I robot umanoidi: la prossima rivoluzione tecnologica?_di Guillaume Moukala Same
I robot umanoidi: la prossima rivoluzione tecnologica?
A lungo confinati alla fantascienza, i robot umanoidi stanno suscitando da alcuni anni un forte rinnovato interesse. Dopo decenni di ricerca e sviluppo, i primi modelli destinati all’uso commerciale stanno iniziando ad arrivare sul mercato. In teoria, i robot umanoidi potrebbero rivoluzionare completamente l’economia, fornendo una forza lavoro quasi illimitata a un costo nettamente inferiore a quello della manodopera umana e combinando in un unico corpo l’intelligenza delle menti più brillanti e la destrezza dei migliori artigiani. In pratica, i modelli attuali sono ancora lontani dal sostituire perfettamente il lavoro umano.
Dal punto di vista fisico, riprodurre la destrezza umana rimane una sfida ardua e, dal punto di vista cognitivo, le intelligenze artificiali sono ancora prive di buon senso. È quindi possibile immaginare diversi scenari a seconda degli sviluppi tecnologici ed economici: da robot limitati ad alcune nicchie industriali, senza alcun impatto macroeconomico, a robot onnipresenti nell’economia, che preannunciano un’era di prosperità senza precedenti. La portata e i tempi di questa trasformazione rimangono in gran parte indeterminati.
Guillaume Moukala Same,
Consulente economico presso Asterès
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Punti chiave
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A lungo confinati alla fantascienza, i robot umanoidi stanno entrando in una fase industriale caratterizzata da un’accelerazione degli investimenti, dalla proliferazione dei prototipi e dalle prime commercializzazioni. I produttori promettono di rivoluzionare l’economia mondiale fornendo una forza lavoro pressoché illimitata, versatile e poco costosa.
L’obiettivo di questo studio è valutare la rilevanza tecnologica ed economica dei robot umanoidi di nuova generazione e individuare le condizioni per la loro diffusione. Lo studio si articola in tre fasi: un quadro teorico per comprendere il ruolo degli umanoidi in un’economia automatizzata, un’analisi della situazione attuale del mercato mondiale e del grado di maturità tecnico-economica dei prototipi, e un’analisi prospettica articolata in sei scenari.
Teoria: la versatilità come principale valore aggiunto
La robotica umanoide si distingue dalle altre forme di robotica per la combinazione senza precedenti di un’elevata autonomia e di una versatilità quasi umana. Mentre i robot tradizionali sono progettati per superare l’uomo in compiti specifici, gli umanoidi mirano a sostituirlo in tutte le sue attività manuali. Rispetto agli esseri umani, gli umanoidi presentano quattro potenziali vantaggi: una produzione industrializzabile e senza limiti demografici, un costo potenzialmente competitivo, una capacità di lavorare in modo continuo e in ambienti ostili, e un aumento istantaneo delle competenze tramite aggiornamenti software. I robot umanoidi potrebbero quindi consentire di superare i limiti dell’automazione, in particolare nelle attività ad alta intensità manuale come la produzione, la logistica, l’edilizia, l’assistenza e la manutenzione.
Panoramica della situazione: una dinamica senza precedenti, ma una maturità tecnologica limitata
Il mercato degli umanoidi sta registrando una crescita senza precedenti dall’inizio degli anni 2020. Le domande di brevetto che menzionano il termine “umanoide” sono aumentate del 71% all’anno dal 2017, gli investimenti in capitale di rischio nel mondo occidentale sono passati da poche centinaia di milioni di euro a oltre sei miliardi in quattro anni e il numero di prototipi registrati è passato da poche unità nel 2020 a un centinaio nel 2026. I produttori sono principalmente americani (33% del campione studiato), cinesi (28%) ed europei (22%), con alcuni campioni come Neura Robotics in Germania o Engineered Arts nel Regno Unito. La maggior parte dei modelli rimane tuttavia in fase di dimostrazione, mentre solo alcuni (Digit, G1, NEO) sono disponibili in commercio. La destrezza fine e la comprensione contestuale rimangono ostacoli all’adozione: le dimostrazioni pubbliche si basano spesso su un controllo remoto discreto o su un addestramento intensivo su scenari specifici.
Sostenibilità economica: prototipi già competitivi nel settore industriale
Il costo orario stimato varia notevolmente: da 207 € all’ora a meno di 1 € all’ora, a seconda del costo di acquisto, della durata di vita e del tasso di utilizzo del robot. Nei settori a flusso continuo (industria, logistica, sanità ospedaliera), dove il tasso di utilizzo può essere massimizzato, il costo orario degli umanoidi è già inferiore a quello della manodopera francese, anche con un costo di acquisto elevato (285.000 €) e una vita utile breve (3 anni). Gli umanoidi diventano redditizi in tutti i settori a partire da un costo di acquisto di 150.000 € e una durata di vita di 6 anni — due ipotesi che sembrano ragionevoli per un mercato ormai maturo.
Prospettive: sei scenari in base al costo e alla capacità tecnologica
Lo studio descrive sei scenari prospettici basati su due fattori:
il livello tecnologico dei robot umanoidi (limitato o generale) e il loro costo unitario (basso, medio, elevato):
– Applicazioni di nicchia: i robot non sono abbastanza versatili per uscire da un contesto prestabilito e il loro costo rimane superiore a quello della manodopera locale;
– Lusso high-tech: il loro costo rimane piuttosto elevato, ma la loro versatilità li rende utili in numerose attività, in particolare quelle domestiche;
– Scalabilità: i robot sono più accessibili e consentono di automatizzare la produzione standardizzata che non è stata delocalizzata;
– Diffusione capillare: i robot, ormai più accessibili, stanno trovando impiego anche nel settore dei servizi e nei cantieri;
– Reindustrializzazione: i robot costano quasi nulla e consentono di riportare in patria la produzione standardizzata;
– Società post-lavoro: quasi gratuiti e precisi quanto un essere umano, gli umanoidi automatizzano le mansioni fisiche che rimangono dopo l’automazione delle mansioni intellettuali da parte dell’intelligenza artificiale generale.
Sfida strategica: un appuntamento che l’Europa non può perdere
Sebbene sia ancora in una fase pre-commerciale e soggetta a enormi ostacoli tecnici, la robotica umanoide potrebbe diventare il catalizzatore di una nuova rivoluzione industriale, paragonabile a quella della macchina a vapore o dell’informatica. Il prossimo decennio assomiglierà probabilmente più a un ciclo di disillusione che a una rivoluzione, proprio come è successo con le auto a guida autonoma. Ma nulla indica che gli ostacoli attuali siano insormontabili, e il cambiamento, quando avverrà, ricompenserà chi avrà scommesso presto su questa tecnologia. Per l’Europa, la posta in gioco va oltre quella di un semplice ritardo tecnologico: chi controlla gli umanoidi controlla la capacità stessa di produrre. Investire senza indugio in R&S, garantire i mattoni critici della catena del valore e anticipare il quadro sociale e fiscale di un’economia basata sul capitale produttivo incarnato costituiscono il biglietto d’ingresso per il ciclo che conterà davvero.
Dietro il vetro smerigliato della porta si staglia la sagoma del robot umanoide F.03 di Figure AI.
Nome in codice: Bear Cave.
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Introduzione
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Note
«Elon Musk presenta Optimus, l’ambizioso robot umanoide di Tesla», Le Figaro, 1° ottobre 2022 [online].
+
Peter H. Diamandis (a cura di), 2025-2035 Metatrend Report: The Rise of Humanoid Robots, Abundance360 / PHD Ventures, 2025 [online].
+
Li Xin, «Humanoid Hype: un importante investitore in capitale di rischio lancia l’allarme sul boom dei robot in Cina», Sixth Tone, 7 aprile 2025 [online].
+
«Tra cinque anni tutti i prezzi scenderanno a zero virgola uno. Cari amici, tra cinque anni nuoteremo nell’oro e non so in cos’altro ancora», annunciava Jacob Berman, personaggio dell’opera teatrale di fantascienza R.U.R., scritta da Karel Čapek nel 1920. Quest’opera, in cui compariva per la prima volta il termine «robot», racconta l’ascesa e la caduta della compagnia Rossum’s Universal Robots, che progetta e produce automi fisicamente e cognitivamente indistinguibili dagli esseri umani, destinati a svolgere i lavori pesanti al loro posto, prefigurando un’era di abbondanza generalizzata.
Rimasto a lungo nell’ambito della fantascienza, questo scenario viene, cento anni dopo, riportato alla ribalta da imprenditori del settore tecnologico americano, cinese ed europeo. I «R.U.R.» di oggi si chiamano «Tesla», «Figure AI», «Unitree» o ancora «1X», solo per citarne alcuni. Queste aziende fanno proprie le stesse promesse utopiche formulate dal personaggio immaginario di Čapek. Elon Musk descrive senza mezzi termini «un futuro di abbondanza […] dove non c’è più povertà1», Brett Adcock, fondatore di Figure AI, intravede all’orizzonte un mondo in cui i robot hanno abolito il lavoro indesiderato e dove «i prezzi tendono a zero», mentre Jensen Huang, CEO di Nvidia, prevede che entro cento anni «i robot umanoidi saranno diffusi quanto le automobili oggi2».
Ma qual è la realtà dei fatti? Al di là delle fantasie alimentate dalla fantascienza, la rilevanza economica dei robot umanoidi non è affatto scontata. Finora, l’automazione delle attività fisiche si è basata su robot progettati non per imitare l’essere umano, ma per superarlo in compiti specifici, con prestazioni inaccessibili alla morfologia umana. Allora, perché cercare oggi di riprodurre quel corpo umano che la robotica ha storicamente cercato di superare, o addirittura di rendere obsoleto? Inoltre, la progettazione di robot in grado di imitare sia le capacità fisiche che cognitive degli esseri umani costituisce una sfida tecnologica e industriale di estrema complessità. Al di là degli annunci sensazionali e delle operazioni di marketing, a che punto sono realmente la tecnologia e il suo potenziale di diffusione commerciale? Come ha osservato l’investitore cinese Zhu Xiaohu, «ogni robot umanoide è in grado di fare un salto mortale, ma dov’è la commercializzazione?3». Infine, al di là dei robot domestici, che non farebbero altro che creare un mercato del comfort liberando dalle faccende domestiche, gli umanoidi possono davvero rivoluzionare l’industria e i servizi?
L’obiettivo di questo studio è fornire alcune prime risposte a tali domande. La prima parte delinea un quadro teorico per comprendere il ruolo dei robot umanoidi in un’economia automatizzata. La seconda parte offre una prima panoramica del mercato, analizzando le dinamiche del settore, la tipologia dei produttori – con particolare attenzione al ruolo degli attori europei – e la maturità tecnico-economica degli umanoidi di nuova generazione. Infine, la terza e ultima parte conclude con sei scenari prospettici sull’impatto macroeconomico dei robot umanoidi, in base alle evoluzioni tecniche ed economiche.
IPartita
Teoria: robot versatili per superare i limiti dell’automazione
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1
Tipologia: collocare gli umanoidi nello spettro della robotica
Note
Karel Čapek et al., R.U.R.: Rossum’s Universal Robots. Dramma corale in un prologo e tre atti, collana Minos, Parigi, La Différence, 2011.
+
N. G. Hockstein, C. G. Gourin, R. A. Faust e D. J. Terris, «Una storia dei robot: dalla fantascienza alla robotica chirurgica», Journal of Robotic Surgery, vol. 1, n. 2, marzo 2007, pp. 113-118 [online].
+
Idem.
Il concetto di «robot», reso popolare dalla fantascienza, si è notevolmente evoluto rispetto alle sue origini letterarie. Lungi dal limitarsi agli umanoidi immaginati da Karel Čapek, il termine comprende oggi una vasta gamma di macchine, dal braccio robotico industriale ai veicoli autonomi. Questa sezione esplora le diverse sfaccettature della robotica basandosi su due criteri fondamentali, l’autonomia e la versatilità, al fine di comprendere meglio dove si collocano i robot umanoidi in questo panorama tecnologico in continua evoluzione.
Le origini dei «robot»: dalla fantascienza all’economia reale
Il termine «robot», o «robota» in ceco, è un neologismo apparso per la prima volta nel 1920 nell’opera teatrale R.U.R di Karel Čapek, che significa «lavoro pesante» o «schiavo»4. Nell’opera di Čapek, i robot sono macchine umanoidi dotate di intelligenza razionale: umani nell’aspetto, ma solo nell’aspetto, poiché qualità umane come l’empatia sono percepite come ostacoli all’efficienza.
Il termine verrà poi reso popolare da Isaac Asimov nella sua raccolta di racconti pubblicata tra il 1938 e il 19425, dove compaiono per la prima volta le tre leggi della robotica: Asimov dimostra che queste tre leggi, apparentemente infallibili, possono essere aggirate o vanificate. Da quel momento in poi, la robotica umanoide diventerà un tema ricorrente nella fantascienza, con figure amiche dell’uomo, come Rosie in I Jetson o C-3PO in Star Wars, o nemiche dell’uomo come Terminator, personaggio eponimo del famoso film.
I robot umanoidi sono rimasti a lungo un tema di fantascienza. Il primo robot industriale della storia, Unimate, introdotto dalla General Motors nel 19616, non aveva affatto un aspetto umano, ma si presentava piuttosto sotto forma di un braccio meccanico destinato a svolgere compiti semplici e ripetitivi sulle linee di produzione. Mentre in origine un «robot» indicava, nella letteratura fantascientifica, una macchina dall’aspetto umano, il termine si è evoluto fino a comprendere realtà molto più varie.
Autonomia e versatilità: verso una tipologia dei robot
A partire dall’Unimate, è stata sviluppata una grande varietà di robot, con aspetti e funzioni molto diversi tra loro, al punto che darne una definizione univoca rappresenta una vera sfida. Non è questo l’obiettivo del presente documento. Il quadro analitico preferito è quello di una matrice che si articola attorno a due caratteristiche fondamentali di un robot: l’autonomia e la versatilità. Questa tipologia risulterà poi essenziale per collocare i robot umanoidi nell’ampio spettro della robotica.
Il primo presupposto di questo quadro concettuale è che un robot si caratterizza per un grado più o meno elevato di autonomia. L’autonomia è la capacità di una macchina di agire senza l’intervento umano. L’autonomia non è un concetto binario e può essere rappresentata su un asse continuo, con come grado zero la teleoperazione pura, in cui l’uomo comanda a distanza ogni movimento, e come grado più elevato l’autonomia generale, in cui il robot definisce e gerarchizza i propri obiettivi. I diversi gradi di autonomia possono quindi essere posizionati su una scala da 0 a 5, in base alla quantità di responsabilità effettivamente trasferite alla macchina. Questa scala è presentata nella tabella sottostante. In generale, più si sale nei livelli di autonomia, più il software del robot è avanzato, fino a raggiungere l’intelligenza artificiale generale.
Scala di autonomia dei robot
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Il secondo presupposto di questo quadro concettuale è che un robot si caratterizza anche per la sua maggiore o minore versatilità – o, per dirla in altro modo, per il suo grado di specializzazione. La versatilità è la capacità di un robot di svolgere compiti diversi. La versatilità è, come l’autonomia, una questione di grado e può essere rappresentata su un asse continuo che va dal compito singolo alla competenza illimitata (ancora molto teorica). È anche possibile rappresentare la versatilità su una scala da 0 a 5, come mostra la tabella seguente.
Scala di versatilità dei robot
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Humanoïdes: un connubio unico di autonomia e versatilità
Ogni robot può quindi essere posizionato su una matrice con coordinate costituite dall’autonomia (asse delle ascisse = x) e dalla versatilità (asse delle ordinate = y), come illustrato di seguito. Il primo robot industriale della storia, ad esempio l’Unimate, era programmato (x = 2) per svolgere un unico compito (y = 0). I robot chirurgici sono comandati da un chirurgo e dispongono di una microautonomia filtrando i tremori, limitando le forze, impedendo le collisioni (x = 1) e, se non ripetono lo stesso movimento in serie, la gamma di compiti possibili rimane molto limitata (y = 1). Le auto a guida autonoma, invece, dispongono di una maggiore autonomia in quanto prendono decisioni in un ambiente incerto (x = 4), ma la loro funzione si riduce alla guida (y = 1).
Robonaut 2, il primo robot umanoide testato sulla Stazione Spaziale Internazionale, era in grado di svolgere più attività di manutenzione in sequenza (x = 2), ma era guidato da un essere umano, mentre gli algoritmi servivano solo a stabilizzare l’andatura (y = 1). I robot umanoidi di nuova generazione promettono almeno lo stesso livello di versatilità (y = 3), con un’autonomia simile a quella di un essere umano (x = 4). In teoria, i robot umanoidi rappresentano quindi ad oggi la forma robotica che offre contemporaneamente i più alti livelli di autonomia e versatilità. Si tratta di una svolta qualitativa rispetto alle precedenti ondate di automazione: mentre finora le macchine si sono limitate ad automatizzare compiti isolati, la robotica umanoide mira ad automatizzare il lavoro umano nel suo complesso.
In futuro, nuovi tipi di robot potrebbero consentire di spingersi ancora oltre. Nel medio termine, si può immaginare un’intelligenza artificiale generale (IAG) dotata della stessa autonomia di un essere umano (x = 5), incarnata in un corpo meccanico potenziato (y = 4), che sarebbe ad esempio in grado di volare. A lungo termine, lo stadio finale della robotica è il «nanomorfo», un robot composto da nanomacchine intelligenti (x = 5) in grado di assumere qualsiasi forma per adattarsi al proprio ambiente e ai propri obiettivi (y = 5). Una tale prospettiva appartiene ancora al regno della fantascienza.
Esempi di robot e la loro posizione nella matrice autonomia-versatilità
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2
Vantaggi rispetto ai robot tradizionali: la versatilità come principale valore aggiunto
Note
Colin McGinn, Prehension: The Hand and the Emergence of Humanity, Cambridge (MA), The MIT Press, 2015, p. 3.
+
L’utilità economica dei robot umanoidi non è necessariamente evidente o intuitiva. La loro progettazione complessa, costosa e delicata può sembrare superflua rispetto a macchine specializzate, più semplici e spesso più efficienti. Questo è il motivo per cui, fino a poco tempo fa, l’automazione si basava interamente su macchine dalle forme varie, ma non umane. Dalla matrice presentata sopra risulta evidente che gli umanoidi si distinguono da tutti gli altri tipi di robot per la loro versatilità: finora sono state inventate solo macchine specializzate in un ambito piuttosto ristretto e in grado di svolgere un numero limitato di compiti. L’argomento sviluppato in questa sottosezione è semplice: imitando le capacità fisiche e cognitive degli esseri umani, gli umanoidi, in grado di svolgere una grande varietà di compiti, con un’adattabilità simile a quella degli esseri umani, al fianco degli esseri umani, spingono i limiti dell’automazione.
Le origini della versatilità: perché riprodurre il corpo umano
Alla domanda sull’interesse dei robot umanoidi rispetto a quelli specializzati si potrebbe rispondere in modo semplice e diretto: se la forma umana non offrisse alcuna prospettiva di vantaggi, le aziende non investirebbero massicciamente nello sviluppo, nonostante questi robot non siano ancora in grado di svolgere la maggior parte delle mansioni umane. Detto questo, è possibile andare oltre chiedendosi su cosa si basi questo vantaggio competitivo. E anche in questo caso, la risposta sta in una sola parola: versatilità. Riprodurre il livello di versatilità degli esseri umani costituisce oggi una delle principali sfide per l’industria.
Alla domanda sull’utilità dei robot umanoidi rispetto a quelli specializzati, la risposta è evidente: gli esseri umani continuano a essere impiegati in massa nell’economia, a dimostrazione del fatto che mantengono un indubbio vantaggio competitivo. Questo vantaggio si basa soprattutto sulla versatilità, ed è proprio questa versatilità che l’industria robotica cerca oggi di riprodurre.
Per un robot, raggiungere il livello 3 di versatilità significa essere in grado di svolgere un’ampia gamma di compiti in contesti diversi sulla Terra, senza richiedere modifiche significative alla configurazione. Due caratteristiche risultano indispensabili per raggiungere questo elevato grado di versatilità: la mobilità e la destrezza avanzata.
La mobilità è la capacità di spostarsi da un punto A a un punto B nello spazio. La mobilità, proprio come l’autonomia e la versatilità, è una questione di grado. Alcuni robot sono fissati al suolo (come gli attuali robot chirurgici), altri possono muoversi solo in un ambiente omogeneo (come Agri-bot, che opera esclusivamente nei campi), altri possono spostarsi praticamente ovunque all’interno di un unico ambiente fisico (come un drone), mentre i più mobili possono muoversi in diversi ambienti fisici, se non addirittura in tutti. Il corpo umano è una «macchina» particolarmente mobile, in grado di spostarsi praticamente ovunque sulla Terra e, in misura minore, nell’acqua. Questa mobilità deriva sia da un corpo particolarmente adatto al suo ambiente, frutto di milioni di anni di evoluzione, sia da un ambiente particolarmente adatto al suo corpo, poiché l’uomo ha modellato il proprio ambiente a sua immagine.
La destrezza è l’altro pilastro fondamentale della versatilità del corpo umano. Ben oltre la semplice capacità di afferrare un oggetto (la «presa»), la destrezza è la capacità di eseguire manipolazioni precise e complesse ed è essenziale per l’interazione tra l’uomo e il suo ambiente. Come ha sottolineato Darwin in The Descent of Man, «l’uomo non avrebbe potuto raggiungere la sua attuale posizione dominante nel mondo senza l’uso delle sue mani, che sono così mirabilmente adatte ad agire obbedendo alla sua volontà7». Questo è proprio il limite dell’intelligenza artificiale, le cui azioni rimangono per ora limitate al mondo virtuale. In definitiva, la robotica umanoide consiste nel permettere all’IA di agire sul mondo dotandola di un corpo.
Il vantaggio economico della versatilità: un compromesso tra prestazioni e flessibilità
La versatilità offre evidenti vantaggi nel mercato del lavoro. Una risorsa versatile è una risorsa che può essere assegnata a una vasta gamma di compiti, a seconda delle esigenze del momento, offrendo una certa flessibilità. Si tratta di una qualità particolarmente ricercata in ambienti dinamici, dove le priorità possono cambiare rapidamente e, in generale, quando il volume di un compito non è sufficiente per assegnarlo a una persona a tempo pieno. Ma la versatilità ha anche un costo: proprio come i generalisti che hanno una comprensione globale di vari settori piuttosto che una competenza approfondita in uno solo, un robot umanoide potrà svolgere una maggiore varietà di compiti, ma rimarrà senza dubbio meno efficiente di un robot specializzato nell’esecuzione di determinati compiti specifici.
Esiste quindi un compromesso tra prestazioni e versatilità, e i robot umanoidi si imporranno solo nei casi in cui i vantaggi della flessibilità supereranno i costi. Nel settore dei trasporti, ad esempio, è altamente probabile che i veicoli autonomi saranno più sicuri dei veicoli tradizionali guidati da robot. In altri ambiti, la risposta non è così ovvia a prima vista. È necessario un robot specializzato per ogni attività domestica (cucinare, passare l’aspirapolvere, falciare il prato, ecc.), oppure un robot umanoide in grado di adattarsi alla diversità e all’imprevedibilità di un ambiente domestico? Allo stesso modo, i pacchi devono essere consegnati da robot umanoidi bipedi, o è meglio affidare questo compito a droni o a robot specializzati progettati specificamente per le consegne? Il mercato avrà senza dubbio bisogno di tempo per prendere queste decisioni. La risposta a queste domande non è immutabile nel tempo: nuove innovazioni potrebbero rendere gli umanoidi obsoleti per determinati compiti o, al contrario, renderli più efficienti nell’eseguire nuovi compiti.
3
Rilevanza per l’uomo: superare i limiti biologici ed etici
Note
Istituto nazionale di statistica e studi economici (Insee), «Costo orario del lavoro per settore. Dati annuali dal 2008 al 2024», [online]. Poiché i dati dettagliati per settore non sono disponibili per il 2024, è stato ipotizzato lo stesso scostamento rispetto alla media registrato nel 2020.
+
Direzione Generale del Tesoro, «Scambi bilaterali tra Francia e Cina, 22 marzo 2023» [online]; Direzione generale delle dogane e delle imposte indirette, «Risultati del commercio estero della Francia per l’anno 2023», 7 febbraio 2024 [online].
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Patrick Artus, «Perché l’industria europea sta andando così male?», Ossiam, 20 febbraio 2025 [online].
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Javier Bilbao-Ubillos, Vicente Camino-Beldarrain, Gurutze Intxaurburu-Clemente ed Eva Velasco-Balmaseda, «Industria 4.0, servitizzazione e reshoring: Una revisione sistematica della letteratura”, European Research on Management and Business Economics, vol. 30, n. 1, 2024 [online].
+
William J. Baumol e William G. Bowen, «Sulle arti dello spettacolo: l’anatomia dei loro problemi economici», The American Economic Review, vol. 55, n. 1/2, 1965, pp. 495-502.
+
Una volta dimostrato il vantaggio degli umanoidi rispetto ai robot tradizionali, resta ora da dimostrare il vantaggio degli umanoidi rispetto agli esseri umani. Sono stati individuati quattro potenziali vantaggi: la possibilità di una produzione rapida e illimitata, un costo orario potenzialmente molto basso, prestazioni complessive migliori e l’insensibilità all’ambiente circostante. Non è necessario che tutti questi vantaggi siano presenti affinché i robot trovino il loro posto sul mercato, ma più sono presenti, più il lavoro umano diventa obsoleto nei mestieri manuali.
Industrializzazione: verso una forza lavoro illimitata?
Esistono solo due modi per produrre sempre più velocemente: migliorare i metodi di produzione (crescita intensiva) o aumentare la quantità dei fattori di produzione (crescita estensiva). A parità di competenze, ciò che può essere realizzato in 10 anni con 1000 persone, può essere realizzato in 5 anni con 2000 persone. La disponibilità di manodopera costituisce quindi un fattore limitante della produzione, e ci saranno sempre più progetti potenziali che manodopera disponibile per portarli a termine – l’unico modo è distribuirli nel tempo.
Se fosse possibile produrre manodopera qualificata allo stesso modo in cui ogni anno nel mondo vengono prodotte decine di milioni di automobili, questa potrebbe, ad esempio, essere impiegata nella costruzione di centrali nucleari, turbine eoliche e pannelli fotovoltaici, accelerando così la transizione energetica. È proprio questo che promettono i robot umanoidi: produrre manodopera su richiesta, in quantità limitate solo dalla disponibilità delle materie prime, e a un ritmo ben più sostenuto di quello necessario alla formazione di un essere umano, che richiede più di vent’anni tra la nascita e la fine degli studi superiori.
Costo: verso una manodopera quasi gratuita?
A differenza del capitale umano, il costo totale di possesso dei robot diminuisce nel tempo: i costi fissi (CAPEX) sono certamente elevati, ma i costi operativi (OPEX) sono bassi, dato che non occorre pagare stipendi. Pertanto, ipotizzando costi di manutenzione ed energetici relativamente bassi, il costo marginale del lavoro potrebbe teoricamente tendere a zero con un’ottimizzazione del capitale robotico – durata di vita e tasso di utilizzo sufficientemente elevati. A titolo di confronto, nel 2020 il costo orario del lavoro era in media di 44 € in Francia, con notevoli disparità a seconda dei settori – da 27 € per l’ospitalità e la ristorazione a 68 € per le attività finanziarie e assicurative8. In Cina, da cui proviene circa il 10% delle importazioni francesi9, il costo orario della manodopera manifatturiera rimane nettamente superiore a zero, attestandosi a circa 8 €10.
Una simile riduzione dei costi di produzione avrebbe ripercussioni sia sull’industria che sui servizi. Nel settore industriale, l’introduzione di robot umanoidi potrebbe rendere l’economia francese competitiva rispetto agli stabilimenti presenti in tutto il mondo, consentendo così una rilocalizzazione della produzione, come si osserva già con i robot tradizionali11. Nel settore dei servizi, la sostituzione del capitale fisico con quello umano potrebbe segnare la fine della “malattia dei costi di Baumol”, secondo la quale i prezzi sono destinati ad aumentare per mantenere salari competitivi, nonostante i modesti guadagni di produttività12.
Costo orario della manodopera per settore di attività nel 2024 (stima) (in euro).
Fonte:
INSEE, calcoli Asterès
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Note
Presi singolarmente, i robot sono limitati dalla loro autonomia, ma, alternandosi, possono teoricamente garantire una forza lavoro disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
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Dares, Drees, DGAFP, INSEE, Quali erano le condizioni di lavoro nel 2019, prima della crisi sanitaria? Analisi Dares, n. 44, agosto 2021 [online].
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Kazunori Ohno, Shinji Kawatsuma, Takashi Okada, Eijiro Takeuchi, Kazuyuki Higashi e Satoshi Tadokoro, « Veicolo robotico di controllo per la misurazione delle radiazioni nella centrale nucleare di Fukushima Daiichi », Atti del Simposio internazionale IEEE 2011 sulla robotica per la sicurezza, la protezione e il soccorso (SSRR), Kyoto, Giappone, novembre 2011, pp. 38-43 [online].
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Prestazioni: una versatilità potenzialmente illimitata
Se la natura fa le cose per bene e possiamo trarne ispirazione, ciò non deve tuttavia limitare la nostra immaginazione. Nel caso della robotica umanoide, l’obiettivo non è solo quello di imitare le capacità umane, ma, in alcuni ambiti, di migliorarle. A livello cognitivo, ad esempio, le IA incarnate sono dotate di una conoscenza enciclopedica e di una capacità di ragionamento pari a quella delle menti più brillanti. Dal punto di vista della visione, gli umanoidi sono dotati di sensori che conferiscono loro capacità sovrumane (visione multispettrale, microtermica, ampliata, sensori chimici), consentendo loro, ad esempio, di percepire difetti o perdite a «occhio nudo». Dal punto di vista della comunicazione, i robot sono tutti collegati alla stessa rete, il che permette loro di scambiare istantaneamente informazioni a distanza e di coordinare i loro sforzi collettivi in modo molto più efficiente rispetto a un gruppo di esseri umani. In termini di formazione, gli umanoidi possono acquisire nuove competenze in modo istantaneo, tramite un semplice aggiornamento del software. Tutto ciò senza contare che gli umanoidi possono garantire collettivamente un servizio continuo 24 ore su 24, 7 giorni su 713.
Tutti questi vantaggi, il cui elenco non è esaustivo, conferiscono agli umanoidi una versatilità, un’adattabilità e un’efficienza teoricamente ben superiori a quelle degli esseri umani. A lungo termine, la robotica umanoide potrebbe evolversi verso un «lavoratore universale» in grado di passare con naturalezza dal mestiere di meccanico a quello di ingegnere, o ancora a quello di cuoco. Nei settori che implicano poche interazioni tra robot e esseri umani, gli ingegneri potrebbero persino liberarsi da alcuni vincoli del corpo umano, ad esempio dotando i robot di due paia di braccia anziché di una sola. Dopo tutto, l’evoluzione non è immutabile e potrebbe essere inventata una morfologia ancora più ottimale per agire sul mondo rispetto a quella del corpo umano.
Sicurezza: proteggere la vita umana
I robot sono molto meno sensibili all’ambiente circostante rispetto all’uomo: non temono le radiazioni e l’inquinamento e sono più resistenti al calore. Gli umanoidi possono quindi svolgere mansioni in ambienti ostili o a rischio sanitario, come fonderie, centrali nucleari, laboratori chimici o cantieri molto polverosi, e contribuire ad eliminare i lavori pericolosi – ricordiamo che, in Francia, quasi il 30% dei lavoratori dichiara ancora di essere esposto a fumi, polveri o sostanze pericolose14.
Inoltre, poiché non è in gioco il «valore umano», un incidente non comporta le stesse conseguenze etiche: si tratta di un intervento di manutenzione o, nel peggiore dei casi, di una perdita finanziaria, ma non di un infortunio o della perdita di una vita umana. Questa logica si applica da tempo in ambienti ad alto rischio, come nel caso del disastro nucleare di Fukushima, dove sono stati inviati robot telecomandati al posto delle squadre umane per ispezionare i reattori e limitare l’esposizione alle radiazioni15. In futuro, i robot umanoidi potrebbero essere inviati nello spazio per svolgere missioni extraveicolari in completa autonomia, nel vuoto interstellare, sulla Luna o su Marte.
4
Applicazioni: una potenziale rivoluzione nell’industria, nell’agricoltura e persino nel settore dei servizi
Note
Joseph Alois Schumpeter et al., Capitalismo, socialismo e democrazia, Petite biblio Payot 1235, Payot et Rivages, 2023.
+
Nella classificazione ROME, un «ambito» è un insieme di competenze o finalità professionali raggruppate attorno a grandi tematiche, indipendentemente dal settore di attività.
+
Nel corso della storia, ogni volta che un nuovo metodo di produzione si è rivelato più efficiente, più veloce, meno costoso e più sicuro, ha finito per soppiantare quello precedente. È il principio della «distruzione creativa» teorizzato dall’economista Joseph Schumpeter16. La differenza questa volta è che è il lavoro umano ad essere preso di mira, e nella sua totalità. Stimare il numero di posti di lavoro a rischio non è cosa facile e questa parte dello studio non si azzarderà a farlo. Si limita a descrivere i tipi di compiti e mansioni che i robot umanoidi potrebbero svolgere, al fine di identificare i settori più esposti e mettere in luce i limiti e le specificità che ne condiziono l’effettivo impiego.
Mappatura del lavoro manuale: individuare i settori più esposti all’automazione tramite robot umanoidi
Sebbene l’economia francese sia prevalentemente un’economia di servizi, numerose professioni richiedono ancora lo svolgimento di mansioni manuali. Sulla base delle schede professionali del repertorio ROME (Répertoire Opérationnel des Métiers et des Emplois) della Dares, è possibile stimare l’importanza del lavoro manuale per diverse «aree» professionali17. A tal fine, ogni macro-competenza è stata classificata come «intellettuale» o «manuale» utilizzando ChatGPT o1, ed è stato definito un indicatore del carattere manuale di ciascuna sfida in base alla percentuale di competenze manuali che essa comprende.
Su 31 settori, solo 11, ovvero un terzo, comportano una componente di lavoro manuale. I settori più manuali, e quindi suscettibili di essere automatizzati dagli umanoidi, sono la produzione e la manifattura (l’80% delle competenze elencate è manuale), i trasporti (75%) e l’edilizia (71%). Tra le attività non industriali, l’assistenza sanitaria si colloca al quinto posto (53%) e la creazione artistica all’ottavo (38%).
Questi dati possono poi essere incrociati con i settori per ottenere un indicatore settoriale. I tre settori più orientati alle competenze manuali risultano essere l’agricoltura (il 19% delle competenze richieste è di tipo manuale), l’installazione e la manutenzione (19%) e le arti (18%). Nell’ambito delle attività di servizi, è il settore sanitario a primeggiare (il 14% delle competenze registrate è di tipo manuale), davanti allo spettacolo (13%) e alla vendita (10%).
Ciò che emerge da questa analisi è che, nella maggior parte dei casi, le mansioni da automatizzare variano poco da un settore all’altro: si tratta principalmente di attività di produzione e fabbricazione, gestione delle scorte e trasporto, nonché manutenzione e riparazione. Queste tre grandi categorie sono comuni a tutti i settori manuali e rappresentano, in ciascun settore, almeno il 50% dell’insieme delle principali mansioni manuali. Da notare che alcuni settori si distinguono per attività specifiche, svolte quasi esclusivamente al loro interno, come l’assistenza sanitaria o la creazione artistica nel settore dello spettacolo.
Questa analisi presenta tuttavia due limiti principali. In primo luogo, non si tiene conto del volume orario: le attività fisiche possono essere minoritarie in termini di numero, ma maggioritarie in termini di volume orario. In secondo luogo, non tutte le attività presentano lo stesso livello di complessità, anche all’interno dello stesso tipo di ambito. Ad esempio, la produzione artigianale richiede senza dubbio una destrezza molto maggiore rispetto all’industria. Allo stesso modo, la gestione delle scorte nella logistica è probabilmente più ripetitiva e standardizzata rispetto al settore sanitario.
Le 10 principali «aree tematiche» con la più alta percentuale di competenze manuali, secondo la classificazione ROME
Fonte:
Nota: per ciascuna area tematica, percentuale delle macrocompetenze classificate dalla banca dati ROME come prevalentemente «manuali», in contrapposizione a quelle «intellettuali».
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I 10 settori con la percentuale più alta di mansioni manuali
Fonte:
Nota: per ciascun settore, percentuale delle macrocompetenze classificate dalla classificazione ROME come prevalentemente «manuali», in contrapposizione a quelle «intellettuali».
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Note
Se si considerano le sfide come compiti relativamente simili tra loro.
Matrice delle opportunità: individuare i settori prioritari per l’automazione
Sebbene le attività da automatizzare siano sostanzialmente simili da un settore all’altro18, salvo alcune eccezioni, l’ambiente in cui vengono eseguite e il loro volume differiscono. Questi due fattori determinano la redditività commerciale dei robot.
In primo luogo, l’ambiente determina la difficoltà di navigazione: più l’ambiente è strutturato, più la robotizzazione è semplice; al contrario, più l’ambiente è caotico, maggiore è la necessità di percezione, adattabilità e agilità meccanica. Si distinguono tre tipi di ambienti. Negli ambienti strutturati, è la macchina a dettare le regole: lo spazio è progettato o riorganizzato per la macchina (geometria fissa, superfici piane, flussi di materiali guidati, punti di riferimento permanenti). È tipicamente il caso delle fabbriche di assemblaggio, dei magazzini, dei centri di smistamento o delle serre agricole. Negli ambienti semi-strutturati, il luogo tollera la macchina: il contesto spaziale è abbastanza standardizzato e le variazioni locali (oggetti spostati, presenza di clienti) costringono il robot ad adattare la sua traiettoria o il suo strumento. È globalmente il caso di tutti gli spazi interni antropocentrici come i supermercati, le cucine, gli alberghi o gli ospedali. Infine, negli ambienti poco strutturati, la macchina deve adattarsi al luogo: lo spazio è mutevole o caotico (rilievo, condizioni meteorologiche, sovraccarico visivo, ostacoli non catalogati, traffico pedonale o veicoli casuali) e il robot deve combinare una locomozione robusta, la percezione in tempo reale e la ripianificazione. Si tratta principalmente di luoghi all’aperto come cantieri edili, fattorie in campo aperto, foreste, banchine portuali, ecc.
In secondo luogo, il volume operativo determina la redditività del robot: maggiore è il tasso di utilizzo del robot, più rapidamente si ammortizza l’investimento. Si distinguono tre livelli di volume operativo. Nel primo tipo di attività, potrebbe esserci teoricamente un fabbisogno continuo di manodopera per garantire una produzione o un servizio 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Questo sarebbe probabilmente il caso nell’industria, nella logistica, nei grandi ospedali o nel settore alberghiero. Nel secondo tipo di attività, potrebbe esserci teoricamente un fabbisogno di manodopera giornaliero ma frazionato, con fasce orarie intense durante il giorno seguite da pause notturne o nel fine settimana. Si tratta principalmente di servizi che dipendono da una clientela attiva, come la vendita e la ristorazione, le serre agricole dove il lavoro manuale varia notevolmente nel corso della giornata, o ancora settori regolamentati per evitare disturbi come l’edilizia. Infine, nel terzo tipo di attività, il fabbisogno di manodopera è puntuale, poiché i compiti fisici sono sporadici, come l’installazione o la manutenzione, o stagionali, come la raccolta. In questo caso, il modello « robots-as-a-service » potrebbe consentire di condividere più siti, ma il tempo di spostamento inevitabilmente intaccherà il tempo operativo.
Ogni attività può quindi essere classificata in base al grado di strutturazione del proprio ambiente e al proprio volume operativo teorico, come illustrato nella tabella sottostante. Questa matrice esplorativa offre un quadro di analisi utile per identificare i settori in cui i robot umanoidi potrebbero essere adottati in via prioritaria: più ci si sposta verso il basso nella tabella, maggiori sono le sfide da affrontare in termini di mobilità e adattabilità, e più ci si sposta verso destra, più il costo di acquisto del robot dovrà essere basso affinché l’investimento diventi redditizio.
Occorre tuttavia segnalare tre limiti. In primo luogo, questa analisi non tiene conto della complessità dei compiti: nei laboratori artistici, la produzione non sarà così semplice da automatizzare come nell’industria e nei servizi, mentre le interazioni uomo-macchina implicano un elevato grado di comprensione e adattamento contestuale. In secondo luogo, questa analisi non tiene conto del criterio dell’accettazione sociale dei robot, che potrebbe costituire un freno alla loro diffusione nel settore dei servizi. Infine, l’analisi merita di essere affinata basandosi su una classificazione delle attività più granulare, poiché il volume operativo teorico può variare all’interno dello stesso grande settore.
Matrice delle opportunità di automazione.
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IIPartita
Punto della situazione: la realtà si avvicina alla finzione senza però eguagliarla
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1
Mercato: una dinamica senza precedenti nella ricerca e nello sviluppo di nuovi prototipi
Note
Istituto di Robotica Umanoide, Università di Waseda, «WABOT – Storia degli umanoidi» [online].
+
Michio Kaku e Olivier Courcelle, Una breve storia del futuro: come la scienza cambierà il mondo, Champs, Flammarion, 2016, p. 61.
+
Diamandis, op. cit.
RoboServices — IA e robotica umanoide, «Robotica: IA, agenti e umanoidi (post su LinkedIn)», [online].
+
Morgan Stanley Research, The Humanoid 100: Mappatura della catena del valore dei robot umanoidi, Morgan Stanley Wealth Management, 6 febbraio 2025 [online].
+
Daniel Bleakley, «Le batterie seguiranno la legge di Moore? La Cina investe 1,3 miliardi di dollari australiani nella ricerca sulle batterie allo stato solido», The Driven, 5 giugno 2024 [online].
+
Secondo i dati di Google Patent.
Dopo decenni di sviluppo sperimentale caratterizzati da notevoli progressi tecnologici ma con applicazioni limitate, la robotica umanoide sta vivendo, dall’inizio degli anni 2020, una nuova fase di espansione: gli investimenti in R&S nel settore della robotica umanoide stanno aumentando vertiginosamente e i nuovi prototipi, sempre più operativi, si moltiplicano in modo esponenziale. Gli attori principali sono cinesi e americani, con alcuni produttori europei, e provengono da diversi ambiti: pure player specializzati in robotica umanoide, aziende provenienti dalla robotica tradizionale, o ancora giganti dell’automobile e dell’elettronica desiderosi di non perdere la prossima rivoluzione industriale.
Storia: i primi robot umanoidi sperimentali
Il WABOT-1, sviluppato all’Università di Waseda in Giappone all’inizio degli anni ’70, ovvero 10 anni dopo l’uscita del primo robot industriale, è unanimemente considerato il primo robot umanoide antropomorfo su larga scala al mondo19. Il WABOT-1 era un robot complesso per l’epoca: era in grado di comunicare con una persona in giapponese, misurare le distanze e le direzioni degli oggetti grazie a sensori esterni, produrre suoni tramite una bocca artificiale, camminare e manipolare oggetti con le mani dotate di sensori tattili. Nel 1983, il WABOT-2 acquisì maggiore destrezza e fu in grado, in particolare, di suonare il pianoforte mentre leggeva uno spartito.
Nel 1986, con la Honda Serie E, viene compiuto un passo fondamentale: viene introdotta la «marcia dinamica», in cui il robot mantiene attivamente l’equilibrio durante il movimento, consentendo spostamenti più rapidi e potenzialmente su terreni meno uniformi; poi, nel 2000, sempre con Honda, arriva il robot ASIMO, che resterà famoso per la sua capacità di camminare, correre, salire le scale e interagire con gli esseri umani con apparente fluidità.
Tuttavia, le applicazioni commerciali di questi robot rimangono molto limitate a causa della loro scarsa autonomia: si tratta essenzialmente di automi telecomandati, come il WABOT (livello di autonomia 0), o preprogrammati (livello di autonomia 1). Come racconta il fisico Michio Kaku, «ogni movimento, ogni sfumatura della mia scena con ASIMO davanti alle telecamere era stata accuratamente scritta in anticipo […] A posteriori, ho potuto parlare apertamente con i creatori di ASIMO, e hanno ammesso che questo robot, nonostante i suoi movimenti e le sue azioni straordinariamente umane, possedeva a malapena l’intelligenza di un insetto20».
Ricerca: dal 2018 si registra un nuovo slancio, evidente nel forte aumento del numero di brevetti depositati
A partire dalla fine degli anni 2010, la convergenza di tre rivoluzioni tecnologiche ha dato nuovo slancio alla robotica umanoide. In primo luogo, i progressi nell’intelligenza artificiale consentono ai robot non solo di interagire con il mondo in modo più autonomo, ma anche di imparare dalle loro esperienze (reali o virtuali) in tempi record21. L’apprendimento in ambiente simulato permette in particolare ad alcuni robot di acquisire in poche settimane una padronanza dei movimenti «che in precedenza avrebbe richiesto più di 6 mesi22». In secondo luogo, i progressi a livello hardware (sensori, attuatori e altri componenti fisici) consentono la progettazione di corpi umanoidi sempre più sofisticati a un costo in costante diminuzione23.
Infine, questi progressi non sarebbero stati possibili senza la riduzione del costo delle batterie e l’aumento della densità energetica (+20% ogni due anni) registrati negli ultimi anni24.
Il vivo interesse per questo settore è evidente dall’esplosione del numero di brevetti che menzionano il termine «umanoide»: una trentina all’anno all’inizio degli anni 2010, contro oltre 4.300 nel 2024, con una crescita media annua del 71% dal 2017, contro circa il 10% tra il 2000 e il 2017 (vedi grafico sottostante)25. Da notare che la stragrande maggioranza di questi brevetti è statunitense (70%), giapponese (11%) o cinese (7%).
Numero annuale di brevetti depositati relativi agli umanoidi
Fonte:
Brevetti Google
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Note
Americhe, Europa, Israele.
Sanjay Aggarwal e Betsy Mulé, Rapporto sullo stato della robotica 2026 (F’Prime, 2026) [online].
Ibid.
Investimenti: un’impennata dal 2024, grazie ad alcune aziende
Partendo da un livello molto basso nel 2021 (100 milioni di euro), gli investimenti in capitale di rischio nella robotica umanoide e nei modelli fondazionali sono cresciuti in media del 179% all’anno nel mondo occidentale26 per raggiungere i 5,2 miliardi di euro nel 2025, secondo i dati di F’Prime27. Tre aziende da sole hanno raccolto oltre 3 miliardi di euro: 1,5 miliardi di euro per Figure AI, 1 miliardo di euro per 1X e 734 milioni di euro per Apptronik28. Queste cifre riguardano solo i fondi raccolti dalle start-up, escludendo gli investimenti in capitale proprio degli attori storici, e non includono il mercato asiatico.
Investimenti globali in capitale di rischio nel settore dei robot umanoidi (in miliardi di euro)
Fonte:
F-Prime (2026).
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Note
Guida ai robot umanoidi [online].
RoboServices — IA e robotica umanoide, «Robotica: IA, agenti e umanoidi» [online]. Il progetto di BYD non è stato preso in considerazione poiché è ancora in fase di sviluppo e sono disponibili pochi dati.
+
Diamandis, op. cit.
Il robot Valkyrie della NASA, presentato nel 2013, e Sophia della Hanson Robotics, lanciata nel 2015, non sono stati inclusi poiché non hanno finalità commerciali.
+
Il robot Aeon di Hexagon è stato annunciato durante la stesura del presente studio e non è incluso nel campione analizzato. Yoann Bourgin, «Hexagon lancia Aeon, un robot umanoide per l’industria», Usine Digitale, 18 giugno 2025 [online].
+
Sviluppo di prototipi: una crescita vertiginosa dall’inizio degli anni 2020
L’interesse suscitato dalla robotica umanoide si riflette anche nel numero crescente di nuovi modelli presentati. Il settore è oggi così dinamico che è difficile stare al passo con tutte le novità: il sito dedicato ai robot umanoidi, Humanoid.guide, ne contava una trentina all’inizio del 2025 e un centinaio all’inizio del 202629. Ai fini della presente analisi, è stato selezionato un campione di 18 modelli. Questo campione riprende essenzialmente i modelli censiti da RoboServices nel suo elenco del marzo 202530, integrato da alcuni altri modelli ritenuti promettenti, includendo così i leader di mercato (Tesla, Figure AI, Boston Dynamics, Agility Robotics e Unitree) e i principali nuovi operatori secondo la mappatura del futurista e imprenditore Peter Diamandis31. I prototipi che non rispondono rigorosamente alla definizione di umanoide (due braccia, due gambe) sono stati esclusi.
Il grafico sottostante mostra il numero complessivo di robot umanoidi di nuova generazione presentati dal 2013, anno dell’annuncio del robot Atlas di Boston Dynamics; sono state conteggiate solo le prime generazioni, per evitare di contare più volte le diverse versioni dello stesso robot. Mentre il numero di modelli in fase di sviluppo aumenta di poco tra il 2013 e il 2021, passando da uno a quattro, cresce in modo esponenziale dal 2021 al 2025, passando da quattro a diciotto modelli di robot umanoidi. Questa esplosione del numero di prototipi umanoidi non è un errore di campionamento: fino al 2020, il censimento è quasi esaustivo32.
Va notato che non tutti i modelli sono uguali. Alcuni adottano scelte strategiche diverse. Ad esempio, con Ameca, l’azienda Engineered Arts punta ad avvicinarsi il più possibile all’aspetto umano, in vista di applicazioni nel settore dei servizi. Altre aziende come Tesla o Figure AI puntano invece su un look futuristico ispirato alla fantascienza. Recentemente, un’azienda ha presentato un modello in grado di muoversi su un terreno pianeggiante e di bloccare le ruote per salire una scala o superare un ostacolo, dimostrando che è possibile combinare l’ingegnosità umana con l’esperienza della natura per ottimizzare le capacità dei robot33.
Numero complessivo di robot umanoidi di nuova generazione presentati, per anno di presentazione (in %)
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Tipologia di produttori: una maggioranza di operatori esclusivamente online
Il 56% dei robot umanoidi del campione è stato sviluppato da «pure players», ovvero aziende che si dedicano esclusivamente allo sviluppo di umanoidi, come Figure AI, Apptronik, Agility Robotics, Clone, 1X, Humanoid AI, ecc. Il restante 44% dei non-pure players proviene essenzialmente dalla robotica tradizionale, come Neura Robotics, Boston Dynamics, Fourier Robotics, UBTech, ecc. Infine, una manciata di produttori proviene dal settore automobilistico, come Tesla o Toyota, o addirittura dal settore della telefonia/elettronica, come Xiaomi.
Mappa dei produttori di robot umanoidi, in base alla tipologia (pure player o meno).
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Storia dei produttori: operatori storici e nuovi arrivati
Dal punto di vista dell’anzianità, la ripartizione tra operatori storici e nuovi entranti è piuttosto equilibrata: il 28% dei produttori del campione ha meno di 5 anni di attività (Humanoid AI, Mentee Robotics, Engine AI, Clone e Figure AI), il 22% ha un’anzianità compresa tra 5 e 9 anni (Sanctuary AI, Unitree, Neura Robotics, Apptornik), il 28% ha un’anzianità compresa tra i 10 e i 19 anni (Agility Robotics, 1X, UBTech, Fourier, Xiaomi) e infine il 22% ha un’anzianità superiore ai 20 anni (Toyota, Engineered Arts, Atlas e Tesla). L’anzianità media delle aziende del campione è quindi di 15 anni e l’età mediana di 9 anni e mezzo, il che suggerisce tempi di sviluppo piuttosto lunghi.
Distribuzione dell’anzianità dei produttori di robot umanoidi (in %)
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Note
«Per tutti» in francese.
Nazionalità dei produttori: l’Europa al terzo posto
Infine, per quanto riguarda la nazionalità, le aziende statunitensi rappresentano il 33% del campione, quelle cinesi il 28% e quelle europee il 22%. Meritano una menzione diverse promettenti aziende europee: l’azienda tedesca Neura Robotics, che sta sviluppando 4-NE1 (si legge: «for anyone»34), un robot umanoide destinato a un uso generico, il pure player 1X che sviluppa il robot domestico NEO, l’inglese Engineered Arts che è diventato famoso con il suo robot Ameca che simula le espressioni facciali umane, e infine il nuovo arrivato britannico Humanoid AI e il suo prototipo generico HMND01. Da notare che Reachy 2 di Pollen Robotics, recentemente acquisita dalla francese Hugging Face, non è un robot bipede e non è stata quindi inclusa nell’analisi.
Ripartizione per nazionalità dei produttori di robot umanoidi (in %)
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2
Maturità: prototipi in fase di dimostrazione, ancora limitati a usi specifici in contesti semi-strutturati
Note
John Koetsier, «Figure prevede di commercializzare 100.000 robot umanoidi nei prossimi 4 anni», Forbes, 30 gennaio 2025 [online].
+
In questo studio viene operata una distinzione tra maturità commerciale e maturità tecnologica. La maturità commerciale è misurata dalla scala TRL e corrisponde allo stadio di avanzamento del prodotto nel processo di sviluppo e commercializzazione. La maturità tecnologica mira semplicemente a valutare le prestazioni tecniche del prodotto, indipendentemente dal suo stadio di commercializzazione. La differenza tra i due è importante: un robot può essere tecnologicamente avanzato ma non commercializzato e, al contrario, alcuni robot possono essere commercializzati prematuramente. Dal punto di vista commerciale, dall’analisi emerge che la maggior parte dei prototipi si trova in fase di dimostrazione e potrebbe presto entrare in fase di commercializzazione. Dal punto di vista tecnico, gli attuali prototipi rimangono limitati a usi specifici in ambienti semi-strutturati.
Maturità commerciale:
un mercato emergente con pochi esempi commerciali concreti
La maturità di una tecnologia o di un prodotto può essere valutata utilizzando la scala «technology readiness level» o «TRL». A seconda delle varianti, questa scala può andare da 1 a 9 (scala originale della NASA) o da 1 a 11 (TRL rivisto dall’AIE). In questo studio si preferisce la scala dell’Agenzia internazionale dell’energia, più precisa. Questa scala identifica sei grandi stadi di maturità: concetto (TRL da 1 a 3), piccolo prototipo (4), prototipo su larga scala (da 5 a 6), dimostrazione (da 7 a 8), inizio dell’adozione (da 9 a 10) e maturità (11). A ciascun modello del campione è stato assegnato manualmente un punteggio in base al suo avanzamento nel processo di sviluppo e commercializzazione.
In definitiva, la maggior parte dei robot si trova in fase di sviluppo o di dimostrazione. Nello specifico, i modelli in fase di sviluppo, come Clone Alpha o HMND01, rappresentano il 39% del campione. I modelli in fase di dimostrazione, come Optimus, testato internamente sulle linee di produzione di Tesla, o Figure AI e Apollo, in fase di test presso stabilimenti partner, rappresentano una quota simile del campione. Infine, i modelli già disponibili in libera vendita, come Digit, utilizzato da Amazon e la cui produzione in serie è iniziata nello stabilimento Robofab, o ancora G1 e NEO commercializzati di recente, rappresentano il 22% del campione. Da notare che alcuni prototipi in fase di dimostrazione potrebbero passare rapidamente alla fase di commercializzazione: Figure AI, ad esempio, prevede di consegnare 100.000 unità nei prossimi quattro anni35.
Maturità commerciale dei robot umanoidi del campione (in %)
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Note
Robert Riener, Luca Rabezzana e Yves Zimmermann, «I robot superano gli esseri umani nei settori incentrati sull’uomo?», Frontiers in Robotics and AI, vol. 10, 7 novembre 2023 [online].
+
Ti presentiamo NEO, il tuo maggiordomo robot in formazione (video), YouTube.
Rodney Brooks, «Perché gli umanoidi di oggi non impareranno la destrezza», RodneyBrooks.com (blog), 26 settembre 2025 [online].
+
John Koetsier, «Apptronik ha un approccio completamente diverso alla costruzione di robot umanoidi», JohnKoetsier.com, 25 settembre 2023 [online].
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Maturità tecnologica: prototipi ancora lontani dalla versatilità e dall’adattabilità di un essere umano
Il TRL fornisce soprattutto informazioni sulla maturità commerciale: più la scala si avvicina al livello 11, più il prodotto ha dimostrato la propria affidabilità sul campo, la validità del proprio modello economico e l’esistenza di una domanda sostenibile. Tuttavia, raggiungere un TRL di livello 9 non garantisce che la tecnologia evolverà fino al livello 11. A questo punto, la sua capacità di soddisfare pienamente le aspettative del mercato rimane incerta. È quindi necessario, in aggiunta, valutare le prestazioni tecniche dei robot umanoidi, indipendentemente dalla loro maturità commerciale.
Nel novembre 2023, alcuni ricercatori hanno confrontato le prestazioni di una ventina di modelli umanoidi disponibili tra il 2000 e il 2021, giungendo alla conclusione che «solo alcuni robot, ottimizzati per compiti molto specifici in ambienti semi-strutturati, raggiungono prestazioni in grado di competere con quelle di un essere umano medio in quel compito specifico36». Tra le sfide da affrontare, gli autori hanno sottolineato in particolare la destrezza e la versatilità del movimento umano, nonché l’adattabilità e la comprensione contestuale. Questa analisi non includeva tuttavia i modelli recenti presentati dopo il 2021, data in cui, proprio, il numero di modelli è esploso. È possibile che aziende come Tesla, 1X o Figure AI, solo per citarne alcune, abbiano compiuto progressi tali da rimettere in discussione la conclusione dei ricercatori nel 2023? Le informazioni disponibili pubblicamente non sembrano andare in questa direzione.
Per quanto riguarda la destrezza, sebbene siano stati compiuti notevoli progressi, i robot faticano ancora a svolgere compiti, anche semplici, con disinvoltura. Ad esempio, in un TED Talk pubblicato nel maggio 202537, il prototipo NEO di 1X, incaricato di svolgere compiti quotidiani, appare ancora esitante e poco preciso: il dito manca il bersaglio o scivola prima di premere, le falangi si posizionano male attorno alle maniglie e il robot deve talvolta usare la seconda mano per liberare una presa. Anche gesti di moderata precisione, come versare acqua per innaffiare una pianta, tradiscono un controllo motorio ancora approssimativo. Inoltre, ogni compito sembra essere svolto al rallentatore. Un utente del web riassume con umorismo la goffaggine del robot: «NEO sembra in grado di dare accidentalmente fuoco alla tua casa e di restare lì a guardarla mentre brucia». E secondo lo specialista di robotica Rodney Brooks, le attuali generazioni di umanoidi, addestrati su dati visivi, non raggiungeranno mai il livello di destrezza di un essere umano, che richiede il senso del tatto38. Oggi, la manipolazione di precisione rappresenta quindi una sfida così complessa che alcuni produttori, come Apptronik, preferiscono abbandonarla39.
Al di là della destrezza, la valutazione dell’autonomia effettiva e dell’adattabilità contestuale degli umanoidi si scontra con una carenza di dati indipendenti e imparziali. Sebbene i produttori moltiplichino le dimostrazioni di compiti complessi, queste prestazioni sono spesso il risultato di un addestramento intensivo su scenari specifici («overfitting»), limitandone la generalizzazione ad ambienti imprevisti. Il persistere del controllo remoto, anche in occasione di eventi importanti come il “We, Robot” di Tesla o per modelli recentemente commercializzati come il NEO di 1X, sottolinea una realtà cruciale: la comprensione situazionale a 360° in tempo reale rimane una sfida tecnica importante. Questo ricorso all’assistenza umana, spesso discreta, sottolinea che un punteggio elevato sulla scala TRL (che indica una commercializzazione o un’implementazione) non garantisce necessariamente una vera maturità tecnologica.
3
Costo: prototipi già competitivi rispetto alla manodopera umana nel settore industriale
Note
Brian Potter, «La destrezza dei robot sembra ancora difficile», Construction Physics, 24 aprile 2025 [online].
+
Jacqueline Du, «Humanoid robot: The AI accelerant», Goldman Sachs Research, 8 gennaio 2024 [online].
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Adam Jonas, Daniela M. Haigian e William J. Tackett, Humanoids: Investment Implications of Embodied AI (BluePaper), Morgan Stanley Research, 26 giugno 2024, 161 pagine [online].
+
Il costo costituisce di per sé un indicatore della maturità di una tecnologia: spesso le soluzioni esistono, ma non a un prezzo commercialmente sostenibile. L’unità di confronto con la manodopera umana è il costo orario, che per i robot umanoidi comprende il costo fisso (costo di acquisto), i costi variabili (manutenzione ed energia) e il numero totale di ore di servizio. Dato il grado di incertezza su questi dati, vengono considerati diversi scenari per i costi fissi e variabili, e il costo orario viene poi suddiviso per tipologia di settore.
Costo fisso: tra 14.000 € e 285.000 € a seconda dei modelli e delle stime
Esistono due approcci per stimare il costo di acquisto dei robot umanoidi. Il primo si basa sulle comunicazioni dei produttori, che annunciano il prezzo al quale intendono commercializzare il proprio prodotto. Questo approccio offre una panoramica dei costi nella produzione di massa, ma presenta un margine di ottimismo, poiché i produttori hanno interesse, nelle loro comunicazioni, a sottovalutare le sfide tecniche ed economiche. Il secondo approccio si basa su rapporti indipendenti che valutano il costo totale di produzione analizzando i singoli componenti dei robot. Questo metodo è più oggettivo ma rimane prudente poiché non tiene conto delle economie di scala e dei guadagni di efficienza legati alle curve di apprendimento industriale.
Per quanto riguarda il primo approccio, secondo i dati del sito Humanoid Guide, il prezzo dichiarato dei modelli del campione è in media di 65.000 € e varia da 14.000 € per il G1 di Unitree a 176.000 € per il 4NE-1 di Neura Robotics. La differenza di prezzo è dovuta essenzialmente alla sofisticazione dei modelli e al numero di opzioni. Il G1, ad esempio, è offerto a partire da 14.000 €, ma non include le mani. Aggiungere un paio di mani raddoppia il prezzo, e si tratterà di mani a tre dita, che offrono solo una destrezza e una sensibilità limitate40. Non sorprende che più il robot si avvicina allo stato dell’arte, più il suo prezzo è elevato.
In media, questi costi annunciati sembrano piuttosto ottimistici rispetto alle stime riportate in letteratura. Goldman Sachs, ad esempio, stima che il costo medio sarà di 142.500 € nel 2024, in calo del 40% rispetto al 2023 a causa della diminuzione dei prezzi dei componenti41, mentre per Morgan Stanley la forbice di prezzo varia da 9.500 € a 285.000 €, con un prezzo mediano di 147.250 €42. Alla luce di queste incertezze, per il prosieguo dell’analisi vengono presi in considerazione tre scenari: uno scenario ottimistico a 14.000 €, uno scenario conservativo a 285.000 € e uno scenario intermedio a 150.000 €. Filosoficamente, questi scenari possono corrispondere sia a diversi livelli di sofisticazione che a diversi orizzonti temporali.
Costo di acquisto attuale dei robot umanoidi in base allo scenario (in euro)
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Note
Jacqueline Du, op. cit.
Guillaume Moukala Same e Charles-Antoine Schwerer, La chirurgia robotica: un’innovazione a vantaggio del paziente e del chirurgo, in grado di generare risparmi, Asterès, giugno 2023 [online].
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Matias Perea, «9 giugno 2025: il prezzo dell’elettricità sui mercati va alle stelle: +61% già da domani!», Selectra, 9 giugno 2025 [online].
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Costo variabile: tra il 10% e il 30% del costo di acquisto all’anno per la manutenzione, con un costo energetico trascurabile
I costi di manutenzione dei robot variano in modo significativo a seconda della loro complessità. Per i robot industriali tradizionali, tali costi rappresentano annualmente tra il 10% (scenario ottimistico) e il 20% (scenario intermedio) del prezzo di acquisto43. I robot umanoidi, che probabilmente richiedono l’intervento di tecnici altamente specializzati, potrebbero generare costi di manutenzione più elevati. L’ipotesi prudenziale adottata è quindi del 30% del costo di acquisto all’anno, ovvero il doppio della mediana dei robot convenzionali. A titolo di confronto, il costo di manutenzione annuale dei robot chirurgici presenti negli ospedali francesi rappresenta circa l’8% del costo di acquisto. L’ipotesi più ottimistica rimane quindi relativamente prudente44. Ulteriori studi potranno cercare di precisare questa ipotesi.
I costi energetici rimangono irrisori. Il consumo energetico di un robot in funzione è compreso tra 200 W e 500 W (0,20 – 0,50 kW). Alla tariffa regolamentata di 0,2016 €/kWh45, un’ora di funzionamento costa quindi da 0,04 € a 0,10 €, a seconda della potenza richiesta. Questa spesa energetica può quindi essere considerata trascurabile nell’analisi economica complessiva.
Costo annuale di manutenzione, a seconda dello scenario (in euro)
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Note
Humanoid Scott (account X @GoingBallistic5), «Ottimizzare la produttività dei bot: sfruttare gli orari delle pause per garantire un lavoro ininterrotto», X, 30 gennaio 2024 [online].
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Costo orario: notevoli variazioni a seconda delle ipotesi e del settore
Poiché il volume orario teorico dipende essenzialmente dal settore, i tre scenari (cautelativo, intermedio e ottimistico) possono essere applicati a ciascun settore, mantenendo fisse le ipotesi relative al costo di acquisto (rispettivamente 285.000 €, 150.000 € e 14.000 €) e di durata di vita (rispettivamente 12 anni, 6 anni e 3 anni), e variando esclusivamente il tasso di funzionamento dei robot: dal 70% al 90% per i settori a flusso continuo (ovvero da 118 a 151 ore alla settimana), dal 40% al 60% per i settori con flusso giornaliero ma frammentato (ovvero da 67 a 101 ore alla settimana), e dal 10% al 30% per i settori con flusso intermittente o puntuale (ovvero da 17 a 50 ore alla settimana). Questi tassi di funzionamento sono plausibili, poiché gli esperti ritengono che, tenendo conto dei vincoli di ricarica, i robot umanoidi potrebbero funzionare per almeno 16 ore al giorno e potenzialmente fino a 22 ore al giorno46.
Si possono trarre due conclusioni principali. In primo luogo, nei settori caratterizzati da flussi continui come l’industria, la logistica o il settore sanitario ospedaliero, ad eccezione del settore alberghiero, il costo orario degli umanoidi è inferiore al costo orario della manodopera in tutti gli scenari. In secondo luogo, il costo orario degli umanoidi è competitivo rispetto alla manodopera umana in tutti i settori a partire dallo scenario intermedio, ovvero con un costo di acquisto di 150.000 € e una durata di vita di 6 anni, due ipotesi che appariranno ragionevoli quando il mercato avrà raggiunto la maturità.
Infine, un’ultima ipotesi testata (non rappresentata graficamente) prevede una durata di vita fissa di dodici anni in tutti gli scenari. Essa corrisponde a un mercato giunto a maturità, in cui i progressi tecnologici rallentano e diventano prevalentemente incrementali. Con questa ipotesi, il costo orario della manodopera umanoide risulta competitivo in tutti i settori e in tutti gli scenari. L’unica eccezione è lo scenario più conservativo di tutti (tasso di funzionamento del 10%, costo di acquisto di 285.000 €), ma questo scenario appare poco credibile anche nelle attività in cui il fabbisogno è puntuale e intermittente, poiché il modello «robot-as-a-service» consentirà probabilmente di ottimizzare il tasso di funzionamento. Alla luce di tutti questi elementi, le aziende non dovrebbero incontrare difficoltà a rendere redditizio il proprio investimento nel lungo termine.
Costo orario stimato della manodopera umanoide per settore, in diversi scenari (in euro)
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4
Prospettive: dalle applicazioni di nicchia alla società post-lavoro, resta possibile un’ampia gamma di scenari
Note
Alfred Sauvy e Anita Hirsch, La macchina e la disoccupazione: il progresso tecnico e l’occupazione, collana Pluriel, Hachette, 1982.
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James Manyika, Susan Lund, Michael Chui, Jacques Bughin, Lola Woetzel, Parul Batra, Ryan Ko e Saurabh Sanghvi, «Jobs lost, jobs gained: What the future of Work Will mean for jobs, skills, and Wages», McKinsey Global Institute, 28 novembre 2017 [online].
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Base macroeconomica comune: crescita attraverso la produttività e la domanda
Qualunque sia lo scenario, i robot umanoidi comporteranno una ridistribuzione della forza lavoro, un aumento della produttività e un aumento del potere d’acquisto. Solo l’entità di questi effetti dipende dallo scenario, non la loro natura.
In primo luogo, l’avvento dei robot umanoidi porterà a una riallocazione della manodopera umana su più livelli, generando aumenti di produttività e crescita. Si tratta di un effetto classico del progresso tecnologico. In alcuni settori, come quello sanitario, i robot sostituiranno solo parzialmente la manodopera, liberando così tempo per concentrarsi sugli aspetti relazionali, decisionali o che richiedono un giudizio umano: si tratta della riallocazione intrasettoriale. Nei settori industriali o agricoli, dove queste dimensioni umane sono trascurabili, i robot sostituiranno interamente la manodopera, che migrerà verso i servizi: si tratta della riallocazione intersettoriale. Questo processo, chiamato anche spillover settoriale47, è già in atto dall’inizio dell’era industriale, e i robot umanoidi non faranno altro che prolungarlo fino a quando, alla fine, non rimarranno che i mestieri in cui prevalgono le qualità propriamente umane – sebbene la natura esatta di queste qualità resti da definire. Questa riallocazione genererà guadagni di produttività su scala macroeconomica e quindi una crescita intensiva: si potrà creare più valore con la stessa quantità di capitale umano. Questi guadagni di produttività saranno limitati solo dalla capacità dell’economia di aumentare il parco robot.
In secondo luogo, l’avvento dei robot umanoidi avrà un effetto deflazionistico nei settori interessati, liberando potere d’acquisto che potrà essere reimmesso nell’economia. Poiché la manodopera umana verrà esclusa dai costi di produzione, i prezzi dei beni e dei servizi robotizzabili diminuiranno in misura più o meno marcata a seconda dello scenario e dell’intensità di manodopera. Le famiglie disporranno di una maggiore capacità di spesa, aumentando la domanda aggregata nell’economia e generando un circolo virtuoso di crescita e domanda. Nella storia economica, questi «effetti di ricaduta» hanno costituito un motore fondamentale della crescita economica48. Ad esempio, la meccanizzazione dell’industria tessile durante la rivoluzione industriale ha ridotto notevolmente i costi di produzione, rendendo l’abbigliamento accessibile a gran parte della popolazione e creando l’industria della moda, praticamente inesistente in precedenza. Il calo dei costi di produzione dei beni di largo consumo (abbigliamento, alimenti, ecc.) ha inoltre consentito il boom dei servizi. In futuro, potrebbero essere settori come la sanità, l’istruzione o la cultura a svilupparsi sotto il duplice effetto dell’aumento del potere d’acquisto e della riallocazione della manodopera.
Scenari: 6 visioni del futuro in base al progresso tecnologico e al costo dei robot
La portata degli effetti macroeconomici sopra descritti dipenderà essenzialmente da due fattori che rimangono tuttora incerti: il loro stato di avanzamento tecnologico e il loro costo. Per ciascuna di queste dimensioni si possono prendere in considerazione diverse ipotesi, da quelle più prudenti a quelle più ottimistiche.
Dal punto di vista tecnico, i robot possono limitarsi a compiti semplici e ripetitivi, per i quali sono stati specificamente addestrati, in un ambiente strutturato o semi-strutturato come quello attuale (robot a «uso limitato»), dove gli ostacoli tecnici possono essere superati e i robot acquisiscono quindi una versatilità e un’adattabilità paragonabili a quelle degli esseri umani (robot a «uso generale»).
Per quanto riguarda la dimensione economica, il costo di acquisto potrebbe rimanere molto elevato come oggi per i modelli più sofisticati (costo prudenziale), stabilizzarsi al costo mediano attuale (costo intermedio) oppure diminuire grazie agli effetti dell’esperienza e raggiungere il costo degli attuali modelli minimalisti (costo ottimistico). Combinando queste diverse ipotesi, si possono ipotizzare sei scenari, descritti nella tabella sottostante.
Lo stesso meccanismo si applica in ogni casella: finché il costo diminuisce, l’area di diffusione si espande, dai settori in cui il volume orario teorico è maggiore verso quelli in cui è minore. La linea «uso generale» funge da moltiplicatore: a parità di costo, aggiunge semplicemente un maggior numero di settori accessibili. Gli effetti macroeconomici si intensificano e l’orizzonte temporale si allunga gradualmente lungo la diagonale costo-capacità, fino allo scenario post-
scarsità in cui i robot possono svolgere qualsiasi compito a un costo quasi nullo. Questa progressione non è lineare: il superamento di un singolo livello può innescare un’adozione massiccia in alcuni settori o addirittura la delocalizzazione di alcune industrie.
Sei scenari relativi all’impatto economico dei robot umanoidi in base al loro costo e al loro grado di maturità tecnologica.
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Limiti: risorse naturali, legami sociali e dipendenza tecnologica
Questo quadro analitico rimane una visione semplificata della realtà e tralascia altri fattori essenziali. In primo luogo, questi scenari non tengono conto della disponibilità delle risorse. Infatti, la produzione di massa di robot umanoidi, oltre a quella di veicoli elettrici, turbine eoliche e pannelli fotovoltaici, potrebbe accentuare la pressione sui metalli rari e farne aumentare il costo di acquisto. Senza una soluzione a questo problema (riciclaggio a ciclo chiuso, alternative ai metalli rari, estrazione mineraria dagli asteroidi), gli scenari più ottimistici sullo stock di robot e sul grado di automazione dell’economia (shock umanoide, società post-scarsità) sembrano poco credibili.
In secondo luogo, questi scenari non tengono conto della dimensione sociale del lavoro umano. Anche nell’ipotesi di un robot per uso generico, non è necessariamente auspicabile automatizzare tutte le professioni. In molti settori, il valore del lavoro non risiede solo nell’efficienza o nella produttività, ma nell’interazione umana stessa.
Ordinare una bevanda in un bar non è solo un atto funzionale: è un’esperienza umana in sé, un momento di convivialità e di scambio. Allo stesso modo, in ambito sanitario, l’atto di cura non si riduce a una serie di gesti tecnici: si basa anche sull’ascolto, sull’attenzione rivolta al paziente e sul rapporto di fiducia. I robot possono simulare l’empatia e fingersi umani in ambienti digitali, ma nel mondo fisico il loro aspetto tradisce inevitabilmente la loro natura artificiale.
In terzo luogo, questi scenari non tengono conto della questione dell’accettazione o meno di tali tecnologie. Negli scenari «diffusione generalizzata» e «società post-scarsità», l’umanità ha dato vita a una nuova specie: un’intelligenza artificiale incarnata, dotata di un corpo e in grado di agire fisicamente sul mondo. Il grado di automazione dell’economia è tale da renderla simile a un organismo autonomo, che si sviluppa indipendentemente da qualsiasi azione umana. L’intero ciclo, dalla progettazione alla realizzazione, è gestito da entità artificiali: i robot stessi provvedono alla propria manutenzione e possono persino auto-migliorarsi. In questo scenario, il rischio è che l’umanità non solo deleghi il lavoro alla macchina, ma perda il controllo del proprio destino. In definitiva, le stesse questioni etiche che si pongono con l’IA si pongono anche con i robot umanoidi.
Conclusione
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Note
Fred Truck, «Mind Children: The Future of Robot and Human Intelligence» (recensione del libro di Hans Moravec), Leonardo, vol. 24, n. 2, 1991, pp. 242-243, [online].
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Le rivoluzioni dell’intelligenza artificiale e della robotica umanoide sono le due facce della stessa medaglia: un giorno, il cervello e la macchina non saranno più che una cosa sola. L’aspetto fisico dell’IA è quindi strategico tanto quanto quello cognitivo. Tuttavia, a differenza dell’intelligenza artificiale, già ampiamente diffusa, la robotica umanoide si basa ancora essenzialmente su promesse. Il paradosso di Moravec rimane attuale49: oggi le macchine superano gli esseri umani nei compiti cognitivi più complessi, ma sono ancora lontane dall’interagire con il loro ambiente fisico con la stessa fluidità.
In queste circostanze, è probabile che il prossimo decennio assomigli più a un ciclo di disillusione che a una rivoluzione industriale. Il precedente delle auto a guida autonoma, promesse da tempo e ancora limitate a percorsi ristretti, invita alla massima cautela nei confronti delle tempistiche annunciate dai produttori.
Questo scetticismo a breve termine non va confuso con uno scetticismo a lungo termine. Nulla indica che gli ostacoli attuali siano insormontabili. Il fallimento non è certo, né lo è il successo, ed è proprio per questo motivo che l’Europa non può permettersi di restare indietro, anche se la fase attuale sembra una bolla. È quindi necessario investire senza indugio in R&S, garantire i mattoni critici della catena del valore, anticipare la tensione sui metalli rari e riflettere sul quadro sociale e fiscale di un’economia in cui il capitale produttivo sarà incarnato.
Questi investimenti rappresentano il biglietto d’ingresso per il ciclo successivo, quello che conterà davvero. La storia recente delle rivoluzioni tecnologiche dimostra che esse premiano chi scommette su di esse per tempo e penalizzano in modo duraturo chi lo fa troppo tardi. L’Europa non può permettersi un altro appuntamento mancato.
Bibliografia
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