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Rimigrazione: il mito mobilitante che ravviva la volontà europea

Remigration : le mythe mobilisateur qui rallume la volonté européenne

Idee / Dibattiti

Rimigrazione: il mito mobilitante che ravviva la volontà europea

Lo sciopero generale, la rivoluzione proletaria, la restaurazione monarchica, il Frexit, Gaza… ogni corrente politica ha il proprio mito che mobilita i propri militanti e sostenitori. Questo obiettivo finale, la cui futura realizzazione potrebbe segnare l’avvento della vittoria, permette di trascinare le masse al proprio seguito. La nostra epoca individualista, restia alle grandi narrazioni mobilitanti, sembra esserne priva. Eppure, per la gioventù europea radicata, questo mito è quello della rimigrazione.

Avere ragione non basta: ogni movimento ha bisogno di un mito. Da Georges Sorel a José Carlos Mariátegui, diversi pensatori socialisti hanno approfondito il concetto di mito politico mobilitante: un’immagine forte di un futuro potenziale che esprima le aspirazioni di una collettività e susciti passione e azione. Il mito soreliano non vale per la sua veridicità, ma per la sua efficacia: crea una dinamica. È una proiezione che ha l’obiettivo di mettere in moto le energie, un’immagine che permette di far convergere gli animi verso un obiettivo comune che funge da prospettiva.

Ogni mito è radicato in un determinato periodo storico. Lo sciopero generale era il mito mobilitante di Sorel (si articolava attorno a un potente movimento sindacalista). Nel XXe secolo, i regimi totalitari si sono basati in larga misura su narrazioni mobilitanti. Queste costruzioni simboliche, indipendentemente dal loro rapporto con la verità, hanno strutturato potenti immaginari collettivi. Hanno dimostrato che un mito non ha bisogno di essere esatto per essere efficace: basta che sia condiviso. Nel 1947, Thomas Mann descriveva in un’analisi critica1 questa capacità delle società di massa di strutturarsi attorno a narrazioni semplificate, emotive, talvolta scollegate dalla realtà. Il mito politico, scriveva in sostanza, agisce come una « fede che forma comunità », una forza che va oltre la semplice argomentazione razionale.

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«Un mito politico non si decreta. Spetta invece a noi identificarlo e strumentalizzarlo», scriveva François Bousquet2. Esso emerge, si cristallizza, si impone. Non si riduce a un programma politico dettagliato o a una politica pubblica immediatamente applicabile. Funziona piuttosto come una rappresentazione globale, un’immagine semplice e radicale di un futuro possibile. La sua forza risiede proprio in questa semplicità: propone una soluzione netta a una situazione percepita come complessa o fonte di ansia. Offre un orizzonte, una direzione, una narrazione. In quanto tale, svolge diverse funzioni: dare senso, unire, strutturare un immaginario comune e, soprattutto, suscitare l’impegno.

Il mito non va valutato solo in termini di fattibilità o razionalità. Appartiene a un ambito diverso: quello della proiezione, dell’affetto, dell’identificazione. Delinea un panorama mentale in cui l’azione appare non solo possibile, ma necessaria.

La storia come terreno di possibilità

Una delle caratteristiche distintive dei miti politici è quella di lasciare aperta la questione del futuro. Essi rifiutano il fatalismo e contestano l’idea di un’evoluzione irreversibile. A prescindere dalle analisi sul declino o sulla trasformazione delle società, essi affermano che la storia deve ancora essere scritta. Questa visione si fonda sull’idea che i percorsi storici possano essere modificati dalla volontà collettiva. In questo contesto, il mito svolge un ruolo di acceleratore: cerca di produrre il futuro. Agisce come una leva, un catalizzatore di energia militante. Non dice ciò che sarà, ma ciò che potrebbe accadere se una massa critica di individui se ne facesse carico.

Lungi dall’essere scomparsi, i miti politici possono ancora oggi dare forma a impegni e visioni del mondo. Essi testimoniano un bisogno persistente di narrazioni globali, capaci di dare una direzione all’azione collettiva. Che li si analizzi come un progetto, uno slogan o una costruzione simbolica, essi illustrano soprattutto la permanenza del fatto mitico in politica. Perché, in definitiva, una società non si muove solo per programmi o statistiche, ma anche per rappresentazioni. E finché sussisterà questo bisogno di senso e di proiezione, ci saranno miti ad alimentarlo.

Il ritorno in patria: una necessità per gli europei

La rimpatrio si inserisce in questa logica e appare come il mito più unificante per il campo dei difensori della civiltà europea. Inutile spiegare qui perché la rimpatrio sia più che mai necessaria e vitale per la sopravvivenza del nostro popolo. La demografia fa la storia e le cifre – o il semplice fatto di prendere i mezzi pubblici in qualsiasi città della Francia – confermano la Grande Sostituzione e l’assoluta necessità della rimpatrio.

Ciononostante, il termine «remigrazione» è difficile da far entrare nel linguaggio comune, poiché rimane carico di forti connotazioni politiche e ideologiche, spesso percepite come radicali o addirittura estremiste. Questa connotazione conflittuale e negativa ne frena la diffusione tra il grande pubblico, dove suscita più rifiuto o polemiche che consenso.

È proprio nell’immagine della rimpatrio, tuttavia, che si potrebbe trovare quel mito in grado di unire le volontà. Affinché il rimpatrio diventi un’immagine mobilitante, è necessario che il dibattito politico si concentri sull’immigrazione. Ma la politica elettorale è solo una parte della lotta politica.

La continuità del pensiero della Nuova Destra

Il ritorno nel proprio paese d’origine della maggioranza degli immigrati extraeuropei presenti sul nostro territorio costituisce il coronamento politico del pensiero della Nuova Destra. Fin dagli anni ’70-’80, l’etno-differenzialismo e il concetto di identità sono stati al centro della lotta ideologica condotta dai pensatori della ND. «Il desiderio di uguaglianza, succeduto al desiderio di libertà, è stato la grande passione dei tempi moderni. Quella dei tempi postmoderni sarà il desiderio di identità», analizzava Alain de Benoist nel 20024.

In questa linea, i movimenti intellettuali o militanti francesi (dall’Institut Iliade a Génération identitaire) ed europei (i Vertici della rimpatrio) si impegnano a promuovere il rimpatrio basandosi sulla difesa di un’identità europea radicata in una storia di lunga data, di una trasmissione diretta dagli Indoeuropei, primo popolo portatore di un modello di organizzazione sociale, di riferimenti culturali e di narrazioni fondanti che costituiscono la memoria più antica della civiltà europea.

L’influenza di questa corrente, sebbene numericamente esigua (intellettuali, think tank, gruppi militanti, influencer), si fa sempre più percepibile nel dibattito pubblico e lo spazio del dicibile si apre a queste tematiche, soprattutto tra le giovani generazioni. Influenzare il vocabolario per orientare le rappresentazioni: questa è la logica metapolitica all’opera. «  La semplice parola “identitario”, ignorata prima degli anni 2000 al di fuori dell’estrema destra, è ormai entrata nell’uso comune, al termine di un’evoluzione che gli attivisti del “gramscismo di destra” considerano una vittoria nella guerra delle parole che hanno intrapreso », conferma il politologo Jean-Yves Camus5.

L’idea della rimigrazione, a lungo confinata ai margini della destra radicale, si sta ormai insinuando nel dibattito politico europeo. Organizzazione di incontri, pubblicazione di testi, il termine viene ripreso in tutta Europa da attivisti e intellettuali (Jean-Yves Le Gallou naturalmente6, l’austriaco Martin Sellner, il tedesco Benedikt Kaiser, il portoghese Afonso Gonçalves, l’olandese Eva Vlaardingerbroek, il britannico Tommy Robinson) e da partiti politici (l’FPÖ austriaco, Reconquête! in Francia).

Unire le forze di destra europee

La rimigrazione rappresenta un’immagine sufficientemente forte da unire la « destra europea », oggi frammentata. L’obiettivo è quello di riunire tutte le persone che hanno ancora a cuore il futuro della nostra civiltà, di raccoglierle su una base comune, al di là delle divisioni partitiche e al di fuori delle differenze che devono essere messe da parte. «Dobbiamo formare un’ampia coalizione attorno alla questione più importante: la nostra esistenza e la nostra continuità etnoculturale. Se siete d’accordo con questo, siete dei nostri», ricorda Martin Sellner7.

È attraverso il mito politico e l’azione che si potrà forgiare in gran parte dei giovani la volontà di ritrovare il nostro retaggio. È nella lotta e nelle situazioni concrete che le persone danno prova di sé. Oggi, quali sono le cause a cui dedicarsi? Non esiste un mito mobilitante per l’avvento della «startup nation» o della società liquida. Il nostro compito è risvegliare le coscienze e dimostrare che esiste una causa per cui mobilitarsi.

La civiltà europea, forte di tre millenni di storia, sopravviverà solo se i popoli avranno il coraggio di difendere ciò che sono. Potrà ritrovare la sua grandezza solo a una condizione: riconoscere pienamente ciò che è, assumersi ciò che ne costituisce l’identità. Non mollare mai, né arrendersi. Più che mai, la storia è aperta.

© Foto: Jérémy-Günther-Heinz Jähnick. Manifestazione a favore della rimpatrio organizzata dal movimento PEGIDA nel 2015 a Calais, in Francia.

1. Thomas Mann, Il dottor Faustus, 1947.

2. François Bousquet, Dominique Venner. La fiamma non si spegne, Edizioni La Nouvelle Librairie/Istituto Iliade, 2023.

3. Concetto centrale della strategia e del programma politico di La France insoumise.

4. Alain de Benoist, prefazione all’edizione del 2001 di Vu de droite, Edizioni Labyrinthe.

5. Jean-Yves Camus, Il movimento identitario o la costruzione di un mito delle origini europee, Fondazione Jean-Jaurès, 2018.

6. Jean-Yves Le Gallou, Remigrazione. Per l’Europa dei nostri figli, Edizioni La Nouvelle Librairie/Istituto Iliade, 2026.

7. Martin Sellner, post pubblicato su X, 16/04/2026.

Que pensez-vous de la « remigration » ?

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Cosa ne pensate della « rimigrazione »? (3)

Al fine di approfondire e completare il dossier del nostro numero 220, attualmente in edicola, dedicato alla «remigrazione» – un concetto che sta gradualmente acquisendo importanza nel dibattito politico francese ed europeo – abbiamo deciso di interpellare su questo tema una serie di personalità del mondo politico e culturale dissidente, ponendo loro la stessa domanda: «Ritiene che la “remigrazione” sia possibile e auspicabile e, in caso affermativo, in quale forma e a quali condizioni?» Anche i lettori sono invitati a partecipare a questo dibattito, tramite commenti o e-mail. Oggi, la risposta del filosofo e saggista Alain de Benoist.

La rimpatrio è auspicabile e possibile? Se non è possibile (se non in astratto), non ne parliamo più. È auspicabile? Tutto dipende da cosa si intende con questo termine.

     È evidente che l’immigrazione extraeuropea in Europa, che si è trasformata in un fenomeno di insediamento e che comporta patologie sociali ormai ben note, debba essere frenata con ogni mezzo possibile. Tutti i sondaggi lo confermano: le popolazioni autoctone non ne vogliono più sapere e non ne possono più. È per questo motivo che un certo numero di gruppi e partiti politici (a volte di governo) sono oggi favorevoli alla « rimigrazione ». Il problema, a ben vedere, è che non sempre ne danno la stessa definizione. La maggior parte di loro, ad esempio, attribuisce grande importanza alla volontarietà (che può certamente essere incoraggiata), cosa che non è necessariamente vera per gli altri.

     La rimigrazione è stata presentata come un « mito mobilitante ». Ci si chiede come si possa tradurre questo mito in un progetto che non sia, come tanti altri, di pura e semplice apoliticità.

     Combattere l’immigrazione non significa combattere gli immigrati solo perché sono immigrati, ma combattere coloro che, per amore del profitto e per volontaria ignoranza della fisiologia delle culture, hanno reso possibile l’immigrazione di massa, l’hanno incoraggiata e continuano a incoraggiarla, sia per soddisfare le esigenze del sistema capitalista, sia per ingenuo idealismo umanitario o universalismo morale, sia con la perversa intenzione di cambiare in profondità la costituzione dei popoli europei, negando loro ogni diritto alla continuità storica.

     È certamente possibile arrestare i flussi di immigrazione, almeno in una certa misura (e tralasciando il potere di nuocere esercitato dai giudici allineati all’ideologia dominante). Il « ritorno al paese d’origine » non ha senso, invece, quando ne esistono diversi per una stessa famiglia, quando i paesi d’origine si rifiutano di riprendere i propri cittadini, e nel caso di coppie e famiglie miste, che molto probabilmente sono destinate ad aumentare. Dagli espulsioni ci si aspetta una diminuzione dei volumi delle scorte (in contrapposizione ai volumi dei flussi). Ciò vale per i clandestini, per i delinquenti stranieri, per gli agitatori ostili, per coloro che sono venuti solo per beneficiare di un sistema di assistenza sociale – il tutto non rappresentando la maggioranza degli immigrati. Dopodiché si entra in un terreno instabile, dove i motivi di espulsione scompaiono poco a poco. Non vedo come andare oltre, se non ricorrendo a una nuova forma di arbitrarietà che, in ogni caso, non potrà essere messa in atto. Come valutare il numero di coloro che sono un po’, molto, per niente integrati ? Di coloro che amano un po’, molto o per niente il paese in cui vivono? Le persone possono essere giudicate e sanzionate in base a ciò che fanno, non a ciò che sono (e non bisogna credere che facciano ciò che sono, è il contrario: sono ciò che fanno).

     I sostenitori della rimigrazione (che in passato parlavano di « reconquista ») sono in fin dei conti dei grandi ottimisti. Credono che la catastrofe possa ancora essere evitata. Io, invece, penso che la catastrofe sia già avvenuta. Quando una biglia, che rappresenta un determinato processo, scende su un piano inclinato cosparso di chiodi, si può tentare di modificarne la traiettoria o di indirizzarla in una direzione piuttosto che in un’altra, ma l’unica cosa che non si può fare è farla risalire. Fare questa constatazione è solo una questione di realismo.

     Aggiungo che, per prendere posizione su questo problema, non mi colloco in una prospettiva nazionale o nazionalista (non sono nazionalista), ma in una prospettiva imperiale, il che è molto diverso: la presenza di minoranze etniche all’interno della società avrebbe tutto l’interesse ad essere analizzata dal punto di vista del federalismo imperiale, non del giacobinismo dello Stato-nazione. Preciso che non credo nemmeno nell’assimilazione, che ai miei occhi non è né possibile né auspicabile, e che detesterei vedere la Francia diventare uno Stato razzista (in materia, la storia ha già dato).

Que pensez-vous de la « remigration » ?

Idee / Dibattiti

Cosa ne pensate della « rimigrazione »? (2)

Al fine di approfondire e completare il dossier del nostro numero 220, attualmente in edicola, dedicato alla «remigrazione» – un concetto che sta gradualmente acquisendo importanza nel dibattito politico francese ed europeo – abbiamo deciso di interpellare su questo tema una serie di personalità del mondo politico e culturale dissidente, ponendo loro la stessa domanda: «Ritiene che la “remigrazione” sia possibile e auspicabile e, in caso affermativo, in quale forma e a quali condizioni?» Anche i lettori sono invitati a partecipare a questo dibattito, tramite commenti o e-mail. Oggi diamo la parola a Sylvain Roussillon, scrittore e conferenziere, e a Yann Vallerie, animatore del sito di controinformazione Breizh Info.

Yann Vallerie, responsabile del sito di controinformazione Breizh Info 

La questione della rimpatrio è oggi all’ordine del giorno. Non è più, come vent’anni fa, relegata ai margini di un dibattito tabù: si fa strada sulle pagine dei principali quotidiani, nei programmi politici, nelle conversazioni familiari. Questo è di per sé un segnale: quello di una lucidità collettiva che sta lentamente tornando, dopo quattro decenni in cui qualsiasi interrogativo sui flussi migratori o sulla composizione demografica dei paesi europei comportava l’immediata scomunica. Resta da formulare correttamente la domanda e da rispondervi senza demagogia, né minimizzando né esagerando.

La rimigrazione, così come la intendo io, consiste nell’organizzazione di un ritorno volontario e incentivato delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa verso i loro paesi d’origine e la terra dei loro antenati. È anche — e sarebbe disonesto dimenticarlo — il ritorno delle popolazioni europee espatriate verso le loro terre d’origine. Il movimento non è a senso unico. Si tratta di restituire a ogni civiltà lo spazio geografico in cui si è storicamente sviluppata e in cui le sue istituzioni, i suoi costumi, i suoi punti di riferimento, il suo rapporto con il tempo e con il sacro hanno un senso. Auspicabile? Sì, profondamente. Realizzabile? Non allo stato attuale delle cose. Ed è proprio questa tensione che bisogna guardare in faccia.

Perché è auspicabile: la questione riguarda la civiltà, non la sicurezza

Un’osservazione preliminare, poiché condiziona tutto il resto: la giustificazione della rimpatrio non è né di natura securitaria né religiosa. È un punto su cui molti, anche nel mio stesso schieramento, si sbagliano — per pigrizia retorica o per calcolo elettorale. La stragrande maggioranza delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa non è criminale. La criminalità, anche se sovrarappresentata in alcune categorie, rimane un fenomeno minoritario che non può da solo giustificare una politica di questa portata. Lo stesso vale per la religione: in Francia si contano centinaia di migliaia di cattolici extraeuropei, profondamente legati al Paese, alle sue istituzioni e al suo retaggio cristiano. Ridurre la questione all’Islam significa mancare l’obiettivo.

La vera ragione sta altrove, ed è più profonda. Nessuna società, in nessuna regione del mondo, è mai riuscita a integrare in modo duraturo e armonioso più di una certa percentuale di contributi provenienti da civiltà radicalmente diverse dalla propria. Tale soglia, empiricamente, sembra aggirarsi intorno al cinque per cento. Al di sotto di essa, il tessuto sociale assorbe, trasforma, assimila. Oltre tale soglia, i gruppi costituiti smettono di diluirsi; mantengono i propri punti di riferimento, le proprie reti, i propri stili di vita; e ciò che doveva essere un mosaico diventa una giustapposizione. A lungo termine, uno scontro. È vero in Europa. È vero ovunque. Dovrebbe essere la regola generale in ogni paese del mondo — africano, asiatico, americano, europeo.

Quando civiltà diverse, talvolta in contrasto tra loro nella visione del mondo, nel rapporto con le donne, con la libertà individuale, con la religione, con lo Stato e con la giustizia, convivono in gran numero su uno stesso territorio, la storia insegna che finiscono per scontrarsi. I Balcani, il Libano, l’India, la Siria, il Caucaso, l’Irlanda del Nord ne sono la prova — ciascuno a modo suo. L’idea che l’Europa occidentale sfuggisse, per chissà quale grazia particolare, a questa legge antropologica, è frutto di una credenza, non di un’analisi.

È fattibile? Non allo stato attuale delle cose

Siamo realistici: la rimpatrio, inteso come partenza forzata, massiccia e immediata, è oggi una fantasia. Nessun governo europeo, anche se guidato dalle figure più determinate del momento, prenderebbe una decisione del genere. Gli ostacoli giuridici, diplomatici, economici e umani sarebbero insormontabili, e la destabilizzazione provocata da una tale politica supererebbe senza dubbio il male che pretende di curare. Bisogna dirlo chiaramente, anche a coloro che sognano una soluzione radicale: questo scenario non si verificherà.

A ciò si aggiunge un fatto di cui occorre prendere atto: una parte delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa da due, tre o quattro generazioni si considera legittimamente a casa propria. Nati qui, istruiti qui, che parlano la lingua e crescono qui i propri figli, non si considerano più ospiti — e questo sentimento, che lo si condivida o meno, è ormai una realtà. La polveriera demografica è pronta. Non si disinnescherà con un decreto.

La strada percorribile: incentivi, pressioni sui paesi d’origine, un processo a lungo termine

Rimane una via realistica, che richiede sia ambizione che pazienza. Primo punto: l’espulsione immediata, senza esitazioni, di ogni straniero in situazione irregolare, di ogni straniero condannato per un reato o un crimine, di ogni straniero che abbia manifestato ostilità nei confronti del paese ospitante o delle sue leggi. Si tratta di una condizione minima di sovranità, oggi ampiamente ostacolata dalle giurisdizioni europee e francesi. Ciò presuppone una profonda revisione degli impegni sovranazionali e una volontà politica che manca da quarant’anni.

Seconda parte: incentivi al rimpatrio per chi lo desidera. Aiuti sostanziali al rimpatrio, sostegno alla creazione di attività economiche nel paese d’origine, avvio di percorsi formativi, garanzie di reinserimento. Non si tratta di un’umiliazione, ma di un’opportunità per chi, in fin dei conti, non si sente pienamente a casa in Europa o desidera contribuire allo sviluppo del proprio paese d’origine.

Terzo aspetto, il più decisivo e il più trascurato nel dibattito attuale: la pressione diplomatica, economica e persino militare sui paesi di origine. Una rimpatrio sostenibile presuppone che i paesi di emigrazione smettano di inviare la propria popolazione verso l’Europa e che accettino — o addirittura organizzino — il ritorno dei propri cittadini stabilitisi all’estero. Ciò richiede una politica estera risoluta: subordinare gli aiuti allo sviluppo alla cooperazione in materia di migrazione, abolire i visti per i paesi recalcitranti, bloccare i trasferimenti finanziari, applicare dazi doganali differenziati. E, sul piano interno, l’attuazione da parte di questi Stati di programmi di reinserimento, leggi che facilitino il ritorno delle loro diaspore, progetti economici mobilitanti che si estendano su più generazioni. Nessuno tornerà in un paese rovinato dalla corruzione e dal nepotismo. Bisogna quindi esigere anche una profonda trasformazione di questi Stati — il che implica, di conseguenza, smettere di saccheggiarli tramite le multinazionali europee complici delle loro élite predatrici.

L’alternativa: la guerra civile

Una cosa è certa: se la questione della convivenza separata all’interno dello stesso territorio non viene risolta — che sia attraverso un graduale ritorno in patria o qualsiasi altra soluzione intelligente —, l’Europa va incontro a un conflitto interno. I segnali sono già visibili: rivolte urbane ricorrenti, secessione culturale di interi quartieri, rifiuto del modello comune, aumento dei separatismi comunitari, crescente sfiducia reciproca. Nessuno, tra gli attuali responsabili politici, ha il coraggio di formulare la diagnosi — ma la diagnosi si imporrà da sé.

Il dibattito sulla rimpatrio non è quindi, a mio avviso, un dibattito estremista o marginale. È, al contrario, il dibattito sulla responsabilità. La responsabilità di evitare il peggio organizzandolo con calma, nel lungo periodo, con rispetto ma con fermezza, piuttosto che lasciare che la realtà si imponga con la violenza. I popoli hanno diritto alla continuità storica. Tutti i popoli — europei ed extraeuropei. Ciò presuppone che ciascuno, alla fine, ritrovi, se lo desidera, la terra dei propri padri. È una visione lucida. Non è odiosa. È semplicemente civile.

Sylvain Roussillon, scrittore e conferenziere 

È una domanda complessa, ed è probabile che qualche anno fa non avrei dato la stessa risposta, se non altro perché parte della mia formazione politica è di stampo maurrassiano e la formula di Bainville («Il popolo francese è un insieme. È meglio di una razza. È una nazione») mi è ben nota.

Tuttavia, le opinioni non si formano solo attraverso le letture, ma anche grazie alle esperienze vissute. Sono piuttosto riservato su questo argomento e non mi piace mettere in mostra la mia vita privata sui social network, che riservo alla promozione delle mie attività editoriali.

È di moda, soprattutto a sinistra, inventarsi un’infanzia nei «quartieri». Per quanto mi riguarda, non ho bisogno di inventarmi nulla. Ho trascorso la mia prima infanzia in un complesso di edilizia popolare, nel quartiere di Bellecroix, oggi quartiere prioritario della politica urbana, a Metz. Poi, dall’età di 6 o 7 anni fino all’età adulta, in un altro quartiere prioritario della politica urbana, quello di Grésilles, a Digione, dove del resto vive ancora mia madre.

Se racconto tutto questo, non è per suscitare una compassione di dubbia genuinità (ho avuto un’infanzia molto felice) né per rivendicare chissà cosa. Ricordo semplicemente che quei quartieri erano all’epoca, negli anni ’60, ’70 e in parte anche ’80, autenticamente « popolari ». Cioè abitati da operai, impiegati, pensionati con scarse risorse, classi medie modeste. Gli edifici non erano fatiscenti, le rare famiglie che possedevano un’auto potevano lasciarla parcheggiata senza timori, i bambini giocavano sui marciapiedi, non si davano fuoco ai cassonetti. All’epoca non si parlava di ghetti, anche se i collegamenti erano sicuramente peggiori di adesso e l’offerta socio-culturale associativa e sovvenzionata era quasi inesistente.

Non sto, come fanno alcuni politici di destra, a glorificare una Francia prospera e felice di un tempo, con l’uomo in giacca e cravatta e la donna casalinga, che in realtà non è mai esistita. Nella Francia operaia e contadina, sia gli uomini che le donne sono sempre stati costretti a lavorare sodo per sopravvivere. No, sto solo sottolineando un’evidenza: questi quartieri, pur non essendo ben serviti dai mezzi pubblici, pur non ricevendo miliardi di denaro pubblico, pur non beneficiando di una miriade di animatori socio-culturali e mentre solo una famiglia su tre poteva andare in vacanza, ospitavano una popolazione laboriosa e tranquilla che lavorava per tirare avanti e garantire la migliore istruzione possibile ai propri figli.

I due alunni più «esotici» della mia classe di scuola materna, in questo futuro «quartiere prioritario della politica urbana», erano un bambino portoghese e una bambina della Martinica.

Naturalmente, ci veniva già ripetuto a oltranza il discorso, storicamente distorto, sulla «Francia, terra di accoglienza», dimenticando semplicemente di precisare che quell’immigrazione tanto celebrata risaliva, in quella forma, solo alla seconda metà del XIX secolo, e che bisognava relativizzarne l’importanza. Integrare in una classe un portoghese e una martinicana, o la loro famiglia in un complesso di case popolari abitato da una ventina di famiglie franco-francesi provenienti dalla Borgogna, dal Poitou o dall’Alvernia, non doveva essere molto complicato.

Probabilmente è così che interpreta l’osservazione di Bainville. Come avrebbero potuto lui o Maurras, che avevano sotto gli occhi solo le immigrazioni di lavoratori italiani e portoghesi nell’edilizia, o di robusti polacchi nelle miniere e nelle industrie, tutti di tradizione cattolica, anticipare l’ondata demografica che si è abbattuta sulla Francia a partire dagli anni ’70? Anche in questo caso, non cado in un ingenuo idealismo. Ci sono state reazioni, a volte violente, all’arrivo di questa o quella colonia di Rital, Polak o Russkof, qua e là, ma, superata la prima generazione, a parte il cognome e qualche ricetta di famiglia, nulla distingueva più i francesi «autoctoni». Tutto sommato, la caricatura dell’italiano o del polacco andava ad aggiungersi a quella del bretone testardo, del chti alcolizzato, dell’auvergnate tirchio, del parigino arrogante o del provenzale spaccone e pigro in un grande Pantheon nazionale dell’autoironia.

L’invenzione di un senso di colpa europeo, per non dire «bianco», in quasi tutti i campi – dalla schiavitù al riscaldamento globale, passando per l’inquinamento del Golfo di Guinea, i problemi sessuali dei panda o la scomparsa della Lepidiota caudata cornuta – ha modificato questa situazione più di quanto si possa immaginare.

Ripetendo incessantemente a una parte della popolazione che era colpevole di tutti i mali, e martellando a un’altra che era vittima di tutto, e in particolare della prima, abbiamo instillato nelle nostre società un veleno mentale che potrebbe benissimo ucciderle. Non sto esagerando. Ricordate il movimento « non toccare il mio amico » con tutte le sue ingiunzioni pedagogiche e morali a dimostrare, con l’ausilio di un piccolo distintivo visibile, che si era dalla parte del Bene e del pentimento di un antirazzismo inquisitorio. Chi, come me, è stato militante in quegli anni, ricorda sicuramente la forza di carattere necessaria per sopportare, ad esempio al liceo, gli sguardi furiosi dell’insegnante sul suo podio e dei circa trenta compagni di classe, tutti portatori della piccola mano liberatrice, davanti al nostro bottone disperatamente vuoto (o portatore di distintivi odiati).

Insomma, mentre da un lato si smarmava mentalmente il piccolo francese attribuendogli tutta la colpa del mondo, dall’altro si armava invece Mohammed o Fofana spiegando loro che la loro storia era pura e immacolata, che erano solo vittime, figli e nipoti di vittime.

Insomma, il modello integrativo, per quel che valeva, è stato distrutto e, allo stesso tempo, si è generato un discorso «disintegrativo» nei confronti delle popolazioni interessate. Il fatto che una ragazzina indossi il velo oggi è meno il segno di una sottomissione a Dio e al Corano che di un rifiuto visibile e rivendicato di appartenere a una nazione i cui unici modelli si riducono a celebrare la Differenza a colpi di strisce pedonali arcobaleno e di promozione del rugby femminile.

Qualche giorno fa, una mattina, mi sono fermato a osservare l’inizio dell’anno scolastico in una scuola di quartiere. Intendo dire una scuola qualsiasi. Né l’Ecole alsacienne né l’asilo nido di una zona ZEP. Una scuola «normale», standard. Ho contato meno di due alunni su dieci che avevano un aspetto europeo. Al di là della facile accusa di razzismo che mi si potrebbe rinfacciare, ci rendiamo davvero conto di cosa significhi? Quando ci si lamenta, gli insegnanti per primi, del crollo del livello degli alunni, come potrebbe essere altrimenti quando quasi l’80% degli alunni di alcune scuole non parla francese a casa? Si sono distrutte le esigenze pedagogiche così come si sono distrutte le esigenze di integrazione, il tutto in piena ondata migratoria.

Quindi sì, pur senza definirmi «identitario», penso che da un lato occorra bloccare completamente l’immigrazione, ma anche prendere in considerazione una «rimigrazione». Ovviamente, questa sarà dolorosa. Ma non più, se ben gestita, del rimpatrio dei francesi dall’Algeria o degli spostamenti massicci di popolazione che si sono verificati in Europa dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale (e prima) con l’obiettivo chiaramente dichiarato di preservare una pace futura. Dove sono le anime gentili traumatizzate dalla minima applicazione di un OQTF quando si parla di Pieds-Noirs o Sudeti? Quindi sì, di fronte a un’ondata migratoria di popoli con i quali, a parte la condizione umana, non condividiamo assolutamente nulla, bisogna prendere in considerazione questa soluzione estrema.

Ma essa stessa ha senso solo se, per i « autoctoni », è accompagnata da un profondo riarmo morale. Infatti, limitarsi a rimandare Fatima in terra d’Islam senza porre fine alle manifestazioni delle idiote dai capelli blu e di altri uomini soia non fermerà il crollo. L’identitarismo senza un progetto politico rivoluzionario non ha senso. Uso volutamente la parola «rivoluzionario», in un momento in cui molti dei nostri amici si definiscono «conservatori». Ma cosa vogliono conservare? La nostra democrazia bloccata? La nostra repubblica arrugginita? La nostra società dello spettacolo?

«Quando l’ordine non è più nell’ordine, è nella rivoluzione», diceva Gramsci. Molti gramscisti di destra, più o meno autoproclamati, farebbero bene a ricordarlo.

© Fotomontaggio: Yann Vallerie e Sylvain Roussillon

Intervista a cura di Xavier Eman

Luca Marsella, président du comité « Remigration et Reconquête »

Idee / Dibattiti

La rimigrazione vista dall’Italia: intervista a Luca Marsella, presidente del comitato «Rimigrazione e Riconquista»

Per proseguire e approfondire il dibattito sulla «remigrazione» avviato nel nostro numero 220, attualmente in edicola, la nostra corrispondente da Roma, Chiara Del Fiacco, ha intervistato su questo tema Luca Marsella, dirigente di CasaPound Italia, ex consigliere comunale di Ostia e presidente del comitato «Remigrazione e Riconquista». Questo comitato è nato da un’iniziativa congiunta di quattro organizzazioni fondatrici – CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani – accomunate dalla volontà di attuare concretamente un programma di rimpatrio, in particolare presentando un disegno di legge in Parlamento.

ELEMENTI. Come è nata questa proposta di legge sulla rimpatrio volontario? Potrà diventare una legge a tutti gli effetti? E come è stata accolta al momento della sua presentazione in Parlamento?

LUCA MARSELLA. Questa proposta di legge di iniziativa popolare nasce da una necessità che non può più essere rimandata: dare una risposta concreta e radicale al totale fallimento delle politiche migratorie e multiculturaliste in Italia. Non possiamo più limitarci a gestire l’emergenza; occorre un cambiamento di rotta storico per riportare al centro la nostra sovranità, la nostra identità e la sicurezza degli italiani.

Per diventare una legge a tutti gli effetti, stiamo seguendo la procedura costituzionale prevista per i progetti di legge di iniziativa popolare. La legge richiede un minimo di 50.000 firme autenticate affinché il progetto venga esaminato in Parlamento, ma il nostro obiettivo è quello di raccogliere un sostegno così massiccio da costringere politicamente le istituzioni a non ignorarci.

Per quanto riguarda la presentazione alla Camera dei Deputati, abbiamo assistito a uno scandalo istituzionale senza precedenti. La conferenza stampa è stata semplicemente annullata dai parlamentari del PD, di AVS e del Movimento 5 Stelle, che hanno fisicamente occupato la sala stampa di Montecitorio per impedirci di parlare. Hanno messo in scena la loro solita farsa, cantando «Bella Ciao» e sventolando la Costituzione, dimostrando così che per loro la democrazia vale solo quando fa comodo. Il fatto di voler censurare, con metodi arroganti, il diritto di presentare una proposta di legge popolare dimostra solo una cosa: la sinistra ha paura del dibattito e delle idee che piacciono agli italiani.

ELEMENTI. Qual è stata la reazione dei cittadini, soprattutto alla luce dello scandalo dell’occupazione dell’aula da parte dei parlamentari del PD e del «clamore» mediatico che ne è seguito?

LUCA MARSELLA. La risposta dei cittadini è stata straordinaria e, sotto molti aspetti, un clamoroso «autogol» per la sinistra. Mentre i parlamentari del PD, di AVS e del M5S si davano alla pazza gioia con il loro «carnevale antifascista», la gente comune si è indignata per il loro atteggiamento da censori. Come reazione immediata, abbiamo raccolto 60.000 firme in un solo giorno. In sole ventiquattro ore, il popolo italiano ha polverizzato il minimo richiesto dalla legge, dando uno schiaffo morale clamoroso ai censori di palazzo. La reazione popolare è chiara: ne abbiamo abbastanza delle parate della sinistra che difende i confini degli altri mentre spalanca le porte di casa nostra. Questo «clamore» mediatico non ha fatto altro che spingere migliaia di italiani a sostenerci in massa. Più urlano nei palazzi, bloccano le sale, organizzano contro-manifestazioni e tentano di ostacolarci, più il popolo italiano risponde presente.

ELEMENTI. Come si sta svolgendo la raccolta delle firme e la sua promozione, che si può definire massiccia, in tutta Italia?

LUCA MARSELLA. La raccolta delle firme procede a un ritmo sostenuto, superando addirittura le nostre aspettative: ad oggi abbiamo già raggiunto la straordinaria cifra di 150.000 firme in tutta Italia. Non si tratta solo di un successo numerico eccezionale, che triplica la soglia minima richiesta dalla legge, ma di un vero e proprio risveglio popolare. Siamo presenti nelle piazze con i nostri attivisti, da nord a sud, e la risposta è trasversale. Organizziamo conferenze, manifestazioni e stand ovunque, in tutte le regioni. Il senso di insicurezza e la volontà di difendere la propria identità sono ormai presenti ovunque, non solo nelle grandi metropoli ma anche nelle province. Gli italiani si avvicinano ai nostri stand con determinazione, e queste 150.000 firme dimostrano che il nostro popolo vuole riprendere in mano il proprio futuro.

ELEMENTI. Alla luce dei recenti avvenimenti di Modena — una prima assoluta in Italia, che non aveva ancora conosciuto questo tipo di attentati contro la popolazione italiana come purtroppo accade da decenni nel resto d’Europa —, cosa risponde alla sinistra che, come al solito, minimizza i fatti e invoca sistematicamente l’irresponsabilità per cause di disturbo mentale?

LUCA MARSELLA. A questa sinistra angelica e complice rispondiamo che la nostra pazienza è esaurita. Ogni volta che un immigrato commette un atto di violenza o un vero e proprio attentato contro i nostri connazionali, scatta immediatamente il riflesso pavloviano del «povero pazzo isolato» o del «problema psichiatrico». È una narrazione offensiva per l’intelligenza degli italiani e per il dolore delle vittime. I fatti di Modena dimostrano che il modello europeo delle periferie e del terrorismo strisciante è purtroppo arrivato anche da noi. Non si tratta di disturbi mentali, ma di una totale incompatibilità culturale e di un’ostilità dichiarata verso il nostro popolo, alimentata da anni di impunità. Chi non ha il diritto di stare qui deve essere rimpatriato immediatamente. Il rimpatrio non è una provocazione, è l’unica vera misura di legittima difesa nazionale.

ELEMENTI. Qual è il prossimo appuntamento nazionale della vostra campagna?

LUCA MARSELLA. Il prossimo appuntamento nazionale è già fissato: ci ritroveremo a Roma il 13 giugno per una grande manifestazione. Sarà un’importante mobilitazione di piazza durante la quale porteremo fisicamente la voce, l’orgoglio e la forza delle nostre 150.000 firme. Subito dopo la manifestazione a Roma, le consegneremo ufficialmente. A quel punto, la palla passerà al campo politico: speriamo che il governo discuta e approvi questa legge senza snaturarla e, soprattutto, senza esitazioni. Non si può più scendere a compromessi sulla pelle degli italiani. La rimpatrio deve diventare la priorità assoluta e immediata dell’agenda politica nazionale.

Intervista a cura di Chiara Del Fiacco

© Foto: Shutterstock – Luca Marsella, presidente del comitato « Rimigrazione e Riconquista ».

Racisme antiblanc : François Bousquet refuse le silence et fait parler les victimes

Interviste

Razzismo contro i bianchi: François Bousquet rifiuta il silenzio e dà voce alle vittime

A un anno da «Il razzismo anti-bianchi, l’inchiesta proibita», François Bousquet torna alla ribalta con «Sale Blanc. Il razzismo che non si vuole vedere» (La Nouvelle Librairie). Un affresco sociale più che un semplice seguito, costruito attorno a un centinaio di testimonianze crude: una madre coraggiosa, un giustiziere nell’ombra, una ragazza a cui è stata rubata la verginità, un giovane a cui è stata rubata l’adolescenza, un espatriato che ora chiede asilo politico fuori dalla Francia. Il direttore editoriale di «Éléments» vi analizza senza mezzi termini i meccanismi di un razzismo ben reale, metodicamente negato dalle istituzioni, e dispiega per l’occasione una formidabile chiave di lettura: la famosa «legge delle tre D» – negazione, delitto, delirio – che da sola riassume l’arsenale del gauchismo istituzionale contemporaneo. Riprendendo la metafora ornitologica del cuculo – quell’uccello che depone il suo uovo nel nido di un altro e il cui piccolo finisce per espellere gli uccellini legittimi –, Bousquet offre un quadro sconfortante di una generazione sacrificata.

BREIZH-INFO: Già alcuni anni fa aveva pubblicato *Le Racisme antiblanc, l’enquête interdite*. Perché riprendere oggi questo progetto con *Sale Blanc*? Cosa è cambiato – nei fatti, nelle coscienze o nel suo modo di vedere le cose – per giustificare questo nuovo lavoro che lei presenta come un libro «a sé stante» e non come un seguito?

FRANÇOIS BOUSQUET. Non ho voluto scrivere un semplice seguito, ma un libro a sé stante. Se il primo volume era un’indagine cruda, il secondo è più un affresco sociale sulla Francia contemporanea. I due libri formano un dittico: il primo rivelava un punto cieco, il secondo ne illumina il contesto. Non volevo solo raccogliere testimonianze, ma metterle in scena nel loro contesto sociale, scolastico, religioso, etnico, culturale. C’è una tale galleria di personaggi che è difficile fingere che non esistano. Si va dalla Madre Coraggio al giustiziere nell’ombra, dallo skinhead che mette in ordine le auto al geek militante, dalla ragazza a cui è stata rubata la verginità al giovane a cui è stata rubata la giovinezza, dal resistente dall’interno all’espatriato che chiede altrove l’asilo politico che non trova più a casa sua. Tutto questo era solo accennato nella prima parte. Qui, le sagome prendono corpo. La materia è così abbondante, così poco esplorata, che ci volevano almeno due libri per renderne conto. Quando si inizia a tirare il filo del razzismo anti-bianchi, non c’è fine, proprio mentre le vittime si nascondono, provano vergogna o hanno paura di essere etichettate come di estrema destra.

La questione non riguarda solo gli insulti e le violenze, ma le strutture profonde delle società, poiché il razzismo anti-bianchi comporta visioni del mondo antagoniste, rapporti di genere diversi, concezioni contrastanti dell’onore, della mescolanza, della seduzione, della festa, ecc. Ecco perché affronto in modo più diretto le violenze contro le donne, che mettono in gioco logiche di dominio e di contaminazione profondamente radicate.

Dedico inoltre un capitolo a quelli che gli americani chiamano i «bianchi adiacenti», tra cui gli asiatici, che si presume godano degli stessi presunti privilegi dei bianchi, a patto che lavorino, si integrino e rispettino le norme della maggioranza, senza mai ricorrere alla retorica vittimistica.

BREIZH-INFO: Fin dall’introduzione ci propone una metafora ornitologica di grande impatto, quella del cuculo che depone il proprio uovo nel nido di un altro uccello e il cui piccolo finisce per cacciare via gli uccellini legittimi. Perché ha scelto questa immagine piuttosto che un’analisi più classica? Non teme che le venga rimproverato un paragone ritenuto brutale, se non addirittura disumanizzante?

FRANÇOIS BOUSQUET. Sono piuttosto le vittime del razzismo anti-bianchi ad essere disumanizzate. Perché il cuculo e la sua strategia? Diciamo che un buon disegno vale più di un lungo discorso. Ciò che vale per i disegni vale anche per le metafore e le parabole: sono in grado di raggiungere un pubblico più ampio. Attraverso il cuculo, non cerco di essenzializzare una popolazione, ma di descrivere un processo: il destino riservato ai piccoli bianchi di cui ho raccolto le testimonianze. La strategia del cuculo è l’immagine che, a mio avviso, descrive meglio il sentimento di sostituzione provato dai miei testimoni: un’inversione delle legittimità. Ciò che mi ha colpito, nel corso delle testimonianze raccolte, è proprio questo: francesi di origini spesso modeste, che hanno avuto la sensazione di essere stati espulsi dal nido legittimo, soprattutto durante la loro giovinezza. Come eredi disconosciuti, intimati a cedere il posto senza sollevare la minima protesta. La brutalità, se di brutalità si tratta, non sta nella metafora, ma nella realtà che essa descrive. Da Esopo e La Fontaine, l’Europa si racconta attraverso animali – la volpe, il lupo, l’asino o il corvo – che non hanno mai scandalizzato nessuno. Perché vietarsi il cuculo?

Aggiungiamo che Florence Bergeaud-Blackler parla anche della «strategia del cuculo» per descrivere la strategia indiretta del «frérisme» musulmano: avanzare sotto mentite spoglie, infiltrandosi in strutture esistenti come LFI o i sindacati per deporvi le proprie uova ideologiche e lasciare che l’incubazione faccia il resto.

BREIZH-INFO: Avete raccolto quasi un centinaio di testimonianze. Qual è il filo conduttore che accomuna questi racconti, al di là della diversità dei profili e delle provenienze geografiche? C’è una testimonianza in particolare che ha dato una svolta alla vostra indagine, o che ancora oggi vi tormenta?

FRANÇOIS BOUSQUET. Le due costanti che attraversano il libro sono, da un lato, per quanto riguarda le vittime: l’apprendimento precoce della vergogna di essere francesi e di essere bianchi…

Intervista a cura di Yann Vallerie

François Bousquet publie un ouvrage qui brosse le tableau d’une jeune génération sacrifiée : « Sale Blanc.

Azienda

Razzismo anti-bianchi: come la strategia del cuculo sta uccidendo i nostri figli!

Dopo un libro dedicato a un tema tabù, «Il razzismo anti-bianchi. L’inchiesta proibita», François Bousquet pubblica un’opera che traccia il ritratto di una giovane generazione sacrificata: «Sporco bianco. Il razzismo che non si vuole vedere» (La Nouvelle Librairie). «Ho scritto queste due raccolte per rendere giustizia ai miei testimoni. Il mio obiettivo principale – e ultimo – è proprio questo», precisa l’autore. Grazie a Jean-Yves le Gallou per averci autorizzato a riprodurre questo articolo, originariamente pubblicato su «Polémia» a firma di Johan Hardoy.

«Non esiste una convivenza pacifica con il cuculo.» Questo uccello non costruisce un nido, ma depone il proprio uovo in quello di un altro uccello affinché quest’ultimo lo covi al posto suo e poi nutra la sua prole, che finirà per espellere i piccoli legittimi. I genitori adottivi allevano così l’intruso a scapito della propria prole. Se per caso l’ospite si difende respingendo l’uovo, il cuculo ritorna per distruggere il nido e annientare la covata.

François Bousquet vede in questa «strategia del cuculo» una metafora «crudelmente eloquente del razzismo anti-bianchi e dell’immigrazione di insediamento che subiamo». Con il pretesto della carità, «il bambino bianco diventa l’uovo che si può spingere fuori dal nido senza rischi. E l’istituzione — scuola, personale di riferimento, discorso ufficiale — interpreta il ruolo dei genitori adottivi deviati».

Non si tratta di animalizzare le nostre società, ma di « ricordare che le logiche di dominio sociale obbediscono a leggi ferree : occupazione dello spazio, eliminazione dei concorrenti più deboli, appropriazione delle risorse, neutralizzazione delle resistenze attraverso il senso di colpa ».

Giovani bianchi che provano vergogna di sé stessi

«La vergogna di essere francesi», è ciò che raccontano i testimoni intervistati. In mancanza di una solidarietà protettiva, tutti si sono, almeno temporaneamente, «inventati delle origini alternative» per sopravvivere in quanto minoranze.

«Nel migliore dei casi, la famiglia francese vittima dell’aggressione è una famiglia nucleare. Cosa può fare contro delle tribù — fratelli, sorelle, le tre mogli di un uomo, cugini, amici di amici — in grado di radunare rapidamente dalle quindici alle venti persone?»

In questi ambienti giovanili, «la cultura cede il passo alla “razza”», che è diventata «il denominatore comune — e il fattore scatenante — di queste differenze culturali».

« È questa l’eredità del multiculturalismo : voler abolire i confini, compresi quelli etnici, e reinventare la guerra tra tribù. »

Costretti ad affrontare fin da giovanissimi molestie e violenze, alcuni assumono una « dhimmitudine consenziente », definita dall’autore « sindrome di Stoccolma »: « Si modellano la propria visione e il proprio comportamento su quelli del dominante. »

Altri rifiutano «un destino alla Franck Ribéry» — «finire con un tappeto da preghiera rivolto verso La Mecca» — e diventano degli «angry white men».

Nel frattempo, gli insegnanti sono rimasti inerti, limitandosi a fare la predica. Marc, cresciuto nel «Nord rosso», ne è profondamente indignato: «Ma chi subiva il razzismo? Noi. Ciò che mi feriva di più era la totale mancanza di empatia. Perché nessuno ci difendeva ? »

«Diversi casi sono finiti in tribunale, ma già all’epoca imperversavano i giudici di sinistra, tutte donne. Gli stranieri venivano continuamente assolti o, peggio ancora, salvati dalla prescrizione, conseguenza dell’estrema lentezza della giustizia», afferma da parte sua Jean-Emmanuel.

Il risentimento, « triste passione delle società multiculturali »

«La questione che rimane aperta e che attraversa questo libro come un filo conduttore è quella dell’origine di questa violenza anti-francese e anti-bianchi».

L’autore, che fa riferimento a Nietzsche e a Dostoevskij, vede in quest’ultima l’espressione di un risentimento da cui derivano rancore e ostilità nei confronti di ciò che è considerato la causa di una frustrazione.

Secondo il teologo protestante Reinhold Niebuhr, il risentimento lusinga l’ego ferito, offre un nemico a buon mercato e esonera dallo sforzo di lucidità.

«Lungi dall’essere quella fortuna provvidenziale promessa alla Francia e all’Europa, l’immigrazione appare piuttosto come una sventura, non solo per noi, ma anche per gli immigrati, forse meno per i nuovi arrivati stessi che per i loro figli e ancor più per i loro nipoti. […] Tutto sommato, l’immigrazione è destinata a produrre una serie infinita di anime consumate dal risentimento.»

Il rapporto con le donne

François Bousquet osserva, tra i giovani Identitari, che «se in alcuni di loro esiste una fissazione per la biologia, tipica delle società multiculturali, dove l’identità si riduce a segni distintivi della pelle, è perché, fin dalla più tenera età, sono stati ricondotti alla biologia attraverso gli insulti anti-bianchi che venivano loro lanciati in faccia. È a questo che la loro esperienza di minoranza, a scuola e per strada, li aveva esposti. Tutti avevano carattere e una personalità sufficientemente solida per non cedere alle facilità dell’assimilazione al contrario. Dei self-made men e ancor più delle self-made women. È di loro che voglio parlare ».

Alice Cordier è la presidente del Collectif Némésis, che si rifà alla « generazione Colonia », in riferimento agli stupri e alle aggressioni sessuali di massa commessi in quella città il 31 dicembre 2015 da bande di individui descritti come «nordafricani» e «fortemente ubriachi», seguiti dal silenzio «politicamente corretto» delle autorità tedesche. La giovane donna confida all’autore: «Un giorno, mia sorella — aveva dodici anni — è tornata da scuola in lacrime: un uomo di origine straniera le si era strusciato contro sul tram. […] In quel momento ho sentito davvero una rabbia crescere dentro di me. Non si è mai spenta. È stata proprio quella rabbia, credo, a dare origine, anni dopo, a Némésis

Eventi del genere sono inevitabili, ci dice François Bousquet, tanto più « che l’immigrazione extraeuropea è in stragrande maggioranza maschile » : « Nei loro paesi d’origine, questi uomini non hanno quasi mai conosciuto la convivenza tra i sessi ; la loro socializzazione è avvenuta nella vergogna del desiderio e nel sospetto nei confronti del femminile. La donna occidentale appariva loro al tempo stesso come un essere affascinante e offensivo, cresciuta nella libertà del corpo e della parola. Una volta qui, questa tentazione si è tradotta meccanicamente in comportamenti di appropriazione. […] L’errore tragico dell’Europa è quello di credere che queste due antropologie possano coesistere senza conflitti. »

Il suo libro raccoglie così numerose testimonianze toccanti, tra cui una delle meno strazianti è quella di Aline, assunta in un negozio di bigiotteria a Cergy-Pontoise. Il primo giorno, quando la direttrice, di origini algerine, la accoglie, le dice: « Avevo detto niente bianche! », prima di precisare « Non è contro di te, è solo che quando le nostre commesse sono bianche, subiamo più furti. Nessuno vi rispetta. » In effetti, questa osservazione è purtroppo giustificata perché i furti « esplodono » durante la sua settimana di lavoro…

Anche gli asiatici!

Loreine, che sul suo account X si definisce una «asiatica di destra», denuncia un razzismo proveniente da membri delle comunità magrebine e nere, nonostante l’assenza di un passato coloniale che possa fungere da pretesto per tale ostilità…

Aggiunge che «gli asiatici hanno dimostrato di non rappresentare alcun pericolo per la popolazione ospitante. Da quel momento, gli occidentali hanno abbassato la guardia. È inevitabile che all’inizio ci siano pregiudizi e una certa forma di rifiuto. Quindi ci si fa da parte, si mantiene un profilo basso, non si impone nulla, non si dà fastidio».

«A Roma, comportati come un romano», ripete. Di conseguenza, viene regolarmente definita «straccio» dai progressisti: «  Per una francese di origini coreane, rispettare il popolo francese che ha accolto la mia famiglia da generazioni, la sua cultura, le sue tradizioni e la sua identità prevalentemente bianca, equivale [secondo loro] a sminuirmi e a sottomettermi.»

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Negli ultimi giorni, François Bousquet è stato oggetto di una campagna diffamatoria da parte dei media dopo aver presentato il suo libro su CNews.

In quell’occasione ha dichiarato, tra l’altro: «Vado agli Inrockuptibles nell’edificio di Matthieu Pigasse, nel XVIII arrondissement; è un edificio enorme dove ci sono solo bianchi. Ma quando ci vai, devi scendere a Clignancourt, e Clignancourt è sbalorditivo: cammini per 500 metri e non c’è un solo bianco ».

L’autore illustrava così ciò che denuncia nel suo saggio, ovvero «il bobolchevismo: l’amore per il popolo, ma visto da una torre di guardia climatizzata».

Nel programma di infotainment Quotidien, Matthieu Pigasse, presentato come «un banchiere di sinistra che conduce una battaglia culturale contro l’estrema destra», ha risposto a questa critica con ironico disprezzo, senza entrare nel merito della questione. Il conduttore ha invece ritenuto che «molti telespettatori fossero rimasti scioccati nel sentire ciò», sottolineando al contempo il «passato controverso» di François Bousquet. Nel 2018, una collaboratrice di questo programma, recatasi nella sua libreria (ora chiusa), aveva così scoperto che questa proponeva al pubblico opere di Dominique Venner, Marc Augier alias Saint-Loup, François Duprat e Henry Coston.

Su X, François Bousquet, che ha deplorato l’impossibilità di far valere il proprio diritto di replica, ha scritto: «Vi definiscono “razzisti”, ma, nel frattempo, mai bugiardi.»

Johan Hardoy