Moby Dick e il suicidio bianco _ Constantin von Hoffmeister
Moby Dick e il suicidio bianco
Dall’autoconquista razziale alla tragedia razziale
| Constantin von Hoffmeister25 giugno |

D.H. Lawrence riteneva che Herman Melville avesse percepito una profonda crisi all’interno del mondo europeo bianco. Moby Dick è la tragedia di una razza che ha rivolto le sue più grandi forze contro la propria natura più profonda. Il capitano Achab incarna la volontà implacabile della coscienza occidentale moderna, mentre la balena bianca rappresenta l’antica linfa vitale della razza bianca stessa. Melville intuì che una civiltà stava entrando nella sua lotta spirituale finale, spinta dal desiderio di conquistare la fonte stessa della propria esistenza.
La balena è l’ultima espressione vivente della “coscienza di sangue” primordiale della razza bianca. Questo regno di istinto, mito, coraggio e memoria ereditata esisteva molto prima che filosofia, commercio, industria e ideologia ne rivendicassero il dominio. La civiltà moderna ha elevato il pensiero astratto al di sopra di ogni fondamento più antico. Il risultato è stata una campagna implacabile contro l’istinto stesso. La caccia di Achab simboleggia quindi la mente bianca che tenta di dominare l’anima bianca.
Questa ricerca è un atto collettivo di autodistruzione razziale. La razza bianca sta esaurendo la propria vitalità attraverso analisi incessanti, astrazioni morali, sistemi universali e la ricerca del controllo assoluto. Ogni vittoria sulla natura diventa un’ulteriore vittoria sulla propria eredità vivente. La caccia continua perché la civiltà che la alimenta ha perso il contatto con le forze che per prime ne hanno creato la grandezza. Il trionfo dell’intelletto si trasforma gradualmente nella sconfitta della vita.
Questo processo si estende ben oltre la sola Europa. Persone di ogni razza e civiltà diventano partecipanti allo stesso movimento storico, unendosi alla caccia ossessiva dell’Occidente contro il suo “essere più profondo”. Non si tratta tanto di un conflitto tra razze, quanto della portata universale di un progetto di civiltà nato all’interno del mondo bianco moderno. La tragedia rimane fondamentalmente interna: una razza che indirizza le sue maggiori energie verso la conquista di se stessa.
Al centro della questione c’è la distinzione tra “coscienza del sangue” e “coscienza mentale”. Il sangue simboleggia l’istinto ereditario, la continuità e l’esistenza organica. La coscienza mentale ricerca principi universali, ideali assoluti e il dominio assoluto. Quest’ultima ha gradualmente instaurato la supremazia sulla prima, allontanando sempre più la razza bianca dagli istinti che un tempo avevano sostenuto la sua civiltà. Questa trasformazione è il vero dramma celato nel romanzo di Melville.
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Il processo al vigilante cittadino
Quando ogni uscita riporta allo stesso ufficio.
| Constantin von Hoffmeister27 giugno |

Ho visto Citizen Vigilante perché qualcuno mi aveva detto che era necessario, sebbene nessuno sapesse spiegare chi avesse dato quel consiglio. Da allora mi sono convinto che il film stesso appartenga allo stesso vasto apparato amministrativo che aveva organizzato la mia visione. Si presentava come un’opera di intrattenimento, eppure ogni scena aveva la peculiare precisione di un memorandum ufficiale il cui vero autore non sarebbe mai stato identificato. Il famigerato caso di stupro di gruppo di Amburgo non appariva come l’inizio della storia, ma come un documento già timbrato, catalogato e depositato sulla scrivania appropriata. L’aggressione, le condanne con la condizionale, i tentativi attentamente calibrati di “umanizzare” i colpevoli, ognuno di questi elementi sembrava meno un evento storico e più un reperto selezionato per produrre una risposta emotiva predeterminata. L’indignazione non era libera di vagare. Veniva scortata lungo un corridoio verso una destinazione prestabilita.
Questa destinazione si è fatta sempre più chiara con il procedere del film. Proprio nel momento in cui le grandi istituzioni che governano il mondo occidentale sembrano perdere la loro autorità indiscussa, quando capitali lontane si incontrano senza chiedere il permesso e nazioni un tempo abituate all’obbedienza iniziano a parlare con voci diverse, il film ricostruisce pazientemente la vecchia mappa. Le civiltà vengono separate in fascicoli opposti. L’Islam occupa una cartella, l’Occidente un’altra. Il conflitto tra di loro viene presentato come antico, inevitabile e sufficiente a spiegare tutto il resto. La tempistica è quasi troppo perfetta. Proprio quando la fiducia in questo assetto inizia a vacillare al di fuori delle mura dell’edificio, un altro impiegato lo rimette silenziosamente nell’archivio, lo timbra “Attuale” e lo ripone sul bancone del pubblico.
Anche il rifiuto di certificazione del film in Germania assume il carattere di una procedura ufficiale il cui scopo va oltre il semplice divieto. Un film che non può essere approvato ottiene un’autorizzazione diversa. La sua assenza funziona come un’ulteriore forma di pubblicità, mentre le discussioni sui fallimenti dell’integrazione rimangono confinate entro limiti attentamente definiti. Si ha l’impressione che ogni apparente ostacolo sia già stato previsto da qualche parte all’interno della struttura. Nulla sfugge al processo. Persino il dissenso arriva munito della documentazione necessaria.
Il meccanismo più profondo rimane vistosamente assente. Il giustiziere insegue i criminali per strade che sembrano sempre più deserte, popolate solo dai criminali stessi. Eppure, le istituzioni che traggono profitto dalle condizioni che generano queste strade non entrano mai in scena. Le multinazionali che necessitano di un flusso inesauribile di manodopera a basso costo, gli interessi finanziari che beneficiano dei mercati deregolamentati, i funzionari che elaborano le politiche migratorie senza subirne le conseguenze, rimangono tutti nei loro uffici, le cui porte il protagonista non tenta mai di aprire. La sua rabbia è diretta con ammirevole energia, ma sempre verso coloro che si trovano già nel corridoio. L’edificio in sé resta intatto.
Più tardi, il protagonista tiene una conferenza sicura di sé sull’incompatibilità tra la cultura islamica e la democrazia occidentale. Il discorso viene accolto quasi con gratitudine da un pubblico ingenuo, come se un’indagine scomoda fosse finalmente giunta al termine. Eppure non riuscivo a scacciare il ricordo che la civiltà occidentale stessa ha trascorso la stragrande maggioranza della sua esistenza senza democrazia. Da qualche parte, si immagina, deve esistere un archivio che custodisca quei secoli, sebbene venga consultato raramente. Ogni volta che un visitatore ne chiede l’accesso, un cortese funzionario spiega che i documenti in questione sono stati spostati, classificati erroneamente o forse non sono mai esistiti nella forma ricordata. La democrazia appare meno come un’eredità e più come un certificato rilasciato di recente, immediatamente dichiarato senza tempo.
Nel finale, il film rivela la sua peculiare efficacia. Ogni genuina ansia generata da immigrazione, criminalità, fallimento istituzionale e sfiducia pubblica viene riconosciuta, ma solo dopo che le uscite sono state silenziosamente chiuse a chiave. Al pubblico è consentito incolpare nemici culturali, complici ideologici o funzionari incompetenti, ma mai l’anonimo meccanismo che opera al di sotto di ogni istituzione visibile. Lo spettacolo crea la confortante sensazione di ribellione, garantendo al contempo che nessuno raggiunga gli uffici da cui provengono le direttive. Si esce dalla sala convinti che verità nascoste siano state svelate, solo per scoprire che il percorso ha riportato allo stesso banco della reception da cui è iniziato il viaggio.
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