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In vista del quinto plenum, Pechino continua a sottolineare l’importanza dell’attuazione, di Fred Gao

In vista del quinto plenum, Pechino continua a sottolineare l’importanza dell’attuazione

Due articoli di Qiushi offrono un utile spaccato delle priorità della leadership in vista della riunione.

Fred Gao19 ottobre
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La quinta sessione plenaria di quest’anno si differenzia dalle precedenti. Mentre le sessioni plenarie passate si sono spesso concentrate sul successivo piano quinquennale, la quarta sessione plenaria del 2025 ha già adottato raccomandazioni per il quindicesimo piano quinquennale.

Per il prossimo Quinto Plenum, l’attenzione è rivolta alla “piena e rigorosa autogoverno del Partito”. Ho trovato due articoli nell’ultimo numero di Qiushi , la principale rivista del Partito, che offrono alcuni indizi sulla direzione della riunione. I loro temi sovrapposti suggeriscono che, oltre all’attenzione precedentemente annunciata sulla lotta alla corruzione, la riunione potrebbe anche affrontare i meccanismi per l’attuazione delle decisioni prese dal comitato centrale.

Il primo articolo è una riedizione del discorso di Xi Jinping del 12 gennaio 2026 alla quinta sessione plenaria della 20a Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, dal titolo “Promuovere un’autogoverno completo e rigoroso del partito con standard più elevati e più concreti”. Misure”. Il secondo è “Migliorare i meccanismi di attuazione delle principali decisioni e misure del Comitato centrale del partito” . Plans”,完善党中央重大决策部署落实机制, di Wang Xipeng, direttore dell’Istituto di economia industriale, Accademia cinese delle scienze sociali.

La parte iniziale del discorso di Xi sottolinea la necessità di attuare le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale del Partito con maggiore risolutezza ed efficacia. Il secondo articolo adotta un approccio più orientato alla “diagnosi e alla soluzione dei problemi”. Tra le carenze individuate da Wang figurano l’assegnazione di compiti insufficientemente specifici, che lasciano troppo spazio alla discrezionalità; un eccessivo affidamento su registri di lavoro e documentazione scritta durante le ispezioni, con una scarsa verifica in loco; e le difficoltà nella condivisione dei risultati delle ispezioni tra i vari dipartimenti. Questi punti evidenziano in realtà l’assenza di un meccanismo specifico per la supervisione dell’attuazione delle politiche. Le pratiche attuali si basano maggiormente sulla presentazione di documentazione ai livelli superiori della gerarchia amministrativa per dimostrare l’avvenuta esecuzione del lavoro, ma rendono difficile verificare se i risultati abbiano effettivamente raggiunto gli obiettivi prefissati. Ciò significa anche che, oltre a svolgere il proprio lavoro, i funzionari locali devono dedicare ulteriore tempo a dimostrare di averlo effettivamente svolto.

I meccanismi di tolleranza potrebbero essere fondamentali

Nonostante l’enfasi sull’attuazione delle politiche, sarebbe eccessivamente semplicistico definirla semplicemente una spinta verso un controllo più rigido. L’articolo di Wang critica esplicitamente anche gli approcci semplicistici alla responsabilità, osservando che i funzionari locali potrebbero optare per l’inazione perché “più fanno, più errori commettono”. Allo stesso modo, il discorso di Xi afferma che lavorare in modo creativo e attuare con fermezza le decisioni centrali “non sono in contrapposizione”.

A mio avviso, Pechino vuole distinguere tra la mancata attuazione di una politica e la sperimentazione che, pur rimanendo fedele agli obiettivi sottostanti, la politica stessa rimane fedele a tali principi. Questo è uno dei cambiamenti che ritengo degni di attenzione, sebbene non sia ancora chiaro come verrà tracciata tale distinzione o quali meccanismi la sosterranno. Tra le possibilità si possono considerare la definizione di circostanze in cui i funzionari sono esentati da responsabilità, la correzione proattiva degli errori come motivo per un trattamento più indulgente, oppure la definizione di confini distinti tra iniziative pilota e sperimentazione.

Cosa guardare

Due questioni meritano particolare attenzione. La prima è se il “miglioramento dei meccanismi di attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito” diventerà un punto all’ordine del giorno a sé stante. Se dovesse comparire come sezione separata, ciò indicherebbe che la dirigenza ha iniziato a considerare l’attuazione delle politiche come una questione istituzionale, piuttosto che meramente disciplinare.

La seconda questione riguarda la possibile revisione del sistema di valutazione delle prestazioni. Se le valutazioni future dovessero basarsi meno sulla documentazione e sui registri di lavoro, e incorporare invece i risultati delle verifiche in loco, i progressi verso gli obiettivi politici e il feedback del pubblico, ciò modificherebbe la struttura degli incentivi per i funzionari locali. Come sostiene Zhou Li’an nel suo articolo, esiste una “trinità impossibile” nella governance. Obiettivi rigidi, regole di attuazione strettamente definite e risorse politiche ed economiche limitate non possono essere raggiunti contemporaneamente. Ciò che mi interessa maggiormente è come si potrebbe trovare un nuovo equilibrio tra questi tre elementi.

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Qui di seguito trovate le versioni in inglese di due articoli che ho tradotto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.

Promuovere la piena e rigorosa autonomia del partito con standard più elevati e misure più concrete.

Autore: Xi Jinping
Pubblicato: 15 ottobre 2026

Il periodo del “15° Piano quinquennale” è un momento cruciale per gettare le basi e compiere uno sforzo concertato verso il raggiungimento sostanziale della modernizzazione socialista. Per trasformare in realtà il progetto elaborato dalla Quarta Sessione Plenaria del XX Comitato Centrale, dobbiamo sostenere e rafforzare la leadership complessiva del Partito, promuovere con perseveranza la piena e rigorosa autogoverno del Partito, rafforzare il senso di missione e lo spirito combattivo di tutto il Partito, consolidare l’unità del Partito, mantenere pure le fila del Partito ed elevare le capacità e il livello di leadership del Partito.

Didascalia: Il 12 gennaio 2026, Xi Jinping, Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, Presidente della Repubblica Popolare Cinese e Presidente della Commissione Militare Centrale, ha pronunciato un importante discorso alla Quinta Sessione Plenaria della XX Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare del Partito Comunista Cinese. Foto: Xie Huanchi, Agenzia di stampa Xinhua.

I. Attuare con maggiore risolutezza e vigore le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale del Partito.

L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito è un requisito fondamentale per il mantenimento dell’autorità del Comitato Centrale e di una leadership centralizzata e unificata, nonché un’importante lezione storica per il continuo sviluppo del Partito e della causa popolare. Il Partito Comunista Cinese è nato da ideali e lotte per la sua missione. È stato sotto la forte guida del Comitato Centrale del Partito che generazioni di comunisti, impavidi di fronte alle difficoltà, hanno portato avanti la lotta e condotto con successo il popolo cinese da una società semi-coloniale e semi-feudale a elevarsi, prosperare e diventare forte, aprendo la retta via del socialismo con caratteristiche cinesi. Oggi abbiamo raggiunto una fase critica nel sostanziale raggiungimento della modernizzazione socialista, e il cammino che ci attende ci riserverà certamente grandi prove, tra cui venti impetuosi, onde altissime e persino tempeste furiose.

Finché avremo ideali nel cuore, la nazione nella mente e la missione sulle spalle, potremo guardare al futuro con lungimiranza, rafforzare costantemente la nostra fiducia e la nostra forza, superare ogni difficoltà e unire l’intero Partito e l’intero Paese in un unico obiettivo, affinché le decisioni e i piani principali del Comitato Centrale del Partito siano effettivamente attuati. Dobbiamo conquistare un “Passo di Loushan” e un “Passo di Lazi” dopo l’altro. Tutte le organizzazioni del Partito e tutti i membri e quadri del Partito devono rafforzare il loro senso di responsabilità politica e di missione storica, fare dell’aspirazione fondante del Partito il loro scopo principale e dedicare tutta la loro saggezza e forza al compimento del compito centrale del Partito. I quadri dirigenti a tutti i livelli devono partire dalla missione e dai compiti del Partito e stabilire e mettere in pratica una corretta visione dell’operato. Dovrebbero chiedersi se il loro pensiero e le loro azioni si siano allontanati dall’alto ideale del comunismo e dall’ideale condiviso del socialismo con caratteristiche cinesi, se si siano discostati dallo scopo fondamentale di servire il popolo con tutto il cuore, se si siano allontanati dalla linea, dai principi e dalle politiche del Partito o dalle principali decisioni e dai piani del Comitato Centrale, e se si siano distaccati dalle condizioni nazionali e dalle circostanze reali delle proprie regioni e dipartimenti. Con lo spirito che il successo non deve essere attribuito a se stessi, ma porterà sicuramente la propria impronta, dovrebbero concentrarsi con determinazione sul progresso della modernizzazione in stile cinese.

Il nostro Partito dispone di solidi meccanismi per l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale, che nel complesso funzionano in modo fluido ed efficace. Allo stesso tempo, le informazioni raccolte attraverso ispezioni, verifiche e attività di supervisione dimostrano la persistenza di problemi, tra cui la mancata attuazione di decisioni e piani importanti, nonché un’attuazione distorta o impropria, e in alcuni ambiti tali problemi sono piuttosto gravi. È necessario chiarire che l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale è un requisito fondamentale della disciplina politica e delle regole del Partito. Sottolineiamo l’importanza di “sostenere i Due Principi Fondamentali” (两个维护) e di mantenere un elevato grado di coerenza con il Comitato Centrale del Partito. Ciò deve tradursi in azioni concrete, non in slogan vuoti, e non dobbiamo dire una cosa e farne un’altra. Chiunque violi questi requisiti deve essere chiamato a risponderne: criticato dove è dovuto, corretto dove necessario e disciplinato dove la disciplina è giustificata. Non ci devono essere superficialità o ambiguità nella gestione di tali casi. La supervisione politica in questo ambito deve essere rafforzata.

Durante il periodo del 15° Piano quinquennale, i compiti di sviluppo economico e sociale sono estremamente impegnativi. Dobbiamo concentrarci attentamente sulle direttive strategiche del Comitato Centrale, tra cui la promozione di un nuovo paradigma di sviluppo, la diffusione di uno sviluppo di alta qualità e l’accelerazione della costruzione di un nuovo modello di sviluppo. Dobbiamo impegnarci nella costruzione di un moderno sistema industriale, nello sviluppo di nuove forze produttive di qualità in base alle condizioni locali, nella creazione di un mercato nazionale unificato, nell’espansione dell’apertura a standard elevati, nel costante progresso della prosperità comune per tutti, nella prevenzione di un ritorno sistematico alla povertà, nella risoluzione del debito occulto degli enti locali, nel rafforzamento della tutela ambientale e nel bilanciamento tra sviluppo e sicurezza. Dobbiamo rafforzare la supervisione, rendendola specifica, precisa e continua, valorizzando i risultati delle ispezioni, intensificando la supervisione delle azioni correttive e garantendo l’attuazione concreta delle decisioni e dei piani della Quarta Sessione Plenaria del 20° Comitato Centrale. Quest’anno, gli enti locali saranno soggetti a graduali cambiamenti di leadership. Dobbiamo impedire ai funzionari di rimanere inattivi, in attesa e a guardare mentre la transizione si avvicina, e impedire ai funzionari appena insediati di perseguire vantaggi a breve termine o di “cambiare idea” (翻烧饼) dopo il loro insediamento, affinché il piano venga portato a termine. Occorre sottolineare che l’attuazione risoluta e incisiva delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale non è in contrasto con il lavoro creativo. Ogni attività deve essere fondata sulla realtà e partire dalle condizioni concrete, ed è necessario evitare una rigida imitazione e approcci standardizzati. Pur esercitando una rigorosa supervisione, dobbiamo sostenere e incoraggiare le regioni e i dipartimenti a esplorare metodi e approcci efficaci per l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale, tenendo conto delle proprie condizioni, in modo che i risultati finali siano coerenti con le intenzioni del Comitato Centrale e con lo scopo originario delle politiche.

L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale dipende in ultima analisi dalle persone. Dobbiamo vigilare contro le “persone a due facce” (两面人), che nutrono doppi intenti e dicono una cosa e ne fanno un’altra. Queste persone assumono molte forme. Alcune proclamano costantemente lealtà politica e i “Due Sostegni”, reagendo rapidamente e rumorosamente alle decisioni del Comitato Centrale, ma in pratica si dedicano all’inganno, fanno ciò che vogliono, ignorano gli ordini e non rispettano i divieti, commettendo quelle che sono note come le “sette cose che fanno per sé” (七个有之). Altre abbracciano il liberalismo nel loro pensiero e antepongono l’individualismo a tutto il resto, accettando il socialismo della nuova era con caratteristiche cinesi solo quando fa loro comodo e rifiutandolo quando non lo fa. Altre ancora si dedicano all’opportunismo politico, adulando e ingraziandosi gli altri, seguendo il vento e muovendosi ovunque si trovino i loro interessi, sempre pronte a “abbandonare la nave”. Altri praticano il fazionalismo nelle questioni organizzative, formando cricche, escludendo i dissidenti e usando nomi collettivi per servire interessi di piccoli gruppi. Altri praticano il dipartimentalismo nel loro lavoro, proteggendo solo il proprio “piccolo appezzamento di terra” e sacrificando il tutto per la parte e il lungo termine per il breve termine. Altri ancora praticano una forma fuorviante di “buonismo” nello svolgimento dei loro doveri, omettendo di fermare o correggere i problemi che scoprono e lasciandoli diffondere, affermando che ciò preserva l’unità mentre in realtà evitano le responsabilità. Tutti questi comportamenti violano i principi del Partito, ostacolano seriamente l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale e causano enormi danni alla causa e all’immagine del Partito. Devono essere smascherati con coraggio ed eliminati con decisione. Durante le transizioni di leadership, dobbiamo essere particolarmente vigili, promuovere quadri validi, genuinamente leali, affidabili, onesti e responsabili e non permettere mai che “persone a due facce” o coloro che antepongono gli interessi personali si infiltrino.

II. Utilizzare le istituzioni per limitare il potere in modo più scientifico ed efficace

Confinare il potere all’interno di un sistema di vincoli istituzionali è un compito importante per un’autogoverno del Partito pieno e rigoroso nella nuova era. Dopo il XVIII Congresso Nazionale del Partito, il primo importante regolamento interno al Partito che abbiamo formulato è stato il Regolamento Centrale in Otto Punti (中央八项规定). Abbiamo iniziato con questo perché molti problemi associati ai “Quattro Stili di Lavoro Indesiderabili” (四风) appaiono in superficie come distacco dalle masse e indulgenza nel lusso, ma nella loro essenza implicano la formazione di cricche per profitto personale e collusione per mutuo vantaggio, occultando scambi di potere con potere, potere con denaro e potere con favori sessuali, che danneggiavano gravemente l’immagine del Partito agli occhi del popolo. Siamo partiti dalle questioni a cui le masse hanno reagito più forte, abbiamo stabilito regole ferree e imposto vincoli rigorosi, siamo rimasti fermi sui nostri obiettivi e non abbiamo mai allentato la presa, e abbiamo usato lo spirito di perseveranza per attuarli. Ciò ha fermato molte tendenze malsane che prima si ritenevano impossibili da arrestare e ha eliminato alcuni mali profondamente radicati che persistevano da anni. Ha posto fine al caos in cui “centinaia di documenti non riuscivano a tenere a freno una sola bocca” e, attraverso l’esempio di “spostare il palo di legno per costruire la fiducia”, ha portato a una completa trasformazione della condotta del Partito e dello stile di governo, generando una potente energia positiva per il Partito e lo sviluppo del Paese. La campagna di apprendimento e formazione condotta in tutto il Partito lo scorso anno ha ulteriormente unificato il pensiero, approfondito la comprensione, sintetizzato l’esperienza e migliorato le misure, dimostrando la nostra ferma determinazione a portare a termine il Regolamento Centrale in Otto Punti. Non ci sono scorciatoie per attuare lo spirito del Regolamento Centrale in Otto Punti. La chiave sta in due parole: “costanza” (常) e “lungo termine” (长). Senza un’attenzione costante, si verificano ricadute; senza un impegno a lungo termine, la conformità consapevole non può radicarsi. Dobbiamo consolidare ed estendere i risultati della campagna di approfondimento e formazione sul Regolamento centrale in otto punti, migliorare costantemente i meccanismi per l’individuazione e la risoluzione periodica dei problemi e rendere il miglioramento delle modalità di lavoro una prassi consolidata e duratura.

Didascalia: Dal 25 al 26 dicembre 2025, il Politburo del Comitato Centrale del PCC ha tenuto una riunione sulla vita democratica. Xi Jinping, Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, ha presieduto la riunione e ha pronunciato un importante discorso. Foto: Xie Huanchi, Agenzia di stampa Xinhua.

La pratica di attuare scrupolosamente gli Otto Punti del Regolamento Centrale dimostra che, per contenere il potere all’interno di un sistema di vincoli istituzionali, dobbiamo sia perfezionare le regole, tessendo una gabbia più solida e robusta, sia migliorarne l’applicazione, rafforzando i vincoli esistenti. Dal XVIII Congresso Nazionale, il Comitato Centrale del Partito ha attribuito grande importanza allo sviluppo di leggi e istituzioni. Il numero di regolamenti formulati e rivisti è senza precedenti e si è delineato un sistema relativamente completo di leggi e regolamenti del Partito. Allo stesso tempo, dobbiamo riconoscere che alcune regole sono eccessivamente generiche, mancano di disposizioni mirate e operative, non presentano uno stretto coordinamento tra i diversi regolamenti e lasciano lacune e scappatoie, e che lo sviluppo istituzionale per i nuovi settori, i nuovi modelli di business e i nuovi gruppi è in ritardo. Dobbiamo continuare a migliorare le leggi e i regolamenti del Partito, rafforzare l’apporto istituzionale in base alle reali esigenze di costruzione e governo del Partito, stabilire rapidamente norme laddove manchino e rivedere e integrare prontamente quelle incomplete o obsolete, in modo che il sistema sia completo ma non farraginoso, efficace e pratico, ed evitare il problema di “usare un recinto per il bestiame per tenere un gatto” (牛栏关猫).

Nel corso degli anni, abbiamo adottato una serie di misure per far rispettare leggi e regolamenti, ma i problemi persistono laddove le norme istituzionali esistono solo sulla carta e, in alcuni casi, l’applicazione si indebolisce a ogni livello successivo, dando vita a “una gabbia di carta che non può contenere una tigre” (纸笼禁虎). Quando le regole esplicite non vengono rispettate, le regole non scritte inevitabilmente prosperano. Quando le regole non scritte dominano, quelle esplicite diventano mera decorazione. Perché ci sono così tanti intermediari politici e ciarlatani attivi nella società? Perché le regole non scritte rendono inefficaci leggi e regolamenti e creano un effetto “finestre rotte”. Alcuni quadri si affidano alle reti personali piuttosto che ai canali organizzativi e alcune persone si fidano delle conoscenze personali piuttosto che della disciplina di partito e della legge. Se ciò continua, “il denaro sporco scaccia quello buono” e “una nota personale ha più peso di un sigillo ufficiale”, il che eroderà inevitabilmente l’ecosistema politico e alimenterà corruzione e disordine. Per arginare le regole non scritte, la chiave è rafforzare l’applicazione delle regole esplicite. Dobbiamo rafforzare la divulgazione e la conoscenza delle leggi e dei regolamenti, guidando i membri e i quadri del Partito a comprendere la disciplina e la legge, a conoscere le regole esplicite e a rispettarle con timore reverenziale, riconoscendo che leggi e regolamenti sono al contempo una “fascia per capelli” (紧箍咒) e un “talismano protettivo” (护身符). Dobbiamo ulteriormente accrescere la trasparenza degli affari di Partito e di governo, garantire che il potere operi alla luce del sole e privare le regole non scritte del loro mercato. Dobbiamo sostenere il principio che tutti sono uguali di fronte alle leggi e ai regolamenti, che il rispetto non è soggetto a privilegi e che l’applicazione non ammette eccezioni. Dobbiamo punire severamente coloro che “passano con il semaforo rosso” o “scavalcano le recinzioni” e ritenere responsabili coloro che hanno responsabilità di leadership, affinché le regole istituzionali diventino davvero fili elettrici ad alta tensione che nessuno osa toccare.

L’efficacia dell’attuazione istituzionale in una regione o in un dipartimento dipende in larga misura dal suo “responsabile principale” (一把手). Per contenere il potere entro i limiti istituzionali, dobbiamo concentrarci sul garantire che il “responsabile principale” assuma un ruolo guida nell’attuazione delle regole. Le opinioni del Comitato Centrale del Partito sul rafforzamento della supervisione dei “responsabili principali” e dei team di leadership stabiliscono requisiti chiari per l’attuazione del centralismo democratico e per il miglioramento della supervisione dei processi decisionali “tre principali e uno importante” (三重一大). I membri dei team di leadership a tutti i livelli, in particolare i “responsabili principali”, devono dare l’esempio, assumere un ruolo guida nell’attuazione rigorosa delle regole e garantire che anche la relativa supervisione sia efficace.

III. Portare avanti la lotta alla corruzione in modo più chiaro e risoluto

Dal XVIII Congresso Nazionale, il nostro Partito ha approfondito l’autorivoluzione, si è opposto con fermezza alla corruzione e ha tracciato con successo un percorso cinese di lotta alla corruzione sotto la guida centralizzata e unificata del Comitato Centrale del Partito. Questo percorso combina l’affrontare sia i sintomi che le cause profonde e procede in modo integrato per rendere i quadri “incapaci, non disposti e non osanti” essere corrotti. Questo percorso deve continuare ad essere seguito con risolutezza.

Attualmente, la corruzione continua a manifestarsi e a ripresentarsi. I fatti dimostrano ancora una volta che il giudizio del Comitato Centrale del Partito, secondo cui “la lotta alla corruzione rimane dura e complessa, e il compito di eliminare i terreni fertili e le condizioni che la alimentano rimane arduo e gravoso”, è pienamente corretto. La lotta alla corruzione è un processo senza fine e un compito continuo. Dobbiamo portarla avanti con lo spirito del Vecchio Folle che spostò le montagne e con lo spirito di Jingwei che riempì il mare, e perseverare fino alla fine. I fatti ci ricordano anche che la corruzione è il rischio maggiore, la minaccia maggiore e la sfida più grande che il nostro Partito si trova ad affrontare, un ostacolo e una pietra d’inciampo sul cammino dello sviluppo nazionale. Se le si permette di diffondersi senza controllo, inevitabilmente comprometterà il contesto di sviluppo economico, innescherà diversi rischi e scuoterà le fondamenta del governo del Partito. L’esperienza ci ha anche insegnato che la lotta alla corruzione è una battaglia fondamentale che non possiamo permetterci di perdere e che non dobbiamo mai perdere, una battaglia che non può fermarsi un attimo né indietreggiare di un solo passo. Come recita la poesia, “Mentre le navi affondate vengono superate da mille vele, gli alberi malati che si trovano davanti sono accolti da diecimila fioriture primaverili”; gli alberi malati devono essere sradicati e abbattuti dove necessario. Dobbiamo “incalzare il nemico in fuga finché abbiamo ancora forze da spendere”, mantenere la calma strategica e la resilienza in combattimento, continuare a sradicare la corruzione in modo completo e arrivare alla radice del problema. Non importa quanto grande sia la resistenza o il costo, dobbiamo portare avanti la lotta contro la corruzione fino alla fine. Indipendentemente da chi sia, dalla sua posizione o dai suoi contributi passati, chiunque si macchi di corruzione non sarà risparmiato!

Dobbiamo mantenere una posizione di costante e forte pressione. Dobbiamo attenerci al principio che ovunque esista la corruzione, essa deve essere contrastata; ovunque si trovi la corruzione, essa deve essere estirpata; e il male deve essere completamente eliminato, in modo che gli elementi corrotti non abbiano dove nascondersi. Dobbiamo concentrarci sulle aree in cui il potere è concentrato, il capitale è denso e le risorse sono abbondanti, vigilando attentamente sulla collusione tra governo e imprese, sulla protezione del capitale da parte del potere e sull’infiltrazione del capitale nella politica. Dobbiamo intensificare le indagini sulla corruzione tra i “primi incarichi” e i giovani quadri, e rimuovere con fermezza gli individui corrotti che non si ravvedono e persistono nelle loro malefatte. Dobbiamo punire con risolutezza coloro che offrono tangenti e che violano consapevolmente la legge o che commettono reati ripetutamente. Dobbiamo scavare a fondo per scoprire nuove e nascoste forme di corruzione, inclusi i benefici attesi, gli accordi per partecipazioni azionarie nominali e il fenomeno delle “porte girevoli” tra governo e imprese. Dobbiamo intensificare ulteriormente le campagne centralizzate contro le tendenze malsane e la corruzione a livello locale, e rafforzare la governance della corruzione transfrontaliera e gli sforzi per perseguire i latitanti e recuperare i beni rubati. Le località e i dipartimenti in cui si sono verificati importanti casi di corruzione devono eliminare completamente le tracce residue e rimuovere del tutto le fonti di contaminazione.

Dobbiamo rafforzare costantemente la capacità di penetrazione della lotta alla corruzione. Dobbiamo cogliere le nuove tendenze e caratteristiche della corruzione, innovare i nostri metodi e individuare, identificare con precisione e contrastare efficacemente le varie forme di corruzione con maggiore tempestività. Dobbiamo approfondire l’indagine e la gestione congiunta dei problemi legati allo “stile” e alla corruzione, andando oltre la superficie dello “stile” per smascherare l’essenza della corruzione. Dobbiamo indagare a fondo sulla pratica di utilizzare gli affari per sostenere i funzionari, i funzionari per proteggere gli affari e la collusione tra funzionari e imprenditori, che si cela dietro l’inazione e le azioni arbitrarie. Dobbiamo inoltre indagare a fondo sulle richieste di favori e sui trasferimenti di interessi che si celano dietro un’ospitalità impropria e punire severamente coloro che si associano a intermediari politici e ciarlatani della politica. Dobbiamo rafforzare il potenziale della tecnologia e fare un maggiore uso dei big data e di altri strumenti per migliorare l’efficienza della supervisione, del controllo disciplinare e dell’applicazione della legge. Naturalmente, l’uso delle nuove tecnologie deve essere regolato da rigorose norme etiche e di sicurezza dei dati e deve essere attuato nel rigoroso rispetto delle regole, della disciplina e della legge del Partito. Dobbiamo migliorare i meccanismi di attuazione delle responsabilità in materia di lotta alla corruzione. I comitati di partito (gruppi di partito) a tutti i livelli devono assumersi con fermezza la loro principale responsabilità, e i segretari di partito devono adempiere al loro ruolo di primi responsabili. Devono assumere posizioni ferme e chiare, guidare le parti interessate nell’assunzione piena delle proprie responsabilità e non considerare la lotta alla corruzione come una mera questione di competenza delle commissioni disciplinari, di controllo e di vigilanza. Devono conoscere a fondo le proprie responsabilità, assumersele e portarle a termine.

Didascalia: Il 15 luglio 2026, Xi Jinping, Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, Presidente della Repubblica Popolare Cinese e Presidente della Commissione Militare Centrale, ha visitato Shanghai. Questa foto mostra Xi mentre conversa cordialmente con i rappresentanti dei residenti, i quadri di sottodistretto e gli operatori comunitari presso il centro servizi del Partito per le masse nel quartiere residenziale di Shimin Xincun, nel distretto di Banshengyuan Road, distretto di Huangpu, durante la sua visita. Foto: Xie Huanchi, Agenzia di stampa Xinhua.

Dobbiamo impegnarci maggiormente per promuovere un approccio integrato dall’alto verso il basso. La promozione integrata di un approccio che mira a contrastare la corruzione in modo totale, senza ostacoli, riluttanza o osare corrompere, risiede proprio nella parola “integrato”, ed è difficile proprio perché è integrato. Dobbiamo rafforzare il pensiero sistemico e agire simultaneamente, nella stessa direzione e in modo completo. In pratica, potremmo dare priorità diverse alle varie fasi, ma non dobbiamo separarle o trascurarle, e dobbiamo impedire che un pensiero basato su fasi o collegamenti comprometta l’efficacia degli sforzi anticorruzione. Dobbiamo ulteriormente migliorare il meccanismo di lavoro anticorruzione e garantire il coordinamento nell’assegnazione dei compiti, nell’allocazione delle risorse, nell’avanzamento del lavoro e nella valutazione delle prestazioni. Dobbiamo collegare la supervisione quotidiana dell’organizzazione del Partito, l’ispezione e la supervisione disciplinare, e la supervisione attraverso visite ispettive, audit, petizioni e opinione pubblica, sfruttando appieno la “lampada senza ombra” (无影灯) della supervisione globale e il “bisturi” (手术刀) della gestione energica dei casi, e promuovere una governance integrata attraverso il coordinamento lungo tutta la catena. Dobbiamo concentrarci sull’apprendimento dai casi per promuovere la riforma e la governance, analizzando le cause della corruzione, identificando le lacune gestionali e utilizzando i casi emblematici come monito e formazione, in modo che i vecchi problemi non si ripresentino e nessun costo sia pagato invano. Dobbiamo selezionare e nominare i quadri secondo gli standard per i buoni quadri della nuova era, costruire relazioni sane e positive tra i compagni di Partito e rapporti puliti e stretti tra governo e imprese, e purificare continuamente l’ecosistema politico. Dobbiamo rafforzare lo sviluppo di una nuova cultura anticorruzione, migliorare la rilevanza e l’efficacia dell’educazione all’integrità e creare con vigore un ambiente sociale che valorizzi l’integrità, respinga la corruzione e promuova la frugalità opponendosi allo spreco.

Gli organi di ispezione e supervisione disciplinare hanno una grande responsabilità e una nobile missione nel promuovere la piena e rigorosa autogoverno del Partito. Essi devono sempre ricordare qual è il loro compito, sostenere con fermezza l’unità del Partito e salvaguardare con risolutezza la sua natura avanzata e la sua purezza. Dobbiamo continuare a rafforzare la standardizzazione, il fondamento giuridico e la formalizzazione del lavoro di ispezione e supervisione disciplinare, e migliorare costantemente la qualità e l’efficienza della supervisione, dell’applicazione della disciplina e dell’applicazione della legge. Dobbiamo rimanere fermi sul principio di rivolgere la lama verso l’interno ed eliminare con risolutezza i “cavalli che danneggiano il gregge”. Dobbiamo continuare a rafforzare la formazione di squadre secondo i requisiti di solidità politica, competenza professionale, buona condotta e integrità, e forgiare una “squadra d’acciaio” di personale addetto all’ispezione e alla supervisione disciplinare che sia leale, integro, responsabile, coraggioso e abile nella lotta.

Nota: Questa è la parte principale del discorso del Segretario Generale Xi Jinping alla Quinta Sessione Plenaria della XX Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare del 12 gennaio 2026.

Migliorare i meccanismi di attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito.

Wang Xipeng

“Durante gli anni di guerra, il Comitato Centrale del Partito e il Presidente Mao comandavano l’intero Partito e l’esercito tramite telegrafo. Il ‘dit-da, dit-da’ del telegrafo era la voce del Comitato Centrale del Partito e del Presidente Mao, e l’intero Partito e l’esercito obbedivano incondizionatamente.” In una conferenza sulla costruzione del Partito negli organi centrali e statali, il Segretario Generale Xi Jinping ha guidato i membri e i quadri del Partito a comprendere, attraverso il suono del “dit-da, dit-da”, che il Comitato Centrale del Partito deve avere un’autorità suprema e le cui decisioni sono definitive. Ha dichiarato con fermezza: “Se gli ordini emessi dal Comitato Centrale del Partito non vengono ascoltati, se gli ordini non vengono obbediti e i divieti non vengono rispettati, allora di cosa si può parlare nel sostenere l’autorità del Comitato Centrale del Partito e la sua leadership centralizzata e unificata!” Alla Quinta Sessione Plenaria della XX Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare, il Segretario Generale ha ribadito un requisito chiaro: “Sottolineiamo i ‘Due Principi Fondamentali’ e il mantenimento di un elevato grado di coerenza con il Comitato Centrale del Partito. Ciò deve tradursi in azioni concrete nell’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito. Non dobbiamo gridare slogan vuoti e, soprattutto, non dobbiamo dire una cosa e farne un’altra”. Sostenere l’autorità del Comitato Centrale del Partito e la sua leadership centralizzata e unificata significa sostenere il suo sistema di leadership, le sue procedure e le sue regole, così come le sue decisioni, i suoi piani e le sue modalità di lavoro. L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito è un requisito fondamentale della disciplina politica e delle regole politiche del Partito. Indipendentemente dalla complessità dei compiti di una regione o di un dipartimento, la loro responsabilità primaria è quella di attuare efficacemente le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale del Partito. Indipendentemente dalla varietà di ruoli e mansioni dei membri e dei quadri del Partito, la loro responsabilità condivisa è quella di attuare efficacemente tali decisioni e piani.

L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito dipende sia dalla consapevolezza politica che dalle garanzie istituzionali. Dal XVIII Congresso Nazionale del Partito, il Comitato Centrale, con il compagno Xi Jinping al suo centro, ha istituito e perfezionato le istituzioni e i meccanismi per l’attuazione delle sue principali decisioni e dei suoi piani. Ha rafforzato la responsabilità politica di tutte le regioni e i dipartimenti per l’attuazione e ha costruito un sistema completo di meccanismi di lavoro che comprende l’assegnazione dei compiti, la supervisione dell’attuazione, la rendicontazione periodica, l’ispezione e la diffusione dei risultati, il monitoraggio dei risultati, la supervisione e la rendicontazione. Ciò ha garantito efficacemente che gli ordini del Comitato Centrale vengano eseguiti senza intoppi e che le sue direttive siano rispettate.

Innanzitutto, il sistema di leadership è stato continuamente rafforzato e migliorato. Il Politburo del Comitato Centrale ha adottato disposizioni per rafforzare e sostenere la leadership centralizzata e unificata del Comitato Centrale e si fa promotore dell’attuazione delle decisioni e dei piani più importanti, considerandola una responsabilità politica fondamentale. Gli organi centrali di decisione e coordinamento svolgono un ruolo nella definizione di alto livello, nel coordinamento generale, nello sviluppo integrato e nella supervisione dell’attuazione dei compiti principali.

In secondo luogo, si è delineata una divisione delle responsabilità. Sotto la guida centralizzata e unificata del Comitato Centrale, i comitati di partito (gruppi di partito) a tutti i livelli allineano il loro lavoro agli standard richiesti. I dipartimenti funzionali si suddividono il lavoro. Gli organi di controllo verificano i risultati. Gli organi di controllo disciplinare svolgono la supervisione politica. Le unità di base attuano le politiche in modo creativo. Insieme, ripuliscono ogni “capillaro” dell’attuazione.

In terzo luogo, i meccanismi di lavoro sono diventati più pratici ed efficaci. Basandosi sul sistema organizzativo del Partito, dagli organi centrali e statali fino alle prime linee di base, la responsabilità è stratificata e trasferita gradualmente, formando un potente sforzo nazionale “a scacchiera unica”. I comitati di Partito (gruppi di Partito) a tutti i livelli considerano l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale come la loro responsabilità primaria. Applicano coscienziosamente il sistema “primo punto all’ordine del giorno”, suddividono i compiti punto per punto, assegnano una chiara divisione del lavoro, tengono registri delle attività e adottano una gestione basata su liste e un avanzamento di carriera basato su progetti.

In quarto luogo, il quadro istituzionale è diventato più sistematico e completo. Il Comitato Centrale ha formulato e rivisto i regolamenti del Partito, tra cui il Regolamento di funzionamento del Comitato Centrale, il Regolamento di funzionamento dei Comitati Locali del Partito e il Regolamento di funzionamento dei Gruppi di Partito. Questi regolamenti pongono l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale al primo posto tra i doveri degli organi del Partito e di governo e la prima funzione elencata nei regolamenti che determinano le funzioni, la struttura e il personale (i “tre regolamenti”). Il Comitato Centrale ha inoltre formulato e rivisto i regolamenti sulla supervisione interna al Partito, le ispezioni, la responsabilità e le sanzioni disciplinari, stabilendo così rigorosi requisiti di disciplina politica.

In quinto luogo, la responsabilità dell’attuazione è stata rigorosamente applicata. Il Partito ha rafforzato la formazione alla lealtà e alla disciplina politica, ha incoraggiato i membri e i quadri del Partito, in particolare i quadri dirigenti, a stabilire e praticare una corretta visione delle prestazioni e ha indagato seriamente e sanzionato il formalismo e la burocrazia. Ha istituito meccanismi di monitoraggio e feedback, ha studiato e pubblicato tempestivamente politiche di supporto e norme di attuazione dettagliate, ha rafforzato la supervisione politica e intensificato i viaggi di ispezione politica, garantendo unità di pensiero e coerenza di azione in tutto il Partito.

Al momento, il quadro generale è chiaro. Le istituzioni e i meccanismi per l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale continuano a migliorare, e le regioni e i dipartimenti si dimostrano risoluti ed energici nell’applicarli. Tuttavia, se confrontati con l’esigenza politica di “non trascurare nulla nell’attuazione” e con lo standard disciplinare di “obbedienza agli ordini e rispetto dei divieti”, alcune località e dipartimenti presentano ancora carenze e colli di bottiglia che non possono essere ignorati. Nella suddivisione dei compiti per l’attuazione, a fronte di interventi interministeriali e complessi, alcune località e dipartimenti hanno divisioni dei compiti non sufficientemente specifiche e chiare, lasciando troppo spazio a interpretazioni discrezionali. Ciò fa sì che l’attuazione effettiva si discosti dall’intento originario del Comitato Centrale e incide direttamente sulla profondità e sull’efficacia dell’attuazione delle politiche. In termini di coordinamento, i meccanismi di coordinamento interministeriale a livello centrale sono piuttosto consolidati, ma in alcune località i corrispondenti meccanismi di coordinamento rimangono deboli e il problema dello scaricabarile e dell’ostruzionismo tra i dipartimenti non è stato eliminato, creando reali colli di bottiglia nel lavoro. Nell’ambito della supervisione e dell’ispezione, il lavoro degli organi ispettivi a livello centrale e provinciale è generalmente standardizzato, ma l’attività di supervisione a livello comunale e di contea presenta ancora delle lacune. Alcune attività ispettive si basano eccessivamente su registri e documenti scritti, con verifiche in loco e orientamenti sul campo insufficienti. Tra i dipartimenti generali del Partito, i dipartimenti funzionali e gli enti di supervisione specializzati, non sono stati ancora pienamente definiti meccanismi per ispezioni collegate e condivisione dei risultati. Nel riferire questioni importanti ai superiori per ottenere istruzioni, alcune relazioni non sono tempestive o precise. Persistono la tendenza a riportare buone notizie omettendo quelle cattive, ad agire prima e riferire dopo, e a eludere questioni chiave. Alcuni si concentrano sulla comunicazione dei risultati trascurando il processo, altri presentano richieste a più organi, altri ancora ripetono le relazioni su una singola questione e altri ancora sostituiscono le richieste di istruzioni con le relazioni. Nell’ambito dell’accertamento delle responsabilità, alcune interpretazioni sono generalizzate e semplicistiche. In alcuni casi si tende a “ritenere responsabili i livelli inferiori e non quelli superiori”, scaricando la colpa sui membri e sui quadri del Partito a livello di base. Altri applicano sanzioni disciplinari in modo semplicistico, senza analizzare attentamente la natura del problema o il danno effettivo causato. Ciò smorza l’entusiasmo, l’iniziativa e la creatività dei quadri e incoraggia una mentalità passiva del tipo “più fai, più errori commetti; meno fai, meno errori commetti; se non fai nulla, non commetti errori”. Questi sono vincoli che influenzano la possibilità che le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale attecchiscano e producano risultati.

Il sistema di richiesta di istruzioni e di rendicontazione è un’importante disciplina politica, organizzativa e lavorativa del nostro Partito. Fin dal XVIII Congresso Nazionale, il Comitato Centrale, con il compagno Xi Jinping al suo centro, ha attribuito grande importanza a questo lavoro. Ha formulato e emanato una serie di regolamenti del Partito che impongono a tutte le regioni e i dipartimenti di segnalare tempestivamente al Comitato Centrale del Partito le decisioni più importanti, le questioni più rilevanti e le situazioni importanti, indirizzando così questo lavoro verso percorsi istituzionali, standardizzati e scientifici. Didascalia: Regolamento del Partito Comunista Cinese sulla segnalazione di questioni importanti per ottenere istruzioni, entrato in vigore il 31 gennaio 2019. Foto: Sun Tong, grafica.

Durante il periodo del 15° Piano quinquennale, la Cina si trova ad affrontare un contesto interno ed esterno più complesso, e i compiti di riforma, sviluppo e stabilità sono estremamente impegnativi. Che si tratti di raggiungere traguardi rivoluzionari nell’innovazione tecnologica per superare i problemi più critici, di promuovere uno sviluppo regionale coordinato, di perseguire una trasformazione verde e a basse emissioni di carbonio, o di garantire e migliorare il tenore di vita delle persone e di prevenire e disinnescare i rischi maggiori, nessuno di questi obiettivi sarà facile. Dobbiamo condurre l’intero processo di sviluppo sotto la guida globale del Partito e la guida centralizzata e unificata del Comitato Centrale, e utilizzare un solido sistema istituzionale per trasformare il piano strategico in risultati concreti. La Quarta Sessione Plenaria del 20° Comitato Centrale ha sottolineato la necessità di migliorare i meccanismi di attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito, per garantire che fluiscano senza intoppi dall’alto verso il basso e vengano attuati con forza. Le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale sono ancorati agli obiettivi di sviluppo della modernizzazione in stile cinese e riguardano il quadro generale dello sviluppo e gli interessi fondamentali del popolo. Affinché ogni compito si radichi e produca risultati dipende dalla piena attuazione e dal coordinamento preciso ed efficiente da parte delle regioni e dei dipartimenti. Le organizzazioni del Partito a tutti i livelli e le ampie fila dei membri e dei quadri del Partito

Chi decide? Tra le fiamme di Milano e i decreti di Roma, il canale della circolazione delle élite si sta ostruendo, di Antonio Rossello

Chi decide? Tra le fiamme di Milano e i decreti di Roma, il canale della circolazione delle élite si sta ostruendo

Leggere l’ottobre 2026 con la “circolazione delle élite” di Pareto e la “élite del potere” di Mills: la classe dirigente italiana sta sostituendo il patto sociale con decreti sicurezza. Non è governance, è il fallimento della circolazione

L’intuizione centrale di Pareto non è “esistono le élite”, ma le élite devono circolare: la classe dirigente deve assorbire dagli strati governati gli “individui capaci”, altrimenti il sistema perde equilibrio e la sostituzione avviene infine in modo violento. Nell’ottobre 2026 il governo italiano approva l’ottavo decreto sicurezza 48 ore dopo i disordini di Milano e promette 500 milioni due settimane dopo il blocco del Sud — entrambe le reazioni espongono lo stesso problema: il centro decisionale risponde ai sintomi, non alle strutture che li producono, perché le strutture stesse non rientrano nel suo calcolo di interesse.

Leggere l’ottobre 2026 con la cornice paretiana richiede innanzitutto di identificare chi sono i centri decisori. Nel caso milanese la catena decisionale è visibile: il questore di Milano fornisce i dati di ordine pubblico, il prefetto valuta, il ministro dell’Interno Piantedosi coordina, il Consiglio dei ministri approva il decreto. Nel caso meridionale: gli autotrasportatori bloccano le strade, Salvini convoca il tavolo, promette 500 milioni, li eroga a 32.000 imprese. Entrambe le catene sono corte, rapide e riguardano solo il livello esecutivo. La dichiarazione di Piantedosi dopo l’approvazione del decreto conferma questa lettura: il governo sostiene che le misure “rispondono con fermezza alla violenza e alle scorrerie urbane”, l’opposizione le denuncia come “puramente repressive e propagandistiche”. Entrambe le formulazioni condividono la stessa premessa — l’oggetto della decisione sono i “comportamenti”, non le “condizioni”.

Pareto chiederebbe: in questo circuito, chi è salito dagli strati governati alla posizione decisionale? Delle 271 persone portate in questura a Milano, 220 sono minorenni, il più giovane ha 11 anni. Nelle udienze hanno espresso con chiarezza la propria condizione — un ventenne italiano racconta: “Su TikTok mi è stato proposto un video che segnalava una protesta contro il caro vita, ho deciso di partecipare perché in famiglia c’è una grande difficoltà economica, mio padre lavora in una fabbrica che sta cercando in ogni modo di licenziarlo. All’inizio pensavo a una protesta normale, poi, la rabbia per la situazione della mia famiglia è emersa, ho iniziato a lanciare pietre”. Queste testimonianze descrivono un cortocircuito push—risonanza emotiva—azione immediata, non un’azione politica organizzata. Nessun canale traduce quelle condizioni in input decisionale. I loro “rappresentanti” nella sala del Consiglio dei ministri sono oggetti di discussione (“minori”, “maranza”, “inadatti”), non partecipanti alla discussione.

I camionisti del Sud stanno un po’ meglio: con il blocco hanno ottenuto l’incontro con Salvini, ma il risultato è un pagamento una tantum. Lo stesso Salvini ammette: “È l’inizio di un percorso, non pretendo che martedì mattina ci sia la bacchetta magica”. Finiti i 500 milioni, la stessa logica di blocco si ripropone integralmente al prossimo aumento del petrolio. Il termine paretiano qui è preciso: non è “circolazione”, è assorbimento — ai nuovi membri è consentito accedere al tavolo del negoziato, ma la struttura del tavolo non cambia.

Questo è il sintomo tipico dell’ostruzione della circolazione delle élite di cui parla Pareto. Quando la classe dirigente smette di assorbire dal basso nuovi membri e nuove prospettive, e gestisce i sintomi degli strati inferiori con strumenti politici, il sistema entra in uno stato di stabilità apparente e di entropia interna crescente. Il decreto sicurezza è l’esempio perfetto di questa gestione: ridefinisce il malcontento sociale come “reato”, riducendo la risposta alla sola punizione. Le misure centrali del decreto — fino a 5 anni per la partecipazione a manifestazioni violente, custodia preventiva estesa ai minorenni, responsabilità patrimoniale dei genitori per i danni causati dai figli, invio di 500 militari a Milano — sono, in senso paretiano, un segnale: non un segnale di deterrenza verso la violenza, ma un segnale di chiusura del canale di ascesa. Chi tenta di organizzare l’azione collettiva dal basso si troverà di fronte alla giustizia penale, non al tavolo del negoziato politico.

Ancora più significativo è che persino le élite professionali interne al sistema iniziano a contestare pubblicamente questa strada. Il segretario del sindacato di polizia Siulp, Felice Romano, ha dichiarato a Il Foglio che inviare militari per le strade “è un pericoloso passo indietro”, avvertendo che “la dimostrazione di muscoli provoca una reazione di muscoli, serve la prevenzione”. Ha inoltre sottolineato un fatto paretiano: questo è il terzo decreto sicurezza della legislatura, “la prova che il decreto precedente non ha funzionato. Non bastano l’innalzamento delle pene o interventi solo sul piano repressivo”. Quando gli esecutori stessi del sistema iniziano a dire pubblicamente che il sistema non funziona, l’ostruzione della circolazione non è più un’ipotesi accademica.

Il concetto di “élite del potere” di Mills offre un complemento. Mills sostiene che i vertici delle tre istituzioni — governo, grande impresa, esercito — formano un’élite coesa, i cui membri circolano tra i tre ambiti e condividono interessi fondamentali. La risposta decisionale italiana dell’ottobre 2026 vi corrisponde pienamente: il finanziamento del decreto sicurezza proviene dal deficit aggiuntivo per la difesa; i 500 militari di Milano vengono dall’esercito (quasi tutti dalla brigata paracadutisti “Folgore”); i 500 milioni del Sud sono distribuiti attraverso i canali negoziali tra imprese e governo. I tre circuiti decisionali — politico, economico, militare — si coordinano nella risposta alla crisi, ma la direzione del coordinamento è il consolidamento dell’ordine esistente, non il suo cambiamento. La cornice di Mills rivela anche una dinamica più sottile: quando il sindacato di polizia (élite interna al sistema) e il presidente Mattarella (guardiano costituzionale) bloccano contemporaneamente il conferimento di poteri di polizia giudiziaria ai militari, non si tratta di una “frattura tra élite”, ma di un auto-aggiustamento delle élite al confine — sanno quali strumenti mettono a rischio la legittimità del sistema stesso e quali no. La repressione è consentita, ma la forma della repressione deve restare entro la cornice costituzionale. È la gestione raffinata in uno stato di ostruzione della circolazione: i sintomi possono essere trattati con durezza, ma gli strumenti del trattamento non devono scuotere la struttura.

La domanda paretiana decisiva è: l’ostruzione della circolazione delle élite è temporanea o strutturale? La storia offre un riferimento: dopo il 1861 ogni tentativo di “soluzione” della questione meridionale è consistito nell’assorbire nuovi membri dalle élite settentrionali e meridionali, mantenendo gli strati inferiori del Sud in posizione di “problema”. La fine della Cassa per il Mezzogiorno non è avvenuta perché il Sud non avesse più bisogno di intervento, ma perché il modello di intervento non serviva più agli interessi delle élite mutate. Il decreto sicurezza e il sussidio una tantum del 2026 seguono la stessa logica: la risposta deve essere abbastanza visibile da placare l’opinione pubblica, abbastanza limitata da non cambiare la struttura di potere.

Il Movimento 17 ottobre scrive su Telegram: “decentrare questa rete, rendendo difficile allo Stato reprimerci”. Letta nella cornice paretiana, questa frase non è un consiglio tattico, ma la conferma diretta del fallimento della circolazione delle élite: quando i canali di ascesa si chiudono, gli strati inferiori costruiscono strutture parallele. Queste strutture possono essere represse, cooptate o disperse dalla crisi successiva. Ma se l’ostruzione persiste, la “circolazione” di Pareto si compirà in un altro modo — non per assorbimento, ma per sostituzione. La storia italiana dal 1861 offre precedenti sufficienti. E l’unicità dell’ottobre 2026 sta nel fatto che la pressione alla sostituzione arriva simultaneamente da due direzioni: i giovani del Nord dicono con le fiamme “fermate il sistema”, i camionisti del Sud dicono con i blocchi “pagate il conto”. Due linguaggi diversi, che indicano la stessa strozzatura dell’uscita.

Marco Rubio fraintende ciò che rende grande l’Occidente, di Fareed Zakaria – La “civiltà occidentale” è un messaggio subliminale del movimento MAGA, di Philip H Gordon

Marco Rubio fraintende ciò che rende grande l’Occidente

Il suo discorso in Grecia esaltava il potere e la forza, trascurando l’idea rivoluzionaria dei diritti universali.

Di Fareed Zakaria, conduttore del programma della CNN Fareed Zakaria GPS e autore, tra le altre cose, del recente Age of Revolutions.

A man in a dark suit and blue tie stands at a wooden podium bearing the U.S. Department of State seal, with ancient stone ruins on a rocky hilltop illuminated by warm light in the background.
Un uomo in abito scuro e cravatta blu è in piedi su un podio di legno recante lo stemma del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, con sullo sfondo antiche rovine in pietra situate sulla cima di una collina rocciosa, illuminate da una luce calda.

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16 ottobre 2026, ore 10:01

In un discorso ben scritto pronunciato la scorsa settimana sullo splendido sfondo dell’Acropoli di Atene, il Segretario di Stato Marco Rubio ha esortato l’Occidente a riscoprire ciò che lo rende eccezionale. Ha descritto le qualità che definiscono la civiltà occidentale come «il fuoco della passione, la forza, il coraggio, l’orgoglio» e ne ha celebrato l’ambizione, il nazionalismo e l’incessante ricerca dell’eccellenza. Ha ammonito che l’Occidente si è vergognato proprio di quelle cose che lo hanno reso grande.

Rubio ha ragione quando afferma che l’Occidente ha talvolta perso fiducia nelle proprie tradizioni e nei propri ideali — e che non dovrebbe farlo. Ma lo stesso Rubio sembra profondamente confuso su ciò che rende l’Occidente eccezionale.

Si considerino le qualità che egli esalta: coraggio, forza, ambizione e orgoglio. Gengis Khan possedeva tutte queste qualità in abbondanza. Lo stesso valeva per gli imperatori persiani, gli zar russi e i sovrani della Cina imperiale. Ogni grande civiltà ha celebrato i propri guerrieri, glorificato le proprie conquiste e creduto nella propria superiorità.

Ciò che contraddistingue davvero la civiltà occidentale non è la sua potenza militare né l’orgoglio nazionale, bensì le sue tradizioni intellettuali e politiche. Dalla filosofia greca e dal diritto romano, passando per il cristianesimo, fino alla rivoluzione scientifica e all’Illuminismo, l’Occidente ha sviluppato un corpus di idee che ha messo in discussione l’esercizio arbitrario del potere. La ragione, l’indagine scientifica, la libertà individuale, la democrazia, lo Stato di diritto e i diritti umani universali sono diventati elementi centrali della civiltà occidentale e l’hanno resa unica.

Altre culture hanno tradizioni di moralità, giustizia e dignità umana. Ma in Occidente, queste idee si sono evolute in proposizioni politiche rivoluzionarie: che ogni essere umano possiede determinati diritti semplicemente in virtù del fatto di essere umano, che i governi esistono per garantire tali diritti e che nessun governante o tradizione è al di sopra di ogni controllo. La caratteristica più radicale di questi principi — ispirati in parte dal cristianesimo — era la loro universalità. Si applicavano non solo agli occidentali ma, in linea di principio, a tutti.

Si pensi alla schiavitù. L’Occidente ha praticato la schiavitù su vasta scala e in modo brutale, come del resto ha fatto praticamente ogni grande civiltà della storia. Ma l’Occidente ha anche dato vita a un potente movimento abolizionista, attingendo alle credenze cristiane, agli ideali dell’Illuminismo e alle lotte degli stessi schiavi. Le società occidentali hanno sviluppato principi che potevano essere utilizzati per condannare la propria condotta.

Allo stesso modo, per secoli le società occidentali hanno trattato le donne e le minoranze religiose e razziali come cittadini di seconda classe, così come ha fatto la maggior parte delle altre civiltà. Ma le idee occidentali sull’uguaglianza e sui diritti individuali hanno contribuito a dare vita a movimenti per il suffragio femminile, la tolleranza religiosa e i diritti civili. Questi movimenti non hanno respinto gli ideali più alti dell’Occidente. Hanno preteso che l’Occidente fosse all’altezza di essi. Il reverendo Martin Luther King Jr. fece appello all’idea della Dichiarazione d’Indipendenza secondo cui «tutti gli uomini sono creati uguali» proprio perché quella promessa era universale, anche se la società americana l’aveva ripetutamente tradita.

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Lo stesso vale per l’imperialismo. Quasi tutte le grandi potenze hanno cercato di estendere il proprio dominio. L’Occidente ha avuto un successo straordinario in questo senso, e non si può che rimanere stupiti dalla sua enorme portata. Ma le società occidentali hanno anche finito per riconoscere i diritti dei popoli colonizzati, mettendo in discussione la moralità della conquista e ammettendo la brutalità del dominio coloniale. Questa capacità di autocritica non è una debolezza. È uno dei maggiori punti di forza dell’Occidente il fatto di sapersi spingere a essere all’altezza dei propri ideali. È anche, in parte, l’uso incessante della ragione che ha permesso all’Occidente di guidare il mondo nella scienza e nelle scoperte.

E questo ci porta forse al punto più importante che Rubio trascura: la straordinaria influenza dell’Occidente sul mondo moderno non deriva semplicemente dalle conquiste militari o dal dominio economico. Deriva piuttosto dal fascino intellettuale delle sue idee. Il potere occidentale è stato spesso oggetto di risentimento, resistenza e, in ultima analisi, espulsione. Eppure gli ideali associati all’Occidente sono sopravvissuti perché le persone di ogni parte del mondo possono farli propri.

Gli inglesi governarono l’India per quasi due secoli, spesso ricorrendo allo sfruttamento, alla repressione e alla violenza. Eppure, quando gli indiani conquistarono l’indipendenza, non rinnegarono la democrazia parlamentare, il governo costituzionale, la magistratura indipendente né lo Stato di diritto. Abbracciarono queste istituzioni, le adattarono e le combinarono con le proprie tradizioni. L’India ha adottato il suffragio universale per gli adulti sin dalla nascita della sua repubblica, un impegno straordinario a favore dell’uguaglianza politica in un paese povero e in gran parte analfabeta. Questo è il potere straordinario delle «idee universali» formulate dall’Occidente: chiunque può farle proprie e acquisire potere grazie ad esse.

Rubio ha ragione quando afferma che l’Occidente dovrebbe essere orgoglioso della propria storia e delle proprie conquiste. Tuttavia, sebbene gli aspetti su cui Rubio pone l’accento — forza, coraggio e gloria nazionale — rendano effettivamente potente l’Occidente, non sono questi a renderlo rivoluzionario. La sua conquista più duratura non sta nell’aver conquistato territori, costruito eserciti potenti e monumenti o prodotto ricchezza. L’Impero Ottomano fece tutte queste cose.

Ciò che rende l’Occidente eccezionale è la sua capacità di superare le ristrette rivendicazioni della tribù, della nazione e dell’impero, e di sviluppare idee sulla libertà, l’uguaglianza e la dignità umana in grado di parlare a tutti i popoli, ovunque. L’Occidente ha conquistato gran parte del mondo con la forza. Ma ha cambiato il mondo attraverso le idee. Mi auguro che il segretario di Stato degli Stati Uniti celebri queste idee e che questa amministrazione si dimostri all’altezza di esse.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul “Washington Post” e ripubblicato qui nell’ambito di una regolare diffusione degli articoli di Fareed Zakaria.

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Fareed Zakaria è il conduttore del programma della CNN Fareed Zakaria GPS e autore, tra le altre cose, del recente Age of Revolutions. Scrive una rubrica settimanale sul Washington Post, pubblicata anche su Foreign Policy. X: @FareedZakaria

La “civiltà occidentale” è un messaggio subliminale del movimento MAGA

Rubio sbaglia a citarlo come fondamento dell’alleanza degli Stati Uniti con l’Europa.

Di Philip H. Gordon, ricercatore della cattedra Sydney Stein Jr. presso la Brookings Institution.

U.S. Secretary of State Marco Rubio departs Munich after attending the Munich Security Conference on Feb. 15.
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio lascia Monaco dopo aver partecipato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco il 15 febbraio.

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24 febbraio 2026, ore 15:35

Il discorso del Segretario di Stato americano Marco Rubio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di quest’anno ha fornito agli europei preoccupati una certa rassicurazione sul fatto che gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, fossero ancora impegnati nella loro alleanza di sicurezza con l’Europa. Dopo che l’amministrazione Trump aveva seminato per mesi dubbi sulla validità della garanzia di difesa prevista dall’articolo 5 della NATO, pubblicato una Strategia di Sicurezza Nazionale che invitava a «coltivare la resistenza» all’«attuale traiettoria dell’Europa» e aveva persino lanciato velate minacce di ricorrere alla forza militare per acquisire la Groenlandia, Rubio ha sottolineato che il partenariato con l’Europa rimane un interesse centrale degli Stati Uniti.

Questa era la buona notizia. La cattiva notizia è che la base di questa partnership proposta non è più la minaccia russa, un interesse comune nella difesa dell’ordine mondiale o i valori condivisi dalle democrazie liberali — pilastri che hanno ben servito americani ed europei per decenni. L’amministrazione Trump invoca invece ora un’alleanza fondata su una “civiltà occidentale” mal definita che, secondo quanto sostiene, deriva da «secoli di storia condivisa, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e dai sacrifici [dei] nostri antenati». A parte la sua vaghezza e incoerenza come concetto, la civiltà occidentale è una base terribile su cui fondare l’alleanza più longeva e importante del mondo.

Mettiamo da parte, se possibile, quanto ciò sia offensivo per i milioni di americani ed europei che non condividono la “fede cristiana” o la “cultura e il patrimonio” comuni a cui Rubio fa riferimento, o quanto sia offensivo per i milioni di vittime del colonialismo in tutto il mondo, che non possono che indignarsi quando il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti elogia «civiltà che si estende su più continenti, ha attraversato gli oceani ed è sopravvissuta per migliaia di anni» e dichiara che «la civiltà occidentale deve abbracciare la sua nobile eredità se vuole invertire il proprio declino». Con il pretesto di presentare una base per il partenariato transatlantico, il concetto di «civiltà comune» suona più come un segnale subliminale rivolto ai sostenitori dell’agenda MAGA di Trump e come un appello ai suoi sostenitori populisti in Europa, alcuni dei quali sono tanto ostili agli Stati Uniti quanto solidali con la Russia.

Ma l’amministrazione Trump non sta solo cercando di elevare la “civiltà comune” a nuova base del partenariato. Sta contemporaneamente abbandonando i pilastri tradizionali di quel partenariato, che oggi sono più attuali che mai. Questo dovrebbe preoccupare gli europei.

Ad esempio, mentre la terribile aggressione della Russia contro l’Ucraina entra nel suo quinto anno, verrebbe da pensare che difendersi dalla minaccia proveniente da Mosca – la missione originaria della NATO – rimanga lo scopo centrale dell’alleanza atlantica. Infatti, il giorno prima che Rubio intervenisse a Monaco, il capo dei servizi segreti tedeschi, Martin Jager, ha tracciato un quadro straziante della «guerra ibrida» russa contro l’Europa, che va ben oltre l’Ucraina o le minacce militari convenzionali. Essa comprende interferenze elettorali, campagne di disinformazione, sabotaggi, tentativi di assassinio, spionaggio, attacchi informatici e attacchi con droni.

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Eppure, lungi dal sollevare preoccupazioni riguardo a tale minaccia o dal presentare un piano per affrontarla, Rubio non ha nemmeno menzionato la Russia nel suo discorso. Né ha parlato dell’interesse americano a sostenere l’Ucraina contro l’aggressione non provocata e ancora in corso da parte della Russia. Nel frattempo, Trump, dopo aver già interrotto ogni forma di assistenza militare e finanziaria diretta degli Stati Uniti all’Ucraina, continua assurdamente a incolpare l’Ucraina per la guerra e a esercitare pressioni affinché si «sbrighi» a concludere un accordo, senza dire quasi nulla sulla minaccia russa. Infatti, nella visione civilizzazionalista di Trump, la Russia del presidente Vladimir Putin potrebbe essere vista come parte dell’alleanza tra Stati Uniti ed Europa piuttosto che come la più grande minaccia alla sicurezza che essa deve affrontare. Se alla base dell’impegno degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa vi sono storia, cultura e origini comuni, dove, esattamente, inizia e finisce tale impegno?

I funzionari dell’amministrazione Trump hanno inoltre iniziato a ridimensionare — e persino a denigrare — il sostegno alle regole, alle norme e alle leggi internazionali. Nel suo discorso a Monaco, Rubio ha contrapposto il “cosiddetto ordine globale” agli interessi nazionali degli Stati Uniti, come se uno dei loro interessi nazionali fondamentali non fosse proprio l’ordine globale, mentre Elbridge Colby, un alto funzionario del Dipartimento della Difesa statunitense, ha liquidato l’“ordine basato sulle regole” come un’“astrazione da castello in aria”. ” In tali osservazioni era implicito che ricorrere all’alleanza per difendersi da “astrazioni” come il principio di non modificare i confini con la violenza, come sta cercando di fare la Russia in Ucraina, fosse di minima importanza.

Una simile prospettiva rappresenta un ulteriore passo verso l’avallo di un mondo in cui la forza fa da legge, dove l’aggressione da parte delle grandi potenze — e non solo degli Stati Uniti — non incontrerebbe alcuna opposizione. Se l’ordine globale non vale la pena di essere difeso, allora perché la Cina non dovrebbe semplicemente annettersi Taiwan o il Mar Cinese Meridionale, e perché la Russia dovrebbe astenersi dall’annettersi l’Ucraina? Nelle sue schiette osservazioni al Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera, all’inizio di quest’anno, il primo ministro canadese Mark Carney ha sottolineato che l’«ordine basato sulle regole», spesso dichiarato come fondamento delle decisioni politiche degli Stati Uniti e dell’Occidente, era «parzialmente falso». Su questo aveva ragione, ma allo stesso tempo era anche «parzialmente vero». Un mondo in cui regole, norme e leggi non abbiano alcun ruolo negli affari internazionali è più pericoloso sia per gli americani che per gli europei — come entrambi hanno tragicamente scoperto nei decenni che hanno preceduto l’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti instaurato dopo il 1945.

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L’amministrazione Trump si è dimostrata altrettanto sprezzante nei confronti dei valori transatlantici condivisi — almeno quelli liberali, come il sostegno alla democrazia e alla libertà, che un tempo costituivano il fondamento dell’alleanza — come base per la collaborazione. A Monaco, Colby ha liquidato i richiami a tali valori definendoli «osanna o slogan» e ha persino ammesso candidamente che la maggior parte dei valori europei potrebbe non essere condivisa dalla «nostra parte dello spettro politico», riferendosi ai repubblicani sostenitori di Trump. Il fatto che Rubio sia partito in jet dopo il suo discorso alla volta di Budapest per dare il proprio sostegno al leader ungherese autoritario, filorusso e antieuropeista, Viktor Orbán, ha confermato che l’alleanza tra Stati Uniti ed Europa sostenuta dall’amministrazione Trump non è quella che la maggior parte degli attuali leader o dell’opinione pubblica europea ha in mente.

Già prima di Monaco, la maggior parte degli europei era giunta alla conclusione, seppur a malincuore, che gli Stati Uniti, il loro partner strategico, economico e morale più stretto da oltre 80 anni, non fossero più impegnati in quel partenariato. La minaccia di ulteriori dazi in tutto il continente e di una potenziale conquista della Groenlandia con la forza è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, spingendo molti europei a prepararsi a un mondo in cui non potranno più contare sugli Stati Uniti. Di conseguenza, la fiducia negli Stati Uniti è crollata: i sondaggi mostrano che una stragrande maggioranza degli europei ha ora un’opinione sfavorevole del Paese e non lo considera più un alleato. Inoltre, il turismo verso gli Stati Uniti sta crollando, studiosi e scienziati stanno cercando di studiare e fare ricerca altrove, e i leader parlano di ridurre i rischi per le loro economie e la loro sicurezza non rispetto a Pechino, ma rispetto a Washington.

È comprensibile che gli europei continuino a cercare disperatamente di preservare un partenariato di sicurezza con gli Stati Uniti. Attualmente, da soli, non dispongono delle risorse militari necessarie per difendersi dalla Russia, e ci vorrà molto tempo prima che ne dispongano. La deterrenza nucleare statunitense estesa all’Europa non può essere facilmente sostituita, e anche aiutare l’Ucraina a impedire un’occupazione russa senza un sostegno militare, finanziario e di intelligence costante da parte degli Stati Uniti sarà difficile. Per questi motivi, qualsiasi riconoscimento da parte degli Stati Uniti dell’importanza dell’Europa e qualsiasi espressione di sostegno statunitense all’alleanza sono ben accetti.

Ma gli europei non dovrebbero farsi illusioni. Mentre l’amministrazione Trump abbandona i pilastri della vecchia alleanza, propone ora di sostituirli con una visione di partenariato basata su un «patrimonio comune» tanto mitico quanto insostenibile. La maggior parte degli europei non se la beve, né dovrebbe farlo.

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Philip H. Gordon è titolare della cattedra Sydney Stein Jr. presso la Brookings Institution. Ha ricoperto diversi incarichi di alto livello nel governo degli Stati Uniti, tra cui, più recentemente, quello di consigliere per la sicurezza nazionale del vicepresidente nell’amministrazione Biden-Harris. X: @PhilGordonDC

Il discorso di Marco Rubio a Monaco è più pericoloso di quanto si pensi

Ciò che il segretario di Stato americano ha messo a nudo riguardo alla visione del mondo di Trump.

Howard French
Howard French

Di Howard W. French, editorialista di Foreign Policy.

Rubio is shown speaking at a podium ahead of a white background.
L’immagine mostra Rubio mentre parla da un podio davanti a uno sfondo bianco.

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20 febbraio 2026, ore 9:46

Non appena Marco Rubio, segretario di Stato degli Stati Uniti, ha concluso il suo discorso l’altro giorno alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, gli opinionisti su entrambe le sponde dell’Atlantico hanno iniziato a discutere degli applausi che ne sono seguiti.

Il secondo mandato di Trump

Rapporti e analisi periodici

Per alcuni, la standing ovation esprimeva un sincero sollievo per il fatto che Rubio non avesse parlato con lo stile minaccioso del suo capo, il presidente Donald Trump, né con la spavalderia offensiva del vicepresidente J.D. Vance, che un anno prima aveva tenuto un discorso a Monaco. Per altri, non era altro che la risposta cortese di un’élite europea che ha abbandonato le illusioni su una visione condivisa del mondo e vuole semplicemente ridurre al minimo gli attriti con Washington, mentre le due parti si allontanano sempre più.

A mio avviso, entrambe le reazioni sono state premature. È vero, Rubio si è sforzato di affermare la sopravvivenza di un progetto comune tra Europa e Stati Uniti. Ma poiché i modesti gesti compiuti da questa amministrazione verso ciò che è stato a lungo considerato la normalità nelle relazioni internazionali sono stati spesso seguiti da violazioni senza precedenti dell’ordine globale — come le recenti e ripetute minacce di Trump di annettere la Groenlandia dopo dichiarazioni blande e concilianti sulla NATO — ho aspettato di vedere cosa sarebbe successo.

A conti fatti, non è stato Trump in persona, bensì Rubio — ampiamente applaudito — a fornire il seguito più significativo al discorso di Monaco; e sebbene la stampa statunitense ne abbia parlato poco, si è trattato di un fatto profondamente allarmante.

Dopo Monaco, Rubio si è recato in Ungheria, dove ha espresso l’allineamento di Washington con Viktor Orbán, il primo ministro profondamente autocratico del Paese, dicendogli che il successo dell’Ungheria era il successo degli Stati Uniti. È difficile immaginare come ciò possa rassicurare i principali alleati statunitensi in Europa, tutti fermamente impegnati a favore del liberalismo democratico. Peggio ancora, Orbán, oltre a minare lo stato di diritto democratico in Ungheria, è un convinto etnonazionalista.

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Ormai è stato ampiamente affermato che la seconda amministrazione Trump sta conducendo un attacco alle norme democratiche negli Stati Uniti. Molti dei difensori di Trump lo negano, ma è difficile interpretare l’alleanza con Orbán, affermata con tanto entusiasmo, come qualcosa di meno di una dichiarazione d’intenti autoritaria. Il sostegno esplicito dell’amministrazione Trump ai partiti di estrema destra in Europa va di pari passo con i suoi sforzi volti a minare le norme democratiche sul proprio territorio, sia che si tratti di diffondere false accuse di brogli elettorali passati, di proporre il controllo federale sulle elezioni, di accennare a un possibile terzo mandato di Trump, o di suggerire – come ha fatto Vance – che l’esecutivo non debba essere vincolato da sentenze giudiziarie sfavorevoli.

La convergenza tra ciò che si potrebbe definire “Orbanismo” e “Trumpismo” era già evidente nel discorso di Rubio a Monaco, anche se è passata quasi inosservata. Gli europei, e in effetti molti americani che auspicano una maggiore continuità nella politica estera del proprio Paese, potrebbero aver abbassato la guardia troppo in fretta, lasciandosi trasportare dal clima di compostezza che regnava alla conferenza. Ciò che gli analisti su entrambe le sponde dell’Atlantico avrebbero dovuto fare era collegare i puntini.

Nel suo discorso, Rubio ha sottolineato i punti in comune insiti nelle relazioni transatlantiche, ma ha sbagliato su quasi tutti i dettagli — e per di più ha assunto un tono paternalistico. Orban a parte, le società europee rimangono in gran parte impegnate a favore della democrazia partecipativa, delle libertà individuali e dello Stato di diritto. Gli americani che credono nella democrazia nel proprio Paese dovrebbero sperare che ciò continui ad essere così. Un giorno potrebbero essere proprio gli europei a lanciare l’appello che esorti gli americani a ritrovare il buon senso e, con esso, le tradizioni che sono state spesso considerate norme occidentali.

Nel frattempo, un compito fondamentale è quello di analizzare a fondo le implicazioni del consiglio di Rubio all’Europa, e di farlo in modo meticoloso, al fine di metterne in luce le contraddizioni e le implicazioni preoccupanti. Il punto di partenza migliore è la denuncia fatta da Rubio a Monaco di Baviera riguardo a «un’ondata senza precedenti di migrazione di massa che minaccia la coesione delle nostre società, la continuità della nostra cultura e il futuro dei nostri popoli».

Questa affermazione faceva parte dell’appello lanciato da Rubio affinché l’Europa difendesse la civiltà occidentale — ma solo quella immaginaria, strettamente allineata all’etnonazionalismo bianco e cristiano di Orbán. Proprio come alcune dichiarazioni occasionali dell’amministrazione che lasciano intendere che gli Stati Uniti siano stati in gran parte costruiti da coloni bianchi, essa si basa su un’intenzionale fraintendimento della storia, se non su pura ignoranza.

Gli europei si trovano a fare i conti con la prospettiva di un declino demografico in questo secolo su una scala che non si vedeva dai tempi delle due guerre mondiali. La Germania, ad esempio, secondo le proiezioni perderà quasi il 5 per cento della sua popolazione entro il 2050, lasciando una società sempre più sbilanciata verso gli anziani e con una carenza di giovani in età lavorativa. Il consiglio dell’amministrazione Trump è quello di rafforzare i confini europei e di puntare con ancora maggiore determinazione su una falsa concezione dell’Europa come luogo di identità nazionali fisse, radicate nella razza bianca, negli stereotipi popolari del XIX e dell’inizio del XX secolo e nel cristianesimo come standard universale.

La nuova enfasi sul cristianesimo — sostenuta da Rubio e Vance, oltre che da alcuni editorialisti americani — non mira semplicemente a escludere i musulmani, come si potrebbe sospettare. Alcuni dei suoi sostenitori la considerano parte di un arsenale di strumenti revivalisti volti a ripristinare i presunti valori familiari e ad aumentare i tassi di fertilità, garantendo così la sopravvivenza della razza bianca di fronte all’immigrazione proveniente dal Sud del mondo.

I tassi di fertilità sono in forte calo in tutti i paesi ricchi. Nonostante gli sforzi, che comportano costi ingenti, nessun paese ricco — né la Cina, che ha saputo coniugare una rapida crescita economica con un potere autocratico altamente concentrato — è riuscito a trovare un modo per invertire questa tendenza. E difficilmente ci riuscirà nemmeno un appello al cristianesimo promosso dal governo.

Ci vuole curiosità per scoprire i fatti relativi alle storie nazionali europee — e la verità non solo è più interessante, ma anche ostinata. Si pensi all’immaginario folcloristico delle identità europee fisse. Molti degli attuali Stati-nazione europei hanno iniziato ad acquisire le loro forme contemporanee e una parvenza di omogeneità linguistica e culturale solo nella tarda modernità, in particolare nel XX secolo. Prima di allora, le identità erano molto più localizzate e fluide, e la migrazione era la norma.

È particolarmente sorprendente che lo Stato europeo che abbia assunto una posizione in netto contrasto con la visione del mondo di Trump riguardo alla minaccia che l’immigrazione rappresenta per la sopravvivenza culturale e razziale dell’Europa sia proprio la Spagna.

Questa nazione iberica non solo è stata profondamente plasmata dall’immigrazione di popoli non cristiani nel passato, ma è stata anche conquistata e governata dai musulmani per secoli. Certo, è successo molto tempo fa, ma l’esistenza stessa di una nazione di lingua spagnola si deve tanto all’adattamento quanto alla riconquista cattolica che si concluse nel XV secolo. Ciò testimonia la resilienza delle culture locali e la fluidità intrinseca alle vicende umane.

At bottom, the Trump view that Europe should erect high barriers to immigration, much as the United States has, conveys the opposite of self-confidence. Trump, Vance, and Rubio would have us see Europe as weak. Yet strong and self-assured states are more willing to wager that they can assimilate diverse newcomers—not in unlimited numbers or in one fell swoop, but deliberately and in alignment with their demographic needs.

It is hard to avoid the conclusion that race lies at the heart of the Trump administration’s stance on immigration. Aging and demographic decline are indeed sweeping the rich world, but that does not mean that the planet is running out of people. Indeed, the human population is projected to continue growing impressively at least until the end of this century. The problem that arises, for those who think in such terms, is that the young people of tomorrow will largely come from brown- and Black-skinned countries.

Qui si riscontra una inquietante convergenza di idee: lo spettro interno della cosiddetta “teoria del grande rimpiazzo” promossa da Trump e da alcuni dei suoi più stretti collaboratori, come Stephen Miller — secondo cui i migranti minacciano di “avvelenare” il sangue dell’America — e una forma molto più antica di panico razziale globale. Tale panico risale agli inizi del XX secolo, quando autori statunitensi di grande popolarità come Lothrop Stoddard avvertivano che il mondo stava per essere invaso da razze presumibilmente inferiori, o «subumani», in libri come The Rising Tide of Color: The Threat Against White World-Supremacy.

L’Europa non ha affatto raggiunto un consenso sul fatto che un’immigrazione consistente, pur se gestita con attenzione, sarà fondamentale per la sua futura prosperità e sopravvivenza, ma sembra aver compiuto maggiori progressi in questa direzione rispetto agli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump. È probabile che le esigenze demografiche degli Stati Uniti, unite al loro passato variegato e alla loro tradizione di apertura, finiscano per spingerli nella direzione dell’Europa, piuttosto che in quella indicata da Rubio. La domanda è: quanti danni causeranno gli Stati Uniti a se stessi – e al resto del mondo – nel frattempo?

Questo articolo fa parte della copertura continua di FP sull’amministrazione Trump. Segui gli aggiornamenti qui.

La “guerra del grande disegno” si trasforma per rafforzare, in modo più circoscritto, l’egemonia statunitense, di Alastair Crooke e Karl Sanchez

La “guerra del grande disegno” si trasforma per rafforzare, in modo più circoscritto, l’egemonia statunitense.

Alastair Crooke, 17 ottobre 2026

Forum sui conflitti

17 ottobre 2026∙ Pagato

Il paradigma cambia. Lo strato sovranazionale in rete che per lungo tempo ha perseguito il suo “Grande Disegno” globale fabbricando il consenso pubblico per guerre di obbedienza imposta, si è finalmente scontrato con i limiti del potere. Siamo, in effetti, in un momento in cui “l’imperatore è nudo”. Tutti possono vederlo.

I suoi strumenti tradizionali – l’esercito statunitense, il sistema del dollaro, la trappola del credito, le strutture di Bretton Woods, la terapia economica d’urto e le guerre valutarie – non riescono a preservare la visione del mondo dell’élite statunitense , secondo la quale sarebbe “impensabile” che gli Stati Uniti, avendo vinto la Guerra Fredda, si trovassero ad affrontare un mondo in cui non continuassero a dettare le regole.

“Nella luce dorata di una sera ateniese, con l’Acropoli alle spalle ”, il Segretario di Stato americano Marco Rubio , il 7 ottobre, ha elogiato apertamente il colonialismo; si è macchiato di oltraggiose cancellazioni della storia e ha invocato un ritorno al dominio occidentale sul mondo. Rubio ha affermato che l’Occidente deve usare la forza militare per “mantenere il suo posto al vertice del mondo”; l’Occidente è “ la più grande civiltà del mondo” , ha dichiarato, sottolineando che si tratta di una “civiltà che dobbiamo difendere oggi con la stessa passione dei nostri antenati” .

Ma ora, quegli strumenti tradizionali per preservare la sua posizione di leader mondiale si stanno rivelando meno efficaci contro gli stati che possiedono alternative: Cina, Russia e Iran sono chiari indicatori della tendenza secondo cui le guerre economiche, finanziarie e persino militari non producono risultati rapidi. Le vittorie immediate per la Matrix non sono più così facilmente raggiungibili.

Suggerire, d’altro canto, che gli stati civilizzati potrebbero opporsi con maggiore forza agli Stati Uniti ignora completamente la natura profonda di questo conflitto. Il “Grande Progetto di un Governo Globale Unico” è una guerra volta a eliminare quegli stati civilizzati che offrono una diversa prospettiva con cui osservare e comprendere il mondo.

Che cosa significa? Fu l’ex Primo Ministro britannico Benjamin Disraeli a dedurre nel 1846: “Il mondo è governato da personaggi ben diversi da quelli che immaginano coloro che non sono dietro le quinte”.

Disraeli mise ripetutamente in guardia esplicitamente contro la “rivoluzione mondiale” (o rivoluzioni colorate, per usare la terminologia odierna). Disraeli individuò e denunciò ripetutamente “un disegno” dietro la serie di scoppi rivoluzionari che si verificarono in molte parti del mondo a metà del XIX secolo.

Oggi è Emmanuel Todd, stimato storico e antropologo francese, a farsi portavoce delle idee di Disraeli: anche Todd vede nelle guerre odierne qualcosa di ben più profondo di una serie di conflitti territoriali separati e distinti.

Mosca non sta conducendo una guerra contro i circa 20 milioni di abitanti dell’Ucraina.

“Attraverso l’Ucraina, l’Ucraina si trova a fronteggiare l’intero blocco atlantista, la NATO nel suo complesso, i suoi servizi segreti, i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica. L’Ucraina è semplicemente un teatro di operazioni, un campo di battaglia in una guerra mondiale latente.”

Ucraina, Iran, Yemen o Cina: sono tutti semplici teatri operativi; un campo di battaglia tra i tanti (che si svolgono in uno spazio ibrido), accomunati solo dall’essere stati trascinati in una guerra mondiale latente.

Per Todd, le guerre odierne rappresentano uno scontro di civiltà tra un Occidente in declino e una Russia che difende una concezione più tradizionale e sovrana dell’ordine politico e sociale. Wolfgang Münchau suggerisce che le guerre in Ucraina e in Medio Oriente potrebbero plausibilmente fondersi in un unico conflitto, mentre la rivalità geopolitica tra Cina e Stati Uniti rimarrebbe il conflitto primordiale dei nostri tempi.

Emmanual Todd ha sottolineato come l’Occidente, nonostante la sua apparente superiorità economica e tecnologica, stia mostrando segni di profonda fragilità: un invecchiamento demografico, una crisi di fiducia, la deindustrializzazione e la perdita di punti di riferimento ideologici.

Per decenni, come ha scritto Mattias Forsgren ,

«Il nucleo occidentale ha prosperato grazie alla finanziarizzazione e alla delocalizzazione sistematica della produzione. La capacità industriale è stata trasferita in paesi a basso costo del lavoro, mentre le economie metropolitane si sono orientate verso l’estrazione di rendite, l’inflazione degli asset e il riciclo dei risparmi globali attraverso il sistema del dollaro. Il quasi collasso del 2008 ha messo in luce quanto questa struttura fosse vicina al baratro… Gli anni del Covid hanno ripetuto lo stesso schema su scala maggiore. I problemi strutturali rimangono irrisolti. Ciò che è stato costruito, tuttavia, è un sistema più indebitato e fragile».

Questo sistema finanziario basato sulla leva finanziaria è ora vulnerabile a una crisi finanziaria potenzialmente devastante.

Fino al 2022, quando l’Europa scelse di intervenire a fianco dell’Ucraina, gli strati dirigenti europei erano partecipi di questo progetto del “Grande Disegno”, guidato dal blocco di potere del “governo globale”. Gli strati dirigenti europei sono ancora asserviti a questo “disegno”. Ma in quest’era trumpiana, non ne sono più un partner a pieno titolo. Oggi, la realtà è che l’America non può rischiare un’escalation verticale verso una guerra totale contro i suoi concorrenti per preservare il suo primato globale. Le sue forze armate sono troppo indebolite e disfunzionali.

In risposta, avversari come la Russia e l’Iran hanno scelto una strategia più sottile, più lenta, ma anche molto più ambiziosa, suggerisce Todd. Si tratta di una strategia che combina pressione militare, guerra economica, battaglie diplomatiche, influenza geopolitica e guerra dell’informazione. L’obiettivo non è solo vincere militarmente, ma rimodellare in modo duraturo l’ordine mondiale .

Per gestire questo nuovo paradigma bellico, gli Stati Uniti stanno scaricando l’aspetto del “confronto verticale” su gruppi per procura:

«Il continente europeo si sta trasformando da alleato in risorsa: economicamente impoverito, politicamente conquistato e militarmente preparato come teatro in cui pagare i costi della riparazione imperiale» (Forsgren).

La massima espressione della strategia statunitense è un’escalation controllata del confronto che mantiene il territorio americano come rifugio, mentre l’Europa assorbe sia l’usura convenzionale che il rischio nucleare .

Continuando ad agire come un prestanome volontario, continuando a fornire missili e droni all’Ucraina per il lancio in profondità nel territorio russo, l’Europa deve aspettarsi una rappresaglia russa, seppur attentamente modulata e diretta contro le “risorse” europee vulnerabili. Ciononostante, l’Europa si troverebbe in guerra con la Russia, una guerra che, come riconosce Wolfgang Münchau , l’Europa non è in grado di vincere.

«Quali mercati obbligazionari saranno i primi a crollare? Chi rimarrà senza missili intercettori per primo? Grazie alla tanto criticata Politica Agricola Comune, l’Europa non rimarrà senza cibo. Ma su tutti gli altri fronti – militare, energetico, finanziario – l’Europa è svantaggiata».

Poiché l’Europa non dispone delle risorse militari convenzionali necessarie per attuare una propria escalation decisiva, le armi nucleari rischiano di apparire come l’unica “soluzione rapida” disponibile.

Il mantra secondo cui le minacce nucleari del presidente Putin sono un ” bluff ” serve principalmente ad abbassare la cautela psicologica nei confronti di un’escalation europea, un’escalation che rischierebbe di indurre Mosca a ritenere di non avere altra alternativa se non quella di ricorrere alle armi nucleari tattiche come mezzo per ripristinare la credibilità del deterrente nucleare russo.

In un contesto del genere, e con il potenziale di escalation degli Stati Uniti ampiamente esaurito, è quasi certo che gli USA non sarebbero disposti a ipotizzare il rischio che le città statunitensi possano essere colpite da bombe atomiche in caso di escalation del conflitto.

“Le armi nucleari tattiche statunitensi erano state progettate per essere utilizzate all’interno dell’Europa, contro forze presenti sul suolo europeo, proprio per mantenere qualsiasi scambio nucleare geograficamente limitato” , sostiene Forsgren.

“Pertanto, i fautori della strategia ‘Design’ mirano a mettere la Russia alle strette, in una posizione in cui le sue uniche alternative siano la ritirata strategica o la distruzione dell’Europa per procura, una distruzione che tuttavia costerebbe alla Russia i danni che le armi nucleari europee infliggerebbero al territorio e alle forze russe… mentre nel frattempo il territorio americano e la sua sovrastruttura finanziaria rimangono fuori dalla portata”.

Forsgren suggerisce —

“Il calcolo sembra essere che, aumentando gradualmente il livello di pressione – mantenendo la Russia all’interno della zona di zugzwang senza sconfinare in uno scambio nucleare strategico aperto – gli strati della sicurezza statunitense sperano di costringere Mosca a fare marcia indietro, piuttosto che accettare i costi di una guerra più ampia”.

L’obiettivo non è cambiato nel corso dei decenni: costringere la Russia alla capitolazione. Uno scenario del genere rappresenterebbe un “teatro operativo” aggiuntivo nel conflitto per procura finale, volto a subordinare la Cina al “Piano”.

«Quanto più l’Europa viene considerata un fronte nucleare sacrificabile, tanto più acuto diventa il dilemma. L’effetto pratico è quello di mettere l’intero continente europeo – e il processo decisionale russo – in una situazione di estremo pericolo».

Gli europei devono certamente rendersi conto di come vengono usati per trascinare la Russia in una guerra che né essa, né i comuni cittadini europei, desiderano. Eppure, avendo abbracciato con tanto zelo il conflitto in Ucraina come un totem “virtuoso” attorno al quale riunire tutte le fazioni europee più divise, potrebbero trovarsi ad affrontare una catastrofe economica e politica se l’Europa continuerà sulla sua attuale linea di provocazione nei confronti della Russia.

Raddoppiare la posta in gioco, come sembrano intenzionati a fare gli europei, non è una strategia. Il loro allarmismo su una (immaginaria) aggressione ibrida russa rischia facilmente di autoavverarsi, portando proprio a una guerra calda europea accidentale, ingenuamente concepita da alcuni esperti di sicurezza occidentali come il mezzo per mettere alle strette la Russia e costringerla alla capitolazione.

Siamo arrivati ​​al punto in cui la classe politica europea semplicemente non permette che il tema della guerra venga discusso apertamente. Le élite europee si aggrappano alla loro negazione strategica del fatto che l’Ucraina stia perdendo la guerra contro la Russia. Eppure gli Stati Uniti e l’Europa vacillano sull’orlo del collasso del mercato obbligazionario e si trovano di fronte a prove inequivocabili che la loro unica arma contro la Russia – le sanzioni – non ha mai funzionato.

Le tergiversazioni di Trump sul mantenimento del blocco petrolifero contro la Russia (ovvero attraverso l’acquisto di gasolio russo per manipolarne il prezzo al dettaglio al ribasso negli Stati Uniti) e l’iniziativa di Witkoff per riavviare il Nord Stream come incentivo a Mosca per avviare i negoziati, incrineranno la facciata comune europea? Lo scopriremo.

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Eccezionalismo, egemonia e “La guerra del grande disegno”

Karl Sanchez19 ottobre
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Le tensioni aumentano a livello globale con l’avvicinarsi di due elezioni cruciali: una per il controllo sionista della Palestina occupata e un’altra per il controllo sionista all’interno dell’impero statunitense fuorilegge. Per la maggior parte delle persone, queste tensioni non sono manifeste né vengono prese in considerazione; tuttavia, pesano enormemente sullo stato del mondo. Alastair Crooke ha coniato il termine “guerra del grande disegno” e ne discute nel suo recente articolo su Conflict’s Forum , che spero venga reso disponibile gratuitamente e pubblicato lunedì da Strategic Culture, come di consueto. A mio avviso, il grande disegno si riferisce al documento/piano/agenda “Clean Break” pubblicato nel 1996, unitamente alla Dottrina Wolfowitz del 1992 e all’edizione del 1996 di Joint Vision 2010, che propugnava la politica del dominio a spettro completo. Crooke ha lavorato a poco a poco alla stesura della sua tesi per molti anni, certamente durante i sette anni in cui ho seguito il suo lavoro. Il blog The Gym si è concentrato sul mostrare la crescente divisione tra l’impero fuorilegge statunitense/NATO e il mondo multipolare emergente guidato da Russia, Cina e ora Iran, forse in modo più evidente nell’ultimo articolo. È interessante notare come la narrativa occidentale si concentri sui valori, che a loro volta vengono definiti valori di civiltà da Russia, Cina, Iran e molte altre nazioni. I francesi scendono in piazza per difendere i propri valori, mentre il governo Macron si batte per distruggerli attraverso l’austerità neoliberista, altrimenti nota come Programmi Speciali di Aggiustamento (SAP) del FMI/Banca Mondiale, i famigerati SAP ben noti al Sud del mondo. Crooke inizia così:

Il paradigma cambia. Lo strato sovranazionale in rete che per lungo tempo ha perseguito il suo “Grande Disegno” globale fabbricando il consenso pubblico per guerre di obbedienza imposta, si è finalmente scontrato con i limiti del potere. Siamo, in effetti, in un momento in cui “l’imperatore è nudo”. Tutti possono vederlo.

I suoi strumenti tradizionali – l’esercito statunitense, il sistema del dollaro, la trappola del credito, le strutture di Bretton Woods, la terapia economica d’urto e le guerre valutarie – non riescono a preservare la visione del mondo dell’élite statunitense , secondo la quale sarebbe “impensabile” che gli Stati Uniti, avendo vinto la Guerra Fredda, si trovassero ad affrontare un mondo in cui non continuassero a dettare le regole.

Chi ha letto l’ultima edizione di Super Imperialism di Hudson sa quantomeno come funziona il sistema e per chi, come dettagliato nelle sue altre opere e nelle discussioni attuali. Il termine “Grande Disegno” usato da Crooke implica che si tratti di un progetto in corso da più tempo rispetto all’era attuale, il che rende fondamentale questa recente osservazione del Dr. Hudson:

Vorrei quindi spendere qualche parola sulla grande rivoluzione monetaria avvenuta alla fine del XVII secolo, quando divenne evidente che non c’era abbastanza moneta d’argento e d’oro per permettere ai re di pagare i debiti di guerra alla classe bancaria internazionale che si era sviluppata a partire dal XII e XIII secolo. I re di Francia, Spagna e Austria erano insolventi e i governi dovevano pagare tassi d’interesse altissimi perché acquistare titoli di stato era molto rischioso. Ebbene, immaginate i problemi che la Gran Bretagna dovette affrontare dopo la Gloriosa Rivoluzione anticattolica del 1688. Il problema era: come avrebbe fatto il governo a fare ciò che facevano i re britannici, ovvero entrare in guerra contro la Francia e altri paesi? Ovviamente, questo avrebbe comportato un enorme debito pubblico. Il governo britannico si era finanziato emettendo i tallies, bastoncini di legno che i cittadini potevano usare per pagare le tasse dovute e altri debiti. [Enfasi mia]

Leggete la trascrizione del podcast per saperne di più. Il risultato fu la formazione della Banca d’Inghilterra e delle sue controparti europee nei decenni successivi. Ho sottolineato la scarsità di monete perché, senza il saccheggio delle colonie da parte della Spagna e il trasferimento delle risorse in Europa, le monete disponibili si sarebbero esaurite ben prima del 1600. Non abbiamo più re; l’Occidente ha oligarchie guidate dai ricchissimi: la plutocrazia. Questa era una nuova classe, in qualche modo separata dalla preesistente classe feudale e dalla sua alleata classe clericale, tutte parte dei numerosi e importanti cambiamenti storici iniziati a metà del XV secolo, quando l’ideologia cattolica/vaticana fu attaccata, generando la Rivoluzione protestante/Riforma e un gran numero di guerre correlate in Europa e negli oceani per i possedimenti coloniali e per depredare i saccheggiatori. Questi eventi, combinati, posero fine all’era dell’eccezionalismo cattolico, sebbene ne rimangano ancora sacche oggi. Fu sostituito dall’eccezionalismo protestante, poi dall’eccezionalismo liberale, e al di sotto di tutto ciò si celava una piccola classe che praticava e promuoveva l’eccezionalismo libertario, da non confondere con il liberalismo o il libertarismo; si pensi al Marchese de Sade e a coloro che, come oggi, erano sempre ricchi e politicamente influenti. Si pensi alla classe di Epstein.

La nuova attività bancaria e l’aumento del capitale disponibile finanziarono l’espansione dell’imperialismo/colonialismo e del suo aspetto più importante: la tratta degli schiavi. Gran parte della popolazione europea era stata degradata da oltre 100 anni di guerre e una fonte di manodopera era necessaria affinché il capitale potesse essere utilizzato correttamente agli occhi dei suoi detentori. Purtroppo, sto tralasciando molti aspetti importanti della storia, proprio come fanno i corsi universitari, in particolare ciò che accadde durante l’era delle recinzioni in Europa e ciò che sarebbe diventato il Regno Unito. All’inizio di questa nuova era emerse una nuova classe emergente, distinta dalle classi bancarie e feudali: la classe mercantile, che divenne rapidamente un’importante influente forza politica, come dimostrano gli storici che hanno documentato l’ascesa della classe mercantile americana, ben distinta dai mercanti di schiavi delle piantagioni. Con l’ascesa di queste nuove classi, si assistette anche all’inizio del distacco dai valori religiosi, morali ed etici tradizionali e all’affermarsi del culto dell’individuo e della sua proprietà. Insieme al divorzio si affermò una nuova ideologia, denominata Ethos protestante, secondo la quale il successo di una persona era legato al duro lavoro, che si supponeva le conferisse benedizioni divine. La povertà divenne quindi una carenza etica/morale dell’individuo, non una questione di condizioni sociali o economiche, e certamente non di classe. A questo proposito, la storia nordamericana è molto diversa da quella europea a partire dalla Rivoluzione francese. Nonostante l’autentica radicalità della Rivoluzione americana, non le fu permesso di essere vista sotto tale luce, il che spiega la repulsione delle élite americane per la Rivoluzione francese, che sfociò in una guerra non dichiarata durante la presidenza di Adams, per lo più omessa dai libri di storia. E così nacque il mito americano della Rivoluzione francese come Faro, Luce splendente sulla collina, perché diversa dalla violenza della vecchia Europa, sebbene oggi tutto sia fuso insieme nell’Occidente collettivo, basato sulla Grecia e su Roma.

Ed è qui che arriviamo al punto in cui Crooke cita il discorso di Rubio ad Atene:

“Nella luce dorata di una sera ateniese, con l’Acropoli alle spalle ”, il Segretario di Stato americano Marco Rubio , il 7 ottobre, ha apertamente elogiato il colonialismo; si è macchiato di oltraggiose cancellazioni della storia e ha invocato un ritorno al dominio occidentale sul mondo. Rubio ha affermato che l’Occidente deve usare la forza militare per “mantenere il suo posto al vertice del mondo”; l’Occidente è “ la più grande civiltà del mondo” , ha dichiarato, sottolineando che si tratta di una “civiltà che dobbiamo difendere oggi con la stessa passione dei nostri antenati” .

Ma esiste davvero una civiltà nell’Occidente moderno, come si chiedeva Gandhi? A parte quello che viene definito il periodo classico greco-romano, la domanda/obiezione è valida alla luce della vasta mancanza di umanesimo che si osserva. La guerra definisce l’Occidente, ma si può definire questa civiltà? E se sì, che dire dell’era greco-romana? L’impero è l’unica via, afferma chi ha scritto il discorso di Rubio. Speravo che il saggio di Crooke venisse reso disponibile gratuitamente, ma al momento non è ancora successo. Gli iscritti a Gym dovranno invece ascoltare i due podcast in cui spiega la sua tesi, Judge Nap e Dialog Works . Molti definiranno la tesi di Crooke sulla Guerra del Grande Disegno una teoria del complotto, il che è piuttosto corretto e si basa su prove fornite dalla storia. Nella sua conversazione odierna con Judge Nap, Crooke allude alla “Classe dell’Inferno” derivata dagli Hellfire Club originari dell’Inghilterra, che costituiscono la base della Classe Epstein e della filosofia libertaria. Crooke anticipa e risponde:

Fu l’ex Primo Ministro britannico Benjamin Disraeli che nel 1846 affermò: “Il mondo è governato da personaggi molto diversi da quelli che immaginano coloro che non sono dietro le quinte” .

Emmanuel Todd viene aggiunto come alleato:

Mosca non sta conducendo una guerra contro i circa 20 milioni di abitanti dell’Ucraina.

“Attraverso l’Ucraina, si sta scontrando con l’intero blocco atlantista, la NATO nel suo complesso, i suoi servizi segreti, i suoi arsenali, i suoi satelliti, la sua industria militare e la sua macchina mediatica. L’Ucraina è semplicemente un teatro di operazioni, un campo di battaglia in una guerra mondiale latente.” [Formato originale]

E altri vengono mobilitati a sostegno. La recente pubblicazione della nuova iniziativa cinese “Pace”, che si aggiunge alle altre cinque che promuovono tutte una direzione opposta a quella occidentale, è chiaramente parte integrante dell’attuale conflitto per porre fine all’egemonia occidentale. Tuttavia, Crooke sembra sbagliarsi su Trump e le sue denunce contro i globalisti, poiché è evidente che la CIA sta conducendo la guerra contro la Russia, nonostante ciò che lui afferma di aver ordinato, come dimostrano i recenti attacchi con droni e missili da crociera su San Pietroburgo. Questa strategia è legata alla NATO – gestita dall’impero fuorilegge degli Stati Uniti – utilizzata come strumento nucleare per costringere la Russia a cedere.

[Mattias] Forsgren suggerisce:

“Il calcolo sembra essere che, aumentando gradualmente il livello di pressione – mantenendo la Russia all’interno della zona di zugzwang senza sconfinare in uno scambio nucleare strategico aperto – gli strati della sicurezza statunitense sperano di costringere Mosca a fare marcia indietro, piuttosto che accettare i costi di una guerra più ampia”.

L’obiettivo non è cambiato nel corso dei decenni: costringere la Russia alla capitolazione. Uno scenario del genere rappresenterebbe un “teatro operativo” aggiuntivo nel conflitto per procura finale, volto a subordinare la Cina al “Piano”.

“Quanto più l’Europa viene considerata un fronte nucleare sacrificabile, tanto più acuto diventa il dilemma. L’effetto pratico è quello di mettere l’intero continente europeo – e il processo decisionale russo – in una situazione di estremo pericolo” .

Nel frattempo, Rubio, Trump e il loro Impero se ne stanno al sicuro dietro l’Atlantico, il Pacifico e l’Artico. Il centro del Grande Disegno si trova in Nord America, data la disponibilità a sacrificare tutti i loro alleati, persino i sionisti. Ma non si tratta forse di una ritirata, considerate le debolezze dell’Impero statunitense fuorilegge? I progettisti sembrano convinti che tali debolezze possano essere corrette sfruttando il Sud America e il resto del Nord America.

Eccezionalismo ed egemonia sono i grandi fallimenti dell’era moderna che devono essere spezzati e cancellati dall’avvento di un nuovo paradigma. I valori su cui tale nuovo paradigma potrebbe basarsi furono enunciati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma non furono mai imposti a causa dell’eccezionalismo egemonico che permise di persistere grazie ai creatori di quel tempo. Ora esistono nuovi creatori, altrettanto pericolosi di quelli che hanno sostituito. I valori promossi da Cina, Russia, Iran e molte altre nazioni devono diventare universali. Sì, come ho scritto, mi aspetto che il mondo si divida in due grandi blocchi prima che tale universalità diventi la norma. Spero che ciò possa accadere senza l’uso di armi nucleari, sebbene ci siano pochi malvagi privi di morale che probabilmente le useranno a meno che non vengano dissuasi e privati ​​con la forza.

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