Giornata di Studi su Gianfranco La Grassa dal titolo “Conflitto Strategico e Conflitto Sociale” organizzata ad un anno dalla scomparsa del pensatore veneto.
L’evento si terrà a Rovereto (TN) il 26 settembre p.v. presso la sala Caritro – Piazza Rosmini,3.
L’iniziativa rappresenta un momento unico di confronto sul pensiero lagrassiano e sulle potenzialità di un suo sviluppo ulteriore.
La partecipazione è gratuita, ma priva di sponsorizzazioni. Le spese sono quindi totalmente a carico degli organizzatori.
Ogni contribuzione volontaria è ovviamente gradita. Nel caso, gli estremi per l’eventuale accredito, specificando accuratamente la causale, sono:
Si consiglia caldamente, comunque, di segnalare l’adesione e la presenza all’iniziativa a questo indirizzo: italiaeilmondo2@gmail.com onde predisporre al meglio la capienza della sala e il servizio di refezione nei due intervalli.
Seguiranno ulteriori aggiornamenti, compresa l’indicazione del link per assistere alla diretta.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
È iniziato un nuovo ciclo di allarmismo sulla guerra mondiale, mentre l’Europa viene aizzata dal panico. Le ragioni sono molteplici.
Da un lato, l’Europa è entrata in una crisi politica ed economica, e quindi ora più che mai è necessario trovare dei diversivi. Affinché i cittadini possano sopportare le difficoltà che li attendono, bisogna far loro capire che tali difficoltà sono assolutamente necessarioper la loro sopravvivenza. A tal fine, non c’è mezzo di propaganda migliore della BBC orwelliana per battere il tamburo:
Il governo vuole che tutti noi cominciamo a prepararci a gravi sconvolgimenti nella nostra vita. Vuole che facciamo scorte di cibo in scatola e acqua potabile, che rafforziamo la nostra resilienza civile e che ci prepariamo all’eventualità di una guerra.
Sono iniziati i lavori sul cosiddetto “libro di guerra” del governo, che non veniva aggiornato da decenni.
Il più alto ufficiale dell’esercito britannico ha lanciato l’allarme. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Sir Richard Knighton, ha affermato questa settimana che la minaccia rappresentata dalla Russia sta facendo sì che la Gran Bretagna stia vivendo il periodo “più pericoloso” dei suoi 35 anni di carriera nelle forze armate.
La domanda tendenziosa viene posta in vista di una risposta altrettanto tendenziosa, volta a influenzare le menti impressionabili e oppresse della popolazione britannica:
In un atto di “menticidio” incredibilmente trasparente, la BBC arriva persino a ricorrere a uno psicologo per costruire la narrazione perfetta con cui plasmare la coscienza collettiva:
La convinzione di essere minacciati è fondamentale, afferma lo psicologo Jim Orford, professore emerito di psicologia clinica e comunitaria all’Università di Birmingham. «È quello che io chiamo pensiero semplicistico». Per poter prendere in considerazione la possibilità di entrare in guerra, dobbiamo ragionare in termini semplicistici. In termini di nemici ed eroi. Dobbiamo considerare la Russia come un nemico. Le narrazioni sono tutte semplificate.
Espone il piano senza mezzi termini, una sorta di episodio di ipnosi schietta rivolto a chi è facilmente influenzabile e sottoposto a lavaggio del cervello; una vera e propria lezione magistrale di manipolazione, senza dubbio.
Con una serie coordinata di comunicati, i leader e le istituzioni europee hanno iniziato a mettere in guardia da una grave “crisi” che si profila sempre più incombente:
La situazione della sicurezza in Europa viene ora definita “in peggioramento”, mentre le sirene di guerra si fanno sempre più insistenti.
Gran parte delle tensioni è scaturita da due vertici europei tenutisi la scorsa settimana: la conferenza del Comitato militare della NATO e il nuovo vertice “Carpathian Eight” indetto da Zelensky, al quale hanno partecipato il polacco Tusk e altri leader.
La nuova campagna di operazioni psicologiche, coordinata di recente, è incentrata su una falsa operazione sotto falsa bandiera che prevedrebbe “attacchi ibridi” russi contro il cosiddetto “fianco orientale” della NATO. Dall’articolo di Meduza sopra citato:
Il primo ministro polacco Donald Tusk ha dichiarato in Parlamento che la Russia sta pianificando attacchi “ibridi”, con l’uso di missili e droni, contro i paesi che sostengono l’Ucraina.
Tusk ha fatto riferimento alle valutazioni dei servizi segreti, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Reuters. «Esiste il rischio concreto che droni o altri tipi di missili possano penetrare nel territorio di uno o più paesi della NATO sul fianco orientale, causando persino distruzione», ha affermato.
«Questi potenziali attacchi sarebbero, per così dire, di natura “accidentale”, con l’intento di paralizzare o almeno indebolire la determinazione degli Stati della NATO a invocare le disposizioni pertinenti dell’Alleanza in caso di aggressione contro un Paese membro», ha affermato Tusk.
Questo è ormai lo spauracchio del momento, mentre i leader europei lottano disperatamente per salvare l’Ucraina dal pericolo:
Nel frattempo, è proprio la NATO stessa ad aumentare di giorno in giorno le provocazioni, pur puntando il dito contro la Russia:
WarMonitor@WarMonitor3
Negli ultimi 4 giorni i voli di ricognizione della NATO lungo il confine orientale con la Russia e Kaliningrad sono aumentati drasticamente; particolare attenzione sembra concentrarsi sull’area della Polonia e della Lituania F24: -Sembra ormai che i voli di routine dei velivoli AWACS E-3A Century della NATO e della Germania…
14:30 · 19 settembre 2026· 169.000 visualizzazioni
40 risposte· 406 condivisioni· 2,48K Mi piace
Secondo quanto riferito, la Francia starebbe già mettendo in atto “rispose” militari segrete nei confronti della Russia:
Faytuks Network@FaytuksNetwork
Una fonte militare francese ha dichiarato a *Le Monde* che la Francia sta già mettendo in atto risposte militari convenzionali, di cui non sono stati resi noti i dettagli, agli attacchi ibridi russi. Alla domanda se Parigi potesse reagire militarmente senza renderlo pubblico, la fonte ha risposto: «Sta già accadendo».
19:09 · 19 settembre 2026· 47,8K visualizzazioni
18 risposte· 279 condivisioni· 1,86K “Mi piace”
Praticamente tutte le testate dei media mainstream occidentali si sono unite al coro infernale di sensazionalismo bellicista, nonostante la maggior parte di questi “attacchi” venga falsamente attribuita alla Russia, mentre dietro ci sono ogni volta droni ucraini o sabotatori — un fatto che, naturalmente, viene insabbiato:
È il classico segno del genio militare: quando il proprio Paese sta crollando e sta perdendo un conflitto di grande portata, come si dice stia accadendo alla Russia contro l’Ucraina, la cosa migliore da fare è invadere immediatamente la più grande alleanza militare del mondo per strappare la vittoria dalle fauci della sconfitta. Questo è ciò che i leader europei fantoccio stanno propinando alla loro credulona plebe; ma la gente se la beve?
Putin afferma che l’Europa si sta continuamente preparando alla guerra contro la Russia e ne spiega correttamente i motivi: per distogliere l’attenzione dalle proprie molteplici crisi, come abbiamo affermato in precedenza:
Con un ridicolo colpo di ironia, l’Europa sostiene di essere la Russia a pianificare le “operazioni sotto falsa bandiera”:
La NATO è pronta a rispondere a una potenziale escalation russa sul fianco orientale dell’Europa, ha affermato oggi il generale di punta dell’alleanza, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in un contesto caratterizzato da crescenti allarmi riguardo a un possibile attacco pianificato da parte di Mosca.
politico.eu
Politica europea@POLITICOEurope
La NATO è “pronta” a un potenziale attacco sotto falsa bandiera da parte della Russia, afferma il generale di più alto rango dell’Alleanza
La NATO è pronta a rispondere a una potenziale escalation russa sul fianco orientale dell’Europa, ha affermato oggi il generale di punta dell’alleanza, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in un contesto caratterizzato da crescenti avvertimenti riguardo a un possibile attacco pianificato da parte di Mosca.
In realtà, l’Europa è impantanata in una crisi sempre più grave e ha bisogno di uno sfogo significativo per le frustrazioni e il malcontento dell’opinione pubblica.
C’è poi anche il fatto che Trump intenda ora ritirare potenzialmente un gran numero di truppe statunitensi da quel continente dilaniato dai conflitti e pieno di rancore, il che ha alimentato le teorie secondo cui gli Stati Uniti starebbero, come sempre, mettendo subdolamente la Russia contro l’Europa per trarre vantaggio dalla conseguente distruzione dei propri rivali economici e geopolitici:
Nel frattempo, l’Ucraina continua a trovarsi in una situazione disperata. La campagna annunciata in precedenza da Zelensky contro gli aeroporti e i “cieli” russi si è rivelata un nulla di fatto. Non è chiaro se ciò sia avvenuto perché gli Stati Uniti lo abbiano convinto a fare marcia indietro attraverso canali riservati, oppure se egli stesse bluffando fin dall’inizio e non abbia mai effettivamente posseduto le capacità per portare a termine quei piani eccessivamente ambiziosi.
Un canale russo avanza un’ipotesi sul motivo per cui ciò potrebbe verificarsi, sostenendo che l’invio di sciami composti da 900 droni al giorno in territorio russo potrebbe costare all’Ucraina fino a 50 milioni di dollari al giorno:
L’affascinante aspetto economico della guerra: perché i massicci attacchi con droni contro la Russia rappresentano una sfida significativa per il bilancio dell’Ucraina
La notte del 18 settembre, alla vigilia delle elezioni parlamentari, le Forze Armate ucraine hanno sferrato un massiccio attacco con droni contro Mosca e le regioni circostanti.
Tuttavia, il piano del nemico è fallito: oltre 900 droni sono stati abbattuti dalle forze di difesa aerea russe. In precedenza, veniva riferito quotidianamente che venivano intercettati tra i 200 e i 400 droni ucraini.
Qual è il significato di tutti questi dati? È una questione di soldi. I droni sono indubbiamente più economici dei missili avanzati che costano milioni di dollari, ma hanno comunque un costo di decine, a volte centinaia, di migliaia di dollari.
Quindi, Kiev lancia quasi un migliaio di droni, di cui circa il 95-99% viene abbattuto. Quanto costa tutto questo? Se ipotizziamo che un drone costi 50.000 dollari (che corrispondono all’incirca a 5 milioni di rubli, e il prezzo è probabilmente molto più alto), allora il costo di una singola raffica è di circa 50 milioni di dollari. E naturalmente, a ciò si associa un costo finanziario, superiore a zero, ma comunque significativamente inferiore al costo del lancio dei droni.
Ne consegue, quindi, che il lancio dei droni ucraini rappresenti da tempo un onere ingente per il bilancio dell’Ucraina, mentre i danni inflitti alla Russia sono, in confronto, molto più modesti.
Ieri un articolo di Reuters riportava che Il presidente della Commissione parlamentare ucraina per il bilancio ha ammesso che i costi giornalieri della guerra per l’Ucraina ammontano a 190 milioni di dollari. Ciò significherebbe che una simile raffica di droni potrebbe rappresentare una parte significativa dell’intero bilancio militare stanziato per ciascun periodo. Questo dovrebbe chiarire rapidamente perché un’operazione di tale portata prolungato le campagne con i droni sono infatti non sostenibile per l’Ucraina, e qualsiasi affermazione contraria da parte di Zelensky è una bugia volta a dare l’impressione che l’Ucraina abbia ancora la possibilità di fare qualcosa di significativo contro la Russia.
Rinfreschiamoci la memoria su come si è svolta la nuova “campagna di 40 giorni” di “sanzioni aeree” dell’Ucraina contro la Russia. Dalle minacce alle suppliche per un cessate il fuoco:
È interessante notare che, due giorni fa, il primo ministro polacco Donald Tusk ha suscitato grande scalpore, essendo apparentemente il primo leader europeo a rendere pubbliche le vere cifre mensili delle vittime ucraine. Egli afferma che sono stati gli stessi ucraini a informarlo che il numero attuale si attesta a 27.000, tra morti e feriti:
Ricordiamo che proprio il mese scorso lo stesso Budanov, in Ucraina, ha ammesso che l’Ucraina ha bisogno di 30.000 nuove “reclute” al mese per sostenere ciò che già esiste:
Pertanto, possiamo tranquillamente ipotizzare che le perdite ucraine si attestino più o meno ai livelli che conoscevamo fin dall’inizio, ovvero intorno alle 30.000 al mese. Teoricamente, di queste, circa 1/4 – 1/3 dovrebbero essere morti, un altro 1/4 circa feriti gravi e definitivamente fuori combattimento, mentre il resto sarebbe costituito da feriti lievi. Su un totale di 27.000 – 30.000, ciò potrebbe significare circa 7.500 morti al mese, altri 7.500 feriti in modo permanente e 15.000 feriti lievi.
Ricordiamo che, per ora, per l’Ucraina è ancora relativamente facile colmare questa lacuna. L’Ucraina conta circa 25 regioni amministrative, ciascuna con poco più di 1.000 insediamenti, paesi e città. Si tratta, in totale, di circa 25.000 insediamenti. Per raggiungere i 30.000 uomini al mese, l’Ucraina deve reclutare 1.000 uomini al giorno, ovvero un solo «maschio in età da combattimento» per ogni insediamento, oppure 40 da ciascuna delle 25 regioni principali, il che non è un compito del tutto impossibile da portare a termine per decine di migliaia di «ufficiali di reclutamento» TCK. Tuttavia, il bacino di reclute continua a ridursi di giorno in giorno, il che diminuisce ulteriormente la disponibilità di manodopera per le industrie ucraine, comprese quelle legate alla produzione militare essenziale.
Come sempre, l’ondata crescente di allarmismo europeo non è altro che una reazione al calo del sostegno all’Ucraina e al crescente deficit di bilancio. I vari piani di emergenza sono tutti falliti e l’Ucraina sta nuovamente esaurendo le risorse per finanziare le sue spese militari in forte aumento.
In occasione del suo primo vertice C8, Zelensky ha definito il deficit “astronomico” e ha sottolineato la necessità di un intervento urgente:
Quest’inverno richiederà uno sforzo e un impegno finanziario straordinari per sostenere l’Ucraina, che subirà danni ingenti a causa del crescente divario tra la potenza di fuoco russa e le capacità di difesa aerea ucraine in costante calo.
Probabilmente l’Europa potrà fare ben poco, se non limitarsi a tappare altre falle con misure provvisorie a breve termine, e la situazione è destinata a continuare il suo naturale declino.
Il tuo sostegno è inestimabile. Se ti è piaciuto l’articolo, ti sarei molto grato se ti iscrivessi a un contributo mensile/annualeper sostenere il mio lavoro, in modo che io possa continuare a fornirvi articoli dettagliati e incisivi come questo.
Il “Penang Peace Dialogue” ha riunito influenti esponenti asiatici per discutere di un mondo al di là del dominio occidentale. Alcuni dei momenti più rivelatori si sono verificati proprio quando la conversazione ha assunto toni scomodi.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Avrei dovuto trovarmi in Malesia per il Penang Peace Dialogue (5-6 settembre). Purtroppo non ho potuto partecipare, ma Dennis e Michael Riches hanno colto l’occasione per partecipare a nome di Neutrality Studies. Il loro resoconto dalla Malesia ci offre una panoramica delle discussioni, degli incontri e delle realtà del Sud-Est asiatico che rivelano la direzione verso cui si sta orientando il pensiero politico.
Organizzato dal Commonwealth of World Chinatowns, l’incontro ha visto la partecipazione di Kishore Mahbubani, Victor Gao, Joanna Lei, Jomo K. Sundaram e persino dell’ex presidente indonesiano Joko Widodo. Jeffrey Sachs ha partecipato in videoconferenza. Si trattava di persone che conoscevano bene i governi, le università e le istituzioni internazionali; pertanto, le loro critiche alla Pax Americana erano frutto di una notevole esperienza su come funziona quell’ordine.
Dennis e Michael descrivono una sorprendente fiducia tra i partecipanti nel fatto che l’Asia stia acquisendo il potere di plasmare il proprio futuro. La domanda interessante è: cosa intendono farne?
Un luogo diverso in cui affrontare l’argomento
Dennis ha notato un dettaglio che potrebbe sembrare secondario, ma che evidenzia come gran parte del Sud del mondo abbia mantenuto uno spirito di analisi critica non solo in ambito politico, ma anche in quello economico: alcune aziende malesi hanno sponsorizzato un incontro in cui i relatori hanno apertamente condannato la distruzione di Gaza da parte di Israele, hanno discusso dell’ascesa della Cina e hanno messo in discussione le pretese occidentali di leadership morale.
La sponsorizzazione da parte delle aziende difficilmente garantisce l’indipendenza politica. Tuttavia, ci fornisce indicazioni su quali opinioni siano considerate rispettabili in una determinata società. Argomenti considerati discutibili in alcuni ambiti della sfera pubblica occidentale potrebbero essere espressi in questa sede da personalità di spicco senza apparente imbarazzo.
L’osservazione più ampia di Michael era che tale fiducia andasse oltre i confini della Cina. Aveva sentito intellettuali dell’Asia meridionale e sud-orientale parlare delle loro regioni come attori con obiettivi propri e non come “alleati” di questa o quella grande potenza. Un mondo multipolare offrirebbe ben poca emancipazione se i paesi più piccoli si limitassero a sostituire un rapporto di dipendenza con un altro.
La stessa Penang ha offerto una cornice perfetta. Dennis ha descritto le gallerie, l’arte di strada e gli edifici restaurati di George Town; entrambi i fratelli hanno apprezzato lo spazio riservato agli artisti e alle esibizioni musicali. Il dibattito sulla cultura della diaspora cinese ha inoltre messo in discussione l’idea che una civiltà appartenga esclusivamente a uno Stato. Le comunità preservano, adattano e trasmettono le tradizioni oltre i confini. Le mappe politiche non racchiudono tutto.
Il momento più commovente, ha ricordato Dennis, è stato quando una studentessa palestinese che studiava in Malesia ha raccontato di aver perso alcuni membri della sua famiglia a Gaza. Il suo intervento ha riportato il dibattito sull’ordine internazionale a ciò che tale ordine dovrebbe proteggere: le persone che cercano di vivere.
L’Iniziativa per le borse di studio di Gaza ha offerto una via concreta per la solidarietà. Dennis ha anche riferito della preoccupazione di un organizzatore secondo cui la raccolta fondi internazionale avrebbe potuto incontrare ostacoli nei trasferimenti finanziari. A quanto pare, anche l’assistenza deve districarsi nell’infrastruttura attraverso cui opera il potere politico.
La questione di Gaza ha acuito il dibattito sulle Nazioni Unite. A cosa serve un’istituzione le cui decisioni più urgenti possono essere bloccate da un membro permanente del suo Consiglio di Sicurezza?
I relatori hanno difeso l’ONU sostenendo che la sua scomparsa lascerebbe gli Stati più piccoli ancora più indifesi. Il diritto di veto è stato considerato sia una fonte di paralisi sia parte dell’accordo che mantiene gli Stati potenti all’interno dell’istituzione.
C’è una logica scomoda in tutto questo. Un’organizzazione che include le grandi potenze deve venire loro incontro in misura sufficiente per assicurarsi la loro adesione. Tuttavia, tali concessioni possono impedirle di esercitare un controllo su di esse.
Per i paesi che aspirano a una maggiore indipendenza, la riforma comporta quindi un compito pratico non facile: preservare una sede comune, riducendo al contempo la capacità dei suoi membri più forti di renderla inefficace.
Una proposta ricorrente durante la conferenza è stata quella di “Bandung 2.0”: un movimento rinnovato per la cooperazione e l’indipendenza tra le società un tempo colonizzate. Tuttavia, Dennis ha chiesto in modo incisivo che fine avesse fatto effettivamente Bandung 1.0 e quali insegnamenti se ne fossero tratti.
Ha sollevato la questione della distruzione della precedente linea politica dell’Indonesia e delle violenze di massa legate agli sconvolgimenti del 1965. Il suo ricordo della reazione è stato eloquente: rassicurazioni sul fatto che lo spirito di Bandung fosse ancora vivo, con scarsa attenzione ai meccanismi attraverso i quali le sue possibilità politiche erano state soffocate.
Dennis riteneva che la presenza dell’ex presidente indonesiano e dei giornalisti indonesiani al suo seguito fosse motivo di cautela. Questa è la sua interpretazione, ma la questione irrisolta rimane importante a prescindere dal motivo.
Un movimento rinnovato deve comprendere quali fattori potrebbero metterlo in ginocchio. L’intervento straniero, la repressione interna e i conflitti all’interno dei paesi che invocano la solidarietà non possono semplicemente svanire dietro lo slogan di un anniversario.
Potrebbe anche essere una buona idea includere altre voci provenienti da tutto il Sud-Est asiatico. Una conferenza dedicata all’emancipazione regionale deve lasciare spazio alle divergenze presenti nella regione. Altrimenti, le persone le cui storie mettono maggiormente in discussione la narrativa dominante potrebbero ritrovarsi ancora una volta escluse da essa.
Michael, che vive a Taiwan da anni, ha messo alla prova un altro limite. Con Victor Gao e Joanna Lei tra i relatori, ha proposto un ipotetico “Commonwealth della Cina”: due entità politicamente distinte unite da accordi volti a rispondere alle preoccupazioni di Pechino in materia di sicurezza.
La sua proposta andava ben oltre la cooperazione economica. Comprendeva un’alleanza militare con la Cina e accordi relativi all’accesso marittimo. Si trattava di un esperimento mentale volto a verificare se un compromesso in materia di sicurezza potesse coesistere con la salvaguardia del sistema politico di Taiwan.
Secondo quanto riferito da Michael, Gao ha respinto l’idea di uno Stato separato e ha insistito sulla riunificazione sotto un unico governo. Gli altri partecipanti alla tavola rotonda non hanno avuto il tempo di rispondere.
Non dovremmo né scambiare l’ipotesi di Michael per una soluzione concordata, né considerare la risposta di Gao come una posizione governativa negoziata. Lo scambio mette tuttavia in luce una difficoltà fondamentale: sicurezza, sovranità e identità politica si sovrappongono senza però diventare intercambiabili. Affrontare una di queste questioni non risolve automaticamente le altre.
È incoraggiante che, secondo Michael, Gao lo abbia avvicinato in seguito e lo abbia invitato a rimanere in contatto. Un disaccordo sul palco aveva lasciato aperto un canale di comunicazione.
Questa potrebbe essere la lezione più utile da trarre da Penang. La fiducia in un ordine multipolare emergente sta crescendo, ma le relazioni pacifiche dipenderanno da come si gestiranno i disaccordi tra attori sicuri di sé. Lo stesso incontro che ha messo in discussione il predominio occidentale si è scontrato con limiti scomodi nelle discussioni sulla storia regionale e sulla sovranità.
Questi limiti meritano un’attenzione costante. Un maggior numero di centri di potere significherà un maggior numero di centri in grado di dire «no». Costruire la pace richiederà istituzioni, relazioni e immaginazione politica sufficientemente forti da mantenere vivo il dialogo anche dopo che lo avranno fatto.
Un ringraziamento speciale a Dennis e Michael per aver partecipato alla conferenza e averne dato notizia! — Pascal.
Il Substack di Pascal (Neutrality Studies) è una pubblicazione sostenuta dai lettori. Per ricevere i nuovi post e sostenere il mio lavoro, ti invito a diventare un abbonato gratuito o a pagamento.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Parlare di preparativi di una guerra certa alla Russia dell’Unione Europea allargata prevista entro il 2030, mi pare al momento azzardato. Questo, però, non comporta che un conflitto non possa innescarsi entro tre anni per un accidente ed un errore di calcolo. La pressione militarista in nome della indipendenza della Unione Europea è una impostura di questa classe dirigente ai fini della propria sopravvivenza. Serve a nascondere sotto il tappeto la polvere della loro perdita di autorevolezza, la deindustrializzazione dei territori, la disgregazione sociale e la progressiva formazione di vere e proprie enclaves interne, l’affarismo parassitario che le caratterizza. Tenta di offrire una alternativa parziale al cimitero industriale che si sta profilando con una riconversione delle principali attività residue verso la produzione di armamenti e ricostruire su di essa una nuova base sociale e una strutturazione di potere alternativa. Un investimento per la loro sopravvivenza, possibile con il solo saccheggio della Russia. A prescindere dal tipo di esercito che si intenderebbe costruire a sostegno di una qualsiasi politica estera autonoma, pur discutibile e suicida, edificarlo in quattro anni è semplicemente velleitario, se non attingendo alle capacità militari strategiche statunitensi, anche esse, per altro, messe già a dura prova. Bel modo di essere indipendenti. Non è la sola impostura. Basta leggere tra le righe del discorso del 17 scorso della von der Leyen per ripescare, sotto i consueti toni trionfalistici, la solita mistificazione di una Europa spavalda, come una mosca cocchiera che pretende di stabilire le regole nei settori strategici, senza disporre della relativa tecnologia e delle capacità industriali o cercando di acquisirla, come nell’ambito della intelligenza artificiale, nei meri settori derivati. Esattamente la riproposizione dello stesso tracciato che sta riducendo al ruolo depresso di comparsa il nostro subcontinente asiatico. Questa classe dirigente e questo ceto politico, solido ma fragile, così arroccato, è la mera espressione e appendice degli interessi e delle politiche più conservatrici ed interventiste, più o meno subdole, degli Stati Uniti sull’altare dei quali sacrificare quelli propri nazionali europei, quantomeno della maggior parte di essi. La loro è una scommessa e un bluff che poggia su una presunta mancanza di deterrenza della Russia e su una presunta ambiguità, ritenuta di fondo, piuttosto che tattica, dei suoi alleati. Il vero pericolo sta in questa presunzione. Il terreno su cui combatterli è proprio la difesa e la definizione di quegli stessi interessi nazionali dei quali si arrogano la detenzione esclusiva. Giuseppe Germinario
L’unica cosa che potrebbe scongiurare la Terza Guerra Mondiale, che appare sempre più inevitabile, è che la Russia ripristini in modo deciso la sua capacità di deterrenza.
Nel suo discorso annuale, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha proposto diverse iniziative in materia di difesa, la più nota delle quali è la designazione del Canada come primo ” membro associato ” dell’UE per “l’integrazione delle basi industriali della difesa” e per “fare dell’Artico un progetto comune di punta”, tra le altre cose. In relazione a ciò, il Canada è stato invitato a entrare a far parte del nuovo Consiglio di sicurezza europeo, che includerà anche Ucraina, Regno Unito, Norvegia e altri paesi non specificati, i quali probabilmente parteciperanno anche all’articolo 4 del Trattato di sicurezza dell’UE.
Ciò si riferisce al diritto dei membri di avviare consultazioni urgenti ogniqualvolta si sentano minacciati. L’inclusione dell’Ucraina suggerisce fortemente che ciò fungerà da ulteriore garanzia di sicurezza , un ulteriore vantaggio offerto a quel paese dai principali membri europei della NATO. A tal proposito, von der Leyen ha proposto un progetto congiunto per la creazione di un sistema modulare di difesa missilistica e ha annunciato che i fondi rimanenti del programma “Azione per la sicurezza in Europa” (SAFE) saranno utilizzati per realizzare altri progetti comuni.
Sul fronte interno, verrà adottata una nuova strategia di sicurezza europea, i cui dettagli non sono stati resi noti, ma che presumibilmente influenzeranno l’approccio del blocco alla Russia nel prevedibile e teso contesto postbellico. Infine, von der Leyen ha annunciato uno Strumento europeo per i fattori abilitanti strategici, che si riferisce a ciò che ha definito “le risorse di supporto critiche e i moltiplicatori di forza su cui si basa qualsiasi difesa credibile. Dalla difesa aerea e missilistica al trasporto strategico e al rifornimento in volo. Dallo spazio al cyberspazio”.
Mettendo insieme tutti gli elementi, le proposte di difesa interconnesse di von der Leyen ottimizzeranno i processi decisionali dell’UE, amplieranno la sua influenza sui paesi non membri e, nel complesso, prepareranno l’Europa a una guerra con la Russia entro il 2030, in linea con alcune delle precedenti previsioni dei suoi esperti. Trattando tacitamente l’Ucraina come un alleato di difesa comune attraverso la sua inclusione nel proposto Consiglio di sicurezza europeo e la sua industria della difesa come se appartenesse all’UE, l’Ucraina rimarrà il fattore scatenante più probabile di una guerra tra UE e Russia nella nuova era.
Si prevede che l’isteria bellica che ha contagiato il blocco verrà sfruttata anche come manovra di potere federalista, man mano che l’UE si evolve da un’unione economica e poi, in seguito, da una sorta di unione politica, fino a diventare un’unione militare. La Germania di von der Leyen dovrebbe guidare l’UE militarizzata, sia per la sua predominante influenza economico-politica sul blocco, sia per la sua capacità di spendere molto di più per la difesa rispetto a qualsiasi altro membro. Sebbene la Polonia attualmente disponga del più grande contingente militare europeo della NATO , quello tedesco è destinato a superarlo di gran lunga.
I liberali al governo in Polonia immaginano il Paese come il principale partner minore della Germania nel contenimento della Russia nella NATO 3.0, mentre l’opposizione conservatrice, rappresentata in particolare dal presidente, lo vede come il partner degli Stati Uniti. Se gli attuali governanti rimarranno al potere dopo le prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, il destino geopolitico della Polonia sarà segnato, ma il ritorno dei conservatori (probabilmente in una coalizione con i nazionalisti libertari) potrebbe portare la Polonia a tentare di formare un’alleanza Intermarium per controbilanciare la riemersa egemonia della Germania.
Questi sono i due scenari più probabili per il nuovo fianco occidentale del ” cordone sanitario “: un’UE militarizzata e dominata dalla Germania, oppure un’UE militarizzata in cui l’ Intermarium, guidato dalla Polonia, controbilancia l’egemonia tedesca sul blocco, integrando al contempo i suoi sforzi per contenere la Russia. In entrambi i casi, von der Leyen ha appena messo l’Europa sulla strada della guerra con la Russia, e l’unica cosa che potrebbe scongiurare la Terza Guerra Mondiale, che appare sempre più inevitabile, è che la Russia ripristini in modo decisivo la sua capacità di deterrenza .
Se la Russia continuerà a combattere questa “guerra di logoramento” per gli anni a venire, invece di porvi fine in modo decisivo al più presto, allora intorno al 2030 sarà più vulnerabile che mai alle minacce di invasione provenienti dal “cordone sanitario”, costringendola così a capitolare o a ricorrere alle armi nucleari per legittima difesa.
RT ha richiamato l’attenzione sulla recente valutazione del viceministro degli Esteri Alexander Grushko, secondo cui «partiamo dal presupposto che [la NATO] si stia davvero preparando a uno scontro militare con la Russia intorno al 2030». Ciò ha fatto seguito alla Strategia di difesa nazionale che afferma che «la NATO europea supera di gran lunga la Russia in termini di dimensioni economiche, popolazione e, di conseguenza, potenza militare latente», ma che tali risorse devono essere gestite in modo adeguato per poterne sfruttare appieno il potenziale. Gli Stati Uniti intendono assumere questo ruolo di gestione per conto dell’UE.
Di conseguenza, si è giunti alla conclusione che “L’UE rappresenta una minaccia molto più credibile per la Russia rispetto al contrario”, il che ha preceduto l’avvertimento dell’ex presidente e attuale vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev riguardo alla minaccia simile a quella del 1941 rappresentata dalla rimilitarizzazione della Germania. All’inizio di questo mese, l’ex alto funzionario dei servizi segreti russi Andrey Bezrukov ha richiamato l’attenzione sulla “nuova guerra” in cui, a suo avviso, la Russia è coinvolta e che potrebbe durare decenni, con l’obiettivo primario di neutralizzarne le capacità nucleari.
La valutazione di Grushko ha coinciso con l’inizio della “guerra di logoramento” di Trump 2.0 contro la Russia; pertanto, considerando la sequenza degli eventi, si può sostenere che gli Stati Uniti sperino di indebolire la Russia attraverso l’Ucraina prima che l’UE diventi abbastanza potente da minacciare di invasione una Russia ormai indebolita. Il “cordone sanitario” che si è formato attorno alla Russia nell’ultimo anno, in gran parte a causa della dottrina neo-reaganiana di Trump 2.0, potrebbe anche portare la Turchia e/o il Giappone a minacciare lo stesso, al fine di ottenere le massime concessioni dalla Russia.
Alla luce di questo obiettivo e della strategia che prevede innanzitutto di cercare di raggiungerlo attraverso l’incipiente “guerra di logoramento” contro la Russia, per poi minacciare l’uso della forza intorno al 2030 qualora tale strategia fallisse, gli interessi urgenti della Russia sono i seguenti. Deve porre rapidamente fine al conflitto ucraino alle condizioni più favorevoli possibili, per potersi poi concentrare sulla preparazione a potenziali scontri imminenti con il «cordone sanitario» guidato dagli Stati Uniti. Rimanere invischiata nella «guerra di logoramento» ne minerebbe le forze e la renderebbe relativamente più debole per quel momento.
Se la Russia dovesse continuare a combattere questa “guerra di logoramento” per gli anni a venire, invece di porvi fine in modo decisivo in tempi brevi, allora risulterà più vulnerabile alle minacce di invasione provenienti dal “cordone sanitario” intorno al 2030, costringendola così a capitolare o a ricorrere alle armi nucleari per autodifesa. Nessuno dei due scenari è favorevole, ma entrambi sarebbero dovuti al fatto che la Russia non fosse riuscita a ristabilire la deterrenza entro quella data. È quindi imperativo ripristinare immediatamente la deterrenza, vincere rapidamente il conflitto ucraino e poi rompere questo nuovo “cordone sanitario”.
Andrew Korybko è un analista politico statunitense con sede a Mosca, specializzato nelle relazioni tra la strategia statunitense in Afro-Eurasia, la visione globale cinese della “Belt & Road” (Nuova Via della Seta) e la guerra ibrida.
Ricevi una copertura politica basata sui fatti e imparziale dal team di NewsNation in vista delle elezioni del 2026. Segui le notizie 24 ore su 24, 7 giorni su 7 con l’ app di NewsNation. Non sai come trovare NewsNation sulla tua TV?Trova il tuo canale qui. E ricordati di dire la tua nei commenti qui sotto!
Il presidente Trump ha dichiarato venerdì che gli Stati Uniti hanno stipulato un accordo di sicurezza con la Groenlandia e la Danimarca che conferisce all’America maggiore voce in capitolo negli affari di quel territorio artico e ne amplia la presenza militare nel Paese.
Trump ha affermato che l’accordo «garantisce agli Stati Uniti il controllo permanente sulla sicurezza e su tutte le altre esigenze in Groenlandia, rispondendo pienamente a TUTTE le numerose preoccupazioni degli Stati Uniti».
«Inoltre, d’ora in poi, nessun avversario degli Stati Uniti potrà MAI avere una base in Groenlandia, mantenere una presenza militare in Groenlandia o effettuare investimenti sensibili in Groenlandia senza la nostra espressa approvazione scritta», ha aggiunto in un post online.
The Hill sta cercando di ottenere un commento dai funzionari che rappresentano la Groenlandia e la Danimarca, paese proprietario dell’isola, che gode di autonomia amministrativa.
Trump ha fatto infuriare la Groenlandia e i suoi alleati della NATO con le sue richieste di acquisizione dell’isola da parte degli Stati Uniti all’inizio di quest’anno. L’accordo delineato da Trump sembra non soddisfare tale desiderio.
Il presidente ha sostenuto che un maggiore controllo degli Stati Uniti sull’isola è necessario per garantire che non finisca nelle mani della Cina o della Russia, in un contesto di crescente competizione per il controllo dell’Artico.
«Avvieremo immediatamente il processo per la creazione di una consistente presenza militare in una delle numerose aree idonee della Groenlandia», ha scritto Trump nel suo post. «Collaboreremo con la popolazione groenlandese allo sviluppo e alla realizzazione di tale progetto».
Un funzionario del Dipartimento di Stato ha affermato che l’accordo soddisfa “completamente e definitivamente” tutte le richieste degli Stati Uniti relative all’isola artica.
Venerdì la Groenlandia e la Danimarca hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermano che la firma di un accordo con gli Stati Uniti è prevista per la prossima settimana, in occasione del vertice di alto livello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Anche i parlamenti della Groenlandia e della Danimarca dovranno approvare l’accordo, si legge nel comunicato.
«È gratificante che stiamo per stipulare un accordo che garantisca e rafforzi la sicurezza della Groenlandia, del Regno di Danimarca, degli Stati Uniti e dell’alleanza occidentale», ha affermato il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen.
«L’accordo riconosce gli interessi della Groenlandia e il nostro ruolo nella cooperazione internazionale. È a vantaggio di tutti noi.»
Il primo ministro danese Mette Frederiksen ha affermato che l’accordo «riconosce la sovranità e l’integrità territoriale del Regno, nonché il diritto del popolo groenlandese all’autodeterminazione».
In un successivo post pubblicato venerdì sulla piattaforma social X, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ribadito l’affermazione di Trump secondo cui le forze armate statunitensi avrebbero immediatamente iniziato a sviluppare “una massiccia presenza militare” in Groenlandia, riferendosi al Comando Nord degli Stati Uniti — il comando militare che sovrintende alle operazioni in Nord America.
Il lettore capirà – se ha avuto in precedenza occasione di leggermi – il mio piacere nel sentire che la Meloni abbia, come strepitano le prefiche di sinistra “aperta la campagna elettorale”(e loro che facevano?) annunciando la riduzione della tassa di circolazione. E ciò per tante ragioni, che elenco:
Se la Meloni si preoccupa tanto delle tasche degli elettori è perché a loro deve di aver governato e di continuare a farlo. Se invece fosse stata nominata e mai eletta (neppure in un consiglio scolastico) come Monti e Draghi, o designata alla carica non per decisione popolare ma dalle consorterie partitocratiche o plutocratiche (e così via) avrebbe fatto una bella distribuzione di benefici pubblici – diretti o indiretti – ai propri sostenitori.
In secondo luogo perché quelle distribuzioni – e le imposte che lo permettono con gli aumenti – sono accompagnate (scriveva Pareto “per non far strillare l’oca mentre la spennano”) da una debordante melassa di buonismo da parte della stampa mainstream, volta a magnificare l’operato dei governanti che fanno opere di bene con i quattrini dei governati. E qua non si può fare perché non si prelevano risorse, ma si lasciano a ciascuna le proprie.
Inoltre si nota il pressoché costante discrimine tra le misure del centrosinistra e quelle del centrodestra: le prime sono esaltate per la conformità (vera o presunta) a intenzioni, valori, esigenze che andrebbero a soddisfare. Ad esempio l’ambiente (e la riduzione dei consumi) il superbonus; la solidarietà agli immigrati, l’accoglienza. Le seconde di tale armamentario non hanno bisogno: ridurre un’imposta non ha bisogno di inni di giubilo (o ne ha assai meno) o di messe di ringraziamento.
Un altro gruppo di critiche è riconducibile all’adagio “c’è ben altro da fare”, in un paese dove la pubblica amministrazione è la più sgangherata d’Europa (occidentale) ha il pregio di partire da un fatto vero. Troppo, perché nello sconquasso diffuso da qualche parte bisogna pur iniziare; e perché i governi di centrosinistra non hanno sanato le storture ora denunciate (dalla sanità al lavoro, alle retribuzioni). Il che li rende poco credibili.
Ma soprattutto ciò che rende appetibile la proposta della Premier sono due circostanze, la prima rievocante il contrappasso dantesco.
Questo è che il “bollo auto” è un’imposta patrimoniale, cioè dovuta per la proprietà di un bene, indipendentemente dal reddito e dalle prestazioni ricavabili dal proprietario. E cioè l’idealtipo di imposta di chi concepisce la finanza pubblica come un’imposizione che debba pretendersi e prelevare anche a prescindere dal reddito che il contribuente possa trarne. Questi può morire di fame, perché l’apparato sopravviva. Con buona pace della “capacità contributiva” di cui all’art. 53 della “Costituzione più bella del mondo” e delle sentenze della Cosrte costituzionale. Che proprio da un’imposta patrimoniale parta l’abolizione (quasi) totale è un contrappasso. Anche perché da un po’ di tempo capi e capetti del centrosinistra avevano riscoperto la patrimoniale, col solito coro di esaltazioni. Per lo più basate sul fatto che la maggior parte degli elettori non capisce che cosa sia e soprattutto che la base imponibile è il patrimonio e non il reddito.
Con la conseguenza che la platea dei contribuenti è enormemente superiore e percepisce redditi non alti; non è solo Paperone a pagarla, ma tanti i paperini. Speriamo che tutti se ne ricordino l’anno prossimo alle elezioni, così che possa dirsi “chi di patrimoniale ferisce, di patrimoniale perisce”; il che servirà come democratica lezione per i governanti futuri.
Teodoro Klitsche de la Grange
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373