NON INDURRE IN TENTAZIONE…, di Teodoro Klitsche de la Grange

NON INDURRE IN TENTAZIONE…

Al fine di giudicare la complessa vicenda – o almeno la parte di essa più rilevante –Palamara – CSM non è inutile quell’invocazione del paternoster all’Onnipotente: non c’indurre in tentazione. Nei due fatti di “deviazione” della giustizia ai fini politici che occupano le prime pagine dei giornali: la sentenza contro Berlusconi di anni fa e la recente richiesta di processare Salvini, un ruolo di grande rilievo hanno le innovazioni legislative e costituzionali successive a Tangentopoli, in particolare, da ultimo, la legge “Severino” del non rimpianto governo Monti.

Presupposto delle quali è la pretesa lesione del diritto di uguaglianza, che avrebbe provocato o comunque incentivato il malaffare dei politici. Questo è difficilmente perseguibile perché la giustizia “politica” – cioè con oggetto e/o soggetto politico – è (per sua natura) derogatoria sia delle competenze che delle procedure ordinarie, onde le deroghe apparivano (e sono viste) come vulnera del principio d’uguaglianza dei cittadini. I quali così, anche ai fini penali, sono distinti in governati e governanti: i primi soggetti alla legge, i secondi alle di essa “eccezioni”. A cui si aggiunge anche la lesione dei principi dello “Stato di diritto”.

Non è così: sin dai primi teorici (e dalle disposizioni delle costituzioni) degli Stati borghesi – risulta che la giustizia politica non può che essere derogatoria di quella ordinaria.

Scriveva Constant circa due secoli orsono per sostenere, nelle accuse ai ministri, la deroga della competenza dei Tribunali ordinari a favore della pairie che “La messa sotto accusa dei ministri è, di fatto, un processo tra il potere esecutivo e il potere del popolo. Occorre dunque, per condurlo a termine, ricorrere a un Tribunale che abbia un interesse parimenti distinto da quello del popolo e da quello del governo e che tuttavia sia unito da un altro interesse sia a quello del governo sia a quello del popolo” che individuava nella camera dei pari; ciò perché “La Camera dei pari è dunque, per l’indipendenza e la neutralità che la caratterizzano, il giudice adatto dei Ministri”, e così a decidere della pubblica accusa (cioè di iniziare l’azione penale) i più adatti sono i rappresentanti della Nazione (altra deroga); mentre i “tribunali ordinari, possono e debbono giudicare i ministri colpevoli di attentati contro gli individui; ma i loro membri sono poco adatti a pronunciare su cause che sono piuttosto politiche che giudiziarie; sono più o meno estranei alle conoscenze diplomatiche,, alle combinazioni militari, alle operazioni finanziarie: conoscono solo imperfettamente la situazione dell’Europa, hanno studiato soltanto i codici delle leggi positive, sono costretti dai loro doveri abituali a consultare soltanto la lettera morta e a chiederne soltanto la stretta applicazione”. Non aveva pensato Constant, al fatto che anche i tribunali ordinari possono essere sedotti dallo spirito partigiano, e giudicare secondo il medesimo, come rimproverato anche da alcuni magistrati nelle conversazioni intercettate. E se si considerano le opinioni dei giuristi negli ultimi due secoli, divergono poco o punto da quella di Constant.

Il carattere derogatorio è giustificato dai quei pensatori, sia dalla possibilità di sottrarre i ministri a vendette politiche, sia ad applicazioni di norme senza tener conto dell’interesse generale, sia all’indipendenza superiore di organi speciali rispetto ai tribunali ordinari. Non s’immaginava che gli organi giudiziari (ordinari) si trasformassero in soggetti politici, interloquenti e contrattanti con altri soggetti, politici a tutto tondo, come parlamentari, leaders, componenti del governo. E non solo per l’attività amministrativa del CSM, come la nomina dei dirigenti degli uffici o la giustizia disciplinare. Ma per la condanna o l’accusa giudiziaria di uomini di governo, cioè per la perversione del fine della giustizia, strumentalizzato ai fini della lotta politica.

Ma per riuscire compiutamente a ciò occorre che l’esito dell’azione giudiziaria intrapresa si traduca in risultato istituzionale: cioè nell’allontanamento/perdita delle cariche rivestite del politico condannato.

E questa è la prima tentazione alla perversione della giustizia e del pari il punto di frizione tra principi dello Stato borghese e principi di forma politica. Perché se da una parte trattare diversamente chi è giudicato è lesivo dell’isonomia, rimuovere dall’incarico chi è stato nominato dal potere politico – in una democrazia dal popolo – è lesivo sia della distinzione dei poteri (cioè di uno dei principi dello Stato borghese) che dell’essenza e supremazia del “politico”. Come scrive Schmitt “la democrazia è una forma essenzialmente politica, mentre la giurisdizione invece è essenzialmente non politica, poiché dipende dalla legge generale… in uno Stato democratico il giudice è indipendente, se deve essere un giudice e non uno strumento politico. Ma l’indipendenza dei giudici non può mai essere qualcosa di diverso dall’altro aspetto della loro dipendenza dalla legge”.

Proprio il carattere derogatorio della giustizia politica serve a garantire sia la distinzione dei poteri che la superiorità del politico e l’indipendenza del giudice. Ma per far questo occorre che sentenze e altri provvedimenti del giudice non incidano sulle decisioni politiche (e democratiche), in particolare sulle cariche elettive, e soprattutto degli organi rappresentativi. Se l’organo competente a mantenere (o esautorare) un eletto è un ufficio giurisdizionale (come nelle conseguenze alla legge Severino) questo diventa (quanto agli effetti) un organo di direzione politica. Come mi è capitato di scrivere tempo fa “Avendo il potere di carcerare chi governa – nei fatti rimuovendolo – a decider chi deve governare sarebbero i Tribunali e non i governati che li hanno eletti.

Per ovviare a questo evidente inconveniente un giurista francese, Duguit, riteneva che l’organo di governo (nella specie il Capo dello Stato) potesse continuare a svolgere le proprie funzioni pur in stato di detenzione.

A questa soluzione Orlando replicava ironicamente: come avrebbe fatto il Presidente detenuto a ricevere un ambasciatore o anche un altro capo di Stato invece che all’Eliseo, «in una cella della prigione della Santé»?

E il giurista siciliano continuava qualificando impostazioni come quelle “aberrazioni, contro cui resiste la forza delle cose” cioè la realtà dell’istituzione politica, nella quale, con riguardo al problema, occorre conciliare il principio di responsabilità  con la necessità dell’inviolabilità (assoluta o relativa) di determinati organi dello Stato. Cosa che si realizza nella democrazia, rimettendo il giudizio sul governante ai governati, cioè al corpo elettorale, che come ha il potere di eleggerlo, così quello di rimuoverlo (direttamente o indirettamente)” (v. Giudici e governo, Italia e il mondo 19/02/2019).

Per questo incolpare solo i giudici o solo il dr. Palamara della “perversione” è parziale e…ingeneroso. La realtà è che, proprio a quel fine distorto, sono stati predisposti da tempo gli strumenti adatti. E i peccati di oggi sono le conseguenze di quelle tentazioni, predisposte proprio al fine di farli commettere. In nome dell’uguaglianza e dello Stato di diritto, per di più.

Teodoro Klitsche de la Grange

La trappola di Tucidide e l’ascesa e la caduta di grandi potenze, di Jacek Bartosiak

La trappola di Tucidide e l’ascesa e la caduta di grandi potenze

Una teoria usata per spiegare la guerra del Peloponneso può essere applicata anche alle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina.

Di: Jacek Bartosiak

Circa 2.400 anni fa, Tucidide, uno storico greco e autore di “Storia della guerra del Peloponneso”, ha espresso una visione che risuona nel pensiero strategico fino ad oggi. Sosteneva che la vera causa della guerra del Peloponneso era il rapido aumento del potere di Atene e la paura che questo suscitava a Sparta, che finora aveva dominato la Grecia. L’autore Graham Allison ha usato questo concetto nel suo libro “Destined for War”, in cui ha descritto il rapporto tra Stati Uniti e Cina come un esempio di “trappola di Tucidide” – l’idea che il declino di un potere dominante e l’ascesa di un il potere in competizione rende inevitabile la guerra tra i due.

Tucidide focalizzò i suoi scritti e le sue analisi sulle tensioni strutturali causate da un netto cambiamento nell’equilibrio di potere tra rivali. Ha sottolineato due fattori principali che contribuiscono a questo cambiamento: il crescente bisogno di convalida del potere aspirante e la sua richiesta, implicita o esplicita, di una voce più ampia e un posto strategico nelle relazioni multilaterali; e la paura e la determinazione del potere attuale di difendere lo status quo.

Nel V secolo a.C., Atene emerse come una forza potente che in pochi decenni era diventata una potenza marittima mercantile, possedendo risorse finanziarie e ricchezza ma raggiungendo anche il primato nel mondo greco nei campi della filosofia, della storia, della letteratura, dell’arte, dell’architettura e al di là. Ciò irritò gli spartani, il cui stato era fondato sul potere terriero dominante in Grecia durante il secolo precedente.

Come sosteneva Tucidide, il comportamento di Atene era comprensibile. Con il suo potere crescente, anche la sua fiducia aumentò, così come la consapevolezza delle ingiustizie passate e la determinazione a correggere i torti commessi contro di essa. Altrettanto naturale, secondo Tucidide, era il comportamento di Sparta, che interpretava il comportamento di Atene come ingrato e una minaccia al sistema che Sparta aveva creato e sotto il quale Atene era in grado di emergere come una grande potenza. Questa combinazione di fattori ha provocato tensioni strutturali e, successivamente, una guerra che ha devastato la Grecia.

Oltre allo spostamento obiettivo nell’equilibrio del potere, Tucidide ha attirato l’attenzione sulla percezione della situazione da parte dei leader spartani e ateniesi, che ha portato a un tentativo di aumentare il proprio potere attraverso alleanze con altri paesi nella speranza di ottenere un vantaggio strategico rispetto al loro rivale.

La lezione che ci ha dato Tucidide, tuttavia, è che le alleanze sono un’arma a doppio taglio. Quando scoppiò un conflitto locale tra Kerkyra (Corfù) e Corinto, Sparta sentì che, per mantenere l’equilibrio, doveva aiutare il suo vassallo, Corinto. La guerra del Peloponneso iniziò quando Atene venne in difesa di Kerkyra dopo che i leader di Kerkyra convinsero gli Ateniesi che una guerra di fatto con Sparta era già in corso. Corinto convinse anche gli spartani che, se non avessero attaccato l’Attica, sarebbero stati attaccati dagli stessi Ateniesi. Corinto accusò gli spartani di aver frainteso la gravità della minaccia di mantenere un favorevole equilibrio di potere in Grecia. Sebbene Sparta alla fine vinse la guerra del Peloponneso, sia Atene che Sparta uscirono dal conflitto trentennale in rovina.

Alleati di guerra del Peloponneso
(clicca per ingrandire)

La trappola di Tucidide, che molti chiamano ora un “dilemma di sicurezza”, può essere vista anche nel contesto delle relazioni USA-Cina.

Gli Stati Uniti sono preoccupati per la crescente potenza economica e le capacità militari della Cina, ritenendo che potrebbe sfidare il primato degli Stati Uniti e l’architettura di sicurezza esistente nel Pacifico occidentale e nell’Asia orientale. La Cina, nel frattempo, teme che, finché gli americani saranno presenti in questa parte del mondo, limiteranno la legittima crescita del potere e dell’influenza cinese.

Lo scienziato politico Joseph Nye ritiene che il grilletto chiave nella trappola di Tucidide sia una reazione eccessiva alla paura di perdere il proprio status di potere e le prospettive di sviluppo futuro. Nel caso di Washington e Pechino, il relativo declino del potere americano e il rapido aumento del potere cinese destabilizzano le loro relazioni e ne rendono difficile la gestione. Il generale Martin Dempsey, allora presidente del Joint Chiefs of Staff of the US Armed Forces, ha anche ammesso nel maggio 2012 che il suo compito principale era quello di garantire che gli Stati Uniti non cadessero nella trappola di Tucidide.

A seguito della lenta ma evidente erosione della posizione degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale, è altamente ipotizzabile che possa emergere uno scenario in cui l’attuale egemon è tentato di condurre una controffensiva strategica in risposta a un incidente, anche banale, nel Mar Cinese Meridionale o nel Mar Cinese Orientale, credendo falsamente di avere un vantaggio rispetto al suo rivale inferiore. Ciò innescherebbe una moderna trappola di Tucidide.

Una lettura approfondita del lavoro di Tucidide rivela una seconda trappola, ancora più complessa e pericolosa della prima. Tucidide avvertì chiaramente che né Sparta né Atene volevano la guerra. Ma i loro alleati e stati vassalli riuscirono a convincerli che la guerra era inevitabile comunque, il che significava che entrambe le città-stato avrebbero dovuto ottenere un vantaggio decisivo in una fase iniziale del confronto crescente. Pertanto, decisero di entrare in guerra dopo essere stati invitati a farlo dai loro stati vassalli.

Secondo una ricerca condotta nel 2015 da un team guidato da Graham Allison presso il Belfer Center for Science and International Affairs di Harvard, 12 casi storici su 16 risalenti agli ultimi 500 anni e con somiglianze con quelli descritti sopra da Tucidide si sono conclusi in una guerra di dominio. Rilasciare la tensione competitiva, se possibile, ha sempre richiesto enormi e spesso dolorosi aggiustamenti alle aspettative, allo status e alla posizione internazionale.

Come ricorda Allison, otto anni prima dello scoppio della prima guerra mondiale, il re britannico Edoardo VII chiese al primo ministro britannico perché non vi fosse disaccordo con suo nipote, l’imperatore tedesco Guglielmo II, quando la vera minaccia per l’impero britannico erano gli Stati Uniti. Il primo ministro ha chiesto una risposta adeguata sotto forma di un memorandum dal capo del Ministero degli Esteri, Eyre Crowe.

Il memorandum, consegnato al re il giorno di Capodanno del 1907, era, come scrive Allison, “un diamante negli annali della diplomazia”. La logica al suo interno era veramente coerente con quella di Tucidide: la chiave per comprendere la minaccia tedesca era capire la capacità della Germania, nel tempo, di schierare non solo l’esercito più forte del Continente ma anche la flotta più forte, data la crescente forza del tedesco economia e vicinanza della Germania alla Gran Bretagna. Pertanto, indipendentemente dalle intenzioni tedesche, la Germania rappresenterebbe una minaccia esistenziale per la Gran Bretagna, il suo potere marittimo e la sicurezza delle rotte di comunicazione che collegano la metropoli con le colonie che rappresentavano la spina dorsale dell’impero.

Tre anni dopo, sia il presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt sia l’imperatore tedesco parteciparono al funerale di Edward. Roosevelt, egli stesso un appassionato sostenitore dell’espansione della flotta americana, chiese all’imperatore se la Germania avrebbe rinunciato a costruire una grande flotta. L’imperatore disse che la Germania era determinata a possedere una potente flotta e aggiunse che era cresciuto in Inghilterra, si sentiva in parte inglese e credeva che la guerra fosse impensabile.

A quel tempo, nel 1910, la guerra mondiale sembrava impossibile come adesso. Ma risulta che i legami culturali, spirituali, ideologici e persino familiari, nonché l’interdipendenza economica e il sistema commerciale globale, non sono sufficienti per prevenire i conflitti. Sia allora che ora.

L’IMPERATORE CLAUDIO ERA IL NONNO DI MACRON?_ di Teodoro Klitsche de la Grange

L’IMPERATORE CLAUDIO ERA IL NONNO DI MACRON?

L’autunno scorso un ex Presidente del Consiglio – e un mese fa l’attuale – si sono rallegrati per l’apertura dei Romani ai “provinciali”; onde già Claudio era stato fatto imperatore, malgrado nato a Lione. Da tale esempio ne hanno ricavato conforto per le politiche d’accoglienza, d’integrazione e, verosimilmente, forse anche per lo jus soli (?), maccheronicamente inteso.

A chi conosce la storia e i costumi di Roma la vicenda non sta così: Claudio era romano, anzi di una delle più antiche gentes. Svetonio riporta che i Claudii immigrarono in Roma ai tempi di Romolo, ad avviso di alcuni; secondo altri, subito dopo la caduta della monarchia. Alla Repubblica la gens Claudia dette centinaia di magistrati, tra cui ben ventotto consoli. Il fatto che Claudio fosse nato a Lione non vuol dire che fosse gallo. Era nato in Gallia perché il padre guidava le legioni romane nelle guerre contro le tribù germaniche. La circostanza della nascita lontano da Roma non significa per nulla che non fosse romano: lo era per jus sanguinis. Ancor più il rilevante ruolo della gens Claudia nella storia romana rende un po’ comica la tesi del Claudio gallico o non-romano.

È interessante chiedersi perché sia stato diffuso da persone di buona cultura. Sembra di escludere che i due credano che Claudio non era civis romanus perché nato in Gallia.

Piuttosto, nella propaganda diretta ad elettori i quali neppure sanno chi era Claudio (e forse cos’era l’impero romano) devono propinarsi argomenti semplici e comprensibili da parte dei meno acculturati. E quale argomento migliore del luogo di nascita, accompagnato dalla completa de-contestualizzazione, onde la Gallia provincia romana appare “uguale” alla attuale Francia, stato sovrano?

In altre parole dire che Claudio è nato a Lione (che allora i romani chiamavano Lugdunum) significa quindi che era gallo, quasi francese. Il fatto che la Gallia fosse una provincia di Roma, che erano – specie nel primo secolo dell’Impero – i magistrati romani a governarla, questo è probabilmente ignorato da tanti onde cede di fronte all’argomento tele-anagrafico, alla portata di tutti.

Certo sarebbe stato sicuramente più in linea con la tesi cara ai due leaders politici, ricordare, di Claudio, lo splendido discorso fatto per l’ammissione al Senato delle grandi famiglie galliche, riportato da Tacito, che è, a un tempo, spiegazione della capacità di Roma di integrazione di popoli diversi, e della stessa integrazione quale mezzo della politica. Disse Claudio che i romani, da Romolo in poi, non avevano mai considerato gli altri popoli, anche se un tempo nemici (e vinti) come alienigeni (cioè diversi da loro); per cui con chi si era fatta la guerra era possibile costruire insieme e vivere in pace.

L’inconveniente di quel discorso è che non è immediatamente comprensibile (soprattutto) e che comunque l’integrazione richiede tempo (i Galli ammessi l’avevano aspettata circa un secolo) e non verificata da un esame d’italiano (o giù di lì).

A proposito di altri esami (e d’istruzione): non vorremmo che, anche complice l’emergenza da Coronavirus, il distanziamento scolastico e così via, non si desse un ulteriore “taglio” allo studio della storia, che, a quanto si legge, ne ha già subiti. In particolare di quella antica giudicata – a torto – di scarsa utilità.

Il che non è vero: a leggere il libro italiano che sarebbe il più conosciuto al mondo, cioè il Principe, Machiavelli lo scrive prendendo gran parte del materiale dalla storia antica.

Perché, dopo certe lezioni, c’è da aspettarsi che gli studenti, disabituati a conoscenza e valutazione storica, rispondano agli esaminatori che l’imperatore Claudio era il nonno di Macron.

Teodoro Klitsche de la Grange

Intervista di Giuseppe Germinario a Max Bonelli sul coronavirus-Epifania Strategica e genesi e significato dell’ironico simbolo della morte della trascendenza dei moderni   Di Massimo Morigi

 

Intervista di Giuseppe Germinario a Max Bonelli sul coronavirus ovvero Cthulhu morbus come  teleologia  del (e) fallimento della moderna secolarizzazione. Epifania Strategica e genesi e significato dell’ironico simbolo della morte della trascendenza dei moderni

 

Di Massimo Morigi

 

 http://italiaeilmondo.com/2020/05/10/crisi-pandemica-e-modello-svedese-una-conversazione-con-max-bonelli/

 

The most merciful thing in the world, I think, is the inability of the human mind to correlate all its contents. We live on a placid island of ignorance in the midst of black seas of infinity, and it was not meant that we should voyage far. The sciences, each straining in its own direction, have hitherto harmed us little; but some day the piecing together of dissociated knowledge will open up such terrifying vistas of reality, and of our frightful position therein, that we shall either go mad from the revelation or flee from the deadly light into the peace and safety of a new dark age.

  1. P. Lovercraft, The Call of Cthulhu

 

 

«In questa intervista Max Bonelli mostra una notevole affinità con le tesi sul coronavirus espresse da Judy Mikovits ma la serietà e preparazione professionale di Max Bonelli nel campo della guerra batteriologica rende questa intervista, al di là dello specifico punto di dissenso sull’origine del coronavirus, uno dei più interessanti e stimolanti contributi che si sono potuti leggere in questi tempi in merito alla corretta metodologia  strategica su come affrontare la crisi epidemica del coronavirus  e che è distante anni luce dal delirio antiproduttivo ed antindustriale adottato in Italia ma va nella giusta direzione della responsabilizzazione dei comportamenti collettivi ed individuali, come si è cercato di fare pur fra grandi errori, ci riferisce nell’intervista Bonelli,  in Svezia. In conclusione, ribadendo dal  punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico il giudizio sulle reazioni delle autorità italiane sul coronavirus (e la cui censoria e totalitaria Weltanschauung, fra l’altro,  non è altro che un riflesso dei propositi censori  ed autoritari espressi dai grandi signori del Web) e con ciò esplicitando ancor meglio la finalità di questo lavoro di raccolta e congelamento di fonti: lo scaricamento e poi il ricaricamento  su Internet Archive di  questi video (con conseguente caricamento – per attenerci in maniera volutamente ridondante ad un principio di cautela per quanto riguarda la preservazione digitale delle fonti – sempre su Internet Archive di questa pagina Word con copiaincollati i video ed anche gli URL di Internet Archive che si sono generati con i caricamenti)  non sono stati realizzati perché dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico si sia  d’accordo sulle tesi “complottiste” di Judy Mikovits in merito alla creazione in laboratorio del coronavirus ma perché pur essendo con essa in disaccordo, si è ancora più in disaccordo con la censura  che, come nel caso della Mikovits, viene messa in atto contro tesi eterodosse, una censura che ci consente di affermare che effettivamente un grande complotto esiste, quella contro la libertà di pensiero nelle c.d. democrazie liberali e rappresentative e quindi nulla di meglio per stringere  erga omnes  bavagli che cominciare da chi, anche non possedendo solidi criteri di realismo dialettico e politico, osa andare contro il pensiero mainstream che vuole il nostro  essere un brave new world (ma non un coraggioso mondo nuovo ma il distopico Brave New World   di Aldous Huxley ottenuto, in questo caso specifico, ma già si vede la tendenza che si prepara per il futuro per le crisi prossime venture, attraverso una distopia alla Nineteen Eighty-Four di George Orwell o à la Fahrenheit 451 di Ray Bradbury). E sotto questo punto di vista, un congelamento digitale di fonti in piattaforme, si spera, non completamente asservite, rappresenta un atto di ostilità cultural-politica e quindi di guerra contro il Gran Sacerdote dei Grandi Antichi, Il gran sognatore, il dormiente di R’lyeh, il cosmico,  il talassico, il ctonio, lo smisurato, il  gelatinoso e tentacolare ben peggiore del coronavirus perché suscitatore delle  deliranti ed autodistruttive reazioni apparentemente contro questo agente patogeno ma, in realtà, contro il corpo e la psiche sociali ed individuali,  il sommo  e mitopoietico divo dell’antistrategicità e della follia e del terrore eterodiretti che risponde al nome di  Cthulhu morbus e che  simbolico e deforme parente, per parte di terra, di Behemoth e, per parte di mare,  del Leviatano  di Thomas Hobbes, ma anche della balena Moby Dick di Herman Melville e della Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo,  ammorba, ma anche ne evidenzia la loro vera  e più profonda entelechia, le attuali “democrazie” “liberali” e “rappresentative” (e perciò di concreto e prassistico attivo e produttivo riconoscimento dell’ Epifania Strategica, non solo il vero ed unico Katechon contro  questo mitopoietico,  mortifero  ma anche anfibio ed ambiguo mostro non solo per gli elementi, gli spazi uranici, talassici e ctoni e gli eoni  in cui soggiorna ma anche per l’ironia e la dissimulazione del Necronomicon di Abdul Alhazred necessari per infondergli vita, ma essa sì sola e somma fonte mitopoietica di tutta la totalità olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale da cui tutto si genera e tutto continuamente, nonostante gli smarrimenti del terrore e della follia, ritorna … ).»: da Massimo Morigi, (In)oltre Pandemic: Epifania Strategica vs Cthulhu morbus. Materiali di studio per il Repubblicanesimo Geopolitico scaricati dal Web e da YouTube su Judy Mikovits, Max Bonelli (intervistato sul Covid-19 da Giuseppe Germinario sul blog di geopolitica “L’ Italia e il Mondo”),  le teorie complottiste  sul Coronavirus ma in realtà solo non allineate rispetto al pensiero mainstream liberal-democraticistico e sul reale complotto che prendendo come pretesto una corretta informazione sulla presente pandemia vuole  tappare la bocca a tutte le voci dissenzienti sul brave  new    world     delle    c.d.    democrazie    liberali    e    rappresentative, p. 4, scaricabile agli URL https://archive.org/details/inoltre-pandemic-epifania-strategica-vs-cthulhu-morbus-massimo-morigi-judy-mikov_202005     e     https://archive.org/details/inoltre-pandemic-epifania-strategica-vs-cthulhu-morbus-massimo-morigi-judy-mikov, caricato su Internet Archive in data 30 maggio 2020; inoltre la versione PDF del documento, dal titolo leggermente modificato, (In)oltre Pandemic file PDF: Epifania Strategica vs Cthulhu morbus, etc.,   è consultabile e  scaricabile  presso                 https://archive.org/details/inoltre-pandemic-file-pdf-epifania-strategica-vs-cthulhu-morbus-massimo-morigi-j_202005/mode/2up e https://ia801403.us.archive.org/11/items/inoltre-pandemic-file-pdf-epifania-strategica-vs-cthulhu-morbus-massimo-morigi-j_202005/%28In%29oltre%20Pandemic%20file%20PDF%20%20Epifania%20Strategica%20vs%20Cthulhu%20morbus%20Massimo%20Morigi%2C%20Judy%20Mikovits%2C%20Max%20Bonelli%2C%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20neomarxismo%20neo%20marxism.pdf.  Anche se in due formati differenti (il documento formato PDF non contiene copiaincollati sul suo foglio i file mp4 dei video già direttamente disponibili sul foglio Word risultando così molto più leggero e di rapida consultazione), entrambi i documenti contengono, oltre gli URL della videointervista  di Giuseppe Germinario a Max Bonelli per l’ “Italia e il Mondo”  e relativi nostri caricamenti della  stessa su Internet Archive (che ad ogni modo forniamo anche qui:  accesso diretto alla  videointervista di Giuseppe Germinario a Max Bonelli Crisi pandemica e modello svedese. Una conversazione con Max Bonelli, pubblicata sul blog in data 10 maggio 2020: http://italiaeilmondo.com/2020/05/10/crisi-pandemica-e-modello-svedese-una-conversazione-con-max-bonelli/, il suo  caricamento ad opera sempre  dell’ “Italia e il Mondo” su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=Ik6kPIdJC1Y&feature=emb_logo e i  nostri autonomi caricamenti su Internet Archive: https://archive.org/details/y-2mate.com-crisi-del-coronavirus.-il-modello-svedese-tra-realta-e-rappresentazi                                                       e                                                                                                                                                                                                                       https://ia801401.us.archive.org/9/items/y-2mate.com-crisi-del-coronavirus.-il-modello-svedese-tra-realta-e-rappresentazi/y2mate.com%20-%20Crisi%20del%20coronavirus.%20Il%20modello%20svedese%20tra%20realt%C3%A0%20e%20rappresentazione%20e%20non%20solo.%20Con%20Max%20Bonelli_Ik6kPIdJC1Y_360p.mp4), anche l’URL  della videointervista  dell’intervista a Judy Mikovits rimossa da YouTube, da  noi recuperata  da altra piattaforma e poi ricaricata su Internet Archive, per la quale omettiamo la citazione bibliografica internettiana rinviando  per questi nostri ricaricamenti del documento su Internet Archive  a   (In)oltre Pandemic: Epifania Strategica vs Cthulhu morbus o a (In)oltre Pandemic file PDF  ma a questo punto non potendo glissare su  (In)oltre Pandemic: Epifania Strategica vs Cthulhu morbus e  (In)oltre Pandemic file PDF né su una giustificazione della loro pressoché uguale  titolazione né del loro comune brano qui inizialmente citato. Sulla veramente interessante e stimolante videointervista di Giuseppe Germinario a Max Bonelli e alla mia personale quasi totale compatibilità fra le sue opinioni  in quella sede espresse e le mie non c’è nulla da aggiungere e da togliere rispetto a quanto già detto nella citazione, se non per ribadire che per quanto  le tesi della Mikovits  e sposate da Bonelli sull’origine laboratoristica e statunitense del coronavirus siano assai discutibili, definirle complottiste non fa altro che definire la ristrettezza mentale  di chi in questo caso, come in altri casi, usa questa terminologia veramente degna di una intelligenza informata ad una visione del mondo umano modello fairy tales (e qui ci fermiamo per non scendere al turpiloquio e alle ingiurie…), e che per esprimere la nostra gratitudine a Bonelli, oltre a queste parole e al già riferito caricamento della sua intervista su Internet Archive, qui immediatamente di seguito forniamo anche, tramite la Wayback Machine, i congelamenti di tutti i suo interventi apparsi sull’ “Italia e il Mondo” sin dalla nascita del blog: http://web.archive.org/web/20200603065849/http://italiaeilmondo.com/?s=max+bonelli e http://web.archive.org/web/20200610060846/http://italiaeilmondo.com/page/2/?s=max+bonelli. Invece, sul titolo del documento caricato su Internet Archive prendente a prestito il mostro lovecraftiano per antonomasia   e sulla parte finale della citazione da questo documento, dove sempre questo mostro trova, in termini di aggettivazioni e definizioni,  abbondante,  rigogliosa e barocca ospitalità è pur necessario spendere qualche parola. È ovvio, su tutta la questione del coronavirus, nonostante la tragicità della vicenda sia dal punto di vista strettamente medico che da quello delle improvvide decisioni politiche prese per contenerlo (ultima notizia sulla follia da paura da coronavirus sulla quale poi s’inserisce il solito pescecanismo di guerra:  vedi il caso del governo italiano e di Francia, Germania e Olanda che hanno stanziato 750 milioni di euro per produrre un vaccino, quello in corso di sperimentazione  dalla AstraZeneca e sponsorizzato dal noto “filantropo” Bill Gates, per il quale la stessa AstraZeneca afferma che, allo stato,  non c’è alcuna prova sulla sua efficacia, e, comunque, sulle quali decisioni politiche e sulla quale follia ci siamo già ampiamente espressi sulle pagine di questo blog e per questo  nostro più approfondito commento  si   rinvia tramite il congelamento documentario della Wayback Machine, agli URL  http://web.archive.org/web/20200524061610/http://italiaeilmondo.com/?s=morigi e http://web.archive.org/web/20200616065116/https://italiaeilmondo.com/page/2/?s=morigi;  e il  secondo URL, pur rinviando ad articoli scritti prima della crisi del  coronavirus, permette coi documenti che attraverso questo URL  si possono consultare,  di mettere a fuoco il concetto di ‘colpo di extrastato’, che, specificamente, è la categoria politologica esprimente la crisi delle istituzioni italiane – ma non solo di quelle italiane, perché la c.d. democrazie rappresentative delle società occidentali sono anch’esse  “pregne” di ‘colpi di extrastato’– ma che, sul piano della critica  filosofico-politica che vuole dare chiara e consapevole epifania alla crisi antropologico-morale della società occidentale nata dall’Illuminismo e dal liberalismo, viene ora  rappresentata tramite il simbolo del ‘Cthulhu morbus’), pesa ormai, complice sia l’ossessiva stucchevolezza dei mezzi di informazione nel trattarlo sia, oggettivamente, l’inevitabile logoramento mediatico presso i passivi recettori di questi mass-media per una vicenda che dura da più di tre mesi,  un’inevitabile cappa di trito e ritrito e di tedio che ormai ha come intensità raggiunto e quasi superato l’iniziale paura e terrore sulla vicenda, e quindi l’uso, come nel caso del brano citato di una prosa  barocca e il tentativo di far nascere, prendendolo a prestito dalla mitologia di H. P. Lovecraft, una sorta di mito politico, anche se negativo, potrebbe anche inquadrarsi nell’ambito di un tentativo retorico-letterario per ravvivare un argomento che ha sinceramente “rotto”. Ma anche se la reazione alla noia indotta dalle “rotture”  e “controrotture”  mediatico-politiche non deve essere esclusa dalla genesi di questa ironica contro-retorica adversus il Cthulhu morbus, molto modestamente si segnala che, in pratica, non è mai esistito alcun discorso pubblico che abbia avuto ambizioni filosofico-politiche che non abbia impiegato figure mitologiche o per rendere più espressiva la sua comunicazione o, addirittura, per giustificare come prova provata le sue previsioni (come vedremo fra poco nelle narrazioni politiche filosoficamente più degradate, quelle cioè ruotanti attorno all’ideologia liberale, il mito assume la forma di una visione distorta e scioccamente immensamente ottimistica sulla realtà). In Machiavelli abbiamo il simbolo del Principe, in Antonio Gramsci, riallacciandosi direttamente a questo autore, il moderno Principe, cioè il costituendo partito comunista che attraverso la sua prassi filosofico-politica sconvolge tutti rapporti sociali mettendo in diretta e rivoluzionaria comunicazione gli strati più bassi della società con le avanguardie intellettuali, in Sorel il mito dello sciopero generale, per non parlare di Karl Marx che molto ingenuamente aveva elaborato il mito di una classe operaia come classe Cristo che, in quanto depositaria e vittima di tutte le contraddizioni della società capitalistica, proprio come Cristo dotato di natura divina ma anche umana e quindi di tutte le sofferenze e contraddizioni dell’uomo e  per questa sua doppia natura in grado di sollevare l’uomo dal peccato e dalla morte, avrebbe salvato l’umanità dalle grinfie del capitalismo facendolo approdare al socialismo prima e al comunismo poi. Hobbes per rendere espressivamente la sua idea di uno Stato in grado, attraverso l’irreversibilità del patto degli uomini che gli avevano dato vita, di garantire ed imporre la pace e l’ordine, prese a prestito la mitica e potentissima figura biblica del Leviatano dal Libro di Giobbe e dal Libro di Isaia ma per questa scelta mal gliene incolse, come magistralmente è sottolineato in Carl Schmitt, Der Leviathan in der Staatslehre des Thomas Hobbes: Sinn und Fehlschlag eines politischen Symbols, Hamburg,  Hanseatische Verlagsanstalt, 1938  (trad. it. Id, Il Leviatano nella dottrina dello Stato di Thomas Hobbes. Senso e fallimento di un simbolo politico, in Carlo Galli (a cura di), Carl Schmitt, Scritti su Thomas Hobbes, Milano, Giuffrè, 1986. Reperita presso Academia.edu  una versione in inglese di questo saggio di Schmitt, Carl Schmitt, The Leviathan in the State Theory of Thomas Hobbes. Meaning and Failure of a Political Symnbol (Foreword and Introduction by George Schwab,  Translated by George Schwab and Erna Hilfstein), Westport (CT),  London,  Greenwood Press, 1996, congelamento tramite Wayback Machine dell’URL e del  documento presente su questa piattaforma che trascriviamo in dimensione 4 perché eccessivamente lungo:http://web.archive.org/web/20200506221054/https://s3.amazonaws.com/academia.edu.documents/52250781/The_Leviathan_in_the_State_-_Theory_of_Thomas_Hobbes_-_Meaning_and_Failure_of_a_Political_Symbol.pdf?response-content-disposition=inline%3B+filename%3DTHE_LEVIATHAN_IN_THE_STATE_THEORY_OF_THO.pdf&X-Amz-Algorithm=AWS4-HMAC-SHA256&X-Amz-Credential=ASIATUSBJ6BAFIOKIN3I%2F20200506%2Fus-east-1%2Fs3%2Faws4_request&X-Amz-Date=20200506T220936Z&X-Amz-Expires=3600&X-Amz-SignedHeaders=host&X-Amz-Security-Token=IQoJb3JpZ2luX2VjEHYaCXVzLWVhc3QtMSJHMEUCIFHwFwHWX2OLx%2Bix4imUsREZ39bq0c1imLxmT3rwamkoAiEA7Jar3%2BhckDEKrTP3DfWYeybFwb6yTy6w7R6h%2F%2BHLLVoqvQMIr%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FARAAGgwyNTAzMTg4MTEyMDAiDDOxExNSCMoL2i3nmyqRA6f8tEK8OdqjNB1p8FDKrRulTFUL1fuTrWDPhEJW5apjyDcCO1jyBtBW8UC%2BKX87129cgV8JDJRFJsahmSgNS9SsYhBlGvCXxZS0d7vqVx9iF32udZ%2F43HomSq43WKYl1MYmkqNlLOAUbp0iqqGmOKQ7VeWGLczg0MKHyM5o0DevjuQ8QnFoI7tLhvv7lXCstat2AWcw7meXSxMcZ6SjJO%2FvaiKCxYtcDHBxP7C9hladHJfktNXgwcBnIn%2F0WF%2BrUumI6D0p5MwZGCtWB2vAAXLZY4mIuCe2HoQZNM96hgaYUN2bOF9l5hjYfAsaoJxFk%2FQzckmwlfL3OOnAGoSFmoh8b%2BIWC8HyUp2XOnS44OQcXHzpEkWho5QLew69WqGkTa0ux8kGzpAGN%2BqMdRwnut9aMbGSJpDaRCGch8fZU4SLmZ6Vb4MDCXDkmT0ti8F9Y9LQJKmKnljhT%2BHXZb2rfu6oSFh6VPKU7gMxs3qycDFGbldukwE4ZhmQb9OX8se9p%2B6G2D2asffP%2FnPIQrMFY%2FVtMOzjzPUFOusBz8U04MDeWLarTuFXSuR%2F9S1dkIdF9PlqmTh6Ls9Nh25H%2B3c7cHJ2D75ytemXzdV49W1A9iG%2FWXFkMboiUdOFnjsGRHMRJHGIOHl%2BaWTVkc2TcuziL%2FNMSOfsgN4%2Bm8cHIaVfV5hUTBUNJvhyyKKz7NEBd%2B0mu6fxx1JS3r4T%2Fwfa3B0l4f0gOVQ0cvkRvZJ7BzJtBTEb7oKYZDpU9VjUM%2BUw5hjtnL14Jj%2FafEPyNrNNK4OUAckiBH%2BDMBhw78oTli%2FE17OaC9nNyGo6h0KhrTghwqGTRKOZJf2BWFFUKz0qCbPZ2uG2dYRpAQ%3D%3D&X-Amz-Signature=92b81cd7522fce795f1ba267bae85c8a5279ba60f93ff607314a5a1c13217b42, e ricaricamento del  documento su Internet Archive, generando  gli URL https://archive.org/details/the-leviathan-in-the-state-theory-of-tho/mode/2up                              e https://ia801403.us.archive.org/32/items/the-leviathan-in-the-state-theory-of-tho/THE_LEVIATHAN_IN_THE_STATE_THEORY_OF_THO.pdf, e alle eventuali osservazioni sulla bizzarria della dimensione 4 per  la trascrizione bibliografica internettiana relativa alla Wayback Machine, oltre a fornire un’ulteriore bizzarria bibliografica internettiana consistente nella trascrizione  del  congelamento tramite Wayback Machine della riduzione del lungo URL operata tramite Urly,  una piattaforma a questi accorciamenti deputata, https://web.archive.org/web/20200613064335/https:/urly.it/36x2b, e oltre  alla già data giustificazione basata sulla  lunghezza dell’  URL, si aggiunge anche un  ‘senza commenti’ sul fatto che il dantesco   “bel paese dove il sì suona” sia quasi un deserto per quanto riguarda la presenza in Rete di  traduzioni o edizioni in lingua originale delle più importanti opere di filosofia politica, e un vuoto quasi pneumatico che non riguarda solo la filosofia politica…), dove il giuspubblicista di Plettenberg ben sottolinea il fraintendimento del simbolo biblico del Leviatano così come immaginato da Hobbes, che presso  i contemporanei e i posteri di questo padre della filosofia politica moderna venne inteso come la rappresentazione stessa del male e di uno Stato spietato che riconosceva solo la sua legge ed ignorava la morale mentre per Hobbes altro non era che il segnale della direzione che si doveva intraprendere dopo le guerre di religione per passare dal bellum omnium contra omnes dello stato di natura caratterizzato dall’antropologia dell’homo homini lupus all’homo homini dei, una condizione di pace che seppur generata dal monopolio della forza del Leviatano, denotava del tutto positivamente questa figura, ed infatti nel frontespizio della prima edizione del Leviatano di Hobbes – titolo originale: Leviathan or The Matter, Forme and Power of a Common-Wealth Ecclesiastical and Civil – questo mostro biblico, non chiaramente descritto nel Vecchio Testamento  come un  non ben definito mostro marino, era disegnato, cercando di mutarne radicalmente la rappresentazione e di dotarlo di un significato del tutto positivo,  come un’enorme corpo umano composto  da tanti piccoli uomini – evidentemente a simbolizzare il patto di tutti i contraenti che lo avevano creato –,  brandente con una mano una spada e con l’altra il pastorale – quindi il segno che con quel corpo immenso ed artificiale  si erano estinte e le guerre di religione e il conflitto fra Stato e potere ecclesiastico – ma con il volto severo ma anche energico di un giovane uomo che, tutt’altro che un mostro ma figura alla fine salvifica per il vivere civile, garantiva la pace proprio in virtù della sua soverchiante forza – e, ovviamente anche del terrore provato da tutti coloro che pensano di sfidarla – conferitagli dal patto degli uomini che, associandosi, lo avevano creato. «This is, says Hobbes, the coming into being of that great leviathan. or, he adds, “to speake more reverently,”  of the deus mortalis, of the mortal god, who, because of the fright (terror) that this power evokes, imposes peace on everyone.» (Carl Schmitt, The Leviathan in the State Theory of Thomas Hobbes, cit., p. 19).  Ma dai contemporanei di Hobbes e poi da coloro che vennero dopo fino ad oggi questo Dio mortale ha sempre assunto una connotazione totalmente negativa e piuttosto che un Dio – magari al quale offrire non solo sottomissione ma anche da proteggere in ragione della sua natura mortale derivante, in ultima istanza, da un patto umano che lo rendeva sì pressoché invincibile ma anche sottoposto alla finitudine di tutte le cose umane: deus mortalis, così lo definisce Hobbes nel Leviatano –, venne considerato non solo un demone   ma anche denotante la malvagità di tutta la costruzione politica di Hobbes, mentre per Schmitt era semplicemente un simbolo sbagliato di una visione politica verso cui il grande giuspubblicista di Plettenberg provava grande simpatia. Non è questa la sede per diffonderci, lo abbiamo fatto più volte in altre sedi, sulla incompatibilità del modello conflittuale hobbessiano con quello del Repubblicanesimo Geopolitico e con quello, in ultima istanza, di Niccolò Machiavelli, per il quale, per farla breve, la conflittualità non era da eliminare dalla società ma doveva essere il materiale attraverso il quale costruirla e tantomeno questa è la sede per ritornare sul decisionismo timido di Schmitt e sull’iperdecisionismo del Repubblicanesimo Geopolitico che trae la sua linfa vitale dall’ iperdecisionismo di Walter Benjamin e dalla migliore filosofia della prassi del marxismo occidentale (Gramsci, Korsch ma anche, seppur il più grande filosofo del Novecento, il fascistissimo nonché profondamente ingenuo sulla reale natura del fascismo Giovanni Gentile ed il suo attualismo), decisionismo timido di Schmitt che, facciamo notare solo di sfuggita, era potentemente influenzato dalla mitica figura paolina del Katechon, cioè del frenatore del degrado della rivoluzione, mentre anche il Repubblicanesimo Geopolitico e il suo iperdecisionismo  hanno anch’essi un mito, ma questi non è un frenatore ma, il suo contrario, un acceleratore, e cioè l’Epifania strategica, quello che qui si è voluto sottolineare è che le grandi narrazioni filosofico-politiche (e poi, naturalmente, la loro immediata traduzione nella più grezza ideologia) hanno sempre alla loro base un mito che, per quanto possa essere più o meno giustamente giudicato da coloro verso i quali è stato rappresentato in maniera più o meno distorta o più o meno negativa, sempre si basa su un’iniziale visione realistica e dialettica della realtà (che poi Hobbes come Carl Schmitt dicano ad un certo punto  «fermate il mondo… voglio scendere» questo è un altro paio di maniche, o meglio, questa segna i limiti del loro  timido realismo e della loro repressa dialettica). Ma a questo punto è giunto il momento di passare dai miti “forti” intrisi di realismo ai miti “deboli” (ovviamente così li definiamo non perché non riscuotano un forte assenso presso le masse ma perché fondati su una del tutto mancante visione realistica della realtà e da una totale ottusità dialettica), e nella modernità occidentale, che poi in breve tempo, ha ricoperto e quasi sommerso tutto il resto dell’ecumene, il principale contenitore e propalatore di “miti deboli” è stato ed è il liberalismo (l’altro grande agente mitopoietico è stato il marxismo ma questo, dal punto di vista filosofico, partendo da una base hegeliana, è filosoficamente meno debole per quanto sociologicamente e storicamente si sia dimostrato del tutto soccombente rispetto alla capacità mitopoietica del liberalismo). Sull’ingenuità della Weltanschauung smithiana poggiante sulla libera concorrenzialità dei mercati e sull’individualismo metodologico non è necessario spendere ulteriori parole, mentre qualcosa è pur necessario dire sulle radici cultural-religiose di questa visione del mondo, che, in estrema sintesi, altro non è, come del resto lo è sul piano più strettamente culturale l’Illuminismo, la traduzione e secolarizzazione delle promesse di vita buona e serena garantite dalle pratiche cultuali cristiane. Certo nel cristianesimo questa vita buona e serena sarebbe stata inconcepibile senza l’immortalità dell’anima, mentre, almeno nella sua parte più espressamente politica, il liberalismo si è sempre limitato a promettere un progresso ad infinitum della prosperità e della concordia umane, insomma, non a promettere un Paradiso celeste ma una sorta di giardino dell’Eden secolarizzato ma, solo se si gratti un po’ la crosta di questa ideologia credulona – e solo se si gratti un po’ la crosta della psicologia delle persone, quasi tutti, fedeli compresi nell’immortalità cristiana, che di questa ideologia sono permeati –, ben si vede che, sebbene privata nella credenza di un Dio ultraterreno, l’animatore di questa mentalità è sempre la Weltanschauung cristiana di un futuro mondo migliore dove tutte le contraddizioni saranno risolte e quindi il male, non solo quello sociale ma anche quello soggettivo, sarà definitivamente vinto. Ma sebbene secolarizzato dal liberalismo e dall’illuminismo (la matrice cristiana dell’Illuminismo è, nonostante il durissimo anticlericalismo materialismo e/o deismo dei suoi esponenti, del tutto evidente nella ideologia-mitologia dei diritti dell’uomo, che sarebbe del tutto inconcepibile senza la credenza cristiana che tutti gli uomini sono fratelli perché sono stati creati dall’unico e stesso Dio), questa tradizione cristiana non si  limita a prendere le nuove forme alle quali abbiamo appena accennato, ma permane  come desiderio  di immortalità in  coloro che abitano anche il nuovo mondo culturale e politico del liberalismo, e per di più, visto che il liberalismo su questo punto nulla dice, come una sorta di sempre più dolorosa ed inappagata speranza visto il tramonto del Dio personale unico e creatore che questa immortalità garantiva. Insomma il brave new world illuminista-liberale nasce anche come trascendenza senza trascendenza. Ovviamente questa nuova Stimmung liberal-cristiana secolarizzata ma pure oscuramente ancora desiderosa della vecchia trascendenza, rispetto al vecchio mondo dove regnava una integrale trascendenza, ha ingenerato nella mentalità popolare la fiducia e richiesta fideistica di protezione in nuove figure umane di riferimento e se prima i punti di riferimento pratici ed ideologici  erano il santo, il prete, il  guerriero (possibilmente combattente per la fede) per finire col re e col Papa, ora queste figure sono state sostituite da coloro che in questo mondo secolarizzato si suppone sappiano meglio muoversi per potere garantire le promesse così a piene mani garantite dal brave new world  liberale e secolarizzato, sono cioè state sostituite dall’imprenditore, dall’economista e last but not the least, dal medico e dalla sua arte medica. Sull’imprenditore e sull’economista, cioè sulla caduta presso la pubblica opinione della loro popolarità, il primo per la sua evidente rapacità ed immoralità e il secondo per la sua idiota supponenza, si  può benissimo, viste le vicende di questi due primi decenni del XXI secolo, benissimo sorvolare. Ma un discorso particolare deve essere fatto per il medico e per la sua arte medica, cosa che, come si sarà capito, ha molto a che fare con la faccenda del coronavirus e del mito negativo, ma finanche anche ironico, del ben più tremendo Cthulhu morbus. Sebbene come esegesi e/o propaganda del pensiero illuministico e/o liberale o protoliberale, l’attuale tradizione del commentario liberal-democraticistico (cioè gli attuali intellettuali, dopo la caduta del muro di Berlino tutti spiaccicati come da un rullo compressore sulla linea che questo è l’unico mondo possibile, cui fanno da degni compari tutti i maggiori mezzi di informazione ancora più tristi, venduti e pedanti sulla stessa linea)  non si degni di trasmetterci alcun autore su cui sviluppare il nostro tipo di riflessioni, noi abbiamo ritenuto non di indegno significato recuperare due autori del momento in cui veniva   segnato il trionfo della trascendenza senza trascendenza del mondo illuminista e liberale sulla vecchia trascendenza ultraterrena del cristianesimo. Scriveva William Goldwin nel suo An Enquiry concerning Political Justice and its Influence on Morals and Happiness: «Let us here return to the sublime conjecture of Franklin, that “mind will one day become omnipotent over matter3.” [Nota n° 3 del Libro VIII, Of Property, Capitolo 7, Of the Objection to this System from the Principle of Population,  di An Enquiry concerning Political Justice: «I have no other authority to quote for this expression than the conversation of Dr Price. Upon enquiry I am happy to find it confirmed to me by Mr William Morgan, the nephew of Dr Price, who recollects to have heard it repeatedly mentioned by his uncle.»] If over all other matter, why not over the matter of our own bodies? If over matter at ever so great a distance, why not over matter which, however ignorant we may be of the tie that connects it with the thinking principle, we. always carry about with us, and which is in all cases the medium of communication between that principle and the external universe? In a word, why may not man one day be immortal? [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] {863} The different cases in which thought modifies the external universe are obvious to all. It is modified by our voluntary thoughts or design. We desire to stretch out our hand, and it is stretched out. We perform a thousand operations of the same species every day, and their familiarity annihilates the wonder. They are not in themselves less wonderful than any of those modifications which we are least accustomed to conceive. — Mind modifies body involuntarily. Emotion excited by some unexpected word, by a letter that is delivered to us, occasions the most extraordinary revolutions in our frame, accelerates the circulation, causes the heart to palpitate, the tongue to refuse its office, and has been known to occasion death by extreme anguish or extreme joy. These symptoms we may either encourage or check. By encouraging them habits are produced of fainting or of rage. To discourage them is one of the principal offices of fortitude. The effort of mind in resisting pain in the stories of Cranmer and Mucius Scævola is of the same kind. It is reasonable to believe that that effort with a different direction might have cured certain diseases of the system. There is nothing indeed of which physicians themselves are more frequently aware, than of the power of the mind in assisting or retarding convalescence. Why is it that a mature man soon loses that elasticity of limb, which characterises the heedless gaiety of youth? Because he desists from youthful habits. He assumes an air of dignity incompatible with the lightness of childish sallies. He is visited and vexed with all the cares that rise out of our mistaken institutions, {864} and his heart is no longer satisfied and gay. Hence his limbs become stiff and unwieldy. This is the forerunner of old age and death. The first habit favourable to corporeal vigour is chearfulness. Every time that our mind becomes morbid, vacant and melancholy, a certain period is cut off from the length of our lives. Listlessness of thought is the brother of death. But chearfulness gives new life to our frame and circulation to our juices. Nothing can long be stagnant in the frame of him, whose heart is tranquil and his imagination active. A second requisite in the case of which we treat is a clear and distinct conception. If I know precisely what I wish, it is easy for me to calm the throbs of pain, and to assist the sluggish operations of the system. It is not a knowledge of anatomy, but a quiet and steady attention to my symptoms, that will best enable me to correct the distemper from which they spring. Fainting is nothing else but a confusion of mind, in which the ideas appear to mix in painful disorder, and nothing is distinguished. The true source of chearfulness is benevolence. To a youthful mind, while every thing strikes with its novelty, the individual situation must be peculiarly unfortunate, if gaiety of thought be not produced, or, when interrupted, do not speedily return with its healing oblivion. But novelty is a fading charm, and perpetually decreases. Hence the approach of inanity and {865} listlessness. After we have made a certain round, life delights no more. A deathlike apathy invades us. Thus the aged are generally cold and indifferent; nothing interests their attention, or rouses the sluggishness of their soul. How should it be otherwise? The pursuits of mankind are commonly frigid and contemptible and the mistake comes at last to be detected. But virtue is a charm that never fades. The soul that perpetually overflows with kindness and sympathy, will always be chearful. The man who is perpetually busied in contemplations of public good, will always be active. The application of these reasonings is simple and irresistible. If mind be now in a great degree the ruler of the system, why should it be incapable of extending its empire? If our involuntary thoughts can derange or restore the animal economy, why should we not in the process of time, in this as in other instances, subject the thoughts which are at present involuntary to the government of design? If volition now can do something, why should it not go on to do still more and more? There is no principle of reason less liable to question than this, that, if we have in any respect a little power now, and if mind be essentially progressive, that power may, and, barring any extraordinary concussions of nature, infallibly will, extend beyond any bounds we are able to prescribe to it. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] Nothing can be more irrational and presumptuous than to {866} conclude, because a certain species of supposed power is entirely out of the line of our present observations, that it is therefore altogether beyond the limits of the human mind. We talk familiarly indeed of the limits of our faculties, but nothing is more difficult than to point them out. Mind, in a progressive view at least, is infinite. If it could have been told to the savage inhabitants of Europe in the times of Theseus and Achilles, that man was capable of predicting eclipses and weighing the air, of explaining the phenomena of nature so that no prodigies should remain, of measuring the distance and the size of the heavenly bodies, this would not have appeared to them less wonderful, than if we had told them of the possible discovery of the means of maintaining the human body in perpetual youth and vigour. But we have not only this analogy, showing that the discovery in question forms as it were a regular branch of the acquisitions that belong to an intellectual nature; but in addition to this we seem to have a glimpse of the specific manner in which the acquisition will be secured. Let us remark a little more distinctly the simplicity of the process. We have called the principle of immortality in man chearfulness, clearness of conception and benevolence. Perhaps we shall in some respects have a more accurate view of its potency, if we consider it as of the nature of attention. It is a very old maxim of practical conduct, that whatever is done with attention, is done well. It is because this was a principal requisite, that many persons {867} endowed in an eminent degree with chearfulness, perspicacity and benevolence, have perhaps not been longer lived than their neighbours. We are not capable at present of attending to every thing. A man who is engaged in the sublimest and most delightful exertions of mind, will perhaps be less attentive to his animal functions than his most ordinary neighbour, though he will frequently in a partial degree repair that neglect, by a more chearful and animated observation, when those exertions arc suspended. But, though the faculty of attention may at present have a very small share of ductility, it is probable that it may be improved in that respect to an inconceivable degree. The picture that was exhibited of the subtlety of mind in an earlier stage of this work4, gives to this supposition a certain degree of moral evidence. If we can have three hundred and twenty successive ideas in a second of time, why should it be supposed that we shall not hereafter arrive at the skill of carrying on a great number of contemporaneous processes without disorder? [Nota n° 4 del Libro VIII, Of Property, Capitolo 7, Of the Objection to this System from the Principle of Population,  di An Enquiry concerning Political Justice: «Book IV, Chap. VII, p. 330.»] Having thus given a view of what may be the future improvement of mind, it is proper that we should qualify this picture to the sanguine temper of some readers and the incredulity of others, by observing that this improvement, if capable of being realised, is however at a great distance. A very obvious remark will render this eminently palpable. If an unintermitted attention to the animal economy be necessary, then, before death can If an unintermitted attention to the animal economy be necessary, then, before death can be banished, {868} we must banish sleep, death’s image. Sleep is one of the most conspicuous infirmities of the human frame. It is not, as has often been supposed, a suspension of thought, but an irregular and distempered state of the faculty5. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione; nota n° 5 del Libro VIII, Of Property, Capitolo 7, Of the Objection to this System from the Principle of Population,  di An Enquiry concerning Political Justice: «Book IV, Chap. VII, p. 335.»] Our tired attention resigns the helm, ideas swim before us in wild confusion, and are attended with less and less distinctness, till at length they leave no traces in the memory. Whatever attention and volition are then imposed upon us, as it were at unawares, are but faint resemblances of our operations in the same kind when awake. Generally speaking, we contemplate sights of horror with little pain, and commit the most atrocious crimes with little sense of their true nature. The horror we sometimes attribute to our dreams, will frequently be found upon accurate observation to belong to our review of them when we wake. One other remark my be proper in this place. If the remedies here prescribed tend to a total extirpation of our nature, then, though we cannot promise to them an early and complete success, we may probably find them of some utility now. They may contribute to prolong our vigour, though not to immortalise it, and, which is of more consequence, to make us live while we live. Every time the mind is invaded with anguish and gloom, the frame becomes disordered. Every time that languor and indifference creep upon us. our functions fall into decay. In proportion as we cultivate fortitude and equanimity, {869} our circulations will be chearful. In proportion as we cultivate a kind and benevolent propensity, we may be secure of finding something for ever to interest and engage us. Medicine may reasonably be stated to consist of two branches, the animal and intellectual. The latter of these has been infinitely too much neglected. It cannot be employed to the purposes of a profession; or, where it has been incidentally so employed, it has been artificially and indirectly, not in an open and avowed manner. “Herein the patient must minister to himself6.” [Nota n° 6 del Libro VIII, Of Property, Capitolo 7, Of the Objection to this System from the Principle of Population,  di An Enquiry concerning Political Justice: «Macbeth, Act V.»] How often do we find a sudden piece of good news dissipating a distemper? How common is the remark, that those accidents, which are to the indolent a source of disease, are forgotten and extirpated in the busy and active? It would no doubt be of extreme moment to us, to be thoroughly acquainted with the power of motives, habit, and what is called resolution, in this respect. I walk twenty miles in an indolent and half determined temper, and am extremely fatigued. I walk twenty miles full of ardour and with a motive that engrosses my soul, and I come in as fresh and alert as when I began my journey. We are sick and we die, generally speaking, because we consent to suffer these accidents. This consent in the present state of mankind is in some degree unavoidable. We must have stronger motives and clearer views, before we can uniformly refuse it. But, though we cannot always, we may frequently refuse. This is a truth of which all mankind are {870} to a certain degree aware. Nothing more common than for the most ignorant man to call upon his sick neighbour, to rouse himself, not to suffer himself to be conquered; and this exhortation is always accompanied with some consciousness of the efficacy of resolution. The wise and the good man therefore should carry with him the recollection of what chearfulness and a determined spirit are able to do, of the capacity with which he is endowed of expelling the seeds and first slight appearances of indisposition. The principal part of the preceding paragraph is nothing more than a particular application of what was elsewhere delivered respecting moral and physical causes7. [Nota n° 7 del Libro VIII, Of Property, Capitolo 7, Of the Objection to this System from the Principle of Population,  di An Enquiry concerning Political Justice: «Book I, Chap. VII, Part I.»] It would have been easy to have cast the present chapter in a different form, and to have made it a chapter upon health, showing that one of the advantages of a better state of society would be a very high improvement in the vigour and animal constitution of man. In that case the conjecture of immortality would only have come in as an incidental remark, and the whole would have assumed less the air of conjecture than of close and argumentative deduction. But it was perhaps better to give the subject the most explicit form, at the risk of a certain degree of prejudice. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] To apply these remarks to the subject of population. The tendency of a cultivated and virtuous mind is to render us indifferent to the gratifications of sense. They please at present {871} by their novelty, that is, because we know not how to estimate them. They decay in the decline of life indirectly because the system refuses them, but directly and principally because they no longer excite the ardour and passion of mind. It is well known that an inflamed imagination is capable of doubling and tripling the seminal secretions. The gratifications of sense please at present by their imposture. We soon learn to despise the mere animal function, which, apart from the delusions of intellect, would be nearly the same in all cases; and to value it, only as it happens to be relieved by personal charms or mental excellence. We absurdly imagine that no better road can be found to the sympathy and intercourse of minds. But a very slight degree of attention might convince us that this is a false road, full of danger and deception. Why should I esteem another, or by another be esteemed? For this reason only, because esteem is due, and only so far as it is due. The men therefore who exist when the earth shall refuse itself to a more extended population, will cease to propagate, for they will no longer have any motive, either of error or duty, to induce them. In addition to this they will perhaps be immortal. The whole will be a people of men, and not of children. Generation will not succeed generation, nor truth have in a certain degree to recommence her career at the end of every thirty years. There will be no war, no crimes, no administration of justice as it is called, and no government. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] These {872} latter articles are at no great distance; and it is not impossible that some of the present race of men may live to see them in part accomplished. But beside this there will be no disease, no anguish, no melancholy and no resentment. Every man will seek with ineffable ardour the good of all. Mind will be active and eager, yet never disappointed. Men will see the progressive advancement of virtue and good, and feel that, if things occasionally happen contrary to their hopes, the miscarriage itself was a necessary part of that progress. They will know, that they are members of the chain, that each has his several utility, and they will need not feel indifferent to that utility. They will be eager to enquire into the good that already exists, the means by which it was produced, and the greater good that is yet in store. They will never want motives for exertion, for that benefit which a man thoroughly understands and earnestly loves, he cannot refrain from endeavouring to promote. Before we dismiss this subject it is proper once again to remind the reader, that the leading doctrine of this chapter is given only as matter of probable conjecture, and that the grand argument of this division of the work is altogether independent of its truth or falshood. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione]» : William Goldwin, An Enquiry concerning Political Justice and its Influence on Morals and Happiness (Libro VIII, Of Property, Capitolo 7, Of the Objection to this System from the Principle of Population), London, 1793 (citato da http://knarf.english.upenn.edu/Godwin/pj87.html, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200603202926/http://knarf.english.upenn.edu/Godwin/pj87.html; la pagina Web dell’ Università della  Pennsylvania che introduce a tutti i capitoli di An Enquiry concerning Political Justice scaricabili dal sito dell’Università è http://knarf.english.upenn.edu/Godwin/pjtp.html, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200603204534/http://knarf.english.upenn.edu/Godwin/pjtp.html). Gli faceva eco  Condorcet nel suo Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain: «Nous en avons exposé les preuves qui, dans l’ouvrage même, recevront par leur développement, une force plus grande; nous pourrions donc conclure déjà, que la perfectibilité de l’homme est indéfinie; et cependant, jusqu’ici, nous ne lui avons supposé que les mêmes facultés naturelles, la même organisation. Quelles seraient donc la certitude, l’étendue de ses espérances, si l’on pouvait croire que ces facultés naturelles elles-mêmes, cette organisation, sont aussi susceptibles de s’améliorer? et c’est la dernière question qu’il nous reste à examiner. La perfectibilité ou la dégénération organiques des races dans les végétaux, dans les animaux, peut être regardée comme une des lois générales de la nature. Cette loi s’étend à l’espèce humaine, et personne ne doutera sans doute, que les progrès dans la médecine conservatrice, l’usage d’aliments et de logements plus sains, une manière de vivre qui développerait les forces par l’exercice, sans les détruire par des excès; qu’enfin, la destruction des deux causes les plus actives de dégradation, la misère et la trop grande richesse, ne doivent prolonger, pour les hommes, la durée de la vie commune, leur assurer une santé plus constante, une constitution plus robuste. On sent que les progrès de la médecine préservatrice, devenus plus efficaces par ceux de la raison et de l’ordre social, doivent faire disparaître à la longue les maladies transmissibles ou contagieuses, et ces maladies générales qui doivent leur origine aux climats, aux aliments, à la nature des travaux. Il ne serait pas difficile de prouver que cette espérance doit s’étendre à presque toutes les autres maladies, dont il est vraisemblable que l’on saura un jour reconnaître les causes éloignées. Serait-il absurde, maintenant, de supposer que ce perfectionnement de l’espèce humaine doit être regardé comme susceptible d’un progrès indéfini, qu’il doit arriver un temps où la mort ne serait plus que l’effet, ou d’accidents extraordinaires, ou de la destruction de plus en plus lente des forces vitales, et qu’enfin la durée de l’intervalle moyen entre la naissance et cette destruction n’a elle-même aucun terme assignable? Sans doute l’homme ne deviendra  pas immortel; mais la distance entre le moment où il commence à vivre et l’époque commune où naturellement, sans maladie, sans accident, il éprouve la difficulté d’être, ne peut-elle s’accroître sans cesse? Comme nous parlons ici d’un progrès susceptible d’être représenté avec précision par des quantités numériques ou par des lignes, c’est le moment où il convient de développer les deux sens dont le mot indéfini est susceptible. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] En effet, cette durée moyenne de la vie qui doit augmenter sans cesse, à mesure que nous enfonçons dans l’avenir, peut recevoir des accroissements, suivant une loi telle, qu’elle approche continuellement d’une étendue illimitée, sans pouvoir l’atteindre jamais; ou bien suivant une loi telle, que cette même durée puisse acquérir, dans l’immensité des siècles, une étendue plus grande qu’une quantité déterminée quelconque qui lui aurait été assignée pour limite. Dans ce dernier cas, les accroissements sont réellement indéfinis dans le sens le plus absolu, puisqu’il n’existe pas de borne, en deçà de laquelle ils doivent s’arrêter.»: Marie Jean Antoine Nicolas de Caritat, Marquis of Condorcet, Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain (ouvrage posthume de Condorcet), Paris, 1794-1795, pp. 384-387 (direttamente citato da http://www.anthropomada.com/bibliotheque/CONDORCET-Marquis-de-Jean-Antoine-Nicolas-de-Caritat.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200602083540/http://www.anthropomada.com/bibliotheque/CONDORCET-Marquis-de-Jean-Antoine-Nicolas-de-Caritat.pdf, ma per PDF del testo originale ed indicazione delle pagine della citazione vedi Internet Archive agli URL https://archive.org/details/esquisseduntabl00conggoog/mode/2up/search/condorcet   e                          https://ia800905.us.archive.org/27/items/esquisseduntabl00conggoog/esquisseduntabl00conggoog.pdf). O tramite poteri della mente in William Goldwin (il quale, in chiusura del capitolo VII citato sembra mettere all’improvviso le mani avanti sulla promessa di immortalità sottolineando che questa è solo un’ipotesi) o per i più generici aumentati poteri della medicina annunciati dall’ Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain di Condorcet, la via è quindi tracciata per il futuro (cioè, è tracciata la via per la grande illusione messianica che alberga in ognuno di noi a partire dall’Illuminismo): l’uomo in un futuro più o meno lontano non dovrà più temere l’avvento della lugubre sorella  falcemunita. E se molto ci sarebbe da dire, e soprattutto da ironizzare, su come questi vaticini, nonostante i grandissimi progressi della medicina e delle condizioni igieniche, siano stati totalmente smentiti (certamente si è verificato un buon aumento della vita media rispetto al XVIII secolo di Goldwin e Condorcet nei paesi occidentali che hanno potuto godere di una plurisecolare civiltà industriale o in quelli non occidentali in cui l’innesto della forma culturale nata con la rivoluzione industriale ha avuto successo  ma veramente un battito di ciglia di fronte all’eternità che era stata promessa), ed anche da ironizzare sui punti specifici di questi vaticini (in questo Goldwin è veramente imbattibile nella sua avversione verso il sonno visto come anticipatore della morte, e come ironico segno del nostro giudizio su questo punto ben volentieri rimandiamo all’opera omnia di Freud,  oppure, sempre in Goldwin, quando afferma che uno spirito gioioso, buono e sereno già solo di per sé è la ricetta per una vita lunga e che, quindi, l’intensificazione di questo stato psico-fisico è la ricetta per la futura immortalità), è sicuramente migliore strategia retorico-ironica  e quindi conoscitiva non incentrarsi su singoli aspetti ma focalizzarci sull’inizio della nuova epoca che questi due scritti aprono, una nuova epoca caratterizzata da una trascendenza non più trascendente e totalmente secolarizzata, dove tramite il dominio della tecnica  all’umanità viene assicurata un aumento all’infinito della prosperità e un aumento altrettanto infinito della vita (Condorcet, infatti, come si è visto, non parla di immortalità ma di un aumento della vita che, man mano che aumentano le conoscenze, si avvicina, ma solo asintoticamente, all’eternità). E, a parte il fatto che Goldwin indica come sistema per ottenere questa immortalità tecniche di  autocondizionamento mentale (e da questo punto di vista si potrebbe aprire un intero capitolo della nostra discussione su Goldwin come anticipatore, nel male ma anche nel bene, ovviamente, di tutta l’ideologia New Age), siamo quindi pienamente tornati dalle parti dei nostri eroi – per la verità oggi sempre più acciaccati, viste le crisi economiche ed epidemiologiche – della nostra modernità: il tecnico esperto dell’economia (che può essere un tecnico pro domo sua, cioè l’imprenditore, o il tecnico funzionario al servizio di una organizzazione privata e/o pubblica, il manager o l’economista) oppure il tecnico deputato al mantenimento della nostra salute e, nell’inconscio delle popolazioni cresciute nella presente civiltà figlia dell’Illuminismo e del liberalismo, anche in grado di garantire l’immortalità (e cioè il medico, ancor meglio il grande luminare e specialista e, nella presente crisi epidemiologica, il virologo e/o l’epidemiologo, dei quali  le grandi imprese di quest’ultimi sono oggi sotto gli occhi di tutti…). Giunti a questo punto, potremmo qui chiudere tutta la faccenda, affermando sarcasticamente senza  tanti altri ulteriori approfondimenti che da diretti discendenti,  come noi tutti siano, di cotanto poco senno come così meravigliosamente evidenziato da Goldwin e Condorcet, non ci si poteva aspettare nulla di meglio sia per quanto riguarda, come si è visto e come si vede, le crisi economiche che periodicamente squassano il mondo industrializzato – e non solo, vista la globalizzazione – sia per quanto riguarda le crisi sanitarie e o epidemiologiche. Ma siccome il nostro scopo non è quello di fare della facile polemica – anche se del tutto filosoficamente e politicamente fondata – ma la creazione di un simbolo politico, il Chutlhu morbus, che rappresenti questo stato di cose e che attraverso la sua manifesta ironia possa al tempo stesso fornirci le armi per combattere la realtà che rappresenta (possa cioè dare anima e corpo all’Epifania Strategica), vediamo ora come ai giorni nostri ha avuto un esplicito sviluppo culturale questa promessa di immortalità iniziata da Goldwin e Condorcet (uno sviluppo, cioè dal punto vista della produzione professionale della cultura destinata al consumo delle masse, cioè la fantascienza e i racconti fantastici,  mentre per quanto riguarda più specificamente la più o meno inconscia credenza popolare nell’immortalità di origine illuministico-liberale garantita dalla tecnica e sulle sue conseguenze abbiamo appena già detto).  E se, su un piano generale, possiamo allora dire che, sin dagli inizi,  tutta questo produzione culturale, oltre ad essere il segno evidente della crisi della vecchia trascendenza cristiana, è anche il segno della speranza di un riscatto a questa crisi in via tecnologica e/o fantastica (esistono, come fra poco vedremo, anche una fantascienza o un narrare fantastico profondamente pessimisti, ma la nascita del genere è prevalentemente sotto il segno della speranza e anche quando le potenze malefiche sembrano prevalere di solito l’ingegnosità dell’uomo o l’intervento di una natura che viene in soccorso dell’uomo, vera e propria secolarizzazione della vecchia Provvidenza, riesce a mettere le cose a posto: vedi la Guerra dei Mondi di H. G. Wells, dove i Tripodi  marziani muoiono a causa dei batteri terrestri), perché il genere divenisse – ancor più esplicitamente di come prima era avvenuto, vedi per esempio Ursula Kroeber Le Guin, autrice  sì di racconti fantascientifici di  critica dell’esistente ma senza alcuna concreta proposta di suo cambiamento, tranne ovviamente l’auspicare l’avvento di una nuova umanità mondata dal presente imperante egoismo – un’esplicita e diretta proposta politica e si unisse così al genere utopico di più vecchia tradizione bisognava aspettare la metà degli anni ’80 del secolo passato. Ci stiamo ovviamente riferendo a Donna Jeanne Haraway, Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, “Socialist Review”, N° 80, 1985, pp. 65-108 (una versione in italiano in Rete è consultabile all’URL https://monoskop.org/images/6/64/Haraway_Donna_1985_1995_Un_manifesto_per_Cyborg_scienza_tecnologia_e_femminismo_socialista_nel_tardo_ventesimo_secolo.pdf; Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190924210523/https://monoskop.org/images/6/64/Haraway_Donna_1985_1995_Un_manifesto_per_Cyborg_scienza_tecnologia_e_femminismo_socialista_nel_tardo_ventesimo_secolo.pdf/, mentre all’URL https://monoskop.org/images/f/f3/Haraway_Donna_J_Simians_Cyborgs_and_Women_The_Reinvention_of_Nature.pdf;  Wayback Machine:  http://web.archive.org/web/20191115081308/https://monoskop.org/images/f/f3/Haraway_Donna_J_Simians_Cyborgs_and_Women_The_Reinvention_of_Nature.pdf, si può scaricare l’originale testo in inglese). Nonostante il suo dichiarato ed esplicito femminismo,  col   Cyborg Manifesto, che le donerà rinomanza mondiale,  Donna Haraway si discostò violentemente dai rigidi dettami del femminismo, che volevano, o meglio pretendevano, una superiorità antropologica della donna rispetto all’uomo, per proporre, culturalmente influenzata dalla letteratura fantascientifica ma anche dalle possibilità tecnologiche che l’informatica e la robotica sembravano dischiudere in quegli anni, la costruzione di una nuova umanità attraverso il sempre più massiccio inserimento nel corpo umano di dispositivi informatico-robotici. La proposta quindi era quella, appunto, della costruzione del cyborg che avrebbe sostituito il vecchio uomo in carne ed ossa, ma si farebbe veramente un grande torto alla Haraway e al suo manifesto liquidando tutta la faccenda affermando che si trattava del parto di una sovreccitata fantasia, lesa dalla consuetudine dell’autrice con la letteratura fantascientifica, perché, come emerge chiaramente dalla lettera del Cyborg Manifesto, questo cyborg era soprattutto il simbolo di un’umanità che, sulla scorta delle tecnologie di cui si è sopra detto, doveva abbandonare le vecchie illusioni di un ritorno alla purezza originaria prima che fosse contaminata dalla tecnologia e della  altrettanto illusoria  separazione fra cultura umana e mondo naturale non umano (per non dire, poi, che sulla scorta di questo simbolo di antipurezza originaria e biotecnologico, bisognava proprio gettare nella trotskyana pattumiera della storia tutti i sogni suprematisti di superiorità della donna sull’uomo tipici del peggior femminismo). In Epigenetica, Teoria endosimbiotica, Sintesi evoluzionista moderna, Sintesi evoluzionistica estesa e fantasmagorie transumaniste, di imminente pubblicazione, viene discusso più ampiamente questo aspetto simbolico della figura del cyborg e, nonostante si rilevi che  questa figura simbolica è anche il segno della difficoltà di sviluppare una coerente dialettica olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale, proprio questo segnale di difficoltà è, al tempo stesso, l’inequivocabile indice di una sua ricerca e definizione. Ma, come sempre rilevato in Epigenetica, Teoria endosimbiotica, Sintesi evoluzionista moderna, Sintesi evoluzionistica estesa e fantasmagorie transumaniste, il punctum dolens è che dopo il Cyborg Manifesto, la Haraway non ha fatto un passo avanti verso l’elaborazione attraverso il suo simbolo – che per espressa ammissione della scrittrice era soprattutto simbolo ironico e quindi strumento euristico, e perciò retorico,  di nuova conoscenza –  di una accresciuta consapevolezza dialettica, ma ha fatto mille passi a ritroso, andando attingere ad un simbolo letterario di cui tutto si può tranne che sia espressione di una qualsiasi forma di benevolenza verso l’umanità, cyborghiana o naturale e sessualmente veterotestamentariamente polarizzata essa sia. Ma andiamo con ordine. Tre decenni dopo il Manifesto, Donna Haraway, forse perché disillusa dalle fallite aspettative simbolico-operative del suo cyborg o forse, molto più semplicemente, per rinverdire con qualcosa di ancora più estremo una fama letterario-filosofica bisognosa di nuova vigore, se ne esce con un nuovo saggio, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, Durham (N.C.), Duke University Press, 2016 (è possibile scaricare Donna Jeanne Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, Durham (N.C.), Duke University Press, 2016 presso https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf, congelamento del documento e dell’ URL presso la Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190930132847/https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf), saggio che segna il drastico  passaggio della Haraway dal mito del cyborg, anche se da costei inteso prevalentemente metaforicamente, al mito dell’endosimbionte, sempre prevalentemente una metafora ma una metafora, come vedremo, con un suo lato molto oscuro. Ora perché l’endosimbionte e il saggio che ne vuole creare la figura mitico-operativa rappresenta un grandissimo passo indietro rispetto al Cyborg Manifesto? Sul come questo nuovo simbolo si sviluppi in Staying with the Trouble accostato ad una densa semantica tanatofila  che va al di là delle intenzioni dell’autrice,  ne parleremo fra poco e, come vedremo, costituisce il vero convitato di pietra di tutta questa nuova operazione retorico-letteraria della Haraway. Sul piano invece di quello che l’utilizzo del simbolo dell’endosimbionte  implica in Haraway  sul piano di una nuova progettualità antropologica – anche se solo utopica nelle sue applicazioni estreme – che l’uomo dovrebbe intraprendere per superare le sue contraddizioni, nel saggio viene avanzato il progetto che nel corpo umano, anziché inserire un  numero sempre crescente di protesi informatico-bio-meccaniche come nel Cyborg Manifesto, deve essere inserito, allo scopo di rendere l’uomo più in simpatia, in diritto contatto e meno aggressivo verso la natura,  materiale genetico proveniente da altre specie animali e vegetali, e sempre allo scopo di un minor impatto delle comunità umane sempre sulla natura, l’uomo deve coscientemente dare inizio ad una vigorosa decrescita demografica (vedi la parte più espressamente narrativa del saggio, il capitolo VIII The Camille Stories. Children of Compost, dove cinque generazioni di ragazzine, tutte col nome di Camilla, per entrare in contatto simbiotico con una specie minacciata, le farfalle Monarca, generazione dopo generazione assumono sempre più materiale genetico e sembianze delle farfalle che devono proteggere, il tutto svolgendosi all’interno di una comunità animata dal proposito di un progressiva decrescita demografica). Oltre al tragico arretramento dialettico rispetto al Cyborg Manifesto  dove ora il concetto di natura-naturalità ritorna ad essere importante attraverso l’opposizione all’attività tecnico-tecnologica umana, si potrebbe a questo punto tangenzialmente notare non solo che le proposte di decrescita demografica hanno contrassegnato fin dall’inizio  l’Età dei Lumi  (e quindi che questa idea nasce in un ambito di tentativo di dominio tecnico-tecnologico sulla natura: vedi il caso Malthus, dove con visione pessimista, questa natura era la natura umana dedita alla lussuria e noncurante delle conseguenze economico-demografiche di questo vizio, oppure per rimanere all’interno del perimetro di questa comunicazione, vedi la nostra citazione di Goldwin, dove egli afferma che l’immortalità raggiunta tramite la tecnica mentale della serenità d’animo avrebbe reso superfluo la spinta a procreare per superare attraverso gli eredi la morte), un Illuminismo che con la sua smisurata fiducia nelle capacità dell’umanità  di interpretare senza compromessi il suo ruolo di Homo faber non deve mai essere stato troppo simpatico alla Haraway (si potrebbe dire che nel Cyborg manifesto siamo di fronte ad un Homo faber al quadrato, ma il cyborg è un postumano e, addirittura dall’incerta sessualità e certamente gli Illuministi, nonostante tutta la loro ingenua mentalità meccanicistica, non avrebbero approvato una nuova entità senziente non umana, mezzo uomo e mezzo dispositivo meccanico-macchinico,  e nemmeno sessualmente distinta), ma sia per comprendere meglio la Gestalt di Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene e sia per dar vita e al tempo stesso tempo combattere il mito ironico del Cthulhu morbus atteniamoci ad un’analisi dell’espressività retorico-letteraria del saggio. Iniziando dal titolo del capitolo VIII The Camille Stories. Children of Compost, nel quale le cinque generazioni di Camille vengono definite bambine del compost. Ora, in inglese la parola ‘compost’ è quasi sinonimo all’italiano letame, più precisamente indica «organic matter that has been decomposed in a process called composting. This process recycles various organic materials otherwise regarded as waste products and produces a soil conditioner (the compost)» (da https://en.wikipedia.org/wiki/Compost, Wayback Machine:  https://web.archive.org/web/20200612052442/https://en.wikipedia.org/wiki/Compost) e però, pur volendo tralasciare tutte le valenze negative del termine letame e pur volendo sottolineare tutta la semantica positiva che viene dall’etimologia della parola, «dal lat. composĭtus, […] part. pass. di componĕre «comporre»» (http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/compost/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200612052744/http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/compost/), e infatti anche in questo senso le Camille sono compost, cioè esseri compositi parte Homo sapiens e parte altra specie animale, non può assolutamente essere tralasciato l’elementare dato di fatto che tale parola, rimanda comunque ineluttabilmente al concetto di decomposizione. E tale concetto di decomposizione, e la ripetizione in numerosissimi luoghi del saggio della parola ‘compost’, è del resto centrale  in tutto il saggio della Haraway ma se si pensasse che questo ripetuto concetto di decomposizione segni nella Haraway un definitivo addio e dalle speranze di immortalità alla Condorcet, o alla Goldwin, o, per arrivare alla stessa Haraway, alla Cyborg Manifesto (nulla è più immortale del cyborg, potendo esso cambiare all’infinito i suoi pezzi) saremmo in grave errore, trattandosi, piuttosto, di un nuovo tipo di immortalità che non è l’immortalità del corpo ma una impersonale immortalità ottenuta attraverso la dissoluzione nel corpo di madre natura (che è poi quello che fanno ancora in vita le cinque Camille, le quali incorporano nel loro corpo parti di questa natura non umana). Piuttosto questa immortalità harawayna ha molto a che fare con una sorta di ritorno al passato, con l’immortalità cristiana nel paradiso celeste, del quale paradiso nulla si sa, tranne che i salvati ritroveranno il loro corpo (e il decomporsi dell’Haraway questo non garantisce, anzi nega) ma anche dove per dottrina viene affermato che questi salvati godranno della gloria di Dio, il che è anche una bella immagine ma è anche la negazione del corpo, bisognoso in quanto tale di precise condizioni fisico-chimiche e non solo di ineffabili stati psichico-spirituali.  Ma per la scrittrice di originaria formazione cattolico-romana Donna Haraway (sempre essa sottolinea questo suo originario background e a questo proposito si può vedere il film-intervista  che nel 2016 le ha dedicato il regista Fabrizio Terranova,   Donna Haraway: Storytelling for Earthly Survival (visionabile, sottotitolato in francese, all’URL di YouTube  https://www.youtube.com/watch?v=NPKGJQRjWAQ, nostro caricamento del documento presso Internet Archive, generando gli URL  https://archive.org/details/donna-haraway-story-telling-for-earthly-survival e https://ia601505.us.archive.org/10/items/donna-haraway-story-telling-for-earthly-survival/Donna%20Haraway_%20Story%20Telling%20for%20Earthly%20Survival.mp4), nonostante le accezioni negative e decompositorie del termine ‘compost’  e, diciamo noi in una sorta di stralunata reminiscenza del paradiso cattolico-cristiano, questa è il nuovo tipo di immortalità (composita) cui deve tendere l’uomo. A questo punto verrebbe da dire, contenta lei etc., ma il problema non è tanto prendere una posizione pro o contro questa cacotopia harawayna ma il fatto che all’interno dell’espressione letteraria di questo stesso sogno alberga un evidente mostro-incubo che la Haraway fa espressamente di tutto per dissolvere ma che, proprio in questo tentativo non fa altro che rafforzare e rendercelo anche palesemente evidente. E il mostro ha  la sua piena epifania già a partire dal titolo del saggio Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, il quale titolo richiama direttamente Cthulhu il mostro Grande Antico creato da H. P. Lovecraft nel suo breve racconto del 1928 The call of Cthulhu. Vediamo quindi il tentativo intrapreso nel saggio di rifiutare l’eredità e di Cthulhu e del suo padre creatore H. P. Lovecraft: «So I think a big new name, actually more than one name, is warranted–hence Anthropocene, Plantationocene5,  [ndr: nota n° 5 non rilevante e quindi non citata ] and Capitolocene  (Andreas Malm’s and Jason Moore’s term before it was mine).6 [ndr: nota n° 6 non rilevante e quindi non citata ] I also insist that we need a name for the dynamic ongoing symchthonic forces and powers of which people are a part, within which ongoingness is at stake. Maybe, but only maybe, and only with intense commitment and collaborative work and play with other terrans, flourishing for rich multispecies assemblages that include people will be possible. I am calling all this the Chthulucene–past, present, and to come.7 [ndr: nota n° 7 non rilevante e quindi non citata ] These real and possible timespaces are not named after sf writer H. P. Lovecraft’s misogynist racialnightmare monster Cthulhu (note spelling difference), but rather after the diverse earthwide tentacular powers and forces and collected things with names like Naga, Gaia, Tangaroa (burst from water-full Papa), Terra, Haniyasu-hime, Spider Woman, Pachamama, Oya, Gorgo, Raven, A’akuluujjusi, and many many more. “My” Chthulucene, even burdened with its problematic Greek-ish rootlets, entangles myriad temporalities and spatialities and myriad intra-active entities-in-assemblages–including the more-than-human, other-than-human, inhuman, and human-ashumus. Even rendered in an American English-language text like this one, Naga, Gaia, Tangaroa, Medusa, Spider Woman, and all their kin are some of the many thousand names proper to a vein of sf that Lovecraft could not have imagined or embraced–namely, the webs of speculative fabulation, speculative feminism, science fiction, and scientific fact.8 [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione  e ancora ndr: nota n° 8 non rilevante e quindi non citata]  It matters which stories tell stories, which concepts think concepts. Mathematically, visually, and narratively, it matters which figures figure figures, which systems systematize systems.»: Donna Jeanne Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene (Chapter 4: Making Kin. Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene), Durham (N.C.), Duke University Press, 2016, pp. 101-102. «Less simple was deciding how to spell Chthulucene so that it led to diverse and bumptious chthonic dividuals and powers and not to Chthulhu, Cthulhu, or any other singleton monster or deity. A fastidious Greek speller might insist on the “h” between the last “l” and “u”; but both for English pronunciation and for avoiding the grasp of Lovecraft’s Cthulhu, I dropped that “h.” This is a metaplasm.»: Ivi, p. 169 (nota n° 2 all’introduzione). «Chthonic derives from ancient Greek khthonios, of the earth, and from khthōn, earth. Greek mythology depicts the chthonic as the underworld, beneath the earth; but the chthonic ones are much older (and younger) than those Greeks. Sumeria is a riverine civilizational scene of emergence of great chthonic tales, including possibly the great circular snake eating its own tail, the polysemous Ouroboros (figure of the continuity of life, an Egyptian figure as early as 1600 BCE; Sumerian sf worlding dates to 3500 bce or before). The chthonic will accrue many resonances throughout my chapter. See Jacobsen, The Treasures of Darkness. In lectures, conversations, and e-mails, the scholar of ancient Middle Eastern worlds at uc Santa Cruz, Gildas Hamel, gave me “the abyssal and elemental forces before they were astralized by chief gods and their tame committees” (personal communication,  June 12, 2014). Cthulhu (note spelling), luxuriating in the science fiction of H. P. Lovecraft, plays no role for me, although it/he did play a role for Gustavo Hormiga, the scientist who named my spider demon familiar. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] For the monstrous male elder god (Cthulhu), see Lovecraft, The Call of Cthulhu. I take the liberty of rescuing my spider from Lovecraft for other stories, and mark the liberation with the more common spelling of chthonic ones. Lovecraft’s dreadful underworld chthonic serpents were terrible only in the patriarchal mode. The Chthulucene has other terrors–more dangerous and generative in worlds where such gender does not reign. Undulating with slippery eros and gravid chaos, tangled snakes and ongoing tentacular forces coil through the twenty-first centuryCE. Consider: Old English oearth, German Erde, Greek Gaia, Roman terra, Dutch aarde; Old English w(e)oruld (“affairs of life,” “a long period of time,” “the known life,” or “life on earth” as opposed to the “afterlife”), from a Germanic compound meaning “age of the human race” (wer); Old Norse heimr, literally “abode.” Then consider Turkish dunya and go to dunyā (the temporal world), an Arabic word that was passed to many other languages, such as Persian, Dari, Pashto, Bengali, Punjabi, Urdu, Hindi, Kurdish, Nepali, Turkish, Arumanian, and North Caucasian languages. Dunyā is also a loanword in Malay and Indonesian, as well as in Greek δουνιας–so many words, so many roots, so many pathways, so many mycorrhizal symbioses, even if we restrict ourselves only to Indo-European tangles. There are so many kin who might better have named this time of the Anthropocene that is at stake now. The anthropos is too much of a parochial fellow; he is both too big and too small for most of the needed stories.»: Ivi, p. 173 (nota n° 4 al Capitolo 2: Tentacular Thinking). Allora: il misogino e razzista H. P. Lovecraft non avrebbe mai approvato né immaginato che il mostro  Cthulhu, altrettanto razzista e misogino,  diversi decenni dopo sarebbe stato impiegato per illustrare la mia bella utopia di rinnovato accordo con la natura (il sublime del ridicolo: che non avrebbe approvato si può forse ipotizzare; affermare che non avrebbe immaginato un uso politicamente corretto di Cthulhu non va tanto a discredito delle capacità inventive del maestro del terrore ma delle capacità razionali dell’Haraway, la quale evidentemente pensa che chi non è misogino né razzista come lei evidentemente le possegga e, sia detto per inciso, H. P. Lovecraft non avrebbe certo immaginato che nel 2015 si sarebbe deciso che al vincitore del World Fantasy Award non avrebbe più ricevuto il solito trofeo che veniva consegnato dal 1975,  anno di nascita del premio,  e che era uno stilizzato  busto-caricatura di Lovecraft disegnato da Gahan Wilson ma un altro molto più “politically correct” riconoscimento, che dal 2016 risulta essere un animo bronzetto che raffigura rami intrecciati e contorti. Per chi voglia ricostruire questa vicenda segno del degrado dell’odierna cultura piegata ai peggiori automatismi buonisti – e paraculi ed intrinsecamente totalitari: una proposta, bandiamo i busti di Aristotele dai manuali di filosofia perché Aristotele non era contrario alla schiavitù – si rinvia ai seguenti URL e ai relativi congelamenti documentari tramite la Wayback Machine:  https://en.wikipedia.org/wiki/World_Fantasy_Award, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200606144010/https://en.wikipedia.org/wiki/World_Fantasy_Award; https://www.jimchines.com/2014/10/lovecraft-apologists-and-the-world-fantasy-award/; Wayback  Machine: http://web.archive.org/web/20200606144235/https://www.jimchines.com/2014/10/lovecraft-apologists-and-the-world-fantasy-award/; https://www.theverge.com/2017/4/15/15308118/world-fantasy-award-h-p-lovecraft-toxic-legacy, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200606144731/https://www.theverge.com/2017/4/15/15308118/world-fantasy-award-h-p-lovecraft-toxic-legacy; https://www.bustle.com/articles/124183-world-fantasy-convention-ditches-hp-lovecraft-award-amid-controversy-sparks-debate; Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200606145148/https:/www.bustle.com/articles/124183-world-fantasy-convention-ditches-hp-lovecraft-award-amid-controversy-sparks-debate; https://www.tor.com/2014/08/20/should-the-world-fantasy-award-be-changed/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200606145526/https://www.tor.com/2014/08/20/should-the-world-fantasy-award-be-changed/; https://www.syfy.com/syfywire/after-40-years-hp-lovecraft-statue-nixed-world-fantasy-awards, Waybck Machine: http://web.archive.org/web/20200606150102/https://www.syfy.com/syfywire/after-40-years-hp-lovecraft-statue-nixed-world-fantasy-awards; https://www.theatlantic.com/entertainment/archive/2015/11/hp-lovecraft-world-fantasy-awards/415485/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200612055620/https://www.theatlantic.com/entertainment/archive/2015/11/hp-lovecraft-world-fantasy-awards/415485/); comunque, anche se il nome e la fama sinistra di  Cthulhu sono stati certo importanti all’entomologo Gustavo Hormiga nell’assegnare il nome di ‘Cthulhu Pimoa’ al ragno ha egli per primo classificato e scoperto non lo sono certo per me, che, come si vede dal titolo del saggio, la parola   ‘chthulucene’ da me creata e che definisce l’epoca in cui stiamo vivendo, contiene, a differenza di Cthulhu, una ‘h’ prima della ‘c’, e ciò a significare non solo la mia abissale alterità rispetto a Lovecraft e al suo mostro ma anche la mia perizia come etimologista, linguista, e storica delle religioni e delle leggende, in quanto io ho forgiato il mio chthulucene attraverso il lemma khthonios, cioè della terra, con tutti gli annessi e connessi richiami  linguistici e mitici (chissà poi perché poi non si può concedere anche al povero Gustavo Hormiga lo stesso percorso logico-linguistico rendendolo così schiavo del Call of Cthulhu di Lovecraft. Ad ogni buon conto, oltre a fornire qui di seguito l’indicazione bibliografica del saggio di Hormiga che ha battezzato il ragno con un nome così inquietante, Gustavo  Hormiga, A Revision and Cladistic Analysis of the Spider Family Pimoidae (Aranae: Araneae),  “Smithsonian Contributions to Zoology”, N° 549 , 1994, pp.  1-104,  https://doi.org/10.5479/si.00810282.549, forniamo anche due URL e due congelamenti Wayback Machine attraverso i quali scaricare il documento e venire a capo dell’ “inquietante” accusa harawayna: https://pdfs.semanticscholar.org/56b6/df866a1845d9f741dc4246b6d515a5bf077b.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200605205240/https://pdfs.semanticscholar.org/56b6/df866a1845d9f741dc4246b6d515a5bf077b.pdf; https://repository.si.edu/bitstream/handle/10088/5401/SCtZ-0549-Lo_res.pdf?sequence=2&isAllowed=y, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200605205522/https://repository.si.edu/bitstream/handle/10088/5401/SCtZ-0549-Lo_res.pdf?sequence=2&isAllowed=y, ma per sollevare il lettore da questa fatica, citiamo anche da p. 39 del saggio di Hormiga il  passaggio che, evidentemente, ha incriminato agli occhi della Haraway Hormiga: «Pimoa cthulhu, new species FIGURES 85-117 TYPES.–Male holotype and female paratype from Mendocino Woodlands (S end), in hollow redwood stumps, Mendocino Co., California; 16-17 Sep 1990, D. Ubick col. Male and female paratypes from Mendocino Woodlands Camp, Mendocino Co.; 24 Feb 1979 (cf )and 2 Feb 1973 (9), S.C. Williams col. Holotype deposited in CAS. paratypes deposited in CAS and DU. ETYMOLOGY.–Named after H.P. Lovcrcraft’s mythological deity Cthulhu, akin to the powers of Chaos.»).  Queste ed altre successive dichiarazioni su come Chtulhu e Lovecraft non abbiano avuto alcuna influenza e nell’ideare il titolo del saggio (cfr. supra, il film di Terranova sulla Haraway, dove essa dichiara, nemmeno nominando Lovecraft che chthulucene è una sorta di scherzo lessicale, un neologismo inventato perché le parole ‘Anthropocene’, ‘Plantationocene’, ‘Capitalocene’ risultavano troppo “grandi” ed omnicomprensive;  vedi  anche la conferenza Anthropocene, Plantationocene, Capitalocene Chthulucene. Making String Figure with Biologies, Arts, Activism, tenuta il 25 aprile 2017 da Donna Haraway al San Francisco Art Institute per promuovere  Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene. Verso il cinquantesimo minuto della conferenza, sullo schermo di sala compare un’immagine di Cthulhu ma la Haraway non lo  nomina affermando che trattasi di una immagine tratta dalla serie televisiva del Doctor Who dalla quale essa è stata molto influenzata – e nella quale sono stati utilizzati esplicitamente  l’universo  e le suggestioni di Lovecraft e, nella specifico, Cthulhu: quando si dice: «Xe pèso el tacòn del buso» –. Finita la conferenza e dato il classico spazio per le domande, a domanda insidiosa di un partecipante alla conferenza se Cthulhu abbia in qualche modo influenzato la creazione del suo neologismo  ‘chthulucene’, Donna Haraway se ne esce, è trascorso circa 1 ora e 13 minuti dall’inizio della conferenza, con le seguenti sorprendenti parole: «I haven’t read Lovecraft’s Cthulhu stories, I’m sure that somewhere turning in my unconscious…. when chthulucene presented to me, but it didn’t became conscious  to me until friends said to me that Lovecraft [etc]». Siamo, come si dice, senza parole e, oltre a sottolineare che nel film-intervista di Terranova Donna Haraway si compiace della sua biblioteca privata  ricolma di romanzi di fantascienza e quindi, noi pensiamo, dovrebbe possedere una consapevole cultura in materia che non consente inconsce influenze lovecraftiane. Un’ipotesi per un’assoluzione con attenuanti: senza voler ricorrere ad un duro sarcasmo che ci farebbe dire che questa pur interessante ed anche simpatica scrittrice è una plagiara “a sua insaputa”, si può anche accettare l’idea di un influenza inconscia su di lei di Lovecraft, ma allora la cosa meriterebbe da parte sua un maggior e ben più rigoroso approfondimento in merito alle radici cthulhuiane e tanatofile del suo Staying with the Trouble. Comunque nonostante la simpatia che proviamo verso di lei, al momento la spiegazione ‘scherzo’ del termine ‘chthulucene e quella di tipo freudiano, trovano la risoluzione di questa contraddizione nel fatto che nel film a lei dedicato Haraway giocava in casa e si poteva permettere di fare la “šburóña”, mentre rispondendo alle domande post conferenza, pur trovandosi di fronte ad un pubblico di ammiratori, non poteva andare al di là di un certo limite di decenza trovandosi così costretta ad imbastire una sorta di spiegazione à la Freud, forse non del tutto falsa in linea di principio ma che necessiterebbe ben altra e più sincera e diretta articolazione. Per  diletto del lettore, oltre ad indicare qui di seguito l’URL di YouTube della conferenza dove tutti possono avere contezza di  cotanta disinvoltura e quelli del  nostro caricamento della stessa su Internet Archive: https://www.youtube.com/watch?time_continue=1298&v=GrYA7sMQaBQ&feature=emb_logo, https://archive.org/details/donna-haraway-staying-with-the-trouble-making-kin-in-the-chthulucene e https://ia601501.us.archive.org/7/items/donna-haraway-staying-with-the-trouble-making-kin-in-the-chthulucene/Donna%20Haraway%20-%20Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.mp4, diamo anche  due altri URL relativi ad articoli che, fra i tanti, esprimono forse meno  costernazione ma simili pareri negativi su  queste dichiarazioni della Haraway: https://www.viewpointmag.com/2017/05/08/cthulhu-plays-no-role-for-me/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200112105102/https://www.viewpointmag.com/2017/05/08/cthulhu-plays-no-role-for-me/http://www.scienzaefilosofia.com/2019/06/29/cyborg-arrugginiti-e-animali-potenti-donna-haraway-alla-ricerca-di-un-mito-per-lantropocene/, Wayback Machine:

http://web.archive.org/web/20200112105433/http://www.scienzaefilosofia.com/2019/06/29/cyborg-arrugginiti-e-animali-potenti-donna-haraway-alla-ricerca-di-un-mito-per-lantropocene/) e tantomeno nella costruzione dell’ideologia organico-decompositiva-antinatalistica dello stesso (che dalla Haraway viene rivendicata però, come già detto, assegnandole una sorta di valenza positiva e di conferimento di una sorta di immortalità attraverso il dissolvimento nella natura e non certo di maligna avversità verso il genere umano, come invece il mostro Cthulhu sempre  mostra), hanno sempre ricevuto scarsissimo credito e presso i comuni lettori e presso la critica professionale. Per brevità, non le abbiamo elencate esaustivamente e commentate nel dettaglio, ma ce n’è una che merita essere ripresa integralmente: quella di Cthulhu stesso. In data 18 novembre 2016 il blog “Savage Minds. Notes and Queries in Antropology”  pubblica, preceduta da questa riverente ed intimorita introduzione: «Savage Minds welcomes guest blogger Cthulhu, Great Old One and Special Collections Librarian at Brown University.», la seguente recensione del Grande Antico sul saggio della Haraway: «When the puny mortals at Savage Minds invited me to review the latest work by Donna Haraway I was perplexed. After I had devoured the sanity of their pathetic messenger, I turned the book over in my tentacles. “Chthulucene,” eh? Was this meant to be a literary subversion of the Anthropocene, supplanting the implied anthropocentrism of that category with something alien and indifferent? And if so, was this really a wise move, politically speaking, when the purpose of the term was to draw attention to human actions that frequently remained hidden to those without the all seeing eyes of Yog-Sothoth? Needless to say, I was intrigued. Full disclosure: Haraway and I are somewhat estranged. She never forgave me for guiding my cultists to infect Sumatran rat-monkies with a zombie virus (for more on this consult the 1992 documentary Dead Alive). Sure my methods are “controversial” but she and I have the same goal in mind: confronting our shared ecological crisis by addressing the problem of accelerating human population growth. Whereas she seeks to carve out the possibility that feminism can navigate the racist and eugenicist histories of limiting human reproduction, I advocate for a strategy of direction action, i.e. human sacrifice. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] Our professional disagreements not withstanding I gave her latest monograph a fair reading. At just 168 pages exclusive of endnotes Staying with the Trouble is Haraway at her most accessible. Readers familiar with her work with recognize her characteristic style and language, polysemous metaphors co-mingle with evocative refrains, deep etymological readings, and even the occasional sentence with internal rhyme schemes. Some will argue that word games will only take you so far and, to be frank, I am sympathetic to this critique. Unlike her most rigorous works, Staying with the Trouble can get vague and repetitive. I mean, its not The Necronomicon. While “Tentacular Thinking” probably won’t replace “Cyborg Manifesto” in your theory sylabus it must be recognized that this was never the author’s intent. This is a work to provoke and inspire. It is a call to arms (or pseudopods as the case may be)! Thus to judge it in the terms it sets out for itself, the book is a success. Let us delve into some of the details, begining with why I was summoned here. What is this Chthulucene? Monsters are a warning. Like the word “demonstrate” with which it shares an identical root, we are here to show. Haraway mistakenly believes she has inoculated herself against my minions by adding a superfluous “h” to Cthulhu in order to make her Chthulucene but yet I linger! Haraway herself denies this. Sadly and on multiple ocassions, in the text and in the notes, she lashes out against me – personally – calling me racist and misogynistic. This is not true. I am indifferent to everyone’s suffering equally. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] Just as I sleep under the ocean, dead but dreaming in the city of R’leyh, the Chthulucene represents what comes from under. Invertibrates of all kinds abound, spiders and octopus especially, but it is bacteria that best embody this. (In an egregious oversight, Haraway fails to cite the Elder Things who created the slave race of shoggoths accidentally spawning bacteria and, hence, all life on Earth.) In other passages Haraway uses the Chthulucene to invoke indigeneity and the continuing struggles of native peoples for autonomy. At yet other times it takes on a quasi-spiritual and mythological mantle as she evokes Gaia and Medusa. A God Trick in reverse, perhaps? In short the Chthulucene is like an ecological unconscious, underneath it all but without necessarily being foundational in a teleological sense, constantly running in the background whether you care to notice it or not, a Lacanian “Real” that resists being made intelligible. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] Another important trope in Staying with the Trouble are String Figures. These join Haraway’s growing list of SF phrases going back to her earliest publications: science fiction, science fact, speculative feminism, etc. Moreover the Cat’s Cradle, a classic string game, fits perfectly into her career interest in webs and weaving. In this case what makes the String Figure so effective as a metaphor to think with is the way in which they can embody exchange, collective creation, and storytelling, crisscrossing like the moist tentacles dripping from my gaping maw. By now you’re all familiar with the Multispecies turn (can we call it a “turn” yet?) the proactive rethinking of scientific and humanities inquiry beyond the human. Frankly this poststructural evolutionary ecology is still incomplete as it has failed to account for Azathoth, his sons, and the elder races of aliens. But Haraway, citing Latour, remains resolute in her instance that you mortals stay “earthbound.” Haraway is, of course, at the vanguard of this Multispecies moment but here she outlines her objection to the so-called “posthuman,” calling instead for the “compost.” Like the ticklish extended title of Modest Witness it is a smart joke, punning on posts. Compost is meant to convey the importance of death to life and how life rises out of death. As an expert on death I must concur. You all need to die. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] Compost and the possibility of life coming from death is a key to what the author refers to as “ongoingness” (a productive alternative to philosophical discourses of “becoming”). For Haraway the key to unlocking an ongoingness that is more than mere survival is something she calls sympoiesis, or making with. Sympoiesis invites us to think beyond individualism to relationships, relations with relatives, human and not. String Figures can be a sympoesis because they are something you make with another. Kinship is sympoesis. Haraway: «We need to make kin symchthonically, sympoetically. Who and whatever we are, we need to make-with  – become-with, compose-with – the earth-bound.» (p.102) Haraway makes her case with theory and scholarship in the first 100 pages, following this up with three chapters of case studies. By way of conclusion the book finishes with a chapter not inaccurately described as fanfic. Throughout she relies heavily on the work of Anna Tsing, especially her recent Mushroom at the End of the World, with backing roles played by Latour, Le Guin, Strathern, Viveiros de Castro, Stengers, and Despret. As the god of an evil cult, one thing that I strongly identified with was Haraway’s reconception of theory and writing as something like magic. How else would you describe a worldview where the practice of thinking can have such transformative effective? Bizarre supernatural forces bend with realism. A world once inhabited by another race who was cast out and yearns to return. Unseen presences. Unspeakable names. There must be a reason she keeps repeating the same things over and over again! It is more than a refrain, it is a chant! These are merely a few of the reasons I am skeptical that she did not mean to summon me by speaking my name, extra-H or no.» Seppur solo attraverso un gioco letterario (al di fuori del gioco letterarario, citazione bibliografica e quindi autore reale del documento: Matt Thompson, Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene (review), “Savage Minds. Notes and Queries in Antropology”, 18 November 2016. Articolo pubblicato all’URL della rivista di filosofia online di cui sopra  https://savageminds.org/2016/11/18/staying-with-the-trouble-making-kin-in-the-chthulucene-review/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200112104253/https://savageminds.org/2016/11/18/staying-with-the-trouble-making-kin-in-the-chthulucene-review/), Cthulhu si è manifestato per inchiodare la Haraway alla sua responsabilità di irriconoscenza verso Lovecraft e verso lui stesso  ma la sua ironica messa in stato di accusa della scrittrice colpisce l’altro più fondamentale obiettivo che sta dietro la Haraway e che essa inconsapevolmente rappresenta: Cthulhu  giustamente rivendica l’inestricabile legame dialettico fra vita e morte, in altre parole che l’aspetto decompositorio e mortale-mortifero della natura non è altro che l’altra faccia della medaglia della dialettica vitale e generativa della stessa. Voler pretendere, come hanno fatto tre secoli prima Goldwin, Condorcet (e con loro tutto l’Illuminismo, il liberalismo e la civiltà, la nostra, che da essi  è derivata, e per ultima la Haraway) che la morte non esiste, è un assoluto non senso. Che poi Cthulhu sia personalmente dalla parte della morte, questo è poco importante, l’importante, e questo il mostro non ce lo dice espressamente ma inesorabilmente a questo il suo ragionamento  conduce, è che la trascendenza senza trascendenza della nostra civiltà ha fatto bancarotta, e il punto più alto di questa bancarotta è voler dare,  come ha fatto la Haraway in questo veramente simbolo del fallimento della rimozione della morte come ha fatto la nostra civiltà,  attraverso una sorta di gioco semantico-lessicale  una accezione positiva, o per meglio dire vitale,  alla morte  (stratagemma di rimozione della Haraway che raggiunge il massimo grado nel titolo e nel contenuto del capitolo VVIII, The Childen of Compost, dove non solo l’atto generativo è legato alla degenerazione del compost e questo se fosse inserito in una dialettizzazione della Weltanschauung cthulhuiana sarebbe totalmente accettabile perché volgendo positivamente la negatività del mostro otterremmo una vita strategicamente ed espressivamente significativa perché volta ad una consapevole riproduzione e quindi di vittoria sulla morte ma così non è perché  questi children of compost generazione dopo generazione sono sempre meno). Insomma la colpa della nostra civiltà, ci dice Cthulhu, è quella di avere rimosso la morte dal nostro orizzonte di senso. Ma questa rimozione non solo ci rende ovviamente più paurosi, come si è visto nella tremebonda psicologia  di massa e delle classi dirigenti durante la crisi del coronavirus, ma sin dalla sua nascita sotto le ali protettive dell’Illuminismo e del liberalismo ha avuto come inevitabile conseguenza la creazione di un tipo umano dalla Gestalt psicologica e sociale antistrategica (diritti dell’uomo universalistici, retorica sulla democrazia piuttosto che specifici gruppi umani che  strategicamente elaborano  una concreta filosofia-azione della prassi, Machiavelli e Gramsci docent),  il cui obiettivo esistenziale è sociale è quello dell’ ulteriore dissolvente mentre il tipo umano e sociale, che pur ha fatto la sua comparsa nella storia dell’umanità, cioè quello dell’ ulteriore definente, cioè il tipo umano e sociale che pensa sé stesso come strategico e non come astratto  contenitore di  astorici e metafisici diritti e rivendicazioni,  è andato sempre più degradando. E passaggio dopo passaggio, discesa dopo discesa, siamo arrivati al Chtulhu morbus, dove Chtulhu non e più come nei racconti di Lovecraft, una sorta di terribile divinità esterna che minaccia di travolgere con la sua quasi onnipotenza le fragili costruzioni umane ma la vera e palese manifestazione della forma che nei prossimi anni rischia di prendere espressamente la nostra civiltà. Insomma, quello che all’inizio della nostra civiltà si era malamente esorcizzato nascondendolo con ridicole promesse, cioè la morte,  oggi è rispuntato alla luce del sole (o dalle oscurità delle tenebre, se si preferisce, ma tenebre  da noi create perché la moderna società occidentale nata dall’Illuminismo e dal liberalismo ha preteso di  rescindere il legame dialettico fra la vita e la morte) ed è destinato ad accompagnarci per molti anni a venire. Un ultimo appunto. L’originale Cthulhu letterario nasce del tutto privo dell’ironia che ha mostrato nelle sua ultima evoluzione letterario-recensoria ma, comunque, dotato di una tanatologica terribilità che, rapportandolo ai nostri tempi,  ci permesso di ribattezzarlo Chtulhu morbus, il simbolo della bancarotta della nostra civiltà per la paura incontrollata che ha della morte. Ecco come nel racconto di H. P. Lovecraft, The Call of Chtulhu che ne ha visto la nascita, la vittima quasi condannata riesce momentaneamente a sfuggire dalle grinfie del mostro: «Three men were swept up by the flabby claws before anybody turned. God rest them, if there be any rest in the universe. They were Donovan, Guerrera, and Ångstrom. Parker slipped as the other three were plunging frenziedly over endless vistas of green-crusted rock to the boat, and Johansen swears he was swallowed up by an angle of masonry which shouldn’t have been there; an angle which was acute, but behaved as if it were obtuse. So only Briden and Johansen reached the boat, and pulled desperately for the Alert as the mountainous monstrosity flopped down the slimy stones and hesitated    
floundering at the edge of the water. Steam had not been suffered to go down entirely, despite the departure of all hands for the shore; and it was the work of only a few moments of feverish rushing up and down between wheel and engines to get the Alert under way. Slowly, amidst the distorted horrors of that indescribable scene, she began to churn the lethal waters; whilst on the masonry of that charnel shore that was not of earth the titan Thing from the stars slavered and gibbered like Polypheme cursing the fleeing ship of Odysseus. Then, bolder than the storied Cyclops, great Cthulhu slid greasily into the water and began to pursue with vast wave-raising strokes of cosmic potency. Briden looked back and went mad, laughing shrilly as he kept on laughing at intervals till death found him one night in the cabin whilst Johansen was wandering deliriously. But Johansen had not given out yet. Knowing that the Thing could surely overtake the Alert until steam was fully up, he resolved on a desperate chance; and, setting the engine for full speed, ran lightning-like on deck and reversed the wheel. There was a mighty eddying and foaming in the noisome brine, and as the steam mounted higher and higher the brave Norwegian drove his vessel head on against the pursuing jelly which rose above the unclean froth like the stern of a daemon galleon. The awful squid-head with writhing feelers came nearly up to the bowsprit of the sturdy yacht, but Johansen drove on relentlessly. There was a bursting as of an exploding bladder, a slushy nastiness as of a cloven sunfish, a stench as of a thousand opened graves, and a sound that the chronicler would not put on paper. For an instant the ship was befouled by an acrid and blinding green cloud, and then there was only a venomous seething astern; where
God in heaven! the scattered plasticity of that nameless sky-spawn was nebulously recombining in its hateful original form, whilst its distance widened every second as the Alert gained impetus from its mounting steam. That was all. After that Johansen only brooded over the idol in the cabin and attended to a few matters of food for himself and the laughing maniac by his side.»: Howard Phillips Lovecraft,  The Call of Cthulhu,  “Weird Tales”, Vol. 11(2), February 1928, p. 178 (prima edizione de The Call of Cthulhu scaricabile presso Internet Archive agli URL  https://archive.org/details/WeirdTalesV11N02192802/mode/2up                                                e                                                  https://ia903005.us.archive.org/24/items/WeirdTalesV11N02192802/Weird%20Tales%20v11%20n02%20%281928-02%29.pdf. Sempre su Internet Archive, per l’opera omnia di Lovecraft: https://archive.org/details/TheCompleteWorksOfH.P.Lovecraft/mode/2up                                           e                                                       https://ia802701.us.archive.org/17/items/TheCompleteWorksOfH.P.Lovecraft/The_Complete_Works_of_H.P._Lovecraft.pdf. Altra piattaforma presso la quale si possono scaricare tutte le opere di H. P. Lovecraft, The H. P. Lovecraft Archive, URL  http://www.hplovecraft.com/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200529091124/http://www.hplovecraft.com/; elenco dei testi sulla piattaforma di Lovecraft all’URL http://www.hplovecraft.com/writings/texts/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200529090522/http://www.hplovecraft.com/writings/texts/; e, infine l’URL della piattaforma relativo alla pagina del racconto in questione, http://www.hplovecraft.com/writings/texts/fiction/cc.aspx, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200527172444/http://www.hplovecraft.com/writings/texts/fiction/cc.aspx). E per quanto riguarda la sua mancanza d’ironia (sia del racconto in sé che del mostro, che non proferisce parola limitandosi a spaventare fino alla follia le sue vittime, ma in questo gioco simbolico-euristico l’uno vale l’altro): «Cthulhu still lives, too, I suppose, again in that chasm of stone which has shielded him since the sun was young. His accursed city is sunken once more, for the Vigilant sailed over the spot after the April storm; but his ministers on earth still bellow and prance and slay around idol-capped monoliths in lonely places. He must have been trapped by the sinking whilst within his black abyss, or else the world would by now be screaming with fright and frenzy. Who knows the end? What has risen may sink, and what has sunk may rise. Loathsomeness waits and dreams in the deep, and decay spreads over the tottering cities of men. A time will come – but I must not and cannot think! Let me pray that, if I do not survive this manuscript, my executors may put caution before audacity and see that it meets no other eye.»: Ivi, p. 287. Certo: «Chi può sapere come andrà a finire? Ciò che è risorto può cadere, ciò che è caduto può risorgere. L’orrore aspetta e sogna nel profondo, e la decomposizione e il marciume si spargono sulla Terra nelle fragili città degli uomini.» ma ai giorni nostri un divino Cthulhu che viene spappolato  dalla collisione contro un molto terreno vascello, per poi ricomparire come minaccia incombente, è francamente una figura ridicola che più che un demonio ci richiama la figura di Wylly il Coyote (e infatti l’originario Cthulhu lovecraftiano, vecchio di più di ottant’anni, ha subito una inarrestabile senescenza della sua terribilità e oggi, più che ispirare brividi di reale terrore  e sprofondamenti nella più cupa e delirante follia seppur letterariamente indotti,  è degradato a poco credibile nume tutelare della varie culture dark, a protagonista per filmacci di serie Z, a protagonista di giochi elettronici e, per non farsi mancare niente, a pupazzetto di peluche di umanoide con il viso, ovviamente, tentacolato similcalamaro. Un bel campionario di questi peluche, molti dei quali venduti tramite l’oggi ben più terribile,  spaventosa e tentacolare rispetto al Cthulhu originario Amazon all’URL https://www.google.com/search?q=cthulhu+peluche&tbm=isch&ved=2ahUKEwiHt6zh5_vpAhXS44UKHR2oD74Q2-cCegQIABAA&oq=cthulhu+peluche&gs_lcp=CgNpbWcQAzICCAAyBAgAEB4yBggAEAgQHjIGCAAQCBAeOgQIABBDOgYIABAFEB5QnTBY_D5guUBoAHAAeACAAdABiAHxBZIBBTUuMS4xmAEAoAEBqgELZ3dzLXdpei1pbWc&sclient=img&ei=WzbjXsedFNLHlwSd0L7wCw&bih=885&biw=1680, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200612080327/https://www.google.com/search?q=cthulhu+peluche&tbm=isch&ved=2ahUKEwiHt6zh5_vpAhXS44UKHR2oD74Q2-cCegQIABAA&oq=cthulhu+peluche&gs_lcp=CgNpbWcQAzICCAAyBAgAEB4yBggAEAgQHjIGCAAQCBAeOgQIABBDOgYIABAFEB5QnTBY_D5guUBoAHAAeACAAdABiAHxBZIBBTUuMS4xmAEAoAEBqgELZ3dzLXdpei1pbWc&sclient=img&ei=WzbjXsedFNLHlwSd0L7wCw&bih=885&biw=1680). Ma tutt’altro che ridicolo l’incipit del racconto e, al di là delle accuse di sessismo e razzismo,   nel suo acutissimo pessimismo su una ragione che decide di farsi guidare solo dalle varie scienze senza avere una visione dialettica d’insieme, riecheggiante la distinzione di Hegel fra Intelletto e Ragione e   vera ragione profonda per l’epurazione di cui si è detto di H. P. Lovecraft, presentandosi  come un terribile segnale d’incendio dell’irreversibile attuale fallimento della trascendenza senza trascendenza, ma al cospetto del quale si gira il capo per la rimozione che la morte ha subito nella nostra civiltà: «Ritengo che la cosa più misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana a mettere in correlazione tutti i suoi contenuti. Viviamo su una placida isola di ignoranza nel mezzo del nero mare dell’infinito, e non era destino che navigassimo lontano. Le scienze, ciascuna tesa nella propria direzione, ci hanno finora nuociuto ben poco; ma, un giorno, la connessione di conoscenze disgiunte aprirà visioni talmente terrificanti della realtà, e della nostra spaventosa posizione in essa che, o diventeremo pazzi per la rivelazione, o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di un nuovo Medioevo.» (nostra traduzione da Ivi, p. 159 dell’edizione in inglese da noi già citata), e oggi che l’ ironica dissimulazione del Grande Antico nelle originarie forme lovecraftiane non è più possibile, forme letterarie ed espressive del maestro del racconto del terrore di una civiltà occidentale che  non era ancora giunta al punto odierno di bancarotta della trascendenza senza trascendenza ma nelle quali già si potevano cogliere gli attuali terrorizzanti ed alienanti esiti, assistiamo alla sua mutazione ed epifania   (molto più micidiale di quella del coronavirus) in Haraway e in tutte le similari speranze transumaniste, veri e propri segnali d’incendio dell’attuale scoppio della trascendenza senza trascendenza, ma il punto è che la sua vera forza ironica è che esso, pur compiendo anche questa finale  epifania della morte della trascendenza senza trascendenza,  non viene assolutamente riconosciuto e che quindi più l’ ulteriore dissolvente che consegue il suo stupefacente non riconoscimento si mostra più palese più questa rimozione diviene più rimossa. Cthulhu morbus ha, insomma, mantenuta intatta la vecchia capacità di Cthulhu di far impazzire l’umanità, come ben si è visto nell’attuale crisi sanitaria del Coronavirus, in cui le azioni degli uomini e delle istituzioni che le rappresentano piuttosto che essere ispirate ad un corretto principio di costi benefici sono solamente state guidate dal principio del terrore della morte, sono state cioè guidate dal terrore di accorgersi che le inconsce speranze dell’immortalità che stanno alla base della nostra civiltà illuminista e liberale si rivelassero alla fine totalmente illusorie. Per ora l’Epifania Strategica dell’ ulteriore definente, bisogna dirlo in tutta sincerità, se può permettersi di prendersi beffe di un mostro schiacciato modello Gatto Silvestro sotto un rullo compressore che poi riprende la sua forma originale per tornare a minacciare il povero canarino Titti, non può certo trattare con sufficienza il vero Cthulhu morbus. Ma a suo modo, nel suo mortifero modo, anche Chtulhu, o meglio Cthulhu morbus, è un ulteriore definente che piuttosto che stare celato negli insondabili  e terribili spazi e luoghi dei racconti di Lovecraft  sembra molto voglioso di risalire definitivamente in superficie  e assai poco propenso di avere una dinamica da cartoon comico. Insomma, come si è con sarcastica metafora visto anche nel Web, la sua ironia da ironia del nascondimento e del suo manifestarsi in forme letterarie a noi oggi certamente del tutto desuete, è divenuta un’ironia del manifestarsi e al tempo stesso del non essere riconosciuto nella sua terribile forza di impazzimento dell’uomo e dei sui attuali punti di riferimento. E, come ancora diceva quel filosofo a noi molto vicino, la nottola di Minerva prende il volo sul far del crepuscolo…

Massimo Morigi – Fiume, Solstizio d’Estate 2020

 

 

 

 

 

 

 

Pandemia Tra bioetica e biopolitica, di Giulio de Martino

Pandemia

Tra bioetica e biopolitica

di Giulio de Martino

 

La pandemia provocata dal virus SARS-COV 2 avrà rilevanti implicazioni in relazione alle principali aree della bioetica. Se assumiamo il campo bioetico in una accezione larga e lo dividiamo in bioetica umana (a sua volta differenziabile in bioetica medica e in bioetica sociale) e in ecoetica (divisbile in bioetica animale e in bioetica ambientale) risulterà evidente come le vicende degli ultimi quattro mesi abbiano proposto riflessioni e sfide in tutti e quattro gli ambiti. Certo sarà opportuno, in linea di metodo, tenere distinte le questioni etiche e deontologiche dai casi e dalle situazioni particolari, ma l’urgenza dei fatti non potrà essere ignorata.

Nell’ambito della bioetica medica, le maggiori implicazioni derivanti dal COVID-19 sono quelle relative alle «cure mediche» e al «fine vita» e quindi alle problematiche del «consenso informato» e dei «diritti del paziente». Molti aspetti sono già stati analizzati al proposito[1]. Qui accenno, soltanto, al tema scottante del «danno iatrogeno», vale a dire alle questioni di bad therapy – dovute alla incertezza dei protocolli diagnostici, prognostici e terapeutici – e di bad practice – dovute alla inadeguatezza dei modelli organizzativi – comunque subordinate alla responsabilità e all’azione del personale sanitario[2]. Nella loro tipicità si tratta di questioni di etica e deontologia, nei fatti vediamo che su di esse – in contesti locali e in vicende particolari – si è annunciato l’intervento della magistratura per i risvolti penali e assicurativi che rivestono. In alcuni casi, infatti, l’intervento sanitario potrebbe aver favorito – senza dolo, né colpa – il contagio di pazienti collocati in ambienti protetti, come le R.S.A., o ricoverati presso altri reparti degli stessi ospedali[3].

In ambito di teoria politica, si è discusso del carattere «autoritario» delle misure di contenimento dell’epidemia: il divieto di spostamento, l’obbligo di quarantena non specificamente connesso a diagnosi e, in contesto ospedaliero, il divieto di visita ai congiunti malati, la rinuncia all’autopsia dei deceduti, addirittura la distruzione dei cadaveri. Tutte vicende che hanno fatto paventare un ritorno a modelli paternalistici di conduzione dell’azione medica e sanitaria e, secondo alcuni, avrebbero provocato una perversa osmosi fra il nuovo «paternalismo medico» e l’«autoritarismo» conforme il «paradigma biopolitico»[4].

In generale, nei mass media, si è dato maggiore risalto alle questioni politiche e giuridiche relative al Lockdown – e alla connessa restrizione dei diritti di privacy e di libertà – rispetto a stringenti argomenti di etica medica. Per lo più, le misure derivanti dai DPCM, dalle segnalazioni di contagiosità e dal tracciamento dei presunti «infetti» sono state discusse alla luce delle norme Costituzionali relative ai diritti personali (artt. 13 e successivi)[5].

Importante è lo specifico risvolto di bioetica sociale che è emerso in relazione alle sollecitazioni al «comportamento responsabile» dei cittadini e quindi l’invito alla «quarantena» volontaria e all’«autoisolamento» fiduciario. Si tratta di comportamenti eticamente rilevanti che sono stati prescritti – anche senza il rinforzo della sanzione penale – a coloro che, in assenza di diagnosi differenziali, venivano invitati a porsi in auto-isolamento e a indossare i D.P.I. allo scopo di non diffondere il contagio. Anche le auto-attestazioni in merito allo stato di necessità, o allo stato di salute, per giustificare gli spostamenti durante il Lockdown, potrebbero essere interpretate come derivanti dal combinato disposto di una norma coercitiva e di un appello alla sensibilità etica dei cittadini.

Invece, in contesto ecoetico e di bioetica animale, ha fatto irruzione la questione della zoonoosi del virus SARS-COV 2 e del suo «Spillover». Il problema è annoso e ampio: le zoonosi attualmente conosciute sono oltre 200 e comprendono infezioni e infestazioni di natura batterica, virale, parassitaria e provocante da bioagenti anomali come i prioni. Tali evenienze biologiche, negli ultimi decenni – per l’intensificarsi degli scambi commerciali di animali e dei prodotti di origine animale tra i diversi Paesi del mondo – hanno acquisito un’importanza crescente ed il loro studio costituisce uno dei settori in maggiore evoluzione della medicina umana e veterinaria. Nel nostro caso, il pipistrello e il pangolino – come ospite intermedio – avrebbero innescato una catena patogenetica che sarebbe stata del tutto improbabile nella originaria separazione degli ambienti biologici e degli ecosistemi terresti[6].

Da ultimo, segnalo le questioni di bioetica ambientale già emerse per le ricadute sulla salute umana dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua e per la diffusione nell’ambiente di materiale chimico e di particolato di metalli. In alcuni casi, tali emergenze hanno fatto pensare a forme collaterali di interconnessione tra la diffusione pandemica dell’epidemia COVID-19 e la conformazione dell’ambiente abiotico nelle aree di maggiore urbanizzazione[7]. Chiarito che non si deve stabilire alcuna correlazione causale di tipo microbiologico tra l’inquinamento chimico e ambientale e la diffusione del SARS-COV 2, si dovrà comunque mettere in evidenza la componente socio-economica dell’antropizzazione crescente del Pianeta. Infatti è stato possibile individuare modalità di produzione, trasporto e consumo, di merci e di persone, che sono state vettori della diffusione epidemica del nuovo virus e di altri agenti patogeni[8].

Non si tratta di argomenti sconosciuti. In relazione a epoche remote, la storiografia e la storia della medicina hanno già stabilito legami concausali fra gli eventi militari e socio-economici e le emergenze di tipo sanitario e biologico. Il fatto nuovo sarebbe costituito dalla fine della percezione di «sicurezza sanitaria» dei Paesi Occidentali – rispetto alle problematiche epidemiche presenti in altri Continenti – che è stata propria della seconda metà del ‘900[9].

Nel contesto pandemico e post-pandemico, la bioetica Occidentale è chiamata – dopo la prolungata attenzione rivolta alle questioni relative alle malattie croniche e degenerative e alle pratiche dei diritti in campo medico e sanitario – a porre di nuovo in discussione i modelli etici e sociali correlati alle malattie infettive: alla loro diagnosi, cura e diffusione. Dopo la endemizzazione dei virus HCV e HIV, con il nuovo corona-virus la tematica sanitaria e la riflessione bioetica si connettono in modo nuovo sia alle questioni mediche che a quelle socio-ambientali.

 

 

[1] Vedi una rassegna dei più recenti temi di etica medica in: “Consulta di Bioetica onlus”, sezione COVID-19: https://www.consultadibioetica.org/covid-19/.

[2]  Vedi: Ivan Cavicchi, “L’ospedale ai tempi del virus”, in: “quotidianosanità.it”, 02.03.2020.

[3] Vedi: AA.VV., “Responsabilità medica. La gestione della pandemia”, in: “Diritto.it”, 15 giugno 2020.

[4] Vedi: Alessandra Garibotti, Dal paternalismo medico al paternalismo giudiziale, in: “Rivista Italiana di Medicina Legale e del Diritto in campo sanitario”, Anno 2014, Fascicolo n. 4, Milano, Giuffrè; Davide Grasso, “Agamben, il coronavirus e lo stato di eccezione”, in: “minima&moralia”, giovedì, 27 febbraio 2020.

[5] Vedi: Sabino Cassese, “La pandemia non è una guerra. I pieni poteri al governo non sono legittimi”, su: “Il dubbio” quotidiano, 14 aprile 2020; Vittorio Pelligra, “Se l’occasione pandemica ci fa riflettere sulle nostre libertà”, su: “Il Sole 24 ore”, 17 maggio 2020.

 

[6] Vedi: Sara Gonzàlez, “Zoonoses: Animals and Major Pandemics in History”, in: “Open Mind”, BBVA’s knowledge community, 13 April 2020.

[7]  Vedi: Suresh V. Kuchipudi, “Why So Many Epidemics Originate in Asia and Africa”, in: “USnews”, March 4, 2020.

[8] Vedi: Ilaria Capua, Il dopo, Milano, Mondadori, 2020.

[9] Vedi:, Mario Arturo Ruiz Estrada, Khan Alam, “Globalization and Pandemics: The Case of COVID-19”, March 25, 2020, SSRN: https://ssrn.com/abstract=3560681; Centre on Global Change and Health, Lance Saker, Kelley Lee, Barbara Cannito, Anna Gilmore, Diarmid Campbell-Lendrum, Globalization and infectious diseases: A review of the linkages, London School of Hygiene & Tropical Medicine, 2019.

Le prospettive del sovranismo. Una conversazione tra Vincenzo Costa, Andrea Zhok e Roberto Buffagni

Conversazione sulle prospettive del “sovranismo”

Pubblichiamo una lunga conversazione sulle prospettive del “sovranismo” tra Vincenzo Costa (Università del Molise), Andrea Zhok (Università Statale di Milano), e il nostro collaboratore Roberto Buffagni. La conversazione si è sviluppata in questi giorni sulla pagina Facebook di Vincenzo Costa. Sono intervenuti molti altri interlocutori, che spesso hanno dato un contributo importante al dialogo. Non pubblichiamo tutti gli interventi per ragioni di ordine e brevità. Invitiamo i lettori interessati a leggere l’intero scambio di opinioni sulla pagina del prof. Costa.

 

Il post di Vincenzo Costa che ha dato inizio alla discussione è questo:

Vincenzo Costa

La fine del sovranismo e l’orizzonte della sinistra a venire

Con le decisioni di ieri della UE si chiude una fase. Il crollo della UE non ci sarà. La UE ha molte criticità ma non tali da portare al suo crollo. Consegnerebbe i paesi europei a potenze estranee, e questo nessuno lo vuole, non lo vuole il popolo e non lo vogliono le élites.

Finisce l’epoca del sovranismo, di destra e di sinistra. Epoca che ha consumato energie e forze intellettuali, senza produrre niente se non strabismo e cecità rispetto alle trasformazioni reali e ai bisogni effettivi del paese.

L’orizzonte della sinistra a venire è un altro: le diseguaglianze crescenti, le lacerazioni del tessuto sociale, una cultura di sinistra arretrata e attardata su un liberalismo da anni ‘80, la riduzione di democrazia e di sovranità popolare, che va distinta dalla sovranità nazionale.

Rimarranno piccole sacche unificate dall’antieuropeismo, dall’odio contro i crucchi, etc., sempre più espressione di nazionalismo che di aderenza alle esigenze popolari e del paese. Estranee alla tradizione socialista e con la faccia rivolta all’indietro invece che verso il futuro

Viene l’ora di una sinistra socialista, riformista, positiva, che non aspetti né l’apocalisse né la rigenerazione. E che traduca esigenze reali in idee, invece di fossilizzarsi attorno a idee astratte che poco interessano le persone reali.

Non nascerà domani, sarà un lungo cammino, ma bisogna iniziarne uno nella direzione giusta. Quello sovranista si è rivelato essere solo un vicolo cieco.

A volte piccoli segni marcano cambiamenti profondi, che bisogna sapere cogliere.

Ps. Questo non è un post polemico. Anzi.

Andrea Zhok

Senza polemica, a mio personale e fallibilissimo giudizio, credo che non sia una buona analisi, Vincenzo, qualunque sia il senso che diamo a un termine scivoloso come “sovranismo”.

Se “sovranismo” vuole intendere quella sorta di neoliberismo nazionalista brandeggiato da Salvini (e da parecchi altri in Europa) non credo affatto che sia morto, tutt’altro. E’ e resta quasi ovunque forza dominante, perché la profondità e multifattorialità del fallimento della sinistra non si cancella in un giorno e questi vivono del discredito della sinistra.

Se “sovranismo” vuole intendere “antieuropeismo”, dubito molto che la manovra annunciata di millemila miliardi arriverà ad essere ciò che pretende di essere. Di fatto i veti incrociati ci sono e continuano ad essere robusti. Inoltre non siamo affatto in presenza né di una mutualizzazione del debito, né di una corresponsabilità fiscale, neanche lontanamente. Infine le cifre coinvolte, visto che si continua ad operare senza monetizzazione del debito ma in forma di offerta di titoli sul mercato dei capitali, saranno alla fine piuttosto modeste. Un calcolo di ieri sul Corriere (fonte entusiasticamente europeista) diceva che potremmo avere a che fare con un 0,7% del Pil per anno, per 6 anni, a fronte di una perdita di oltre il 9% solo quest’anno. Diciamo che vedervi un’operazione epocale è mero wishful thinking. E tacciamo la questione delle condizionalità legate all’erogazione del credito, condizionalità ancora molto vaghe, ma che finora hanno sempre rappresentato il punto dirimente. Qui non si è superato ancora nessun problema, ma proprio neanche mezzo.
In tutto questo quadro l’unica cosa ad essere cambiata è che la Germania ha accettato il principio di poter operare una redistribuzione interna all’UE. Il principio è significativo e idealmente potrebbe essere il segno di una riforma dell’UE a venire. Ma dopo 12 anni di fallimento profondissimo mi sa che i tempi per un ribaltamento della direzione non ci siano più. Diciamo quanto meno che siamo molto lontani dal poter dire che l’antieuropeismo sarebbe morto perché l’Unione Europea avrebbe dimostrato di essere madre e non matrigna. Francamente prematuro.

Se “sovranismo” è un altro modo dire “ritorno alla centralità dello Stato nazione”, credo che a fronte degli esiti catastrofici della pandemia sugli ordinamenti dell’iperglobalizzazione contemporanea, questo ritorno in auge è appena agli inizi e proseguirà per lungo tempo. Le catene di produzione del valore iperestese si sono dimostrate fragili e il ruolo difensivo degli Stati nazionali si è dimostrato cruciale. Lo Stato nazione è destinato a ritornare durevolmente al centro della scacchiera (che in verità aveva lasciato solo sul piano propagandistico e ideologico.)

Non so se ci sono altre accezioni di “sovranismo” di cui dare conto. A me queste paiono le principali, e nessuna di queste parla di un ‘de profundis’ del “sovranismo” (anche se magari la parola potrebbe andare fuori moda.)

Vincenzo Costa

Caro Andrea grazie del tuo commento, che come sempre sopra porta un contribuito di riflessione importante. E mi offre la possibilità di precisare. Certo, è probabile che le nostre analisi divergano profondamente, e di conseguenza anche la direzione dell’agire politico. E probabilmente ci troveremo a fare scelte politiche diverse. Ma spero che la discussione tra noi rimanga aperta, perché rappresenta per me uno stimolo importante. le posizioni sono appunto divergenti.

Io credo che il sovranismo socialista o di sinistra sia finito. Per sovranismo di sinistra intendo l’idea secondo cui l’obbiettivo principale è uscire dalla UE, e che questa è una precondizione per porre sul tavolo le esigenze del lavoro e dei diritti delle classi meno abbienti, per non dire che è la precondizione per parlare di riforme in senso socialista democratico (nei commenti al post molti lo hanno osservato esplicitamente).

Questo sovranismo è defunto, e non per gli accordi di ieri, ma perché è sterile. Non vi sarà alcuna implosione della UE, né alcuna uscita dall’Euro. Almeno, allo stato attuale sembra molto improbabile. Quindi è un’idea sterile, senza prospettiva politica, che si è dimostrata incapace di sviluppare egemonia nelle classi lavoratrici. Al massimo trova accoglienza presso qualche intellettuale.

Nel caso in cui avvenisse sarebbe gestita da una classe dirigente pessima, e sarebbe pagata interamente dalle classi popolari. Ne abbiamo già parlato: uscire dall’euro significa un 30% di svalutazione, un’inflazione di circa 7-8%. Quindi la ricchezza privata nazionale, di cui tanto si parla, sarebbe erosa. Praticamente si farebbe una patrimoniale pazzesca. Facciamo prima a fare un patrimoniale del 2% e siamo a posto, ci costa meno.

Questa svalutazione e inflazione sarebbero pagate interamente dalle classi popolari, dato che i grandi capitali si sposterebbe molto prima (come hanno fatto già durante questa estate e come fanno ogni volta che 4tira aria cattiva). Pietro Ingrao, tempo fa, dichiarava lo stato nazione troppo ristretto per tutelarsi contro il capitale internazionale. Io non starò certo a cercare di convincerti, ma vi fu e vi è tutta una letteratura per cui gli stati nazionali erano vasi di argilla tra vasi di ferro. Se vuoi farti un’idea del dibattito nella sinistra dell’epoca prova a guardare Dockès, L’internazionale del capitale e Michalet, Il capitalismo mondiale, come anche Crisi e terza via di Ingrao. Tutti editori riuniti. Non che si debba sottoscrivere quelle tesi, datate, ma solo per dire che la narrazione sulla Banca d’ Italia e il divorzio col Tesoro, e la svendita di un paese magnifico è una semplificazione bestiale, e sta producendo, secondo me, accecamento. Fanatismo. Le cose stavano diversamente e stanno diversamente. Un piccolo stato come il nostro sarebbe divorato dai ricatti di multinazionali e altri grandi stati. Dalle grinfie dell’odiata Germania alle grinfie di chi? Questo bisogna dirlo.

Ma insomma, così ho detto troppo, e non sono cose da FB, a meno che non si voglia volgerle in chiave propagandistica o fare la sfida all’OK corrall, cosa di cui non ho molta voglia. Il punto è che l’uscita dalla UE è un salto nel buio, che se si andasse a votare non avrebbe alcun seguito (secondo me), non appena le persone capiscono che dei loro risparmi in banca perderebbero il 30%. Dal punto di vista macroeconomico una follia, una distruzione di ricchezza nazionale. Tutto opinabile, per carità, ma non credo sia opinabile che il sovranismo, nel modo che ho specificato prima, si è rivelato sterile. Ha portato solo un poco di acqua e di argomenti alle destre. Questi i fatti.

La UE può venire meno solo perché implode per le sue contraddizioni interne. Questo non è escluso, ma è improbabile. La sua dissoluzione consegnerebbe i paesi europei alla forza di altri, e questo non conviene a nessuno. Il punto non è allora uscire dalla UE ma avere una classe dirigente che, come legittimamente fanno gli altri, sappia fare gli interessi del paese. Si può fare un altro percorso.

L’idea di un debito comune non è praticabile, e fossimo noi tedeschi ci guarderemmo dall’accettarla. Tu fai debiti e io me li accollo? Dai. Quello che si sta facendo non è moltissimo, ma non è niente. Sono passi avanti importanti, che non vanno enfatizzati come fanno i governativi ma neanche minimizzati. Sono cose importanti.

In ogni caso, per come la vedo io si tratta di concentrarsi su questioni concrete: la rivoluzione tecnologica e la ristrutturazione del mondo del lavoro, la disoccupazione, la mobilità sociale etc. Un intero orizzonte di problemi che bisogna giocarsi stando DENTRO la UE, perché a questo ci consegna la storia. La UE è diventata il drappo rosso che fa infuriare il toro e lo inganna, distogliendolo dai veri problemi. Almeno io la vedo così. Alla fine, il post non aveva un tono o un fine polemico. Voleva solo dire che secondo me una fase si chiude perché mi sembra che non porti a niente, e che vale piuttosto la pena seguire altre strade, sia dal punto di vista teorico che pratico. Come dire, era una sorta di confessione pubblica, poi ognuno segue quello che crede vero e giusto.

Infine, lo stato-nazione tornerà, sta tornando, ma non sarà quello di prima. Tornasse quello di prima sarebbe lo zimbello di grandi imperi finanziari e industriali. Oppure vuoi mettere i dazi alle frontiere e fare una bella politica mercantilista? Magari prendiamo Fichte e lo stato commerciale chiuso a modello? Credo che siamo entrambi d’accordo che non possono essere quelle le soluzioni.

Grazie della discussione, Andrea.

 

Andrea Zhok

Sono d’accordo con un paio di cose (lo sono sempre stato, peraltro). Primo, non credo che porre in testa all’agenda politica l’Italexit sia produttivo. L’Italexit è un mezzo, non un fine, e bisogna tener fermo il fine, e renderlo plausibile (e molto si può fare senza puntare senz’altro sull’Italexit, in termini di proposte politiche socialiste). In effetti sono uscito da una forza politica che proponeva l’Italexit come tema primario e preliminare proprio per un disaccordo su questo punto.

In secondo luogo è vero che un’uscita unilaterale sarebbe un’operazione di grande complessità, che dovrebbe essere gestita dalla stessa classe dirigente che finora non è riuscita a fare cose ben più semplici, come riprendere in mano un po’ di industria strategica in mano statale.

Detto questo sono invece in netto disaccordo con quasi tutte le altre analisi particolari.

La tua analisi degli effetti dell’inflazione è a mio avviso, perdonami, proprio sbagliata. Dove si abbatte l’inflazione dipende da decisioni politiche molto semplici da gestire (se non lo si vuole gestire è una scelta politica, ma certo non è qualcosa da ascrivere ad un problema tecnico intrinseco all’inflazione. Inoltre un’inflazione moderata in un contesto come quello italiano sarebbe una benedizione, perché costringerebbe gli ingenti capitali immobili a rimettersi in circolazione, ad investirsi, e simultaneamente abbatterebbe il debito pubblico reale. Un’inflazione moderata per qualche anno per un paese come l’Italia, se gestita decentemente (un’indicizzazione parziale dei salari?) sarebbe una benedizione, non un problema.

La questione dell’isolamento fuori dall’UE è a mio avviso mal posta. L’UE è una struttura definita da certi trattati. Al posto di quei trattati si possono stipulare trattati diversi, magari tra paesi con maggiore omogeneità di interessi. Al momento l’UE è un sistema votato alla paralisi (lo ha dimostrato costantemente per anni), e che dunque non è d’aiuto per nessuno. Poi, come dico sempre, se vogliamo credere ai miracoli, per me va bene: se domattina con accordo unanime si chiama “Unione Europea” un sistema di collaborazione istituzionale su basi keynesiane, bene, mi farò piacere il vecchio nome per un nuovo oggetto. Ma al momento è solo una pastoia neoliberale.

La questione del “debito comune” poi è, temo, di nuovo mal posta. Se hai una moneta comune e una politica economica comune, definite dai trattati, allora mantenere competizione fiscale illimitata e responsabilità separata dei debiti è una follia suicida. Non può funzionare, perché non è né carne né pesce. Questo arrangiamento istituzionale era stato proposto come passo intermedio verso gli “Stati Uniti d’Europa”, dunque verso un orizzonte di unificazione della legislazione fiscale e del debito pubblico. Oggi moltissimi hanno enormi dubbi rispetto a questa prospettiva, ma è almeno una prospettiva internamente coerente. Se però non si va avanti bisogna andare indietro.
(Per inciso, i sovranisti duri e puri non vogliono affatto la mutualizzazione del debito, perché essa sarebbe un passo ulteriore verso un’unificazione europea. Però l’argomento che guarda alla mutualizzazione del debito come se fosse un dettaglio indipendente, e non fosse correlato con la comunanza della moneta, del mercato e della fiscalità, è semplicemente un errore: un europeista deve volere la mutualizzazione anche del debito, un sovranista deve volere la separazione anche della moneta, ma volere la moneta comune + robe come l’Olanda che gioca al paradiso fiscale e senza mutualizzazione del debito, beh, questo può volerlo solo un masochista.).

Molto altro sarebbe da dire, ma un’altra volta.

 

Roberto Buffagni

Nel loro dialogo, a mio avviso, Vincenzo Costa e Andrea Zhok prendono in considerazione i due versanti della questione “sovranismo”/europeismo”, e per così dire procedono in parallelo con le loro argomentazioni. Provo a integrare. Dice Vincenzo Costa che “il sovranismo è sconfitto” (personalmente concordo). Dice Andrea Zhok che no, perché a) il “sovranismo realmente esistente”, cioè “quella sorta di neoliberismo nazionalista brandeggiato da Salvini (e da parecchi altri in Europa)” è tutt’altro che sconfitto”, perché “E’ e resta quasi ovunque forza dominante, perché la profondità e multifattorialità del fallimento della sinistra non si cancella in un giorno e questi vivono del discredito della sinistra.” b) i problemi e le contraddizioni della UE, questo ferro di legno, sono tutt’altro che risolti o in via di soluzione (concordo anche su questo). Concordo con entrambi i dialoganti, che pur dissentono tra loro, per i seguenti motivi.

1) Il “sovranismo realmente esistente”, cioè “quella sorta di nazionalismo neoliberista brandeggiato da Salvini” (Zhok) è l’unico realmente esistente, in tutta Europa e per il vero in tutto l’Occidente, perché il vasto e articolato benché confuso e confusionario movimento che s’usa etichettare sotto il nome “sovranismo” (che è poi parola che a scopo cosmetico sostituisce la più corretta “nazionalismo”) è una reazione al “globalismo” o “mondialismo”, ed essendo una vera e propria reazione, è il negativo fotografico del suo nemico. Chi sono le forze politiche che hanno costruito e governano la UE? Sono le classi dirigenti europee (e statunitensi): liberals, cattolici, socialdemocratici; gli eredi legittimi delle classi dirigenti antifasciste che hanno vinto, sul campo di battaglia o nelle urne elettorali, la Seconda Guerra Mondiale e il dopoguerra. Dalla grande alleanza antifascista mancano solo i comunisti sovietici, ma sono rappresentati dai loro eredi: eredi legittimi anche loro, anche se dopo l’estinzione del ramo principale è un ramo cadetto (i maligni dicono, un ramo bastardo) a portare il titolo.
Dopo la grande vittoria comune di settant’anni fa, queste grandi Case si sono aspramente combattute per decenni. Oggi governano insieme il Consiglio della Corona del (falso) Re e la Camera dei Lord dell’Unione Europea. Come hanno fatto ad accordarsi? Per il potere, si dirà. Certo, per il potere: ma questa risposta, che è sempre vera, non spiega tutto, e anzi forse non spiega niente. Qual è il minimo comun denominatore che ha consentito alle grandi Case, un tempo in lotta per il potere, di trovare un durevole accordo, e così porre la corona sul capo del falso Re?
Il minimo comun denominatore delle grandi Casate americane ed europee che sostengono il falso Re (l’Unione Europea) è l’universalismo politico. L’universalismo è una cosa sul piano delle idee, dei valori, della spiritualità (nella cristianità europea, l’istituzione delegata a incarnarlo era la Chiesa, il primo “sole” del De Monarchia dantesco). Se tradotto sul piano politico, però, l’universalismo non può che incarnarsi in forze inevitabilmente particolaristiche: perché esistono solo quelle, nella realtà effettuale.
Volendo, chiunque se ne senta all’altezza può parlare in nome dell’universale umanità; ma non può agire politicamente in nome dell’universale umanità senza incorrere in una contraddizione insolubile, perché l’azione politica implica sempre il conflitto con un nemico/avversario.
Senza conflitto, senza nemico/avversario non c’è alcun bisogno di politica, basta l’amministrazione: “la casalinga” può dirigere lo Stato, come Lenin diceva sarebbe accaduto nell’utopia comunista. A questa contraddizione insolubile si può (credere di) sfuggire solo postulando come certo e autoevidente l’accordo universale, se non presente almeno futuro, di tutta l’umanità: “Su, lottiamo! l’ideale/ nostro alfine sarà/l’Internazionale/ futura umanità!” (il “governo mondiale” è un surrogato o avatar della “futura umanità” dell’inno comunista).
Lenin, e in generale il movimento comunista (o anarchico) rivoluzionario, vuole risolvere la contraddizione con la forza. Nella classificazione machiavelliana, Lenin è un “leone”.
L’universalismo politico delle grandi Casate nobiliari nordamericane ed europee che sostengono l’UE non è meno radicato di quello leniniano, perché discende dalla stessa radice illuminista. Esse però vogliono/devono risolvere la contraddizione con l’astuzia; Machiavelli le definirebbe “volpi”. Scrivo “devono”, perché a prescindere dalle intenzioni soggettive, le grandi Case non potrebbero essere altro che “volpi”: entrambi i “federatori a metà”, USA e Germania, non possono portare a compimento con la forza la loro opera.
Come l’URSS comunista, anche l’UE postula l’accordo universale, se non presente almeno futuro: accordo anzitutto in merito a se medesima, e in secondo luogo in merito al governo mondiale legittimato dall’umanità universale, che ne costituisce lo sviluppo logico, e giustifica eticamente sin d’ora l’obbligo di accogliere un numero indeterminato di stranieri, da dovunque provenienti, sul suolo europeo. Per questa ragione è impossibile definire una volta per tutte i confini territoriali dell’Unione Europea, che qualcuno, ai tempi dell’entusiasmo europeista, pretendeva di estendere alla Turchia, e persino a Israele: perché ha diritto di far parte dell’UE chi ne condivide i valori universali (cioè virtualmente tutti, dal Samoiedo al Gurkha al Masai), non chi ne condivide i confini storici e geografici.
Il passaggio tra il momento t1 in cui l’accordo universale è soltanto virtuale, e il momento t2 in cui l’accordo universale sarà effettuale, non avviene con il ferro e il fuoco della “volontà rivoluzionaria”. Le volpi oligarchiche UE introducono invece nel corpo degli Stati europei, il più possibile surrettiziamente, dispositivi economici e amministrativi – anzitutto la moneta unica – che funzionano, secondo la celebre definizione di Mario Draghi, come “piloti automatici”. Questi piloti automatici provocano crisi politiche e sociali, previste e premeditate, all’interno degli Stati e delle nazioni, ai quali impongono o di insorgere in aperto conflitto contro la Corona, o di addivenire a un accordo universale in merito al “sogno europeo”: per il bene degli europei e dell’umanità, naturalmente, come per il bene dei russi e dell’umanità Lenin ricorreva al terrore di Stato, alle condanne degli oppositori per via amministrativa, etc.
A quest’opera va associata, inevitabilmente, una manipolazione pedagogica minuziosa e su vasta scala, in altri termini una lunghissima campagna di guerra psicologica. La dirigenza UE conduce questa campagna di guerra psicologica da una posizione di ipocrisia strutturale formalmente identica a quella della dirigenza sovietica, perché non è bene e vero quel che è bene e vero, è bene e vero quel che serve alla UE o alla rivoluzione comunista: in quanto Bene e Verità = accordo dell’intera umanità, fine dei conflitti, pace e concordia universali. Le élites, necessariamente ristrette, di “pneumatici” e di “psichici” che conoscono questo arcano della Storia, hanno il diritto e anzi il dovere morale di ingannare e manipolare, per il loro bene, le masse di “ilici” che invece lo ignorano.
Il leone Lenin accetta solo provvisoriamente il conflitto politico, e anzi lo spinge a terrificanti estremi di violenza, in vista dell’accordo universale futuro: dopo la “fine della preistoria”, quando diventerà reale il “sogno di una cosa” comunista e ogni conflitto cesserà nella concordia, prima in URSS poi nel mondo intero. Le volpi UE celano l’esistenza effettuale del conflitto (in linguaggio lacaniano lo forcludono), e da parte loro lo conducono, solo provvisoriamente, con mezzi il più possibile clandestini, in vista dell’accordo universale futuro, quando diventerà reale il “sogno europeo” e ogni conflitto cesserà nella concordia, prima in Europa poi nel mondo intero.
In questo grande affresco romantico proposto alla nostra ammirazione con la colonna sonora dell’Inno alla Gioia (forse non è un caso che il Beethoven delle grandi sinfonie fosse anche il compositore preferito di Lenin) c’è solo una scrostatura: che nella realtà, l’accordo universale di tutta l’umanità non si dà effettualmente mai. Ripeto e sottolineo due volte: mai, never, jamais, niemals, jamàs, etc.

Dunque, la “reazione sovranista” non poteva che venire da una cultura politica di destra, perché solo nella cultura politica di destra esistono elementi, già prefabbricati, in grado di contrapporsi all’universalismo politico: nazione, popolo, comunità e (Deus avertat) razza.

2) Ma la “reazione sovranista al mondialismo” incontra necessariamente, sulla sua strada, un’altra per così dire Entità che non è una forza politica bensì una vera e propria forza di sistema impersonale, un criterio, una logica, ed è, per dirla con de Benoist, la Forma Capitale, la quale è ordinata alla logica più universalista di tutte. La incontra necessariamente per il banale ma non trascurabile motivo che se il “sovranismo” non interpreta e rappresenta gli interessi del Lavoro, perde. E’ in effetti lo stesso identico problema che si trovarono ad affrontare i fascismi negli anni entre deux guerres del Novecento, e anche stavolta la soluzione è estremamente difficile. La soluzione sarebbe, in linea teorica, quella del superamento della contrapposizione destra/sinistra, e dell’alleanza strategica tra nazionalismo e socialismo. Le condizioni oggettive ci sarebbero tutte. Mancano le condizioni soggettive, vale a dire: a) sul piano teorico, manca una articolazione sufficiente dell’universalismo. E’ possibile un universalismo che integri in sé non solo la possibilità, ma la legittimità permanente delle differenze? Differenze tra popoli, culture, regimi politici, etc.? Sì che è possibile. Ne offrirebbe una, anzi ne offrirebbe diverse il pensiero del realismo politico cristiano, se ci fosse ancora, come forza culturalmente e politicamente attiva, il realismo politico cristiano (non c’è più) b) mancando una cultura politica e non solo politica abbastanza coerente da integrare universalismo e particolarismo delle differenze, manca anche il punto di contatto tra cultura politica “di sinistra” (che non può non essere universalista) e cultura politica “di destra” (che non può non essere particolarista). Dunque i tentativi di alleanza “al di là della destra e della sinistra”, che pur sono stati esperiti, e anche con una certa buonafede, in Francia e (con meno buonafede) in Italia, sono falliti. Falliti per ragioni contingenti (infinite) ma falliti anche per questa ragione, non contingente ma essenziale o strutturale, che costituisce un colossale ostacolo alla formazione di un soggetto politico in grado di contrapporsi alle forze mondialiste ed europeiste in modo davvero efficace, il che significa “contrapporsi alle forze europeiste e mondialiste integrando la parte decisiva delle loro ragioni“. La parte decisiva delle ragioni delle forze mondialiste e europeiste è l’universalismo spirituale, cioè a dire il concetto filosofico e religioso di “umanità”, di partecipazione di tutti gli uomini a un medesimo Logos.

Se non viene integrata questa ragione del mondialismo, e ricompresa con una articolata e coerente legittimazione delle differenze all’interno della comune umanità, si abbandona tout court la radice della civiltà europea e letteralmente si regredisce alla barbarie identitaria, tribale o, peggio (Deus avertat, di nuovo) razziale/razzista.

3) Quindi, per quanto ho esposto sopra, che cosa è successo? E’ successo che il “sovranismo realmente esistente”, nato da una cultura politica di destra, fallita l’alleanza con le culture politiche (minoritarie) di sinistra che si contrappongono a mondialismo ed europeismo, è regredito. Non è regredito alla barbarie, per fortuna, ma è regredito alla Guerra Fredda. Ha tirato fuori dal baule del nonno tutti i vecchi stilemi e riflessi condizionati della guerra fredda: americanismo perinde ac cadaver, tirannide comunista con la Cina al posto dell’URSS, statalismo e sindacalismo egualitarista come Babau, liberismo da poveracci con la partita IVA martire dei comunisti e Briatore come modello di vita, e come ciliegina sul gelato, la gestione imbecille della pandemia in corso, con il “virus comunista” e il suo corteggio di allucinanti scemenze complottiste e di mascherina totalitaria (ciò, si noti bene, quando era facile per una opposizione decente fornire il massimo appoggio al governo per l’emergenza sanitaria, e fare la massima opposizione alla gestione dell’emergenza economica).

Ora, siccome la Guerra Fredda non c’è più e il nemico non è il comunismo, va da sé che il “sovranismo realmente esistente” è condannato a perdere, anche se sicuramente resterà una forza politica molto rilevante e potrà anche andare al governo, in Italia e altrove.

4) Che fa intanto il nemico, vale a dire le forze mondialiste/europeiste? Il nemico si dimostra più bravo, più capace di imparare dai propri errori, di integrare le ragioni dell’avversario e di prendere l’iniziativa. In Francia, con l’esperimento Macron, ha dimostrato di sapere, lui sì, stringere un’alleanza strategica fra destra e sinistra: ha infatti alleato le borghesie (termine improprio, facciamo per capirci) di destra e di sinistra contro populismo e sovranismo, in una riedizione aggiornata del compromesso louis-philippard del 1830; e ora, con il Recovery Fund, il quale sul piano empirico sarà sicuramente una fregatura per i paesi mediterranei, ma sul piano qualitativo è una svolta che può rivelarsi decisiva, ha forse saputo dare inizio a una vera e propria integrazione economica europea.

5) Per riassumere. Penso che abbia ragione Andrea Zhok quando espone le mille ragioni oggettive, strutturali, della precarietà e contraddittorietà della UE; e del fatto che essa non può che essere un nemico dei popoli e dei lavoratori europei. Esse ci sono, ci sono eccome, e per il solo fatto di esserci attestano che la partita NON è chiusa, e che si spalancano intere autostrade a venti corsie per una opposizione efficace. Penso che abbia ragione Vincenzo Costa quando dice che “il sovranismo è sconfitto”, perché è sconfitto il “sovranismo realmente esistente”, il quale si è in buona sostanza sconfitto da sé, per le gravi insufficienze soggettive delle quali ho tratteggiato un abbozzo ai punti precedenti.

Insomma, la partita non è chiusa perché non sono chiuse le contraddizioni e i conflitti reali; ma il primo tempo è finito con la sconfitta dell’opposizione all’europeismo e al mondialismo, perché non basta che le contraddizioni e i conflitti vi siano: bisogna anche sapervisi inserire nel modo opportuno.

Vincenzo Costa

Grazie del contributo. Un’analisi accurata che da molto da pensare.

Andrea Zhok

Roberto Buffagni. Analisi molto bella e articolata, di cui ti ringrazio.
La trovo convincente sul piano dell’analisi della parabola del “sovranismo realmente esistente” identificato con la Lega e i suoi cespugli.
La trovo affascinante, ma meno convincente per quanto riguarda la macroanalisi storica.

Nello specifico la categoria storica decisiva, quella di ‘universalismo’, è a mio avviso troppo indeterminata per esaminare la storia successiva alla Rivoluzione francese.

La vera lotta degli ultimi due secoli è stata solo in piccola parte lotta tra universalismo e particolarismo, ma molto più spesso è stata lotta tra tipi radicalmente diversi di universalismo. Nel movimento comunista e socialista, accanto ad un universalismo scientista e livellatore, positivista ed imperialista, è sempre esistito (in considerevole confusione concettuale, va detto) un universalismo che dichiarava diritto dell’intera umanità l’autogoverno e la sovranità dei popoli, la loro autodeterminazione, cioè un universalismo che riconosceva e legittimava le nazioni, le culture, le diversità territoriali. Questo non è particolarismo, è universalismo, ma non del tipo astratto formulato dal primo illuminismo. (Incidentalmente, avendone il tempo potrei mostrare come solo questo universalismo è concretamente sostenibile).

La seconda questione, correlata alla prima, su cui (in un altro momento) vorrei approfondire il discorso è legata al nesso tra universalismo e capitalismo. Nel quadro che proponi si giunge alla conclusione paradossale che imperialismo, comunismo, illuminismo, capitalismo ed europeismo sono solo aspetti di un medesimo Moloch concettuale, l’universalismo. Però capisci bene che trattare Lenin come alleato del capitalismo – e qui si arriva – opera una semplificazione concettuale davvero troppo ardua da metabolizzare.

Arrivato qui il dovere mi chiama, ma ti rimando – secondo l’indecente costume accademico – al mio libro sulla ragione liberale, dove cerco di mettere a fuoco proprio al differenza tra l’universalismo liberale, legato alll’evoluzione del capitalismo, ed un universalismo democratico (talvolta socialista) che diverge dal primo molto precocemente, e che non è senz’altro assimilabile alla ‘destra’ (l’eredità dell’Ancien Regime).

Roberto Buffagni

Grazie a te. In effetti dire che il comunismo leninista è un alleato segreto del capitalismo è un po’ forte, non ci sarebbero arrivati neanche i geni dell’Ufficio Falsi Politico-Letterari dell’Okhrana, quelli del “Protocollo dei Savi di Sion”. Il tuo libro lo leggerò volentieri. Come sai la mia cultura politica è di destra e non sono né storico né filosofo di professione, quindi, in mancanza di dovere d’informazione esaustiva professionale, tra le mie letture di dilettante ci sono più opere “di destra” che opere “di sinistra”; però conosco anche io, anche se non abbastanza bene, che è effettivamente esistito un “universalismo democratico, talvolta socialista” che fa ampio spazio alle differenze, pur senza rinunciare all’universalismo, anzi. Basta fare il nome di Giuseppe Mazzini, l’Apostolo le cui severe sembianze riprodotte in busti di marmo o bronzo tuttora costellano i giardinetti italiani, per la gioia dei piccioni (ci scherzo un po’ ma lo rispetto molto, eh?). Io sono persuaso che sia certamente possibile, anche oggi, una articolazione dell’universalismo che comprenda e legittimi la permanenza delle differenze particolari, e delle gerarchie di valori che ne conseguono. Non mi risulta che essa via sia in misura sufficiente e sufficientemente egemonica, da un canto; e dall’altro, ho l’impressione (è solo un’impressione ma è molto forte) che ad essere in questione nell’arena politica e filosofica, oggi, siano questioni antropologiche di fondo che rinviano alla radice del problema; e la radice del problema è vecchia se non antica, vale a dire l’illuminismo e la rivoluzione francese, e probabilmente anche le guerre di religione intracristiane. L’impressione si fonda anzitutto sul fatto (perché questo mi pare un fatto) che, per farla cortissima: il segreto o il trucco liberalcapitalistico di fondo è: far sì che la gerarchia e il comando, indispensabili per la sussistenza di ogni società, siano quanto più possibile depurati dal comando dell’uomo sull’uomo. Comando impersonale sulle cose e sulle procedure, e comando impersonale delle cose e delle procedure sugli uomini. Ora, se tu vuoi limitare il capitalismo liberale, e restringerlo nel recinto dell’Economico, dovrai di nuovo giustificare e legittimare il comando dell’uomo sull’uomo; e come fai, se non giustifichi e legittimi una gerarchia che NON risponda al criterio democratico del denaro? Ci sono i voti, un altro criterio quantitativo e democratico. Bastano? Non lo so (sul serio non lo so, e mi fermo qui perché non so proseguire).

Michel Onfray, Teoria della dittatura, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Michel Onfray, Teoria della dittatura, Ponte alle Grazie 2020, pp. 219, € 16,50.

 

Michel Onfray con questo saggio ci offre una “nuova” concezione della dittatura, che non è quella classica del secolo XX, in cui il termine era usato (soprattutto) per designare il totalitarismo, ma è la dittatura mascherata, con parecchi punti di contatto con il dispostismo mite descritto da Tocqueville in un celebre passo della Democratie en Amérique (2,4,6).

L’autore si pone il problema se la società attuale sia veramente libera, o almeno, abbia fatto negli ultimi decenni progressi verso la libertà. Per rispondere a questi interrogativi usa criteri desunti dalle due opere di Orwell più note: 1984 e La fattoria degli animali, in cui il romanziere inglese descriveva i totalitarismi del XX secolo: nazismo e comunismo. Da queste, Onfray desume sette “comandamenti” idonei a demolire le libertà e realizzare una dittatura: distruggere la libertà, impoverire la lingua; abolire la verità; sopprimere la storia; negare la natura; propagare l’odio; aspirare all’impero.

Ai comandamenti seguono i “principi” che ne sono le deduzioni conseguenti, come Praticare una lingua nuova, Usare un linguaggio a doppia valenza, Inventare la memoria, Cancellare il passato, Creare la realtà, e così via.

Comandamenti e principi che si trovano, per lo più, sia nei totalitarismo del ‘900 che nell’Europa di Maastricht, qui ovviamente in versione soft. Una particolare attenzione l’autore da alla comunicazione: Orwell in 1984 aveva descritto una società in cui il potere era esercitato prima che con la coazione, con un raffinato stravolgimento del legame tra realtà e rappresentazioni verbali. La neolingua è finalizzata a ridurre il pensiero “il potere sulle cose passa per il potere sulle parole”. La stessa riduzione dei vocaboli, la semplificazione della grammatica e della sintassi riducono le possibilità di un pensiero diversificato ed analitico. Ancor più se i termini sono (volontariamente) equivoci. Si arriva così a creare una realtà immaginaria: la realtà non ha un’esistenza autonoma, indipendente dal soggetto: è un prodotto della coscienza del soggetto che “le fornisce senso, vita e verità”. Continua Onfray “Una metafisica di questo tipo è estremamente interessante dal punto di vista politico… Se la realtà è solo quello che la coscienza le permette di essere, basta agire sulle coscienze per produrre la realtà che si desidera. In ambito di realtà, ciò che è, è soltanto ciò che si trova dentro la coscienza, quindi dentro la testa del soggetto. Grazie all’educazione delle coscienze, il potere potrà allora produrre la realtà che più gli conviene”.

Ovviamente per far questo occorre “non credere a quello che si vede o a quello che si sente; … credere soltanto a quello che il Partito sostiene”. Ossia la scissione tra rappresentazione verbale e realtà serve a corroborare l’esercizio del rapporto di comando-obbedienza, quindi a creare consenso al potere. Più consenso significa usare meno la forza.

L’autore riporta le frasi di uno dei personaggi di 1984, l’intellettuale-dirigente del Partito. Questi racconta al protagonista “Tu credi che la realtà sia oggettiva, esterna, che esista di per sé. Credi anche che la natura della realtà si riveli da sé… Ma, Winston, ti assicuro che quella realtà non è esterna…(esiste) soltanto nella mente del Partito, che è collettiva e immortale. Ciò che il Partito considera la verità è la verità”.. Anche la storia è vissuta e percepita in 1984 attraverso il ministero della Verità, solo in funzione del presente e in quanto serve al potere: il passato è riscritto per le esigenze  contingenti del Partito.

Nella conclusione l’autore sostiene “Chi può dire, oggi come oggi, di non essere d’accordo sul fatto che il ritratto del totalitarismo abbozzato da Orwell sia quasi un affresco dei nostri anni? Anche oggi, in effetti, la libertà è difesa male, la lingua messa sotto attacco, la verità cassata, la storia strumentalizzata, la natura bypassata, l’odio incoraggiato e l’imperialismo in marcia”. Il culto votato oggi al progresso è un “progressismo nichilista”, una marcia verso il nulla: e Onfray enumera tutti i sintomi che riconducono ai “comandamenti” di Orwell la situazione attuale, tra cui la moralina, concetto di Nietzsche il cui “nome rimanda, da una parte alla morale” e dall’altra agli stupefacenti, la quale “contamina queste stesse fonti con un manicheismo capace solo di opporre il bene al male, i buoni ai cattivi, il verso al falso, l’informazione all’intossicazione”. In un mondo siffatto il “progresso” consiste “nel mobilitare la scuola, i media, la cultura e il Web per fare propaganda… nel nascondere il vero potere e nello sviare altrove l’attenzione… consiste infine nel governare senza il popolo, contro il popolo e nonostante il popolo”.

Ossia nella mistificazione di un potere il quale diffonde un conformismo di massa per esercitare il dominio (detto nella vecchia lingua) o la governance, come si esprimono, nella neolingua, le classi dirigenti. Ma come possa ciò salvarci dall’evidente decadenza in cui sta sprofondando lentamente l’Europa e, più in fretta, l’Italia, non è dato comprendere. Anzi è (il frutto e) la derivazione, nel senso di Pareto, di questa stessa decadenza.

Teodoro Klitsche de la Grange

TUTTO TRANNE LO STATO, di  Fabrizio Tribuzio-Bugatti

Un saggio particolarmente pregnante sulla falsariga proposta da numerosi collaboratori e redattori del sito. Ci dice anche, tra i tanti spunti offerti, che la dinamica della decisione, componente costitutiva dell’agire politico, quando viene in qualche maniera ignorata, distorta, rimossa, celata non fa che trasferirsi in particolari centri strategici piuttosto che in altri con la conseguenza che risulti più facile il passaggio a quelle stesse condizioni di tirannide alle quali il pensiero liberale ha posto in altri tempi argini fondamentali  _Giuseppe Germinario

TUTTO TRANNE LO STATO

traduzione di Roberto Buffagni

Pubblicato 20 aprile 2020 Di Fabrizio Tribuzio-Bugatti

”  È di moda opporsi allo stato “, Ha affermato Jean-Pierre Chevènement nel suo discorso ai prefetti dell’8 luglio 1998, ma la sottomissione ai poteri del Denaro che lui ha sottolineato è solo una delle conseguenze. Il motivo per cui l’opposizione cresce contro lo stato è dovuto in particolare alla riluttanza dei politici stessi. Situazione paradossale quella in cui gli statisti ripudiano lo stato, al punto da rifiutarsi in certe occasioni di pronunciare il suo nome, come un tabù che risveglierebbe cose vecchie ma terrificanti sepolte a lungo nel subconscio nazionale. Questo rifiuto dello Stato porta naturalmente a un modo singolare di esercitare il potere, dal momento che si tratta sia di incarnarlo volontariamente che involontariamente, organizzando la sua impotenza con la sua limitazione. Questa prospettiva è tanto più curiosa in Francia, dove la Quinta Repubblica è venuta al mondo nel mezzo di un’insurrezione algerina, sotto l’egida di un uomo provvidenziale un po’ scettico sulla democrazia. Nata con la missione di porre fine al conflitto permanente tra il governo e il Parlamento che quest’ ultimo finiva sempre per vincere sotto la Terza e la Quarta Repubblica, ma anche il loro legalismo sfrenato, la Quinta Repubblica ha sia razionalizzato le relazioni tra il potere deliberativo e l’esecutivo, sia limitato le aree della legislazione del Parlamento nella sua Costituzione, sotto la supervisione del Consiglio costituzionale, poi pensato come una pistola puntata contro il suddetto Parlamento. Da quel momento, le citazioni che spesso prendiamo a prestito da Girardin o Machiavelli, i quali sostengono rispettivamente che “governare è prevedere” e “governare, è far credere “si sono tuttavia distaccate dalla realtà, poiché oggi” governare non è decidere “; ma cosa resta del governo se quest’ultimo non ha più prerogative decisionali? Certo, c’è sempre una decisione alla radice di tutto nella pratica del potere, anche se si tratta di decidere di non prendere alcuna decisione, che si tratti solo di determinate aree come l’economia, o di accantonare la decisione di tutto su tutti gli argomenti in generale a beneficio di una pura e semplice gestione dei vincoli previsti, come un semplice reparto risorse umane.  Non ci stancheremo mai di citare Serge Latouche su questo argomento: Se non possiamo più fare altro che gestire i vincoli, il governo degli uomini viene sostituito dall’amministrazione delle cose; il cittadino non ha più motivo di esistere. ” [1] Da un punto di vista giuridico, questa tendenza prende forma nello sviluppo dello stato di diritto, formula percepita e talvolta erroneamente considerata come un concetto monolitico, quando invece contiene due concetti distinti l’uno dall’altro, i quali sono anche autonomi a seconda delle circostanze. Tende anche a far dimenticare alle persone che la legge è soprattutto una convenzione, che si evolve o scompare a seconda dei regimi politici, dal momento che il legislatore non è altro che un’emanazione della politica e il potere di promulgare le leggi è spesso condiviso. Carl Schmitt aveva chiaramente identificato questo problema: “Lo “stato di diritto”, per usare l’espressione consacrata, è prima di tutto uno stato legislativo […] che non può semplicemente rinunciare alle leggi, queste leggi che cambiano ogni volta in base alle funzioni che deve realizzare. ” [2] Lo stato di diritto, in quanto finzione liberale, da un canto vede la legge come un mezzi per porre limiti allo Stato; le sue derive liberali-libertarie lo interpretano come” lo Stato in cui abbiamo il diritto di avere diritti ”, non senza motivo, poiché, d’altro canto, la legge non ha più alcuna funzione se non il riconoscimento legale degli interessi. Da un punto di vista normativo, è in definitiva lo Stato del diritto, il che comporta paradossi clamorosi. Il politico, che finisce per ripudiare anzitutto il proprio statuto, si ritrova comunque costretto a legiferare, per mezzo del potere deliberativo o esecutivo, con il secondo che spesso diventa un ramo del primo. La fine della classica opposizione tra il deliberativo e l’esecutivo in fin dei conti non si concluderà con  la forma dittatoriale prevista dalla tradizione repubblicana, nella quale il dittatore può deliberare da sé e per sé,al fine di eseguire le proprie decisioni senza possibilità di ricorso, mentre viene rimossa la questione del giusto e dell’ingiusto. È probabilmente una forma di tirannia, dal momento che il dittatore, nella teoria giuridica, non può né fare nuove leggi, né tanto meno disporre della Repubblica; al contrario mettere in opera una volontà di impotenza ha esattamente l’effetto opposto, cioè una legislazione dedicata all’indebolimento strutturale e politico della Repubblica. La liquidazione dello Stato avviene in due forme principali: il graduale ma inevitabile smantellamento delle sue parti, in particolare economico o amministrativo; il rifiuto di ricorrere ad esso quando le circostanze lo richiedono, in particolare in caso di crisi. L’intera questione è come, al contrario, ciò che può apparire contraddittorio sia logicamente risolto dallo stato di diritto come traduzione di una volontà di impotenza.

LA TECNICA DEL POTERE

Alcuni potrebbero trovare strana l’idea di una tecnica di potere, come se ci fosse una sorta di manuale per il buon leader, ma in realtà questo argomento è sempre stato oggetto di una letteratura abbondante i cui autori più famosi sono senza dubbio Jean Bodin, Machiavelli e Carl Schmitt. La tecnica del potere non è il potere confuso con il tipo di regime politico, come nelle ben note tipologie di Aristotele e Polibio, ma in effetti il ​​modo in cui viene esercitato, abilmente o goffamente, in quanto dominio del principe in particolare. Anche Hippolyte Taine ne offre una buona visione d’insieme nelle sue Origini della Francia contemporanea : “ Ciò che viene chiamato un governo è un concerto di poteri, che, ciascuno in un ufficio separato, lavora collettivamente per un’opera finale e totale. Che il governo faccia questo lavoro, ecco tutto il suo merito; una macchina vale solo per il suo effetto. Ciò che conta non è che sia ben disegnato sulla carta, ma che funzioni bene sul campo. ” [3] La tecnica del potere è tuttavia discussa anche nella storia giuridica, come dimostra il lavoro svolto da Carl Schmitt nel suo libro Dittatura; qui egli ricorda un concetto fondamentale che anche noi tendiamo a trascurare, considerandolo acquisito, e quindi accidentale, sulla summa divisio tra diritto pubblico e privato. Ricorda Schmitt che l’esercizio del potere risponde bene a una certa tecnica, che è arcana. È una conoscenza esoterica, che solo una minoranza conosce e deve essere autorizzata a conoscere, come il fuoco greco dei bizantini nel campo della guerra. È proprio la natura arcana di questa tecnica che consente una lettura seria del Principe di Machiavelli, al di fuori della leggenda nera che gli fu affibbiata. Scritto in lingua volgare, Il Principe è un manuale che mira all’istruzione di un uomo provvidenziale in grado di unificare la penisola italiana, come evidenziato dall’ultimo capitolo; è quindi una strategia difensiva da parte di Machiavelli.  Ha anche parlato a lungo di un preciso equilibrio che il Principe deve cercare tra abilità e ferocia. Perché ”  Possiamo combattere in due modi: o con le leggi o con la forza. Il primo è specifico dell’uomo, il secondo è proprio degli animali; ma come spesso il primo non è sufficiente, uno è obbligato a ricorrere all’altro  ” [4]. Le circostanze determinano le scelte da fare e soprattutto il modo di farle. Ecco perché  “il principe, quindi, dovendo comportarsi come una bestia, cercherà di essere sia volpe che leone: poiché, se è solo un leone, non percepirà le sottigliezze; se è solo una volpe, non si difenderà dai lupi; e deve anche essere una volpe per conoscere le trappole e un leone per spaventare i lupi. Coloro che si limitano a essere leoni sono molto maldestri. ” [5]La sua vera innovazione non si deve alle considerazioni sull’uomo in generale, contrariamente a ciò che una lettura riduttiva ha cercato di imporre come interpretazione del suo pensiero, ma nell’approccio scientifico allo studio del potere: è quindi il politico che interessa Machiavelli, e la sua relazione con il potere, a seconda che sia governante o governato. La sua corrispondenza, inoltre, non consente più alcuna ambiguità su questo lungo argomento spinoso, ma che continua ad essere oggetto di dibattito oggi:

Ora arrivo all’ultima parte del mio compito: quello in cui insegno ai principi crudeltà e metodi di dominio assoluto. Se qualcuno legge il mio libro con imparzialità e indulgenza, sarà facile vedere che la mia intenzione non è quella di dare un esempio al mondo in questo modo di governare o in questi stessi uomini di cui sto parlando, ancor meno l’ insegnare agli uomini un modo per schiacciare gli uomini virtuosi e tutto ciò che è sacro e venerabile su questa terra: leggi, religione, probità, ecc. Se sono stato un po’ troppo preciso nel descrivere questi mostri in tutti i loro aspetti e comportamenti, è con la speranza che l’umanità, conoscendoli, li respingerà, essendo il mio lavoro sia una satira contro di loro che una vera descrizione. ”
—Nicolò Machiavelli, in” Lettera ad un amico ” [6] –

La tecnica del potere è quindi una tecnica nella quale Machiavelli aveva cercato di istruire il Principe che avrebbe unificato l’Italia. Il suo lavoro dipinge un affresco naturalistico, come tutti i suoi scritti in generale, sia che si tratti delle relazioni delle sue missioni diplomatiche o dei suoi Discorsi sulla prima deca di Tito Livio . La storia e le idee sono un supporto grazie al quale Machiavelli impara a identificare la migliore tecnica di potere possibile, di cui l’astuzia fa ovviamente parte. Ciò illustra la natura arcana del potere, ma anche l’obiettivo della politica in Machiavelli: “che un principe si proponga dunque come obiettivo di conquistare e mantenere lo Stato: i mezzi saranno sempre considerati onorevoli e lodati da tutti  ” [7]. La legge è una funzione di questo obiettivo, nel pensiero machiavellico. Il Discorso si basa quindi esclusivamente sul diritto pubblico, le considerazioni privatistiche ​​non soltanto non vi hanno spazio, ma Machiavelli mette in guardia da possibili incursioni del diritto privato nel diritto pubblico. Poiché l’istituzione delle leggi illustra la virtù del costruttore di una città e del Principe, devono solo servire a migliorare l’uomo ” e quando una cosa produce buoni effetti da sola senza la legge, la legge non è necessaria. ” [8]La sua preferenza per la costituzione mista, di cui prende come esempio la Repubblica Romana, conferma l’idea di Machiavelli secondo cui le leggi e le riforme di un regime dovrebbero essere attuate solo in caso di necessità, o anche di estrema necessità. Il concetto di Stato di diritto è inesistente in Machiavelli perché questa associazione non ha posto; il diritto cioè deve derivare dallo stato per servirlo, e non esserne l’eguale, il che rivela un’altra originalità del suo pensiero, cioè la dittatura. Machiavelli riprende la distinzione aristotelica tra deliberare ed eseguire, dimostrando che il dittatore, lungi dall’esserne affrancato, al contrario concentra in sé questi due poteri, poiché può deliberare da sé per eseguire da sé le proprie decisioni, senza alcuno ricorso possibile, ma con una garanzia costituzionale di rilievo: non può né promulgare nuove leggi, secondo Machiavelli, né disporre della Repubblica, secondo Bodin. Questo è senza dubbio ciò che alimenterà in parte la teoria della decisione di Carl Schmitt, quando considera che il padrone dello stato è colui che decide ciò che rientra nell’eccezione; la situazione eccezionale viene tradotta, secondo lui, dalla decisione libera da qualsiasi vincolo legale, in breve dallo Stato a scapito della legge. Dopotutto, questo non può essere paragonato alla pratica del potere da parte di un certo Charles de Gaulle? Se circostanze eccezionali gli permisero di raggiungere due volte la carica di capo dello stato, fu sia per mezzo dell’astuzia – nel 1958 – sia per mezzo della forza; sia durante la seconda guerra mondiale che durante l’insurrezione algerina, durante la quale la posizione gaullista nei confronti dei comitati di salute pubblica fu ambigua. E, come disse il generale in un discorso del 1953, grazie alla paura, un impulso potente, il  che va oltre il semplice pericolo per le istituzioni. La nozione di salus publica appare più chiaramente, in queste situazioni eccezionali.

Il diritto pubblico è quindi una parte integrante del potere e viceversa, poiché entrambi riguardano lo Stato e ancor di più il suo corretto funzionamento e la sua conservazione. Da questo punto di vista, il diritto pubblico è al servizio dello stato e non è il diritto del pubblico. Al contrario, questa deriva ha segnato la sua evoluzione fino ai giorni nostri, caratterizzata dall’egemonia del diritto privato che permeava il diritto pubblico con le sue logiche al punto da deviarlo dalla sua vocazione primaria che è lo Stato. Tuttavia, come pensava Carl Schmitt, ”  applicare  considerazioni che prevalgono nel diritto privato, come æquitas e justitia al diritto pubblico, nel quale a dominare è invece la salus publica, sembra un’ingenuità tagliata fuori dalla realtà. [9] La nascita dello stato di diritto rappresentava la fine della salus publica come unico fine del diritto pubblico, prima di rimuoverlo completamente.

STATO DI DIRITTO O STATO DEL DIRITTO?

Dobbiamo tenere presente che stato e legge sono due concetti distinti, come abbiamo detto, ecco perché pensatori come Machiavelli non si sono soffermati sullo stato di diritto, mentre il blocco concettuale o “lo stato di diritto” generato da questa espressione deriva senza dubbio dalla letteratura dei monarcomachi. Quest’ultima, logica reazione alle guerre di religione, si basa sulla legge come garante dell’ordine pubblico e sull’integrità fisica dei soggetti della corona, ma sebbene vi si possa scorgere l’idea di salus publica, i monarcomachi volevano soprattutto garantire per mezzo della legge la tolleranza dei culti contro l’arbitrio reale, poiché sotto l’Ancien Régime la corona si confondeva con lo Stato, e l’arbitrio con esso. È senza dubbio già un’introduzione privatistica nel diritto pubblico, se si considera che la salus publica in questo caso non riguarda più solo lo Stato, ma fa della legge il garante dell’integrità fisica del popolo, ed è probabilmente per questo che, a differenza di Machiavelli o di Jean Bodin, i monarcomachi non affrontano  la questione della dittatura che, normalmente, è per eccellenza l’istituzione ordinata alla risoluzione delle crisi. La legge comincia ad essere considerata un baluardo difensivo contro lo Stato, e certo un esempio di dittatura come quella di Silla non li seduceva, in quell’epoca travagliata. Ciò che è tipico del liberalismo classico – vale a dire l’emancipazione dall’arbitrario o dal divino – rese tuttavia possibile, attraverso l’associazione di queste distinte nozioni di stato e legge, generare un concetto unico, che al giorno d’oggi sembra quasi assumere l’aspetto del pleonasmo nell’espressione  “stato di diritto”. Assunto come nozione giuridica, nella quale sarebbero integrati in blocco i partiti, alla fine dei conti arriveremmo a ritenere che l’unica funzione dello Stato sarebbe produrre diritto, e reciprocamente che il diritto diverrebbe la finalità logica dello Stato, quando in realtà è la salus publica,  la vera ragione del diritto pubblico.

Tuttavia, se la fine di uno stato è la produzione di norme, ciò ne altera inevitabilmente lo scopo originale, poiché per natura non c’è alcun bisogno di  legiferare sulla conservazione dello stato; le sole misure costituzionali sono necessarie, poiché appartengono al dominio della chiaroveggenza: secondo la citazione di Girardin, “governare è prevedere”, come perfettamente illustrato dal ricorso alla dittatura che si traduce, nella Quinta Repubblica, nell’articolo 16 della Costituzione. Inoltre, lo stato di diritto giunge logicamente a limitare la tecnica del potere, poiché la legge obbliga i leader politici a sottomettervisi. La decisione viene quindi ostacolata in quanto condizionata dal sistema giuridico, di cui il parlamento è parte come legislatore per eccellenza, anche se il potere legislativo è condiviso con l’esecutivo in determinate aree. Che cosa divien allora del diritto pubblico, in un sistema di stato di diritto? Carl Schmitt è stato probabilmente colui che ha risposto meglio: Il significato ultimo, il significato proprio del “principio di legalità”, che è alla base di tutte le attività statali, è che in ultima analisi, non vi è né comando né sottomissione, perché vengono implementate solo norme impersonali. Un simile apparato statale trova la sua giustificazione solo nella legalità generale di qualsiasi esercizio di potere pubblico. ” [10] In buona sostanza, il diritto amministrativo illustra perfettamente la prevaricazione del paradigma privatistico, dal momento che si tratta solo di risolvere le controversie che sorgono tra lo stato e i cittadini, che saranno definiti amministrati, mentre lo Stato è solo una parte tra le parti, e dunque non si differenzia più dal sistema giudiziario. Il giudice amministrativo funge anche da legislatore, poiché è la giurisprudenza che ha un valore normativo in materia. La legalità prevale di nascosto sulla legittimità, rafforzando lo stato di diritto inteso non solo come concetto, ma come realtà effettiva. Il legalismo è solo la logica conseguenza della consacrazione dello stato di diritto e dimostra una volta per tutte la natura eminentemente liberale di questo concetto che rende la legge un mezzo per limitare lo Stato. Il processo è molto semplice: l’unica funzione della legge è il riconoscimento legale degli interessi, su cui il parlamento legifera e di cui la giurisprudenza specifica le modalità, e a volte il contenuto. In uno stato che ha una costituzione, una legislazione, la giurisprudenza dei tribunali non è diversa dalla legge. La parola giurisprudenza deve essere cancellata dalla nostra lingua ” [11] . La produzione normativa, nel campo del diritto, della regolamentazione o persino della giurisprudenza, mira solo a completare l’uno o l’altro secondo detti interessi, per soddisfarli al meglio. Il diritto pubblico deve solo gestire i possibili vincoli quando lo Stato è parte tra le parti, una personalità giuridica tra le altre, e le tergiversazioni della giurisprudenza in merito alla responsabilità non colposa non cambiano gran cosa. Non ha più un reale predominio, vale a dire, è espropriato della sua maestà. Lo stesso liberalismo dello Stato di diritto va ancora oltre, poiché lo stato minimo è il risultato di questa legislazione a tutto campo; l’unica decisione che i leader finiscono per prendere è quella di decidere che non decideranno più.

In primo luogo nelle aree relative all’economia, rendendo lo Stato almeno un attore economico come un altro, un massimo un attore passivo, come dimostrano i fatti da diversi decenni, contraddicendo en passant la tesi sviluppata da Maurice Duverger nel suo saggio La monarchia repubblicana, secondo la quale il rafforzamento dello Stato sarebbe un meccanismo irrinunciabile, perché la modernizzazione degli scambi – in particolare commerciali o finanziari, ma anche della società in generale – lo richiederebbe. Durante la crisi causata dalla pandemia di Covid19 nella primavera del 2020, il Primo Ministro aveva in fin dei conti dichiarato che l’unica responsabilità che lo Stato sarebbe in grado di assumersi in questioni economiche sarebbe una responsabilità ” come azionista  ”, oltre al manifesto rifiuto, da parte dell’inquilino di Matignon, di pronunciare la parola “Stato”,  un rifiuto tanto ostinato da imporre il rispetto. Questa affermazione, dalla bocca di una personalità che appare stranamente, suo malgrado, uno statista , suggerisce che lo stato non ha più le vere prerogative del potere pubblico, che deve sottomettersi ai meccanismi legali che ha prodotto. In realtà, ”  Colui che esercita il potere e il dominio agisce” in applicazione di una legge “o” in nome della legge “.  Non fa altro che affermare uno standard valido nel campo di competenza che è il suo assegnato ” [12] .Ciò è in contrasto con la dichiarazione di Jean-Pierre Chevènement sll’epoca in cui, da ministro dell’Interno, affermò che ”  Difendere le prerogative dello stato repubblicano e difendere la democrazia è una sola cosa: non c’è, oggi, legittimità in aziende internazionali, o anche a Bruxelles, Lussemburgo o Francoforte. Neppure ne esiste una nelle più potente tra le nostre comunità locali, che possa essere paragonata ala legittimità  di un’amministrazione responsabile nei confronti del governo, a sua volta responsabile nei confronti del Parlamento, delegato dal popolo sovrano, crogiolo della volontà generale. ” [13]Opponendo i prefetti alle autorità locali, l’ex ministro ha anche fatto una drastica distinzione tra legittimità e legalità, il che implica in gran parte che dette comunità sono un’emanazione puramente legalistica, poiché la sovranità, fonte di legittimità nel quadro repubblicano, è esercitato dal solo cittadino attraverso i suoi rappresentanti, sebbene questi abbiano il dovere di essere rappresentativi, se la teoria vuole conformarsi alla pratica. Solo, le riforme dei poteri dei prefetti come custodi   repubblicani sono diminuite da questo discorso, e finiscono per rinunciare di fatto al controllo della legalità che dovrebbero comunque esercitare sulle collettività, a favore di semplici notifiche a posteriori Ancora una volta, è lo Stato che si trova limitato dalla legge, dal momento che il diritto pubblico come salus publica è qui sostituito da una visione privatistica in cui il consenso e la composizione amichevole delle controversie sono favoriti dal legislatore. Il cittadino impegnato – un’espressione che sfortunatamente non è più pleonastica come potrebbe esserlo in teoria – si ritrova costretto ad assumere il controllo sulla legalità dell’azione del suo consiglio comunale, almeno sul campo permesso dalla sentenza Casanova [14], che di fatto obbliga il più delle volte a rivolgersi al  tribunale amministrativo competente, a scapito dell’autorità prefettizia che rigetta sistematicamente il suo ruolo di autorità decentrata dello Stato. Poiché i suddetti tribunali sono in gran parte congestionati a causa della loro scarsa capacità di smaltire tutte le cause, il giudice amministrativo è tanto meno propenso a invadere ciò che giustamente considera, il campo di competenza del prefetto.

La liquidazione dello Stato riflette quindi una volontà di impotenza, dal momento che è, in nome di una certa “responsabilità”, agire come manager. Come possiamo immaginare, questo porta davvero all’idea che la politica sarebbe diventata qualcosa di fondamentalmente assurdo e che per ben che vada, il dominio politico rileverebbe di una specie di atavico romanticismo. Ora è il momento della gestione, e un intero curioso vocabolario sta fiorendo sulla sua scia, che consiste banalmente nel trasformare la terminologia politica in quella di un dipartimento delle risorse umane, con la semplice modifica delle parole prima, in modo che facciano rima con “intendance”, salmerie, logistica. Quindi ecco l’alternativa sostituita dall’alternanza, il governo dalla governance, e inoltre sulla sempre più frequente invocazione di responsabilità, per facilitare la comprensione del fatto che ogni discorso che tratti qualcosa di diverso dalla quarta fascia fiscale odora d’un’epoca barbara, certo non così remota: ma è sempre un buon trucco, quando mancano gli argomenti. Queste originalità terminologiche in realtà impongono l’idea che esiste un solo modo di dirigere, che non ha nulla a che fare con ciò che Machiavelli potrebbe insegnarci. Abbiamo quindi visto governi successivi in ​​Francia allo stesso tempo espropriare lo Stato delle sue forze vitali in materia economica – poiché il campo economico è l’esempio più comune in questo settore – mediante privatizzazioni, l’apertura alla concorrenza di determinati servizi pubblici o persino l’integrazione del concetto di redditività in altri,  e la naturalmente legislazione per garantire al settore privato una “concorrenza libera e senza distorsioni” accompagna questa liquidazione, al punto che le aziende assumono un peso preponderante nella vita economica, ma persino diplomatica, a volte a scapito dei governi stessi. Maurice Duverger ha giustamente notato nel suo Nostalgia dell’impotenza che ”  l’impotenza politica provoca la debolezza dei servizi pubblici, l’impossibilità delle riforme, lo svilimento dello Stato, la sclerosi della nazione, l’assenza di civismo dei cittadini. Nelle relazioni diplomatiche e nelle organizzazioni nazionali, indebolisce il paese, scredita i suoi rappresentanti, paralizza o ritarda le decisioni collettive.  [15]Inoltre, tutta la legislazione economica prodotta dallo stato di diritto in realtà non emana più tanto dallo Stato quanto da organismi sovranazionali come l’Unione Europea, di cui lo Stato non è altro che un traduttore normativo nel suo proprio ordinamento interno. In effetti, potremmo sostenere che lo stato, alla fine, rischia persino di essere completamente espropriato della legge, appena essa non ne ha più bisogno. Non è più solo la tecnica del potere che viene evacuata, è il potere stesso che viene svuotato della sua sostanza; e possiamo quindi renderci conto che la vacuità del potere non significa una vacuità del personale politico, o addirittura un’assenza di leadership, ma la capacità di decidere chi è limitato, se non spazzato via, dalla legge. Lo stato è in qualche modo sospeso in nome della legge, poiché è la legge che governa ora. Con una tremenda inversione di tendenza, siamo tornati al legalismo, ma non quello della Terza e della Quarta Repubblica, dove si potrebbe parlare di sovranità del parlamento, ma di quella della legge come norma impersonale – e per impersonale intendiamo legge sradicata dalla Nazione, quando la legge sarebbe espressione proprio della volontà della nazione -, al limite dell’entelechia. Ciò ha causato, tra le altre conseguenze, l’ennesimo sconvolgimento nella gerarchia delle norme, poiché d’ora in poi quando un trattato è incostituzionale, è la Costituzione che si trova modificata, come ciò che è stato fatto sotto la Quarta Repubblica dove la Costituzione è stata modificata quando una legge era incostituzionale. Ciò è ovviamente caratteristico del legalismo, tranne che in materia di convenzioni internazionali, ciò che dovrebbe farci interrogare su un’evoluzione del ruolo dei trattati che non si limita più a stabilire relazioni tra Stati, ma a costituire un vero e proprio modo di governo. Il significato della citazione di Serge Latouche assume quindi un’ampiezza terrificante e ci obbliga ad affrontare il fatto che “La scomparsa del politico come istanza autonoma e il suo assorbimento nell’economico fanno riapparire lo stato della natura secondo Hobbes, la guerra di tutti contro tutti; la competizione e la concorrenza, leggi dell’economia liberale, diventano, ispo facto, la legge della politica. ” [16]

LIBERTÀ (S), RISCRIVONO IL TUO NOME

Sarebbe tuttavia errato pensare che, comunque, lo stato di diritto avrebbe almeno il merito di preservare le libertà fondamentali contro l’arbitrio statale, ma soprattutto di prevenire le possibili derive di tale arbitrio. “  Un sistema di legalità chiuso su se stesso quindi basa qualsiasi pretesa di obbedienza e giustifica l’esclusione del diritto alla resistenza. L’aspetto specifico della legge è qui la legge positiva, la giustificazione specifica del vincolo statale è la legalità ” [17], spiega Carl Schmitt. Una volta negato questo diritto alla resistenza, la questione del regime politico non ha importanza e la parola democrazia che gli invocatori permanenti dello stato di diritto credono di associarvi logicamente è affatto sbagliata. Se la democrazia deve governare nell’interesse del maggior numero come pensava Pericle, è ancora necessario distinguere l’interesse generale dalla somma di interessi particolari, perché il primo non è assolutamente il risultato del secondo . Dal momento in cui ciò che è possibile viene ritenuto necessario, ciò offre una traduzione giuridica singolare in materia di libertà fondamentali che rafforza solo la legalità. Poiché si limita esclusivamente al riconoscimento legale degli interessi, lo stato di diritto spinge effettivamente a sottomettere alla legislazione ogni aspetto della vita, allontanandosi definitivamente dal diritto pubblico, o piuttosto assimilandolo al diritto privato. Sarebbe possibile replicare, tuttavia, che è sempre grazie allo Stato che può aver luogo il processo normativo, e la legge si applica, così come è effettivamente allo Stato che i cittadini fanno ricorso, poiché senza di esso la legge non sarebbe possibile; e che quindi ci sarebbe sempre una decisione che ha dato origine a uno stato di diritto, cioè lo Stato. Il favoloso paradosso che ne deriva distrugge l’idea che uno stato forte sarebbe necessariamente uno stato arbitrario e per inciso totalitario, poiché il riconoscimento legale degli interessi è solo la loro infinita soddisfazione, al punto che lo stato diventa totalitario perché è debole, non perché è forte, l’esatto opposto di uno Stato fascista, che cerca di imporre una norma, e non di regolare delle eccezioni.

In entrambi i casi, tuttavia, nessuno si contenta del maggior numero, perché tutti devono essere soggetti a queste norme di legge. Le libertà fondamentali degenerano in libertà di desideri a cui viene naturalmente concessa la libertà di soddisfarli. Lo stato di diritto è ora inteso come “lo stato in cui si ha il diritto di avere diritti”, che sono sempre nuovi e sempre più specifici. In breve, dopo i diritti-debito, ecco i diritti-piacere ” Uno stato di partiti pluralisti non diventa “totale” con la forza e con il potere, ma con la debolezza; interviene in tutti gli ambiti della vita perché deve soddisfare le pretese di tutti gli interessati. ” [18]

Questo atteggiamento compulsivo, che richiede al legislatore di riconoscere la propria singolarità – a volte fantasmagorica – testimonia le solide radici del legalismo nell’individuo stesso. La sua visione della vita stessa è legalistica; questo dà vita a una situazione nebulosa in cui la norma e l’eccezione diventano sempre meno distinte. La posizione assunta il 5 aprile 2020 da Marlène Schiappa, Segretario di Stato, nel mezzo della crisi di Covid19, che in una lettera di missione a Céline Calvez, deputato di Hauts-de-Seine – tra l’altro membro della commissione per gli affari culturali e istruzione – si allarma per la mancanza di voce femminile nei media in tempi di crisi illustra le ansie legalistiche che una società moderna sta vivendo anche nel mezzo di una crisi. Ora, se è sempre l’eccezione che definisce la norma e non il contrario, cosa succede se, da un punto di vista normativo, le norme di legge prodotte essenzialmente per riconoscere legalmente interessi tanto diversi quanto dubbi diventano soprattutto un catalogo di eccezioni? Dov’è allora la norma? Non è forse spazzata via a favore di un paradigma giuridico che allontana le distinzioni tra norma ed eccezione, per rendere quest’ultima la norma stessa, senza che sia possibile determinare se sia un paradosso o un’incongruenza?  “La  legalità è davvero uno strumento di potere, e chiunque riesca a impadronirsi di questo strumento è più forte di qualsiasi cosa si possa opporgli in nome della legittimità. ” [19] L’ascesa della legge sullo stato assume piena dimensione attraverso queste affermazioni legalistiche e poiché la legittimità ormai viene intesa come sinonimo di legalità, non è più possibile contestare alcuna regola de jure dato che un regime rappresentativo come la Quinta Repubblica si basa sul principio del governo del popolo da parte del popolo, rappresentato dal Parlamento che esercita la sovranità nel suo nome. “Ciononostante, uno stato non rinuncerà mai alla sua pretesa di dominio e alla soppressione di ogni diritto di resistenza, purché rimanga uno stato, per quanto debole possa essere  ” [20] Ancora una volta, è proprio la crisi che mette in luce questa prospettiva, nonché le possibili disfunzioni di un sistema, o meglio le loro cause.

LA CRISI O IL CONFRONTO DEL DIRITTO E DELLO STATO

Mentre la crisi a seguito della pandemia di Covid19 raggiunse il culmine esattamente un anno dopo che Bruno Le Maire, ministro dell’Economia, pubblicò con Gallimard Publishing un modesto saggio intitolato Il nuovo impero, l’Europa nel 21 ° secolo, è chiaro che queste storie dell’impero di millenario non vanno mai come previsto. Le crisi hanno il merito di rivelare i difetti di un sistema consolidato – politico, istituzionale o persino sanitario – ma soprattutto di valorizzare il dilettantismo o la chiaroveggenza delle élite, anche in questo caso quale che sia la loro funzione. Ancora meglio, sono soprattutto i profondi difetti che hanno parzialmente consentito la crisi, che sono evidenziati, e la capacità o l’incapacità del politico di risolverli. Solo, un grosso problema ostacola le soluzioni legali da attuare, poiché nel diritto la crisi non ha assolutamente definizione, contrariamente a quanto una dubbia letteratura pseudo-legale cerca di farci credere quando si presentano.  La definizione più accattivante da conservare potrebbe tuttavia essere quella proposta da Alain de Benoist, che ha saputo coglierne l’essenza affermando che la crisi è ciò che non può essere risolto, né può risolversi da sola. La presa in considerazione dell’incertezza e del rischio è un luogo comune legale molto specifico, ed è stata ampiamente oggetto di dottrina e di norme di legge. La permanenza dello Stato è il pilastro su cui poggiare, poiché la sua stessa essenza è il negativo dell’incertezza; e la formula che esprime meglio questa impossibile vacanza al potere è probabilmente il famoso “Il re è morto, viva il re!” “La modernizzazione dei mezzi di produzione, della società stessa e dei modi di governare svilupperanno tuttavia sempre più le teorie della decisione, vale a dire la determinazione della migliore scelta possibile in determinate condizioni nella corretta applicazione della teoria dei giochi, ed ecco il rischio integrato nella società come una componente quasi inerente al suo funzionamento. Tuttavia, la modernità non è riuscita a rimuovere l’incertezza, ma l’ha anche sofisticata solo quando non ne ha prodotto di nuove, spietati corollari del progresso. Nuove sfide, nuove questioni.

Quando si verifica la crisi, essa non solo compromette il sistema giuridico, ma soprattutto lo stato stesso. Lo stato di diritto riscopre quindi la sua natura chimerica, poiché in ultima analisi non può produrre una norma in una situazione che non si preoccupa dello stato di diritto e non richiede il rilascio né dell’autorizzazione né del riconoscimento legale. La crisi sta spazzando via le incessanti richieste alla legge, in particolare quelle al fine di acquisire nuovi statuti o addirittura di soddisfarne alcuni già concessi. In breve, la crisi ha ricordato al politico che gli onori della sua posizione gli hanno anche chiesto di accettarne le servitù, tra l’altro questa famosa salus publica . La crisi è la situazione eccezionale per eccellenza e, come ricorda Carl Schmitt, “ chi decide nella situazione eccezionale è il sovrano” Se le decisioni richieste da tale situazione non vengono prese abbastanza presto, l’organo decisionale potrebbe essere accusato di agire troppo tardi, mentre a monte potrebbe essere richiesto di giustificarsi quando non sembra sorgere alcun pericolo grave , come nel caso di Roselyne Bachelot durante l’epidemia di influenza H1N1 quando era ministro della sanità. L’intero paradosso giuridico si trova qui, anche se non si avvicina il momento della crisi stessa e l’intera armata legislativa si trova impotente ad affrontare se costringe il processo decisionale a rispettare le procedure, preoccupandosi anzitutto di non disturbare il corretto funzionamento dello stato di diritto. Tuttavia, in caso di crisi, non è mai possibile utilizzare solo i mezzi a disposizione dello stato di diritto. Purtroppo, la crisi difficilmente tollera i balbettii normativi; corre più veloce degli andirivieni delle navette parlamentari,  ed ecco che i nostri leader, che hanno scambiato la politica per l’amministrazione, scoprono lo spaventoso cimitero delle loro buone intenzioni.

La dittatura si è tradizionalmente illustrata come il mezzo repubblicano per eccellenza a cui si ricorre per preservare lo stato, come abbiamo detto. Permette al dittatore, nominato secondo un semplice meccanismo costituzionale o proto-costituzionale, di essere sia il deliberatore che l’esecutore delle proprie decisioni, senza possibilità di ricorso, come avevamo spiegato. Decidendo sulla situazione eccezionale, ha quindi il controllo dello Stato: la decisione viene quindi liberata da tutti i vincoli legali. Il limite fissato al dittatore è tanto semplice quanto inevitabile: non può né promulgare nuove leggi né disporre della Repubblica. Sfruttare la dittatura per usurpare il potere la trasforma dunque in tirannia. Questo è anche il motivo per cui, empiricamente, il dittatore si è dimetteva a missione compiuta, solo di rado alla scadenza del suo mandato. Il fatto che i monarcomachi non la integrassero nel proprio pensiero suggerisce che il loro contributo alla teoria generale del diritto era proprio quello di concettualizzare la legge come baluardo difensivo contro l’arbitrio dello Stato, come detto più sopra.

La crisi è quindi qualcosa di più che la regina dei rischi. Si apre come un abisso vertiginoso, e le sue forme mutano, rispecchiando l’immagine della società e dei tempi. Lo stato di assedio è stata la prima risposta a questo problema nella nostra storia moderna, prevedendo il trasferimento del compito di mantenere l’ordine alle forze armate. Essendo una misura rischiosa quanti i rischi di una crisi, le classi politiche fino alla IV Repubblica hanno testimoniato una diffidenza ormai classica verso tutto ciò che potrebbe in effetti rafforzare lo Stato a scapito della legge, vale a dire del diritto dello stato di preservare se stesso, per così dire. Durante l’insurrezione algerina, la questione dello stato d’assedio provocò un dibattito, e il tentativo di evitarlo ha dato alla luce l’ormai ben noto stato di emergenza,  un compromesso tra la conservazione dello Stato e una ragionevole ritirata del diritto, mentre lo stato d’assedio rischiava di aprire un campo di possibilità forse troppo ampio per il gusto di Pierre Mendés France e Edgar Faure; tuttavia, il ricordo ancora troppo vivido del voto di conferimento dei pieni poteri al maresciallo Pétain non poteva dar loro torto, in circostanze allora piuttosto simili. La legge del 1955 prevedeva quindi logicamente che il Parlamento votasse una legge che dichiarasse lo stato di emergenza, tuttavia con il controllo parlamentare, prima del ritorno alle condizioni regolari con l’ordinanza del 15 aprile 1960. Anche se lo stato di diritto – e soprattutto il legicentrismo – era appena scosso, la Quarta Repubblica fu in grado di compensare l’assenza costituzionale di ricorso alla dittatura, anche se fu inesorabilmente superata dall’instabilità insita nella sua struttura costituzionale. Quando le istituzioni della Repubblica, l’indipendenza della Nazione, l’integrità del suo territorio o l’esecuzione dei suoi impegni internazionali sono minacciati in modo serio e immediato e d è interrotto il regolare funzionamento dei poteri pubblici costituzionali, il Presidente della Repubblica adotta le misure richieste da tali circostanze, previa consultazione ufficiale con il Primo Ministro, i Presidenti delle Assemblee e il Consiglio costituzionale. Proprio come gli articoli 34 e 38 inaugureranno le aree riservate alla legge e ai regolamenti. Da allora, il Parlamento può legiferare solo su ciò che le disposizioni dell’articolo 34 gli consentono, razionalizzando il comportamento del legislatore. Alcune escursioni hanno naturalmente visto la luce del giorno, ma questi incorreggibili avventurieri normativi che sono i parlamentari sono stati rapidamente rimessi in riga dal Consiglio costituzionale. In pieno trionfo della volontà di impotenza, soltanto l’articolo 16 sembra essere un relitto del passato. Se continua ad adornare la costituzione della Quinta Repubblica, il suo uso ci sembra incongruo, perché la raffinatezza della società e la sua relazione con il mondo tendono a farci credere che questo tipo di misura sia diventata superflua .

La creazione dello stato di emergenza sanitaria segna un’evoluzione dello stato di diritto, perché come misura più morbida dello stato di emergenza, riflette principalmente il desiderio di evitare il ricorso a questo articolo 16. Il nuovo dispositivo fa una scelta molto chiara: sospendere lo Stato a favore della legge. Queste nuove regole vincolano ancora di più il processo decisionale, al punto che possiamo chiederci se esistano ancora dei decisori pubblici e senza dubbio la piccola formula di Maurice Duverger: ” ogni  potenza per  prevenire o distruggere, l’impotenza per decidere e costruire ” [21]si presta bene a questa situazione. Quindi qui ci sono statisti che semplicemente rifiutano lo stato stesso per paura che, fornendogli il tempo di darsi i mezzi per risolvere la crisi, si supererebbe un punto fatale di non ritorno per un ordine che non è assolutamente mai quello della salus publica. La crisi rivela tanto il pragmatismo quanto il dilettantismo delle élite, non senza una certa implacabilità. Non tollera mezze misure, lei; le mezze misure che producono molti mezzi uomini, secondo Talleyrand. Sarebbe certo comodo affermare che una in crisi causata da un’epidemia il ricorso all’articolo 16 sarebbe sproporzionato, poiché le istituzioni non sarebbero messe a repentaglio, contrariamente agli esempi storici menzionati fino ad allora, ma questo puntodi vista illustra soprattutto la sua ignoranza di che cosa sia una Repubblica, in particolare il paradigma posto dalla Quinta. La prima delle istituzioni, in una Repubblica, è il cittadino, è anche per questo che essa è un regime vivente. Non è il cittadino che, in caso di epidemia, è fisicamente in pericolo ? Distaccare i cittadini dalle istituzioni in nome di una visione legalistica delle cose attesta non solo la natura chimerica del legalismo in sé, ma soprattutto un curioso ritorno al Vecchio Regime, dove lo Stato potrebbe essere confuso con la Corona. I cittadini non sarebbero quindi nient’altro che i moderni equivalenti dei sudditi del re, e il principio stabilito nell’articolo 2 della nostra Costituzione del ”  governo del popolo, da parte del popolo e per il popolo  ” un frutto dell’immaginazione. Questa interpretazione appare tanto più errata dal momento che se andiamo in fondo alla sua logica, si tratta di distaccare il Parlamento dall’idea di rappresentanza nazionale, mentre l’articolo 3 afferma inequivocabilmente che ” La sovranità nazionale appartiene alle persone che la esercitano attraverso i loro rappresentanti e attraverso il referendum. Nel caso di una crisi come quella provocata da Covid19, questa lettura è tanto più grave in quanto abbandona i cittadini al proprio destino di fronte alla malattia e alla morte. Se volessimo un altro esempio delle conseguenze dell’egemonia privatista sul diritto pubblico, eccone sicuramente un eccellente che ci permette di capire cos’è salus publica , in particolare in una Repubblica, e perché la dittatura è così importante come rimedio. Questo desiderio di impotenza in definitiva consiste dichiarare guerra a un virus senza approntare le nazionalizzazioni e le pianificazioni necessarie – al punto che le aziende del settore privato, stupite che lo Stato non prenda il comando, si dispongono da sé a ubbidirgli – avrebbe senz’altro acuito l’esasperazione del summenzionato Taine quando affermava, non senza ragione, che “In primo luogo, le autorità pubbliche devono essere d’accordo: altrimenti si annulleranno a vicenda”. In secondo luogo, le autorità pubbliche devono essere rispettate: altrimenti sono nulle. ” [22]

La comunicazione del governo durante la crisi di Covid19 nasconde anche alcuni tesori. Le sue precauzioni lessicali e le sue circonlocuzioni prudenti testimoniano una vera sfiducia nei confronti dello Stato. Se la crisi sta minando lo stato di diritto, la decisione di scegliere tra stato e legge sembra inciampare da parte dell’esecutivo a due teste in un modo molto strano. Da un canto Emmanuel Macron, presidente della Repubblica, sembrava toccare con la punta delle dita la natura “Jupiterienne” che gli veniva così attribuita,  dichiarando con enfasi, il 16 marzo 2020, che ” Lo Stato pagherà ” come esorcizzando ” Lo Stato non non può tutto ” di Lionel Jospin, ex primo ministro, dall’altro il suo primo ministro ha usato un linguaggio molto più sfumato. Il discorso di Matignon,  integrando il discorso presidenziale con le sue implementazioni pratiche, brillava per la sua palese ostinazione nel rifiuto di pronunciare la parola “Stato”, che tuttavia era prevista dopo il discorso dell’Eliseo. Secondo Édouard Philippe, primo ministro, la massima responsabilità che sarebbe assunta se la situazione lo richiedesse, sarebbe una responsabilità “come azionista», e l’annuncio del nuovo regime legale ideato per la risoluzione della crisi, lo stato di emergenza sanitaria. Come non vedere in esso il segno di questo famoso desiderio di impotenza che, non contento di aver ridotto lo Stato a un banale soggetto di diritto quasi privo di prerogative del potere pubblico in materia economica, non sembra nemmeno ritenerlo degno d’essere chiamato per nome? Il chiaro abuso della parola “guerra” è stato seguito dalla altrettanto distinta assenza di un’economia di guerra. Nessuna pianificazione delle forze di produzione al fine di fornire alla nazione i mezzi per combattere contro questo nemico invisibile che è il coronavirus, ma un’attestazione che il cittadino deve rivolgersi a se stesso per consentire a se stesso di uscire secondo i casi previsti con decreto del 23 marzo 2020.

Dov’è l’accordo tra i poteri, e ancor prima l’obbedienza che riscuotono, quando la comunicazione tra i membri del governo interferisce nel processo normativo? La semplice esistenza dell’autocertificazione solleva già questo dubbio, visto che il è cittadino stesso ad autorizzarsi a derogare dalla regola del confinamento durante l’epidemia di Covid19. L’eccezione definisce la regola, ma qui qual è l’eccezione? Certificazione o contenimento? In totale assenza di un’economia di guerra, vale a dire la pianificazione della produzione e il razionamento dei prodotti alimentari, ciò lascia seri dubbi, soprattutto perché mancano le varietà di imprese autorizzate a rimanere aperte, oltre alle banali gite che sono previste dal decreto del 23 marzo 2020. La disobbedienza derivante da questa vaghezza normativa fiorisce in modo abbastanza logico, infatti, poiché i divieti non sono né chiari né realmente coerenti rispetto al numero di possibili deroghe. Ciò non ha mancato di mettere alla prova i nostri concittadini, specialmente quando la polizia ha ritenuto opportuno concedersi poteri di giudice senza che lo stato di diritto ve li abbia autorizzati, incluso il famoso decreto del 23 marzo 2020. Che la polizia o i gendarmi si siano improvvisamente messi a controllare le spese dei consumatori, quando il loro ruolo deve essere limitato al controllo formale delle gite effettuate in coerenza con il certificato, avrebbe dovuto suscitare interrogativi in coloro che sono abituati a invocare lo stato di diritto a ogni piè sospinto. Infine, è la stessa comunicazione del governo che ora sembra assumere un valore normativo. Quando semplici “tweet” dei ministeri dello sport e degli interni completano il famoso decreto sul possibile perimetro di uscita, i metodi di controllo della polizia, ecc., prendono un valore decretale effettivo. La gerarchia delle norme teorizzata dal povero Kelsen potrebbe quindi far parte dell’atavismo legale. Già malmenata dai fatti al momento della sua apparizione, a quanto pare nulla le sarà risparmiato. Tuttavia, se la parola di un politico come un ministro integra il processo normativo – che si tratti di valore decretale o infra-decretato è in definitiva onanismo – le conseguenze vanno oltre i colpi di scalpello cui è stata sottoposta la Costituzione della Quinta Repubblica dalle varie riforme che l’hanno modificata. Ciò non è previsto né nella Costituzione né nel nostro ordinamento giuridico. Non bastando il tentativo di rimodellarla sulla Quarta Repubblica,  ora il suo aspetto distorto richiama una strana dimensione della Terza Repubblica. La Costituzione della Quinta Repubblica è senza dubbio la camicia di forza del diritto, che lo limita per lasciare un margine di manovra alla decisione, anche se le molteplici operazioni chirurgiche che ha subito ne hanno ridotto la libertà decisionale. Senza una gerarchia di norme e senza una costituzione, l’allegro caos di un processo normativo che conferirebbe un valore uguale a un decreto come a una dichiarazione pubblica finirebbe per liberare la legge dal vincolo decisionale. In un’assurda utopia normativa, tutto sarebbe probabilmente diventato uno stato di diritto e parlare di inflazione legislativa sarebbe un eufemismo all’interno di questo carnevale di norme turbinanti che non ci impedirebbe di perdere la testa. Ciò è tanto più flagrante in quanto da parte dei nostri governanti indica una nuova disobbedienza nei confronti dell’Unione Europea di cui sono comunque stati sempre zelanti collaboratori. Ciò che era irresponsabile, persino la follia, divenne improvvisamente d’una sconcertante facilità quando, ad esempio, si impose “temporaneamente” un orario di lavoro settimanale di sessanta ore invece delle quarantotto ore previste secondo le regole europee. L’equilibrio dell’esercizio del potere tra astuzia e forza secondo Machiavelli è quindi sconvolto da un evidente squilibrio verso la forza, anche se  “quelli che si limitano a essere leoni sono molto goffi ” [23] ; ma sorprendentemente, è la legge che ha assunto le sembianze della ferocia.

 

APPUNTI:

  1. Serge Latouche, in “La Mégamachine – ragione tecnoscientifica, ragione economica e mito del progresso”, capitolo I “tecnica, cultura e società, 1 La Mégamachine e la distruzione del potere sociale, éd. La Découverte / Revue du MAUSS, p.45
  2. Carl Schmitt, in “Tele-democrazia – L’aggressività del progresso”, Legalità e legittimità (1970), in “Machiavelli – Clausewitz – Legge e politica che affrontano le sfide della storia”, trad. di Michel Lhomme, p.249-250, ed. Krisis
  3. Hippolyte Taine, “Le origini della Francia contemporanea – La rivoluzione: la conquista giacobina”, Hachette, 1878, p. 276
  4. Nicolas Machiavelli, in “Il principe”, cap. XVIII Come i principi devono mantenere la parola, p.74, edizioni Charpentier, Libraire-éditeur (Parigi, 1855), traduzione di Jean-Vincent Périès  (1825)
  5. Ibidem, p.75
  6. Citato da James Burnham, in “L’era degli organizzatori”, p.1, edizioni Calmann-Lévy, collezione Freedom of the mind.
  7. Nicolas Machiavelli, in “Il Principe”, cap. XVIII “Come i principi devono mantenere la loro fede”, p. 126-127, ed. The Pocket Book (1963)
  8. Nicolas Machiavel, in “Discorso sul primo decennio di Tite-Live”, Libro I, capitolo 4, p.68, ed. Gallimard, collezione NRF / La Bibliothèque de philosophie (2004)
  9. Carl Schmitt, in “La dittatura”, 1. La dittatura del commissario e la teoria dello Stato, a) La teoria della tecnica statale e la teoria dello stato di diritto, p.82, Edizioni Seuil, collezione Punti.
  10. Carl Schmitt, in “Legalità e legittimità”, Introduzione, p. 38-39, ed. Le macchine da stampa dell’Università di Montreal, trad. di Christian Roy e Augustin Simard
  11. Maximilien de Robespierre, Sessione del 18 novembre 1790, Archivi parlamentari, 1a serie, Tomo XX, pag. 516.
  12. Carl Schmitt, in “Legalità e legittimità”, Introduzione, p. 38-39, ed. Le macchine da stampa dell’Università di Montreal, trad. di Christian Roy e Augustin Simard
  13. Jean-Pierre Chevènement, in “Lo stato e la democrazia – Discorso ai prefetti (Parigi, 2 luglio 1998)”, in “La Repubblica contro il pensiero positivo”, p. 121, ed. Plon (1999).
  14. Sentenza del Consiglio di Stato del 21 marzo 1901, relativa alla ricevibilità del ricorso di un contribuente contro una deliberazione del consiglio comunale in materia di finanze del comune.
  15. Maurice Duverger, in “Nostalgia per l’impotenza”, II. Le due Europa – L’Europa dell’impotenza, p.116, edizioni Albin Michel (1988)
  16. Serge Latouche, in “I pericoli del mercato planetario”, cap. I, “Globalizzazione dell’economia o” economizzazione “del mondo”, p.31, ed. Science Po Press
  17. Carl Schmitt, in “Legalità e legittimità”, Introduzione, p. 38-39, ed. Le macchine da stampa dell’Università di Montreal, trad. di Christian Roy e Augustin Simard
  18. Ibidem, conclusione, p.133-134
  19. Carl Schmitt, in “Tele-democrazia – L’aggressività del progresso”, Legalità e legittimità (1970), in “Machiavelli – Clausewitz – Legge e politica che affrontano le sfide della storia”, trad. di Michel Lhomme, p. 250, ed. Krisis
  20. Carl Schmitt, in “Legittimità e legittimità”, Conclusione, p.133-134, ed. Le macchine da stampa dell’Università di Montreal, trad. di Christian Roy e Augustin Simard
  21. Maurice Duverger, in “La nostalgia dell’impotenza”, Introduzione – La sconfitta dei vincitori, p.14, edizioni Albin Michel (1988)
  22. Hippolyte Taine, “Le origini della Francia contemporanea – La rivoluzione: la conquista giacobina”, p.276, edizioni Hachette (1878)
  23. Nicolas Machiavelli, in “Il principe”, cap. XVIII Come i principi devono mantenere la parola, p.74, edizioni Charpentier, Libraire-éditeur (Parigi, 1855), traduzione di Jean-Vincent Périès  (1825)

https://patriotesdisparus.com/2020/05/08/petit-precis-de-la-dictature/

NOTA SU ‘POPULISMO’ E DINTORNI, di Andrea Zhok

Manca la formazione pubblica, ma mancano per altro i formatori e scarseggiano i luoghi di formazione_Giuseppe Germinario

NOTA SU ‘POPULISMO’ E DINTORNI

1) Un capovolgimento dello status quo per via politica esige un livello diffuso di consapevolezza, non solo del proprio disagio, ma delle ragioni del disagio e delle opzioni per risolverlo.

2) Per essere operativo questo livello di consapevolezza deve essere diffuso in fasce estese della popolazione, in ultima istanza maggioritarie. Questo per una ragione di fondo: lo status quo premia già una minoranza che detiene il potere economico, e l’unico modo per superare le resistenze di questa minoranza è opporvi la consapevolezza di una maggioranza. L’élite economica non cederà spontaneamente nulla, mai. Può esservi indotta solo da una volontà comune della maggioranza.

3) La consapevolezza diffusa nella maggioranza è dunque l’estensione di un bene peculiare (che possiamo nominare, con approssimazione, come ‘conoscenza’). La differenza tra la ‘conoscenza’ e i beni economici è che la conoscenza può essere condivisa senza perdere di valore al numero delle persone che vi partecipano, al contrario la condivisione dei beni economici ne riduce l’ammontare nelle mani di alcuni.

4) La diffusione della ‘conoscenza’ (la cui natura varia da epoca in epoca) è l’unica cosa che può: a) opporsi alla concentrazione di potere delle élite economiche; b) diffondersi in forme non coincidenti con la concentrazione economica.

5) La ‘conoscenza’ naturalmente non è qualcosa di garantita né da titoli di studio, né dal numero dei libri letti.
Ma questo non significa neanche per un momento che essa sia un bene ‘democratico’ nel senso di essere facilmente accessibile a tutti.
Non lo è.
Richiede sempre tempo e fatica, e senza guide (come un’efficiente formazione pubblica) è raggiungibile solo sporadicamente.
(NB: Tale ‘conoscenza’ non deve avere necessariamente carattere ‘scientifico’: sono esempi storici di tale ‘conoscenza’ anche la comunanza di una ‘gnosi’, o di una ‘coscienza religiosa’. L’essenziale è la comunanza di un codice comunicativo ed etico. Tuttavia nel mondo occidentale, per come ha costituito i suoi paradigmi comunicativi e operativi, ciò non può fare a meno di passare attraverso una certa competenza ‘scientifica’.)

6) Lo spazio delle battaglie emancipative dalla Rivoluzione francese in poi sono definite da questa linea di confronto: consapevolezza pubblica (maturata intorno ad una ‘conoscenza’) versus privilegio economico.
Il secondo è strutturalmente elitario, la prima non è necessariamente elitaria, anche se quasi sempre lo è.
Lo spazio per movimenti popolari democratici capaci di rovesciare lo status quo e migliorare le forme di vita sta tutto in quel pertugio definito dalla natura NON NECESSARIAMENTE elitaria della consapevolezza (e della ‘conoscenza’).

7) Se con ‘populismo’ intendiamo un movimento che
a) ritiene che un rovesciamento migliorativo dello status quo possa essere prodotto con successo dal popolo, e
b) ritiene che il ‘popolo’ (o la ‘massa’, o varianti) detenga NATURALMENTE consapevolezza pubblica di problemi e soluzioni, allora il populismo è un vicolo cieco in politica.
Tale consapevolezza può esserci abbastanza facilmente per la rilevazione dei problemi, ma quasi mai per l’analisi delle cause e la proposta di soluzioni.

Conclusioni:

I) Il tema della formazione pubblica è il tema politico rivoluzionario per eccellenza: l’unico tema realmente rivoluzionario. Solo una diffusa consapevolezza pubblica consente infatti di concepire e implementare un processo di rivolgimento democratico costruttivo (una ‘rivoluzione’, non una mera ‘rivolta’).

II) In assenza di tale consapevolezza ogni rivolgimento democratico può essere solo distruttivo: per abbattere un muro non hai bisogno di sapere come era costruito, ma per edificarne uno migliore invece quella conoscenza è indispensabile. Rivolgimenti democratici distruttivi sono regolarmente preda di demagoghi di passaggio.

III) Perciò il destino dei processi distruttivi provvisoriamente guidati da un demagogo è sempre, senza eccezioni, un ritorno nelle braccia dei vecchi detentori di potere ed in ultima istanza un rafforzamento dello status quo.

IV) La formazione pubblica è un processo che non ha i tempi dell’agire politico. E’ un processo normalmente generazionale, che può essere occasionalmente accelerato, ma non di molto.

V) Né in Italia, né il alcun paese occidentale odierno esiste una formazione pubblica pregressa e diffusa che permetta di avviare un processo rivoluzionario: mancano tutte le premesse ‘conoscitive’ di cui sopra, manca un linguaggio comune, una cornice etica condivisa, un riconoscimento di minimi paradigmi ‘scientifici’, ecc.).
Le condizioni storiche correnti promuoveranno perciò senza dubbio moti di rivolta.
Le possibilità che tali moti di rivolta abbiano esiti migliorativi per la condizione dei più sono le stesse che un televisore guasto riprenda a funzionare con qualche martellata.

P.S.: Riconoscere queste condizioni non può naturalmente che produrre frustrazione e dunque ripulsa, disgusto, rabbia in chiunque ambisca ad un cambiamento radicale dello status quo. Purtroppo non sono né la frustrazione, né il disgusto, né la rabbia che ci fanno difetto. E quello che ci manca non si può recuperare in un pomeriggio, o comprare in un supermercato.

Funzionarismo, di Teodoro Klitsche de la Grange

NOTA PRELIMINARE

L’articolo che segue è l’introduzione al mio saggio “Funzionarismo” pubblicato nel 2013.

Il virus ha suscitato un dibattito sui mali della burocrazia, in specie di quella italiana e sui rimedi.

Affinché il tutto non si riduca, dopo le consuete invettive a San Burocrazio e Kirieleison vari, nel solito topolino, il tutto può servire a ricordare quanto il problema sia non il roditore ma la montagna, riconosciuta come tale dai più attenti pensatori dello Stato e della politica moderni, come dai politici che hanno fondato l’uno (e l’altra). Lo Stato borghese è, per sua natura, anti-burocratico; solo che della burocrazia non può fare a meno, come qualsiasi forma moderna di Stato (e di potere). Ne deriva che all’uopo necessita di adeguati limiti e contro-poteri. Che non possono ridursi a una semplificazione amministrativa e alla eliminazione delle procedure e controlli, che nell’emergenza è opportuna, ma nella normalità può costituire un cattivo affare. Proporre misure o poco utili o troppo blande vuol dire, in definitiva, conservare la sostanza dall’esistente: proprio quello di cui non si sente alcun bisogno.

Introduzione

Nei primi decenni del secolo scorso il termine “funzionarismo” era impiegato, almeno nelle opere di tre intellettuali di spicco dell’epoca (ma non solo da questi), non riconducibili ai medesimi interessi culturali. Un giurista, Antonio Salandra; un economista, Giustino Fortunato; un pensatore politico, Antonio Gramsci. Anche se il significato del termine usato presentava delle differenze tra l’uno e l’altro.

Per Salandra funzionarismo denotava la situazione dell’ordinamento dello Stato moderno per cui s’incrementava la funzione amministrativa[1] e, correlativamente, il personale addetto; ciò era provato dai dati quantitativi costituiti dall’aumento delle spese e del numero degli impiegati per cui questi “dànno un’adeguata misura del bisogno sempre crescente di mezzi materiali e personali, che l’amministrazione risente per conseguimento dei suoi fini. La continua progressione dei bilanci e l’estensione di quello che fu detto funzionarismo non possono in alcun modo essere disconosciute”.

Funzionarismo significa così un incremento del ruolo e del potere della burocrazia perché il potere pubblico esercita le funzioni (crescenti) a mezzo di impiegati specializzati. Apparentemente il significato che ne da Salandra è il più “neutro” dei tre; ma subito dopo, da buon liberale-conservatore, aggiunge[2] una considerazione spesso ripetuta dai teorici dello Stato borghese.

Sociologico (e anche più “di valore”) il giudizio di Fortunato. Questi ricorda come vi sia un nesso indissolubile tra proletariato intellettuale e funzionarismo[3] che porta alla proliferazione d’impieghi pubblici di dubbia (o inesistente) utilità. Vede poi distintamente la contrapposizione che così è generata, tra burocrati e rappresentanza (e sovranità) popolare. Il socialismo trova presa facile tra i dipendenti pubblici. Vi aveva attecchito facilmente perché «smarrito assai presto il contenuto etico, non indugiò a coltivare l’egoismo di categoria e a favorire i particolari sfruttamenti della piccola borghesia dominante, sempre più desiderosa di accrescere i pubblici uffici. sostituendo vaste imprese pubbliche, autoritarie e gerarchiche, alla libera concorrenza dei cittadini»;[4] questa burocrazia parassitaria «non concepì i servizi amministrativi se non immaginandoli pari a quelli di una macchina, che dovesse agire per solo uso e consumo de’ suoi congegni, nel particolare esclusivo interesse di coloro che vi fossero addetti, – la macchina per la macchina».

Prevedeva che, combinandosi nell’ordinamento degli Stati moderni, rapporto gerarchico (cioè di comando-obbedienza) e divisione del lavoro, si sarebbe concretizzato un assetto policratico dove «all’antico feudalismo “a base locale” terrebbe dietro un feudalismo “a base funzionale”, – tanto più prossimo e sicuro quanto più presto e meglio praticato dagli addetti a’ pubblici uffizi e dagli agenti delle imprese di Stato. che “la fatale evoluzione economica”, avverte il Turati, costringerà ad essere, piaccia o non, i primi cittadini della città futura».[5]

Tale tendenza si sta già realizzando, sosteneva Fortunato, perché la burocrazia è riuscita a «sottrarre alla concorrenza privata il maggior numero di intraprese, assumendone direttamente l’esercizio: ossia, la tendenza al dominio universale della burocrazia, – il cui trionfo sarebbe la resurrezione, sott’altra forma, dell’antico assolutismo, o, meglio, della peggiore delle tirannie, quella della servilità uniforme e meccanica».

Gramsci avverte la contraddizione dello Stato liberale che da un lato costruisce uno Stato “rappresentativo” che trova il proprio punto centrale nell’ “autonomia” della società civile garantita dalla divisione dei poteri (in primo luogo) e nella sovranità popolare; all’opposto nell’espansione dei poteri burocratici.[6]

Dall’altro l’espressione funzionarismo connota in Gramsci – nella scia, sul punto, di Michels – la prevalenza all’interno del sindacato e del partito socialista del potere dei funzionari e della conseguente weltanschauung riformistica e burocratica, in antitesi con lo spirito rivoluzionario. Al posto della dedizione e dello slancio del militante, teso a realizzare, attraverso la fase della dittatura del proletariato, la società senza classi e l’uomo nuovo , subentra il calcolo e la trattativa, la “pratica quotidiana” del funzionario. Contraria, di conseguenza, allo “spirito” rivoluzionario, onde il termine acquista un significato negativo, ovviamente (in larga parte) diverso da quello che ha in Giustino Fortunato. In parte (grande), ma non in tutto. Infatti: nello spirito liberale, non solo in quello rivoluzionario-giacobino, c’è una forte connotazione anti-burocratica. Tocqueville, ad esempio, scrive in più passi contro la “garanzia amministrativa” dei funzionari.[7]

E la famosa descrizione che fa del “dispotismo”, del potere paternalistico ha quali presupposti, da un canto la presenza crescente del potere burocratico, dall’altro l’assenza (il venir meno) dello spirito civico dei cittadini.[8]

Le previsioni e le valutazioni di Tocqueville hanno molti punti di contatto con quelle di Max Weber: «dove domina il moderno funzionario specializzato con istruzione specifica, il suo potere è senz’altro indistruttibile, poiché l’intera organizzazione dal più elementare approvvigionamento della vita riposa sulla sua prestazione»; ma il pericolo è evidente[9]; l’organizzazione burocratica è “spirito rappreso”[10] «In unione con la macchina inanimata, essa è all’opera per preparare la struttura di quella servitù futura alla quale un giorno forse gli uomini saranno costretti ad adattarsi impotenti, come i fellah dell’antico Egitto, qualora un’amministrazione e un approvvigionamento razionale mediante funzionari – pur ottimi dal punto di vista puramente tecnico – costituiscano per essi il valore ultimo ed esclusivo che deve decidere sul modo di dirigere i loro affari.»[11]

  1. La percezione del burocrate e della burocrazia era, nel pensiero dei politici “costruttori” dello Stato borghese, negativa.

Ciò perché il perseguimento dell’interesse generale, cioè la ragione d’essere dell’istituzione politica (e “generale”), era visto come negativamente condizionato dagli interessi particolari, sia dei governanti che dei governati. Onde il problema della giusta costituzione e delle rette leggi, consisteva, sotto il profilo organizzativo, in misura non secondaria sul come modellare l’una e gli altri di guisa che gli interessi privati e settoriali, di cui sono portatori  sia i governanti che i governati, non prevalgano sull’interesse pubblico. Nel The federalist il problema è posto chiaramente. Il saggio n. 10 si interroga su come far prevalere, in una repubblica ben ordinata, l’interesse generale su quelli particolari. Essendo impossibile rimuover la causa di ciò (individuata nel pluralismo e nella disuguaglianza di proprietà e condizioni) si poteva solo, con opportune disposizioni e accorgimenti costituzionali, controllarne almeno gli effetti, di guisa da non consentire o rendere difficile agli interessi di parte (anche ed anzi soprattutto quelli espressi dai governanti) prevalere su quello generale. Non vi si legge un richiamo esplicito alla burocrazia; ma dato il sistema pubblico americano all’epoca verosimilmente solo per lo scarso sviluppo della stessa.

Che invece si trova nei rivoluzionari francesi, che avevano a che fare con la monarchia “burocratica” dell’ancien régime.

Ad esempio nel progetto di dichiarazione dei diritti proposto da Robespierre alla Convenzione è interessante, ai nostri fini, soprattutto l’art. 25 in cui si proclama: «In ogni Stato la legge deve soprattutto difendere la libertà pubblica ed individuale contro l’abuso dell’autorità di coloro che governano. Ogni istituzione che non consideri il popolo come buono e “il magistrato come corruttibile è difettosa”» (com’è noto, tale espressione non fu inserita nella dichiarazione del 1793). Funzione della legge è quindi difendere la libertà dell’abuso di governanti e funzionari i quali si presumono corruttibili addirittura per esplicita disposizione costituzionale (peraltro mai andata in vigore).

Anche se, come noto, proprio con la rivoluzione francese, e a motivo anche della diffidenza verso il potere giudiziario, ed in omaggio al principio di distinzione dei poteri (o meglio ad una delle di esso “interpretazioni”) furono posti gravi limiti all’attività giudiziaria nei confronti di quella amministrativa e dei funzionari pubblici.[12]

E nel discorso pronunziato alla Convenzione il 10 maggio 1793, Robespierre disse: «Mai i mali della società provengono dal popolo, bensì dal governo. E non può essere che così. L’interesse del popolo è il bene pubblico; l’interesse di un uomo che ha una carica è un interesse privato. Per essere buono il popolo non ha bisogno d’altro che di anteporre se stesso a ciò che gli è estraneo, il magistrato, per essere buono, deve sacrificare se stesso al popolo.»[13]

Anche Saint-just nel rapporto presentato alla Convenzione a nome del Comitato di salute pubblica il 19 vendemmiaio dell’anno II (10 ottobre 1973) scrive: «Tutti coloro che il governo impiega sono parassiti; chiunque abbia una carica non fa niente personalmente e prende dei collaboratori subordinati; il primo collaboratore ha a sua volta aiutanti, e la Repubblica diventa preda di ventimila persone che la corrompono, la osteggiano, la dissanguano. Dovete diminuire dovunque il numero degli impiegati, affinché i capi lavorino e pensino. Il ministero è un mondo di carta… Gli uffici  hanno preso il posto della monarchia; il demone dello scrivere ci intralcia, e non si governa per niente. Ci sono pochi uomini alla testa delle nostre amministrazioni che siano di larghe vedute e in buona fede: il servizio pubblico, come è esercitato, non è virtù, è mestiere»; e nel successivo rapporto del 23 ventoso dell’anno II (13 marzo 1794) rincara «C’è un’altra classe corruttrice, è la categoria dei funzionari… Tutti vogliono governare, nessuno vuole essere cittadino. Dov’è dunque la comunità politica? Essa è quasi usurpata dai funzionari.»[14]

É inutile ripetere qui le considerazioni di tutti coloro che, politici, scienziati della politica, giuristi, economisti, sociologi sono ritornati sull’opposizione tra interesse generale e interesse del funzionario, dopo le rivoluzioni francese e americana.

  1. Tuttavia un’eccezione occorre farla per Marx. Il quale contestava quanto sosteneva Hegel nei paragrafi 287-297 dei Grundlinien, dove questi (tra l’altro) scrive: «Mantenere stabili l’interesse generale dello Stato e la legalità in tutti questi diritti particolari, e ricondurre questi ultimi a quell’interesse generale, comporta una cura da parte di delegati del potere governativo, di funzionari statuali esecutivi e le più alte magistrature deliberanti costituite collegialmente, le quali convergono nei vertici supremi che sono a contatto col monarca.»[15]

E questo perché, secondo Marx, nella prassi burocratica avveniva  proprio l’opposto. Infatti notava che in Hegel «Poiché l’universale come tale è fatto per sé sussistente esso  è immediatamente confuso con l’empirica esistenza, e il limitato è immantinente preso, in guisa acritica, per l’espressione dell’idea.»[16] Cioè Hegel pensa, secondo Marx, che dato che i burocrati dovrebbero agire così (secondo la razionalità dello Stato), allora avrebbero agito così. Di fatto è il contrario: la burocrazia, scrive Marx, confonde gli scopi dello Stato con quelli burocratici «Poiché la burocrazia è, secondo la sua essenza, lo “Stato come formalismo”, essa lo è anche secondo il suo scopo. Il reale scopo dello Stato appare dunque alla burocrazia come uno scopo contro lo Stato. Lo spirito della burocrazia è lo  “spirito formale dello Stato”. Essa fa, dunque, dello “spirito formale dello Stato”, o reale aspiritualità dello Stato, un imperativo categorico. La burocrazia si pretende ultimo scopo dello Stato. Poiché la burocrazia fa dei suoi scopi “formali” il suo contenuto, essa viene ovunque a conflitto con gli scopi “reali”. Essa è dunque costretta a spacciare il formale per il contenuto e il contenuto per il formale. Gli scopi dello Stato si mutano in scopi burocratici e gli scopi burocratici in scopi statali.»[17]

Anzi il perseguimento da parte dei burocrati del proprio tornaconto fa si che «Nella burocrazia l’identità dell’interesse statale e del privato scopo particolare è posta in modo che l’interesse statale diventa un particolare scopo privato di fronte agli altri scopi privati, mentre il superamento della burocrazia è possibile solo a patto che l’interesse generale diventi realmente, e non come in Hegel meramente nel pensiero, nell’astrazione, interesse particolare, il che è possibile soltanto se il particolare interesse diventa realmente l’interesse generale. Hegel parte da un’opposizione irreale e giunge perciò soltanto a una identità immaginaria, essa medesima per verità contraddittoria. Una siffatta identità è la burocrazia.»[18] La burocrazia non è pertanto idonea a far superare l’opposizione tra Stato e società civile[19]; ciò perché «La “polizia” e i “tribunali” e l’ “amministrazione” non sono deputati della stessa società civile, che in essi e per essi amministra il suo proprio generale interesse, bensì delegati dello Stato per amministrare lo Stato contro la società civile.»[20] Non risolve l’opposizione, ma serve a gestirla: senza quella non avrebbe scopo (né senso).

L’opposizione tra Hegel e Marx si spiega da un lato col fatto che Hegel giustifica la razionalità dello Stato (assoluto) secondo quel che dovrebb’essere (ma non è detto che all’organizzazione migliore corrispondano comportamenti corrispondenti) mentre Marx la contesta facendo leva sulla “patologia fattuale” dei comportamenti burocratici.

Passando all’epoca contemporanea occorre, sul tema, ricordare i contributi della c.d. scuola di “public choice”,[21] su cui torniamo in seguito.

Anche gli studiosi di public choice partono dallo stesso assunto, più volte condiviso: contestano cioè che l’Amministrazione operi per il bene comune, più o meno oggettivato nella norma. Di questo asserto, sostengono, non può dirsi se sia vero o non vero, senza procedere a un controllo dei presupposti di validità e degli effetti reali: esso va verificato nei fatti.

Pretendere invece che quanto si deve (o dovrebbe) fare corrisponda a quanto poi si fa è invece assurdo ed illogico, perché consiste (analizzandolo logicamente) essenzialmente nel trasformare un asserto deontico in un’asserzione fattuale e nel sostituire aspirazioni a realtà.

Analizzando i comportamenti degli operatori pubblici (tra cui la burocrazia), questa si comporta di guisa da massimizzare l’interesse proprio e non quello generale; il perché della crescita inesorabile degli organici, degli uffici e delle spese pubbliche, al di là delle effettive necessità da soddisfare è dovuto, secondo gli studiosi di “public choice”, all’aumento di potere che questo rappresenta per i pubblici funzionari. Il burocrate, al pari del politico, misura la propria capacità d’incidenza e la propria rilevanza sociale attraverso il potere che esercita.

Questa breve sintesi storica – che potrebb’essere (enormemente) accresciuta con tutto ciò che è stato (fatto e) scritto sulla falsariga degli autori (e dei documenti) citati – prova che:

  1. a) l’ideologia borghese dello Stato è (anche) contrapposta al potere amministrativo, e soprattutto a quello burocratico;
  2. b) che nella burocrazia è stato visto un corpo estraneo o comunque non omogeneo allo Stato borghese, e il relativo atteggiamento è stato ispirato da avversione e diffidenza;
  3. c) che comunque della burocrazia qualunque Stato non può fare a meno; onde il (principale) modo di difendersi (dal potere burocratico – e dal suo abuso) è di sottoporla a rappresentanti politici e di creare dei contropoteri e dei limiti;
  4. d) dall’altro lato che la burocrazia ha prodotto una propria Weltanchauung, un proprio modo di vedere lo Stato e il potere;
  5. e) che il potere burocratico non è in grado di creare una propria legittimità ma solo di rafforzare (o indebolire) quella esistente;
  6. f) che la burocrazia è reclutata prevalentemente in uno strato sociale, spesso non corrispondente (o corrispondente solo in parte) con quello da cui è tratta la classe politica (in senso stretto).

 

[1] «Quelle funzioni degli Stati moderni, che, perseguendo particolarmente il fine di benessere e di coltura, hanno più rigorosamente il nome di amministrative, vanno d’anno in anno crescendo di numero, di intensità e di diffusione […]» v. La giustizia amministrativa nei governi liberi, Utet, Torino 1904, pp. 8 ss.

[2] «L’autorità, se anche preordinata a difesa e integrazione della libertà, non si esercita senza diminuzione della libertà stessa. E quanto più essa si divulga, quanto maggiore cioè è il numero e di conseguenza inferiore la qualità degli individui che la esercitano, tanto più grave e frequente è il pericolo ch’essa ecceda, e che non sia raffrenata la naturale tendenza di coloro che ne dispongono ad abusarne e a disviarla a fini personali», op. loc. cit.

[3] «Proporzionalmente così alla popolazione come ai pubblici servizi, lo Stato italiano annovera il maggior numero d’impiegati, specialmente di quelli che hanno mansioni esecutive, triste espressione del nesso indissolubile  che è in Italia fra il proletariato intellettuale e il funzionarismo, due escrescenze parassitarie di un organismo debole e malato». I servizi pubblici e la XXII legislatura ne Il mezzogiorno e lo Stato italiano Laterza,  Bari 1911 p. 417.

[4] Op. cit.  p. 423.

[5] Op. cit. p. 424 e prosegue «Vassalli un tempo de’ baroni, cui il re aveva delegato i suoi poteri, domani saremmo sudditi di tutte le organizzazioni, le quali esercitino attribuzioni di Stato, e come una volta il re trattava con i baroni, così è facile il Parlamento scenda a patti con i rappresentanti di quelle, nominati, se occorre, con mandato imperativo. Si avvererebbe, in conclusione, l’arguto detto del Tocqueville, che la storia umana rassomigli ad una grande pinacoteca, in cui pochi sono i quadri originali e molte le copie».

[6] «Tutta l’ideologia liberale, con le sue forze e le sue debolezze, può essere racchiusa nel principio della divisione dei poteri, e appare quale sia la fonte della debolezza del liberalismo: è la burocrazia, cioè la cristallizzazione del personale dirigente, che esercita il potere coercitivo e che a un certo punto diventa casta. Onde la rivendicazione popolare della eleggibilità di tutte le cariche, rivendicazione che è estremo liberalismo e nel tempo stesso della sua dissoluzione». Note sul Machiavelli Editori Riuniti, Roma 1971 p. 119 v. anche p. 408.

[7] «Tra le nove o dieci costituzioni che sono state emanate in perpetuo in Francia da sessant’anni in poi, se ne trova una nella quale è detto espressamente che nessun agente amministrativo può essere citato davanti ai tribunali ordinari senza autorizzazione. L’articolo parve tanto bene immaginato che, pur abbattendo la costituzione di cui faceva parte, si ebbe cura di tirarlo fuori dalle rovine, e da allora è sempre stato tenuto con cura al riparo dalle rivoluzioni. Gli amministratori usano ancora chiamare il privilegio loro accordato da questo articolo una delle grandi conquiste dell’’89; ma in ciò sbagliano, perché, sotto l’antica monarchia, il Governo non aveva meno cura che ai nostri giorni di evitare ai funzionari il fastidio di doversi confessare alla giustizia come semplici cittadini. La sola differenza fondamentale fra le due epoche è questa: prima della Rivoluzione, il governo poteva coprire i propri agenti solo ricorrendo a mezzi illegali e arbitrari, mentre in seguito ha potuto legalmente lasciare che violassero la legge» v. L’ancien régime et la revolution, L’antico regime e la rivoluzione, trad. di G. Candeloro, Rizzoli, Milano 1981, p. 94.

[8] «Quando penso alle modeste passioni degli uomini di adesso, alla mitezza dei loro costumi, alla loro apertura mentale, alla purezza della loro religione, all’umanità della loro morale, alle loro abitudini laboriose e sistematiche, al ritegno che dimostrano quasi tutti nel vizio come nella virtù, non ho tanto paura che incontrino nei loro capi dei tiranni quanto dei tutori… Al di sopra di costoro si erge un potere immenso e tutelare, che si incarica da solo di assicurare loro il godimento dei beni e di vegliare sulla loro sorte. É assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e mite… Lavora volentieri alla loro felicità, ma vuole essere l’unico agente ed il solo arbitro; provvede alla loro sicurezza, prevede e garantisce i loro bisogni, facilita i loro piaceri, guida i loro affari principali, dirige la loro industria, regola le loro successioni, spartisce le loro eredità; perché non dovrebbe levare loro totalmente il fastidio di pensare e la fatica di vivere?» De la démocratie en Amerique, La democrazia in America trad. it. a cura di N. Matteucci, Utet,  Torino 1968, p. 811-812.

[9] «Le forme di vita degli impiegati e dei lavoratori dell’amministrazione statale delle miniere e delle ferrovie prussiane non sono in alcun modo sensibilmente diverse da quelle delle grandi imprese capitalistiche private. Esse sono tuttavia meno libere, perché ogni lotta di potere contro una burocrazia statale è senza speranze, e poiché non può essere invocata alcuna istanza che abbia in linea di principio interessi contrari ad essa e alla sua potenza – come invece è possibile fare nei confronti dell’economia privata. Tutta la differenza si ridurrebbe a questo: se il capitalismo privato venisse eliminato, la burocrazia statale dominerebbe da sola. La burocrazia privata e la burocrazia pubblica, che attualmente operano l’una accanto all’altra e, per quanto è possibile, l’una di fronte all’altra – tenendosi quindi pur sempre in certa misura sotto un controllo reciproco – si troverebbero fuse in un’unica gerarchia, ma in forma senza confronto più razionale e perciò più ineluttabile» v. Wirtschaft und Gesellschaft, trad. it.  di F. Casabianca e G. Giordano, Vol. V, Comunità, Milano 1980, p. 501.

[10] Op. cit., p. 501.

[11] Op. loc. cit.

[12] V. art. 13, Titolo I, L. 16-24 agosto 1790, cit. da G. Colzi in Commentario sistematico alla Costituzione italiana (diretto da P. Calamandrei e A. Levi) G. Barbera ed., Firenze 1950, p. 251.

[13] E proseguiva: «Il governo è istituito per far rispettare la volontà generale; ma gli uomini che governano hanno una volontà individuale, e questa cerca sempre di dominare. Se essi impiegano in questo senso la forza pubblica, il governo non è che il flagello della libertà. Dovete concludere, quindi, che principale obiettivo di ogni Costituzione deve essere difendere la libertà pubblica e quella individuale contro lo stesso governo… Hanno proclamato con grande solennità la sovranità del popolo e intanto l’hanno incatenato; e mentre riconoscevano che i magistrati sono i suoi mandatari, li hanno trattati come i suoi dominatori e i suoi idoli. Tutti sono stati d’accordo nel presupporre il popolo insensato e ribelle, e i funzionari pubblici essenzialmente saggi e virtuosi», I Giacobini, Einaudi-Mondadori, Firenze 1978, p. 40.

[14] v. I Giacobini, Einaudi-Mondadori, Firenze 1978, pp. 81 e 87.

[15] Grundlinien das Philosophie des Recht, trad. it. di V. Cicero, Rusconi, Roma (rist. 1980).

[16] v. K. Marx Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, Editori Riuniti, Roma 1989, pp. 63-64.

[17] E prosegue: «In quanto al burocrate preso singolarmente, lo scopo dello Stato diventa il suo scopo privato, una caccia ai posti più alti un far carriera, in primo luogo egli considera la vita reale come materiale, ché lo spirito di questa vita ha la sua separata esistenza nella burocrazia. Questa deve dunque pervenire a render la vita quanto possibile materiale. In secondo luogo, la vita è per lui, cioè in quanto essa diventa oggetto dell’attività burocratica, vita materiale, ché il suo spirito gli è imposto, il suo scopo è fuori di lui, la sua esistenza è l’esistenza del bureau. Lo Stato esiste ormai solo come vari immobili spiriti burocratici, il cui rapporto è subordinazione e passiva obbedienza», op. cit., pp. 68-69 (i corsivi sono  nostri).

[18] Op. cit., p. 70.

[19] Con una terminologia – e una connotazione – diversa, ma con punti di contatto tale opposizione viene ripresa da Hauriou nella distinzione tra istituzione e società (comunità) e diritti che da queste sono espressi.

[20] Op. cit., p. 72.

[21] Sulla Scuola di public choice, v. «Quaderni della fondazione Einaudi», 4, 1979, Roma, 1979; H. Lepage, Domani il capitalismo, trad. it. di S. Bencini e S. Carruba, Editrice L’Opinione, Roma, 1979; v. anche l’interessante rivista diretta da D. Da Empoli «Journal of public finance and public choice» (Gangemi ed.), Roma.

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