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Ritorno in Vestfalia? Non proprio, di Jery B Marchant _ Un altro vertice Xi-Trump senza particolari sviluppi fa presagire il fallimento dei negoziati commerciali, da Stratfor

Ritorno in Vestfalia? Non proprio.

Lo strano ritorno della sovranità in un mondo che ha superato lo stato territoriale

SI TRATTA DI PROPAGANDA?®26 settembre∙Articolo ospite
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Jerry B. Marchant di IS IT PROPAGANDA?® sostiene che la multipolarità stia rivitalizzando la sovranità westfaliana e al contempo trasformando il sistema internazionale.

La Pace di Vestfalia, conclusa nel 1648 con i trattati di Münster e Osnabrück, è convenzionalmente considerata il momento fondante del moderno sistema internazionale. Al trattato viene attribuito il merito di aver istituito lo stato territoriale sovrano, promosso il principio di non ingerenza negli affari interni e sostituito le pretese universalistiche del Sacro Romano Impero e del papato con un ordine di stati formalmente uguali.

Quasi quattro secoli dopo, mentre il momento unipolare post-Guerra Fredda cede il passo a un panorama multipolare conteso, plasmato da Cina, Russia, India e un Sud globale più assertivo, l’eredità westfaliana ha acquisito una rinnovata rilevanza. La multipolarità rappresenta un ritorno ai principi westfaliani dopo l’interventismo dell’era unipolare, oppure segna una rottura fondamentale con l’ordine basato sulla sovranità associato al 1648?

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Questo saggio non propone né un semplice ritorno né una netta rottura. La multipolarità contemporanea è meglio comprensibile come una riaffermazione selettiva e asimmetrica delle norme westfaliane. Le potenze emergenti e in ripresa invocano la sovranità e la non ingerenza contro le pratiche interventiste dell’era unipolare, operando al contempo all’interno di strutture economiche, tecnologiche e informative che la logica territoriale del 1648 non è in grado di governare pienamente.

Il risultato è un sistema ibrido: westfaliano nel suo vocabolario normativo, ma sempre più post-westfaliano nella sua struttura materiale.

Il mito e la sostanza del 1648

Prima di collegare la Vestfalia alla multipolarità, è necessario precisarne il significato storico. Gli accordi del 1648 non sancirono l’uguaglianza sovrana nel senso moderno del termine. Come dimostrato da Andreas Osiander, i trattati risolsero principalmente la Guerra dei Trent’anni, ridistribuirono i territori all’interno del Sacro Romano Impero e stabilirono limitati diritti religiosi per i principi tedeschi. L’Impero stesso sopravvisse per un altro secolo e mezzo.¹

Quella che divenne nota come “sovranità westfaliana” fu in gran parte una costruzione retrospettiva. I positivisti giuridici del XIX secolo e, successivamente, i teorici delle relazioni internazionali trasformarono l’accordo in una storia delle origini dell’ordine internazionale incentrato sullo Stato.Il saggio di Leo Gross del 1948, di grande influenza, consolidò ulteriormente questa interpretazione.²

La descrizione che Stephen Krasner fa della sovranità come “ipocrisia organizzata” coglie il paradosso che ne deriva: il principio di non interferenza veniva proclamato, mentre veniva ripetutamente violato da stati potenti. La documentazione storica suggerisce quindi che la sovranità non sia mai stata una regola assoluta o applicata in modo coerente.³

Questa distinzione è importante oggi. La questione non è se la multipolarità rappresenti letteralmente un “ritorno al 1648”, ma quali attori invocano i principi westfaliani, contro chi e per quale scopo.

L’interludio unipolare

I decenni successivi al crollo dell’Unione Sovietica hanno rappresentato un significativo allontanamento dalla tradizionale non ingerenza. Durante gli anni ’90 e 2000, l’internazionalismo liberale ha progressivamente considerato la sovranità come condizionata ad altri principi, tra cui i diritti umani, la governance democratica e la protezione umanitaria.

L’intervento della NATO in Kosovo nel 1999, intrapreso senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, fu giustificato in parte dall’argomentazione secondo cui la sovranità non poteva proteggere uno Stato coinvolto in gravi abusi. Analogamente, l’approvazione da parte delle Nazioni Unite nel 2005 della dottrina della Responsabilità di Proteggere ha stabilito che la sovranità comporta delle responsabilità la cui violazione può giustificare un’azione internazionale.

L’invasione dell’Iraq del 2003 e l’intervento in Libia del 2011 hanno ulteriormente dimostrato la tensione tra sovranità territoriale e dottrine interventiste.

Il libro World Order (2014) di Henry Kissinger ha offerto una critica realista dei tentativi di estendere un particolare modello liberal-democratico a un principio organizzativo universale. Qualunque sia la conclusione che si possa trarre da tale argomentazione, la successiva ascesa della multipolarità dimostra che la sovranità condizionata non è rimasta senza risposta.⁴

Multipolarità e riposizionamento strategico della sovranità

La multipolarità contemporanea ha quindi riportato in auge il concetto di sovranità come vocabolario diplomatico centrale.

La diplomazia russa e quella cinese pongono regolarmente l’accento sull’integrità territoriale, l’uguaglianza sovrana e la non ingerenza. Questi principi ricorrono anche nelle dichiarazioni dei BRICS e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. L’enfasi posta dall’India sull’autonomia strategica e sul non allineamento trae origine da una tradizione affine, radicata nella Conferenza di Bandung del 1955.

Tuttavia, questi Stati non condividono necessariamente un progetto politico comune. Il concetto di “mondo multiplex” di Amitav Acharya è utile perché evita di ridurre la multipolarità a una semplice “ascesa del resto”. Diverse potenze possono concordare sul fatto che l’universalismo occidentale e la sovranità condizionata debbano essere limitati, pur dissentendo su cosa dovrebbe sostituirli.⁵

Ciò crea un’importante contraddizione.

L’invocazione della sovranità da parte della Russia stride con l’invasione dell’Ucraina del 2022, che ha violato l’integrità territoriale del Paese. Questa contraddizione illustra la tesi più ampia di Krasner: la sovranità può funzionare simultaneamente come principio, scudo diplomatico e strumento di potere applicato in modo selettivo.

Pertanto, lo stesso standard analitico applicato alle potenze multipolari deve essere applicato anche alle potenze occidentali. La retorica della sovranità è importante, ma da sola non basta a stabilire una prassi coerente.

Dove la Vestfalia incontra i suoi limiti

Il problema più profondo è che il sistema internazionale contemporaneo si è sviluppato ben oltre le condizioni territoriali del 1648.

L’interdipendenza economica ha creato catene di approvvigionamento, reti finanziarie, sistemi normativi, regimi sanzionatori e dipendenze valutarie che sfumano la distinzione tra affari interni e internazionali. Gli Stati possono esercitare una notevole influenza all’interno dello spazio economico di un altro Stato senza varcarne fisicamente i confini.

Il cyberspazio rappresenta una sfida ancora più ardua. Flussi di dati, attacchi informatici, infrastrutture digitali e operazioni informative oltrepassano regolarmente i confini territoriali. Russia e Cina hanno risposto con concetti come “sovranità cibernetica” e “sovranità dell’informazione”, tentando di estendere la propria autorità territoriale al dominio digitale. Tale sforzo dimostra la pressione esercitata sulla sovranità tradizionale.

Gli attori non statali complicano ulteriormente il modello westfaliano. Le multinazionali, le piattaforme tecnologiche, le reti terroristiche e le comunità transnazionali possono esercitare un’influenza che non si concilia facilmente con i confini territoriali.

Il cambiamento climatico ne rappresenta forse l’esempio più lampante. Le sue cause e conseguenze trascendono i confini nazionali, rendendo insufficiente la giurisdizione interna esclusiva per affrontare il problema.

Il paradosso è dunque evidente: la multipolarità può rafforzare l’importanza politica della sovranità proprio mentre la globalizzazione rende più difficile l’esercizio della sovranità in termini territoriali assoluti.

La riwestfalizzazione come pratica selettiva

L’ascesa della multipolarità dovrebbe pertanto essere intesa come un processo di riwestfalianizzazione selettiva, piuttosto che come un ripristino dell’ordine del 1648 o un suo completo rifiuto.

Per le potenze emergenti e in ripresa, l’uguaglianza sovrana e la non ingerenza forniscono un linguaggio attraverso il quale contestare le pratiche interventiste dell’era unipolare. Ciò ha modificato i dibattiti sull’intervento e ha conferito al Sud del mondo maggiore influenza nelle istituzioni in cui un tempo le giustificazioni universalistiche godevano di maggiore autorità.

Ma questa riaffermazione è principalmente normativa e retorica, piuttosto che strutturale. Le dichiarazioni diplomatiche non possono ripristinare lo Stato territorialmente delimitato come sede esclusiva dell’autorità, perché le interdipendenze economiche, tecnologiche e ambientali che si sono sviluppate nel corso dei secoli non possono essere semplicemente invertite.

L’ordine che ne risulta è dunque westfaliano nella forma e post-westfaliano nella funzione. Gli Stati continuano a parlare il linguaggio dell’uguaglianza sovrana, dell’integrità territoriale e della non ingerenza, pur operando all’interno di un sistema che rende sempre più difficile l’autonomia territoriale assoluta.

È qui che il legame tra la Pace di Westfalia e la multipolarità assume maggiore importanza. La multipolarità non rappresenta necessariamente un ritorno al mondo del 1648. Piuttosto, rappresenta una rinnovata lotta per definire la sovranità e i limiti dell’intervento in un mondo non più dominato da un unico centro di potere.

Comprendere la multipolarità richiede quindi di tenere insieme due idee.

In primo luogo, il vocabolario della sovranità associato alla Pace di Westfalia conserva una notevole forza politica. Fornisce alle potenze emergenti un linguaggio attraverso il quale contestare la sovranità condizionata e le dottrine interventiste associate all’era unipolare.

In secondo luogo, tale vocabolario non descrive più appieno la realtà materiale delle relazioni internazionali. L’interdipendenza economica, le reti digitali, le sfide ambientali e gli attori transnazionali hanno creato forme di potere che non possono essere contenute entro i confini territoriali.

Il sistema contemporaneo non rappresenta quindi né un ritorno diretto alla Westfalia né un netto distacco da essa. Si tratta piuttosto di un’ulteriore tappa nella lunga storia della sovranità come principio che gli Stati invocano, difendono, reinterpretano e talvolta violano a seconda delle mutevoli distribuzioni di potere.

La questione centrale dell’era multipolare potrebbe quindi non essere se la Westfalia tornerà.

Potrebbe essere proprio questa la persona che definirà in futuro il significato di sovranità.

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1

Osiander, Andreas. “Sovranità, relazioni internazionali e il mito westfaliano”. International Organization 55, n. 2 (2001): 251–287.

2

Gross, Leo. “La pace di Vestfalia, 1648-1948”. American Journal of International Law 42, n. 1 (1948).

3

Krasner, Stephen D. Sovranità: ipocrisia organizzata . Princeton University Press, 1999.

4

Kissinger, Henry. Ordine mondiale . Penguin Press, 2014.

5

Acharya, Amitav. La fine dell’ordine mondiale americano . Polity Press, 2014.

Un post di un ospiteSI TRATTA DI PROPAGANDA?®Analista politico e scrittore specializzato in zone di conflitto, diplomazia e multipolarità. Laurea in Studi Internazionali/Storia (California), Master in Scienze Politiche presso la Scuola Superiore di Economia (Mosca). Parla fluentemente inglese, francese e russo.

Un altro vertice Xi-Trump senza particolari sviluppi fa presagire il fallimento dei negoziati commerciali

Analisi25 settembre 2026 | 19:27 (UTC)

RANE

(Chip Somodevilla/Getty Images)

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (a destra) saluta il presidente cinese Xi Jinping al suo arrivo a Washington, D.C., il 23 settembre 2026, presso la Joint Base Andrews, nel Maryland.

L’ultimo vertice tra i leader di Stati Uniti e Cina ha registrato scarsi progressi nella risoluzione delle controversie alla base delle tensioni commerciali tra i due Paesi, con un’ever crescente probabilità di una rottura dei negoziati e, di conseguenza, di un’escalation su altre questioni quali le restrizioni tecnologiche statunitensi e le attività militari cinesi nell’area di Taiwan. Dal 23 al 25 settembre, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ospitato il presidente cinese Xi Jinping in occasione di una rara visita di Stato a Washington, D.C. Almeno pubblicamente, il vertice ha prodotto solo brevi comunicati e pochi nuovi accordi. Il risultato più significativo è stato l’accordo tra le due parti di prorogare di due mesi la tregua commerciale, che avrebbe dovuto scadere il 10 novembre e che ha limitato i dazi statunitensi e la portata delle restrizioni cinesi sulle terre rare. Tuttavia, si è trattato di una proroga inferiore ai due anni che, secondo quanto riferito, la Cina stava cercando di ottenere e persino inferiore alla proroga di sei mesi che Trump stava prendendo in considerazione ancora la scorsa settimana. Secondo quanto riferito, si sono registrati progressi nella definizione di un paniere di beni del valore di 30 miliardi di dollari da escludere dai dazi, oggetto di discussione sin dal precedente vertice Trump-Xi di maggio, sebbene tali esenzioni coprirebbero solo una piccola parte del volume degli scambi bilaterali. Inoltre, non sono stati segnalati progressi nel dialogo sugli investimenti bilaterali. In un resoconto del 25 settembre diffuso dall’agenzia di stampa statale cinese Xinhua, Xi ha sottolineato due impegni commerciali — in particolare, l’impegno della Cina ad acquistare 17 miliardi di dollari all’anno di prodotti agricoli statunitensi e 200 aerei Boeing, ma entrambi questi accordi erano già stati concordati nel maggio 2026. Xi ha anche affermato che le due parti hanno «raggiunto un nuovo accordo congiunto» sul commercio, senza però fornire ulteriori dettagli. Il 23 settembre, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha lasciato intendere che un pacchetto di armi statunitensi da 14 miliardi di dollari destinato a Taiwan avrebbe continuato a subire ritardi, sottolineando che Washington doveva tenere conto di molteplici fattori, tra cui la propria capacità industriale, nel decidere in merito alla vendita di armi. Xi ha inoltre tentato di modificare la posizione degli Stati Uniti su Taiwan: il comunicato della Xinhua del 25 settembre afferma che le due parti hanno concordato di opporsi all’indipendenza di Taiwan, contrariamente alla posizione ufficiale degli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, sono state rilasciate principalmente brevi dichiarazioni, come l’accordo sulla necessità di mantenere l’IA sotto il controllo umano, anche se il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent ha affermato a margine che le due parti avrebbero avviato un dialogo congiunto per discutere delle reciproche preoccupazioni in materia di sicurezza poste da questa tecnologia emergente.

  • Alla cena di Stato del 24 settembre erano presenti solo pochi amministratori delegati statunitensi. Si è notata anche l’assenza di una delegazione cinese composta da amministratori delegati di aziende, nonostante ci si aspettasse che partecipasse per cercare di concludere nuovi accordi, in parte come gesto di ricambio nei confronti di una recente delegazione imprenditoriale statunitense in Cina. 
  • Trump e Xi hanno inoltre convenuto sulla necessità di porre fine alle ostilità in Medio Oriente e di raggiungere un accordo più ampio sul programma nucleare iraniano, ma non sono emersi segnali di progressi sostanziali al di là delle dichiarazioni di facciata.

Sebbene sia altamente probabile che nel corso dell’anno si tengano ulteriori incontri tra Xi e Trump, a causa della mancanza di progressi su un accordo commerciale più ampio e dei tempi ristretti della tregua prorogata, i negoziati rischiano di fallire all’inizio del 2027, anche se entrambe le parti cercheranno comunque di evitare un’escalation significativa dei dazi e delle restrizioni alle esportazioni. Il vertice, che non ha prodotto risultati di rilievo, suggerisce che i negoziati commerciali stiano naufragando a causa della mancanza di risultati concreti da entrambe le parti. La Cina non è disposta ad adottare misure strutturali per affrontare il deficit commerciale con gli Stati Uniti e, anche per quanto riguarda le misure che sta adottando — come l’impegno ad acquistare più beni statunitensi e a porre fine alle restrizioni sulle esportazioni di terre rare — la scarsa attuazione da parte di Pechino sta suscitando lamentele da Washington. Nel frattempo, l’amministrazione Trump non è disposta a rinunciare alle restrizioni tecnologiche nei confronti della Cina né a modificare strutturalmente la propria politica su Taiwan (al di là di rinviare l’attuale vendita di armi da record) — entrambe richieste chiave di Xi. La proroga di due mesi della tregua garantirà quasi certamente che Trump e Xi si incontrino nuovamente a margine del vertice APEC del 18-19 novembre a Shenzhen e/o del vertice del G20 del 14-25 dicembre a Miami. Ma nell’eventualità, molto probabile, che non vi siano ancora progressi significativi sulle controversie commerciali — alimentate dalla convinzione di entrambe le parti che sia l’altra a essere responsabile dello stato precario dei rapporti commerciali e, di conseguenza, quella che più ha bisogno di fare concessioni — i negoziati sembrano destinati a fallire all’inizio del 2027. Tuttavia, è improbabile che uno dei due paesi persegua una grave escalation commerciale nel prossimo futuro, frenato dal timore di un rallentamento industriale in caso di un’espansione significativa dei dazi statunitensi e delle restrizioni tecnologiche o di restrizioni cinesi sulle terre rare, che in precedenza avevano portato a rapide risoluzioni di brevi periodi di escalation in aprile e ottobre 2025.

  • L’anno prossimo, Xi si concentrerà maggiormente sulla politica interna e sarà quindi meno disposto e in grado di partecipare alle innumerevoli riunioni informali e dietro le quinte necessarie per organizzare ulteriori vertici con Trump. Nello specifico, Xi si sta preparando per il 21° Congresso del Partito Comunista Cinese, previsto per la fine del 2027, durante il quale si assicurerà il suo quarto mandato quinquennale, nominerà nuovi membri dell’élite del Politburo, rimpiazzerà molti generali militari epurati e definirà gli obiettivi del Partito Comunista per i prossimi cinque anni. 

L’interruzione dei negoziati accelererebbe probabilmente le restrizioni tecnologiche imposte dagli Stati Uniti alla Cina e le vendite di armi a Taiwan, rendendo più frequenti le esercitazioni cinesi nelle vicine rotte marittime trafficate, limitando al contempo ulteriormente le già scarse prospettive di cooperazione tra Stati Uniti e Cina nel campo dell’intelligenza artificiale. Se questa fase di stallo nei negoziati commerciali dovesse protrarsi, e soprattutto in caso di rottura delle trattative, molti altri temi non commerciali nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina rischierebbero di inasprirsi, poiché ciascuna parte cercherebbe di portare avanti le proprie strategie più ampie in materia di dominio tecnologico e sicurezza nazionale. Dal suo vertice dell’ottobre 2025 con Xi in Corea del Sud, Trump ha cercato di agevolare i negoziati commerciali frenando le restrizioni tecnologiche imposte dal suo gabinetto nei confronti della Cina, con la notevole eccezione delle numerose limitazioni alle importazioni imposte dalla Commissione Federale delle Comunicazioni. Se tali negoziati fallissero, le restrizioni tecnologiche statunitensi nei confronti della Cina potrebbero accelerare, anche se le restrizioni su larga scala e particolarmente incisive, come quelle che tagliano fuori l’intera economia cinese dai chip avanzati, saranno probabilmente ancora poche e sporadiche, poiché Washington cercherà di evitare di provocare Pechino spingendola a imporre restrizioni sulle esportazioni di terre rare ancora più severe di quelle già di fatto in vigore. Su questioni come quella di Taiwan, le vendite di armi da parte degli Stati Uniti riprenderanno probabilmente nel corso del 2027, consentendo all’isola di proseguire con la sua strategia del «paesaggio infernale dei droni» volta a difendere lo Stretto di Taiwan da un’invasione cinese, anche se l’entità di tali vendite potrebbe rimanere inferiore al pacchetto da 11 miliardi di dollari del dicembre 2025 e alla tranche in sospeso da 14 miliardi di dollari, qualora le lamentele di Rubio sui vincoli della catena di approvvigionamento della difesa fossero fondate. In ogni caso, qualsiasi nuova vendita di armi da parte degli Stati Uniti aumenterebbe nuovamente il rischio di esercitazioni militari cinesi più estese e frequenti intorno a Taiwan, in particolare perché la Cina sembrava aver allentato il ritmo di tali esercitazioni dalla fine del 2025 come gesto di distensione per facilitare i negoziati commerciali con gli Stati Uniti, ora in fase di stallo. Per quanto riguarda l’IA, le aspettative di cooperazione sono sempre state modeste, data la percezione reciproca delle due parti l’una dell’altra come principale rivale e fonte più probabile di attacchi informatici e cinetici assistiti dall’IA. Ma se i negoziati commerciali dovessero fallire, anche il dialogo appena nato, in parte inteso a facilitare i canali di comunicazione in caso di una minaccia legata all’IA contro una delle due parti, rischierebbe di svanire, mantenendo i loro ecosistemi di IA in gran parte non cooperativi.

  • Un riacutizzarsi delle tensioni commerciali avrebbe un impatto limitato sulla politica di entrambi i Paesi nei confronti dell’Iran, poiché la guerra degli Stati Uniti è proseguita nonostante le proteste della Cina. Pechino ha inoltre continuato a vendere armi e a fornire supporto nella definizione degli obiettivi all’Iran nel corso della controversia, e permangono ostacoli significativi per il raggiungimento di un accordo sostenibile che non solo ponga fine al conflitto attuale, ma risolva anche le preoccupazioni sia degli Stati Uniti che della Cina riguardo al programma nucleare iraniano.

La Bulgaria nell’Eurozona: analisi dei primi 9 mesi., di Think BRICS

La Bulgaria nell’Eurozona: analisi dei primi 9 mesi.

Un’analisi critica, durata nove mesi, dell’integrazione della Bulgaria nell’eurozona, che esamina le accuse di adozione forzata, manipolazione dei dati sull’inflazione, forti aumenti dei prezzi e diffusa opposizione pubblica all’euro.

Pensate ai BRICS e ad Anastasia Gesheva.26 settembre
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La Bulgaria è entrata nell’eurozona il 1° gennaio 2026 , dopo una lunga e spiacevole procedura. La società non era, e continua a non essere, d’accordo con questo atto, e nell’opinione pubblica circola apertamente l’idea che il nostro Paese non sia stato accettato, ma costretto a entrare nell’eurozona , come dimostrano anche i meccanismi con cui ciò è avvenuto. I nostri governi hanno utilizzato menzogne ​​e manipolazioni dei dati sull’inflazione e sul deficit di bilancio della Bulgaria , presentati alla BCE , aggirando così la reale situazione del Paese e nascondendo la nostra impreparazione all’ingresso nell’eurozona.

Nel nostro Paese, la società era divisa in due fazioni. Una, circa il 30%, desiderava ardentemente l’ingresso nell’eurozona , l’altra, circa il 70%, sapeva e comprendeva che si trattava di un’azione pericolosa e inutile, che ci avrebbe privato degli ultimi residui di sovranità . La lotta tra queste due fazioni si è protratta per anni. Quando le procedure di adesione sono state avviate, almeno per i primi due anni tutto si è svolto in segreto, lontano dai riflettori, e io ricevevo informazioni solo da amici che lavoravano in istituzioni dove la transizione all’euro era inevitabile. Dopo che è diventato di dominio pubblico che il governo, e in particolare diversi governi coinvolti nella fase finale, tutti legati al GERB ( Noi Continuiamo il Cambiamento) , e i gabinetti ad interim dell’allora presidente, e ora primo ministro Radev , stavano portando avanti le procedure, in Bulgaria è iniziata una resistenza di massa , che si è manifestata con la partecipazione attiva di oppositori dell’eurozona, finanzieri ed esperti, nei media alternativi e, quando è stata ammessa la loro presenza, anche nei media pubblici e nazionali . Un altro tipo di resistenza consistette in numerose e grandi manifestazioni e proteste che si svolsero a Sofia e in altre città del paese, eventi che ricevettero scarsa copertura dai media nazionali.

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Oltre a ciò, abbiamo anche un terzo tipo di resistenza: attraverso canali legali contestiamo in tutte le istituzioni europee i dati, i meccanismi e i risultati del nostro cambiamento. Nessuna di queste iniziative ha avuto successo. Sono state ignorate fino all’ultimo tutte le spiegazioni che non coincidevano con la linea del potere. In televisione, invece, esperti di turno ed ex ed attuali euro-atlantisti, scandalosamente noti per furti o corruzione, venivano mandati quotidianamente, a volte con più apparizioni al giorno su varie televisioni e media elettronici, a condurre una campagna di propaganda tra i bulgari. Per loro la televisione era aperta, per gli oppositori dell’euro era chiusa. Lo Stato bulgaro, su ordine della Commissione europea , ha avviato una massiccia campagna mediatica sui vantaggi dell’euro, imponendolo come scelta di civiltà per i bulgari. Questo significava, di fatto, che noi che non volevamo l’adozione dell’euro eravamo contadini arretrati e rozzi. Qui ci chiamano “ganyovtsi”, dal nome di Bai Ganyo , eroe letterario nazionale dell’omonimo romanzo di Aleko Konstantinov , che derideva i tratti provinciali e non europei dei bulgari dopo la liberazione dal dominio ottomano nel 1878. Per i nostri euro-atlantisti, noi, tutti euroscettici e antiglobalisti , siamo ganyovtsi, marginali arretrati e mendicanti nell’anima.

La resistenza contro il nostro ingresso nell’eurozona è stata burrascosa, ma disorganizzata, e ha messo a nudo tutte le crepe della società bulgara antieuropea. Vi abbiamo individuato alcuni truffatori, persone con interessi personali, individui infiltrati per minare l’energia pubblica, nonché persone che raccolgono firme per referendum e altre iniziative pubbliche per poi venderle come dati personali. Probabilmente questa è la ragione principale del fallimento della nostra resistenza contro l’eurozona. Un’altra ragione è il comportamento ipocrita e contraddittorio dell’ex presidente e attuale primo ministro della Bulgaria, Rumen Radev . Ha messo in scena una messinscena perfettamente orchestrata quando, nel maggio 2025, un anno e mezzo prima della nostra adesione forzata, ha annunciato di essere dalla parte del popolo e ha chiesto al parlamento di autorizzare lo svolgimento di un referendum sulla questione.

In realtà, oltre ai dati sulla situazione economica della Bulgaria con cui siamo stati accettati nell’eurozona, l’altra grande menzogna è stata il comportamento dei partiti e delle figure pubbliche che hanno giocato abilmente la carta del “referendum”, usandola per mobilitare l’energia pubblica e deviarla, in modo che i governanti potessero agire indisturbati riguardo al nostro coinvolgimento. Sapevamo tutti che se si fosse tenuto un referendum a favore o contro l’ingresso nell’eurozona, i risultati sarebbero stati devastanti per tutti i fattori euro-atlantici in Bulgaria, e quindi una cosa del genere non è mai stata permessa. Su questo punto, oltre a Radev, un ruolo importante è stato svolto dal partito Rinascita , così come da altre figure pubbliche di rilievo. Tutti i tentativi di avviare un referendum secondo le leggi e la Costituzione del nostro paese sono falliti a causa della complicità o della mancanza di coinvolgimento. L’opinione ufficiale è che in un simile referendum i risultati sarebbero stati del 70/30% a favore del lev e di un’unità finanziaria sovrana della Bulgaria. La percentuale a favore e contro la Russia è la stessa, tra l’altro. Una cosa del genere i politici bulgari non l’avrebbero mai permessa in nessun altro luogo al mondo. Il pesante intervento di Radev, che francamente ha distrutto l’energia pubblica e ha servito gli interessi della corrotta governance filo-europea della Bulgaria, esercitata dietro le quinte da tutti i partiti, era legato alla questione gesuitica: “Vogliamo ritardare l’adesione?”, e non “Vogliamo mantenere il nostro lev?”. I nostri politici non hanno mai desiderato la salvaguardia della nostra valuta nazionale. E hanno sempre manipolato le cose attorno alla data di adozione, anziché alla sua effettiva utilità. Tutti i politici, con la piccola eccezione del partito Rinascita, non si sono preoccupati di preservare la sovranità finanziaria nazionale , quale è la valuta del nostro Paese.

Ciò evidenzia la profonda e fatale spaccatura nella società bulgara , fortemente influenzata dai partiti filo-occidentali, loro burattini, alcuni dei quali appaiono persino come partiti patriottici. Manca una forza politica responsabile e coraggiosa che difenda sinceramente gli interessi bulgari e gli interessi del popolo, e non il modello oligarchico che si è fuso con la macchina dell’UE , proprio come quello ucraino.

Il risultato era prevedibile.

Hanno coinvolto la Bulgaria con la forza , basandosi su dati falsi relativi alle statistiche sull’inflazione e esercitando una pressione enorme sulla società attraverso una vergognosa organizzazione di forze interne, con l’obiettivo di intimidire, spaventare e persino minacciare la popolazione. Hanno messo a tacere ogni voce ragionevole.

Nove mesi dopo, la Bulgaria è membro dell’eurozona, il primo Paese ad essere ufficialmente ammesso con la forza e con dati errati. La BCE e la Commissione europea hanno poi ammesso a posteriori l’erroneità dei dati. Pensavamo che sarebbero seguite procedure per punire i nostri governi per la falsificazione dei dati e che sarebbe stato possibile escluderci a causa di una menzogna. Ma non è successo nulla di simile. Sapevamo che i globalisti europei avevano bisogno di noi per via del miliardo e mezzo di dollari depositati nel Currency Board bulgaro dalla fine degli anni ’90 e per via di altre risorse finanziarie in possesso del nostro Paese. In altre parole, l’obiettivo era la rapina delle risorse finanziarie. Si è scoperto che la piccola e povera Bulgaria era necessaria agli squali della finanza per estinguere gli enormi debiti di economie potenti che stanno affondando a causa di politiche “di successo”, come quelle di Francia, Italia e Germania . Questo sta accadendo proprio ora.

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La Bulgaria ha resistito all’euro fino all’ultimo momento. Attualmente, i nostri dati sono negativi, proprio come avevano previsto gli esperti che si sono battuti per difendere il lev. Due fattori ci hanno colpito duramente: un’inflazione galoppante e una terribile speculazione sui prezzi . Nel nostro Paese 1 euro non equivale a quasi 2 lev. Nel nostro Paese 1 euro è diventato equivalente a 1 lev. E questo significa un aumento dei prezzi del 100% . Se qualcosa costava 3 lev, è stato rivalutato a 1,5 euro solo per i primi due o tre mesi. Dopodiché è tornato a valere 3 euro e questa è la tendenza di assolutamente tutti i beni e servizi in Bulgaria.

Possiamo quindi giungere alle seguenti conclusioni:

  1. La Bulgaria è entrata con dati errati e indicatori falsi . È stata costretta a entrare.
  2. La voce della ragione e della dignità nazionale è stata messa a tacere, i traditori della patria sono stati portati alla ribalta dai media.
  3. Un ruolo di asservimento è stato svolto da alcune entità politiche del paese, così come da false forze ed entità patriottiche.
  4. Dopo la nostra adozione, fummo colpiti da una grave inflazione e speculazione .
  5. Le istituzioni europee hanno riconosciuto le menzogne, ma non hanno intrapreso nemmeno un gesto istintivo per smascherarle e ristabilire la giustizia in Bulgaria.
  6. Il governo bulgaro, i politici e le istituzioni che hanno partecipato a questa cospirazione vivono impunemente per ciò che hanno fatto.
  7. La Bulgaria è probabilmente l’unico Stato dell’eurozona ad esservi entrato per costrizione.
  8. C’è un enorme malcontento pubblico contro questo atto e noi attendiamo pazientemente la distruzione dell’eurozona e il ritorno del lev. Questo è il nostro stato nazionale, animato da spirito di preghiera: vogliamo la distruzione dell’eurozona globalista, distruttiva, dannosa e criminale, ed è per questo che vi siamo entrati. Poiché non possiamo evitarlo, la distruggeremo dall’interno. Nel nostro stato nazionale la forza distruttiva è una caratteristica principale: lo sappiamo bene, non esiste un’unione o un’organizzazione a cui la Bulgaria abbia aderito che non si sia autodistrutta dall’interno. E ora accadrà lo stesso anche in questo caso.

L’ élite politica oligarchica bulgara , asservita ai globalisti, è una delle più corrotte e traditrici di tutta Europa, e probabilmente del mondo, paragonabile alle dittature più dure dell’America Latina e dell’Estremo Oriente. Dal 1989 siamo governati da persone pronte a vendere persino il latte materno . Gran parte, la maggior parte dei bulgari, non è d’accordo. Ci attende l’organizzazione di chi dissente in un sistema ragionevole e responsabile. Come dice il proverbio bulgaro, con tutti gli orecchini che hai alle orecchie, che questo errore ti rimanga addosso come un orecchino.


Le opinioni espresse dall’autore sono personali e non riflettono necessariamente quelle del blog.

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Rees-Mogged, di Morgoth

Rees-Mogged

Sul fantasma di uno spirito superiore

Morgoth25 settembre
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Viviamo in un mondo di segni e simboli evanescenti che rappresentano forme un tempo concrete, ma ora in gran parte scomparse. Come fumosi giochi di prestigio, si insinuano nell’immaginario collettivo come un balsamo lenitivo. Ci offrono un nuovo incanto nella desolata pianura della nostra squallida zona consumistica.

Il pub, costruito il mese scorso da un hedge fund, presenta dipinti di vecchie navi e cervi appesi sotto imponenti travi di quercia, come se fosse stato Enrico VIII in persona ad abbattere il legname. È una copia, un’imitazione, ma è una copia rassicurante, proprio come rassicura la gente avere a capo di un movimento patriottico uomini che parlano come i rozzi gangster londinesi degli anni ’70.

I veri londinesi del quartiere sono fuggiti nell’Essex o sono stati travolti dagli abissi del cambiamento demografico di Londra. Eppure, resta confortante pensare a uomini duri in stile Bob Hoskins che contrattano nei mercati di strada con Arthur Daley e Dirty Den, perché la realtà senza filtri è troppo brutale, troppo cupa.

Quando gli inglesi, in quanto membri della sinistra, parlano di “Tommy Robinson”, non perdono mai l’occasione di chiamarlo con il suo vero nome, “Stephen Yaxley-Lennon”. Lo fanno per smascherare il miraggio, l’ombra evanescente, e disincantarla. Sanno che il nome “Tommy Robinson” evoca l’immagine di un coraggioso ragazzo della classe operaia che scala con coraggio le trincee di Ypres o forma una linea difensiva a Waterloo. D’altra parte, il nome Stephen Yaxley-Lennon suggerisce un arredatore d’interni di Hampstead. Viene da chiedersi se i “consiglieri” di Tommy siano giunti alla stessa conclusione.

Il fantasma dell’intrepido e formidabile britannico, strappato da carriole e miniere di carbone, aratri e fucine, per poi essere gettato nella fauci di grandiosi eventi mondiali, risulta oggi perfettamente azzeccato.

Eppure questa nebulosa replicazione si espande e coinvolge anche la classe dirigente.

La Gran Bretagna è un manicomioLa Gran Bretagna è un manicomioMorgoth·2 agosto 2024Leggi la storia completa

Jacob Rees-Mogg evoca l’immagine di un burocrate edoardiano dell’alta società che si precipita al Ministero degli Esteri con notizie sulla spartizione del Bengala. Parla con una cadenza simile a quella del tenente Gonville Bromhead, interpretato da Michael Caine in Zulu . La sua eterea rappresentazione è quella di un aristocratico dai modi effeminati che, quando il dovere lo chiama, dimostra lo stesso coraggio e la stessa tenacia di chi è di rango inferiore.

Nel deserto culturale degli anni 2020, la sua presenza si rivela ancora una volta confortante. Una calda e nostalgica coperta di grandezza passata e di comportamento civile, seppur austero.

Tuttavia, a differenza di Bromhead, o di chiunque altro abbia avuto a che fare con l’Impero britannico, Rees-Mogg è antirazzista. Infatti, sebbene il simbolo esposto richiami la grandezza e l’ingegnosità dell’Impero britannico, la sostanza sottostante è pura Jane Fonda.

In sostanza, è una creatura della postmodernità camuffata da modernista. Non è diverso dal pub “cinquecentenario” costruito sopra un’officina di auto usate dismessa.

Il segnale è di Sir Lord Grey, la segnalazione è di Lily Allen.

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Come ogni altro opinionista conservatore e di destra, Jacob Rees-Mogg usa le istituzioni come bunker e trincee in cui rifugiarsi mentre l’inferno demografico si abbatte sui britannici autoctoni. Sono le istituzioni, non le persone, che devono essere difese o recuperate. Il problema del nostro tempo è che un popolo viene spazzato via da ondate infinite di immigrati stranieri, è davvero così semplice.

Eppure, l’ombra danzante che è Rees-Mogg rifiuta la premessa stessa che un popolo esista per essere cancellato o assorbito. Per fare ciò, si serve della storia, nello specifico, di epoche di conquiste, guerre e sottomissioni. Se adottiamo questa prospettiva e la applichiamo alle nostre circostanze attuali, dovremmo forse paragonare l’indignazione suscitata dalla “Grooming Gang” alle incursioni vichinghe o alle devastazioni del Nord da parte dei Normanni?

Perché mai dovremmo desiderarlo?

Il fatto che le menti più brillanti del paese non riescano a trovare un argomento migliore a favore dell’immigrazione di “essere violentati, conquistati e saccheggiati è in realtà una cosa figa” parla da sé.

Il vero intento di tali argomentazioni è, ovviamente, quello di impedire che nella popolazione si radichi l’idea di un diritto morale alla propria patria. A differenza di Rees-Mogg, i veri edoardiani comprendevano che le fedi e le razze umane non sono intercambiabili. Piuttosto, la legge e le istituzioni possono ricostituire la massa del Terzo Mondo in inglesi attraverso l’adozione di tratti e costumi superficiali.

Si tratta, tuttavia, di un problema in continua evoluzione, mai risolto. Anche se adottassimo questa prospettiva, presumibilmente ci sarebbero centinaia di migliaia o milioni di persone che non supererebbero il test di Rees-Mogg per stabilire chi è un “meticcio” inglese e che, di conseguenza, dovrebbero essere private della cittadinanza ed espulse dal paese. Ma questo non accade mai.

Non esiste alcun criterio per stabilire chi sia riuscito a diventare un inglese, perché farlo significherebbe negare l’accesso a coloro che non ci sono riusciti. Quindi nessuno fallisce. Il risultato non è meno etnocida e apocalittico per gli autoctoni di quanto lo sarebbe se a governare la nazione fossero Zack Polanski o Debs Rayner.

In definitiva, Jacob Rees-Mogg si presenta all’interno dell’ecosistema politico e mediatico come un fantasma ingannevole che da un lato placa l’allarme e dall’altro impedisce di fuggire dalla casa degli orrori.

L’archetipo del “toff” britannico è storicamente caratterizzato da freddezza, spesso sfruttamento, indifferenza alle sofferenze dei poveri, ma anche da un’elevata istruzione e, quando la situazione è davvero disperata, dalla volontà di lavorare e soffrire insieme a chi è di ceto inferiore.

È una classe d’élite disposta a sopportare e soffrire le difficoltà con l’ultima famiglia bianca rimasta in una strada di Middlesbrough, qualcuno che “parla con un accento raffinato”, che rappresenta le loro preoccupazioni con sincerità e onestà. La voce autorevole che entra in una trincea confusa sotto il fuoco nemico o in una posizione perduta su una collina indiana per ristabilire l’ordine.

Al contrario, ci troviamo di fronte a impostori, fantasmi e attori.