Italia e il mondo

Durkheim nell’era dei social network

Durkheim nell’era dei social network

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 Ferdinando Capicotto

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2 Aprile 2026

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Possiamo guardare al presente rileggendo i classici? sembra una domanda scontata, eppure è molto facile scadere in grossolani errori. Facciamo dunque un esercizio: proviamo a immaginare un dialogo con Durkheim nell’era dei social.

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Ribadiamo: per Émile Durkheim, la società non è una semplice somma di individui, ma una realtà morale che produce norme, valori e credenze condivise. La coscienza collettiva è quell’insieme di rappresentazioni comuni che tengono unita la società, rendendo possibile la coesione. Nelle società tradizionali prevaleva una solidarietà meccanica, basata sulla somiglianza. Nelle società moderne, invece, emerge una solidarietà organica, fondata sulla differenziazione e sull’interdipendenza.

Ma alla luce di quanto detto, cosa accade quando la modernità diventa digitale?

Émile Durkheim: il padre della sociologia
Scopri tutti gli articoli su Durkheim

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Social network: nuova piazza pubblica o frammentazione?

I social media sembrano aver creato una nuova forma di spazio pubblico. Hashtag globali, mobilitazioni online, indignazioni collettive: fenomeni che ricordano, almeno in apparenza, una rinnovata coscienza condivisa. Eppure, accanto a questa dimensione globale, assistiamo a una crescente frammentazione.
Algoritmi personalizzati, bolle informative, micro-comunità ideologiche producono universi paralleli. Non esiste più un unico “senso comune”, ma molteplici verità simultanee. La coscienza collettiva non scompare: si moltiplica.

Dalla solidarietà organica alla solidarietà algoritmica

Nel mondo digitale non siamo uniti dalla somiglianza né dalla semplice interdipendenza economica. Siamo connessi da affinità selezionate algoritmicamente.

Possiamo parlare di una solidarietà algoritmica: legami costruiti sulla base di interessi, emozioni e comportamenti tracciati. Questo tipo di coesione è fluida, instabile, emotiva. Si attiva rapidamente – come nei casi di indignazione virale – ma si dissolve con la stessa velocità. È una solidarietà intensa ma breve.

Anomia digitale: quando mancano riferimenti comuni

Durkheim parlava di anomia per descrivere una condizione di disorientamento normativo. Nel 2026, l’anomia può essere letta come sovraccarico di norme contraddittorie: troppe opinioni, troppe versioni della realtà, troppi standard morali. Il risultato è un senso diffuso di incertezza. Se ogni gruppo ha la propria verità, cosa resta come riferimento condiviso?

dipendenza da social network
approfondisci con “Narcosi e dipendenza da social network oggi” di Erico delle Donne

Eventi globali – crisi climatiche, guerre, emergenze sanitarie – sembrano ricreare momenti di unità simbolica. Ma questa unità è fragile e spesso mediata dall’emozione più che dalla riflessione.

Parallelamente, emergono vere e proprie tribù digitali, con codici linguistici, rituali e simboli propri. Meme, hashtag e trend diventano strumenti di coesione interna e di distinzione esterna. La società non è meno collettiva: è più segmentata.

L’attualità di Durkheim nell’era dei social

Durkheim non è superato: è più attuale che mai. La coscienza collettiva nell’era dei social non è scomparsa, ma ha cambiato forma. È più veloce, più emotiva, più fragile. La domanda centrale non è più se esiste ancora una coscienza collettiva, ma quale tipo di coesione vogliamo costruire in una società digitale che tende alla polarizzazione.

Se la modernità aveva trasformato la solidarietà, la digitalità la sta ridefinendo. E comprenderne i meccanismi è oggi una delle sfide principali della sociologia.

Bibliografia

  • Durkheim, É. (1893). La divisione del lavoro sociale.
  • Durkheim, É. (1897). Il suicidio.
  • Durkheim, É. (1912). Le forme elementari della vita religiosa.
  • Sunstein, C. R. (2017). #Republic: Divided Democracy in the Age of Social Media.
  • Pariser, E. (2011). The Filter Bubble.
  • Castells, M. (2012). Reti di indignazione e speranza.

Sociologia dell’antica Roma: una società schiavista?

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 Biagio De Risi

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28 Marzo 2026

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Immagina di entrare in una villa romana: fuori, campi sterminati coltivati da decine di persone che zappano sotto il sole; dentro, un tizio elegante che sorseggia vino mentre qualcuno gli sventola un ventaglio. Ora, chi sono quelle persone nei campi e in casa? Schiavi. Tanti, tantissimi schiavi. Siamo al quarto appuntamento della nostra rubrica su Sociologicamente.it, basata su Conquistatori e Schiavi di Keith Hopkins, e oggi ci tuffiamo nel mondo della schiavitù romana. Non è solo una questione di catene e frustate: Roma costruisce una società schiavista che funziona come un motore oliato, e c’è persino una sorpresa – molti di questi schiavi vengono liberati. Perché? È bontà d’animo o strategia? Siediti con me, che ti racconto una storia che ti farà vedere Roma da un’angolazione diversa!

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La nascita di una società schiavista

Partiamo dalle basi. Nei primi due articoli abbiamo visto come la conquista romana cambia l’Italia: le guerre portano milioni di prigionieri – circa due milioni tra il II e il I secolo a.C. – e questi finiscono a lavorare per i romani. Ma non è solo una questione di numeri: Roma diventa una società schiavista, un posto dove gli schiavi non sono un extra, ma il cuore pulsante dell’economia. È come se oggi un paese dipendesse totalmente da una manodopera a costo zero: senza di loro, tutto crolla.

Gli schiavi sono ovunque. Nei latifondi, quelle enormi tenute che abbiamo incontrato l’ultima volta, coltivano grano, vigne e olivi, producendo cibo per sfamare Roma e far guadagnare i padroni. Ma non si fermano ai campi: nelle città, lavorano come cuochi, sarti, scribi, persino medici o maestri per i figli dei ricchi. È un sistema totale: Hopkins calcola che alla fine del I secolo a.C. gli schiavi potrebbero essere stati un terzo della popolazione italiana, forse anche di più. Immagina un’Italia dove una persona su tre non è libera – pazzesco, no?

Perché funziona così bene? Semplice: gli schiavi sono una forza lavoro perfetta per i romani. Li compri – spesso a buon mercato, grazie alle guerre – e non devi pagarli. Li fai lavorare fino allo sfinimento, e se si ribellano, hai l’esercito per rimetterli in riga. Nei latifondi, per esempio, un padrone può gestire centinaia di schiavi con pochi sorveglianti, producendo tonnellate di grano a costi bassissimi. È brutale, sì, ma per i ricchi è un affare d’oro. E per Roma, che deve nutrire una capitale da un milione di abitanti, è una necessità: senza gli schiavi, addio banchetti e templi scintillanti.

L’affrancamento: umanità o strategia?

E qui arriva il colpo di scena: Roma non tiene tutti gli schiavi in catene per sempre. Molti, tantissimi, vengono liberati. Ti starai chiedendo: “Ma perché? Sono impazziti?”. Non proprio. L’affrancamento – cioè il processo per cui uno schiavo diventa libero – è una delle cose più sorprendenti di questa società, e Hopkins ci aiuta a capirne il perché. Non è solo un gesto di buon cuore, anche se a volte c’entra: è una strategia che conviene a tutti, padroni compresi.

Come funziona? Mettiamo che sei uno schiavo e il tuo padrone ti dà un po’ di autonomia. Magari ti lascia gestire un banchetto al mercato o fare il contabile per i suoi affari. Con il tempo, ti permette di mettere da parte qualche soldo – una specie di “paghetta” chiamata peculium. È come un conto in banca che non è proprio tuo, ma che puoi usare. Se sei bravo e fortunato, quel denaro lo usi per comprarti la libertà: paghi il padrone, e lui ti firma un documento che dice “sei libero”. È un po’ come un contratto di lavoro moderno dove, dopo anni di straordinari, ti “licenzi” da solo pagando una buonuscita.

Solo questione di soldi

Ma non è solo una questione di soldi. I padroni ci guadagnano in altri modi. Liberare uno schiavo fedele – magari quello che ti ha cresciuto i figli o ti ha salvato i conti – è un modo per premiarlo e tenerlo legato a te. Una volta libero, diventa un liberto, un ex schiavo che spesso continua a lavorare per il vecchio padrone come cliente o socio. È una relazione win-win: lo schiavo ottiene la libertà, il padrone un alleato fidato.

E c’è di più: liberare schiavi fa bella figura. Un ricco che affranca dieci persone in punto di morte sembra generoso, e in una società dove l’immagine conta, questo vale oro. Poi c’è il lato pratico. Gli schiavi non sono eterni: invecchiano, si ammalano, muoiono. Tenerli tutti a vita costa – vitto, sorveglianza, rischi di ribellione. Liberarne alcuni e sostituirli con schiavi nuovi, magari giovani e forti presi in guerra, è più conveniente. È un sistema cinico ma furbo: Roma non vuole una massa di schiavi incatenati per sempre, vuole un ciclo che si rinnovi e tenga tutto in equilibrio.

Un esempio concreto e un paragone per la società schiavista

Facciamo un esempio. Immagina uno schiavo chiamato Marco, catturato in Grecia durante una guerra. Lavora nei campi di un latifondo, ma è sveglio e il padrone lo nota. Lo mette a gestire le scorte di grano, gli dà un peculium, e dopo dieci anni Marco ha abbastanza soldi per comprarsi la libertà.

Diventa un liberto, apre una bottega a Roma e continua a fare affari con il vecchio padrone. È una storia comune: molti liberti diventano artigiani, commercianti, addirittura ricchi. Alcuni, come i liberti di Augusto, finiscono per gestire pezzi dell’impero!

Oggi sarebbe come se un’azienda sfruttasse lavoratori sottopagati ma offrisse loro una via d’uscita: dopo anni di sacrifici, ti “compri” un contratto da libero professionista e resti comunque nel giro. Certo, non è giustizia sociale – la schiavitù resta una schifezza – ma è un sistema che dà ai romani flessibilità e stabilità. E funziona: i liberti sono così tanti che a volte superano gli schiavi stessi, soprattutto in città.

Verso Delfi: un caso da scoprire

Ok, abbiamo capito come Roma diventa schiavista e perché l’affrancamento è una mossa astuta. Ma come si vive questa “libertà” nella pratica? Nel prossimo articolo faremo un salto a Delfi, una città greca sotto il controllo romano, dove gli schiavi possono comprarsi la libertà in un modo tutto particolare. È un esempio concreto di quello che abbiamo visto oggi, con un tocco di mistero – c’entra persino il dio Apollo! Sarà una chiacchierata su numeri, costi e legami che non si spezzano mai del tutto. Ci vediamo lì – porta la curiosità, che ne vale la pena!

Biagio De Risi

Biagio De Risi

Amante della comunicazione, dei dati e della società, indago il legame tra tecnologia, cultura e dinamiche sociali. Mi occupo di intelligenza artificiale, media, lavoro e trasformazioni digitali, adottando un prospettiva sociologica e analitica. In questo spazio propongo riflessioni, studi e idee per comprendere il presente e prospettare il futuro.

Diventare un Dio: il culto dell’imperatore

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 Biagio De Risi

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18 Aprile 2026

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Ero a Pompei, qualche anno fa, in una di quelle giornate di maggio che sembrano già estate. Camminavo tra le rovine, il sole che picchiava sulle pietre, e mi sono fermato davanti a un altare piccolo, quasi nascosto. Sopra c’era un’iscrizione: dedicata a “Roma e all’Imperatore”. Niente di che, due righe. Ma mi ha colpito come un pugno. Perché lì, in mezzo a una città sepolta dalla cenere, capivi all’improvviso come funzionava davvero quell’impero enorme: non solo con le legioni, non solo con le strade. Funzionava soprattutto con gli altari. Con le statue. Con la gente che, in ogni angolo del mondo conosciuto, alzava gli occhi e pregava lo stesso uomo.

Ecco, questo è il cuore del settimo capitolo di Keith Hopkins: come si tiene insieme un territorio che va dalla Scozia al Sahara, con centinaia di lingue, divinità, usanze diverse? La risposta è brutale nella sua semplicità: trasformando l’imperatore in un dio. Non un re simpatico, non un politico bravo. Un dio vivente. Qualcuno a cui si fanno sacrifici, a cui si bruciano incensi, a cui si rivolgono preghiere.

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In principio fu l’imperatore Augusto

All’inizio non era così. Augusto, il primo, era stato attentissimo a non farsi chiamare re. Si presentava come “primo cittadino”. Ma già con lui, piano piano, le cose cambiano. I templi dedicati a “Roma e Augusto” spuntano ovunque. Non è un caso. È un progetto politico preciso. Hopkins lo spiega con una chiarezza che ti resta appiccicata addosso: il culto imperiale non serviva tanto a farsi amare dal popolo (quello veniva dopo). Serviva a creare un linguaggio comune. Un codice condiviso. Una cosa che tutti, dal mercante siriano al legionario britanno, dal contadino egiziano al nobile gallico, potessero capire.

Immagina. Sei in una città sperduta della Britannia, piove da tre giorni, fa un freddo cane. Entri in un tempietto di pietra e vedi la statua dell’imperatore. Stessa faccia che hai visto sulle monete. Stessi tratti che hai visto sui bassorilievi a Roma. E sai che in quel preciso momento, in Africa, in Asia, in Spagna, altra gente sta facendo la stessa cosa: si inchina, offre un animale, prega per la salute dell’imperatore. È un collante. È l’unica cosa che tiene insieme quell’enorme macchinario.

E non era solo propaganda vuota. Era un meccanismo sociale raffinatissimo.

I ricchi locali delle province lo avevano capito benissimo. Volevi fare carriera? Volevi entrare nel giro giusto? Costruivi un tempio all’imperatore. O almeno lo restauravi. O organizzavi i giochi in suo onore. Era il biglietto d’ingresso. I notabili di città come Efeso, Leptis Magna o Nîmes finanziavano altari, statue, feste. In cambio ottenevano privilegi: cittadinanza romana, esenzioni fiscali, posti nel consiglio provinciale, magari persino una statua loro accanto a quella dell’imperatore. Era un patto esplicito: io ti venero, tu mi proteggi.

Il consenso delle élite

Hopkins lo chiama “consenso delle élite”. E ha ragione da vendere. Non era il popolo minuto che decideva. Erano i ricchi locali, quelli che contavano davvero nelle province, a usare il culto imperiale come ascensore sociale. Diventavano flamines, sacerdoti del culto imperiale. Portavano il titolo con orgoglio. Si facevano ritrarre con la corona sacerdotale. E in cambio garantivano che la provincia restasse tranquilla. Che le tasse arrivassero a Roma. Che non scoppiassero ribellioni.

Perché il bello (o il terribile) è che il culto funzionava a due livelli. Per le masse era emozione: processioni, banchetti, spettacoli. Per le élite era calcolo freddo: potere, status, protezione.

E poi c’erano i simboli. Quelli che arrivavano ovunque.

Le monete. Ogni soldato, ogni mercante, ogni contadino le maneggiava tutti i giorni. E sopra c’era sempre lui: l’imperatore con la corona radiata, simbolo divino. O con il fulmine in mano, come Giove. O con la lancia, come un dio guerriero. La faccia dell’imperatore circolava più di qualsiasi altra cosa nell’impero. Era il primo “selfie” globale della storia.

Le statue, poi. Enormi. In marmo, in bronzo, dorate. Ce n’erano migliaia. In ogni foro, in ogni piazza, davanti a ogni tempio. E tutte con la stessa espressione: serena, distante, divina. Non sorridevano. Non erano vicine. Erano al di sopra. Proprio come l’imperatore voleva essere percepito: irraggiungibile, ma presente ovunque.

Parallelismi con oggi

Mi viene in mente una cosa mentre scrivo. Penso a certe foto che vediamo oggi, sui giornali o sui social: un leader che viene ritratto in pose quasi sacre, con luci studiate, in mezzo a folle adoranti. O a quelle monete virtuali, i meme, le immagini ripetute ossessivamente. Il meccanismo è identico. Cambia solo la tecnologia.

Hopkins non lo dice esplicitamente, ma leggendolo ti rendi conto che il culto dell’imperatore è stato uno degli strumenti di propaganda più efficaci mai inventati. Perché non era imposto con la forza. Era offerto. Era conveniente. Era utile. E soprattutto: era condiviso. Creava appartenenza. Ti faceva sentire parte di qualcosa di più grande.

Certo, non tutti ci credevano davvero. Molti lo facevano per convenienza. Ma questo non conta. Conta che il sistema funzionasse. Conta che per secoli, in un impero immenso e diversissimo, la gente – almeno formalmente – pregasse la stessa persona. Sacrificasse allo stesso altare. Riconoscesse la stessa faccia sulle monete.

E quando il cristianesimo arriverà a sfidare questo sistema, sarà proprio contro questo culto che si scontrerà più duramente. Perché i cristiani rifiutavano di bruciare incenso all’imperatore. Rifiutavano di riconoscerlo come dio. E questo, per Roma, era alto tradimento.

Il titolo di imperatore non è scomparso, si è evoluto

Ma questa è un’altra storia. Quello che resta, per me, è una domanda scomoda: quanto siamo cambiati davvero?

Oggi non abbiamo più templi dedicati a un uomo solo. O forse sì, solo che li chiamiamo diversamente. Abbiamo stadi pieni di gente che canta il nome di un leader. Abbiamo schermi che trasmettono la sua faccia ventiquattr’ore su ventiquattro. Abbiamo monete (digitali) con il suo profilo. Abbiamo élite locali che si affannano a mostrare lealtà per ottenere favori.

Il culto dell’imperatore non è morto. Si è solo evoluto. Ha cambiato nome, ha cambiato forma. Ma il bisogno di un “dio vivente” che tenga insieme le cose, che dia un centro al caos, quello sembra ancora fortissimo. E forse è la cosa più romana che ci sia rimasta.

Biagio De Risi

Libertà a metà: gli schiavi di Delfi

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 Biagio De Risi

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7 Aprile 2026

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Immagina una giornata assolata a Delfi, in Grecia, intorno al 150 a.C. Sei uno schiavo, magari un ragazzo strappato alla tua casa durante una guerra, e stai salendo i gradini di un tempio maestoso. Intorno a te, il profumo dell’incenso e il brusio di una folla che prega Apollo, il dio dell’oracolo. In mano hai un sacco di monete – sudate, risparmiate dopo anni di lavoro – e stai per fare il grande passo: comprarti la libertà. Ma non è una scena da film hollywoodiano, con catene che cadono e lacrime di gioia. È qualcosa di più complicato, un affare mezzo burocratico e mezzo sacro. Benvenuto al quinto articolo della nostra rubrica su Sociologicamente.it, basata su Conquistatori e Schiavi di Keith Hopkins. Oggi lasciamo l’Italia per un attimo e voliamo a Delfi, dove gli schiavi diventano liberi – o quasi – in un sistema che ti sorprenderà!

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Come si diventa liberi a Delfi

Allora, mettiamoci nei panni di uno schiavo qualsiasi – chiamiamolo Damas. Damas lavora per un padrone greco, magari pulendo casa o badando alle pecore, e sogna il giorno in cui non dovrà più prendere ordini. A Delfi, una città famosa per il suo santuario di Apollo, c’è una tradizione speciale per “comprarsi la libertà”. Non è come a Roma, dove magari convinci il padrone con un gruzzolo e una stretta di mano. Qui c’è un rituale vero e proprio, e il dio Apollo ci mette lo zampino.

Ecco come funziona: Damas e il suo padrone vanno al tempio e fanno un accordo. Il padrone “vende” Damas ad Apollo – sì, al dio! – per una somma di denaro, tipo 300 o 500 dracme, che Damas stesso deve tirar fuori. È un po’ come se pagassi una tassa per uscire di prigione, solo che la prigione è la tua vita da schiavo. Una volta pagato, i sacerdoti scrivono tutto su una stele di pietra – una specie di contratto pubblico – e dichiarano che Damas è libero perché Apollo lo ha “comprato”. In teoria, ora è un uomo libero, non appartiene più a nessuno. In pratica? Beh, non proprio, ma ci arriviamo.

Il processo è affascinante: non è solo una transazione privata, ma un evento sacro. Apollo diventa il garante della tua libertà, e questo dà un tocco di solennità alla cosa. È come se oggi andassi dal notaio con un prete al seguito per firmare un contratto – un mix di legge e fede. E non è raro: Hopkins racconta che a Delfi, tra il II e il I secolo a.C., centinaia di schiavi passano per questo rito. Le stele ritrovate sono piene di nomi, date e dettagli: una miniera d’oro per capire come funzionava davvero la schiavitù in quel mondo.

Libertà condizionata e qualche numero

Ok, Damas è libero, no? Non proprio. Questa “libertà” ha un sacco di asterischi. Intanto, il prezzo non è una passeggiata. Quelle 300-500 dracme – a volte anche di più, fino a 1000 – sono una fortuna per uno schiavo. Una dracma era più o meno il salario giornaliero di un lavoratore libero, quindi pensa a risparmiare l’equivalente di uno o due anni di stipendio lavorando gratis per il padrone. Come ci riesci? Spesso il padrone ti lascia guadagnare qualcosa, magari vendendo prodotti al mercato o facendo lavoretti extra – un po’ come il peculium romano che abbiamo visto l’ultima volta. Ma ci vuole tempo, pazienza e un padrone che non ti sprema troppo.

E poi c’è il trucco: anche dopo essere liberato, Damas non taglia i ponti col passato. Molte stele dicono che deve restare al servizio del vecchio padrone per un po’ – magari qualche anno, o fino alla morte del padrone – prima di essere davvero libero. È una libertà a metà: sei fuori dalla schiavitù, ma non del tutto indipendente. È come se oggi firmassi un contratto di lavoro che ti libera dal capo, ma solo dopo un periodo di “prova” in cui devi comunque obbedire. E se il padrone ha figli? Spesso devi promettere di servire anche loro, almeno un po’. Insomma, Apollo ti benedice, ma i legami con il passato restano.

Diamo un’occhiata ai numeri, perché rendono l’idea. Hopkins ha studiato queste stele e scoperto che tra il 200 e il 100 a.C. circa 1000 schiavi vengono affrancati a Delfi – e questo è solo quello che

sappiamo dalle iscrizioni ritrovate. La maggior parte sono donne – quasi il 60% – forse perché lavoravano in casa e avevano più chances di farsi voler bene dai padroni. I prezzi variano: una donna poteva costare 400 dracme, un uomo magari 600, a seconda dell’età e del lavoro che faceva. È un sistema che mescola soldi, religione e strategia: i padroni ci guadagnano – incassano il denaro – e gli schiavi ottengono una specie di promozione sociale.

Un sistema che racconta tanto

Cosa ci dice tutto questo? Che a Delfi la schiavitù non è solo catene e disperazione: c’è una via d’uscita, ma è piena di compromessi. Per i padroni, liberare uno schiavo è un affare: prendi i soldi, mantieni un lavoratore fedele, e magari fai pure bella figura con Apollo. Per gli schiavi, è una luce in fondo al tunnel, ma non proprio la libertà totale che sogniamo noi oggi. È un equilibrio strano, tipico del mondo antico: nessuno vince del tutto, ma il sistema va avanti.

E non è solo una curiosità locale. Quello che succede a Delfi ci aiuta a capire meglio la schiavitù romana che abbiamo visto l’ultima volta. Anche lì, l’affrancamento è una pratica comune, ma a Delfi diventa un rito pubblico, quasi una festa. È un esempio concreto di come i romani – e i greci sotto il loro controllo – gestiscono una società piena di schiavi senza farla crollare. E i numeri? Ci danno un assaggio di vite reali, di persone che ce l’hanno fatta – o quasi – a cambiare il loro destino.

Verso gli eunuchi: potere dietro le quinte

Abbiamo esplorato la schiavitù da vicino, con Damas e il suo sogno di libertà a metà. Ma la storia degli schiavi non finisce qui. Nel prossimo articolo ci sposteremo nel tardo impero romano, dove incontreremo un gruppo strano e affascinante: gli eunuchi. Schiavi anche loro, ma con un twist – finiscono per avere un potere enorme, gestendo corti e imperatori. Come ci riescono? Sarà una chiacchierata su intrighi, contraddizioni e un sistema che non smette mai di stupirci. Ci vediamo lì – la curiosità è d’obbligo!

Gli eunuchi alla corte romana: sociologia di un potere

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 Biagio De Risi

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11 Aprile 2026

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Stavo sfogliando un libro vecchio, di quelli con la copertina rovinata, seduto al solito bar sotto casa a Napoli. Fuori pioveva a dirotto, uno di quei temporali che ti fanno venire voglia di restare lì dentro per ore. E mi è caduto l’occhio su una frase: “gli eunuchi di corte nel tardo impero romano”. Ho riso da solo. Perché? Perché mi ha ricordato all’istante certi “assistenti” che ho conosciuto nella mia vita – gente che non aveva il titolo, non aveva il cognome, ma se volevi arrivare al capo dovevi passare per forza da loro. E loro decidevano. Sempre.

Ecco, proprio questo è il paradosso che Keith Hopkins ha sviscerato in uno dei suoi saggi più taglienti: come diavolo è possibile che degli uomini senza famiglia, senza discendenza, tecnicamente schiavi e spesso disprezzati da tutti, siano diventati i veri guardiani del potere imperiale nel IV secolo dopo Cristo?

Andiamo per ordine. Nel IV secolo l’imperatore non è più il primo tra i cittadini, come ai tempi di Augusto. È diventato una figura quasi divina, “dio in terra”, chiuso dentro palazzi sempre più grandi e lontani dal popolo. Non lo vedi quasi più. Non parli più direttamente con lui. E qui entra in scena la figura dell’eunuco di corte. Non è un semplice servitore. È il filtro. Se vuoi qualcosa dall’imperatore, se vuoi fargli arrivare una supplica, una denuncia, un consiglio, devi passare da loro. Sono loro che decidono chi entra, chi parla, chi viene ascoltato. Sono gli occhi e le orecchie del sovrano. E soprattutto: sono gli unici di cui lui si fida davvero.

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Perché proprio loro?

Hopkins lo spiega con una lucidità sociologica che ancora oggi fa impressione. L’imperatore aveva bisogno di persone che non potessero mai, in nessun modo, diventare una minaccia dinastica. Un nobile con figli poteva sognare di mettere uno dei suoi sul trono. Un generale con un esercito alle spalle poteva fare lo stesso. Un eunuco no. Non poteva avere eredi. Non poteva fondare una famiglia potente. Il suo potere finiva con lui. Era sterile in tutti i sensi. E proprio questa “debolezza” biologica lo rendeva l’alleato perfetto. Il sovrano poteva dargli tutto – ricchezza, influenza, segreti di stato – sapendo che quel potere non sarebbe mai stato usato contro di lui per creare una nuova dinastia.

È un calcolo freddissimo. E geniale. Ma ovviamente non piaceva a tutti.

L’aristocrazia tradizionale romana – quei senatori con i loro nomi antichi, le ville immense, le clientele enormi – odiava gli eunuchi con un rancore viscerale. Li chiamavano “mezzi uomini”, “mostri”, “creature contro natura”. Li vedevano come intrusi che rubavano loro il posto a corte, che si intromettevano tra loro e l’imperatore. Perché un ex schiavo castrato poteva arrivare a comandare più di un console di sangue blu? Era un affronto al loro senso del mondo. Al loro senso di mascolinità. Al loro senso di superiorità.

E qui arriva l’esempio che, secondo me, riassume tutto: Eutropio.

Eutropio

Eutropio era un eunuco di origine probabilmente armena, ex schiavo, comprato e rivenduto chissà quante volte. Arriva a corte sotto l’imperatore Arcadio, alla fine del IV secolo. E in pochi anni diventa l’uomo più potente dell’Impero d’Oriente. Arriva addirittura a essere nominato console nel 399 d.C. – la carica più alta della tradizione romana, quella che un tempo era riservata solo ai grandi nomi della Repubblica. Il primo eunuco console della storia. Immaginate lo scandalo. I senatori che schiumavano di rabbia. Gli storici contemporanei che lo dipingevano come un mostro effeminato, avido, corrotto.

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Eppure per un periodo brevissimo ma intensissimo Eutropio ha tenuto in mano le redini dell’impero. Decideva nomine, gestiva la politica estera, controllava l’accesso all’imperatore. Poi, come spesso succede a chi sale troppo in fretta, è caduto. Deposto, esiliato, ucciso. Ma la sua parabola resta lì, lampante: uno schiavo senza testicoli era arrivato dove nessun nobile era riuscito ad arrivare in quel momento.

Hopkins usa proprio Eutropio per mostrare il meccanismo profondo. Non era solo questione di fiducia dell’imperatore. Era un sistema intero che si reggeva su questa figura paradossale. Gli eunuchi erano odiati perché incarnavano la nuova realtà del potere: un potere sempre più centralizzato, sempre più distante dal Senato, sempre più personale e sacro. E loro ne erano i perfetti servitori proprio perché non potevano mai aspirare a diventarne i padroni ereditari.

Eunuchi moderni

Io, leggendo queste cose, non posso fare a meno di pensare a quanto questo meccanismo sia ancora vivo oggi, solo camuffato. Quanti “eunuchi moderni” conosciamo? Pensate agli assistenti personali di certi potenti, ai segretari generali, ai capi di gabinetto, a certi consulenti che non hanno mai un titolo altisonante ma decidono chi vede il capo e chi no. Oppure, in un altro senso, a certi manager aziendali che non hanno “eredi” interni (perché non sono proprietari) e proprio per questo vengono messi a gestire patrimoni enormi. La loro fedeltà è garantita dal fatto che non possono “rubare” l’azienda per i figli.

È lo stesso principio: il potere viene dato a chi non può trasmetterlo per sangue.

E la società tradizionale – quella dei “veri uomini”, dei “veri nobili”, dei “veri proprietari” – li odia esattamente per lo stesso motivo: perché rompono lo schema. Perché dimostrano che il potere non è solo questione di nascita, di virilità, di discendenza. È questione di vicinanza al centro, di controllo dell’accesso, di gestione dell’informazione.

Hopkins lo dice chiaramente: gli eunuchi erano odiati non solo perché erano diversi, ma perché incarnavano il nuovo volto del potere imperiale – un potere che non aveva più bisogno della vecchia aristocrazia guerriera e terriera, ma di servitori fedeli, intelligenti, totalmente dipendenti dal sovrano.

E la cosa più affascinante, secondo me, è che questo sistema ha funzionato per secoli. Gli eunuchi di corte bizantini (e poi ottomani) hanno continuato a svolgere questo ruolo per più di mille anni. Non erano un’anomalia. Erano una soluzione strutturale a un problema strutturale: come tenere il potere assoluto senza che qualcuno te lo porti via attraverso i figli.

La lezione degli eunuchi dell’antica Roma per noi

Mi chiedo spesso: se oggi dovessimo ricostruire un sistema di potere assoluto, chi sceglieremmo come “eunuchi”? Chi sono le persone di cui ci fideremmo di più proprio perché non hanno nulla da trasmettere ai posteri? senza figli? senza legami? senza ambizioni dinastiche?

Forse è una domanda scomoda. Ma è anche una domanda che ci dice moltissimo su come funziona davvero il potere, ieri come oggi. Perché alla fine la lezione degli eunuchi di corte è questa: a volte il massimo del potere non lo ottieni nonostante la tua debolezza. Lo ottieni proprio grazie a quella debolezza. E questo, in un mondo che continua a celebrare i forti, i virili, i “vincenti” con eredi e dinastie, resta una verità che brucia ancora.

Biagio De Risi

Biagio De Risi

Amante della comunicazione, dei dati e della società, indago il legame tra tecnologia, cultura e dinamiche sociali. Mi occupo di intelligenza artificiale, media, lavoro e trasformazioni digitali, adottando un prospettiva sociologica e analitica. In questo spazio propongo riflessioni, studi e idee per comprendere il presente e prospettare il futuro.