Italia e il mondo

GAZA: LA STORIA INSEGNA, di Michele Rallo (articolo di ottobre 2023)

Le opinioni eretiche

di Michele Rallo

GAZA: LA STORIA INSEGNA

Guerra di Gaza, di chi la colpa? Degli Israeliani o dei Palestinesi?

La colpa originaria, intendo, perché la colpa immediata è certamente del canagliesco attacco di Hamas. Hamas, peró – non si dimentichi – è un partito palestinese, non la Palestina. La Palestina, i Palestinesi in senso lato non hanno colpe in questa infame guerra di Gaza.

Colpe maggiori le hanno di sicuro gli Israeliani. Non tutti, certamente, non coloro che si sono opposti alla folle politica «di annessione e di esproprio» (uso le parole dell’autorevole quotidiano israeliano “Haaretz”) voluta dal governo di Benjamin Netanyahu; politica che è stata la miccia che ha dato fuoco alle polveri anche di quest’ultima tragica pagina di storia.

Naturalmente, non voglio avventurarmi nel tragico esercizio di “pesare” le colpe degli uni e le colpe degli altri, di contare i morti dell’una e dell’altra parte, di giudicare se sia da considerare maggiormente infame l’orrendo blitz terroristico di Hamas o la cinica condanna del popolo di Gaza a una morte atroce per fame e per sete (e per bombe) decretata da Netanyahu e dai suoi sodali. Dico soltanto che la bassa macelleria di Hamas non ha recato alcun beneficio alla causa palestinese, cosí come la canagliesca strage di civili palestinesi non recherá alcun beneficio alla causa israeliana. Lo capiscano una buona volta gli uni e gli altri: la brutalitá, la crudeltá, la cattiveria, l’infierire sui civili indifesi non ha mai giovato a nessuna causa.

Certo, peró, se per un attimo tralasciamo la funebre contabilitá di quest’ultimo drammatico episodio e risaliamo un po’ indietro nel tempo, allora non si puó non riconoscere che i Palestinesi abbiano ben poche colpe. I Palestinesi abitavano quella terra fin dall’antichitá, almeno da quando gli ebrei l’avevano abbandonata a séguito della Terza Guerra Giudaica (132-134 dopo Cristo).

Piú tardi, molto piú tardi (novembre 1917) l’allora Ministro degli Esteri inglese, conte Arthur James Balfour, indirizzó un messaggio ufficiale al barone Walter Rotschild (capo della comunitá ebraica britannica nonché proprietario della Banca d’Inghilterra) promettendo – a nome del governo di Sua Maestá – la creazione di una «dimora nazionale per il popolo ebraico» in Palestina. Impegno che sarebbe stato certamente lodevole, sol che la Palestina non fosse, ormai da un paio di millenni, la “dimora nazionale” di una diversa popolazione: i Palestinesi, per l’appunto.

Peraltro – non va dimenticato neanche questo – pochi mesi prima di aver promesso la Palestina agli Ebrei, gli inglesi la avevano promessa agli Arabi (accordo MacMahon-Hüsseyn del luglio 1916). Vecchio vizietto inglese, quello di promettere la stessa cosa a soggetti diversi. A noi – per esempio – avevano garantito la regione ottomana di Smirne (patto di Londra, aprile 1915), ma la stessa regione avevano poco prima offerto alla Grecia (accordi Grey-Venizélos, marzo 1915).

In ogni caso – venendo a tempi meno lontani – nel 1947 la neonata Organizzazione delle Nazioni Unite decretava che la Palestina dovesse essere spartita fra Arabi ed Ebrei, e nel 1948 veniva cosí costituito un modesto (al tempo) Stato d’Israele. Da allora quello Stato è andato gradualmente estendendosi e, parallelamente, il quasi-Stato palestinese è andato riducendosi fino alle dimensioni attuali: due tronconi separati (la Cisgiordania e la minuscola “striscia” di Gaza) per un totale di 6.000 chilometri quadrati e di 5 milioni di abitanti.

E non era tutto, perché alcuni governi israeliani – in primis il governo Netanyahu – hanno nel frattempo favorito ampi insediamenti ebraici in territorio palestinese: vere e proprie “colonie di popolamento”, peraltro condannate dall’ONU come palese violazione di ogni piú elementare norma di diritto internazionale. Da qui l’accusa «di annessione e di esproprio» cui si è fatto riferimento all’inizio di questo articolo.

Una riflessione, in chiusura. Benjamin “Bibi” Netanyahu era, fino a qualche giorno fa, politicamente con un piede nella fossa. Formalmente incriminato per corruzione, frode e abuso d’ufficio, era letteralmente assediato da oceaniche manifestazioni popolari che ne chiedevano le dimissioni, e correva il rischio di essere cacciato ignominiosamente dal potere. Adesso, invece, cinge l’aureola di difensore della sicurezza di Israele e tenta di tornare sulla cresta dell’onda. Magari con un mezzo genocidio al suo attivo.

In tale contesto sarei tentato di inserire le voci secondo cui i servizi segreti egiziani lo avrebbero avvisato, con tre giorni d’anticipo, dell’aggressione che Hamas stava preparando. Ma Bibi – secondo tali voci – avrebbe ignorato l’avviso.

Per caritá, sono soltanto voci. Ma per lo storico hanno un che di deja vu. Vengono alla mente altre voci, di qualche decennio piú vecchie. Secondo tali voci, nel 1941 il Presidente americano Roosevelt fu in qualche modo avvertito di un imminente assalto giapponese a Pearl Harbor. Ma non prese alcuna contromisura. Forse – sostengono i suoi detrattori – per poter scioccare gli americani ed avere una buona scusa per trascinare gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale.

Ora, volendo fare opera di fantapolitica, qualcuno potrebbe interrogarsi sui motivi che avrebbero indotto ad ignorare la “soffiata” dei servizi egiziani. E non vado oltre, perché le “perle” della fantapolitica sono come le ciliegie: una tira l’altra. Si potrebbe partire da Pearl Harbor ed arrivare poi fino a Gaza. Magari passando dall’Ukraina e dal Donbass.

 [“Social” n. 518  ~ 20 ottobre 2023]

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