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Carl Schmitt e gli Houthi: dalla guerra partigiana a Großraum _ di Ali-Mohammad Mohajer Nasser

Carl Schmitt e gli Houthi: dalla guerra partigiana a Großraum

Lo Yemen e i limiti del potere occidentale

Ali-Mohammad Mohajer Nasser13 settembre∙Articolo ospite
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Ali-Mohammad Mohajer Nasser si rifà a Carl Schmitt per chiedersi se gli Houthi stiano contribuendo a trasformare l’Asse della Resistenza in un ampio spazio emergente.

Introduzione: La terza volta che l’egemonia marittima è stata costretta a ritirarsi

Il 10 settembre 2026, dopo settimane di intensi combattimenti lungo la costa occidentale dello Yemen, le forze di Ansar Allah – il movimento più comunemente, seppur in modo impreciso, noto all’estero come Houthi – si sono assicurate il pieno controllo dello strategico porto di Mokha. ¹ Unità della “Resistenza Nazionale” e delle “Brigate dei Giganti”, entrambe allineate con la coalizione saudita-emiratina, si sono ritirate dopo aver subito pesanti bombardamenti di artiglieria nel tentativo, fallito, di arrestare l’avanzata degli Houthi, ritirandosi per ricostituire la loro linea del fronte altrove. Mokha si trova a soli settanta chilometri dallo Stretto di Bab el-Mandeb, attraverso il quale transita circa il dodici per cento del commercio marittimo mondiale. ² Il controllo del porto significa possedere la capacità di monitorare, minacciare e, se necessario, intercettare uno dei punti nevralgici più importanti dell’economia globale.

Questo segna la terza volta in meno di diciotto mesi in cui una potenza militare dotata di manifesta superiorità tecnologica non è riuscita a sottomettere Ansar Allah. La prima è stata quella degli Stati Uniti, che tra marzo e maggio 2025 hanno condotto oltre milleduecento raid aerei al costo di non meno di dieci miliardi di dollari senza riuscire a eliminare la leadership del movimento o a indebolirne le capacità missilistiche, e che alla fine hanno accettato un cessate il fuoco in cui Washington, e non Sana’a, si è dimostrata la vera perdente. La seconda è stata quella della coalizione saudita-emiratina, la cui decennale guerra di terra non è riuscita nemmeno a riconquistare le linee che occupava nel 2015. E ora, nel settembre 2026, la terza.

Il significato strategico di Ansar Allah, tuttavia, non dovrebbe essere ricercato solo in quest’ultimo episodio. Durante la Guerra dei Dodici Giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025, e di nuovo nella guerra più ampia della primavera 2026 – iniziata con l’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran il 28 febbraio e durata quasi quaranta giorni – Ansar Allah è stato tra i pochi attori regionali a entrare effettivamente in campo, e non solo a parole: dal 28 marzo 2026 ha lanciato missili balistici contro Israele e ha annunciato che “la nostra mano è sul grilletto, ogniqualvolta gli eventi lo richiedano”. Lo Yemen, un paese che viveva sotto bombardamenti e blocco dal 2015, è stato l’unico paese che, in quel momento decisivo, ha risposto non con una dichiarazione, ma con il fuoco.

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Per comprendere questa resistenza, bisogna guardare più indietro nel tempo. Il movimento Ansar Allah affonda le sue radici in una rinascita dello zaydismo, una branca dell’islam sciita che ha governato lo Yemen settentrionale, inclusa la provincia montuosa di Sa’dah, per oltre mille anni, fino alla rivoluzione repubblicana del 1962 che pose fine all’imamato zaydita.³ Il movimento stesso prese forma negli anni ’90 sotto la guida di Hussein Badreddin al-Houthi, come risposta all’emarginazione dell’identità zaydita e alla diffusione dell’influenza wahhabita sostenuta dall’Arabia Saudita. Al-Houthi fu ucciso nel 2004, ma il movimento, sotto la guida di suo fratello Abdul-Malik al-Houthi, conquistò Sana’a nel 2014 e dal 2015 ha mantenuto il controllo della città, resistendo all’intervento della coalizione a guida saudita.

Quello che segue è un tentativo di dare un senso a questa triplice resistenza – contro gli Stati Uniti, contro la coalizione araba e ora a Mokha – non attraverso la familiare dicotomia “terra contro mare” che viene così spesso invocata nelle discussioni sul potere tellurico contro quello talassocratico, ma attraverso tre ulteriori strumenti tratti dall’opera di Carl Schmitt che, letti insieme alla teologia politica zaydita, forniscono una descrizione più precisa del fenomeno: la teoria del partigiano, la temporalità del qiyam bi-l-sayf e il concetto di Großraum .

La figura del partigiano: l’irregolare nemico tellurico

Nel 1963, Carl Schmitt, nella sua Theorie des Partisanen , tentò di delineare un ritratto teorico del combattente che aveva plasmato le guerre della seconda metà del XX secolo, dalla Spagna al Vietnam.⁴ Il vero partigiano, secondo la sua analisi, possiede quattro caratteristiche: l’ irregolarità (non è un soldato di un esercito formalmente costituito); una straordinaria mobilità tattica; un’eccezionale intensità di impegno politico; e – più decisiva delle tre precedenti – un carattere tellurico: un legame organico con la patria, con una terra che conosce, abita e difende. È questa quarta caratteristica che distingue il partigiano dal rivoluzionario cosmopolita di tipo leninista o maoista: il rivoluzionario cosmopolita considera i confini meramente orizzontali e cerca di esportare la rivoluzione in qualsiasi punto del globo; il partigiano tellurico, al contrario, combatte la sua guerra in un luogo specifico, per la difesa di quel luogo stesso.

Ansar Allah è un esempio quasi da manuale di questa figura. Il movimento non è un esercito regolare con le uniformi e la gerarchia classica che lo caratterizzano – sebbene la sua struttura militare si sia formalizzata considerevolmente negli ultimi anni – né nutre alcun progetto di esportare la rivoluzione oltre i confini dello Yemen; non ha mai avanzato una simile pretesa. I suoi combattenti sono radicati proprio nelle stesse valli e montagne di Sa’dah su cui, generazioni prima, l’imamato zaydita esercitava il suo dominio. Per oltre un decennio di guerra, lanciamissili e centri di comando sono stati nascosti in questo stesso territorio impervio – un territorio contro il quale l’assoluta superiorità aerea degli Stati Uniti e della coalizione araba si è rivelata di scarsa utilità, di fronte alla conoscenza che solo un abitante di quella terra possiede. Schmitt scrive che il partigiano “combatte con la terra, non contro di essa”: è proprio questa la distinzione che separa il militare americano, che opera dal ponte di una portaerei o da un’altitudine di diecimila metri e non deve fedeltà ad alcun luogo particolare al di là delle proprie capacità operative, dal combattente yemenita, per il quale la montagna è casa.

La recente battaglia per Mokha, tuttavia, indica che questo carattere partigiano si è esteso dalla difesa delle montagne al controllo territoriale e persino marittimo, senza, almeno finora, perdere né la sua intensità politica né il suo legame tellurico. Questa è di per sé una risposta a una delle perplessità di Schmitt sul futuro del partigiano nell’era tecnologica: può il partigiano resistere a una guerra completamente tecnologizzata? L’esperienza yemenita offre una risposta affermativa, ma condizionata: ogni movimento partigiano che è passato dalla difesa territoriale al controllo territoriale – da Tito ai Viet Cong – ha corso il rischio di quella che potremmo definire normalizzazione: il rischio che, proprio nel processo di consolidamento del potere, acquisisca le stesse vulnerabilità dell’esercito regolare da cui era precedentemente immune. Se Ansar Allah si dimostri l’eccezione a questa regola è una questione che troverà risposta non nel testo della teoria, ma sul campo della pratica.

Il tempo di Qiyam bi-l-Sayf : una formulazione rivale alla temporalità occidentale

Il principio di qiyam bi-l-sayf —“sollevarsi con la spada”— deve essere innanzitutto collocato nel suo preciso contesto all’interno della teologia zaydita, prima di tentare qualsiasi interpretazione teorica. ⁵ A differenza della tradizione imamita (duodecimana), che fonda l’imamato sulla designazione divina ( nass ) e sulla trasmissione ereditaria attraverso la linea degli Imam infallibili, e a differenza della tradizione sunnita, che lo intende attraverso la fedeltà ( bay’a ) e il consenso ( ijma’ ), la giurisprudenza zaydita ha a lungo sostenuto – almeno dalla sua sistematizzazione per mano di al-Qasim ibn Ibrahim al-Rassi nel terzo secolo islamico – che l’imamato è condizionato da una serie di requisiti che, oltre alla discendenza (da Hasan o Husayn ibn Ali) e all’erudizione (ragionamento giuridico indipendente, o ijtihad ), includono il requisito del qiyam bi-l-sayf stesso: chiunque rivendichi l’imamato deve opporsi, di persona e nei fatti, all’ingiustizia, affinché tale rivendicazione sia considerata valida. Wilferd Madelung, nel suo studio classico sull’imamato zaydita, considera proprio questa caratteristica come il segno distintivo dello zaydismo tra le sette sciite: a differenza dell’imamato imamita, sospeso dalla dottrina dell’occultamento, l’imamato zaydita non è mai stato separato dall’azione politica aperta.⁶ Studi più recenti sulla rinascita zaydita contemporanea, tra cui le opere di Bernard Haykel e Najam Haider, dimostrano analogamente che Ansar Allah, anche nella sua reinterpretazione moderna dell’eredità zaydita, ha conservato questo stesso asse classico: la legittimità non è qualcosa che viene conferita dall’esterno, ma qualcosa che si dimostra attraverso l’ azione.⁷

Questa struttura può essere letta, al di là della sua cornice strettamente giuridica, come una teoria della legittimità che presenta un’autentica affinità teorica con la teologia politica di Schmitt. La Teologia Politica di Schmitt parte da un’analogia fondamentale: i concetti centrali della moderna teoria dello Stato sono concetti teologici secolarizzati; così come Dio onnipotente può, attraverso un miracolo, sospendere l’ordine naturale, allo stesso modo il sovrano politico, nello stato di eccezione, fonda o rifonda l’ordine attraverso una decisione, non ricorrendo a una regola preesistente.⁸ La legittimità, in questa interpretazione, è il prodotto dell’azione e della decisione, non semplicemente la continuazione di una procedura già stabilita. Il principio di qiyam bi-l-sayf , all’interno di una tradizione del tutto indipendente da Schmitt e considerevolmente più antica, articola precisamente questa stessa logica: l’Imam crea il proprio imamato attraverso la decisione di elevarsi, non solo attraverso la discendenza. Ciò che unisce queste due tradizioni non è la pretesa che l’una abbia preso in prestito dall’altra – nessuna di queste pretese è intesa né giustificata – ma la loro convergenza strutturale su una domanda comune: da dove deriva la legittimità, quando l’ordine esistente non è più in grado di rispondere a se stesso?

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Da questa stessa struttura emerge una formulazione specifica del tempo politico. La temporalità liberale-moderna occidentale è lineare e evolutiva: la storia è concepita come un processo in continua evoluzione, misurato in intervalli calcolabili. L’orizzonte temporale di un politico americano si estende, al massimo, al prossimo ciclo elettorale o alla chiusura del periodo annuale di stanziamento dei fondi per la difesa; calcoli come “shock and awe” o “cambio di regime” sono concepiti proprio all’interno di questo breve orizzonte. Il tempo del qiyam bi-l-sayf , al contrario, è ciclico e revivalista: un Imam zaydita può “sorgere” mille anni dopo la caduta dell’ultimo imamato, perché l’evento presente, in questa formulazione, è la diretta continuazione di una narrazione millenaria, non una reazione a una crisi contemporanea. Quando un combattente di Ansar Allah imbraccia le armi contro gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, nel suo contesto temporale, sta rievocando quello stesso momento fondativo: l’Imam giusto con la spada, che affronta il tiranno ingiusto. Questa temporalità, che misura gli eventi in generazioni e secoli anziché in cicli elettorali, conferisce alla resistenza una pazienza che nessun calcolo di “shock e terrore” può spezzare: gli Stati Uniti non sono stati sconfitti in Yemen perché il loro esercito è stato distrutto; sono stati sconfitti perché avevano definito la “vittoria” all’interno della propria cornice temporale, mentre nella cornice del loro avversario la misura della vittoria era, fin dall’inizio, qualcosa di completamente diverso.

Dal Nomos della Terra al Großraum : l’Asse della Resistenza come Spazio Grande Emergente

Il rapporto tra Iran, Ansar Allah e Hezbollah viene comunemente interpretato attraverso la ben nota diade di “terra tellurica contro mare talassocratico”, lo stesso schema utilizzato nella sezione precedente in relazione al combattente partigiano. Tale diade, pur essendo utile per comprendere il rapporto del combattente con il territorio, risulta semplicistica quando si considera la struttura più ampia del cosiddetto Asse della Resistenza: ci dice solo che questo asse è “radicato nella terra”, senza specificare quale particolare ordine politico e giuridico produca tale radicamento. Per un’analisi a questo livello, Schmitt offre uno strumento più preciso: il Großraum , ovvero il “grande spazio” .⁹

Il Großraum , nell’accezione di Schmitt, non è semplicemente un impero vecchio stile né una mera unità geografica, bensì una triplice relazione tra un potere centrale, un’idea politica dominante e uno spazio organizzato attraverso tale idea, che rivendica l’immunità dall’intervento di poteri esterni ad esso: il principio che Schmitt definisce Interventionsverbot für raumfremde Mächte , ovvero il divieto di intervento da parte di poteri estranei allo spazio. L’esempio paradigmatico di questa struttura, secondo Schmitt, è la Dottrina Monroe americana: un potere centrale che, per mezzo di un’idea politica, organizza uno spazio e vieta l’intervento al suo interno da parte di poteri “estranei” a quello spazio.

L’Asse della Resistenza può essere compreso proprio in questi termini: non come una coalizione militare informale di attori non statali, ma come un Großraum emergente . Il suo potere centrale è l’Iran; la sua idea guida è la resistenza all’egemonia israelo-occidentale in Asia occidentale; e ora, con il controllo di Mokha e Bab el-Mandeb da parte di Ansar Allah, questo spazio ha acquisito per la prima volta un confine pratico e vincolante per quel principio stesso del divieto di intervento, non a livello teorico, ma a livello di missili e radar. La deterrenza iraniana nello Stretto di Hormuz, insieme alla capacità di Ansar Allah a Bab el-Mandeb, costituiscono i due estremi di un unico arco: un arco che afferma che due dei punti di strozzatura più vitali al mondo per l’energia e il commercio non sono spazi estranei, aperti all’intervento di forze americane ed europee.

Ciò che distingue questa interpretazione dalla semplice diade terra/mare è che il Großraum , a differenza del nomos della terra – che descrive meramente una relazione ontologica con il luogo – fornisce una struttura operativa e giuridico-politica: chi costituisce il potere centrale, cosa costituisce l’idea guida e dove si trova il confine effettivo del divieto di intervento. Vista da questa prospettiva, la caduta di Mokha non è un mero episodio tattico; è il momento in cui il confine teorico di un Großraum emergente viene, per la prima volta, tangibilmente iscritto sulla mappa.

Questo Großraum emergente , tuttavia, non è immune a tensioni interne. In primo luogo, le rivalità tattiche e strategiche tra le sue componenti – Iran, Ansar Allah, Hezbollah e le fazioni irachene – potrebbero, a lungo termine, indebolirne la coerenza, soprattutto qualora un singolo attore anteponesse il proprio interesse nazionale all’idea guida dello spazio nel suo complesso. In secondo luogo, la legittimità interna del potere centrale non è uniforme tra le diverse componenti di questo spazio; le differenze confessionali (zaydi contro imamiti) e quelle storiche potrebbero trasformarsi in fratture latenti. In terzo luogo, lo stesso rischio di normalizzazione sollevato in relazione al partigianismo si ripresenta qui a livello strutturale: il Großraum , man mano che si istituzionalizza, rischia di trasformarsi in un impero burocratico – un destino contro cui lo stesso Schmitt aveva messo in guardia in relazione all’Unione Sovietica. ¹⁰ Nessuna di queste sfide nega la realtà del Großraum ; esse sono, piuttosto, le condizioni della sua persistenza.

Nemico dell’umanità: il meccanismo dell’etichetta di terrorista

Perché l’Occidente non definisce Ansar Allah un movimento politico armato, bensì un’organizzazione “terroristica”? La risposta convenzionale – divergenza ideologica o interesse geopolitico – è insufficiente. Schmitt, nella sua critica all’imperialismo anglo-americano, propone un meccanismo più preciso. Secondo la sua analisi, quando una potenza si presenta non semplicemente come uno stato tra gli altri, ma come rappresentante dell'”umanità” in quanto tale – come fanno gli Stati Uniti attraverso il linguaggio dei diritti umani, della democrazia e dell'”ordine internazionale basato sulle regole” – il suo nemico politico cessa di essere semplicemente un nemico politico e diventa invece un “nemico dell’umanità” ( Feind der Menschheit ) .¹¹

Questo spostamento comporta una conseguenza di primaria importanza. Nell’ambito classico della politica, il nemico è una parte legittima in un conflitto: con lui si può raggiungere la pace, concludere trattati o, nel peggiore dei casi, combattere una guerra entro i limiti delle regole. Ma una volta che il nemico viene ridotto a nemico dell’umanità, l’ostilità si libera dai confini della politica e diventa qualcosa di morale e illimitato; perché un’inimicizia diretta contro l’intera umanità è, per definizione, senza fine e al di fuori di qualsiasi limite circoscritto. È proprio per questa ragione che l’etichetta di “terrorista” attribuita ad Ansar Allah non è, nonostante le apparenze, una sentenza penale, bensì una dichiarazione di espulsione del movimento dalla cerchia degli attori politici legittimi: una dichiarazione che rende illegittimo a priori qualsiasi dialogo con esso e, di conseguenza, “giustificato” qualsiasi strumento per la sua distruzione, dal blocco navale al bombardamento di infrastrutture civili.

Un esempio concreto di questo meccanismo si può osservare nella decisione dell’amministrazione Trump, nel gennaio 2025, di inserire Ansar Allah nella lista delle Organizzazioni Terroristiche Straniere (FTO).¹² La decisione era, in apparenza, un atto giuridico-amministrativo. In pratica, ha inviato un messaggio politico all’intera regione: Ansar Allah non era più una parte in conflitto con cui si potesse negoziare, ma un nemico dell’umanità da distruggere. La conseguenza di questa etichetta non è stata semplicemente la chiusura dei canali diplomatici, ma il conferimento di legittimità a qualsiasi misura militare. Ed è proprio qui che si manifesta il legame tra l’etichetta di terrorismo e il Großraum : l’etichetta di terrorismo è uno strumento con cui l’egemonia marittima priva di legittimità un Großraum rivale ; trasformando un nemico politico in un nemico dell’umanità, invalida a priori qualsiasi pretesa che quel nemico possa avanzare su un ampio spazio e il divieto di intervento. Tuttavia, come ha dimostrato l’esperienza dello Yemen, questa strategia si rivela inefficace contro un Großraum fondato sul qiyam bi-l-sayf e di carattere tellurico, poiché la sua legittimità non deriva dal riconoscimento esterno, ma dall’atto interno stesso di resistenza.

Conclusione: Il partigiano del Großraum

Quanto accaduto a Mokha, a Bab el-Mandeb e nei cieli sopra Israele nella primavera del 2026 si articola su tre livelli, apparentemente distinti ma fondamentalmente interconnessi. A livello del combattente, osserviamo la figura del partigiano tellurico – irregolare, mobile, intensamente politico e radicato nella propria terra – ora esteso dalla difesa montana al controllo territoriale e marittimo, senza, almeno finora, rinunciare al suo legame tellurico. A livello di legittimità, osserviamo la rievocazione della temporalità del qiyam bi-l-sayf : la decisione fondante dell’Imam, situata non nel tempo lineare del progresso, ma nel tempo ciclico della rinascita. E a livello strutturale, osserviamo un Großraum emergente che, attraverso il controllo di due dei principali punti nevralgici energetici mondiali, pone per la prima volta di fronte all’egemonia marittima una rivendicazione concreta del divieto di intervento.

Gli Stati Uniti e la coalizione araba, a turno, hanno spiegato questo fenomeno con il linguaggio del nemico dell’umanità, proprio per non sentirsi obbligati a negoziare con esso. Ma un nemico con cui non si può negoziare non è necessariamente un nemico che si può sconfiggere. Per ben tre volte – contro gli Stati Uniti, contro la coalizione araba e ora a Mokha – questa tesi è stata messa alla prova e si è rivelata infondata. Ciò che ha resistito alla superiorità aerea e navale non è stato un esercito che poteva essere sconfitto su un singolo campo di battaglia; è stata una figura che era, allo stesso tempo, partigiana, Imam e fondatrice di uno spazio emergente.

Questa simultaneità, tuttavia, non deve essere interpretata come una condizione permanente o eterna. Ciascuno dei tre livelli individuati da questa analisi comporta un rischio specifico: il partigiano, estendendosi verso il potere territoriale, rischia la normalizzazione; il Großraum , istituzionalizzandosi, rischia di trasformarsi in un impero burocratico; e la temporalità del qiyam bi-l-sayf , resiliente come ha dimostrato di resistere a shock e terrore, richiede un costante rinnovamento per contrastare il graduale logoramento, l’arma a lungo termine dell’egemonia marittima. Ciò che è accaduto in Yemen non è una vittoria definitiva; è un’apertura storica, la cui continuazione sarà decisa non in teoria, ma nella pratica quotidiana della resistenza.

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1

Per notizie confermate sulla caduta di Mokha avvenuta tra il 10 e l’11 settembre 2026, si vedano gli articoli di Reuters, Associated Press e NPR dell’11 settembre 2026.

2

Bab el-Mandeb (“la Porta delle Lacrime” o “Porta del Dolore” in arabo) collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e, oltre a questo, all’Oceano Indiano; nel suo punto più stretto è largo circa diciotto miglia.

3

Gli Zaydiyya prendono il nome da Zayd ibn Ali, pronipote dell’Imam Husayn. Costituiscono una branca dell’Islam sciita la cui dottrina dell’imamato – che richiede, tra le altre cose, un’attiva rivendicazione politica e militare da parte di chi lo rivendica – li pone, in materia di pratica religiosa e giuridica, considerevolmente più vicini alla giurisprudenza sunnita rispetto a qualsiasi altra scuola sciita, una vicinanza spesso riassunta nell’epigramma “Sciiti tra i sunniti, sunniti tra gli sciiti”. L’imamato zaydita governò, con interruzioni, parti dello Yemen settentrionale dal IX secolo fino alla rivoluzione del 1962.

4

Carl Schmitt, Theorie des Partisanen: Zwischenbemerkung zum Begriff des Politischen , Berlino, 1963.

5

Sul carattere tellurico del partigiano e sulla sua distinzione