Italia e il mondo

I khazari, questi sconosciuti _ di WS

Oggi commento “libero”; a ripetere le stesse cose si diventa stancanti.

Affronterò e colmerò, quindi, una “lacuna” storica molto attinente a “l’ orizzonte degli eventi” che si sta inesorabilmente chiudendo su di noi.

Come qualcuno che mi legge avrà già intuito, sono un appassionato dilettante di Storia. Argomento che ha sempre destato il mio interesse più atavico; non solo mio, anzi direi proprio “di famiglia” , dato che, ancora assai piccolo, seguivo le discussioni di storia di mio padre e dei miei zii, tutti semianalfabeti ma anche appassionati “orecchianti” della materia.

Avendo così io avuto invece “il privilegio” di potermi “fare una cultura” , una cultura di storia me la sono fatta davvero, sebbene abbia anche avuto la buona idea di procurarmi il pane coltivando il mio “secondo interesse”. Una cosa l’avevo ben capita già alla fine del liceo: “l’ intellettuale “ che non sa far niente “di suo” per vivere deve sempre servire gli interessi di “qualcun altro”; questo vale ovviamente anche per gli storici “professionisti”.

Insomma già nei miei vent’anni e grazie proprio alla lettura di svariati libri e articoli di storia avevo già raggiunto la convinzione che nella storia “commercialmente accessibile” ci fossero parecchie VOLUTE omissioni.

Non potendo quindi, senza apposite indicazioni, girare a vuoto nei meandri delle librerie nazionali che certamente dovevano contenere ALTRI libri tenuti “fuori circuito” ( e quindi sostanzialmente “proibiti”), ho passato trenta anni della mia vita a girare vecchie librerie e “remainders” per scovare “ punti di vista” che non mi fossero già stati proposti dalla “storiografia ufficiale”.

Ed è stata una caccia divertente anche se non completamente soddisfacente se non a confermarmi che degli storici “ professionisti” non ci si può fidare troppo.

Ma poi è arrivato Internet e i suoi motori di ricerca , quelli iniziali, molto più liberi ed efficienti degli attuali a scandagliare la rete per riportare cose attinenti alle parole chiave messe dall’ utente; e in quel momento e in quel luogo veramente mi si è aperto un mondo di libri e articoli “dimenticati” nel fondo degli archivi e i cui riferimenti , anche solo sintetici, vecchi bibliotecari stavano diligentemente mettendo nella rete .

In una di queste “pesche miracolose” un giorno mi imbattei nelle parola “Khazaria”. In quarant’anni di letture storiche pur vaste e approfondite non la avevo mai sentito prima.

Era in un testo di una conferenza di fine anni ‘50 tenuta da un ricco signore ebreo ad una platea di americani “Wasp” e di cui un giornale americano aveva dato integrale resoconto scritto ( allora ancora si poteva).

L’argomento di quella conferenza era a dir poco “esplosivo”; lo tratterò in altro momento, ma temo che siano ancora in pochi a poterlo capire davvero. Per me non costituiva nemmeno una “novità” .

La vera questione che invece mi restava aperta era: chi “cazzo sono questi khazari e come si collocano nella storia del mondo ?”

Bene ora , dopo diverse altre ricerche, credo di aver capito.

Negli atlanti storici , almeno in quelli che ora ne parlano , la Khazaria, o meglio “l’impero khazaro” , è collocata nella Russia meridionale , tra i bassi corsi del Dniepr e del Volga e giù fino alle momtagne del Caucaso come uno dei tanti regni dei nomadi che hanno dominato quelle terre a varie riprese.

Prima di loro ce ne erano stati altri, ad esempio : i Sarmati , i Goti , gli Avari , gli Alani e gli Unni.

Mentre i primi , indoeuropei iraniani, erano venuti attraverso il Caucaso e i secondi, germanici, dalle pianure polacche, tutti gli altri erano invece sostanzialmente turco-mongoli venuti dalle steppe del kazakistan.

E anche i Khazari venuti per ultimi lo erano, giunti ad occupare le stesse pianure abbandonate nella continua spinta verso ovest ad invadere terre più ricche, di popoli più civilizzati.

Così che all’ alba del VIII secolo , quando nelle nuovamente svuotate pianure ex sarmatiche i khazari si erano già insediati da circa un secolo , essi si trovarono a dover costituire un proprio stato in opposizione a due grossi “imperi” più a sud : quello bizantino e ortodosso che controllava la costa del Mar Nero e l’ impero islamico arabo-persiano che ora centrato su Baghdad aveva già tracimato oltre il Caucaso e nell’ Asia centrale.

Quei “pagani” di khazari avevano ora bisogno per il loro impero di una religione “ di stato” onde potersi contrapporre ai due potenti vicini e, sia per convenienza politica che per affinità ideologica, scelsero “l’ ebraismo”.

Ma era un ebraismo fondato sul Talmud babilonese, proprio di quelle comunità ebraiche “fondamentaliste” che dopo la distruzione del Tempio si erano riparate a Babilonia sotto la protezione dell’ impero sassanide e che adesso si sentivano strette nel nuovo impero islamico.

Così un numero quantitativamente ristretto ma qualitativamente importante di ebrei babilonesi emigrò in Kazaria, apponendo l’imprimatur a quella classe dirigente.

E qui bisogna capire che, al contrario dei principi razziali dell’ ebraismo, l’ebraizzazione dei Khazari non è avvenuta per trasmissione di sangue quanto per “cattura” culturale. Il che spiega la marcata diversità genetica tra i ben più numerosi ebrei “ askenaziti” venuti dalla Khazaria e le comunità ebraiche sefardite delle città del mediterraneo.

In realtà la questione è un po’ più complessa perché, essendo gli ebrei i più “erranti” tra tutti gli altri popoli , gli “askenaziti”, gli ebrei del mondo tedesco, si sono formati dall’ incontro dei due flussi: i Khazari che venivano da est e una elite sefardita che risaliva dal mediterraneo verso il mondo tedesco, in una “sintesi” poi espressa nell’ “yddish” , la lingua comune degli askenaziti , con molti termini tratti dall’ ebraico scritto, ma con un idioma fortemente germanizzato.

Ma perché comunità di ebrei khazari si erano allora spinti così tanto a ovest della khazaria ? Perché nessuno ha mai tenuto a lungo le pianure sarmatiche e il primo colpo al loro “impero” lo avevano già dato i Variaghi .

Costoro erano gli equivalenti svedesi dei vichinghi danesi , solo che essi si spinsero a sud est invece che a sud- ovest, e laddove i vichinghi cercavano una “via per Roma” i Variaghi cercavano quella per Costantinopoli .

E laddove i vichinghi procedevano per mari occidentali con le navi, i variaghi procedettero nel cuore della Eurasia usando le barche.

E così attraversato il Baltico e risalendo i fiumi che vi sfociavano scesero a sud fondando PRIMA “Novgorod” ( la vera madre dei popoli russi) e poi discendendo il Dniper fondarono Kiev e da lì si aprirono la strada per il Mar Nero ai danni de l’ impero Khazaro. Fondarono così il primo regno frutto della fusione con gli slavi orientali che essi avevano sottomesso, un po’ come i “nostri” Longobardi.

Come propria capitale essi scelsero Kiev nella pianura sarmantica perché più facilmente connessa via acqua al mondo sviluppato e quindi cuore economico del loro stato, molto più di Novgorod.

Ma anche i pagani Variaghi dovevano ora scegliersi una religione di stato e trovarono molto più conveniente convertirsi all’ ortodossia della debole Costantinopoli piuttosto che a quella cattolica di Polacchi e Lituani con cui avevano già delle beghe in corso.

Tanto più che l’ ortodossia concedeva loro “l’ autocefalia”, quella indipendenza politica che il Papato di Roma non concedeva agli stati cattolici.

Ma, poco dopo, una nuova tempesta si abbattè sulle pianure della Russia : i Tartari . Essi annientarono prima i khazari e poi il Rus Kieviano, lasciando nelle fasce forestali della Russia del nord solo piccoli principati russi semi indipendenti.

Arrestati sui Carpazi, i Tartari poi costituirono un impero “tataro” padrone della Russia meridionale anche se dovettero comunque ripiegare dalla alta valle del Diniper sotto la spinta della confederazione polacco-lituana.

E fu allora che le prime comunità ebraiche khazare entrarono negli stati cattolici, ponendosi al servizio dei principi polacchi come esattori, intendenti e trafficanti vari , ma sempre gravanti in ogni caso sulle locali masse contadine slavo-ortodosse.

E’ da li che trae origine quella “ antipatia” tra slavi orientali ed ebrei che fece si che i principati russi prima e l’ impero russo poi operarono sempre per tenerli fuori dallo stato russo.

Ed è per questo che i Khazari si spinsero sempre più ad ovest negli stati “cattolici” assorbendo una cultura sempre più tedesca certificata dai loro cognomi “tedeschi” e con i quali sono poi rientrati nell’ impero russo “legalmente” attraverso l’ annessione russa della Polonia.

Nondimeno, il governo russo tentò ancora di “contenerli” nella “ Zona” , una fascia larga alcune centinaia di km che andava dal Mar Nero al golfo di Finlandia , “centellinando “ i permessi per emigrare ad est “ nella Russia russa” solo ad “assimilati” dai quali poi non a caso vennero gran parte dei bolscevichi.

La stragrande maggioranza degli “aschenaziti” invece trovò più facile sfogo emigrando negli Stati Uniti come “tedeschi” , grazie anche al fatto che la Germania era allora il paese più aperto alla integrazione degli ebrei e che ebrei askenaziti avevano sempre più preminenza nel sistema bancario degli stati (ex) “cristiani”.

Il successo della “diaspora” di questi khazari era stato di portata eccezionale per gli “ebrei” ma non per i loro “ospitanti “; era questo l’ avvertimento che, avendoli perfettamente conosciuti nel corso della propria vita, quel ricco signore ebreo voleva dare al suo uditorio una ottantina di anni fa.

Ma direi che questo ormai sia già “storia”.

La IV crociata e gli sconvolgimenti nell’area mediterranea orientale (1202-1204) _ di Conflits

La IV crociata e gli sconvolgimenti nell’area mediterranea orientale (1202-1204)

a cura di Rivista Conflits

La IV crociata rappresenta un momento di profonda cesura nella storia medievale: essa opera una brutale ridistribuzione dello spazio bizantino, rivelatrice delle logiche di potere, degli interessi economici occidentali e della frammentazione duratura dell’Oriente cristiano. Venezia svolge un ruolo cruciale in questa crociata. Incapaci di pagare il proprio trasporto, i crociati accettano di servire gli interessi veneziani, in particolare durante il saccheggio di Zara e poi nell’intervento decisivo contro Costantinopoli.


Un articolo da leggere nel numero 63. Golfo: chi sarà il dominatore?


La nascita di un Impero latino

L’Impero latino di Costantinopoli viene fondato dai vincitori. Questo impero, incentrato su Costantinopoli e i suoi dintorni, si rivela immediatamente fragile. È circondato da un mosaico di Stati greci bizantini in ritirata, in particolare l’Impero di Nicea e l’Impero di Trebisonda, che incarnano la continuità politica e culturale bizantina. Parallelamente, il territorio è frammentato in una moltitudine di entità feudali occidentali: il ducato di Atene, il principato della Morea, il ducato di Nasso, il regno di Salonicco. Questa frammentazione illustra l’introduzione del modello feudale latino in un mondo bizantino centralizzato, provocando una disgregazione duratura delle strutture imperiali.

Leggi anche: Bisanzio, l’Impero per 1.000 anni

Venezia, grande beneficiaria dal punto di vista geopolitico

La mappa rivela la logica veneziana. I possedimenti della Repubblica di Venezia formano una catena strategica di isole, porti e punti d’appoggio (Creta, Nasso, Modon, Coron), che garantiscono il controllo delle rotte marittime tra l’Adriatico, il Mar Egeo e il Levante. Più che una crociata, l’evento appare come un’operazione volta a garantire la sicurezza commerciale, al servizio della talassocrazia veneziana.

Venezia non mira a governare un impero territoriale contiguo, ma a controllare i flussi: merci, persone, capitali

La mappa riflette perfettamente questa logica reticolare, fondata sul mare più che sulla terraferma.

In filigrana emergono le conseguenze a lungo termine della Quarta Crociata. Distruggendo l’unità bizantina, essa apre la strada alla progressiva affermazione delle potenze musulmane regionali, come il sultanato selgiuchide di Rum o gli Ayyubidi, a est e a sud-est. L’Impero bizantino, pur essendo stato restaurato nel 1261, non ritroverà mai più la potenza di cui godeva prima del 1204. Lungi dall’essere un episodio marginale, la Quarta Crociata costituisce quindi una svolta geopolitica di grande importanza, in cui si intrecciano guerra santa, interessi economici, rivalità intra-cristiane e ridefinizione degli equilibri nel Mediterraneo.

Leggi anche: Podcast – Dalla pace di Dio alle crociate

Una svolta geopolitica dalle conseguenze durature

La Quarta Crociata non fu quindi solo un fallimento morale, ma anche un successo strategico per alcuni attori occidentali, in primo luogo Venezia, e una catastrofe di lunga durata per il mondo bizantino. Ci ricorda che il Mediterraneo medievale era innanzitutto uno spazio di circolazione, concorrenza e dominio, dove le crociate furono anche imprese di potere ben lontane dall’ideale che proclamavano.

L’Impero bizantino, pur essendo stato restaurato nel 1261 dai Paleologi, non sarà altro che un impero ridotto all’osso, confinato al Peloponneso, alla Tracia e alle isole del Mar Egeo. Nei due secoli successivi, si ridusse come una pelle di zagrino sotto i colpi degli Ottomani, che conquistarono definitivamente Costantinopoli nel 1453. La IV crociata illustra così la permanenza delle logiche di potere dietro gli ideali proclamati: la guerra santa come strumento al servizio degli interessi commerciali e strategici di coloro che la finanziano.

Solo le armi nucleari garantiscono la sovranità _ di Constantin von Hoffmeister

Solo le armi nucleari garantiscono la sovranità

La logica del potere nella multipolarità darwiniana

Constantin von Hoffmeister30 luglio∙Pagato
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La sovranità nel mondo contemporaneo si fonda sulle armi nucleari. Ogni Stato che acquisisce un arsenale nucleare affidabile ottiene la capacità di dissuadere eserciti stranieri dall’attraversare i propri confini. Le armi nucleari innalzano il costo dell’aggressione a livelli tali da minacciare la sopravvivenza nazionale o infliggere danni catastrofici a qualsiasi aggressore. Questa realtà pone gli Stati dotati di armi nucleari in una posizione di sicurezza duratura contro la conquista convenzionale. La storia registra esempi successivi di questo effetto protettivo attraverso continenti e decenni, dai primi scontri della Guerra Fredda in poi. Il possesso di armi nucleari costituisce quindi il fondamento della vera indipendenza per le nazioni che aspirano a perdurare come attori sovrani. Gli Stati che padroneggiano la produzione e l’impiego di queste armi entrano a far parte di un gruppo ristretto in grado di plasmare il proprio destino tra le pressioni della rivalità tra le grandi potenze. La qualità decisiva della capacità nucleare risiede nella sua capacità di trasformare la vulnerabilità in inviolabilità attraverso l’enorme portata della potenziale distruzione.

La logica della deterrenza nucleare si basa sulla certezza della distruzione reciproca. Un aggressore che si trova ad affrontare una superpotenza dotata di armi nucleari si confronta con la prospettiva della completa distruzione delle proprie città e della propria popolazione. Questo calcolo blocca la pianificazione militare sulla soglia dell’invasione. La superiorità convenzionale perde valore una volta che la rappresaglia nucleare diventa possibile, poiché carri armati e aerei cedono di fronte alla minaccia delle testate strategiche. Gli Stati che dipendono esclusivamente dalle forze convenzionali si trovano a dover fare i conti con le potenze più forti e sono costretti ad accettare posizioni subordinate nelle gerarchie regionali. Le armi nucleari ribaltano questa situazione di vulnerabilità e garantiscono una sicurezza permanente a chi le detiene. L’effetto deterrente si estende oltre il campo di battaglia, abbracciando l’intero spettro della coercizione politica ed economica. I leader delle potenze nucleari acquisiscono la libertà di perseguire gli interessi nazionali con fiducia, sapendo che le minacce esistenziali rimangono al di fuori della portata dei mezzi militari ordinari.

Cosa succede quando uno Stato abbandona l’unico strumento che effettivamente ne garantisce la sopravvivenza?

L’Ucraina è emersa dal crollo dell’Unione Sovietica con il terzo arsenale nucleare più grande del pianeta, comprendente migliaia di testate e sofisticati sistemi di lancio ereditati dall’Unione Sovietica, l’ex superpotenza. Il mantenimento di tali testate e sistemi di lancio avrebbe costretto la Federazione Russa a condurre la propria politica estera nei confronti di Kiev con estrema cautela e nel rispetto dei confini stabiliti. John Mearsheimer ha esposto questa tesi nel suo saggio “The Case for a Ukrainian Nuclear Deterrent” (Il caso di un deterrente nucleare ucraino), pubblicato su Foreign Affairs nel 1993. Egli spiegava che un’Ucraina dotata di armi nucleari avrebbe stabilizzato la regione, negando alla Russia qualsiasi prospettiva di facile vittoria e costringendo Mosca a trattare il suo vicino come un pari in termini strategici. L’Ucraina ha quindi trasferito le proprie armi nucleari alla Russia in base ai termini del Memorandum di Budapest, ricevendo in cambio formali garanzie di integrità territoriale. Le operazioni militari russe che ne sono seguite negli anni successivi dimostrano la capacità predittiva del ragionamento di Mearsheimer e illustrano le conseguenze dello scambio di deterrenza fisica con promesse diplomatiche. Il mantenimento di un arsenale nucleare avrebbe alterato gli equilibri di potere nell’Europa orientale fin dall’inizio dell’indipendenza.

Mearsheimer basò la sua tesi sulle realtà strutturali della politica internazionale e sui modelli consolidati di comportamento delle grandi potenze. Osservò che l’Ucraina condivideva un lungo confine con un vicino più grande e storicamente assertivo, dotato di forze convenzionali superiori e di una tradizione di dominio regionale. Le armi nucleari avrebbero fornito all’Ucraina i mezzi per compensare la superiorità numerica russa in termini di forze convenzionali e per innalzare la posta in gioco di un eventuale conflitto a un livello inaccettabile per la Russia. Il saggio e la realtà dimostrano che le sole difese convenzionali rendono l’Ucraina dipendente dalle promesse di sostegno esterno di alleati lontani, i cui interessi potrebbero divergere dalla sopravvivenza dell’Ucraina. Mearsheimer individuò nel possesso di armi nucleari la via più affidabile per la sopravvivenza dell’Ucraina come stato sovrano capace di prendere decisioni in modo indipendente. I successivi sviluppi nell’Europa orientale convalidano il nucleo della sua analisi e confermano la perdurante rilevanza della sua tesi principale sul potere protettivo degli arsenali nucleari. Il suo ragionamento si rifà alla più ampia tradizione realista che considera la capacità militare come l’arbitro ultimo della sicurezza dello stato in un sistema anarchico.

La Corea del Nord ha sviluppato armi nucleari nel corso di diversi decenni di sforzi determinati, superando ostacoli tecnici e isolamento internazionale grazie a investimenti costanti nella produzione di materiale fissile e nella tecnologia missilistica. Questo arsenale plasma ora la strategia americana nei confronti della penisola coreana e limita le opzioni a disposizione di Washington e dei suoi alleati. Gli Stati Uniti conducono la propria politica nella piena consapevolezza delle forze nucleari sotto il controllo di Pyongyang, inclusa la capacità di lanciare missili a lungo raggio contro obiettivi distanti. I pianificatori militari americani hanno calcolato le catastrofiche conseguenze di qualsiasi attacco contro il territorio nordcoreano, tenendo conto della quasi certezza di attacchi di rappresaglia contro i centri abitati e le basi regionali. Di conseguenza, gli Stati Uniti convogliano le proprie risorse nella diplomazia e nel contenimento piuttosto che in una guerra aperta, mantenendo un atteggiamento di impegno misurato. La capacità nucleare della Corea del Nord preserva quindi il governo e l’integrità territoriale dello Stato contro interferenze esterne, garantendo al contempo alla sua leadership lo spazio necessario per gestire le pressioni interne ed esterne. Questo esempio dimostra chiaramente come lo status nucleare elevi una potenza minore a una posizione di parità strategica con rivali più grandi.

La Libia sotto Muammar Gheddafi perseguì un programma di armi nucleari che attirò l’attenzione e le pressioni internazionali. La decisione di abbandonare tale programma aprì il paese all’intervento esterno di coalizioni pronte a sfruttare la conseguente vulnerabilità. Le forze della coalizione in seguito deposero Gheddafi e lo uccisero nel contesto del conflitto interno e delle campagne aeree straniere. Il possesso di armi nucleari da parte della Libia avrebbe alterato tale sequenza di eventi, introducendo un elemento di rischio reciproco in qualsiasi potenziale calcolo militare. Una Libia dotata di armi nucleari avrebbe costretto i potenziali intervenienti a valutare il rischio di devastazione radioattiva sul proprio territorio e sulle forze sotto il loro comando. Gheddafi avrebbe continuato a governare il suo paese sotto la protezione di un deterrente nucleare, garantendo sia la propria sopravvivenza personale sia la continuità dello Stato libico come attore indipendente. Il contrasto tra il corso effettivo degli eventi e il percorso alternativo sottolinea il ruolo decisivo della capacità nucleare nel preservare i governi che si trovano ad affrontare una determinata opposizione esterna.

L’attuale ordine internazionale si configura come una multipolarità darwiniana in cui la competizione tra i principali centri di potere definisce il carattere della politica globale. Diversi poli sovrani (superpotenze o stati-civiltà) si contendono il primato in ambito economico, militare e culturale. Il potere determina l’esito di ogni scontro tra questi attori, rendendo le rivendicazioni morali e gli assetti istituzionali secondari rispetto alla capacità materiale. Ogni polo cerca di massimizzare la propria capacità di sopravvivenza ed espansione in un sistema che premia la forza e penalizza la debolezza. In questo contesto, l’acquisizione di armi nucleari emerge come un passo razionale e necessario per qualsiasi stato che aspiri a un’autonomia duratura. Gli stati che si dotano di forze nucleari entrano a far parte di coloro che sono in grado di dettare le proprie condizioni, anziché accettarle da concorrenti più forti. La corsa al possesso di armi nucleari deriva direttamente dalla struttura del sistema stesso e diventa la logica espressione della lotta per il potere tra attori di portata civile. I modelli storici di formazione di alleanze e di competizione per gli armamenti rafforzano questa dinamica, alimentando la proliferazione come naturale risposta alle pressioni multipolari.

Prima dei recenti eventi, l’Iran orientava la propria politica di difesa verso una serie di mezzi convenzionali e asimmetrici, investendo in forze missilistiche, reti di agenti per procura e operazioni di influenza regionale come strumenti primari di sicurezza. Gli attacchi non provocati di Stati Uniti e Israele contro obiettivi iraniani hanno trasformato questo approccio, mettendo in luce i limiti di tali strategie precedenti di fronte a colpi diretti contro infrastrutture critiche. I leader iraniani ora considerano senza dubbio le armi nucleari come lo strumento essenziale per la sopravvivenza nazionale e la garanzia della continuità dello Stato contro futuri attacchi. Gli attacchi dimostrano chiaramente la vulnerabilità degli Stati che si affidano esclusivamente alle forze convenzionali di fronte a potenze lontane capaci di proiettare la propria influenza su più continenti. L’Iran sta quindi accelerando i suoi sforzi per padroneggiare l’intero ciclo del combustibile nucleare e la tecnologia delle testate, convogliando risorse scientifiche e industriali verso il raggiungimento di un deterrente credibile. Il desiderio di un arsenale nucleare occupa ora con ogni probabilità il centro della pianificazione strategica iraniana e influenza sia gli impegni diplomatici che i preparativi militari. Questo cambiamento riflette la logica più ampia secondo cui solo lo status nucleare conferisce la capacità di dissuadere gli attori più potenti del sistema internazionale.

Lo schema che emerge da questi casi rivela un’unica verità costante sui fondamenti della moderna arte di governo. Le armi nucleari forniscono il margine decisivo tra sottomissione e indipendenza in un’arena in cui il potere materiale determina gli esiti politici. In un’arena multipolare definita da una lotta perpetua tra poli sovrani, ogni Stato serio si trova di fronte allo stesso imperativo di acquisire i mezzi per la deterrenza definitiva. La logica dell’autoconservazione guida l’espansione degli arsenali nucleari come risposta razionale alla realtà della competizione e all’assenza di un’autorità superiore. Le nazioni che completano questo processo si assicurano un posto tra i poli sovrani del sistema e acquisiscono la capacità di perseguire i propri interessi liberi da coercizioni esistenziali. Il futuro della politica internazionale si dispiega quindi come una competizione tra Stati-civiltà dotati di armi nucleari, le cui interazioni si basano sul riconoscimento reciproco della capacità distruttiva. La sovranità appartiene a coloro che detengono l’arma definitiva e che, in tal modo, stabiliscono le condizioni per un’autonomia duratura in un mondo governato da un autentico equilibrio di potere.

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Il campo dei santi in diretta

L’invasione continua, il suicidio accelera

Constantin von Hoffmeister31 luglio
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L’Europa occidentale si sta suicidando, e i sessantamila migranti africani che hanno appena sbarcato a Ceuta ne sono solo l’ultima prova. Mentre le forze spagnole cedono, i politici del continente rilasciano dichiarazioni, le telecamere riprendono, e non si fa nulla di concreto. L’invasione continua perché letteralmente nessuno è disposto a fermarla. Questa è la fase terminale di una civiltà che ha già deciso di morire.

Le linee di polizia stanno cedendo sotto il peso dei numeri; le case vengono prese d’assalto, le proprietà distrutte e le forze locali faticano a mantenere anche l’ordine più elementare. Le figure della destra europea rilasciano le dichiarazioni previste. Alice Weidel dell’AfD indica la Germania come destinazione ovvia e chiede la chiusura immediata delle frontiere e deportazioni spietate. Herbert Kickl del Partito della Libertà Austriaco dichiara che solo una “Fortezza Austria” può rispondere all’ininterrotta serie di fallimenti dell’UE. Marine Le Pen e Jordan Bardella del Rassemblement National promettono di “riformare Schengen” e di riservare la libera circolazione ai soli cittadini dell’UE. Nigel Farage indica i giovani nei video e prevede che presto si raduneranno a Calais. Geert Wilders la definisce un'”invasione islamica” e chiede il rimpatrio dell’intera massa. La retorica è uniforme, l’urgenza teatrale, il risultato pratico finora identico a ogni crisi precedente.

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Letteralmente NESSUNO in Europa è DAVVERO intenzionato a fermare tutto questo. Governi e oppositori si limitano a guardare lo spettacolo che si svolge davanti ai loro occhi. Non si materializza alcuna difesa, non emerge alcuna reazione organizzata, assolutamente nulla interrompe il flusso. Lo spettacolo è triste e inevitabile. Oswald Spengler lo ha descritto ne ” Il tramonto dell’Occidente” . L’immigrazione di massa è un sintomo del declino, non la causa. La civiltà occidentale è entrata nella sua fase invernale; il processo segue una legge ferrea e non può essere invertito. Un ottantenne non torna ad essere sedicenne, e l’Occidente non recupera la vitalità che ha già dilapidato. L’indifferenza non è limitata all’élite. La maggior parte degli europei comuni condivide la stessa letargia. Il parallelo è con l’Impero romano nella sua fase terminale, quando la città stessa era composta per l’ottanta per cento da stranieri e solo per il venti per cento da romani. Persino allora, l’imperatore si rivolgeva a un’umanità astratta piuttosto che al popolo romano. Oggi il culto dell’universalismo continua a divorare l’Occidente. La fine è vicina ancora una volta.

Il di Jean Raspail Il Campo dei Santi rimane la più chiara simulazione narrativa della stessa sequenza. In quel romanzo, le flottiglie arrivano, le autorità si paralizzano, il vocabolario morale si rivolta contro gli indigeni europei e la civiltà francese si dissolve sotto il peso di una massa a cui si rifiuta di opporsi. I lettori che tornano al libro dopo ogni nuova ondata nel Mediterraneo notano quanto poca invenzione sia stata necessaria. I commenti che si accumulano attorno al Campo dei Santi sono di per sé rivelatori: ruotano incessantemente attorno all’accuratezza della previsione, mentre la realtà da essa descritta continua ad espandersi. Il romanzo non funziona più come un monito; ora funziona come una diagnosi già confermata.

Gran parte dei cosiddetti partiti di “destra” denunciano ferocemente l’immigrazione di massa durante la campagna elettorale, eppure, una volta al potere, non fanno assolutamente nulla. Questo fenomeno si è guadagnato il termine “effetto Melonizzazione”. Sia Giorgia Meloni che Donald Trump hanno parlato con retorica estrema delle misure concrete che avrebbero adottato contro l’invasione. Entrambi hanno infranto quelle promesse nel momento stesso in cui hanno preso il potere. Il divario tra il linguaggio dell’opposizione e la pratica di governo non è più sorprendente; è strutturale. I partiti esistono per incanalare la rabbia popolare in canali innocui, mentre la trasformazione demografica di fondo procede indisturbata. La grande sostituzione è reale.

Si tratta di un’espansione imperialista nella sua forma classica: le energie occidentali rimangono concentrate sul tentativo di sottomettere o riorganizzare terre lontane, mentre il centro stesso sprofonda sempre più nella decomposizione. L’Impero romano ne è un esempio lampante: la stessa potenza che un tempo proiettava la propria influenza su tre continenti scoprì che la propria capitale era diventata irriconoscibile dal punto di vista demografico e culturale. L’Occidente contemporaneo ripete questo schema con solo lievi variazioni.

Le dichiarazioni dei partiti di destra servono dunque a un duplice scopo. Da un lato, registrano la portata della crisi e, dall’altro, dimostrano i limiti della risposta politica disponibile nell’ordine attuale. Gli appelli alla chiusura delle frontiere, alla sospensione di Schengen, al rimpatrio di ogni nuovo arrivato, restano parole pronunciate nel vuoto. L’apparato statale continua a gestire i flussi in entrata; i tribunali e le burocrazie continuano a operare secondo i vecchi presupposti universalistici; l’aritmetica demografica prosegue il suo inesorabile corso.

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La religione delle frontiere aperte

Il vero motore delle migrazioni di massa

Constantin von Hoffmeister2 agosto∙Anteprima
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La crisi migratoria artificiale è diventata uno degli spettacoli emblematici della nostra epoca, ripetuta così spesso che ogni rappresentazione segue un copione pressoché identico. Nel 2010, il leader libico Muammar Gheddafi si trovò accanto al Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi a Roma e dichiarò che l’Europa avrebbe dovuto pagare alla Libia cinque miliardi di euro all’anno se avesse voluto rimanere europea. Parlò senza esitazione dei milioni di persone in attesa di attraversare il confine dall’Africa, descrivendo un numero enorme di migranti poveri e non istruiti il ​​cui arrivo, a suo dire, avrebbe trasformato radicalmente il continente. Avvertì che l’Europa avrebbe cessato di essere riconoscibilmente europea e chiese quale risposta avrebbero potuto offrire le nazioni bianche e cristiane una volta che un simile movimento avesse preso il sopravvento. Evocò il ricordo delle invasioni barbariche che avevano rovesciato l’antico ordine romano, presentandosi come l’ultima barriera tra l’Africa e l’Europa. Berlusconi non offrì alcuna risposta significativa. Lo schema si diffuse rapidamente. Nel marzo 2020, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aprì il confine vicino a Edirne e incoraggiò decine di migliaia di migranti a marciare verso la Grecia e la Bulgaria, molti dei quali trasportati lì da autobus organizzati dalle stesse autorità turche dopo essere stati radunati al confine orientale del paese. Il movimento servì da leva nelle controversie di Ankara con l’Unione Europea. Nel 2021, Alexander Lukashenko perfezionò ulteriormente il metodo organizzando voli charter da Baghdad e Damasco, rilasciando visti turistici, trasportando i migranti in autobus fino ai confini con la Polonia e la Lituania e allestendo campi dove attendevano l’opportunità di attraversare. In seguito al colpo di stato del 2023 in Niger, i nuovi governanti abolirono la legge che criminalizzava il trasporto di migranti attraverso il Sahara, smantellando il sistema sostenuto dall’Europa che aveva rallentato il flusso migratorio attraverso uno dei principali corridoi migratori africani. Leader diversi, paesi diversi, circostanze diverse, eppure sempre la stessa arma puntata contro lo stesso obiettivo.

Ma cosa succederebbe se il principale motore delle migrazioni di massa non si trovasse affatto al di fuori dell’Europa?…