Italia e il mondo

La guerra attraverso le norme. La regolamentazione, un’arma economica strategica_di Erwan Le Noan

La guerra attraverso le norme. La regolamentazione, un’arma economica strategica

  Francese 

Résumé

La rupture « Trump » et la continuité internationale

I. 

Requiem pour un monde ancien : la grande fragmentation

II. 

La sfida: staccarsi o sopravvivere

Conclusione: riforma francese

Vedi il sommario completo

Sommario

La «guerra delle norme» descrive la nuova competizione globale in cui il diritto diventa uno strumento centrale di potere economico. In un mondo caratterizzato dalla fine del multilateralismo e dall’ascesa dei «blocchi», gli Stati utilizzano la regolamentazione non più come strumento di cooperazione, ma come arma di protezione e influenza.

Le normative nazionali si moltiplicano, riflettendo una triplice logica strategica: proteggere i mercati interni (diritto protezionistico), favorire i campioni nazionali (diritto nazionalista) e imporre le proprie regole all’estero (diritto imperialista). Gli Stati Uniti, la Cina e l’Europa sono ormai impegnati in una vera e propria battaglia normativa, ciascuno cercando di esportare i propri standard.

Ma l’Europa, a lungo convinta che la sua superiorità normativa fosse sufficiente a garantirne la potenza, si scopre vulnerabile. La sua sovrapproduzione normativa, la frammentazione del suo mercato interno e la sovratrasposizione indeboliscono la sua competitività. Dall’altra parte, gli Stati Uniti alleggeriscono i loro vincoli per stimolare l’innovazione e la Cina rafforza le sue imprese. Il potere normativo non può esistere senza potere economico: non si può dettare legge al mondo se non si detiene la crescita.

Questo studio invita a un risveglio strategico. L’Unione europea deve riportare la competitività al centro del suo progetto: unificare il proprio mercato per ripristinare l’equità concorrenziale; semplificare per ridurre l’onere normativo; consolidare per consentire la creazione di campioni industriali. Questi tre assi implicano la cessazione della sovratrasposizione nazionale, la limitazione della produzione di nuove normative, la valutazione dei loro costi e il riposizionamento della performance economica al centro della politica pubblica.

La norma non è più uno strumento tecnico, ma una leva di potere. Se l’Europa vuole avere un peso nella globalizzazione, deve imparare a fare del diritto una strategia, non un vincolo.

Erwan Le Noan,

Cronista per L’Opinion Membro del comitato scientifico e di valutazione della Fondapol.

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Francisco Goya, Il prigioniero piegato sulle sue catene.
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La rottura di Trump e la continuità internazionale

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Note

1. 

La Casa Bianca, Congelamento normativo in attesa di revisione, 20 gennaio 2025 [online].

+

2. 

La Casa Bianca, Revoca iniziale di decreti e azioni esecutive dannosi, 20 gennaio 2025 [online].

+

3. 

Il termine “regolamentazione” si riferisce, in questo studio, a tutte le norme giuridiche emanate dalla pubblica amministrazione, siano esse “rigide” (testi vincolanti, come regolamenti, leggi, decreti, decisioni delle autorità di regolamentazione, accordi internazionali e testi delle istituzioni internazionali) o “morbide” (la “soft law” che si riferisce ai testi che mirano a orientare i comportamenti senza vincolarli), che strutturano gli scambi economici e, di conseguenza, manifestano il potere degli Stati.

+

4. 

Commissione europea, Il rapporto Draghi sulla competitività dell’UE: Il futuro della competitività europea – Rapporto di Mario Draghi, 9 settembre 2024 [online].

+

5. 

Henry Farrell & Abraham Newman, « The Weaponized World Economy: Surviving the New Age of Economic Coercion », Foreign Affairs, settembre-ottobre 2025, vol. 104, n° 5 [online].

+

Il giorno della sua seconda investitura, Donald Trump ha firmato una serie di decreti presidenziali, uno dei quali prevedeva un «congelamento normativo»1 e un altro «prime abrogazioni di decreti e leggi pregiudizievoli»2 (in altre parole, adottati da Joe Biden). A breve sarebbero seguite misure commerciali.

L’elezione del 45° presidente degli Stati Uniti è stata percepita come una rottura nell’ordine internazionale. L’inizio del suo mandato illustra in realtà un’accelerazione – brusca e brutale – di una riconfigurazione dei rapporti di forza geoeconomici caratterizzata da un uso strategico del diritto, “duro” o “morbido” (che questo studio raggrupperà sotto il termine di “regolamentazioni »3), già in atto da diversi anni.

L’idea che il diritto sia uno strumento progressista di collaborazione e cooperazione, prevalente all’epoca della globalizzazione trionfante, sembra oggi superata: esso viene utilizzato come strumento strategico, un’arma tra le altre nella competizione economica. La regolamentazione è quindi, più che mai, uno strumento e una manifestazione di potere, per due motivi:

– Gli Stati manifestano il loro potere imponendo il proprio diritto a terzi, per affermarsi sulla scena internazionale e «fare legge»;

– Gli Stati utilizzano il loro diritto per sostenere il proprio potere, mettendolo al servizio di strategie offensive e non cooperative di crescita.

Le normative nazionali si moltiplicano, riflettendo una triplice logica strategica: proteggere i mercati interni (diritto protezionistico), favorire i campioni nazionali (diritto nazionalista) e imporre le proprie regole all’estero (diritto imperialista).

Queste strategie, messe in atto ad esempio dagli Stati Uniti e dalla Cina, si basano sulla performance economica, tanto quanto desiderano servirla. Non possono prosperare senza di essa.

Per l’Unione europea (UE), il risveglio è doloroso, poiché ha a lungo considerato il proprio diritto come uno strumento benevolo per placare i disordini internazionali, sufficiente a fondare la propria influenza sul mondo. Si è sbagliata: le sue normative non le conferiscono alcun potere, poiché non sostengono la sua stessa crescita.

L’UE ha tuttavia recentemente intuito la necessità di reagire, come dimostrato dalla pubblicazione, nell’autunno 2024, del rapporto Draghi4: il nostro Vecchio Continente si è improvvisamente reso conto che il diritto, nel rinnovamento degli strumenti di guerra economica, è un’«arma» come le altre5. Si percepisce un leggero fremito. Ma la reazione è lenta a Bruxelles e ancora più lenta a Parigi.

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Note

6. 

Luis Garicano, « L’autonomia strategica dell’Europa richiede crescita economica », VoxEU, Centro di ricerca sulle politiche economiche (CEPR), 4 settembre 2025, [online].

+

Lo scopo del presente studio è quello di proporre una lettura delle tendenze in atto e dimostrare che la regolamentazione è uno strumento strategico di crescita che deve essere mobilitato dagli Stati, in particolare in Europa. Il suo obiettivo è quello di esaminare come e capire perché si tratta di una priorità.

Bisogna smettere di considerare la regolamentazione, la crescita e il potere in modo indipendente: senza regolamentazioni competitive non c’è crescita; senza crescita non c’è potere. Finché la Francia e l’Europa non avranno le prime, non avranno il resto6.

IParte

Requiem per un mondo antico: la grande frammentazione

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1

Oltre lo shock Trump: il flusso continuo dei cambiamenti globali e l’illeggibilità geoeconomica

Note

7. 

Gideon Rachman, « How America First will transform the world in 2025 », Financial Times, 27 dicembre 2024, [online].

+

8. 

Paul Valéry afferma, durante la sua conferenza “Le bilan de l’intelligence” (Il bilancio dell’intelligenza, 1935): “Circa quarant’anni fa, un mio amico un giorno, davanti a me, si prese gioco della ben nota espressione “epoca di transizione” e mi disse che si trattava di un cliché assurdo. “Ogni epoca è transizione”, diceva”.

+

9. 

Friedrich A. Hayek, « The Use of Knowledge in Society », The American Economic Review, vol. 35, n° 4, settembre 1945, pagg. 519–530.

+

10. 

Le statistiche della Banca Mondiale misurano, ad esempio, un “indice di rischio geopolitico” sempre più instabile.

+

11. 

« Il nuovo ordine economico », The Economist, 11 maggio 2024 [online].

+

12. 

Secondo la presidente della Banca centrale europea (BCE) Christine Lagarde: «Potremmo entrare in un’era di cambiamenti nelle relazioni economiche e di rottura delle regolarità consolidate». Banca centrale europea, Policymaking in an age of shifts and breaks: Speech by Christine Lagarde at the Economic Policy Symposium, Jackson Hole, 25 agosto 2023 [online]. Cfr. anche Fondo Monetario Internazionale (FMI), Geoeconomic Fragmentation and the Future of Multilateralism, Staff Discussion Note n. SDN/2023/001, Washington, gennaio 2023 [online].

+

13. 

FMI, Geoeconomic Fragmentation and the Future of Multilateralism, op. cit.

+

14. 

Brad Setser, « Il pericoloso mito della deglobalizzazione: le percezioni errate dell’economia globale stanno portando a politiche sbagliate », Foreign Affairs, 4 giugno 2024 [online]; vedi anche Mercia Heavey & Lizzy Moyer, « Il ritorno di Trump: il WEF di Davos arriva in un momento di ritiro dalla globalizzazione », Bloomberg News, 13 gennaio 2025 [online].

+

15. 

Laura Alfaro & Davin Chor, Global Supply Chains: The Looming “Great Reallocation”, NBER Working Paper n° 31661, National Bureau of Economic Research, Cambridge, settembre 2023 [online].

+

16. 

Organizzazione mondiale del commercio (OMC), L’economia globale sta frammentandosi?, Documento di lavoro del personale n. ERSD-2023-10, Divisione Ricerca economica e statistica, Ginevra, 11 ottobre 2024 [online].

+

17. 

Organizzazione mondiale del commercio (OMC), Panoramica degli sviluppi nel contesto commerciale internazionale – Relazione annuale del Direttore generale (da metà ottobre 2023 a metà ottobre 2024) (WT/TPR/OV/27), Ginevra, 20 novembre 2024 [online].

+

18. 

Monica Duffy Toft, « Il ritorno delle sfere di influenza: i negoziati sull’Ucraina saranno una nuova conferenza di Yalta che ridisegnerà il mondo? », Foreign Affairs, 13 marzo 2025 [online]; vedi anche Stacie E. Goddard, « L’ascesa e la caduta della competizione tra grandi potenze: le nuove sfere di influenza di Trump », Foreign Affairs, vol. 104, maggio-giugno 2025 [online]; vedi anche A. Wess Mitchell « The Return of Great-Power Diplomacy: How Strategic Dealmaking Can Fortify American Power », Foreign Affairs, vol. 104, maggio-giugno 2025 [online].

+

19. 

OMC, Relazione annuale del Direttore generale, op. cit.

20. 

Shekhar Aiyar, Andrea F. Presbitero & Michele Ruta (a cura di), Geoeconomic Fragmentation: The Economic Risks from a Fractured World Economy, CEPR Press & Fondo Monetario Internazionale, Parigi & Londra, ottobre 2023 [online].

+

21. 

White & Case LLP, Un mondo di club e barriere: il cambiamento delle normative e la ridefinizione della globalizzazione, rapporto, 2023 [online].

+

22. 

Questa frammentazione ha un costo: «dallo 0,2% (in uno scenario di frammentazione limitata/adeguamento a basso costo) al 7% del PIL (in uno scenario di frammentazione grave/adeguamento ad alto costo)». Cfr. anche FMI, Geoeconomic Fragmentation and the Future of Multilateralism, op. cit.

+

Nel 2023, come ogni anno, i banchieri centrali e alcune delle menti più brillanti si sono riuniti a Jackson Hole (Stati Uniti). Le discussioni hanno riguardato “i cambiamenti strutturali nell’economia mondiale”. Gli interventi lasciano intravedere un’intensa riflessione su un mondo attraversato da profondi sconvolgimenti, in particolare:

– Le tensioni geopolitiche fomentate dalle «potenze revisioniste»7;

– Il calo delle vendite;

– L’ascesa dei partiti populisti in molti paesi occidentali.

Questi cambiamenti strutturali fanno parte di un movimento continuo dell’economia che si sviluppa in tutta la modernità: la “distruzione creativa” di Schumpeter non è un “lungo fiume tranquillo”. Essi riflettono anche le grandi “transizioni”8 (e le loro conseguenze) che strutturano la nostra epoca:

– La transizione geopolitica, in atto dalla fine della Guerra Fredda;

– La transizione ecologica, che porta le economie a prendere coscienza della necessità di reintegrare alcuni costi della loro attività nella produzione;

– La transizione digitale, che accelera la circolazione delle informazioni e trasforma i mercati9 dagli anni 2000.

Questo nuovo contesto, caratterizzato da una maggiore incertezza e da un’imprevedibilità decuplicata, rappresenta una sfida specifica per i decisori politici ed economici. Il rischio internazionale è aumentato10. I riferimenti che avevano prevalso e guidato Stati e imprese si stanno sgretolando: «il sistema internazionale liberale si sta lentamente disgregando»11. Il processo decisionale diventa così più complesso e più azzardato12. Cresce la necessità di analisi.

Ciò vale in particolare per il settore commerciale. Le statistiche non indicano, in questa fase, una «deglobalizzazione», ma piuttosto un rallentamento della globalizzazione («slowbalization»)13, in atto da diversi anni. Il mondo sembra attraversare una fase di riconfigurazione degli scambi commerciali14, una «grande riallocazione»15 degli strumenti di produzione.

Questa segmentazione è organizzata attorno a blocchi politici16. Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), «gli scambi commerciali avvengono sempre più spesso tra economie che condividono le stesse idee»17.

In sintesi, si tratta del ritorno delle aree di influenza18 e dell’avvento di una «frammentazione geoeconomica»19. Il direttore generale del Fondo monetario internazionale (FMI) lo esprime senza ambiguità: «il mondo sta assistendo a un aumento della frammentazione: un processo che inizia con l’aumento delle barriere al commercio e agli investimenti e che, nella sua forma estrema, porta alla frammentazione dei paesi in blocchi economici rivali»20. Si sta progressivamente costruendo un mondo «di club e barriere»21, in cui i flussi si riconfigurano in base ad affinità ideologiche e geopolitiche22.

2

Un mondo frammentato e maltusiano: le regole del gioco di una globalizzazione in modalità “puzzle”

Note

23. 

Organizzazione mondiale del commercio (OMC), Rapporto sullo sviluppo delle catene del valore globali 2023: Catene del valore globali resilienti e sostenibili in tempi turbolenti, Banca asiatica di sviluppo / Istituto delle economie in via di sviluppo / Istituto di ricerca sulle catene del valore globali presso l’UIBE / Organizzazione mondiale del commercio, Ginevra, novembre 2023 [online].

+

Fonte e conseguenza della frammentazione del mondo, meno cooperativo e meno multilaterale, l’adozione delle normative si inserisce in una triplice funzione strategica:

– Competitività (un diritto al servizio della crescita, per favorire le imprese nazionali);

– Potere (il diritto di imporre una direzione al mondo, in particolare a quello degli affari)23;

– Concorrenza internazionale (un diritto al servizio dell’attrattività, per attirare ricchezza).

Le politiche che ne derivano rivelano, più profondamente, un’evoluzione nella percezione dell’economia: gradualmente, una parte dei responsabili politici sembra affermare (almeno implicitamente) che la crescita globale non è più una prospettiva facile e che, data la ricchezza, la lotta consiste innanzitutto nel recuperare la fetta più grande della torta piuttosto che farla crescere.

Gli Stati mettono quindi le loro normative al servizio di questa ambizione, innanzitutto per proteggere la loro fetta di torta dalla concorrenza con una logica protezionistica (2.1), poi per stimolare i loro rappresentanti al tavolo delle trattative promuovendo i loro “campioni” (2.2) e infine cercando di organizzare a loro vantaggio il menu in una prospettiva imperialista (2.3).

2.1. Una legge protezionistica per proteggersi dalla concorrenza straniera

Note

24. 

Ministero dell’Economia, delle Finanze e della Sovranità industriale e digitale, “Investimenti stranieri in Francia”, 25 febbraio 2025: “Le relazioni finanziarie tra la Francia e l’estero sono libere. In via eccezionale, in settori limitatamente elencati, che riguardano la difesa nazionale o che possono mettere a rischio l’ordine pubblico e le attività essenziali per la garanzia degli interessi del Paese, l’articolo L. 151-3 del codice monetario e finanziario sottopone gli investimenti esteri a una procedura di autorizzazione preventiva» [online].

+

25. 

Pablo Barrio, Sabine Bey, Violaine Faubert e Florian Le Gallo, Una mappa mundi degli investimenti strategici: quale controllo in Francia?, Bloc-notes Éco n° 390, Banca di Francia, 17 febbraio 2025 [online].

+

26. 

Lorenzo Bencivelli, Violaine Faubert, Florian Le Gallo & Pauline Négrin, Chi teme il controllo degli investimenti esteri?, Documento di lavoro della Banca di Francia n° 927, Banca di Francia, ottobre 2023 [online].

+

L’osservazione degli sviluppi degli ultimi anni sulla scena economica mondiale rivela una rinascita delle aspirazioni protezionistiche (proteggere le imprese nazionali per consentire loro di espandersi e conquistare poi i mercati internazionali) autoalimentata (poiché i miei concorrenti sostengono le loro imprese, devo farlo anch’io per ristabilire l’equità concorrenziale), alimentato da considerazioni politiche (e talvolta anche da preferenze di parte) nella gestione delle politiche economiche, che contribuiscono a rafforzare l’illeggibilità delle normative.

Le normative vengono quindi promosse per “proteggere” le economie nazionali dalla concorrenza straniera, controllando più rigorosamente i flussi in entrata, come dimostrano la supervisione meticolosa degli investitori stranieri o l’erezione di barriere doganali.

Lo sviluppo del controllo degli investimenti stranieri offre una prima illustrazione di questo cambiamento di paradigma24. Questa procedura, che prevede l’approvazione dell’amministrazione quando un attore non nazionale intende investire in una serie di settori economici (in particolare quelli considerati «strategici»25), si è notevolmente sviluppata nei paesi europei26. Questa tendenza dimostra la volontà di monitorare meglio le acquisizioni di operatori economici nazionali da parte di attori stranieri.

Note

27. 

Regolamento (UE) 2019/452 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 marzo 2019, che istituisce un quadro per il controllo degli investimenti diretti esteri nell’Unione.

+

28. 

Commissione europea, Quarta relazione annuale sullo screening degli investimenti diretti esteri nell’Unione (COM (2024) 464 definitivo), relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio, Bruxelles, 17 ottobre 2024 [online].

+

29. 

Direzione Generale del Tesoro, Linee guida relative al controllo degli investimenti stranieri in Francia, settembre 2022.

+

Lo sviluppo del controllo degli investitori stranieri in Francia e in EuropaIl numero di controlli sugli investimenti esteri è aumentato così tanto in Europa che, per facilitare l’elaborazione dei fascicoli, dal 2019 l’UE ha promosso un quadro armonizzato27. Alla fine del 2024, la Commissione ha rilevato che il numero di notifiche (ovvero il numero di fascicoli presentati da imprese straniere che intendono acquisire un bene europeo) era aumentato del 18% nel periodo 2021-202328. I settori che hanno registrato il maggior numero di operazioni nel 2023 sono stati l’industria manifatturiera (39%), le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (24%), il commercio all’ingrosso e al dettaglio (10%) e le attività finanziarie (8%). Dei 488 casi segnalati, i sei principali paesi di origine erano gli Stati Uniti (33%), il Regno Unito (12%), gli Emirati Arabi Uniti (7%), la Cina (6%), il Canada (5%) e il Giappone (4%). In Francia, nel settembre 2022 sono state adottate delle linee guida che evidenziano la necessità di precisare la dottrina dell’amministrazione29.

Note

30. 

La Casa Bianca, Regolamentazione delle importazioni con una tariffa reciproca per correggere le pratiche commerciali che contribuiscono a deficit commerciali annuali consistenti e persistenti degli Stati Uniti, Ordine esecutivo 14257, Washington (D.C.), 2 aprile 2025 [online].

+

31. 

Organizzazione mondiale del commercio (OMC), « Il rapporto dell’OMC mostra un aumento delle restrizioni commerciali sullo sfondo di politiche unilaterali », Notizie OMC, 11 dicembre 2024 [online].

+

L’introduzione di nuove politiche commerciali restrittive (e quindi di nuove normative) costituisce un secondo ricorso alle normative a fini protezionistici, più mediatici. Dall’inizio del suo secondo mandato, il presidente Trump ha quindi condotto una revisione unilaterale dei dazi doganali applicabili ai prodotti importati negli Stati Uniti. L’annuncio di questo cambiamento apertamente ostile al libero scambio, durante quello che ha definito un «giorno di liberazione»30, ha portato i suoi vari partner commerciali a tentare di negoziare separatamente, consacrando una dinamica non cooperativa.

Al di là della politica americana, le statistiche dell’OMC mostrano inoltre che le restrizioni al commercio internazionale sono aumentate negli ultimi anni31: gradualmente sono state introdotte barriere ai flussi commerciali, sia sotto forma di dazi (tasse) che di misure non tariffarie (varie obbligazioni normative).

Note

32. 

OMC, Relazione annuale del Direttore generale, op. cit.

33. 

Banca mondiale, «Oltre i dazi doganali: sfatare il mito delle barriere non tariffarie al commercio», Blog della Banca mondiale, 30 aprile 2024 [online].

+

34. 

Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), SDG Pulse 2024, Ginevra, 28 marzo 2025, pag. 36 [online].

+

Restrizioni al commercio – illustrazione con le statistiche dell’OMCSecondo l’OMC, «tra la metà di ottobre 2023 e la metà di ottobre 2024, i suoi membri hanno introdotto 169 nuove misure restrittive per il commercio e 291 misure di facilitazione degli scambi riguardanti le merci (…). Il valore del commercio interessato dalle misure restrittive è stato stimato in 887,6 miliardi di dollari, in forte aumento»32. Spesso si tratta di «misure non tariffarie»33 (MNT), ovvero diverse dai dazi doganali. Alcuni paesi utilizzano ad esempio argomenti ambientali: nel 2024, l’ONU ha osservato che, sebbene «solo il 2,6% di tutte le MNT sia legato alla mitigazione dei cambiamenti climatici», queste «sono fortemente concentrate sui beni più scambiati, come automobili e veicoli, macchinari, carburanti, elettrodomestici ed elettronica, prodotti a base di legno e plastica, che coprono complessivamente il 26,4% del commercio mondiale»34.

Note

35. 

Kristen Hopewell, « Il mondo sta abbandonando l’OMC: e l’America e la Cina stanno aprendo la strada », Foreign Affairs, ottobre 2024 [online].

+

36. 

Ibid.

37. 

Patricia Kim, « Non sopravvalutate l’alleanza autocratica: perché Cina e Russia non sono un blocco ideologico », Foreign Affairs, 15 settembre 2025 [online].

+

Una prima lezione è che, in materia commerciale, il multilateralismo è morto. L’agonia di questo regime basato sul libero scambio, reso possibile dalla caduta del totalitarismo sovietico, era iniziata già prima: il ciclo di negoziati dell’OMC detto “di Doha”, avviato nel 2001, era bloccato da tempo a causa dello scontro tra Cina e Stati Uniti35.

Riconoscendo il fallimento di un approccio comune, gli Stati stanno ora promuovendo accordi “plurilaterali”, ovvero facoltativi e validi solo tra i partner che lo desiderano.

Un secondo insegnamento è che l’elezione di Donald Trump costituisce, in un certo senso, un’accelerazione e un’amplificazione di un processo già avviato prima di essa.

Washington non ha quindi nominato alcun giudice all’interno dell’organo di appello per la risoluzione delle controversie dell’OMC, bloccandone il funzionamento sin dalla prima amministrazione Trump (compresa, quindi, l’amministrazione Biden)36.

Un ultimo insegnamento è che questo cambiamento di paradigma negli scambi internazionali ha conseguenze geopolitiche ancora incerte: la decisione di imporre dazi doganali sui prodotti indiani, ad esempio, è all’origine di un dissidio tra Washington e Nuova Delhi e non è estranea al ravvicinamento dichiarato, ma ancora impreciso, tra la capitale indiana e Pechino o Mosca37.

Note

38. 

Michel Guénaire, Il ritorno degli Stati, Grasset, 2013.

+

39. 

Direzione generale del Tesoro, «Enseignements des politiques industrielles passées» (Insegnamenti delle politiche industriali passate), Trésor-Éco, 13 febbraio 2025, redatto da Bastien Alvarez, Charlotte Gallezot, Clarissa Hida e Gaëtan Mouilleseaux, [online].

+

40. 

OMC, Rapporto sullo sviluppo della catena del valore globale 2023, op. cit.

+

41. 

Augustin Landier, David Thesmar, 10 idee che affondano la Francia, Flammarion, 2013.

+

42. 

Chad P. Bown, Modern Industrial Policy and the WTO, Working Paper n° 23-15, Peterson Institute for International Economics, Washington, dicembre 2023 [online].

+

43. 

Consiglio dell’Unione europea, «Il Consiglio raccomanda una strategia industriale globale a lungo termine, con una visione fino al 2030», comunicato stampa 399/19, 27 maggio 2019 [online].

+

44. 

Martin Wolf, « How Not to Do Industrial Policy », Financial Times, 18 giugno 2024 [online].

+

45. 

Simon Evenett, Adam Jakubik, Fernando Martín & Michele Ruta, The Return of Industrial Policy in Data, Documento di lavoro del FMI n° 24/1, Dipartimento Strategia, Politica e Revisione, Fondo Monetario Internazionale, gennaio 2024 [online]; vedi anche Valentine Millot e Łukasz Rawdanowicz, Il ritorno delle politiche industriali: considerazioni politiche nel contesto attuale, Documenti di politica economica dell’OCSE n. 34, Pubblicazioni OCSE, Parigi, 31 maggio 2024 [online].

+

46. 

Sébastien Miroudot, « Resilience versus robustness in global value chains: Some policy implications », VoxEU.org Column, 18 giugno 2020 [online]; vedi anche Rebecca Freeman & Richard Baldwin, « Rischio e resilienza della catena di approvvigionamento globale », VoxEU.org Column, 6 aprile 2022 [online].

+

2.2. Un diritto nazionalista al servizio dei campioni nazionali

Un’altra strategia messa in atto dagli Stati nella competizione economica consiste nel promuovere i propri “campioni”, cosa che possono fare in due modi: innanzitutto attuando politiche industriali attive per incoraggiarne la crescita con il sostegno pubblico, poi rendendo più flessibile il diritto della concorrenza per facilitare i consolidamenti. In entrambi i casi, questi cambiamenti normativi segnano un “ritorno degli Stati”38 e una rottura con la teoria liberale dell’apertura dei mercati che aveva prevalso fino ad allora.

Prima manifestazione di questi sconvolgimenti nella regolamentazione: la politica industriale è sempre più utilizzata come strumento strategico39, in particolare con l’obiettivo di “rilocalizzare” alcune produzioni o di sostenerne altre40, con un impatto tanto maggiore sugli scambi commerciali in quanto questa strada, che può avere un aspetto offensivo (favorire la competitività per far emergere campioni attraverso la performance e l’innovazione)41, ne ha anche uno più difensivo e non cooperativo42 (sostenere le imprese nazionali indipendentemente dai loro meriti), oggi molto forte, alimentata dalla speranza di ogni paese di accaparrarsi una parte della ricchezza mondiale in un’economia percepita come un gioco a somma zero (cosa che non è).

In Europa, il dibattito sulla politica industriale ha così ripreso vigore, con l’UE che ha persino adottato una «strategia industriale»43. Negli Stati Uniti, l’Inflation Reduction Act di Joe Biden è stato uno degli esempi più significativi44 di mobilitazione massiccia di fondi pubblici a sostegno della produzione nazionale. È interessante notare che le motivazioni delle politiche industriali e delle normative che ne derivano sono cambiate: oggi sono sempre più giustificate da considerazioni non economiche, come l’ambiente, la sicurezza nazionale45 o la protezione degli approvvigionamenti46.

Note

47. 

Lilas Demmou, La désindustrialisation en France (La deindustrializzazione in Francia), Documento di lavoro della Direzione generale del Tesoro n. 2010/01, Direzione generale del Tesoro, Ministero dell’Economia, delle Finanze e della Sovranità industriale, energetica e digitale, Parigi, 18 febbraio 2010 [online].

+

Come spiegare la deindustrializzazione?Il ritorno in auge delle politiche industriali risponde alla constatazione di una deindustrializzazione delle economie dell’OCSE. Non è tuttavia inutile ricordare che il commercio internazionale non ne è l’unica causa. Ad esempio, la debolezza del tessuto industriale francese è dovuta innanzitutto a una mancanza di competitività, che trova le sue origini nelle scelte politiche nazionali più che nella concorrenza straniera. Tre tendenze hanno avuto un ruolo determinante47: la terziarizzazione dell’economia, ovvero il ricorso crescente ai servizi (responsabile di circa un quarto della scomparsa dei posti di lavoro nell’industria); il progresso tecnico e i relativi guadagni di produttività (65%); e il commercio internazionale (13%). La nostra deindustrializzazione è innanzitutto una nostra responsabilità.

Note

48. 

Erwan Le Noan, « Le droit de la concurrence défié par la politique » (Il diritto della concorrenza sfidato dalla politica), Les Échos, 7 agosto 2018, [online].

+

49. 

Berkeley Lovelace Jr., « Trump afferma che l’amministrazione sta indagando sulle violazioni delle norme antitrust da parte di Amazon e altri giganti della tecnologia », CNBC, 5 novembre 2018 [online].

+

50. 

Nel caso in questione, la volontà di far valere considerazioni innanzitutto politiche nell’applicazione del diritto della concorrenza non è interamente opera sua: oltre a poter essere ricondotta a una certa tradizione americana, questa tendenza era stata avviata dall’amministrazione Biden, che aveva posto al potere personalità note per il loro impegno convinto, in particolare sulla regolamentazione dei giganti di Internet (Lina Khan alla FTC o Tim Wu alla Casa Bianca), contribuendo peraltro ad avvicinarli ai repubblicani. Dave Michaels & Annie Linskey, « MAGA antitrust agenda under siege by lobbyists close to Trump », Wall Street Journal, 6 agosto 2025 [online]; vedi anche Alex Rogers, Hannah Murphy & George Hammond, « Has Silicon Valley gone Maga? », Financial Times, 19 luglio 2024 [online].

+

Un secondo esempio di questa evoluzione è rappresentato dalla messa in discussione del diritto della concorrenza e in particolare di uno dei suoi aspetti: il controllo delle concentrazioni48, procedura amministrativa attraverso la quale le autorità pubbliche (la Commissione europea, l’Autorità garante della concorrenza) sono tenute a verificare che le fusioni tra imprese non siano suscettibili di danneggiare i consumatori (compito loro affidato dal legislatore).

In Europa, da anni alcuni paesi e attori economici sostengono la necessità di un approccio più flessibile al diritto, al fine di facilitare, attraverso acquisizioni, il consolidamento di diversi settori. Negli Stati Uniti, il cambiamento è ancora più netto. Il presidente Trump non ha nascosto la sua intenzione di utilizzare il diritto della concorrenza come strumento politico (durante il suo primo mandato49 e oggi nuovamente) per facilitare la costituzione di campioni50.

Note

51. 

Crédit Agricole, «China Standards 2035, dove la globalizzazione incontra la geopolitica», Prospettive n. 21/073, 10 marzo 2021.

+

52. 

John Seaman, La Cina e gli standard tecnici: sfide geopolitiche, Ifri, gennaio 2020 [online]; vedi anche Claude Leblanc, «Pechino vuole imporsi come potenza normativa di primo piano», L’Opinion, 15 gennaio 2020 [online].

+

53. 

Julien Nocetti, Un Internet in pezzi? Frammentazione di Internet e strategie di Cina, Russia, India e Unione Europea, Ifri, febbraio 2024 [online].

+

54. 

« Tre punti chiave della nuova strategia cinese in materia di standard », Carnegie Endowment for International Peace, 28 ottobre 2021.

+

55. 

Mathieu Duchâtel & Georgina Wright, Extraterritorialità cinese: il nuovo arsenale giuridico, Institut Montaigne, dicembre 2024 [online]; vedi anche Georgina Wright, Louise Chetcuti & Cecilia Vidotto Labastie, L’extraterritorialità: punto cieco della sicurezza economica europea, Institut Montaigne, marzo 2024 [online], vedi anche Georgina Wright & Louise Chetchuti, Extraterritorialità americana: un’arma a doppio taglio, Institut Montaigne, dicembre 2024 [online].

+

56. 

« Will Europe ease up on big tech? », The Economist, 5 dicembre 2024 [online].

+

57. 

Seb Starcevic, Jakob Weizman, Francesca Micheletti, Carlo Martuscelli e Andrew McDonald, « Trump tariffs: What just happened — and what’s Europe’s gameplan? », Politico Europe, 11 aprile 2025 [online].

+

58. 

Andy Bounds, « L’UE si prepara a colpire le grandi aziende tecnologiche in risposta ai dazi imposti da Donald Trump », Financial Times, 5 febbraio 2025 [online].

+

2.3. Un diritto imperialista, al servizio del potere, per imporre una direzione al mondo

In questo contesto internazionale ormai privo di inibizioni, il diritto è anche uno strumento di potere per uno Stato, una soft power, che lo porta a utilizzare le norme per promuovere la propria concezione dell’economia o della società, difendendo al contempo i propri interessi.

Un ambito poco conosciuto di rivalità per il potere è quello degli “standard”, ovvero le norme che regolano numerose esigenze pratiche51. La Cina, in particolare, si è fortemente impegnata per diventare una potenza normativa di riferimento, cercando di influenzare gli standard tecnici e industriali su scala mondiale52: il piano “China Standards 2035 ” mira a rendere il Paese il principale esportatore di standard internazionali in settori chiave emergenti53, come l’intelligenza artificiale, il 5G, l’Internet delle cose (IoT) e le energie rinnovabili54.

Un altro ambito, molto più presente nel dibattito pubblico, è quello dell’extraterritorialità del diritto, ovvero la capacità (o la volontà) di uno Stato di applicare la propria legislazione oltre i propri confini statali55.

Gli Stati Uniti sono probabilmente i più attivi in questo campo. Il Foreign Corrupt Practices Act e il Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act, ad esempio, riguardano le imprese straniere che utilizzano servizi finanziari statunitensi o operano su mercati chiave: queste leggi consentono a Washington di sequestrare operazioni al di fuori del territorio americano e di imporre di fatto la propria volontà ad attori e operazioni economiche che non ne fanno direttamente parte. Anche la Cina, sotto la guida di Xi Jinping, ha sviluppato un diritto di portata extraterritoriale, considerandolo uno strumento strategico, sia difensivo che offensivo.

L’Europa sa promuovere il proprio diritto oltre i propri confini, in particolare in materia di concorrenza (anche se esiste il criterio di collegamento al territorio): la Commissione europea è orgogliosa di aver sanzionato severamente alcune aziende americane, giganti della tecnologia.

Da alcuni mesi, il diritto della concorrenza viene addirittura presentato come uno strumento di rivalità o di «distensione56» tra gli Stati Uniti e l’UE: la Commissione ha quindi preferito attendere prima di emettere due decisioni sanzionatorie nei confronti di Apple e Meta57, per evitare un confronto troppo immediato58 con gli Stati Uniti, mentre il presidente Trump aveva appena lanciato la sua offensiva in materia commerciale.

Note

59. 

Aifang Ma, La regolamentazione del digitale: Cina, Stati Uniti, Francia, Fondazione per l’innovazione politica, settembre 2023 [online].

+

60. 

Nocetti, Un Internet in pezzi?, op. cit. «La frammentazione è: tecnica, risultato di decisioni che limitano la connettività tra una parte di Internet e il resto della rete; geopolitica, derivante da pratiche quali la localizzazione dei dati e le interruzioni volontarie di Internet; e commerciale, legata allo sviluppo di strategie protezionistiche e alle iniziative delle piattaforme che dispiegano le loro infrastrutture, diventando al contempo la porta d’accesso a Internet globale».

+

61. 

Marshall W. Van Alstyne & Erik Brynjolfsson, Electronic Communities: Global Village or Cyberbalkans?, Massachusetts Institute of Technology — Sloan School, marzo 1997 [online].

+

62. 

Asma Mhalla, « Splinternet: quando la geopolitica frammenta il cyberspazio », Polytechnique Insights (Istituto Politecnico di Parigi), 17 gennaio 2023 [online].

+

63. 

Parmy Olson, « Un nuovo mondo per Facebook e Instagram: lo Splinternet di Zuckerberg », Bloomberg Opinion, 10 gennaio 2025 [online].

+

64. 

OCDE / OMC, Implicazioni economiche della regolamentazione dei dati: equilibrio tra apertura e fiducia, Pubblicazioni OCSE / Organizzazione mondiale del commercio, 2025 [online].

+

65. 

David Kaye, « The Risks of Internet Regulation: How Well-Intentioned Efforts Could Jeopardize Free Speech », Foreign Affairs, 21 marzo 2024 [online]; vedi anche Raghuram G. Rajan, « The Tradeoffs of AI Regulation », Project Syndicate, 26 agosto 2025 [online].

+

66. 

Legge che chiarisce l’uso legittimo dei dati all’estero.

67. 

Thibault Schrepel, « Quand Bruxelles fige l’IA dans le marbre législatif » (Quando Bruxelles fissa l’IA nella legislazione), Les Échos, 29 settembre 2025 [online].

+

68. 

Occorre citare anche la regolamentazione della libertà di espressione online, al centro di scottanti questioni democratiche.

+

69. 

Gonçalo Perdigão, « Regolamentare l’algoritmo: perché la politica sull’intelligenza artificiale definirà la competitività del mercato globale », Observer, 8 settembre 2025 [online].

+

2.4. Un diritto competitivo, più interessante rispetto a quello di altri paesi

La regolamentazione è anche un modo per gli Stati di creare contesti giuridici attraenti. Diverse politiche hanno quindi cercato di promuovere normative più favorevoli alle imprese, al fine di attrarre capitali, attività e talenti.

Questa dinamica competitiva non è necessariamente negativa: può infatti spingere ogni paese a perseguire il miglioramento delle proprie prestazioni economiche. Tuttavia, essa comporta una frammentazione del mondo, poiché alcuni gruppi (come l’Europa) rifiutano di partecipare alla corsa (o non sono in grado di farlo).

Le normative in materia di digitale o mercati finanziari ne sono un esempio.

Da diversi anni, il progetto di un Internet globale senza confini sembra scontrarsi con le realtà geoeconomiche: si stanno delineando tre grandi blocchi (Stati Uniti, Cina ed Europa), animati da logiche di regolamentazione distinte59 e multiforme60. Questa progressiva “balcanizzazione”61 dovuta alla regolamentazione sta trasformando lo spazio digitale da un Internet vasto a uno ” splinternet »62 in cui gli attori economici adattano e differenziano le loro pratiche, le loro offerte e le loro proposte di contenuti in base alle aree geografiche63.

La regolamentazione dei dati costituisce quindi un ambito particolarmente conflittuale: con lo sviluppo dell’economia digitale sono state elaborate normative64 sempre più divergenti tra l’UE e gli Stati Uniti65. Una prima divergenza era emersa negli anni 2010, alimentata da questioni di sovranità. Il CLOUD Act66 (2018) prevede che le aziende tecnologiche americane debbano essere in grado di fornire alle autorità americane i dati degli utenti, anche se questi sono conservati all’estero, qualora la giustizia ne faccia richiesta. Interpellata su questo testo, la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) ha stabilito (in due sentenze denominate “Schrems I” nel 2015 e “Schrems II” nel 2020) che le garanzie fornite dagli Stati Uniti in materia di protezione dei dati personali non erano equivalenti a quelle dell’UE, che ha adottato norme molto protettive.

Questa divergenza transatlantica sembra amplificarsi con l’IA. In materia, l’UE, che desidera posizionarsi (troppo)67 all’avanguardia della regolamentazione, ha adottato un AI Act (2024)68, che mira a regolamentare gli usi di questa nuova tecnologia in base al grado di rischio che potrebbero rappresentare. Gli Stati Uniti sembrano molto meno entusiasti: ad oggi non esiste alcuna legislazione federale in materia (appena entrato in carica, Donald Trump ha revocato un decreto esecutivo del presidente Biden; il governatore della California, democratico, ha posto il veto su un testo di regolamentazione dell’IA, ritenendo che norme troppo premature potrebbero compromettere la loro competitività)69.

La moltiplicazione delle normative divergenti sui mercati finanziari è un altro esempio della concorrenza internazionale, in particolare in un settore in cui il capitale è estremamente mobile e in cui l’Europa è in difficoltà. Anche in questo caso, due continenti, due normative e vincoli diversi per le imprese.

Note

70. 

Commissione europea – Direzione generale Mercato interno, industria, imprenditoria e PMI, 2025 Annual Single Market and Competitiveness Report, Commissione europea, 29 gennaio 2025 [online].

+

Il ritardo europeo sui mercati dei capitaliNel 202470, il rapporto Draghi rilevava con rammarico che il capitale di rischio era sceso allo 0,05% del PIL nel 2023 (rispetto allo 0,09% del 2022), ben al di sotto dei livelli statunitensi (« si stima che il mercato del capitale di rischio dell’UE rimanga 10 volte più piccolo di quello degli Stati Uniti e 7 volte più piccolo di quello della Cina”).

Note

71. 

Autorità di controllo prudenziale e di risoluzione (ACPR), «Un passo importante per la finanza sostenibile in Europa: gli obblighi di trasparenza creati dall’entrata in vigore del regolamento SFDR», Rivista dell’ACPR, aprile 2021 [online], in particolare sulla «doppia materialità», che induce gli attori finanziari a spiegare in che modo tengono conto dei «rischi in materia di sostenibilità» e degli «impatti negativi in materia di sostenibilità» nelle loro scelte di investimento.

+

72. 

Marie Bellan, « Direttiva CSRD: l’Europa smantella il Green Deal per evitare di farlo a pezzi », Les Échos, 1 aprile 2025 [online].

+

73. 

Commissione per i titoli e gli scambi (SEC), Miglioramento e standardizzazione delle informazioni relative al clima per gli investitori, Comunicato n. 33-11275 ; fascicolo n. S7-10-22, adottato il 6 marzo 2024, entrato in vigore il 28 maggio 2024 [online].

+

74. 

World Economic Forum & Oliver Wyman, Navigating Global Financial System Fragmentation, World Economic Forum, gennaio 2025 [online].

+

75. 

Colby Smith, Martin Arnold, Joshua Franklin & Stephen Gandel, « Come Wall Street ha ottenuto la “capitolazione” della Federal Reserve sulle nuove regole bancarie », Financial Times, 10 settembre 2024 [online].

+

76. 

Michael S. Barr, The Next Steps on Capital: discorso tenuto alla Brookings Institution, Consiglio dei governatori della Federal Reserve degli Stati Uniti, 10 settembre 2024 [online].

+

77. 

Martin Arnold, « L’autorità di regolamentazione britannica attenua il nuovo regime patrimoniale per le banche dopo le pressioni della City », Financial Times, 12 settembre 2024 [online].

+

78. 

Krystèle Tachdjian, «Con Basilea III, il divario normativo tra banche europee e americane si allarga», Les Échos, 15 gennaio 2025 [online].

+

79. 

Édouard Lederer, « Regolamentazione bancaria: tre grandi paesi europei vogliono frenare », Les Échos, 8 ottobre 2024 [online].

+

80. 

Gabriel Nédélec, « Le torchon brûle entre banquiers et régulateurs européens » (Attrito tra banchieri e autorità di regolamentazione europee), Les Échos, 29 novembre 2024 [online].

+

Le questioni ambientali e le relative normative stanno acquisendo sempre più importanza nella regolamentazione finanziaria. In questo ambito, l’Europa impone un quadro rigoroso, basato su una logica di ” reporting” composta da indicatori e procedure, al centro dei recenti testi più mediatici: il regolamento SFDR (Sustainable Financial Disclosure, che ha imposto obblighi di trasparenza, secondo un approccio detto di “doppia materialità “71) e la direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive, che prevede che le imprese europee debbano produrre relazioni precise sul loro impatto ESG – Ambiente, Sociale, Governance), secondo una nomenclatura dettagliata ed esigente72. Negli Stati Uniti, gli standard sono molto meno rigorosi e la maggior parte delle normative rimane volontaria73 . Questa divergenza si è accentuata con quello che gli analisti hanno definito un “ESG backlash“, un movimento di aziende e Stati federati che hanno protestato contro l’aumento degli obblighi normativi.

Nel campo della regolamentazione prudenziale74, gli Stati Uniti75 hanno cercato, sin dall’inizio del mandato di Joe Biden, di allentare i vincoli che gravano sulle loro banche, in particolare quelli previsti dall’accordo internazionale denominato «Basilea III76 , che mira ad aumentare i requisiti in materia di fondi propri, liquidità e gestione dei rischi. Con lo stesso spirito, la Banca d’Inghilterra ha allentato i propri piani per le banche britanniche e ne ha rinviato l’attuazione al 202677. L’UE, dal canto suo, ha trasposto le norme in modo rigoroso78, spingendo Francia, Germania e Italia a inviare una lettera alla Commissione europea in cui chiedono un rallentamento nell’adozione delle nuove normative bancarie79. Più recentemente, i banchieri hanno pubblicamente espresso il loro malcontento nei confronti di un livello di norme considerato eccessivo80.

Gradualmente, in materia finanziaria, si confermano così le divergenze normative tra Stati Uniti ed Europa. Queste differenze rischiano di portare alcuni attori europei a compiere scelte delicate: nonostante le forti convinzioni che possono difendere, saranno in grado di mantenere livelli di esigenza elevati, quando i loro concorrenti più vicini non devono rispettare gli stessi vincoli?

IIParte

La sfida: conquistare o sopravvivere

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1

La messa in discussione del modello europeo

Note

81. 

Erwan Le Noan, « Il “Brussels effect”, la dolcezza dell’Europa sul mondo? », Rivista politica e parlamentare, 1 febbraio 2023 [online].

+

82. 

Anu Bradford, The Brussels effect – How the European Union rules the world, Oxford University Press, 2020. L’autore aveva inizialmente introdotto l’idea in un articolo del 2012: Anu Bradford, «The Brussels Effect», Northwestern University Law Review, vol. 107, n. 1, 2012.

+

83. 

Zaki Laïdi, La norma senza la forza – L’enigma della potenza europea, Presses de Sciences Po, 2008.

+

84. 

Bradford, L’effetto Bruxelles, op. cit.

1.1. Effetto Bruxelles o Difetto Bruxelles ?

In questo contesto internazionale frammentato e ipercompetitivo, l’Europa fatica a trovare il proprio posto. Nel suo discorso, tende a fare della qualità della sua regolamentazione un vantaggio competitivo. Alcuni anni fa, Anu Bradford ha pubblicato un libro che descriveva il modo in cui l’Europa influenza le normative globali81. Definiva questo soft power «Brussels effect», un concetto che ha riscosso grande successo mediatico e che «si riferisce alla capacità unilaterale dell’UE di regolamentare il mercato mondiale»82. Questa visione del diritto come vettore specifico dell’influenza europea non è nuova. Zaki Laïdi lo scriveva già nel 2008: «Il ricorso alla norma è per l’Europa più di una scelta.

Si tratta di una necessità che trova la sua origine nel carattere normativo della costruzione europea. La norma è ciò che permette all’Europa di superare la sovranità degli Stati senza abolirla»83.

Questo effetto è reale: in materia di regolamentazione dei dati, il Regolamento generale sulla protezione dei dati (RGPD) è applicato in modo rigoroso dalle grandi aziende internazionali e ha ispirato alcune legislazioni al di fuori dell’UE. Anche il diritto europeo della concorrenza è rispettato a livello mondiale. Ma è possibile verificare un potere della portata descritta da Anu Bradford, secondo cui l’UE brilla per la sua «egemonia normativa mondiale senza pari tra i suoi rivali geopolitici»84? Sembra imperativo moderare il discorso.

In primo luogo, il potere del diritto è una conseguenza del potere economico piuttosto che la sua fonte. L’elezione di Donald Trump e gli sconvolgimenti delle relazioni geoeconomiche più in generale dimostrano che sono la vitalità e la solidità economica a consentire al nuovo presidente americano di sentirsi libero di ignorare le convenzioni internazionali e di passare all’offensiva contro le norme dei suoi partner.

Note

85. 

Francesca Micheletti, « Il capo dell’agenzia antitrust di Trump critica le norme digitali dell’UE definendole “tasse sulle aziende americane” », Politico Europe, 2 aprile 2025 [online].

+

86. 

Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Lettera della Commissione Giustizia a Teresa Ribera sul Digital Markets Act, 23 febbraio 2025 [online].

+

L’offensiva americana contro la regolamentazione europea del digitaleL’amministrazione americana accusa regolarmente l’Europa di utilizzare il proprio diritto per reprimere le aziende statunitensi, citando in particolare le recenti leggi europee sulla regolamentazione dei mercati digitali85. Nel febbraio 2025, ad esempio, il presidente della commissione giudiziaria della Camera dei rappresentanti, Jim Jordan, ha scritto alla commissaria europea Teresa Ribera per esprimere le sue preoccupazioni in merito alla regolamentazione delle grandi tecnologie in Europa: «Le scriviamo per esprimere la nostra preoccupazione sul fatto che il DMA (« Digital Markets Act ») potrebbe prendere di mira le aziende statunitensi”, aggiungendo che “l’obiettivo della Commissione europea è quello di porre rimedio al rallentamento economico dell’Europa strumentalizzando il DMA contro le aziende statunitensi”86.

Note

87. 

Laurent Cohen-Tanugi, « L’Europa come potenza normativa internazionale: situazione attuale e prospettive », Rivista europea di diritto, n. 3, 2021/2, pagg. 100-106, Gruppo di studi geopolitici, dicembre 2021 [online].

+

88. 

Thierry Chopin, « Les rapports de beaucoup d’Français à l’Europe sont compliqués » (I rapporti di molti francesi con l’Europa sono complicati), Toute l’Europe, 29 giugno 2008 [online].

+

In secondo luogo, la capacità di innovare plasma il mondo più di quella di regolamentarlo. In questo caso, la critica che ripete che l’UE si accontenta di regolamentare ciò che non è stata in grado di inventare non è del tutto errata. Chi ha più utilità e influenza duratura sulle nostre vite: TikTok e Apple o i testi che ne regolano l’uso a posteriori? Chi ha inventato l’automobile o chi ha redatto i principi dell’assicurazione automobilistica?

Al contrario, la stabilità del diritto è un fattore importante per la sicurezza delle imprese (consente di anticipare e proiettarsi serenamente nel futuro): norme ben concepite, trasparenti e adeguate alle realtà economiche favoriscono l’innovazione e riducono i costi di transazione per le imprese.

Infine, e soprattutto, puntare esclusivamente sull’«effetto Bruxelles» potrebbe rivelarsi un rifiuto di assumere il ruolo di «vera» potenza nell’ordine mondiale. Laurent Cohen-Tanugi chiede giustamente se «una strategia di potere (o di autonomia strategica) basata sulla norma come sostituto della forza non faccia parte di una tendenza storica del progetto europeo a definirsi attraverso i propri valori e la propria virtù a scapito dei propri interessi, e quindi a rinunciare a qualsiasi consapevolezza e affermazione geopolitica»87. Allo stesso modo, Thierry Chopin sottolinea il rischio che «nella migliore delle ipotesi, l’Unione sarebbe una “potenza normativa” che esercita un “soft power”, ma che sarebbe incapace di dotarsi dei mezzi classici del potere»88.

1.2. L’imperativo di un risveglio

Note

89. 

Commissione europea – Direzione generale Mercato interno, 2025 Annual Single Market and Competitiveness Report, op. cit.

+

90. 

Richard Hiault, « Crescita, l’inevitabile ampliamento del divario tra Europa e Stati Uniti », Les Échos, 17 gennaio 2025 [online].

+

91. 

Mario Catalán, Andrea Deghi & Mahvash S. Qureshi, « How High Economic Uncertainty May Threaten Global Financial Stability », IMF Blog, 15 ottobre 2024 [online], vedi anche Raul Sampognaro, « Effetto dell’incertezza politica sulle prospettive di crescita », Blog dell’OFCE, 3 dicembre 2024 [online].

+

92. 

Jean Tirole, « Di fronte all’offensiva tecno-libertaria, il diritto della concorrenza deve essere esercitato », Challenges, 4 marzo 2025 [online]; vedi anche Agathe Demarais & Abraham Newman, « L’Europa deve sbloccare il suo potere geoeconomico », Foreign Affairs, 14 novembre 2024 [online].

+

Come ben documentato dal rapporto Draghi, la vera sfida per l’Europa è che non riesce ad affermarsi sui mercati mondiali a causa del calo della sua competitività89. Ad esempio, dal quarto trimestre del 2019 a settembre 2024, l’economia statunitense è cresciuta del 9,4%, contro solo il 4% dell’area dell’euro90. Il divario si sta ampliando in modo significativo.

Tuttavia, non esiste un vero potere normativo senza un potere economico pregresso. È proprio grazie alla loro economia performante che gli Stati Uniti possono pretendere di dettare legge, in senso letterale e figurato.

Da parte sua, l’UE si è accontentata troppo della sua capacità di produrre norme e orientare i comportamenti (degli Stati, delle imprese, degli individui); ma questa influenza è solo un potere che si indebolirà se non si basa sull’efficienza economica. Nel contesto sconvolto degli anni 2020, le zone economiche meno competitive entrano in gioco con una grave debolezza.

«Bruxelles» non è l’unica responsabile. Anche gli Stati membri hanno la loro parte di responsabilità: non solo la reattività dell’UE dipende da loro, ma le loro politiche nazionali individuali sono determinanti per la potenza collettiva. A questo proposito, un’economia francese vacillante non è un vantaggio per il continente – e l’incertezza politica ha un costo91.

L’intero continente deve fare delle scelte: l’Europa non può essere competitiva e allo stesso tempo cercare una strategia di ritiro e tranquillità; non può voler regolamentare il mondo se non è in grado di fungere anche da gendarme (almeno economico). In materia, come scrive il premio Nobel Jean Tirole, occorre «innanzitutto reagire contro le nostre debolezze e fare in modo di poter finalmente mantenere il nostro posto nel mondo economico92». In parole povere, occorre ritrovare la via della crescita.

Il ciclo della competitività alla potenza –
Il paradigma dinamico di un mondo competitivo

In un mercato globale competitivo, sono i risultati economici che consentono alle imprese di affrontare la concorrenza e quindi di rafforzare, attraverso la crescita, il potere del loro Stato, dandogli la possibilità di imporre i propri standard e, di conseguenza, in un circolo virtuoso e dinamico di costante adattamento, di favorire la loro crescita.

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La verticalità della regolamentazione –
L’illusione europea della pianificazione

Nell’illusione europea, è la qualità della norma che conferisce potere, imponendo i propri standard al mondo e dando alle imprese continentali un vantaggio competitivo derivante dall’alto livello dei loro requisiti, che i consumatori dovrebbero riconoscere, rendendole così competitive.

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Questo studio propone quindi alcuni semplici spunti per raggiungere tale obiettivo, spunti che potrebbero servire da linee guida sia per la Commissione che per la Francia, e in particolare per il prossimo governo, in vista delle elezioni presidenziali. Si possono riassumere in tre parole:

– Unificare
– Semplificare
– Consolidare

Esse implicano un intervento da parte degli Stati, una reazione da parte dell’UE, ma anche una piena mobilitazione delle imprese che troppo spesso rimangono passive di fronte alle evoluzioni normative che indeboliscono la competitività.

2

Unificare

Note

93. 

Commissione europea, The Draghi report, op. cit.

94. 

Samuel Adjutor, Antoine Bena & Simon Ganem, « Il mercato unico europeo, vettore di integrazione economica e commerciale », Trésor-Éco, Direzione generale del Tesoro, 5 marzo 2024 [online].

+

95. 

Enrico Letta, Molto più di un mercato: velocità, sicurezza, solidarietà — Rafforzare il mercato unico per garantire un futuro sostenibile e prosperità a tutti i cittadini dell’UE, Relazione, Consiglio dell’Unione europea, aprile 2024 [online].

+

96. 

I trattati europei promuovono quattro libertà, fondamenti del mercato unico: la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali.

+

2.1. Mercati frammentati, concorrenza sleale

Uno dei paradossi dell’Europa è quello di definirsi e considerarsi un mercato unico, quando in realtà è frammentato. Ciò è dovuto a ragioni storiche, linguistiche e culturali, ma anche normative: pur continuando a sostenere un approfondimento dell’unità del continente, gli Stati membri non sempre seguono le dinamiche di unificazione. Le normative (fiscali, sanitarie, agricole e altre ancora) rimangono distinte, se non addirittura contraddittorie. Questa logica non è illegittima, ma spesso non è compatibile con la realizzazione di un mercato unico né con il discorso portato avanti dall’UE. Mario Draghi ha scritto: «Abbiamo anche lasciato il nostro mercato unico frammentato per decenni, con un effetto a cascata sulla nostra competitività»93, per almeno due ragioni.

In primo luogo, questa frammentazione crea divergenze normative che rallentano gli scambi commerciali: le imprese devono adeguarsi a norme che variano da un paese all’altro, il che aumenta i loro costi e riduce le loro opportunità.

In secondo luogo, questa pratica crea squilibri in termini di competitività. A questo proposito, la Francia ha ormai acquisito l’abitudine ben nota di «sovratrasporre», ovvero di aumentare il livello dei vincoli imposti ai propri operatori economici quando traduce i testi dell’UE nel proprio diritto nazionale. Non solo questa pratica si allontana dalla logica di unificazione del mercato, ma penalizza anche l’economia nazionale, influenzando negativamente la competitività delle imprese.

Non bisogna fraintendere: la concorrenza tra le legislazioni è legittima. Dopo tutto, se la Francia desidera seguire una politica interventista che privilegia la ridistribuzione mentre la Germania o l’Italia preferiscono una politica normativa competitiva, che siano tutte libere di farlo! Ma non è logico, né legittimo, che la Francia se ne lamenti e si lamenti. Inoltre, poiché l’Europa è innanzitutto un mercato, è necessario che questo sia regolamentato nel senso della libera circolazione. Negli Stati Uniti, dove esiste la concorrenza tra gli Stati, questi ultimi sono comunque soggetti a norme comuni che garantiscono l’efficienza di un grande mercato commerciale.

Ogni Stato membro dovrebbe quindi confrontarsi con le proprie debolezze, prima di accusare l’Europa. La Francia è un buon candidato per questo esercizio.

2.4. Fare del mercato unico l’unica priorità dell’Europa

La prima strada da seguire per garantire la competitività dell’economia europea e l’emergere di campioni europei è quella dell’unità del mercato europeo, il cui «approfondimento» è stato vantaggioso94 e deve essere portato avanti.

Il rapporto Letta95, presentato alla Commissione nel 2024, sosteneva questa posizione, con l’obiettivo di approfondire il mercato, in particolare in alcuni settori (come le telecomunicazioni, l’energia e la difesa). Raccomandava addirittura l’introduzione di una «quinta libertà»96 incentrata sulla ricerca, l’innovazione e l’istruzione.

Questi cambiamenti richiederanno tuttavia molto tempo prima di concretizzarsi e produrre risultati: è difficile capire perché e come gli ostacoli che hanno impedito ai governi, ma anche ai cittadini, di realizzare il mercato unico dovrebbero scomparire improvvisamente, o addirittura rapidamente. Sebbene il rapporto Draghi sia stato pubblicato nel settembre 2024, a più di un anno di distanza è difficile individuarne le prime conseguenze pratiche. L’UE deve quindi proseguire sulla via dell’unificazione, senza illusioni sulla sua rapidità: essa non consentirà la creazione di campioni nel brevissimo termine.

La prossima Commissione dovrebbe quindi fare dell’unità del mercato la sua priorità assoluta e interrompere le iniziative collaterali. Deve ricordare che la vocazione primaria dell’Europa era quella di essere un mercato, poiché è dalla potenza economica che devono derivare la sua esistenza e la sua potenza politica. Per la Francia, ciò significa che deve innanzitutto ottimizzare la propria competitività.

Un secondo modo per facilitare l’unità del mercato e ripristinare l’equità della concorrenza spetta agli Stati membri: la Francia deve smettere di sovrascrivere e, in generale, interrogarsi sui numerosi oneri normativi che impone alle proprie imprese, mentre queste ultime sono inserite in un contesto di concorrenza europea o addirittura internazionale.

In un contesto in cui le riforme europee procedono lentamente, l’azione nazionale costituisce quindi una leva immediata e decisiva per rafforzare la competitività.

Raccomandazione n. 1: La Commissione e il prossimo governo francese dovrebbero riportare l’unificazione economica del mercato europeo in cima all’agenda politica europea, lasciando da parte altri progetti più secondari (esclusa la difesa);

Raccomandazione n. 2: Creare un gruppo di lavoro sulla convergenza normativa (Stati membri, Commissione, Parlamento europeo) che proponga azioni operative per ridurre le divergenze fiscali, sociali e ambientali, con un calendario preciso.

Raccomandazione n. 3: introdurre una clausola di non sovratraduzione che si traduca, in una prima fase, nella chiara identificazione nei testi discussi in Parlamento dei vincoli e degli obblighi aggiunti dal legislatore nazionale.

3

Semplificare

Note

97. 

Commissione europea, The Draghi report, op. cit.

98. 

Ibid.

3.1. Regolamentazione eccessiva, assenza di concorrenza

Un altro paradosso dell’UE (e forse ancora di più, anche in questo caso, della Francia) è che, dato il suo modello economico e sociale, sta entrando in un periodo di turbolenze globali gravato da contraddizioni difficili da conciliare. I suoi attori economici subiscono:

– Una pressione fiscale e normativa interna che, talvolta (ma non sempre) per ragioni legittime di promozione del proprio «modello sociale» e «ambientale», danneggia di fatto la sua competitività. Le imprese europee arrivano sui mercati mondiali gravate da normative che ne aumentano i costi;

– Una pressione concorrenziale esterna sempre più agguerrita, spesso esercitata da operatori economici che beneficiano essi stessi di sostegni pubblici nei propri paesi, sottraendosi così alle regole di un mercato realmente concorrenziale.

Nel complesso, il modello europeo, che si vuole virtuoso, sembra non essere in grado di adattarsi alle realtà geoeconomiche.

In questo ambito, l’UE ha ancora molta strada da fare. Il rapporto Draghi, pubblicato nell’autunno del 2024, ha lanciato un chiaro allarme: le normative possono costituire un freno alla crescita97. L’eccesso di regolamentazione è stato messo in evidenza: «negli Stati Uniti sono stati promulgati circa 3.500 testi legislativi e adottate circa 2.000 risoluzioni a livello federale durante gli ultimi tre mandati del Congresso (2019-2024). Nello stesso periodo, l’UE ha adottato circa 13.000 atti»98.

Note

99. 

Erwan Le Noan, « Les patrons nous sortiront-ils de l’enfer réglementaire français ? » (I datori di lavoro ci tireranno fuori dall’inferno normativo francese?), L’Opinion – 20 aprile 2025 [online].

+

La Francia è sommersa dalle norme99La Francia è sommersa dalle norme. Nel 2023, le leggi hanno aggiunto 565.555 parole alla regolamentazione, le ordinanze 147.071, i decreti 1.732.426! Il Giornale ufficiale ha raggiunto le 69.549 pagine, contro le 33.997 del 2004 (+105%). In totale, nel 2024, la Francia era regolata da 95.838 articoli di legge e 258.385 decreti. Nel 2003 c’erano “solo” 55.256 articoli di legge (con un aumento del +73%) e 168.673 articoli di decreto (+53%). Nello stesso periodo, il Codice del lavoro è passato da 5.027 articoli a 11.301 (+125%), quello del commercio da 1.920 a 7.178 (+274%), quello del consumo da 633 a 2.172 (+243%), quello della sanità da 5.340 a 13.310 (+149%), quello dell’ambiente da 1.020 a 6.962 (+583%)!

Note

100. 

Commissione europea, Un’Europa più semplice e più veloce: comunicazione sull’attuazione e la semplificazione, 2024-2029, relazione, 2025 [online].

+

101. 

Louise Darbon, « Norme assurde, obblighi inapplicabili… Come le aziende aggirano le regole dello Stato, in tutta legalità » Le Figaro, 15 aprile 2024 [online].

+

102. 

IMD – International Institute for Management Development, World Competitiveness Yearbook 2024, World Competitiveness Center, Losanna, giugno 2024 [online].

+

103. 

«Migliorare la regolamentazione — Legiferare meglio: il processo legislativo dell’Unione europea», Commissione europea [online].

+

104. 

«Semplificazione e attuazione — Legiferare meglio: il processo legislativo dell’Unione europea», Commissione europea [online].

+

105. 

Yann Algan, Pierre Cahuc, La società della sfiducia – come il modello sociale francese si autodistrugge, CEPREMAP, Éditions Rue d’Ulm/Presses de l’École normale supérieure, 2007.

+

3.2. Perseguire un obiettivo di deregolamentazione

Un secondo asse prioritario è quindi quello della semplificazione. Esso deve concentrarsi in via prioritaria sulle normative (in particolare in materia fiscale). Il suo obiettivo deve essere quello di facilitare la vita delle imprese (e dei cittadini), perché anche i costi amministrativi (circa 150 miliardi di euro nell’UE100) meritano di essere razionalizzati.

Già nel 2006, il Consiglio di Stato aveva denunciato l’eccesso di produzione normativa. Da allora in Francia si sono susseguiti diversi “shock di semplificazione”. A partire dal 2017 è stato compiuto uno sforzo significativo a favore della digitalizzazione delle procedure101. Nel 2024 è stata persino creata “France simplification”. Ciononostante, la Francia rimane piuttosto indietro nelle classifiche internazionali102: si colloca al 43° posto in termini di efficienza amministrativa, al 67° posto in termini di politica fiscale e 30^a per la legislazione in materia di affari.

A livello europeo, anche la nuova Commissione ha fatto della semplificazione (“Legiferare meglio”) un progetto prioritario103. In particolare, persegue l’obiettivo di ridurre gli oneri amministrativi esistenti di almeno il 25% e del 35% per le PMI (-37 miliardi di euro di costi)104. Tuttavia, i risultati tardano a manifestarsi.

Per andare oltre, non basta semplificare a posteriori, occorre produrre meno norme, il che presuppone una rivoluzione intellettuale: per riuscirci, l’amministrazione deve fidarsi dei cittadini, non partire sistematicamente dal presupposto che cercheranno di abusare di essa e della legge. In sintesi, occorre uscire dalla «società della sfiducia»105.

L’UE e la Francia devono quindi smettere di voler regolamentare tutto. La deregolamentazione è la nostra seconda priorità fondamentale.

Raccomandazione n. 1: Istituire una moratoria normativa settoriale (in particolare nei settori digitale, energetico e biotecnologico): nessuna nuova norma prima che quelle precedenti siano state valutate.

Raccomandazione n. 2: Introdurre un principio di fiducia nell’elaborazione delle norme: valutare sistematicamente se l’obiettivo fissato per una norma può essere raggiunto con mezzi diversi dalla coercizione e privilegiare gli obblighi di risultato piuttosto che quelli di mezzo;

Raccomandazione n. 3: Condurre una valutazione della regolamentazione nei settori strategici (in particolare nel digitale, nell’energia e nelle biotecnologie), con la partecipazione degli attori di questi settori, al fine di valutare il costo delle norme, la loro pertinenza ed eliminare tutte le norme che ostacolano la crescita.

4

Consolidare

Note

106. 

Marko Botta, « Le tendenze e i casi che definiranno l’antitrust europeo nel 2025 », ProMarket1, 14 gennaio 2025 [online].

+

107. 

Javier Espinoza, « The quest to create European corporate champions », Financial Times, 22 gennaio 2025 [online].

+

108. 

Ibid.

109. 

Arnaud Montebourg ha affrontato questo tema quando era ministro: «Da trent’anni i consumatori dettano legge in Europa e il risultato è un disastro (…). Io difendo i produttori», Jean-Jacques Mevel, «Montebourg all’assalto dell’Europa “liberale”», Le Figaro, 10 dicembre 2012 [online].

+

110. 

Cristina Caffarra, « Antitrust and the Political Economy: Part 1 », VoxEU.org (Centre for Economic Policy Research), 5 gennaio 2024 [online].

+

111. 

Max von Thun, « Competition, Not Consolidation, Is the Key to a Resilient and Innovative Europe », ProMarket, 5 giugno 2024 [online]; vedi anche Sara Calligaris, Chiara Criscuolo, Josh de Lyon, Andrea Greppi & Oliviero Pallanch, « New Approaches to Measure (Increasing) Concentration in Europe », VoxEU.org, 26 gennaio 2025 [online]; vedi anche Fiona M. Scott Morton, The Three Pillars of Effective European Union Competition Policy, Bruegel Policy Brief 19/24, Bruegel, 10 settembre 2024 [online].

+

4.1. Mercati frammentati, consolidamento impossibile

Le ambiguità europee tra la frammentazione di fatto dei mercati e l’unificazione voluta in teoria hanno conseguenze pesanti, in quanto talvolta costituiscono ostacoli insormontabili all’emergere di campioni industriali, mentre la concorrenza internazionale sta accelerando e intensificandosi.

Nel complesso, oggi le imprese europee si trovano ad affrontare contraddizioni pericolose: non operando in un vasto mercato unico, possono crescere solo sui propri mercati nazionali; tuttavia, raggiungere una dimensione critica a livello continentale (o almeno che copra diversi paesi) è indispensabile per investire ed essere presenti sui mercati internazionali. Sono quindi tentate di consolidare i propri mercati (la via del consolidamento è richiesta dagli operatori economici in molti settori: telecomunicazioni, banche, ecc.), ma le autorità garanti della concorrenza si oppongono, temendo i rischi per i consumatori (che è la loro missione) e rispondono loro che l’unica opzione possibile sarebbe quella di espandersi su altri mercati, all’interno di un grande mercato europeo… che non esiste.

L’UE continua quindi a sostenere la competitività continentale e i campioni europei, considerando le sue normative a livello di zona, mentre le realtà economiche non corrispondono a questa visione dei mercati, spesso anche perché gli Stati membri non lo consentono.

4.2. Facilitare la costituzione di campioni competitivi

Il percorso di consolidamento europeo sembra aver subito recentemente alcune scosse: il dibattito si fa più pressante sull’imperativo di avere dei «campioni» europei e – in assenza di un mercato unico – sul fatto che questo percorso passi attraverso le concentrazioni.

Sono da segnalare diverse iniziative: i rapporti Draghi e Letta hanno invocato una forma di consolidamento del mercato a livello europeo, non dei mercati nazionali; Ursula von der Leyen ha invocato un «nuovo approccio alla politica di concorrenza» che dovrebbe essere «più favorevole alle imprese che si sviluppano sui mercati mondiali»106.

Tuttavia, permangono alcune ambiguità che rallentano i progetti e spesso si evitano le questioni reali. Il dibattito verte quindi su una questione fondamentale: l’UE deve privilegiare la creazione di grandi imprese in grado di competere con i giganti mondiali107, anche se ciò riduce la concorrenza interna108 – e danneggiare i consumatori, in particolare attraverso aumenti dei prezzi109? Sebbene una parte dei professionisti110 e delle imprese sostenga questa tesi, tale approccio suscita forti opposizioni111.

Nel frattempo, le imprese europee sono nel pieno della tempesta… Anche la Francia deve agire senza indugio, a livello nazionale.

Raccomandazione n. 1: Introdurre un principio di competitività nell’adozione delle normative nazionali: ogni proposta di normativa nazionale francese dovrà essere accompagnata da una valutazione della sua incidenza sulla crescita.

Raccomandazione n. 2: Effettuare una valutazione costi/benefici del controllo delle concentrazioni e valutare la possibilità di applicarla alle operazioni di maggiore entità.

Raccomandazione n. 3: Favorire la convergenza dei mercati dei capitali.

Conclusione: riforma francese

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Note

112. 

Michel Camdessus, Le sursaut. Vers une nouvelle croissance pour la France, rapporto, Vie publique, 2004 [online].

+

La Francia deve smettere di scaricare le proprie responsabilità su Bruxelles e di riporre le proprie speranze a livello europeo: le sue debolezze sono dovute innanzitutto alle sue mancanze (in particolare in materia di governance e di governo) e le soluzioni saranno possibili solo grazie alle sue prestazioni.

Anche l’Europa non può aspirare al potere politico se non è in grado di affermarsi economicamente. Tuttavia, gli indicatori non sono chiaramente molto positivi.

Si potrebbe affermare che il contesto internazionale è diventato più incerto, più pericoloso, più competitivo e che ciò giustifica quindi un aumento della competitività del Vecchio Continente. È vero. Ma questa è solo una parte della giustificazione perché, in un’economia moderna, è comunque imperativo mantenere costantemente una capacità di innovazione e una flessibilità di resilienza.

La competitività normativa è un modo per raggiungere questo obiettivo. La regolamentazione deve essere messa al servizio della crescita: sarà necessario compiere scelte delicate, che susciteranno reazioni sociali dolorose.

I responsabili politici sembrano titubanti, forse in parte perché non sanno come preservare il modello europeo di protezione sociale dei cittadini, soprattutto in tempi difficili, e allo stesso tempo far evolvere il modello economico. Nella migliore delle ipotesi, ciò rivela una mancanza di riflessione.

La società deve agire. Spetta a lei facilitare il «balzo in avanti»112. Alle imprese spetta oggettivare i vincoli che la regolamentazione impone loro e il costo che ciò comporta per l’economia nel suo complesso. Le argomentazioni pro domo non sono sufficienti a convincere. Né tantomeno la pazienza cortese. Devono affrontare meglio l’argomento perché, come questo studio ha cercato di dimostrare, la regolamentazione non è solo un argomento correlato, secondario, tecnico: è uno strumento strategico di crescita.

Raccomandazione finale n. 1: La Commissione e la Francia dovrebbero riportare la performance economica e la competitività al centro delle politiche nazionali e del progetto europeo, unica priorità valida per il decennio;

Raccomandazione finale n. 2: La Commissione e la Francia dovrebbero fissarsi come obiettivo la semplificazione del diritto e la deregolamentazione entro cinque anni.

Raccomandazione finale n. 3: Le imprese dovrebbero mettere in campo strumenti (think tank, ricerca accademica, media digitali, ecc.) per diffondere la conoscenza delle sfide economiche e promuovere soluzioni a favore della loro competitività

Addio alle armi Rifornimenti_di Aurèlien

Addio alle armi Rifornimenti.

Ancora un altro saggio sulla strategia e la guerra di logoramento.

Aurelien11 marzo
 
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Nelle ultime due settimane alcuni commentatori hanno espresso opinioni piuttosto aggressive. Un dibattito vivace è positivo, ma non vogliamo cattivo umore e insulti. Non ho mai cancellato alcun commento nella storia di questo sito, ma lo farò se necessario. Vi prego di mantenere un tono civile!

Questi saggi saranno sempre gratuiti, ma potete continuare a sostenere il mio lavoro mettendo “mi piace” e commentando, e soprattutto condividendo i saggi con altri e passando i link ad altri siti che frequentate. Se desiderate sottoscrivere un abbonamento a pagamento, ovviamente non vi impedirò di farlo (anzi, ne sarei molto onorato), ma non posso promettervi nulla in cambio se non una calda sensazione di virtù.

Ho anche creato una pagina Buy Me A Coffee, che potete trovare qui.☕️ Grazie a tutti coloro che hanno recentemente contribuito.

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****************************************

Dopo l’escursione della scorsa settimana nel mondo della cultura e della politica (e un punto in più a chi ha colto l’allusione nel titolo alla canzone di Joni Mitchell sulle illusioni), temo che questa settimana torneremo nuovamente alla strategia. Un paio di settimane fa ho pubblicato quello che speravo fosse il mio ultimo saggio sulla strategia per un po’, prendendo come punto di riferimento l’Ucraina e descrivendo l’incapacità dei politici e degli esperti di comprendere ciò che stavano vedendo, figuriamoci il suo significato, o di cogliere il concetto stesso di guerra di logoramento. Non avrei mai pensato, ecc. ecc.

Ma il fatto è che il trambusto suscitato dall’attacco degli Stati Uniti e di Israele all’Iran – che difficilmente si può definire un dibattito – ha dimostrato ancora una volta che anche coloro che dovrebbero capire queste cose non le capiscono, e che le decisioni sono state prese in uno splendido isolamento dalla realtà attuale, o ragionevolmente futura. Quindi forse è giunto il momento, ancora una volta, di esporre alcune semplici realtà sulla strategia e su ciò che è necessario per attuarla, nonché qualcosa sul curioso, ma abbastanza prevedibile, tipo di guerra di logoramento asimmetrica verso cui sembra che ci stiamo dirigendo.

Non mi addentrerò in questioni quali il numero dei missili, le caratteristiche tecniche dei sistemi d’arma e simili, che lascio a chi è più informato (anche se ciò non ha impedito a chi è poco informato di intervenire con le proprie idee). Eviterò anche commenti dettagliati sulla politica della regione, perché, sebbene ne abbia una discreta conoscenza, sono ben lungi dall’essere un esperto e non sono mai stato in Iran. (Sì, lo so, questo non ha fermato altri.) Quindi mi concentrerò principalmente su questioni di principio e dottrina, illustrate da alcuni esempi storici, nel tentativo di chiarire cosa sta succedendo, cosa sta andando storto e quali potrebbero essere i possibili risultati.

Qualsiasi manuale di strategia, qualsiasi serie di appunti di un’accademia militare, vi dirà che per condurre un’operazione militare su larga scala occorrono fondamentalmente tre cose:

  • Un’idea chiara di ciò che si desidera realizzare, espressa in una forma tale da poter dire senza ambiguità se l’obiettivo è stato raggiunto o meno. (A volte viene chiamato “stato finale”). Si tratta di un livello strategico.
  • Un piano per una serie di attività (militari, ma anche diplomatiche, politiche ed economiche) che, se perseguite con successo secondo un programma generale, porteranno al raggiungimento dell’obiettivo finale. Questo è il livello operativo e, storicamente, l’Occidente, e in particolare gli anglosassoni, non lo hanno compreso molto bene.
  • Infine, le risorse militari, politiche, economiche e di altro tipo necessarie per consentirti di attuare effettivamente il piano operativo verso lo stato finale, senza esaurire le risorse o essere ostacolato da sviluppi che avresti dovuto prevedere ma che non hai previsto.

Penso sia abbastanza chiaro che l’attuale attacco all’Iran non abbia una visione chiara dell’obiettivo finale, né sembri sapere come raggiungerlo. Se disponga delle risorse necessarie è, suppongo, una considerazione secondaria se l’obiettivo stesso non è chiaro, ma torneremo su questo punto verso la fine.

Le cose vanno male quando una o più di queste condizioni non sono soddisfatte. Inizierò parlando della prima, perché è ovviamente fondamentale, per certi versi è la più difficile e in genere è la causa della maggior parte degli altri problemi. Se non si sa dove si vuole andare, dopotutto, è molto improbabile che ci si arrivi. Eppure questa incertezza è spesso mascherata da chiacchiere su “vincere la guerra”, “ristabilire la stabilità” o persino “inviare un messaggio”. In realtà, la prova di un obiettivo strategico autentico è che non è necessario chiedersi “perché lo stai facendo?”, perché questo è evidente dal modo in cui l’obiettivo è formulato. Ovviamente si può sperare che lo stato finale produca altre cose desiderabili a tempo debito. Così, la campagna militare alleata contro il Terzo Reich aveva come obiettivo finale la distruzione della Wehrmacht e del regime nazista e l’occupazione del paese. Questo era il limite del compito militare. Ricostruire il paese, sviluppare nuove istituzioni politiche e punire i leader nazisti rimasti erano tutti compiti politici che la vittoria militare aveva reso possibili, ma che dovevano essere portati a termine da altri. Inoltre, spesso vi sono molte attività concomitanti in settori correlati con una propria dinamica, come la pianificazione nel 1945 di un governo di occupazione. Ma il punto fondamentale rimane: le forze armate devono essere indirizzate a elaborare piani per raggiungere uno stato finale politico il cui scopo e natura siano evidenti e possano essere valutati oggettivamente.

Ovviamente, questo non succede sempre. Prenderò un esempio negativo che potrebbe sorprenderti, ma che mostra che stiamo parlando di qualcosa che è parte di qualsiasi uso delle forze militari per obiettivi politici. Quando nel 1992 scoppiò la guerra in Bosnia, in un clima di panico, incertezza e propaganda, da tutte le parti si sentivano richieste di “intervenire” per “fermare la violenza”. Ora, “intervento” in questo caso non era una strategia né un concetto definito, ma uno slogan, e non significava altro che “fare qualcosa”. Era impossibile definire un compito militare realistico in Bosnia, anche solo in teoria, e vari studi interni dei governi europei dimostravano che, anche solo per calmare le zone di conflitto, sarebbero state necessarie 100.000 truppe dispiegate in tutto il paese, da sostituire con nuove forze dopo 4-6 mesi, al servizio di un piano teorico a livello operativo, se e quando fosse stato definito. E tali forze non esistevano minimamente in un’Europa i cui eserciti erano ancora prevalentemente composti da coscritti con un servizio militare di breve durata. Quindi nessuno dei tre criteri era soddisfatto. Ma i media, molte lobby politiche e molti attori delle Nazioni Unite non erano disposti a lasciar perdere, e così alla fine fu creata una forza dell’ONU.

Denominata Forza di protezione delle Nazioni Unite, o UNPROFOR, non aveva una missione precisa, ma le era stato affidato il compito di scortare i convogli di aiuti umanitari, da cui il nome. Non c’era un obiettivo finale definito, né uno scopo preciso se non quello di “fare qualcosa” per rassicurare la comunità internazionale, quindi la prima condizione non era soddisfatta. Con un organico che non superava mai le 20.000 unità, era in inferiorità numerica rispetto alle fazioni in guerra e non poteva fare nulla in modo proattivo. Non aveva un piano operativo, ma solo una pioggia incessante di istruzioni e mandati da New York, che erano generalmente impossibili da soddisfare e spesso si contraddicevano a vicenda. Molte delle idee intelligenti erano state fornite da Stati che non fornivano truppe. Quindi il secondo criterio non era soddisfatto. Infine, pochi dei contingenti nazionali furono in grado di portare a termine le loro missioni. Alcuni erano stati inviati esclusivamente per acquisire esperienza o guadagnare denaro, e a molti era stato vietato di partecipare ai combattimenti. A seconda del compito, forse un quarto o un terzo delle forze poteva essere disponibile per operazioni effettive, con vari livelli di capacità. Quindi il terzo criterio non è stato soddisfatto. Date le circostanze, è sorprendente che l’UNPROFOR abbia ottenuto così tanto, lasciandosi alle spalle oltre 200 morti in soli tre anni.

Il fatto che una forza sia stata costituita e dispiegata senza alcuna idea reale di ciò che avrebbe dovuto realizzare è in realtà molto più comune di quanto spesso si pensi. I libri di storia sono pieni di decisioni apparentemente stupide di iniziare guerre o rafforzare fallimenti per ragioni che sembrano folli a posteriori, oltre ad essere generalmente distanti dalla realtà dell’epoca. Ma questo nasconde una questione più ampia: tali decisioni raramente vengono prese per un unico motivo e spesso sono il risultato dell’interazione di ogni sorta di pressioni e ambizioni diverse. Possono anche basarsi su una comprensione parzialmente o completamente errata della situazione, o semplicemente sul desiderio di realizzare un sogno. Alcune si basano su un’eccessiva sicurezza, altre sul timore che l’attesa peggiori ulteriormente la situazione. Esaminiamo alcuni esempi e proviamo ad applicare alcune delle intuizioni alla situazione attuale dell’Iran.

Se mai scriverò un altro libro di storia, lo intitolerò L’alternativa era peggiore, per sottolineare il fatto che la maggior parte delle decisioni relative alla guerra e alla pace sono subottimali e spesso il risultato della ricerca della soluzione meno peggiore. Uno dei casi più discussi è l’attacco giapponese a Pearl Harbour nel 1941. Quando negli anni ’50 cominciarono ad apparire i primi libri di grande diffusione sulla guerra, gli storici popolari che li scrivevano si grattavano la testa. Cosa diavolo pensavano i giapponesi? Come avevano potuto decidere gratuitamente di attaccare una nazione molto più grande e potenzialmente più potente? Ora, naturalmente, comprendiamo meglio: l’economia giapponese era vicina al collasso a causa delle sanzioni e nel Paese erano rimaste solo poche giornate di scorte di petrolio. Ma comprendiamo anche quanto la decisione fosse legata alla politica interna tra l’esercito e la marina e al rischio di un colpo di Stato militare se il governo giapponese avesse dato l’impressione di acconsentire alle richieste di lasciare la Manciuria. Quando le simulazioni di guerra dimostrarono che l’attacco pianificato avrebbe probabilmente fallito, ma avrebbe potuto avere successo, allora sferrare questo attacco sembrò essere la meno peggiore di una serie di opzioni negative.

Una logica simile sembra aver dominato il pensiero dello Stato Maggiore prussiano nel 1918. Se la resa era impensabile, allora la probabile sconfitta di un tentativo di sfondare le linee alleate e conquistare i porti della Manica era preferibile alla certa sconfitta che sarebbe seguita se non si fosse fatto nulla. Allo stesso modo, gli storici popolari erano increduli che Hitler avesse dichiarato guerra agli Stati Uniti alla fine del 1941. Ma Hitler valutò (correttamente) che gli Stati Uniti erano comunque praticamente in guerra e che una tale dichiarazione avrebbe consentito agli U-Boot tedeschi di operare direttamente contro le navi statunitensi. In ogni caso, la guerra in Russia sarebbe presto finita e la Gran Bretagna sarebbe stata costretta a scendere a patti ben prima che gli Stati Uniti potessero avere un qualsiasi impatto sulla guerra. La posizione non sarebbe stata peggiore, in altre parole, e avrebbe potuto addirittura migliorare. E ci sono molti altri esempi: sappiamo che l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979 non fu intrapresa con molta fiducia nel successo, ma semplicemente perché le altre opzioni erano peggiori. E, per arrivare a tempi più recenti, l’invasione argentina delle Isole Falkland nel 1982 fu una manovra disperata da parte di un governo militare profondamente impopolare. L’idea che gli inglesi fossero in grado e disposti a rispondere chiaramente non gli era mai venuta in mente, ma per gli inglesi era in gioco la sopravvivenza stessa del governo della signora Thatcher, quindi non c’era scelta.

Strettamente correlati sono i casi in cui i paesi vengono trascinati in conflitti, o ne rimangono coinvolti in modo più profondo, senza mai avere un obiettivo strategico, o addirittura una logica, o senza necessariamente prendere una decisione in tal senso. Anche questo è molto più comune di quanto si pensi generalmente, e spesso deriva dall’impatto di crisi esterne. Un caso classico è la mobilitazione russa contro l’Austria-Ungheria nel 1914. I russi non avevano alcun desiderio di entrare in guerra con Vienna in quel momento, ma si sentivano obbligati a sostenere il loro alleato, la Serbia, con un forte gesto politico. Ciò significava, ovviamente, che i prussiani, per i quali l’Austria-Ungheria era più un peso che una risorsa come alleato, sentivano di doverla sostenere contro le minacce russe. E sappiamo tutti come è andata a finire. Cercare un protettore e manipolarlo affinché si senta obbligato a schierarsi dalla propria parte in una crisi è un trucco vecchio quanto la politica. E dopo un po’, la coda inizia a muovere il cane. Un caso classico è il Vietnam, dove gli Stati Uniti si sono trovati sfruttati da un governo di Saigon che dimostrava livelli di corruzione simili a quelli ucraini, ma si sono sentiti obbligati a sostenerlo e a trovare scuse per giustificarlo, spendendo vite umane e risorse per cercare di mantenerlo al potere. Il fatto che persone molto serie con pipa e occhiali con montatura di corno abbiano successivamente prodotto giustificazioni intellettuali intelligenti per il coinvolgimento degli Stati Uniti nella situazione vietnamita non rende la condotta di Washington più lungimirante o razionale. In effetti, una delle caratteristiche principali della Guerra Fredda era il sostegno delle superpotenze a individui e regimi assolutamente riprovevoli, per i quali poi dovevano trovare scuse e elaborare giustificazioni, spesso per ragioni tattiche strettamente a breve termine.

Ho il forte sospetto, anche se non posso provarlo, che qualcosa di simile sia accaduto con i bombardamenti sauditi nello Yemen. L’aviazione saudita mi è stata descritta una volta come “un club di volo per principi”. Non era considerata una forza militare seria, ma era un esempio dello storico accordo in base al quale i sauditi acquistavano attrezzature militari straniere per garantire sia la presenza di personale di supporto nel loro paese, di fatto come ostaggi, sia che le nazioni fornitrici di attrezzature si sentissero obbligate a venire in loro aiuto in caso di crisi. L’idea che il paese potesse mostrare i muscoli in modo così aggressivo deve aver allarmato gli Stati Uniti, ma questi ultimi erano già così profondamente coinvolti che non potevano tirarsi indietro. È quindi molto probabile che gli Stati Uniti abbiano aiutato i sauditi nella pianificazione della missione e nella scelta degli obiettivi, perché le conseguenze di non farlo sarebbero state ancora peggiori.

Naturalmente, le nazioni possono semplicemente sbagliarsi o essere confuse riguardo ai propri obiettivi strategici. I francesi pensavano che se avessero perso la guerra in Algeria avrebbero aperto la strada a un’invasione sovietica dell’Europa dal sud. Loro e gli inglesi pensavano che l’operazione di Suez fosse l’unico modo per impedire a Nasser di incendiare l’intero Nord Africa. Allo stesso modo, nel 2022, alcuni esperti sostenevano, con grande serietà, che se l’Occidente non avesse inviato armi all’Ucraina, la Cina si sarebbe “incoraggiata” a conquistare Taiwan, o qualcosa del genere. Le intenzioni degli Stati Uniti per il futuro dell’Iraq dopo l’invasione del 2003 erano in realtà un esercizio di fantasia normativa senza limiti. Al contrario, gli obiettivi a lungo termine della comunità internazionale per l’Afghanistan erano dettagliati e precisi – la creazione di un paradiso in stile occidentale, dai documenti che ho visto – ma senza alcuna indicazione su come, o anche solo perché, questa situazione avrebbe dovuto realizzarsi. Si trattava, ancora una volta, di un esercizio di fantasia, un po’ come la costruzione di un mondo in un’opera di finzione.

Paradossalmente, il fatto che molte di queste “giustificazioni” siano così incoerenti, fantasiose, incomplete e persino contraddittorie tra loro rende in realtà più facile lanciarsi in avventure militari. Ad esempio, non tutti in Francia temevano un’invasione sovietica da parte di un’Algeria indipendente, ma era una delle tante idee sovrapposte e rafforzate a vicenda che hanno permesso di perseguire una politica disastrosa per così tanto tempo: se ci fosse stata un’unica motivazione, la guerra non si sarebbe protratta così a lungo. È ovvio che l’attuale attacco statunitense/israeliano all’Iran ne è un buon esempio. Non è tanto che gli obiettivi strategici sembrino cambiare ogni giorno a Washington, quanto che ci sia tutta una serie di motivazioni diverse, alcune contraddittorie tra loro, sostenute da persone diverse che si presentano davanti alle telecamere in occasioni diverse per dire cose diverse. L’unica cosa che hanno in comune è una vaga convinzione che l’Iran debba essere attaccato. Ed è un errore classico degli esperti immaginare che, poiché molti attori diversi nella capitale nazionale sostengono pubblicamente qualcosa, ci sia quindi una politica unitaria, per non parlare di un piano concordato. In molti casi, tutto ciò su cui riescono a mettersi d’accordo sono slogan strategici vaghi ma di grande effetto, mentre su tutto il resto hanno opinioni diametralmente opposte.

Nel caso dell’Iran, è abbastanza chiaro che l’establishment statunitense non ha mai perdonato, e non perdonerà mai, l’umiliazione della caduta dello Scià e dell’occupazione dell’ambasciata americana. (Le dichiarazioni dello stesso Trump dimostrano chiaramente che egli condivide questa opinione). D’altra parte, è difficile per la maggior parte delle persone dirlo ad alta voce, quindi vari gruppi di interesse a Washington e i loro sostenitori stranieri forniscono motivazioni diverse e spesso contrastanti, alcune delle quali credono sinceramente, almeno fino a un certo punto. Per quanto mi risulta, ci sono persone più “razionali”, nel senso che ritengono che una campagna militare non sia il modo migliore per distruggere l’Iran, ma pochi sostengono effettivamente che si debba imparare a conviverci. Pertanto, i cambiamenti improvvisi negli “obiettivi” annunciati significano semplicemente che è diventato popolare o di moda un altro modo di punire l’Iran. A questo si aggiunge, naturalmente, una profonda e volontaria ignoranza sul Paese stesso e sulla sua politica interna. E la cosa interessante è che questa ignoranza non è nuova: risale a generazioni fa. Lo sappiamo perché pochi argomenti nella storia moderna sono stati studiati più intensamente del fallimento degli Stati Uniti nel prevedere la caduta dello Scià nel 1978 e la sua sostituzione con un regime islamico. È chiaro che questo fallimento è stato totale: pochi diplomatici statunitensi parlavano farsi e si mescolavano prevalentemente con l’élite occidentalizzata che sosteneva lo Scià, ignorando l’opinione della gente comune. In un certo senso, stiamo assistendo ora a un processo simile, ma al contrario, poiché i critici del regime, per lo più liberali laici, sono assecondati dall’Occidente. A questo proposito, l’intera questione del grado di “sostegno popolare” all’attuale regime mi sembra formulata in modo errato, e forse addirittura priva di significato, poiché sembra non tenere conto delle specificità della situazione nel Paese.

Pertanto, la decisione di attaccare l’Iran ha profonde radici storiche, almeno nel caso degli Stati Uniti (non conosco abbastanza Israele per poter esprimere un giudizio). Il signor Trump sembra essere coinvolto in una sorta di enorme escalation, in parte da lui stesso provocata, in parte frutto di un risentimento lungo e aspro, dalla quale non riesce a uscire. Un paio di settimane fa si è verificato un momento in cui è diventato evidente che la guerra era inevitabile: non perché fosse sensata, non perché non ci fossero alternative, non perché avesse elevate probabilità di successo e non perché le sue conseguenze potessero essere previste con certezza, ma perché a quel punto tornare indietro era impossibile. Trump è rimasto intrappolato in una situazione in parte creata da lui stesso, dalla quale non riesce a uscire. Tutto ciò che può fare, come tanti prima di lui, è andare avanti, sperando in un miracolo.

Il secondo criterio, come ricorderete, è una sorta di piano per una serie di azioni che insieme porteranno al raggiungimento dell’obiettivo che vi siete prefissati. Per questo è necessario avere un obiettivo definibile, come abbiamo visto, ma deve anche esserci un meccanismo di trasmissione attraverso il quale queste azioni dovrebbero, o almeno potrebbero, portare al risultato desiderato. Come ho suggerito più volte nel caso dell’Ucraina, questo spesso equivale semplicemente a supporre che “le cose accadranno” e che, in seguito, attraverso un processo magico, l’obiettivo (in quel caso la caduta dell’attuale sistema politico in Russia) sarà raggiunto. Nel caso dell’Iraq, sembra che non sia stata prestata quasi alcuna attenzione al “come” della transizione desiderata verso uno Stato occidentale liberale e democratico: si è semplicemente supposto che sarebbe avvenuta. In Afghanistan, al contrario, e grazie al coinvolgimento di un gran numero di donatori e ONG, c’erano ipotesi molto dettagliate sui progressi futuri, suddivise in fasi distinte. Il problema era che, guardando le fasi, non c’era alcuna connessione necessaria o causale tra loro, e non c’era motivo di supporre che una fase (“sconfiggere i talebani”) avrebbe portato automaticamente alla successiva (“istituire istituzioni di tipo occidentale e lo Stato di diritto”), o addirittura che ci sarebbe stata una fase successiva. Lo stesso valeva per la Bosnia. Da trent’anni ormai, dopo la fase 1 – la fine dei combattimenti – siamo bloccati nella fase 2, il tentativo di creare uno Stato multietnico di stampo occidentale, con partiti politici multietnici. Ma poiché nessuno dei potenti in Bosnia vuole questi risultati (anche se l’Occidente ascolta i pochi che li vogliono), siamo bloccati lì e, stando alle recenti manifestazioni, sembriamo scivolare di nuovo indietro.

Questo modo di pensare, che si ritrova anche nella dottrina post-crisi e nei piani per la ricostruzione nazionale, ha in realtà un’origine piuttosto specifica, nella cosiddetta Teoria della modernizzazione. Essa ha avuto inizio negli anni ’50 e ’60 con la convinzione che la crescita economica e la modernizzazione avrebbero portato alla creazione di sistemi politici democratici, razionali e laici. Ho discusso la teoria, la sua influenza e i suoi limiti altrove. Ai fini del nostro discorso, ciò che conta è che essa ha ricevuto un nuovo impulso dalla fine della Guerra Fredda, dagli scritti di Fukuyama e dall’apparente orientamento della nuova Russia verso un modello occidentale, diventando la convinzione dominante, anche se generalmente non articolata, nelle capitali occidentali su come si sviluppano tutte le società.

Vale la pena sottolineare che, un paio di generazioni fa, sembravano esserci almeno alcune prove a sostegno di questa convinzione. In Medio Oriente, ad esempio, la modernizzazione è iniziata durante il breve periodo del colonialismo occidentale dopo il 1919, con cambiamenti sociali, tra cui la posizione delle donne, una massiccia espansione dell’istruzione, un’apertura al mondo esterno nell’insegnamento dell’inglese e del francese e lo sviluppo di partiti politici di stampo occidentale, tra le altre cose. E infatti, dall’inizio dell’indipendenza nella regione negli anni ’40, abbiamo assistito alla nascita di Stati almeno superficialmente moderni e laici, con alcune speranze per la crescita di sistemi democratici autentici. Naturalmente c’erano reazionari e tradizionalisti che cercavano di impedire tali sviluppi, ma potevano essere contrastati e comunque erano dalla parte sbagliata della storia.

Questo era l’insieme di presupposti in cui la crisi iraniana del 1978/79 si inserì in modo inaspettato. A quel tempo l’Iran era considerato un classico esempio di modernizzazione riuscita, spinto verso un futuro teleologico certo da un capo di Stato severo ma rispettato, osteggiato solo da alcuni oscurantisti dalla lunga barba. Il totale fallimento nel prevedere non solo il grado di resistenza alla Rivoluzione Bianca dello Scià, ma anche l’influenza e l’organizzazione dell’establishment religioso sciita, rimane ancora oggi come un trauma infantile sepolto nell’inconscio collettivo della classe politica occidentale. Ricordiamo che, a quel tempo, la religione era una forza quasi inesistente nella politica occidentale. Anche in paesi come la Francia e l’Italia, dove la Chiesa era stata politicamente attiva, essa era ormai in piena ritirata davanti alle forze del secolarismo. In altri paesi occidentali, in particolare in Gran Bretagna, era appena degenerata in un’istituzione di umanesimo senza spina dorsale, che non menzionava quasi mai la religione in quanto tale. (Ricordo un predicatore metodista all’inizio del decennio che aveva evidentemente letto Marcuse e cercava di avviare una conversazione sulla tolleranza repressiva). Le comunità musulmane dell’epoca in Occidente erano più piccole e in gran parte non radicalizzate. L’Islam politico era appannaggio di pochi studiosi specializzati.

Non sorprende quindi che i francesi, con il sostegno degli Stati Uniti e forse anche di altri paesi, abbiano pensato che fosse una buona idea rimandare l’Ayatollah Khomeini dal suo esilio francese a Teheran, per calmare la situazione dopo la partenza dello Scià e per aiutare a impedire che le forze anti-occidentali prendessero il controllo del paese. L’Occidente, ovviamente, non aveva idea di come interpretare Khomeini e il suo ruolo e la sua influenza in Iran. I modelli potenziali disponibili includevano il Papa, Martin Luther King e persino Gandhi. L’idea che potesse essere un abile manipolatore con un programma politico e milioni di seguaci era al di là di qualsiasi immaginazione occidentale, e ancora oggi quella decisione e le sue conseguenze costituiscono una dolorosa ferita aperta nella psiche collettiva dei decisori occidentali. Con una progressione tristemente familiare, incolpiamo gli iraniani per le conseguenze delle nostre decisioni e per le ripercussioni che avremmo dovuto prevedere, ma non abbiamo previsto, ed è questo uno dei motivi per cui li odiamo così tanto.

E non si tratta solo dell’Iran. Le idee incoerenti derivate dalla teoria della modernizzazione aiutano a spiegare il disastroso fallimento in Iraq: lasciati a se stessi, e con il malvagio Saddam rimosso, gli iracheni avrebbero intrapreso rapidamente la strada verso una moderna economia di mercato liberale e democratica, perché quello era il destino di tutte le società. Le forze religiose erano ormai superate e potevano quindi essere ignorate. Allo stesso modo, l’arrivo dello Stato Islamico prima in Iraq e poi in Siria è stato uno shock perché l’idea stessa di religione, non solo come fattore di mobilitazione politica ma come guida completa e indiscutibile alla vita, era sconosciuta in Occidente dal XVII secolo. (Ironia della sorte, i teorici dello Stato Islamico ritenevano che il loro modello fosse estremamente moderno, normativo e post-nazionalista, anche se non esattamente nel senso in cui Bruxelles userebbe questi termini: ma questo è un argomento per un altro giorno).

Più in generale, e per concludere il secondo punto, non è possibile elaborare un piano operativo se non si conosce come si incastrano i vari elementi della società con cui ci si confronta e il grado di potere che risiede in ciascuna area. Anche nel caso di una campagna strettamente militare, e in assenza dell’opzione cartaginese, qualcuno deve effettivamente prendere la decisione di arrendersi. Durante la Seconda guerra mondiale, gli inglesi si aggrapparono a lungo all’idea che i bombardamenti avrebbero reso il popolo tedesco così disperato da rifiutarsi almeno di andare al lavoro e, idealmente, cooperare per rovesciare il governo nazista e costringerlo alla resa. Tuttavia, non esisteva alcun meccanismo di trasmissione attraverso il quale il popolo tedesco potesse far conoscere le proprie opinioni, anche se avesse voluto arrendersi (anche ai russi, ovviamente). Ma c’era la Gestapo. L’influenza residua della teoria della modernizzazione è tale che ancora oggi i leader occidentali e i media presumono che ogni paese sia pieno di persone come noi pronte a prendere le redini del governo e che, al contrario, se un paese è governato da persone diverse da noi, allora la stragrande maggioranza della popolazione deve essere in attesa che noi rovesciamo il governo per loro. E sì, in realtà è proprio così stupido.

L’Occidente ha dimostrato una scarsa comprensione dei punti di forza e delle debolezze dei diversi regimi, talvolta perché demonizza le persone di cui ha sentito parlare. Per anni, l’Occidente ha cercato di sbarazzarsi di Slobodan Milosevic, il leader serbo, finanziando e sostenendo i suoi oppositori politici in lotta tra loro, ma ogni volta Milosevic ha vinto. Quando alla fine l’amputazione del Kosovo lo ha portato a perdere le elezioni del 2000 e ad essere rovesciato, l’Occidente si è congratulato con se stesso e ha atteso con ansia il moderato filo-occidentale che avrebbe preso il suo posto. Hanno ottenuto Vojislav Kostunica, che considerava Milosevic un debole, e una popolazione serba molto arrabbiata. Non riusciamo nemmeno a distinguere tra regimi personali, come la Siria di Assad o la Libia di Gheddafi, dove la rimozione del leader getta tutto nel caos, e regimi istituzionali come quelli di Egitto o Algeria, che semplicemente continuano a funzionare. Quando Robert Mugabe è morto, la gente pensava che lo Zimbabwe sarebbe cambiato radicalmente: non è stato così, perché lui era solo una parte della struttura di potere dello ZANU-PF. Quando morirà il dittatore ruandese Paul Kagame, il Paese potrebbe benissimo andare in pezzi, perché egli ha ucciso non solo i suoi nemici, ma anche la maggior parte dei suoi amici. Possiamo quindi vedere l’errore fondamentale e tipico degli Stati Uniti nel ritenere che il regime iraniano fosse fragile, che la rimozione di un piccolo numero dei suoi leader avrebbe portato al crollo del sistema e che persone come noi fossero pronte a prendere il potere.

Il terzo criterio, ovvero disporre delle risorse necessarie, può sembrare ovvio: basta guardare tutti quei luccicanti aerei e navi. Ma ripensate al mio precedente saggio in cui parlavo di logoramento. La cosa più importante da capire in conflitti come quello in corso è che la vittoria ha significati diversi a seconda dei paesi. La domanda “vinceranno gli Stati Uniti o l’Iran” è, in senso stretto, priva di significato, perché le guerre non sono partite di calcio. L’unico criterio rilevante è se un paese raggiunge o meno i criteri di vittoria che si è prefissato. È possibile che entrambe le parti “vinceranno” in questo conflitto, se gli obiettivi degli Stati Uniti saranno ridimensionati a posteriori al solo scopo di danneggiare l’Iran. Ma resta il fatto che le due parti stanno cercando di fare cose molto diverse. Gli Stati Uniti, a mio avviso, stanno fondamentalmente cercando di distruggere l’Iran e di cancellare finalmente la vergogna del 1979, anche se non vogliono dirlo pubblicamente e quindi ricorrono all’articolazione di ogni sorta di obiettivi intermedi contrastanti. Gli iraniani vogliono sopravvivere, certamente, ma vogliono anche cacciare gli Stati Uniti dal Golfo e dominare strategicamente la regione. L’obiettivo degli Stati Uniti è ovviamente irraggiungibile senza l’uso (teorico) di armi nucleari che distruggerebbero l’intera regione: nessun danno inflitto da aerei e missili può “distruggere” un paese, e qualsiasi cosa di meno sarebbe psicologicamente insoddisfacente e porterebbe solo a ulteriore violenza in seguito.

Ma l’attrito non si limita a questo, come ha spiegato Clausewitz. Il fatto che le parti abbiano obiettivi e condizioni di vittoria asimmetrici significa che i semplici confronti basati sull’attrito possono essere fuorvianti. Il modo più semplice per considerare l’attrito in casi come quello dell’Iran è attraverso la lente dell’attrito della capacità relativa capacità di raggiungere gli obiettivi. Cioè, gli obiettivi degli Stati Uniti (e di Israele) richiedono che determinate capacità siano preservate a un livello utilizzabile, mentre gli obiettivi dell’Iran richiedono la conservazione di un insieme sostanzialmente diverso. Chiunque distrugga il maggior numero di aerei o, entro limiti ragionevoli, il maggior numero di missili, non sarà necessariamente il “vincitore”. Allo stesso modo, il denaro non è sempre un fattore determinante. Può essere vero che ci vuole un intercettore da un milione di dollari per distruggere un drone che costa una frazione di quel prezzo, ma è anche irrilevante, a meno che una delle parti non abbia risorse limitate al punto da non potersi permettere di acquistare altri intercettori. E chiaramente non è questo il caso. Siamo diventati così ossessionati dai calcoli finanziari che dimentichiamo che i veri limiti alla guerra non sono finanziari, ma molto pratici. Quindi, la prima reazione alla carenza di materie prime è dire “i prezzi aumenteranno”; beh, sì, ma il vero problema è che non ci saranno più tante materie prime e alcuni clienti, compresi i militari, dovranno farne a meno. I droni non solo sono più economici, ma sono anche molto più facili e veloci da costruire rispetto agli intercettori e richiedono una quantità molto minore di componenti e materiali rari e costosi, alcuni dei quali sono sempre più difficili da reperire. D’altra parte, però, per ragioni molto pratiche, gli Stati Uniti non possono semplicemente passare alla costruzione e all’uso di droni, anche se potessero sviluppare da un giorno all’altro una dottrina per il loro impiego.

Quindi, in effetti, per “vincere” (o più precisamente per evitare di perdere) gli iraniani devono conservare un numero sufficiente di missili e la capacità di lanciarli per cacciare gli Stati Uniti dal Golfo, e mantenere almeno un sistema limitato di comando e controllo, nonché un livello accettabile di controllo politico del Paese. Gli Stati Uniti, d’altra parte, devono mantenere una capacità che includa: fermare la stragrande maggioranza dei droni, sia quelli attuali che quelli che saranno prodotti, mantenere grandi forze nella regione per almeno un periodo di mesi, proteggere tali forze dagli attacchi, garantire che le vittime siano ridotte al minimo assoluto, sostituire il personale alla fine del proprio turno con sostituti altrettanto qualificati, rifornire le navi di tutto il necessario, dal carburante alle munizioni alla carta igienica, riparare i sistemi delle navi che non funzionano correttamente, avere un sistema sicuro ed efficace per gestire le vittime e anche le malattie comuni, mantenere in volo aerei complessi e costosi in condizioni difficili, far riposare e ruotare i piloti e il personale di terra, mantenere scorte adeguate di ricambi e munizioni complessi e costosi, mantenere funzionanti i radar e le apparecchiature ISR e, naturalmente, garantire che il sostegno politico alla guerra rimanga il più alto possibile. Eccetera. (Nulla di tutto ciò significa che gli Stati Uniti “vinceranno”, ovviamente, ma solo che devono soddisfare almeno questi criteri minimi per evitare di perdere. E vari tipi e combinazioni di logoramento potrebbero rovinare completamente ogni possibilità di successo).

Ma dietro questi requisiti minimi che devono essere protetti dall’attrito si nasconde tutta una serie di altri requisiti su cui gli Stati Uniti hanno poco controllo. Una grande percentuale delle materie prime necessarie e degli ingredienti chiave, come i chip di silicio, proviene da paesi che vedono gli Stati Uniti con sfavore. In realtà, anche la fornitura di beni di prima necessità come cibo, materiali di consumo e pezzi di ricambio non può essere garantita, non da ultimo a causa del caos che la guerra stessa ha creato. Oltre un certo punto, le attrezzature complesse non possono essere riparate sul campo o nelle vicinanze. Dove e come potrebbero gli Stati Uniti trasportare un aereo non in grado di volare per effettuare riparazioni approfondite senza rischiare che venga attaccato e distrutto? E quanti potrebbero gestirne e quanto tempo ci vorrebbe?

È stato giustamente affermato che le forze armate statunitensi, come quelle della maggior parte delle potenze occidentali, sono ottimizzate per guerre brevi e di piccola entità, in cui è possibile presumere la superiorità aerea. Ma, come ho sottolineato in precedenza, praticamente tutte le guerre sono in un certo senso logoranti, e risulta che anche le guerre “brevi” (giorni, settimane, chi lo sa?) sono soggette molto rapidamente a logoramento di vario tipo. Si tratta meno di logoramento della base politica e finanziaria, quanto piuttosto dei limiti molto tangibili imposti da tutte quelle persone intelligenti che hanno esternalizzato e globalizzato tutto, dimenticando che una delle cose fondamentali di cui ha bisogno qualsiasi esercito (o qualsiasi sistema complesso, per quella materia) è la ridondanza. Ve lo ricordate? Sembra probabile che l’Occidente abbia già esaurito la sua capacità di condurre operazioni serie per più di una settimana o due, e la situazione generale sta peggiorando, anziché migliorare, poiché le capacità distrutte in Iran non saranno sostituibili rapidamente, e forse non lo saranno affatto.

la bomba di Schrödinger_di WS

Commenterò     qui  le ultime  vicende    della   guerra  in Iran    partendo  dall ‘ abbastanza  ovvia   considerazione     riportata  in  questo  aggiornamento

La   scelta di Mojtaba Khamenei come nuova guida suprema dell’Iran incoraggerà i sostenitori della linea dura, 

Che  è appunto cosa abbastanza ovvia visto che Khameney  jr  sarebbe  l’unico  scampato per miracolo al completo sterminio della sua famiglia, ascendenti , discendenti e collaterali compresi.

E quindi  qui  ci dovremmo chiedere a cosa mirasse una simile strategia di  sterminio U$raeliana.

  Una   simile   vigliaccata    doveva  mirare per  forza  a sostituire  la “guida  suprema “  con uno dei soliti “preti azeri”;  ma da dove gli U$raeliani traevano la loro certezza che questi azeri sempre “miracolosamente” risparmiati  avrebbero potuto  con certezza  raggiugere  quel posto   una    volta  ucciso  Khameney   sr.  e tutta la sua  discendenza ?

Da dove in particolare derivava la LORO convinzione che le strutture militari e paramilitari iraniane, profondamente indurite e ideologizzate, una volta decapitate dei loro generali, avrebbero dovuto obbedire a dei “politici moderati” che QUANTOMENO si erano dimostrati dei deficienti facendosi gabbare ripetutamente da subdoli assassini?

Con   questo io  voglio dire che Khameney jr. , una   figura  non di spicco    dell’establishment  iraniano,  per diretto volere   di suo padre  (  altro   che  Ciccio  Kim   che “alleva”  la figlia   tredicenne  ) , oggi  potrebbe anche non essere vivo e semplicemente il suo COGNOME essere  usato come un “brand” da una nuova elite iraniana che U$rael ha fatto uscire dalle pastoie in cui era tenuta da quella vecchia, realizzando così, di fatto, sì un effettivo ” regime change”, ma all’ incontrario di quanto ufficialmente dichiarato  nel  compiere una simile  vigliaccata.

Ma era veramente imprevedibile tutto questo? Io non credo .

 Io penso invece che i “bankesters” padroni di U$rael abbiano attaccato l’ Iran proprio per scatenare il collasso della economia globale se non addirittura la WW3 che non riuscivano ad ottenere povocando Russia e Cina. 

 E questo spiega anche l’ evidente mollezza di Russia e Cina nel sostenere l’ Iran, un paese AMICO e AGGREDITO di cui per altro nessuno dei due può permettersi la caduta sotto le grinfie di U$rael.

 Proprio qui, sull’ Iran   sarà misurato  l’ effettivo  spessore politico,  di Putin   soprattutto,  ma anche  di Xi,  uno   per altro bravissimo a rimanere  sempre  defilato.

Ma possono   davvero  sia l’ uno  che l’altro    restare   defilati su  questa  guerra ?

Io  non  credo. Mi sembra  evidente che  aiuteranno  l’ Iran solo per il minimo indispensabile a non cadere; non vogliono cacciarsi nella trappola dei “bankesters”, ma nemmeno possono permettersi di dargliela vinta fino al punto    di lasciargli prendere l’ Iran.

C’è  allora  c’ è   chiedersi quanto  l’ Iran sia stato vittima inconsapevole  di   questa  guerra     che    U$rael   gli ha portato  così  vigliaccamente.

 Commentai infatti qui nei  giorni   successivi  al fatidico 7 ottobre 2023 che probabilmente eravamo dentro un triplo gioco nel quale Israele aveva operato per farsi attaccare da Hamas , per poi  così  chiudere una volta per tutte la partita con i palestinesi ,  ma  che l’ Iran avrebbe operato per farsi poi attaccare da U$rael e chiudere a sua volta con il dominio U$A del MO.

  E più resiste l’ Iran , continuando a colpire duro Israele ed impantando sempre più gli U$A nel golfo e più questa ipotesi diventa reale.

Possono mai i marines sbarcare anche solo nell’ isola di karg senza dover riportare parecchi sacchi neri a casa?

Certo gli americani possono bombardare per mesi l’ Iran; se l’ Iran può parimenti fare altrettanto con Israele e i petrostati suoi clienti e complici , imponendo  ogni  giorno  agli U$A una spesa di un miliardo di dollari  e a tutto il mondo “occidentale” una rimessa economica dieci volte  superiore,  alla fine la vittoria  strategica   sarà  di chi resisterà di più.

 L’esito dipenderà solo da Russia e Cina. Vogliono costoro realmente affrancarsi da U$rael o no ?

Per concludere, un’ultima  considerazione: più resiste    l’ Iran ,  colpendo   i propri  aggressori       e più  costoro   saranno  tentati  di  chiudere   con  un  attacco    nucleare  più o meno  “mirato”.

Ma    non  era   appunto  spingere la Russia  ad un  uso  disperato   del “nucleare”  ciò  a cui mirava  la provocazione  NATO  alla Russia?

 Se infatti   l’uso “tattico”   del nucleare      da una parte  “ chiude”  una guerra,  sempre che poi le cose non precipitino,   dall’altro  crea un paria,   cioè  uno “sconfitto  strategico”   che   pur   aggredendo, in ultima analisi  non aveva nessuna  altra  soluzione per  NON perdere che usare “la bomba”.

 E’ solo per questo motivo  che gli USA  non usarono mai  la bomba  contro  il Vietnam  del Nord.

Qui   qualcuno   più smagato  potrebbe   pensare   che laddove  gli U$A  non potessero  usare   “la bomba”   per  disimpegnarsi     dal  golfo,   questo  potrebbe   benissimo  essere  fatto  da  Israele    che userebbe   la bomba,  che ufficialmente  NON ha.  Gli U$A  resterebbero  padroni  del MO   lasciando   l’ Iran bastonato  morto.

 Ma c’è  un  grosso MA.

Se l’ Iran  avesse  realmente  concepito la strategia  di  farsi  attaccare  da   U$rael       avrebbe necessariamente anche preso in considerazione   questa  eventualità    rimanendo  VOLUTAMENTE   ad uno  stato  “  subnucleare”   salvo poi poter  rispondere   LEGITTIMAMENTE   e MORALMENTE  giustificato   nello  stesso modo; fosse solo   con   “bombe  sporche”  che  rendessero   inabitabile   Israele   e la Riviera  degli Sceicchi.

Mi sono   infatti  sempre chiesto  perché  l’Iran, pur  avendo  i mezzi   e le competenze,   non si sia mai dotato   della “bomba”.

Dicevano   che   era  la “fatwa”   di khameney  sr ,  ma  ora  è assai probabile che  “junior”, vivo  o morto che  sia ,   non  la  confermerà. E  chi mai ora potrebbe   dargli  torto?

Sarà  così?   Io   continuo   a pensare che l’ Iran  abbia fatto un  errore   a non dotarsi  della bomba  , ma   forse il paese  non  era  abbastanza   “   sigillato”      per riuscire  a farlo   senza   venire  bloccato   dal proprio  mortale  nemico.

 ”Sigillato” ora  lo è  e la  domanda  di  tutte le cancellerie  è:  dove  è finito l’ uranio  iraniano  arricchito ?  Chi  ne è in controllo ?

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