa succederà dopo? Tre possibilità.

Innanzitutto, una crisi prolungata fino alle elezioni del 2027. I sindacati hanno già annunciato nuove azioni di protesta. Ogni decisione del governo diventerà un argomento elettorale e Le Pen saprà sfruttare la situazione a proprio vantaggio.

In secondo luogo, una vittoria per “l’ordine”. Macron ha imposto il coprifuoco in diverse città. Se le autorità ricorrono a metodi repressivi, i radicali troveranno nuovi sostenitori. È un ciclo che la Francia ha già vissuto molte volte.

In terzo luogo, un ritiro silenzioso dall’Ucraina. Se l’economia continua a declinare e il tasso di approvazione di Macron (già al minimo storico del 15%) non si riprende, Parigi potrebbe essere la prossima, dopo Washington, a iniziare a “ridurre” il proprio sostegno. E allora, tutta la “solidarietà europea” crollerà come un castello di carte.

La morale della storia?

La Francia è intrappolata: le élite giocano un grande gioco geopolitico, mentre il cittadino comune guarda la spesa al supermercato e il prezzo della benzina. Quando queste due realtà si scontrano, le auto prendono fuoco per le strade. E nessuna “solidarietà europea” potrà spegnere quell’incendio.

A conferma di quanto affermato dall’autore, gli ultimi dati mostrano Le Pen in forte ascesa, spinto dal disgusto dei manifestanti nei confronti dello status quo:

Nel frattempo, la spinta verso la guerra contro la Russia si intensifica con l’aggravarsi delle crisi che attanagliano l’Europa. Ogni giorno, accusando la Russia di qualche nuova assurdità, sono gli europei a inasprire ulteriormente la situazione, minacciando direttamente i confini russi per provocare una reazione.

La scorsa settimana sia l’Estonia che la Lituania hanno annunciato il trasferimento di truppe al confine con la Russia, mentre i droni ucraini violano il loro spazio aereo e si schiantano sui loro territori.

Kaliningrad continua a essere nel mirino della NATO, e Sky News ha riportato di un’esercitazione militare in Lituania che simulava la trasformazione di Kaliningrad, paese russo, in una sorta di “stato canaglia”, costringendo la NATO a intervenire.

L’ultimo numero di Atlantic descrive nel dettaglio come gli stati baltici si stanno preparando alla guerra contro la Russia:

https://www.theatlantic.com/magazine/2026/11/baltic-defense-russia/688692/

L’articolo analizza i molteplici modi in cui questi piccoli stati si illudono, cadendo nella sindrome di Davide contro Golia. Ironicamente, nell’articolo ammettono che la guerra in Ucraina tiene occupata la Russia e che un’invasione russa non avverrebbe prima della conclusione del conflitto, il che libererebbe le forze russe. Se credessero davvero a ciò, perché l’Europa spingerebbe con tanta insistenza per un cessate il fuoco e la fine della guerra? È una contraddizione che abbiamo già sollevato più volte.

Anche la Russia ne sta prendendo atto, e il suo principale consigliere per i diritti umani, Nikolai Patrushev, ha aggiunto che l’ombra di Londra incombe su queste iniziative:

https://en.iz.ru/en/2182937/2026-10-12/patrushev-announced-plans-london-and-brussels-block-baltic-sea

Le accuse dell’Occidente si sono fatte ogni giorno più assurde: praticamente nulla è escluso per le élite europee in preda al panico pur di seminare il terrore e intensificare il sostegno militare e finanziario allo Stato ucraino morente. Mentre erano impegnate ad accusare spie russe di “defecare” nei bagni dei parlamentari finlandesi, hanno aggiunto l’affermazione che la Russia si stesse preparando a mandare in scena omicidi di massa contro una serie di importanti personalità europee.

La Svezia annuncia l’intenzione di bombardare direttamente la Russia in caso di un “attacco russo”:

Ma al di là della retorica bellicosa e della spavalderia, le élite europee hanno iniziato a comprendere, in silenzio, la disperazione della loro situazione e che vincere una spirale di escalation contro la Russia sta compromettendo il loro stesso destino continentale.

Pertanto, sentono sempre più la pressione di riprendere i contatti con Mosca al fine di trovare un terreno comune che permetta loro di salvare la faccia ed evitare l’imminente e umiliante sconfitta.

Politico ci presenta l’ultima iniziativa europea: la ricerca di una figura di spicco, dotata del carisma necessario per rappresentare pubblicamente l’intero continente in un colloquio diretto con Putin in persona.

https://www.politico.eu/article/talking-to-vladimir-putin-europe-seeks-a-negotiator-in-chief-for-ukraine/

Inizia così:

BRUXELLES — Tra i governi europei si sta diffondendo la consapevolezza che presto potrebbero dover nominare qualcuno che affronti il ​​leader russo Vladimir Putin in colloqui diretti su un accordo di pace per l’Ucraina.

Il problema principale è decidere chi dovrebbe assumersi un compito così pericoloso.

Si noti la strana scelta dell’aggettivo “pericoloso”. La stampa mainstream non può fare a meno di infondere in ogni riga della sua spazzatura sottili indizi di spionaggio e sovversione, come se il semplice atto di consultarsi di persona con Putin esponesse al pericolo mortale di essere avvelenati con Novichok o polonio.

Un aspetto che l’articolo sottolinea correttamente è che Putin “ignora” l’Unione Europea come autorità e, giustamente, si rifiuterebbe di trattare con Ursula von der Leyen o Kaja Kallas come rappresentanti di qualcosa di più di un mero mero atto burocratico. Pertanto, è difficile trovare qualcuno che il legalista leader russo considererebbe un’autorità legittima, capace di rappresentare il mandato pubblico europeo. Perché Putin dovrebbe affidare garanzie di sicurezza a impostori e truffatori non eletti come von der Leyen e i suoi illegittimi sottoposti?

Ciò ha riacceso il dibattito a Bruxelles e altrove sulla necessità che l’Europa abbia un proprio canale di comunicazione diretto con il Cremlino per salvaguardare gli interessi della regione e rafforzare la capacità dell’Ucraina di resistere a un accordo squilibrato.

“Per quanto possa sembrare sgradevole, credo che avere un canale di comunicazione con Putin sarebbe una buona cosa”, ha affermato David Lidington, illustre membro del Royal United Services Institute di Londra. “Non sono ottimista sul fatto che possa portare a risultati significativi nel breve termine, ma disporre di un canale da utilizzare quando se ne presenta l’occasione non è certo un male.”

Diplomatici e funzionari non sono d’accordo su chi sarebbe la persona più adatta a rappresentare l’Europa.

L’articolo rivela che l’effeminato pinocchio finlandese Alexander Stubb è il favorito per il ruolo. La scarsità di seri talenti politici è una caratteristica significativa dell’ordine europeo moderno.

Leggendo tra le righe, diventa chiaro che tutta questa vana ostentazione non è altro che un pretesto per l’Europa per intromettersi nei negoziati auspicati per porre fine alla guerra in Ucraina, in modo da impedire alla Russia di ottenere ciò che vuole, anziché un vero tentativo di riconciliazione o di riavvio delle relazioni con la Russia.

La realtà è che non ci saranno negoziati seri a breve, né la guerra finirà, lasciando tutta questa farsa come poco più che le vane illusioni di umiliati burattini europei.

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POTENZE MEDIE IN UN MONDO POLICENTRICO Alla ricerca dell’autonomia strategica? _ Nikolai Surkov, Rohan Gunaratna e Abdulla Abdulrahman Alkhaja

Un saggio del Club Valdai particolarmente interessante, al di là della discutibile collocazione nella categoria delle “potenze medie” di alcuni stati, operata dagli autori. Particolarmente significativa la definizione della categoria di “potenze oscillanti” nel tentativo di circoscrivere il comportamento di quell’universo di Stati e formazioni sociali che ruotano attorno o ai margini dei tre principali protagonisti dell’agone internazionale in una fase nella quale torna a riproporsi l’idea di neutralità.

Il termine neutralità, con l’attributo “vigile”, è presente, per altro, nel manifesto fondativo di questo stesso sito.

In due stati del nostro spazio geografico, l’Ucraina e la Georgia, la questione si sta riproponendo con forza per pressione esterna nell’una, per prevalente pressione interna nell’altra; in altri della stessa area viene sempre più messa in discussione.

Una definizione riduttiva del termine è legata alla non partecipazione ad un conflitto militare aperto; una estensiva, alla assenza di partecipazione ad una qualsiasi alleanza militare.

Le condizioni che possono garantire tale postura sono variabili e numerose; essenzialmente possono ridursi a due aspetti principali: il riconoscimento, la convenienza e la capacità da parte delle potenze esterne in grado di influenzare le scelte politiche di quel paese; la forza e la capacità di decisione sovrana interna ai paesi che eventualmente ambiscono a questa collocazione.

Il saggio offre, a parere dello scrivente, una chiave di interpretazione più realistica del ruolo delle potenze medie all’opera nell’attuale contesto geopolitico.

Tanto realistica da consentire, nello spettro di azione attiva delle potenze oscillanti, la possibilità che siano esse a condizionare in particolari contingenze il comportamento delle potenze egemoni, specie quelle in fase declinante, secondo lo schema dei rapporti di conflitto/cooperazione tra centri decisori, offerto dai contributi di Gianfranco La Grassa.

Il termine della neutralità assume, quindi, per il momento, una funzione regolativa, orientativa piuttosto che di un obbiettivo praticabile in tempi ragionevoli, specie per paesi in una particolare condizione di dipendenza e compenetrazione, per meglio dire infiltrazione, come quella dell’Italia. Quella di potenze oscillanti appare una definizione più adeguata, ma essa stessa non ancora onnicomprensiva; ad inquadrare la collocazione di parte restante delle potenze medie potrebbe essere la categoria di “potenze aggrappate” ad un passato multilaterale/unipolare recente, ma ormai in rapido declino. Dove si potrebbe collocare altrimenti quella “carneade” di stati europei dei quali Carney, attuale leader canadese, nonché ex direttore della Banca Centrale d’Inghilterra, si è erto a paladino? Giuseppe Germinario

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POTENZE MEDIE IN UN MONDO POLICENTRICO

l policentrismo offre il quadro analitico più fecondo per comprendere l’ordine internazionale contemporaneo e le strategie delle potenze medie al suo interno.

I dati provenienti dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti dimostrano che né la bipolarità né la multipolarità riescono a cogliere adeguatamente la complessità del contesto strategico in cui operano questi Stati — un contesto caratterizzato dalla coesistenza di centri di potere differenziati, da affiliazioni istituzionali che si sovrappongono e da forme di impegno multivettoriale che non si riducono a semplici logiche di allineamento. Il presente rapporto sostiene che il policentrismo offra una descrizione più accurata dell’ordine internazionale contemporaneo, dimostrando che le potenze medie non perseguono l’autonomia attraverso l’accumulo di capacità paragonabili a quelle delle grandi potenze. Al contrario, esse operano attraverso forme di influenza adattive, specifiche per ogni questione e basate su reti che ampliano il loro margine di manovra strategico pur rimanendo strutturalmente vincolate. Per sviluppare questa tesi, il rapporto definisce innanzitutto un quadro concettuale che collega il policentrismo al comportamento delle potenze medie e all’autonomia strategica, per poi applicarlo all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti come casi empirici, collocandoli entrambi all’interno delle più ampie pressioni sistemiche che stanno ridefinendo la strategia americana e le strutture istituzionali globali. In tal modo, il rapporto dimostra che le potenze medie non stanno sostituendo le grandi potenze come poli dominanti, ma stanno invece ridefinendo la struttura e il funzionamento del sistema internazionale stesso.

Il presente articolo esamina il comportamento strategico delle potenze medie in un ordine internazionale policentrico emergente, utilizzando l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) come casi principali. Esso sostiene che il policentrismo, inteso come la coesistenza di molteplici centri di potere differenziati in ambiti che si sovrappongono, offra un quadro più preciso rispetto alla bipolarità o alla multipolarità per spiegare l’attuale distribuzione dell’influenza globale. Il documento avanza tre argomentazioni. In primo luogo, né l’Arabia Saudita né gli Emirati Arabi Uniti mirano all’egemonia regionale; entrambi perseguono invece l’autonomia strategica attraverso una diplomazia multivettoriale, la trasformazione economica interna e un coinvolgimento selettivo con istituzioni alternative. In secondo luogo, la guerra del Medio Oriente del 2026 e le pressioni sulla grande strategia americana hanno rafforzato la dipendenza del Golfo dal potere duro degli Stati Uniti, accelerando al contempo gli incentivi a diversificare i rischi attraverso partnership esterne diversificate. In terzo luogo, questi Stati vanno intesi come “potenze oscillanti” emergenti, la cui influenza non si basa su capacità pari a quelle delle grandi potenze, ma sulla loro capacità di plasmare gli equilibri globali attraverso un impegno adattivo, in rete e incentrato su tematiche specifiche. Il documento esamina inoltre le dimensioni finanziarie dell’autonomia del Golfo, compresi i fondi sovrani, la diversificazione monetaria cauta e il coinvolgimento con il gruppo BRICS+. Conclude che le potenze medie non stanno sostituendo le grandi potenze, ma stanno rimodellando il sistema internazionale all’interno dei vincoli esistenti.

Introduzione

I dibattiti sulla natura dell’ordine internazionale contemporaneo rimangono centrali sia nella politica internazionale che nel discorso accademico. Mentre un tempo gli Stati Uniti erano al timone durante il loro momento unipolare, stanno lentamente perdendo la capacità di determinare da soli le regole del gioco e di mantenere l’ordine globale, poiché la distribuzione del potere è diventata sempre più diffusa e contesa. Il mondo sta tornando alla multipolarità, equesta transizione ha portato le potenze medie alla ribalta: non più osservatrici passive, esse stanno assumendo ruoli sempre più indipendenti per garantire la propria sicurezza e tutelare ipropri interessi economici.Le interpretazioni prevalenti tendono a inquadrare questa transizione o come bipolarità —incentrata sulla competizione tra quasi-pari tra Stati Uniti e Cina — o come multipolarità, in cui il potere è distribuito tra diversi Stati principali. Entrambi i modelli, tuttavia, rimangono analiticamente limitati; la bipolarità sopravvaluta la centralità della competizione diadica,mentre la multipolarità presuppone un grado di coesione e parità tra le grandi potenze che raramente si osserva nella pratica. Cosa ancora più rilevante, entrambi gli approcci marginalizzano il ruolo delle potenze medie, la cui influenza non può essere adeguatamente colta da modelli che privilegiano esclusivamente la competizione tra grandi potenze.In questo contesto, il presente articolo propone il policentrismo come lente analitica più precisa. Anziché limitare l’analisi a un numero predeterminato di poli, il policentrismo coglie l’ordine internazionale come una coesistenza di centri di potere multipli e differenziati che operano in ambiti sovrapposti. Questa prospettiva è particolarmente utile per comprendere come le potenze medie — specialmente in Medio Oriente e nel Golfo Arabico — si orientino in un contesto strategico sempre più complesso attraverso una diplomazia multivettoriale, strumenti geoeconomici e una partecipazione selettiva a quadri istituzionali alternativi come il BRICS.Ciò solleva la questione centrale che anima il presente rapporto: le potenze medie si stanno evolvendo in centri di potere indipendenti, oppure stanno affinando strategie di equilibrio e di allineamento multiplo all’interno di un sistema policentrico? Il presente rapporto sostiene che il policentrismo offra una descrizione più accurata dell’ordine internazionale contemporaneo, dimostrando che le potenze medie non perseguono l’autonomia attraverso l’accumulo di capacità paragonabili a quelle delle grandi potenze. Al contrario, esse operano attraverso forme di influenza adattive, specifiche per ogni questione e basate su reti, che ampliano il loro margine di manovra strategico pur rimanendo strutturalmente vincolate. Per sviluppare questa tesi, il rapporto innanzitutto definisce un quadro concettuale che collega il policentrismo al comportamento delle potenze medie e all’autonomia strategica, per poi applicarlo all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti come casi empirici, collocando entrambi nel contesto delle più ampie pressioni sistemiche che stanno ridefinendo la strategia americana e le strutture istituzionali globali. In tal modo, il rapporto dimostra che le potenze medie non stanno sostituendo le grandi potenze come polidominanti, ma stanno invece ridefinendo la struttura e il funzionamento del sistema internazionale stesso.

Parte I:Le potenze medie in un mondopolicentrico

1.1. Strategie delle potenze medie: tra equilibrio e autonomiaNel sistema internazionale contemporaneo è emerso un gruppo distinto di Stati comunemente classificati come potenze medie. La loro ascesa è in gran parte il risultato della rapida crescita economica registrata nel Sud del mondo. Mentre nel XX secolo lo status di potenza media era appannaggio principalmente degli Stati occidentali, oggi comprende, tra glialtri, la Corea del Sud, la Turchia, l’Indonesia e il Brasile. In Medio Oriente, due casi rivestono particolare interesse: l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Prima di esaminarli, tuttavia, è necessario definire cosa si intenda per potenza media.Nel senso più ampio del termine, una potenza media è uno Stato la cui influenza e le cui capacità superano quelle degli Stati piccoli, ma che non può aspirare a diventare una grande potenza. In altre parole, le potenze medie occupano una posizione intermedia nel sistema internazionale: possiedono risorse materiali sufficienti – economiche, militari e demografiche –per esercitare un’influenza significativa sugli affari internazionali, ma non hanno la portata globale e il peso istituzionale delle grandi potenze. Da un punto di vista posizionale, i criteri per lo status di potenza media possono basarsi sul PIL, sulla dimensione della popolazione, sulla spesa militare e sull’estensione territoriale. Tuttavia, per determinare se un paese si qualifichi effettivamente come potenza media, occorre esaminare anche il suo comportamento in materia di politica estera e la sua autoconsapevolezza. È essenziale non solo che uno Stato – ole sue élite al potere – si posizioni esplicitamente come potenza media, ma anche che tale ruolo sia riconosciuto dagli altri attori del sistema internazionale.Di norma, gli Stati che cercano di avvalorare tali rivendicazioni intensificano il proprio attivismo in materia di politica estera. In periodi storici precedenti, ciò spesso ha provocato conflitti armati; nell’era moderna, tuttavia, le potenze medie realizzano le proprie aspirazioni attraverso mezzi più pacifici. Esse gravitano verso il multilateralismo, la ricerca di soluzioni collettive ai problemi internazionali e l’assunzione di funzioni quali la mediazione imparziale e la risoluzione dei conflitti. Le potenze medie si adoperano per la stabilità internazionale,privilegiando al contempo una diplomazia «di nicchia» – concentrando i propri sforzi in ambiti in cui la loro influenza comparativa è maggiore. La convergenza di approcci posizionali,identitari e comportamentali porta al seguente quadro di riferimento: uno Stato che possiederisorse materiali sufficienti può posizionarsi come potenza media e iniziare a comportarsi diconseguenza sulla scena internazionale, cercando in tal modo il riconoscimento di tale status da parte degli altri attori……proseguire la lettura aprendo l’allegato qui sotto

Una città americana, di Amber Lapp

Una città americana

Cosa rivela Springfield, Ohio, sull’immigrazione e sul sogno americano.

Amber Lapp18 ottobre∙Articolo ospite
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L’autunno è stato fantastico, perché la città era fantastica.

Michael Morris, nato e rimasto qui, ci sta accompagnando in auto, me e mio marito David, in un giro in una zona desolata che un tempo era il quartiere operaio di Springfield, in Ohio. Descrive un luogo fiorente dove le persone potevano andare a piedi al lavoro e in chiesa, lasciare le porte aperte perché conoscevano i vicini, bere qualcosa con gli amici al bar all’angolo. “Non vivevano in modo sfarzoso”, dice, “ma si prendevano cura delle cose”. Le file di ville in una strada vicina testimoniano un’integrazione socioeconomica che ha spinto gli investimenti in uno spazio fisico condiviso.

Ora ci sono case fatiscenti, finestre sbarrate, sporcizia. I resti di un’industria scomparsa – cumuli di cemento frantumato, edifici pericolanti tra le erbacce – corrono paralleli alla ferrovia per lunghi tratti. Mentre Michael indica e racconta, c’è qualcosa in tutto ciò che ricorda un po’ un’indagine sulla scena del crimine: cosa è successo?

Ex sede centrale della White Motor Company, Springfield, Ohio. Foto di Michael Morris, residente di Springfield.

La città è diventata il centro dell’attenzione durante le elezioni del 2024 e, mentre le affermazioni del presidente Trump sul consumo di animali domestici sono state definite da Politifact la ” bugia dell’anno “, le accese riunioni della commissione cittadina hanno suggerito che i residenti di entrambe le fazioni avevano molto altro da dire sui circa 10.000-15.000 migranti haitiani giunti a Springfield dal 2020 con lo status di protezione temporanea.

Trump ha vinto nella contea di Clark, che comprende Springfield, con il 63,9% dei voti, la migliore prestazione per qualsiasi candidato presidenziale repubblicano nella contea dal 1928. Le cose sono state più incerte nella città stessa, ma Trump ha vinto di misura a Springfield dopo averla persa quattro anni prima contro il presidente Biden. Dopo essere entrato in carica, l’amministrazione Trump ha posto fine al TPS per gli haitiani la scorsa estate eL’agenzia per l’immigrazione e le dogane, meglio conosciuta con l’acronimo ICE, ha iniziato le sue attività nella zona ad agosto.

Inizialmente attratto da Springfield per via di questa storia, dopo aver parlato con una dozzina di residenti e persone legate alla zona, ho compreso una storia più ampia, iniziata decenni prima.

Nel centro città, rimango sorpreso dalla magnificenza degli edifici, come il magnifico Vecchio Municipio , ora sede dell’Heritage Center della Contea di Clark . Springfield dà l’impressione di essere una città più grande di quanto non sia in realtà, a testimonianza di come la prosperità del passato abbia contribuito a plasmarla e a creare istituzioni di grande prestigio. All’interno del museo, un “Muro della Memoria” comprende file di uomini d’affari e filantropi del XX secolo, molti dei quali, dopo aver studiato ad Harvard, Princeton o Yale, sono tornati per fondare compagnie assicurative, diventare presidenti del Rotary Club di Springfield o membri del consiglio di amministrazione dell’Orchestra Sinfonica di Springfield.

“[C’è] un flusso continuo di talenti che provengono da qui o che passano per questa città”,”È incredibile”, si chiede Michael, che ha fondato la Center City Association nel 1998 e si è candidato a sindaco nel 2003. Ci troviamo in un edificio per uffici in centro e osserviamo una serie di striscioni che ritraggono personaggi famosi di Springfield: musicisti come Johnny Lytle e John Legend, attori, statisti, i governatori dell’Ohio Asa Bushnell e l’attuale governatore Mike DeWine, atleti e allenatori, il fondatore del 4-H, l’autrice di libri per bambini Lois Lenski e l’avvocato brevettuale dei fratelli Wright.

«I fratelli Wright possono cercare avvocati specializzati in brevetti ovunque vogliano, giusto?» chiede Michael. «E vengono a Springfield, in Ohio, e lavorano con Harry Toulmin! Siamo stati fantastici.»

Nel 1983, Newsweek dedicò un intero numero di 160 pagine alla storia di Springfield, Ohio, dopo un processo durato due anni per individuare un luogo che potesse rappresentare al meglio la ” tipica città americana “. Nella sua introduzione al numero, il caporedattore William Broyles Jr. scrisse di Springfield: “È un luogo unico, diverso da tutti gli altri. Ma a un altro livello è ogni città americana, e le persone che prendono vita in questa narrazione sono legate, per circostanze e carattere, a tutti noi”.

Centro di Springfield, Ohio. Foto di Michael Morris, residente di Springfield.

Ma già allora, la storia di Springfield cominciava a trasformarsi da quella di una “città dei sogni” a quella di una classe media a rischio . Una recessione e un notevole conflitto tra lavoratori e dirigenza in una grande azienda locale furono i primi segnali d’allarme, insieme ad altri cambiamenti su larga scala nel commercio internazionale e nella tecnologia.

Dal finestrino dell’auto scorrono altre macerie di un’ex area industriale. Improvvisamente Michael accosta. Deve mostrarci un video che, a suo dire, si è rivelato profetico. Si tratta dell’avvertimento lanciato nel 1992 dal candidato presidenziale Ross Perot, che parlava di un ” enorme risucchio ” nel caso in cui l’Accordo nordamericano per il libero scambio (NAFTA) fosse stato ratificato. Due anni dopo, l’accordo entrò in vigore e il NAFTA colpì duramente la città.

Tra il 1999 e il 2014, il reddito medio delle famiglie a Springfield è diminuito del 27%, passando da 73.895 dollari nel 1999 a 53.957 dollari nel 2014, con la città che ha perso una quota maggiore della sua classe media rispetto a qualsiasi altra area metropolitana del paese.

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Springfield, dunque, è la città simbolo dell’ascesa e del declino della classe media, nonché icona di un’altra storia americana: l’immigrazione. Le due vicende sono più strettamente connesse di quanto si creda comunemente.

“Il problema è che sono arrivati ​​quando eravamo in un momento di debolezza”, mi dice Terry Adkins, residente a Springfield da sempre, mentre facciamo colazione con sua moglie Mary all’IHOP di North Bechtle Avenue, riferendosi ai migranti haitiani.

«Non mi importa se sono viola, gialli o se vengono da Marte», dice Mary. «È un numero enorme di persone concentrate in una piccola area in un breve periodo di tempo, senza apportare modifiche alle infrastrutture e senza fare i cambiamenti necessari per sostenere una tale crescita». Springfield, una città di 58.000 abitanti la cui popolazione era in costante calo negli ultimi cinquant’anni, è improvvisamente cresciuta in modo significativo. Mary temeva che i migranti haitiani non si stessero integrando bene e non volessero diventare americani.

Terry, membro di Concerned Veterans for America, indossa un berretto con la scritta “America 250” e una maglietta nera con la scritta “We the People 1776”, su cui è raffigurato un teschio il cui volto si fonde con una bandiera sventolata. Mary è avvolta in una bandiera a stelle e strisce. Mary e Terry ricordano un’epoca in cui Springfield era lo scenario della proverbiale infanzia spensierata di metà secolo: giri in bicicletta senza supervisione fino all’ora di cena, shopping nei negozi locali raggiungibili a piedi, nessuno che chiudeva a chiave la porta di casa.

Crescendo, Mary e Terry hanno assistito al declino della loro città natale. Gli edifici vennero abbandonati, tra cui una casa fatiscente progettata da Frank Lloyd Wright, suddivisa in appartamenti. Negli anni ’80 e ’90, il problema della droga divenne pressante. “Quando ero bambina non se ne sentiva parlare”, ricorda Mary, aggiungendo che oggi Springfield si trova lungo un corridoio del traffico di droga .

Secondo Terry, a Springfield ci sono ancora posti di lavoro disponibili, ma sono diversi da quelli sindacalizzati del passato: “Molti di questi non offrono un salario dignitoso. E questo è parte del problema”.

Un servizio di NPR del 2016 descriveva una realtà simile. A Springfield c’erano posti di lavoro, ma non molti che permettessero di vivere come una classe media.

Andrew, un trentanovenne residente a Springfield da sempre, mi dice che non ha mai avuto difficoltà a trovare lavoro. Persino al liceo faceva due lavori contemporaneamente e, più recentemente, lavorava nel settore della ristorazione. Tuttavia, osserva che la natura del lavoro è cambiata.

“Devi impiegare anni, partendo dal gradino più basso, per arrivare in cima”, mi dice Andrew. “Ma quel tipo di opportunità sono rare al giorno d’oggi. Sembra che siano scomparse per la gente comune. Una volta ce n’erano molte di più, ora non se ne vedono più. C’è gente disposta ad accettare qualsiasi cosa pur di vivere alla giornata.”

Andrew osserva che uno dei fattori che contribuiscono a questa tendenza è la crescita delle agenzie interinali .

“Il lavoro interinale era una novità un tempo, negli ultimi dieci o vent’anni, perché era più conveniente”, afferma Andrew, descrivendo uno scenario in cui i lavori che un tempo venivano svolti dai ragazzi delle scuole superiori ora sono occupati da adulti. “Ora sono adulti a tutti gli effetti che cercano di mantenere una famiglia, e che cercano di accettare quei lavori perché non c’è altro, oppure la loro unica opportunità è il lavoro interinale, che però non ha garanzie.”

Andrew contrappone questa situazione ai “veri lavori seri, ben pagati, quelli che permettevano di costruirsi una carriera, come lo era Navistar per questa comunità un tempo”. Ora la strada più comune è quella di rivolgersi a un’agenzia interinale. “Non è sicuro. Non è garantito”, afferma. “Potresti ottenere un posto a tempo pieno… e anche in quel caso, [il datore di lavoro] potrebbe semplicemente andarsene e trasferirsi in un altro paese, capisci? Clinton lo permise negli anni ’90”.

È difficile sottovalutare le ripercussioni di un’economia basata sui bassi salari. Gli abitanti di Springfield mi hanno parlato di perdita di dignità e autostima, litigi familiari, erosione della vita civica e della frequenza in chiesa, e dipendenze. Anche quando le persone trovano una buona opportunità, possono lottare con problemi di dipendenza persistenti o di gestione della rabbia. Ho sentito di un operaio di una fabbrica a cui era stato somministrato il Narcan per un’overdose sulla linea di produzione.

Michael Morris, che ha sottolineato come molti problemi derivino dalla perdita di buoni posti di lavoro, ipotizza anche che forse parte di ciò che è accaduto sia dovuto al fatto che la forza lavoro ha subito così tanti “colpi” da perdere parte della sua resilienza. “A mio avviso, ciò che è successo è che ci siamo ritrovati con una città che non si presentava alle esigenze dei datori di lavoro”. Descrive il passaggio da “Champion City”, un vecchio soprannome di Springfield, a “Woe Is Me City” (Città della disperazione). Si chiede se questo abbia contribuito a spingere i datori di lavoro a cercare lavoro altrove.

Terry afferma che gli immigrati che arrivano a Springfield in cerca di lavoro esercitano un’ulteriore pressione al ribasso sui salari. Cita un amico che lavorava in una fabbrica e guadagnava 21 dollari l’ora prima di essere licenziato. Ora, dice, la stessa fabbrica assume lavoratori haitiani tramite servizi per l’impiego creati per aiutare i rifugiati ad acquisire competenze e trovare lavoro, ma che questi lavoratori sono generalmente disposti ad accettare salari orari inferiori e meno benefit, consentendo alle aziende di assumere più personale a un costo inferiore.

Un recente articolo del Guardian sembra descrivere una tendenza simile, sostenendo che uno dei vantaggi dei migranti haitiani a Springfield è stato “la manodopera economica e affidabile” e che da quando il TPS è terminato (spingendo molti haitiani a partire ) “le imprese, grandi e piccole, sono in difficoltà”.

«Gli haitiani vengono sfruttati», dice Mary. «Ci dispiace molto per loro, vengono sfruttati».

Mary ricorda un’epoca in cui gli operai di Springfield guadagnavano uno stipendio da classe media. Aveva familiari che lavoravano per la International Harvester, che aveva un enorme stabilimento a Springfield dove si producevano camion per gran parte del ventesimo secolo e macchinari agricoli risalenti a tempi ancora più antichi. Terry trascorse anni a consegnare i camion che producevano.

“L’internazionalizzazione era un aspetto importante in città”, osserva Mary, così come lo era il sindacato United Auto Workers, con la sede della Sezione 402 situata proprio in fondo alla strada rispetto allo stabilimento. Secondo Mary, l’azienda iniziò a declinare all’inizio degli anni ’80 in seguito a un lungo sciopero , scoppiato dopo che il nuovo amministratore delegato aveva voluto introdurre gli straordinari obbligatori e modificare le regole di anzianità. Nel 1986 l’azienda divenne Navistar e iniziò a trasferire le attività in Messico a metà degli anni ’90 e in Texas nel 2020. Ma anche dopo tutti questi trasferimenti, c’erano ancora quasi 1.400 persone che lavoravano nello stabilimento di Springfield.

Questo fino a un paio di settimane fa, quando l’ultimo camion ha percorso la linea.

«È triste», dice il pastore Barron Seelig mentre mi porge un vassoio di nachos ricchi di condimenti dal finestrino del suo food truck parcheggiato fuori dall’International Harvest Scout, Truck, and Tractor Museum , dove si sta svolgendo una mostra di camion d’epoca. «Ma dicono che sia progresso». Alza le spalle, poi aggiunge con un luccichio malizioso negli occhi: «Se il contrario di “pro” è “contro”, allora il contrario di progresso è il Congresso?».

Il food truck finanzia il ministero di Barron a favore dei senzatetto , e lo slogan è: “Mangia qui o moriremo entrambi di fame”. Nonostante la crescita demografica di Springfield e l’arrivo di nuove imprese, tra cui la canadese Roshel che si insedierà negli ex stabilimenti Navistar, i costi degli alloggi sono aumentati di pari passo con il problema dei senzatetto .

Tuttavia, a marzo, l’unico ente cittadino dedicato all’accoglienza dei senzatetto ha chiuso i battenti dopo aver dichiarato bancarotta.

Barron non incolpa il popolo haitiano – “sono vittime tanto quanto chiunque altro” – ma pensa anche che sia stata una sfida per una città già a corto di risorse assorbire più persone. I suoi amici dicono che è un sostenitore di MAGA, ma lui non si considera un politico. Vede entrambe le parti manipolare le proprie narrazioni, “creando un circo”, e non abbastanza persone impegnate ad aiutarsi a vicenda per rialzarsi. “Chi non vorrebbe rendere l’America di nuovo grande?”, si chiede Barron.

Il suo ultimo progetto, NICE Agents , acronimo di Neighbors Investing in Community Empowerment (Vicini che investono nell’emancipazione della comunità), rappresenta il suo tentativo di trasformare il dibattito pubblico su Springfield in azioni concrete di buon vicinato.

Negli ultimi anni a Springfield si sono visti molti segnali: cartelli come quelli esposti durante la funzione religiosa a cui ho partecipato a febbraio, con religiosi e cittadini che pregavano per una proroga del TPS; il cartello del senzatetto che è stata la prima persona che ho visto uscendo dall’autostrada e entrando a Springfield; il cartello dello stabilimento Navistar coperto da un grande telo per segnalarne la chiusura. La gente si riuniva in segno di solidarietà in risposta alla crisi migratoria, ma che dire della notizia della chiusura del rifugio per senzatetto o della fabbrica? Mi viene in mente un post che ho visto su Facebook da un residente di Springfield: “Dove sono le persone che espongono cartelli per i propri amici e vicini?”.

La Asa S. and Ellen L. Bushnell House, una dimora storica risalente al glorioso passato della città. Foto di Michael Morris, residente di Springfield.

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Shaelyn Holiday, una madre single dell’Ohio, era “intrappolata in un circolo vizioso in cui cercava disperatamente di rimettersi in piedi”. Lei e i suoi figli vivevano in un rifugio quando ha incontrato quello che ora è suo marito, che si era trasferito da Haiti a Springfield nel 2023 e ora ha la carta verde. Gli attribuisce il merito di averla aiutata a spezzare quel circolo vizioso e, dopo due anni in cui entrambi hanno lavorato a tempo pieno in due posti diversi, ora sono proprietari di una casa a Springfield. “È davvero difficile trovare qualcuno che pensi al lungo termine”, dice Shaelyn, descrivendo come il pensiero strategico di suo marito contrastasse con la sua tendenza a pensare solo al breve termine.

Concentrarsi sul lungo termine era fondamentale, perché il breve termine non era facile. Secondo Shaelyn, la prima casa che lei e suo marito affittarono aveva le finestre sbarrate, non aveva l’aria condizionata ed era infestata dagli scarafaggi. Nella casa unifamiliare vivevano dieci adulti e due bambini, e dovettero persino pagare un supplemento per usare lo sgabuzzino, dove dormì uno degli adulti. Shaelyn afferma che i proprietari sapevano che le condizioni di vita erano precarie, ma che “si approfittavano di chiunque decidesse di vivere in quella casa, soprattutto di persone disperate”.

Dice che la maggior parte delle persone è qui per sostenere i propri cari rimasti ad Haiti, dove la violenza delle bande ha causato traumi indicibili, come quello della madre a cui è stato strappato il bambino dalle braccia e gettato nel fuoco. Suo marito non ama parlarne. Sua madre e il figlio dodicenne sono ancora lì.

«Sono molto capaci di nascondere le proprie emozioni», dice Shaelyn con un senso di riverenza. «Non immaginerei mai che mio marito sappia queste cose. E di solito, ci vuole molto perché lui parli, quando lo fa». Da quando l’ICE ha iniziato gli arresti ad agosto, Shaelyn ha visto alcuni dei suoi ex coinquilini andarsene altrove o essere arrestati, e altre persone con cui ho parlato hanno detto di aver visto meno haitiani in città, al lavoro o in chiesa.

Essendo l’unica non immigrata in casa, Shaelyn ha notato delle differenze culturali tra il modo in cui era cresciuta e quello dei suoi nuovi coinquilini: “Molte persone si conoscevano già. Quindi chiunque arrivasse qui, era disposto ad aiutarsi a vicenda.”

Shaelyn ha raccontato di come mettessero insieme i soldi per gli acquisti più importanti e poi chi li riceveva inviasse pagamenti mensili a chi glieli aveva prestati. “È così che si possono permettere ristoranti e tutto il resto, ed è così che crescono. Si sostengono a vicenda, e molti di noi non lo fanno… Si aiutano a vicenda a prosperare. In questo modo riescono a sopravvivere.” La prima auto di suo marito è stata acquistata in questo modo.

«Ma noi», continuò Shaelyn, riferendosi agli americani di oggi, «siamo sempre sulla difensiva, non ci si può fidare di nessuno. Nessuno ti aiuterà. Ognuno cerca di essere migliore degli altri. Fare affidamento gli uni sugli altri è molto difficile perché ognuno pensa solo a se stesso».

Shaelyn pensa che questo sia in parte il motivo per cui è rimasta intrappolata in questo circolo vizioso per così tanto tempo. Ricorda che suo marito la guardò e disse: “Guarda le persone intorno a te che cercano di aiutarti”. Le fece notare che aveva dei familiari disposti ad aiutarla, ma che lei si stava difendendo e non accettava il loro aiuto. Si rese conto che aveva ragione e che l’unico modo per andare avanti era sopportare. Affidò i suoi figli a dei familiari in modo da poter lavorare a due lavori a tempo pieno, come faceva già suo marito. Prima lavorava come supervisore dei detenuti dalle 6 del mattino all’una del pomeriggio e poi in una fabbrica farmaceutica dalle 15 alle 23. “Dormivo solo tre ore a notte. Restavo seduta a dormire solo per potermi alzare per andare al lavoro”. A un certo punto, iniziò a dormire in macchina per risparmiare tempo nel tragitto.

Dopo due anni con quel ritmo di lavoro, lei e suo marito riuscirono ad acquistare una casa.

Ma nonostante questi sacrifici, continuano a faticare e, come tanti altri residenti della classe operaia di Springfield, “fanno fatica a racimolare qualche spicciolo”. Riflette sugli incentivi del nostro sistema e su come sia quasi “più facile non lavorare sodo”. Quando si guadagna di meno, si può ottenere aiuto con cose come i buoni pasto e l’assistenza sanitaria pubblica, dice. “Ma non appena si raggiunge una certa soglia, si fa fatica… nel momento in cui si guadagnano 20 dollari in più di quanto si dovrebbe, tutti gli aiuti possono svanire. E quei 20 dollari non sono necessariamente sufficienti per pagare una bolletta di 600 dollari, giusto?”

Ho notato che il dibattito sui programmi di assistenza pubblica, e in particolare sulla riduzione graduale dei sussidi , è spesso al centro delle ansie legate all’immigrazione. Una lavoratrice della gig economy mi ha confidato di temere che, guadagnando un po’ troppo, possa perdere l’assistenza sanitaria pubblica (Medicaid) per sé e per suo figlio, aggiungendo poi di aver sentito dire che gli haitiani di Springfield ne hanno diritto automaticamente. Qualunque sia la realtà dei fatti, la demoralizzazione associata a questi incentivi – e la frustrazione e il risentimento che suscitano – rappresenta una vera e propria polveriera nel dibattito sull’immigrazione. Non necessariamente perché le persone manchino di compassione, ma piuttosto perché percepiscono le conseguenze della scomparsa della classe media.

Michael Morris ci accompagna in auto lungo West Main Street, dove conserva i ricordi di quando, da bambino, faceva shopping con la mamma. “C’era l’azienda di impianti di riscaldamento e condizionamento. Il gommista qui, Stan’s Tire. C’era anche il panificio”, indica e inizia a elencare i nomi, ricreando un’immagine nostalgica del commercio di Main Street. Ma ora quella strada lo deprime.

«Guarda questi posti sbarrati. Case scomparse, erba incolta», dice Michael. «Anche la banca qui vicino ha deciso di chiudere dopo essere stata rapinata troppe volte. Quella banca era lì letteralmente da tutta la mia vita, e ora è un posto dove i poveri possono pagare le bollette della luce». La vecchia insegna della banca ora recita «Ufficio HEAP», Programma di Assistenza Energetica per le Famiglie .

«Tutto è incentrato sui poveri», sbotta Michael. «Mi fa impazzire. È un dogma. Dobbiamo prenderci cura dei poveri, ma concentriamo tutto su di loro. Dobbiamo iniziare a concentrarci su cose più importanti. Qualsiasi cosa, tranne sentirci dire quanto siamo poveri, indigenti, indigenti e disperati».

Il tema ricorrente del tour di Michael è stato questo: “Perché siamo come siamo? Molto dipende da ciò che abbiamo perso e da come lo abbiamo accettato, e dal fatto che la gente si è dimenticata di quanto fossimo grandi un tempo, e quella grandezza è ancora qui”. Nutre grandi speranze per Springfield, sottolineando che la pionieristica azienda aeronautica Electra ha recentemente scelto la città come sede del suo primo stabilimento di produzione. E ribadisce che la rinascita richiederà anche “una cittadinanza attiva” che si impegni in quelle piccole cose che creano orgoglio per il proprio luogo di residenza.

«Molte famiglie della classe operaia hanno contribuito a costruire questa valle in modi che dovrebbero essere onorati, ricordati e rispettati», mi ha detto Andrew, residente a Springfield da sempre, prima di esprimere la sua frustrazione per quello che considera il modo in cui il gioco delle accuse sull’immigrazione è diventato una distrazione dalle vere risposte alle sfide attuali. «Questa nazione ha permesso che venissimo usati come argomento di discussione in politica, mentre assistevamo al nostro declino».

Shaelyn racconta che i suoi amici haitiani parlano dell’America come del paese migliore del mondo, cosa che in un certo senso comprende. Ma la lascia anche perplessa. “Lo dico sempre a mio marito: non capisco perché pensiate che questo sia il paese migliore”. Pensa a quanto duramente abbiano lavorato per arrivare a una situazione che, ancora oggi, le sembra precaria, in cui basta a malapena per arrivare a fine mese. Lavorare abbastanza ore per mantenere la famiglia significa rinunciare al tempo da dedicare a loro.

“Questo Paese non è fatto per le persone”, conclude Shaelyn.

Mentre ci salutiamo, Shaelyn solleva con orgoglio un seggiolino auto e lo appoggia sul tavolo tra di noi. La sua bambina di quattro mesi le sorride con le fossette. “La mia piccola haitiana-americana”, dice.

Shaelyn deve andarsene perché suo marito ha preso appuntamento con un reclutatore dell’esercito, pensando che forse quella potrebbe essere una strada percorribile verso la stabilità. “Non vuole proprio affrontare delle difficoltà. Credo che la sua più grande paura sia proprio quella di dover lottare.”

Questa mi sembra una triste forma di assimilazione. Benvenuti nella classe operaia americana.

Terzomondismo e Francia, di Morgoth

Terzomondismo e Francia

Un giorno, sarà troppo pesante da sollevare persino per Superman.

Morgoth20 ottobre
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Oggigiorno si sente spesso dire che in politica non esiste una distinzione tra destra e sinistra, che tutto si riduce a manipolazioni narrative e giochi di potere, e che, in definitiva, entrambe le parti sono pedine della cricca al potere, e che il concetto stesso di destra contro sinistra è un espediente per tenere divise le masse. C’è sicuramente del vero in questo. Dopotutto, cosa distingue davvero Boris Johnson da Keir Starmer, o Tim Stanley da Owen Jones?

L’idea dell'”Unipartito” presuppone unità e non differenza. Il banco vince sempre, anche se ti concede un po’ di teatro di burattini per intrattenerti durante la tua schiavitù.

La scorsa settimana ho avuto modo di riflettere su questo concetto dopo che un mio post su Xitter è diventato virale durante le rivolte in Francia:

Mentre decine di migliaia di risposte tutt’altro che educate inondavano le mie notifiche, ho capito due cose:

  1. Non tutti coloro che appoggiarono la distruzione erano di origine immigrata.
  2. Detesto questa visione del mondo più di quanto immaginassi.

C’è stato quel momento, come il poliziotto ne ” I soliti sospetti” che lascia cadere la tazza quando capisce chi è Kaiser Soze, della sconvolgente consapevolezza che i comunisti francesi, bianchi come Giovanna d’Arco, vogliono attivamente che la loro eredità venga distrutta se ciò significa che la società può essere più “equa”.

Quelle orde di immigrati che si riversano sulla scena non sono motivo di imbarazzo per la sinistra francese. Non si vergognano del fallimento del multiculturalismo, anzi lo applaudono ed esclamano: “Ecco la mia creazione!”.

Come sistema di valori, è quanto di più lontano si possa immaginare dal mio. Non si tratta di una differenza superficiale. Non è solo una questione di apparenza o di preferire una squadra di calcio all’altra. È un abisso ontologico incolmabile.

Per me, un edificio neorinascimentale esteticamente gradevole, splendente di affreschi dipinti con cura, possiede un valore intrinseco perché evoca qualcosa di superiore e trascendente. Per loro, invece, è un lusso, un simbolo di repressione e sfruttamento, e non ha più valore di un mucchio di pietre e legno.

Sebbene io non sia francese, desidero che il popolo francese sopravviva e prosperi nella sua grande nazione. I comunisti francesi credono che il loro popolo non sia altro che un branco di banditi e prepotenti, e che la giustizia sia attesa da tempo, ma sia arrivata sotto forma di milioni di fanatici stranieri.

Da dove, esattamente, dovrebbe iniziare la conversazione?

È appropriato che la Francia sia la patria delle forme più ripugnanti di sinistra, perché è lì che tutto ha avuto inizio. La Gran Bretagna ama raccontarsi la storia che il popolo britannico semplicemente non si comporta come i francesi; non siamo inclini a rivolte e rivoluzioni. Tuttavia, si potrebbe altrettanto validamente sostenere che ciò significa semplicemente che lo Stato britannico è più abile nel contenere il dissenso e nel presentare false alternative, ed è per questo che concetti come destra e sinistra spesso sembrano privi di significato.

Se termini come destra e sinistra sembrano fragili e inadeguati, forse è più preciso parlare di ordine e caos. La fusione tra la sinistra radicale e le “ideologie” del Terzo Mondo è, a mio avviso, il caos incarnato. Ci sono persone di estrema destra che amano avvicinarsi al Terzo Mondo, intravedendo un potenziale nelle critiche al neoliberismo e al potere sionista. Può sembrare radicale e provocatorio, ma non è meno ingenuo della donna francese disperata che assiste impotente al saccheggio della sua boutique da parte proprio di coloro che lei sostiene.

È un profondo fraintendimento dell’abisso metafisico che impedisce qualsiasi alleanza, per quanto utopica, o fantasia tattica. Sono estremamente critico nei confronti dell’influenza sionista sulla politica estera americana e dei lacchè del centro-destra britannico che la coprono. Eppure non mi illudo che la popolazione islamica britannica mi ringrazierà per il mio sostegno tornando a casa.

Allo stesso modo, e so che è profondamente fuori moda dirlo, preferirei bere qualcosa in un pub con un sostenitore di Reform UK o un fan di Tommy Robinson piuttosto che con qualcuno del Partito Laburista o dei Verdi. Potrei trovarli ingenui e alcune delle loro idee idiote, ma almeno partiamo da un punto di vista simile.

Le premesse dell’estrema sinistra francese sono a dir poco folli, e dopo aver letto letteralmente decine di migliaia dei loro post al vetriolo, le riassumerò qui:

Lo Stato francese è intrinsecamente oppressivo e sfruttatore. La sua architettura, le sue sculture e la sua arte sono state finanziate con denaro estorto alle persone più povere (non bianche), ed è moralmente giustificato demolire tutto e ricominciare da capo. Gli immigrati che stanno distruggendo la Francia non sono meno francesi di chiunque altro, ma sono anche vittime di un’oppressione storica che ha avvantaggiato gli europei.

In breve, vogliono distruggere la vostra civiltà, sconfiggervi e rimpiazzarvi.

È una questione esistenziale, e questo non cambia solo perché ci piace vedere Ana Kasparian che surclassa Ben Shapiro su Xitter.

Secondo i principali opinionisti occidentali, i “disordini” sarebbero causati dalle difficoltà economiche e dall’alto costo della vita. Questa spiegazione è certamente comoda, ma non va del tutto scartata. Nonostante la Francia vanti uno dei sistemi di welfare più generosi al mondo e un’età pensionabile di soli 62 anni (che salirà a 64 il prossimo anno), il tenore di vita è in calo, come del resto in tutta Europa. Molti, soprattutto in America, additano la colpa al welfare state e al pensionamento anticipato, ma al momento i veri problemi sono gli shock energetici causati dalle guerre senza fine, l’inflazione e l’indebitamento dilagante.

Qualunque sia la soluzione a questi mali, utilizzare il Terzo Mondo come biomassa da usare come arma per radere al suolo il paese non è certo quella giusta.

Una donna francese bianca che fatica ad arrivare a fine mese non appartiene allo stesso sottoproletariato degli stranieri perché non è straniera e perché è bianca. Implorerà pietà agli uomini che ha sostenuto e a cui ha offerto sostegno ideologico, come al latte materno, mentre questi la abbandonano per derubarla dei suoi oggetti di lusso.

Anche in una vera crisi in cui lo Stato crolla, chi o cosa avrà la volontà e il principio organizzativo di sedersi dietro la grande scrivania del Palazzo dell’Eliseo? I transessuali? Le femministe?

A mio avviso, il terzomondismo rappresenta la fine definitiva della nostra civiltà.

Qualche anno fa ho scritto un saggio sul disastro del sottomarino Oceangate intitolato “Too Heavy For Superman”, ispirandomi alla canzone dei Flaming Lips.

Troppo pesante persino per Superman...Troppo pesante persino per Superman…Morgoth·23 giugno 2023Leggi la storia completa

Il testo della canzone mette in luce un problema: si presume che il genio e l’organizzazione occidentali possano compiere miracoli e superare qualsiasi ostacolo (in questo caso, il recupero di un sottomarino mal progettato, a migliaia di metri di profondità, accanto al Titanic ).

Anche se non fosse implosa immediatamente, non saremmo comunque riusciti a rialzarla entro 72 ore. Ci dispiace, non si può fare; ci sono dei limiti invalicabili.

Allo stesso modo, possiamo superare fallimenti e corse agli sportelli bancari, sistemi di governo fallimentari e possiamo perdere guerre. Possiamo sostituire linee logistiche interrotte e aumentare i raccolti con fertilizzanti progettati in modo intelligente.

Ma il Terzomondismo rappresenta l’oblio demografico, la cancellazione culturale e l’allontanamento dalle istituzioni del potere. Mi dispiace, non si torna indietro da questo; non possiamo tirarlo fuori dal fondo del mare; resta lì con i granchi. Possiamo curare una ferita alla zampa posteriore di un cavallo, ma non possiamo annullare l’impatto.

Capisco le argomentazioni del tipo: “Beh, questi sono i francesi e ai francesi piace scatenare rivolte”. Ho visto la Francia insanguinarsi e non riuscire a eleggere una Le Pen per gran parte della mia vita adulta. Ma ogni volta, la distruzione è un po’ più grave, un po’ più sadica e un po’ più aliena. Si dà per scontato che, con sufficiente brutalità della polizia e una maggiore militarizzazione, le forze dell’ordine alla fine riusciranno a tenere la posizione.

Eppure è anche come guardare le onde che vanno e vengono, finendo per spazzare via un castello di sabbia. Forse non questa volta, forse non l’anno prossimo, o quello dopo ancora. Ma un giorno, a meno che le forze dell’ordine non affrontino davvero le scomode realtà sulla gravità del problema e sulla sua natura esistenziale, sarà troppo pesante da sollevare persino per Superman.

Dillo a tutti
In attesa di Superman
Che dovrebbero cercare di resistere il più possibile
Non li ha lasciati cadere
Dimenticato o qualsiasi altra cosa
È semplicemente troppo pesante perché Superman possa sollevarlo

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