Niente nucleare? _ di Aurèlien
Niente nucleare?
Le armi nucleari sono obsolete?
| Aurelien23 settembre |
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Ultimamente si parla molto di armi nucleari. L’interesse si manifesta a ondate, spesso innescato da singoli episodi della guerra in Ucraina e, ora, anche dal conflitto con l’Iran. Non riesco davvero a ricordare quante volte, negli ultimi anni, alcuni opinionisti esaltati ci abbiano detto che «la guerra nucleare è ormai inevitabile!», solo perché poi l’entusiasmo si placasse di nuovo poco dopo. Mentre scrivo, la possibilità di un attacco nucleare contro l’Iran viene ancora presa in considerazione da persone che dovrebbero saperne di più. In questo saggio voglio cercare di calmare un po’ gli animi, spiegando non solo quanto sarebbe difficile e complicato utilizzare armi così terrificanti per uno scopo utile, ma anche qualcosa sulle dinamiche politiche profonde e non riconosciute che stanno alla base del loro sviluppo e della loro continua esistenza. In uno dei miei primissimi saggi ho cercato di contestualizzare alcuni di questi timori di imminenti olocausti nucleari, e questo saggio è, in parte, un aggiornamento e un approfondimento di quello precedente, con l’aggiunta della conclusione che i recenti sviluppi tecnologici potrebbero presto rendere obsolete le armi nucleari.
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Dovremmo iniziare riconoscendo che il livello generale di comprensione delle armi nucleari e della politica in materia è molto basso, anche tra coloro che si considerano istruiti e informati, e che la presentazione delle questioni nucleari nei media è, di conseguenza, spesso emotiva e sensazionalistica. Ciò che la maggior parte delle persone crede di “sapere” è un miscuglio di resoconti su Hiroshima e Nagasaki, film come Il dottor Stranamore, *On the Beach* e *Fail Safe*, ricordi di aver visto, o almeno sentito parlare, di semi-documentari più sobri come *The War Game*, e, per chi ha una certa età, del movimento antinucleare degli anni ’80.
Non lo dico necessariamente per criticare: le armi nucleari sono un argomento profondamente inquietante, e poche persone si interesserebbero ad esse con leggerezza a meno che non fossero costrette a farlo. Se si conosce qualcosa dei loro effetti previsti, descriverle nei termini di un’apocalisse biblica sembra del tutto ragionevole. Ciò è ancora più vero se si tiene conto anche dei loro effetti indiretti su una società e su un paese che fosse stato attaccato, a qualsiasi scala. Durante la Guerra Fredda mi sono occupato in parte di questioni relative a quella che allora veniva chiamata «Difesa Interna», e coloro che ne facevano la loro specialità erano chiari sul fatto che sarebbero stati proprio gli effetti secondari di un attacco nucleare – il collasso del governo, il crollo dei servizi sanitari, l’assenza di energia elettrica, trasporti e comunicazioni e probabilmente una carestia diffusa – a distruggere il Paese e, secondo la famosa frase dell’epoca, a far invidiare i vivi ai morti. O, come disse una volta un collega profondamente coinvolto in tali questioni: «Voglio essere sotto il primo, insieme alla mia famiglia».
Se l’orrore assoluto delle probabili conseguenze dell’uso delle armi nucleari ha naturalmente scoraggiato un’analisi troppo approfondita, ha tuttavia incoraggiato, da un lato, una copertura mediatica sensazionalistica e disinformata e, dall’altro, tentativi di costruire corpora di teoria nucleare astratta altamente intellettualizzati e quasi letteralmente privi di sangue. Queste ultime potevano essere molto sofisticate e intellettualmente soddisfacenti per una ristretta comunità di specialisti, ma non c’era alcuna prova, né allora né da allora in poi, che le loro teorie riflettessero ciò che accadeva nel mondo reale, né che l’Unione Sovietica, e ora la Russia, condividesse alcuno dei presupposti relativi a tali costrutti intellettuali come la Distruzione Reciproca Assicurata. (In effetti, se ricordo bene, la politica nucleare occidentale durante la Guerra Fredda teneva poco o per nulla conto della reale dottrina nucleare sovietica, per quanto fosse nota.)
Tutto ciò, unito allo sviluppo di Internet con i suoi articoli, blog e, soprattutto, video, ha lasciato praticamente campo libero a tre tipi di opinionisti che dominano la nostra comprensione della potenziale dimensione nucleare delle crisi in Ucraina e in Iran; due situazioni del tutto diverse tra loro e ben al di là di qualsiasi cosa immaginata in passato. Il primo tipo è l’ufficiale militare in pensione, che vede le armi nucleari, come hanno sempre fatto i militari, fondamentalmente come armi, e quindi destinate a essere utilizzate prima o poi. Il secondo è l’ingegnere missilistico o nucleare, che vede le armi nucleari come tecnologie in grado di compiere azioni specifiche, con limiti specifici. Il terzo è il politologo, che cerca in qualche modo di incastrare le questioni sollevate dalle armi nucleari in un modello teorico di sua ideazione.
Tali osservazioni non sono necessariamente inutili. I militari possono sottolineare la limitata utilità delle armi nucleari “tattiche”, i problemi e i pericoli legati al loro trasporto e alla loro custodia, le difficoltà nel colpirne gli obiettivi e così via. Gli esperti tecnici possono spiegare quanto poco si sappia effettivamente (al contrario di quanto si supponga) sulle prestazioni e sul funzionamento delle armi nucleari (poiché nessuno ha mai lanciato un missile nucleare in condizioni di guerra) e illustrare alcune difficoltà sia nel puntamento che nell’intercettazione. Gli scienziati politici possono organizzare conferenze tra di loro.
Ma tutto ciò fa facilmente trascurare due fatti fondamentali. Innanzitutto, tutto ciò che riguarda le armi nucleari è controllato in modo ossessivo dalla leadership politica di ogni paese di cui sono a conoscenza, e le considerazioni militari e tecniche passano decisamente in secondo piano. Potrebbe essere interessante sapere se qualcosa sia o meno fattibile dal punto di vista tecnico o militare, ma le decisioni non vengono prese in questo modo. Vengono prese in base a ciò che io definisco la «politica profonda» e la «strategia profonda» delle armi nucleari, di cui non si discute quasi mai pubblicamente e a cui è dedicata una parte di questo saggio. In secondo luogo, e prima di addentrarci in questo argomento, è necessario comprendere che, ancor più della maggior parte delle tecnologie militari, la tecnologia delle armi nucleari ha sempre progredito più rapidamente di quanto si riesca a formulare strategie per il suo impiego, e molto più rapidamente di quanto il processo politico riesca ad assorbirne e a metabolizzarne le implicazioni. È il caso per eccellenza di una soluzione in cerca di un problema, ed è una tecnologia (o una serie di tecnologie) che, alla fine, come suggerisce la storia, non può essere effettivamente impiegata per nulla di veramente utile. Non sorprende quindi che i sostenitori dell’uso delle armi nucleari contro l’Iran non riescano in realtà a mettersi d’accordo su quali sarebbero gli obiettivi, a quale scopo servirebbero o quali potrebbero essere le possibili conseguenze.
Ma questo è stato vero fin dall’inizio. Col senno di poi, è un po’ sorprendente che le armi utilizzate su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 siano state sviluppate. Se non fosse stato per i fisici ebrei tedeschi esiliati dai nazisti, per i fisici e gli ingegneri britannici che lavoravano al progetto Tube Alloys e per il timore che i tedeschi sviluppassero le proprie armi nucleari (come in effetti stavano cercando di fare), le ingenti risorse necessarie per il Progetto Manhattan potrebbero non essere mai state messe a disposizione. Le sfide ingegneristiche concrete apparivano quasi insormontabili, e non era chiaro se Oppenheimer, con le sue simpatie comuniste, fosse la scelta più ovvia per cercare di superarle, né tantomeno che, una volta scelto, sarebbe stato l’uomo giusto per quel compito. Sebbene la guerra in Germania fosse terminata prima che la bomba potesse essere utilizzata lì, sforzi frenetici portarono alla realizzazione di un’arma mentre la guerra contro il Giappone doveva ancora essere vinta. Ma anche allora, non c’era alcuna garanzia che avrebbe funzionato come promesso.
Lo stesso vale per la politica che circonda il suo utilizzo. Ho già messo in guardia in passato contro la tendenza a scrivere la storia in modo teleologico: sappiamo cosa è successo, quindi inconsciamente selezioniamo il materiale e gli episodi che sembrano rendere il risultato finale molto probabile, se non addirittura inevitabile. Ora, in una certa misura, come sapete se avete mai scritto un’opera storica, ciò è inevitabile perché ogni scrittura di questo tipo comporta una selezione, e selezione significa parzialità implicita o effettiva. Ciononostante, gli storici che lavorano sui documenti originali (un lavoro tedioso, lo so) rimangono spesso sorpresi nello scoprire non solo che la situazione era ben più complicata di quanto suggerissero le fonti secondarie che avevano letto, ma anche che in molti casi ciò che oggi sembra importante o addirittura cruciale all’epoca era considerato routine, e naturalmente viceversa. In effetti, a meno che non si sia vissuto in prima persona una crisi grave, è difficile rendersi conto di quanto banalmente e spesso in modo insignificante una crisi del genere si svolga in realtà. Le ventiquattro ore di ogni giorno non sono dedicate alla riflessione strategica, ma al panico, all’improvvisazione e alla confusione, e le domande che dominano l’agenda di lavoro sono in genere: «Chi parteciperà a questa riunione?», «Come rispondiamo a questo messaggio?», «Cosa ne pensiamo di questa iniziativa?», «In che modo questo influisce sulla nostra posizione su altre questioni?» e simili. Domande come: «Come siamo arrivati a questo punto?» o «Dove stiamo andando?» tendono ad essere messe da parte, per essere affrontate in un secondo momento, se possibile. Immagino che in questo momento a Washington la situazione sia proprio questa.
La stesura della storia rimodella inevitabilmente il passato e proietta ombre all’indietro. Ben presto dopo il 1945, cominciò a prendere piede l’idea che il bombardamento di Hiroshima avesse cambiato radicalmente il mondo, aprendo un nuovo capitolo nella storia dell’umanità, in cui il mondo intero avrebbe potuto improvvisamente andare in fiamme. (Questa, in effetti, era l’idea già diffusa durante la mia infanzia.) Non era però così che veniva vista la situazione all’epoca, quando fu presa la decisione di utilizzare la nuova arma. Infatti, Richard Overy, nel suo recente e autorevole studio, ha sicuramente ragione nel suggerire che non fu mai presa alcuna «decisione» in quanto tale, e certamente non nel senso in cui potrebbe essere drammatizzata in un film. Truman sembra aver acconsentito alla proposta, come fece per molte altre, ma a quanto pare non ci fu un dibattito sostanziale. C’era chi dubitava che l’arma avrebbe effettivamente funzionato, o che sarebbe stata efficace nel contribuire a porre fine alla guerra, ma a Washington si discusse poco dei meriti della questione, mentre alcuni degli scienziati coinvolti erano molto scontenti. Ma non erano loro a condurre la guerra.
La guerra, in tutti i paesi coinvolti, presentava molte delle caratteristiche di una catena di montaggio. Concetti, strategie e armi venivano elaborati e messi in campo. All’epoca gli americani erano tormentati dalle probabili cifre delle vittime che un tentativo di conquistare l’isola meridionale di Kyushu e la pianura costiera tra Osaka e Tokyo avrebbe comportato: si prevedeva un milione di morti e feriti e, dato ciò che noi ora sappiamo dei preparativi giapponesi, non si trattava di un timore irragionevole. (Se si conosce bene il Paese, è difficile credere che un’invasione del genere sarebbe stata comunque logisticamente fattibile.) Allo stesso modo, non vi era alcuna indicazione che coloro che in Giappone prendevano effettivamente le decisioni — in particolare l’Esercito — fossero minimamente disposti a prendere in considerazione una resa incondizionata a quel punto. Date le circostanze, qualsiasi cosa che potesse anche solo lontanamente avvicinare la fine della guerra senza il bagno di sangue implicito in un’invasione veniva automaticamente considerata degna di essere perseguita.
Pertanto, il primo impiego bellico delle armi nucleari si basò essenzialmente sulla mancanza di alternative evidenti e fu fondamentalmente un atto di fede. Nella misura in cui vi fosse una logica, essa consisteva nel fatto che i danni e i traumi già inflitti ai giapponesi dai bombardamenti erano tali che uno o due attacchi atomici avrebbero potuto spingerli oltre il limite e causare il completo collasso della società e del governo, rendendo così superflua un’invasione. Il problema era, ovviamente, che non sarebbero state le persone comuni del Giappone — già sconvolte e traumatizzate dai bombardamenti, dall’evacuazione delle città e, soprattutto, dalla guerra senza fine in Manciuria — a prendere la decisione. L’incertezza riguardo alla logica alla base di tale scelta si rifletteva nelle discussioni che si svolsero, nel tentativo di trovare qualche tipo di argomentazione a favore di questo o quel bersaglio. Allo stesso modo, e nonostante l’impossibilità di una precisione di tiro con la tecnologia esistente, molti a Washington desideravano ardentemente la scelta di un obiettivo che potesse essere giustificato, almeno in parte, come militare. (Come poi accadde, tra i morti di Hiroshima c’erano circa 20.000 soldati giapponesi, ma non erano loro l’obiettivo.)
L’influenza delle varie rappresentazioni di Hiroshima e Nagasaki sulla comprensione popolare delle armi nucleari non può essere sottovalutata, né tantomeno l’importanza del fitto intreccio di conseguenze politiche e miti che si sono sviluppati attorno a esse. Sebbene i miti revisionisti legati all’inizio della Guerra Fredda non siano più presi sul serio dagli storici, e si sappia molto di più riguardo al coinvolgimento di Truman nel processo decisionale, i bombardamenti ebbero, ironicamente, delle implicazioni politiche. Incoraggiarono Stalin a entrare rapidamente in guerra contro il Giappone, prima che gli Alleati potessero vincere da soli. (In effetti, Stalin chiese a Truman una zona di occupazione sovietica in Giappone, ma non insistette quando fu respinto.) Inoltre accelerarono i progressi dello stesso programma nucleare sovietico, che era già stato informato dagli agenti sovietici sul Progetto Manhattan.
Pertanto, sin dall’inizio dell’era nucleare, erano presenti gli elementi essenziali: incertezza riguardo alla tecnologia, incertezza riguardo ai suoi effetti, incertezza riguardo agli obiettivi, ramificazioni politiche inaspettate e complesse, difficoltà nell’integrare le armi nucleari in qualsiasi tipo di dottrina militare e, soprattutto, difficoltà nel formulare un obiettivo politico al quale l’uso di tali armi potesse realisticamente contribuire. La questione di quanto l’uso delle armi nucleari abbia contribuito a porre fine alla guerra nell’agosto del 1945 (il Giappone non si è mai “arreso”) non potrà mai essere risolta in modo soddisfacente, dato il numero di fattori diversi e di attori coinvolti, ma non è questo il punto. Piuttosto, gli Stati Uniti, con una comprensione molto limitata dell’immensa complessità del funzionamento del sistema politico giapponese, ricorsero praticamente all’unica opzione militare a loro disposizione, a parte una sanguinosa invasione, nella speranza che in qualche modo ciò avrebbe avvicinato la fine della guerra, se non addirittura l’avrebbe conclusa. E quando la guerra finì pochi giorni dopo Nagasaki, nonostante un tentativo di colpo di Stato militare a Tokyo, coloro che avevano sostenuto l’uso della bomba si sentirono avvalorati, proprio come coloro che ne avevano inizialmente dubitato ne sminuirono l’influenza. Ed è più o meno così che sono andate le cose dal 1945.
La domanda che sorse immediatamente, ovviamente, fu: cosa fare di questa nuova arma terrificante, ma dai limiti evidenti? Limiti dovuti al fatto che, per ragioni tecniche, la sua potenza era inferiore a quella di una quantità equivalente di esplosivo convenzionale sganciata da un numero molto maggiore di aerei; al fatto che solo un unico velivolo, appositamente modificato, era in grado di trasportarla; al fatto che la sua produzione era incredibilmente costosa e complessa; e al fatto che richiedeva il controllo assoluto dello spazio aereo e condizioni meteorologiche perfette per colpire il bersaglio. Per il primo decennio circa, negli Stati Uniti e in una certa misura anche nell’Unione Sovietica, mentre questi problemi venivano lentamente affrontati, le armi nucleari rimasero una questione prevalentemente militare: una bomba nucleare era semplicemente una bomba più grande. Ma stavano già comparendo armi di potenza di gran lunga superiore. La bomba definitiva — la RD-220 sovietica — aveva una potenza compresa tra i 50 e i 60 megatoni. Era un’arma di propaganda che non avrebbe mai potuto essere utilizzata operativamente e che, in un certo senso, rappresenta la decadenza finale dell’idea secondo cui, data l’imprecisione e i rischi dei bombardamenti con equipaggio umano, fosse necessario disporre di una potenza davvero, davvero enorme se si sperava di riuscire a distruggere qualcosa…
Allo stesso tempo, c’era un evidente interesse militare per le armi nucleari abbastanza piccole da poter essere utilizzate per influenzare l’esito delle battaglie, e che venivano quindi tipicamente definite armi nucleari “tattiche”. Ma ciò si rivelò molto difficile; il caso classico è l’M-388 statunitense, noto come “Davy Crockett”, una sorta di mortaio nucleare. Il problema era che, da un lato, l’arma era ingombrante e soggetta a ogni sorta di vincoli di sicurezza e protezione, e, dall’altro, non era in realtà molto più efficace delle armi convenzionali, specialmente contro i veicoli corazzati. Inoltre, poiché la logica del combattimento tattico è quella di conquistare e mantenere il terreno, irradiare il terreno che si vuole conquistare presenta evidenti svantaggi. Almeno dal punto di vista occidentale, le armi nucleari “tattiche” o “da campo di battaglia” a basso rendimento hanno sempre occupato solo nicchie dottrinali: o per la distruzione di grandi concentrazioni di truppe e veicoli, o di obiettivi strategici come gli aeroporti, oppure per distruggere sottomarini. Ai tempi in cui si temevano attacchi di massa da parte dei bombardieri, gli Stati Uniti, e in misura minore l’Unione Sovietica, sperimentarono sistemi antiaerei con testate nucleari, ma questi divennero rapidamente obsoleti.
Ma a questo punto passiamo dalle caratteristiche tecniche alla dottrina. Una volta che fu chiaro che una guerra terrestre non poteva essere condotta sistematicamente con armi nucleari tattiche, per le ragioni sopra esposte e altre ancora, la questione assunse una dimensione politica e, alla fine degli anni ’50, la NATO iniziò a sviluppare vere e proprie dottrine nucleari. Come nel caso di Hiroshima, si trattava essenzialmente di non vedere alcuna alternativa praticabile. Dopo la Seconda guerra mondiale l’Unione Sovietica, perseguitata dai fantasmi del 1941, aveva optato per un sistema economico e politico di tempo di guerra anche in tempo di pace, con forze imponenti in uno stato di alta prontezza operativa, un assetto operativo offensivo e una priorità assoluta accordata alle forze armate. (All’epoca discutevamo spesso sull’entità del bilancio della difesa sovietico: si è scoperto che non ne esisteva uno vero e proprio, in quanto le forze armate avevano semplicemente la priorità su tutto.) Nessun governo occidentale avrebbe mai potuto agire in questo modo, quindi la dottrina della NATO, basata su forze numericamente inferiori, prevedeva di prendere in considerazione l’uso di armi nucleari tattiche in un momento (noto nel settore come «Linea Omega») in cui il Patto di Varsavia minacciava di sfondare definitivamente le linee della NATO. (Il Gruppo di pianificazione nucleare della NATO fu istituito nel 1966 per discutere tali questioni.)
Lo scopo di tutto ciò non è mai stato del tutto chiaro, anche se si sperava che una simile escalation potesse “dimostrare determinazione” e persuadere il Patto di Varsavia ad accettare di cessare i combattimenti e avviare i negoziati. Eppure la dottrina sovietica sembrava prevedere comunque che una guerra con la NATO assumesse ben presto un carattere nucleare, e l’Armata Rossa e i suoi alleati disponevano di un numero enorme di sistemi e testate a capacità nucleare. Ma, come spesso accade con i sistemi nucleari, le armi nucleari tattiche della NATO rappresentavano in realtà una risposta a un problema politico: in questo caso, l’impossibilità di mantenere in tempo di pace qualcosa di simile alla macchina militare del Patto di Varsavia. Sebbene crisi politico-militari di questo tipo fossero accuratamente simulate nella serie biennale di esercitazioni con copione WINTEX, fino al “rilascio” nucleare strategico, era molto difficile capire quanto seriamente i vertici militari e gli attori politici prendessero davvero queste idee una volta terminata la simulazione. L’Unione Sovietica, per quanto possiamo giudicare, le prendeva più sul serio, o almeno lo faceva l’esercito. Tutto il suo equipaggiamento era stato sviluppato per combattere in un contesto nucleare e, naturalmente, la sua ideologia marxista-leninista prometteva la vittoria finale sul sistema capitalista, con o senza guerra nucleare. Ma, ancora una volta, non è chiaro cosa pensassero in privato i massimi responsabili delle decisioni.
Oggi esistono pochissime di queste armi occidentali o dei modelli che le hanno sostituite, in parte perché i progressi nella progettazione delle armi convenzionali le hanno rese in gran parte obsolete. La bomba a caduta britannica WE-177, l’ultima ad essere stata progettata in Gran Bretagna, è stata ritirata dal servizio alla fine degli anni ’90 e non è stata sostituita. La B-61 statunitense, un modello ormai datato e anch’essa lanciata dall’aria, esiste oggi in quantità molto ridotte (forse poche centinaia), sebbene a quanto pare sia in fase di ammodernamento. Anche l’AGM-86B, altrettanto datato e destinato ad essere trasportato dal bombardiere B-52, sembra essere in fase di ammodernamento. Non è chiaro se la versione a testata nucleare del missile Tomahawk possa teoricamente essere riportata in servizio — in ogni caso si tratterebbe di un processo lungo — sebbene apparentemente esistano piani per sostituirla, un giorno. (Attualmente, l’unico sistema nucleare tattico (o «sub-strategico») veramente moderno in Occidente è il francese ASMP, di cui parleremo più avanti.)
Tutto ciò, spero, contribuisca a contestualizzare in qualche modo le attuali chiacchiere deliranti sul “bombardamento nucleare dell’Iran”. A meno che gli Stati Uniti non intendano spazzare via tutto e tutti in Iran ricorrendo a missili strategici (di cui parleremo tra poco) – il che significherebbe distruggere anche gran parte della regione –, ciò che rimane come opzione nell’immediato è probabilmente l’uso di bombe a caduta libera, magari dotate di un qualche tipo di dispositivo di planata, come quelle utilizzate dai russi in Ucraina. Ci sono due piccoli problemi. Il primo è portare l’aereo vicino o sopra l’obiettivo. Non si è visto molto delle difese aeree iraniane, soprattutto perché gli aerei statunitensi e israeliani si sono tenuti alla larga, ma bisogna presumere che siano abbastanza efficaci da rappresentare una minaccia credibile per gli aerei d’attacco. Un aereo abbattuto fuori dallo spazio aereo iraniano mentre trasporta un’arma nucleare armata potrebbe essere imbarazzante. E dove sarebbero di stanza tali aerei, comunque? I velivoli con capacità nucleare richiedono un’infrastruttura di sicurezza appositamente costruita, ed è impossibile nascondere l’arrivo delle armi nucleari o il loro stoccaggio. Allo stato attuale, l’unica base praticabile sarebbe in Giordania, ma, dato che i russi informerebbero gli iraniani di quanto sta accadendo e i giordani se ne renderebbero conto, Amman probabilmente non troverebbe attraente questa idea. A più lungo termine, l’AGM-68B rappresenterebbe un’altra opzione, anche se i bombardieri stessi dovrebbero essere basati (e solo in numero limitato) a Diego Garcia. Il trasporto dei missili in quella sede e la preparazione delle operazioni richiederebbero un certo tempo, anche se i missili fossero pienamente operativi. F-35 provenienti da portaerei, riforniti più volte? Suppongo sia appena possibile, ma sembra una soluzione un po’ disperata.
E quale sarebbe, in fin dei conti, il senso? Con ogni probabilità, le armi verrebbero lanciate dai confini dello spazio aereo iraniano, contro obiettivi “militari” definiti in modo vago: forse depositi di missili o siti di produzione. Quindi grandi esplosioni, un forte impatto, ricadute radioattive e morte per chiunque si trovasse nella zona senza protezione. Ma a che scopo? Dopotutto, Hiroshima è una città situata su una pianura vicino al mare e nel 1945 (come spesso accade ancora oggi in Giappone) le case erano costruite in legno. La geografia e la geologia dell’Iran sono, diciamo così, un po’ diverse. Ancora una volta, le armi nucleari, se per qualche folle motivo venissero mai utilizzate, non avrebbero alcuna utilità militare o strategica. Tutto ciò che farebbero sarebbe spianare le cime di alcune montagne e, si immagina, far sentire meglio il signor Trump.
Man mano che le armi nucleari diventavano fisicamente più piccole ma più potenti, e venivano dispiegate su velivoli appositamente costruiti come il già citato B-52 e la flotta britannica di bombardieri “V”, cominciarono ad apparire come una componente naturale di una guerra futura: il discendente diretto, se così si può dire, dei bombardieri strategici della Seconda Guerra Mondiale. Fu forse a questo punto che il pericolo di un conflitto nucleare accidentale divenne leggermente più credibile. In teoria, un attacco improvviso e a sorpresa (un «primo colpo») avrebbe potuto distruggere i bombardieri nemici a terra, così come le infrastrutture governative e i centri di comando e controllo, lasciando un paese indifeso. Al contrario, si pensava, uno Stato che temesse di poter essere attaccato in questo modo avrebbe potuto tentare di attaccare per primo. Per prevenire un attacco a sorpresa, gli Stati Uniti mantennero i velivoli B-52 permanentemente in volo fino alla fine degli anni ’60. Fu in questa fase che ebbe origine il meme culturale del «generale pazzo» che decide di sferrare un attacco non provocato.
Con l’introduzione dei bombardieri a reazione, si era dato per scontato che questi velivoli potessero volare troppo in alto e troppo velocemente per essere intercettati dai caccia, anche se individuati dal radar. L’abbattimento di un velivolo U-2 da parte di un missile antiaereo sovietico nel 1960 dimostrò che quell’era era di fatto finita. La dottrina dovette essere riscritta in fretta per porre l’accento sugli attacchi a bassa quota e ad alta velocità, nonché su metodi ingegnosi per ritardare l’esplosione stessa fino a quando l’aereo non fosse stato al sicuro. E, naturalmente, fecero la loro comparsa i missili terrestri, il primo dei quali ad entrare in servizio fu il sovietico R-7. Ma, ancora una volta, i limiti tecnologici imposero vincoli politici. I primi missili, sia statunitensi che sovietici, erano alimentati a combustibile liquido. Ci volevano molte ore per rifornirli (un processo molto visibile) e non potevano essere lasciati riforniti troppo a lungo a causa della natura corrosiva del loro combustibile. Ciò impose improvvisamente ogni sorta di timori e limitazioni inaspettati ai governi. Portare i missili in stato operativo come misura precauzionale era di fatto impossibile senza il rischio di provocare una crisi politica, poiché sarebbe stato indistinguibile dai preparativi per un attacco.
Il dispiegamento, a partire dai primi anni ’60, di sottomarini dotati di missili balistici intercontinentali risolse diversi problemi pratici e politici. Ciò significò che le fantasie sul “primo colpo” persero gran parte della loro forza, poiché i sottomarini potevano nascondersi nell’oceano, e significò anche che non era necessario modificare in modo visibile e pubblico i livelli di prontezza operativa (ad esempio rifornendo di carburante i missili). Detto questo, i primi missili presentavano anche alcuni svantaggi. Non erano molto precisi, quindi tendevano ad avere un’unica grande testata da diversi megatoni, rendendo impossibile qualsiasi pretesa di colpire strutture specifiche. Avevano una gittata ridotta, il che significava che i sottomarini dovevano essere posizionati abbastanza vicini ai bersagli previsti. Inoltre, i missili sovietici erano alimentati a combustibile liquido anche a bordo dei sottomarini, il che doveva essere terribilmente pericoloso, sebbene non vi siano testimonianze di esplosioni disastrose.
Negli anni ’70 la situazione si era stabilizzata. Le due superpotenze disponevano di sistemi “sopravvivibili” in grado di devastare completamente il territorio dell’avversario, mentre Gran Bretagna e Francia possedevano forze proprie, più ridotte ma efficaci, ciascuna delle quali in grado di colpire con successo Mosca (il cosiddetto “criterio di Mosca”). Questo fenomeno veniva spesso definito «equilibrio del terrore», ma in realtà entrambe le parti riconoscevano che l’uso effettivo di queste armi fosse impensabile e inutile, e non vi è traccia di alcun leader nazionale, nemmeno il più instabile, che ritenesse che una guerra nucleare potesse effettivamente essere vinta. (L’Unione Sovietica sembra aver preso più sul serio la minaccia di una guerra nucleare, come suggeriscono la sua ideologia politica e la sua storia, ma non vi è alcuna indicazione che avrebbe mai utilizzato le proprie armi in modo proattivo.)
In seguito all’entrata in vigore del Trattato di non proliferazione nucleare (1968) e alla presa di coscienza che un sistema nucleare operativo fosse molto più costoso e complesso di quanto si fosse inizialmente ritenuto, il mondo si è lentamente orientato verso un compromesso precario. Le cinque potenze nucleari riconosciute (tra cui la Repubblica Popolare Cinese dal 1992) hanno concordato di ridurre progressivamente i propri arsenali, mentre i firmatari non nucleari hanno accettato di non perseguire lo status di potenza nucleare. Come tutti i regimi basati su trattati, il TNP è vincolante solo per i suoi membri, e India, Pakistan e Israele non lo hanno mai firmato. L’Iran ha recentemente indicato che potrebbe recedere dal trattato.
Da tempo ormai le armi nucleari riguardano essenzialmente la diplomazia, l’influenza e lo status di grande potenza, con una o due sfumature su cui torneremo. Pertanto, sebbene esista un’abbondante letteratura accademica sulla teoria della deterrenza e intere biblioteche di discorsi tenuti da politici, tutto ciò ha poco a che vedere con la realtà della politica nucleare, che può essere descritta al meglio sotto due aspetti. La prima, soprattutto per la Gran Bretagna e la Francia, è la sopravvivenza nazionale, quando ogni altra soluzione ha fallito. (In una certa misura ciò vale anche per Israele e il Pakistan.) La seconda, invece, è strettamente politica, in quanto le armi nucleari servono a scopi diversi, e persino contraddittori. Pertanto, gli Stati Uniti non sono contrari al fatto che britannici e francesi dispongano di armi nucleari, poiché ciò alleggerisce in parte la pressione politica su di loro. Allo stesso modo, gli Stati della NATO sono favorevoli all’esistenza di due potenze nucleari europee, poiché ciò contribuisce a diluire il predominio statunitense nel processo decisionale nucleare della NATO. Francesi e britannici hanno sempre collaborato in modo discreto sulle questioni nucleari, e ciascuno si sente meno esposto se una seconda nazione europea possiede armi nucleari. Inoltre, molti Stati europei preferiscono che i britannici mantengano le armi nucleari, poiché ciò evita un indebito predominio francese sulle questioni di sicurezza europee.
I vantaggi politici che le armi nucleari offrono sono difficili da descrivere: sono tentato di dire che se non ci sei passato, non puoi capire, e se ci sei passato, non hai bisogno di spiegazioni. Ma ti collocano nella “Prima Divisione”, come scoprì con sua grande sorpresa il presidente Mitterrand, un tempo scettico riguardo alla capacità nucleare francese, partecipando al suo primo vertice NATO. Ma fungono anche da strumenti per raggiungere obiettivi di sicurezza più ampi. A volte ciò è relativamente evidente. Israele utilizza le armi nucleari per sottolineare il proprio dominio militare in Medio Oriente, cosa che non potrebbe fare altrimenti con le sue forze convenzionali, piccole ma potenti. Gli inglesi, in gioco sin dall’inizio, hanno rinunciato al loro impero insostenibile e speravano di utilizzare le armi nucleari per contribuire a mantenere il loro status di grande potenza. In particolare, e con un certo successo, sono riusciti per decenni a influenzare sottilmente la politica nucleare degli Stati Uniti e della NATO, anche se negli ultimi anni è diventato dubbio che qualcuno possa ancora influenzare in modo significativo Washington su tali questioni.
Ma il caso di gran lunga più interessante è quello della Francia, dove sin dall’inizio le armi nucleari sono state considerate strumenti essenziali della sovranità nazionale e, se necessario, della sopravvivenza. Dopo l’umiliazione della sconfitta del 1940, la perdita dell’Indocina e l’inizio della logorante guerra in Algeria, la Quarta Repubblica del dopoguerra iniziò a esplorare segretamente l’opzione nucleare. Quando De Gaulle salì al potere nel 1958, ereditò il programma, che aveva sempre sostenuto, e lo integrò nel suo più ampio progetto per il ripristino dell’indipendenza francese. Man mano che le prime armi divennero disponibili, prese lentamente le distanze dal dominio statunitense, espellendo progressivamente le forze americane e abbandonando la struttura di comando della NATO. La dottrina nucleare francese, spogliata delle sue cortesi genuflessioni nei confronti degli alleati, è stata innanzitutto incentrata sulla difesa della Francia, attraverso la capacità di infliggere al nemico (originariamente l’Unione Sovietica) danni tali da fargli ritenere che non valesse la pena attaccare. La Francia non avrebbe atteso un attacco nucleare, ma avrebbe prima utilizzato le sue armi sub-strategiche ASMP come «ultimo avvertimento» e poi, se l’Esagono fosse stato realmente minacciato, le sue armi nucleari strategiche. Questo approccio risoluto (alcuni lo definirebbero spietato) alla difesa degli interessi nazionali francesi non è mai stato nascosto e ha generato un forte sostegno pubblico alle armi nucleari francesi in tutto lo spettro politico, senza dare vita ad alcun movimento antinucleare di rilievo. Ma d’altronde, come mi disse decenni fa un altissimo funzionario francese: «Oggi disponiamo di armi nucleari perché non le avevamo nel 1940». In fin dei conti, le armi nucleari sono sempre una questione di politica.
E le cose sarebbero potute rimanere così, fino a pochi anni fa. Le armi nucleari, specialmente quelle trasportate da missili e idealmente lanciate da sotto la superficie dell’oceano, rappresentavano l’unico modo per mettere a rischio gli elementi vitali del governo e del sistema economico di un’altra nazione. Ma non è più così, almeno per alcune nazioni. Dopotutto, la potenza esplosiva di per sé non ha alcun significato. Ciò che conta è l’effetto che ha sugli obiettivi prescelti. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il bombardamento a tappeto si impose come dottrina perché la capacità di colpire con precisione obiettivi specifici non esisteva fino a una fase molto avanzata del conflitto. Le bombe utilizzate a Hiroshima e Nagasaki, il «mostro» sovietico e le prime testate ICBM presentavano tutte incertezze riguardo alla precisione e agli effetti e dovevano quindi essere armi a tappeto. Gli attacchi alle aree urbane («counter-value») divennero una dottrina consolidata, poiché era l’unica opzione praticamente fattibile. Con il miglioramento della tecnologia di guida, le testate nucleari divennero sempre più piccole e furono dotate di sofisticati sistemi di penetrazione per ingannare i radar e qualsiasi potenziale sistema di difesa missilistica, come quelli intorno a Mosca.
Ma ovviamente le stesse tecnologie potrebbero essere applicate alle armi convenzionali, poiché in fin dei conti ciò che conta è la precisione nel colpire il bersaglio, piuttosto che la mera potenza esplosiva. Consideriamo, per un momento, cosa significhi effettivamente la capacità di “mettere a rischio” la capitale di una nazione. Cosa spaventerebbe davvero un governo? Sono forse i danni ai musei nazionali, alle zone turistiche, ai complessi residenziali suburbani o alle fabbriche di ingegneria leggera? A dirla senza mezzi termini, no, non lo sono. Il tipo di armi che ora vengono impiegate dalla Russia, e in una certa misura dall’Iran, sono in grado di colpire con estrema precisione. La maggior parte dei colpi diretti iraniani sembra essere stata sferrata da droni, il che è una questione del tutto a sé stante e non c’è spazio per approfondirla in questa sede. Ma in linea di principio, il tipo di tecnologia impiegata dai russi potrebbe lanciare cariche convenzionali con grande precisione su singoli edifici da grande distanza; realizzando così, per inciso, i sogni degli appassionati di potenza aerea un secolo dopo. Prendiamo ad esempio Washington e supponiamo che la Casa Bianca, il Pentagono, il Dipartimento di Stato, gli edifici del Congresso, la CIA e altri quattro o cinque obiettivi politici e militari siano stati colpiti, sia con esplosivi ad alto potere distruttivo sia, più probabilmente, con la tecnologia cinetica di un sistema simile all’Oreshnik. Tutte le tecnologie necessarie esistono già oggi, si tratta semplicemente di metterle insieme. Non ci sono le complicazioni e i problemi di approvvigionamento delle armi nucleari, e le armi stesse possono essere prodotte in qualsiasi quantità ragionevolmente necessaria. Al momento non esiste alcuna difesa contro tali armi e, per ragioni legate alle leggi della fisica, potrebbe non essercene mai, se fossero sufficientemente manovrabili.
Si tratta di una minaccia plausibile, nel senso che è tecnicamente possibile metterla in atto, che il livello di distruzione sarebbe considerevole e che è difficile credere che gli Stati Uniti (o qualsiasi altro Paese) possano ritenere che un qualsiasi obiettivo politico immaginabile valga la pena di rischiare il livello di danno che ciò comporterebbe. Ciò la rende sostanzialmente diversa dall’uso delle armi nucleari, dove c’è sempre stata una fondamentale mancanza di credibilità riguardo al loro impiego. Ecco perché gli scrittori di narrativa hanno dovuto ricorrere a generali folli e incidenti improbabili, e perché gli autori degli scenari per le esercitazioni della NATO in pratica non hanno nemmeno cercato di inventare qualcosa di credibile: l’idea era, dopotutto, quella di mettere in pratica le procedure. Si tratta, tuttavia, di armi che possono essere utilizzate, che non hanno nulla del carattere apocalittico delle armi nucleari e che anche i paesi non superpotenti possono permettersi.
Potremmo quindi trovarci di fronte al lento declino dello status speciale delle armi nucleari e dei vantaggi politici che ne derivano, anche se in determinati contesti (ad esempio in India e Pakistan) potrebbero ancora avere una certa rilevanza. Non è un caso, credo, che dopo decenni passati a enfatizzare la minaccia rappresentata dalle armi nucleari iraniane, il governo di Israele ora ritenga improvvisamente che il vero problema siano i missili convenzionali. In questo caso, potrebbero semplicemente essere un passo avanti. C’è solo un piccolo problema: l’Occidente, in generale, non ha prestato molta attenzione a queste tecnologie. Pensate alle implicazioni strategiche di tutto ciò.
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Per questa settimana è tutto. Come sempre, grazie a chi instancabilmente si occupa delle traduzioni nelle proprie lingue. Maria José Tormo pubblica le traduzioni in spagnolo sul suo sito qui, mentre Marco Zeloni pubblica le traduzioni in italiano su un sito qui, mentre «Italia e il Mondo» le pubblica qui. Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente tradotte sul sito czstrat.cz. Sono sempre grato a chi pubblica occasionalmente traduzioni e sintesi in altre lingue, purché si citi la fonte originale e mi si dia notizia