Crescita: e se l’anomalia fossero stati i Trenta Gloriosi?_ di Elucid
Crescita: e se l’anomalia fossero stati i Trenta Gloriosi?Il prodotto interno lordo della Francia (PIL) nel 2026
Nel 2025, la Francia ha prodotto quasi 3 000 miliardi di euro di ricchezza. Tuttavia, la sua crescita ha raggiunto solo lo 0,8 %, segnando il quarto anno consecutivo di rallentamento, ottenuto al prezzo di un deficit pubblico superiore al 5 % del PIL. E se questa crescita fosse già pari a zero? Misurata pro capite e corretta per gli effetti dell’inflazione, potrebbe essere già scomparsa. I dati raccontano una storia che i nostri responsabili politici si rifiutano di ascoltare: la vera anomalia forse non è l’attuale stagnazione, ma la straordinaria parentesi dei Trenta Gloriosi che probabilmente non si ripeterà più. Perché la crescita si sta esaurendo? E cosa bisognerebbe cambiare per vivere meglio senza di essa?
Un saggio interessante, utile per comprendere tendenze analoghe presenti nei paesi europei e in particolare in Italia, pur tenendo presenti la diversa struttura economica e ciclicità dei processi, per altro già riscontrabile in altre fasi storiche. Soffre però, di una imperdonabile omissione, tipica di un approccio economicistico: ignora totalmente il ruolo delle dinamiche geopolitiche, della condizione di subalternità, dei paesi europei, nel determinare le linee di sviluppo economico. Non a caso l’autore glissa su ruolo assunto in quel perioda dal gaullismo_Giuseppe Germinario
pubblicato il 02/07/2026 , serie avviata il 01/10/2021 Di Olivier Berruyer

1- Un aumento ininterrotto dal 1950
2- Un ruolo più importante della spesa pubblica
3- Una crescita sempre più modesta
4- L’importanza del PIL pro capite
5- La fine della crescita?
Cosa bisogna ricordare
Questa originale analisi grafica di Olivier Berruyer per Élucid costituisce un aggiornamento del nostro monitoraggio regolare e aggiornato dei principali indicatori economici.
Il famoso PIL (Prodotto Interno Lordo) è un indicatore economico che misura la produzione economica, ovvero il valore di tutti i beni e servizi prodotti. Spesso criticato – e per ottime ragioni – il Prodotto Interno Lordo (PIL) offre tuttavia una buona panoramica della produzione economica della Francia e, di conseguenza, dell’andamento dei nostri redditi e del nostro potere d’acquisto. Il PIL della Francia nel 2025 ammontava quindi a circa 2 920 Md€.
Un aumento ininterrotto dal 1950
In Francia, la Contabilità Nazionale calcola il PIL dal 1949. Da allora ha continuato ad aumentare, tranne che in occasione di alcune brevi crisi economiche di grande portata. Per valutare meglio la sua evoluzione reale, si corregge questo « PIL corrente » eliminando l’effetto dell’inflazione, ottenendo così quello che viene definito « PIL reale », in euro costanti. Il valore del PIL della Francia nel 2025 è stato di circa 3 000 Md€.
È proprio l’andamento di questo «PIL reale» a costituire quella sacrosanta crescita di cui si parla tanto. Ha raggiunto la modesta cifra di +0,8% nel 2025, il che rappresenta il quarto anno consecutivo di rallentamento.
Questa crescita esigua ha comportato un disavanzo pubblico superiore al 5% del PIL, ovvero tale somma « investita » è stata spesa senza essere stata preventivamente finanziata dalle entrate.
Inoltre, mentre il calcolo del PIL corrente è semplice (basta sommare i conti di tutte le imprese del Paese), quello del PIL reale tiene conto dell’inflazione e può quindi essere contestato, se non altro per il metodo di calcolo dell’inflazione dell’INSEE, che è spesso oggetto di critiche. I risultati ottenuti con la metodologia francese si discostano inoltre sempre più da quelli di Eurostat, che utilizza un metodo omogeneo convalidato dagli istituti statistici dei 27 paesi dell’UE. Nel 2025, si registrava uno scarto di 4 punti rispetto al 2021, il che gonfia fittiziamente di altrettanto la crescita dichiarata.
L’approccio al PIL dal punto di vista della domanda ci mostra che la crescita francese si basa principalmente sui consumi delle famiglie. Il peso degli investimenti delle imprese si sta progressivamente riducendo, poiché queste ultime hanno preferito aumentare i dividendi versati agli azionisti. Analizziamo regolarmente i dettagli della crescita del PIL in Francia negli ultimi trimestri. Da tre anni anche il commercio estero svolge un ruolo importante, ma spesso per « motivi negativi », ovvero un netto calo delle importazioni dovuto alla diminuzione del potere d’acquisto delle classi medie.
Un ruolo più importante della spesa pubblica
Il peso del settore pubblico sul PIL è aumentato notevolmente durante i Trenta Gloriosi, sostenendo la crescita economica. Da anni ’80 non ha subito variazioni significative e oggi rappresenta circa il 30% del PIL.
Il commercio estero incide negativamente sul PIL, a causa dei deficit commerciali molto elevati che continuano a persistere.
L’approccio al PIL basato sui redditi ci mostra che la crescita francese si basa principalmente sull’aumento delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti (ma, ovviamente, queste non sono affatto distribuite in modo equo).
Su un arco di tempo prolungato, la ripartizione del valore aggiunto tra lavoratori dipendenti e impresa è rimasta relativamente stabile a partire dagli anni ’90. Tuttavia, essa non aumenta più a vantaggio dei lavoratori dipendenti, come invece accadeva durante i Trenta Gloriosi.
Se si analizza questa voce rielaborando il dato relativo ai lavoratori autonomi (il cui reddito è costituito da una combinazione di stipendio e utili), è possibile esaminare l’andamento della quota dei salari nel PIL.
Si osservano quindi quattro fasi:
- Dal 1950 all’inizio degli anni ’70, questa quota è diminuita. I salari reali sono aumentati notevolmente, ma il valore aggiunto e la produttività sono cresciuti ancora più rapidamente, in un’economia di ricostruzione e poi di modernizzazione capitalistica. Il calo è reale ma moderato: si rimane a un livello molto elevato, superiore al 70 %. Si registrano ancora aumenti salariali reali: la torta complessiva cresce così rapidamente che tutti ne traggono vantaggio, anche se la quota relativa dei lavoratori dipendenti registra un leggero calo;
- Dal 1973 al 1981 si assiste a una brusca inversione di tendenza a favore del lavoro. I profitti crollano a causa delle crisi, ma i salari aumentano grazie all’azione di un potente sindacalismo (introduzione del salario minimo garantito, indicizzazione dei salari ai prezzi…) e a una forte inflazione. Questa forte compressione dei margini è tuttavia insostenibile ;
- Dal 1982 al 2007 si assiste a una grande inversione di tendenza a favore del capitale. La decelerazione degli anni ’80 è il risultato di una volontà politica ed è stata guidata: è legata al congelamento dei prezzi e dei salari (giugno 1982), poi alla svolta verso l’austerità (marzo 1983) e soprattutto alla disindicizzazione dei salari. La dottrina dichiarata del Partito Socialista è la disinflazione competitiva (franco forte) e il ripristino del margine di profitto per rilanciare gli investimenti. La disoccupazione di massa che comprime i salari, la finanziarizzazione e la globalizzazione degli anni ’90 accentuano questa tendenza;
- Dalla crisi del 2008, la quota dei salari è tornata a crescere, ma per ragioni molto diverse rispetto agli anni ’70. Al di là dell’effetto della crisi, a incidere sono stati la ripresa ciclica dell’occupazione e il proseguimento della deindustrializzazione a favore dei servizi (più intensivi in termini di manodopera).
Quest’ultimo punto emerge chiaramente dalla suddivisione dell’economia in tre settori.
Questo vale sia per il PIL che per l’occupazione.
A livello aziendale, nel 2026 il margine di profitto delle società ha subito una flessione (a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia sul mercato mondiale), attestandosi al 32%, un livello relativamente basso. I margini sono stati inoltre erosi dal pagamento di interessi aggiuntivi a seguito dell’aumento dei tassi. Di conseguenza, il tasso di risparmio delle imprese è aumentato, mentre il loro tasso di investimento è rimasto stagnante.
Una crescita sempre più modesta
Il dinamismo dell’economia nel corso del tempo si analizza osservando l’andamento annuale della crescita su un lungo periodo. Un calcolo per decennio ci mostra che la crescita annuale, pari a circa +1,5 % nel periodo 2000-2019, è ormai solo un quarto del livello registrato durante i Trenta Gloriosi.
Il decennio 2020 si preannuncia ancora più debole, con una crescita media del +1,0 % nei primi 5 anni. Una buona notizia per l’ambiente, certo, ma una cattiva notizia per il potere d’acquisto, fintanto che rimaniamo vincolati all’attuale sistema economico.
Ciò si osserva particolarmente bene in un grafico del PIL su scala logaritmica, che mette chiaramente in evidenza tre periodi di crescita omogenea a partire dal 1950. Le crisi del 1974 e del 2008 hanno chiaramente « interrotto » i motori della crescita in entrambi i casi, rendendola sempre meno solida.
L’importanza del PIL pro capite
Sebbene il PIL misuri la quantità prodotta nel Paese, fornisce un’indicazione piuttosto imprecisa dello stato reale dell’economia, poiché non tiene conto (tra le altre cose) dell’evoluzione demografica. Se un paese produce il 2% in più, ma il numero dei lavoratori aumenta del 3%, l’economia sarà risultata meno efficiente. Per questo motivo è più interessante analizzare il PIL reale pro capite, che consente di comprendere la produzione in modo più dettagliato. Nel 2025 ha raggiunto i 45 000 € per francese.
La Francia, come altri grandi paesi, è ormai in declino: se si tiene conto della parità di potere d’acquisto, il PIL pro capite della Francia è ormai inferiore alla media dei 27 paesi dell’UE! È ormai in ritardo rispetto all’Europa del Nord (Germania, Austria, Danimarca, Paesi Bassi, Belgio…).
Poiché la Francia registra un tasso di crescita demografica piuttosto elevato, la crescita del PIL pro capite, pari a +0,5 %, è inferiore a quella del PIL totale di circa un terzo di punto.
Poiché la crescita del PIL pro capite è molto vicina al PIL per addetto, può essere utilizzata – data la sua semplicità – come un’ottima approssimazione della crescita intrinseca dell’economia.
La fine della crescita?
Da mezzo secolo, di crisi in crisi, la crescita del PIL pro capite è in calo. Le crisi del 1973 e del 2008 hanno segnato due punti di svolta molto significativi nell’andamento di questa crescita economica.
In definitiva, il tasso di crescita del PIL pro capite per decennio è stato dividito per cinque, e nel periodo 2000-2019 non supera più l’1% all’anno.
Il PIL pro capite continua quindi a crescere, ma a un ritmo sempre più lento – solo +0,7 % dal 2020. Questo livello rientra probabilmente persino nel margine di errore determinato dalle scelte metodologiche adottate per il calcolo dell’inflazione. In altre parole, è del tutto possibile che la nostra crescita intrinseca attuale sia molto vicina allo zero.
Questo calo storico viene spesso frainteso, poiché si dimenticano le ragioni della crescita dei Trenta Gloriosi. Quegli anni eccezionali sono stati determinati dalla forte meccanizzazione del Paese e dall’introduzione di tecniche che hanno fatto esplodere la produttività. Oggi è sempre più difficile mantenere questo aumento di produttività. Una volta sostituito un cavallo con un trattore, è difficile trovare con cosa sostituire il trattore per ottenere lo stesso guadagno (il tutto senza far esplodere il consumo di energie fossili).
È quindi necessario prendere un po’ più di distanza per valutare correttamente la situazione. In realtà, il continuo rallentamento della crescita è un fenomeno al tempo stesso logico e normale, che consente a quest’ultima di tornare al suo basso livello storico, lontano dall’« anomalia » dei Trenta Gloriosi.
Su scala di una vita umana, si ha l’impressione di vivere un « calo » della crescita, una situazione « anormale » che andrebbe corretta. I responsabili politici ci ripetono incessantemente che se la popolazione voterà per loro, allora « la crescita sarà più forte ». Eppure, la realtà è ben diversa: che lo si voglia o no, la crescita sta tornando al suo livello storicamente molto basso. « L’anomalia » erano i Trenta Gloriosi e non la situazione attuale.
Bisogna del resto smetterla di attribuire un’importanza così eccessiva a un indicatore come il PIL. Se non è privo di interesse, il a cependant de nombreuses limites, comme le fait qu’il ne comptabilise ni la diminution des ressources non renouvelables (stock de pétrole, stock de cuivre, etc.) ni la pollution créée (CO2, etc.), comme l’avait justement rappelé la Commissione Stiglitz en 2009.
D’altra parte, il PIL sottostima notevolmente il contributo del settore non commerciale (principalmente la pubblica amministrazione), di cui vengono contabilizzati solo i costi di produzione e non il valore aggiunto (poiché quest’ultimo è molto difficile da determinare). Di conseguenza, invece di essere considerato una fonte di ricchezza, questo settore appare spesso come un costo che grava sul settore privato.
Infine, il PIL non può essere utilizzato come indicatore del benessere di un paese, poiché non tiene conto della distribuzione della produzione e dei redditi, ovvero delle disuguaglianze. Nel loro libro Il trionfo dell’ingiustizia, gli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman ricordano che nel 2019 il reddito nazionale statunitense (che è una componente del PIL) ammontava a 75 000 dollari per adulto, ma che il 50 % degli americani con il reddito più basso percepiva solo 18 000 dollari. In Francia, nello stesso periodo, un adulto produceva in media 53 000 dollari, ma il 50 % dei francesi con il reddito più basso guadagnava 20 000 dollari, ovvero nettamente di più rispetto al 50 % degli americani con il reddito più basso. Spesso il diavolo si nasconde nelle medie…
I problemi legati alla sostenibilità ambientale e alla finitezza delle riserve di materie prime rendono quindi irrealistica una crescita permanente. Basta del resto analizzare la produttività, ovvero la produzione (o più precisamente il valore aggiunto) generata in media durante un’ora di lavoro. È proprio questo aumento della produttività ad alimentare la crescita economica. E, come abbiamo visto nella nostra analisi delle riforme antisociali di Emmanuel Macron, la produttività francese è stata negativa nel 2021-2022 – era la prima volta al di fuori di una crisi economica. Da allora è tornata ad essere leggermente positiva.
Pertanto, la stagnazione e la decrescita sono molto probabilmente parte integrante del nostro futuro economico a lungo termine. Ciò sarà molto positivo per la sopravvivenza della nostra specie, ma è indispensabile riformare drasticamente il nostro sistema economico e la distribuzione dei redditi, affinché ciò sia vantaggioso anche dal punto di vista sociale. Infatti, la decrescita del PIL comporta matematicamente una decrescita dei redditi complessivi. Una prosperità senza crescita è possibile, ma deve essere costruita con largo anticipo, ovvero a partire da oggi.
Cosa bisogna ricordare
Il PIL, l’indicatore preferito dagli economisti che permette loro di calcolare la sacrosanta crescita, è aumentato solo dello 0,8% nel 2025, a costo di un gigantesco deficit pubblico superiore al 5% del PIL, senza il quale il PIL sarebbe senza dubbio diminuito. La crescita continua ad essere trainata dagli aumenti salariali, ma questi sono distribuiti in modo iniquo.
La situazione appare ancora più grave se si analizza, come è giusto che sia, la crescita pro capite, che dal 2000 non supera in media lo 0,6%, ovvero il livello del margine di errore, tenuto conto dell’incertezza sul livello reale dell’inflazione. La famosa crescita, tanto ambita dai leader politici, è diventata decisamente esigua, se non addirittura nulla.
Questo andamento si inserisce tuttavia in un calo continuo della crescita del PIL, che è ormai solo un quarto del livello raggiunto durante i Trenta Gloriosi. Tuttavia, su un arco di tempo molto lungo, si vede chiaramente che « l’anomalia economica » erano proprio i Trenta Gloriosi e non la situazione attuale. Poiché nulla lascia presagire che nei prossimi anni si torni a una forte crescita, anzi, è necessario lavorare fin da ora per ricostruire un sistema economico che favorisca la prosperità senza crescita.