L’Accordo Israele-Grecia e il Declino dell’Occidente: Frammentazione, Follia e il Ritorno di Spengler nel Mediterraneo Orientale
Sottotitolo: La “Follia”
dell’Equilibrio: Netanyahu, Erdogan e il Gioco degli Specchi nel Mediterraneo che Annuncia il Tramonto dell’OccidenteSottotitolo: Mentre l’America si sfalda tra crisi petrolifera e presidenza burlesca, l’alleanza militare tra Israele e Grecia non è un atto di forza, ma il sintomo di un sistema di alleanze che implode per egoismi, riscoprendo la tragica profezia spengleriana di civiltà condannate a morire per il proprio successo materiale.
Occhiello: L’accordo da 3 miliardi per lo “Scudo d’Achille” tra Atene e Gerusalemme e la contromossa alla Mecca rivelano la verità nascosta: l’Occidente non combatte un nemico esterno, ma sta metabolizzando la propria agonia attraverso guerre periferiche che rischiano di aprire le porte d’Europa all’onda migratoria definitiva.
1. Il Paradosso dell’Azione: Quando la Difesa è Sintomo di Dissoluzione
L’annuncio dell’accordo militare tra Israele e Grecia, siglato da Benjamin Netanyahu e definito con enfasi “uno dei più grandi nella storia del Paese”, si inserisce in un quadro geopolitico che sfida ogni logica razionale. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters il 31 agosto 2026, l’intesa prevede un investimento di quasi tre miliardi di euro per la realizzazione dello “Scudo d’Achille”, un sistema di difesa aerea multilivello concepito per fronteggiare la minaccia turca e le “aspirazioni egemoniche” di attori regionali. Nella stessa dichiarazione, il primo ministro israeliano ha definito l’accordo “il proseguimento diretto dell’alleanza orientale del Mediterraneo che stipulammo un decennio fa con la Grecia e Cipro” (fonte: comunicato stampa dell’ufficio di Netanyahu, diffuso il 31 agosto 2026 e ripreso da Haaretz il 1° settembre 2026).Tuttavia, questa mossa, apparentemente lucida, è in realtà un tassello di un mosaico più ampio e inquietante: il lento, inesorabile disfacimento dell’architettura di sicurezza occidentale nel bacino del Mediterraneo. Per comprenderne la portata, occorre abbandonare l’ottica della geopolitica tradizionale – che misura il potere in termini di eserciti e prodotto interno lordo – e adottare una prospettiva filosofica. È qui che torna prepotentemente attuale Oswald Spengler e la sua opera Il Tramonto dell’Occidente (titolo originale Der Untergang des Abendlandes), pubblicata in due volumi tra il 1918 e il 1922 (edizione definitiva a Monaco nel 1923). Spengler, filosofo e storico tedesco, elaborò una “morfologia della storia” – cioè lo studio delle forme e delle strutture dei processi storici – secondo cui le civiltà non sono entità in progressivo miglioramento, come voleva l’Illuminismo, ma organismi viventi soggetti a un ciclo biologico ineluttabile: nascita, crescita, maturità e declino. Secondo Spengler, l’Occidente si trova proprio in questa fase finale, caratterizzata dal trionfo del pragmatismo, della tecnica e del materialismo a scapito dello spirito e dei valori autentici che ne avevano segnato l’ascesa.L’accordo tra Israele e Grecia, letto attraverso questa lente, perde il suo alone di genialità strategica e si rivela per quello che è: un gesto di disperazione, un tentativo di arginare il caos con gli strumenti del caos. Non è un’alleanza per costruire un futuro, ma una trincea per difendere un presente che già sa di rovina.
2. La Rincorsa agli Equilibri: La Mecca, Gerusalemme e la Nuova Guerra Fredda Mediterranea
Per cogliere la “follia” intrinseca di questa situazione, occorre ricostruire le tappe della tensione con precisi riferimenti cronologici. Il 28 agosto 2026, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno siglato l'”accordo della Mecca”, come documentato dall’agenzia Anadolu e ripreso da Al Jazeera il giorno successivo. Si tratta di un patto che, nelle intenzioni di Ankara, mira a ricomporre il fronte sunnita e a proiettare la propria influenza verso est e sud, in funzione anti-iraniana ma anche, implicitamente, anti-israeliana. La Turchia di Recep Tayyip Erdogan, forte del riavvicinamento alla Siria di Ahmad al-Shaara – avviato con la visita di quest’ultimo ad Ankara il 15 agosto 2026 – e della spinta propiziata dall’amministrazione Trump, che il 20 agosto 2026 ha rimosso Damasco dalla lista nera dei paesi sponsor del terrorismo (cioè dall’elenco ufficiale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti degli Stati considerati sostenitori di attività terroristiche), cerca di giocare un ruolo da protagonista in un Mediterraneo orientale sempre più vuoto.La risposta di Israele e Grecia è stata immediata. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, in una conferenza stampa tenuta ad Atene il 31 agosto 2026, ha dichiarato che l’accordo nasce da “interessi strategici comuni” e “sfide regionali condivise”, aggiungendo: “In un periodo in cui attori con aspirazioni egemoniche cercano di espandere la propria influenza e minare la stabilità nella regione, Israele e Grecia continueranno ad approfondire la cooperazione strategica e in materia di sicurezza e ad agire con risolutezza per preservare la stabilità e rafforzare la propria sicurezza e i propri interessi comuni” (fonte: comunicato del ministero della Difesa israeliano, ripreso da Kathimerini il 1° settembre 2026).Ma questo contenimento della Turchia nasce dalla debolezza, non dalla forza. Fino a pochi anni fa, Turchia, Grecia e Israele – insieme a Cipro – erano tutti partner o alleati all’interno del cappello protettivo dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord e della sfera d’influenza statunitense. Oggi, quel cappello non esiste più. La Grecia teme la Turchia per le dispute in Egitto e a Cipro; Israele teme la Turchia per il suo sostegno ad Hamas e per la sua crescente ingerenza in Siria. Ma nessuno di questi attori è in grado di garantire da solo la propria sicurezza. L’accordo, pur nella sua imponenza economica – quasi tre miliardi di euro, una cifra enorme per le economie coinvolte – non risolve il problema strategico di fondo: la fragilità intrinseca di un sistema che non ha più un egemone.
3. L’America Assente e il Fantasma dell’Anarchia
La presente analisi – che si basa su ampie ricerche incrociate su fonti giornalistiche attendibili (tra cui il Wall Street Journal, il Financial Times e Le Monde) e su informazioni provenienti da social media e fonti non mainstream, validate per quanto possibile – è impietosa e, probabilmente, realistica. Si evidenzia che l’indebolimento strategico degli Stati Uniti, intrappolati tra una presidenza burlesca – ossia caratterizzata da comportamenti imprevedibili e incoerenti, come emerso nelle crisi diplomatiche dell’estate 2026 – e la possibilità di una gravissima crisi petrolifera nel caso in cui lo Stretto di Hormuz non venga riaperto entro poche settimane, ha favorito uno stato di quasi anarchia nel Mediterraneo orientale.È necessario chiarire alcuni termini. Per “presidenza burlesca” si intende un’esecuzione americana percepita come inaffidabile, che si impantana in crisi internazionali – come quella con l’Iran, culminata il 22 agosto 2026 con il mancato rinnovo dell’esenzione per le importazioni di petrolio iraniano – minando la propria credibilità di superpotenza. Lo “Stretto di Hormuz” è un passaggio marittimo fondamentale tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano, attraverso il quale transita circa il venti per cento del petrolio mondiale. Secondo le stime della Agenzia Internazionale dell’Energia pubblicate il 25 agosto 2026, una chiusura prolungata dello stretto per più di due settimane farebbe schizzare il prezzo del barile oltre i centocinquanta dollari, innescando una crisi energetica di dimensioni storiche.In questo vuoto di potere, i vecchi alleati si trasformano in rivali. L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, che per decenni ha garantito un equilibrio tra Grecia e Turchia, è ora impotente: il vertice di Vilnius del luglio 2026 si è chiuso senza alcuna dichiarazione congiunta sulla questione. L’America, distratta e in declino, non può più fare da arbitro. Di conseguenza, ogni potenza regionale cerca di ritagliarsi il proprio spazio di manovra con mezzi propri, spesso confliggenti. L’accordo Israele-Grecia non è quindi un capolavoro di diplomazia, ma il sintomo di una balcanizzazione del Mediterraneo, dove ogni Stato corre ai ripari da solo, consapevole che il “grande fratello” americano non arriverà in soccorso.Si osserva ancora che, in questo scenario paradossalmente esplosivo, il gigante americano rischia la disgregazione. Questo, a sua volta, potrebbe favorire una rinascita dell’orgoglio in tutto il mondo arabo, il cui sguardo si rivolge a un’Europa prospera come a una terra di conquista. Una guerra totale nel Mediterraneo orientale intensificherebbe probabilmente i flussi migratori dai paesi nordafricani, facilitando potenzialmente un’avanzata islamica attraverso l’Europa meridionale. Le nazioni più esposte a questo rischio – Italia e Spagna – non stanno però sviluppando politiche comuni per contenere la minaccia. Sono invece bloccate in dispute sul trattato di Schengen – il patto che garantisce la libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione Europea – aggravate dal dossier di Ceuta, la città spagnola situata in Nord Africa che, il 15 agosto 2026, ha registrato un nuovo picco di tensioni diplomatiche e migratorie, come riportato da El País.
4. Lo Spettro di Spengler e l’Invasione Silenziosa
Ma la vera “follia”, come suggerito da una considerazione semplice ed intuitiva, non sta tanto nella competizione tra Stati, quanto nella loro miopia. Secondo Spengler, la fase del declino è caratterizzata dal “cesarismo” – ovvero dalla concentrazione del potere in mani forti che cercano di tenere insieme un corpo sociale ormai sfaldato – e dalla “civilizzazione” estrema, dove la tecnica e l’organizzazione sostituiscono la cultura e la creatività. L’accordo per lo “Scudo d’Achille” ne è l’esempio perfetto: un sistema di difesa aereo ipertecnologico per proteggere un’idea di Stato-nazione che, nel lungo periodo, potrebbe rivelarsi inutile.Perché inutile? Perché il vero fronte caldo non è solo quello militare. Emerge un allarme spesso sottovalutato: una guerra totale nel Mediterraneo orientale intensificherebbe probabilmente i flussi migratori dai paesi nordafricani, facilitando potenzialmente un’avanzata islamica attraverso l’Europa meridionale. In altre parole, mentre Israele e Grecia spendono miliardi per intercettare missili e droni, il vero “cavallo di Troia” dell’instabilità potrebbe essere rappresentato dai flussi migratori. Un conflitto aperto, o anche solo una prolungata instabilità, spingerebbe milioni di persone attraverso il Mediterraneo verso l’Europa. Italia e Spagna, le nazioni più esposte geograficamente a questo fenomeno, sono però descritte come bloccate in dispute sul trattato di Schengen, aggravate dal dossier di Ceuta.Questa è la più grande delle follie contemporanee. L’Occidente spende risorse immense per difendere i propri confini esterni da minacce militari, mentre il suo tessuto sociale e culturale si erode dall’interno, anche a causa dell’incapacità di gestire la pressione demografica proveniente dal Sud del mondo. Spengler profetizzava che l’Occidente sarebbe morto non per un colpo esterno, ma per il suo stesso successo materiale, che avrebbe portato all’estinzione dello spirito creativo e alla prevalenza di una massa amorfa. L’accordo Israele-Grecia, nella sua fredda efficienza tecnocratica, rappresenta proprio questo: la difesa di un guscio vuoto, di una forma senza sostanza.Il filosofo tedesco sviluppa una morfologia della storia universale, comparando tutte le principali civiltà e sostenendo che ciascuna segue un ciclo vitale analogo a quello degli organismi biologici: nascita, giovinezza, maturità e vecchiaia. Secondo Spengler, l’Occidente si trova attualmente nella sua fase di declino, caratterizzata da un progressivo distacco dai suoi valori spirituali e culturali originari, sostituiti da pragmatismo, tecnicismo e materialismo. La sua opera alterna riflessione filosofica e analisi storica, mescolando interpretazione simbolica e dati concreti tratti dall’arte, dalla politica, dalla religione e dalla scienza. Spengler introduce concetti chiave come “divenire” e “divenuto”, “tempo” e “spazio”, “vita” e “morte”, delineando un’ontologia – cioè una teoria dell’essere e dell’esistenza – delle civiltà come entità mortali soggette a un destino ineludibile. Il suo approccio rompe con la filosofia canonica, evitando rigide dicotomie – cioè opposizioni nette e binarie – e favorendo una visione sincretica e ciclica della storia, che mescola diversi elementi in un quadro unitario.
5. Netanyahu, Erdogan e la Tragedia dell’Attore Razionale
Tornando agli attori principali, Benjamin Netanyahu e Recep Tayyip Erdogan, non possiamo che constatare come entrambi siano prigionieri di una logica che li supera. Netanyahu cerca di garantire la sicurezza di Israele in un ambiente ostile, ma lo fa stringendo un’alleanza con un paese – la Grecia – che, pur essendo formalmente occidentale, è economicamente fragile e strategicamente dipendente. La definizione di Netanyahu dell’accordo come “proseguimento diretto dell’alleanza orientale del Mediterraneo che stipulammo un decennio fa con la Grecia e Cipro” (dichiarazione rilasciata il 31 agosto 2026, citata dal Jerusalem Post) suona come un ritorno al passato, un tentativo di resuscitare un’alleanza che, in un contesto di declino americano, potrebbe rivelarsi un’illusione.Allo stesso modo, Erdogan, con la sua politica di potenza e il riavvicinamento al mondo arabo, insegue il sogno di una nuova influenza ottomana. Ma anche la Turchia è un paese in crisi economica, con una lira svalutata e una società polarizzata. Il gioco della Mecca e della Siria potrebbe rivelarsi un boomerang, attirando su Ankara le ire di una Russia o di un Iran che, a differenza dell’America, sono ancora attori razionali e presenti sul campo.L’accordo risponde alla necessità congiunta di fronteggiare la Turchia, specie dopo la sua vicinanza con la Siria di Ahmad al-Shaara, che ha spinto le Forze di difesa israeliane – l’esercito di Israele – a condurre il 18 agosto 2026 un raid militare nell’aeroporto militare di Abu al-Duhur, come confermato da un portavoce militare israeliano citato dall’agenzia AFP il 19 agosto. Damasco vive in questo periodo una ripresa, confermata anche dalla decisione del presidente americano Donald Trump di rimuovere la Siria dalla lista nera dei paesi sponsor del terrorismo, annunciata il 20 agosto 2026 tramite un comunicato della Casa Bianca, sebbene tale mossa sia stata criticata da numerosi analisti come un ulteriore segnale di disimpegno statunitense.
6. Conclusione: La Danza degli Scheletri
In conclusione, l’accordo militare tra Israele e Grecia non è una mossa vincente in una partita a scacchi, ma una danza di scheletri in un cimitero imperiale. La vera follia non è la competizione tra Stati, ma la loro incapacità di vedere il quadro generale. Mentre si fronteggiano per il controllo di zolle di terra o di rotte energetiche, l’Occidente intero sta vivendo la sua fase terminale, descritta con cruda precisione da Spengler.Il libro Il Tramonto dell’Occidente può essere letto come una reazione allo spirito dell’Illuminismo – il movimento culturale e filosofico che aveva posto la ragione e il progresso lineare come motori della storia – e all’idea di progresso lineare, mettendo in luce il nichilismo emergente – ossia la perdita di fiducia in valori e significati universali – e la perdita di senso nella cultura occidentale moderna. Nonostante il suo pessimismo, il quadro teorico di Spengler offre strumenti interpretativi per comprendere il presente e le dinamiche della storia, mostrando che il declino di una civiltà è parte di un ciclo naturale, non semplicemente un fallimento morale o politico. Il libro ebbe una ricezione ampia e duratura, influenzando filosofi, storici e pensatori politici per tutto il Novecento; tra questi, Arnold Toynbee e Samuel Huntington ne hanno ripreso in parte le categorie. L’analisi ciclica della storia ha stimolato una riflessione continua sul destino delle civiltà e sulla natura del progresso, rendendo l’opera un riferimento essenziale per gli studiosi di filosofia della storia e di teoria culturale.La risposta alla domanda “confermando la regola della follia?” è, purtroppo, affermativa. La follia sta nel credere che un sistema di difesa aereo possa salvare una civiltà che ha perso la sua anima. Sta nel pensare che si possa arginare la storia con accordi miliardari, mentre il vero nemico – la disgregazione interna, la perdita di valori, l’incapacità di integrare – avanza indisturbato. Spengler ci insegna che il declino è un processo lento, inesorabile, e che le civiltà muoiono quando diventano troppo intelligenti per capire cosa stanno perdendo. L’accordo tra Israele e Grecia, nella sua efficienza tecnica e nella sua miopia politica, è la prova che quella profezia si sta avverando sotto i nostri occhi, nel mare che fu culla della nostra civiltà.
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Il fuggitivo di A. Paul Weber
Michael Walker sostiene che il liberalismo, lungi dall’essere l’antitesi del totalitarismo, è esso stesso un sistema totalitario: eleva il “diritto di scelta” dell’individuo al di sopra del diritto collettivo dei popoli di determinare il proprio destino, imponendo un’unica visione del mondo in nome della “libertà”.
Questo saggio è stato pubblicato per la prima volta suThe Scorpion, numero 10, autunno 1986.
Spesso sentiamo condannare il totalitarismo. Persino coloro che appartengono all'”estrema sinistra” o all'”estrema destra”, i cui programmi sono totalitari nel senso comunemente accettato del termine, fanno di tutto per negare l’accusa. Essere “totalitari” in politica significa essere antidemocratici, assetati di potere, disumani, essere il male incarnato; ma rischiamo di cadere in un sillogismo futile quando parliamo di totalitarismo. Questo sillogismo è il seguente: “tutti i sistemi e le ideologie totalitarie sono malvagi; tutto ciò che è malvagio in politica deriva dal totalitarismo; quindi totalitarismo è il termine usato per indicare tutte le manifestazioni del male in politica”. Un simile ragionamento non aiuta nessuno a comprendere il totalitarismo. Il termine perde di significato, diventando un utile strumento di insulto contro coloro che cercano di organizzare un’opposizione “rivoluzionaria” a un determinato sistema filosofico, scientifico, economico o politico.
Per quanto riguarda il totalitarismo, è importante identificare il fenomeno in modo oggettivo, secondo criteri precisi, se vogliamo essere in grado di riconoscerlo. Si tratta di una “forma di governo” (OED) che non ammette opposizione, che cerca di occupare la totalità della vita di tutti, dalla culla alla tomba. Per raggiungere questa totalità , cerca di ridurre ogni aspetto della vita e ogni variazione in essa a un unico fenomeno, un’unica verità assoluta, immutabile e indiscutibile. È naturalmente più facile identificare i sistemi totalitari a partire dal pensiero totalitario. Un pensatore propone e, così facendo, si pone in opposizione ad altri pensieri. Per il lettore o l’ascoltatore esterno, è facile vedere due argomentazioni o proposizioni come semplici alternative che possono essere valutate in un modo che, per definizione, esclude una prospettiva totalitaria. I sistemi, ovvero l’attuazione di proposte, sono più facilmente identificabili come entità che mirano a diventare totalmente potenti e che non ammettono opposizione. Il potere di un sistema permette la realizzazione del totalitarismo. Laddove il potere è palesemente oppressivo in senso fisico diretto, rafforzato da polizia segreta, squadre della morte, esecuzioni senza processo, torture, campi di concentramento, controllo politico della magistratura e persino della professione medica, allora la natura “totalitaria” del regime diventa evidente. L’intimidazione fisica da parte dello Stato, un senso di insicurezza fisica, induce la grande maggioranza ad accettare la “verità” imposta dal governo. La logica alla base di tutto ciò è la soppressione del dissenso.
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I propagandisti di sistemi che corrispondono a questo tipo di ideologia totalitaria sono ansiosi di mascherare il loro “lato oscuro”, pur essendo sempre pronti a smascherare il lato oscuro dei loro avversari ideologici. Sia l’Unione Sovietica che la Germania nazionalsocialista furono fortemente influenzate dalle loro origini, nate da un risentimento nazionale per la sconfitta (“tradimento militare”). Una componente militare sostanziale sia nella rivoluzione nazionalsocialista che in quella bolscevica, unita alla natura religiosa dei due movimenti, garantì che fossero spietati e brutali una volta conquistato il potere assoluto. Per la stessa ragione, tuttavia, furono terreno fertile sia per le qualità umane che per i difetti. Per citare Michael Power, il regime nazionalsocialista fu responsabile di molti successi straordinari, ma anche di molte cose imperdonabili. È la prova della mancanza di spirito di indagine nel consenso liberale dell’epoca il fatto che vengano riconosciuti solo gli aspetti negativi del nazionalsocialismo. Come il marxismo e il nazionalsocialismo, ma con meno onestà di entrambi, anche il liberalismo ha i suoi miti e i suoi dogmi irrazionali. Anche questo approccio cerca di ridurre la storia del mondo a un unico punto: in questo caso, la lotta dell’individuo per esprimersi nel modo più libero possibile.
Questo era il Sud America di Elk Eber. Tutti i totalitarismi sono intolleranti verso i dogmi diversi dal proprio e sono spietati nell’esporre le loro iniquità e mancanze. Il liberalismo totalitario non fa eccezione. Ignora l’eroismo e la nobiltà d’animo evocati da credenze non liberali, in particolare quando sono “reazionarie” o “razziste”; ma tutte le ideologie creano eroi così come cattivi: una verità umana che nessuna prospettiva totalitaria ammetterà mai.
Caratteristica di tutti i sistemi totalitari o di tendenza totalitaria è il contrasto tra gli eroi della lotta che precede il potere e la meschinità e la distruttività che ne caratterizzano il dopo. Poiché le ideologie totalitarie contengono un impulso religioso, ispirano eroismo, integrità e sacrificio, così come crudeltà e ipocrisia; ma liberalismo, marxismo e nazionalsocialismo sono sempre stati restii ad ammettere coraggio o virtù nei sostenitori di ideologie opposte, preferendo etichettarli come agenti di un nemico e non come esseri umani. I liberali che condannano ciò che deridono con ipocrisia come “estremismo di destra e di sinistra” non sono diversi sotto questo aspetto. I sostenitori di ciascuna ideologia sono inoltre inclini a considerare tutti i sistemi opposti come essenzialmente affini. La teoria marxista, ad esempio, interpreta tutte le manifestazioni del fascismo come “capitalismo con le spalle al muro”. Secondo i liberali, l’estrema destra e l’estrema sinistra sono essenzialmente la stessa cosa, mentre i nazionalsocialisti e i fascisti affermano che il liberalismo è la madre del comunismo. Vista attraverso la lente ideologica necessaria, ciascuna di queste affermazioni è essenzialmente vera, poiché la mente totalitaria conosce un solo mondo, quello della mia verità e quello della loro ignoranza, di questo bene e di quel male.
Secondo i dogmi del mondo occidentale, il totalitarismo è caratterizzato dal disprezzo per i diritti umani individuali (il diritto alla sicurezza e alla felicità), ma un disprezzo così massiccio per tali diritti è una caratteristica solo di certi tipi di sistemi totalitari e non ciò che li definisce come tali. Il sistema totalitario è quello che riconosce un solo dio, un’unica verità, un unico stile di vita, un’unica manifestazione del bene e del male. Una religione non totalitaria riconosce molteplici divinità e una politica non totalitaria riconosce il diritto degli altri popoli di essere diversi, di altri sistemi di esistere e di essere validi a modo loro.
L’interpretazione liberale del totalitarismo deve quindi essere trattata con cautela. È vero che le ideologie che il liberalismo accusa di essere “estremiste” e “totalitarie” sono notoriamente intolleranti verso i dissidenti e notoriamente pronte a impiegare terrore e brutalità, inganno e coercizione di ogni genere per raggiungere il loro “sacro” fine. Questo non è in discussione. Ciò che dovrebbe essere messo in discussione è se il liberalismo stesso sia intrinsecamente non totalitario solo perché non impiega (di norma) i metodi delle ideologie e dei sistemi che identifica come totalitari. In sostanza, il totalitarismo non ha nulla a che vedere con il metodo: è un sistema che cerca di abbracciare la totalità dell’esistenza. In termini politici, il credo totalitario cerca di ridurre tutti i fenomeni politici a manifestazioni della veridicità del credo stesso. Per dirla in termini religiosi, l’ideologia politica interpreta tutti gli eventi politici come rivelazioni politiche. L’ideologia è religione secolare e usiamo il termine “totalitario” per descrivere le religioni e le religioni secolari che plasmano l’intera storia secondo il loro modo di pensare, bramano ogni cosa su questa terra e vogliono “sondare tutte le sue sabbie mobili”.
Il marxismo è una religione. Il nazionalsocialismo è una religione. Nell’Europa del ventesimo secolo, dove il cristianesimo è declinato con una rapidità che pochi pensatori (con la notevole eccezione di Nietzsche) avevano previsto, queste due dottrine del destino e della rivelazione erano fatte su misura per popoli che bramavano un nuovo impulso religioso. Gli echi cristiani in entrambe le dottrine sono sorprendenti. Entrambe credono nel destino di un popolo eletto (la “razza bianca”, il “proletariato”) di stabilire il paradiso in terra. Dio non è in cielo, né il paradiso è nei cieli. Dio e la terra possono essere plasmati attraverso il trionfo delle forze del bene (la “razza bianca”, il “proletariato”) contro le forze del male (“gli ebrei”, le “classi dominanti”). Per estirpare il nostro “peccato originale” (“mescolanza razziale”, “divisione del lavoro”) siamo obbligati a passare attraverso un “purgatorio” per raggiungere il paradiso (“guerra totale”, “dittatura del proletariato”). Entrambe le dottrine hanno profeti (Darwin, Marx) e i loro messia (Hitler, Lenin), i loro eretici (Strasser, Trotsky) e la loro “terra eletta” (Germania, Russia). Dalla venerazione del Führer alle folle quotidiane che si mettono in coda al mausoleo di Lenin in Piazza Rossa, le due grandi ideologie del ventesimo secolo si sono rivelate religioni secolari, che esigono una fede al di là della ragione, una fede ardente fino alla morte, il rifiuto del benessere materiale in nome dello spirito e della verità, l’ottimismo ardente che un giorno l’Unica Verità trionferà e i nemici della Giustizia periranno completamente. Guai a coloro che osano contraddire le dottrine della Chiesa trasformatasi in Stato. Guai a coloro che cercano di interpretare le Scritture in modo indipendente. Strasser era uno “strumento dell’ebraismo”, Trotsky un “agente della CIA”, proprio come Lutero era stato un tempo il “discepolo del diavolo”.
La sconfitta totale del nazionalsocialismo nel 1945 ha lasciato il liberalismo come unica ideologia politica coerente al mondo in opposizione al marxismo. Tradizionalmente, il liberalismo è sempre stato ostile alle religioni consolidate. Il suo odio per il nazionalsocialismo e il marxismo è la continuazione della sua ragion d’essere antireligiosa . Per molti commentatori liberali, “totalitario” e “religioso” hanno un significato pressoché identico in ambito politico. Il credo liberale predica l’autonomia dell’individuo ed è quindi intrinsecamente ostile ai sistemi religiosi, sia religiosi che laici. In nome dell’individuo, cercherà di distruggere qualsiasi sistema di questo tipo. La religione più disprezzata dal liberale è sempre il nazionalsocialismo e non il comunismo, perché mentre il comunismo, almeno in linea di principio, afferma di operare per l’emancipazione dell’individuo, il nazionalsocialista non ammette un futuro in cui l’individuo possa mai essere emancipato dalle dottrine degli imperativi razziali. Da questi fatti consegue che il liberale difende le “intenzioni” comuniste ma condanna i “metodi”, mentre il nazionalsocialismo e il fascismo (visto come suo collaboratore ultraconservatore) vengono condannati senza appello.
Il marxismo è una religione laica. Impone delle esigenze ai suoi seguaci ed è organizzato secondo una storia e una concezione del mondo simili a quelle di una religione monoteista. Molti commentatori hanno osservato che Lenin ha assunto nell’Unione Sovietica un ruolo analogo a quello di Cristo nella Russia zarista.
Vi sono motivi per credere che uno stato mondiale basato sui principi del liberalismo democratico possa un giorno riuscire a raggiungere il potere globale supremo. Razionalmente, il liberalismo come credo è spinto a sviluppare sempre più la propria forza politica ed economica, eliminando tutti i sistemi e le religioni (laiche o meno) che si frappongono al suo cammino. Nel frattempo, lo stile di vita che pone l’individuo al di sopra di tutto viene esaltato come forza antitotalitaria, la forza che combatte i nuovi “mali” della “povertà e dell’ignoranza”. Il liberalismo non crede nei messia e ognuno può interpretare gli eventi a suo piacimento (siamo tutti liberi), eppure il sistema rimane essenzialmente lo stesso. L’emancipazione dell’individuo dal male e dalla lotta, dal bisogno e dall’angoscia, costituisce la fine della storia , e tutti gli eventi del mondo politico sono la rivelazione politica della lotta tra l’individuo che anela alla libertà e alla serenità e gli ignoranti, gli ambiziosi e gli avidi. In linea di principio, marxisti, liberali, tutti i totalitari, aspirano un giorno (un giorno imprecisato e sempre più lontano nel futuro) ad abolire la politica. La politica è vista come un’attività tipica dell’infanzia umana. Sia per i marxisti che per i liberali, l’economia è più adatta a emancipare l’individuo. La lotta politica è la deplorevole conseguenza del nostro stato decaduto. Qui è opportuno fare una distinzione con il nazionalsocialismo, che condivide con le religioni teistiche (in contrapposizione a quelle secolari) la credenza nell’essenza spirituale della lotta. Questo punto, tuttavia, può essere esagerato, poiché la forte corrente di determinismo biologico nel pensiero nazionalsocialista lo avvicina al materialismo del comunismo e del liberalismo più di quanto a volte si ammetta.
Il riduzionismo razziale riduce tutti i fattori della storia umana alla “chiave” della razza. I membri più ottusi, viziosi o ignoranti di una determinata razza vengono giudicati “intrinsecamente superiori” a tutti i membri delle altre razze, un’affermazione che richiede, per usare un eufemismo, una “volontaria sospensione dell’incredulità”.
Bisogna indubbiamente usare cautela nell’impiego del termine liberalismo. In primo luogo, negli Stati Uniti viene comunemente utilizzato per indicare tutte le dottrine e i credo che nutrono sospetti nei confronti dell’autoritarismo o anche solo del contenuto religioso dei valori americani. Quando un americano usa il termine “liberale”, può riferirsi a qualsiasi tipo di libero pensatore, esponente della sinistra o persino a un non reazionario. In Francia, il termine si riferisce spesso ai sostenitori dell’economia di libero mercato, e secondo questa definizione Margaret Thatcher è una delle principali paladine del liberalismo, più di qualsiasi socialdemocratico. Quando usiamo il termine liberalismo in senso dispregiativo, ci riferiamo a una tipologia specifica: l’anti-credo del mondo moderno. Christopher Lasch, in ” La cultura del narcisismo” , sostiene che la società americana contemporanea, e per estensione il mondo occidentale, ha creato quella che lui definisce una “sensibilità narcisistica”. È questa sensibilità che cerca di imporsi sul mondo intero, e che sta effettivamente riuscendo nel suo intento. Esiste, in altre parole, un liberalismo totalitario . Se questa espressione appare un ossimoro, ciò dimostra quanto siamo stati addestrati a dissociare il liberalismo da qualsiasi accenno di totalitarismo. I nostri criteri per giudicare cosa sia totalitario (idee estremiste, campi di concentramento, polizia segreta, culto della mascolinità, venerazione dello Stato) sono, quasi per caso, gli stessi criteri che escludono categoricamente tutti i probabili metodi liberali di esercizio del potere.
Christopher Lasch negli Stati Uniti e Claude Alzon in Francia hanno entrambi scritto libri in cui deplorano il declino degli standard educativi nei rispettivi paesi. Individuano in vari metodi educativi progressisti la fonte del problema, ma a differenza dei commentatori conservatori non puntano il dito contro un pregiudizio di sinistra o addirittura liberale. Per Lasch e Alzon, la società dei consumi richiede in realtà uno standard di istruzione generale inferiore rispetto al passato. Se, come scrisse Ellen Wood in ” La mente e la politica” , “una concezione conscia o inconscia della natura umana è alla base di ogni scelta di valori sociali o politici”, allora la concezione dell’individuo autoespressivo, libero da qualsiasi responsabilità collettiva, è alla base del permissivismo in ambito educativo. Secondo Lasch, la moderna società americana ha bisogno di un gran numero di consumatori formati solo in un campo specialistico. Una solida formazione generale è un ostacolo, non un aiuto. Il sistema organizza un metodo educativo che induce quello che Lasch definisce un “eclettismo senza senso”, adattato a una società capitalista mobile, senza radici e alienante. L’analisi di Lasch è applicabile, in misura maggiore o minore, all’intero mondo occidentale. L’estremismo, ci viene detto, è tenuto fuori dalle nostre aule, o almeno dovrebbe esserlo. Persino la politica dovrebbe essere tenuta fuori dalle aule. L’alunno viene così preparato per la sua assimilazione nella società di massa. Estremamente noiosa, l’istruzione moderna prepara i suoi soggetti a una vita di noia in cui né l’impegno né la resistenza possono essere concetti rilevanti. Dove non si propone nulla, non si può opporsi a nulla. La caratteristica del metodo moderno è l’imprecisione, e i risultati sono evidenti. Se il marxismo e il nazionalsocialismo distorcono il significato delle parole, il totalitarismo liberale lo oscura. Peggio ancora, la conoscenza è ridotta a una quantità di beni scollegati. Concentrazione, resistenza, tenacia, affidabilità vengono estirpate da un sistema che si basa sul nostro essere in perpetuo movimento, dove né il paesaggio né le persone possono stare fermi, dove nulla di ciò che sappiamo è autorizzato a durare per timore che ci si affezioni . La scuola va sopportata così come si sopporterà la vita, senza entusiasmo né ostilità, come un pasto insapore.
Il consenso democratico del nostro tempo si dichiara “non totalitario”, ma i processi politici del fascismo e della “democrazia” moderna sono ugualmente fittizi; le masse si comportano con un’acquiescenza simile in entrambi i sistemi.
L’essenza del sistema moderno, e il suo netto contrasto con i sistemi religiosi o laici, risiede nell’esclusione dell’individuo dalla partecipazione comunitaria, dal coinvolgimento attivo in più di una parte del funzionamento della società. Come sosteneva Friedrich Jünger ne ” Il fallimento della tecnologia” , i diritti dell’individuo nella società moderna sono diventati i diritti dell’individuo tecnicamente organizzato. L’università si trasforma in un centro di formazione tecnica per il maggior numero possibile di persone. Tutti hanno il “diritto” all’istruzione e al lavoro, ma non il diritto di appartenere a un movimento di idee, di essere integrati in una comunità efficace. La società moderna enfatizza l’importanza del consumo a scapito della partecipazione. Il dilettante è visto con sospetto. Le attività della comunità sono sempre più appannaggio esclusivo degli esperti: dallo sport alla politica, dal teatro al mondo degli affari, l’ attivista indipendente viene guardato con sospetto e ostacolato da restrizioni, mentre il consumatore indipendente viene assecondato e adulato.
I totalitarismi cercano di limitare ogni espressione all’espressione di un’unica verità: la consapevolezza razziale, la solidarietà di classe, l’autoespressione individuale. L’autoespressione individuale significa, ovviamente, espressione di massa, le espressioni create per le masse dai media, le espressioni che riducono tutta la politica a uno “spettacolo”, uno spettacolo professionale, in cui gli spettatori sono le masse e gli interpreti sono i sacerdoti eletti del sistema. Il tennis a Wimbledon, Mastermind, Trivial Pursuit (nome azzeccato), il Guinness dei Primati , esempi di perfezione tecnica, autorealizzazione senza scopo, senza valore al di là di se stessa. Persino le freccette diventano un grande business e un’altra attrazione mediatica, un altro modo per creare una massa a spese della comunità. Il nostro desiderio è tutto. La nostra volontà non è niente. Questo è il sistema “non totalitario”. Questa è la legge di Narciso.
Gli oppositori del culto di Narciso non vengono né repressi né censurati. Non ne hanno bisogno. Diventano anch’essi parte dello spettacolo, ridotti a un fenomeno sociale ben definito. Come potrebbero avere successo se non attraverso quella critica autoindulgente che è il segno distintivo del sistema a cui affermano di opporsi? Coloro che adottano una o l’altra delle ideologie prevalenti della prima metà del secolo diventano pagliacci da strada, dove le strade sono frequentate solo da quei settori della società di massa meno capaci di apprezzare un messaggio rivoluzionario. Le dottrine populiste che si affermano a livello di politica di strada, per loro stessa natura, appariranno ridicole sotto i riflettori. Abbandonate la politica di strada e il non conformista diventa ipso facto membro del sistema costituito, lavorando all’interno di un gruppo per far pubblicare il suo libro, il suo articolo, cosa impossibile per le case editrici affermate, per un uomo che non ha ancora costruito la sua carriera, che non è già diventato un individuo in lotta per il riconoscimento nel suo campo specialistico . La burocrazia trasforma le rimostranze collettive in problemi personali suscettibili di intervento terapeutico. L’opposizione diventa un problema tecnico, un fallimento della comunicazione. Progresso tecnologico e massificazione vanno di pari passo, in tutto il mondo. Questo ramo del sistema internazionale è intollerante verso gli stili di vita e le collettività che non riesce ad assorbire.
La società di massa moderna non è manifestamente oppressiva come le dittature, ma induce a sua volta un conformismo crudele, basato sugli stessi principi di “livellamento”.
L’individuo, per la cui causa si dovrebbe realizzare la liberazione dall’autorità, non diventa più libero nel vero senso della parola perché la sua emancipazione si compie in un mondo in cui le sue opportunità sono sempre più circoscritte. Come ha osservato Guillaume Faye nella sua recensione dell’opera di Lasch: “privato della capacità di esercitare l’autodisciplina, l’individuo si scontra con i divieti socio-economici che scopre una volta raggiunta l’età adulta: la regimentazione burocratica, il potere delle banche, i vincoli commerciali… cos’altro gli resta da fare, quando nulla lo accomuna agli altri, se non quello di rimanere intrappolato in se stesso?”.
L’attuale denuncia del “totalitarismo” e lo slogan “società libera” vanno visti nel contesto degli interessi del sistema che produce tali slogan. Per “totalitarismo” si intendono specificamente i sistemi totalitari religiosi o politici, ovvero quelli che funzionano attraverso la coercizione fisica. La società libera è quella che meglio tutela il sistema dell’individuo autonomo. Gli interessi dell’individuo autonomo sono nelle mani dei dirigenti e dei rappresentanti che cercano di garantire che il progresso e lo sviluppo funzionino in modo equo. La forza di questo sistema sta nel fatto che funziona ovunque e da nessuna parte. Gli individui, limitati alla loro funzione e in lotta per avere più tempo libero e un miglior “rapporto qualità-prezzo” da ciò che consumano, possono esercitare il potere solo entro i limiti imposti dalla loro particolare specializzazione. Con una logica impeccabile, l’industria del tempo libero in espansione riduce il mondo a un complesso di centri ricreativi. Tutti i popoli e le nazioni del mondo sono soggetti allo stesso ritmo di crescita. Crescita e sviluppo sono le parole chiave del “miglioramento” nel senso liberale del termine. L’individuo umano viene trasformato in un’ameba, un’unità che consuma.
Questo sistema è totalitario. Rappresenta un totalitarismo economico, che nega alle comunità e persino alle nazioni la possibilità di diventare autosufficienti. I deficit di bilancio vengono colmati dal turismo di massa, che accelera il processo di degrado ambientale e sociale, nell’irrisolvibile pretesto di “migliorare il tenore di vita”. La qualità della vita è intesa unicamente in termini di quantità di beni posseduti, ma la felicità è più sfuggente che mai. L’era postbellica è caratterizzata da un senso di ansia pervasivo : ansia per la bomba atomica, per l’ambiente, per la fame nel mondo: viviamo in un sistema che segue le vicissitudini di un grafico e il nostro destino non è determinato dalle stagioni né dal ritmo naturale della vita, ma dal denaro e dalla movimentazione dei beni, dall’equilibrio tra onestà e disonestà, tra investimenti redditizi e meno redditizi. Incapace di trarre ispirazione dal passato, l’uomo occidentale non è ambizioso per il futuro. I suoi progetti per il futuro assumono la forma di una disperata ricerca di sicurezza. È debitore al sistema. Vive al di sopra delle sue possibilità e paga i suoi debiti, il mutuo, le carte di credito, gli interessi sui prestiti, per la maggior parte della sua vita, a meno che non sia uno dei fortunati che riesce a “fare il salto” e a entrare nella fascia di reddito più alta, dove ha abbastanza denaro per assicurarsi una completa sicurezza finanziaria, perché in fondo oggigiorno non c’è molto che il denaro possa comprare oltre al comfort e alla sicurezza assoluti. Noi altri viviamo “al di sopra delle nostre possibilità” godendo dei vantaggi e dei benefit che il nostro lavoro specializzato ci offre. Le pie esclamazioni di orrore con cui i portavoce accolgono gli alti dati sulla disoccupazione sono l’orrore di vedere un certo numero di persone private persino dell’illusione di essere membri utili della società, di godere dei vantaggi e dei benefit che accompagnano i lavori esistenti.
Nonostante i suoi molteplici e manifesti difetti, lo stile di vita occidentale insisterà sempre sulla sua intrinseca superiorità. A coloro che ne “godono” viene ripetuto quanto siano fortunati e si fa costantemente appello al loro senso di responsabilità verso i due terzi del mondo che, ci viene sempre detto, muoiono di fame perché noi occidentali ci godiamo troppo la vita. Lo scopo di questa propaganda non è tanto quello di indurre un senso di colpa, quanto di persuadere noi “ricchi fortunati” che il nostro sistema sia supremamente desiderabile e che lamentarsi sia una sgarbatezza. La nostra felicità è dimostrata dalle statistiche. I problemi del Terzo Mondo vengono sempre presentati come “economici e politici”, intendendo con ciò che la politica è un’intrusa indesiderata e che economicamente il Terzo Mondo non si è ancora pienamente integrato nel sistema occidentale.
Il sistema occidentale tollera molte manifestazioni di libertà di espressione che nei sistemi “totalitari” non sarebbero tollerate (abbigliamento eccentrico, critiche feroci al governo e ai suoi leader, manifestazioni, scioperi e sit-in) perché tale libertà di espressione è l’essenza stessa della società dei consumi occidentale. Queste libertà, tuttavia, fanno parte dello spettacolo mediatico occidentale. Il vero potere risiede altrove: sempre meno nelle mani di individui potenti e sempre più nelle mani di corporazioni e istituzioni. In un sistema in cui la volontà delle masse determina il tipo di società in cui viviamo, il potere risiede nelle forze in grado di manipolare le masse. Gli autori liberali “antitotalitari” sostengono che lo stato a partito unico, a parte la coercizione fisica, si differenzia da una “società libera” in quanto nega all’individuo un ruolo indipendente dallo stato, ma nel sistema occidentale lo stato è sostituito dalla società, dalla società di massa. Nella società di massa, inoltre, non c’è spazio per la diversità. Le informazioni al di fuori del pensiero dominante non vengono censurate. Le è consentito di inserirsi in aperta competizione con la voce dell’establishment: i mass media, essendo creati per e dalla società di massa, inevitabilmente supereranno ciò che interessa all’élite. Solo all’élite degli specialisti è permesso di trovare una nicchia. Il mondo occidentale è una società di massa gestita da tecnocrati. L’opposizione non viene soppressa: viene resa non praticabile, irrilevante, inoperante.
La nostra società di massa non è quindi così distante da quella della Germania di Hitler o della Russia di Stalin come vorrebbe far credere. Anzi, le supera entrambe in ipocrisia. Stalin creò un indice di libri proibiti nell’Unione Sovietica. Goebbels organizzò un rogo pubblico di materiale pornografico e “letteratura sovversiva”. In Occidente, la stessa nozione di sovversione o di disapprovazione da parte del governo viene trasformata in un ulteriore incentivo all’acquisto, inglobata nel sistema, privata del suo potere di cambiamento, strumentalizzata a fini commerciali. Laddove la soppressione delle idee si rende necessaria, e raramente lo è, uno scritto o una pubblicazione diventano commercialmente non redditizi o rischiano di rappresentare una minaccia per la sicurezza di una parte della popolazione, o di fomentare l’odio, e per questo motivo possono essere rimossi silenziosamente senza clamore. I libri proibiti raramente vengono ufficialmente banditi in Occidente: vengono semplicemente privati del loro impatto o “non generalmente disponibili”. Idee alternative possono essere presentate a qualsiasi progetto o schema, ma nulla può arrestare l’impeto del mondo occidentale stesso.
I paladini della libertà di scelta stanno distruggendo la libertà di scelta. Il diritto individuale di scegliere viene usato per minare il diritto di scelta dei popoli. La libertà di scelta opera laddove esistono sistemi e stili di vita diversi nel mondo. Il senso della storia e del destino non è mai lontano dalla coscienza collettiva di un popolo. Il senso di essere diversi e il rispetto per la diversità altrui sono il segno distintivo di un autentico liberalismo non totalitario. L’apprezzamento della varietà del mondo da parte di coloro che desiderano cambiarlo richiede la coltivazione dell’intelligenza e di ciò che è così difficile da mantenere nel mondo moderno: la tenacia. L’aspettativa di ottenere “risultati rapidi” e la percezione che “il tempo stia per scadere” da parte di coloro che cercano di riaffermare l’identità del proprio popolo sono, ironicamente, caratteristiche psicologiche tipiche dello stile di vita occidentale. L’inaffidabilità personale è altrettanto caratteristica di quasi tutti noi, cresciuti in una condizione di dipendenza. L’adesione a uno stile di vita non occidentale è caratterizzata dalla volontà di impegnarsi attivamente, sia in politica che nelle relazioni personali, nel lavoro o nella vita pubblica, senza mai accettare la “minima resistenza”. Accettare il fatto compiuto dell’organizzazione sociale o del processo decisionale imposto dall’alto significa accettare quello stato di passività e conformismo tipico dell’individuo nella società di massa. La tentazione totalitaria è sempre la stessa: la via più facile. L’uomo libero è un combattente.
Robert Steuckers spiega come l’Europa possa sfuggire al dominio straniero e recuperare la propria sovranità attraverso una Terza Via radicale radicata nei suoi popoli, nella sua storia e nel suo destino continentale.
Questo saggio è stato originariamente pubblicato suThe Scorpion, numero 9, primavera 1986.
Innanzitutto, possiamo stabilire se esista una “storia europea” e, in caso affermativo, in che modo la intendiamo? Come storia dei popoli europei o come storia delle strutture che hanno governato i territori oggi considerati parte dell’Europa? La domanda può apparire nuova, complessa o persino priva di scopo. L’apparente semplicità della domanda cela una reale complessità. La novità della domanda rischia di svanire se non comprendiamo lo scopo per cui la poniamo.
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Nel definire il paradigma della storia europea, ci troviamo immediatamente di fronte a una scelta: siamo a favore dei popoli o delle strutture ? A favore dei popoli o dei sistemi ? Attraverso questa cruciale opposizione possiamo giungere a comprendere l’antitesi della filosofia e della storia delle idee politiche. La parola “popoli” può essere qui sostituita da ” mythos” e la parola ” strutture” da ” logos” . La prima implica un risveglio dell'”irrazionale” interiore, una mobilitazione per mezzo di un senso di storia e di destino. La seconda implica una gestione “razionale”. D’altra parte, è possibile difendere i popoli richiamandosi a un logos che trascende tutte le istituzioni che, pur radicate nelle loro origini, sono diventate ingiuste. Ribaltando la situazione, possiamo difendere le strutture creando miti artificiali o estranei. Il fatto è, tuttavia, che le strutture sono effimere e i popoli sopravvivono alle strutture imposte loro.
Per un europeo, schierarsi con i popoli contro le strutture significa prendere una chiara decisione politica. Significa riaffermare l’immemorabile tradizione di rivolta: delle ribellioni contadine contro il clero, la dinastia o la falsa aristocrazia: in breve, contro ogni potere arbitrario che cerchi di sovvertire le leggi ancestrali. Per l’africano, ciò significherebbe una lotta contro le borghesie e le tirannie militari al servizio degli interessi del neocolonialismo. Per il latinoamericano, significherebbe combattere contro le oligarchie dipendenti dalla macchina economica yankee. Per comprendere ciò, dovremmo ricordare il nostro passato: le rivolte di Arminio, Marbod e Civilis contro Roma; la ribellione dei Sassoni di Witukind contro gli ufficiali carolingi e un clero straniero; la tenace resistenza dei Frisoni; la tragica lotta di Stedinger in Vestfalia contro la manipolazione delle leggi ancestrali; Jacqueries in Piccardia; La rivolta di Zannekin sulla costa fiamminga; le rivolte contadine in Inghilterra, Boemia e Ungheria e nella Germania del XVI secolo; la rivolta della Vandea contro la Repubblica francese e così via. Tutti episodi della storia europea, della nostra storia, in cui i popoli si ribellano contro sistemi oppressivi che cercano di sovvertire le vecchie leggi e tradizioni. Non è difficile trovare parallelismi al di fuori dell’Europa.
Germania dell’Est, 1953: La rivolta contro l’occupazione sovietica.
Schierarsi con le strutture contro i popoli significa, per l’europeo di oggi, aderire a una o all’altra delle vecchie ideologie, originariamente ispirate alla religione ma oggi più comunemente viste in una forma completamente secolarizzata. In pratica, significa difendere la causa della nuova Roma: un “Impero Romano” che si estende oltre il mondo latino, difendere l’ordine economico liberale con centro a Washington, oppure, d’altra parte, lavorare per l’ordine comunista con centro a Mosca, operante ben oltre il mondo slavo. Il modello comunista è seriamente screditato – molto più di quello occidentale – ma si sta assistendo a un nuovo sviluppo nel fenomeno delle sette che offrono a una gioventù alienata in Europa una “soluzione” ben lungi dall’essere per il bene del nostro popolo. La setta lunare, ad esempio (la Chiesa Unitaria Mondiale), gode di una crescente influenza nell’Europa occidentale. In Francia, l’influenza della setta lunare si estende agli ambienti conservatori e intellettuali. Rivestita di un manto di ispirazione mitica, la religione lunare è in realtà al servizio dell'”Occidente” liberal-economico di destra. L’influenza di un gruppo del genere sui potenziali ribelli è estremamente deleteria.
Se ci schieriamo dalla parte di un’Europa dei popoli contro un’Europa delle istituzioni, dei manager, da dove cominciamo a rintracciare le origini della storia europea? Non dall’Impero di Augusto, ma molto prima, dalla comparsa degli Indoeuropei nella preistoria. Provenienti da un’unica patria centroeuropea (come hanno dimostrato gli studi del tedesco Lothar Kilian e del francese Jean Haudry), questi Indoeuropei hanno influenzato una periferia europea ed extraeuropea, che a sua volta è stata influenzata da altri popoli. La storia antica dell’Europa occidentale e la fusione della cultura megalitica con quella degli Indoeuropei sono state esaminate in modo esaustivo dall’archeologo francese Roger Joussaume; e non credo che un pubblico britannico abbia bisogno di essere ricordato della tesi rivoluzionaria di Colin Renfrew, secondo la quale l’area mediterranea è, in termini umani, il prodotto di popoli provenienti dalla patria matriciale indoeuropea e di popoli provenienti da altri “grembi”, camitici, pelagici e semitici. Secondo Renfrew, la “razza latina” è il prodotto di una mescolanza di queste tre componenti principali. Nell’Europa nord-orientale possiamo osservare una sintesi simile tra i gruppi indoeuropeo e finno-ugrico. Ciononostante, il fattore cruciale che costituisce il patrimonio europeo è la nostra comune eredità linguistica.
Presente fin dagli albori della cosiddetta “epoca storica”, il patrimonio linguistico fu rafforzato dalle migrazioni germaniche. Il mondo e l’unità medievale corrispondono infatti essenzialmente all’ordine degli insediamenti teutonici, conquista delle ultime tribù provenienti dall’originaria patria indoeuropea. L’ordine medievale coniugava la nozione romana di impero universale con i concetti sociali e politici germanici (cavalleria, feudalesimo, corporazioni).
Gli Indoeuropei sono dunque al centro della storia europea, la tela, per così dire, su cui è dipinta la nostra storia; ma riferirsi agli Indoeuropei in questo modo è insufficiente, poiché non implica deduzioni politiche. La questione fondamentale è questa: qual è la caratteristica organizzativa rappresentativa (sia storica che mitica) degli Indoeuropei? Come molti altri popoli che ebbero origine da un ordine matriarcale (Bantus, Nativi Americani, Camito-Semiti), essi nacquero come comunità autogovernate , comunità ordinate secondo principi di cui esse stesse erano le generatrici. È in questo senso che l’antropologo Dumézil usa il termine “ideologia indoeuropea” e Jean-Paul Roux il termine “religioni primordiali” quando discute dei Turco-Mongoli. Spengler e Toynbee parlano di comunità originarie autogovernate, capaci di sussistere in uno stato latente al di là della pseudomorfosi delle istituzioni del momento, ovvero al di là di ogni modifica superficiale operata da ideologie (effimere), ideologie forgiate da tutti quegli elementi distaccati dalla cultura matriarcale, tutti elementi estranei a un tipo di mondo in cui i popoli generano la propria autonomia. Da questa prospettiva, è possibile immaginare un paradigma policentrico delle istituzioni umane e non, come accade con le ideologie odierne, un universalismo riduzionista e monocentrico. Se definiamo l’universalismo in questo modo, dovremmo sforzarci di distinguerlo dall’universalità, una percezione del mondo che, al contrario, ammette una diversità illimitata, per usare le parole di Herder: “un giardino di fiori multiformi”.
L’indipendenza politica fondata su uno “spazio matriciale” è il duplice assioma politico che ci offre l’eredità indoeuropea, sia nella forma della ” nouvelle pensée ” della Nuova Destra francese, sia nella visione di Taine, Renan o Houston Chamberlain, dai filologi tedeschi fino alla tradizione socialista, in particolare in Germania e Danimarca, una tradizione che ispirò Engels nella stesura della sua opera sulle origini della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Se ripercorriamo tutte queste tradizioni ideologiche e storiche, saremo costretti ad ammettere l’insensatezza della polarizzazione Destra/Sinistra che ha pervertito il dibattito politico fin dalla Rivoluzione francese. La teoria e l’azione politica possono essere riassunte nella loro essenza in tre questioni: la salvaguardia di una popolazione umana definita, (contemporaneamente) la garanzia dell’indipendenza politica a tutti i livelli e, infine, la protezione dello spazio vitale del popolo dall’aggressione. Queste sono sempre state le realtà politiche, dai primi insediamenti umani fino all’era contemporanea delle superpotenze, nonostante l’universalismo della retorica ideologica dei portavoce delle superpotenze.
Esistono molti esempi di sistemi politici che adottano politiche “riduzioniste” e “antitradizionali”: l’Impero spagnolo, la Francia giacobina con la sua divisione artificiale in dipartimenti e, più recentemente, gli Stati Uniti con il loro dogma universalista militante (e nonostante l’importanza dell’etnia nel sistema sovietico, è innegabile che l’Unione Sovietica metta in pericolo molti gruppi etnici e minacci di estirpare completamente il patrimonio delle nazioni baltiche).
Il Bundschüh , simbolo delle rivolte contadine del XVI secolo. La sconfitta di questo movimento ha spianato la strada allo stato centralizzato in Europa. Dobbiamo recuperare la tradizione europea di ribellione contro i sistemi in nome dei popoli.
La matrice europea, insieme alle periferie sotto influenza europea e che a loro volta hanno influenzato l’Europa, costituisce uno spazio vitale sul continente eurasiatico. La massa continentale eurasiatica ospita diversi centri di civiltà: oggi ne sono la prova il mondo cinese, il mondo induista e l’Islam. Se la Cina e l’India si percepiscono come entità unitarie, e nel caso dell’India come unità capaci di contenere una considerevole diversità, se l’Islam è una forza nel mondo nonostante le sue divisioni, l’Europa odierna è fatta esclusivamente di divisioni: abbiamo la divisione nord/sud, la spaccatura est/ovest, l’antagonismo tedesco/slavo, la divisione tra Mediterraneo e Paesi nordici, l’antico antagonismo tra cristianesimo occidentale e Chiesa ortodossa, la divisione tra liberale e autoritario, tra uno stato-nazione e l’altro e così via.
Lo storico americano Craig ha osservato che la Santa Alleanza, creata nel 1815 principalmente grazie alla diplomazia di Metternich, a prescindere da ciò che si possa dire al riguardo, ebbe quantomeno il merito di fornire un concetto politico che consentiva ai suoi aderenti di risolvere i problemi comuni relativi al subcontinente, alla madrepatria. La Rivoluzione Industriale e lo sconvolgimento sociale che ne derivò vanificarono questi sforzi. I conservatori spesso accusano i movimenti rivoluzionari del XIX secolo di aver distrutto il consenso della Santa Alleanza a favore di un utopismo umanitario irrealistico. In realtà, i rivoluzionari nazionali tedeschi del 1832 che firmarono la Dichiarazione di Hambach rimasero saldamente ancorati alla tradizione europea. Ad Hambach non c’erano solo tedeschi, ma anche rappresentanti francesi, polacchi e greci. Furono piuttosto le contraddizioni e la nostalgia dei governanti prussiani e del Papa a trasformare la Santa Alleanza in un mero strumento di reazione e poco altro.
La volontà di creare un ordine europeo è presente da tempo. Era già presente nella mente di Bismarck quando propose al Kaiser l’istituzione di un’unione doganale europea centrale. Il Patto di Locarno del 1938 fu un tentativo fallito di raggiungere lo stesso obiettivo. A frustrare i tentativi di creare una zona europea fu principalmente l’espansione coloniale: l’imperialismo britannico contribuì ad alimentare il colonialismo di Germania, Francia, Belgio e Olanda, una tendenza che spinse le nazioni interessate ad allontanarsi dall’Europa e, al contempo, acuì la frammentazione europea, con gli stati nazionali europei impegnati in una feroce competizione commerciale e militare. Col senno di poi, possiamo constatare che questa frammentazione fu la prima manifestazione di un declino europeo , per quanto paradossale possa sembrare; infatti, mentre gli stati europei si armavano gli uni contro gli altri, gli Stati Uniti avevano elaborato una dottrina di potere politico, la celebre Dottrina Monroe del 1823, che si può riassumere nella semplice formula: le Americhe agli Stati Uniti! Nessuna potenza europea sarebbe stata autorizzata a insediarsi nel Nuovo Mondo. Monroe aveva ideato il principio di non intervento in vaste aree di territorio geograficamente definito. L’Europa non seguì l’esempio degli Stati Uniti, come avrebbe potuto fare, pronunciando una propria “Dottrina Monroe”. In questo risiede la causa principale del declino dell’Europa negli anni successivi.
Alcuni, dotati di grande lungimiranza, compresero l’importanza della Dottrina Monroe. Ad esempio, il ministro austriaco Johann Georg Hülsemann, che sostenne l’adozione di una dichiarazione europea di non ingerenza simile alla Dottrina Monroe. Il suo appello rimase inascoltato. In seguito, Carl Schmitt e Haushofer argomentarono sulla stessa linea, ma senza alcun risultato. Tra gli intellettuali socialisti odierni, alcuni auspicano un'”europeizzazione dell’Europa”: Peter Bender in Germania, Brugsma e Rik Coolsaet nelle Fiandre. Il libro di Bender è stato descritto da Craig come uno dei più importanti pubblicati in Europa negli ultimi anni, ma rimane in gran parte ignorato. La debolezza europea consiste nel continuare ad aggrapparsi ai fittizi o divisivi “diritti” giuridici dei singoli stati europei e nel trascurare l’importanza della geopolitica e dello spazio compatto in politica. Gli americani e i sovietici non soffrono di questo tipo di equivoci, il che spiega perché l’Europa rimanga saldamente loro e non nostra .
Avviare una “Terza Via per l’Europa” significa tenere conto di due fattori essenziali: il senso di appartenenza a una civiltà millenaria, una civiltà prodotta da una popolazione originaria del cuore del subcontinente europeo, il cui contributo è stato determinante per la nostra storia. Il secondo fattore da comprendere è il significato geopolitico dell’Europa, per capire gli assi di potere che operano in Europa e da dove provengono. I due fattori sono quindi il fattore umano (la storia degli europei) e quello geografico.fattore (la nostra posizione rispetto alle forze di potere extraeuropee). È nel rispetto di questi due fattori primari che dobbiamo progettare la Terza Via che dovrebbe essere la nostra nel ventunesimo secolo.
In economia, la Terza Via richiede il ripudio dell’assioma centrale del liberalismo classico: l’individualismo. La Terza Via ragiona in termini di popoli, di collettività dotate di memoria storica. Rifiutando l’individualismo in economia, quest’ultima viene posta al servizio del collettivismo storico: diventa lo strumento per la sopravvivenza di un popolo. L’ascesa del neoliberismo negli ultimi anni si accompagna a una regressione della solidarietà comunitaria e a uno spostamento delle economie nazionali a favore di individui o organizzazioni i cui interessi sono lontani da quelli delle economie comunitarie, anzi, generalmente opposti ad essi. Persone completamente estranee a qualsiasi comunità originaria costituiscono una nuova classe benestante, una classe che si crogiola nel successo redditizio del “nuovo” conservatorismo. Ciò non implica alcuna simpatia per il modello keynesiano di “stato sociale” che istituisce burocrazie altrettanto estranee alle comunità che dovrebbero servire. Il fatto che tale “statalismo” elabori “costrutti” del tutto irrealistici è stato ben argomentato da neoliberisti come Hayek e Popper. L’alternativa “di sinistra” al neoliberismo ispira ben pochi.
Esiste già, tuttavia, una notevole varietà di alternative in campo economico. La più convincente, a mio avviso, è quella di François Perroux, che ha sviluppato l’importante tesi dello “spazio egocentrico e semi-autarchiano”. Questa tesi è stata elaborata da André Grjebine. Il ceco Ota Šik ha indicato i modi in cui le persone stesse possono essere direttamente responsabili della gestione economica. Nei lavori di Šik e Perroux, i fattori di popolazione e spazio giocano un ruolo essenziale. È assente il preconcetto dell’individuo umano come astrazione o come teoria che pretende di essere applicabile all’intero universo.
Oltre a questa revisione delle dottrine economiche e delle dottrine filosofiche e teologiche che ad esse sono connesse, dobbiamo elaborare una solida dottrina militare europea che si ponga in totale contrapposizione all’attuale divisione Est/Ovest. Il destino dell’Europa non risiede né nella NATO né nel Patto di Varsavia. Gli stati neutrali di Svezia, Finlandia, Irlanda, Svizzera, Austria, Jugoslavia e Albania costituiscono il modello da seguire in materia di alleanze militari. Svezia e Svizzera sono nazioni neutrali da molti anni, mentre le altre hanno ottenuto l’indipendenza solo di recente. La Svezia rappresenta un modello particolarmente valido, poiché mira alla completa autonomia nella produzione di armamenti: Volvo, SAAB, ecc. Questa autonomia deve essere elevata al livello europeo. La Svizzera è particolarmente interessante come modello di difesa territoriale. Ogni cittadino svizzero è armato. Ciò è in linea con un’antica tradizione celtica e germanica, secondo la quale l’intero popolo è responsabile della propria difesa. Questa è vera democrazia. Jean Charles de Sismondi deplorava la scomparsa di queste tradizioni al di fuori della Svizzera: niente più yeomanry inglese, niente più schutterij fiamminga , niente più Garde Civique in Belgio, niente più Garde nationale francese …
Altri esempi: la Finlandia è riuscita a mantenere il rispetto di sé e l’autonomia di fronte al potente nemico al quale si arrese nel 1944. La posizione della Finlandia ha ispirato i militanti di Solidarność . Accettando le proposte sovietiche di neutralità dell’Austria, la Repubblica austriaca riuscì a liberarsi delle truppe straniere nel 1955. Nonostante le argomentazioni del generale Spannocchi basate su una difesa alpina, l’Austria non possiede una capacità credibile di alcun tipo: ciò non ha impedito al cancelliere austriaco Kreisky di sviluppare una prospettiva politica alternativa, in particolare verso il Medio Oriente. Il sistema politico jugoslavo sembra essere più “proudhoniano” che marxista. Dal canto suo, l’Albania marxista ha dimostrato che l’autarchia è fattibile, anche per un piccolo stato privo di significative risorse naturali.
La sfida più grande ai sistemi dell’Est e dell’Ovest proviene dai movimenti di massa apartitici; ma senza una valida alternativa di una Terza Via per l’Europa, esiste il forte rischio che tali movimenti diventino strumenti dell'”altra parte” nella divisione Est/Ovest dell’Europa.
La “tentazione” del neutralismo è una realtà sia a Est che a Ovest. Ho già menzionato Solidarność in Polonia ; c’è anche la disponibilità ungherese ad aprire un dialogo sulla questione, ad esempio da parte di pensatori politici come Szűrös; ci sono i ripetuti tentativi del governo rumeno di prendere le distanze dagli altri Stati del Patto di Varsavia, l’opposizione ai missili accennata in certi ambienti in Bulgaria. Qui nella zona “occidentale” abbiamo il distanziamento gollista dalla NATO e la Force de frappe¹ ; il panellenismo e il non allineamento del premier greco Papandreou; il non allineamento della “sinistra” britannica; i due milioni e mezzo di persone in Olanda che hanno firmato una petizione per negare il permesso alla NATO di installare missili nucleari sul territorio olandese; il movimento pacifista nella Germania Ovest (e segretamente nella Germania Est) con la sua forte impronta neutralista. Nella Repubblica Federale Tedesca, molti strateghi militari hanno elaborato strategie di difesa alternative a quella ipotizzata dai teorici della NATO. Il tenente colonnello Mechtersheimer, ad esempio, ha messo in discussione una strategia che pone la Germania al centro di un’eventuale conflagrazione nucleare. Vale la pena menzionare in questo contesto anche il polemista Horst Afheldt, che ha sviluppato le idee del generale francese Brossolet, il quale ideò un sistema di difesa militare basato sulla ” maillage ” (complessi di difesa a maglie profonde) e sui “commando tecnologici”. Non pretendo che queste teorie siano inattaccabili, ma dimostrano che sono in molti, persino all’interno delle forze armate della NATO, a pensare in termini di una strategia militare basata sulle esigenze e le aspirazioni della sicurezza europea e dello spazio vitale europeo.
La terza via per l’Europa consiste dunque nell’essere pienamente consapevoli del destino geopolitico dell’Europa; nel perpetuare l’avventura umana iniziata dai primi Indoeuropei; nel far uscire l’Europa dai due blocchi militari esistenti con una rigida politica di neutralità rispetto al confronto americano/sovietico, garantendo al contempo che il subcontinente europeo possa essere protetto dall’autosufficienza militare, creando in Europa un blocco economico in grado di soddisfare i propri bisogni, uno spazio economico organico più flessibile e adattabile del Mercato Comune.
Scegliere una Terza Via significa dotarsi di un sistema economico completamente nuovo, basato sul continente europeo, un sistema economico al servizio del popolo e non al suo padrone, che non obbedisca alle teorie di élite avide di denaro. Per garantire la pace e la sicurezza del continente sarà necessario dotarsi di un corpo militare totalmente nuovo, capace di difendere il continente in quanto tale e anche ogni singolo chilometro quadrato grazie a una milizia popolare adeguatamente armata, una milizia equipaggiata per affrontare carri armati e attacchi aerei.
La creazione di una Terza Via richiede anche una nuova visione storica, capace di confrontarsi con le argomentazioni dei sostenitori delle strutture in nome delle leggi ancestrali. Ciò significa interpretare la storia europea alla luce delle rivolte popolari. Mentre gli svizzeri riuscirono a instaurare una repubblica federale contadina, i Paesi Bassi e la Germania non furono in grado di creare sistemi simili nel XVI secolo. Anche le rivoluzioni in Francia, Inghilterra, Irlanda, Tirolo e Bulgaria, che nei secoli successivi si sforzarono di andare in questa direzione, fallirono, e le loro sconfitte contribuirono a consolidare la vittoria dei sistemi sui popoli.
Per rispettare la diversità dell’Europa e come soluzione alle diverse aspirazioni che queste varie ribellioni indicano, l’Europa dovrebbe includere costituzioni federaliste. Tali costituzioni non minaccerebbero l’unità di civiltà dell’Europa, tutt’altro. È piuttosto la pluralità degli stati nazionali che ha minato l’unità di civiltà dell’Europa e che è arrivata quasi a distruggerla, in nome dello sciovinismo nazionale.
Le regioni d’Europa costituirebbero una Grande Federazione Europea, capace di realizzare il destino dell’Europa. Le regioni d’Europa potrebbero superare alcuni dei vecchi “punti critici” dell’antagonismo nazionale: i vecchi conflitti dovrebbero e potrebbero essere superati grazie all’esistenza di una nuova federazione europea in cui i corsi, i baschi, i catalani e gli altri non esisterebbero più in conflitto con lo stato-nazione a cui appartengono.
La Terza Via esiste già in Europa a livello teorico. Ciò di cui ha bisogno sono militanti.
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Nota del redattore: La Force de frappe è il deterrente nucleare indipendente francese, istituito sotto la presidenza di Charles de Gaulle nel 1964 per salvaguardare l’autonomia strategica del paese. De Gaulle riteneva che la sovranità nazionale richiedesse che la Francia controllasse la propria difesa nucleare, anziché dipendere da potenze straniere, in particolare dagli Stati Uniti.
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Con la fine dell’era dell’imperialismo, del colonialismo e dell’impero, il mondo che ne deriva è composto da circa 193 stati con popolazioni multietniche e generalmente multiculturali, che vivono in un mondo multipolare. (Il termine multipolare è oggetto di contestazione in quanto fuorviante, poiché il termine polare si riferisce a un punto di potere geopolitico, e il mondo non sta sviluppando oltre 190 poli di potere). L’obiettivo ultimo di questo mondo emergente è perseguito attraverso diverse iniziative: sicurezza globale, governance globale e sviluppo globale. Si può affermare che la sicurezza sia necessaria prima che possano realizzarsi una buona governance e un adeguato sviluppo, e per ottenerla è necessario eliminare l’egemonia e gli egemoni: oltre 160 nazioni concordano su questo requisito. Oltre all’attuale guerra globale contro Iran e Russia, sono in corso almeno altri 50 conflitti in varie fasi. Alcuni sono dispute etniche derivanti dall’era coloniale, mentre altri riguardano le risorse. La maggior parte è alimentata da ex potenze coloniali o attuali potenze neocoloniali, e la stragrande maggioranza è legata alla politica di abolizione dell’impero statunitense.
La sfida più grande per il mondo è convincere l’impero fuorilegge degli Stati Uniti a cessare il suo imperialismo, la sua megalomania e la sua pleonessia e a diventare un attore mondiale benevolo. Lo stesso si può chiedere ai sionisti in Palestina. Anche alcuni nella penisola europea dell’Eurasia condividono questa visione del mondo. A mio parere, queste entità sono guidate da persone che si considerano eccezionali e superiori a tutti gli altri esseri umani. Si tratta di visioni del mondo incompatibili con il nuovo paradigma globale emergente. Un punto di vista altrettanto inquietante è quello, diffuso tra troppi, che rasenta l’eccezionalismo: ciò che viene definito razzismo, sebbene esista una sola razza umana. Ciò che differenzia gli esseri umani è la cultura e l’etnia, la più evidente delle quali è la lingua. Tuttavia, tutti gli esseri umani nascono con la capacità di apprendere le strutture grammaticali di tutte le lingue umane: quella che viene definita grammatica universale. In altre parole, qualsiasi essere umano può essere qualsiasi altro essere umano. Rifletteteci un attimo. Purtroppo, questo fatto fondamentale e importantissimo viene raramente insegnato. Il fatto che venga praticato, perfezionato e affinato il contrario è un problema enorme, la russofobia ne è un esempio lampante, mentre l’obiettivo sionista di uccidere tutti coloro che vivono sulla terra che vogliono rubare ne è un altro.
Invece di quegli esempi, ciò di cui l’umanità ha bisogno è la benevolenza globale. Quest’idea mi ha fatto venire in mente “It’s a Small World (After All)”, a cui aggiungerei che è il nostro unico mondo e dobbiamo condividerlo. La pleonessia che alimenta il saccheggio e che presumibilmente esiste fin dagli albori della proprietà privata e della scarsità di risorse è qualcosa che molti genitori cercano di eliminare insegnando ai propri figli che devono condividere con gli altri. Il problema per i genitori è che l’ambiente insegna il contrario, al punto che pochissimi bambini riescono a superare ciò che l’ambiente insegna loro e diventano benevoli. La musica è piena di canzoni che trattano questo problema sociale e i molti ad esso correlati. È facile cantarne e parlarne, mentre trovare soluzioni è diventato un compito ingrato, il che è parte del problema. Dove si può trovare conforto o salvezza? Come suggeriscono gli Alcolisti Anonimi, il problema deve prima essere ammesso prima di poter trovare una soluzione. Bisogna dare atto ai cinesi di aver preso il concetto di “mondo piccolo” e di averlo modificato in un mondo con un futuro condiviso per l’umanità, obiettivo ultimo delle loro iniziative. La tragica supplica di Rodney King, “Non possiamo andare tutti d’accordo?”, sembra essere difficile da comprendere per troppi. Non ho sentito nessuno ricordarci lo scorso 28 agosto che ricorreva il 63° anniversario del discorso “I Have a Dream” di Martin Luther King.
Esistono diverse organizzazioni regionali che cercano di realizzare il mondo auspicato da Martin Luther King Jr. sulla scena globale – SCO, ASEAN, BRICS, CELAC sono solo alcune di queste – mentre NATO e UE le ostacolano perché entrambe sono guidate/gestite dall’impero fuorilegge degli Stati Uniti. I sionisti genocidi sono in un patto con se stessi. Un tempo si sperava che le Nazioni Unite lavorassero per raggiungere gli obiettivi della propria Carta, ma sono state essenzialmente cooptate dall’Occidente collettivista e impedite di perseguire tali obiettivi. Sarà molto interessante vedere cosa diranno i membri dell’ONU al dibattito generale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di quest’anno, che inizierà tra poche settimane. Le Nazioni Unite stesse potrebbero essere il centro del mondo multi-nodale emergente se non fosse per il loro status di cooptazione. La prova di questa cooptazione si riscontra nelle numerose nazioni che desiderano aderire a BRICS e SCO come vie per promuovere un volume molto maggiore di scambi tra le persone, che contribuiscono a ridurre l’alterità promuovendo la comunità. Una soluzione possibile è la costruzione di comunità a tutti i livelli di interazione umana, che può iniziare al meglio a livello di quartiere. È possibile che alcune persone trovino minaccioso l’invito a costruire una comunità, dato che non hanno mai avuto prima un’opportunità simile. Molti sono resi introversi dal loro ambiente, una condizione da cui è molto difficile uscire. Ricordo una scena di un film ambientato in un condominio di New York in cui i residenti avevano diverse serrature alle porte, non una o due, ma da sei a otto. Anche solo arrivare a fine giornata è un trionfo. Convivo con persone che hanno queste caratteristiche. La logica della comunità è condivisa, ma non si cerca di costruirne una da soli o nemmeno in un piccolo gruppo. In qualche modo, i gruppi interni devono fondersi con i gruppi esterni, in modo da ridurre al minimo la distinzione. Sì, facile a dirsi, più difficile a farsi. Penso anche che la cultura occidentale sia più disfunzionale di quelle dei paesi del Sud del mondo, sebbene alcuni principi universali, come l’alterità, siano validi. A mio parere, non ci si dovrebbe sorprendere che BRICS, ASEAN e SCO sembrino collettivamente più funzionali, dato che operano su base consensuale.
È chiaro che coloro che gestiscono l’Impero statunitense fuorilegge non vogliono avere nulla a che fare con un “Piccolo Mondo” in cui si nutre il sogno di opportunità condivise e desiderano continuare nel loro tentativo di governare il mondo intero, come impongono i loro documenti dottrinali, e lo stesso si può dire dei loro parenti sionisti. Dal momento che uccidono quotidianamente/annualmente molti innocenti e sembrano non avere alcun desiderio di condividere la vita con la maggior parte degli esseri umani, cosa faremo noi – la maggior parte degli esseri umani – per fermare le loro uccisioni e, quantomeno, contenerli, una domanda che viene spesso posta? Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha incontrato oggi il suo omologo saudita e ha osservato che attualmente esistono quattro proposte diverse ma molto simili per un sistema di sicurezza condiviso per le nazioni del Golfo Persico/Asia occidentale: quella dell’Iran, dell’Arabia Saudita, della Russia e della Cina. Si noti che non ci sono proposte sioniste o americane per la pace e la sicurezza; Hanno proposte per ulteriori morti e conquiste che sono favorite da oltre il 60% dei sionisti, mentre quasi l’80% degli americani si oppone alla guerra di Trump contro l’Iran, una guerra che il Grande Fratello sta cercando di far passare per tale, in modo che coloro che muoiono durante il conflitto, lasciando le loro famiglie, non ricevano le indennità di morte. A livello internazionale, la diplomazia mira a isolare gli attori negativi (NATO/UE, Giappone), mentre l’Iran sta facendo la sua parte per cacciare l’Impero dalla sua regione, il che significa essenzialmente estromettere tutti gli interessi americani ed eliminare la capacità dei sionisti di continuare i loro crimini, costringendoli a conformarsi alle consolidate sentenze del diritto internazionale. Molti temono che il criminale planetario numero 1, Netanyahu, userà armi nucleari sioniste illegali per cercare di eliminare l’Iran, non avendo altra scelta. L’Iran afferma di essere ben consapevole di questa minaccia, ma non si lascerà dissuadere dal raggiungere gli obiettivi del suo memorandum d’intesa. L’Iran è un eccellente esempio di stato multietnico e multiconfessionale.
Alcuni anni fa, l’Africa è giunta alla conclusione che non valesse la pena di continuare i conflitti per ridisegnare i confini statali dopo essersi liberata dal colonialismo, sebbene l’emancipazione al 100% non sia ancora stata raggiunta. Ciononostante, si sono verificate alcune secessioni e sono stati tracciati nuovi confini. A mio parere, si è trattato di una decisione molto coraggiosa, che implicava la capacità degli africani di convivere e risolvere i propri conflitti interni: “Soluzioni africane per gli africani” è il mantra di Russia e Cina nelle loro relazioni. Gli ex dominatori coloniali e l’impero fuorilegge statunitense si sono alleati per cercare di mantenere il loro controllo neocoloniale sull’Africa e, per farlo, hanno infiltrato nel continente la Legione Straniera Terroristica dell’Impero. Inutile dire che la maggior parte dei conflitti africani è causata da questi terroristi. Eppure, nonostante tutto, molte nazioni africane stanno diventando esempi eccellenti, come l’Iran, e stanno sviluppando quelle che assomigliano a comunità nazionali in cui la maggioranza condivide quel poco che possiede.
Il Messico, l’America Centrale e Meridionale sembrano essere le regioni più stratificate e divise, poiché nessuna di queste nazioni è rimasta libera dall’Impero abbastanza a lungo da poter raggiungere una vera indipendenza. Tutte hanno subito il terrore per mano degli americani e una nuova invasione è iniziata con Obama. A mio parere, sono destinate a essere le ultime nazioni liberate dalla morsa dell’Impero neoliberista fuorilegge. Ciò che accadrà nelle prossime elezioni presidenziali in Brasile e le sue conseguenze saranno cruciali. Uno dei problemi più grandi, se non il più grande, che affligge molte nazioni del Sud del mondo, e il più grande fardello a sud del confine, è rappresentato dai debiti dollarizzati contratti con il Nord, la maggior parte dei quali inaccettabili. Il Dott. Hudson ha recentemente presentato un documento molto ben strutturato che propone una soluzione spesso discussa. Affinché diventi realtà, dovrà essere discussa da un’ampia comunità di nazioni, poiché rappresenta un’alternativa all’attuale sistema finanziario globale disfunzionale. Eliminare i debiti inaccettabili significherebbe eliminare una sostanziale capacità di esercitare un controllo egemonico.
Le migliori opportunità di progresso sembrano provenire dal contesto internazionale, in particolare dall’Eurasia, piuttosto che dall’interno dell’Impero. I BRICS si riuniranno la prossima settimana, il 12 e 13, in India. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite inizierà il 22 settembre. Le elezioni russe si terranno dal 18 al 20 settembre. Potrebbero esserci elezioni nella Palestina occupata a ottobre e nell’Impero a novembre.
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