i primi della classe, di Giuseppe Germinario

L’organo di informazione digitale indipendente EU_news ci informa prontamente che Francia e Germania hanno già predisposto i piani di ripresa previsti e richiesti dal Recovery Fund. Tralasciamo a momenti più propizi ogni verifica e giudizio sulla reale “indipendenza” dell’organo di informazione, a cominciare dai possibili condizionamenti da eventuali finanziamenti della UE e sulla conseguente autorevolezza del sito.

Pur con qualche macchia ed ammaccatura dovute all’indefesso ed invadente influsso delle direttive europee di stampo iperfederalista in materia di organizzazione amministrativa ed istituzionale, l’assertività della macchina burocratica transalpina e la meticolosità di quella teutonica sono fuori discussione al confronto almeno della farraginosità e della disarticolazione crescente di quella italiana. Soprattutto la seconda, quella tedesca, rispetto alla prima, quella francese. Non è solo merito proprio delle peculiarità del carattere nazionale tedesco. Non tutto oro è però quel che luccica. Determinante è stato l’apporto decisivo degli americani trionfatori della seconda guerra mondiale. Hanno imposto l’organizzazione federalista al nascituro stato tedesco, più affine all’indole anseatica che all’impulso prussiano; hanno spinto per un ruolo politico determinante dei tedeschi, pur sonoramente sconfitti, nell’agone europeo a bilanciare ed annichilire eventuali ambizioni egemoniche anglo-francesi. Una affinità decisiva e propiziatrice con l’impostazione lobbistica e federalista delle strutture comunitarie nate dalla gestazione del piano Marshall, della NATO e della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio). A fronte dell’insulsaggine della diplomazia europeista dell’Italia, della diffidenza di quella francese, riflesso condizionato soprattutto degli sgarbi americani, della ritrosia di quella inglese, ai tedeschi non è parso vero di poter occupare progressivamente, loro in sodalizio con i satelliti dell’Europa centro-nord-orientale, poco a poco i posti chiave delle cariche e dei posti dirigenziali degli apparati comunitari. Lo hanno fatto con la scrupolosità e l’ostinazione tipica di quel popolo; con quella stessa scrupolosità ed ostinazione grazie alle quali hanno contribuito in maniera determinante a trascinare nel disastro loro stessi e i paesi europei fratelli per ben due volte; non è detto che non ci riescano per la terza. Sta di fatto che da parte loro, a ruota dei francesi, non si tratta di mirabolante preveggenza né della fortuna imponderabile degli aruspici. Semplicemente conoscono bene le compatibilità legate alla fedeltà atlantica e occupano i posti giusti per poter predisporre gli assetti del proprio paese secondo regole che sono loro stessi a definire; giacché anche il più libero dei mercati e la più completa delle democrazie funzionano in base a regole ben definite. Lo si è visto tra i vari esempi nei piani Schroeder di fine ‘900, propedeutici ai piani di austerità così deleteri per le economie mediterranee; lo si è visto nella riorganizzazione del sistema bancario, del Laender-Kredit tedesco e del credito cooperativo francese (il primo tagliato fuori dal sistema di controllo e riordino societario comunitario, il secondo con un sistema cooperativo e territoriale salvaguardato e inquadrato in una SPA nazionale in grado di intervenire ed acquisire efficacemente all’estero). E tuttavia non è detto che tanta sagacia riesca a togliere i due paesi dall’impasse e a risollevarne le sorti. I piani sembrano seguire le direttive e le priorità indicate dalla Commissione Europea e perorate dai due paesi leader. Ma sono proprio quelle direttive che rischiano di condannare e segnare il futuro per altri decenni. Sia sulla transizione energetica ed ecologica perché non si definisce il rapporto tra le energie rinnovabili, utilizzabili in alcuni usi civili e senza la garanzia di continuità tipica delle energie intermittenti e quelle tradizionali ancora indispensabili per lungo tempo per le attività industriali ed i consumi massivi ed intensivi; sia sulla transizione digitale perché non chiarisce il dato cruciale del controllo e della gestione dei dati e del controllo della rete che dovrebbero consentire il controllo della trasmissione dei comandi secondo le modalità di industria 4.0. Il rischio è che a farne le spese sia l’industria nucleare, in particolare quella francese già in crisi pesante se non irreversibile e con esso l’efficacia e la sostenibilità del sistema militare di deterrenza nucleare francese ed eventualmente europeo; che la digitalizzazione si riduca ad una razionalizzazione sotto controllo americano o, in alternativa alquanto vaga, cinese. I due paesi dispongono, a differenza dell’Italia, già di un piano. L’autore fa notare giustamente che non necessariamente la loro esistenza ne determini di per sé l’efficacia e l’attuazione. Non è solo un problema di capacità tecnica ed amministrativa; è soprattutto un problema di capacità e volontà politica e geopolitica. La condizione dei due paesi consente di ambire a condizioni di reale autonomia politica solo nell’arco di almeno due/tre lustri, sempre che le dinamiche esterne legate al conflitto tra Stati Uniti, Cina e Russia consentano margini di agibilità sufficienti. Paradossalmente, in un contesto così mobile,  i progetti, alcuni dei quali in uno stadio più avanzato, di paesi più vulnerabili ma più allineati, come l’Italia e la Gran Bretagna, potrebbero avere maggiori probabilità di successo. Da qui i tentativi pressanti di annessione o annichilimento di aziende e tecnologie nel settore navale ed aeronautico italiani assecondati dalla consueta propensione esterofila di buona parte della residua grande imprenditoria italiana o ex-italiana. Per quanto discutibili e fragili, i pochi e reali progetti di sviluppo industriale strategici sono piuttosto il frutto di accordi bilaterali tra i due stati nazionali principali che di decisioni ed indirizzi comunitari. All’Unione Europea rimane la funzione di mantenimento delle attuali posizioni di forza, di predazione dei paesi mediterranei e di impedimento della nascita di poli europei alternativi, specie mediterranei. Il recovery fund e tutto l’armamentario consolidato in questi decenni sono semplicemente il bastone e la carota per tenere sotto più stretto controllo il gregge; ma è anche la cappa che impedisce ai due paesi leader di maturare un assetto di alleanze su basi più paritarie e lungimiranti che consenta agli stati europei, almeno a quelli principali, di assumere un ruolo significativo nell’agone geopolitico mondiale.

Per concludere due notazioni con relativi quesiti: come si concilia l’affermazione del nostro beneamato Gentiloni, Commissario UE, che stigmatizza l’utilizzo delle risorse del Ricovery Fund per abbassare le tasse, con l’analogo proposito presente nel piano francese? Come bisogna valutare la politica dei bonus, perpetrata ostinatamente dal Governo Conte, dagli apprendisti-stregoni dei 5Stelle e sorprendentemente, ma non troppo, del PD, a dispetto dell’effettiva efficacia dell’elementare moltiplicatore keynesiano di spesa di quei bonus? Una politica dissennata che ha tutta l’aria di proseguire con il banchetto prossimo venturo; sempre che le portate arrivino.

Buona lettura_Giuseppe Germinario

Francia e Germania già hanno piani di ripresa, e lavorano perché possano funzionare

POLITICA – EMANUELE BONINI

twitter @emanuelebonini

 

Parigi e Berlino hanno, rispettivamente, strategie da 100 miliardi e 130 miliardi. Ma i loro casi insegnano che programmi e misure non bastano se non si riesce a far attingere alle risorse. E’ questa la vera sfida per tutti, Italia inclusa

Bruxelles – Germania e Francia fanno sul serio. Con i limiti e le difficoltà del caso che non mancano, ma intanto Berlino e Parigi hanno già messo a punto le loro strategie nazionali di rilancio. Nelle capitali del motore politico-economico d’Europa i piani di rilancio post-confinamento da COVID-19 ci sono. Non ci sono annunci, ma c’è sostanza. Ci sono già misure, c’è un programma.

In Germania, dopo poco più di un mese dall’approvazione del progetto di bilancio pluriennale e del meccanismo per la ripresa, è già stato predisposto un piano di rilancio da 130 miliardi di euro in due anni. Il piano poggia su tre pilastri: misure di ripresa economica a breve termine (circa 78 miliardi di euro), investimenti in tecnologie a prova di futuro e verdi (circa 50 miliardi di euro) e solidarietà europea e internazionale (3 miliardi di euro). Nessun bonus per l’industria automobilistica, incentivo per acquisto di auto ecologiche (2,2 miliardi), ammodernamento delle flotte di veicoli pesanti, marittime e aeree (3,2 miliardi di euro) e il sostegno al trasporto pubblico (2,5 miliardi di euro più 5 miliardi per la sola rete della metropolitana) tra le misure in cantiere.

Neppure in Francia si è perso tempo. Anzi. Piano di rilancio da 100 miliardi di euro in due anni. Quasi un terzo (30 miliardi) per la trasformazione verde dell’economia, inclusa il rinnovamento energetico degli edifici (7 miliardi). Ai trasporti andranno 11 miliardi di euro, quasi la metà di cui (4,7 miliardi) per le ferrovie SNCF a sostegno del trasporto merci, delle linee di dimensioni più piccole e dei treni notturni. Per il rilancio dell’industria e la competitività delle imprese previsto un pacchetto da 35 miliardi di euro, 20 dei quali per l’abbassamento delle imposte di produzione. Il resto andrà al sostegno dei fondi delle imprese che la crisi ha colpito di più . Ancora, 15 miliardi saranno dedicati a misure per l’occupazione, 6,7 dei quali già annunciati in estate per i giovani e 6,6 per il pacchetto dedicato al part-time di lunga durata. A tutto questo si aggiungono 6 miliardi di investimenti nel settore ospedaliero e la rivalutazione degli aiuti alla ripresa scolastica e agli enti locali.

Mentre in Italia ancora si ragiona sul da farsi, altrove si lavora al collaudo dei piani già messi a punto. Perché è vero che da Francia e Germania arriva un esempio di decisione, reattività e pragmatismo, ma con dei limiti che sono una lezione di ‘real politik’. Perché allo stesso tempo i casi di francia e Germania mostrano che anche con progetti a disposizione occorre che questi siano percorribili. Bisogna sapere spendere, ed essere certi di poterlo fare. Cose che nei due Paesi in questione non è scontato. Anzi.

In Germania il governo intende far sì che solo coloro che sono stati colpiti dal lockdown ricevano effettivamente i soldi. In pratica chi intenda ricevere il sussidio deve dimostrare di aver subito perdite pari ad almeno il 60% del loro fatturato in aprile e maggio, e che il reddito è sceso almeno del 50% nel periodo tra giugno e agosto. Nessuno o quasi ha fatto domanda, e il governo si è visto costretto a prorogare il termine per la presentazione di una domanda fino alla fine dell’anno. Un episodio che dimostra che avere un piano non significa che questo funzioni.

Anche qui c’è pure un contributo francese al dibattito. C’è il precedente del fondo anti-crisi del 2010, istituito per rilanciare l’economia dopo la recessione del 2008. Messi a disposizione 57 miliardi di euro, di cui utilizzati 25 miliardi, meno della metà. Bassa domanda, dovuta anche ad ostacoli amministrativi. Tanto che Parigi, onde evitare di ripetere l’infelice esperienza, sta ragionando alla creazione di un punto di contatto unico all’interno del ministero delle Finanze per semplificare le procedure di gara e dare priorità ai progetti già in corso.

Non basta dunque annunciare di avere un piano o annunciare che ne verrà predisposto uno, come fatto dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. E non basta neppure averne davvero uno, di piano per la ripresa. Occorre che quello che viene messo a punto sia effettivamente realizzabile e realizzato.  Le strategie di rilancio di Francia e Germania sono lì a ricordare questo. A tutti quanti.

Sandro Gozi, europarlamentare italiano eletto nella lista de la Republique en Marche, partito del presidente francese Emmanuel Macron, ha un pensiero proprio per l’Italia. Ricorda che l’Italia è il primo beneficiario del meccanismo per la ripresa, e che “i 209 miliardi di euro per l’Italia non sono solo il frutto del lavoro dell’Italia, ma di più forze” in Europa. Proprio per questo il governo Conte “deve dimostrare che ne è valsa la pena, deve dimostrare che l’Europa ha fatto la scelta giusta”. In altre parole, “più rapida sarà l’Italia” nel predisporre un piano di rilancio (atteso per il 9 settembre, nel più generale programma nazionale per le riforme) che funzioni, “meglio sarà non solo per gli italiani ma per tutti gli europei”.

Quanto al piano di rilancio francese, Gozi sottolinea “gli interventi senza precedenti per la transizione ecologica” e per l’occupazione giovanile, con sei miliardi di euro per favorire le assunzioni. “Pilastri attorno a cui auspico l’Italia voglia ispirarsi“.

https://www.eunews.it/2020/09/03/francia-germania-piani-ripresa/133925

LA CARICA DEI MONATTI, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA CARICA DEI MONATTI

Sarà, ma non riesco a vedere del tutto negativo che i quattrini dell’U.E. arrivino, come dicono, nei prossimi anni.

Non sono un economista, e molti mi rimprovereranno di non tener conto dell’effetto shock che un’iniezione massiccia di liquidità ha su un’economia in recessione; ma credo di avere qualche esperienza della politica, di quella nazionale in particolare e questo mi induce a bilanciare, almeno parzialmente gli effetti positivi e quelli negativi del ritardo.

Molti pensano che il governo Conte sia prossimo al capolinea, probabilmente sostituito, entro l’anno, da un nuovo esecutivo, sorretto da una “scissione” di Forza Italia; altri (meno) pensano che si vada ad elezioni anticipate nel prossimo inverno (con altre probabilità di alternativa). Se è vero ciò, il vantaggio del ritardo è evidente: non sarà questo governo a spendere la massa di moneta – oltre 200 miliardi di euro – in arrivo dall’U.E.. Vantaggio che sarebbe modesto, ove il governo fosse comunque espressione del PD (e appendici), superiore se lo escludesse e fosse formato dall’attuale opposizione.

Il perché è semplice: il PD (nelle varie trasformazioni) è il maggiore (anche se non l’unico) responsabile della venticinquennale stagnazione economica italiana, che ne ha fatto l’economia più ferma sia dell’U.E. che dell’area euro (dopo essere stata, prima del 1993, una delle più dinamiche).Non c’è passaggio economico decisivo della “seconda repubblica” che non porti la firma di un boiardo di centrosinistra: dall’entrata nell’euro alle privatizzazioni, spesso farlocche e altrettanto spesso profittevoli per i privati, ma non per il pubblico (tra le tante – Autostrade); dal rigore a senso unico (quello sbagliato) alla tassazione a gogò. I protagonisti di questo quarto di secolo (abbondante) sono stati i vari Prodi, Ciampi, Amato, Padoa Schioppa, Monti, nessuno dei quali ha governato senza la fiducia del centrosinistra.

Con i risultati che abbiamo visto prima della pandemia. Per cui chiedersi perché gli italiani abbiano ridotto il PD (e connessi) da quasi la metà dei voti a poco più di un quinto dell’elettorato è sorprendente: a sorprendere – di fronte a tanto sfascio – sarebbe il contrario. Che poi a spendere i quattrini che l’U.E., (bisogna riconoscere, stavolta meno rigorosa del solito), mette a disposizione, debbano essere sempre coloro i quali da decenni ci hanno messo in questa situazione realizzando politiche “rigorose” (si fa per dire) è circostanza assai poco rassicurante. Da risultati passati così negativi non c’è da attendersi un futuro radioso.

E lo si vede già nelle normative per il rilancio: mentre tra le misure per il rilancio dell’economia post-Covid la “cattivissima” Merkel in Germania ha abbassato l’IVA di 3 punti (dal 19 al 16 per l’aliquota ordinaria), seguita dalla piccola Cipro, il governo PD-M5S ha inventato bonus, alcuni giustificati, altri surreali – quelli per bici elettriche e monopattini – , ma – a parte qualche breve rinvio di pagamento – nessuna riduzione d’imposta, tanto meno per quelle generali, gravanti su tutta la popolazione (come, tra l’altro, IRPEF, IVA, IMU). In realtà come al solito emerge la differenza sostanziale tra l’Italia e la maggior parte dell’Europa: che non è tanto il “rigore” ma il modo di governare (e governarlo).

Lì si prendono misure emergenziali che incidono per lo più a danno o a favore di tutti: hanno la stessa caratteristica positiva della legge di Rousseau: che viene da tutti e si applica a tutti.

In Italia viene da un governo di minoranza nella Nazione, nato per impedire alla maggioranza (Salvini e connessi) d’andare al governo e serve, in larga parte a fare favori a pochi, se non pochissimi. Quelli che stanno a cuore ai governanti minoritari. I quali hanno un consenso radicato tra i tax-consommers, ossia tra coloro che, sul bilancio dello Stato, ci campano, E non è solo la burocrazia; come scriveva un secolo fa circa Giustino Fortunato, il bilancio dello Stato è “la lista civile della borghesia parassitaria”. Quella che prospera grazie alle imposte, alle tasse, alle tariffe pagate da tutti. E che nutre grandi attese dalle conseguenze della pandemia. Ridurre le imposte (a tutti), profittando dei fondi europei significa ridurre i favori (a qualcuno); cosa improponibile a un governo che si “regge” sul consenso di quelli.

Tempo fa notavo che Manzoni narra come l’esclamazione dei monatti nella Milano appestata era “viva la moria”, perché i lutti di tutti erano occasione per i monatti di vivere (neppure tanto onestamente): e c’erano segnali in Italia che la situazione (e l’augurio) si stesse ripetendo con i monatti post-moderni.

Ne abbiamo avuto la conferma pochi giorni fa; il brindisi (completo) dei monatti nei Promessi sposi in effetti era: “Viva la moria. Moia la marmaglia”; un ministro l’ha completato dicendo che se i ristoratori non riescono ad adeguarsi, meglio che cambino mestiere. Il che vuol dire la morte economica di non poche imprese. Delle quali non molte (forse) propendevano per il partito del ministro e quindi lo “meritavano”. Ma chi spiegherà al ministro che se cessano di produrre le imprese, pochi pagheranno le tasse? E che se non pagano le tasse non solo i suoi elettori, ma persino lui sarà costretto a lavorare?

Teodoro Klitsche de la Grange