diritto internazionale e geopolitica, con il professor Augusto Sinagra

La fase di incipiente multipolarismo sta evidenziando sempre più la precarietà e la volatilità del sistema di relazioni internazionali. L’evidente squilibrio di forze esistente ancora tra i vari poli evidenzia ancora una volta come non esista in realtà un diritto internazionale così come lo si intende all’interno della area di giurisdizione degli stati; gli ultimi avvenimenti in Medio Oriente, legati all’uccisione del generale Soleimani, evidenziano come gli atti politici spesso e volentieri non si premurano nemmeno di assumere una copertura giuridica e di legittimità_Buon ascolto_Giuseppe Germinario

storia e ricordi, di Gianfranco la Grassa

UN PO’ DI STORIA RECENTE PER GLI IGNARI

 

  1. Da qualche punto debbo cominciare questa mia breve (e fin troppo succinta) memoria della storia che abbiamo attraversato da molti decenni a questa parte. Intanto partirò da una premessa di tipo personale. Ho aderito al comunismo nel 1953. Mi trovai subito immerso nei dubbi e perplessità, direi perfino in opposizione, quando uscì l’articolo di Togliatti su “Nuovi Argomenti” nel 1956 con la “trovata” della “via italiana al socialismo”. In quell’anno fui contrario al XX Congresso del PCUS (tenutosi a febbraio) e poi ammirai l’intervento di Concetto Marchesi all’VIII Congresso del Pci (verso la fine del ‘56), in cui svillaneggiò Krusciov, il meschino ricostruttore delle vicende dello stalinismo in chiave puramente personalistica e come si trattasse del frutto di una psiche “disturbata” e tendenzialmente criminale; con metodo insomma del tutto simile a quello, criticato dai comunisti (almeno da quelli che conoscevano un po’ il marxismo), quando si parla di Hitler folle e “mostro”, ricostruendo la storia in base a simili fatue categorie interpretative. Ricordo che Togliatti andò a stringere la mano a Marchesi dopo l’intervento e ciò rinsaldò il mio atteggiamento critico di fronte a quello che ho sempre considerato l’opportunismo dell’allora segretario piciista. Nell’ottobre del ’56 fui senza esitazioni per l’intervento in Ungheria, non approvando però l’atteggiamento incerto dei sovietici (una prima mossa aggressiva frettolosa e poco giustificata, poi l’arresto dell’operazione, infine la repressione troppo brutale).

Accettai inoltre quel fatto per ragioni che oggi si direbbero “geopolitiche”. Ritenevo un disastro che si sbriciolasse il campo avverso a quello atlantico (guidato e comandato dagli Usa). Cominciai tuttavia a chiedermi quale “coincidenza” ci fosse tra il “socialismo” imparato sui testi marxisti e quello in atto. Si ammette sempre una discrepanza tra teoria e realizzazioni pratiche, tuttavia mi sembrava che fosse venuta in evidenza una distanza “leggermente” eccessiva. Fui poi disturbato dal comportamento dei vertici del PCI (della “via italiana al socialismo”) nei confronti di chi traballò e fu preso da naturali dubbi, come ad es. Di Vittorio, di cui si dice che fu perquisito a casa e intimidito da parte di una sorta di “polizia interna” (che a mio avviso era giusto esistesse, ma non per agire con somma rozzezza e brutalità) mossa da quello che si riteneva allora una specie di “ministro dell’interno” del partito (lo stesso che nel 1978, in costanza di rapimento Moro, fece il viaggio, detto ridicolmente “culturale”, negli USA). E’, però, soltanto un “si dice”, mi raccomando, non prendetelo per sicuramente vero.

L’anno successivo (’57), fui comunque sostanzialmente dalla parte del “gruppo antipartito” nel PCUS (Malenkov-Molotov-Scepilov-Kaganovič), perché Krusciov mi appariva un opportunista rozzo e furbastro. I quattro furono espulsi dal partito, dopo alterne vicende: iniziale maggioranza nella Direzione del partito e poi in minoranza nel successivo Comitato Centrale, convocato d’urgenza dal segretario e che, come sempre accade quando si passa ad un numero piuttosto consistente di “esseri umani”, era zeppo di tirapiedi silenziosi e conformisti. Ciò mi allontanò ancor di più dalle posizioni del PCI, sempre allineato con Mosca e dunque ormai con la mediocrità del krusciovismo.

Da allora accentuai la mia critica al partito in quanto “revisionista” (pensavo ad una riedizione, “riveduta e s-corretta”, del kautskismo) e mi avvicinai sempre più ai comunisti cinesi (allora non ancora divisi in “linea nera” di Liu-sciao-chi e “rossa” di Mao, divisione che avvenne nel ’66 con la “rivoluzione culturale”; è ovvio che le definizioni di “nera” e “rossa” erano di marca maoista). Quando nel ’60 si svolse a Mosca il Congresso degli 81 partiti comunisti (di tutto il mondo), si precisò la lontananza fra cinesi e russi e mi sentii viepiù consenziente con i primi. Infine vi fu la “crisi di Cuba” (ottobre 1962), su cui occorre un racconto a parte, data la somma di bugie raccontate. Nel 1963, si precisò con nettezza il dissidio ormai inconciliabile tra PCUS e PCC (in cui era ancora in auge Liu-sciao-chi) con il violento scambio di accuse contenute nelle lettere che si scambiarono i comitati centrali dei due partiti. Alle critiche al PCUS, i cinesi aggiunsero due importanti interventi (in specie il secondo) contro Togliatti e il PCI. Da allora ruppi in modo definitivo con il partito; per un bel po’ di tempo mi aggirai nella gruppistica (quella di tendenza m-l), da cui però mi allontanai nel corso degli anni ’70 (in specie dopo la morte di Mao nel settembre 1976).

Poiché ero però allievo del maggiore economista di tale partito (fra l’altro, l’unico citato assieme a Togliatti nel secondo degli interventi cinesi contro i comunisti italiani), in definitiva mantenni aperti i canali con esso e quindi ebbi modo di sapere molte “cosette”. In fondo ho avuto contatti amichevoli con membri dei vertici del PCI (sorprenderebbe sapere qualche “grosso” nome, che non posso fare), senza mai chiedere alcun favore ma solo notizie (assai interessanti e sovente non di dominio pubblico). Frequentai anche molto “Critica marxista”, fui pubblicato dagli Editori Riuniti, ecc. ecc. Tuttavia, ero nel contempo impegnato in tutto quell’ambaradan che fu detto “extraparlamentare”; vedevo come fumo negli occhi, perché ne rilevavo le ascendenze fondamentalmente anticomuniste (non solo antipiciiste), le correnti poi dette “operaiste” (e più tardi dell’“autonomia”) e fui più vicino ai cosiddetti emme-elle, ma certo con tanto sconcerto per la sclerosi e dogmatismo delle loro posizioni, salvo rarissimi casi.

  1. Passarono gli anni, morì nel giugno ‘63 il “Papa buono” (il primo della “S.S. Trinità” costituita da Giovanni XXIII, Kennedy e Krusciov), a novembre fu assassinato il presidente americano, nell’agosto ’64 morì Togliatti e in ottobre fu rimosso il leader sovietico. Si arrivò al fatidico ’68 (preceduto in Italia da un ’67 già turbolento) e anni successivi che, come ben si sa, furono definiti “anni di piombo” (quelli ’70 soprattutto) o del “terrorismo rosso”, mentre invece sono stati anni in cui quest’ultimo (indubbiamente messosi in moto dissennatamente) fu ampiamente infiltrato e sfruttato (insieme a quello, “secondario”, detto nero) per una serie di “giochi delittuosi” posti invece in atto dai vari Servizi dei paesi dei “due campi”. Venni a conoscenza abbastanza presto di quanto fosse falso il “racconto” che si stava facendo (e che continua ancor oggi!) di quel “terrorismo”. Ricordo intanto l’importante evento della repressione sovietica in Cecoslovacchia nel 1968, che questa volta condannai, ma più che altro per critica al cosiddetto “socialimperialismo” Urss e senza aderire minimamente alle idee, anzi aborrite, di Dubcek e soci; idee invece condivise da assai deboli “antirevisionisti”, in particolare dai “manifestaioli” in Italia che mostrarono fin da allora di non essere migliori dei piciisti. Alla fine degli anni ’60 iniziarono “discreti” contatti tra PCI e “ambienti statunitensi”; prese insomma avvio il lento e molto coperto trasferimento del PCI verso “ovest”. In un certo senso, se si vuol fissare una data, si deve indicare il 1969; detto “per inciso”, in quell’anno Berlinguer divenne vicesegretario.

Sembravano allora maggioritari nel partito gli “amendoliani” (il cui n. 2 era Napolitano), corrente (pur se non riconosciuta formalmente in nome dell’unità del partito, che si pretendeva ancora leninista) cui apparteneva anche il mio Maestro, corrente cui si deve l’espulsione di quelli de “Il Manifesto”. Il gruppo amendoliano era considerato appunto l’avversario principale (quello più “revisionista”) nell’ambito del piciismo. In effetti, detto gruppo era sostanzialmente socialdemocratico, critico del socialismo di tipo sovietico; peraltro con critiche non del tutto errate a quello che era un semplice statalismo esasperato, ormai incapace di promuovere un vero sviluppo. Vi era in esso una propensione ormai piuttosto evidente verso il capitalismo; solo moderata da più che fumosi e mai seriamente attuati propositi di sedicenti “riforme di struttura” e di “programmazione democratica” al posto della pianificazione statalista, con idee poco chiare circa la pretesa superiorità delle imprese “pubbliche” rispetto alle “private”. Insomma, fu evidente la debolezza teorica (del “marxismo all’italiana”) e anche l’ambiguità della loro linea politica. Gli “amendoliani” (almeno nella maggior parte) erano comunque contrari all’atlantismo (Usa) e quindi considerati tutto sommato filosovietici nell’ambito del PCI; furono dunque i più radicali avversari dei gruppuscoli extraparlamentari, che oscillavano tra il filo-maoismo (e la rivoluzione culturale) e il dubcekismo opportunista e filo-occidentale (soprattutto apprezzato da quelli del “Manifesto”).

Nel 1972 venne eletto segretario Berlinguer con l’appoggio di un composito assembramento di cui fece parte l’ormai “fu” (almeno per me) amendoliano Napolitano e la sedicente sinistra ingraiana, che aveva fili di collegamento con la gruppistica tramite i “manifestaioli”. Da allora, il cambio di casacca piciista procedette con più sicurezza e, nel contempo, prudenza; venne via via in evidenza l’“eurocomunismo”, l’ideologia che mascherava tale processo e cercava di dare dignità allo spostamento di campo nello schieramento internazionale.

  1. Nel 1967 vi fu il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia (e venne ucciso in Bolivia il Che Guevara, altro argomento su cui occorrerebbe un discorso a parte). Tale colpo di mano militare fu chiaramente appoggiato dagli USA (nella sua politica “ufficiale”), mentre vide ovviamente contrario lo schieramento sovietico e l’insieme dei partiti comunisti occidentali. Quel regime non fu mai ben saldo, pur se si parlò di contatti con ambienti “destri” in Italia e qualcuno ebbe paura di eventi simili pure da noi (il cui unico risultato in definitiva fu il gustoso film di Monicelli “Vogliamo i colonnelli”). Nel 1973 il regime militare greco entrò in piena crisi e l’anno successivo ebbe termine; con l’instaurazione, però, di una “democrazia” apertamente filo-occidentale, di fatto filo-atlantica e pro-Usa, quindi avversaria del campo detto socialista. E questo era comunque il reale scopo perseguito dagli Usa con il colpo di Stato.

Le posizioni tra il 1967 e il ’74 nel nostro campo capitalistico sembravano molto chiare e nette: gli Usa per i colonnelli, l’Europa tiepida, in certi casi perfino antipatizzante ma senza troppo irritare il perno del campo stesso; i comunisti, orientati “ad est”, decisamente avversari dei militari. La politica è però sempre assai meno limpida delle sue apparenze e delle declamazioni “in pubblico”. Dati “ambienti statunitensi” (diciamo così, la qual cosa è in fondo sufficientemente corretta) si rendevano conto della debolezza del regime greco e quindi tramavano sotto traccia pure con l’opposizione “democratica” greca per preparare l’eventuale cambio di regime come poi avvenne. In queste trattative entrava pure una parte dei comunisti greci, la minoranza, mentre la maggioranza restava ostile e vicina all’Urss. La parte minoritaria costituì il “partito comunista dell’interno”, che si collegò con il nascente “eurocomunismo”, il cui centro direttivo si trovava nella parte ormai maggioritaria del PCI. Fu durante quel periodo che si accentuarono (almeno così si può arguire) i contatti tra i suddetti “ambienti statunitensi” e date correnti del PCI e, tramite queste, con il partito comunista greco dell’interno; colloqui non irrilevanti per quanto avvenne poi in Grecia nel 1974: caduta del regime, vittoria elettorale di “Nuova Democrazia”, partito appena fondato da Konstantinos Karamanlis, governo “democratico” (conservatore) che iniziò il suo iter filo-Nato.

In quegli anni, fra l’altro, ebbi modo di venire coinvolto di striscio nella vicenda. Nel 1971 avrei dovuto andare proprio in quel paese e incontrare qualcuno che apparteneva ai “comunisti dell’interno” (i futuri “eurocomunisti” con il PCI). Purtroppo, ho come soli testimoni le mie orecchie e la mia vista; non posso provare per conto di chi ci dovevo andare e chi dovevo incontrare. Da questa vicenda trassi però in seguito idee piuttosto precise su ciò che stava accadendo con i cambiamenti di campo in atto. Alla fine rifiutai di recarmi in Grecia perché mi sembrava troppo pericoloso, ma tutto sommato – come appunto capii meglio un po’ dopo – sarei stato protetto abbastanza (e proprio da certi “ambienti” USA) anche se certamente i colonnelli avrebbero masticato amaro e potevano quindi farmi qualche scherzo tipo “incidente” o qualcosa del genere.

In ogni caso, per quanto all’inizio assai sorpreso della proposta fattami di andare “laggiù” (io ero ben conosciuto come comunista e quindi certo non favorevole a quel regime), pian piano afferrai poi cosa stava avvenendo in certi ambienti dell’“opposizione” in Italia. Di più non posso chiarire, ma ebbi prove discrete di quanto sto raccontando circa gli spostamenti di “campo” in quel periodo. Non compresi comunque subito che aveva preso avvio, tra fine anni ’60 e inizio ’70, lo spostamento di almeno alcune frange della “destra” (amendoliana), che permisero l’ascesa a posizioni di comando nel PCI di coloro che furono fondamentali per il suo lento orientarsi verso l’atlantismo, sempre però assai ambiguo almeno fino all’accettazione della Nato, anche questa iniziata fin dal 1972, ma molto ambigua e “mascherata” per alcuni anni.

General Augusto Pinochet (L) poses with Chilean president Salvador Allende, 23 August 1973 in Santiago.
ANSA

  1. Ancora più rilevanti per comprendere dati fatti riguardanti il “comunismo” italiano (ma anche più in generale) – accaduti in quegli anni, che sono pure fondamentali per meglio valutare il nostro presente, a partire dal periodo susseguente al crollo dell’Urss, alla truffaldina operazione “mani pulite”, ecc. ecc. – furono gli eventi svoltisi nello stesso periodo in Cile. Cerchiamo di essere ordinati, cosa non tanto facile data la somma di eventi, tra cui si deve trascegliere tacendone una buona parte. Se non vado errato – ma certamente ricerche storiche finalmente oneste sarebbero necessarie – nella seconda metà degli anni ’60 vi fu notevole corresponsione di interessi tra settori Dc (con Moro in testa) e il presidente democristiano cileno Eduardo Frei. Gli accordi portarono fra l’altro alla nascita di un’agenzia stampa (con sede a Roma), che si espanse a tutto il Sud America, poi ai tre continenti del Terzo Mondo ed infine su scala globale, autonomizzandosi rispetto all’originario contesto (oggi non esiste più già da tempo). Ciò introdusse anche correnti imprenditoriali italiane in Cile e altri paesi sudamericani, ma non penso proprio che questo abbia infastidito più che tanto gli USA.

Nel 1970, Allende vince le presidenziali in Cile. Frei, da allora, si sposta nettamente verso gli Stati Uniti e certamente non si oppose (penso proprio il contrario) alla preparazione del colpo di Stato di Pinochet dell’11 settembre 1973. Credo non debba esservi nemmeno dubbio che la scelta di Frei abbia determinato frizioni con settori non irrilevanti della Dc italiana e con Moro in particolare. Nello stesso tempo, come già era avvenuto in Grecia, vi furono sicuramente “ambienti statunitensi” che non parteciparono alla preparazione del colpo di Stato, sempre per il principio che è sempre necessario esistano soluzioni di ricambio per l’eventualità della non riuscita di determinati progetti più “radicali”. Indubbiamente, la storia successiva dimostrò che il colpo di Stato di Pinochet fu più solido di quelli dei colonnelli greci, durò sedici e non sette anni. Tuttavia, non credo proprio che abbiano mai cessato di sussistere i suddetti ambigui ambienti negli USA; sempre pronti all’eventuale sostituzione di determinati progetti con altri di tipo detto (ridicolmente) “democratico”.

Il PCI – o meglio certi settori dello stesso, ormai a noi ben noti, già in azione con i comunisti greci (dell’interno) durante il regime dei colonnelli – si mosse in questa situazione che ancora una volta si presentò chiara nella sua “ufficialità”: condanna del colpo di stato da parte del partito italiano (assieme a tutti gli altri partiti comunisti), contrarietà anche di altre forze politiche nostrane (ed europee, contrarietà molto ben contenuta), appoggio smaccato a Pinochet da parte degli Stati Uniti, apparentemente in tutti i loro ambienti poiché è ovvio che le “forze di riserva” si tengano sempre ben coperte e tramino in gran segreto per l’eventualità di diverse soluzioni future. Subito dopo il colpo di Stato, esce in tre puntate (su “Rinascita”) un lungo articolo di Berlinguer (ricordo: segretario dal 1972 per la convergenza dei settori ex amendoliani, di cui già detto, e anche della sedicente corrente di sinistra, ecc. sul suo nome), in cui si condanna ufficialmente il colpo di Stato, si accusano dello stesso gli USA; però…..

Il però era un’apparentemente togliattiana valutazione intrisa di “realpolitik”, che taluni vollero assimilare alla scelta di Palmiro nella famosa “svolta di Salerno” del 1944, necessitata dai patti di Yalta e dal voler evitare la stessa sorte che toccò ai comunisti greci; sorte, lo si scorda sempre, che si compì per essi nel 1949 dopo aver avuto perfino il sopravvento in dati periodi, almeno fino al 1947. Anno in cui si ebbe la rottura tra Jugoslavia e URSS e l’uscita della prima dal Cominform; evento da cui conseguì l’impossibilità di adeguati aiuti (soprattutto dell’URSS) ai compagni greci poiché gli jugoslavi (geograficamente vicini a quel paese) li impedirono. Ci fu poi la sostituzione di Markos (notevole capo militare) con il molle Zachariadis al comando delle truppe comuniste greche con risultati complessivamente catastrofici: annientamento di vasti settori di queste ultime e uccisione di decine di migliaia di militanti.

Berlinguer, con “buon senso” (appunto tra virgolette), ricordò che comunque l’Italia era parte del campo capitalistico (l’“occidente”) strutturato attorno ad un’alleanza militare, la Nato, controllata dagli Stati Uniti. Per evitare che anche l’Italia corresse pericoli di tipo cileno, bisognava secondo il suo parere almeno in parte “abbozzare” e accettare realisticamente la nostra posizione atlantica. In un certo senso, si può dire che da qui parte, o almeno si rinforza, l’idea del cosiddetto “eurocomunismo”, da ritenersi in qualche modo il successore, riveduto e (s)corretto, dell’invenzione togliattiana denominata “via italiana al socialismo”. Qui si pensa meno in termini italiani, nazionali, e invece più europei. Sembrò un allargamento di visione prospettica; in realtà, significò che il Pci, sfruttando la sua posizione di maggiore partito comunista d’occidente (e il più “radicato tra le masse popolari” del proprio paese, chiara impostazione ideologica del problema), si candidò a far da organo di collegamento e traino di tutte le frazioni interne ai partiti comunisti occidentali – primi fra tutti quelli francese e spagnolo, ma con ramificazioni minori pure verso i partiti comunisti orientali (dunque pure in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, paesi “socialisti” in genere) – frazioni ormai preoccupate dell’evidente (salvo che per alcuni “frastornati”) indebolimento dell’Unione Sovietica (soprattutto dovuto alla struttura sociale interna, non tanto quale potenza militare) e che dunque si prepararono cautamente al cambio di campo.

S’intensificarono, tramite alcuni “ambasciatori”, i rapporti tra Pci e i suddetti ambienti statunitensi (quelli delle “soluzioni alternative”), che culmineranno nel 1978, chiudendo solo la prima fase, con il viaggio dell’alto esponente del Pci negli Usa; un viaggio ridicolmente e inutilmente presentato (salvo forse che per la “base”, costituita dai soliti credenti) come culturale, mentre si ebbero molti riservati incontri ben più significativi e coinvolgenti. Riparleremo più avanti di questo viaggio, avvenuto in fortuita coincidenza con il rapimento Moro; fortuita in quanto coincidenza temporale, non ne sono invece sicuro quale rapporto causa/effetto. Le mene “atlantiche” del Pci non avrebbero avuto senso senza l’avvio di quello che fu il “compromesso storico” con la Dc, un compromesso tutt’altro che scevro di antagonismo e di insinuante tentativo piciista di arrivare un giorno a sostituirla come bastione di un regime solidamente pro-occidentale (cioè pro-Usa), nella sostanza meno ambiguo di Dc e Psi verso l’est europeo, gli arabi, ecc. (pur se, ufficialmente, il Pci restò a lungo vicino a personaggi come Arafat, ecc.). Comunque, è tutto da ricostruire storicamente, non come fatto da storici “di sinistra” cui deve andare tutto il nostro disprezzo.

In ogni caso, non mi sembra che la Dc sia rimasta complessivamente tranquilla. Credo che i settori più favorevoli all’avvicinamento del PCI agli statunitensi (e dunque al “compromesso storico”) fossero in sostanza guidati da Cossiga (comunque questi ne fu un esponente assai importante). Costui, dopo “mani pulite”, sembrò prendere negli anni ‘90 posizioni di contrasto con gli USA. Lui stesso rivelò che, quando nella stampa americana s’iniziò a fare troppo spesso il suo nome in merito a quell’operazione giudiziaria, ottenne infine il silenzio minacciando di fare cenno ai contatti tra Stati Uniti e mafia siciliana per favorire la costruzione della base a Comiso con una “opportuna” azione tesa a mitigare la contrarietà dei partiti del cosiddetto arco costituzionale. Non credo siano serviti tanto questi ricatti quanto i rapporti con “amici” statunitensi che zittirono quelli che lo importunavano. Non a caso, ben dopo “mani pulite”, nel ’99, Cossiga (per sua stessa ammissione) fu al centro delle operazioni trasformistiche che portarono al governo D’Alema, giudicato il migliore per un “corretto” comportamento italiano di appoggio incondizionato all’aggressione clintoniana alla Jugoslavia.

  1. Tornando indietro agli anni ‘70, credo che Moro avesse una buona conoscenza dei fatti e fosse molto sospettoso e prudente nei confronti dell’avvicinamento (conflittuale, e non lo si prenda per bisticcio di parole) tra PCI e certi ambienti democristiani, pure loro pronti a notevoli mutamenti di prospettiva su pressione di certi “ambienti” statunitensi. Per quanto posso capire, il dirigente diccì – poi rapito e ucciso; e la si smetta di dire dalle BR – fosse in ciò seguito da Fanfani, mentre Andreotti come al solito si “destreggiò”; pagò più tardi, ma anche da “mani pulite” in poi sopportò in silenzio e con pazienza che passasse la buriana, garantendo una segretezza (di quanto avvenuto negli anni ’70) che infine lo premiò, cosa non accaduta ad altri (ad es. a Craxi, che era stato a suo tempo favorevole a contatti tali da almeno cercare di salvare Moro). All’inizio degli anni ’70, il PSI faceva già da lungo tempo parte del cosiddetto centro-sinistra al governo, ma fu solo dopo il ’76 (ascesa di Craxi, ecc.) che si mise in più accesa competizione con il PCI; e anche la direzione del partito socialista prese atto, secondo la mia opinione, delle pericolose manovre del “nuovo” PCI di avvicinamento agli USA.

Nel ’76 vi fu però (sempre fortuita coincidenza?) la vittoria decisiva dell’“antifascismo del tradimento”, che falsa tutto il significato della Resistenza, divenuta “lotta di liberazione” in pieno appoggio agli “Alleati”, i nostri “liberatori”. Balle mostruose, se si pensa che, come ammise Cossiga (anche se poi ritrattò e negò), l’80% di quell’evento storico – limitato di fatto, nella sua vera rilevanza, al nord Italia (o poco più) quale autentica lotta partigiana e non chiacchiere dei savoiardi e badogliani, poi di fatto avallate almeno parzialmente dall’eccessiva “prudenza” togliattiana – fu guidato dai comunisti. Naturalmente, ci sono molti misteri da spiegare, a partire dalla frettolosa fucilazione di Mussolini con sparizione, almeno così si continua a dire, di importanti carteggi. La scusa fu che, altrimenti, gli Alleati lo avrebbero salvato. Proprio così? Soprattutto gli inglesi e Churchill lo volevano salvo? Non è che certi “comunisti”, magari, eseguendo gli ordini del comando del CLN (con aperta tendenza al compromesso togliattiano dei dirigenti comunisti in quel comando) fecero un favore agli “Alleati”, ma soprattutto agli inglesi, consegnando carteggi tra Mussolini e il premier inglese? Mah!

Resta il fatto che né Moro né Craxi si opposero (c’è da dire: “et pour cause”?) al totale travisamento della Resistenza; non lo potevano, d’altronde, giacché ridimensionava il ruolo dei comunisti, fatto che pensavano ad essi favorevole (sbagliando di grosso!). Furono fin troppo morbidi anche quando ci si prodigò nel dileggio del “fanfascismo”, nelle vignette di Craxi in camicia nera e orbace, ecc. E si trattava di un chiaro sintomo di come il nuovo (falso) antifascismo volesse sfruttare i meriti passati, approfittando di un ceto intellettuale infame che obnubilò ogni effettiva memoria storica, per accusare di fascismo chiunque intralciasse il “compromesso storico”, cioè la “riabilitazione atlantica” del PCI. L’“antifascismo del tradimento” – lanciato fra l’altro con “Repubblica”, giornale non a caso uscito proprio nel 1976 – fece dimenticare l’infamia di badogliani e savoiardi, fu patrocinato anzi da ambienti repubblicani, dichiaratisi semmai eredi di “Giustizia e Libertà” (che ebbe uomini insigni, sia chiaro, non i miserabili allignanti in quel giornalaccio), ben foraggiati dai “cotonieri” italiani, in particolare dalla Fiat e dagli eredi degli ambienti industriali italiani fascistoni fino al 25 luglio ’43 – effettiva caduta del “fascismo” al “Gran Consiglio” diretto da Achille Grandi con arresto di Mussolini e sua “custodia” al Gran Sasso, da cui fu liberato dai tedeschi scesi in Italia dopo il voltafaccia settembrino del Re e di Badoglio – per poi voltare rapidamente gabbana e innamorarsi dei “liberatori” (si dice che alcuni ambienti “industriali” abbiano iniziato segrete trattative con i già chiari vincitori della guerra già a fine ’42).

Quell’“antifascismo del tradimento” attaccò appunto i settori che più sospettavano e temevano il “compromesso storico”, ma che commisero l’errore di non prenderlo di petto con molta energia, cosa che alla fine li perdette. E li attaccò esattamente come fa oggi; chiunque si oppone alle sue losche trame, all’asservimento totale del paese agli Usa, è immediatamente tacciato di fascismo. Va dichiarato senza mezzi termini che questo “antifascismo” è da quarant’anni il veleno responsabile dello sbriciolamento politico, sociale e culturale d’Italia. Ha apportato danni, putrefazione, viltà estrema, servilismo. E’ veramente il più grande pericolo degenerativo che sta correndo il nostro paese dall’Unità ad oggi. O lo si ferma o si è perduti per molti e molti anni. Non lo si ferma, però, con l’altrettanto meschino e antistorico anticomunismo dell’attuale “destra”, né con il liberismo d’accatto; non ci siamo proprio. Occorre ben altra forza politica, che ancora non appare minimamente in formazione; soprattutto perché tre quarti di secolo di “democrazia” (del tutto falsa e imbelle) hanno istupidito anche gran parte della popolazione, perfino le masse più popolari.

 

  1. Dobbiamo fermarci un momento a pensare e analizzare, sempre via ipotesi, quanto stava avvenendo nel campo “socialista” centrato sull’Urss. Devo tralasciare tutta la questione del decisivo dissidio sovietico-cinese in cui s’inserì, nei primi anni ’70, l’azione Kissinger-Nixon, non raggiungendo grandi successi per gli ostacoli frapposti a quello che, io penso, verrà infine rivalutato come un non banale presidente americano, fatto fuori dall’FBI con il “Watergate” (su indicazione di ben precisi centri statunitensi portatori di altra strategia). Qui mi limito a considerare brevemente le difficoltà interne dell’Urss, che non potevano non riverberarsi sui paesi dell’area ad essa sottomessa.

Con la liquidazione di Krusciov (1964) si mise termine ad una serie di operazioni sconnesse e contraddittorie, che rappresentavano un grosso pericolo per la seconda superpotenza mondiale; sia per quanto concerne la coesione all’interno sia per il possibile sgretolamento della sua sfera d’influenza esterna. Tuttavia, si congelò la situazione sociale e politica, si dichiarò una soltanto formale e decrepita ortodossia ideologica, ormai priva di presa. Si cercò di tenere saldo un blocco sociale (ed è già tanto forse definirlo così) formato dai vertici del partito – con gli alti dirigenti dei grandi “Kombinat”, nominati da detti vertici politici per meriti di fedeltà, non certo per capacità direttive manageriali – e dagli strati inferiori, esecutivi, dei lavoratori salariati trattati ancora, del tutto stancamente, da Classe Operaia, il presunto soggetto operativo nella “costruzione” del socialismo (primo stadio) e poi comunismo. Il famoso principio marxista del socialismo, “a ciascuno secondo il suo lavoro”, venne interpretato in senso meramente quantitativo, in quanto durata e pesantezza del lavoro; non per la qualità, così come intendeva Marx che – oltre al fatto di pensare tale classe formata, insieme, “dal primo dirigente all’ultimo giornaliero” – aveva fatto distinzione tra lavoro “semplice” e “complesso”, un’ora del quale valeva quale multiplo dell’ora del primo. Vi erano operai delle mansioni inferiori che prendevano un salario (pur sempre basso) non inferiore a quello di molti quadri intermedi (o anche medio-alti, salvo i “boss” legati al partito) e perfino a quello di ricercatori in importanti centri di elaborazione scientifica e tecnica.

In un sistema industriale in crescita, è ormai dimostrato che gli operai, se si considerano tali solo quelli svolgenti mansioni prevalentemente esecutive o addirittura manuali (non l’“associazione dei produttori” di cui parlava Marx), diminuiscono di peso perfino numericamente, per non parlare del loro contributo ad una industrializzazione sempre più sofisticata. Crescono invece rapidamente gli strati intermedi (i “ceti medi”), e non soltanto in ambito strettamente produttivo. Ed infine, dato l’evidente fallimento totale di una cogente pianificazione – dall’alto e dall’esterno delle diverse unità produttive, che non vengono affatto a formare un tutto unico, compatto, omogeneo – diventa fondamentale lo strato manageriale: e non semplicemente tecnico, bensì specificamente dotato in senso “strategico”. L’Urss, durante il ventennio brezneviano, cristallizzò la pratica legata alla vecchia ideologia “rivoluzionaria” e andò incontro a “rendimenti decrescenti” con accelerazione esponenziale, mascherata solo dalla forza (in specie militare) raggiunta in passato e da una solo apparente unità del PCUS.

Fu infine l’insieme, sempre più ampio e massiccio pur se frastagliato, degli strati sociali intermedi – ignorati per sclerosi ideologica e politica, pure responsabile del forte indebolimento economico e dunque di una effettiva stagnazione, ecc. – a scardinare l’ordinamento sovietico e a creare nel contempo lo sfacelo sociale che distrusse l’Urss. Basta con la favola del “grande” presidente Reagan (attore scadente pur se interprete in film niente male, in specie western), che avrebbe stroncato il bastione del “socialismo” (chiamato, dagli ignoranti di tutti gli schieramenti, comunismo), obbligandolo ad un surplus di spese militari. Il crollo, una vera e propria implosione, fu dovuto invece al collasso del sistema complessivo, con una direzione politica legata a impostazioni superate e incapace di comprendere i processi di trasformazione di quella “formazione sociale”, definita del tutto impropriamente socialista. Alla morte di Breznev (1982), vi fu già un primo sussulto pre-distruttivo con l’elezione a segretario del partito di Jurij Andropov, che però morì nel 1984. Il pendolo tornò a segnare l’ora di uno stretto collaboratore di Breznev, Černenko, che si spense dopo sei mesi di segretariato (marzo 1985). Venne in auge allora Gorbaciov che restò fino alla dissoluzione dell’Urss (1991), liquidò l’intero campo “socialista” euro-orientale, organizzando fra l’altro il colpo di Stato (passato per rivolta popolare) di Iliescu in Romania. Questo più che mediocre personaggio, assurto indegnamente alla direzione dell’URSS, cercò perfino di creare zizzania in Cina, dove le sue mene (con alcuni ambienti interni al PCC e al segretario del partito, subito destituito) furono assai velocemente stroncate. Dopo, la situazione precipitò in URSS con Eltsin che dissolse l’Unione sovietica alla fine del 1991. Formatasi la Russia, assai più debole e con la perdita di alcune “Repubbliche”, le sorti cominciarono a risalire molto lentamente con Primakov, ma ormai da posizioni compromesse. Infine, la ripresa di quel paese si rinsaldò con Putin. Questa è già storia dei nostri giorni e dunque tornerò adesso indietro.

  1. Dopo la cacciata di Krusciov nel 1964, l’Urss tornò solo apparentemente compatta e unitaria. In essa, per i motivi sociali sopra accennati, permanevano correnti sotterranee di opposizione, anche dentro lo stesso PCUS. Correnti che, in qualche modo, erano perfino in buon rapporto con l’“eurocomunismo” o erano comunque interessate a compromessi con l’occidente, anche a “prezzi” molto bassi, talvolta di svendita. Esse furono a lungo strettamente controllate, ma la loro opera corrosiva cresceva lentamente ed in modo coperto e cauto; soprattutto tenevano contatti con le corrispondenti frazioni dei partiti comunisti euro-orientali, infarcite dei soliti opportunisti che annusavano i mutamenti di atmosfera (pur tenuti molto segreti) e si preparavano ad ogni evenienza. Le frazioni maggioritarie – e solo apparentemente padrone assolute dei partiti: dal PCUS a quelli dei “satelliti” – non avevano capacità manovriere di grande rilievo per le carenze politico-ideologiche già accennate; esse usavano la forza e conducevano – tramite la parte più fedele dei Servizi e di altri apparati addetti ad operazioni varie anche all’estero – manovre segrete e deformate in guisa da non farne afferrare con facilità gli scopi realmente perseguiti.

Dette manovre miravano certamente a colpire e mettere in difficoltà le trame degli interessati a cedimenti compromissori più o meno gravi con l’occidente capitalistico. Lo facevano, tuttavia, in modo assai contorto, giungendo perfino a promuovere esse stesse pericolosi compromessi con gli USA e i paesi del campo capitalistico mediante mosse morbide e prudenti, alternate a scelte improntate ad estrema durezza (anche militare). Inoltre, cercavano prioritariamente di scompaginare le correnti compromissorie interne all’Urss e al “suo campo”, ma si rivolgevano pure all’esterno di quest’ultimo, imbastendo più o meno cauti e coperti rapporti con frazioni interne di alcuni partiti comunisti euro-occidentali ormai schierati in senso “atlantico”; frazioni rimaste fedeli al presunto socialismo e quindi nettamente contrarie all’eurocomunismo, ma soprattutto a chi aveva preso il sopravvento nel Pci, il principale di questi partiti, conducendolo a sempre più invischianti (e conosciuti dai Servizi dell’est) rapporti con gli USA e trasformandolo perciò nei fatti in una vera centrale di cospirazione antisovietica. In tale opera da voltagabbana, le frazioni ormai nettamente maggioritarie nel PCI sfruttarono pure il dissidio russo-cinese e, solo parzialmente, la fronda “gruppuscolare” fintasi quasi maoista; ad es. quella del “Manifesto”, che salvo lodevoli ma rare eccezioni, era la più “corrotta” fra coloro che si richiamavano, impudicamente e senza arrossire, al comunismo. Da qui gli eventi italiani degli anni ’70, degli anni detti “di piombo”.

 

  1. Nel ’68, il gruppo – composto in prevalenza, se ricordo bene, da cattolici divenuti comunisti (ma pure da comunisti “laici”), comunque tutti “ragazzi” in gamba – facente capo ad una rivista di orientamento marxista-leninista, “Lavoro politico” (una delle pubblicazioni apprezzabili di quell’area), entrò nel Pcd’I (m-l), quello che pubblicava “Nuova Unità” e che di fatto era in stretto collegamento con le “Edizioni Oriente”, nate a Milano nel ’63 con il principale compito, almeno per quanto io abbia potuto constatare, di diffondere le pubblicazioni della “Guozi Shudian”, casa editrice cinese in lingue estere, dalla quale provenivano le più importanti pubblicazioni dei comunisti di quel paese, appunto tradotte in italiano. Tralascio i rapporti da me intrattenuti con quest’area, conclusisi con una discussione (pubblica), polemica, tenutasi a Padova alla fine del maggio ’68 (proprio il 31), subito dopo la quale (ma non a causa della quale, sia chiaro) me ne andai a passare piacevolmente circa quattro mesi a Londra.

Quando tornai in autunno, trovai il Pcd’I (m-l) in scissione, con formazione della cosiddetta “linea rossa”, l’imbarazzante (perché un po’ ridicola) nascita di una “Nuova nuova Unità”, di “Nuove Edizioni Oriente”, e via dicendo. Il gruppo di “Lavoro politico” fu attivo nella scissione e nella nascita di questa “linea rossa”; va però affermato con la massima nettezza che tale gruppo si attenne, nel suo complesso, alla più assoluta legalità senza sfizi di lotte d’altro genere. E’ però vero che una parte minoritaria d’esso (con nomi poi divenuti noti) uscì sia dalla rivista sia soprattutto dal Pcd’I (anzi dai due Pcd’I ormai); e, per quanto ne so, andò a Milano dove nel ’69 fondò, immagino assieme ad altri, il “Collettivo politico metropolitano”, che gettò fuori un opuscolo programmatico non irrilevante. Da tale organismo, mi sembra proprio chiaro, nacquero le future BR. Mi dispiace di non trovare più quell’opuscolo (qualcuno certamente lo avrà) e la risposta che ne diedi, certo a circolazione assai più ridotta e totalmente ignorata, che purtroppo non trovo più. Tuttavia, la mia risposta conteneva una serie di obiezioni a quel “programma”, che a me sembra si siano rivelate con il tempo sensate.

Ricordo bene, ricordo male? Quel che ricordo di quello scritto da me criticato è la formulazione di due previsioni fondamentali, entrambe errate e foriere di sviluppi molto negativi. Innanzitutto, quella di un non troppo lontano scoppio della guerra tra “imperialismo” (USA) e “socialimperialismo” (URSS); per cui bisognava, “leninisticamente”, giocare sulle contraddizioni tra i due nemici, confidando nella tenuta della Cina maoista, di cui per la verità nessuno (per quanto ne so) immaginava la brusca svolta subito dopo la morte del “grande timoniere”. Ovviamente, mi sembra chiaro, l’idea centrale era un recondito riferimento alla “Rivoluzione d’ottobre”, avvenuta appunto verso la fine della prima guerra mondiale e nel da Lenin definito “anello debole della catena imperialistica”, in cui crollò il regime zarista; l’Italia sarebbe stata il nuovo “anello debole” in questa prevista terza guerra mondiale. La seconda previsione, su cui però ho ricordi più imprecisi, è quella di un probabile o almeno possibile colpo di Stato in Italia; il che, credo, scontasse l’impressione ricevuta da quello verificatosi nel 1967 in Grecia. Devo dire che, ancora nei primi anni ’70, in molti “giocavamo” un po’ troppo con questo timore.

In ogni caso, fui subito comunque molto contrario e critico dell’idea di entrare in clandestinità prima ancora che l’evento si producesse. Ricordo bene che ero addirittura stupefatto di simili intenzioni. Si poteva capire l’attuazione di preparativi per l’eventualità, preparativi di vario tipo e soprattutto organizzativi; e, se volete, anche in riferimento alla creazione di alcuni “depositi d’armi”. Tuttavia, che si proponesse l’entrata in clandestinità anticipando le mosse “dell’avversario” mi sembrava una trovata balzana, per non dire di più. Dove la mia contrarietà si espresse ancora più netta e senza esitazioni fu sulla previsione di una guerra tra le due superpotenze (con i loro alleati/subordinati al seguito) con il ripetersi di un quadro simile a quello che permise l’“ottobre bolscevico”.

Non ero ancora stato a Parigi da Bettelheim (lo feci nel 1970-71). Tuttavia, ero già ben convinto dell’ingrippamento dell’Unione Sovietica, messo in luce a partire dal XX Congresso (1956) e aggravatosi negli anni successivi. Ricordo vivaci polemiche con coloro che insistevano addirittura sulla superiorità del “socialimperialismo” in quanto “capitalismo di Stato”, pensato quale gradino superiore (e ultimo o supremo) della società capitalistica, con riferimento un po’ scolastico ad una vecchia impostazione del marxismo “d’antan”. Ho succintamente accennato sopra ai motivi dell’indebolimento dell’Urss (per non parlare dei paesi “socialisti” euro-orientali, in netta difficoltà); li avrei approfonditi ben di più a Parigi, con anche una qualche informazione sulla solo apparente coesione di quei paesi, percorsi dalle correnti che condussero al crollo dell’89 (“campo socialista” europeo) e del ’91 con dissoluzione dell’URSS dopo qualche anno di “agonia” gorbacioviana, scambiata (non da me!) per ripresa del “socialismo”. Nel ’69-’70 non avevo quelle informazioni né avevo approfondito con Bettelheim la corrosa struttura sociale sovietica. Tuttavia ero già convinto della stasi di quel paese e dunque dell’improbabilità, per me pressoché assoluta, di uno scontro mondiale tra le due superpotenze; in realtà, ne esisteva ormai una sola di effettiva, gli USA.

  1. Arriviamo quindi al punto cruciale per quanto concerne la storia italiana di quell’epoca infelice e con il quale interromperò, almeno per adesso, questo racconto. Le direzioni dei partiti comunisti dei paesi euro-orientali avevano la sensazione di pericolo per opposizioni interne, ma soprattutto perché consapevoli di un’Unione Sovietica meno forte di quanto sembrava a prima vista. La rottura con la Cina – in continuo aggravamento, che non terminò nemmeno con la svolta post-maoista del 1976, subito dopo la morte di Mao con arresto della cosiddetta “banda dei quattro (fra cui la moglie di Mao) – rendeva i pericoli ancora maggiori. E bisogna ben dire che la politica Kissinger-Nixon di “apertura” ai cinesi e a una possibile pace in Vietnam – politica non certo fiorita all’improvviso nel 1972 con il viaggio nixoniano a Pechino, poiché occorreva prepararla, senza pubblicità, prima che apparisse alla luce del giorno – rendeva il pericolo ancora più grave. Diciamo pure che gli ostacoli frapposti dall’interno al presidente statunitense, e poi la sua eliminazione tramite il “Watergate”, diedero al “campo socialista” un periodo di respiro, consentendo fra l’altro all’Urss una stretta alleanza con il Vietnam, dove esisteva una minoritaria, ma forte, corrente filo-cinese nel partito comunista, sconfitta appunto dopo gli approcci tra Cina e Usa, che diedero un loro contributo a possibili sbocchi della guerra in Vietnam con gli accordi di pace di Parigi (gennaio 1973), finiti però male anche (e direi soprattutto) a causa delle difficoltà di Nixon. Quegli accordi condussero comunque al ritiro di buona parte delle truppe statunitensi dal Vietnam del sud; il che alla fine favorì la vittoria dei nordvietnamiti e la loro conquista di Saigon nell’aprile 1975. Il Vietnam riunito si schierò infine apertamente con l’Urss ed entrò in conflitto (perfino una breve guerra di un mese nel 1979) con i cinesi.

Ripeto che tali avvenimenti diedero solo una boccata d’ossigeno al “campo socialista” europeo centrato sull’Urss; e proprio grazie alla miopia di quegli ambienti statunitensi che misero in moto la manovra contro Nixon (con l’azione del Fbi, ecc.). In ogni caso, non si può pensare che i partiti comunisti euro-orientali non avvertissero che cosa stava avvenendo. Immagino che anche importanti settori del partito comunista sovietico (anzi maggioritari nel periodo brezneviano) stessero in allerta ben conoscendo l’azione corrosiva di quelle correnti più tardi (1985) responsabili della nomina di Gorbaciov a segretario del partito. E’ ovvio che la storia avrebbe avuto ben altro andamento se in Urss si fosse compresa la necessità di smantellare quella struttura politica che cristallizzava una situazione non più confacente alla “composizione sociale” ormai in formazione nel paese.

Fra l’altro, si sarebbero dovuti regolare, in qualche modo, i conti con la Jugoslavia (avamposto più importante di quanto non si creda, anche durante la direzione titoista, di varie manovre di “infiltrazione” nel blocco sovietico provenienti da “occidente”), accomodare i rapporti pure con la Romania (costretta a rapporti amichevoli con la Cina proprio dall’atteggiamento ostile dell’Urss, sfociato poi apertamente nell’aiuto fornito al colpo di Stato di Iliescu contro Ceausescu durante la “gestione” gorbacioviana). Meno importante l’attrito con l’Albania, comunque anch’essa schierata con la Cina, pur essendo invece critica nei confronti del maoismo; e ne fanno prova gli aiuti dati da Enver Hoxha alle frazioni di cosiddetta “linea nera” nei vari, pur irrilevanti, gruppuscoli m-l, soprattutto nei paesi euro-occidentali, Italia compresa.

La posizione di debolezza dell’Urss, accompagnata dalla presenza di correnti filo-occidentali nei paesi europei “socialisti”, rendeva in ogni caso più fastidiosa la presenza nei paesi europei della NATO di partiti comunisti (rilevanti comunque solo in Francia e ancor più in Italia) con tendenza a “sbandare” (ma così nettamente soltanto nel nostro paese) in senso dichiarato riformista, in realtà di sostanziale accettazione della formazione sociale esistente in occidente, quella che veniva ritenuta “il capitalismo” in aperto antagonismo con “il socialismo”; non mi soffermo sulla questione di detta schematica contrapposizione, a tutt’oggi non risolta da politici (e storici) incompetenti e faziosi.

Una Unione Sovietica forte – con il suo “campo” (sfera d’influenza) ben controllato, con un migliore sistema di alleanze (o di non inimicizia) con Cina, Jugoslavia, ecc. – avrebbe determinato un diverso andamento degli eventi storici; per quanto ci riguarda, sarebbero stati meno forti, e immagino meno determinanti, quegli influssi che invece si produssero negli anni ’70, i cosiddetti “anni di piombo”, in cui si è posto in forte risalto il dichiarato “terrorismo rosso” (e anche nero in certi casi) per coprire le mene internazionali condotte in varia guisa in quegli anni.

La situazione era invece quella appena delineata: l’Urss apparentemente molto forte, ma in posizione di sostanziale stallo rispetto agli anni della grande ascesa (soprattutto gli anni ’30), della vittoria nella seconda guerra mondiale, dell’allargamento del “campo socialista”, ecc. Nei paesi euro-orientali, i partiti comunisti (i loro vertici ovviamente) erano consapevoli delle difficoltà esistenti soprattutto al loro interno, ma comunque aggravate da quanto avveniva, sia pure in modo poco appariscente, nel paese centrale del sistema. Vi fu la succitata boccata d’ossigeno quando si pose in mora la politica nixoniana verso la Cina (e anche il Vietnam), si verificò la creduta grande vittoria dei nordvietnamiti contro il gigante statunitense e l’altrettanto sopravvalutata crisi interna statunitense a causa di quella guerra, ecc.

Un conto sono i “movimenti” che si credono sulla cresta dell’onda e blaterano di vittorie sull’imperialismo, in via di presunto indebolimento. Un altro sono i vertici politici delle varie organizzazioni che conoscono la POLITICA (le strategie del conflitto), sanno come questa deve essere condotta, sono ben informati circa le mosse segrete di cui quella vera si sostanzia; e di cui, invece, i poveri “giovinotti” di detti “movimenti” nemmeno avevano il più blando sentore. O forse sarebbe meglio dire che alcuni ne avevano un qualche sentore, ma secondo quanto avevano deciso di far sapere (e far credere) loro i vari “Servizi”, che sono una delle nervature cruciali di detta POLITICA, quella seria e non fatta di dissennate valutazioni degli effettivi rapporti di forza esistenti.

In nessun momento degli anni ’70, i partiti comunisti, sia all’est che all’ovest, crederono a ciò che magari sostenevano ufficialmente. All’est è probabile che si comprendessero le proprie debolezze e i pericoli che si correvano. E all’ovest forse pure. L’eurocomunismo, cioè in definitiva il suo nucleo centrale, il PCI (con i vertici in mano alla nuova maggioranza), non defletté certamente mai dal suo cauto, coperto, spostamento verso l’atlantismo. Tuttavia, credo che sia rimasta molto in ombra – per il solito motivo che la storia la raccontano i vincitori – l’esistenza, soprattutto proprio in Italia, di frazioni del tutto minoritarie, ma non proprio inconsistenti, in opposizione (anche all’interno di quel partito) a simili approcci verso gli Usa e l’occidente in genere. Non credo però ci fosse una effettiva consapevolezza delle manovre “eurocomuniste”. Purtroppo, la visione ideologica del tempo faceva credere che la lotta nell’ambito del movimento comunista fosse una sorta di ripresa dello scontro tra “neokautskismo” (neorevisionismo) e neoleninismo (in buona parte identificato con il maoismo); un errore non decisivo ma comunque rilevante per far prevalere gli ambienti più opportunisti e miserabili del PCI e dei partiti consimili in altri paesi europei.

Fu in ogni caso del tutto impossibile formare un fronte in qualche misura comune – al di là delle divergenze, non solo ideologiche ma pure politiche – tra tutti quelli che si opponevano ai piciisti degli anni ’70 e seguenti: chi perché appunto neoleninista, chi invece sostanzialmente socialdemocratico (ad es. gli “amendoliani”) ma comunque relativamente favorevole ad una “ostpolitik” e chi, come fu un po’ più tardi Craxi, semplicemente antagonista della supremazia del PCI sulla “sinistra” e sospettoso del “compromesso storico”, una buona leva per l’avanzata di tale partito, ormai degenerato, lungo la via di una politica filo-occidentale con tutto ciò che comportò più tardi. Tale divisione fra gli oppositori a quel PCI favorì, infatti, quel che accadde in seguito con il viaggio “culturale” di Napolitano negli USA nel 1978; e soprattutto dopo la fine del “socialismo reale” e dell’Urss. Quanto appena ricordato può forse in parte spiegare anche l’azione di certi Servizi orientali (io penso soprattutto a quelli della  DDR e della Cecoslovacchia) per mettere comunque delle “zeppe” tra i piedi del PCI nel suo spostamento a ovest. E tra queste, almeno a mio avviso, ci fu anche un almeno iniziale appoggio alla poco assennata “lotta clandestina” (non solo delle BR), poi ampiamente sfruttata, come già detto, nell’ambito di una conflittualità tra est e ovest, ecc. ecc.

  1. Mi fermerei per il momento a questo punto per non allungare eccessivamente il mio “racconto”. Tuttavia sia chiaro che bisognerà riflettere a lungo su quanto è poi accaduto dopo la “caduta del muro” e la dissoluzione dell’URSS. In particolare in Italia, dove si è verificato un vero rovesciamento dei precedenti assetti politici tramite quella viscida manovra giudiziaria (“mani pulite”), che si prolunga ancor oggi in una continua invasione della politica da parte della sedicente “giustizia” e della “Legge”. Di questo abbiamo parlato comunque più volte nei nostri interventi; così come stiamo seguendo i netti mutamenti della politica internazionale, in cui cresce il “multipolarismo” e si accentua un dissidio politico all’interno degli USA forse più acuto che in passato e che mi sembra delineare un certo declino di quel paese, pur ancora il più potente economicamente, militarmente e anche in termini di avanzamento tecnologico.

Siamo tuttavia a mio avviso in un’epoca di “transizione” ad altra, cui dovremo faticosamente riadattarci abbandonando vecchie convinzioni senza lasciarci trasportare in visioni avveniristiche, che nemmeno la fantascienza ha avuto il coraggio di predire con tanta improntitudine e “falsa coscienza”. Lancio un ultimo avvertimento: la storia di tutto il ‘900 è stata gravemente falsificata e distorta da politicanti e storici attivi soprattutto negli ultimi decenni e che si qualificano come “sinistra”. Le nostre popolazioni non sanno un bel nulla di ciò che è stato il nostro passato. Per “risaperlo” e valutarlo adeguatamente dobbiamo rovesciare il predominio di questi falsificatori, che stanno provocando una vera crisi di cultura, di tradizioni di cui non dobbiamo per nulla vergognarci; insomma ci stanno conducendo ad una crisi della nostra civiltà. Reagiamo.

tratto da facebook

 

 

 

 

Analogie tra crisi politica e crisi della Chiesa, di Cesare Baronio

Pubblichiamo l’interessante articolo di “Cesare Baronio”, pseudonimo di un Autore cattolico tradizionalista,  probabilmente un prelato, che da qualche anno cura il blog https://opportuneimportune.blogspot.com/. Il Cesare Baronio[1] a cui rinvia lo pseudonimo fu uno storico italiano, membro dell’ordine degli Oratoriani, poi nominato cardinale di S. Romana Chiesa, morto nel 1607 a 68 anni.

Come è noto ai nostri lettori, Italiaeilmondo.com non si occupa specificamente di teologia o delle vicende della Chiesa, né sono cattolici la maggior parte dei suoi collaboratori. L’articolo di Baronio riveste però un notevole interesse per chiunque sia consapevole della profonda crisi, ancor prima culturale che politica, in cui versano l’Italia, l’Europa e in genere le nazioni che si richiamano alla civiltà europea.

L’immagine scelta da Baronio per illustrare il suo articolo raffigura “La predicazione dell’Anticristo” di Luca Signorelli, parte del ciclo a tema apocalittico affrescato nella cappella di S. Brizio del duomo di Orvieto (1499-1504). Colpisce subito lo sguardo la figura dell’Anticristo, che è un sosia del Cristo a cui Satana suggerisce che cosa predicare, sussurrandogli all’orecchio. Questa interpretazione teologica della figura dell’Anticristo come falso Cristo sviluppa la definizione patristica di Satana come simia Dei, “scimmia di Dio”; e nel recente passato ha ispirato il Racconto dell’Anticristo contenuto nei Tre dialoghi e racconto dell’Anticristo del grande pensatore religioso russo ortodosso Vladimir Solov’ev[2].

L’analogia proposta da Baronio tra crisi religiosa della Chiesa e crisi politica che attraversa la civiltà europea si fonda proprio sull’idea che in entrambi i casi, si tratti di crisi dissolutiva proveniente dall’interno, e non di crisi conseguente a conflitto con un nemico esterno; e che questa crisi si manifesti come dilagare dell’ impostura. Un’impostura sistematica che ha origine ai livelli più elevati della civiltà, là dove le massime Autorità spirituali e temporali elaborano le norme culturali, etiche e politiche fondamentali, in ordine alle quali si definisce il perimetro dei valori condivisi, e si stabiliscono i fini a cui vogliono e devono tendere sia la civiltà nel suo insieme, sia le persone che concretamente la costituiscono. Fondamenti normativi, valori e fini che gli impostori autorevoli sovvertono dall’interno, gradualmente, senza mai apertamente proclamarli decaduti o errati, senza mai proporre esplicitamente norme, valori e fini ad essi contrapposti; ma distorcendone progressivamente il senso e l’effetto, trasmutandoli nel contrario di se stessi con un’operazione alchemica dissolutiva (“l’opera al nero”) che in linguaggio contemporaneo si chiama “operazione di influenza”, una modalità della guerra psicologica.

Chi segua anche distrattamente il modus operandi della Unione Europea, ad esempio, non può fare a meno di notare che il processo di dissoluzione delle sovranità statuali degli Stati più deboli da parte degli Stati più forti, grazie all’intermediario-impostore della UE, la quale di per sé non ha personalità statuale o legittimità propria, segue proprio questa procedura clandestina; che parole come “riforma” o “democrazia” hanno gradualmente assunto, in questo contesto di impostura e dissoluzione, un significato persino opposto a quello registrato nei dizionari; e ovviamente, che le forze di sinistra sono i principali rappresentanti culturali e politici delle forme più predatorie di capitalismo.

L’analogia illustrata nell’articolo di “Cesare Baronio”, dunque, ci pare interessante e fruttuosa. Buona lettura._Roberto Buffagni

 

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Baronio

[2] https://www.vitaepensiero.it/scheda-libro/vladimir-solovev/i-tre-dialoghi-e-il-racconto-dellanticristo-9788834339220-140729.html

Analogie tra crisi politica e crisi della Chiesa

Conosco persone di diversa estrazione sociale e differente cultura; diverse per età e censo; diverse per nazionalità e razza. Molti laici, parecchi ecclesiastici. Alcuni conoscenti non sono praticanti, altri frequentano assiduamente la vita della parrocchia. Ebbene, tra costoro credo che nessuno possa dirsi soddisfatto della vita che conduce, né fiducioso nel futuro che gli si prospetta dinanzi. La crisi pare esser diventata compagna di vita su tutti i fronti, dalla difficoltà di arrivare a fine mese con la pensione o lo stipendio, alla percezione di un imbarbarimento del vivere civile; dalle minacce concrete alla sicurezza a causa della criminalità sempre più diffusa, alla sfiducia generalizzata in chi, costituito in autorità, pare usare del proprio potere non per il bonum commune ma per interessi di parte, quasi dovesse rispondere ad altri, e non a Colui dal quale la sue autorità deriva e a coloro nei cui confronti essa è esercitata.
L’impressione è che questa sorta di abuso non si limiti al solo vivere civile, ma che si estenda anche all’ambito ecclesiastico, sicché politici, governanti e Pastori paiono accomunati da uno scollamento – per così dire – con i cittadini e i fedeli. Anzi, per esser più espliciti, si direbbe che il potere, a prescindere dalla fonte alla quale attinge la propria autorità, sia ormai nemico di quanti che pure afferma di voler tutelare e difendere. A ben vedere, ognuno di noi si rende conto che i mali denunciati non corrispondono minimamente a quelli che viceversa affliggono il popolo: si grida al razzismo, al fascismo, all’intolleranza, al fanatismo, all’integralismo quando è evidente che questi pericoli non corrispondono minimamente alla realtà.
Questa geremiade, amplificata dal mainstream, nasconde qualcosa che inizia ad esser sentito anche dalla gente comune, e cioè che i fenomeni cui assistiamo sono il risultato voluto e deliberato di un progetto volto a demolire l’intera società nella sua fede, nella sua civiltà, nella sua cultura, nelle sue tradizioni, nella sua educazione, nelle sue abitudini più apparentemente insignificanti.
Molti non comprendono bene il problema nella sua complessità, ma percepiscono l’estraneità e la pericolosità degli esperimenti in vitro proposti come ineluttabili ed imprescindibili per poter far parte del consesso civile. E percepiscono parimenti che le condanne inappellabili lanciate contro chi si oppone a questa sistematica demolizione sono solo pretestuose, perché mirano a deviare l’attenzione dalla sostanza, dalle vere cause della crisi presente.
Significativamente, la sensazione di avere contro i propri governanti coinvolge anche la Gerarchia cattolica, che soprattutto sotto il Pontificato di Bergoglio si è schierata pubblicamente a favore del mondo nemico di Dio. Quello che solo pochi denunciavano all’epoca del Vaticano II oggi è ammesso da molti laici e Prelati, alcuni dei quali iniziano a capire quel che era contenuto in nuce nei fumosi documenti del Concilio, nella rivoluzione dottrinale, morale e liturgica che esso ha determinato in seno alla Chiesa oggi trova coerente realizzazione nelle più funeste innovazioni cui assistiamo. E si comprende che il rapporto gerarchico tra Chiesa e Stato, demolito dalla Massoneria in nome di una pretesa laicità, si ripropone oggi a parti invertite, con uno Stato che si vuole superiore alla Chiesa, e una Chiesa che si è resa sua schiava; una Chiesa che rinnega se stessa e il suo divino mandato per farsi serva del mondialismo, del pacifismo, dell’ecumenismo, del pauperismo e di tutti i più detestabili ismi coniati dai suoi nemici storici, ora osannati come alleati nel perseguimento della fratellanza universale. Una fratellanza in cui Dio non è presente, se non come denominazione generica di un vago spiritualismo senza dogmi, senza morale, senza culto.
Assistiamo alla dissoluzione di tutto, attoniti e scandalizzati, quasi increduli nel dover ammettere il turpe amplesso tra la Città di Dio e la città del diavolo, tra Chiesa e anti-chiesa. Anzi, assistiamo all’eclissamento della Chiesa proprio nelle più alte sfere, dove chi dovrebbe pascere il gregge del Signore ha come unico scopo quello di disperderlo, esattamente come chi dovrebbe governare i cittadini garantendo loro pace, giustizia, salute e prosperità favorisce i dissidi, promuove l’ingiustizia, diffonde la malattia e causa deliberatamente la povertà. Su entrambi i fronti – quello religioso e quello civile – siamo testimoni di un ribaltamento, di una letterale sovversione delle finalità loro proprie, senza che paia possibile arrestare la corsa verso l’abisso.
La famiglia è distrutta, la figura paterna è cancellata, il ruolo del maschio è stravolto, la femminilità svilita, l’infanzia corrotta, l’adolescenza pervertita, la vecchiaia e la malattia eliminate per legge, l’istruzione imbarbarita, la legge infranta, l’autorità scardinata, la moralità condannata, la civiltà derisa, l’onestà punita, la bellezza sfregiata, la religione proscritta, la fede calpestata. Come contraltare ci viene proposta la celebrazione della sodomia, dell’incesto, della pedofilia, dell’omicidio, dell’aborto, della poligamia, dell’illegalità, della violenza, della criminalità, della menzogna, della sopraffazione, della barbarie, dell’orrido.
In questo sconvolgimento globale la Gerarchia non solo tace, ma se ne fa complice attiva e zelantissima, giungendo a tacere su quei principii che fino a vent’anni fa sembravano ancora irrinunciabili quali il diritto alla vita dal concepimento alla morte, la tutela della famiglia naturale, la condanna della sodomia. E come non bastasse, questa setta infeudata in Roma aggiunge all’insofferente silenzio su questi temi la legittimazione del divorzio, l’attacco al Celibato ecclesiastico, l’ammissione delle donne agli Ordini Sacri, la negazione della missione salvifica della Chiesa, l’indifferentismo religioso, l’ecologismo malthusiano e, da ultimo, anche l’idolatria pubblicamente praticata coram Pontifice durante l’ultimo, scandaloso Sinodo per l’Amazzonia.
Questa non è la Chiesa di Cristo, così come non merita d’esser considerato Stato quell’accolita di cortigiani che ci governa. Entrambi infatti, secondo la dottrina cattolica, traggono la propria autorità da Dio, che è Signore delle cose spirituali e temporali, e che entrambe regge nella Sua Provvidenza tramite l’autorità vicaria dei Sacri Pastori nelle cose spirituali e dei Governanti in quelle temporali. Scopo dell’autorità dei Sacri Pastori è di condurre le anime alla beatitudine eterna; scopo dei Governanti è di reggere i governati nelle cose materiali, affinché abbiano quel benessere sociale che possa loro permettere di compiere il loro dovere spirituale, che è di adorare, glorificare e servire Dio, per così meritare il premio eterno.
Ora, se lo Stato viene meno alle finalità che gli sono proprie, il fedele può sempre ricorrere alla Chiesa, che ha il potere di scioglierlo dall’obbligo di obbedienza ad un’autorità che si è resa illegittima, qualora sia in pericolo la sua salvezza. Ma se è la Chiesa –  o meglio, la Gerarchia della Chiesa, in un determinato momento storico – che viene meno al suo dovere, a chi mai si potrà rivolgere il Cattolico cui è imposta obbedienza all’errore e all’apostasia? Ed è forse ipotizzabile che il Signore possa pretendere da noi obbedienza ad una Gerarchia che persegue per sua stessa ammissione le stesse perverse finalità dei nemici di Dio? Ovviamente no, poiché l’autorità di Dio viene prima di quella degli uomini, e ad essa devono sottomettersi anche coloro che Egli ha designato come nostri superiori.
Vi furono epoche in cui la defezione di alcuni Prelati – talvolta anche la maggioranza – venne provvidenzialmente arginata dall’autorità civile, che difese i diritti di Dio e la Verità cattolica dinanzi ad un Clero pavido o deviato. Ci si potrà stupire nell’apprendere che ad esempio l’applicazione del Concilio di Trento nella Repubblica di Venezia venne imposta dal Doge, mentre il Clero della Serenissima avrebbe tranquillamente disatteso agli ordini della Sede Apostolica. Ma mai si ebbe il caso in cui l’autorità civile si sia dovuta scontrare con un Papa eretico, per difendere l’ortodossia. Né, in presenza di un’autorità civile ribelle, la Chiesa cedette sulle questioni di fede e di morale per assicurarsi l’appoggio del potere temporale. Eppure è quel che avviene ora, sotto i nostri occhi, mentre vediamo Bergoglio alle prese con la condanna della pena di morte fino a modificare il Catechismo, o con la legittimazione dell’adulterio, giungendo a dichiarare ufficialmente Amoris laetitia parte del Magistero ordinario. Duemila anni di eroica testimonianza della Chiesa, e cinquant’anni di silenzi complici, di compromessi, di adulazione, di ammiccamenti fino alla capitolazione e all’apostasia.
Quanti all’inizio della crisi potevano sostenere che i profeti di sventura avessero torto devono oggi riconoscere che le più fosche previsioni si sono, tutte, puntualmente avverate. E che esse sono cause dirette, logiche e necessarie delle premesse poste durante il Vaticano II. Chi non ammette questa correlazione strettissima compie lo stesso errore di chi, in ambito civile, deplora la pedofilia ma accetta l’omosessualità, perché incapace di rinnegare quei principi massonici e rivoluzionari che stanno alla base della cosiddetta democrazia moderna e della negazione della sovranità assoluta di Dio non solo sui singoli, ma anche sulle società. Quello che oggi è ammesso anche da politici “di destra”, come ad esempio le coppie omosessuali, ieri era denunciato come eccessivo dalla stessa sinistra; quando si introdusse il divorzio, lo si presentò come rimedio per casi estremi, al pari dell’eccezionalità del ricorso all’aborto quando venne approvata la Legge 194. Ma oggi il divorzio è prassi, e l’aborto è usato come alternativa alla contraccezione, e vissuto senza troppi traumi da una generazione di incoscienti per i quali la morte di un essere umano innocente è considerata un diritto e presentata come conquista sociale. Oggi suscita qualche perplessità la pedofilia, ma cosa impedirà tra un paio d’anni di legittimare il rapporto consensuale tra un minore ed un adulto, quando già oggi si insegna ai bambini la presunta normalità dei rapporti precoci e li si induce a credere che l’identità sessuale non sia dettata dalla natura, ma frutto di una scelta autonoma? Se il bambino ha diritto all’esercizio della propria sessualità al di fuori degli schemi imposti, non si dovrà far decadere anche il reato di pedofilia? E che dire dell’incesto, la cui condanna viene presentata come retaggio di un mondo bigotto e sessuofobo?
Comprendo che queste osservazioni possano apparire estreme, ma la velocità dei cambiamenti del costume sociale è tale, da permettere a chi sia oggi adulto di ricordarsi molto bene quale fosse la valutazione morale di certi atti anche solo negli anni Ottanta.
Analogo discorso può esser fatto per quanto avviene in seno alla Chiesa. Anche nell’imporre le riforme in ambito dottrinale o liturgico si è usato l’espediente del caso limite: l’istituzione dei diaconi permanenti per quei paesi in cui vi era carenza di sacerdoti era la premessa per la loro ordinazione, sempre con la stessa scusa. L’introduzione della lingua vernacolare per render meglio comprensibile la liturgia è servita come pretesto per inventare una nuova Messa, stravolgendola completamente e rendendola accettabile ai Protestanti non solo per le omissioni, ma anche per la facile equivocità interpretativa di quel che in essa rimaneva di cattolico. Il dialogo con i fratelli separati voluto dall’ecumenismo inaugurato dal Concilio era una scusa per giungere ad una confederazione delle religioni, mettendo sullo stesso piano non solo la Santa Chiesa con le sette scismatiche ed eretiche, ma addirittura con i pagani e gli idolatri. E le omissioni della dossologia trinitaria dal Veni Creator nei primi incontri ecumenici ha portato prima al pantheon di Assisi, ed oggi al culto pubblico della Pachamama, alla costruzione del tempio delle religioni abramitiche ad Abu Dabi, alla proposta del Papa all’ONU di istituire la giornata della fratellanza universale tra le religioni. Cose che nessuno dei Padri Conciliari – fatta eccezione per i congiurati del complotto, ovviamente – avrebbe mai non solo approvato, ma nemmeno potuto ipotizzare.
Così la finestra di Overton aperta con la povera fanciulla violata dal bruto per rendere accettabile l’infanticidio oggi ha condotto ad una vera e propria moda praticata dalle ragazzine di abortire per divertimento; e il compagno del malato terminale cui viene impedito l’estremo saluto sul letto di morte per rendere accettabile il matrimonio omosessuale oggi ha condotto all’adozione di bambini da parte di coppie gay, sottratti ai genitori naturali solo perché ritenuti omofobi dagli insindacabili assistenti sociali. Ed è sempre la finestra di Overton aperta da Bergoglio col suo “Chi sono io per giudicare” o ricevendo in udienza coppie di omosessuali che ha permesso in Austria la celebrazione di un matrimonio tra due lesbiche e che permette tuttora al gesuita James Martin di elogiare i gay, o che consente all’Arcivescovo di Vienna di profanare per due anni di seguito la Cattedrale con spettacoli GLBT. E sembra anzi che l’ostentata presenza di personaggi quali mons. Ricca e molti altri in Vaticano, promossi a posti di responsabilità dallo stesso Bergoglio, sia la più plateale sconfessione della condanna della Chiesa nei confronti della sodomia, assieme alla scandalosa gestione dei casi di molestie sessuali da parte non solo di sacerdoti, ma anche di Vescovi e Cardinali.
Nel mondo profano chi protesta è inizialmente deriso, poi screditato, denunciato ed emarginato dal consorzio civile. Sempre con la scusa di salvare vite deliberatamente esposte al traffico di negrieri ed ai rischi di naufragio pilotati dalle ONG – il famoso restiamo umani – non è ammesso nessun dissenso, quando si parla di accoglienza di orde di barbari violenti, criminali e incapaci di integrarsi. L’aumento dei casi di stupro e di feroce criminalità in tutti i Paesi coinvolti dall’invasione maomettana viene censurato dai media per ordine dell’autorità civile, che non vuol veder messa in discussione l’opera di distruzione di quel che resta della civiltà europea. L’imposizione dell’euro, col pretesto di un’unione solidale tra le Nazioni, ha massacrato le economie nazionali e rende gli Stati membri succubi di un’autorità tirannica dietro cui si celano élite finanziarie. Ma è vietato mettere in discussione la moneta unica, o il MES, il bail-in e tutti i mezzi dispiegati dagli oligarchi per schiavizzare interi popoli. E se chi protesta sul caso Bibbiano viene indagato; se chi in forza della legge respinge i clandestini alla frontiera è accusato di sequestro di persona o di violazione dei diritti umani; se chi lancia l’allarme sulla tossicità comprovata dei vaccini imposti per legge viene denunciato o radiato dall’ordine dei medici, non altrettanto avviene con chi viola deliberatamente la legge e compie reati nella più assoluta impunità: la Rakete può speronare una lancia della Guardia di Finanza e meritare una standing ovation al Parlamento Europeo, dopo aver querelato Salvini; il rapinatore extracomunitario che si ribella all’arresto e ferisce gravemente i Carabinieri è liberato dal magistrato; lo stupratore straniero viene assolto perché nel suo paese la violenza sessuale non sarebbe considerata un crimine; il mussulmano che sposa a forza una bambina non è perseguibile perché questa usanza fa parte della sua religione.
Similmente, anche nel mondo ecclesiastico la condanna dei buoni si accompagna scandalosamente alla tolleranza, anzi all’incoraggiamento dei malvagi. L’ordine religioso che vive la Regola francescana nella più assoluta povertà e celebra secondo il rito antico è commissariato; le monache claustrate che seguono le Costituzioni della Fondatrice sono messe per strada; il teologo che critica Amoris laetitia è cacciato dall’Università Pontificia, il giornalista cattolico che esprime perplessità sulla crisi della Chiesa è licenziato in tronco; il Nunzio Viganò, che denuncia gli scandali dei Prelati, deve vivere nascosto per paura di fare una brutta fine. Ma l’eretico più volte ammonito dal Sant’Uffizio viene creato Cardinale; il prete pervertito su cui gravano pesanti accuse di immoralità è consacrato Vescovo, e quando è denunciato si screditano le vittime e lo si chiama a Roma promuovendolo; l’ufficiale di Nunziatura che vive more uxorio con un laico è nominato Prelato dello IOR e dirige Casa Santa Marta; il Cardinale che truffa la moglie di un diplomatico e copre le molestie dell’amico Vescovo è tuttora membro del Consiglio dei Cardinali voluto da Bergoglio; il pretaccio che insulta Salvini con parole indecenti è amorevolmente visitato dall’Arcivescovo di Milano, già coinvolto nella copertura di un prete molestatore.
E se si vuole trovare un’ulteriore analogia tra la corruzione della sfera civile e quella della sfera ecclesiastica, si sappia che lo scandalo del MES, il cui contenuto è stato nascosto al Parlamento italiano, trova perfetta corrispondenza con l’occultamento dell’accordo tra la Santa Sede e il governo cinese, anche agli occhi del Cardinale Zen. Così, se un’autorità civile non eletta dal popolo impone l’accettazione di un trattato internazionale ai Parlamenti senza che questi possano conoscerne i termini (cosa inaudita), allo stesso modo un’autorità spirituale stipula un accordo diplomatico con uno Stato comunista ed anticattolico impedendone la divulgazione. In entrambi i casi, gli effetti sui cittadini e sui fedeli sono devastanti, ma questo non pare costituire un problema per chi, evidentemente, non si cura né dei cittadini né dei fedeli.
Si potrà obiettare che gli Stati derivano la propria autorità dal popolo, mentre la Chiesa non è una società democratica e l’autorità dei Sacri Pastori, ad iniziare da quella del Romano Pontefice, deriva da Dio. Ma la legittimazione popolare, dal basso, del potere civile è una costruzione recente, successiva alla Rivoluzione Francese: fino ad allora i Re ed i Governanti riconoscevano che la loro autorità proveniva dal Re dei Re, e a Lui piegavano il ginocchio. Questo sovvertimento radicale pare voler intaccare la stessa Chiesa, i cui gerarchi cercano di trasformarla da ormai cinquant’anni in una istituzione umana, in cui dovrebbero essere i fedeli, il popolo di Dio, ad eleggere e nominare i propri rappresentanti. Ma a ben vedere non è il popolo cristiano che chiede alla Gerarchia di democratizzarsi, bensì la Gerarchia stessa che, nei suoi esponenti più contaminati dallo spirito del mondo,  impone questa rivoluzione sin dal Vaticano II, che nella sfera ecclesiastica rappresenta ciò che per la sfera civile fu il 1789. Anche allora non fu il popolo a ghigliottinare i propri Sovrani, ma una minoranza di traditori al servizio della Massoneria e del cosiddetto libero pensiero. Da allora la peste ideologica ha talmente contagiato le menti da render quasi normale e scontato che la sovranità risieda nel popolo, usurpandola alla Signoria universale di Gesù Cristo: ils l’ont découronné. Ed è incredibile che la Chiesa segua, per mano dei suoi Pastori, lo stesso processo di ribellione al Re divino, scrollando da sé il giogo soave che il suo Fondatore ha voluto per lei. Anche in questo caso, non sono i fedeli a reclamare forme di rappresentatività di tipo democratico, ma la Gerarchia, il Papa. Se pensiamo al proliferare di commissioni, al moltiplicarsi di organi di impostazione parlamentarista come le Conferenze Episcopali e i Sinodi, ci rendiamo conto che la democratizzazione della Chiesa procede sulla falsariga di quanto è già avvenuto in ambito civile: con le stesse false premesse ideologiche, con gli stessi fallaci pretesti, con gli stessi esiti. Perché – come nel governo della cosa pubblica – anche in quello spirituale vi è un ordine, una gerarchia coessenziale all’istituzione, che non può esser soggetta a cambiamenti sostanziali senza violare l’intero ordine sociale voluto da Dio. E non basta affermare che si vuole coinvolgere nel governo della Chiesa la base, i laici, le donne affinché questo accada realmente: un’analisi degli eventi dimostra l’uso strumentale degli organi soi-disant democratici per il perseguimento di scopi tirannici, per l’imposizione della volontà del Principe ammantata di benigna condiscendenza verso le istanze della base che egli conculca. Non basta infine dichiarare di voler fare il bene del popolo perché le azioni compiute siano istantaneamente buone: i modi con cui le deviazioni dottrinali e morali di Amoris Laetitia sono state imposte al Clero e ai fedeli nonostante la contrarietà dell’Episcopato fanno crollare il ridicolo castello di carte della retorica bergogliana, facendo emergere maneggi indecorosi, abusi ratificati dall’alto, consultazioni falsate, risoluzioni disattese col solo scopo di eseguire gli ordini stabiliti sin dall’inizio. Ma non diversamente accadde al Concilio, per stessa ammissione dei congiurati che nelle commissioni di quell’infausta assise riuscivano a ribaltare il risultato delle votazioni con i metodi adottati in precedenza, e con successo, dagli allievi delle Frattocchie.
In questo grottesco paradosso, chi si ammanta di una legittimazione basata sul contratto sociale lo fa con autoritarismo e ricorrendo al proprio potere per imporre la sua visione rovesciata dell’autorità alla massa dei sudditi, siano essi cittadini o fedeli. E proprio in questo la sua autorità ne esce compromessa, perché ribelle all’unico detentore della sovranità, Dio, ed anche al preteso nuovo soggetto del potere, il popolo.
Si è costituita così una casta autoproclamata di gerarchi che non devono rispondere né a Dio né agli uomini, e che sono riusciti a crearsi un regno legibus solutus cui si deve obbedienza in forza di un colossale inganno che nessuno osa denunciare. Anche perché chi osasse ricordare che il potere dei governanti proviene da Dio sarebbe oggi considerato un fanatico; e chi reclamasse il rispetto di quella volontà popolare su cui si basa la democrazia non farebbe che ripetere un’ovvietà che sin dall’inizio è stata deliberatamente disattesa. Ma è pur vero che molti degli attuali oppositori si limitano a deprecare singoli eccessi, condividendo però le premesse che li cagionano.
In questi giorni un Governo non eletto dal popolo ha fatto in modo di impedire la discussione parlamentare della legge di bilancio, contro il dettato costituzionale, nel silenzio del Garante della Costituzione. Le Camere si troveranno a dover ratificare l’intera finanziaria senza potervi apporre alcuna modifica, e i partiti che compongono la maggioranza dovranno votare la legge per non far cadere il Governo, sotto la minaccia di ritorsioni economiche da parte dell’Unione Europea. I rappresentanti degli elettori sono stati spodestati e l’opposizione attuale – che in realtà rappresenta la maggioranza dei cittadini – protesta contro questo scandaloso abuso. Cosa c’è di democratico in questo, è sotto gli occhi di tutti. Ma lo stesso sistema è stato adottato ad esempio al Sinodo per l’Amazzonia, le cui consultazioni preparatorie sarebbero state condotte su migliaia di cattolici che avrebbero chiesto a gran voce l’abolizione del Celibato, l’Ordinazione delle donne, un rito liturgico più vicino alla spiritualità tribale dei popoli amazzonici. Salvo scoprire che questa operazione di presunta democrazia è stata pilotata dall’Episcopato tedesco, per aprire una breccia nella disciplina di tutta la Chiesa sfruttando norme particolari. Dietro tutto questo c’è sempre stato Bergoglio e il suo cerchio magico, che ha dimostrato non solo di voler metter mano ancora una volta alla dottrina immutabile ed alla veneranda Tradizione millenaria, ma anche di considerare i fedeli dell’Amazzonia come veri e propri selvaggi da usare come pretesto. Così abbiamo visto personaggi col viso dipinto e le piume in testa adorare l’idolo immondo della Madre Terra in Vaticano, nel deliquio estatico di frati e suore ribaldi, con massimo compiacimento delle Loro Eminenze e del Papa stesso; delle centinaia di migliaia di Cattolici che venerano la Madonna come Regina dell’Amazzonia e sono rimasti scandalizzati dalle profanazioni e dalle superstizioni volute dal Satrapo di Santa Marta non si è detto quasi nulla, se non per deplorarne il razzismo e il fanatismo. Era tutto già previsto, tutto deciso, tutto organizzato. Così la Gerarchia ha abusato della propria autorità per imporre un sovvertimento della fede immutabile, presentandolo come cosa voluta dal popolo amazzonico, cosa questa falsissima e pretestuosa. Disobbedienti a Dio, Capo della Chiesa, ed al popolo cristiano, nonostante i proclami di voler ascoltarne le istanze. Esattamente come avviene in ambito civile.
A questo punto è però necessario porsi una domanda. Anzi: la domanda. Qual è lo scopo perseguito da costoro, tanto nella sfera civile quanto in quella ecclesiastica?
La risposta si evince, senza ombra di dubbio, dalla perfetta coerenza dell’azione di entrambi. Basta analizzare criticamente gli eventi – al di là dei pretesti addotti – per coglierne la matrice luciferina. Li riconoscerete dai loro frutti. Chi oggi detiene l’autorità è emissario di Satana, prende ordini da un’élite di satanisti che a sua volta è al servizio del Principe di questo mondo. E in quest’opera infernale sono coinvolti non solo i governanti delle Nazioni ribelli, ma anche i membri della Gerarchia cattolica. Gli uni e gli altri sono uniti da un turpe vincolo di corruzione e vizio intellettuale e morale che, se solo fosse reso noto al mondo, provocherebbe una sollevazione popolare. E si comprende che il ricatto cui essi sottostanno riguarda tali aberrazioni da giustificare questo asservimento cieco alla volontà di Satana. Chi finora è stato scoperto o si è ribellato non ha avuto il tempo di esser processato, di raccontare i dettagli e di coinvolgere i capi della congiura: muoiono tutti, in fatali incidenti o suicidati. Ne ha parlato anche il Presidente Putin recentemente, affermando che l’opposizione feroce a Trump è causata dalla sua intenzione di far luce sul legame tra pedofilia e satanismo che coinvolge personaggi di spicco di mezzo mondo: politici, attori, esponenti dell’alta finanza, membri di case regnanti, Prelati.
Ma anche se di queste inconfessabili verità non si avesse contezza, sarebbe sufficiente osservare quel che accade nel mondo civilizzato, in particolare in Europa e in America, per rendersi conto che dietro tutto questo non può che esserci Satana, omicida sin dal principio, che reclama oggi sacrifici umani come ha sempre fatto nella Storia dell’umanità, che vuole la dannazione dell’uomo nella folle persuasione di poter diminuire il trionfo finale di Dio, dell’odiato Nazareno, della Donna che gli schiaccerà il capo. Chi se non Satana può ispirare i legislatori perché rendano legale l’assassinio di bambini fino ad un istante prima del parto? Chi se non Satana può volere la corruzione dei fanciulli con l’insegnamento delle peggiori perversioni nelle scuole e la diffusione della pornografia? Chi se non Satana può imporre il vizio come modello da rispettare, e la virtù come comportamento da sradicare? Chi se non Satana può abbattere la Croce di Cristo e pretendere che la Chiesa di Satana abbia piena libertà di culto, addirittura con propri cappellani nelle forze armate? Chi se non Satana può volere la distruzione di qualsiasi traccia del Cristianesimo, facendosi erigere statue nelle piazze e nei palazzi delle istituzioni pubbliche? Chi se non Satana può profanare le chiese con il culto degli idoli, ed allo stesso tempo cercare di cancellare il Sacerdozio cattolico e la Messa? Se questa fosse un’opera umana, non riuscirebbe ad essere così organizzata, così efficace e così sistematica.
La simia Dei sta replicando al contrario ciò che hanno fatto la Chiesa e la società cristiana: distruggere gli idoli, abbatterne i templi, predicare il Vangelo, battezzare le Nazioni, riformare i costumi, difendere la santità della vita umana, educare i fanciulli, dare saldi principi ai giovani, tutelare la famiglia, ispirare la giustizia civile, assistere i poveri, curare i malati, combattere gli invasori che minacciano la pace e la Religione. Ed erigere cattedrali in onore di Dio e dei Santi, costruire statue nelle piazze, alzare Croci sulle vette delle montagne, benedire i raccolti, le case, le officine per allontanarne l’influsso malefico del Nemico.
Si potrà obiettare che quelli che ho denunciato sono casi singoli, ma così non è. Forse questa obiezione avrebbe potuto  esser credibile a qualche sprovveduto venti o trent’anni fa; ma oggi la coerenza dell’azione del Maligno è talmente evidente, che negarlo sarebbe irresponsabile o in malafede.
Quello che però non viene detto è che, in questa colossale frode imposta dall’alto alle masse, la maggioranza subisce passivamente perché crede di essere minoranza, mentre è vero il contrario: i servi di Satana sono pochi e se riescono ad aver mano libera in quest’opera infernale, ciò avviene solo perché la maggioranza sopporta e non reagisce, spesso perché in essa è ancora vivo quel senso di obbedienza che la fa desistere dall’impugnare la spada contro il tiranno. Ma oggi non occorre nemmeno combattere: come chi ci governa lo fa per via finanziaria, così anche noi governati possiamo agire similmente, sottraendo loro quel denaro che alimenta il Moloch e senza il quale non possono avvalersi né di mercenari né di cortigiani. E possiamo farlo sia nei confronti del tiranno civile, sia col tiranno ecclesiastico, che usa l’Obolo di San Pietro per finanziare la campagna elettorale di Hillary Clinton o per sponsorizzare un film che celebra un sodomita notorio come Elton John.
Un altro modo per sottrarre potere a costoro è ignorarli, disobbedir loro in massa, continuando a comportarsi onestamente nell’obbedienza a Dio e alla Tradizione della Chiesa. Anche perché non potranno mai mettere in galera un’intera Nazione, e le scomuniche degli eretici valgono zero. Disobbedire per obbedire. E pregare perché questa guerra senza quartiere tra Dio e Satana giunga presto al termine, ripristinando l’ordine che il Nemico e i suoi satelliti hanno sovvertito. Pregare e agire. Fare penitenza, farla fare ai piccoli, ai malati, ai moribondi. E ricorrere all’Immacolata, terribile come un esercito schierato in ordine di battaglia.

PRÌNCIPI E PRINCÌPI, di Pierluigi Fagan

PRÌNCIPI E PRINCÌPI. Le società economiche hanno sede legale lì dove pagano le tasse, questo è il princìpio della loro soggettività giuridica. Così il prìncipe, in senso machiavelliano il “sovrano”, è colui che si fa pagare le tasse, cosa che assieme al monopolio di fatto e di diritto della forza (interna ed esterna), costituisce la base storica delle entità statali. Lo Stato in senso moderno, fu una invenzione progressiva che si affermò per prima in Francia, nel ‘500.

Così i francesi che sulla questione hanno le idee -in teoria- chiare, di recente, prima hanno cominciato a rivendicare il proprio diritto fiscale nei confronti delle compagnie americane del Mondo 2.0 (la dig-info sfera), poi a rumoreggiare intorno a fini e ragioni della NATO.

Così Trump, poco prima dell’inizio del vertice NATO a Londra, ha fatto sapere ai francesi ed a chiunque altro europeo volesse seguirli su queste idee balzane, che i princìpi sono prerogative dei prìncipi ovvero dei sovrani ed in mancanza di forza reale per competere sul punto, il sovrano dell’Occidente sono gli Stati Uniti d’America, quindi lui. “ Se voi suonerete le vostre trombe” dice Trump “noi suoneremo le nostre campane”. Lo scontro del 1494 era appunto su una questione di sovranità su pezzi d’Italia pretesa dal francese ed osteggiata dalla ritornata repubblica fiorentina. Le campane di Trump sono i dazi, fino al 100% di dazi ovvero l’estromissione dal più ricco mercato di acquirenti del mondo. Poi non sono solo i dazi però, come ben si sa ma si fa finta di non ricordare pensando che il sovrano lontano (USA) è meno incombente del sovrano vicino (UE).

Stante la presenza di fondo del problema dell’alleanza militare, il caso d’attualità è sulla “web tax” che i francesi vorrebbero elevare ai big five -Facebook, Amazon, Google, Apple, Netflix- i quali notoriamente non pagano le tasse nei paesi in cui pur operano. Non solo drenano ricchezza aspirando voracemente e riportando il bottino in USA, non solo la loro presenza commerciale monopolista (un solo venditore) e monopsonista (un solo acquirente) distrugge il mercato locale facendo chiudere imprese concorrenti -concorrenti nel Mondo 2.0 dig-info invero poche ma nel Mondo 1.0 del materiale (giornali, librerie, negozi vari, cinema, elettronica e molto altro) sempre di più- ma, seguendo a fondo il princìpio si potrebbe venir a creare la conseguenza che anche la responsabilità legale di queste imprese, verrà rivendicata di territorialità americana. Princìpio forse oggi di apparente non grave peso, ma che invece sempre più l’avrà all’espandersi egemonico del Mondo 2.0. Bioetica ad esempio?

A noi può sembrare che il Mondo 2.0 in cui si svolge questa guerra della sovranità, la prima guerra che è quella fondamentale perché stabilisce della sovranità il princìpio, sia solo una appendice poco rilevante della consistenza generale di un Paese ma già oggi non è propriamente così, ma soprattutto lo sarà sempre meno. Il Mondo 2.0 ha in animo di sostituire una buona parte del Mondo 1.0.

Non abbiamo qui spazio per fare una pur veloce overview dell’economia digitale all’oggi, ma soprattutto nell’immediato domani. Se vi fidate, sappiate che il disegno è quello di portare una grande parte del Mondo come lo conosciamo, nel Mondo 2.0 creato a partire dagli anni ’60 dagli Stati Uniti d’America a partire dalle idee del loro think tank militare RAND Corporation e del braccio operativo della Defense Advanced Research Projects Agency- DARPA del Dipartimento alla Difesa di Washington e da loro dominato con giganti deregolamentati che sono ormai di dimensione e potenza inarrivabile per chiunque volesse sfidarli. Naturalmente tutta questa storia è stata impacchettata con carta sbrilluccicosa di soft power ovvero scienziati che volevano il bene del mondo, giovani scamiciati imprenditori geniali nati in un garage, geek un po’ autistici in missione per conto della Fratellanza Universale. Ma si sa, “dare un pacco” è l’arte di far sembrare fuori una cosa che dentro è poi diversa, vedi Treccani alla voce: cavallo di Troia. “Temo i Greci anche quando portano doni” ammoniva il virgiliano Laocoonte, ma i laocoonti alla fine non contano niente, i donatori di pacchi sanno di psicologia molto più di Freud.

Il Progetto Mondo 2.0 ha piani ambiziosi. Non si tratta solo di informazione e comunicazione che già di per sé sarebbe già una bella potenza (naturalmente invisibile per chi sta ancora alle ferriere, il proletariato, l’acciaio e l’altoforno), ma anche di sanità e biologia, finanza, valute, distribuzione commerciale al servizio privilegiato di produzioni di paesi amici, funzioni amministrative d’impresa, telecomunicazioni, piazze e mercati, standard giuridici del lavoro, redditi, sviluppo ricerca e tecnologia, trasporti e logistica, reti, cultura popolare e non, sistema educativo, fisco e molto altro. Infine il nuovo “oro del Klondike”, i dati su tutto di tutti. L’insieme secondo logica cibernetica ovvero scienza del controllo tramite comunicazione. Ciò che Platone chiamava “kybernetikès techne” ovvero arte del governo (Alcibiade I, Repubblica). Potere alla sua essenza.

Così, non mi rimane che ricordarvi il contestato ed antipatico solito ammonimento. I volenterosi che oggi si pongono giustamente il delicato e complicato problema della sovranità ai tempi del secondo millennio, dovrebbero considerare che il controllo (la sovrantà) è nullo senza la potenza. Vale per la Grande Sorella di Bruxelles e vale per il Grande Fratello di Washington che assieme a zio Xi e cugino Putin saranno l’Addams Family dei prossimi, complicati, decenni. Auguri a tutti noi!

[L’articolo di riferimento alla notizia dell’ammonimento di Trump: https://www.repubblica.it/…/dazi_trump_minaccia_italia_fr…/…

tratto da facebook

DALLA MANO ALLA MENTE INVISIBILE, di Pierluigi Fagan

DALLA MANO ALLA MENTE INVISIBILE. Negli anni ’60, al centro del sistema moderno o capitalistico occidentale e cioè negli Stati Uniti d’America, si mostra un preoccupante e poco noto effetto. La spinta alla crescita mostruosa oltre il 5% annuo per diversi anni di fila, che stava distinguendo la crescita post bellica un po’ in tutto il mondo e che in Europa meritò i concetti di Miracolo economico, Les Trente Glorieuses, Wirtschaftswunder, negli Stati Uniti cominciava a flettere pronunciatamente.

L’abitudine all’analisi qualitativa che produce narrazioni e contro-narrazioni, qualche volta si perde il quantitativo con risultato che, se da una parte si pensa si capire bene le cose, cioè la loro narrazione, dall’altra non si capisce mai perché certe cose avvengono ed in che misura. Quello che avveniva era che gli Stati Uniti, avendo per primi iniziato a crescere poderosamente negli anni ’50, stavano perdendo la spinta, non occasionalmente, strutturalmente. Spinta invece che continuava a sostenere il Resto del Mondo (Europa del’Ovest, dell’Est e dell’Asia, Giappone più di tutti, ma anche altrove). Il Nixon shock del 1971, per chi scrive, proviene da questo.

In quel decennio succedono molte cose interessanti. Sono gli anni in cui si sviluppa la tecnica produttivo-commerciale che poi si chiamerà marketing. Come molte cose del moderno, ahinoi, i primi passi della tecnica ragionata della manipolazione del mercato, sono fatti da un italiano che sviluppa i primi passi delle “ricerche di mercato”. P. Kotler conierà poi il termine e diventerà il fondatore e più illustre rappresentante teorico di questa tecnica. Sono gli anni del consumismo poi ragionati e raccontati criticamente da autori di cui spesso inconsapevolmente continuiamo a ripetere le intuizioni, tipo Adorno, Horkheimer, Marcuse, Fromm, ancora dopo cinquanta e passa anni.

Della tecnica fa parte la strategia “push and pull”. Se “push” è un insieme di tecniche per spingere i prodotti verso gli acquirenti ed intermediari, “pull” è l’insieme di tecniche utilizzate per attirarli. Tra queste tecniche c’è la conoscenza da parte delle aziende del proprio gruppo d’acquisto ideale detto target, termine mutuato come gran parte del vocabolario dei marketer, da quello militare (Marketing è guerra, Al Ries, JackTrout, testo anni ’80 McGraw-Hill). Se la mano invisibile mostrava pigrizia, c’era da dargli una mano visibile che spingesse concretamente, un aiutino insomma.

Negli anni ’60 in USA, si sviluppa una tecnica di analisi dei target che non è più quella tradizionale statistica su variabili socio-demografiche classiche (sesso, età, reddito), ma su variabili comportamentali. Si scopre cioè che i comportamenti d’acquisto originano dalla psiche che è certo correlata al sesso, età e reddito ma non così precisamente come si potrebbe pensare. Si scopre cioè che la “piramide dei bisogni” teorizzata negli anni ’50 dalla psicologo americano A. Maslow, ha sede e profonda origine in una psiche che ha proprie regole decorrelate in parte da quelle oggettive della condizione sociale. In accordo ai principi guida della psicologia americana a quel tempo dominante che è il behaviorismo (il comportamentismo), si decide di ignorare l’analisi del cosa succede davvero in quella psiche. Si sigilla il sistema e lo si definisce “scatola nera” ovvero sistema di causa che però non si analizza dentro, solo fuori. Se la psiche origina il comportamento, si osserverà direttamente il comportamento e per tentativi ed errori come negli esperimenti coi topi o cani del russo Pavlov, si cercherà di capire a quali imput corrispondono certi output (stimolo-risposta-rinforzo). Se si comprendono questi meccanismi si potrà condizionare il comportamento. Il corrispettivo nelle ricerche di mercato che anticipano ogni strategia di marketing, diventerà un nuovo tipo di analisi che si chiamerà “psicografica”. Siamo sempre negli anni’60.

Mentre i teorici dell’economia ovvero gli economisti ripetono il mantra dell’homo oeconomicus che è un calcolatore razionale delle sue utilità a presupposto della loro scolastica matematizzata, i pratici dell’economia cinquanta anni fa, si occupavano invece di psiche e comportamento reale. Il mondo dei bisogni su cui si basa mercato ed economia, per gran parte non è razionale. Un economista teorico si sveglierà cinquanta anni dopo e ci scriverà su un libro che gli varrà nel 2017 quel premio della Banca di Svezia che gli economisti chiamano Nobel (tale R.Thaler). Da quella svolta degli anni ’60, conseguirono marketing, pubblicità, società dei consumi, dei segni, innovazione, rivoluzioni economiche, tecnologie, neuromarketing e molto altro tra cui tutto il nostro Mondo 2.0 ovvero quello on line.

Come spesso racconto, io ho per venticinque anni fatto parte di quel mondo e non a livelli secondari. Quando ho cambiato vita e sono diventato uno studioso, balzellando tra meccanica quantistica e filosofia hardcore, quando ho cominciato a studiare i sacri testi degli economisti, per molti di loro sopratutto del Novecento (a parte Keynes) a lungo ho fatto fatica a capire di cosa stessero parlando per questo motivo. La rappresentazione del mercato come universo liscio con traiettorie perfettamente razionali che disegnano curve e linee geometriche posso dire sia una del tutto infondata astrazione non per piglio critico intellettuale, ma proprio perché so di certo che nulla ha a che fare con il fenomeno che si vorrebbe descrivere. Le narrazioni non corrispondono mai precisamente alle cose ma molte non hanno proprio nulla a che fare assolvono altri compiti.

La svolta psichica del capitalismo origina da più di cinquanta anni fa e le conseguenze giungono oggi a Cambridge Analytica, il totalitarismo dei Big Data, i Facebook-Amazon-Google-Apple-Netflix (FAGAN), la colonizzazione dell’immaginario, il “Capitalismo di sorveglianza” (Zuboff), “L’Internet ci rende stupidi” (N. Carr), la psicopolitica (P. Sloterdijk – Byung-chul Han), l’utilizzo di queste tecniche (nel frattempo, nel mondo della psicologia teorica americana il behaviorismo si è trasformato in un 2.0 detto “cognitivismo” ed è proceduto parallelo allo sviluppo delle scienze neuro-cognitive che oggi sfociano nel grande sviluppo dei programmi di ricerca detti A.I. Artificial Intelligence) non più o non solo per il dominio produttivo-commerciale ma ora anche direttamente sociale e politico.

Il discorso sarebbe lungo e complesso ma qui lo spazio c’impone la chiusura. Chiudiamo quindi osservando due cose:

1) La svolta psichica del capitalismo origina dal momento in cui l’economia americana non funzionava più in modo diciamo “naturale” o “semi-spontaneo”, occorreva collegare la stanca mano invisibile ad una vivace mente invisibile stimolata la quale sarebbero conseguiti comportamenti, prima economici, quindi sociali, infine politici. Da allora, è per lo più “economia del criceto”.

2) L’area critica del moderno e del capitalismo, origina da un pensatore di metà XIX secolo che ha detto molte cose giuste ed interessanti ma coloro che ancora usano quelle strumentazione analitica come integrale tendono a considerare le relazioni tra “struttura e sovrastruttura” in modo uni-diretto, del tutto simile al mainstream liberale che domina la disciplina economica (del resto sono in unità di tempo -metà XIX secolo- e luogo -Londra-) e che non ha alcuna attinenza con quello che è il nostro mondo moderno che intanto chiamiamo post-moderno già da diversi decenni. Ne consegue lo spiazzo di ogni teoria politica alternativa poiché i presupposti antropologico-sociali sono parziali se non infondati. Per costoro immagine di mondo, cultura, psiche e comportamento, valori, motivazione all’azione, sono conseguenze di presupposti ficcati da qualche parte in una scatola nera mossa solo dalla condizione sociale. Toccherebbe invece aprirla quella scatola e provare ad illuminarla se si vuole dare una bacchettata a chi ci sta da tempo mettendo le mani dentro. Oppure scriviamo l’ennesimo saggio corrucciato sul neoliberismo impazzito ed attrezziamoci per un lungo inverno di servitù volontaria.

Una nuova tipologia di guerra : la guerra economica 3a parte, di Giuseppe Gagliano

Le armi della guerra economica
La presente sezione sarà dedicata all’analisi dettagliata delle armi utilizzate
dagli Stati nella guerra economica per vincerla e affermare la loro potenza. Le
prime che prenderemo in considerazione sono le armi di tipo indiretto, che
agiscono nelle retrovie e contribuiscono a plasmare il dispositivo di una “guerra
coperta”.
All’interno di questo insieme molto particolare di strumenti di guerra
economica, quello che più agisce a monte di tutti è sicuramente la formazione, che
contraddistingue soprattutto i Paesi sviluppati e ha contribuito in larga misura ai
loro successi economici. Basti pensare, a questo proposito, all’importanza data
dall’Unione Europea a questo fattore, tanto che due degli otto obiettivi della
strategia Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva
riguardano proprio l’istruzione (riduzione dei tassi di abbandono scolastico
precoce al di sotto del 10% e aumento al 40% dei 30-34enni con un’istruzione
universitaria). Andando poi a verificare la correlazione di formazione e sviluppo
economico, esempi di Paesi come la Germania, il cui sistema di istruzione e
formazione è riconosciuto come uno dei migliori al mondo, o il Giappone, dove il
tasso di conclusione degli studi secondari si aggira intorno al 95%, confermano
quanto finora affermato, soprattutto se si considera le modalità con cui questi due
Paesi sono presenti sui mercati internazionali. Naturalmente qui non si tratta solo
della formazione di base, per quanto questa sia importante nel porre le basi e dare
l’impronta di un certo modo di progredire anche in ambito economico, ma ci si
riferisce in maniera particolare alla formazione continua, che dà a coloro che la
ricevono le necessarie doti di flessibilità e polivalenza che permettono di essere
costantemente aggiornati e mai impreparati ai cambiamenti. A questo proposito,
un altro buon esempio sono le scuole di commercio francesi, delle quali le più
prestigiose si classificano ai primi posti in ambito europeo e il cui successo si deve
in gran parte a un modello nazionale che prevede una formazione biennale di base
ad alto contenuto generalista, quindi non solo scientifico ma anche umanistico,
propedeutico alla successiva specializzazione. Una caratteristica peculiare delle
élite che si formano in questo tipo di scuole moderne è la loro propensione
internazionale, aspetto ben distinto dal carattere marcatamente sciovinista della
preparazione militare dei secoli passati di cui tali scuole, se si segue il filo
conduttore della guerra economica come versione attuale degli antichi scontri
bellici, dovrebbero essere la naturale continuazione.
A complemento del discorso sulla formazione iniziale, è necessario parlare
del ruolo svolto dalla formazione specialistica e dalla ricerca, cruciali ai fini
dell’affermazione della potenza economica. Non è un caso, lo ribadiamo, che
l’Unione Europea abbia affermato fin dall’inizio del millennio di voler diventare la
prima “economia della conoscenza” e che, ad esempio, la sola Francia conti
160.000 ricercatori, un numero più che raddoppiato nel giro di settant’anni. Il
sapere è infatti diventato l’arma suprema della guerra economica e il potenziale
della ricerca risulta essere il motore delle trasformazioni del nostro tempo. È per
questo che Paesi emergenti come la Cina e l’India, che hanno compreso
perfettamente quale sfida cruciale si giochi intorno alla produzione di sapere, sia
esso di base o applicato, non rimangono indietro in questa sorta di “corsa alla
conoscenza”: se da Pechino arrivano forti e chiare le dichiarazioni di uomini di
punta come il Primo Ministro Wen Jiabao, che nel 2005 si spingeva a proclamare il
XXI come “il secolo asiatico delle alte tecnologie”; nel subcontinente indiano ogni
anno prestigiosi istituti tecnologici costruiti negli anni Sessanta sul modello del
MIT sfornano un esercito di 170.000 diplomati. Nell’ambito della ricerca è poi
fondamentale la cooperazione fra università, scuole e settore privato, il quale si
aspetta precisi e puntuali ritorni dal lavoro dei ricercatori; cooperazione che al
giorno d’oggi si presenta sotto forma di “cluster” o “poli di competitività”, spazi
dove convivono luoghi di ricerca, scuole d’ingegneria e imprese di alta tecnologia e
che sono incubatori di una potenza economica straordinariamente innovativa e
all’avanguardia. A questo proposito, lo Stato francese si è fatto promotore, dal
2005, di questo tipo di realtà che rappresentano un elemento fortemente attrattivo
per il territorio in cui sono insediati, realizzando attività di alta formazione
assolutamente all’avanguardia. Ad ogni modo, si registrano ancora divari enormi
nelle politiche effettive in favore della ricerca attuate dai diversi Paesi, anche
all’interno del gruppo delle nazioni leader: è quasi scontato, purtroppo, riferire a
questo proposito il caso dell’Italia dove, pur riconoscendo a parole l’importanza
capitale di una ricerca solida, anche finanziata dal settore privato, per poter dotare
le imprese di tecnologie a elevate prestazioni e consentire loro, di conseguenza, di
essere concorrenziali sui mercati internazionali, il numero di ricercatori impiegati
nelle aziende è cinque volte inferiore a quello di Stati Uniti, Giappone e Svezia. Per
non parlare poi della fuga di cervelli, che decidono di lasciare l’Italia per trovare
migliori opportunità di lavoro e stipendi più alti oltreché la valorizzazione di
merito e competenze a scapito di raccomandazioni, burocrazia e scarso turnover.
Per ogni “cervello che fugge”, però, c’è senz’altro un Paese pronto e ben felice di
accoglierlo e ve ne sono alcuni che fanno dell’attrazione del personale altamente
qualificato e specializzato una vera e propria arma di guerra economica: è il caso
degli Stati Uniti, che a più riprese nel corso del XX secolo sono stati un porto
d’approdo delle menti migliori dei quattro angoli del globo, a cominciare dalle élite
ebraiche in fuga dall’Europa nazifascista, proseguendo con le decine di fisici e
matematici ex sovietici arrivati negli anni Novanta e, infine, arrivando fino ai giorni
nostri, in cui le università statunitensi sono popolate di ingegneri ed economisti
indiani e cinesi. Se si considera il fatto che tre quarti di loro si stabiliscono
definitivamente negli Stati Uniti una volta terminati i loro studi, si può dedurre
facilmente il vantaggio che ne deriva per l’economia americana.
Direttamente collegata con la ricerca è l’innovazione, motore propulsivo di
fondamentale importanza per le imprese e su cui lo Stato ha tutto l’interesse di
investire. L’esempio dei brevetti mostra quanto la collaborazione fra questi due
attori possa rivelarsi fruttuosa. La classifica mondiale delle potenze in termini di
deposito di brevetti certifica il primato cinese, il cui ufficio brevetti dal 2013 è
ormai il primo al mondo con un quarto del totale delle richieste, seguito a ruota
dagli Stati Uniti, mentre il ruolo dell’Europa perde progressivamente di rilevanza a
discapito di una massiccia presenza asiatica, dato che le altre prime posizioni sono
occupate da Giappone, Corea e India. La maggior parte dei brevetti depositati in
tutto il mondo è a opera di imprese del settore privato (Matsushita, Philips,
Siemens, Huawei, Bosch, Toyota, Microsoft, solo per citarne alcune) che però senza
l’azione dello Stato – soprattutto in epoche passate (ci riferiamo qui al ruolo
decisivo in termini di ricerca e sviluppo dei comandi militari americani, o del MITI
giapponese) – non avrebbero mai potuto raggiungere i risultati odierni. È pur
sempre opera dello Stato perfino la predisposizione di un ambiente normativo
favorevole e sufficientemente tutelato in questo settore, per cui la ricerca dei
brevetti può essere considerata a tutti gli effetti un affare nazionale, una garanzia
di produttività, insomma: un’arma decisiva per gli scontri commerciali fra nazioni.
Passando dall’ampio campo della gestione della conoscenza nelle sue
diverse forme quale strumento di guerra economica a quello della competitività,
possiamo affermare che su questo terreno lo Stato può giocare a pieno tutte le sue
carte. È nel suo massimo interesse, d’altronde, far sì che le sue imprese siano
dotate il più possibile della capacità di affrontare la concorrenza sui mercati
esterni e interni. In un momento storico come quello che si sta attraversando, in
cui i travolgimenti nell’ambito delle posizioni di potenza sono di notevole portata,
vediamo come a fronte dell’avanzamento imponente di alcuni Stati sui mercati
internazionali (negli scambi a livello globale, la percentuale cinese è passata dal
2% al 9% nel giro di poco più di vent’anni) altri, storicamente ben piazzati,
indietreggiano (è il caso della Francia, che nello stesso arco di tempo è passata dal
6% a circa il 4%), mentre altri ancora mantengono le proprie posizioni (la
Germania è esempio di notevole continuità, dal momento che mantiene saldamente
il primo posto con una quota che si aggira intorno al 10%). Il ruolo dello Stato è qui
quello di coordinatore, di fornitore di strumenti di lettura, comprensione e
interpretazione del terreno degli scambi internazionali, possibile grazie alle
conoscenze nei più disparati ambiti che almeno una parte dei suoi funzionari
dovrebbe avere degli altri Stati. Prendendo l’esempio della Francia, questo ruolo
viene svolto in gran parte dal Segretariato di Stato per il Commercio estero,
impegnato in questi anni di crisi economica soprattutto a contenere l’erosione
della quota francese sui mercati mondiali la quale, seppur imputabile a
cambiamenti per lo più inevitabili e che coinvolgono tutti i grandi Paesi occidentali,
resta tuttavia preoccupante per la bilancia economica nazionale. A questo scopo, è
stata recentemente riformata l’Agenzia nazionale di promozione dell’esportazione,
Ubifrance, incaricata di promuovere le esportazioni grazie all’apporto delle proprie
competenze ed expertise nei confronti delle imprese francesi. In Italia, l’organismo
con funzioni praticamente sovrapponibili a quelle di Ubifrance è l’Agenzia ICE, che
ha il compito di agevolare, sviluppare e promuovere i rapporti economici e
commerciali italiani con l’estero, in particolare delle piccole e medie imprese, e che
opera per incentivare l’internazionalizzazione delle imprese italiane nonché la
commercializzazione dei beni e servizi nazionali sui mercati internazionali. Anche
il ruolo attivo dello Stato nella negoziazione di grossi contratti di produzione
rientra nella più generale promozione della competitività e concretizza quella
cooperazione con le imprese spesso invocata ma sempre di difficile attuazione: il
partenariato fra gli Stati Uniti e le imprese di armamenti e del settore
dell’aeronautica è un buon esempio di questo aspetto.
La competitività è un indice applicabile alle imprese; l’attrattività invece è
una caratteristica propria dei territori: attirare investimenti esteri diretti significa
produrre occupazione nazionale e beneficiare di un ritorno fiscale. Politica fiscale,
gestione del territorio e cultura ne sono le componenti. Per quanto riguarda la
politica fiscale, abbiamo già visto in precedenza come questo sia un nodo dolente
dell’attrattività italiana, anche se altri Stati europei, in particolare il Belgio e la
Francia, hanno tassi d’imposta sulle società non molto distanti. Al contrario, il caso
dell’Irlanda è esemplificativo del fatto che una politica fiscale “leggera” nei
confronti delle imprese funge fortemente da incentivo agli investimenti diretti
esteri: con una tassazione che si aggira intorno al 15%, peraltro fortemente
osteggiata dall’UE, la “tigre celtica” è riuscita così ad attirare soprattutto imprese
straniere nel settore delle alte tecnologie e informatico (da Adobe a eBay, passando
per Yahoo!), sostenendo in gran parte la propria crescita economica. La Cina
invece, in questo ambito, ha sviluppato una politica di istituzione di aree
economiche speciali nelle province di Guangdong, Fujian e Hainan e di sviluppo di
regimi fiscali particolarmente attraenti da applicare proprio in queste aree alle
imprese straniere che scelgono di insediarvisi. Per quanto riguarda la gestione del
territorio, si intende qui il livello di sviluppo delle infrastrutture necessarie alle
imprese per rifornirsi di materie prime, per portare ai quattro angoli del mondo i
risultati della produzione e per comunicare fra di loro: collegamenti aerei, ferrovie
ad alta velocità, strade e porti, connessioni internet ad alta velocità e copertura per
la telefonia mobile, che ha ormai quasi ovunque soppiantato la rete di telefonia
fissa e in intere parti del mondo, ad esempio nell’Africa subsahariana, dove ne
rende addirittura inutile l’estensione. Per quanto riguarda, infine, la cultura, si
tratta dell’elemento più impalpabile ma non per questo meno sfruttabile del soft
power, come lo definisce Joseph Nye. A differenza di molti altri elementi analizzati,
questo è indubbiamente una caratteristica che l’Italia possiede pienamente e da cui
può trarre profitto, come ripetutamente si è prodigato a ripetere e promuovere il
suo attuale Primo Ministro e come ha saputo dimostrare in occasione di Expo
2015, dove l’“Italian way of life” fondato su un benessere alleato del gusto e della
bellezza non ha mancato di attrarre una vasta platea di potenziali investitori.
L’ultima arma strategica che prendiamo in considerazione qui, nell’ambito
della guerra coperta, è l’intelligence economica, che l’Alto Responsabile presso il
Segretariato Generale della Difesa francese Alain Juillet definisce come una
modalità di governance focalizzata sul controllo dell’informazione strategica e che
mira alla competitività e la sicurezza sia dell’economia che delle imprese. Altri due
grandi esperti di guerra economica, Christian Harbulot ed Éric Delbecque, hanno
proposto le loro definizioni di intelligence economica. Il primo l’ha definita come la
costante ricerca e interpretazione delle informazioni accessibili a tutti, con
l’intento di decifrare le intenzioni degli attori e intuire le capacità. Il secondo
invece l’ha individuata nella cultura di lotta economica, ossia nella competenza –
intesa come l’insieme di metodi e di strumenti di sorveglianza, di sicurezza e di
influenza–enella politica pubblica, che mira ad accrescere la potenza tramite
l’elaborazione e l’attuazione di strategie geo-economiche, oltre che tramite azioni
in favore del controllo collettivo dell’informazione strategica. L’intelligence viene
qui naturalmente intesa nella sua accezione originaria di derivazione
anglosassone, ossia come raccolta di informazioni per sapersi muovere meglio sul
terreno, qualunque esso sia, e non tanto negli aspetti esacerbati dello spionaggio e
degli agenti segreti tipici dell’epoca della Guerra Fredda, in cui ciò che si
privilegiava era una cultura dell’informazione ad appannaggio di pochi, oscuri
esperti e incurante dell’illegalità dei mezzi utilizzati (trasferimenti di tecnologia,
furti di materiale informatico, licenziamenti di quadri strategici, ecc.). Analizzando
più nel dettaglio in cosa consista l’intelligence economica, ossia le applicazioni
concrete di quella che a volte viene definita impropriamente “guerra
dell’informazione”, possiamo distinguere tre campi d’azione: la veglia, la
protezione dell’informazione e la realizzazione di lobby. La prima, in particolare, si
concretizza nella sorveglianza dell’ambiente economico di riferimento in modo da
individuare con una certa prontezza eventuali minacce da cui difendersi o
occasioni da cogliere; si divide nelle sette tipologie di veglia concorrenziale,
commerciale, tecnologica, geografica, geopolitica, legislativa e societaria. Tutto ciò
a favore di una crescita di influenza, e quindi di potenza, di quegli Stati in grado di
mettere in campo un tale dispositivo. Il punto di vista che qui si propone, infatti,
privilegia la capacità dello Stato di usare quest’arma strategica, piuttosto che
quella delle singole imprese che la usano allo scopo di ampliare il proprio giro
d’affari e di aumentare i profitti. Contemporaneamente strumento offensivo e
difensivo, come quando viene usato per prevedere un’alleanza fra concorrenti o
praticare la disinformazione, l’intelligence economica è il fiore all’occhiello delle
politiche di guerra economica, vista l’importanza assunta dall’informazione nelle
economie moderne. È su questo terreno, peraltro, che si rende maggiormente
necessaria una stretta collaborazione fra Stato e imprese, sul modello sviluppato in
Giappone nell’immediato dopoguerra, quando la fondazione della Japan External
Trade Organization si affiancò al lavoro del già citato MITI. L’intensificazione dei
legami commerciali con gli altri Stati veniva perciò supportata dagli ampi poteri
assegnati a quest’ultimo, in una realtà non solo economica ma anche culturale dove
la partecipazione allo sforzo di rendere grande la propria nazione attraverso i
primati in termini di innovazione tecnologica e proiezione commerciale è un
dovere morale di ogni singolo cittadino. Non a caso, dell’intero budget nazionale
destinato a ricerca e sviluppo, una cifra compresa fra il 10 e il 15% viene destinata
in Giappone all’informazione scientifica e tecnica. Qualcosa di analogo avviene
anche negli Stati Uniti, anche se ancora formalmente mascherato da un discorso
ufficiale di competizione leale. L’amministrazione americana ha infatti messo in
piedi un servizio di “contro-intelligence”, derivato da un ampliamento delle
prerogative della CIA che in questo modo svolge un ruolo attivo nello spionaggio
industriale, per fornire alle proprie imprese informazioni segrete relative ai loro
concorrenti stranieri.
Dopo aver analizzato ampiamente le armi utilizzate nella guerra economica
coperta (formazione dei quadri dirigenziali, politiche di competitività e di
attrattività, dispositivi di intelligence economica), conviene ora passare in rassegna
le diverse armi offensive a disposizione degli Stati.
Nel corso del presente contributo si sono già citate le sanzioni quale forma
di guerra economica condotta con finalità politico-strategiche. Una modalità che
risulta ancora più soffocante per l’avversario è quella del boicottaggio, quando non
del blocco alle vendite: ne sono esempi l’arma alimentare usata dal presidente
Carter nel 1979 per bloccare le vendite di cereali all’URSS in occasione
dell’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa, l’attuale minaccia di
chiusura dei rubinetti del gas da parte della Russia nei confronti dell’Europa, o
ancora il boicottaggio a danno dei prodotti francesi in Cina nel 2008 causato dal
sostegno dato da Parigi al Tibet, questione peraltro scoppiata alla vigilia dei giochi
olimpici di Pechino anche in molti altri Paesi occidentali in seguito alla repressione
cinese della ribellione dei monaci tibetani. Un’altra misura che potrebbe essere
interpretata come ritorsione è il contingentamento delle importazioni: vietato
nell’Unione Europea, è invece ampiamente usato dagli Stati Uniti nei settori più
disparati, che vanno dal formaggio alle automobili, misura quest’ultima volta a
tutelare le grandi società produttrici americane a detrimento dei prodotti
giapponesi, con Tokyo che ha preferito negoziare in questo senso piuttosto che
correre il rischio di essere soggetto a restrizioni ancora più sfavorevoli. Vi sono poi
i picchi tariffari, ovvero dazi doganali superiori al 100%, spesso applicati sui
prodotti agricoli provenienti da determinati Paesi (si vedano ad esempio le
condizioni di adesione all’OMC imposte all’Afghanistan nel 2014, alla fine dei
negoziati).
A queste armi dirette si affiancano, come si vede ora, altrettante armi
offensive indirette della guerra economica aperta. Innanzitutto la cosiddetta
“diplomazia degli affari” che, pur essendo una pratica dalla lunga tradizione, è stata
perfezionata dall’amministrazione Clinton: essa consiste in una sorta di assalto
massiccio delle imprese sui mercati esteri, supportata da un’attenta preparazione
del terreno (liberalizzazione degli scambi con il Paese interessato), da
un’approfondita conoscenza del campo dello scontro (informazione industriale e
commerciale) e da una sapiente regia statale (nel caso degli Stati Uniti degli anni
Novanta, l’Advocacy Center informalmente chiamato “War room”, incaricato di
sorvegliare costantemente i mercati industriali mondiali). Se si affronta più nel
dettaglio il primo di questi elementi, la liberalizzazione degli scambi, vediamo
come e quanto sia stato usato soprattutto dagli Stati Uniti come una vera e propria
arma. I trattati di libero scambio da essi conclusi, infatti, hanno sempre rivelato la
loro potenza offensiva in quanto strumenti di relazione diseguale tra uno Stato
forte, da un lato, e uno Stato debole, dall’altro, asimmetria che ha sempre
penalizzato quest’ultima controparte, naturalmente. È il caso, ad esempio, delle
relazioni commerciali mantenute con gli Stati dell’America centrale (la cui quasi
totalità dei Paesi ha concluso simili accordi con Washington): nient’altro che
un’evoluzione post-Guerra Fredda dell’idea di manifest destiny, della dottrina
Monroe e del corollario Roosvelt. Questi accordi sono spesso molto più
intransigenti degli standard dell’OMC ai quali tutti appartengono: la supremazia
statunitense si afferma gioco forza per l’importanza rivestita nella bilancia
commerciale di questi Stati, di cui sono il primo partner commerciale, e permette
di imporre unilateralmente norme sbilanciate in loro favore, ad esempio sui
brevetti (allungamento della durata di protezione dei brevetti, oppure
allargamento delle condizioni di brevettabilità, che permettono di porre dei
brevetti su prodotti già commercializzati) e, di conseguenza, di conservare la
leadership. Gli Stati Uniti, dunque, non schiacciano il loro avversario economico
con la forza, ma si accontentano in qualche modo di definire regole del gioco
favorevoli ai propri interessi.
L’ultima evoluzione in termini di armi offensive nella guerra economica
sono i fondi sovrani che hanno fatto la loro irruzione sullo scenario finanziario
mondiale negli ultimi vent’anni e che, per la portata del loro impatto sull’economia
internazionale, ci si potrebbe arrischiare a paragonare a vere e proprie armi di
distruzione di massa. Si tratta di fondi d’investimento internazionale del risparmio
nazionale che, essendo difficilmente depositabile nei circuiti bancari classici per
l’eccezionalità del loro importo (le stime indicano una cifra di più di 16.000
miliardi di dollari solo per i Paesi dell’Asia orientale), viene direttamente
controllato dagli Stati o dalle banche centrali. Sono stati pensati in origine come
strumenti finanziari destinati a valorizzare un capitale rilevante dello Stato e
destinato alle generazioni future (è questo il caso del fondo sovrano norvegese). La
maggior parte di questi fondi è stata costituita da Stati esportatori di petrolio, da
un lato, e da Paesi dell’Asia orientale la cui bilancia corrente registra saldi
dell’ordine del 6,5% del PIL, dall’altro, per investire le loro ingenti eccedenze
commerciali e si sono configurati come potente mezzo di intervento negli equilibri
economici mondiali soprattutto in seguito alla crisi dei subprime, quando un certo
numero di essi è entrato nel capitale di gruppi prestigiosi (Citigroup, Merrill Lynch,
Morgan Stanley) allo scopo di salvarli con iniezioni di liquidità. Esemplificativo è il
caso di Citigroup: primo gruppo finanziario mondiale fino al 2007, di fronte ai
problemi di liquidità derivati dalle speculazioni dei subprime ha fatto appello a
diversi fondi fra cui quelli di Singapore, del Kuwait e di Abu Dhabi. Il salvataggio c’è
effettivamente stato, ma a condizioni dettate naturalmente dai nuovi investitori:
garanzia di rendimenti elevati delle azioni (dal 9 all’11% annuo), prezzi minimi
garantiti anche in caso di crollo dei valori e decisioni prese non più nella sede della
casa madre negli Stati Uniti, bensì nel palazzo di uno degli emiri proprietari del
fondo sovrano, elemento territoriale puramente simbolico ma molto eloquente di
qual è lo Stato che ora ne detiene il controllo. Risulta quindi evidente come un tale
massiccio intervento non sia affatto neutro e che, di conseguenza, sia a tutti gli
effetti una forma di controllo da parte degli Stati di cui tali fondi sono emanazione.
Il sospetto è che, anche grazie a politiche e gestioni non esattamente trasparenti,
essi servano interessi politici e geopolitici dei Paesi emergenti e vengano perciò
percepiti come una minaccia economica importante dai Paesi occidentali. Basti
pensare che il fondo di Abu Dhabi da solo avrebbe potuto acquisire, prima della
crisi, le prime nove imprese quotate nel più importante indice della piazza parigina
e che la China Investment Company, fondata nel 2007, si posiziona già al 6° posto
mondiale per quantità di capitale. La miglior prova del fatto che sono percepiti
come una minaccia è la recente adozione di misure destinate a ostacolarne la
capacità di acquisizione. Questo dispositivo ha una certa tradizione negli Stati
Uniti, dove il Committee on Foreign Investments può consigliare al Presidente di
rifiutare un investimento straniero che minaccerebbe un’impresa americana
giudicata strategica.
Accanto alle armi, vi sono i dispositivi di protezione e di difesa.
Naturalmente, attacco e difesa sono strumenti che concorrono insieme a definire
una stessa strategia e perciò il loro uso ha pari importanza all’interno della guerra
economica. Libero scambio sì, dunque, ma a patto di poter adeguatamente tutelare
il tessuto industriale interno e le ricadute che la sua tenuta ha in ambito politico e
sociale; se dunque le varie teorie elaborate dagli specialisti non soddisfano questo
principio pragmatico, gli Stati non si fanno alcuna remora a ignorarle e ad agire nel
senso protettivo appena indicato. È il motivo per cui non bisognerà meravigliarsi
che certi mezzi di difesa presentati qui siano già stati annoverati nella categoria
delle armi appena presentate: gli stessi strumenti della guerra economica possono
rivelarsi contemporaneamente armi potenti e scudi resistenti in funzione del
contesto. I dispositivi di protezione e di difesa che vedremo sono: la moneta,
l’unfairtrade, le barriere doganali e tariffarie, le quote d’importazione, le
sovvenzioni alle esportazioni, il patriottismo economico sotto forma di consumo
patriottico e il soft power normativo.
Per quanto riguarda la moneta, la svalutazione è un potente mezzo di
stimolo alle esportazioni in periodo di recessione, come hanno dimostrato le azioni
della Bank of England fra il 2008 e il 2009 in favore della sterlina nei confronti
dell’euro e la svalutazione di yen e yuan. La moneta svolge così il doppio ruolo di
strumento difensivo, poiché diminuisce la competitività dell’avversario, e di arma,
in quanto consente una più facile penetrazione dei mercati esteri.
La questione dell’unfairtrade si richiama a una legge statunitense del 1962,
la cosiddetta “301”, che aveva lo scopo di sanzionare Stati e imprese appartenenti
al proprio blocco che si rendessero colpevoli di comportamento sleale ovvero,
concretamente, commerciassero con l’URSS o con Cuba, e autorizzava il Presidente
in persona a rispondere agli atti “ingiustificabili”, “immotivati” o “discriminatori” di
questo tipo. Se ciò è facile da comprendere in un contesto di Guerra Fredda, in cui
le alleanze politico-strategiche regolavano abbastanza rigidamente le relazioni
internazionali, risulta forse meno accettabile in un contesto di distensione e
multilateralismo come quello odierno, eppure si tratta di atteggiamenti tutt’altro
che desueti. Negli anni Novanta il Presidente Clinton, che in più occasioni si è
dimostrato come un forte sostenitore della logica di guerra economica, ha
rinnovato la cosiddetta “super-301” emanata nel 1984 allo scopo di individuare gli
ostacoli alle importazioni americane e combatterli con misure di ritorsione. Il caso,
citato in precedenza in merito al boicottaggio, delle misure di tutela delle grandi
case automobilistiche a scapito dei prodotti giapponesi, accettate da Tokyo per non
correre il rischio di essere soggetto a restrizioni ancora più sfavorevoli, nacque
proprio a causa della minaccia americana di ricorrere alla “super-301”, con
sovrattasse anche del 100%. L’istituzione dell’OMC e del relativo organismo di
regolazione delle controversie, sorta di arena giuridica dove si affrontano le
potenze per far valere i loro diritti, dovrebbe prevenire il ricorso a questo tipo di
misure. Il funzionamento dell’Organo di Conciliazione si basa su norme precise e su
una serie di scadenze predefinite per l’esame di ciascun caso. La procedura dura in
totale al massimo un anno e tre mesi (solo un anno in assenza di appello): le
decisioni iniziali sono prese da un gruppo speciale, previa consultazione di
entrambe le parti cui viene anche presentato il rapporto finale (entro sei mesi), e
approvate o rifiutate dall’insieme dei membri dell’OMC. Tuttavia l’obiettivo
dell’organismo, più che essere l’emissione di un giudizio, sarebbe di conciliare, per
l’appunto, le controversie e arrivare a una negoziazione consensuale della
risoluzione da parte delle due parti in causa; un’eccezione a questa funzione
particolare, che peraltro normalmente si realizza nei fatti, è stata la cosiddetta
“guerra delle banane” che ha contrapposto i Paesi ACP a quelli dell’America Latina.
Negli ultimi tempi, l’Organo di Conciliazione ha registrato un aumento del numero
di ricorsi, segno per i suoi funzionari della fiducia che gli Stati riporrebbero nelle
sue procedure e decisioni. Tuttavia, in un contesto di competizione sempre
maggiore, esso potrebbe anche essere uno fra i tanti mezzi di cui gli Stati si
servono per vincere le battaglie economiche che li oppongono e, per questo, un
rivelatore particolarmente paradigmatico della situazione di guerra economica al
tempo della globalizzazione.
Per quanto riguarda le barriere doganali o tariffarie, si tratta dei mezzi
difensivi più antichi di cui gli Stati dispongono per tutelarsi contro le strategie
offensive sviluppate dai loro avversari. Sono un tipo di misura attuata soprattutto
dai Paesi in via di sviluppo, che la adottano per proteggersi dalle importazioni
provenienti dalle nazioni industrializzate (l’economista tedesco propone la
definizione, in questo caso, di “protezionismo educativo”). Dal canto loro, i Paesi
occidentali si servono delle tariffe doganali per proteggere l’occupazione
industriale, il che, se da un lato ha costi elevati in termini economici, dall’altro è
politicamente molto favorito in ragione della sua influenza sugli equilibri sociali.
D’altra parte, è doveroso ricordare come dalla fine della Seconda Guerra Mondiale
le tariffe doganali siano costantemente scese, passando dal 44% degli anni Trenta
del Novecento all’attuale valore inferiore al 5%.
Già si è parlato del contingentamento delle importazioni, con cui sono
strettamente imparentate le quote di importazione, la forma più importante di
barriera non tariffaria. Delimitando direttamente la quantità di prodotti di un certo
tipo che possono essere importati, esse vengono usate per proteggere determinati
settori nazionali oppure per equilibrare la bilancia dei pagamenti. Anche in questo
caso, sono gli Stati Uniti a fornirci un buon esempio con la loro quota
d’importazione sulle importazioni di zucchero: a fronte di una limitazione ben
definita della quantità di zucchero importato e di una conseguente maggiorazione
del prezzo sul prodotto finale venduto al consumatore, il settore zuccheriero
statunitense, piccolo in termini di numeri di occupati, non conosce crisi. Le quote
derivano appunto da una scelta politica, quella di conservare l’occupazione in
determinati settori: la razionalità economica liberale imporrebbe la soppressione
delle quote per abbassare il prezzo del prodotto finale e diversificare il consumo,
ma in guerra economica qualunque teoria non funzionale al mantenimento di una
logica di potenza e di indipendenza risulta sostanzialmente inapplicabile.
Questa sorta di “nuovo protezionismo” si manifesta, oltre che nelle
importazioni, anche nelle esportazioni, sotto forma di sovvenzioni pubbliche a una
determinata impresa o settore di produzione. Conosciute anche con il nome di
dumping, sono ufficialmente illegali (si veda ad esempio quanto stabilito dal
regolamento CE n. 1225/2009 del Consiglio dell’UE), ma spesso vengono attuate in
maniera indiretta. In questo senso, rivestono particolare importanza le
sovvenzioni agricole: sia l’Unione Europea che gli Stati Uniti erogano consistenti
aiuti di Stato ai rispettivi agricoltori, a detrimento di tutti quei Paesi, soprattutto
africani, la cui economia si regge sul settore primario ma che, non detenendo alcun
potere sullo scacchiere economico internazionale, sono fortemente penalizzati e
non riescono neppure ad accedere al mercato mondiale delle derrate alimentari.
C’è da dire che, almeno formalmente, sia l’UE che gli USA si sono impegnati a
rivedere PAC e varie Farm Bill ma, non essendo stati fissati dei tempi per farlo, la
partita non è ancora neppure aperta.
Quando si parla di patriottismo economico si fa riferimento a un famoso
discorso del 2005 dell’allora Primo Ministro francese Dominique de Villepin, nel
quale si affermava la necessità da parte dello Stato di difendere le imprese
nazionali strategiche, soprattutto in settori di punta o comunque considerati parte
del patrimonio industriale nazionale. In realtà, tale concetto sarebbe nato già negli
anni Novanta, sempre in territorio francese, in concomitanza con la fase successiva
alla fine della Guerra Fredda di massima espansione della globalizzazione, che
rappresentava una potenziale minaccia per le imprese dalla capitalizzazione
fragile. La definizione usata da Villepin si rifarebbe invece a un rapporto
presentato nel 2003 dal deputato Bernard Carayon su “Intelligence economica,
competitività e coesione sociale”, dalla fortuna altalenante (condiviso da politici e
imprenditori, ma ritenuto insufficiente nelle sue analisi da molti economisti). In
esso viene ampiamente esposta e dimostrata l’esigenza di dare una connotazione
maggiormente patriottica alla politica economica francese, definendo a tal
proposito tutta una serie di obiettivi da raggiungere: definizione di interessi
comuni fra Stato e settore privato, la tutela di questi interessi come misura di
legittima difesa dall’assunzione di controllo da parte di capitali stranieri, la
successiva conquista di porzioni di mercato mondiale promuovendo l’eccellenza di
determinati settori e aumentandone la competitività. È proprio seguendo le idee
presenti in questo rapporto che è emanato il decreto del 31 dicembre 2005, voluto
da Villepin, sulla protezione della produzione di settori quali la difesa, le tecnologie
dell’informazione, la sicurezza privata e i sistemi di intercettazione delle
informazioni. D’altra parte, la Francia non è la sola a fare ricorso a questo
strumento di difesa nella guerra economica: l’Unione Europea stessa, con
l’istituzione nel 2004 della forma giuridica della “società europea”, persegue
chiaramente l’obiettivo di consolidare la dimensione europea di queste imprese a
discapito di possibili assunzioni di controllo da parte di entità straniere nei loro
confronti. Per non parlare poi degli Stati Uniti, dove il Committee on Foreign
Investment ha diritto di veto sulle operazioni d’acquisto di imprese americane da
parte di società straniere, o ancora della Germania, dove nel 2010 il governo della
cancelliera Merkel ha impedito l’acquisizione di Opel da parte di Fiat-Chrysler.
Per quanto riguarda il soft power normativo, l’esempio principe che merita
di essere preso in considerazione è quello delle negoziazioni commerciali
multilaterali. L’OMC è quindi diventata teatro di scontri contrapposti per
promuovere e ampliare sempre più il libero scambio, da un lato, e proteggere il
vantaggio tecnologico dei Paesi industrializzati, dall’altro. È ovvio che ad esserne
svantaggiati risultano soprattutto i Paesi in via di sviluppo del Sud del mondo,
perché la mancata liberalizzazione di determinati brevetti in campo medico, ad
esempio, impedisce a questi Stati di produrre medicinali a basso costo. Un’OMC
ostaggio dei Paesi occidentali, che ha portato fra le altre cose al fallimento nel 2011
del Doha Round dopo dieci anni di negoziati, non è altro che una misura di difesa
contro quei Paesi emergenti – India in testa con il suo potenziale di produzione
nelle biotecnologie – che potrebbero così aspirare non solo all’indipendenza
economica in determinati settori, ma anche a imporsi come leader sui mercati
internazionali. Altro terreno su cui si disputa un’importante partita intorno al soft
power è senza dubbio il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli
Investimenti (TTIP): non un semplice accordo commerciale di libero scambio per
la libera circolazione di merci e servizi, ma anche un accordo di tipo normativo,
volto a rimuovere le molte differenze in regolamenti tecnici, norme e procedure di
omologazione, standard applicati ai prodotti e regole di sicurezza e sanitarie
presenti fra Unione Europea e Stati Uniti, che hanno ancora alcune carte da
giocarsi in merito. Questo partenariato, qualora e quando entrasse in vigore,
creerebbe l’area di libero scambio più grande del pianeta, equivalente a circa la
metà del PIL e un terzo degli scambi commerciali globali: tutto il mondo ne
gioverebbe e sarebbe ipotizzabile imboccare nuovamente la strada del
multilateralismo nella liberalizzazione commerciale, che attraversa un momento di
stallo nonostante la volontà di unificare il commercio mondiale. La
frammentazione giuridica attuale, infatti, favorisce la costruzione del teatro della
guerra economica, con la regola del più forte (del più potente) a prevalere su
qualsiasi altra logica razionale.
Infine, fra gli strumenti difensivi citati in apertura di questa sezione vi è il
consumo patriottico, che consiste semplicemente nel privilegiare l’acquisto di
prodotti nazionali, piuttosto che stranieri, nei più disparati settori. Esso può essere
incentivato dallo Stato oppure no, ma in entrambi i casi fornisce una difesa efficace
contro gli attacchi della guerra economica. Il primo caso è rappresentato dagli Stati
Uniti, dove una misura protezionistica adottata in piena Grande Depressione, il
Buy American Act promosso da Roosevelt e approvato nel 1933 come una delle
misure volte a risollevare il Paese dalla recessione economica, è ancora in vigore a
giustificare una politica che accorda ufficialmente la preferenza alle imprese
americane. In questo quadro si inserisce, ad esempio, il conflitto fra Boeing e
Airbus per la fornitura di una commessa all’aviazione statunitense: l’impresa
europea era stata selezionata per le sue migliori prestazioni, ma il Pentagono ha
comunque deliberato di annullare l’offerta e di rimetterla alla decisione della
prima amministrazione Obama all’indomani del suo insediamento, favorendo così
implicitamente Boeing in questa partita. In Giappone, invece, le modalità di
consumo patriottico sono completamente diverse: lo Stato non ne ha alcuna
responsabilità, ma sono di fatto i consumatori a preferire per la stragrande
maggioranza i prodotti nazionali. Ne sono un esempio il mercato dell’automobile,
detenuto per il 95% da marchi nipponici, o il recente blocco della
commercializzazione di prodotti elettronici targati Samsung nel Paese del Sol
Levante, dovuto a una penetrazione difficilissima del mercato giapponese che
lasciava all’azienda coreana un misero 1% dell’intero mercato dell’elettronica.
Conclusioni
Questo contributo era iniziato con gli auspici dei grandi pensatori
dell’Ottocento circa la realizzazione di uno scenario di pace perpetua dove il libero
scambio delle merci e delle idee avrebbe sostituito gli scontri militari fra nazioni
per la supremazia politica ed economica. Nonostante le apparenti promesse del
multilateralismo degli anni Novanta e una globalizzazione che teoricamente
poneva le basi perché questo progetto si avverasse, le lotte a tutto campo per il
controllo dei mercati e delle risorse continuano a infuriare.

http://italiaeilmondo.com/2019/11/26/una-nuova-tipologia-di-guerra-la-guerra-economica_2a-parte-di-giuseppe-gagliano/

http://italiaeilmondo.com/2019/11/22/una-nuova-tipologia-di-guerra-la-guerra-economica_1a-parte-di-giuseppe-gagliano/

Una nuova tipologia di guerra : la guerra economica_2a parte, di Giuseppe Gagliano

Soggetti e tipologie della guerra economica

Dopo aver descritto le tre rivoluzioni della geopolitica, l’idea di potenza e la teoria del commercio, meritano di essere analizzati nel dettaglio i protagonisti e le forme assunte dagli scontri geo-economici. La nuova centralità dello Stato nelle relazioni internazionali, soprattutto quelle di tipo economico, è funzionale alla delimitazione del concetto di “guerra economica”, definibile come lo scontro fra nazioni mediante e ai fini dell’economia e non come competizione economica tout court, che riguarda piuttosto le imprese. Il rinnovato ruolo centrale dello Stato nell’economia è una tendenza recente, evidenziabile con il passaggio del millennio e ancora di più in seguito alla grande recessione causata dalla crisi finanziaria dell’agosto 2007, mentre negli anni Ottanta e Novanta il neoliberalismo imperante considerava lo Stato esclusivamente come un ostacolo allo sviluppo economico, alla globalizzazione finanziaria, alla transnazionalizzazione delle imprese e all’intensificazione degli scambi internazionali (restano celebri, a questo proposito, le parole del Presidente Reagan: “il problema è lo Stato”). Lo Stato, con le sue prerogative anche in campo economico, è però resistito a questa svalutazione e, continuando a favorire lo sviluppo delle proprie imprese tramite la costruzione di un ambiente giuridico, fiscale e infrastrutturale adeguato, ha posto solide basi per l’assunzione del suo ruolo odierno, quasi di “capo militare” risoluto che conosce il “mestiere delle armi”, ridonando morale e spirito di conquista all’economia e guidando le proprie truppe alla conquista di mercati e risorse. Esempi di amministrazioni statali che hanno incarnato o tuttora incarnano questo ruolo possono essere considerati il Ministero per il Commercio Internazionale e l’Industria giapponese, emblema della potenza economica nipponica, e in Francia l’unione di Presidenza della Repubblica, Presidenza del Governo e Ministero delle Finanze. Le truppe, invece, non sarebbero altro che le stesse imprese del settore privato, anche se i critici della guerra economica insistono nell’affermare che tale gerarchia di ruoli sia impossibile da realizzare, dato che la logica di potenza dello Stato e la logica di
profitto delle imprese non coinciderebbero. Tali critiche, d’altra parte, vengono screditate nel momento stesso in cui si considera che ciò che si verifica non è tanto un’alleanza diretta fra Stato e imprese, quanto piuttosto una ripercussione indiretta della forza di queste ultime sullo Stato in cui sono stabilite. S’intendono qui soprattutto le grandi multinazionali: un rapido sguardo ai principali Paesi d’origine delle prime 1.000 aziende manifatturiere mondiali nel 2007 dà conto in maniera piuttosto evidente, per non dire scontata, delle dinamiche appena evidenziate. Stati Uniti e Giappone, con rispettivamente 305 e 209 società multinazionali, distaccano di gran lunga gli altri Paesi occidentali (Francia, Germania, Regno Unito, Canada, Svizzera, Italia, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi, Spagna, Norvegia e Lussemburgo) e i mercati emergenti (Corea del Sud, Taiwan, Cina, Brasile, India e Russia), i quali evidenziano però tassi di crescita nettamente superiori che potrebbero rovesciare, nei prossimi anni, questa classifica. Si tratta, naturalmente, di un impianto strategico che va a discapito delle istituzioni multilaterali, sviluppatesi soprattutto negli anni Novanta, con gli Stati occidentali che oggi preferiscono gli accordi bilaterali, lasciando il campo più libero a una dinamica di alleanze e di rapporti di forza, secondo quanto afferma Bernard Nadoulek. Di fatto, quello che è avvenuto è che lo Stato si è messo a capo di quelle tre rivoluzioni indicate nella sezione precedente del presente contributo, che sono state il motore del passaggio da una logica di Guerra Fredda a quella di guerra economica, piuttosto che svolgere un mero ruolo di garante delle regole del gioco, di controllore della correttezza dello stesso o di strumento di salvataggio in caso di sconfitta. Questo perché esso possiede delle prerogative che non sono alla portata delle imprese, per quanto grandi esse siano, soprattutto in termini di finanziamento a lungo termine e di investimenti lungimiranti in tecnologie costose e settori all’avanguardia. Non solo il finanziamento, ma anche la pianificazione di lunga durata è appannaggio dello Stato piuttosto che delle aziende: è il caso del Commissariato per la Pianificazione Economica in Francia, in vigore dal 1946 al 2006, e a livello europeo delle due strategie decennali rispettivamente di Lisbona, adottata nel 2000 dai Paesi membri dell’UE allo scopo di rendere l’Unione Europea
“la prima economia della conoscenza”, ed Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Vi è poi il caso di capi di Stato e di governo che incarnano personalmente ruoli di tipo economico: emblematici sono gli esempi carismatici di Margaret Thatcher e Bill Clinton, entrambi impegnatisi in prima persona in particolare con l’Arabia Saudita per la stipula di contratti di fornitura, e quello decisamente più duro di Putin, che usa deliberatamente il gas russo come arma allo stesso tempo di dissuasione e di pressione. Il ruolo delle imprese, in questo contesto di guerra economica, sarebbe dunque quello di “truppe”, al fronte se esportano in maniera consistente, nelle retrovie se mantengono saldamente il controllo di nicchie del mercato interno, di sfondamento se svolgono una parte consistente della loro attività in terra straniera. In quest’ultimo caso ci riferiamo soprattutto alle grandi industrie multinazionali, il cui peso e importanza economica vengono stabiliti non tanto in funzione del loro fatturato annuale, bensì sul grado di globalizzazione, cioè sulla loro capacità di conquistare mercati esteri. Questa abilità si può misurare considerando i valori che costituiscono l’indice di transnazionalità di un’azienda, nonché gli attivi detenuti al di fuori del Paese dove ha sede la casa madre, la percentuale di vendite realizzate all’estero e il numero di dipendenti che lavorano all’estero. Vi sono però alcuni elementi che non rendono quest’identificazione di tipo militare così automatica come sembrerebbe. Innanzitutto, la questione della nazionalità delle imprese, soprattutto le multinazionali: analizzando i listini dei principali indici borsistici degli Stati occidentali, ciò che salta immediatamente all’occhio è la quantità di capitali detenuta da residenti stranieri, che molto spesso supera la metà del totale delle società quotate nei listini stessi; in questi casi risulta quindi controverso affermare un’unica nazionalità per queste imprese. Eppure, il concetto di nazionalità è fondamentale per la definizione di guerra economica, poiché quest’ultima cessa di esistere se non vi è nessuna esigenza di difendere delle proprietà interne alla nazione stessa, sia in maniera diretta – con il possesso di quote azionarie da parte dello Stato, ad esempio –, sia in maniera indiretta – garantendone l’indipendenza nei confronti di imprese straniere. Gli Stati Uniti si
confermano, anche in questo caso, in prima linea nella difesa dei propri interessi interni, come hanno dimostrato due interventi dell’amministrazione Bush, rispettivamente nel 2005 e nel 2006, per impedire l’acquisto di Unocal (azienda del settore petrolifero) da parte della China National Offshore Corporation e per costringere la Dubai Port World alla vendita della gestione di sei grandi porti americani a favore di AIG International, una società di servizi finanziari e assicurativi. D’altronde, vi sono almeno tre fattori che permettono di considerare nazionali imprese che, a tutti gli effetti, si fondano invece su capitali internazionali: in primo luogo il territorio dove originariamente la società è stata fondata e ha sviluppato la propria attività, costruendo legami con fornitori e clienti e operando sulla base di prassi non scritte derivanti da una determinata cultura nazionale; in secondo luogo, le norme e i rapporti istituzionali che permettono lo sviluppo dell’impresa, anch’essi dipendenti dal Paese in cui la stessa ha la sede principale; infine, l’ubicazione del centro decisionale, la cultura d’impresa e la nazionalità dei proprietari del capitale. Il secondo elemento che rende problematica l’identificazione automatica delle imprese come “truppe” della guerra economica è la convergenza d’interessi di Stati e imprese. Come già anticipato in precedenza, la logica di potenza degli Stati differisce dalla logica di profitto delle imprese, che spesso si dimostrano indifferenti alle necessità degli interessi nazionali. In realtà, al giorno d’oggi l’economia è forse la preoccupazione principale degli Stati, come pure i suoi operatori i quali, con la conquista di segmenti di mercato su cui vendere le merci prodotte, garantiscono il mantenimento di livelli adeguati di occupazione ed entrate costanti e sicure nelle casse dello Stato sotto forma di imposte, contribuendo così alla gestione degli equilibri sociali e al finanziamento dei servizi pubblici (sanità, istruzione, giustizia, difesa, ecc.). Il fatto che alcune imprese generano occupazione e versano imposte in Stati esteri concorre però, almeno indirettamente, al controllo di un mercato straniero da parte di interessi nazionali ed è a servizio della politica di potenza dello Stato. Questa convergenza d’interessi spiega, in ogni caso, perché gli Stati cercano di promuovere e consolidare le
aziende leader a livello nazionale e internazionale nei diversi settori. Gli Stati Uniti si confermano al primo posto in varie classifiche: con il primato in settori quali quello aerospaziale e della difesa (Boeing Co.), quello farmaceutico e nella grande distribuzione (con Walmart che da diversi anni si conferma come la prima multinazionale mondiale per fatturato), sono lo Stato con il più alto numero di multinazionali di punta, seguiti dalla Germania, che detiene il primato nei settori automobilistico (Volkswagen) e chimico (BASF) e Cina, le cui imprese statali dominano soprattutto il settore petrolifero (Sinopec Group e China National Petroleum Corporation); l’Italia, grazie al primato di Exor, gode di una posizione di rilievo nel settore dei servizi finanziari. È palese, anche agli occhi della sempre più informata opinione pubblica, che l’apertura di filiali all’estero da parte delle multinazionali o la delocalizzazione della produzione – anche da parte di imprese di dimensioni inferiori – in virtù dei minori costi sostenuti non favorisce l’occupazione interna, indicatore di potenza economica (nonché di controllo sociale) tanto caro agli Stati. Partendo da questa constatazione, gli Stati hanno sviluppato due tipi di atteggiamento in merito: il più diffuso è cercare di incentivare le società straniere a investire sul proprio territorio con politiche fiscali e normative più vantaggiose (ambito in cui l’Italia è fanalino di coda fra i Paesi occidentali, a causa delle inefficienze della triade burocrazia, fiscalità e giustizia civile), mentre il secondo è un tipo di approccio attuato, ancora una volta, dagli Stati Uniti della prima presidenza Clinton, con la proposta di sostenere le imprese presenti sul territorio statunitense a prescindere dalla loro nazionalità, allo scopo di creare o mantenere l’occupazione nazionale. La conclusione che si può trarre da quanto analizzato finora è dunque quella di uno scenario in cui imprese e Stati si muovono nell’arena della competizione economica non collaborando strettamente (anche perché si tratterebbe di una constatazione ingenua), ma utilizzando le rispettive armi e carte vincenti che, in taluni casi, contribuiscono e favoriscono le logiche di intervento delle une e degli altri. Considerato, d’altra parte, il ruolo che lo Stato sempre più deve assumere nel contesto delle relazioni economiche internazionali, destabilizzando l’impianto
liberale finora prevalente a livello globale, si può immaginare un futuro in cui Stati e imprese dovranno, a tavolino, trovare un equilibrio che tenga conto delle reciproche prerogative. La grande recessione causata dalla crisi finanziaria dell’agosto 2007, a motivo della sua eccezionale gravità che coinvolge tutti i Paesi e per cui è impensabile che vi sia qualcuno che ne uscirà vincitore a discapito degli altri, favorisce nelle relazioni internazionali una dialettica in cui vengono rimesse al centro le logiche multilaterali dei grandi organismi, FMI e Unione Europea in testa, ma anche OMC e ONU. I Paesi del G20, che sostituirà gradualmente il G8 come principale forum economico delle nazioni più sviluppate, mantengono ufficialmente il dialogo come metodo di regolamentazione delle difficoltà economiche, anche perché l’urgenza della situazione economica sembra richiedere una risposta collettiva per salvare la finanza ed evitare la contrazione degli scambi, senza ricadere perciò in quel cortocircuito di natura economica generatosi negli anni Trenta del Novecento che portò agli avvenimenti storici mondiali e soprattutto europei che ben si conoscono. Tuttavia, la contraddizione è dietro l’angolo: se questo è, infatti, il discorso ufficiale mantenuto dagli Stati, la realtà dei fatti dimostra come la necessità di conservare le porzioni di mercato acquisite sia preponderante rispetto all’imperativo di solidarietà nel settore finanziario, aumentando così le tensioni già abbastanza elevate a causa della crisi. Quest’ultima, d’altra parte, se nella percezione generale è connotata esclusivamente in senso negativo, si rivela spesso una grossa opportunità per le imprese che le sopravvivono di conquistare nuovi “territori” rimasti sprovvisti di fornitori (in Francia, esse sono sostenute in questo tipo di attività da Ubifrance, l’Agenzia francese per lo Sviluppo Internazionale delle Imprese, di cui il corrispettivo italiano è l’Agenzia ICE). Ecco che torna dunque la logica di guerra economica, che ci aiuta ancora una volta a comprendere atteggiamenti che potrebbero sembrare discordanti, se non addirittura schizofrenici, e che devono invece essere letti come l’evoluzione dei rapporti postGuerra Fredda, dove le alleanze non più militari consentono di non sentirsi
vincolati a costo della vita ai propri partner, ma addirittura di considerarli dei concorrenti commerciali e di trattarli di conseguenza. Il mondo post-bipolarismo, quindi, non è più un unico scacchiere dove solo due giocatori muovono di volta in volta le loro pedine, ma è composto di numerosi scacchieri sovrapposti dove si conducono partite spesso legate le une alle altre. Si potrebbe affermare che resta valido il concetto di multipolarismo adottato per definire le relazioni internazionali successive alla fine della Guerra Fredda, benché non vada interpretato in senso idilliaco e come orizzonte di una definitiva concordia fra i popoli, bensì in senso di guerra economica e come scena su cui gli Stati-attori assumono sempre più i ruoli ambivalenti di partner/concorrente e sempre meno quelli di alleato/avversario, che si escludono a vicenda. Secondo questa lettura, ai due blocchi della Guerra Fredda sarebbero succeduti tre blocchi: il primo sarebbe lo spazio di potenza ancora teorica ma in via di erosione progressiva del mondo occidentale, eccezion fatta forse per gli Stati Uniti; il secondo sarebbe l’ampio spazio di manovra delle nuove potenze, in continua (anche se al giorno d’oggi rallentata) espansione anche per quanto riguarda il numero dei Paesi che ne farebbero parte; il terzo, infine, corrisponderebbe allo spazio di sopravvivenza dei Paesi non compresi nei due blocchi precedenti, un nuovo ipotetico Terzo Mondo. L’analisi che i due esperti Christian Harbulot e Didier Lucas conducono a proposito delle strategie di potenza fino al 2020 conferma tuttavia la generale crisi del multilateralismo e la riaffermazione della sovranità e della potenza degli Stati nazionali. È opportuno ribadire che le alleanze interne ai tre nuovi blocchi di cui abbiamo appena presentato la proposta non hanno il carattere necessario delle passate alleanze, anzi vi sono collegamenti anche molto stretti fra Paesi che integrano blocchi diversi. Si pensi, ad esempio, alla complessità del rapporto CinaUSA: rivali nell’Africa subsahariana, dove si affrontano in una guerra per le risorse senza esclusione di colpi, ma reciprocamente dipendenti a causa del finanziamento del debito pubblico statunitense tramite l’acquisto di buoni del Tesoro americano, da un lato, e dei consistenti investimenti diretti all’estero su cui si sostiene la
crescita del gigante asiatico, dall’altro. Le analisi, in questo senso, sono ambivalenti: c’è chi sostiene che la Cina non si accontenterà del secondo posto a livello mondiale e che fin d’ora, tramite la dipendenza economica e il trasferimento di tecnologia, mostra ciò di cui sarà capace nelle offensive di una futura, probabile guerra del Pacifico; c’è chi invece legge con maggiore preoccupazione l’alleanza strategica con l’India sulle alte tecnologie, che potrebbe mettere in scacco le potenze occidentali sprovviste di una simile arma. Nonostante tutto, anche tenendo conto di questi scenari in cui i Paesi emergenti avrebbero finalmente la meglio sul vecchio Occidente, gli Stati Uniti restano ancora l’incontestabile leader della globalizzazione, anche in virtù della loro sapiente difesa degli interessi nazionali.La guerra economica come mezzo al servizio delle strategie di potenza degli Stati, siano esse di natura geopolitica o geo-economica, può assumere tre diverse tipologie: guerra economica con finalità economiche; guerra economica con finalità politico-strategiche; guerra economica con finalità militari. La prima forma è l’oggetto di tutti i discorsi fatti finora, sarà ulteriormente approfondita nella sezione seguente e non è altro che l’indebolimento degli avversari sui mercati internazionali attraverso l’espansione della forza economica dei singoli Stati. La seconda forma si esplicita principalmente nelle sanzioni intese come danni economici imposti a un Paese affinché cambi politica. Si tratta di un’arma antica della guerra economica, di cui molti sono gli esempi recenti e contemporanei: le sanzioni economiche imposte dalla Società delle Nazioni contro l’Italia in seguito alla guerra d’Etiopia, quelle contro il Sudafrica al tempo dell’apartheid e le più recenti e ancora in vigore “misure restrittive”, come vengono definite nel gergo dell’UE, a danno della Russia in risposta alla crisi in Ucraina, di carattere diplomatico (sospensione del G8), finanziario (congelamento dei beni e restrizioni di viaggio) e più specificamente economico (divieti di importazione e di esportazione in settori specifici). La terza forma di guerra economica, dal momento che per lo più assume le forme della seconda, se ne differenzia esattamente per il fine; in questo caso, ne sono esempi le sanzioni economiche contro l’Iraq di
Saddam Hussein negli anni Novanta (successive alla prima guerra del Golfo ma interrotte con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1483 del 2003), l’embargo sulle armi imposto su tutti i territori dell’ex Jugoslavia pochi mesi dopo l’inizio della guerra in Croazia (determinante per l’andamento della guerra in Bosnia-Erzegovina) e l’attuale embargo sulle armi nei confronti della Siria, causato dalle violente repressioni del governo che nel 2011 hanno dato avvio alla guerra civile ancora in corso. Sarebbe auspicabile pensare, come alcuni teorici sostengono, che la prima forma di guerra economica abbia soppiantato quasi completamente gli scontri bellici diretti, almeno fra le grandi potenze del pianeta. Tuttavia, la guerra cosiddetta tradizionale non si è davvero ritirata in favore della sua forma meno virulenta (e sicuramente meno sporca di sangue), come auspicano i liberali da ormai due secoli. Gli scenari di alcuni importanti conflitti degli ultimi vent’anni dimostrano piuttosto come ciò che avviene sia una sostanziale sovrapposizione e un intreccio fra guerra classica e guerra economica. Questa constatazione può essere verificata in quasi tutti i continenti: in Africa, ad esempio, le guerre che insanguinano la regione dei Grandi Laghi sono contemporaneamente lotte per il potere e per il controllo delle risorse naturali. Il caso della Repubblica Democratica del Congo è emblematico con le regioni del Nord e Sud Kivu che, dopo il genocidio del Ruanda nel 1994, sono state il teatro di atrocità belliche permanenti causate da conflittualità di tipo etnico (scontro plurisecolare fra nilotici e bantu, esacerbato ma tenuto a bada in epoca coloniale ed esploso in seguito all’indipendenza dei Paesi dell’area) intrecciate a questioni territoriali (alcune etnie rivendicano le terre di grandi proprietari appartenenti ad altre etnie) e a ragioni di tipo economico (per il controllo delle zone di estrazione di rame, cobalto, diamanti, oro, zinco e altri metalli di base). In Europa, le motivazioni politiche della già citata crisi ucraina (opposizione russa all’Accordo di Associazione con l’Unione Europea, annessione della Crimea e proteste filorusse nelle altre regioni dell’Ucraina orientale) sono legate a doppio filo con motivazioni economiche più o meno evidenti, come la necessità per la Russia di mantenere il controllo del porto di Sebastopoli
(fondamentale per i suoi traffici commerciali), l’importanza di Kiev sul mercato internazionale dei cereali (secondo esportatore mondiale nel 2014) e la sua posizione strategica come corridoio di importanti gasdotti diretti verso il continente europeo. Il caso siriano, infine, è esemplificativo di quanto sul quadrante geopolitico mediorientale pesino considerazioni di tipo economico legate principalmente alle risorse energetiche: all’origine del mancato intervento occidentale in una guerra che infiamma ormai da cinque anni ci sarebbe la relativa povertà di idrocarburi e gas naturale dei giacimenti controllati da Damasco, che non motiverebbe quindi i costi ingenti di una mobilitazione

sovranismi limitati, di giuseppe germinario

Il 2019 non passerà certamente alla storia come un anno epocale, ma sarà comunque ricordato negli annali politici d’Italia almeno come un punto cruciale di svolta del movimento, per meglio dire dell’area cosiddetta sovranista, definito tale in quanto sostenitore di un recupero delle prerogative sovrane dello stato nazionale nel sistema di relazioni interne ed esterne di una formazione sociale. Più che di sostegno di un obbiettivo politico ben definito, si dovrebbe parlare di mera aspirazione. La quasi totalità di questa area di opinione piuttosto che coagularsi in formazioni politiche chiaramente connotate in tal senso ha preferito sino ad ora affidarsi a partiti già ampiamente strutturati e radicati, almeno elettoralmente, quali la Lega e il M5S, ma che nel migliore dei casi assumevano solo alcuni aspetti di questo orientamento cosiddetto sovranista: l’euro, i margini di deficit, i flussi migratori e per di più in maniera assolutamente estemporanea. La congiunzione astrale che ha portato alla formazione del primo Governo Conte ha certamente vellicato le aspirazioni e offerto una parvenza di concretezza a questo auspicio congelando i propositi e le velleità di costruzioni politiche alternative con tale impronta.

La crisi latente e poi manifesta del primo Governo Conte, la deriva smaccatamente opportunista e trasformista del M5S, il confronto politico più sottotraccia nella Lega che sta portando comunque il partito verso un progressivo riallineamento, non si sa se meramente tattico, alle tesi europeiste e nei canoni tradizionali del confronto politico hanno scoperchiato improvvisamente il calderone. Ne sono sorte nuove formazioni politiche le più significative delle quali- Nuova Direzione, Patria e Costituzione, Vox Italia- hanno assunto la lotta di classe come motore determinante e dirimente per affermare una strategia sovranista vincente in quanto suscettibile di emancipare i ceti popolari. Una impronta che intende collocarsi a grandi linee nel solco della tradizione gramsciana, marxista ed internazionalista.

Una novità significativa se non in assoluto almeno nel minoritario arcipelago sovranista. Sino ad ora la sinistra e le stesse componenti neosocialiste e progressiste avevano brillato negli ultimi trenta anni, specie in Italia, per il progressivo scivolamento verso posizioni globaliste e cosmopolitistiche che tendevano a rimuovere e negare la funzione degli stati, in particolare degli stati nazionali o a riconoscere ad essi, tuttalpiù, una funzione regressiva. In queste nuove formazioni il ruolo dello stato, in particolare ma non sempre di quello nazionale, torna ad occupare un posto di primo piano.

Una prima disamina dell’impianto teorico ed analitico per altro comune a queste organizzazioni può aiutare a comprendere il respiro di queste iniziative senza cedere però alla tentazione di trarre deterministicamente giudizi inequivocabili sul piano della loro azione politica concreta. Quasi tutti i movimenti politici, specie quelli rivoluzionari, susseguitisi nella storia sono per altro stati pressoché condannati ad una qualche forma di eterogenesi dei fini; la cautela è quindi d’obbligo specie in una fase di transizione durante la quale è particolarmente difficoltoso riuscire a produrre un corpo teorico coerente ma adeguato alle dinamiche politiche.

Si parte quindi dalla constatazione che il capitalismo sia il rapporto sociale dominante, se non addirittura ormai esclusivo ed “assoluto”, capace di pervadere non solo l’intero pianeta ma anche i vari ambiti della vita umana dei singoli. Da qui la suddivisione classica e dirimente della società tra i capitalisti dominanti e i subalterni dominati e oppressi. La caratteristica fondamentale del capitalismo maturo è la sua liquidità ed estrema mobilità. Particolarità che caratterizza i capitalisti dominanti nel ruolo parassitario di percettori di rendite e come figure sempre meno vincolate da limiti e legami territoriali.

Il carattere parassitario e predatorio dei capitalisti dominanti ha innescato una dinamica accelerata e diffusa di accentuazione delle ineguaglianze e dello sfruttamento, di vera e propria espropriazione e precarizzazione della condizione di lavoro ed umana in generale.

La rappresentazione sociale conseguente a questa chiave di lettura si riduce ad una forbice che vede un decimo della popolazione detenere la ricchezza e il dominio sul restante 90% progressivamente pauperizzato. Un rapporto più realistico rispetto a quello 1 a 99 in auge sino a qualche tempo fa nella pubblicistica movimentista, ma comunque sorprendente considerata la capacità di tenuta del sistema. In effetti qualche riserva sulla attendibilità di questa rappresentazione deve aver colto i più avveduti visto che la permeabilità, altrimenti indecifrabile, dei due blocchi sociali così nettamente divisi sarebbe in realtà consentita dal peso diverso che avrebbe la rendita nelle varie figure sociali dal carattere di fatto ibrido. In linea di massima, però, la tenuta del sistema è garantita soprattutto dalla crescente attitudine al controllo e dalle capacità persuasive ed egemoniche di un sistema mediatico e culturale interamente sotto controllo della classe dominante.

La conduzione pratica della lotta di classe e l’esercizio di espropriazione ad opera dei capitalisti procede prevalentemente attraverso questa modalità:

  • Lo svuotamento progressivo delle prerogative degli stati nazionali con la cessione di competenze agli organismi sovranazionali (UE, FMI, BCE, ect)
  • la dismissione progressiva ai privati della gestione dei servizi e degli interventi diretti nelle attività produttive e l’inaridimento progressivo del welfare
  • l’appropriazione di plusvalore non soltanto attraverso l’acquisizione del pluslavoro dai salariati, ma da un processo di vera e propria rapina e alienazione generalizzate

Anche se le posizioni del capitalismo globalista riguardo alla sorte dello stato nazionale spaziano tra l’intenzione di annichilirlo e quello di asservirlo strettamente ai propri interessi, di fatto il conflitto di classe si alimenta tra la propensione alla territorialità e al comunitarismo dei ceti subalterni e la propensione globalista e mondialista dei dominanti. Di conseguenza ogni progetto di emancipazione deve passare attraverso un recupero delle prerogative statali il cui esercizio implica di per sé l’esistenza di un territorio delimitato; ogni pratica realmente sovranista deve avere necessariamente una connotazione anticapitalista e socialista; i soggetti portanti e antagonisti del conflitto sono quindi le vittime del capitalismo, in particolare i precari da un lato e i capitalisti, identificati nei rentier della finanza, dall’altro.

Si tratta di impostazioni teoriche ed analisi di dinamiche dalle pesanti implicazioni nelle strategie politiche, nelle tattiche, nell’individuazione di avversari ed alleati e della composizione dei blocchi sociali a supporto del progetto politico.

L’enfasi pressoché esclusiva riservata al conflitto di classe elude completamente l’evidenza dei conflitti tra centri, definiti da chi scrive al momento capitalistici, compresi quelli tra centri finanziari ed ignora il dato storico che un successo radicale dei ceti subalterni, sia soprattutto nella forma rivoluzionaria ma anche in quella riformistica, si è realizzato nei momenti di maggior asprezza e distruttività del conflitto, chiamiamolo per il momento così, tra dominanti. L’assegnazione di una posizione di dominio assoluto al capitalismo finanziario tende a conformare il ceto dei rentier ad una cupola capace di esercitare il dominio globale ed assoluto sulla società uniformata. Il conflitto e la competizione tra dominanti, per l’esattezza tra centri egemonici, è al contrario la caratteristica principale costante delle dinamiche politiche che interagisce con le dinamiche dei conflitti sociali, specie di classe, di natura verticale; conflitti, questi ultimi che esplodono e che soprattutto conseguono successi significativi per i subalterni solo in alcune contingenze e solo quando a questi si associano quote significative di classi dirigenti e di ceti professionali in grado di esercitare il . Soprattutto conoscono lunghi intervalli di latenza politica e la particolare contingenza, dovuta a motivi soggettivi che oggettivi di frammentazione e ricomposizione sociale, si può benissimo inserire in questa fase

Analoga approssimazione viene rivelata nel tentativo di individuare la composizione dei soggetti costitutivi dei blocchi sociali oggettivamente contrapposti. L’attribuzione della posizione di dominio assoluto ai rentier finanziari pone il problema della collocazione dei restanti soggetti imprenditoriali (capitalistici) e di tutta la gamma di ceti e strati sociali. Il dilemma viene solitamente risolto o con l’affermazione che i capitalisti sono costitutivamente globalisti (es. Porcaro) oppure che trattandosi di settori residuali e decadenti sono ininfluenti e destinati a scomparire, rimuovendo quindi un problema sia pur transitorio. Da una parte quindi si ignora il dato storico che nel momento in cui una formazione sociale ha cercato l’emancipazione da quella subordinata alla posizione dominante, ha trovato in questi ceti una propulsione decisiva. Non si spiegherebbe, infatti, a titolo di esempio il successo dell’economista List nei momenti di formazione delle potenze statunitense, tedesca e giapponese contrapposte a quella inglese di fine ‘800. Dall’altra, con l’enfasi esclusiva attribuita alla polarizzazione delle diseguaglianze e ai processi di proletarizzazione, in termini attuali ma dal significato però profondamente diverso glebalizzazione (Fusaro) si travisano gravemente la situazione e le dinamiche legate alla funzione e alla condizione degli strati sociali intermedi (detti ceti medi). Quello che il concetto di glebalizzazione evidenzia e rappresenta è la divaricazione progressiva e scandalosa tra la condizione di dominio e privilegiata del vertice della piramide sociale e la condizione di servaggio della sua base sempre più estesa e appiattita, condannata ad una condizione informe, precaria e instabile. Quello che invece elude è la stratificazione di questa base, molto più complessa di come viene rappresentata e contraddittoria nelle sue tendenze di sviluppo nelle varie aree geoeconomiche. La composizione degli strati intermedi della società, dei quali si declama la progressiva sparizione soprattutto verso il basso della scala sociale, dipende in realtà da una serie di fattori:

  • dai cambiamenti tecnologici che rideterminano la divisione del lavoro e delle funzioni, la varietà delle competenze professionali, le capacità e la qualità di controllo e in buona parte le gerarchie
  • dal carattere emergente o declinante delle formazioni sociali, in termini di potenza politico-economica e di conseguente complessità della loro composizione
  • dal peso della conflittualità sociale e politica nel determinare a sua volta l’articolazione delle strutture di controllo e di comando
  • da politiche consapevoli di redistribuzione di redditi e diritti (es proprietà immobiliari) volte a favorire artificiosamente lo status e la dimensione di questi strati

Se infatti il peso di questi strati intermedi si sta riducendo e la loro condizione economica si sta appiattendo in gran parte del mondo occidentale, una tendenza esattamente contraria si sta manifestando nelle formazioni emergenti a cominciare dalla Russia, dalla Cina, dall’India e dal Brasile, ma non solo da quelle parti.

Vi è inoltre un aspetto transitorio del fenomeno, legato alle trasformazioni tecnologiche e alla riconsiderazione dei ruoli e delle funzioni ascrivibili ad esse, difficile al momento da valutare nelle dimensioni e nella qualità.

Per finire una tale rappresentazione tende a presentare questo appiattimento, relativo o presunto che sia, come un fenomeno meramente redistributivo della ricchezza, eludendo invece la questione ben presente dei ruoli, delle funzioni e dello status. Proprio l’Italia, guarda caso, potrebbe essere un esempio apparentemente paradossale di appiattimento redistributivo al ribasso delle competenze professionali e di funzioni in una situazione di estrema divergenza tra la condizione economica dei vertici di comando ed il resto. L’esercizio delle funzioni continuano però ad avere un ruolo essenziale nella stratificazione e nella collocazione sociopolitica degli individui.

Al contrario il concetto di plebe e di glebalizzazione tende ad attribuire un carattere avulso sia alla élite dominante che alla massa marginalizzata.

Le implicazioni politiche di questa analisi assolutamente prevalente negli ambienti sovranisti, specie in quelli sinistrorsi, sono particolarmente pesanti.

Assumendo la condizione di dominio assoluto del capitalismo finanziario si tendono a rimuovere le contraddizioni ed i conflitti spesso dirompenti e distruttivi fra i vari centri finanziari; si evidenzia esclusivamente il suo carattere parassitario e si elude completamente la funzione positiva e proattiva di drenaggio e di trasferimento di risorse non solo tra strati sociali ma anche tra settori economici e formazioni sociopolitiche, contribuendo così a determinare la particolare condizione di potenza e le aree di influenza delle varie formazioni. Si riduce di fatto il capitalismo finanziario al solo capitalismo finanziario occidentale ad egemonia americana, rendendo così di fatto impalpabile la natura degli analoghi sistemi finanziari delle potenze concorrenti, in particolare russi e cinesi. Si glissa sulla funzione dinamica e sulla capacità attrattiva del capitalismo, per meglio dire del rapporto sociale di produzione capitalistico, che ha fatto di questo ormai il sistema socioeconomico predominante, pressoché esclusivo, dell’intero pianeta comprese le formazioni sociali eurasiatiste e socialiste presenti e offerte come sistemi sociali alternativi e antitetici, risolutivi delle ingiustizie sociali.

In realtà questi centri finanziari sono per lo più parte integrante di sistemi complessi di impresa a loro volta componenti più o meno decisivi di centri politici decisionali strategici in costante rapporto di cooperazione e conflitto. Sono questi centri che agognano, operano ed esercitano quel potere che conforma le varie forme di dominio, compreso quello capitalistico nel sistema di produzione. Il luogo è lo strumento principale di conflitto e di esercizio del potere e dell’azione politica di costoro rimane ancora, direi sempre più, lo Stato.

Si arriva quindi ad un altro punto debole dell’analisi e dell’azione politica di questa area politica. Si tende a vedere il rapporto tra Stato e capitalismo finanziario di natura esclusivamente antagonistica con il secondo che tende a sopprimere del tutto le prerogative dell’altro o tutt’al più a ridurlo a mero esecutore di funzioni repressive. In realtà questi stessi centri finanziari per agire hanno bisogno di un quadro normativo, del sostegno politico, giudiziario e militare, delle capacità persuasive delle istituzioni e delle strutture statali, in particolare di quelle dello stato espressione dei centri politici egemonici e dominanti per competere e confliggere con altri stati, altre imprese e altri sistemi economici. Possono anche dichiararsi ed ambire ad una visione cosmopolitica e soggettivamente possono essere preda di questo punto di vista; ma sono come cavalli liberi di correre a piacimento finché le briglie rimangono sciolte; finché prosaicamente la loro libertà di movimento coincide sostanzialmente con la capacità egemonica di un centro di potere, detentore delle leve dello stato egemonico. Non si tratta quindi di contrapposizione tra lo Stato detentore e difensore del “bene pubblico” e del capitalismo impegnato nell’affermazione del bene privato dei possessori di capitale, bensì di conflitto tra centri decisionali nell’occupazione delle leve e nell’attuazione di politiche tese a formare quel blocco, quella coesione sociali e quella forza necessari al conseguimento degli obbiettivi interni ed esterni entro il quale agiscono le dinamiche capitalistiche; in altre parole di quel “bene pubblico” interpretato in termini però più prosaici.

Impostata in questi termini la questione, si rivela limitativo, se non capzioso, l’approccio al tema dello Stato e del suo esercizio di sovranità offerto da questa area. Si afferma che la sovranità è, esiste e va sostenuta solo se popolare e nella attuale forma costituzionale. Di fatto però si confonde l’esercizio della sovranità, proprio dei centri decisionali con la forma di legittimazione che modella in pratica le istituzioni. Un equivoco che porta a fraintendere, specie nelle contingenze più critiche, la natura e la fattualità della partecipazione popolare anche nei regimi cosiddetti democratici. Dall’altra tende ad interessare un unico e particolare aspetto dell’intervento statale: quello della redistribuzione legata alla pratica del welfare e in subordine quello dell’intervento pubblico diretto in economia visto in termini di bene pubblico piuttosto che di efficacia nel garantire gli interessi strategici, l’efficacia e la coesione di una formazione sociopolitica gestita da centri decisionali. Ed infatti più che di capitalismo, si dovrebbe parlare di capitalismi nelle varie conformazioni dettate dalla storicità delle formazioni sociali e dalla dinamica delle decisioni politiche e del confronto dei centri decisionali.

Tale approccio tende da una parte ad attribuire poteri autonomi ad organismi sovranazionali che in realtà sono il concentrato della capacità operativa di stati egemoni e il campo di definizione dei contenziosi; dall’altra non consente di individuare sufficientemente le dinamiche e la natura del confronto politico; preclude la possibilità di individuare la formazione di un blocco sociale, comprensivo di ceti professionali, imprenditoriali e manageriali idonei e disponibili a sovvertire la situazione. Un ambito dove questo limite risalta è proprio quello della salvaguardia e del potenziamento della grande industria strategica, laddove ai proclami di difesa non corrisponde lo sforzo di individuazione delle forze interne a quelle realtà sensibili al problema. Si punta ad attribuire una capacità egemonica a forze di per sé marginali e marginalizzate, dalle quali non si sa come dovrebbero sorgere le élite capaci di guidare il cambiamento.

Da qui la sopravvalutazione dell’importanza dell’interlocuzione con gli ambienti del M5S e la preclusione della stessa con gli ambienti della Lega. Quasi che il carattere popolare del salario di cittadinanza sia qualificante rispetto alla quota 100 propugnata da una Lega insensibile a queste istanze. Da qui l’attenzione agli strati marginalizzati dai primi e la rimozione e la rinuncia alle possibilità di intervento negli strati professionalizzati ed imprenditoriali maggiormente rappresentati dai secondi. In realtà un impegno alla redistribuzione e al ripristino dei diritti e delle opportunità di base a favore di tutta la popolazione, proprio di forze socialiste o comunitarie, può essere proposto in funzione della coesione, della forza e della dinamicità di una formazione sociale e delle istituzioni che la governano, dove il discorso di potenza deve avere uno spazio fondamentale come quello riservato alle tematiche più care e tradizionali. Tutto ciò non esclude il conflitto sociale, sia all’interno che all’esterno del blocco di riferimento; anzi lo valorizza e lo indirizza più efficacemente. In caso contrario non fa che assecondare, involontariamente o meno, quei processi involutivi che stanno rapidamente e radicalmente riconducendo all’ovile quelle forze, in particolare Lega e ormai definitivamente M5S, che avevano rivelato qualche velleità emancipatoria senza nemmeno tentare di discernere all’interno di esse il grano dal loglio; non solo, riduce l’impegno politico di convincimento e aggregazione del blocco sociale ad un problema di mera comunicazione sulla falsariga di quel recupero approssimativo di Gramsci e del suo concetto di egemonia già avvenuto in America Latina

Bisognerà probabilmente fare un ulteriore sforzo di definizione di campo di intervento. Tutte queste forze si definiscono socialiste o comunitariste e, quindi, anticapitaliste. Il capitalismo è un rapporto sociale di produzione; il socialismo è invece un regime politico, sia pure nelle diverse accezioni nel corso degli ultimi due secoli. Si parla di anticapitalismo, ma in realtà si propugna una forma di regolazione del capitalismo, diversa dal liberismo, dal totalitarismo e via dicendo. Far corrispondere le parole alle cose potrebbe aiutare ad individuare meglio interlocutori ed avversari ed evitare quella disinvolta permeabilità che ha fatto sino ad ora naufragare simili iniziative e le migliori intenzioni.

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http://www.patriaecostituzione.it/manifesto-per-la-sovranita-costituzionale/

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http://antropologiafilosofica.altervista.org/quale-socialismo/?fbclid=IwAR3ABSerWdt8hybl3kNOxIwalORbn0UnIZzdm5GlUSlpq6lhu03KDS1JK8Y

https://www.sinistrainrete.info/politica-italiana/15333-mimmo-porcaro-note-sulla-fase-politica.html

 

Una nuova tipologia di guerra : la guerra economica_1a parte, di Giuseppe Gagliano

Una nuova tipologia di guerra : la guerra economica
La realtà della guerra economica veniva fin dal XIX secolo percepita da intellettuali
del calibro di Victor Hugo e da studiosi dei campi più disparati come l’ineluttabile
evoluzione della logica di conflitto, che da guerra materiale, combattuta sui campi
di battaglia dai soldati con le armi, si sarebbe trasformata in un confronto più
“addolcito” fra mercati nazionali sul campo del commercio internazionale e, infine,
in un aperto scambio di idee fra spiriti liberi. Ciò che gli ultimi vent’anni
evidenziano, però, non è certo uno scenario internazionale in cui gli scontri sono
meno aspri di quando imperversavano ordigni e bombe sull’Europa: infatti la
concordia fra le nazioni non si è realizzata nemmeno in Occidente, fra Stati Uniti e
Unione Europea, per non parlare del resto del mondo, dove la democrazia resta
ancora un ideale per miliardi di individui, nonostante i notevoli passi avanti
compiuti in questo senso in tutti e cinque i continenti. Oltre a una generale
disillusione sulla reale portata di quel progresso la cui idea ha definito in maniera
netta la modernità, rimane quindi la convinzione che la guerra convenzionale si
possa esprimere naturalmente nell’economia, attraverso quella “guerra
economica” la cui definizione appare per la prima volta all’epoca della Prima
Guerra Mondiale come componente della guerra totale cara al generale tedesco
Erich Ludendorff. Risulta così assodato, ormai, che l’economia non è
esclusivamente la posta in gioco della guerra convenzionale.
Il concetto di guerra economica sembra essere diventato un tema “alla
moda” non solo nell’ambito degli studi strategici, ma anche – più in generale –
all’interno di un certo dibattito geopolitico che, orfano di una Guerra Fredda che
per quattro decenni aveva polarizzato tutte le attenzioni e cancellato ogni speranza
rispetto a una possibile “globalizzazione felice” e alla definitiva vittoria del
multilateralismo degli anni Novanta, doveva presto trovare uno schema
interpretativo dei rapporti sullo scacchiere globale. Secondo questa concezione,
dunque, il XXI secolo segnerebbe il ritorno della politica internazionale dominata
dagli Stati in pieno possesso della loro sovranità, impegnati a garantire la
perpetuazione della propria potenza in un complesso gioco di alleanze e diffidenze.
È pur vero però che, come sempre accade, il successo anche mediatico di una
definizione è foriero di molti malintesi, interpretazioni poco precise e una generale
banalizzazione dei termini del discorso. Scopo del presente contributo sarà perciò
individuare con precisione questo nuovo oggetto teorico e pratico e valutarne la
reale portata e gli strumenti tramite i quali agisce come concetto interpretativo,
per dare un’immagine più aderente alla realtà storica ed evitare schematizzazioni
semplicistiche che non contribuiscono a una vera comprensione dei fenomeni.
Natura e scopo della guerra economica
Uno dei primi a parlare di guerra economica nel senso in cui la si intende
oggi è stato l’ex Consigliere del Presidente francese Georges Pompidou, Bernard
Esambert, che nel 1991, ossia paradossalmente proprio all’inizio del decennio di
relativa pace nei rapporti internazionali seguito al crollo dell’URSS e precedente
l’attacco alle Torri gemelle di New York, pubblicò un’opera controcorrente per
l’epoca. Fin dalle prime pagine La guerra economica mondiale sfatava il mito allora
in costruzione di un mondo multilateralista e pacifico sotto l’egida dell’ONU. In un
contesto di economia globalizzata quale potenzialmente si presentava all’indomani
della caduta del comunismo e del conseguente ingresso di un consistente numero
di economie nazionali sul mercato globale, l’antico colonialismo territoriale si
trasformava in conquista delle tecnologie più all’avanguardia e dei mercati più
redditizi. Alla violenza delle armi si sostituirebbe dunque una lotta a suon di
prodotti e servizi, la cui esportazione costituisce il mezzo a disposizione di ogni
nazione per cercare di vincere questa guerra di tipo nuovo, in cui le imprese
costituiscono gli eserciti e i disoccupati le vittime. L’origine di questa guerra è da
ricercare nella confluenza di tre rivoluzioni, di cui ricostruiremo qui di seguito la
cronologia.
Si è visto come il concetto di guerra economica non sia di recente
definizione. La sua forma contemporanea, tuttavia, può essere fatta risalire
all’immediato secondo dopoguerra e, più precisamente, alla firma degli accordi del
GATT nel 1947, evento che pone le basi (regolamentate) della competizione
commerciale multilaterale allo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio
mondiale. L’ambito originario dell’accordo era comunque di portata limitata, dal
momento che restarono esclusi sia il settore primario sia il settore terziario,
divenuti oggetto di discussione dei negoziati solo a cavallo del passaggio di
millennio; inoltre, anche la logica dei blocchi e il contesto geopolitico della Guerra
Fredda limitavano le rivalità economiche, evidenziando maggiormente la necessità
della solidarietà interna fra le varie economie di mercato piuttosto che prese di
posizione a difesa di singoli prodotti e/o settori industriali.
Questa situazione di relativo equilibrio viene scossa nel 1991 dalla caduta
del blocco comunista, che lascia il posto al modello capitalista (e in particolare alla
sua forma neoliberista) come unico sistema economico funzionante a livello
mondiale. Non solo gli ex Paesi comunisti vengono integrati a poco a poco
nell’economia mondiale (l’ingresso della Cina nell’OMC, istituzione nata dal GATT,
è del 2001, quello della Russia del 2011), ma anche i Paesi del cosiddetto Terzo
Mondo spingono per accedere ai mercati globali: è il trionfo della globalizzazione,
iniziata negli anni Settanta con le prime misure di deregolamentazione e il nuovo
scenario politico-economico di un mondo non più diviso in due. Quella che sembra
essere un’unificazione finalmente pacifica di tutte le nazioni all’insegna del libero
scambio non è altro, in realtà, che un presupposto per la conduzione di una nuova
guerra, finalmente a carte scoperte e non più mascherata dalla contrapposizione
militare fra blocchi della Guerra Fredda: la guerra economica. Come molti analisti
sottolineano, vi è in effetti uno spostamento delle politiche di potenza dal terreno
militare e geopolitico, dove assumevano per l’appunto la forma di scontro fra
blocchi anche in conflitti periferici, al terreno economico e commerciale, dove le
nazioni si contendono l’accaparramento di risorse e mercati. Gli scambi
commerciali, in quest’ottica, non sarebbero altro che una delle modalità della
guerra nel momento in cui si indebolisce il suo fronte armato; perciò investimenti,
sovvenzioni e azioni di penetrazione dei mercati esteri non sarebbero altro che
l’equivalente delle dotazioni in armamenti, dei progressi tecnici del settore bellico
e dell’avanzamento militare in territorio straniero. È evidente che siamo ben
lontani dalle visioni degli intellettuali illuministi e ottocenteschi che auspicavano
un “addolcimento” delle relazioni internazionali grazie al libero movimento di beni
e idee. Sarebbe tuttavia riduttivo pensare che la geo-economia cancelli la
geopolitica. Fra gli altri studiosi della questione, Christian Harbulot insiste sul fatto
che esistono scacchieri diversi che si intersecano parzialmente: scambi armoniosi,
guerra economica e mire geopolitiche possono coesistere e anche interagire,
poiché si inscrivono in mondi dalle logiche autonome ma inevitabilmente legati fra
loro.
È dunque negli anni Novanta che avviene quella che possiamo definire come
una vera e propria rivoluzione copernicana nell’ambito delle relazioni
internazionali, che segna il passaggio da una geopolitica classica caratterizzata da
Stati che lottano fra loro per il controllo di territori a una geo-economia (o guerra
economica) in cui gli Stati si confrontano per il controllo dell’economia globale.
Non si tratta esclusivamente di una considerazione di tipo intellettuale, elaborata
dagli studiosi della materia, bensì di una constatazione ormai alla portata anche
dell’opinione pubblica, tanto da essere ripresa addirittura in slogan pubblicitari.È
questo il caso di un’impresa europea di elettronica che, in piena Prima Guerra del
Golfo, affermava: “la Terza guerra mondiale sarà una guerra economica: scegli fin
d’ora le tue armi”. La posizione degli Stati Uniti in questa nuova epoca è molto
chiara: la sicurezza nazionale dipende dalla potenza economica. Innanzitutto, come
superpotenza del blocco uscito vincitore dalla Guerra Fredda, già si trovava in una
posizione privilegiata per comprendere prima di qualunque altro Paese il
cambiamento in atto, anche in virtù degli investimenti sotto forma di sovvenzioni
fatti nei decenni precedenti in ricerca e sviluppo, in modo da equipaggiare al
meglio le proprie imprese per la concorrenza internazionale che si profilava
all’orizzonte. In secondo luogo, il neoeletto Bill Clinton ha da subito messo in
pratica questa “dottrina” della sicurezza nazionale dipendente dall’economia
istituendo una “War room” direttamente collegata al dipartimento del Commercio,
come canale privilegiato di relazione fra lo Stato e le imprese per sostenere queste
ultime nella competizione mondiale; allo stesso tempo, il Segretario di Stato
Warren Christopher dichiarava ufficialmente che la “sicurezza economica” doveva
essere elevata al rango di prima priorità della politica estera degli Stati Uniti
d’America. Si può perciò parlare di una vera e propria dichiarazione di guerra
economica da parte della prima potenza economica mondiale al resto del mondo,
anche se mascherata da difesa degli interessi nazionali, in un mix originale e
audace di principi liberali e mercantilisti.
Nel contesto di questa nuova geo-economia ad alto tasso concorrenziale,
caratterizzata negli ultimi tre decenni da fenomeni quali la deregolamentazione, la
rivoluzione tecnologica e la globalizzazione della finanza, è proprio l’arrivo di
nuovi attori sulla scena del mercato ad aver rimescolato le carte in tavola e turbato
quello che era un relativo ordine costituito. Si tratta perlopiù di Paesi che, forti di
una nuova autonomia e indipendenza non solo politica, vogliono prendere parte
alla spartizione di ricchezze ed entrare nelle dinamiche di arricchimento che fino a
questo momento sono state esclusivo appannaggio del Nord del mondo. È grazie
alla loro voce che la realtà della povertà emerge e si mostra a quel 2% di
popolazione mondiale che beneficia del 50% della ricchezza totale. Nonostante sia
in costante diminuzione, il fenomeno della povertà risulta comunque allarmante:
2,8 miliardi di persone vivono con meno di 2 dollari al giorno. In un mondo come
quello odierno, caratterizzato dall’immediatezza dell’informazione e, come
conseguenza, dalla sempre più ampia presa di coscienza dell’opinione pubblica
delle dinamiche internazionali, la povertà viene a maggior ragione percepita come
intollerabile. In questa lotta per la spartizione delle ricchezze, i nuovi Paesi
emergenti (in primo luogo Brasile, Russia, India e Cina, ma a seguire anche il
Sudest asiatico e molte nazioni africane) possono peraltro far tesoro
dell’esperienza di predecessori come il Giappone e le Tigri asiatiche, la cui
integrazione negli scambi internazionali ha significato arricchimento e aumento
della potenza. Tuttavia la posta in gioco rappresentata dalle risorse è caratterizzata
da una scarsità (assoluta per alcune, relativa per altre) tale per cui gli scambi si
sono trasformati in competizione, ossia in guerra economica. In questo scenario, il
pensiero liberalista sull’indebolimento dello Stato viene necessariamente messo in
discussione in quanto i recenti cambiamenti richiedono non solo una
trasformazione del ruolo dello Stato rispetto all’economia ma anche della stessa
natura dell’organismo Stato.
Il cambiamento della natura dello Stato prende origine, innanzitutto, da una
trasformazione del concetto di potenza. Il concetto di potenza può essere
scomposto in hard power e soft power, ovvero nelle due componenti di uso della
forza e dell’influenza. In un contesto in cui gli Stati ricorrono sempre meno che in
passato alla prima componente, perché più costosa sotto molti aspetti e addirittura
meno efficace, la seconda componente prende il sopravvento e si manifesta sotto
forma di guerra economica (anche se quest’ultima, in realtà, si porrebbe piuttosto
al confine tra hard e soft power). Ecco perché per lo Stato è diventata sempre più
importante la sua situazione economica, mentre i suoi investimenti in armamenti e
dotazioni militari hanno progressivamente perso rilevanza. Le politiche di potenza
odierne avranno allora la forma di sovvenzioni alle imprese perché queste possano
godere di una posizione di favore sui mercati internazionali, del sostegno
all’occupazione affinché la delocalizzazione non penalizzi il mercato interno e della
diplomazia economica volta all’accaparramento di risorse scarse. Tradotte in
termini di guerra economica, tali politiche di potenza significano, per uno Stato,
assicurarsi l’indipendenza in termini di risorse, la capacità di difendersi di fronte
alla minaccia commerciale o finanziaria rappresentata dagli altri Stati e
un’attitudine all’intelligence, risorsa imprescindibile nell’odierna società della
comunicazione. Secondo un’altra definizione, non si tratterebbe di altro se non
della capacità di imporre la propria volontà agli altri (Stati) senza che questi
possano imporre la propria, per quanto ciò possa essere possibile in un mondo in
cui la dipendenza è sempre più dispersa e frammentata. La vera rivoluzione,
quindi, non è altro che la trasformazione della potenza politica in potenza
economica o, per meglio dire, la dipendenza della prima dalla seconda: gli Stati
cercano innanzitutto di modificare le condizioni della concorrenza e di trasformare
i rapporti di forza economici non solo per conservare posti di lavoro, ma
soprattutto assicurarsi il proprio dominio tecnologico, commerciale, economico e,
pertanto, politico.
Andando ad analizzare più nel dettaglio i singoli obiettivi della guerra
economica, almeno per quanto riguarda i Paesi occidentali, il primo risulta essere
di natura difensiva, ovvero il mantenimento dell’occupazione industriale
nonostante l’ormai avvenuta terziarizzazione di queste società. Fra il settore
secondario e quello terziario si cela infatti un forte legame, quello che Bernard
Esambert definisce come “simbiosi industria-servizi”, dal momento che l’aumento
dell’occupazione nel settore secondario si traduce in un corrispondente aumento
dell’occupazione in quello terziario e, a fronte della richiesta di una sempre
maggiore specializzazione dei lavoratori delle industrie ad alto coefficiente
tecnologico, è evidente l’incremento di servizi quali la formazione e la consulenza.
La difesa, ovvero il mantenimento dei posti di lavoro nel settore dell’industria
serve non solo a evitare la recessione economica, ma anche a contenere la
disoccupazione e la sottoccupazione, due realtà la cui forte carica di
destabilizzazione sociale rappresenta una minaccia per tutte le democrazie. A
questo proposito, a causare la perdita più considerevole di posti di lavoro non
sarebbero tanto le “delocalizzazioni” in senso stretto, quanto piuttosto le “non
localizzazioni”, ossia l’apertura da parte delle aziende di filiali all’estero piuttosto
che nel Paese in cui hanno sede e rispetto allo stesso mercato di destinazione delle
merci prodotte. Emblematica di questa centralità del mantenimento
dell’occupazione nei discorsi sulla guerra economica è la prima campagna
presidenziale di George W. Bush (ma anche di molti esponenti democratici in
quello stesso frangente), in cui l’Accordo nordamericano per il libero scambio
veniva indicato come la causa di un dissanguamento occupazionale a favore del
Messico. Altri esempi concreti in questo senso possono essere considerati
l’impegno dell’esecutivo francese per salvare lo stabilimento di Gandrange del
gruppo ArcelorMittal, nonostante il notevole sforzo economico richiesto alle casse
dello Stato in quell’occasione, o il più recente accordo con Electrolux in Italia. La
ragione che conduce a questo genere di decisioni è, ovviamente, elettorale, ma
rivela anche un altro aspetto: nessun Paese può perdere il proprio potenziale di
produzione, pena la dipendenza. Quello delle delocalizzazioni è peraltro un
discorso difficilmente accettabile agli occhi di qualsiasi elettorato e, quindi, sempre
al centro del dibattito politico, visto che le conseguenze di disoccupazione,
sottoccupazione, pressione salariale, disequilibrio della bilancia sociale e
diminuzione dei consumi farebbero crollare i presupposti su cui si reggono le
nostre società di consumo – anche se naturalmente vi è anche chi le difende, ad
esempio l’FMI, che tende piuttosto a evidenziare i vantaggi di produttività da esse
generati. La politica di potenza, dunque, si concretizza al giorno d’oggi anche in
politiche industriali volte alla conservazione di un controllo di tipo “territoriale” da
parte dello Stato.
Il secondo obiettivo della guerra economica è invece di natura offensiva ed è
la conquista di mercati, ma soprattutto di risorse limitate, la cosiddetta “corsa alle
materie prime”. Infatti, l’approvvigionamento sicuro e continuo delle materie
prime da parte degli Stati è l’unica garanzia per il mantenimento e magari per la
crescita del loro livello economico. In questa vera e propria guerra per le risorse, le
più ambite sono le fonti di energia (petrolio, gas naturale, carbone, uranio per la
produzione di energia nucleare, corsi d’acqua per la produzione di energia
idroelettrica), la cui domanda è direttamente collegata allo sviluppo economico,
nonché l’oggetto del contendere. Un certo spazio nelle dinamiche di potenza messe
in atto sui mercati finanziari è tuttavia riservato anche alle derrate alimentari quali
mais, riso, soia e grano. Quest’ultimo, in particolare, è oggetto di ogni sorta di
speculazione e di lotte, scatenando i rapporti di potenza fra coloro che lo
producono e coloro che ne hanno bisogno, determinando l’estrema attualità di
quella che è, a tutti gli effetti, un’arma (alimentare).
Fa parte ormai della percezione comune il fatto che il petrolio sia all’origine
di scontri economici molto duri, quando non di veri e propri conflitti armati.
Risorsa scarsa, da sola rappresenta oltre il 35% del consumo energetico totale,
principalmente da parte dei Paesi asiatici (30% del consumo mondiale),
nordamericani (oltre il 28%) e dell’Unione Europea (oltre il 17%). La portata della
guerra economica in corso è ben illustrata dalla doppia tensione fra Stati
produttori/Stati consumatori da un lato e, dall’altro, Stati la cui domanda si
stabilizza/Stati la cui domanda aumenta. Si tratta di una tensione che nasconde
peraltro la prospettiva futura di conflitti anche armati (si pensi ai precedenti delle
due guerre del Golfo). La lotta feroce che contrappone Stati Uniti e Cina per il
petrolio africano, ma anche per altre risorse del sottosuolo (vari metalli rari e
pietre preziose), è un altro esempio di questa guerra economica. La Cina ha iniziato
a investire nell’Africa subsahariana solo dalla fine della Guerra Fredda ma ne è
ormai diventata il terzo partner commerciale dietro a Stati Uniti e Francia, anche
se non sempre percepita positivamente dai governi locali a causa del suo
atteggiamento predatore, al pari delle ex potenze coloniali e dell’Occidente più in
generale. Il gigante cinese rappresenta bene l’inversione dei rapporti di forza in
atto tra Paesi occidentali e Paesi emergenti, BRIC in testa. Tali Stati, un tempo
esclusivamente produttori e fornitori delle materie prime necessarie al Nord
industrializzato, stanno ora risalendo la gerarchia mondiale grazie a un aumento
del controllo anche interno della propria produzione.
È evidente che questo risveglio del Sud del mondo rovescia completamente
gli equilibri globali, anche perché si concretizza nel controllo non solo delle risorse
naturali, ma anche di intere società un tempo esclusivamente occidentali e oggi
pervase in maniera sempre più massiccia da capitali di provenienza soprattutto
araba e asiatica. I fondi sovrani la fanno da padrone in questo ambito, soprattutto
quelli cinese e quelli di Singapore i quali, avvantaggiati dalla crisi economica che ha
colpito le mature economie europee e statunitense, detengono quote significative
di importantissime imprese fra cui, ad esempio, Morgan Stanley e Merrill Lynch.
Questi esempi dimostrano come non solo il debito pubblico dei Paesi capitalisti è
oggi nelle mani dei cosiddetti Paesi emergenti, ma ormai anche una parte dello
stesso prodotto interno lordo, attraverso il controllo dei capitali delle imprese o,
come nel caso dell’Arabia Saudita, attraverso la creazione di ricchezze permessa
dall’uso del petrolio arabo. Come è logico dedurre, il vantaggio strategico che ne
deriva per questi Paesi è considerevole.
Infine, c’è un’altra risorsa cruciale il cui controllo risulta determinante in un
contesto di guerra economica: la conoscenza del livello tecnologico, del mercato di
riferimento, di partner e concorrenti, in poche parole della strategia economica di
imprese e Stati “nemici”, ossia dell’intelligence. Si tratta di una risorsa
relativamente nuova, resa però fondamentale dallo sviluppo tecnologico degli
ultimi decenni, al pari dei capitali finanziari necessari all’avvio e al mantenimento
delle imprese, delle materie prime per la produzione e delle risorse umane
impiegate. I programmi di intelligence economica gestiti e coordinati dallo Stato
sono perciò diventati indispensabili per non subire ritardi inammissibili in un
quadro concorrenziale sempre più competitivo e duro.
La terza rivoluzione che ha portato all’attuale contesto di guerra economica
in cui gli Stati in costante competizione fra loro mirano ad accaparrarsi risorse di
ogni genere (non solo materie prime, dunque) è di tipo teorico, per non dire
ideologico. È possibile parlare, infatti, di un ritorno al mercantilismo, ovviamente
con sembianze moderne, nella misura in cui la potenza si esprime principalmente
sotto forma di esportazioni. Nelle parole di Bernard Esambert, “esportare è
l’obiettivo della guerra economica e della sua componente industriale” perché
“significa occupazione, stimolo, crescita. La posta in gioco è conquistare la maggior
parte possibile [dei mercati mondiali]”. Non è difficile riconoscere la stretta
correlazione esistente fra volume delle esportazioni e potenza economica nella
classifica dei principali Paesi esportatori, che vede sul podio la Germania (che da
sola detiene il 9,5% delle esportazioni mondiali) seguita da Cina e Stati Uniti, oltre
alle principali potenze del G7 (Giappone, Francia, Italia, Regno Unito e Canada) e ad
alcuni Paesi emergenti (Corea del Sud, Russia, Hong Kong e Singapore) fra le prime
quindici posizioni. Anche fra i principali Paesi importatori, d’altra parte, ritroviamo
le massime potenze economiche mondiali come Stati Uniti, Germania, Cina,
Giappone, Regno Unito, Francia, Italia, Canada, Spagna, Hong Kong, Corea del Sud e
Singapore, segno dunque del ruolo fondamentale che, più in generale, rivestono gli
scambi ai fini delle considerazioni sulla potenza economica.
È dunque un nuovo trionfo degli Stati sovrani come protagonisti delle
relazioni internazionali quello evidenziato da questa tendenza neo-mercantilista,
che di fatto scredita in parte le tesi del loro indebolimento progressivo e inevitabile
in epoca di globalizzazione. Il politologo Edward N. Luttwak esprime bene questa
concezione quando afferma che nell’arena degli scambi mondiali dove si vedono
americani, europei, giapponesi e altre nazioni sviluppate cooperare e rivaleggiare
allo stesso tempo, le regole nel complesso sono cambiate. Quale che sia la natura o
la giustificazione delle identità nazionali, la politica internazionale rimane
dominata dagli Stati (o da associazioni di Stati come la Comunità Europea), i quali
si basano sul principio del “noi” in opposizione all’ampio insieme formato dagli
“altri”. Gli Stati sono delle entità territoriali delimitate e protette da confini
gelosamente rivendicati e spesso ancora sorvegliati. Anche se non pensano a
rivaleggiare militarmente, anche se cooperano quotidianamente in decine di
organizzazioni internazionali o di tutt’altro tipo, gli Stati restano
fondamentalmente antagonisti.
La fine della Guerra Fredda, come già evidenziato precedentemente, è lo
snodo cruciale che ha rimesso al centro delle relazioni internazionali i singoli Stati,
anche se gli anni Novanta, con l’apparente trionfo del multilateralismo,
sembravano affermare il contrario. Infatti, proprio nel momento in cui, da un lato,
si dava impulso alla creazione di un’Organizzazione Mondiale del Commercio
orientata al libero scambio e garante di rapporti equi e paritari fra Stati in ambito
commerciale, dall’altro lato, risultavano indeboliti, o addirittura svuotati di
significato, i legami di solidarietà che univano i membri del blocco occidentale, che
da alleati diventavano così concorrenti. Questa lettura viene interpretata da alcuni
critici della nozione di “guerra economica” come il risultato della mancanza
generale di cultura economica nella società, tale da favorire l’individuazione di
nemici e colpevoli esterni per le oscillazioni più o meno brusche dell’economia
interna. In realtà, questa visione dipende piuttosto da un rinnovato impulso della
volontà di potenza degli Stati: è una pura espressione irrazionale e non coincide
esattamente con l’interesse generale.
Il cambiamento interpretativo emerso in concomitanza con questa
congiuntura storica è fortemente legato alla pubblicazione di alcune opere
(tuttavia non disponibili in traduzione italiana) da parte di economisti e analisti
politici particolarmente influenti, prima fra tutte Head to Head: The Coming Battle
among America, Japan and Europe (1992) del recentemente scomparso Lester
Thurow, stimato studioso delle conseguenze della globalizzazione, il quale ha
ricevuto fin dagli anni Sessanta la considerazione del governo statunitense. Del
Segretario del Lavoro degli Stati Uniti durante la presidenza di Bill Clinton, Robert
Reich, è invece The Work of Nations (1993), opera di analisi della concorrenza fra
le nazioni, e dello stesso tenore è fin dal titolo A Cold Peace: America, Japan,
Germany and the Struggle for the Supremacy (1992) di Jeffrey Garten, anch’egli
divenuto membro della prima amministrazione Clinton come Sottosegretario di
Stato per il Commercio Estero. Tutti questi lavori, scritti da uomini di Stato e
decisori politici che hanno imposto, fra gli altri, la “diplomazia degli affari” dell’era
Clinton, hanno contribuito a plasmare l’odierna accezione di guerra economica
grazie alle loro descrizioni dell’economia mondiale in termini di scontri fra Stati.
D’altra parte, per quest’ultimi si trattava di una esigenza particolarmente
pressante: l’unico modo di riaffermare la loro supremazia soprattutto nei confronti
delle multinazionali, che sembravano essere le uniche padrone e detentrici del
controllo dell’economia mondiale. È ancora una volta Luttwak a suggerire
un’interpretazione di quest’improvvisa conversione delle élite al dogma della
guerra economica, suggerendo ai burocrati europei e giapponesi, come a quelli
americani, l’idea che la geo-economia sia l’unico sostituto possibile dei ruoli
diplomatici e militari del passato: infatti, sarebbe solo invocando gli imperativi
geo-economici che le amministrazioni statali possono rivendicare la loro autorità
sui semplici uomini d’affari e sui loro concittadini in generale

 

LA GUERRA DEL CABLAGGIO, di Pierluigi Fagan

Nella storia culturale, come in quella personale, a volte c’è chi nota come dopo che si è formata una semplice idea -chiara e distinta” (avrebbe detto Cartesio)- è incredibile pensare al perché non ci avevamo pensato prima. Cos’è che ci impedisce di pensare ad una idea e cos’è che ad un certo punto ce lo permette magari dopo molto rovello? Per rispondere dobbiamo scendere in sala macchine.

Sala macchina qui è metafora, si poteva anche dire sottoterra dove ci sono le radici o altro esempio in cui un effetto viene da una causa. La sala macchine della mente è il cervello. Nel cervello ci sono solo cellule nervose (tutte uguali per funzionamento, non per forma e funzione) e loro filamenti con cui le cellule di connettono. Queste connessioni sono di due tipi: a breve raggio e si chiamano dendriti (diverse migliaia per cellula) ed a lungo raggio (solo una per cellula e si chiama assone). Nei dendriti viaggiano sostanze chimiche, negli assoni impulsi elettrici. La cosa sorprendente del cablaggio generale è che, contrariamente a quanto ci venga immediatamente da pensare, tali connessioni non sono di contatto. I dendriti non si allacciano ad altri dendriti ma arrivano a sfiorarsi come nell’attimo prima del bacio. In quel momento, dalla boccuccia di un dendrite escono delle sostanze chimiche che la boccuccia del dendrite dell’altra cellula risucchia. La questione si basa sull’imprecisione perché solo l’imprecisione è adattativa, è predisposta al cambiamento. Il genio è uno che cabla a modo suo, se è funzionale è riconosciuto tale se è disfunzionale lo diciamo affetto da qualche patologia psichica.Così funziona il cervello (be’ poi c’è anche dell’altro ma insomma, questa è la prima cosa di cui tener conto, ai nostri fini).

Un’idea quindi è il funzionamento sincronico di un grumo di cellule nervose attivato da una rete di connessioni tra loro. Prima di pensare quell’idea il sistema del grumo di cellule non è cablato completamente o per niente, dopo si e lì c’è l’eureka! Una singola idea poi può stare in un sistema di idee ed il sistema di idee è quello che a volte permette o a volte impedisce di pensare quella idea. E’ una faccenda fisica, alla base. Ci mettiamo parecchio tempo a capire una idea o a farsela venire o a trarne conseguenze perché ci mettiamo parecchio tempo a cablare tra loro alcune cellule.

Michel de Montaigne, pensatore nel XVI secolo, filosofo guida di un altro filosofo Edgar Morin, diceva che: è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena. Qui siamo nel campo dei sistemi di idee ma i sistemi in fondo sono fatti di idee e connessioni tra loro quindi il principio è attinente anche al nostro discorso. L’eureka! quella improvvisa gioia del pensiero che sopravviene ad un certo punto, sembra essere come una abbondante eiaculazione sincronica di cellule interconesse che finalmente hanno trovato il loro sistema di funzionare assieme. E’ per questa ragione fisica che ci mettiamo tanto ad apprendere, a pensare, a chiarirci le idee per formularle con chiarezza. Ad esempio come quando un pensatore pensa e ripensa a lungo lo stesso concetto (magari per anni) e solo dopo molto armeggiare, trasforma l’iniziale intuizione circondata di confusione, in una frase distinta e ben collocata in un sistema di idee/discorso. E’ per questo che a volte si dice che un pensatore -in fondo- scrive e riscrive sempre lo stesso libro. E’ una pura faccenda di cablaggio (a livello di sala macchine) che fa sì di aver trovato la forma più semplice e pulita per esprimere l’idea. Un primo livello per pensarla, una secondo per comunicarla.

Poi da lì iniziano fasi successive del lavoro cognitivo: collocarla dentro altri sistemi di idee, trarne deduzioni-induzioni-abduzioni, renderla non contraddittoria con altre o col sistema di idee (o dei valori o di altri giudizi), etc. Lavoro e tempo per espletarlo, sembra esser questa la regola per pensare, almeno la prima, la pre-condizione di possibilità di tutti i successivi passi. Chiedete ad una giovane mamma del disagio psichico provato per via del fatto che tutto il giorno, tutti i giorni dei primi anni di un figlio da poco partorito, il cervello è costantemente impegnato sul suo fuori e non ha tempo per il suo dentro. Provate a non dormire ovvero permettere la pulizia delle tante connessioni inutili che si sono formate durante il giorno. Provate ad aver idee chiare e distinte alle 7.00 di mattina e poi provate alle 23.00.

La questione mi veniva in mente prendendo il caffè con la mia signora stamane. “Learning activism” diceva lei potenziata dalla facilità con cui i madre lingua inglese giungono felicemente e sintesi, a volte anche troppo facilmente (ogni facoltà ha il suo rovescio della medaglia ed ogni lingua ha le sue facoltà). Effettivamente, pensando alle tante cose del nostro mondo che non vanno come ci piacerebbe andassero e di contro, alla nostra triste condizione di atomi sociali (ma la metafora qui è sbagliata poiché gli atomi, come le cellule, sono tutti ontologicamente predisposti alla reciproca interrelazione secondo regole ma anche secondo possibilità) o meglio -monadi sociali- (le monadi sono atomi a cui sono state potate le connessioni ed in natura non esistono), registriamo la difficoltà al fare qualcosa di politico che abbia effetto sul reale e concreto.

Ma qualcosa possiamo ancora fare. Il “learning activist” (che non è l’info-activist) per esempio. Molti di noi, espletano la funzione attiva a modo loro, scrivendo, commentando, facendo replay di cose scritte o dette da altri. Anche nel reale, il “fare politica” ebbe il suo tempo per modellarsi. Sindacati, partiti, movimenti non si formarono facilmente nella storia, letti “dopo” ci sembrano fatti naturali ma anche lì, ci furono molti tentativi ed errori prima di giungere a “modi effettivi condivisi ed efficaci”. I comunisti vennero dai socialisti ed i socialisti assieme ai democratici venivano dalle sette “carbonare” prima di salire sulle piazze. Manifesti, comizi, dibattiti, manifestazioni, scioperi, agitazione sociale, furono il risultato di questi tentativi ed errori. Ogni azione ha i suoi fini e dai fini trae le regole per esser espletata al meglio.

Quindi anche per il “learning activist”, si tratta di riflettere meglio (con tempo e lavoro per espletarlo, da solo ma anche in compagnia) sul come render più efficace l’azione. L’azione di condividere idee ma anche aiutare la formazione di idee, la sostituzione di idee sbagliate o fuorvianti, la messa a sistema di idee isolate, la convergenza di idee e sistemi di idee con altri, la comunicazione di idee, la formazione e modellamento dell’intelligenza collettiva.

Forse è questo un mondo, un modo, che dovremmo esplorare meglio. C’è grande impegno da parte dei soliti noti per non darci tempo e modo di pensare, per farci pensare in un certo modo. C’è una vera e propria centrale di produzione di concetti che poi ordinano il dibattito pubblico con molti di noi che gli va anche appresso pensando di doverli criticare, ma anche solo accettare un concetto per poi criticarlo è dargli legittimità di idea, idea che poi condiziona sistemi di idee. Spesso, per pura eterogenesi dei fini, è perdere la partita prima di scendere in campo a giocarla, è aprire i portoni di Troja per far entrare il cavallo. La “società dell’informazione” provoca apposta overdosi informative per non farci trasformare l’informazione in conoscenza. Ci riempie la testa apposta perché questa non sia ben fatta.

C’è da farci una riflessione sul come possiamo esser “learning activist” più efficaci. Per cambiare lo stato di cose, tocca cambiare le menti, aiutare i cervelli a muovere dendriti e sinapsi, le nostre e di chi ci sta accanto, off line ed on line. C’è da esplorare un modo per poterlo fare di più e meglio, ognuno per come può, assieme per provare a cambiare qualcosa. C’è da combattere meglio la guerra per il cablaggio.

tratto da https://www.facebook.com/pierluigi.fagan/posts/10219250709514118

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