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IL “CASO RAČAK” (15 GENNAIO 1999): LA “FALSA BANDIERA” PER DARE INIZIO ALL’AGGRESSIONE DELLA NATO CONTRO LA SERBIA E IL MONTENEGRO_di Vladislav Sotirovic

IL “CASO RAČAK” (15 GENNAIO 1999):

LA “FALSA BANDIERA” PER DARE INIZIO ALL’AGGRESSIONE DELLA NATO CONTRO LA SERBIA E IL MONTENEGRO

Con la firma del cosiddetto “Accordo tecnico-militare di Kumanovo” (9 giugno 1999) tra la NATO e i rappresentanti delle autorità dell’allora Repubblica Federale di Jugoslavia (RFJ – Serbia e Montenegro), cessò l’aggressione aerea della NATO contro la Serbia e il Montenegro. [1] Con questo accordo, le forze terrestri della NATO, camuffate con le uniformi delle forze di pace delle Nazioni Unite in Kosovo – KFOR, ottennero la legittimità di occupare il Kosovo nel quadro della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – esattamente ciò che l’amministrazione statunitense aveva infine richiesto alla FRY a Rambouillet all’inizio del 1999. [2]

Introduzione

Ancora oggi esistono interpretazioni controverse sulle ragioni reali e definitive (politiche, geopolitiche, militari, economiche e di altro tipo) dell’intervento diretto ed estremamente unilaterale dell’Occidente, e in primo luogo degli Stati Uniti, nella “crisi del Kosovo” del 1998-1999, ma riteniamo che all’inizio di novembre 2010, dopo 15 anni di politica volta ad alimentare il nazionalismo albanese, lo sciovinismo e infine il secessionismo in Kosovo (in serbo, Kosovo-Metochia), l’amministrazione americana abbia finalmente scoperto le sue reali carte, dalle quali emerge chiaramente quali fossero i veri e unici obiettivi del Pentagono e della Casa Bianca nella culla della Serbia. Ricordiamo che fu proprio l’amministrazione americana a fondare a metà del 1995 e successivamente ad armare in modo latente il cosiddetto “Esercito di liberazione del Kosovo”, una classica organizzazione terroristica (nel senso tecnico di compiere operazioni di combattimento) di tipo Al-Qaeda, [3] Hamas, Hezbollah, IRA o ETA, che fin dall’inizio delle sue attività terroristiche ha pubblicamente sostenuto la secessione del Kosovo dai resti della Serbia e la creazione di una Grande Albania secondo i piani politici della Prima Lega di Prizren del 1878, così come tutte le altre leghe albanesi dopo il Congresso di Berlino (13 giugno-13 luglio 1878). [4]

Così, finalmente, nel novembre 2010, dopo 15 anni, abbiamo sentito dal favorito operativo di Washington per la “questione cosmetica” – il generale in pensione dell’esercito statunitense William Walker, ex capo della cosiddetta “missione di verifica” dell’OSCE per il Kosovo dal 1998 al 1999 – che egli sostiene l’iniziativa informale albanese per l’unificazione del Kosovo con l’Albania. Naturalmente, non è difficile concludere, né vedere, che dietro tali dichiarazioni “private” di Walker si nascondono, in realtà, le posizioni ufficiali della stessa Washington. Walker è stato molto probabilmente scelto in quel momento per avviare la propaganda diplomatica e la lotta per la legalizzazione del ripristino della Grande Albania dalla Seconda Guerra Mondiale proprio perché ha svolto la maggior parte del lavoro per l’amministrazione statunitense e la lobby albanese all’inizio del 1999, preparando il terreno per l’aggressione militare della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, fabbricando il mito del “massacro” nel villaggio albanese di Račak (in albanese, Raçak). [5] Non ci sorprenderebbe se la Casa Bianca facesse presto nuovamente riferimento a questo caso nella propaganda per verificare la proclamazione di una nuova Grande Albania[6] a Tirana, basata sulla filosofia (illogica) di Thaçi secondo cui chi ha creato Srebrenica non ha più il diritto morale sul Kosovo e, dopo Račak, il destino politico del Kosovo è esclusivamente nelle mani degli albanesi. Pertanto, non è fuori luogo rivedere criticamente il cosiddetto “Gleiwitz di Walker” del gennaio 1999. [7]

Il “caso Račak”

Il cosiddetto “massacro di Račak” del gennaio 1999 è stato un evento chiave nella guerra di Belgrado contro i terroristi albanesi del Kosovo, deliberatamente costruito dal patto NATO per fornire un alibi morale all’alleanza militare occidentale e al Pentagono per occupare finalmente militarmente il Kosovo. È servito alla NATO-Bruxelles, alla Casa Bianca e al Pentagono come corpus delicti sulla base del quale poter procedere con l’attuazione della fase successiva del piano per strappare il Kosovo alla Serbia dopo che l’UCK, sostenuto dalla NATO, aveva fatto il suo lavoro al meglio delle sue possibilità dal 1995, quando il Pentagono e la CIA lo avevano fondato e successivamente armato. Per l’Alleanza occidentale, questo “massacro di civili” fabbricato nel villaggio di Račak ha svolto il ruolo deliberato e ben pianificato dell’“incidente di Gleiwitz” nazista del 1939, che servì anche a Hitler come corpus delicti della presunta politica aggressiva polacca nei confronti della Germania, sulla base della quale il caporale austriaco ebbe mano libera formale e morale per invadere la Polonia nel settembre 1939. [8]

Il villaggio di Račak si trova non lontano da Štimlje, nel sud del Kosovo, e durante la lotta antiterroristica e separatista dell’apparato statale legale e legittimo della Serbia contro i combattenti albanesi dell’UCK, è rimasto noto per il fatto che proprio in questo villaggio è stata creata una delle basi terroristiche più forti dell’intero Kosovo, e questo perché il villaggio si trova sulle basse pendici del monte Crnoljevska, ma ad un’altezza sufficiente da consentire un facile controllo delle strade che conducono alla gola di Crnoljevska, a Priština e a Uroševac (in albanese, Ferizaj). Inoltre, dietro il villaggio si trova un altopiano coperto da foreste attraverso il quale piccoli sentieri conducono a Ćaf Dulj, Klečka e Mališevo.

Da questa base ben rifornita, organizzata e fortificata, i terroristi albanesi hanno potuto compiere per un anno intero attacchi senza ostacoli contro la polizia e l’esercito dello Stato che combattevano, utilizzando il principio guerrigliero del “spara e scappa”, ma hanno anche usato questa base per rapire civili nelle vicinanze, sia serbi che non serbi. Quanti civili rapiti dai membri dell’UCK dalla base di Račak siano finiti nella “Casa Gialla” in Albania, dove sono stati asportati i loro organi interni, non è stato ancora determinato e probabilmente non lo sarà mai. Il fatto che il villaggio di Račak fosse una roccaforte terroristica trasformata in una struttura militare è dimostrato dal fatto che nel villaggio non c’erano donne, bambini o anziani, cioè tutti coloro che non sono in grado di portare armi, cioè non possono essere guerrieri. Pertanto, dopo l’evacuazione della popolazione non idonea, in questa base sono rimasti solo uomini adulti e abili, sia locali che altri giunti a Račak con le uniformi dell’UCK. A proposito, prima del conflitto armato in Kosovo, il villaggio contava circa 2.000 abitanti.

Lo Stato serbo ha deciso solo nella prima metà di gennaio 1999 di liquidare definitivamente questa base terroristica, e questo compito operativo è stato affidato alla polizia repubblicana delle vicine Štimlje e Uroševac, rinforzata dalle forze speciali di Belgrado. Si è quindi deciso di affrontare le formazioni terroristiche, eccellentemente armate, rifornite e fortificate, con distaccamenti di polizia di fanteria e qualche pezzo di artiglieria. Tuttavia, possiamo vedere e imparare come nazioni e Stati più civilizzati ed esperti agiscono in circostanze simili di lotta antiterroristica, sull’esempio dello Stato israeliano e degli organi di sicurezza statali, che in un caso simile di lotta contro Hezbollah o Hamas utilizzerebbero sicuramente le loro forze aeree, che risolverebbero in modo efficace e definitivo il problema dei terroristi in una determinata base in pochi minuti (basti ricordare come l’IDF israeliana ha combattuto recentemente Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza! [9] In ogni caso, gli esperti organi di sicurezza dello Stato della Repubblica di Serbia hanno deciso di lanciare un attacco di fanteria contro la base terroristica situata in alto sulle colline e, dopo diverse ore di combattimenti (con le telecamere della TV a bordo campo), sono riusciti a pacificarla con la morte di alcuni guerriglieri albanesi, poiché la maggior parte di loro si era ritirata sulle colline sopra il villaggio o si era dispersa nella zona circostante.

Tuttavia, il “caso Račak” non finisce qui, ma, in realtà, inizia, poiché un nuovo Gleiwitz entra sulla scena mediatica internazionale come preludio all’azione militare della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia. Questo caso di trasformazione di Račak in Gleiwitz (in polacco, Gliwice) sarebbe qualcosa che persino il capo della propaganda di Hitler, il dottor Joseph Goebbels, potrebbe invidiare. [10] Qui sorge una domanda cruciale: cosa è realmente accaduto nel villaggio di Račak il 15 gennaio 1999, dopo l’intervento delle forze di polizia dello Stato legale e legittimo della Serbia contro i terroristi secessionisti albanesi? Come primo passo, il generale in pensione dell’esercito statunitense William Walker, nella sua veste di ispettore capo della missione di verifica ufficiale dell’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), è arrivato la mattina del 16 gennaio con guide albanesi ed è stato il primo ad arrivare sul posto dopo il presunto massacro per accertare cosa fosse successo a Račak il giorno prima.

A questo proposito, si può anche porre una domanda di natura tecnica, ovvero: cosa ci fa un cittadino statunitense, ex soldato professionista, a capo della Missione Civile Europea per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, ovvero nella Repubblica di Serbia? Cercando una risposta a questa domanda, arriviamo alla situazione di fatto che l’OSCE non è solo un’organizzazione europea (anche se secondo il suo nome dovrebbe esserlo esclusivamente), ma anche euro-asiatica-nordamericana, dato che i suoi membri partner, oltre ai membri europei, sono paesi dell’Asia centrale, nonché il Canada e gli Stati Uniti del Nord America. Un totale di 56 membri. Si tratta quindi di un’estensione del patto NATO nell’emisfero settentrionale del globo (proprio come l’Unione Europea è un’estensione civile del patto NATO, ovvero dell’amministrazione statunitense). Forse proprio per questo motivo la Bielorussia non è membro di questa organizzazione, sebbene, in base ai suoi parametri geografici, vi appartenga, a differenza, ad esempio, del Canada o degli Stati Uniti.

Dopo essere arrivato sul luogo del “massacro” e aver ispezionato gli eventi, il generale americano in pensione ha riferito i risultati della sua osservazione “esperta” degli eventi al presidente degli Stati Uniti Bill Clinton utilizzando il suo cellulare speciale personale,[11] al procuratore capo del Tribunale delle Nazioni Unite per l’ex Jugoslavia all’Aia e, naturalmente, al Comando delle forze NATO a Bruxelles. La conclusione di Walker dopo una breve e dispendiosa indagine sul “caso Račak” è stata che le forze di polizia della Repubblica di Serbia hanno commesso un grave atto criminale contro civili/contadini albanesi innocenti e pacifici, sui quali i poliziotti serbi hanno abusato fisicamente (non è specificato se prima o dopo la liquidazione fisica) cavando loro gli occhi, strappando loro la testa, ecc. Pertanto, il sistema croato-ustascia di liquidazione dei serbi nel territorio dello Stato Indipendente di Croazia nel 1941-1945, con il ruolo dei carnefici a Račak, secondo i piani di Walker, è stato assunto dai poliziotti della Repubblica di Serbia nella funzione di membri psicopatologicamente malati delle unità ustascia di Pavelić dedite al “massacro dei serbi”. [12]

Lo stesso giorno in cui W. Walker cercò di arrivare sul luogo dell’incidente a Račak, anche il giudice istruttore Danica Marinković – rappresentante ufficiale nella gerarchia investigativa e giudiziaria della Repubblica di Serbia, lo Stato sul cui territorio avrebbe avuto luogo il presunto massacro dei propri cittadini – cercò di arrivare. Secondo la logica delle cose, D. Marinković avrebbe dovuto arrivare per prima, e solo dopo un certo W. Walker, rappresentante di un’organizzazione internazionale, ma nei Balcani montuosi il calendario non ha mai funzionato secondo il calendario mondiale. Tuttavia, ciò che è accaduto dopo il tentativo di un organo ufficiale dello Stato serbo di avvicinarsi al luogo dell’incidente allo scopo di svolgere un’indagine ufficiale dello Stato appartiene certamente agli annali della storia del terrorismo internazionale: il giudice istruttore dello Stato in cui si è verificato il presunto atto criminale contro civili appartenenti a minoranze etniche non ha potuto nemmeno avvicinarsi al luogo dell’incidente, figuriamoci avviare l’indagine stessa, a causa del pesante fuoco aperto dai residenti albanesi del villaggio di Račak, che hanno così impedito l’indagine ufficiale e giudiziaria della Repubblica di Serbia!

Lo stesso William Walker non ha mosso un dito per consentire questa indagine e, ad oggi, non è mai stato spiegato ufficialmente perché gli abitanti albanesi del villaggio di Račak non abbiano sparato a William Walker mentre stava indagando sulla situazione nel burrone sotto il villaggio, ma abbiano invece attaccato ferocemente il tentativo del giudice istruttore della Repubblica di Serbia di fare lo stesso. Pertanto, l’autentica indagine sul “caso Račak” è stata condotta da un generale americano in pensione, ma non da un funzionario pubblico dello Stato sul cui territorio sarebbe avvenuto il massacro. Quel funzionario pubblico ha condotto l’indagine, ma con un ritardo di 24 ore, dato che al giudice D. Marinković è stato permesso di visitare la scena dell’incidente solo il giorno successivo. Un lasso di tempo più che sufficiente per sistemare e risistemare il luogo del presunto crimine in base alle necessità e all’uso politico.

In ogni caso, l’americano ha avuto un giorno intero di vantaggio rispetto allo Stato serbo nell’informare l’opinione pubblica “mondiale” su quanto accaduto a Račak, vantaggio che il generale in pensione ha sfruttato al massimo nella direzione da lui desiderata. Formalmente, era il primo ma anche l’unico funzionario presente sulla scena subito dopo l’incidente, quindi la conclusione logica per gli spettatori della BBC, della CNN, della DW… era che la sua dichiarazione fosse la più obiettiva. Approfittando della sua “prima visita sulla scena del crimine dopo il crimine”, W. Walker ha tenuto una conferenza stampa aperta alla stampa (occidentale) sul posto il 16 gennaio, affermando chiaramente e a gran voce, in qualità di “esperto” criminologico con decenni di esperienza nei tipi e nei metodi di sparatoria con armi da fuoco, che questo “crimine contro i civili albanesi” era stato commesso dalla polizia della Repubblica di Serbia, che non solo aveva sparato, ma aveva anche fisicamente liquidato e massacrato quaranta (40) residenti del villaggio di Račak.

W. Walker non ha mancato di menzionare in questa occasione che questo caso è un “crimine indimenticabile” che “contraddice le regole della guerra”. Tuttavia, non è chiaro da parte sua quanto questo crimine sia più indimenticabile rispetto ai crimini dell’esercito statunitense in cui era un generale attivo in Corea o in Vietnam (per non parlare dell’Iraq e dell’Afghanistan). Non crediamo che un generale dell’esercito statunitense con una formazione accademica non sia a conoscenza dell’uso delle bombe al napalm per bruciare interi villaggi in Vietnam o del taglio dell’orecchio di una donna vietnamita violentata dai suoi soldati come prova che dopo questa azione anche lei è stata fisicamente eliminata, il che è certamente una deviazione dalle regole della guerra secondo molte convenzioni internazionali.[13]

È innegabile che i giornalisti stranieri che si trovavano con W. Walker sulla scena degli eventi del 16 gennaio abbiano riportato alla lettera e testualmente tutte le affermazioni “esperte” di questo generale, gareggiando per vedere chi avrebbe denigrato non solo gli agenti di polizia serbi, ma anche la nazione serba nel suo complesso, equiparandoli alle “bestie” che stavano facendo a pezzi il popolo albanese innocente e indifeso (cioè civili innocenti) . Il giorno successivo, il 17 gennaio, si tenne una conferenza stampa internazionale ufficiale presso l’esclusivo hotel “Grand” di Priština, convocata e presieduta dallo stesso W. Walker, ovviamente con l’obiettivo di trasformarla in un forum pubblico per la serbofobia internazionale, dopo di che la “comunità internazionale” avrebbe avuto un motivo tangibile per attuare il piano del Pentagono di separare il Kosovo dalla Serbia, ponendo questa provincia serba meridionale sotto il protettorato coloniale-di occupazione del patto NATO, cosa che alla fine avvenne dopo la firma dell’“Accordo di Kumanovo” nel giugno 1999.[14]

Analisi critica del caso

L’analisi delle dichiarazioni di W. Walker durante questa conferenza stampa in hotel, così come la revisione critica dell’intero caso, meritano particolare attenzione perché confermano l’ipotesi che il “caso Račak” fosse stato premeditato e diretto sulla falsariga dell’incidente di Gleiwitz di Hitler nell’agosto 1939 o del massacro di Srebrenica di Clinton-Izetbegović nel luglio 1995.

Le conclusioni finali di questa ricerca sono:

1) W. Walker ha informato il mondo che le forze serbe avevano massacrato 45 abitanti albanesi del villaggio di Račak, tra cui una donna albanese e un ragazzo albanese di dodici anni. Tuttavia, se confrontiamo la sua dichiarazione iniziale di appena un giorno prima, rilasciata dalla scena come primo “osservatore internazionale” dopo il massacro, giungiamo alla conclusione che il numero degli albanesi uccisi era improvvisamente aumentato di cinque corpi in sole 24 ore. Il giorno prima, W. Walker non aveva menzionato alcuna donna e/o bambino uccisi, ma ora sostiene che queste due vittime sono tra le vittime autentiche del 15 gennaio. Se il corpo della donna e soprattutto quello del bambino fossero realmente esistiti il 15/16 gennaio, W. Walker li avrebbe probabilmente mostrati davanti alle telecamere e alle videocamere internazionali, e questa foto e questo video non sarebbero stati rimossi da tutti i mass media del Nuovo Ordine Mondiale occidentale per i giorni successivi, se non per settimane. Tuttavia, come già detto, il 16 gennaio ai giornalisti internazionali è stato permesso di fotografare la scena dell’incidente, ma nessuno ha fotografato il cadavere della donna albanese o del ragazzo albanese, e tutti i cadaveri (40 secondo la dichiarazione originale di W. Walker) giacevano uno accanto all’altro in un unico luogo in un burrone dove, secondo lo stesso W. Walker, è stata eseguita la fucilazione.

2) Secondo una dichiarazione di un “esperto” militare statunitense in pensione, il 15 gennaio la polizia serba ha fucilato in un unico luogo gli innocenti e indifesi abitanti albanesi del villaggio di Račak e li ha lasciati sul posto, ordinatamente ammucchiati come sardine “Eva” in scatola (le uniche cose che mancavano oltre ai cadaveri erano i biglietti da visita e le copie dei registri di lavoro dei carnefici, insieme a una copia del libro “Greater Serbia” di Vladimir Ćorović con una dedica di Slobodan Milošević) per un motivo: presumibilmente non hanno avuto la possibilità di rimuovere i cadaveri a causa del pesante fuoco albanese proveniente dallo stesso villaggio di Račak. Pertanto, è logico concludere che, per qualche inspiegabile motivo, gli albanesi di Račak hanno permesso alla polizia serba di sparare agli abitanti del villaggio perché al momento dell’“esecuzione” non hanno aperto il fuoco sulla polizia, ma lo hanno fatto subito dopo la sparatoria, quindi la polizia non avrebbe ripulito la zona. Gli stessi albanesi non hanno sparato dallo stesso villaggio contro la squadra di Walker che era venuta a condurre un’indagine il giorno dopo, ma hanno aperto il fuoco pesante lo stesso giorno contro il veicolo del Procuratore Generale della Repubblica di Serbia, e per questo motivo l’indagine non ha potuto essere condotta dalle autorità statali serbe lo stesso giorno, ma è stata condotta solo da un cittadino americano.

3) Il fatto chiave di tutta questa storia è proprio l’ammissione diretta di William Walker che il 15 gennaio 1999 (e anche dopo) nel villaggio di Račak c’erano albanesi armati che hanno sparato alle autorità serbe preposte al mantenimento dell’ordine pubblico e sono stati a loro volta bersagliati da colpi di arma da fuoco. In tutti i paesi cosiddetti “normali” del mondo, i civili armati che aprono il fuoco contro le legittime autorità dell’ordine pubblico sono chiamati terroristi e banditi criminali e trattati come tali, ma nel Kosovo balcanico, in Libia o in Siria, le forze di pace occidentali li chiamano attivisti per i diritti umani. In ogni caso, lo stesso W. Walker ha ammesso inavvertitamente e inconsciamente che la polizia serba stava effettivamente combattendo contro terroristi e criminali armati in Kosovo. W. Walker si è infatti scontrato con un muro di bugie, cercando di trovare una giustificazione razionale al presunto fatto che gli agenti di polizia serbi abbiano lasciato i (45) corpi sul luogo dell’esecuzione, mentre solo quattro anni prima a Srebrenica i loro colleghi etnici avrebbero rimosso il maggior numero di corpi di musulmani (diverse migliaia) che sono ancora ricercati in tutta la Bosnia-Erzegovina e in Serbia. Si potrebbe quindi concludere che i serbi bosniaci sono più istruiti e intelligenti dei serbi serbi, cosa che pochi in Occidente crederebbero, e quindi W. Walker ha cercato di rattoppare il tutto con l’episodio dell’apertura del fuoco da Račak (ma solo) dopo l’esecuzione, e quindi presumibilmente la polizia serba non avrebbe potuto applicare la pratica di Srebrenica. Forse W. Walker, a suo parere, è riuscito a rattoppare il buco chiamato Račak con questa ipotesi, ma ha anche aperto la valvola della verità sull’intera questione del Kosovo, perché ora è diventato chiaro che la polizia ha combattuto per diversi anni il terrorismo organizzato, non civili disarmati e indifesi. Grandi quantità di armi distruttive (albanesi) sono state trovate nel villaggio di Račak stesso, proprio come pochi mesi prima nel villaggio di Klečka, dove c’era anche un crematorio per i serbi oltre a sistemi ben fortificati di trincee e bunker. [15]

4) Diversi giornalisti hanno notato il primo giorno dopo l’indagine che i corpi erano stati spostati e che non c’erano lesioni fisiche del tipo menzionato dallo stesso W. Walker sui corpi degli albanesi assassinati. È stato notato anche un altro dettaglio interessante: alcuni dei cadaveri avevano ancora in testa i berretti bianchi nazionali albanesi (“keče”), anche se è noto che questi sono confezionati in modo tale da cadere dalla testa di chi li indossa anche al minimo movimento della testa da qualsiasi lato, figuriamoci quando si cade a terra.

5) Resta il fatto che lo svolgimento della battaglia tra le forze speciali della polizia serba e i terroristi albanesi a Račak il 15 gennaio è stato seguito da una troupe televisiva dell’agenzia Associated Press e da un giornalista del quotidiano francese Le Figaro. Secondo i loro resoconti, dopo diverse ore di combattimenti tra la polizia serba e l’UCK albanese, 15 membri di quest’ultimo sono rimasti sul campo di battaglia, come confermato anche dai membri dell’OSCE che hanno visitato Račak lo stesso giorno (cioè prima di W. Walker). In questa occasione, oltre ai membri dell’UCK uccisi, hanno trovato anche due abitanti del villaggio feriti. Il giorno dopo il ritiro della polizia serba, Račak è stata rioccupata dall’UCK, i cui membri hanno portato W. Walker alla gola dove, secondo le sue stesse parole, ha trovato 40 cadaveri, non 45 o 15. Il racconto di W. Walker si basa principalmente sulle affermazioni degli abitanti del villaggio di Račak secondo cui il 15 gennaio la polizia serba avrebbe fatto irruzione nelle case e arrestato gli abitanti, che sarebbero stati poi uccisi a colpi di arma da fuoco nel corso della giornata. Tuttavia, questa versione contraddice totalmente il resoconto del giornalista del quotidiano Le Figaro René Girard e dei membri della troupe televisiva dell’Associated Press che hanno seguito direttamente i combattimenti nel villaggio di Račak il 15 gennaio. Lo stesso quotidiano Le Figaro ha pubblicato la testimonianza del proprio reporter di guerra René Girard nel numero del 20 gennaio 1999, in cui si afferma che “la polizia serba non aveva nulla da nascondere perché alle otto e mezza (8:30) ha invitato una troupe televisiva a filmare l’operazione. Anche l’OSCE è stata informata e sono stati inviati due veicoli con contrassegni diplomatici americani”. La Serbia ha quindi assicurato una trasmissione televisiva in diretta dell’azione in tutto il mondo, con una lezione da esperti sulla lotta contro le bande terroristiche che in seguito avrebbe potuto essere studiata nelle accademie di polizia. Una situazione simile si è verificata nel febbraio 1998 con l’azione contro il clan albanese Jashari nel villaggio di Prekaz in Kosovo. Nello stesso numero, Le Figaro afferma che sia Le Monde che The Guardian mettono in dubbio la credibilità delle affermazioni di W. Walker, citando le dichiarazioni di un gruppo di osservatori dell’OSCE che furono i primi ad arrivare nel villaggio lo stesso giorno in cui si svolsero i combattimenti e che non videro tracce o indizi del massacro degli abitanti del villaggio da parte della polizia serba. [16]

6) È ovvio che i membri dell’UCK che sono tornati al villaggio il giorno dopo aver combattuto contro la polizia statale regolare e le sue forze speciali antiterrorismo hanno raccolto i corpi dei loro compagni morti il giorno precedente in un burrone vicino al villaggio e hanno portato W. Walker a fare la sua parte del lavoro. Di che tipo di lavoro si tratta, lo si può leggere sul New York Times del 19 gennaio 1999, dove si afferma che il Segretario di Stato americano Madeleine Albright ha avuto un incontro con i suoi stretti collaboratori di politica estera a Washington proprio il giorno dei combattimenti a Račak, durante il quale li ha avvertiti che l’accordo tra Slobodan Milosević e Richard Holbrooke, inviato speciale del Presidente americano per i Balcani, datato 13 ottobre 1998, sull’introduzione di una missione dell’OSCE in Kosovo in qualità di osservatore, potesse “essere violato da un giorno all’altro”. Quel giorno “alla Markale e alla Vasa Miskin Street” di Sarajevo di alcuni anni fa era proprio il giorno in cui si tenne la riunione.

7) William Walker non ha mai, fino ad oggi, tentato di rispondere alla domanda posta dai giornalisti francesi al Grand Hotel di Priština: Dove sono i bossoli dei fucili automatici della polizia serba? È incredibile, ma vero, che non sia stato trovato nemmeno un bossolo dei proiettili che sarebbero stati usati per sparare ai civili albanesi di Račak. Se tutti i bossoli sono stati raccolti meticolosamente dai carnefici prima di lasciare la scena del crimine, sorgono due domande: (i) Come ha fatto la polizia serba ad avere il tempo di raccogliere tutti i bossoli, ma non quello di rimuovere i corpi stessi, e (ii) Come sono riusciti a raccogliere tutti i bossoli in modo che non ne rimanesse nemmeno uno nel burrone (l’homo Balcanicus è noto nei circoli europei per la sua sciatteria, a differenza, ad esempio, della pedanteria tedesca).

8) W. Walker stava cercando di convincere l’opinione pubblica internazionale che il massacro era stato commesso contro civili innocenti che stavano tranquillamente bevendo il loro caffè mattutino sulle terrazze delle loro case o nei loro cortili. Il Kosovo è probabilmente l’unico posto al mondo dove si beve caffè all’aperto a temperature sotto lo zero (15 gennaio). O forse gli albanesi sono una nazione particolarmente dotata geneticamente di resistenza alle basse temperature.

9) Il capo dell’OSCE, Knut Vollebaek, nella stessa conferenza stampa a Priština, ha accusato in anticipo la parte serba del crimine di Račak, sostenendo che era “confermato” che il massacro in questione era stato commesso dalla polizia speciale serba. Chi abbia “confermato” da parte di esperti reali e competenti chi, quando e come abbia commesso questo presunto crimine non è stato spiegato da K. Vollebaek, che ha fatto questa affermazione al pubblico mondiale prima che i primi esperti professionisti arrivassero sulla scena per condurre un’indagine, ovvero i patologi finlandesi e serbi.

10) Questo team internazionale di patologi finlandesi e serbi, sulla base della loro prima e unica relazione autentica congiunta, ha osservato che molti degli albanesi assassinati trovati nel burrone avevano ai piedi stivali militari o tracce di averli indossati, biancheria intima identica, le insegne dell’UCK, alcuni dei cadaveri avevano cinture militari e cinture di munizioni, camicie con colori e motivi militari, mentre una certa quantità di munizioni vere è stata trovata nelle tasche di un certo numero di cadaveri. Quindi, questi non erano né civili né cittadini innocenti, ma soprattutto, gli organizzatori di questa bufala non si sono nemmeno preoccupati di rimuovere almeno alcune delle prove evidenti della frode, poiché erano determinati a far sì che la loro storia fosse accettata dal pubblico mondiale così com’era.

11) Il punto più importante di questo autentico rapporto patologico era che le ferite da arma da fuoco sui corpi delle vittime erano state inflitte da una distanza maggiore di quella normalmente utilizzata per le esecuzioni tramite plotone di esecuzione. Pertanto, non si è trattato di un massacro, poiché le vittime sono state uccise in un combattimento a lunga distanza durante uno scontro a fuoco.

12) Sebbene il primo e unico rapporto autentico dei patologi finlandesi e serbi fosse stato firmato da tutti i membri di entrambe le parti, il capo del gruppo di patologi finlandesi, Ranta, modificò la dichiarazione della parte finlandese di questo team bilaterale di patologi, probabilmente sotto la pressione diretta di qualcuno. Tuttavia, questa nuova dichiarazione, modificata in modo drastico, si adattava perfettamente alla versione ufficiale di Walker su Račak e non fu firmata dai patologi serbi.

13) Il fatto che gli albanesi avessero bisogno di una campagna politica internazionale sul “caso Račak” è dimostrato anche dal fatto che il funerale dei defunti è stato organizzato molto tempo dopo gli eventi del 15 gennaio, in modo che nel frattempo potesse essere trasformato in una manifestazione politica e in una promozione dell’UCK. Pertanto, il funerale stesso inizialmente assomigliava a un comizio politico generale kosovaro-albanese in cui l’UCK veniva pubblicamente e senza scrupoli glorificato con le bare dei defunti coperte dalle bandiere ufficiali dello Stato albanese (in molti paesi più civili del mondo e in Europa, esporre la bandiera di un altro Stato in un luogo pubblico dello Stato di residenza è punibile con la reclusione e una multa con la possibilità di perdere la cittadinanza del paese di residenza) . Durante il funerale è stato suonato e cantato l’inno nazionale ufficiale della vicina Repubblica di Albania.

14) Durante i funerali delle vittime a Račak, i membri dell’UCK hanno tenuto discorsi pubblici in cui hanno elogiato i caduti come combattenti illustri e meritevoli di questa classica formazione paramilitare terroristica, ma anche come fedeli seguaci dell’ideologia della creazione della Grande Albania, confermando così ancora una volta la correttezza della politica della leadership statale della Repubblica di Serbia nella lotta contro il terrorismo della Grande Albania sul proprio territorio nazionale. È sintomatico che William Walker non abbia reagito a questi discorsi sciovinisti della Grande Albania tenuti dall’UCK, avendo egli stesso tenuto in questa occasione un discorso appropriato che si inseriva perfettamente nel quadro secessionista dell’organizzazione di questo funerale politico. Inoltre, dal 1999 in poi, W. Walker è stato un ospite molto visibile e caro agli abitanti del villaggio di Račak, che oggi chiamano il loro luogo di residenza “Walker’s Village” e la collina sopra il villaggio “Walker’s Hill”. Non sono necessari ulteriori commenti.

Invece di una conclusione

Alla fine di questo testo, esaminiamo anche la questione di come, in linea di principio, le nazioni più civili del mondo combattono il terrorismo interno che ha un background straniero di aiuti. Ad esempio, il 31 maggio 2010, i commando dell’esercito regolare dello Stato di Israele hanno effettuato uno sbarco in acque internazionali (cioè non nelle acque territoriali dello Stato di Israele) su un convoglio di navi che trasportavano “aiuti internazionali” ai palestinesi di Gaza con il pretesto che un convoglio di diverse navi battenti bandiera dello Stato turco stava contrabbandando armi per terroristi palestinesi come Hamas e Hezbollah. In quell’occasione, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco uccidendo una dozzina di persone che si trovavano sulle navi e ferendone 30, e questo perché, come Gerusalemme ha informato l’opinione pubblica mondiale, i soldati israeliani sono stati attaccati con coltelli e mazze (cioè non con armi da fuoco) mentre perquisivano il convoglio. Nel “caso Račak”, invece, è stato provato oltre ogni dubbio che i terroristi albanesi hanno sparato con armi da fuoco contro la polizia serba e contro il procuratore generale di quello Stato che era venuto a effettuare un’ispezione ufficiale il giorno dopo. Tuttavia, mentre l’esercito israeliano, alla ricerca di armi da fuoco che non ha trovato perché non erano presenti nel convoglio di navi diretto a Gaza, si è accontentato del semplice fatto di essere stato presumibilmente attaccato con “coltelli e bastoni” per aprire il fuoco sugli ‘umanitari’, alla polizia statale della Repubblica di Serbia viene negato il diritto di rispondere al fuoco con armi a canna lunga da parte di questi stessi “umanitari” sul proprio territorio nazionale. [17]

È certo che il “caso Račak”, come anello di congiunzione nella disintegrazione dell’ex Jugoslavia da parte dell’Occidente, ha svolto un ruolo determinante nel processo di trasformazione del patto NATO in un poliziotto globale – un processo iniziato con la scomparsa dell’URSS e del Patto di Varsavia nel 1991 e terminato con l’occupazione del Kosovo da parte del patto NATO nel giugno 1999.[18] Tuttavia, il “caso Račak” del 1999 è servito da “false flag” per l’aggressione della NATO alla Repubblica Federale di Jugoslavia, seguita da una riuscita occupazione del Kosovo.

Dichiarazione di non responsabilità personale: L’autore scrive per questa pubblicazione a titolo personale, senza rappresentare alcuna persona o organizzazione se non le proprie opinioni personali. Nulla di quanto scritto dall’autore deve essere confuso con le opinioni editoriali o le posizioni ufficiali di qualsiasi altro mezzo di comunicazione o istituzione.

L’autore del testo non ha alcuna responsabilità morale, politica, scientifica, materiale o legale per le opinioni espresse nell’articolo.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario

Vilnius, Lituania

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici

Belgrado, Serbia

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

Note e riferimenti:

[1] Durante questa aggressione militare e questa distruzione indiscriminata, la Serbia ha subito danni molto più gravi rispetto al Montenegro, poiché è stata bombardata molto più pesantemente di quest’ultimo, sia per ragioni militari, ma soprattutto per ragioni politiche. Il messaggio politico degli strateghi della NATO in questo caso era chiarissimo e ha avuto conseguenze concrete per il rafforzamento delle forze separatiste in Montenegro nel periodo successivo, che era l’obiettivo di questa politica di “bombardamenti selettivi” della NATO-Bruxelles, che ancora una volta, a causa di obiettivi politici a lungo termine, non ha tenuto conto del “fattore montenegrino” delle strutture di governo di Belgrado (ad esempio, il presidente dell’allora Repubblica Federale di Jugoslavia, Slobodan Milošević, era montenegrino sia da parte di padre che di madre ed era molto probabilmente nato in Montenegro, nel villaggio di Ljijeva Rijeka).

[2] Testo dell’“Accordo di Kumanovo” del 1999: http://www.nato.int/kosovo/docu/a990609a.htm. Sulla versione occidentale dell’interpretazione della questione dello status territoriale del Kosovo dopo l’“Accordo di Kumanovo” del 1999, cfr. Enrico Milano, “Security Council Action in the Balkans: Reviewing the Legality of Kosovo’s Territorial Status”, EJIL, 14 (2003), pp. 999-1022.

[3] Per quanto riguarda Al-Qaeda, cfr. Lawrence Wright, The Looming Tower: Al-Queda and the Road to 9/11, New York: Vintage Books, 2006.

[4] Per quanto riguarda la lotta albanese per la realizzazione del progetto della Grande Albania, cfr. Paulin Kola, The Search for Greater Albania, Londra: Hurst & Company, 2003. Sulla violenza terroristica del cosiddetto “Esercito di liberazione del Kosovo” (KLA, in albanese UÇK), cfr. Др. Радослав Ђ. Гаћиновић, Насиље у Југославији, Београд: ЕВРО, 2002, pp. 292−331. Questo ricercatore ritiene che l’UCK sia stato molto probabilmente fondato in Svizzera. Va notato che la base storico-morale degli obiettivi politici della lotta dell’UCK è diametralmente opposta a quella delle organizzazioni palestinesi Hamas e Hezbollah, ma i mezzi utilizzati e il metodo di lotta sono identici. Sulla questione palestinese in Medio Oriente, sulle somiglianze e le differenze tra il Kosovo e la Palestina e, soprattutto, sull’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti di entrambe le questioni, si veda: Petar V. Grujić, Kosovo Knot, Pittsburgh, PA: RoseDog Books, 2014. Va inoltre ricordato che prima dei bombardamenti della NATO sulla Repubblica Federale di Jugoslavia, l’amministrazione statunitense aveva ufficialmente designato l’UCK come organizzazione “terroristica”, con la quale Richard Holbrooke (inviato speciale del presidente degli Stati Uniti per il Kosovo) aveva comunque parlato nel 1998 e con i cui rappresentanti aveva scattato delle foto. È anche risaputo che Al Qaeda è stata finanziata, addestrata e armata dall’amministrazione statunitense negli anni ‘80 con l’obiettivo di combattere l’“occupazione sovietica” dell’Afghanistan, quindi il caso delle relazioni tra Washington e l’UCK nello stesso contesto politico non fa eccezione. Secondo il ricercatore austriaco Hannes Hofbauer, i comandanti dell’UCK sono apparsi pubblicamente per la prima volta a un funerale nel novembre 1997, e Hofbauer cita l’abbattimento di un aereo militare dell’esercito jugoslavo nel marzo 1998 come la prima grande azione militare di successo di questa organizzazione (Hannes Hofbauer, Eksperiment Kosovo: Povratak kolonijalizma, Beograd: Albatros Plus, 2009, p. 102).

[5] Sia William Walker che Hashim Thaçi hanno successivamente ammesso che il “massacro” nel villaggio di Račak era una menzogna politica e mediatica, come dimostra il dottor Vojin Joksimović nel suo ampio studio Kosovo is Serbia: http://www.kosovoisserbia.biz/.

[6] Sulla storia dell’Albania nella seconda guerra mondiale, si veda: Bernd Jurgen Fisher, Albania at War, 1939−1945, Purdue University Press, 1999; Owen Pearson, Albania in Occupation and War: From Fascism to Communism, 1940−1945, New York: I.B. Tauris & Co Ltd, 2005. È noto che alcune lapidi dei combattenti dell’UCK caduti recano incise le mappe della Grande Albania, ovvero il progetto politico-nazionale per cui l’UCK ha combattuto: cfr. il documentario di Boris Malagurski Kosovo – Can You Imagine? del 2009.

[7] In base a questa logica propagandistica di Thaçi, gli albanesi come popolo non hanno più il diritto di vivere in Kosovo, dati i crimini di genocidio di massa che i membri della loro etnia hanno commesso contro i serbi locali sia prima che durante, e soprattutto dopo, la guerra per il Kosovo nel 1998-1999. Sul terrore e il genocidio albanese contro i serbi e il patrimonio culturale serbo in Kosovo sotto l’occupazione della NATO, nonché sul carattere delle autorità politiche in Kosovo dopo il giugno 1999, si veda, ad esempio, il documentario italiano in due parti La Guerra Infinita. Dopo il giugno 1999, il terrore albanese più esteso e allo stesso tempo più organizzato contro la popolazione serba locale del Kosovo, con il tacito sostegno delle forze NATO-KFOR, è stato il cosiddetto “pogrom di marzo”, durato tre giorni dal 17 al 19 marzo 2004. Si veda la monografia illustrata su questo pogrom: Мартовски погром на Косову и Метохији 17-19. март 2004. године с кратким прегледом уништеног и угроженог хришћанског културног наслеђа, Београд: Министарство културе Републике Србије-Музеј у Приштини (са измештеним седиштем), 2004.

[8] Bradley Lightbody, The Second World War. Ambitions to Nemesis, Routledge, 2004, p. 39; http://www.radiostacjagliwicka.republika.pl/foldery/FoldeRAng.htm.

[9] Naturalmente, si tratta principalmente della grande differenza nel potere politico e nella posizione della Serbia e di Israele sulla scena internazionale, che si riflette direttamente nella scelta delle armi e delle tattiche di combattimento contro il nemico. A differenza della Serbia, Israele ha potuto utilizzare qualsiasi tattica e arma nella lotta contro i “terroristi palestinesi” sia in Israele che nei paesi vicini sin dalla sua fondazione nel 1948, perché ha sempre il voto di veto degli Stati Uniti nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, oltre alle armi nucleari, che sono diventate uno dei principali garanti dell’indipendenza politica e statale nel mondo moderno. Dopo la fine della Guerra Fredda 1.0, le armi nucleari erano e sono tuttora possedute da Cina, Russia, Israele, Corea del Nord, Pakistan e India, oltre che dai paesi occidentali. (Samuel P. Huntington, Civilizacijų susidūrimas ir pasaulio pertvarka, Vilnius: Metodika, 2011, p. 80). Il modo in cui lo Stato di Israele ha condotto la guerra contro i “terroristi palestinesi”, ma anche contro il vicino mondo arabo, così come il carattere stesso dello Stato, ha provocato e continua a provocare in molti ambienti paragoni con il regime nazista di Adolf Hitler in Germania. Ad esempio, in Polonia nel 1967 alcuni giornali pubblicarono vignette politiche che raffiguravano soldati israeliani in uniformi della Wehrmacht (Timothy Snyder, Kruvinos žemės: Europa tarp Hitlerio ir Stalinio, Vilnius: Tyto Alba, 2011, p. 409). Sul conflitto israelo-palestinese e sulle relazioni israelo-arabe, si veda: Walter Laqueur, Barry Rubin (a cura di), The Israel-Arab Reader: A Documentary History of the Middle East Conflict, New York: Penguin Books, 2008; Ilan Pappe, The Ethnic Cleansing of Palestine, Oxford: Oneworld Publications, 2011; Gregory Harms, Todd M. Ferry, The Palestine-Israel Conflict: A Basic Introduction, Londra: Pluto Press, 2012; Charles D. Smith, Palestine and the Arab-Israeli Conflict: A History with Documents, Bedford/St. Martin’s, 2012; Ali Abunimah, The Battle for Justice in Palestine, Chicago: Haymarket Books, 2014; Ilan Pappe, Ten Myths about Israel, Londra‒New York: Verso, 2024.

[10] Dobbiamo ricordare qui che la Germania nazista utilizzò l’inscenato “incidente di Gleiwitz” come occasione formale per avviare una politica principalmente revisionista di ripristino della “Germania storica” (Paul Robert Magocsi, Historical Atlas of Central Europe. Revised and Expanded Edition, Seattle: University of Washington Press, 2002, p. 177), proprio come il “caso Račak” fu strumentalizzato per ricreare la Grande Albania a partire dal 1941.

[11] Il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton era già profondamente coinvolto nello “scandalo Lewinsky”, quindi non è illogico concludere che avesse personalmente bisogno della guerra contro la Repubblica Federale di Jugoslavia per distogliere il più possibile l’attenzione dell’opinione pubblica americana e mondiale da quella vicenda molto compromettente. La stampa americana iniziò a scrivere del “caso Lewinsky” il 17 gennaio 1998, esattamente un anno prima dell’“incidente di Račak”, che ebbe luogo tra due votazioni del Congresso americano riguardanti l’impeachment di Bill Clinton: la Camera bassa del Congresso (Camera dei Rappresentanti) votò a maggioranza per l’impeachment il 19 dicembre 1998, mentre nella Camera alta del Congresso (Senato) il processo di impeachment iniziò il 7 gennaio 1999, una settimana prima, e terminò dopo l’“incidente di Račak”. Per quanto riguarda il “caso Lewinski”, si veda: Marvin Kalb, One Scandalous Story: Clinton, Lewinski, and Thirteen Days that Tarnished American Journalism, New York: The Free Press A Division of Simon & Schuster, Inc., 2001; Andrew Morton, Monica’s Story, Londra: Michael O’Mara Books Limited, 2012.

[12] Per informazioni sul sistema e sul metodo di uccisione nello Stato Indipendente di Croazia dal 1941 al 1945, consultare il libro documentato This is Croatia:

[13] Per uno sguardo alla palese violazione delle convenzioni internazionali di guerra da parte dei soldati statunitensi nell’Afghanistan occupato, si veda l’articolo del Washington Post:

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/09/18/AR2010091803935.html?hpid=topnews.

Sui crimini di guerra commessi dall’esercito statunitense in Iraq e Afghanistan, si veda: Ronald Lorenzo, The Puritan Culture of America’s Military: U.S. Army War Crimes in Iraq and Afghanistan, Burlington, VT: Ashgate Publishing Company, 2014. Con l’avvio della guerra in Afghanistan nel 2001 contro i talebani, l’amministrazione statunitense ha violato sia la propria Costituzione sia i diritti civili da essa garantiti (Walter M. Brasch, America’s Unpatriotic Acts: The Federal Government’s Violation of Constitutional and Civil Rights, New York: Peter Lang Publishing, Inc., 2005). Sui crimini di guerra commessi dall’esercito federale del Nord durante la guerra civile americana del 1861-1865 sul territorio della Confederazione, si veda: Walter Brian Cisco, War Crimes Against Southern Civilians, Gretna, Louisiana: Pelican Publishing Company, Inc., 2007. Durante la guerra civile americana, l’esercito federale del Nord ha portato avanti una distruzione sistematica e pianificata dell’economia del Sud, che è anche, almeno oggi, una violazione delle leggi internazionali di guerra (Henri Bemford Parks, Istorija Sjedinjenih Američkih Država, Beograd: Rad, 1986, p. 387).

[14] Va notato che il luogo in cui è stata firmata la capitolazione de facto dello Stato serbo e della Repubblica Federale di Jugoslavia nel giugno 1999 davanti agli Stati Uniti e alla NATO non è stato scelto a caso da Washington e Bruxelles, poiché questa scelta ha principalmente un background storico, politico e psicologico. Per i serbi e i serbi, il concetto della città di Kumanovo, nell’estremo nord dell’odierna Macedonia del Nord (Vardar), è associato alla battaglia più gloriosa e importante dell’esercito serbo durante l’intera prima guerra balcanica: la battaglia di Kumanovo, del 23-24 ottobre 1912. Questa battaglia fu di importanza decisiva per l’ulteriore corso delle operazioni belliche sul principale campo di battaglia del Vardar, tanto che l’esercito turco del Vardar, significativamente sconfitto e moralmente scosso, dovette ritirarsi profondamente a sud, lasciando così l’intero Kosovo, Raška e la Macedonia del Vardar all’esercito serbo. In questa battaglia, le perdite serbe furono significative: 687 persone furono uccise, 3.280 ferite, 597 risultarono disperse e nell’intera operazione di Kumanovo, 7.137 soldati, sottufficiali e ufficiali furono eliminati dai ranghi serbi. (Борислав Ратковић, Митар Ђуришић, Саво Скоко, Србија и Црна Гора у Балканским ратовима 1912-1913, Београд: БИГЗ, 1972, p. 83). La battaglia di Kumanovo e la vittoria serba in essa rappresentarono per i serbi da quel momento in poi la vendetta per la battaglia di Kosovo persa nel 1389. La vittoria dell’esercito serbo nella battaglia di Kumanovo significò la liberazione della Vecchia Serbia (Raška e Kosovo) e della Macedonia del Vardar (Serbia meridionale) e la loro reintegrazione nei confini statali della Serbia. In generale, come scrive Vladimir Ćorović, “la secolare resa dei conti storica tra serbi e turchi entrò nella sua fase finale” quando l’esercito del Regno di Serbia attraversò il confine serbo-turco il 19 ottobre 1912 e iniziò la liberazione del suo antico Stato e territorio nazionale (Владимир Ћоровић, Наше победе са својеручным уводом Његовог Величанства Краља Александра у смотри главног Ђенералштаба, Београд: Народно дело, 1929, p. 35). Pertanto, era di fondamentale importanza per la NATO-Bruxelles umiliare i serbi e la Serbia nel 1999 firmando la loro capitolazione militare-politica proprio a Kumanovo, e non, ad esempio, a Skopje, Priština o Bruxelles. Si tratta chiaramente di un caso di “sindrome di Hitler” del 1940, quando il Führer del Terzo Reich umiliò i francesi e la Francia costringendo i loro rappresentanti statali a firmare la capitolazione dello Stato su quello stesso treno, nella stessa carrozza e nello stesso luogo in cui i tedeschi lo fecero ai francesi l’11 novembre 1918. Sulle guerre balcaniche del 1912-1913, cfr. Jacob Gould Schurman, The Balkan Wars 1912−1913, Waxkeep Publishing, 2014; E. R. Hooton, Prelude to the First World War: The Balkan Wars 1912−1913, Fonthill Media, 2014.

[15] Per il caso del crematorio nel villaggio di Klečka, si veda: http://www.novinar.de/2010/02/24/prvi-krematorijum-u-evropi-nakon-ausvica.html; http://www.pogledi.rs/galerija/sz/1.php.

[16] Su questo problema, vedi:

http://www.srpska-mreza.com/Kosovo/hoax/Racak/Tiker/RacakFile.html.

[17] Vedi il film documentario: Масакр у Рачку – Истина и лажи Виљема Вокера: http://youtu.be/h6u-g-TgZWI.

[18] Mahdi Darius Nazemroaya, The Globalization of NATO, Atlanta, GA: Clarity Press, Inc., 2012.

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THE “RAČAK CASE” (JANUARY 15th, 1999):

THE “FALSE FLAG” TO START THE NATO AGGRESSION ON SERBIA AND MONTENEGRO

With the signing of the so-called “Kumanovo Military-Technical Agreement” (June 9th, 1999) between NATO and representatives of the authorities of the then Federal Republic of Yugoslavia (FRY – Serbia and Montenegro), NATO air aggression against Serbia and Montenegro ceased.[1] With this agreement, the NATO land forces, disguised in the uniforms of the UN peacekeeping Kosovo Forces – KFOR, gained legitimacy to occupy Kosovo within the framework of United Nations Security Council Resolution 1244 – exactly what the US administration ultimately demanded from the FRY in Rambouillet at the beginning of 1999.[2]

Introduction

 To this day, there are controversial interpretations of the real and ultimate (political, geopolitical, military, economic, and other) reasons for the direct and extremely unilateral intervention of the West, and primarily the USA, in the “Kosovo Crisis” of 1998‒1999, but we believe that at the beginning of November 2010, after 15 years of policy of feeding Albanian nationalism, chauvinism, and finally secessionism in Kosovo (in Serbian, Kosovo-Metochia), the American administration finally opened its real cards, from which it is clear what the true and only goals of the Pentagon and the White House were in the cradle of Serbia. Let us recall that it was precisely the American administration that in mid-1995 founded and subsequently latently armed the so-called “Kosovo Liberation Army” – a classic terrorist (in the technical sense of carrying out combat operations) organization of the Al-Qaeda type,[3] Hamas, Hezbollah, IRA, or ETA, which from the beginning of its terrorist activities publicly advocated the secession of Kosovo from the remnants of Serbia and the creation of a Greater Albania according to the political plans of the First Prizren League of 1878, as well as all other Albanian leagues after the Berlin Congress (June 13th‒ July 13th, 1878).[4]

So, finally, in November 2010, after 15 years, we heard from Washington’s operational favorite for the “cosmetic issue” – retired US Army General William Walker, former head of the so-called OSCE “Verification Mission” for Kosovo from 1998‒1999, that he supports the informal Albanian initiative for the unification of Kosovo with Albania. Of course, it is not difficult to conclude, nor to see, that behind such “private” statements by Walker, in fact, are hidden the official positions of Washington itself. Walker was very likely chosen at that time to start diplomatic propaganda and the fight for the legalization of the restoration of Greater Albania from World War II precisely because he did most of the work for the US administration and the Albanian lobby in early 1999 preparing the ground for NATO’s military aggression against the FRY by fabricating the myth of the “massacre” in the Albanian populated village of Račak (in Albanian, Raçak).[5] We would not be surprised if the White House soon again refers to this case in propaganda to verify the proclamation of a new Greater Albania[6] in Tirana based on Thaçi’s (illogical) philosophy that the one who created Srebrenica no longer has the moral right to Kosovo, and after Račak, Kosovo’s political fate is exclusively in Albanian hands. Therefore, it is not out of place to critically review the so-called “Walker’s Gleiwitz” of January 1999.[7]     

The „Račak Case“

The so-called “Račak Massacre” of January 1999 was a key event in Belgrade’s war against Kosovo’s Albanian terrorists, which was deliberately constructed by NATO pact in order to give a moral alibi to the Western military alliance and the Pentagon to finally militarily occupy Kosovo. It served NATO-Brussels, the White House and the Pentagon as a corpus delicti on the basis of which they could proceed with the implementation of the next phase of the plan to tear Kosovo away from Serbia after the NATO-backed KLA had done its own job as best it could since 1995, when the Pentagon and the CIA had both founded it and successively armed it. For the Western Alliance, this fabricated “massacre of civilians” in the village of Račak played the deliberate and well-planned role of the Nazi “Gleiwitz Incident” of 1939, which also served Hitler as the corpus delicti of the alleged Polish aggressive policy towards Germany, on the basis of which the Austrian corporal had a formal and moral free hands to invade Poland in September 1939.[8]

The village of Račak is located not far from Štimlje in the south of Kosovo and during the anti-terrorist-separatist struggle of the legal and legitimate state apparatus of Serbia against the Albanian KLA fighters, it remained notable in that it was precisely in this village that one of the strongest terrorist bases in the entire Kosovo was created, and this is because the village is located on the low slopes of the Mt. Crnoljevska, but at a sufficient height that from this location the roads towards the Crnoljevska Gorge, Priština, and Uroševac (in Albanian, Ferizaj) can be easily controlled. Also, behind the village there is a plateau covered with forest through which small paths lead towards Ćaf Dulj, Klečka, and Mališevo.

From this well-supplied, organized, and fortified base, Albanian terrorists were able to carry out unhindered attacks for a whole year on the police and army of the state they were fighting, using the guerrilla principle of “shoot and run”, but they also used this base to kidnap nearby civilians, both Serbs and non-Serbs. How many civilians abducted by members of the KLA from the base in Račak ended up in the “Yellow House” in Albania, where their internal organs were removed, has not yet been determined, and probably never will be. That the village of Račak was a terrorist stronghold converted into a military facility is evidenced by the fact that there were no women, children or elderly people in the village, i.e., all those who are unable to bear arms, i.e., cannot be warriors. Therefore, after the evacuation of the unfit population, only adult and able-bodied men remained in this base, both locals and others who came to Račak in the KLA uniforms. By the way, before the armed conflict in Kosovo, the village had about 2,000 inhabitants.

The state of Serbia only decided in the first half of January 1999 to finally liquidate this terrorist base, and this operational task was entrusted to the republican police from nearby Štimlje and Uroševac, reinforced by special forces from Belgrade. Therefore, it was decided to deal with the excellently armed, supplied and fortified terrorist formations with infantry police detachments and some artillery. However, we can see and learn how more civilized and experienced nations and states do it in similar circumstances of the anti-terrorist struggle, on the example of the Israeli state and state security bodies, which in such a case of fighting Hezbollah or Hamas would certainly use their air forces, which would effectively and permanently solve the problem of terrorists in a given base in a few minutes (just remember how Israeli IDF fought recently Hezbollah in Lebanon and Hamas in Gaza!).[9] In any case, the expert state security bodies of the Republic of Serbia decided to launch an infantry attack on the terrorist base high in the hills and finally, after several hours of fighting (with TV cameras on the sidelines), managed to pacify it with a few Albanian guerrillas killed, since most of them had retreated to the hills above the village or scattered around the surrounding area.

However, the “Račak Case” does not end there, but, in fact, begins, as a new Gleiwitz enters the international media scene as a prelude to NATO’s military action against the FRY. This case of turning Račak into Gleiwitz (in Polish, Gliwice) would be something even Hitler’s propaganda chief, Dr. Joseph Goebbels, could envy.[10] Here, a crucial question arises: What really happened in the village of Račak on January 15th, 1999, after the intervention of the police forces of the legal and legitimate state of Serbia against Albanian secessionist terrorists? As a first step, retired US Army General William Walker, in his capacity as Chief Inspector of the official OSCE Verification Mission (Organization for Security and Cooperation in Europe – the OSCE), arrived on the morning of January 16th with Albanian guides, and was the first to arrive on the scene after the alleged massacre to ascertain what had happened in Račak the day before.

Here, by the way, a question of a technical nature can also be asked, which is: What is a US citizen, a former professional soldier, doing at the head of the European Civilian Mission for Security and Cooperation in Europe, i.e., the Republic of Serbia? In seeking an answer to this question, we come to the factual situation that the OSCE is, in fact, not only a European organization (although according to its name it should be exclusively so) but also a Euro-Asian-North American one, given that its partner members, in addition to members from Europe, are countries from Central Asia, as well as Canada and the USA from North America. A total of 56 members. Therefore, an extended branch of the NATO pact in the northern hemisphere of the globe (just as the European Union is a civilian branch of the NATO pact, i.e., the US administration). Perhaps for this very reason, Belarus is not a member of this organization, although according to its geographical parameters, it belongs there, unlike, for example, Canada or the USA.

After arriving at the scene of the “massacre” and inspecting the events, the retired American general reported the results of his “expert” observation of the events to US President Bill Clinton using his personal special mobile phone,[11] the chief prosecutor of the UN Tribunal for the former Yugoslavia in The Hague and, of course, NATO Force Command in Brussels. Walker’s conclusion after a short-time-consuming investigation of the “Račak Case” was that the police forces of the Republic of Serbia committed a major criminal act against innocent and peaceful Albanian civilians/peasants over whom the Serbian policemen physically abused themselves (it is not specified whether before or after the physical liquidation) by gouging out their eyes, tearing off their heads, etc. Thus, the Croat-Ustasha system of liquidating Serbs in the territory of the Independent State of Croatia in 1941‒1945, with the role of the executioners in Račak, according to Walker’s plans, being taken over by the policemen of the Republic of Serbia in the function of psychopathologically ill members of Pavelić’s Ustasha “Serboslaughtering” units.[12]

On the same day that W. Walker tried to arrive at the scene of the incident in Račak, investigative judge Danica Marinković – the official representative in the investigative and judicial hierarchy of the Republic of Serbia, the state on whose territory the alleged massacre of its own citizens took place – also tried to arrive. According to the logic of things, D. Marinković should have arrived first, and only then a certain W. Walker – a representative of an international organization, but in the mountainous Balkans, the timetable has never functioned according to the world timetable. However, what happened after the attempt of an official body of the state of Serbia to approach the scene of the incident for the purpose of an official state investigation certainly belongs in the annals of the history of international terrorism: the investigating judge of the state where the alleged criminal act against ethnic minority civilians occurred could not even approach the scene of the incident, let alone begin the investigation itself, due to the heavy gunfire from the Albanian residents of the village of Račak, who thus prevented the official investigative and judicial investigation of the Republic of Serbia!

William Walker himself did not lift a finger to allow this investigation, and to this day it has never been officially explained why the Albanian residents of the village of Račak did not shoot William Walker while he was investigating the situation in the ravine below the village, but they did fiercely attack the very attempt of the investigative judge of the Republic of Serbia to do the same. Therefore, the authentic investigation into the “Račak Case” was conducted by an American retired general, but not by an official civil servant of the state on whose territory the massacre allegedly took place. That civil servant did conduct the investigation, but with a 24-hour delay, given that the judge, D. Marinković, was only allowed to visit the scene of the incident the next day. A period of time that was quite sufficient for the site of the alleged crime to be packed and repacked according to need and political use. 

In any case, the American had a whole day’s advantage over the state of Serbia when it came to informing the “world” public about what happened in Račak, which this retired general took maximum advantage of in the direction he wanted. Formally, he was the first but also the only official who was on the scene immediately after the incident, so the logical conclusion for viewers of the BBC, CNN, DW… was that his statement was the most objective. Taking advantage of his “first visit to the crime scene after the crime”, W. Walker held an open conference for the (Western) press on the spot on January 16th, stating clearly and loudly, as a sort of decades-long criminological “expert” in the types and methods of shooting from firearms, that this “crime against Albanian civilians” was committed by the police of the Republic of Serbia, who not only shot but also physically liquidated and massacred forty (40) residents of the village of Račak.

W. Walker did not fail to mention on this occasion that this case is an “unforgettable crime” that “contradicts the rules of warfare”. However, it remained unclear from his side how much more unforgettable this crime is compared to the crimes of the US army in which he was an active general in Korea or Vietnam (not to mention Iraq and Afghanistan). We do not believe that an academically educated general of the US army is not familiar with the use of napalm bombs to burn entire villages in Vietnam or the cutting off of the ear of a raped Vietnamese woman by his soldiers as proof that after this action she was also physically liquidated, which is certainly a deviation from the rules of warfare according to many international conventions.[13]

It is undeniable that the foreign journalists who happened to be with W. Walker at the scene of the events of January 16th reported verbatim and literally all of this general’s “expert” claims, competing to see who would denigrate not only the Serbian police officers but also the Serbian nation as a whole, equating them with the “beasts” that were tearing apart the innocent and defenseless Albanian people (i.e., innocent civilians). The next day, January 17th, an official international press conference was held at the elite Priština hotel “Grand”, convened and chaired by W. Walker himself, obviously with the aim of turning it into a public forum for international Serbophobia, after which the “international community” would have a tangible motive to implement the Pentagon’s plan to secede Kosovo from Serbia by placing this southern Serbian province under the occupation-colonial protectorate of NATO pact, which finally happened after the signing of the “Kumanovo Agreement” in June 1999.[14]

Critical analysis of the case

The analysis of W. Walker’s statements at this hotel press conference, as well as the critical review of the entire case, deserves special attention because they confirm the hypothesis that the “Račak Case” was pre-planned and directed along the lines of Hitler’s Gleiwitz Incident in August 1939 or Clinton-Izetbegović’s Srebrenica Massacre in July 1995.

The final conclusions of this research are:

  1. W. Walker informed the world that Serbian forces had massacred 45 Albanian villagers of the village of Račak, including an Albanian woman and a twelve-year-old Albanian boy. However, if we compare his initial statement from just one day earlier, which he gave from the scene as the first “international observer” after the massacre, we come to the conclusion that the number of killed Albanians had suddenly increased by five bodies in just 24 hours. The day before, W. Walker also did not mention any murdered women or/and child, but now he claims that these two victims are among the authentic victims of January 15th. That the body of the woman and especially the body of the child really existed on the January 15th/16th, W. Walker would probably have held them in his hands in front of international cameras and camcorders, and this photo and video clip would not be removed from all the mass media of the Western New World Order for the next few days if not weeks. However, as already mentioned, international journalists were allowed to photograph the scene of the incident on January 16th, but no one photographed the corpse of either the Albanian woman or the Albanian boy, and all the corpses (40 of them according to W. Walker’s original statement) lay next to each other in one place in a ravine where, according to W. Walker himself, the execution by shooting was carried out.
  • According to a statement by a retired US military “expert”, the Serbian police shot innocent and unprotected Albanian villagers of the village of Račak in one place on January 15th and left them on the spot, neatly packed in a pile like “Eva” sardines in a can (the only things missing besides the corpses were the business cards and copies of the executioners’ work books, along with a copy of the book “Greater Serbia” by Vladimir Ćorović with a dedication by Slobodan Milošević) for one reason – they allegedly did not have the opportunity to remove the corpses due to heavy Albanian fire from the village of Račak itself. Therefore, it is logical to conclude that for some inexplicable reason the Albanians from Račak allowed the Serbian police to shoot the villagers because at the time of the „execution“ they did not open fire on the police, but they did immediately after the shooting, so the police allegedly failed to clean up the area. The same Albanians did not fire from that same village on Walker’s team that had come to conduct an investigation a day later, but they did open heavy fire on the same day on the vehicle of the State Prosecutor of the Republic of Serbia, and for that reason, the investigation could not be conducted by the Serbian state authorities on that same day, but it was conducted only by an American citizen.
  • The key fact in this whole story is precisely William Walker’s direct admission that on January 15th, 1999 (and afterwards) in the village of Račak, there were armed Albanians who shot to and were shot back at by the Serbian public order authorities. In all so-called “normal” countries in the world, armed civilians who open fire on legitimate public order authorities are called terrorists and criminal bandits and are treated as such, but in Balkan Kosovo, Libya, or Syria, Western peacekeepers call them human rights activists. In any case, W. Walker himself inadvertently and unconsciously admitted that the Serbian police were actually fighting against armed terrorists and criminals in Kosovo. Namely, W. Walker drove himself up against a wall of lies, wanting to find a rational justification for the alleged fact that Serbian police officers left the (45) bodies at the execution site, while in Srebrenica only four years earlier their ethnic colleagues allegedly removed the largest number of Muslim bodies (several thousands) that are still being searched for throughout Bosnia-Herzegovina, as well as Serbia. Therefore, one could conclude that Bosnian Serbs are more educated and intelligent than Serbian Serbs, which few in the West would believe, and therefore W. Walker tried to patch up the whole thing with the episode of opening fire from Račak (but only) after the execution, and supposedly therefore the Serbian police could not apply the practice from Srebrenica. Perhaps W. Walker, in his opinion, managed to patch up the hole called Račak with this hypothesis, but he also opened the valve of truth regarding the entire Kosovo issue, because it has now become clear that the police have been fighting organized terrorism for several years, not unarmed and unprotected civilians. Large quantities of destructive (Albanian) weapons were found in the village of Račak itself, just as a few months earlier in the village of Klečka, where there was also a crematorium for Serbs in addition to well-fortified systems of trenches and bunkers.[15]
  • Several journalists noted on the first day after the investigation that the bodies had been moved and that there were no physical injuries of the nature that W. Walker himself had mentioned on the bodies of the murdered Albanians. Another interesting detail was also noted: some of the corpses still had national Albanian white caps (“keče”) on their heads, although it is known that they are tailored in such a way that they fall off the wearer’s head even at the slightest tilt of his head to any side, let alone when he falls to the ground.
  • The fact remains that the course of the battle between Serbian special police forces and Albanian terrorists in Račak on January 15th was followed by a TV crew from the Associated Press agency and a journalist from the French daily Le Figaro. According to their reports, after several hours of fighting between the Serbian police and the Albanian KLA, 15 members of the latter remained on the battlefield, as was also confirmed by OSCE members who visited Račak that same day (i.e., before W. Walker). On this occasion, in addition to the killed KLA members, they also found two wounded villagers. The day after the withdrawal of the Serbian police, Račak was reoccupied by the KLA, whose members brought W. Walker to the ravine where, according to his own words, he found 40 corpses, not 45 or 15. W. Walker’s story is mainly based on the claims of the villagers of Račak that on January 15th, Serbian police allegedly went from house to house and arrested the villagers, who were shot later that day. However, this version absolutely contradicts the report of the reporter of the newspaper Le Figaro René Girard as well as the members of the TV crew of the Associated Press who directly followed the fighting in the village of Račak on January 15th. The newspaper Le Figaro itself published the testimony of its own war reporter René Girard in the issue of January 20th, 1999, in which it is said that “the Serbian police did not have to hide anything because at around half past eight (8:30) they invited a TV crew to film the operation. The OSCE was also informed, and two vehicles with American diplomatic markings were sent”. So, Serbia then ensured a live TV broadcast of the action around the world, with an expert lesson on the fight against terrorist gangs that could later be studied at police academies. It was similar in February 1998 with the action against the Albanian Jashari clan in Kosovo’s village of Prekaz. In the same issue, Le Figaro states that both Le Monde and The Guardian doubt the credibility of W. Walker’s claims, citing statements from a group of OSCE observers who were the first to arrive in the village on the same day the fighting took place, and who saw no traces or indications of the massacre of the villagers by the Serbian police.[16]
  • It is obvious that the KLA members who returned to the village the next day after fighting the regular state police and their special anti-terrorist forces packed up their dead commarads from the previous day in a nearby village ravine and brought W. Walker to do his part of the job. What kind of job can be read in the New York Times of January 19th, 1999, which states that the US Secretary of State Madeleine Albright had a meeting with her close Washington foreign policy associates on the very day of the fighting in Račak, where she warned them that the agreement between Slobodan Milosević and Richard Holbrooke, the US President’s special envoy for the Balkans, dated October 13th, 1998, on the introduction of an OSCE mission to Kosovo as an observer, could “be violated any day now.” That day “à la Markale and Vasa Miskin Street” in Sarajevo a few years ago was the very day the meeting was held.
  • William Walker has never, to this day, attempted to answer the question posed by French journalists at the Grand Hotel in Priština: Where are the spent shell casings from the Serbian police’s automatic rifles? It is incredible, but true, that not a single shell casing from the bullets allegedly used to shoot Albanian civilians from Račak has ever been found. If all the shell casings were meticulously collected by the executioners before leaving the crime scene, two questions arise: (i) How did the Serbian police have time to collect all the shell casings, but not to remove the bodies themselves, and (ii) How did they manage to collect all the shell casings so that not a single one remained in the ravine (homo Balcanicus is known in European circles for his sloppiness, unlike, for instance, German pedantry).
  • W. Walker was trying to convince the international public that the massacre was committed against innocent civilians who were peacefully drinking their morning coffee on the terraces of their houses or in their yards. Kosovo is probably the only place on earth where coffee is drunk outdoors at sub-zero temperatures (January 15th). Or maybe Albanians are a nation especially genetically gifted with resistance to low temperatures.
  • The head of the OSCE, Knut Vollebaek, at the same press conference in Priština, accused the Serbian side in advance of the crime in Račak, claiming that it was “confirmed” that the massacre in question was committed by the Serbian special police. Who “confirmed” by the real and relevant experts who, when, and how committed this alleged crime was not explained by K. Vollebaek, who made this claim to the world public before the first professional experts arrived at the scene to conduct an investigation, which were Finnish and Serbian pathologists.
  1. This international team of Finnish-Serbian pathologists, based on their joint first and only authentic report, noted that many of the murdered Albanians found in the ravine had military boots on their feet or traces of wearing them, identical underwear, the KLA insignia, some of the corpses had military belts and ammunition belts, blouses in military colors and patterns, while a certain amount of live ammunition was found in the pockets of a certain number of corpses. So, these were neither civilians nor innocent citizens, but most importantly, the organizers of this hoax did not even care to remove at least some of the obvious evidence of fraud, since they were determined that their story simply had to go down the way they would serve it to the world’s public.
  1. The most important point of this authentic pathological report was that the gunshot wounds on the bodies of the killed were inflicted from a greater distance than is usually used for execution by firing squad. Therefore, there was no massacre because the victims were killed in long-range combat during an exchange of fire.
  1. Although the first and only authentic report of the Finnish-Serbian pathologists was signed by everyone on both sides, the head of the group of Finnish pathologists, Ranta, changed the statement of the Finnish part of this bilateral team of pathologists, probably under someone’s direct pressure. However, this new and drastically changed statement fit completely into the official Walker story about Račak and was not signed by the Serbian pathologists.
  1. The fact that the Albanians needed international political marketing of the “Račak Case” is also evidenced by the fact that the funeral of the deceased was organized long after the events of January 15th, so that in the meantime, the funeral could be turned into a political rally and promotion of the KLA. Therefore, the funeral itself initially resembled a general Kosovo-Albanian political rally at which the KLA was publicly and unscrupulously glorified with the coffins of the deceased covered with the official flags of the state of Albania (in many more civilized countries in the world and in Europe, displaying the flag of another state in a public place of the state of residence is punishable by imprisonment and a fine with the possibility of losing the citizenship of the country of residence). The official national anthem of the neighboring Republic of Albania was played and sung at the funeral.
  1. During the funerals of the victims in Račak, members of the KLA held public speeches in praise of the killed as prominent and deserving fighters of this classic terrorist paramilitary formation, but also as faithful followers of the ideology of the creation of Greater Albania, thus once again confirming the correct policy of the state leadership of the Republic of Serbia in the fight against Greater Albanian terrorism on its own state territory. It is symptomatic that William Walker did not react to these Greater Albanian-chauvinistic speeches of the KLA, who himself at this occasion held an appropriate speech that absolutely fit into the secessionist framework of the organization of this political funeral. What is more, since 1999 onward, W. Walker has been a very visible and dear guest of the residents of the village of Račak, who today call their place of residence “Walker’s Village”, and the hill above the village “Walker’s Hill”. No further comment is necessary.

Instead of a conclusion

At the end of this text, let us also look at the question of how, in principle, more civilized nations in the world fight domestic terrorism that has a foreign background of aid. For example, on May 31st, 2010, commandos of the regular army of the State of Israel carried out a landing in international waters (i.e., not in the territorial waters of the State of Israel) on a convoy of ships carrying “international aid” to the Palestinians in Gaza under the pretext that a convoy of several ships sailing under the flag of the State of Turkey was smuggling weapons for Palestinian terrorists such as Hamas and Hezbollah. On that occasion, the Israeli army opened fire and killed about a dozen people found on the ships and wounded 30, and this was because, as Jerusalem informed the world public, Israeli soldiers were attacked with knives and clubs (i.e., not with firearms) while searching the convoy. In the “Račak Case”, however, it has been proven beyond doubt that Albanian terrorists fired firearms at the Serbian police as well as at the state prosecutor of that state who came to the official inspection a day later. However, while the Israeli army, in its search for firearms that they did not find because they were not in the convoy of ships to Gaza, was satisfied with the mere fact that they were allegedly attacked with “knives and clubs” to open fire on the “humanitarians”, the state police of the Republic of Serbia are being denied the right to return fire with long-barreled fire by these same “humanitarians” on their own state territory.[17]

It is certain that the “Račak Case”, as a link in the West’s disintegration of the former Yugoslavia, played the final role in the process of transforming the NATO pact into a global policeman – a process that began with the disappearance of the USSR and the Warsaw Pact in 1991 and ended with the occupation of Kosovo by NATO pact in June 1999.[18] Nevertheless, the 1999 „Račak Case“ served as a „false flag“ for NATO aggression on the FRY, followed by a successful occupation of Kosovo.

Personal disclaimer: The author writes for this publication in a private capacity, which is unrepresentative of anyone or any organization except for his own personal views. Nothing written by the author should ever be conflated with the editorial views or official positions of any other media outlet or institution. 

The author of the text does not have any moral, political, scientific, material, or legal responsibility for the views expressed in the article.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex-University Professor

Vilnius, Lithuania

Research Fellow at the Center for Geostrategic Studies

Belgrade, Serbia

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026


Endnotes and References:

[1] During this military aggression and wanton destruction, Serbia suffered much greater damage than Montenegro because it was bombed much more heavily than Montenegro, both for military reasons, but much more and above all for political reasons. The political message of NATO strategists in this case was crystal clear and had concrete consequences for the strengthening of separatist forces in Montenegro in the coming period, which was the goal of this “selective bombing” policy of NATO-Brussels, which again, due to long-term political goals, did not take into account the “Montenegrin factor” of the ruling structures in Belgrade (for example, the President of the then FRY, Slobodan Milošević, was Montenegrin by both father and mother and was very likely born in Montenegro in the village of Ljijeva Rijeka). 

[2] Text of the 1999 “Kumanovo Agreement”: http://www.nato.int/kosovo/docu/a990609a.htm. On the Western version of the interpretation of the issue of the territorial status of Kosovo after the 1999 “Kumanovo Agreement”, see in: Enrico Milano, “Security Council Action in the Balkans: Reviewing the Legality of Kosovo’s Territorial Status”, EJIL, 14 (2003), pp. 999−1022.

[3] About Al-Qaeda, see in: Lawrence Wright, The Looming Tower: Al-Queda and the Road to 9/11, New York: Vintage Books, 2006.

[4] On the Albanian struggle for the realization of the Greater Albania project, see in: Paulin Kola, The Search for Greater Albania, London: Hurst & Company, 2003. On the terrorist violence of the Albanian so-called “Kosovo Liberation Army” (KLA, in Albanian UÇK), see in: Др. Радослав Ђ. Гаћиновић, Насиље у Југославији, Београд: ЕВРО, 2002, pp. 292−331. This researcher believes that the KLA was most likely founded in Switzerland. It must be noted here that the historical-moral basis of the political goals of KLA’s struggle is diametrically opposed to the Palestinian Hamas and Hezbollah organizations, but the means used and the method of struggle are identical. On the Palestinian issue in the Middle East, the similarities and differences between Kosovo and Palestine, and above all, on the US attitude towards both of these issues, see in: Petar V. Grujić, Kosovo Knot, Pittsburgh, PA: RoseDog Books, 2014. It should also be recalled that before the NATO bombing of the FRY, the US administration officially designated the KLA as a “terrorist” organization, with which Richard Holbrooke (the US President’s special envoy for Kosovo) nevertheless spoke in 1998 and with their representatives he took photos. It is also a well-known fact that Al Qaeda was financed, trained, and armed by the US administration in the 1980s with the aim of fighting the “Soviet occupation” of Afghanistan, so the case of Washington-KLA relations in the same political context is no exception. According to the Austrian researcher, Hannes Hofbauer, the commanders of the KLA appeared publicly for the first time at a funeral in November 1997, and Hofbauer cites the downing of a Yugoslav Army military aircraft in March 1998 as the first successful major military action of this organization (Hannes Hofbauer, Eksperiment Kosovo: Povratak kolonijalizma, Beograd: Albatros Plus, 2009, p. 102).  

[5] Both William Walker and Hashim Thaçi later admitted that the “massacre” in the village of Račak was a fabricated political-media lie, as Dr. Vojin Joksimović shows in his extensive study Kosovo is Serbia: http://www.kosovoisserbia.biz/.

[6] On history of Albania in the World War II, see in: Bernd Jurgen Fisher, Albania at War, 1939−1945, Purdue University Press, 1999; Owen Pearson, Albania in Occupation and War: From Fascism to Communism, 1940−1945, New York: I.B. Tauris & Co Ltd, 2005. It is known that some tombstones of fallen KLA fighters have engraved maps of Greater Albania – i.e., the political-national project for which the KLA fought: see the documentary by Boris Malagurski Kosovo – Can You Imagine? from 2009. 

[7] Based on this Thaçi’s propaganda logic, the Albanians as a people no longer have the right to live in Kosovo, given the mass crimes of genocide that members of their ethnicity committed against local Serbs both before and during, and especially after, the war for Kosovo in 1998‒1999. On the Albanian terror and genocide against Serbs and Serbian cultural heritage in Kosovo under NATO occupation, as well as on the character of the political authorities in Kosovo after June 1999, see, for example, the two-part Italian documentary film La Guerra Infinita. After June 1999, the most extensive and at the same time most organized Albanian terror against the local Serbian population of Kosovo, with the tacit support of NATO-KFOR forces, was the so-called “March Pogrom”, which lasted three days from March 17th to 19th, 2004. See the illustrated monograph on this pogrom: Мартовски погром на Косову и Метохији 1719. март 2004. године с кратким прегледом уништеног и угроженог хришћанског културног наслеђа, Београд: Министарство културе Републике Србије-Музеј у Приштини (са измештеним седиштем), 2004.

[8] Bradley Lightbody, The Second World War. Ambitions to Nemesis, Routledge, 2004, p. 39; http://www.radiostacjagliwicka.republika.pl/foldery/FoldeRAng.htm.

[9] Of course, this is primarily about the great difference in the political power and position of Serbia and Israel on the international stage, which is directly reflected in the choice of weapons and tactics of fighting the enemy. Unlike Serbia, Israel has been able to use any tactics and weapons in the fight against “Palestinian terrorists” both in Israel itself and in neighboring countries since its founding in 1948, because it always has the veto vote of the United States in the UN Security Council, as well as nuclear weapons, which have become one of the main guarantors of political and state independence in the modern world. After the end of the Cold War 1.0, nuclear weapons were possessed and still are possessed by China, Russia, Israel, North Korea, Pakistan and India, in addition to Western countries. (Samuel P. Huntington, Civilizacijų susidūrimas ir pasaulio pertvarka, Vilnius: Metodika, 2011, p. 80). The way the State of Israel waged war against “Palestinian terrorists”, but also against the neighboring Arab world, as well as the character of the state itself, has in many circles provoked and still provokes comparisons with the Nazi regime of Adolf Hitler in Germany. For example, in Poland in 1967, some newspapers published political cartoons depicting Israeli soldiers in Wehrmacht uniforms (Timothy Snyder, Kruvinos žemės: Europa tarp Hitlerio ir Stalinio, Vilnius: Tyto Alba, 2011, p. 409). On the Israeli-Palestinian conflict and Israeli-Arab relations, see in: Walter Laqueur, Barry Rubin (eds.), The Israel-Arab Reader: A Documentary History of the Middle East Conflict, New York: Penguin Books, 2008; Ilan Pappe, The Ethnic Cleansing of Palestine, Oxford: Oneworld Publications, 2011; Gregory Harms, Todd M. Ferry, The Palestine-Israel Conflict: A Basic Introduction, London: Pluto Press, 2012; Charles D. Smith, Palestine and the Arab-Israeli Conflict: A History with Documents, Bedford/St. Martin’s, 2012; Ali Abunimah, The Battle for Justice in Palestine, Chicago: Haymarket Books, 2014; Ilan Pappe, Ten Myths about Israel, London‒New York: Verso, 2024.     

[10] We must recall here that Nazi Germany used the staged “Gleiwitz Incident” as a formal occasion to begin a primarily revisionist policy of restoring “historical Germany” (Paul Robert Magocsi, Historical Atlas of Central Europe. Revised and Expanded Edition, Seattle: University of Washington Press, 2002, p. 177) just as the “Račak Case” was misused in the function of recreating Greater Albania from 1941.

[11] The US President, Bill Clinton was already deeply involved in the “Lewinsky Affair”, so it is not illogical to conclude that he personally needed the war against the FRY in order to divert the attention of the American and world public as much as possible from that very compromising affair. The American press first began writing about the “Lewinsky Affair” on January 17th, 1998, exactly one year before the “Račak Incident”, which took place between two votes in the US Congress regarding the impeachment of Bill Clinton: the Lower House of Congress (House of Representatives) voted by a majority vote for impeachment on December 19th, 1998, while in the Upper House of Congress (Senate), the impeachment process began on January 7th, 1999, a week before and ended after the “Račak Incident”. About the „Lewinski Affair“, see in: Marvin Kalb, One Scandalous Story: Clinton, Lewinski, and Thirteen Days that Tarnished American Journalism, New York: The Free Press A Division of Simon & Schuster, Inc., 2001; Andrew Morton, Monica’s Story, London: Michael O’Mara Books Limited, 2012.    

[12] For information on the system and method of killing in the genocidal Independent State of Croatia from 1941 to 1945, see the documented book This is Croatia:

[13] For a look at the open violation of international conventions of warfare by US soldiers in occupied Afghanistan, see the article in the Washington Post:

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/09/18/AR2010091803935.html?hpid=topnews.

On the war crimes of the US military in Iraq and Afghanistan, see in: Ronald Lorenzo, The Puritan Culture of America’s Military: U.S. Army War Crimes in Iraq and Afghanistan, Burlington, VT: Ashgate Publishing Company, 2014. By launching the Afghan War in 2001 against the Taliban, the US administration violated both its own Constitution and the civil rights guaranteed by it (Walter M. Brasch, America’s Unpatriotic Acts: The Federal Government’s Violation of Constitutional and Civil Rights, New York: Peter Lang Publishing, Inc., 2005). On the war crimes of the federal army of the North in the American Civil War 1861‒1865 on the territory of the Confederacy, see in: Walter Brian Cisco, War Crimes Against Southern Civilians, Gretna, Louisiana: Pelican Publishing Company, Inc., 2007. During the American Civil War, the federal army of the North carried out systematic and planned destruction of the economy of the South, which is also, at least today, a violation of international war laws (Henri Bemford Parks, Istorija Sjedinjenih Američkih Država, Beograd: Rad, 1986, p. 387).  

[14] It must be noted that the place where the de facto capitulation of the state of Serbia and the FRY was signed in June 1999 before the USA and NATO pact was not chosen by chance by Washington and Brussels, as this choice has primarily its historical, political and psychological background. For Serbs and Serbians, the concept of the city of Kumanovo in the far north of today’s  North (Vardar) Macedonia is associated with the most glorious and important battle of the Serbian army during the entire First Balkan War – the Battle of Kumanovo, October 23rd‒24th, 1912. This battle was of decisive importance for the further course of war operations on the main Vardar battlefield, so that the Turkish Vardar Army, significantly beaten and morally shaken, had to retreat deep to the south, thus leaving the entire Kosovo, Raška, and Vardar Macedonia to the Serbian army. In this battle, Serbian losses were significant: 687 people were killed, 3,280 were wounded, 597 were listed as missing, and in the entire Kumanovo operation, 7,137 soldiers, non-commissioned officers and officers were eliminated from the Serbian ranks. (Борислав Ратковић, Митар Ђуришић, Саво Скоко, Србија и Црна Гора у Балканским ратовима 19121913, Београд: БИГЗ, 1972, p. 83). The Battle of Kumanovo and the Serbian victory in it represented revenge for the lost Battle of Kosovo in 1389 for the Serbs from that time on. The victory of the Serbian army in the Battle of Kumanovo meant the liberation of Old Serbia (Raška and Kosovo) as well as Vardar Macedonia (Southern Serbia) and their re-inclusion in the state borders of Serbia. In general, as Vladimir Ćorović writes, “the centuries-old historical showdown between the Serbs and the Turks entered its final phase” when the army of the Kingdom of Serbia crossed the Serbian-Turkish border on October 19th, 1912 and began the liberation of its old state and national territory (Владимир Ћоровић, Наше победе са својеручним уводом Његовог Величанства Краља Александра у смотри главног Ђенералштаба, Београд: Народно дело, 1929, p. 35). Therefore, it was of utmost importance for NATO-Brussels to humiliate the Serbs and Serbia in 1999 by signing their military-political capitulation precisely in Kumanovo, but not, for example, in Skopje, Priština, or Brussels. This is clearly a case of the “Hitler syndrome” of 1940, when the Führer of the Third Reich humiliated the French and France by forcing their state representatives to sign the state capitulation to him on the same train, in the same carriage and in the same place where the Germans did it to the French on November 11th, 1918. On the Balkan Wars of 1912−1913, see in: Jacob Gould Schurman, The Balkan Wars 1912−1913, Waxkeep Publishing, 2014; E. R. Hooton, Prelude to the First World War: The Balkan Wars 1912−1913, Fonthill Media, 2014.

[15] For the case of the crematorium in the village of Klečka, see in: http://www.novinar.de/2010/02/24/prvi-krematorijum-u-evropi-nakon-ausvica.html; http://www.pogledi.rs/galerija/sz/1.php.

[16] About this problem, see in:

http://www.srpska-mreza.com/Kosovo/hoax/Racak/Tiker/RacakFile.html.

[17] See documentary movie: Масакр у Рачку – Истина и лажи Виљема Вокера: http://youtu.be/h6u-g-TgZWI.

[18] Mahdi Darius Nazemroaya, The Globalization of NATO, Atlanta, GA: Clarity Press, Inc., 2012.

Il primo ministro belga avverte che il “bastone” degli Stati Uniti si ritorce contro gli alleati; secondo un esperto cinese, l’Europa sta iniziando a riconoscere il costo della dipendenza, ma non ha la capacità di liberarsene_di Shen Sheng

Il primo ministro belga avverte che il “bastone” degli Stati Uniti si ritorce contro gli alleati; secondo un esperto cinese, l’Europa sta iniziando a riconoscere il costo della dipendenza, ma non ha la capacità di liberarsene.

Di Shen ShengPubblicato: 2 febbraio 2026, ore 14:18

Importanti sia l’articolo della rivista cinese Global Time che il commento successivo di Sànchez. Soffrono, però, di una grave omissione: entrambi glissano sul persistente carattere russofobico della maggior parte dei leader occidentali che si stanno ergendo a paladini della autonomia e indipendenza dei paesi satelliti della NATO dagli Stati Uniti. Un escamotage tattico per evidenziare le incrinature interne alla NATO oppure qualcosa di più ambiguo e ambivalente? Una analisi dello scontro politico in corso in Cina ci potrebbe offrire ulteriori indicazioni_Giuseppe Germinario

Belgian Prime Minister Bart De Wever speaks at the annual New Year forum

Il primo ministro belga Bart De Wever interviene al forum annuale di Capodanno “Il futuro dell’Europa”, co-ospitato dai principali quotidiani finanziari belgi De Tijd e L’Echo. Foto: Screenshot dal sito web.
Sempre più leader occidentali lanciano severi avvertimenti sulla pratica passata di dipendere eccessivamente dagli Stati Uniti. Il primo ministro belga Bart De Wever ha avvertito durante un forum di alto livello sul “Futuro dell’Europa” organizzato da un importante media belga che l’Europa ha a lungo fatto affidamento sul “bastone” degli Stati Uniti per proteggersi, solo per scoprire che lo stesso bastone viene ora brandito contro i propri alleati. Insieme alle sue osservazioni correlate secondo cui l’Europa potrebbe scivolare da “felice vassallo” a “miserabile schiavo” se non riuscirà a tracciare una linea rossa, i suoi commenti sono diventati rapidamente virali sui social media lunedì.& nbsp;

Alla fine di gennaio, Bart De Wever ha pronunciato una serie di osservazioni taglienti al forum annuale di Capodanno “Il futuro dell’Europa”, co-ospitato dai principali quotidiani finanziari belgi De Tijd e L’Echo. Parlando di temi quali l’autonomia strategica europea, la trasformazione delle relazioni transatlantiche, una più profonda integrazione del mercato interno dell’UE e la fine dell’eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti, ha lanciato severi avvertimenti sui rischi di una continua sottomissione. 

Alcuni osservatori hanno sottolineato che le osservazioni di De Wever riecheggiano il sentimento espresso dal primo ministro canadese Mark Carney nel suo discorso a Davos, seguito da un vasto pubblico. Entrambi mostrano la sobria riflessione dei tradizionali alleati occidentali sulla passata dipendenza dagli Stati Uniti e sull’attuale ondata di ansia.

Momento cruciale

Secondo il video, De Wever ha affermato che l’Europa ha a lungo fatto affidamento sul “bastone” di Washington per la sicurezza, ma ora si rende conto che lo stesso strumento viene sempre più spesso usato contro i propri alleati. “Questo è un momento cruciale”, ha affermato, aggiungendo che la situazione attuale ha messo a nudo le vulnerabilità dell’Europa e costretto il blocco a confrontarsi con scomode verità sulla sua dipendenza dagli Stati Uniti.

Ha anche affermato che la visione dell’Europa del presidente degli Stati Uniti Donald Trump è fondamentalmente ostile all’UE come forza politica ed economica unificata. Quando Trump afferma di “amare l’Europa”, ha detto De Wever, intende “27 paesi separati che vivono in vassallaggio o tendono alla schiavitù”, sottolineando che l’economia collettiva dell’UE è l’unica in grado di rivaleggiare con quella degli Stati Uniti. “Questo non gli piace”, ha aggiunto De Wever.

Alcuni media descrivono la recente posizione ferma dei leader occidentali nei confronti degli Stati Uniti come un passaggio da una cauta politica di appeasement a un atteggiamento più assertivo di fronte alle minacce tariffarie di Trump e alle richieste sulla Groenlandia. Il Guardian lo ha definito “il momento della verità per l’Europa”, mentre la BBC ha affermato che “l’Europa sta abbandonando il suo approccio morbido nei confronti di Trump”. 

Lunedì un esperto cinese ha dichiarato al Global Times che non si tratta di un cambiamento improvviso, ma del culmine di un processo che si è accumulato nel tempo. L’Europa, a lungo considerata uno “strumento” dell’egemonia globale degli Stati Uniti, ha ora riconosciuto i costi della sua dipendenza da Washington.

“Per decenni l’Europa ha operato sulla base di un presupposto fondamentale: gli Stati Uniti garantiscono la sicurezza, mentre l’Europa si concentra sulla crescita economica e sul benessere sociale. Ma la realtà sta ora dando un duro campanello d’allarme”, ha dichiarato lunedì al Global Times Jiang Feng, ricercatore senior presso l’Università di Studi Internazionali di Shanghai. 

Jiang ha affermato che le osservazioni di De Wever secondo cui il bastone degli Stati Uniti viene ora rivolto contro i propri alleati equivalgono essenzialmente ad ammettere che l’Europa non ha mai fatto affidamento su accordi di sicurezza istituzionalizzati, ma sul “buon umore” dell’America.

Il video del forum ha suscitato anche una serie di reazioni da parte dei netizen europei, molti dei quali hanno espresso il loro sostegno alle dichiarazioni del primo ministro. Un utente, @dirkschneider1608, ha scritto: “È giunto il momento che le continue chiacchiere all’interno dei consigli europei si trasformino in azioni concrete. Il momento è adesso, non tra cento anni, non tra un decennio. Altrimenti finiremo sul tavolo da pranzo di Trump”. Commentando le sue recenti interazioni con Trump e il futuro dei legami transatlantici, De Wever si è descritto come “il tipo più filoamericano che si possa trovare”, ma ha sottolineato che le alleanze devono essere basate sul rispetto reciproco. “Ci vogliono due persone per ballare il tango in un matrimonio: bisogna amarsi”, ha detto, paragonando le relazioni transatlantiche a una partnership che richiede reciprocità piuttosto che concessioni unilaterali.& nbsp;

Voci contrastanti, stessa situazione difficile

I riferimenti espliciti alle “linee rosse” e alla “schiavitù” non sono stati i primi esempi di linguaggio così tagliente da parte del primo ministro belga. Nello stesso forum di Davos in cui il primo ministro canadese Mark Carney aveva tenuto un discorso molto apprezzato, De Wever ha affermato: “All’epoca ci trovavamo in una posizione molto difficile. Dipendevamo dagli Stati Uniti, quindi abbiamo scelto di essere indulgenti. Ma ora sono state superate così tante linee rosse che non resta che scegliere tra il rispetto di sé…” Ha sottolineato che “essere un vassallo felice è una cosa, essere uno schiavo infelice è un’altra”.

Analogamente al primo ministro belga, anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sottolineato la necessità di unità e autosufficienza dell’Europa. In un discorso al parlamento tedesco giovedì, Merz ha elogiato “l’unità e la determinazione” dell’Europa nel resistere alle minacce tariffarie di Trump durante la crisi della Groenlandia e ha invitato il continente ad agire con maggiore fiducia sulla scena globale, secondo la DW. “Eravamo tutti d’accordo sul fatto che non ci saremmo lasciati intimidire dalle minacce tariffarie”, ha detto. “Se qualcuno nel mondo pensa di poter fare politica minacciando dazi contro l’Europa, ora sa che possiamo e vogliamo difenderci”.

“Questi leader europei hanno compreso il costo della loro dipendenza, ma non hanno ancora acquisito la capacità di liberarsene”, ha affermato Jiang, aggiungendo che si tratta di una situazione in cui “la coscienza si è risvegliata, ma i muscoli non sono ancora cresciuti”. L’esperto ha analizzato che, vincolata da divisioni interne, carenze militari e pressioni esterne da parte degli Stati Uniti, l’autonomia strategica dell’Europa non può essere raggiunta dall’oggi al domani e l’Europa potrebbe rimanere a lungo in bilico tra dipendenza e autonomia.

Nonostante la difficile situazione, tuttavia, ci sono anche voci diverse. Secondo quanto riportato lunedì da Reuters, il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha affermato durante una conferenza organizzata dall’Istituto internazionale per gli studi strategici di Singapore che la Germania “non è equidistante” dagli Stati Uniti e dalla Cina e che, nonostante le recenti tensioni, sarà sempre più vicina a Washington.

Zhao Junjie, ricercatore senior presso l’Istituto di studi europei dell’Accademia cinese delle scienze sociali, ha dichiarato al Global Times che le osservazioni del ministro degli Esteri tedesco non hanno riconosciuto le mutevoli realtà che l’Europa sta affrontando. Ha aggiunto che anche le manovre politiche interne della Germania stanno influenzando le espressioni di Wadephul.

Secondo Zhao, in Europa esistono tre principali punti di vista sulle relazioni con gli Stati Uniti. Al momento, quello prevalente è un punto di vista di delusione e distacco, espresso da molti leader europei, che ritengono che le fondamenta basate sui valori e la fiducia tra Europa e Stati Uniti siano state strutturalmente danneggiate e che i legami transatlantici non torneranno mai più alla loro precedente “età dell’oro”.

La seconda è contraddizione e oscillazione: pur riconoscendo le crescenti frizioni con Washington, sostengono che l’alleanza non ha raggiunto il punto di rottura e che c’è ancora spazio per ripararla.

Il terzo è relativamente raro, ovvero continuare ad affermare il ruolo di leadership degli Stati Uniti nella NATO e nel campo occidentale, insistendo sul mantenimento dell’attuale quadro di alleanza nonostante la divisione transatlantica.

” Indipendentemente dall’opinione prevalente, in Europa si sta delineando un consenso sul fatto che le relazioni transatlantiche non torneranno più quelle di un tempo e stanno entrando in un periodo di profondo aggiustamento e disaccoppiamento strategico”, ha affermato Zhao.

“Un cambiamento nella corrente della storia è un processo lungo, tortuoso e pieno di contraddizioni. È normale, non eccezionale, che paesi e persone diverse abbiano opinioni diverse. In un panorama globale in trasformazione, la coesistenza di posizioni divergenti è la norma, mentre la Cina ha costantemente mantenuto la sua apertura, fiducia e compostezza strategica”, ha aggiunto Zhao.

L’avvertimento del primo ministro belga Bart De Wever sul futuro dell’Europa

Carlo Sánchez2 febbraio
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La vignetta del Global Times raffigura visivamente le parole del belga citate nel paragrafo di apertura di questo articolo :

Sempre più leader occidentali stanno lanciando severi avvertimenti sulla passata pratica di eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti. Il Primo Ministro belga Bart De Wever ha avvertito, durante un forum di alto livello “Future of Europe” ospitato da un importante organo di stampa belga, che l’Europa ha a lungo fatto affidamento sul “grosso bastone” degli Stati Uniti per la protezione, solo per scoprire che lo stesso bastone viene ora brandito contro i suoi stessi alleati. Insieme alle sue osservazioni correlate secondo cui l’Europa potrebbe scivolare da “felice vassallo” a “miserabile schiavo” se non riuscisse a tracciare linee rosse, i suoi commenti sono diventati rapidamente virali sui social media lunedì. [Corsivo mio]

Ho scritto diverse volte di come l’Europa sia diventata una colonia dell’Impero fuorilegge statunitense e qui abbiamo una confessione di questa realtà. L’onesta osservazione di De Wever è in linea con pensieri simili espressi da altri europei. Da quando è scoppiato il Covid, il Dr. Hudson ha scritto diversi articoli e parlato di questa situazione in cui si trova l’Europa almeno diverse decine di volte, dimostrando che il passaggio dallo status di colonia a quello di colonia è iniziato molto tempo fa, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e non è una novità con Trump. Era abbastanza chiaro con Obama/Biden che l’Europa fosse schiava nella guerra del 2014 contro i russofoni ucraini, eppure avrebbe dovuto sostenere la guerra “finché sarà necessario”. La campagna per convincere l’Europa a cessare l’uso delle importazioni di idrocarburi russi risale alla Guerra Fredda ed è stata forzatamente interrotta quando Biden ha fatto saltare in aria i gasdotti Nord Stream. Trump 1.0 ha dato un segnale all’Europa con la sua prima ondata di dazi, che si è trasformata in una vera e propria guerra commerciale non appena è iniziato il suo 2.0. Il rifiuto di Trump di sostenere Biden “per tutto il tempo necessario” in Ucraina ha ulteriormente reso l’Europa schiava di quello che rimane un progetto americano. Il problema principale dell’Europa è il fatto che l’UE e la NATO sono diventate strumenti dell’Impero fuorilegge statunitense per aiutarlo a colonizzare ulteriormente l’Europa. La colonizzazione mostra il fatto che l’Europa è costretta a rendere omaggio all’Impero in diversi modi, tutti assoggettandolo geopoliticamente e geoeconomicamente.

Ci sono due possibili vie di fuga: riparare le relazioni gravemente danneggiate con la Russia, in modo che i suoi input energetici possano essere nuovamente utilizzati, e/o creare legami molto più stretti con la Cina, i BRICS e il Sud del mondo. Naturalmente, l’Impero fuorilegge degli Stati Uniti si opporrà fermamente a entrambe le opzioni, ma quale scelta ha l’Europa se non tra Libertà e Schiavitù? Consiglio vivamente di leggere l’ articolo del Global Times . Suggerisco anche di accedere al substack di Glenn Diesen per i suoi numerosi podcast sulla difficile situazione attuale e le prospettive future dell’Europa. C’è anche la recente chiacchierata tra Richard Wolff, Michael Hudson e Nima , la trappola della Guerra Fredda in Europa, che è la loro più recente valutazione della situazione europea.

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Vita e morte dell’Unione europea_di André Larané

Vita e morte dell’Unione europea

La vassallaggio dell’Europa, accettato sin da Maastricht

1 febbraio 2026. Donald Trump non ha nulla a che vedere con la sottomissione dell’Unione Europea a Washington. Questa è il risultato di una politica condotta con costanza dal 1993 dalle élite francesi ed europee.
C’è speranza di una rinascita? Innanzitutto dovremmo ritrovare la fiducia in noi stessi e nella nostra magnifica storia. Non è facile…

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Il 22 gennaio 2026, su France Inter, Thierry Breton, ex industriale, alto funzionario, ministro e commissario europeo, ha fatto appello al «patriottismo europeo». Temeva che il presidente Trump potesse servirsi dei partiti di estrema destra europei per « rendere l’Europa ancora più vassalla ». Ma ci si chiede cosa potrebbe aggiungere il governo americano alla « vassallaggio » dell’Unione europea !

Senza attendere l’insediamento di Donald Trump, i leader francesi ed europei hanno lavorato con costanza e metodo alla decostruzione degli Stati-nazione del Vecchio Continente. L’attuale presidente della Commissione europea ha senza dubbio avuto più successo di chiunque altro, alla pari con il presidente della Repubblica francese. Quest’ultimo voleva essere Giove all’inizio del suo primo mandato. Rimarrà nella storia come il nostro Romolo Augustolo, dal nome dell’ultimo sovrano dell’Impero Romano d’Occidente, un bambino deposto nel 476 dal barbaro Odoacre.

Entrambi hanno agitato il concetto di «sovranità europea» per far accettare più facilmente la rinuncia alla sovranità nazionale. Hanno anche preso a pretesto la lotta contro l’islamismo, la Russia o altro per giustificare la sottomissione al Pentagono e accettare i brutti scherzi della Casa Bianca (caso Aukus). Infine, si sono nascosti dietro il dogma europeo del libero scambio per lasciare che i GAFAM (Internet americano) si appropriassero dei servizi digitali europei, dei loro database e dei relativi ricavi.

La fonte di queste rinunce è facile da identificare. Risale all’abbandono della costruzione europea secondo il trattato di Roma (1957) e alle illusioni nate dal crollo dell’Unione Sovietica.

Donald Trump et Ursula von der Leyen, le 16 juin 2025, au Canada

1957-1988: successo a cascata del pragmatismo « romano »

Dopo la caduta del nazismo, gli ex alleati anglosassoni e sovietici entrarono in « guerra fredda ». Per evitare che la Germania occidentale cadesse sotto il controllo del Cremlino, gli occidentali rafforzarono i loro legami economici creando la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) nel 1950. Il suo successo portò nel 1957 al Trattato di Roma e alla creazione della Comunità economica europea (CEE): in un’Europa occidentale già ben avviata sulla via del progresso, non si trattava più di proteggersi dalla minaccia sovietica, ma di mettere in atto strumenti adeguati a stimolare gli scambi intraeuropei e la produzione.

Questo pragmatismo è evidente nel trattato, che si limita scrupolosamente all’abolizione dei dazi doganali tra gli Stati membri e all’istituzione di una tariffa doganale comune nei confronti dei paesi terzi (articolo 9 CEE, comma 1). Non si parla di negoziare con i paesi terzi l’abolizione delle barriere commerciali, né tantomeno di liberalizzare i flussi di capitali.

Naturalmente, ogni Stato mantenne la propria sovranità monetaria e ciò consentì una crescita economica forte e armoniosa di ciascuno di essi. Alla fine degli anni ’80, la Francia era alle calcagna della Germania sia in termini di ricchezza pro capite che di industria. 

Nei tre decenni successivi, il Consiglio europeo ha moltiplicato le decisioni lungimiranti: politica agricola comune, 1963; programma Airbus, 1970; Agenzia spaziale europea, 1975; programma Erasmus, 1985; zona Schengen, ecc.

In materia di difesa e diplomazia, ogni paese poteva perseguire la propria politica di interesse. Sotto la presidenza del generale De Gaulle, la Francia sviluppò così una forza di dissuasione nucleare « a tutto campo » si ritirò dal comando integrato della NATO senza che i suoi partner della CEE e gli Stati Uniti, all’apice della loro potenza, trovassero nulla da ridire. 

1988-…: una serie di vicoli ciechi del federalismo « maastrichtiano »

Vedendo la fine della minaccia sovietica, gli europei, con François Mitterrand e Jacques Delors in testa, ritennero urgente rafforzare le istituzioni europee con la firma dell’Atto unico europeo il 17 febbraio 1986 e poi del trattato di Maastricht il 7 febbraio 1992. Il 1° gennaio 1993, l’Unione europea sostituì la CEE e il 1° gennaio 1999 entrò in vigore la moneta unica (euro).

Convinti dell’evidenza universale dei benefici del libero scambio, gli europei lo hanno inserito nei trattati dell’Unione europea, rendendo impossibile per gli Stati membri derogare ad esso, indipendentemente dalla congiuntura economica. È così che il trattato di Maastricht del 1992 ha conferito valore costituzionale alla «progressiva eliminazione delle restrizioni agli scambi internazionali e agli investimenti diretti esteri, nonché alla riduzione delle barriere doganali e di altro tipo…» (articolo 206 del TCE).

Successivamente, nonostante gli sconvolgimenti geopolitici e la fine della terza globalizzazione, in atto già dal 2003, i leader europei non hanno cambiato di una virgola le loro convinzioni liberiste, dall’integrazione della Repubblica Popolare Cinese nell’OMC (Organizzazione mondiale del commercio) l’11 dicembre 2001 fino alla firma di un trattato di libero scambio con l’India il 27 gennaio 2026, passando per il trattato CETA con il Canada e il trattato con il Mercosur (Sud America), senza dimenticare, il 1° gennaio 2005, nbsp;lo smantellamento degli accordi Multifibre che limitavano le esportazioni cinesi di prodotti tessili!

Allo stesso tempo, prendendo atto della fine della guerra fredda, gli stessi leader si affrettarono a raccogliere i «dividendi della pace». Presero per buona la tesi del politologo americano Francis Fukuyama secondo cui la vittoria della democrazia segnava la fine della storia (1992). Ridussero a meno del 2% la quota del loro PIL destinata alla difesa e delegarono soprattutto la loro protezione al loro grande alleato americano, che mantenne intorno al 3-5% la quota del suo PIL destinata alla difesa.

L’Unione europea vittima dei propri dogmi

È passata una generazione. Gli europei sotto i quarant’anni non hanno conosciuto altro che l’Europa di Maastricht, con la sua moneta unica che sottrae agli Stati e ai parlamenti democratici il controllo della politica economica, con le sue corti di giustizia europee che si fanno un dovere di omogeneizzare i diritti nazionali ereditati da un millennio di storia e fanno passare i diritti individuali, compresi quelli degli immigrati, al di sopra dell’«utilità comune» (articolo 1 della Dichiarazione del 1789).

Voeux 2026 de la maire de Paris à ses administrésSi sono anche abituati a un linguaggio contaminato da vocaboli americani, seguendo l’esempio che viene dall’alto. Come nel caso di questo manifesto del sindaco di Parigi che augura buon anno ai suoi concittadini nella lingua di Donald. Lo stesso vale per il presidente francese quando si rivolge in inglese ai suoi partner o all’opinione pubblica internazionale.

Più che una semplice vanità linguistica, è l’ammissione di una gerarchia accettata, l’interiorizzazione di un dominio culturale diventato così naturale da non essere più percepito come tale. 

Con Stati indeboliti e istituzioni sovranazionali prive di legittimità popolare, l’Unione Europea è diventata una nave alla deriva, preda facile per i predatori, primi fra tutti gli Stati Uniti e la Cina.

Al timone, i suoi leader sognano un federalismo modellato su quello degli Stati Uniti, in totale contraddizione con la storia e l’antropologia europee… e con il bellissimo motto dell’Unione: «Uniti nella diversità». Da qui i loro ripetuti fallimenti.

La riduzione delle barriere doganali ha contribuito alla deindustrializzazione della Francia. Più in generale, ha posto l’Europa in una situazione di grave dipendenza da prodotti inaspettati come il paracetamolo durante l’epidemia di Covid-19 (2020-2023). Oggi siamo arrivati al punto che i leader europei vanno in Cina a cercare trasferimenti di tecnologia e investimenti, ad esempio nel settore delle batterie per automobili. Si tratta di un capovolgimento totale rispetto alla fine del XX secolo, quando erano invece i cinesi a sollecitare gli europei!

Ancora più grave è il fatto che l’Unione europea abbia permesso alle aziende americane del settore digitale, le famose GAFAM, di imporsi come padrone nelle nostre aziende, nelle nostre amministrazioni e nelle nostre case. Visa e MasterCard garantiscono oltre il 60% dei pagamenti con carta nell’area dell’euro, l’Eliseo si avvale dei servizi della società di consulenza McKinsey e tutti i dati digitali degli europei sono ormai di proprietà dei giganti statunitensi del cloud.

È ancora necessario sottolineare la dipendenza europea dal settore militare-industriale americano? Quest’ultimo fornisce quasi la metà delle attrezzature militari dell’Unione Europea (44%), con in più l’obbligo per gli stati maggiori di richiedere l’autorizzazione al Pentagono per l’uso di alcune armi, come gli aerei F-35.

La guerra in Ucraina ha anche aumentato di molto la dipendenza energetica dell’Europa dal gas naturale liquefatto (GNL) americano, che ha sostituito il gas naturale russo…

A peggiorare la situazione, la popolazione dell’Unione Europea è stagnante e tende a diminuire e invecchiare rapidamente, nonostante l’afflusso di immigrati africani. Nulla di simile accade negli Stati Uniti, che vantano la demografia più dinamica del mondo moderno. Il divario demografico si sta riducendo, con 350 milioni di americani contro 450 milioni di europei (2024).

Così intesa, la sottomissione dell’Unione europea alla potenza americana non è né frutto di un complotto né di una fatalità. È il risultato di un lungo processo di rinuncia, condotto in nome del liberalismo, della modernità o della «fine della Storia»

Resistere

I cittadini europei possono ancora fare qualcosa al riguardo? Oppure devono rassegnarsi a un precipizio senza fondo… come i cinesi all’inizio del XIX secolo? Non saprei dirlo.

In ogni caso, il primo passo della resistenza deve passare attraverso la presa di coscienza del nostro ricco passato, unico nel suo genere. È un presupposto indispensabile per l’emancipazione.

È quello che ho cercato di fare, già due anni fa, nel caso specifico della Francia, con il libro Notre Héritage, ce que la France a apporté au monde (Il nostro patrimonio, ciò che la Francia ha dato al mondo). È rivolto a tutti i tipi di pubblico e in particolare ai più giovani. Il titolo ha un doppio significato. Elenca l’eredità dei nostri antenati, grazie alla quale possiamo portare avanti la loro opera. In caso contrario, testimonia tutto ciò a cui abbiamo voltato le spalle a favore del meraviglioso mondo di Paperino.

André Larané

Pubblicato o aggiornato il: 2026-02-01 09:55:22

25 marzo 1957

Il trattato di Roma istituisce la Comunità economica europea

Vedi la versione abbreviata

Il 25 marzo 1957, a Roma, i rappresentanti di sei paesi gettano le basi dell’Euratom ma anche e soprattutto della Comunità economica europea (CEE), che nel 1993 sarà sostituita dall’Unione europea. Questi trattati sono il risultato della volontà di pace manifestata dai leader del dopoguerra e, ancora di più, della necessità di fronteggiare la minaccia sovietica, nel contesto della guerra fredda tra il blocco atlantico e quello comunista…

Il preambolo del trattato che istituisce la CEE inizia con le seguenti parole:
«Sua Maestà il Re dei Belgi, il Presidente della Repubblica Federale di Germania, il Presidente della Repubblica Francese, il Presidente della Repubblica Italiana, Sua Altezza Reale la Granduchessa di Lussemburgo, Sua Maestà la Regina dei Paesi Bassi,
determinati a gettare le basi di un’unione sempre più stretta tra i popoli europei,
deciso a garantire, con un’azione comune, il progresso economico e sociale dei loro paesi eliminando le barriere che dividono l’Europa, […] »

André Larané

Signature du traité de la CEE, à Rome, le 25 mars 1957

La strategia dei piccoli passi

Nel 1949 nacque il Consiglio d’Europa. Comprendeva dieci paesi europei e aveva grandi ambizioni, ma i suoi poteri erano irrisori e la Germania non ne faceva parte.

Jean Monnet, il «Padre dell’Europa», forte di una lunghissima esperienza, propose allora di fondare l’integrazione europea su realizzazioni concrete. Nel 1950-1951 creò la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) con il sostegno di tre leader democratici cristiani: Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi. Fu la prima amministrazione sovranazionale. La Gran Bretagna ne rimase fuori.

La CECA aveva un’utilità pratica per la gestione delle risorse economiche del continente. Ma gli Stati europei non avevano più bisogno di essa che di qualsiasi altra istituzione sovranazionale per mantenere la pace. Dopo due conflitti che li avevano dissanguati, avevano perso completamente la voglia di farsi nuovamente la guerra e pensavano solo a vivere in armonia.

Ma con la «guerra fredda» e la rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica era emerso un pericolo esterno. Gli occidentali e i democratici erano terrorizzati dall’avanzata del comunismo nell’Est: blocco di Berlino nel 1947, « colpo di Praga » nel 1948, presa del potere a Pechino nel 1949, invasione della Corea del Sud nel 1950 ecc. Per far fronte al pericolo molto reale di un attacco da parte dell’Unione Sovietica, le democrazie dell’Europa atlantica e filoamericana sentirono l’urgente necessità di rafforzare i loro legami e di mettersi sotto la protezione degli Stati Uniti.

La CECA nacque da questa esigenza. Jean Monnet, incoraggiato dal successo ottenuto, promosse poi un progetto di esercito europeo denominato Comunità Europea di Difesa. La CED avrebbe avuto il duplice vantaggio di avvicinare gli europei e di rinviare il riarmo della Germania. Prematura e mal avviata, fallì nel 1954. Questo insuccesso raffreddò gli entusiasmi.

Jean Monnet e il belga Paul-Henri Spaak tornarono quindi alla carica con un obiettivo meno ambizioso. Insieme, suggerirono un ravvicinamento tra gli industriali coinvolti nel settore nucleare civile. Inoltre, proposero anche una graduale eliminazione delle barriere doganali.

La sfida europea

L’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici il 4 novembre 1956 e, contemporaneamente, il miserabile fallimento della spedizione franco-britannica a Suez ravvivarono la necessità degli europei di rafforzare la loro unione per far fronte all’arroganza delle superpotenze (URSS e Stati Uniti). La Francia, su iniziativa del presidente del Consiglio Guy Mollet, si impegnò in questa direzione per cercare di ritrovare il proprio rango. Ma la Gran Bretagna scelse invece di allinearsi agli Stati Uniti.

Il 25 marzo 1957 Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo firmano a Roma il trattato Euratom e il trattato che istituisce la Comunità economica europea (CEE). In un bel gesto di equilibrio, i testi sono redatti in francese, tedesco, italiano e olandese, le quattro lingue dei membri fondatori. L’unico capo di governo a recarsi sul posto è il cancelliere Konrad Adenauer, sottolineando così l’importanza che attribuisce all’evento.

• Il trattato sull’energia nucleare cattura tutta l’attenzione dell’opinione pubblica. Esso proroga la CECA aggiungendovi un tocco di modernità! Tuttavia, esso finirà per svanire senza lasciare alcun rimpianto.
• Il secondo trattato, al contrario, fa un ingresso discreto. È vero che il suo contenuto richiede precisazioni. Ma porterà passo dopo passo all’integrazione economica e politica dell’Europa occidentale.

Questo trattato coltiva il pragmatismo non pronunciandosi sul dibattito essenzialmente franco-tedesco relativo all’introduzione di un protezionismo a livello europeo (che in seguito verrà denominato: «preferenza comunitaria»). «Quando dicevamo che era meglio, anche solo per ovvie ragioni negoziali, partire da una tariffa seria e ottenere in cambio concessioni da parte degli altri paesi del mondo, il professor Ehrardt, ministro dell’Economia e delle Finanze della Repubblica federale, forte del notevole successo della sua politica sistematicamente liberale, ci rispondeva che il protezionismo era un male in sé e che una riduzione delle tariffe doganali era un bene in sé, anche senza contropartita negoziata…& nbsp;», scrive nelle sue memorie Jean-François Deniau, uno dei negoziatori (L’Europe interdite).

La ratifica del trattato non è priva di difficoltà. Personalità di spicco si oppongono, come il deputato socialista Pierre Mendès France, che teme che l’industria nazionale non sia in grado di sopportare l’apertura delle frontiere e la concorrenza tedesca. Più lungimirante, invece, il generale Charles de Gaulle, sollecitato dai suoi collaboratori a porre il veto, rifiuta. Scrive a margine del fascicolo: «Siamo forti, ma loro non lo sanno» (sottinteso: non abbiamo paura di aprirci all’Europa).

Una bella dimostrazione di pragmatismo

Di fatto, il trattato di Roma si inserisce in un approccio molto pragmatico, con la volontà di rafforzare la solidarietà tra i sei Stati membri.

Il primo comma dell’articolo 9 del Trattato CEE è fondamentale in tal senso. Esso recita: « nbsp;La Comunità si fonda su un’unione doganale che si estende a tutti gli scambi di merci e che comporta il divieto, tra gli Stati membri, di dazi doganali all’importazione e all’esportazione e di tutte le tasse di effetto equivalente, nonché l’adozione di una tariffa doganale comune nelle loro relazioni con i paesi terzi. »   

Qui non si tratta, come nei trattati successivi dell’Unione europea (1993), di liberalizzare i flussi di capitali o di abbassare in qualche modo le tasse e le norme che potrebbero limitare gli scambi con i paesi terzi.

Il trattato di Roma sulla CEE entra in vigore il 1° gennaio 1958. Istituisce un Parlamento con sede inizialmente a Bruxelles e una Corte di giustizia con sede a Lussemburgo. Il potere esecutivo è affidato al Consiglio dei ministri dei paesi membri. L’elaborazione delle decisioni è delegata a una Commissione europea permanente con sede a Bruxelles.

Nei tre decenni successivi, il Consiglio dei capi di Stato e di governo, che guida l’esecutivo europeo, moltiplicherà le decisioni portatrici di futuro, sia tra tutti gli Stati membri (politica agricola comune, 1963), sia tra una parte di essi, con l’eventuale partecipazione di altri Stati europei (programma Airbus, 1970; Agenzia spaziale europea, 1975; programma Erasmus, 1985; zona Schengen, ecc.).

Foglio bianco

Nel solenne momento della firma del Trattato di Roma, i ministri europei non immaginavano che esso consistesse essenzialmente in una pila di fogli bianchi. Il giorno prima, gli estensori, esausti, avevano lasciato i fogli sparsi sul pavimento del loro ufficio, riservandosi di raccoglierli più tardi. Ma nel frattempo le donne delle pulizie scoprirono il disordine. Zelanti, gettarono i fogli sparsi nella spazzatura.
I funzionari rimasero sbalorditi alla scoperta del disastro. Corsero alla discarica, ma ovviamente non trovarono nulla. Poiché era troppo tardi per riscrivere tutto e un rinvio della firma avrebbe disonorato l’ospite italiano, si decise di riscrivere solo i primi e gli ultimi fogli del trattato, quelli che dovevano essere siglati o firmati, inserendo tra di essi una serie di fogli bianchi.
Durante tutta la cerimonia, i funzionari impediranno incessantemente a giornalisti e ministri di sfogliare il voluminoso registro, per non rischiare che scoprano l’inganno (l’aneddoto è confermato da fonti ufficiali europee e riportato da un documentario del canale ArteDans les coulisses du traité de Rome).

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Pubblicato o aggiornato il: 31/01/2026 alle 17:55:42

7 febbraio – 20 settembre 1992

Dal trattato di Maastricht al referendum francese

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Traité sur l?Union européenne. Maastricht, 7 février 1992. (copie certifiée conforme à l?original ; gouvernement italien dépositaire de l?original)Il 7 febbraio 1992, i dodici ministri degli Affari esteri dell’Unione europea firmano un «trattato di unione economica, monetaria e politica» a Maastricht, nei Paesi Bassi. Si tratta di una conseguenza indiretta del crollo dell’URSS e del trionfo incontrastato delle teorie liberali provenienti dall’America.

Il trattato suscita tuttavia forti tensioni in tutta Europa. Consultati democraticamente tramite referendum, i cittadini danesi lo respingono il 2 giugno 1992 e sarà necessario concedere al loro paese condizioni specifiche affinché lo approvano finalmente al termine di un secondo referendum, il 18 maggio 1993. Costretto dal voto danese, il presidente François Mitterrand accetta di sottoporre il trattato a un referendum. Al termine di una campagna molto accesa, il 20 settembre 1992 i francesi lo approvano con una maggioranza molto risicata.

Trentacinque anni dopo il Trattato di Roma, l’Europa entra in una nuova era…

André Larané

L’Europa in fase di ricomposizione

Il 9 novembre 1989, cadde il muro di Berlino e l’Europa centrale uscì da quattro decenni di isolamento. Immediatamente, un po’ ovunque emersero rivendicazioni democratiche ma anche nazionalistiche.

Nella Repubblica Federale Tedesca, il cancelliere Helmut Kohl proclama che la « riunificazione dei tedeschi » è in corso. Il suo amico e alleato François Mitterrand fa il broncio. Il presidente francese, segnato dai ricordi della Seconda guerra mondiale, teme che una Germania riunificata possa riprendere i suoi sogni di grandezza e allontanarsi dal progetto di unificazione dell’Europa. Chiede al cancelliere di riconoscere prima di tutto il confine tedesco-polacco dell’Oder-Neisse. Ma il cancelliere si offende per questo segno di sfiducia.

Durante il vertice europeo di Strasburgo dell’8 dicembre 1989, il presidente francese prende finalmente atto dell’inevitabilità della riunificazione. Insieme agli altri partecipanti al vertice, accetta che il popolo tedesco « ritrovi la sua unità nella prospettiva dell’integrazione comunitaria ». Ma in cambio negozia il sacrificio del Deutsche Mark sull’altare dell’unione monetaria europea e mette sul tavolo il progetto di una moneta europea. Per realizzarlo, è disposto a fare molte concessioni, compresa l’accettazione di una moneta sopravvalutata che rischia di indebolire l’industria francese…

Un anno dopo, a Roma, il 27 e 28 ottobre 1990, un Consiglio europeo decide di accelerare l’integrazione europea e di creare un’unione monetaria. È durante questo Consiglio che Margaret Thatcher saluta i suoi omologhi europei. Il 10 dicembre successivo viene firmato l’atto di dissoluzione della Comunità economica europea (CEE) e la sua sostituzione con l’Unione europea.

Subito dopo iniziano le conferenze intergovernative volte ad attuare tali risoluzioni. I funzionari che lavorano dietro le quinte inseriscono il trattato in fase di elaborazione nella continuità dell’Atto unico europeo, firmato il 17 febbraio 1986 a Lussemburgo sotto l’egida di Jacques Delors, presidente della Commissione europea, e riprendono i grandi principi del neoliberismo: apertura delle frontiere alla libera circolazione dei capitali, controllo dell’inflazione attraverso l’austerità dei bilanci statali, ecc.

Un atto fondamentale

Il trattato di Maastricht è il secondo atto fondamentale della costruzione europea dopo il trattato di Roma del 27 marzo 1957. Complesso, comprende 252 articoli ripresi in parte dai trattati precedenti, oltre a 17 protocolli e 31 dichiarazioni. Si distinguono quattro punti fondamentali:

– Nascita di una cittadinanza europea:

Il trattato recita: «Sono cittadini dell’Unione tutti coloro che hanno la cittadinanza di uno Stato membro». Ciò significa libertà di stabilimento, di soggiorno e di circolazione, ma anche diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni locali ed europee.

– Ampliamento delle politiche comuni:

Il trattato proroga le politiche comuni, ad esempio in materia di agricoltura e ricerca. Annuncia inoltre una politica estera e di sicurezza comune (PESC) «che potrebbe portare, a tempo debito, a una difesa comune».

– Cooperazione in materia di giustizia e affari interni:

Il trattato suggerisce un coordinamento tra gli Stati membri sui meccanismi di controllo alle frontiere, nella lotta contro il banditismo, nella concessione del diritto di asilo e nel controllo dei flussi migratori.

– Unione monetaria:

Il quarto punto, quello con le conseguenze più rilevanti, traccia la strada verso un’unione monetaria che entrerà in vigore il 1° gennaio 1999 per undici paesi dell’Unione (il Regno Unito preferirà mantenere la propria moneta nazionale).

È la prima volta che l’unificazione monetaria precede quella politica e sociale. Questa innovazione risveglia gli oppositori dell’Europa economica, giudicata troppo tecnocratica. Suscita dubbi nei leader politici, come il gollista Philippe Séguin, deputato e sindaco di Épinal, nonché in economisti e storici come Emmanuel Todd. Questi ultimi contestano l’assioma secondo cui la moneta unica costringerà naturalmente le economie e i livelli di vita ad avvicinarsi.

Altri ancora temono che i burocrati dell’Unione europea possano alterare la sovranità degli Stati e dei loro rappresentanti eletti. Sono solo parzialmente rassicurati dall’articolo 3 del trattato che sostiene il «principio di sussidiarietà». Questo termine desueto, mutuato dal vocabolario ecclesiastico, significa che le istituzioni europee devono astenersi dall’intervenire in ambiti di competenza in cui le istituzioni inferiori (nazionali o locali) sono più competenti.

Altri infine si indignano che l’Europa parli di soldi mentre bande armate conducono una guerra di altri tempi intorno a Sarajevo

Il presidente Mitterrand assicura che «i francesi saranno consultati», senza però aggiungere altro, e per diverse settimane la classe politica, imbarazzata, rimane in silenzio. Il RPR (Rassemblement pour la République), grande partito di opposizione guidato da Jacques Chirac, è, come di consueto a destra, diviso tra una frangia ultraliberista che approva il trattato e una frangia gollista o nazionalista, guidata da Philippe Séguin, che invece lo vede con preoccupazione.

A sinistra, nella coalizione al potere, l’atmosfera è deleteria. Édith Cresson lascia l’Hôtel Matignon dopo un anno disastroso alla guida del governo, segnato dallo scandalo del sangue contaminato, rivelato il 25 aprile 1991. Lascia il posto all’austero ministro delle Pierre Bérégovoy, uomo austero, sostenitore del «franco forte» e poco incline a sostenere l’unione monetaria.

Le ostilità scoppiarono all’Assemblea Nazionale il 5 maggio 1992 con un discorso appassionato di Philippe Séguin che mise in guardia dalle prevedibili conseguenze del trattato. Jacques Chirac, molto imbarazzato, lasciò che il suo braccio destro Alain Juppé rimproverasse Philippe Séguin di aver « esageratamente appassionato il dibattito ».

Avviso senza spese di Philippe Séguin

Quella sera del 5 maggio 1992, alla tribuna dell’Assemblea Nazionale, il deputato dei Vosgi impressiona per la sua statura e la sua voce profonda. Sottolinea la posta in gioco fondamentale del dibattito tra «da un lato, coloro che considerano la nazione una semplice modalità di organizzazione sociale ormai superata nella corsa alla globalizzazione che auspicano, e, dall’altro, coloro che ne hanno un’idea completamente diversa».
Un po’ visionario, afferma: «La logica del processo di ingranaggio economico e politico messo a punto a Maastricht è quella di un federalismo al ribasso fondamentalmente antidemocratico, falsamente liberale e decisamente tecnocratico». Con conseguenze nefaste per i cittadini: «La normalizzazione della politica economica francese implica a brevissimo termine una revisione al ribasso del nostro sistema di protezione sociale, che si rivelerà rapidamente un ostacolo insormontabile.»
L’oratore teme che, una volta applicato, il trattato non sarà più rescindibile: « Ci si chiede se non stiamo creando una situazione in cui la denuncia in blocco dei trattati diventerà così difficile e costosa da diventare presto una soluzione illusoria. »
Chiede quindi «che la parola sia data al popolo» e invoca un referendum per una rottura politica più grave: « Attenzione : è quando il sentimento nazionale viene calpestato che si apre la strada alle derive nazionaliste e a tutti gli estremismi ! »

Contestazioni da tutte le parti

Il progetto suscita dibattiti anche negli altri undici paesi firmatari, ma solo la Danimarca, fedele ai principi democratici, ha osato sottoporlo all’approvazione dei cittadini. Il 2 giugno 1992, i danesi, euforici per la vittoria sulla Germania nella Coppa Europa di calcio, hanno osato respingere il trattato con un referendum. In Francia, sotto la pressione dell’opinione pubblica, il presidente François Mitterrand ha accettato a sua volta il principio di un referendum.

Ne segue una lotta epica con il fronte del No, guidato a destra da Philippe Séguin e a sinistra dal socialista Jean-Pierre Chevènement. A loro si unisce un altro esponente di spicco della destra, il senatore RPR Charles Pasqua, che con il suo efficace contributo condurrà per tutta l’estate una campagna martellante. Sale gremite e dibattiti intensi.

Nel campo del , l’atmosfera è molto più piatta. Jacques Chirac annuncia che voterà a favore del trattato «senza entusiasmo, ma senza remore». Non proprio qualcosa che possa mobilitare le masse…  nbsp; Soprattutto, per la prima volta emerge una frattura sociale nel cuore stesso del gioco politico. Gli elettori hanno la sensazione che la questione sia stata appropriata dalla classe superiore, che trascende i partiti e che il saggista Alain Minc battezza compiacente: «cerchio della ragione».

Il socialista Jacques Delors, presidente della Commissione europea, osò così affermare a Quimper, il 28 agosto 1992: «(I sostenitori del No) sono apprendisti stregoni. (…) Io darò loro un solo consiglio: signori, o cambiate atteggiamento o abbandonate la politica. Non c’è posto per discorsi e comportamenti del genere in una vera democrazia che rispetta l’intelligenza e il buon senso dei cittadini».

«Il trattato sull’Unione europea porterà a una maggiore crescita, più posti di lavoro e più solidarietà», scrive Michel Sapin, lungimirante ministro socialista delle Finanze, su Le Figaro (20 agosto 1992). E Élisabeth Badinter, solitamente più moderata, scrive su Vu de gauche nel settembre 1992: «Il trattato di Maastricht raccoglie il consenso quasi unanime dell’intera classe politica. I politici che abbiamo eletto sono comunque più informati della gente comune» (451).

Hubert Védrine, consigliere dell’Eliseo, scrive al presidente: «Siamo sul filo del rasoio: siamo al 50/50, ma la tendenza è favorevole al no. […] Tutto dipenderà dagli indecisi».

Infatti, tutti attendono il dibattito televisivo del 3 settembre tra Philippe Séguin e François Mitterrand. Purtroppo, il presidente, che pochi giorni prima era stato operato di cancro alla prostata, appare pallido ed esausto sullo schermo. Durante il dibattito, vengono inseriti – cosa insolita – degli spot pubblicitari per consentire ai medici di rinvigorire il presidente con prodotti dopanti. Il suo avversario, sconcertato e tutto sommato pieno di compassione per il presidente, trattiene i colpi. Il dibattito si svolge con toni moderati e rimane cortese fino alla fine. È senza dubbio questo che salverà il Sì due settimane dopo e consentirà l’attuazione dell’Unione monetaria con tutte le sue conseguenze.

Il trattato viene approvato con un margine minimo il 20 settembre 1992 dal popolo francese con 540.000 voti di scarto (51,04% di ). Quasi due terzi degli operai e dei contadini votarono No, mentre i quadri e i liberi professionisti votarono in massa . Questo fu l’inizio della frattura politica tra la Francia periferica e la Francia della globalizzazione teorizzata da Christophe Guilluy.

Un’attuazione dolorosa

Il 1993 inizia con l’attuazione del Mercato unico, con l’abolizione delle ultime barriere doganali. Questo progresso coincide con il primo anno di recessione in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale.

Gli anni successivi sono caratterizzati da una crescita debole a seguito delle misure di rigore fiscale richieste dall’attuazione dell’unione monetaria e dal lancio dell’euro. L’industria francese continua tuttavia a competere con la sua rivale d’oltre Reno. Nel 2002, con l’arrivo della moneta unica, i due paesi registrano quasi lo stesso PIL pro capite e una bilancia commerciale più o meno in equilibrio.

Ma approfittando della momentanea debolezza della Germania, alle prese con la grande sfida della riunificazione, la Francia si abbandona ai suoi soliti demoni. Promuove la settimana lavorativa di 35 ore e abolisce il bollo automobilistico (nota). Quando nel 2008 la congiuntura economica si fa più cupa con la crisi dei subprime, inizia il divario tra una Germania rinvigorita e una Francia disarmata. Si concretizzano così le cupe previsioni di Philippe Séguin. Nel 2022, il PIL pro capite dei francesi è inferiore del 14% a quello dei tedeschi. Ancora più grave è il fatto che il deficit commerciale della Francia continua ad aumentare (-110 miliardi di euro), mentre esplode il surplus della Germania (+178 miliardi di euro)…  

29 maggio 2005

Il popolo francese dice no al trattato costituzionale

Domenica 29 maggio 2005, al termine di un dibattito democratico di eccezionale vivacità, il popolo francese respinge a stragrande maggioranza (55%) il trattato costituzionale europeo, nonostante fosse stato osannato dalla quasi totalità dei media e della classe dirigente. Il 2 giugno successivo, anche il popolo olandese respinge il trattato.

Référendum du 29 mai 2005Ne consegue immediatamente una « rivolta delle élite » e un’ondata di rabbia, se non addirittura di odio, nei confronti delle classi popolari, ritenute responsabili di questo fallimento a causa della loro ristrettezza mentale.

Si comincia quindi a denunciare con il nome di « populismo » ogni forma di contestazione della corrente politica centrale, neoliberista, europeista, globalista. La linea di frattura si ritrova sia a destra che a sinistra. Si tratta di una rottura rispetto ai decenni precedenti, quando tutti i grandi partiti trascendevano le classi sociali.

Nicolas Sarkozy, eletto presidente due anni dopo, aggirerà il referendum: il 13 dicembre 2007 firma a Lisbona un trattato che è una copia conforme del testo respinto dai francesi e dagli olandesi. Sei settimane dopo, fa modificare di conseguenza la Costituzione francese dai parlamentari riuniti in congresso. Da quel momento in poi, molti cittadini boicotteranno le elezioni, ritenendo che il loro voto non abbia alcun valore.

Gli storici ricorderanno di questo episodio che la democrazia ha trionfato in Francia il 29 maggio 2005 ed è stata assassinata il 13 dicembre 2007…

André Larané

Un progetto nato dall’alto

François Hollande et Nicolas Sarkozy, en une de Paris Match, le 17 mars 2005, en campagne pour le référendum sur la Constitution européenneIl trattato costituzionale europeo è stato redatto da un centinaio di persone scelte dai loro pari (governanti, alti funzionari, parlamentari europei o nazionali…), sotto la presidenza di Valéry Giscard d’Estaing.

Questa «Convenzione» ha preso atto del fallimento dei vertici europei di Amsterdam (1997) e Nizza (2001) e si è prefissata i seguenti obiettivi: 1) ristabilire l’equilibrio dei poteri tra Stati membri grandi e piccoli, 2) semplificare i processi decisionali, 3) dotare l’Unione di una vera politica estera e di difesa, 4) rilanciare la simbologia europea.

Il testo è stato siglato il 29 ottobre 2004 dai ministri degli Affari esteri dei 25 Stati membri e dei paesi candidati, compresa la Turchia (pagina 165 del testo: Türkiye Cumhuriyeti Adina«Per la Repubblica turca»). Si prevedeva che entrasse in vigore il 1° novembre 2006, una volta ratificato da tutti gli Stati membri.

I promotori del trattato non dubitavano quindi della sua accettazione da parte dei cittadini francesi. Gli stessi spagnoli lo avevano accettato poco prima con una maggioranza molto ampia, nonostante una maggioranza si fosse astenuta. D’altra parte, i primi sondaggi mostrano un consenso massiccio da parte degli elettori.

Il sondaggio CSA del 2 e 3 febbraio 2005 dà quindi una vittoria del  al 69%! Ma questo prima che i cittadini iniziassero a riflettere autonomamente sulla posta in gioco del referendum…

Dal dubbio al rifiuto

Il cambiamento avviene dopo che l’ex primo ministro socialista Laurent Fabius si è pubblicamente schierato con gli oppositori. Già nell’autunno 2004 aveva espresso ai militanti socialisti i suoi dubbi sulla fondatezza del progetto. Il 1° marzo 2005, sul set di France 2, davanti a diversi milioni di telespettatori, si è pronunciato chiaramente a favore del No.

Il dibattito si fa quindi sempre più acceso e gli scettici si contendono l’edizione tascabile del trattato. Ne vengono vendute oltre 200.000 copie, nonostante il carattere estremamente arido delle sue 300 pagine.

I sostenitori del trattato attribuiscono ai loro avversari la «paura dell’idraulico polacco» (l’espressione è stata coniata dal commissario europeo Frits Bolkestein, autore di una controversa direttiva sui lavoratori distaccati). Criticano inoltre l’assenza di un «piano B» in caso di bocciatura del testo. Godono del sostegno delle classi medio-alte e delle persone anziane, che vedono nella costruzione europea una garanzia di pace, indipendentemente dalla direzione che prenderà.

Référendum du 29 mai 2005Sulla scia di Laurent Fabius, l’estrema denuncia a sua volta un trattato che moltiplica i livelli decisionali nelle istituzioni europee a scapito della democrazia e, soprattutto, scolpisce nella pietra il principio neoliberista (dizionario) secondo cui il benessere comune si baserebbe su una «concorrenza libera e non falsata» ».

Da parte sua, l’opposizione di destra al trattato è indignata dalla volontà delle istituzioni europee di far entrare nell’Unione europea la Turchia islamista di Erdogan.

È la combinazione di queste due tendenze che farà pendere la bilancia dalla parte della maggioranza.

Quindici giorni prima delle elezioni, Nicolas Sarkozy, leader della destra europeista, tiene un comizio al Palais des Sports della Porte de Versailles (Parigi) davanti a un pubblico sparuto, composto principalmente da saggi pensionati dai capelli grigi. Ma una settimana dopo, in un Palais des Sports gremito, in mezzo a una folla giovane e scatenata, Philippe de Villiers, leader della destra sovranista, denuncia il trattato e, con esso, il progetto di far entrare la Turchia nell’Unione. Fa acclamare a gran voce la bandiera armena, ricordo del genocidio commesso dai turchi.

Il risultato delle elezioni sconcerta la classe politica e i media, che vedono in esso la vittoria dell’ignoranza e del «populismo» (così viene definito un movimento che gode del favore delle classi popolari).

Questo risultato, infatti, non esprime solo un disapprovazione della politica europea condotta dal trattato di Maastricht. Esso riflette anche una profonda frattura tra le classi popolari e le classi superiori.

Infatti, più interessati alla solidarietà che all’apertura verso l’Europa, l’Altro e il Mondo, gli operai e gli impiegati hanno votato No rispettivamente al 74% e al 62%, contro il 38% dei quadri superiori e dei liberi professionisti! Un abisso separa le due categorie sociali.

Il filosofo Marcel Gauchet conferma questa osservazione: «Il 2005 rimarrà senza dubbio l’anno della svolta. Da quel momento in poi, la frattura tra la base e il vertice diventa il fulcro della vita pubblica» (Comprendre le malheur français, 2016). Questa diagnosi troverà conferma nelle successive scadenze presidenziali.

Nel frattempo, il presidente della Repubblica Jacques Chirac, gravemente screditato, respinge con disinvoltura ogni ipotesi di dimissioni, distinguendosi in questo dal suo illustre predecessore, il generale de Gaulle. Esclude anche lo scioglimento dell’Assemblea nazionale, i cui membri avevano tuttavia approvato al 90% il progetto di trattato costituzionale e sono quindi sconfessati dai loro elettori.

Dopo il voto negativo anche degli olandesi, il 2 giugno 2005, gli altri governi dell’Unione, compreso quello britannico, annullano i progetti simili di referendum. Si sta già organizzando la risposta.

Controffensiva della classe dirigente

Ci vorranno solo due anni ai leader francesi ed europei per rimettere in sella il trattato, con il sostegno dei media.

Il Consiglio europeo di Lisbona del 18 e 19 ottobre 2007 adotta di nascosto un nuovo testo. Con il nome di «trattato modificativo», è stato ratificato a Lisbona il 13 dicembre 2007 dai leader dei ventisette Stati membri dell’Unione, che si sono guardati bene dal chiedere nuovamente il parere dei propri cittadini.

Il trattato di Lisbona comprende diverse centinaia di pagine con 359 modifiche ai trattati esistenti, tredici protocolli e alcune decine di progetti di dichiarazioni aventi lo stesso valore giuridico dei trattati. Nella forma appare molto diverso dal progetto costituzionale, ma ne conserva l’essenza. 

Sono stati eliminati gli aspetti simbolici come il riferimento a una qualsiasi Costituzione e a un inno, un motto e una bandiera europei! Curiosamente, le bandiere stellate su sfondo blu che adornano i nostri edifici pubblici non hanno più alcuna legittimità! I termini «ministro» e «legge» sono stati abbandonati e si è tornati alla semantica precedente: «alto rappresentante» e «direttiva». La formula criticata di «concorrenza libera e non falsata» è ora menzionata solo in un protocollo allegato. Anche gli articoli del Titolo III del progetto iniziale, ridondanti rispetto ai testi precedenti, sono stati eliminati per motivi formali. 

Tutti dettagli che inducono il presidente francese Nicolas Sarkozy ad affermare che il nuovo testo non è altro che un «trattato semplificato, limitato alle questioni istituzionali». Con maggiore franchezza, la cancelliera Angela Merkel si compiace che esso riprenda integralmente il progetto costituzionale. Infatti, il trattato modificativo di Lisbona riprende alla lettera i grandi impegni fondamentali del TCE (Trattato costituzionale europeo): procedura legislativa ordinaria basata sulla codecisione Consiglio-Parlamento, voto a doppia maggioranza in Consiglio (55% degli Stati membri che rappresentano almeno il 65% della popolazione), nuova funzione di presidente del Consiglio europeo, nuova funzione di Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, valore giuridico attribuito alla Carta dei diritti fondamentali del 7 dicembre 2000, diritto di iniziativa dei cittadini…

A questo proposito, il 4 febbraio 2008 il presidente della Repubblica francese ha riunito i parlamentari in Congresso a Versailles per modificare la Costituzione francese e consentire la ratifica del nuovo trattato da parte del Senato e dell’Assemblea nazionale, senza consultare i cittadini. La classe politica è fin troppo soddisfatta di questo stratagemma e il Consiglio costituzionale si astiene dal protestare contro questa evidente violazione dello spirito della Costituzione.

Diventati cauti, gli altri Stati membri si attengono alla ratifica parlamentare del trattato. Tutti tranne l’Irlanda… Nonostante la sventura franco-olandese, gli irlandesi si concedono un referendum sul nuovo progetto di trattato e lo respingono il 13 giugno 2008. È il momento in cui l’Europa viene colpita dalla crisi dei subprime proveniente dagli Stati Uniti.

Gli elettori irlandesi sono chiamati a votare nuovamente sul trattato, ma, temendo un nuovo voto negativo, Bruxelles concede all’Irlanda delle deroghe fiscali che la renderanno la terra d’elezione delle sedi europee delle multinazionali americane. Su richiesta di Dublino, Bruxelles accetta anche che la Commissione conti sempre un rappresentante di ciascuno Stato membro invece della Commissione  « a rotazione » di diciotto membri prevista dal trattato di Lisbona.

Soddisfatti, il 2 ottobre 2008 gli irlandesi approvano alle urne il testo così modificato. Il trattato può finalmente entrare in vigore il 1° dicembre 2009… Il trattato? Ma quale trattato?

Come sottolinea l’avvocato André Bonnet, autore di Référendum de 2005, les preuves de la trahison démocratique (L’Artilleur, 2021), non si tratta più del trattato di Lisbona precedentemente approvato dagli altri parlamenti nazionali, compreso quello francese! Si tratta di un testo diverso, quello che è stato modificato su richiesta degli irlandesi! In altre parole, l’Unione europea vive oggi sotto un regime che è stato approvato solo dall’1% dei suoi cittadini senza che questo scandalizzi nessuno…

Con l’approvazione da parte del Parlamento francese di un testo respinto dai cittadini e la successiva attuazione di un testo diverso da quello approvato dagli Stati membri, l’Unione europea conferma la scarsa importanza che attribuisce alle regole fondamentali della democrazia.

La democrazia sepolta

È ormai chiaro che le grandi linee politiche, a livello nazionale e ancor più europeo, sfuggono ai cittadini. Il sistema elettorale gira a vuoto, senza più alcuna possibilità di influenzarle. L’astensionismo e il voto «euroscettico» stanno diventando largamente maggioritari, come nelle elezioni del 2014 al Parlamento di Strasburgo. Alcuni pensatori evocano l’ingresso dell’Europa in un’era post-democratica.

Due decenni dopo, la situazione dell’Unione europea conferma i timori dei noisti francesi e olandesi. In vigore dal 2009 sotto forma di trattato di Lisbona, il trattato costituzionale non ha apportato alcun miglioramento al funzionamento delle istituzioni. Al contrario, «ha accentuato i difetti della costruzione europea», osserva l’ex primo ministro Édouard Balladur, che ha fatto approvare il trattato di Maastricht. In un libello del circolo di riflessione Fondapol (L’Europa è la nostra sovranità, Fondapol, 2023), egli si mostra molto critico sull’evoluzione dell’Unione europea e sulla crescente autonomia della Commissione:  « L’indipendenza del presidente della Commissione europea rispetto agli Stati membri è rafforzata, poiché non è più designato all’unanimità ma a maggioranza e investito dal Parlamento europeo; la Commissione, che detiene il monopolio dell’iniziativa legislativa, è responsabile nei confronti del Parlamento, che può censurarla; la sua composizione è ridotta, poiché ogni Stato membro nomina un solo commissario, mentre in precedenza quelli più importanti e popolosi ne nominavano due. Quanto al ruolo del Consiglio europeo, esso è ridotto per lo più all’approvazione a posteriori delle decisioni prese da altri. »

In materia diplomatica regna la più totale cacofonia e nessuno conosce più nemmeno il nome dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri istituito dal trattato! In materia interna, le tensioni e le divergenze sono più vive che mai. È solo in campo monetario che le istituzioni europee riescono ancora a raggiungere faticosi compromessi per salvare la moneta unica.

Un sostenitore disilluso del trattato costituzionale

Segno dei tempi, su Le Monde del 18 marzo 2015 (pagina 24) si può leggere una constatazione di fallimento del progetto europeo, tanto più significativa in quanto proviene da uno dei più convinti sostenitori dell’euro e del progetto costituzionale, il giornalista Arnaud Leparmentier. Quest’ultimo constata che il binomio franco-tedesco non funziona più. L’Europa ha ormai un unico capo, la cancelliera tedesca. Ed è a Berlino che convergono tutte le questioni delicate. L’Unione europea e, più sicuramente, la zona euro assomigliano a una Grande Germania. La caduta del muro di Berlino non ha portato alla fine della Storia e delle nazioni, ma al contrario a una rinascita del nazionalismo in Europa, con « una proliferazione di microstati che la rendono più simile all’Impero austro-ungarico che all’Europa dei Sei, dove il piccolo gioco consiste nel contestare il potere centrale (Berlino-Francoforte-Bruxelles).& nbsp;» Altra delusione: l’Europa non è più un gioco vantaggioso per tutti e ciò è particolarmente evidente nella zona euro, dove l’attività economica fugge dai paesi più fragili verso il cuore tedesco.
Oggettivamente, «l’Europa è dominata dalla Germania, in un’unione monetaria che la favorisce». E il giornalista constata con amarezza che il trattato costituzionale, convertito nel trattato di Lisbona, non ha mantenuto le sue promesse, dando definitivamente ragione ai cittadini contro i media e la classe politica.

Pubblicato o aggiornato il: 19/09/2025 alle 22:11:55