Si potrebbe dire che è un bene che lo spargimento di sangue in Ucraina finisca finalmente, dato che entrambe le parti in guerra sono da tempo coinvolte in una brutale guerra di logoramento in cui nessuna delle due parti riesce ad avanzare e che costa solo vite umane. Ma questa è solo una parte della verità. Perché l’altra, molto più brutale, rivelazione di questa settimana è che Donald Trump è pronto in qualsiasi momento a sacrificare la sovranità dell’Ucraina e la sicurezza dell’Europa, se il prezzo è giusto per lui. Che il presidente degli Stati Uniti sia imprevedibile e volubile, lo si sapeva già. Ma ora è chiaro quanto sia radicale il cambiamento nell’atteggiamento americano e quanto poco la politica estera americana sia ancora in linea con la tradizionale concezione di diplomazia e alleanze. Donald Trump ha trasformato la più grande potenza protettrice dell’Occidente in una sorta di estorsore. Il “contropiano in 28 punti” del direttore europeo della società di consulenza Eurasia Group a Berlino.
28.11.2025 IL TRADIMENTO Perché un affare sporco non è affatto sinonimo di pace. Sotto Donald Trump, la sicurezza degli Stati è ormai una questione di saldo bancario. Cosa significa questo per l’Ucraina e come dovrebbe reagire la Germania?
Testo di Alexander Bartl, Marc Brost e Jan-Philipp Hein Per decenni è esistito un principio irrinunciabile della politica estera americana. Innumerevoli diplomatici lo hanno imparato durante la loro formazione, tutti i presidenti degli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale hanno agito in base ad esso. Tutti tranne Donald Trump.
La superpotenza americana sta attualmente riscrivendo la storia in modo che l’aggressore (la Russia) possa scriverla, anche se non è affatto il chiaro vincitore rispetto all’Ucraina. Il “piano di pace” di Trump non è un’offerta per portare la pace, ma per creare calma e fatti. Il presidente americano voleva porre fine al conflitto entro 24 ore, ma non ci è riuscito. Ma il fatto che non sembri aver impiegato nemmeno 24 ore per riscrivere davvero i moduli di testo provenienti da Mosca è almeno altrettanto sorprendente.
STERN 26.11.2025 EDITORIALE
Il “piano di pace” di Trump non mira a creare la pace, ma la calma È risaputo che sono i vincitori a scrivere la storia. Donald Trump ha già scritto così tante storie che non sorprende quanto egli stesso stia modificando questa frase.
Una vittoria russa, secondo l’americana ISW, “non è inevitabile”; la “realtà sul campo” mostra che gli invasori dovrebbero affrontare molti ostacoli nella conquista del resto della regione di Donetsk, se la difesa rimanesse forte e le forniture di armi occidentali costanti. Putin vuole risparmiare tempo, energie, forze e risorse che potrebbe impiegare altrove contro l’Ucraina. Per questo Putin stesso alimenta illusioni. Non è chiaro dove finisca la sua convinzione e dove inizi la guerra psicologica, che ha lo scopo di scoraggiare il nemico e allo stesso tempo di fargli dimenticare che, a quasi quattro anni dall’inizio dell’attacco su larga scala e con centinaia di migliaia di vittime, nessun obiettivo russo è stato ancora raggiunto.
26.11.2025 Con Washington come cassa di risonanza Le dichiarazioni di Putin sulla guerra trovano sempre eco negli Stati Uniti
Di Friedrich Schmidt Si notano sempre più spesso parallelismi retorici tra il governo del presidente americano Donald Trump e il regime del leader russo Vladimir Putin.
Mi stanno abbandonando tutti? Il conflitto sul futuro delle pensioni ha messo a nudo senza pietà le debolezze del sistema Merz. Il capo del governo inciampa sulle dichiarazioni altisonanti che lui stesso ha fatto come leader dell’opposizione, la promessa di una linea chiara si sgretola a causa di errori tecnici, tutto ciò è in netto contrasto con le quotidiane affermazioni di essere l’ultima cartuccia della democrazia e dopo sei mesi si condensa in una domanda angosciante: è già di nuovo l’inizio della fine? Se dopo la coalizione semaforo anche quella nero-rossa dovesse fallire, la Repubblica sarebbe instabile e imprevedibile in un modo che provocherebbe immediatamente sconvolgimenti a livello europeo e internazionale. Tutti gli interlocutori, senza eccezioni, sono consapevoli di questo nesso.
20.11.2025 Riuscirà a resistere? Friedrich Merz sta perdendo alleati importanti, anche all’interno del proprio partito. Molti non sanno più quali siano le posizioni del Cancelliere. Il governo potrebbe addirittura cadere? La caduta del Cancelliere come incidente? Perché la controversia sulla riforma delle pensioni potrebbe diventare pericolosa per Friedrich Merz.
DI MARIAM LAU È così che si presenta il tramonto di un cancelliere?
CDU, CSU e SPD hanno concordato una riforma della previdenza sociale che stabilizzerebbe il livello delle pensioni. Tuttavia, un gruppo di giovani deputati dell’Unione vede in questo una discriminazione nei confronti delle giovani generazioni e non intende approvare la legge prevista. Nel frattempo, altri parlamentari si sono uniti ai ribelli. Ciò priverebbe il governo della maggioranza e il compromesso faticosamente raggiunto fallirebbe, con conseguenze imprevedibili per la coalizione. Cosa prevede effettivamente la legge e quali sono le conseguenze per le pensioni?
20.11.2025 Da questa curva dipende la cancelleria di Merz La coalizione discute sull’ammontare delle pensioni. Cosa significano esattamente le proposte per i pensionati e per i giovani contribuenti?
DI CHRISTIAN ENDT E MARK SCHIERITZ È raro che i progetti di legge decidano il destino di un governo.
Il Wall Street Journal sta lavorando alacremente per reinterpretare l’attentato come un atto eroico di coraggiosi. Nell’agosto 2024, il corrispondente capo Bojan ha presentato un’esclusiva così incredibile che forse è necessario ripeterla: l’esplosione del gasdotto sarebbe stata decisa spontaneamente durante una festa alcolica tra militari e uomini d’affari. La difesa di Kiev ha escogitato un piano folle per interrompere il trasporto di gas russo verso l’Europa. Iniziò il grande gioco delle ipotesi. Chi c’era dietro? La Russia? La Polonia? La Cina? Le notizie sui giornali cambiavano a seconda dell’autorità che faceva trapelare le sue informazioni esclusive alla stampa. Qualcuno crede davvero che l’Ucraina, completamente dipendente dall’aiuto della NATO, potesse compiere un attentato alla sicurezza energetica dei membri della NATO contro l’esplicito veto degli Stati Uniti?
20.11.2025 Le sorprendenti vicende del Nord Stream Indagini – Ad agosto l’Italia ha arrestato un sospettato per gli attentati alle condutture del Mar Baltico – perché il suo nome era già apparso in un video girato a Minsk nel 2024? E se il tira e molla sui mandati di arresto e sui sospettati fosse solo parte di un perfido spettacolo per il pubblico?
di Wolfgang Michal Quando Serhii Kuznetsov, sospettato dalla procura federale tedesca di aver partecipato all’esplosione dei gasdotti Nord Stream il 26 settembre 2022, è stato arrestato in Italia il 5 agosto, ha alzato con sicurezza e
La Procura federale accusa l’ex ufficiale dell’esercito ucraino Serhii K. di aver fatto parte dell’equipaggio dello yacht a vela “Andromeda”, noleggiato a Rostock-Warnemünde, sospettato di aver piazzato gli ordigni esplosivi sui gasdotti. K. sarebbe stato il coordinatore dell’operazione, ma nega qualsiasi coinvolgimento. Lo studio legale berlinese Menaker, che insieme all’avvocato Nicola Canestrini ha assunto la sua difesa, ha presentato ricorso contro il mandato di arresto presso la Corte federale di giustizia. Un investigatore ha dichiarato al quotidiano WELT di essere comunque sicuro che l’ucraino dovrà presto rispondere delle sue azioni in Germania. La Corte di Cassazione di Roma, la più alta autorità giudiziaria italiana, deciderà se ciò avverrà. Se dovesse decidere a favore dell’estradizione, Serhii K. potrà essere trasferito in Germania entro dieci giorni.
19.11.2025 Una decisione polacca e le sue conseguenze sul caso Nord Stream Mentre in Polonia è libero un istruttore subacqueo ucraino che avrebbe partecipato alle esplosioni del gasdotto, in Italia un sospettato rischia l’estradizione
Di DIRK BANSE e PHILIPP FRITZ Di buon umore, l’avvocato Tymoteusz Paprocki riceve i giornalisti tedeschi una domenica mattina nel suo studio vicino alla stazione centrale di Varsavia.
Secondo i diplomatici europei, se il piano venisse messo in pratica, non si potrebbe più parlare di un’Ucraina sovrana. Al contrario, essi utilizzano termini come “sottomissione assoluta” o “capitolazione” per descrivere le conseguenze per l’Ucraina. A Kiev la situazione sembra essere vista in modo simile. Se si considera chi ha elaborato il piano, ciò non sorprende affatto. Witkoff è considerato nei circoli diplomatici un dilettante disinformato e vanitoso, orgoglioso della sua ignoranza. Dmitriev, invece, è descritto come un abile negoziatore. Non c’è quindi da stupirsi che il piano soddisfi in gran parte gli obiettivi di guerra di Putin, ma che allo stesso tempo renda omaggio, in modo appena velato, all’istinto di Trump come uomo d’affari. Di conseguenza, grande è lo sgomento dei governi europei, che non sono stati consultati da Washington, ma hanno appreso i dettagli dai media. Nel complesso, il piano sancirebbe la vittoria politica e militare quasi totale di Putin. L’Ucraina non sarebbe più un Paese sovrano, ma uno Stato ridotto, con una politica estera e di difesa fortemente limitata.
22.11.2025 Trump pone un ultimatum all’Ucraina Entro giovedì prossimo Kiev dovrà approvare il piano in 28 punti. Il presidente Zelenskyj parla del “momento più difficile nella storia del Paese”. Con un piano in 28 punti, il governo degli Stati Uniti intende porre fine all’attacco russo. Le condizioni soddisfano in larga misura gli obiettivi di Vladimir Putin: quanto margine di manovra ha ancora Volodymyr Zelenskyj?
Di Peter Burghardt Donald Trump è un po’ in ritardo con l’Ucraina, voleva risolvere la questione più rapidamente.
In Ucraina la sorpresa è stata grande, soprattutto per le posizioni filo-russe del documento. Tra gli osservatori si è rapidamente diffusa la voce che fossero stati i russi a dettare il piano di pace agli americani. Venerdì, il vice presidente degli Stati Uniti JD Vance ha telefonato a Zelenskyj per placare l’indignazione che nel frattempo si era manifestata anche in altre capitali europee. In un drammatico videomessaggio, Zelenskyj aveva dichiarato che l’Ucraina aveva ora solo la scelta di perdere la propria dignità e accettare il piano, oppure perdere uno stretto alleato, gli Stati Uniti. Dopo ore frenetiche di diplomazia telefonica tra americani ed europei, che si sono sentiti dolorosamente ignorati nel processo, è stato concordato di incontrarsi a Ginevra nel fine settimana per lavorare al piano.
26.11.2025 Il piano di pace di Trump Storia di un disastro diplomatico
Di Benjamin Reuter Quando martedì scorso il portale statunitense “Axios” ha riportato la notizia di un piano di pace in 28 punti elaborato da Stati Uniti e Russia, l’agitazione è stata grande.
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Cinque anni fa, nel novembre 2020, ho scritto un articolo intitolato ” Teoria del contratto sociale per la stratocrazia” . Lo considero uno dei migliori saggi che abbia mai scritto. Purtroppo, è passato quasi del tutto inosservato quando l’ho pubblicato. La gente era troppo distratta dalle elezioni del 2020 per interessarsi alla teoria esoterica. Forse lo è ancora; i miei post, frutto di uno sforzo e di una ricerca squisitamente elaborati, ottengono sempre meno traffico dei miei post improvvisati sulle notizie del giorno.
Comunque sia, mentre rifletto su “cosa riserva il futuro all’America”, ultimamente mi sono ritrovato a leggere e rileggere il mio saggio sulla stratocrazia. Credo che meriti un approfondimento. Pertanto, l’ho ripubblicato di seguito, aggiungendo alcune considerazioni aggiuntive alla fine.
Teoria del contratto sociale per la stratocrazia
Una stratocrazia è una forma di governo in cui “ i cittadini con servizio militare obbligatorio o volontario, o che sono stati congedati con onore, hanno il diritto di eleggere o governare”. Le stratocrazie più famose sono la fittizia Federazione Terrestre presentata in Starship Troopers di Robert A. Heinlein.e la vera città-stato di Sparta .Una stratocrazia non deve essere confusa con una giunta o una dittatura. Una stratocrazia è una meritocrazia che obbedisce allo stato di diritto e prevede processi formali per la selezione di cittadini e leader.
Il regime immaginario di Heinlein è una democrazia rappresentativa, con la differenza che solo coloro che completano un periodo di servizio federale diventano cittadini autorizzati a votare e prestare servizio, e coloro che prestano servizio sono tenuti a rispettare gli standard di giustizia militare. La Federazione Terrestre è presentata come un’utopia liberale: “la libertà personale per tutti è [la] più grande della storia, le leggi sono poche, le tasse sono basse, il tenore di vita è alto quanto la produttività lo consente, la criminalità è al suo livello più basso”. Questi sono obiettivi a cui qualsiasi comunità liberale aspirerebbe.
A livello pratico, quindi, l’unica differenza tra il sistema della Federazione Terrestre e i nostri sistemi contemporanei è che il diritto di voto della Federazione Terrestre è limitato anziché universale. In Occidente, fin dall’Illuminismo, la tendenza è stata quella di ampliare il diritto di voto. Quando l’America fu fondata, solo i proprietari terrieri maschi bianchi avevano il diritto di voto; oggi, ogni cittadino americano di età pari o superiore a 18 anni ha il diritto di voto, indipendentemente dal possesso di proprietà, dal servizio militare, dalle qualifiche intellettuali, con i criminali che rappresentano la quasi unica esclusione dal voto universale.
A livello teorico, tuttavia, la differenza è profonda. La democrazia ha un solido fondamento teorico nella teoria del contratto sociale . Giganti intellettuali come Ugo Grozio, Thomas Hobbes, Samuel Pufendorf, John Locke e Jean-Jacques Rousseau hanno ciascuno sviluppato solide teorie del contratto sociale.
La teoria del contratto sociale legittima lo Stato definendolo come un contratto in cui gli individui hanno ceduto, esplicitamente o tacitamente, alcuni dei loro diritti naturali allo Stato in cambio della protezione dei diritti rimanenti. Pertanto, la teoria del contratto sociale inizia anche definendo quali siano i diritti naturali dell’uomo, in genere partendo dall’uomo in uno stato di natura e procedendo da lì.
Uno dei principali difetti dell’attuale teoria del contratto sociale è che le sue presunzioni sullo stato di natura sono di fatto errate. Ogni teoria del contratto sociale esistente discute lo stato di natura degli individui. Ma l’uomo non entra nel mondo come individuo. È, come spiega Alasdair MacIntyre , un animale razionale dipendente . Come hanno documentato i sociologi, gli esseri umani entrano nel mondo non come individui autonomi, ma sempre e ovunque come membri di famiglie, clan (famiglie estese), tribù (clan estesi) o persino nazioni (tribù estese).
Un secondo errore nella teoria attuale del contratto sociale risiede nella sua descrizione erronea della formazione dello Stato. Come Yoram Hazony descrive il problema in ” La virtù del nazionalismo” , dove fornisce anche il processo effettivo (nel mondo reale) attraverso cui si forma lo Stato:
È impossibile riflettere in modo intelligente sui principi di governo senza prima liberarsi dalla finzione che gli stati siano formati dal consenso degli individui, una visione che non fa altro che nasconderci il modo in cui nascono gli stati… Non c’è mai stato uno “stato di natura” del tipo immaginato da Hobbes o Locke, in cui gli individui fossero leali solo a se stessi. Finché gli esseri umani sono vissuti su questa terra, sono stati leali alla famiglia, al clan e alla tribù in senso più ampio…
Ogni clan o tribù ha il suo capo. Ma senza una forza armata dedicata a eseguire la sua volontà, un tale capo clan o tribù raramente possiede il potere di costringere i suoi simili… Cosa spinge il clan o la tribù ad agire come un corpo unito? In primo luogo, l’accordo del clan o della tribù sul fatto che i suoi leader abbiano deciso correttamente una determinata questione. In secondo luogo, la lealtà del clan o della tribù verso i suoi leader, laddove tale accordo venga meno. E infine, la pressione che coloro che sono d’accordo con la decisione… esercitano su chiunque rimanga incerto.
Uno stato libero [sorge] se i capi di una coalizione di tribù, riconoscendo un legame comune tra loro e una necessità comune, si uniscono per stabilire un governo nazionale permanente… Uno stato dispotico [sorge] quando i clan o le tribù non si sono uniti volontariamente per mantenere la loro libertà, ma sono stati, al contrario, soggiogati da un conquistatore contro la loro volontà.
[In entrambi i casi, lo Stato] introduce un governo centrale permanente sulle tribù e sui clan… un sovrano o un governo con l’autorità di emanare decreti che vengono poi imposti, ove necessario, mediante la forza armata.
La differenza tra uno stato libero e uno stato dispotico, quindi, è che nello stato libero i capi tribù acconsentono a un governo centrale per necessità, mentre in uno stato dispotico le tribù sono soggiogate da un’altra coalizione più potente. Ma in nessuno dei due casi i membri delle tribù stipulano contratti individuali. Nascono nelle tribù e i loro capi tribù creano lo stato. Si noti inoltre che sia la leadership tribale che il governo statale sono implicitamente mantenuti al potere con la forza. (Come afferma eufemisticamente Hazony, “dalla pressione che coloro che sono d’accordo esercitano su coloro che non lo sono”).
Una corretta comprensione dello stato di natura dell’uomo e una corretta comprensione di come si forma lo Stato potrebbero effettivamente sostenere la stratocrazia, piuttosto che la democrazia, come forma di governo appropriata. Consideriamo come potrebbe presentarsi la teoria del contratto sociale stratocratico, utilizzando lo stesso approccio storico utilizzato dai teorici dell’Illuminismo e concludendo con una valutazione dell’esistenza di un “diritto alla ribellione” lockiano:
1. L’uomo nello stato di natura è un animale sociale. Ogni essere umano nasce e viene cresciuto in una famiglia . Ogni famiglia fa parte di un clan di famiglie imparentate. Ogni clan fa parte di una tribù di clan imparentati. Ogni tribù fa parte di una nazione di tribù imparentate. Famiglia, clan, tribù e nazione sono le coalizioni naturali della specie umana, con le tribù come sotto-coalizioni di nazioni, i clan come sotto-coalizioni di tribù e le famiglie come sotto-coalizioni di clan. Una grande coalizione con un certo numero di sotto-coalizioni forma uno stato .
2. L’autorità all’interno e tra gli stati si basa sulla forza. Come osserva Tucidide, “i forti fanno ciò che vogliono, i poveri soffrono ciò che devono”. Come osserva George Washington, “il governo è forza”. Come osserva Mao, “il potere politico nasce dalla canna di un fucile”.
3. Poiché l’autorità si basa sulla forza, il conflitto sull’autorità viene risolto con la forza. Ogni figura autoritaria (leader) convoca un esercito di guerrieri abili che supportano la sua leadership, e gli eserciti risolvono la questione dell’autorità in battaglia.
4. Nel mondo antico, l’uso della forza tra gli stati era esplicitamente inteso come naturale e onorevole. Come disse Alessandro Magno a Dario, “se desideri rivendicare il titolo di re, allora mantieni la tua posizione e combatti per esso!”. Gli uomini moderni preferiscono dire belle bugie sulla forza, ma ciononostante la forza ha creato lo stato americano, con la guerra vittoriosa contro l’Impero britannico, e lo ha preservato, con la guerra vittoriosa contro la Confederazione. Più recentemente, la forza ha creato gli stati di Irlanda, Israele e Pakistan.
5. La risoluzione dei conflitti attraverso la forza non avviene solo tra stati rivali (interstatali), ma anche tra sotto-coalizioni all’interno dello stato (intrastatali). Gengis Khan, ad esempio, usò la forza della sua tribù mongola contro altre tribù mongole per affermarsi come leader della nazione mongola.
6. La democrazia non nasce da un contratto tra individui nello stato di natura. La stratocrazia nasce invece da un trattato tra i leader di sotto-coalizioni rivali all’interno di uno stato, i quali si rendono conto che l’uso della forza all’interno della coalizione è inutilmente distruttivo. In una stratocrazia, il leader di ciascuna sotto-coalizione continua a radunare il proprio esercito; ma il leader che porta con sé l’esercito più numeroso ottiene autorità senza che gli eserciti debbano combattere. Pertanto, in ogni stratocrazia, i cittadini sono inizialmente i guerrieri abili, la milizia, il fyrd, gli opliti, le centurie, che in assenza di democrazia dovrebbero risolvere la questione dell’autorità con la forza delle armi.
7. Affinché la stratocrazia possa risolvere le questioni di autorità all’interno di uno Stato, due cose devono essere vere. Primo, le sotto-coalizioni perdenti devono essere disposte ad accettare che la loro sconfitta sia temporanea. Secondo, la sotto-coalizione vincente non deve peggiorare i risultati delle coalizioni perdenti rispetto a quelli che si otterrebbero se queste ultime combattessero. Questi requisiti diventano parte del trattato che istituisce il sistema stratocratico.
8. Per garantire che le sotto-coalizioni perdenti accettino la loro sconfitta come temporanea, il trattato stratocratico richiede che le questioni di autorità vengano periodicamente riesaminate. Da qui nascono elezioni periodiche, assemblee popolari e pratiche simili. In questo modo, l’esito stratocratico viene reso accettabile per lo sconfitto, che può sperare in una possibilità di vittoria in futuro.
9. Per garantire che la sotto-coalizione vincente non peggiori i risultati delle sotto-coalizioni perdenti al punto da rendere preferibile la violenza, alcune azioni vengono rese inammissibili per lo Stato. I combattenti di solito combattono per difendere la propria vita, libertà e proprietà, quindi il trattato stratocratico stabilisce che lo Stato non toglierà mai la vita, la libertà e la proprietà dei combattenti. Le aree protette da azioni inammissibili da parte dello Stato diventano diritti . In questo modo, l’esito stratocratico viene reso accettabile per i perdenti, che possono sentirsi sicuri che i loro diritti siano tutelati.
10. I diritti, come l’autorità, si basano quindi sulla capacità di usare la forza. È il fatto che un guerriero possa sollevarsi e combattere che gli conferisce diritti. Il Minuteman è il fondamento della Carta dei Diritti.
11. Una volta che uno stato diventa una stratocrazia, i leader delle sotto-coalizioni al suo interno iniziano a competere per i convertiti tra i guerrieri non allineati e i guerrieri di altre sotto-coalizioni. Tale competizione può essere retorica, con i leader che cercano di convincerli della loro efficacia o rettitudine come leader, o economica, con i leader che offrono doni e bottino a coloro che li sostengono. In entrambi i casi, mentre i guerrieri ricordano che sono le loro armi a fondare i loro diritti e il sistema stratocratico stesso, il sistema rimane efficace e sano.
12. Con il passare degli anni, le fondamenta del sistema stratocratico possono essere oscurate dal peso della tradizione e della filosofia. Il voto e i diritti possono finire per essere visti come dati di fatto politici. Il trasferimento non violento del potere tra leader può essere dato per scontato. “Un serpente a sonagli morde quando viene calpestato, ma quando non ha morso a memoria d’uomo, gli sciocchi pensano che sia sicuro calpestarlo”.
13. Quando il rischio del morso del serpente a sonagli viene dimenticato, i leader ambiziosi all’interno dello stato iniziano a cercare modi per espandere il loro esercito. Se i guerrieri non hanno correttamente affermato il fondamento della loro autorità, il loro sistema stratocratico diventa vulnerabile ai filosofi politici, i quali sostengono che esista un “diritto” intrinseco al voto, distinto dalla capacità di usare la forza. Il voto, che è un sostituto del combattimento e quindi giustamente limitato ai guerrieri abili dello stato, viene esteso a coloro che non vogliono o non sono in grado di combattere. In questo modo, la partecipazione al governo viene separata dai fondamenti dell’autorità vigente. Una stratocrazia con un suffragio universale separato dal servizio militare è chiamata democrazia. La democrazia, quindi, è correttamente intesa come una stratocrazia decaduta.
14. Una democrazia può essere uno stato pacifico e fiorente, ma il risultato finale della transizione dalla stratocrazia alla democrazia è che coloro che effettivamente costituiscono il fondamento della pace tra le coalizioni vengono sempre più emarginati dalle stesse persone che dipendono da loro per quella pace. Avendo perso di vista il fatto che la pace è mantenuta da uomini armati, i cittadini di una democrazia arrivano a credere che la pace sia stata mantenuta da burocrati che approvavano leggi disprezzando uomini armati. La riforma non è impossibile, naturalmente; il declino può essere invertito da leader-guerrieri come Andrew Jackson (che ha affermato: “Il governo ha preso la decisione di schiavizzare metà del paese, ora lasciamo che la impongano”), ma in assenza di una leadership guerriera, il declino peggiora.
15. Se non riformata, la decadenza si estende fino all’abbandono dei presupposti necessari per mantenere anche una stratocrazia decaduta (una democrazia). I perdenti iniziano a rifiutarsi di accettare la sconfitta, anche quando i loro diritti vengono rispettati; a volte, i vincitori si rifiutano di rispettare i diritti degli sconfitti. Spesso, la stessa sotto-coalizione agirà in entrambi i modi: quando perde, cercherà di eludere la volontà dei vincitori al di fuori della democrazia; e quando vince, ignorerà sistematicamente i diritti dei perdenti. A questo punto, lo Stato è decaduto in un’anarco -tirannia .
16. Quando uno stato decade in un’anarco-tirannia, inizia a violare il trattato che ha istituito la stratocrazia. L’anarco-tirannia crea quindi le condizioni affinché i guerrieri abili all’interno dello stato si ribellino contro di esso. I guerrieri la cui forza è ciò che sta alla base di una stratocrazia correttamente funzionante sono giustificati nel porre fine all’anarco-tirannia con qualsiasi mezzo necessario. Lo stato per cui i guerrieri combattono è propriamente il loro stato, e i diritti che gli anarco-tiranni violano sono i loro diritti.
17. Dopo aver rovesciato l’anarco-tirannia, i guerrieri possono quindi ristabilire il loro stato come stratocrazia, limitando opportunamente il diritto di voto a coloro che hanno la capacità e la volontà di usare la forza. Questo è giusto, giusto e morale. I guerrieri che ripristineranno la stratocrazia raccoglieranno l’onore conferito da un popolo grato a coloro che portano pace, sicurezza e libertà. Ma anche coloro che facevano parte della/e sotto-coalizione/i sconfitta/e possono in seguito essere sicuri dei propri diritti. Avendo ricordato a tutte le parti l’orrore della guerra, il fuoco che ispira il rispetto dei diritti e la risoluzione pacifica delle controversie viene così riacceso.
Il saggio originale terminava qui… ma vuoi saperne di più? Continua a leggere!
La teoria del contratto sociale stratocratico rivisitata
Riprendendo il saggio, vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che la teoria stratocratica, come le teorie classiche di Aristotele, Polibio e Ibn Khaldun, e a differenza della teoria liberale Whig, è di natura ciclica. Riconosce e accetta che ogni stratocrazia decadrà, per poi sostenere che tale decadimento sarà infine invertito da combattenti che combatteranno per ristabilire i propri diritti. La giustificazione di questo processo ciclico si trova nella clausola 16:
“Quando uno stato decade in un’anarco-tirannia, inizia a violare il trattato che ha istituito la stratocrazia. L’anarco-tirannia crea quindi le condizioni affinché i guerrieri abili all’interno dello stato si ribellino contro di esso. I guerrieri la cui forza è ciò che sta alla base di una stratocrazia che funziona correttamente sono giustificati nel porre fine all’anarco-tirannia con qualsiasi mezzo necessario. Lo stato per cui i guerrieri combattono è propriamente il loro stato, e i diritti che gli anarco-tiranni violano sono i loro diritti.”
La natura dei cicli stratocratici deriva dalla base teorica dei diritti stratocratici. A differenza delle moderne teorie liberali, la teoria stratocratica afferma che i diritti derivano dalla forza delle armi; non sono né “evidenti” né “inalienabili”, né sono liberamente concessi da un governo benevolo. Sono duramente conquistati e sostenuti con la violenza. Il ragionamento si trova nelle clausole 3, 6, 8, 9 e 10. Riassumendo i punti chiave:
“Poiché l’autorità si basa sulla forza, il conflitto sull’autorità viene risolto con la forza. Ogni figura autoritaria (leader) convoca un esercito di guerrieri abili che sostengono la sua leadership, e gli eserciti risolvono la questione dell’autorità in battaglia.”
“ La stratocrazia nasce da un trattato tra i leader di sotto-coalizioni rivali all’interno di uno stato che si rendono conto che l’uso della forza all’interno della coalizione era inutilmente distruttivo… [invece] il leader di ogni sotto-coalizione raduna comunque il suo esercito; ma il leader che porta con sé l’esercito più numeroso ottiene autorità senza che gli eserciti debbano combattere.”
“Per garantire che le sotto-coalizioni perdenti accettino la loro sconfitta come temporanea, il trattato stratocratico richiede che le questioni di autorità vengano periodicamente messe nuovamente alla prova.”
“La sotto-coalizione vincente non deve peggiorare i risultati delle coalizioni perdenti rispetto a quelli che si otterrebbero se le coalizioni perdenti combattessero”.
“Per garantire che la sotto-coalizione vincente non peggiori i risultati delle sotto-coalizioni perdenti al punto da rendere preferibile la violenza, alcune azioni vengono rese inammissibili per lo Stato.”
“Le aree protette da azioni illecite da parte dello Stato diventano diritti . In questo modo, l’esito stratocratico viene reso accettabile per i perdenti, che possono sentirsi sicuri che i loro diritti siano tutelati.”
“I diritti, come l’autorità, si basano quindi sulla capacità di usare la forza. È il fatto che un guerriero possa sollevarsi e combattere che gli conferisce diritti. Il Minuteman è il fondamento della Carta dei Diritti.”
Ora applichiamo questi principi stratocratici alla realtà del mondo occidentale intorno al 2025.
Mi sembra evidente che gli Stati Uniti e la maggior parte dei loro alleati occidentali si stiano avvicinando a uno stato di anarco-tirannia o qualcosa di simile. Mi sembra altrettanto evidente che la coalizione di governo che impone l’anarco-tirannia è composta da élite globaliste; e che la coalizione perdente a cui la stanno imponendo è rappresentata da quelli che potremmo definire i populisti, di cui i giovani nativisti abili al lavoro formano una vasta sotto-coalizione.
Negli Stati Uniti, dove il populista Donald Trump si è assicurato la vittoria elettorale, si è assistito a una certa resistenza all’egemonia globalista, ma la coalizione di governo sembra ancora esercitare un immenso potere a Washington. Altrove, la mano dominante della coalizione globalista sembra ancora più forte. In molti paesi occidentali, diritti antichi e duramente conquistati sono andati perduti o vengono rapidamente abbandonati. Più di recente, abbiamo appreso che il Ministero della Giustizia del Regno Unito prevede di abolire il processo con giuria .
Se l’anarco-tirannia è qui, e i diritti stratocratici vengono calpestati dalla coalizione al potere, significa che è imminente una rivolta degli uomini abili dell’Occidente che porrà fine alla tirannia? Questo è ciò che la teoria stratocratica suggerisce essere il passo successivo.
Ma avvertimenti simili sono stati lanciati per anni. In effetti, un certo Contemplatore sull’Albero del Dolore avrebbe potuto mettere in guardia dal pericolo di un’imminente guerra civile… nel 2020… eppure non è successo nulla. Anzi, ” non succede mai nulla “, come lamentano i 4Channer.
Perché no? Cosa succede? Perché non succede mai niente?
Vi chiedo di considerare la triste possibilità che non accada mai nulla perché il legame stratocratico tra il cittadino abile al lavoro, il suo uso della forza e la difesa dei suoi diritti è stato spezzato. In particolare, considerate che:
la coalizione al potere fa sempre meno affidamento su guerrieri abili per mantenere il suo potere in primo luogo;
la coalizione al potere amplia il suo esercito di guerrieri abili secondo necessità, consentendo un’immigrazione incontrollata;
ci sono sempre meno guerrieri abili da radunare per la coalizione populista;
i guerrieri abili che potrebbero radunarsi contro la coalizione al potere sono stati in gran parte disarmati nella maggior parte delle comunità politiche; e, cosa peggiore,
la coalizione al potere ha imparato a ottenere l’acquiescenza della coalizione perdente attraverso l’ingegneria sociale piuttosto che attraverso l’estensione dei diritti.
Se queste affermazioni sono vere, allora i nostri diritti hanno perso ogni fondamento – non quello giuridico, ovviamente, né quello divino; bensì quello pratico, quello militare . I nostri diritti esistono sulla carta, ma non hanno alcuna forza dietro di sé. E se la coalizione al potere sa che la coalizione perdente non può o non vuole sollevarsi in difesa dei propri diritti, allora nulla la dissuade dall’obliterare tali diritti… che è ciò che sta facendo.
La prossima settimana analizzerò in dettaglio ciascuno di questi punti e fornirò i dati empirici che li giustificano. Ho già scritto la prima bozza, e dipinge un quadro desolante. Parafrasando George Orwell, “se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta per sempre un serpente a sonagli anestetizzato”. Non è un bel quadro da guardare. Ma il serpente a sonagli non si sveglierà mai se non sa nemmeno di essere stato addormentato.
Se il tuo desiderio di saperne di più si è intensificato, potresti prendere in considerazione l’idea di diventare un civile o un cittadino dell’Albero del Dolore, un sottoinsieme di filosofia e politica a tema Conan che oggi ha mescolato in modo confuso Starship Troopers con l’estetica Hyboriana, aggiungendo anche qualche bandiera di Gasden.
Questo volume di oltre 500 pagine è stato redatto da un giovane sottufficiale in servizio attivo, istruttore presso unità ucraine che gli hanno permesso di elaborare questa vasta sintesi che si presenta come un trattato particolarmente dettagliato ed esaustivo.
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«Iniziata con offensive penetranti lungo le grandi arterie, la guerra si protrasse rapidamente nel tempo, con la costituzione di una rete di trincee sulla linea del fronte».
Questa frase ad effetto avrebbe potuto essere l’introduzione a una lezione di storia sulla Prima guerra mondiale, se la guerra in Ucraina iniziata nel febbraio 2022 non ci avesse ricordato l’attualità della guerra di trincea che pensavamo fosse ormai superata.
Questo volume di oltre 500 pagine è stato redatto da un giovane sottufficiale in servizio attivo, istruttore presso unità ucraine che gli hanno permesso di elaborare questa vasta sintesi che si presenta come un trattato particolarmente dettagliato ed esaustivo.
L’indice è completo e permette di affrontare nella prima parte i fondamenti storici del passaggio dalla mobilità alla guerra di posizione. Se l’evoluzione di questo tipo di protezione difensiva fino alla Prima guerra mondiale è ben nota, con il riferimento alla guerra di Crimea e alla guerra di secessione americana, molto meno si sa dei periodi successivi alla Seconda guerra mondiale. Quest’ultima ha potuto costituire una rivoluzione, con il culto della mobilità della manovra, ma, nei diversi periodi di confronto durante la guerra fredda, la trincea ha potuto rifare la sua comparsa su diversi teatri.
Un modello indimenticabile
È il caso della seconda guerra civile cinese, con le reti di tunnel e bunker già esistenti, che ritroviamo anche durante la guerra del Vietnam. Durante la guerra di Corea, tra il 1950 e il 1953, i protagonisti iniziarono con vaste offensive penetranti, prima che il fronte si stabilizzasse e, alla fine, un cessate il fuoco congelasse le posizioni su una linea abbastanza simile alla situazione precedente. In questa guerra di Corea si ritrovano molti elementi già visti durante la guerra del 14-18, ma ampiamente modernizzati con l’avvento degli elicotteri e lo sviluppo di un’artiglieria molto più precisa.
La guerra sovietico-afghana è considerata la fine della guerra lampo e, in effetti, l’offensiva dell’inverno 1979, che combinava truppe aviotrasportate, offensiva meccanizzata terrestre e dispiegamento di truppe sul terreno, si è rapidamente arenata negli spazi compartimentati del paesaggio montuoso dell’Afghanistan. In questa situazione di stallo durata quasi dieci anni, sia gli insorti che i sovietici furono costretti a dotarsi di dispositivi difensivi più o meno permanenti. Trincee e altri rifugi sono quindi presenti nei diversi punti di scontro e, anche se il paesaggio afghano ha poco a che vedere con le pianure della Somme, gli assalti dei mujaheddin ai fortini dell’Armata Rossa sono frequenti. Questi ultimi utilizzano anche le trincee come mezzo di occultamento per le imboscate.
A partire dal 2014, e in seguito all’annessione della Crimea, la guerra si estende al Donbass, tra i separatisti sostenuti dall’esercito russo e le forze ucraine. Molto rapidamente, il fronte si cristallizza e vengono scavate delle trincee, semplicemente per adattarsi alle nuove condizioni di combattimento.
La guerra in Ucraina, nuovi approcci
L’offensiva russa del 2022, concepita come un’operazione di decapitazione del potere politico ucraino attraverso una guerra lampo, e la controffensiva ucraina hanno portato a una stabilizzazione del fronte, caratterizzata da combattimenti in zone urbane, come a Mariupol, Kherson o Avkhidia.
Con grande metodo e con la costante preoccupazione di trattare in modo esaustivo tutti gli aspetti di questa forma di guerra, Junior Saulnier ripercorre, «dal punto di vista della trincea», le evoluzioni generali di una guerra in corso. La trasparenza del campo di battaglia, resa possibile oggi dai satelliti, ma anche dai droni di ricognizione, limita le possibilità di manovra e favorisce il ritorno del camuffamento nelle posizioni difensive. I missili antiaerei portatili limitano le possibilità di attacchi tattici, a causa della vulnerabilità dei velivoli, mentre la densificazione delle armi individuali, in particolare quelle anticarro, ha ripristinato l’avanzata delle truppe a piedi.
Un altro importante cambiamento è rappresentato dalla moltiplicazione dei diversi tipi di droni FPV, kamikaze o lanciatori di esplosivi, più o meno concentrati sulle posizioni nemiche.
Tutti questi elementi convergono verso una guerra di posizione: la specificità del teatro ucraino, la sua copertura vegetale, il suo rilievo, ma anche la necessità per l’Ucraina di resistere nel tempo sono determinanti.
Nella terza parte, l’autore esamina la psicologia della guerra di trincea moderna. Il morale delle truppe, e più in generale le forze morali, sia dei combattenti che della popolazione nelle retrovie, rimangono determinanti. Il capo militare dovrà adattare lo schieramento delle sue forze tenendo conto di alcune regole che sono state forgiate nei conflitti precedenti. Ciò riguarda le rotazioni strategiche, le camere di decompressione tattica, i turni di guardia e le condizioni di vita in questo ambiente così particolare. Naturalmente si pone la questione della disciplina e della motivazione, in particolare in un contesto in cui la guerra dell’informazione diventa determinante. L’accesso, attraverso i social network, a ogni tipo di sollecitazione, a notizie vere o false, cambia radicalmente la situazione. Junior Saulnier esamina minuziosamente il ruolo dell’unità elementare, fino alla sezione, e le responsabilità del comandante in questo contesto. Allo stesso modo, il mantenimento della motivazione rimane essenziale.
L’opera si evolve progressivamente verso un vero e proprio manuale di applicazioni pratiche, con illustrazioni che mostrano, ancora una volta in modo molto esaustivo, tutti gli aspetti della guerra di trincea moderna. Si citano ad esempio la breccia, che indica ciò che è stato definito lo sfondamento delle linee nemiche. Lo schema è ampiamente documentato, con i tre elementi, assalto, appoggio e riserva, le cui azioni successive consentono di ottenere l’effetto desiderato. Ciò si scontra con il dispositivo difensivo e, in particolare, con la guerra in Ucraina, con gli elementi di trappola, senza presenza difensiva diretta. A differenza della prima guerra mondiale, con linee di trincee nemiche separate da meno di 100 m, la moderna terra di nessuno può essere caratterizzata da un’estensione di quasi 10 km. Con i mezzi di osservazione a disposizione dei belligeranti, le operazioni sono ovviamente molto più complesse.
Ciò si riflette nei capitoli seguenti, con l’attuazione di dispositivi difensivi che combinano fortificazioni di prima linea e vie di ritirata, poiché anche questo aspetto deve essere preso in considerazione, con l’obiettivo di proteggere il personale.
Il libro entra molto nel dettaglio pratico, con un intero capitolo dedicato ai diversi tipi di binomi, dal comando al pilota di droni, passando per il medico o il supporto di fuoco. Viene anche presa in considerazione l’attrezzatura minima di ciascuno dei protagonisti.
È evidente che ci troviamo di fronte a un’opera che dichiara apertamente le proprie intenzioni, associando una visione globale di un conflitto in corso alle sue conseguenze pratiche. Da questo punto di vista, può essere considerata come un vero e proprio manuale d’uso delle forze, ma anche come una sorta di avvertimento per i lettori che, per il momento, sono fisicamente lontani da questo conflitto.
L’alta intensità, che ormai viene evocata come forma di guerra possibile o probabile, non è più un’idea astratta, ma una realtà concreta che si sta verificando sul fianco orientale dell’Unione europea. A questo proposito, l’operatore ucraino, sepolto nella sua trincea, è in prima linea. Ne paga il prezzo con il sangue, purtroppo inevitabile. Possa questo manuale, e le sue applicazioni pratiche, risparmiarglielo, per quanto possibile.
La guerra in Ucraina di fronte alla legge geopolitica dei numeri
Considerati i notevoli progressi delle tecnologie militari, è stato spesso sostenuto che la qualità dei soldati fosse più importante del loro numero e che un esercito moderno potesse quindi limitare il proprio organico. Ma la guerra in Ucraina non ha forse stravolto la situazione, mettendo in evidenza che la legge dei numeri nei conflitti non era affatto superata?
Gérard-François Dumont, professore emerito alla Sorbonne Université, presidente della rivista Population & Avenir
Senza negare l’importanza delle strategie militari dei belligeranti, della volontà di vincere degli uni e del possibile scoraggiamento degli altri, tutta la storia delle guerre dimostra che la possibilità di schierare un numero elevato di combattenti è un vantaggio che contribuisce al successo o al fallimento finale. Per citare alcuni esempi francesi, l’analisi della forza della Francia di Luigi XIV di fronte alle coalizioni nemiche o delle vittorie napoleoniche richiede necessariamente di tenere conto del fatto che, in quei periodi storici, la Francia era, di gran lunga e ad eccezione della Russia, il paese più popoloso d’Europa, il più in grado di mobilitare un numero elevato di combattenti. Un altro esempio: all’inizio degli anni 1910, la Francia è consapevole delle conseguenze della sua bassa fertilità: una Francia invecchiata di 39 milioni di abitanti si trova di fronte a una Germania giovane di 67 milioni di abitanti. Pertanto, nell’estate del 1913, il governo francese approva una legge che estende a tre anni il servizio militare.
Con la fine del XX secolo, si è diffusa l’idea che disporre di grandi battaglioni sui campi di battaglia fosse secondario. Tuttavia, la guerra in Ucraina ha brutalmente ricordato che la legge geopolitica del numero non era superata, in particolare a causa della lunghezza del fronte che richiede ai due belligeranti di reclutare e sostituire le persone morte o ferite.
La Russia sembra avvantaggiata con i suoi 147 milioni di abitanti. Tuttavia, le generazioni che hanno raggiunto l’età adulta sono relativamente poche a causa del calo della fertilità nei decenni precedenti e perché una parte di esse – 1 milione? – è emigrata dal 24 febbraio 2022. Inoltre, la Russia si trova piuttosto a corto di manodopera mentre diversifica la sua economia per produrre ciò che non può più importare dai paesi occidentali. E ha anche bisogno di manodopera per la ricostruzione nei territori ucraini che è riuscita a (ri)conquistare. In questo contesto, la Russia, senza che sia possibile presentare dati numerici, non esita a ricorrere a mercenari.
La situazione in Ucraina presuppone di considerare un Paese che nel 2024 conterà circa 36 milioni di abitanti contro gli oltre 51 milioni del 1991. Questo Paese, minato dalla corruzione e dal malgoverno, ha visto partire tra il 1991 e il febbraio 2022 oltre 7 milioni dei suoi abitanti verso Paesi in grado di offrire condizioni economiche migliori. Dal 24 febbraio 2022, l’Ucraina ha registrato una nuova emigrazione di 7 milioni di persone che volevano sfuggire ai rischi delle violenze belliche. Si potrebbe pensare che questi 7 milioni siano tutti bambini, donne e anziani. Ma esaminando le statistiche di Eurostat che riportano il numero di ucraini che beneficiano, nell’Unione europea a 27, dello status di protezione temporanea, ovvero uno status speciale di rifugiato, emerge che il 9% sono uomini di età compresa tra i 18 e i 34 anni, ovvero, solo nell’UE, quasi 380.000 persone che potrebbero essere considerate mobilitabili. In un tale contesto demografico, l’equazione militare delle risorse umane dell’Ucraina è complessa e non sorprende che il Paese incontri tante difficoltà quando il potere deve negoziare con il Parlamento le leggi di mobilitazione.
In questa situazione, che testimonia, nonostante tutti i progressi compiuti nelle tecnologie militari, l’importanza duratura di uno degli aspetti della legge geopolitica dei numeri, non sorprende che un altro paese in guerra – Israele – abbia approvato nel giugno 2024 il reclutamento di 350.000 riservisti o che un paese in pace, la Svezia, abbia deciso di raddoppiare il numero di coscritti entro il 2032.
L’esercito francese sta attraversando una crisi di reclutamento. Dopo le generazioni OPEX degli anni 1990-2015, l’esercito francese si sta ritirando dai teatri africani e orientali. Senza prospettive di azione, i giovani perdono interesse per l’istituzione militare.
Dal 1962 alla caduta del Muro, l’esercito francese intraprende poche operazioni, coinvolgendo solo una parte limitata delle sue forze. L’esercito di leva viene inizialmente addestrato ed equipaggiato per condurre una guerra nucleare contro un’eventuale invasione del Patto di Varsavia. Così, la maggior parte degli ufficiali cresce e svolge la propria carriera cullata dall’idea di Lyautey: «Agli ufficiali di domani, dite che, se hanno riposto i propri ideali in una carriera fatta di guerre e avventure, non è da noi che devono perseguire i propri obiettivi; non li troveranno più qui; toglietegli questa illusione prima che arrivino le delusioni. Ma date loro questa concezione feconda del ruolo moderno dell’ufficiale diventato educatore dell’intera nazione». Questa visione dell’esercito autosufficiente sarà insegnata nelle scuole ufficiali fino all’inizio degli anni 2000 e continuerà ad essere evocata fino ad oggi. Tuttavia, dalle operazioni nell’ex Jugoslavia fino all’operazione Barkhane, questo motto è stato messo in discussione e la nuova generazione di ufficiali si è «impegnata nelle operazioni all’estero».
Soldato degli anni 2000: arruolato per le operazioni all’estero (OPEX)
Infatti, dall’Afghanistan, l’intero esercito francese è destinato a essere proiettato e anche le unità che non facevano parte della tradizione dei corpi di spedizione si sono ritrovate a combattere regolarmente in Africa. Il giovane soldato arruolato negli anni 2000 sa che sarà inevitabilmente proiettato all’estero e costretto a rischiare la vita. Sono stati gli ufficiali di questa generazione (che hanno vissuto il Kosovo, l’Afghanistan e la Costa d’Avorio) a comandare successivamente le operazioni Serval e Barkhane.
Di conseguenza, per la generazione degli anni 2010, con la caduta del muro ormai relegata nei libri di storia, la guerra asimmetrica all’interno dei corpi di spedizione è diventata l’orizzonte delle aspettative di tutte le forze terrestri. L’avventura e l’azione sono quindi le motivazioni primarie di queste generazioni di ufficiali, ben al di là di un “ruolo sociale”. La professionalizzazione mette inoltre in discussione il concetto di “educatore della nazione”. Gli attentati islamisti che hanno colpito l’Occidente dal 2001 hanno fornito una coerenza tra le operazioni esterne e la minaccia interna. In Francia, questo continuum è stato particolarmente forte a partire dal 2015 tra Chammal, Barkhane e Sentinelle. Durante questo periodo, l’esercito francese ha raggiunto i suoi obiettivi di reclutamento come nessun altro in Europa. Questo ciclo sembra oggi giungere al termine. Esso ha portato a profonde trasformazioni sia sul piano dottrinale che su quello dell’addestramento e dell’equipaggiamento delle forze francesi.
Soldato degli anni 2020: incertezze
Di conseguenza, il ritorno di una forte possibilità di guerra in Europa, unito alla volontà politica di ridurre l’impronta militare in Africa e alla minaccia terroristica, richiedono all’esercito un riadattamento duraturo. Si decide quindi di passare da un esercito francese orientato alle operazioni antiterroristiche nell’«arco di crisi», di fronte a organizzazioni come Al-Qaeda e ISIS che hanno ambizioni globali, a un esercito in posizione di attesa nei confronti della Russia, che ufficialmente conduce una guerra territoriale i cui obiettivi sono ufficialmente limitati all’Ucraina. Allo stesso modo, mentre l’operazione Barkhane era una missione prevalentemente franco-francese, queste nuove missioni nell’Est si svolgono principalmente nell’ambito di una coalizione “natoniana”. Tuttavia, il soldato francese rimane di guardia contro i jihadisti sul territorio nazionale.
Sembra certo che questo cambiamento di posizione, senza metterne in discussione la fondatezza, sia in parte responsabile della crisi delle risorse umane che sta attraversando l’esercito francese. Infatti, la nuova “generazione del fuoco” può trovarsi in una crisi vocazionale dopo aver combattuto il jihadismo per gran parte della sua carriera e doversi ora adeguare a questo cambiamento di paradigma. Inoltre, i ventenni di oggi sono cresciuti in una Francia che combatte il terrorismo sul proprio territorio e hanno visto i militari pattugliare davanti alla loro scuola, nella loro stazione ferroviaria, e potenzialmente conoscono una vittima dei “pazzi di Allah” tra i loro conoscenti. È comprensibile che la minaccia russa sembri loro più lontana.
Da un esercito professionale impegnato in missioni interne ed esterne, che combatte un nemico la cui ideologia provoca la morte di cittadini francesi, si passa a un esercito che si allena per affrontare un’ipotetica invasione dell’Europa nella sua estremità orientale. L’esercito francese, come tutti gli eserciti europei, diventa quindi un esercito di professione senza operazioni esterne. E, come gli altri eserciti, sta attraversando una crisi di reclutamento e fidelizzazione. L’attuale volontà di rafforzare la capacità operativa militare francese si scontra con questa realtà.
Questo problema è stato ben identificato dallo Stato e il piano “fidelizzazione 360” cerca di risolverlo concentrando i propri sforzi sulle condizioni di vita e sulla retribuzione. Tuttavia, non risponde alla domanda “perché arruolarsi?” e attualmente le missioni proposte dalle forze armate non suscitano abbastanza vocazioni. Tuttavia, un esercito professionale suscita entusiasmo solo attraverso le sue missioni. La crisi di reclutamento che l’esercito britannico sta attraversando dalla fine dell’impegno in Iraq ne è un perfetto esempio.
Tuttavia, la nuova posizione non è priva di fascino per chi desidera vivere una vita internazionale nell’ambito di grandi istituzioni con un forte potere d’acquisto. Se i Battle groups nell’Europa dell’Est diventassero l’equivalente delle forze francesi di stanza in Germania dopo la caduta del Muro, trasformate in seguito in brigata franco-tedesca, ciò avrebbe senza dubbio un certo fascino per le truppe professionali. Inoltre, ci si può aspettare una riduzione del ritmo di proiezione delle unità dell’esercito. E quindi un rafforzamento del ritmo dell’addestramento. Il livello collettivo aumenterà probabilmente e le distorsioni occupazionali diminuiranno. Questo ritmo, unito a una vita familiare stabile, dovrebbe rafforzare l’attrattiva della carriera militare. Tuttavia, questa posizione non soddisferà i candidati alla «gloria e alla lotta», che sono numerosi nell’istituzione. Il timore di vivere la carriera del comandante Drogo, ne Il deserto dei Tartari(Buzzati), condannato ad attendere per tutta la vita l’azione eroica che il destino non gli offre mai, allontanerà i candidati potenziali più zelanti.
Tuttavia, se gli interessi vitali della Francia e dell’Europa sono minacciati in Ucraina dall’esercito russo, è necessario costituire una forza importante e credibile. Tuttavia, la posizione difensiva della NATO, che ricorda la “guerra strana”, non frenerà le vocazioni? Infatti, se il bacino di reclutamento diminuisce, il livello di selezione diminuirà proporzionalmente e la qualità dell’esercito diminuirà di conseguenza. Se nessuna operazione esterna riuscirà a rilanciare l’attrattiva dell’impegno militare, la coscrizione potrebbe essere nuovamente messa in discussione. Ma occorre che sia realizzabile.
La sfida consiste nel mantenere il livello delle assunzioni e attrarre le élite del Paese. In caso contrario, si rischia di cadere negli errori profetizzati da Tocqueville. « Questo crea un circolo vizioso dal quale è difficile uscire. L’élite della nazione evita la carriera militare perché questa carriera non è onorata; e non è onorata perché l’élite della nazione non vi entra più».
Oppure “Cosa succede quando John Locke incontra Robert Heinlein?”
Nov 05, 2020
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La stratocrazia è una forma di governo in cui “I cittadini che hanno prestato servizio militare obbligatorio o volontario, o che sono stati congedati con onore, hanno il diritto di eleggere o governare. Le stratocrazie più famose sono quelle immaginarie. Federazione Terrestre presentato in Robert A. Heinlein’s Fanteria dello spazioe la città-stato reale di Sparta.Una stratocrazia non deve essere confusa con una giunta militare o una dittatura. Una stratocrazia è una meritocrazia che rispetta lo Stato di diritto e dispone di procedure formali per la selezione dei cittadini e dei leader.
Il regime immaginario di Heinlein è una democrazia rappresentativa, con la differenza che solo coloro che completano un periodo di servizio federale diventano cittadini con diritto di voto e di servire il Paese, e coloro che prestano servizio sono soggetti agli standard di giustizia militari. La Federazione Terrestre è presentata come un’utopia liberale: “la libertà personale per tutti è la più grande della storia, le leggi sono poche, le tasse sono basse, il tenore di vita è alto quanto la produttività lo consente, la criminalità è al minimo storico”. Questi sono obiettivi a cui aspirerebbe qualsiasi comunità liberale.
A livello pratico, quindi, l’unica differenza tra il sistema della Federazione Terrestre e i nostri sistemi contemporanei è che il diritto di voto della Federazione Terrestre è limitato anziché universale. In Occidente, dall’Illuminismo in poi, la tendenza è stata quella di ampliare il diritto di voto. Quando fu fondata l’America, solo i maschi bianchi proprietari terrieri avevano diritto di voto; oggi, ogni cittadino americano di età pari o superiore a 18 anni ha diritto di voto, indipendentemente dal possesso di proprietà, dal servizio militare, dalle qualifiche intellettuali, con i criminali che costituiscono l’unica eccezione al voto universale.
A livello teorico, tuttavia, la differenza è profonda. La democrazia ha una solida base teorica sotto forma di teoria del contratto socialeGiganti intellettuali come Hugo Grotius, Thomas Hobbes, Samuel Pufendorf, John Locke e Jean-Jacques Rousseau hanno sviluppato ciascuno solide teorie sul contratto sociale.
La teoria del contratto sociale legittima lo Stato definendolo come un contratto in cui gli individui hanno ceduto esplicitamente o tacitamente alcuni dei loro diritti naturaliallo Stato in cambio della protezione dei loro diritti rimanenti. Pertanto, anche la teoria del contratto sociale inizia definendo quali sono i diritti naturali dell’uomo, tipicamente partendo dall’uomo in uno stato di stato di naturae argomentando partendo da lì.
Uno dei principali difetti dell’attuale teoria del contratto sociale è che le sue supposizioni sullo stato di natura sono di fatto errate. Ogni teoria esistente sul contratto sociale discute lo stato di natura degli individui. Ma l’uomo non viene al mondo come individuo. Egli è, come Alasdair MacIntyrespiega, un animale razionale dipendenteCome hanno documentato i sociologi, gli esseri umani vengono al mondo non come individui autonomi, ma sempre e ovunque come membri di famiglie, clan (famiglie allargate), tribù (clan allargati) o persino nazioni (tribù allargate).
Un secondo errore nella teoria del contratto sociale esistente risiede nella sua errata descrizione della formazione dello Stato. Come Yoram Hazony descrive il problema nel La virtù del nazionalismo, dove fornisce anche il processo effettivo (nel mondo reale) attraverso il quale si forma lo Stato:
È impossibile riflettere in modo intelligente sui principi del governo senza prima liberarsi dalla finzione che gli Stati siano formati dal consenso degli individui, una visione che non fa altro che nasconderci il modo in cui gli Stati nascono… Non è mai esistito uno “stato di natura” come quello immaginato da Hobbes o Locke, in cui gli individui fossero fedeli solo a se stessi. Da quando gli esseri umani vivono su questa terra, sono stati fedeli alla famiglia allargata, al clan e alla tribù…
Ogni clan o tribù ha un capo o un capo tribù. Ma senza una forza armata dedicata a eseguire la sua volontà, tale capo clan o tribù raramente possiede il potere di costringere i suoi compagni… Cosa spinge il clan o la tribù ad agire come un corpo unificato? In primo luogo, l’accordo del clan o della tribù sul fatto che i suoi leader abbiano deciso correttamente una determinata questione. In secondo luogo, la lealtà del clan o della tribù nei confronti dei propri capi, laddove tale accordo non sussista. E infine, la pressione che coloro che concordano con la decisione… esercitano su chiunque rimanga incerto.
Uno Stato libero [nasce] quando i capi di una coalizione di tribù, riconoscendo un legame comune tra loro e un bisogno comune, si uniscono per istituire un governo nazionale permanente… Uno Stato dispotico [nasce quando] i clan o le tribù non si sono uniti volontariamente per mantenere la loro libertà, ma sono stati invece soggiogati da un conquistatore contro la loro volontà.
[In entrambi i casi, lo Stato] introduce un governo centrale permanente sopra le tribù e i clan… un sovrano o un governo con l’autorità di emanare decreti che vengono poi imposti, se necessario, con la forza delle armi.
La differenza tra uno Stato libero e uno Stato dispotico, quindi, è che nello Stato libero i capi tribali acconsentono a un governo centrale per necessità, mentre in uno Stato dispotico le tribù sono soggiogate da un’altra coalizione più potente. Ma in entrambi i casi i membri delle tribù non stipulano contratti individuali. Essi nascono nelle tribù e sono i loro capi tribali a creare lo Stato. Si noti inoltre che sia la leadership tribale che il governo statale sono implicitamente mantenuti al potere con la forza. (Come dice eufemisticamente Hazony, “con la pressione che coloro che sono d’accordo esercitano su coloro che non lo sono”).
Una corretta comprensione dello stato naturale dell’uomo e una corretta comprensione di come si forma lo Stato possono effettivamente sostenere la stratocrazia, piuttosto che la democrazia, come forma di governo adeguata. Consideriamo come potrebbe essere la teoria del contratto sociale stratocratico, utilizzando lo stesso approccio storico utilizzato dai teorici dell’Illuminismo e concludendo con una valutazione dell’esistenza del “diritto alla ribellione” di Locke:
1. L’uomo allo stato naturale è un animale sociale. Ogni essere umano nasce e viene cresciuto da una famigliaOgni famiglia fa parte di una clandi famiglie correlate. Ogni clan fa parte di un tribùdei clan correlati. Ogni tribù fa parte di un nazionedelle tribù correlate. Famiglia, clan, tribù e nazione sono le naturali coalizionidella specie umana, con tribù come sottocoalizionidi nazioni, clan come sottocoalizioni di tribù e famiglie come sottocoalizioni di clan. Una grande coalizione con una serie di sottocoalizioni forma un stato.
2. L’autorità all’interno degli Stati e tra di essi si basa sulla forza. Come osserva Tucidide, «i forti fanno ciò che vogliono, i poveri subiscono ciò che devono». Come osserva George Washington, «il governo è forza». Come osserva Mao, «il potere politico nasce dalla canna del fucile».
3. Poiché l’autorità si basa sulla forza, i conflitti relativi all’autorità vengono risolti con la forza. Ogni figura autoritaria (leader) raduna un esercito di guerrieri abili che sostengono la sua leadership, e gli eserciti risolvono la questione dell’autorità in battaglia.
4. Nel mondo antico, l’uso della forza tra Stati era esplicitamente considerato naturale e onorevole. Come disse Alessandro Magno a Dario: «Se vuoi rivendicare il titolo di re, allora difendi la tua posizione e combatti per ottenerlo!». Gli uomini moderni preferiscono pronunciare belle bugie sulla forza, ma è stata proprio la forza a creare lo Stato americano, grazie alla guerra vinta contro l’Impero britannico, e a preservarlo, grazie alla guerra vinta contro la Confederazione. Più recentemente, la forza ha creato gli Stati di Irlanda, Israele e Pakistan.
5. La risoluzione dei conflitti attraverso la forza non avviene solo tra Stati rivali (interstatale), ma anche tra sottocoalizioni all’interno dello Stato (intrastatale). Gengis Khan, ad esempio, utilizzò la forza della sua tribù mongola contro altre tribù mongole per affermarsi come leader della nazione mongola.
6. La democrazia non nasce da un contratto tra individui nello stato di natura. Al contrario, stratocraziaderiva da un trattatotra i leader delle sottocoalizioni rivali all’interno di uno Stato che si rendono conto che l’uso della forza all’interno della coalizione è inutilmente distruttivo. Sotto la stratocrazia, il leader di ogni sottocoalizione continua a radunare il proprio esercito, ma il leader che dispone dell’esercito più numeroso ottiene l’autorità senza che gli eserciti debbano combattere. Pertanto, in ogni stratocrazia, i cittadini sono inizialmente i guerrieri abili, la milizia, il fyrd, gli opliti, le centurie, che in assenza di democrazia dovrebbero risolvere la questione dell’autorità con la forza delle armi.
7. Affinché la stratocrazia funzioni per risolvere le questioni di autorità all’interno di uno Stato, devono verificarsi due condizioni. Innanzitutto, le sottocoalizioni perdenti devono essere disposte ad accettare che la loro sconfitta è temporanea. In secondo luogo, la sottocoalizione vincente non deve peggiorare i risultati delle coalizioni perdenti rispetto a quelli che avrebbero ottenuto se avessero combattuto. Questi requisiti diventano parte integrante del trattato che istituisce il sistema stratocratico.
8. Per assicurarsi che le sottocoalizioni perdenti accettino la loro sconfitta come temporanea, il trattato stratocratico richiede che le questioni relative all’autorità siano periodicamente sottoposte a nuova verifica. Da qui hanno origine le elezioni periodiche, le assemblee popolari e pratiche simili. In questo modo, il risultato stratocratico diventa accettabile per il perdente, che può sperare in una possibilità di vittoria futura.
9. Per garantire che la sottocoalizione vincente non peggiori a tal punto i risultati delle sottocoalizioni perdenti da rendere preferibile la violenza, alcune azioni sono vietate allo Stato. I guerrieri di solito combattono per difendere la propria vita, libertà e proprietà, quindi il trattato stratocratico impone allo Stato di non privarli mai della vita, della libertà e delle proprietà. Le aree protette dalle azioni vietate allo Stato diventano dirittiIn questo modo, il risultato stratocratico diventa accettabile per i perdenti, che possono sentirsi sicuri che i loro diritti siano protetti.
10. I diritti, come l’autorità, si basano quindi sulla capacità di usare la forza. È il fatto che un guerriero possa ribellarsi e combattere che gli conferisce dei diritti. Il Minuteman è il fondamento della Carta dei Diritti.
11. Una volta che uno Stato diventa una stratocrazia, i leader delle sottocoalizioni all’interno dello Stato iniziano a competere per convertire i guerrieri non allineati e quelli delle altre sottocoalizioni. Tale competizione può essere retorica, con i leader che cercano di convincerli della loro efficacia o rettitudine come leader, oppure economica, con i leader che offrono doni e bottini a coloro che li sostengono. In entrambi i casi, mentre i guerrieri ricordano che sono le loro armi a costituire il fondamento dei loro diritti e del sistema stratocratico stesso, il sistema rimane efficace e sano.
12. Con il passare degli anni, le fondamenta del sistema stratocratico possono essere oscurate dal peso della tradizione e della filosofia. Il voto e i diritti possono essere considerati come dati politici acquisiti. Il trasferimento non violento del potere tra i leader può diventare scontato. «Un serpente a sonagli morde quando viene calpestato, ma quando non ha morso a memoria d’uomo, gli stolti pensano che sia sicuro calpestarlo».
13. Quando il rischio del morso del serpente a sonagli viene dimenticato, i leader ambiziosi all’interno dello Stato iniziano a cercare modi per espandere il proprio esercito. Se i guerrieri non hanno affermato adeguatamente le basi della loro autorità, il loro sistema stratocratico diventa vulnerabile ai filosofi politici, che sostengono che esista un “diritto” intrinseco al voto, distinto dalla capacità di usare la forza. Il voto, che è un surrogato della lotta e quindi correttamente limitato ai guerrieri abili dello Stato, viene esteso per includere coloro che non sono disposti o non sono in grado di combattere. In questo modo, la partecipazione al governo viene separata dalle fondamenta dell’autorità in vigore. Una stratocrazia con un suffragio universale separato dal servizio militare è chiamata democrazia. La democrazia, quindi, è correttamente intesa come una stratocrazia decaduta.
14. Una democrazia può essere uno Stato pacifico e fiorente, ma il risultato finale della transizione dalla stratocrazia alla democrazia è che coloro che sono effettivamente il fondamento della pace tra le coalizioni vengono sempre più emarginati proprio da coloro che dipendono da loro per quella pace. Avendo perso di vista il fatto che la pace è mantenuta da uomini armati, il popolo di una democrazia arriva a credere che la pace sia mantenuta dai burocrati che approvano leggi, mentre disprezza gli uomini armati. La riforma non è impossibile, naturalmente; il declino può essere invertito da leader guerrieri come Andrew Jackson (che disse la famosa frase: “Il governo ha deciso di schiavizzare metà del Paese, ora lasciamo che lo faccia”), ma in assenza di una leadership bellicosa, il declino peggiora.
15. Se non viene riformata, la decadenza si espande fino a quando vengono abbandonate le condizioni necessarie per mantenere anche solo una stratocrazia decaduta (una democrazia). I perdenti iniziano a rifiutarsi di accettare la loro sconfitta, anche quando i loro diritti sono rispettati; a volte, i vincitori si rifiutano di rispettare i diritti dei vinti. Spesso, la stessa sottocoalizione agirà in entrambi i modi: quando perde, cercherà di aggirare la volontà dei vincitori al di fuori della democrazia; e quando vince, ignorerà sistematicamente i diritti dei perdenti. A questo punto, lo Stato è decaduto in una anarcho-tirannia.
16. Quando uno Stato degenera in una tirannia anarchica, inizia a violare il trattato che ha istituito la stratocrazia. La tirannia anarchica crea quindi le condizioni affinché i guerrieri abili all’interno dello Stato si ribellino contro di esso. I guerrieri, la cui forza è alla base del corretto funzionamento della stratocrazia, sono giustificati nel porre fine alla tirannia anarchica con qualsiasi mezzo necessario. Lo Stato per cui combattono i guerrieri è corretto. loro stato, e i diritti che gli anarcho-tiranni violano sono loro diritti.
17. Dopo aver rovesciato l’anarchia-tirannia, i guerrieri possono quindi ristabilire il loro stato come una stratocrazia, limitando opportunamente il diritto di voto a coloro che hanno la capacità e la volontà di usare la forza. Questo è giusto, equo e morale. I guerrieri che ripristinano la stratocrazia raccoglieranno l’onore conferito da un popolo grato a coloro che portano pace, sicurezza e libertà. Ma anche coloro che facevano parte delle coalizioni sconfitte potranno in seguito godere della sicurezza dei propri diritti. Tutte le parti, avendo ricordato l’orrore della guerra, riaccenderanno il fuoco che ispira il rispetto dei diritti e la risoluzione pacifica delle controversie.
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Questi articoli di Korybko trattano tre argomenti correlati che richiedono tre commenti. Pur sintetici sono altrettanto correlati; presenterò nello stesso ordine .
1) La telefonata rubata
Non mi stupisce che siano gli inglesi a boicottare ogni iniziativa di pace in Ucraina.
Gli inglesi sono da secoli i primi agenti dei bankesters e perlomeno lo sono da quando, perdendo l’ impero nella loro scommessa contro la Germania, non hanno ora altra risorsa che la rendita finanziaria della City.
La registrazione, però, viene sicuramente dai loro cugini dei servizi americani, anche essi al servizio dei bankesters da quando la rendita finanziaria è diventata la risorsa preminente in U$A.
Un obbiettivo politico di questa “indiscrezione” è certamente Trump il quale, altrettanto certamente, cerca di sottrarsi ad una partecipazione DIRETTA degli USA alla futura “ guerra in Europa”.
Putin lo sa e farà di tutto per sostenerlo; di tutto fuorché sacrificare gli interessi strategici della Russia. Il tempo delle “ritirate strategiche” è finito nel 2007.
2) Il contrasto Germania-Polonia
” Geopoliticamente ” questo contrasto è solo per definire chi prenderà il controllo dell’ €uropa orientale nel nome della “russofobia”; di conseguenza attualmente la Russia non ha alcuna leva su nessuno dei due.
I polacchi ,come gli svedesi poi e i tedeschi successivamente, saranno sempre russofobi perché la Russia ha spezzato per sempre le loro ambizioni imperiali ad est. Nel tempo élites più intelligenti delle attuali ( e qui mi riferisco solo alla Svezia e non certo alla Polonia ) hanno capito in passato, comprenderanno forse in futuro i fondamentali geopolitici di quella sconfitta e ci si sono/saranno intelligentemente adattate. Le attuali elites di tutti questi tre paesi sono state però opportunamente selezionate ANCHE ad essere geopoliticamente stupide.
Per lo stesso motivo e per gli stessi processi selettivi anche le attuali élites francesi sono “russofobe”, anche se le precedenti si ricordavano degli ottimi affari fatti con la Russia fino alle guerre mondiali e almeno il vecchio De Gaulle aveva capito le fregature prese dalla Francia in queste ultime.
Ma anche la “russofobia” tedesca è molto recente. L’ impero tedesco era sorto e quello Austriaco prosperato, solo per una benevolenza russa poi malamente ricambiata. L’ossessione ad “andare ad est” delle élites tedesche era una idea “sassone” già spezzata dagli slavi mille anni fa e rinata solo nel XX secolo alimentata da “l’opportuna” comparsa della ideologia nazista.
E non abbiamo visto come la ” locomotiva tedesca”, poi ” scoppiata” con il Nord Stream, poggiasse solo sul gas russo a buon mercato ricevuto mentre la “furba” Merkel tramava contro gli interessi russi?
Non è un caso che in questo momento i governi russofobi in Francia e in Germania siano retti da funzionari dei bankesters ed è invece solo per puro caso che non abbiamo anche noi a palazzo Chigi uno di questi “funzionari del Grande Kapitale” . Se andiamo però nei dettagli, vediamo che tutti i governi “politici” in €uropa obbediscono al “ Grande Kapitale “ in modo più o meno diretto .
La “russofobia” quindi è destinata ad accrescersi in €uropa perché essa è intrinseca al “Grande Kapitale” e la ragione di tutto questo è molto semplice : nonostante abili sforzi e profonde infiltrazioni culminate in ben tre “rivoluzioni” ( 1905, 1917 , 1991 ), la Russia continua a sfuggirgli di mano.
Coloro che oggi hanno completamente soggiogato l’ €uropa non hanno ancora pienamente soggiogato la Russia ,contro il cui popolo provano quindi un odio anche maggiore che contro tutti gli altri popoli €uropei ormai completamente schiavizzati.
Ed essendo LORO “padroni del discorso” ( e delle banche) hanno tutti i mezzi per imporre ai propri schiavi una narrazione russofoba per il tramite delle “locali” elites servili a ciò selezionate come appositi “cani pastori”.
Quindi non c’è niente che la Russia possa fare per spezzare questa narrazione né modificare la volontà €uropea di distruggere la Russia , ANCHE autodistruggendosi . La traiettoria dell’ €uropa sarà la stessa dell ‘ Ucraina .
L’ unica cosa che la Russia può fare è prepararsi al peggio “ritardando l’ inevitabile” nella speranza che prima de “l’ inevitabile” la durezza dei fatti rompa “l’incantesimo” nelle durissime teste degli €uroschiavi. Speranza però tenue , visto che, dopo ben quattro anni, la durezza di una guerra non è riuscita sostanzialmente a cambiare nulla nella testa delle élites ucraine.
Quindi da parte russa ci sarà solo questa strategia di “ritardare l’ inevitabile” e poi cercare di sopravvivergli. Ciò che verrà dopo , cioè che cosa fare della allora “fu €uropa” , sarà una questione geopolitica durante la quale di sicuro la Germania non potrà contare ancora sulla benevolenza russa. Tre mortali errori strategici in un secolo bastano e avanzano.
3) Kazakistan.
Anche le élites kazake, come tutte quelle dei vari “stan” post sovietici non sono diverse da quelle €uropee. Sono tutte “ sapientemente” allevate nella russofobia sebbene ancora nella fase “ falso amica”, la stessa delle “elites €uropee” prima del 2008.
Sono tutte lì ben “coperte” , ma pronte ad essere “attivate” al momento oportuno. E se Putin coltiva l’ illusione di poter gestire la loro “amicizia” esattamente come dice di aver tentato di fare con i “cari partner” del G8 , allora è un fesso .
Ma ovviamente non lo è ora come non lo è stato prima. Putin gioca sempre queste partite “candido come colomba ed astuto come serpente” e si sarà certamente preparato per tempo per quando anche il “ caro Tokayev” si svelerà pubblicamente come la “ cara merkel”.
Perché , io non so per il futuro , ma per ora non c’è un fesso al kremlino.
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In questi giorni, gli esperti ci stanno regalando un sacco di innocente divertimento, e generando un sacco di pittoresche polemiche, discutendo di questioni come possibili piani di pace per l’Ucraina, possibili colpi di stato a Kiev, presunti tentativi occidentali di sostituire Zelensky, il potenziale impatto delle indagini sulla corruzione, ipotetici futuri dispiegamenti di forze occidentali in Ucraina e così via. Tutto questo è (per lo più) un divertimento innocuo, e tiene occupati in modo innocuo esperti bisognosi di pubblico e denaro ma privi di qualsiasi competenza politica o militare. Ciononostante, la maggior parte di tutto ciò rimane al livello di febbrile speculazione.
Da diversi anni, d’altro canto, cerco di incoraggiare le persone a considerare questioni più a lungo termine e fondamentali riguardanti gli adattamenti che l’Occidente dovrà apportare a una vittoria russa e alla preminenza militare russa in Europa. Oggi vorrei discutere una questione che, per quanto ne so, non è stata nemmeno sollevata, né tantomeno adeguatamente considerata. Se le relazioni post-Ucraina tra Russia e Occidente saranno tese e conflittuali, e se non si può escludere la possibilità di un vero e proprio conflitto aperto, allora come possiamo anche solo capire cosa ciò potrebbe significare e come, se mai, possiamo prepararci?
Alcuni politici ed esperti credono già di avere la risposta, ovviamente. Quindi, fantasie di spendere il 5% del PIL per la difesa, progetti folli per ripristinare la coscrizione obbligatoria (o qualcosa del genere), tentativi di ricostruire una capacità produttiva militare, acquistare più questo o quel tipo di equipaggiamento… sicuramente la risposta è lì da qualche parte? Ma non è così. Come ho sottolineato più volte, niente di tutto questo ha senso, e la maggior parte è uno spreco di denaro, finché non si riflette a lungo e non si ha un’idea chiara di ciò che si sta cercando di ottenere. Altrimenti, è come andare in un vivaio e tornare con una collezione casuale di attrezzi da giardino e piante senza sapere cosa farne. Ma per l’Occidente, ovviamente, il problema è peggiore: immaginate trenta famiglie di diverse dimensioni e redditi che cercano di decidere i dettagli su come, se mai, bonificare un terreno incolto, e avrete una vaga idea dei problemi coinvolti.
In questo saggio affronterò quindi tre domande. In primo luogo, come dobbiamo interpretare questo discorso sul conflitto e persino sulla “guerra” tra Russia e “Occidente”, ed è possibile discuterne in modo sensato? In secondo luogo, cosa implicherebbe questa comprensione in termini pratici? E in terzo luogo, supponendo che si possa rispondere alle prime due domande, cosa sarebbe effettivamente necessario se si decidesse di organizzare una risposta? Inutile dire che queste domande sono interdipendenti e, in una certa misura, si sovrappongono, ma cercherò comunque di affrontarle in sequenza logica, ricorrendo in particolare ad esempi storici. Voglio sottolineare quanto sia del tutto poco chiaro il concetto di “guerra” con la Russia e come stiamo vivendo un momento di incertezza strategica senza precedenti, anche se i nostri politici ed esperti sembrano non capirlo.
Tanto per cominciare, non sappiamo più cosa sia la “guerra” in sé. Tecnicamente, ovviamente, non ci sono più guerre, se non quelle autorizzate dal Consiglio di Sicurezza. Invece di “guerre”, che erano situazioni giuridiche dichiarative , abbiamo “conflitti armati”, che sono situazioni oggettive definite dai livelli di violenza in determinate aree. (Non abbiamo tempo di addentrarci nei perché e nei percome: basti dire che questo semplice sviluppo è evidentemente troppo impegnativo intellettualmente per essere compreso dalla maggior parte dei politici e degli esperti). Ma le vecchie abitudini di pensiero persistono, e gli esperti parlano di Gran Bretagna o Francia “in guerra” con la Russia, mentre i politici affermano di credere che la “guerra” potrebbe “scoppiare” nel prossimo decennio, anche se nessuno dei due ha la minima idea di cosa significhino.
Cerchiamo di dissipare un po’ la confusione dicendo che ciò che viene invocato qui è l’idea che, in un futuro prossimo, le forze occidentali e russe potrebbero entrare in collisione, dando luogo a uno scontro a fuoco, possibili vittime e una possibile escalation verso un conflitto più ampio. Che questo corrisponda o meno all’accezione popolare di “guerra” è irrilevante, anche perché un semplice scontro aereo sul Mare del Nord sarebbe sufficiente da solo a provocare una crisi diplomatica in Occidente, anche se la situazione non peggiorasse ulteriormente.
Il problema è che, essenzialmente per la prima volta nella storia, non abbiamo idea di come si presenterebbe effettivamente un conflitto serio con un altro stato (“guerra”, se proprio vogliamo dirlo), né di come, o persino perché, verrebbe combattuto. Pertanto, la “guerra” con la Russia oggi è solo una sorta di concetto esistenziale. Per gran parte della storia umana non è stato così. Nel XVIII secolo, in Europa, la guerra era una questione di obiettivi politici, battaglie a tappe, eserciti professionisti, campagne militari, trattati di pace, guadagni e perdite. Le conseguenze a lungo termine della Rivoluzione francese e la crescente sofisticazione del governo fecero sì che, alla fine del XIX secolo, la guerra fosse vista come un’impresa continua, con grandi eserciti di coscritti, combattuti per obiettivi importanti, generalmente territoriali. Prima del 1914, la guerra era vista principalmente come una questione di industrializzazione, mobilitazione di forze molto ingenti, trasporto ferroviario e un conflitto lungo e sanguinoso. (È un mito che gli eserciti europei nel 1914 si aspettassero una guerra breve, anche se certamente la speravano.) Prima del 1939, la guerra era concepita come un evento che richiedeva l’intera capacità di una nazione, comportando massicce distruzioni e l’uso di nuove tecnologie come gli aerei, oltre a potenzialmente annientare la civiltà europea. A parte il blaterare di droni, pochi esperti di oggi sembrano avere anche la più remota idea di come potrebbe essere un conflitto futuro, il che è forse scusabile al momento, o addirittura averci pensato in modo organizzato prima di mettere le mani sulla tastiera, il che non lo è.
Il punto non è che studi, piani, esercitazioni ecc. implichino previsioni. Questa è un’ipotesi comune, ma errata. Piuttosto, è necessario avere alcune ipotesi di lavoro sulla natura e l’entità di qualsiasi conflitto in cui si potrebbe essere coinvolti, altrimenti semplicemente non si può pianificare nulla. Queste ipotesi possono essere parzialmente o addirittura totalmente invalidate con il tempo, ma almeno forniscono una base su cui lavorare e ai militari per elaborare piani. Non ha senso che la leadership politica chieda ai militari di “pianificare la guerra” senza queste ipotesi minime: tanto vale andare in un ufficio assicurativo e chiedere “una polizza assicurativa”. Quindi, vediamo un paio di esempi.
Il “questo cambia tutto!” del dopoguerra fu il bombardiere con equipaggio, la cui capacità di “scavalcare” frontiere e persino oceani e sganciare bombe direttamente sulle città terrorizzò i governi tanto quanto l’opinione pubblica. Furono adottate tutte le misure di difesa passiva possibili e, in uno dei primi approcci alla teoria della deterrenza, si discusse della costruzione di bombardieri a lungo raggio per scoraggiare potenziali nemici. A quel punto, tuttavia, non esisteva alcuna difesa contro un simile attacco: il politico britannico Stanley Baldwin fu molto deriso per la sua affermazione del 1932 secondo cui “il bombardiere riuscirà sempre a passare”, ma non disse altro che la verità. Come sottolineò Baldwin, anche con i caccia in stato di massima allerta, quando fosse stato possibile farli decollare e trovare i loro obiettivi, i bombardieri sarebbero stati già in viaggio verso casa. Tuttavia, questa consapevolezza fornì un orientamento per la futura politica aerea britannica: lo sviluppo di caccia ad alta velocità in grado di comunicare con il suolo e tra loro, lo sviluppo di radar per l’allerta precoce e la creazione di un sistema centrale di comando e controllo per la difesa aerea. Allo stesso tempo, la flotta di bombardieri fu notevolmente ampliata e ne vennero ordinati di nuovi tipi, nella speranza di infliggere un rapido colpo di grazia alla Germania. È vero che la realtà si rivelò un po’ diversa, come al solito, ma fu essenzialmente questa struttura a consentire agli inglesi di vincere la Battaglia d’Inghilterra e a far sì che gli inglesi iniziassero la guerra con un insieme coerente di politiche e piani.
Al contrario, la massiccia guerra convenzionale e nucleare in Europa, temuta dagli anni ’50 agli anni ’80, non fu mai combattuta. Ma entrambe le parti presero la possibilità estremamente sul serio, e quindi esistevano piani e dottrine coerenti per una guerra del genere. Questo fu particolarmente vero per l’Unione Sovietica, per la quale questa sarebbe stata la Grande Guerra: il conflitto finale, incredibilmente distruttivo, scatenato dall’Occidente nel disperato tentativo di vanificare il trionfo mondiale del comunismo e che avrebbe deciso il futuro dell’umanità. Ci si aspettava che la guerra fosse totale, incluso quello che allora veniva timidamente descritto come uno “scambio nucleare strategico”, e che provocasse devastazioni peggiori di quelle della Seconda Guerra Mondiale, dalla quale ci sarebbero voluti decenni per riprendersi. Ma la priorità incondizionata data alle spese militari, un’economia di guerra permanente e una massiccia preparazione avanzata avrebbero portato alla vittoria dell’Unione Sovietica. Se siete interessati, potete seguire questa mentalità apocalittica attraverso tutti i livelli dei preparativi militari sovietici.
L’Occidente non pensava realmente in questi termini, e per ragioni politiche non poteva farlo, ma ciò non gli impedì di sviluppare dottrine e strutture che cercavano di contrastare i preparativi sovietici. Si dava per scontato che l’Unione Sovietica sarebbe stata l’attaccante (che era effettivamente la loro dottrina) e che una crisi avrebbe richiesto settimane per svilupparsi. Ciò significava che le forze NATO potevano essere ottimizzate per la difesa (quindi, carri armati più lenti e pesanti, ad esempio) e che forze relativamente piccole in tempo di pace potevano essere integrate da milioni di riservisti mobilitati, implicando così incidentalmente un servizio militare universale o qualcosa di simile. A sua volta, e cosa importante per oggi, c’era poca necessità di pensare alla logistica della proiezione delle forze in avanti. La NATO attribuiva anche molta importanza alla potenza aerea, ritenendola superiore al Patto di Varsavia.
Fortunatamente, non sapremo mai come sarebbe potuta essere una guerra del genere in pratica, ma il fatto che ciascuna parte avesse un concetto abbastanza preciso, e che questo servisse da base per piani, strutture di forza, addestramento ed esercitazioni, dimostra quanto siamo lontani, in confronto, da qualsiasi pensiero organizzato su un ipotetico “conflitto” futuro. Quindi dovremo farlo noi per loro. Proponiamo di dover considerare una gamma di possibilità, da scontri su piccola scala tra forze russe e occidentali, che non necessariamente causano vittime, fino a una sorta di scontro diretto terrestre/aereo sul continente europeo per obiettivi limitati. Possiamo supporre conflitti di livello più alto e più estesi, se vogliamo, ma la realtà è che ora sono, e probabilmente saranno sempre, al di là della capacità dell’Occidente di perseguirli. Nulla di ciò che è stato osservato nell’evoluzione della dottrina militare occidentale dal 2022, e ancor meno nella pratica militare, suggerisce che l’Occidente abbia anche solo iniziato ad assimilare le lezioni del conflitto ucraino.
Ora, prima di proseguire, devo sottolineare che fornire scenari militari da pianificare è solo una parte del compito. L’altro, molto più difficile, è elaborare una sorta di dottrina politica e procedure per gestire lo scoppio di un conflitto, o la minaccia che si sviluppi. Farlo a livello nazionale non è facile. Farlo a livello internazionale può essere un’agonia. L’unica volta in cui la NATO (piuttosto piccola) ha dovuto affrontare un’operazione militare seria è stata in Kosovo nel 1999, e questo ha quasi distrutto l’alleanza. Cercare di gestire, ad esempio, una richiesta russa che le navi della NATO mantengano una certa distanza dalle navi russe durante le esercitazioni, sotto la minaccia di un attacco, sarebbe probabilmente sufficiente a bloccare bruscamente il processo decisionale a Bruxelles dopo pochi minuti di discussione, senza una via d’uscita ovvia. Quindi il primo obiettivo, e uno che non credo raggiungeremo mai, sarà un concetto politico-militare NATO concordato per gestire provocazioni, incidenti ed escalation con la Russia.
OK, ma supponiamo di sì. Che tipo di piani dovremmo dire ai militari di elaborare, contro quali tipi di imprevisti? Eccone alcuni e, ancora una volta, non li presento come profezie. Piuttosto, sono esempi generici del tipo di ipotesi di cui si ha bisogno se tutto il respiro pesante sulla “preparazione alla guerra” deve mai assumere una forma concreta.
Il primo, che ritengo in realtà piuttosto realistico, è il controllo delle frontiere aeree e marittime. Una grande potenza militare, come la Russia attuale, ha, in virtù di tale status, una capacità intimidatoria nei confronti di nazioni più deboli come l’Europa, o gli Stati Uniti in quanto potenza europea. Questa capacità è esistenziale, indipendentemente dal fatto che venga utilizzata deliberatamente o meno. Ma mi aspetterei che i russi, sia per principi generali che per ragioni specifiche, sondassero le frontiere aeree e marittime occidentali, cercando di interrompere le esercitazioni NATO, interrompere il traffico marittimo e aereo e così via. Se i russi stessero spingendo allo stesso tempo per una sorta di Trattato di Sicurezza Europea che li favorirebbe notevolmente, allora un comportamento di questo tipo sarebbe del tutto logico e ragionevole. Sarà necessaria una sorta di politica NATO per rispondere a tali situazioni, e dubito che sarà facile da elaborare. Ma arriveremo alle conseguenze pratiche più avanti.
Ci sono poi scenari di frontiera terrestre, che potrebbero comportare un conflitto diretto tra forze russe e NATO attraverso i confini internazionali. In pratica, questi scenari sono limitati agli Stati baltici e alla Finlandia, che ha utilmente fornito alla NATO un enorme confine con la Russia che non può difendere. Non dobbiamo preoccuparci per il momento di come potrebbe verificarsi una simile crisi, anche perché la storia suggerisce che tali tentativi sono solitamente vani. Vale solo la pena sottolineare che forse un’ulteriore riacutizzazione in Georgia potrebbe anche provocare richieste di coinvolgimento della NATO da parte di persone ignoranti e bellicose, e questo dovrebbe essere in qualche modo preso in considerazione, almeno in teoria.
Infine, ci sarebbe un conflitto deliberato su larga scala tra Russia e NATO, per qualche ragione che non tenteremo nemmeno di approfondire qui. Ora, in pratica, questo dovrebbe essere avviato dalla Russia, perché la NATO non ha né le forze né la capacità logistica per organizzare un attacco in proprio, anche se avesse la coesione politica, come vedremo più avanti. Questo dovrebbe comportare il transito delle forze russe in Bielorussia e Ucraina e l’invasione, probabilmente, di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Romania, prima di procedere oltre.
A questo punto, vorrei passare a cose noiose ma essenziali da capire, come mappe, distanze, strade e rotte di trasporto aereo e marittimo. La prima cosa da sottolineare è che questa non è la Guerra Fredda. A quei tempi, forze ingenti venivano schierate efficacemente una di fronte all’altra. La sola Bundeswehr poteva schierare dodici divisioni in 48 ore (e sul proprio territorio, ovviamente) oltre a unità di difesa territoriale. Belgi, olandesi e francesi avevano già forze sul posto. I rinforzi (per lo più personale e unità leggere) sarebbero arrivati su strada e addestrati per la battaglia apocalittica in quello che oggi è il centro della Germania. Gli inglesi, con un’ulteriore estensione, avrebbero trasportato circa 40.000 uomini per rinforzare le proprie quattro divisioni, ma ancora una volta, la maggior parte dei rinforzi era composta da personale o unità leggere, e si trovavano a poche ore da Anversa. Oggi non esiste praticamente alcuna infrastruttura per farlo.
Né le forze del Patto di Varsavia avevano molta strada da fare. Il Gruppo delle Forze Sovietiche in Germania, forte di circa 350.000 uomini e mantenuto in stato di allerta permanente, era destinato a essere annientato nei primi giorni di combattimento, quindi si portò via la logistica. Si sperava quindi che il secondo e il terzo scaglione si sarebbero infine spinti fino alla Manica, incontrando pressoché incontrastati. Al contrario, un attacco russo odierno alla Polonia attraverso l’Ucraina o la Bielorussia, anche partendo da un luogo come Kharkov, avrebbe dovuto avanzare di mille chilometri solo per raggiungere il confine polacco. Questo forse contestualizza le ipotesi di una “minaccia” russa per la Francia o il Regno Unito.
Terremo presente questa possibilità come possibilità teorica, anche perché è un caso estremo di quello che sarà un tema ricorrente per il resto di questo saggio: le distanze, il terreno, la disponibilità di forze, i problemi di rifornimento logistico sarebbero di un ordine di grandezza più gravi di qualsiasi operazione militare abbia mai incontrato prima, e le risorse disponibili, anche nel caso russo, sono drammaticamente inferiori persino rispetto al recente passato.
La realtà è che un vero e proprio conflitto di vasta portata tra Russia e Occidente verrebbe combattuto in modo schiacciante con missili e droni, e sarebbe estremamente unilaterale. I russi non hanno la capacità, se mai ne avessero, di invadere l’Europa occidentale con forze terrestri convenzionali: anzi, ho sostenuto, e continuo a credere, che persino la completa occupazione dell’Ucraina sarebbe un obiettivo troppo ambizioso. Ma i missili e i droni russi attuali, per non parlare di quelli del prossimo futuro, potrebbero colpire obiettivi occidentali da terra, mare e aria: il Pentagono, l’Eliseo, Downing Street 10, sarebbero tutti vulnerabili, e persino tappezzare la superficie degli stati occidentali di batterie Patriot (se mai potessero essere schierate in tali numeri) non basterebbe a fermarli. E basta guardare una mappa per capire perché, anche se l’Occidente sviluppasse missili simili, i suoi aerei non sarebbero in grado di avvicinarsi abbastanza per lanciarli. La geografia è una spina nel fianco. Ma questa non è una scoperta nuova. In una delle parti meno studiate del primo libro di Sulla guerra , Clausewitz insiste sul fatto che “il paese” è un “elemento integrante” del conflitto e sull’importanza di fortezze, fiumi e montagne per assorbire forze che altrimenti sarebbero disponibili per il combattimento: qualcosa su cui coloro che si lamentano della “lentezza” dei russi in Ucraina farebbero bene a riflettere.
Quindi, per mantenere le cose entro proporzioni gestibili, prendiamo il caso del dispiegamento di forze NATO in una sorta di ruolo “deterrente” o “preventivo”, nel caso di uno scontro che potrebbe sfociare in veri e propri combattimenti. Gli scenari più ovvi includerebbero uno scontro tra gli Stati baltici, la Finlandia o entrambi, e una crisi nel Mar Nero con il possibile rischio sia di uno scontro navale che di operazioni anfibie contro Bulgaria e Romania. (Potremmo anche includere la Georgia per vivacizzare un po’ la situazione.)
Ora, cos’è un ruolo “deterrente” o “preventivo” in tali situazioni? Come suggerisce il nome, si tratta di un’attività volta a impedire che qualcosa accada, o quantomeno a impedire che una situazione peggiori. Come si fa? Beh, ci sono due elementi fondamentali. Primo, bisogna essere in grado di agire rapidamente, secondo, bisogna avere un piano di escalation visibile nel caso in cui la deterrenza non riesca a scoraggiare. Altrimenti, la propria posizione non è credibile. Durante la Guerra Fredda, e per un certo periodo di tempo dopo, esisteva un’unità NATO chiamata in modo sbrigativo “Allied Command Europe Mobile Force (Land)”. Si trattava di una piccola unità multinazionale ad alta prontezza, destinata a essere schierata con breve preavviso sui fianchi della NATO. Per ragioni politiche, praticamente ogni membro della NATO impegnò un contingente, anche se di piccole dimensioni. Fu schierato molte volte per esercitazioni nel corso degli anni e probabilmente avrebbe potuto essere schierato in una vera crisi, sempre dando per scontato che ci fosse stato un accordo politico. Tuttavia, aveva due caratteristiche importanti. In primo luogo, la sua componente terrestre era una brigata leggera di circa 5000 uomini. Il suo potenziale militare era quindi molto limitato e il suo impiego era inteso principalmente come un segnale politico. Tuttavia, dietro l’AMF(L) c’era una macchina militare enormemente più grande, in grado di schierarsi in tempi ragionevolmente rapidi. Pertanto, lo schieramento dell’AMF(L) doveva essere un avvertimento politico: siamo pronti a combattere se necessario e la cavalleria non è lontana.
Inutile dire che una simile logica non è possibile oggi. Di tanto in tanto si è parlato del dispiegamento di forze “deterrenti” europee in alcune parti dell’Ucraina, e gli esperti più eccitati ci hanno spesso detto che sarebbe successo. Non è successo, ovviamente, perché c’era un difetto di fondo: se i russi non si fossero lasciati intimorire dalla semplice presenza delle forze europee e le avessero semplicemente ignorate, per non parlare di attaccarle, l’Occidente non avrebbe potuto fare altro. In una situazione del genere, i russi avrebbero avuto quella che viene chiamata “escalation dominance”, ovvero avrebbero potuto passare a livelli di violenza progressivamente più elevati, mentre l’Occidente non ci sarebbe riuscito. Di fatto, la forza deterrente proposta è stata essa stessa dissuasa dal dispiegarsi. Possiamo aspettarci più o meno la stessa storia ai lati della NATO. Se lo desiderano, i russi possono sempre superare qualsiasi dispiegamento NATO senza troppa fatica. L’unica speranza che un simile dispiegamento avrebbe è che i russi non vogliano particolarmente uno scontro armato con la NATO per ragioni politiche più ampie. Potrebbe essere vero, ma sarebbe poco saggio contarci, e ovviamente dipende da quanto seriamente i russi stessi considerino la situazione. Allo stesso modo, nulla impedirebbe ai russi di minacciare di annientare la forza con missili e droni a meno che non venga ritirata, o addirittura di minacciare di distruggerla durante il suo insediamento. Trattandosi di una minaccia che potrebbero effettivamente mettere in atto, si tratta di una posizione deterrente.
Il che ci porta all’ultima parte di questo saggio. Supponiamo, tuttavia, che venga pianificata un’operazione del genere da qualche parte ai margini della NATO. Cosa comporterebbe, e sarebbe possibile? La mia tesi è che le risposte siano (1) più di quanto possiate immaginare, e (2) no. Ma approfondiamo la questione un po’ più nel dettaglio.
Ai tempi della Guerra Fredda, le forze permanenti in loco erano piuttosto ingenti: il solo esercito tedesco aveva una forza in tempo di pace di circa 350.000 uomini e quello francese un po’ di più, ignorando anche i riservisti che potevano essere mobilitati rapidamente. Ciò significava che forze ingenti potevano essere schierate vicino alle frontiere o in Germania stessa. Le unità sarebbero rimaste sul posto per lungo tempo (conoscevo alcuni ufficiali britannici che avevano trascorso quasi tutta la loro carriera operativa in Germania), avrebbero sviluppato le proprie infrastrutture e conoscevano molto bene l’area in cui avrebbero combattuto. Né la NATO né il Patto di Varsavia avrebbero dovuto “proiettare” le forze per un conflitto futuro: quelle importanti erano già presenti. La struttura logistica era già predisposta, i sistemi di trasporto erano altamente sviluppati e in molti casi le due parti avevano semplicemente rilevato le strutture della vecchia Wehrmacht.
Ora, se consideriamo uno degli esempi sopra citati, l’esercito finlandese è normalmente impegnato nell’addestramento in tempo di pace (circa 20.000 coscritti all’anno). Almeno al momento, non dispone di forze permanenti e professionali che potrebbero essere dislocate al confine con la Russia – lungo oltre 1300 chilometri – e quindi dipende dalla mobilitazione per qualsiasi resistenza utile. Ora, durante la Guerra Fredda, il confine tra la Germania Est e la Germania Ovest era più o meno della stessa lunghezza: in tempo di pace, circa un milione di soldati NATO erano schierati oltre quel confine.
Chiaramente, non si può esagerare con l’analogia. Il territorio è, per usare un eufemismo, diverso dalla Germania, come scoprì l’Armata Rossa nel 1939/40, e lo è anche il clima (di nuovo Clausewitz). E l’unico obiettivo plausibile per i russi sarebbe Helsinki, nell’estremo sud del paese. Soprattutto, l’esercito russo di oggi è una frazione di quello che era nel 1939, quando dispiegò un milione di uomini solo in quell’operazione. D’altra parte, se la NATO volesse “scoraggiare” o “mostrare determinazione” lungo quello che oggi è di gran lunga il suo confine più lungo con la Russia, non avrebbe molte opzioni. Se le forze potessero in qualche modo essere reperite (vedi paragrafo successivo), una presenza permanente della NATO nel paese, anche nel sud, sarebbe un’impresa logistica incredibilmente costosa e difficile che richiederebbe forse un decennio di pianificazione e costruzione, e probabilmente equivarrebbe, in pratica, a una presenza solo intorno a Helsinki, con occasionali incursioni all’esterno;
Ma le forze si potrebbero comunque trovare? Se si desidera una forza solo simbolica – un battaglione multinazionale, per esempio – allora la risposta è probabilmente “sì”. Ma sarebbe un gesto puramente simbolico, privo di significato militare e, come abbiamo visto, privo di valore deterrente. (Questo non significa che non accadrà, ovviamente.) Tuttavia, le possibilità di schierare una forza internazionale permanente di dimensioni utili sono remote. Gli eserciti sono minuscoli oggigiorno rispetto alla Guerra Fredda, e ci sono pochi segnali che possano diventare utilmente più grandi. Una cosa è avere forze belghe dispiegate in Germania durante la Guerra Fredda, a un paio d’ore da casa. Un’altra è avere unità di fanteria dispiegate per alcuni mesi in Iraq o in Afghanistan in condizioni operative. Ma avere una frazione importante del proprio esercito dispiegata permanentemente a diverse migliaia di chilometri da casa in tempo di pace è probabilmente al di là delle capacità di qualsiasi stato europeo oggi, anche se fosse politicamente accettabile. Inoltre, perché la Finlandia? Non dovremmo fare lo stesso per gli Stati baltici, per la Polonia, per la Romania e altri, o addirittura per il contrario? Le discussioni, non da ultimo sui finanziamenti, potrebbero durare anni. (E credetemi, questo è solo un assaggio dei problemi.)
Quindi, poiché non vengono da noi, e poiché noi non possiamo raggiungerli, l’unico modo in cui le forze occidentali (inclusi gli Stati Uniti) potrebbero trovarsi “in guerra” con la Russia sarebbe se fossero schierate in una situazione di crisi. Ci sono, come ci si potrebbe aspettare, alcuni problemi con questa idea. Il tempo è il primo. Ora, per ripetere, anche durante la Guerra Fredda, un attacco a breve termine non era considerato molto probabile. C’era un intero sistema di indicatori di allerta che le agenzie di intelligence di entrambe le parti monitoravano, e si presumeva che la guerra sarebbe seguita a un periodo di tensione politica che poteva durare settimane. Quindi le esercitazioni di guerra della NATO (e si immaginano esercitazioni simili a Mosca) includevano una continua angoscia su quando la crisi fosse sufficientemente grave da mobilitare e spostare le forze. Ma, per ripetere ancora una volta, le distanze e le esigenze di trasporto, e quindi le tempistiche di allora, semplicemente non erano paragonabili alla situazione odierna. Inoltre, le unità si sarebbero schierate in aree che conoscevano, si sarebbero unite ad altre unità già presenti, e le strutture di trasporto necessarie per le distanze relativamente brevi coinvolte esistevano allora. Ora non ci sono più.
Restiamo su quest’ultima riflessione. Dopotutto, sebbene non ci sarà un’abbondanza di spese per la difesa, né una massiccia espansione delle forze armate, diversi governi stanno pianificando di acquistare nuovi equipaggiamenti o di aumentarne ulteriormente la dotazione, ed è probabile che ci sarà un modesto aumento delle dimensioni e della capacità delle forze occidentali, teoricamente per affrontare la “minaccia” russa e impegnarle in operazioni militari. Ma la domanda è se questo abbia effettivamente senso, e l’argomentazione finora suggerisce di no. Tali forze sono troppo piccole e troppo deboli per avere un valore deterrente e verrebbero rapidamente annientate in qualsiasi combattimento. Ma va bene, diciamo che, poiché è necessario Fare Qualcosa, la NATO istituirà una sorta di forza d’intervento pronta a correre sul luogo di un possibile scontro e fornire almeno una risposta politica e una presenza militare simbolica.
O forse no. Ricordiamo che durante la Guerra Fredda, l’orientamento della NATO era difensivo. Si presumeva che le forze NATO si sarebbero ripiegate sulla propria logistica, su strade sicure e attraverso rotte conosciute. Sebbene si sperasse di contrattaccare e, in ultima analisi, di cacciare l’Armata Rossa dal territorio NATO, non c’era alcuna intenzione, e comunque nessuna capacità, di andare oltre. Pertanto, la logistica fu relativamente trascurata e si prestò pochissima attenzione al movimento, e nessuna alla proiezione di forza. Semplicemente non era necessario pianificare di proiettare forze a centinaia di chilometri di distanza, quindi le capacità, le competenze, l’equipaggiamento e il personale per farlo non furono mai sviluppati. Negli ultimi trent’anni, c’è stato un solo serio tentativo di proiezione di forza a distanza, ed è stato Iraq 2.0. In quel caso, il movimento avveniva via mare e le forze d’invasione avevano tutto il tempo che volevano e il controllo completo delle rotte aeree e di trasporto. Ma la capacità per un’operazione del genere non esiste più, anche se fosse rilevante in questo caso.
Quindi, inviare anche una forza simbolica di ispirazione politica – due brigate meccanizzate e un quartier generale, diciamo 10-12.000 effettivi – ai margini della NATO richiederebbe una proiezione di forza su una distanza mai tentata prima nella storia militare, in un momento in cui la capacità occidentale di spostare forze pesanti non è mai stata così limitata. E dovrebbe essere fatto rapidamente. Questo crea una serie di problemi, perché una forza multinazionale dovrebbe essere mantenuta in uno stato di prontezza permanentemente elevato, completamente addestrata, completamente equipaggiata, completamente esercitata e pronta al dispiegamento. (A titolo di confronto, diversi eserciti europei si vantano di avere un battaglione a questo livello di prontezza.) Anche in questo caso, le sfide logistiche di proiettare forze su quella distanza sono enormi. Un carro armato moderno pesa circa 60 tonnellate e può essere trasportato solo su rotaia o, lontano dalle linee ferroviarie, da un trasportatore di carri armati da 30 tonnellate. Ma i trasportatori di carri armati vengono oggi utilizzati solo per movimenti di routine e non ce ne sono abbastanza in Europa per avere una vera mobilità strategica. Molti ponti stradali e ferroviari in Europa non sono comunque in grado di sostenere carichi simili. In sostanza, lo stesso vale per la maggior parte degli altri tipi di unità. Forse, nel giro di settimane o di un mese, una singola Brigata potrebbe arrivare, un po’ rovinata dal viaggio, in tempo per la fine della crisi.
La NATO ha condotto esercitazioni progettate almeno per mettere alla prova questa capacità, e i risultati non sono stati divertenti. Ci è stato detto che l’esercitazione DACIAN FALL, tenutasi di recente, ha “comportato” il dispiegamento di una brigata multinazionale di 5000 uomini in Romania, di cui 3000 francesi. Ma è quasi impossibile essere certi anche dei fatti di base. Tra i 500 e gli 800 soldati francesi erano già presenti, e alcuni di quelli “coinvolti” non sono mai stati effettivamente schierati fuori dalla Francia. La maggior parte delle stime stima il numero di soldati effettivamente schierati a non più di 2000, e anche in quel caso ci sono volute settimane prima che arrivassero. Questo è probabilmente il massimo che si possa sperare.
Ma sicuramente, vi sento dire, non è stato fatto questo durante la Seconda Guerra Mondiale? I tedeschi non hanno forse conquistato vaste porzioni di territorio russo in poche settimane, e per giunta contro ogni opposizione? Se loro hanno potuto schierare milioni di uomini in quel modo, perché non possiamo schierarne qualche migliaio noi? Ebbene, per molto tempo la nostra comprensione di questo episodio – in assenza di fonti sovietiche affidabili, va detto – si è basata sulle memorie egoistiche dei generali tedeschi, secondo i quali i Panzer vittoriosi si sarebbero aperti un varco verso Mosca se non fosse stato per l’intervento delle piogge autunnali e del freddo invernale, nessuno dei quali avrebbe potuto essere previsto. Ma con l’apertura degli archivi sovietici e con le ricerche di una nuova generazione di storici militari – in particolare David Stahel – diventa chiaro che l’invasione era destinata a fallire fin dall’inizio, e per le ragioni più o meno simili a quelle discusse sopra. L’Alto Comando tedesco non fece alcun tentativo serio di valutare la capacità dell’Armata Rossa, e si limitò a dare per scontato che dopo alcune massicce vittorie tedesche questa si sarebbe dissolta, il regime di Mosca sarebbe caduto e l’intera campagna si sarebbe conclusa in sei o otto settimane. (Questo potrebbe ricordarvi qualcosa.) La logistica fu semplicemente trascurata, perché la campagna sarebbe terminata prima che sorgessero problemi logistici, tanto più che Stalin si era impadronito di metà della Polonia nel 1939, e quindi i due eserciti si trovavano uno di fronte all’altro. Oggigiorno l’opinione comune è che, una volta che questa fantasia di rapida vittoria non si è concretizzata, la campagna è stata sostanzialmente persa.
In effetti, si può sostenere che i tedeschi siano arrivati fin lì solo a causa di errori catastrofici da parte sovietica. Gran parte della colpa fu di Stalin: per aver venduto ai tedeschi la benzina usata per l’invasione, per la distruzione del corpo ufficiali dell’Armata Rossa, per non aver prestato attenzione agli avvertimenti di attacco fino all’ultimo secondo e, soprattutto, per aver insistito affinché l’Armata Rossa si posizionasse vicino alla frontiera per contrattaccare rapidamente, il che significava che una volta che i tedeschi avessero attraversato la linea del fronte, l’Armata Rossa non aveva molte riserve. Ma d’altra parte, l’Armata Rossa riuscì a operare con successo nel fango e a temperature sotto lo zero perché era addestrata ed equipaggiata per farlo, e sembrava aver effettivamente letto ciò che Clausewitz diceva sull’importanza della “patria” e l’aveva usato a proprio vantaggio.
Il che è più di quanto la nostra attuale generazione di esperti (inclusi, purtroppo, gli esperti militari) sembri essere in grado di comprendere. La distanza non può essere annullata. Ci vuole carburante per spostare qualsiasi cosa, incluso il veicolo che si sta muovendo. Una brigata corazzata può avere fino a 250 veicoli da combattimento, e altrettanti in ruoli di supporto, e non è possibile inviarli come allegato a un’e-mail o come pacco Amazon. Veicoli ed equipaggiamenti richiedono manutenzione in strutture sofisticate. Una brigata corazzata consumerà forse dalle quindici alle venti tonnellate di cibo al giorno. E così via.
In altre parole, la “guerra” che politici ed esperti sembrano anticipare con gioia non avrà luogo, perché non può aver luogo. Ci sono diverse cose che potrebbero accadere, che vanno da scontri aerei e navali su piccola scala, ad attacchi russi massicci e paralizzanti contro uno o più paesi occidentali, a schieramenti politici su piccola scala sui fianchi. Ma non molto di più. L’idea di massicce battaglie corazzate negli Stati baltici è una fantasia, e speriamo che nessun governo occidentale la prenda mai sul serio. Ci sono cose più importanti e fondamentali di cui preoccuparsi in questo momento.
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Scrivere della farsa del “risoluzione di pace” è stancante quanto probabilmente lo è per voi leggerla. Tuttavia, Putin ha finalmente pronunciato la parola definitiva sull’intera questione durante una conferenza stampa sul suo viaggio in Kirghizistan, un’informazione che vale la pena prendere in considerazione perché risponde a domande chiave che aleggiavano nella mente di molti, in particolare di coloro che sono inclini a preoccuparsi.
La conferma più importante da parte di Putin è stata che alla Russia non è stata fornita alcuna vera e propria “bozza di trattato”, ma piuttosto un elenco informale di punti da discutere: a quanto pare è a questo che si riferivano le personalità russe quando hanno affermato che alla Russia non è stato realmente presentato nulla di rilevante:
Dichiarazioni di Vladimir Putin in merito ai piani di pace proposti per l’Ucraina:
— Non c’era nessuna “bozza di trattato di pace”, solo una serie di domande che suggerivano di discutere
— Nel complesso, concordiamo sul fatto che questo potrebbe servire come base per accordi futuri
— Ogni parola del piano di pace sull’Ucraina deve essere attentamente discussa e discussa
— Al momento, alcuni punti del piano sembrano ridicoli
— La Russia è pronta a confermare formalmente che non ha intenzione di attaccare l’Europa
— I servizi segreti russi e ucraini hanno sempre mantenuto i contatti; la sede di Abu Dhabi è attivamente utilizzata per questioni relative ai prigionieri di guerra
— La presenza di un rappresentante degli Stati Uniti ai colloqui di Abu Dhabi è stata inaspettata
— I rappresentanti degli Stati Uniti verranno in Russia la prossima settimana
— La Russia cesserà le ostilità solo quando le Forze Armate ucraine lasceranno i territori occupati — o quando raggiungeremo i nostri obiettivi militarmente
In breve, questo è il modo in cui Putin sminuisce l’importanza del piano in 28 punti, riducendolo a una sorta di documento preliminare, pensato solo per avviare discussioni serie, anziché fungere da accordo finale o pre-finale, come invece è stato descritto dagli Stati Uniti. Questo è particolarmente vero per la costante millanteria del team di Trump secondo cui la guerra era ormai estremamente vicina alla fine, lasciando intendere che questo piano in 28 punti ne fosse il catalizzatore finale.
In sostanza, non è diversa dalla reazione della Russia dopo l’Alaska, quando gli Stati Uniti hanno tentato di spacciarla per un importante punto di svolta verso la fase finale dei negoziati, mentre la Russia l’ha considerata semplicemente una chiacchierata informale e molto preliminare sulle possibilità di negoziare.
Putin ha rilasciato molte altre interessanti dichiarazioni di stampo “massimalista”. Qui non riesce a trattenere un sorriso ironico dopo aver spiegato che la Russia è pronta a “combattere fino all’ultimo ucraino”, come i neoconservatori occidentali sembrano intenzionati a fare:
Putin ha ulteriormente enumerato le attuali prospettive dell’AFU, fornendoci un aggiornamento sulle sue perdite dal punto di vista ufficiale russo:
Ci aggiorna ancora con cifre interessanti: l’Ucraina ha “perso” 47.500 soldati a ottobre, ne ha mobilitati 16.500 con la forza e ne ha recuperati 15.000 feriti dalla convalescenza ospedaliera. Quindi, secondo Putin, l’Ucraina sta recuperando 31.500 al mese, perdendone 47.500. Ma quei 47.500 sono tutti “vittime gravi”, ovvero morti in azione e feriti irreparabili? Non lo specifica, ma dato che afferma che il divario sta aumentando, possiamo supporre, dal suo punto di vista, che si tratti effettivamente di vittime gravi, anche se è un po’ difficile da credere, dato che significherebbe oltre 1.500 al giorno.
Fornisce anche un aggiornamento sul campo di battaglia, in particolare su Dimitrov, o Mirnograd, e Krasnoarmeysk, o Pokrovsk:
Possiamo concludere che la lettura iniziale, fin dall’inizio, secondo cui l’intera farsa del “piano di pace” non è altro che una vana sciocchezza, era in realtà corretta. La parte russa considera i vari piani solo come punti di partenza estremamente preliminari per le serie discussioni che si svolgeranno molto tempo dopo.
Putin ha nuovamente menzionato nella sua nuova presentazione che la Russia era disposta a interrompere le ostilità se le forze ucraine avessero lasciato Donetsk e Lugansk; ho già descritto in precedenza il valore teorico della mossa di Putin su questo punto, poiché la Russia non ha praticamente nulla da perdere in questo.
A parte tutto questo tira e molla, la guerra continua come prima: nulla è cambiato. In effetti, la mia teoria operativa attuale è che i media mainstream diano grande risalto a questo spettacolo vuoto per un solo scopo: usarlo come cortina fumogena per coprire i rapidi progressi e le vittorie delle Forze Armate russe. Intasando il ciclo dell’informazione con questa insipida storia di “accordo”, che è chiaro a tutti e che non porterà da nessuna parte, i principali organi di stampa aziendali riescono a seppellire il vero spunto dei crescenti trionfi della Russia e del conseguente crollo dell’AFU.
A questo punto, l’unica direttiva della cabala aziendale che controlla sia i media tradizionali globali che l’apparato fascista dell’UE è: comprare più tempoa tutti i costi.
Alcuni, naturalmente, cominciano almeno ad accennare alle inevitabilità, ma non prima di averle soffocate con concetti del tutto ridicoli:
Quest’ultimo articolo dell’Economist è un esempio perfetto delle contraddizioni insite nella narrativa scelta dai media istituzionali. Pur usando il titolo per ammettere che l’Ucraina è sull’orlo del precipizio, l’articolo infila a forza alcuni risvolti comici del conflitto.
Ad esempio, ripetendo ancora una volta l’insensato luogo comune secondo cui la Russia raggiungerà presto la velocità di fuga precedente al crollo:
Sembra che Trump abbia abbandonato la richiesta di una firma ucraina prima di dicembre. Potrebbe essere frustrato da ciò che accadrà in seguito. Gli osservatori ucraini ritengono che il Cremlino non sarà pronto a negoziare prima della fine dell’inverno. Sarà allora che Putin dovrà decidere se lanciare un più ampio ciclo di coscrizione e che l’economia russa inizierà a risentire seriamente della diminuzione delle entrate petrolifere e delle sanzioni.
Oppure questa sciocchezza intrinsecamente contraddittoria, in cui l’Economist da un lato afferma che la posizione dell’Ucraina è “gestibile”, con i russi incapaci di sfondare, mentre – senza un briciolo di consapevolezza – ammette che l’Ucraina sta esaurendo i soldati:
Rispetto alla minaccia dell’instabilità interna, il campo di battaglia può sembrare quasi una preoccupazione secondaria. Alcuni analisti ritengono che la posizione dell’Ucraina sia gestibile. La Russia deve ancora dimostrare di poter trasformare la sua avanzata strisciante in una svolta decisiva. “A questo ritmo – e a questo costo – la Russia non può in alcun modo vincere strategicamente”, afferma Andriy Zagorodnyuk, ex ministro della Difesa.
Ma, secondo diversi indicatori importanti, la situazione per l’Ucraina sta peggiorando. I soldati stanno finendo. Gli investimenti russi nella produzione di massa di droni stanno dando i loro frutti: stanno soffocando le rotte di rifornimento dell’Ucraina dietro le linee del fronte. E le nuove armi in cantiere – droni d’attacco a reazione e bombe plananti – minacciano di rendere inabitabili città orientali come Kharkiv e Dnipro. La Russia può anche essere scarsa nelle conquiste, ma eccelle nella distruzione.
C’è più verità in quest’ultima affermazione di quanto non credano: la Russia è scarsa nel “conquistare”, ma è brava a distruggere l’AFU. Zakharova aveva appena annunciato che gli Stati Uniti si stanno affrettando a riempire le forze ucraine, ormai ridotte al minimo, con i filippini:
“I funzionari statunitensi hanno lanciato una campagna di reclutamento nelle Filippine per reclutare volontari che combattano al fianco delle forze armate ucraine” – portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova
Aggiunge che ai candidati viene offerto uno stipendio mensile di $ 5.000
“La società americana RMS International, con sede in Florida, sta reclutando candidati. La preferenza è data agli ex dipendenti della polizia e delle agenzie di sicurezza filippine e al personale militare in pensione”, ha affermato.
Da parte sua, a Trump è stato chiesto perché la Russia non debba fare alcuna concessione in questa farsa di accordo, e la sua risposta è quella consueta: la principale concessione della Russia è quella di smettere di avanzare:
Inerente a questa osservazione c’è la consapevolezza che la Russia non ha praticamente nulla da guadagnare da questi colloqui perché, continuando la guerra, otterrà sempre più territorio; persino Trump sembra capire che sta di fatto chiedendo un favore alla Russia.
Il generale di divisione ucraino in pensione Dmytro Marchenko delinea ora fin dove arriverà la Russia:
La Russia riprenderà Kherson e lancerà un’offensiva su Nikolaev, prevede l’ex maggiore generale delle forze armate ucraine Marchenko.
“Conquisteranno Pokrovsk, poi entreranno nella regione di Dnepropetrovsk, poi avanzeranno nella regione di Zaporozhye, poi attraverseranno il fiume e riconquisteranno Kherson, quindi marceranno su Nikolaev. Questo è ciò che accadrà, purtroppo, sotto questa leadership e questo atteggiamento nei confronti della guerra”, ha affermato Marchenko.
Si noti che Marchenko era effettivamente a capo del teatro di Cherson e Nikolaev quando le forze ucraine lo riconquistarono alla Russia, quindi sa di cosa sta parlando, e questo avvalora notevolmente la sua attuale convinzione che la Russia probabilmente finirà per riconquistare entrambe le principali città. E naturalmente, se queste dovessero cadere, Odessa seguirebbe solo di lì a poco.
Sul fronte, le forze russe si sono consolidate nella parte orientale di Gulyaipole dopo aver sfondato le difese della roccaforte:
Riconquistarono persino Danilovka, appena a nord, espandendo il controllo verso il fiume Hiachur. Un breve resoconto su Zatishye, cerchiato in rosso nella mappa sopra:
Alla periferia di Gulyai-Pole, il villaggio di Zatishye è stato liberato dal 114° Reggimento Fucilieri Motorizzati della Quinta Armata. Secondo i rapporti da terra, i primi gruppi d’assalto delle Forze Armate russe sono presenti a Gulyai-Pole da ieri. L’offensiva è guidata dal Gruppo Vostok (Est), motivo per cui viene scherzosamente chiamato “Espresso dell’Estremo Oriente”. Nelle battaglie per Zatishye, il nemico ha perso fino a 100 soldati di fanteria.
Più a nord, anche Seversk è dilaniata, con le forze russe che consolidano le loro posizioni all’interno della città, da tempo assediata:
Da notare in alto a sinistra che le forze russe hanno conquistato completamente anche Yampol.
Ecco un’altra vista di Yampol con Krasny Lyman ulteriormente penetrato dal lato orientale:
Infine, la città di Volchansk, a lungo trascurata, nell’estremo nord della regione di Kharkov, è stata praticamente interamente conquistata e nelle ultime settimane vi sono stati condotti molti prigionieri di guerra.
Una visione più ampia per il contesto:
Si noti che l’area cerchiata in giallo è stata collegata solo di recente, poiché in precedenza vi erano due distinte zone di avanzata russa, che ora si sono trasformate in un unico fronte unificato. L’obiettivo finale sarà quello di unificare questo fronte lungo l’intero confine con quello di Volchansk per creare una zona cuscinetto e un trampolino di lancio per ulteriori avanzate verso Kharkov.
Ci furono molte altre piccole avanzate russe tra grandi zone di insediamento, ma per ora ci limiteremo a quelle più significative.
—
Qualche ultimo elemento:
Come appaiono inaspettatamente le reti di rifornimento sul fronte dopo forti nevicate:
Nel frattempo, le forze russe stanno utilizzando droni lancia-napalm per incendiare i tunnel della rete ucraina:
E, per assurdo, la Francia interviene proprio per questo scopo:
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Un’interessante mappa comparativa tra l’avanzata della Prima Guerra Mondiale in un periodo di quasi due anni e l’avanzata delle forze russe nello stesso periodo più recente:
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Se l’amministrazione Trump decidesse di invadere il Venezuela, la reazione della base MAGA sarebbe così intensa che il movimento imploderebbe. È quanto ha recentemente previsto il senatore Rand Paul (R-Ky.) durante un’intervista con una testata libertaria.
Paul ha dichiarato la scorsa settimana a Nick Gillespie di Reason che «se [il presidente Donald Trump] invaderà il Venezuela o darà più soldi all’Ucraina, il suo movimento si dissolverà». Questo sentimento ci ricorda che la coalizione del presidente, che quest’anno è stata ripetutamente oggetto di critiche, sta già a malapena tenendo insieme.
I commenti di Paul della scorsa settimana sembrano però non aver avuto alcun effetto sull’amministrazione. Lunedì, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha designato Nicolás Maduro e i suoi alleati come organizzazione terroristica straniera. La mossa amplia le giustificazioni per un intervento militare.
Accumulo caraibico
È appena stata diffusa la notizia che il presidente del Joint Chiefs of Staff, il generale Dan Caine, visiterà presto l’imponente infrastruttura militare che è stata costruita nei Caraibi. Il motivo ufficiale di questa visita è quello di ringraziare le truppe nello spirito del Giorno del Ringraziamento, ma si sospetta che ci sia qualcosa di più. Come ha osservato il New York Times, “il generale Caine è stato uno dei principali artefici di quella che il Pentagono chiama Operazione Southern Spear, il più grande dispiegamento di forze navali americane nei Caraibi dalla crisi dei missili cubani e dal blocco di Cuba nel 1962”. Il giornale ha aggiunto che Caine “dovrebbe consultarsi con i comandanti sui preparativi dell’armata”.
L’11 novembre, la più grande portaerei della Marina degli Stati Uniti, la USS Gerald R. Ford, è arrivata nei Caraibi. Questo si è aggiunto alle migliaia di militari, gruppi anfibi e elicotteri da combattimento trasferiti nella regione nelle settimane precedenti.
Quasi nessuno crede che si tratti solo di contrastare l’impresa narcotrafficante di Maduro. Il senatore del Kentucky è tra gli scettici. “Non conosciamo i loro nomi, non ci vengono presentate prove – nessuno si preoccupa nemmeno di raccogliere la droga dall’acqua e dirci [se] c’era droga che galleggiava intorno alla barca. Nessuno si preoccupa di dire se erano armati. Quando catturiamo persone vive, non le perseguiamo nemmeno”, ha affermato.
Far saltare in aria le barche
Da settembre Paul ha espresso scetticismo sul fatto che quelle piccole imbarcazioni con motori fuoribordo possano percorrere le oltre 1.000 miglia che separano il Venezuela dagli Stati Uniti. Ha anche sottolineato il fatto che la maggior parte della droga che entra negli Stati Uniti non proviene dal Venezuela. È risaputo che la maggior parte della droga, compreso oltre il 90% del fentanil, entra attraverso il confine messicano. Inoltre, come può l’amministrazione essere così sicura che le imbarcazioni trasportino droga se non le ispeziona? Come ha sottolineato Paul:
Il dato statistico più importante che dovrebbe far riflettere prima di far saltare in aria queste imbarcazioni è che quando la Guardia Costiera abborda le navi al largo di Miami o di San Diego, una su quattro non trasporta droga. Quindi il loro tasso di errore è circa del 25%. È difficile immaginare che un popolo civilizzato possa tollerare che delle persone vengano fatte saltare in aria, incenerite, ridotte in mille pezzi, se il tasso di errore è di circa uno su quattro.
Alcuni esperti legali ritengono che questa mossa si ritorcerà contro Trump. Il giudice Andrew Napolitano ha recentemente scritto:
Gli omicidi in mare saranno presto oggetto di un processo federale, poiché le famiglie dei pescatori innocenti assassinati e alcuni sopravvissuti a tentativi di omicidio falliti hanno comunicato ai media la loro intenzione di intentare un’azione legale contro il governo. Trump afferma che gli omicidi in mare sono una guerra contro potenze straniere.
Nel frattempo, lo stesso ufficio del Dipartimento di Giustizia che ha detto a George W. Bush che poteva torturare le persone e a Barack Obama che poteva uccidere cittadini americani non violenti all’estero, sembra aver detto a Trump proprio quello che voleva sentirsi dire: che può intraprendere una guerra non dichiarata contro determinati cittadini stranieri e mantenere segrete le motivazioni legali per farlo. Dove sta scritto questo nella Costituzione di Madison, che afferma che solo il Congresso può dichiarare guerra?
Paul, che ha sostenuto il presidente su diversi fronti dell’agenda politica, ritiene che ciò che Trump sta facendo non sia nemmeno fedele ai suoi valori politici. “In realtà penso che Trump sia l’ultimo a voler fare queste cose”, ha detto a Gillespie. Purtroppo, la maggior parte dei repubblicani è ancora interventista e il presidente è “circondato da persone che credono nel cambio di regime e lo incitano a farlo”. Paul ha citato il simbolo dell’avventurismo militare, dicendo che il neoconservatore della Carolina del Sud ha l’attenzione del presidente. “Lindsey Graham non ha cambiato posizione, ma è intelligente ed è diventato molto vicino al presidente. [Lui] influenza il presidente”, ha detto. Poi ha fatto il nome di un altro neoconservatore di lunga data che è ancora più vicino a Trump. “Lo stesso vale per Marco Rubio. Quindi, la guerra di cambio di regime in Venezuela è stata ordita da queste persone”.
MAGA abbandona la nave
Il MAGA è già in declino. Il presidente ha ribaltato o ignorato le sue posizioni su diverse promesse elettorali fondamentali e le crepe all’interno della coalizione si stanno allargando, in modo significativo.
Venerdì, una deputata che era tra i più fedeli sostenitori e difensori di Trump, la repubblicana Marjorie Taylor Greene (R-Ga.), si è dimessa dopo settimane di contrasti con lui. L’eccessiva attenzione del presidente alle questioni estere è una delle principali preoccupazioni della Greene. Trump ha ripetutamente promesso “nessuna nuova guerra” e che avrebbe messo l’America al primo posto durante la campagna elettorale. Ma molti non vedono come continuare a inviare aiuti esteri e intervenire in conflitti oltreoceano rientri nella categoria dell’America First. Trump ha fatto infuriare la sua base quando ha deciso di bombardare l’Iran per quello che molti percepiscono come un intervento a favore di una nazione straniera. Ha anche rifiutato di porre fine al coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina. Vende armi agli europei per inviarle all’Ucraina e poi sanziona la Russia, annullando ogni parvenza di neutralità.
Trump ha anche fatto marcia indietro sulle sue promesse riguardo a Jeffrey Epstein. La base MAGA è ancora furiosa per il suo tentativo di insabbiare la vicenda Epstein senza ulteriore trasparenza. Greene è stata tra i tre legislatori chiave – insieme a Thomas Massie (R-Ky.) e Ro Khanna (D-Calif.) – che hanno promosso la petizione di dimissioni che ha essenzialmente costretto il presidente a firmare una risoluzione che dovrebbe obbligare il suo Dipartimento di Giustizia a rilasciare tutta la documentazione sul pedofilo. È dubbio che ciò avvenga in piena trasparenza, ma questa mossa ha reso più difficile per i protettori dell’establishment tenere nascosto questo scandalo.
Perché tanta durezza nei confronti del Venezuela?
Se Trump decidesse di invadere il Venezuela, la previsione del senatore Paul potrebbe avverarsi, se non si è già avverata.
La domanda che sorge spontanea è: perché l’amministrazione sta adottando un atteggiamento così aggressivo nei confronti del Venezuela?
La risposta ovvia è che sta cercando di provocare un cambio di regime, cosa che questo Paese ha fatto tante volte in America Latina nel XX secolo. Ma comunque, perché? Cosa sta spingendo questo cambio di regime? Probabilmente non è il motivo dichiarato. Il Venezuela non è nemmeno vicino ad essere il più grande trafficante di droga in America. Come detto prima, più del 90% del fentanil che avvelena gli americani viene dal Messico.
Inoltre, il Venezuela non è certamente l’unico Paese guidato da criminali e tiranni comunisti che truccano le elezioni. Non è nemmeno l’unico Paese dell’America Latina che recentemente ha avuto elezioni truccate. Il Brasile è nella stessa situazione, e Trump va d’accordo con quel Paese comunista.
Una delle teorie più diffuse è che si tratti di aprire il mercato statunitense ai ricchi giacimenti petroliferi del Venezuela. È plausibile. Ma questa amministrazione ha anche intrapreso importanti iniziative per facilitare le trivellazioni in America. E sta rafforzando i legami commerciali con diverse nazioni mediorientali ricche di petrolio, tra cui Arabia Saudita e Qatar.
Un’altra teoria è che ciò faccia parte del tentativo degli Stati Uniti di allontanare la Cina e la Russia dal “nostro emisfero”. Anche questa ipotesi è plausibile. Tuttavia, ciò significa che dovremmo aspettarci campagne simili a Cuba, che è molto più vicina agli Stati Uniti, così come in Nicaragua, Bolivia e, ancora una volta, Brasile?
Manipolazione elettorale?
Un’altra ipotesi è che ciò sia legato a un rancore personale di Trump nei confronti del presunto ruolo di Maduro nella campagna elettorale statunitense, in particolare nelle elezioni del 2020. L’agente della CIA “in pensione” Gary Berntsen è tra coloro che sostengono che le prove dimostrano che il Venezuela ha truccato le elezioni con i soldi dei contribuenti dell’USAID, comprese le elezioni rubate del 2020. Questa, in parte, è l’idea principale alla base del libro di Ralph Pezzullo Stolen Elections: The Takedown of Democracies Worldwide (Elezioni rubate: la caduta delle democrazie in tutto il mondo). Pezzullo sostiene che “i cittadini degli Stati Uniti non hanno avuto un’elezione nazionale che non sia stata manipolata dal 2008” e che Venezuela, Cina, Iran e Russia sono stati parte integrante di tale manipolazione.
Che le elezioni del 2020 siano state truccate è quasi fuori discussione. Ma come e chi esattamente ci sia dietro non è affatto chiaro. Il fatto che i nostri esperti di sicurezza informatica non lo abbiano ancora ammesso indica che dietro alle elezioni c’è molto di più che il solo Venezuela.
Ciò che è chiaro è che, per qualsiasi motivo, l’amministrazione Trump sta esercitando una forte pressione sul Venezuela. E per quanto possa sembrare giustificato, gran parte degli elettori di Trump non sarà d’accordo. Non è quello per cui hanno votato. Inoltre, sarebbe un’altra guerra incostituzionale senza l’approvazione del Congresso.
Può l’amministrazione Trump cambiare rotta? Lo farà e salverà una coalizione MAGA che è in fin di vita? Oppure la famosa massima dei social media – “Non importa chi voti, avrai sempre Dick Cheney” – si rivelerà ancora una volta vera?
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Il Servizio di intelligence estero russo aveva avvertito lo stesso giorno della pubblicazione dell’articolo di Bloomberg che gli inglesi sono determinati a screditare Trump per minare i suoi ultimi sforzi di pace volti a risolvere il conflitto da cui traggono profitto.
Bloomberg ha reso pubbliche quelle che sostiene essere le trascrizioni delle telefonate tra l’inviato speciale di Trump Steve Witkoff e il principale consigliere di Putin per la politica estera Yury Ushakov, nonché tra Ushakov e l’altro consigliere di Putin Kirill Dmitriev, relative al processo di pace in Ucraina. Il succo della telefonata tra Witkoff e Ushakov era la proposta di Witkoff di chiedere a Putin di suggerire un accordo di pace in 20 punti simile a quello di Gaza per l’Ucraina durante una prossima telefonata con Trump, mentre quella tra Ushakov e Dmitriev ha lasciato intendere che la bozza trapelata fosse stata influenzata dalla Russia.
Ushakov ha rifiutato di commentare i suoi colloqui con Witkoff, ma ha affermato che “Qualcuno ha intercettato, qualcuno ha divulgato, ma non noi“, mentre Dmitriev ha descritto senza mezzi termini la sua presunta telefonata con Ushakov come “falsa“. Da parte sua, Trump ha difeso il presunto “coaching” di Witkoff a Ushakov su come Putin avrebbe dovuto trattare con lui, ricordando a tutti che “È quello che fa un negoziatore. Devi dire: ‘Guarda, loro vogliono questo, devi convincerli con questo’. È una forma di negoziazione molto comune”.
Per quanto riguarda la possibilità che la bozza dell’accordo fosse influenzata dalla Russia, un’idea che è stata promossa dai media tradizionali per screditare i compromessi reciproci in essa proposti, essa è già stata smentita. Il Segretario di Stato Marco Rubio, che ricopre anche la carica di Consigliere per la Sicurezza Nazionale, ha affermato che “La proposta di pace è stata redatta dagli Stati Uniti. È stata presentata come un solido quadro di riferimento per i negoziati in corso e si basa sui contributi della parte russa, ma anche sui contributi precedenti e attuali dell’Ucraina”.
Pertanto, nessuna delle due trascrizioni è scandalosa, anche se il loro contenuto è stato riportato accuratamente, ma sorge la domanda: chi potrebbe aver intercettato e divulgato queste telefonate? È interessante notare che, lo stesso giorno in cui Bloomberg ha pubblicato il suo rapporto, il Servizio di intelligence estero russo ha avvertito che il Regno Unito “mira a minare gli sforzi di Trump per risolvere il conflitto screditandolo”. I lettori ricorderanno il ruolo del Regno Unitonel Russiagate, in cui ha cospirato con la CIA, FBI e il campo Clinton per architettare un complotto contro di lui.
Visto che non possono più colludere in questo modo con i loro tre precedenti cospiratori, il Regno Unito potrebbe quindi aver fatto trapelare quelle due telefonate con Ushakov che potrebbero aver intercettato (probabilmente tra molte altre) come ultimo tentativo disperato di screditare gli ultimi progressi senza precedenti verso la pace. Questa provocazione potrebbe anche essere stata pensata per spaventare Trump e spingerlo a licenziare Witkoff per paura di un’altra indagine Russiagate 2.0, se questo scandalo aiutasse i Democratici a ribaltare il Congresso l’anno prossimo.
Licenziare Witkoff, che è stato fondamentale per i recenti progressi verso la pace, potrebbe rovinare il processo proprio nel momento più cruciale, dato che Zelensky starebbe valutando di incontrare Trump molto presto per finalizzare i dettagli dell’accordo di pace mediato dagli Stati Uniti con la Russia. Mantenendo una posizione ferma, Trump sta quindi ostacolando gli sforzi per rovinare tutto ciò che ha ottenuto finora in merito all’accordo di pace tra Russia e Ucraina e, di conseguenza, sta riportando in auge la bufala del Russiagate per aiutare i Democratici durante le elezioni di medio termine del prossimo anno.
Di conseguenza, le fughe di notizie russo-americane di Bloomberg possono essere considerate un’operazione dei servizi segreti britannici volta a far deragliare il processo di pace e a perpetuare il conflitto da cui il Regno Unito trae profitto, per non parlare dell’ingerenza nelle elezioni di medio termine, dando una spinta ai Democratici grazie a notizie false. Trump ha rivelato che Witkoff incontrerà Putin lunedì e che potrebbe anche essere affiancato dal genero Jared Kushner, che ha contribuito a negoziare l’accordo di Gaza, quindi ci si aspettano ulteriori provocazioni britanniche dettate dalla disperazione di rovinare i colloqui.
Questa non sarebbe altro che “un’altra (finta) vittoria su Putin” che potrebbe essere spacciata per aver compensato il ridotto tenore di vita della popolazione, sceso a causa delle sanzioni anti-russe.
L’ex presidente russo e attuale vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitrij Medvedev ha pubblicato un articolo su RT a fine agosto sull'” Anschluss della NATO “, in cui metteva in guardia dalle conseguenze dell’adesione dell’Austria al blocco, come alcuni vorrebbero fare. Questa questione incide sul prestigio del suo Paese, poiché l’URSS era uno dei garanti della neutralità austriaca. Qualsiasi mossa unilaterale verso l’adesione alla NATO in violazione del veto di Mosca provocherebbe quindi una crisi giuridica internazionale.
Ciò accelererebbe il collasso del diritto internazionale, in atto da tempo, e avvicinerebbe l’Occidente a una revisione completa dell’ordine europeo del secondo dopoguerra. I piani di rimilitarizzazione della Germania a partire dal 2022 hanno probabilmente reso questo un fatto compiuto, ma le mosse dell’Austria verso l’adesione alla NATO potrebbero infine provocare una crisi politica a lungo attesa su questo tema. Medvedev ha anche proposto che, in tale scenario, le istituzioni internazionali di Vienna vengano trasferite all’estero, in un Paese realmente neutrale.
Per quanto riguarda le conseguenze sulla sicurezza militare, ha avvertito che “le unità austriache del Bundesheer potrebbero ritrovarsi incluse nei piani di missione a lungo termine delle Forze Armate russe. Un pacchetto di contromisure è stato adottato contro Svezia e Finlandia dopo la loro adesione alla NATO, e l’Austria non dovrebbe aspettarsi eccezioni in questo caso”. Qualsiasi guerra NATO-Russia renderebbe probabilmente l’Austria invivibile, indipendentemente dalla sua neutralità, così come gran parte dell’emisfero settentrionale, quindi questo è un punto controverso.
Tuttavia, è importante che gli austriaci si rendano conto che, in caso di guerra, manderebbero in frantumi la reputazione neutrale del loro Paese e si metterebbero un bersaglio sulla schiena, ma nulla di tutto ciò ha importanza per la NATO. Il suo potenziale “Anschluss” con l’Austria sarebbe puramente narrativo, per spacciarlo per “un’altra (finta) vittoria su Putin” da affiancare all’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO. Lo scenario in cui la Serbia sanzionasse la Russia e la Bosnia accelerasse la sua adesione alla NATO completerebbe questa idea.
L’obiettivo della guerra per procura della NATO contro la Russia attraverso l’Ucraina è sempre stato quello di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, prima usando l’Ucraina come piattaforma da cui la Russia poteva essere ricattata fino alla sottomissione tramite l’infrastruttura della NATO e poi con mezzi più diretti dopo la guerra speciale.L’operazione cercò di prevenirlo. Dopo l’operazione speciale, questo obiettivo fu dichiarato apertamente e portato avanti attraverso il duplice mezzo delle sanzioni e poi della controffensiva del 2023 , ma entrambe fallirono e una sconfitta strategica fu evitata.
Di conseguenza, qualsiasi risoluzione politica del conflitto ucraino sarà vista come una sconfitta per l’Occidente, con la conseguente necessità di architettare false vittorie che potrebbero essere spacciate per aver compensato il ridotto tenore di vita della popolazione, sceso a causa delle sanzioni anti-russe. Formalizzare l’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO, dopo anni di loro membri di fatto, e l'”Anschluss” del blocco con l’Austria sono mezzi facili per raggiungere questo obiettivo, mentre le menzionate misure nei Balcani sono un po’ più difficili.
Tornando all’articolo di Medvedev, ha ragione sulle conseguenze legali, politiche e di sicurezza militare dell’adesione dell’Austria alla NATO, ma il suo articolo avrebbe potuto trarre beneficio dall’affrontare la questione del perché se ne parli proprio ora, nonostante non abbia alcun impatto significativo sull’equilibrio di potere. La risposta è che tutto ciò serve a gestire la percezione dell’opinione pubblica occidentale, dopo che il conflitto ucraino non è riuscito a provocare la sconfitta strategica della Russia, nonostante i costi che ha dovuto affrontare.
Il sostegno degli Stati Uniti alla Polonia riduce drasticamente le possibilità che la Germania realizzi la sua visione di federalizzare l’UE, quindi il Cremlino dovrebbe dare priorità alla gestione delle tensioni russo-polacche anziché al ripristino dei legami strategici con la Germania, ma quest’ultimo obiettivo dovrebbe comunque continuare a essere perseguito per motivi di equilibrio.
La realizzazione dei piani polacchi manderebbe quindi in frantumi quelli della Germania e viceversa. Questa grave contraddizione interna all’UE viene sfruttata dagli Stati Uniti per “tenere fuori i russi, dentro gli americani e sotto i tedeschi”, come il primo Segretario Generale della NATO ha descritto la ragion d’essere del blocco. A tal fine, Trump 2.0 sostiene la visione polacca dell’UE, scommettendo anche sulla creazione di un formidabile cuneo geostrategico tra Germania e Russia nell’Europa centrale attraverso l'” Iniziativa dei Tre Mari ” (3SI) guidata dalla Polonia.
Il 3SI è lo strumento della Polonia non solo per radunare gli stati regionali dietro la sua leadership nell’opposizione collettiva ai piani tedeschi di federalizzazione dell’UE, ma anche per rilanciare il suo status di Grande Potenza, da tempo perduto . Di conseguenza, è logico che la Russia impieghi naturalmente mezzi indiretti per complicare la realizzazione della visione polacca sostenuta dagli Stati Uniti e del suo strumento 3SI associato, che faciliterà anche lo ” Schengen militare ” volto ad accelerare il trasferimento di truppe e attrezzature verso est.
Un altro punto è che i legami della Russia con l’UE sarebbero più facili da gestire se il blocco fosse federalizzato sotto l’egemonia tedesca, perché in tal caso dovrebbe praticamente trattare solo con Berlino invece che con 27 paesi separati. È forse in parte con questo obiettivo finale in mente che la Germania è diventata il principale partner della Russia nell’UE negli ultimi decenni. Tuttavia, questa visione è molto più difficile da attuare oggigiorno a causa delle tendenze populiste e dell’ascesa della Polonia sostenuta dagli Stati Uniti, quindi gli interessi della Russia potrebbero cambiare.
Certo, la Russia non sosterrà mai la Polonia o i suoi piani, ma potrebbe non essere in grado di fermarli. In tal caso, la gestione delle tensioni russo-polacche diventerebbe una priorità, che potrebbe essere notevolmente agevolata da un accordo di reciproca de-escalation tra Polonia e Bielorussia, nell’ambito di un grande accordo russo-statunitense . Attenuare la retorica anti-polacca, in particolare quella promossa dal suo ecosistema informativo globale, può contribuire a ridurre la percezione della minaccia russa da parte dei polacchi e quindi a mettere in discussione l’urgenza percepita di contenerla.
Parallelamente, i tentativi di ripristinare l'”età dell’oro” delle relazioni russo-tedesche dovrebbero continuare senza sosta per riequilibrare i rapporti e aggravare la reciproca sfiducia tra Germania e Polonia, con l’obiettivo di mantenere la Polonia fuori dalla “sfera di influenza” tedesca per impedire la fusione delle loro forze militari. Stanno competendo per costruire il più grande…militari in Europa e, dal punto di vista strategico della Russia, è meglio che restino separati con un coordinamento minimo piuttosto che unirsi in un’unica forza di fatto.
Quanto sopra descritto è lo scenario migliore e più realistico per la Russia, poiché scongiurerebbe la possibilità che una minaccia simile a quella di Barbarossa si ripresenti in Occidente, consentendo al contempo alla Russia di gestire più efficacemente le tensioni con la Polonia attraverso il dialogo bilaterale con il suo protettore americano. Azioni false flag britanniche e/o ucraine potrebbero comunque provocare una crisi russo-polacca e quindi russo-statunitense, ma anche questa potrebbe essere evitata se i legami russo-statunitensi rimanessero stabili, la Russia avvisasse gli Stati Uniti e questi ultimi le fermassero.
Ciò rappresenta un modello per la gestione del multiculturalismo in paesi storicamente diversi.
Putin ha annunciato durante una riunione del Consiglio per le Relazioni Interetniche , tenutasi il giorno dopo la Giornata dell’Unità Nazionale all’inizio di novembre, che la Russia deve perfezionare la sua Politica Interetnica di Stato . Ha avvertito che le agenzie di spionaggio straniere stanno lavorando attivamente per sfruttare le divisioni identitarie, sia etniche che religiose. “Il fattore migrazione”, come lo ha definito, contribuisce a questo. Sebbene non menzionato nel suo intervento, è importante aggiungere che l’FSB ha sventato un complotto il mese scorso per manipolare il sentimento anti-israeliano a questo scopo.
L’altra minaccia sollevata da Putin è stata la retorica sulla “decolonizzazione” della Russia, che la “Commissione di Helsinki” del governo statunitense ha iniziato a promuovere attivamente nell’estate del 2022 e che è stata poi ripresa dall’ex presidente polacco Andrzej Duda due anni dopo. I lettori possono saperne di più qui e qui . L’obiettivo finale di queste forze è una cosiddetta “post-Russia”, che Putin ha descritto come “un territorio privato della sua sovranità e diviso in piccoli frammenti subordinati all’Occidente”.
Questa fantasia politica potrebbe realizzarsi solo attraverso la distruzione del popolo russo. Di conseguenza, Putin ha avvertito che “l’ideologia della russofobia aggressiva è diretta contro tutti i popoli del nostro Paese, perché non c’è Russia senza il popolo russo, l’etnia russa e il fattore russo”. Al contrario, l’ultima minaccia viene contrastata “coltivando e proteggendo” “l’identità russa, le tradizioni, la cultura e la lingua del nostro popolo che forma lo Stato”, i russi etnici.
Per quanto riguarda la lotta ai complotti per “decolonizzare” la Russia, Putin ha chiesto una maggiore ricerca sociologica sulle relazioni interetniche e interreligiose a livello comunitario, cittadino e regionale, insieme alla creazione di “strumenti di precisione” per prevenire i conflitti e affrontare tempestivamente quelli che dovessero sorgere. Ha anche suggerito di responsabilizzare i leader regionali in questo senso e di promuovere una più stretta collaborazione tra loro e le autorità locali. Si presume che saranno probabilmente impiegati i social media e altre forme di monitoraggio.
L’approccio di Putin alla messa a punto della politica interetnica statale russa sarà rafforzato dal “fare tutto il possibile per rafforzare la nostra unità… la nostra identità civile e nazionale, che comprende sia l’identità statale che quella russa”. Inoltre, ha riconosciuto che “molti conflitti sono naturali” e ha avvertito che “non abbiamo il diritto, soprattutto oggi, di amplificare eventuali disaccordi, anche apparentemente piccoli. Dovremmo fare il contrario”. Risposte calme e proporzionate ai conflitti identitari emergenti e nascenti diventeranno quindi la norma.
Ciò che Putin ha proposto è fondamentalmente un modello per la gestione del multiculturalismo in Paesi storicamente diversi. Le principali minacce per questi Paesi sono l’immigrazione incontrollata, i piani di balcanizzazione e la discriminazione nei confronti dei loro popoli fondatori, tutti fattori esacerbati da forze esterne che cercano di sfruttare i conflitti “naturali” tra gruppi identitari man mano che emergono, oltre a provocarli. La risposta a ciascuno di essi varierà nella sostanza a causa dell’unicità di ciascun Paese, ma ci si aspetta che segua l’esempio della Russia, come spiegato.
La sua continua egemonia sull’Europa centrale e orientale minaccia di erodere ulteriormente la già limitata sovranità della Polonia, ma questa può essere infranta con il sostegno degli Stati Uniti, anche se a costo di subordinare la Polonia alla “Pax Americana” prevista da Trump 2.0, che imporrebbe anch’essa dei limiti alla sua sovranità.
” Il co-leader dell’AfD ha dichiarato che la Polonia potrebbe diventare una minaccia per la Germania ” all’inizio di questo mese, la cui logica è stata spiegata nell’analisi precedente, ma è anche vero che alcuni in Polonia considerano la Germania una minaccia anche per il loro Paese. Mentre la percezione che alcuni tedeschi hanno della Polonia come una minaccia deriva dal suo tentativo di infrangere l’egemonia tedesca sull’Europa centrale e orientale (CEE), la percezione che alcuni polacchi hanno della Germania come una minaccia deriva da quella stessa egemonia.
Il cardinale grigio dell’opposizione nazionalista conservatrice polacca (“Diritto e Giustizia” o PiS, secondo l’acronimo polacco), Jaroslaw Kaczynski, è stato tra le voci più esplicite in merito. Ne parla da anni, dichiarando persino poco prima della conferenza specialeoperazione secondo cui i piani di federalizzazione dell’UE della Germania sono un tentativo di costruire un ” Quarto Reich “. Kaczynski ha recentemente ribadito che la Germania oggi guida “una sorta di nuovo impero” e, insieme alla Francia, “vuole togliere la sovranità alla Polonia “.
Il Primo Ministro Donald Tusk è ” un agente tedesco ” incaricato di portare a termine questo complotto, ha affermato a fine dicembre 2023 dopo che il PiS ha perso il controllo del Sejm in seguito alla sconfitta alle elezioni di quell’autunno, ma la “Pax Americana” prevista da Trump 2.0 potrebbe potenzialmente salvare la Polonia, secondo la sua ultima valutazione. A fine settembre ha affermato che “la Pax Americana sarebbe globale, ma consentirebbe l’esistenza di stati sovrani, inclusa una Polonia sovrana, vincolata solo dalle esigenze di difesa congiunta all’interno della NATO”.
Ciò è in linea con l’intuizione condivisa nell’analisi citata in precedenza sulle opinioni del co-leader dell’AfD sulla Polonia, che ha attirato l’attenzione su come gli Stati Uniti stiano aiutando la Polonia a infrangere l’egemonia tedesca nell’Europa centro-orientale al fine di facilitare la creazione di un cuneo guidato dalla Polonia (l'” Iniziativa dei Tre Mari “, 3SI) tra Germania e Russia. Affinché la Polonia possa raggiungere il suo pieno potenziale geostrategico in questo senso, sia a favore dei propri interessi che di quelli condivisi dagli Stati Uniti, il PiS deve riprendere il controllo del Sejm durante le prossime elezioni dell’autunno 2027.
Ciò richiederebbe quasi certamente un’alleanza con il partito della Confederazione, che guida l’opposizione populista-nazionalista polacca e il cui leader Sławomir Mentzen si è classificato terzo al primo turno presidenziale con il 14,81% dei voti, ma Mentzen ha condizionato la sua elezione alle dimissioni dei principali leader del PiS. Oltre a Kaczynski, ha chiesto le dimissioni dell’ex Primo Ministro Mateusz Morawiecki, ma i loro ego (soprattutto quello di Kaczynski) potrebbero impedirlo, nonostante ciò sia presumibilmente per il bene comune.
In ogni caso, la sovranità della Polonia può essere difesa in modo duraturo nei confronti di Bruxelles, guidata da Berlino, solo mobilitando l’Europa centro-orientale per opporsi collettivamente ai piani di federalizzazione dell’UE, che possono essere promossi trasformando il 3SI, sostenuto dagli Stati Uniti, in una piattaforma politica a tal fine. La Polonia deve anche continuare a recuperare il suo perduto status di Grande Potenza, parallelamente al rilancio dell’Ungheria come polo continentale per i movimenti conservatori/populisti-nazionalisti, il che richiede la riconquista del controllo del Sejm, il tutto con il sostegno degli Stati Uniti.
Gli indipendentisti polacchi combatterono ” per la nostra e la vostra libertà ” durante il periodo della Partizione, come proclamarono notoriamente, soprattutto quando parteciparono alle lotte per l’indipendenza all’estero, con la loro moderna lotta contro l’egemonia tedesca sull’Europa centro-orientale che rappresentava il successore spirituale di quella causa. Anche il suo successo è tutt’altro che certo, ma a differenza di allora, la Polonia può contare sul sostegno degli Stati Uniti, ma a costo di subordinarsi alla “Pax Americana”, senza alcuna possibilità di raggiungere la piena sovranità sotto quest’ordine.
Se non fosse per il sostegno degli Stati Uniti, la Polonia non potrebbe mai rappresentare una minaccia strategica per la Germania, quindi sono proprio gli Stati Uniti a rappresentare la minaccia più grande per lei.
Tino Chrupalla, co-leader dell’AfD, ha dichiarato durante una recente apparizione sui media pubblici che “anche la Polonia potrebbe diventare una minaccia per noi… Vediamo che gli interessi della Polonia differiscono da quelli della Germania… Stiamo assistendo a doppi standard sulla questione del Nord Stream . La Polonia non ha estradato in Germania un criminale ricercato, un terrorista”. Non ha torto, ma non ha ragione per le ragioni che si potrebbero pensare, ovvero l’ipotesi che la Polonia possa un giorno rappresentare una minaccia militare per la Germania. Il presente articolo chiarirà la questione.
È vero che “gli interessi della Polonia differiscono da quelli della Germania”, anche se non necessariamente in senso economico, dato che all’inizio di quest’anno la Polonia è diventata un mercato di esportazione più grande per la Germania rispetto alla Cina, e la Polonia ha beneficiato dei sussidi dell’UE a guida tedesca (che però avvantaggiano ancora di più la Germania ). I loro diversi interessi riguardano in gran parte il futuro dell’UE, che la Germania prevede di trasformare in una federazione sotto la sua guida, mentre la Polonia vuole che sia un’unione libera di stati che mantengano una maggiore sovranità.
Il Nord Stream incarnava queste differenze, poiché la Germania avrebbe potuto sfruttare quello che sarebbe stato il suo ruolo di leader energetico nell’UE, se il secondo gasdotto fosse entrato in funzione, per costringere i paesi dell’Europa centrale e orientale (PECO) a fare maggiori concessioni sulla loro sovranità a Bruxelles, sostenuta da Berlino. La Polonia temeva questo scenario per evidenti ragioni, mentre gli Stati Uniti non volevano la nascita di una “Federazione d’Europa” di fatto guidata dalla Germania, quindi cospirarono insieme per impedirlo.
Il terminale GNL polacco di Świnoujście è stato inaugurato nel 2015 e ora è pronto a fungere da porta d’ingresso per il GNL statunitense nell’Europa centro-orientale, come spiegato qui , erodendo l’influenza tedesca in tale area. Parallelamente, gli Stati Uniti sostengono l'” Iniziativa dei Tre Mari ” guidata dalla Polonia per una più solida integrazione tra gli stati dell’Europa centro-orientale, che è uno dei mezzi attraverso i quali la Polonia intende rilanciare il suo status di Grande Potenza, a lungo perduto . Queste politiche hanno poi ricevuto un impulso senza precedenti dopo l’attacco al Nord Stream, presumibilmente orchestrato dagli Stati Uniti .
Se il conflitto ucraino fosse terminato a seguito dei colloqui di pace della primavera del 2022, si sarebbe chiusa la possibilità di far saltare in aria quell’oleodotto, da qui l’importanza che la Polonia aiutasse il Regno Unito nei suoi sforzi per convincere Zelensky a continuare a combattere, consentendo il transito illimitato di aiuti militari a tal fine. Nei tre anni successivi a quell’attacco, l’economia tedesca si è notevolmente indebolita , il che, secondo Polonia e Stati Uniti, accelererà l’erosione dell’influenza tedesca nell’Europa centro-orientale e faciliterà la sua sostituzione con la propria influenza.
La Polonia non può sostituire l’influenza economica della Germania, nonostante sia appena diventata un’economia da mille miliardi di dollari , ma l’ accordo commerciale sbilanciato che l’UE ha stipulato con gli Stati Uniti potrebbe alla fine vedere questi ultimi fare lo stesso. L’influenza polacca può invece assumere la forma di guidare il contenimento della Russia da parte dell’Europa centro -orientale, ora che comanda il terzo esercito più grande della NATO , creando così un cuneo tra Germania e Russia, come anche gli Stati Uniti vogliono, e radunando la regione attorno alla propria visione della visione dell’UE in opposizione a quella della Germania.
Chrupalla aveva quindi ragione nell’affermare che “la Polonia potrebbe anche diventare una minaccia per [la Germania]”, poiché l’attuazione con successo della suddetta grande strategia avrebbe mandato in frantumi l’egemonia tedesca sull’Europa centro-orientale. Ciò che non ha menzionato, e forse non se n’è (ancora?) reso conto, è che si tratta di un piano congiunto polacco-statunitense operativo già da anni. Se non fosse per il sostegno degli Stati Uniti, la Polonia non potrebbe mai rappresentare una minaccia strategica per la Germania, quindi sono proprio gli Stati Uniti a rappresentare la minaccia più grave in assoluto.
Probabilmente il suo leader lo ha fatto come favore personale a Trump, in modo da poterlo proteggere nel caso in cui dovessero sorgere problemi con la Russia, come nel caso in cui un giorno il Kazakistan cercasse di seguire le orme dell’Azerbaijan adeguando le sue forze armate agli standard della NATO.
Molti osservatori sono rimasti sorpresi dall’adesione del Kazakistan agli Accordi di Abramo durante la visita del presidente Kassym-Jomart Tokayev a Washington per partecipare all’ultimo vertice C5+1, dato che il Paese ha già riconosciuto Israele dal 1992. I siti web della Presidenza e del Ministero degli Esteri hanno fatto luce su questa decisione. Il primo ha scritto: “Aderendo agli Accordi di Abramo, il Kazakistan intende contribuire a superare il confronto, promuovere il dialogo e sostenere il diritto internazionale basato sui principi della Carta delle Nazioni Unite”.
Ha aggiunto che “la decisione del Kazakistan non pregiudica gli impegni bilaterali del Paese con nessuno Stato e rappresenta una naturale continuazione e manifestazione della sua diplomazia multilaterale volta a promuovere la pace e la sicurezza”. Il secondo ha fatto eco a questo messaggio: “Questa importante decisione è stata presa esclusivamente nell’interesse del Kazakistan ed è pienamente coerente con la natura della politica estera equilibrata, costruttiva e pacifica della repubblica”.
La loro dichiarazione si concludeva poi come segue: “L’adesione agli Accordi di Abramo contribuirà a rafforzare la cooperazione del nostro Paese con tutti gli Stati interessati e, pertanto, è pienamente in linea con gli obiettivi strategici del Kazakistan. Il Kazakistan continuerà a sostenere con fermezza una soluzione giusta, globale e sostenibile del conflitto in Medio Oriente, basata sul diritto internazionale, sulle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite e sul principio di ‘due Stati per due popoli'”.
Di conseguenza, la spiegazione ufficiale è che questa mossa puramente simbolica intendeva segnalare il sostegno a una “soluzione a due stati” e rafforzare la politica di multiallineamento del Kazakistan , ma in realtà c’è di più. L’intento era indiscutibilmente quello di attrarre Trump, aumentando così la visibilità di Tokayev ai suoi occhi, e coincideva con la serie di accordi sottoscritti. Tra questi, in particolare, un Memorandum d’intesa sui minerali essenziali che è stato qui valutato come una pressione, non intenzionale da parte del Kazakistan ma deliberata dagli Stati Uniti, sulla Russia.
Quanto sopra ha preceduto il viaggio di Tokayev a Mosca per incontrare Putin , il cui scopo era rassicurare la Russia sul fatto che il Kazakistan non si schierasse con gli Stati Uniti contro di essa, ma ora è chiaro che il Kazakistan si affida più attivamente agli Stati Uniti per bilanciare la Russia. È questa tendenza, che non è nuova ma sta ora assumendo una forma qualitativamente diversa a causa di come il nuovo corridoio TRIPP dovrebbe intensificare i legami tra Stati Uniti e Kazakistan e del favore personale che Tokayev fa a Trump aderendo agli Accordi di Abramo, ad essere la notizia più degna di nota.
L’Azerbaigian ha appena annunciato che le sue forze armate sono ora conformi agli standard NATO e, se un giorno il Kazakistan dovesse seguire l’esempio, la valutazione della minaccia russa aumenterebbe vertiginosamente. Tokayev non ha segnalato alcun piano del genere, ma facendo un favore personale a Trump aderendo agli Accordi di Abramo, probabilmente si aspetta che lui e gli Stati Uniti lo sostengano se mai decidesse di farlo e questo portasse a una crisi con la Russia. Qui sta il vero significato di ciò che ha appena fatto, il che dà credito alle preoccupazioni sulle sue intenzioni.
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Il cambiamento climatico non è causato dall’uomo. E il Green New Deal non è altro che un progetto commerciale volto ad arricchire persone che non fanno nulla, basato su una narrazione falsa e allarmistica.
dim. 16 nov. 2025426452
Il Green New Deal è morto. È stato Trump ad annunciarlo. Parlando davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, senza teleprompter né copia stampata del suo discorso, ha definito il cambiamento climatico «la più grande truffa mai perpetrata al mondo». Ha aggiunto: “Se non vi allontanate da questa truffa verde, il vostro Paese andrà in bancarotta”. È seguita immediatamente una “reazione degli esperti”, del tipo “Trump mette in pericolo la vita e il benessere degli americani e delle popolazioni di tutto il mondo negando erroneamente le realtà del cambiamento climatico”. Gli “esperti” in questione erano, ovviamente, i cosiddetti “climatologi”, persone che non sono in grado di prevedere il tempo che farà tra due settimane, ma che pretendono di poterlo prevedere tra due secoli, perché il clima non è altro che un termine sofisticato per indicare il tempo che fa se si prende le distanze.
A quali bugiardi credere: il buffone truffatore e millantatore che cerca sempre di bluffare per concludere un “affare” redditizio, o gli pseudo-scienziati egoisti con i loro falsi pseudo-modelli climatici, le cui sovvenzioni sono garantite solo finché continuano a prevedere una catastrofe climatica e a presentare le tecnologie verdi finanziate dai contribuenti come l’unico modo per evitarla?
Come dice un famoso proverbio russo, «Se sulla gabbia di un elefante c’è scritto “bufalo”, non credete ai vostri occhi». Dovreste piuttosto credere a me; vi mentirei forse? Certo che no! Non sono un «climatologo» (grazie a Dio), ma ne so abbastanza di scienza da distinguere la vera scienza dalla falsa scienza. Mi ci è voluto molto tempo per capire che la scienza del riscaldamento globale era falsa. (Ero più credulone quando ero più giovane).
Inoltre, ho ormai vissuto abbastanza a lungo da poter testimoniare il fallimento di alcune delle vecchie previsioni catastrofiche, il che mi ha insegnato a ignorare le altre, poiché sono tutte basate sulla stessa tecnica: i climatologi creano modelli informatici che poi pretendono con arroganza rappresentino non solo la realtà, ma anche il futuro! Che faccia tosta! Naturalmente, i modelli informatici prevedono tutto ciò che i loro operatori vogliono che prevedano. Modificano i parametri fino a quando non appare la risposta desiderata. È ovvio che un modello che prevede l’arrivo della prossima era glaciale non è utile per ottenere sovvenzioni di ricerca dal governo.
Il cambiamento climatico è ovviamente reale; il clima terrestre, inteso come generalizzazione statistica delle condizioni meteorologiche, è in costante mutamento, in modo prevedibile nell’arco di pochi giorni, ma imprevedibile su periodi più lunghi. Esistono alcune regolarità legate all’orbita terrestre e al comportamento ciclico del Sole, ma questi modelli si sovrappongono a numerosi elementi che ci sembrano del tutto casuali. In altre parole, esistono certamente alcune caratteristiche su larga scala che sono in qualche modo prevedibili, ma su una scala temporale che rende tali previsioni irrilevanti dal punto di vista della storia umana.
In termini molto generali, la Terra sta attualmente avvicinandosi alla fine di un periodo interglaciale (la Terra si trova nel mezzo di una sequenza di periodi glaciali iniziata circa 2,6 milioni di anni fa, durante un periodo noto come glaciazione quaternaria). Da allora, ha vissuto periodi glaciali e interglaciali ricorrenti, l’ultimo dei quali è terminato circa 11.700 anni fa. Entro un millennio, l’emisfero settentrionale potrebbe iniziare a ricoprirsi di una calotta glaciale e l’Antartide di un ampio strato di ghiaccio… ma non trattenete il respiro, i risultati potrebbero variare. L’idea che noi, una specie di scimmie che corrono sulla superficie del pianeta, possiamo fare qualcosa per influenzare il corso degli eventi è ovviamente assurda.
Tuttavia, tra queste scimmie ci sono alcuni appassionati del riscaldamento globale che continuano a parlare di quello che chiamano “effetto serra”: alcuni gas presenti nell’atmosfera terrestre, chiamati “gas serra”, intrappolano la radiazione solare, riscaldando così la bassa atmosfera e la superficie del pianeta. L’unico gas serra significativo è il vapore acqueo: le nuvole fungono da coperta calda per impedirci di congelare durante le notti invernali, mentre l’elevata umidità delle calde giornate estive impedisce al nostro sudore di evaporare, il che può causare colpi di calore.
Ma i sostenitori del riscaldamento globale si concentrano piuttosto sull’anidride carbonica, un gas presente in quantità minime (alcune parti per milione), insufficienti a fare la differenza. Il più grande serbatoio di anidride carbonica del pianeta non è l’atmosfera, ma l’oceano, poiché l’anidride carbonica è solubile in acqua e la sua concentrazione nell’atmosfera dipende dalla temperatura dell’acqua marina. Gli oceani rilasciano anidride carbonica quando si riscaldano e assorbono facilmente l’eccesso di anidride carbonica atmosferica quando si raffreddano, mantenendo così un equilibrio basato sulla temperatura. L’analisi di antiche carote di ghiaccio ha dimostrato che i cambiamenti nelle concentrazioni di anidride carbonica atmosferica seguono i cambiamenti di temperatura e quindi non possono esserne la causa.
Il biossido di carbonio è asfissiante per noi esseri viventi che respiriamo ossigeno (a concentrazioni superiori al 4%), ma è poco tossico a concentrazioni più basse, come quelle che si trovano intorno a un falò. Ancora più importante, è un elemento nutritivo essenziale per le piante: queste trasformano l’anidride carbonica in zucchero e cellulosa utilizzando la luce viola-blu e arancione-rossa, mentre la luce verde viene riflessa. Pertanto, livelli più elevati di anidride carbonica sono benefici per la silvicoltura, l’agricoltura e la vita sulla Terra in generale, mentre gli attuali livelli di anidride carbonica sono troppo bassi per una crescita ottimale delle piante.
L’idea che la combustione di combustibili fossili aumenterà le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica a lungo termine, causando un aumento delle temperature globali e provocando un riscaldamento climatico catastrofico e cataclismico è… cosa già? Ah sì, sarebbe “una stronzata pseudo-scientifica catastrofista”. L’anidride carbonica in eccesso renderà felici le piante (e gli agricoltori) per un po’, ma poi gli oceani assorbiranno l’eccesso. Fine della storia.
Il motivo per cui ci hanno imposto queste sciocchezze pseudo-scientifiche è il denaro: i politici e le aziende dei paesi occidentali hanno pensato di poter utilizzare il pretesto del riscaldamento globale a fini di estorsione. Volevano sottoporre il mondo intero a una dieta a base di anidride carbonica, costringendo i paesi meno sviluppati, che non hanno altra scelta che bruciare combustibili fossili che emettono anidride carbonica, a pagare loro delle tasse sull’anidride carbonica, mentre gli elfi verdi occidentali avrebbero evitato di bruciare combustibili fossili utilizzando tecnologie verdi molto costose (pannelli solari e turbine eoliche) che le nazioni più povere non potrebbero permettersi. Questo era il piano, ma si è rivelato che:
1. I pannelli solari e le turbine eoliche non possono sostituire le fonti energetiche fossili a causa del problema dell’intermittenza: il sole non splende sempre e il vento non soffia sempre. Quando il contributo energetico del vento e del sole si avvicina al 30%, le reti elettriche tendono fortemente a collassare. Questo problema potrebbe essere attenuato dallo stoccaggio dell’elettricità; purtroppo, non esiste alcuna soluzione pratica per farlo alla scala richiesta (centinaia di gigawattora). L’unica soluzione per compensare l’intermittenza dell’energia eolica e solare è… bruciare combustibili fossili, in particolare gas naturale, poiché né le centrali a carbone né quelle nucleari possono essere avviate e arrestate abbastanza rapidamente da adattarsi alle nuvole e alle raffiche di vento.
2. I pannelli solari e le turbine eoliche sono prodotti principalmente in Cina. Hanno una durata limitata (circa dieci anni) e, quando si guastano, diventano rifiuti tossici. I detriti delle grandi turbine eoliche sono particolarmente difficili da smaltire. La soluzione migliore trovata per le loro enormi pale in fibra di vetro, grandi quanto l’ala di un aereo di linea, è quella di seppellirle. La situazione non è migliore per i pannelli solari. Le grandinate ricoprono grandi campi di frammenti di vetro tossici. Le turbine eoliche e i pannelli solari sono rinnovabili come fonti di energia solo finché la Cina è disposta a continuare a produrli e venderli. La loro produzione richiede elementi di terre rare per i quali la Cina detiene un quasi monopolio e che non sono certamente rinnovabili.
3. La sfrenata ricerca di “energia verde” da parte dell’Unione Europea, unita al suo rifiuto di continuare ad acquistare gas naturale trasportato tramite gasdotti dalla Russia e al suo rifiuto di proseguire il programma nucleare in Germania, ha portato a prezzi energetici molto elevati che, a loro volta, hanno reso l’industria europea non competitiva. La Francia prosegue il suo programma nucleare, ricavando il 70% della sua elettricità dalle centrali nucleari, ma ha perso l’accesso all’uranio del Niger, le sue centrali nucleari stanno invecchiando e presentano crepe nelle saldature delle tubazioni, e i suoi progetti di costruzione di nuove centrali richiederebbero una spesa pubblica insostenibile e non sono stati approvati dall’autorità francese per la sicurezza nucleare.
4. Ciò che ha reso possibile questa corsa sfrenata verso le “energie verdi” sono state ovviamente le sovvenzioni governative. Anziché destinare il gettito fiscale alle infrastrutture pubbliche, all’istruzione, alla sanità o ad altre esigenze sociali, il denaro è stato speso per pannelli solari e turbine eoliche inutili… fino a quando non è diventato evidente che il ritorno sugli investimenti di questi investimenti discutibili era inesistente. È stato quindi necessario reindirizzare queste spese verso altri progetti inutili, come l’acquisto di sistemi d’arma.
5. A causa di questa crisi energetica, le industrie una dopo l’altra (prodotti chimici, fertilizzanti, automobili e macchinari, vetro e ceramica e praticamente tutto il resto) sono costrette a ridurre le loro attività e a chiudere i battenti. Ciò porta alla disoccupazione di massa e ai disordini sociali, alla rapida deindustrializzazione e al fallimento nazionale. Insieme all’aumento delle spese militari, ciò facilita la transizione verso la guerra. Più precisamente, questa transizione porta alla sconfitta in guerra, poiché un’economia industriale in declino non può fungere da base per la vittoria.
Tornando al discorso di Trump all’ONU, sarebbe un errore prendere troppo sul serio le sue parole. Il teleprompter non funzionava, non aveva il discorso scritto e diceva semplicemente tutto quello che gli passava per la testa. E quello che gli passa per la testa, in generale, è tutto ciò che, secondo lui, gli permetterà di acquisire una certa notorietà e di rimanere sotto i riflettori un po’ più a lungo. Ormai dovremmo aver capito tutti che non è una persona che si concentra sui risultati; se così fosse, la Groenlandia sarebbe un possedimento americano, il Canada sarebbe il 51° Stato, il Canale di Panama sarebbe sotto il controllo americano, gli Houthi nello Yemen non lancerebbero più missili ipersonici su Israele, l’Iran non avrebbe più un programma nucleare, la guerra nell’ex Ucraina sarebbe finita un giorno (o una settimana, o un mese) dopo la sua investitura… È chiaro che Trump cerca il divertimento, non risultati concreti nel mondo reale. Un elemento chiave della sua strategia consiste nell’evitare di assumersi la responsabilità delle sue parole ritrattando quasi immediatamente le sue dichiarazioni; così, all’ONU, ha dichiarato che la Russia era «una tigre di carta», poi, poche ore dopo, ha dichiarato che non era così.
Quindi, quando Trump ha dichiarato: «Se non vi allontanate da questa truffa verde, il vostro Paese andrà in bancarotta», stava ovviamente mentendo. Se «il vostro Paese» fa parte dell’UE, non c’è modo di sfuggire a «questa truffa verde»: il denaro è già stato speso male e le infrastrutture energetiche sono già state compromesse. La Russia ha già rinunciato al mercato energetico europeo e ha riorientato le sue esportazioni energetiche verso est. Per l’UE, una rapida deindustrializzazione è ormai inevitabile. La dichiarazione di Trump può quindi essere riassunta così: «Il vostro Paese andrà in bancarotta».
Ma non è quello che i leader europei volevano sentire. Ammettere che Trump ha ragione equivarrebbe a dimettersi volontariamente dalle loro cariche, e non è quello che hanno in mente. Quello che hanno in mente è una nuova truffa, più grande e migliore: il New Deal marrone, di cui parlerò nel mio prossimo articolo.
Quando Trump ha avvertito l’ONU che i paesi che continuano a perseguire la truffa ecologica finiranno in bancarotta, l’Europa avrebbe dovuto ascoltarlo. Rifiutandosi di assumersi la responsabilità del proprio fallimento, i leader europei sono passati dal “Green New Deal” al “Brown New Deal”.
lunedì 24 novembre 2025101210
Quando Trump ha dichiarato davanti all’ONU: «Se non vi allontanate da questa truffa verde, il vostro Paese andrà in bancarotta», stava ovviamente mentendo. Se «il vostro Paese» fa parte dell’UE, non c’è modo di sfuggire a «questa truffa verde»: il denaro è già stato speso male e le infrastrutture energetiche sono già state compromesse. La Russia ha già rinunciato al mercato energetico europeo e ha riorientato le sue esportazioni energetiche verso est. Per l’UE, una rapida deindustrializzazione è ormai inevitabile. La dichiarazione di Trump può quindi essere riassunta così: «Il vostro Paese andrà in bancarotta».
Ma non era quello che i leader europei volevano sentire. Ammettere che Trump ha ragione equivarrebbe a dimettersi volontariamente dalle loro cariche, e non è quello che avevano in mente. Invece di dimettersi (il che sarebbe stato onorevole da parte loro), hanno preferito dare il via libera a una nuova truffa, più grande e più efficace, che chiamerò New Deal Brun.
A differenza del verde, il marrone è un colore ricco di connotazioni negative. È il colore tipico delle cose morte: le foglie verdi assumono una moltitudine di bellissimi colori quando appassiscono al primo gelo, poi cadono dolcemente a terra e, dopo alcune piogge autunnali, diventano inevitabilmente marroni. Il marrone era anche il colore delle camicie indossate dal braccio paramilitare (Sturmabteilung) del partito nazista tedesco, il cui comportamento violento e odioso contribuì all’ascesa al potere di Hitler. Pertanto, il marrone è anche il colore delle nazioni in decomposizione. È anche il colore delle feci, grazie all’effetto pigmentario della bilirubina, un prodotto di scarto derivante dalla degradazione dell’eme, proveniente dai vecchi globuli rossi, che viene prodotto nel fegato ed espulso. La bilirubina è ciò che conferisce il loro colore alla bile e alle feci. Infine, è il colore della pelle delle popolazioni indigene dei paesi tropicali; in questo caso, sono i razzisti a dargli una connotazione negativa.
Non ho intenzione di dipingere tutto ciò che è marrone con un unico pennello; dopotutto, alcune cose marroni sono del tutto accettabili. Ci sono ovviamente il cioccolato e lo zucchero di canna, che non hanno bisogno di essere decantati. C’è il colore marrone dell’acqua tannica “forte”, apprezzata dai marinai di un tempo. Prelevata dagli estuari, al di sopra del livello delle maree, dai fiumi che drenano le foreste e le paludi, e conservata in barili sui ponti delle navi a vela, l’acqua “forte” impiegava molto più tempo a diventare “viva” (cioè verde). In questo caso, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’acqua marrone era potabile (anche se amara), mentre l’acqua verde provocava sicuramente diarrea. Infine, cosa farebbero gli architetti, gli arredatori d’interni, gli stilisti, il team di truccatori di Trump e vari altri artisti e artigiani senza le diverse sfumature di beige, marrone chiaro, terra di Siena, ombra, tortora e fulvo?
A parte queste eccezioni fortuite, le connotazioni più comuni del “marrone” sono la putrefazione, i nazisti, le persone dalla pelle scura (se sei nazista) e la merda. Questa ricchezza di connotazioni rende il marrone una buona scelta come colore del movimento ecologista in decomposizione, ora che il suo programma di stordimento pubblico noto come “cambiamento climatico antropico”, il rifiuto delle importazioni di idrocarburi tramite oleodotti e le generose sovvenzioni pubbliche per le turbine eoliche e i pannelli solari hanno inaugurato un’era di crisi finanziarie, politiche ed economiche in tutta Europa. Il nuovo programma di stordimento pubblico è “l’aggressione russa”, e la risposta a essa richiede copiose spese pubbliche per vari programmi di difesa.
Il livello di comfort, salute e sicurezza delle popolazioni urbane (il 55% della popolazione mondiale) è direttamente proporzionale al livello di consumo energetico pro capite: una diminuzione della disponibilità energetica pro capite riduce direttamente l’accesso ad alloggi adeguatamente riscaldati e climatizzati, nonché a lussi quali servizi igienici con sciacquone e acqua corrente calda e fredda, accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, sicurezza, applicazione della legge e la maggior parte degli altri attributi della civiltà. Le popolazioni urbane dipendono dall’elettricità e dal gas naturale per il corretto funzionamento della maggior parte delle infrastrutture fisse e dal diesel e dalla benzina per la maggior parte delle attività che richiedono spostamenti. L’elettricità può essere utilizzata per il trasporto pubblico e il trasporto ferroviario di merci, ma è esclusa per la maggior parte del trasporto su strada e per tutto il trasporto marittimo. La produzione di elettricità si basa sull’energia nucleare e sul carbone per garantire il carico di base, nonché sul gas naturale per compensare le fluttuazioni quotidiane della domanda. Purtroppo è impossibile mantenere un elevato consumo energetico pro capite affidandosi esclusivamente all’energia eolica e solare per la produzione di elettricità.
Il risultato del Green New Deal è un progressivo abbassamento del tenore di vita in tutta Europa, dovuto alla diminuzione dell’energia disponibile pro capite a un costo accessibile. Sono condizioni di vita apparentemente stabili ma in realtà in costante deterioramento – ben più che una crisi aperta – che spingono le popolazioni a ribellarsi e a rovesciare le loro élite dirigenti. Le élite europee lo sanno, non hanno alcuna voglia di finire impiccate ai lampioni in tutto il continente e cercano almeno di sviare la responsabilità e, meglio ancora, di provocare una vera e propria crisi che potranno poi pretendere di gestire eroicamente.
La crisi che hanno deciso di creare è l’attacco del tutto fittizio ma imminente dell’Unione Europea da parte della Federazione Russa. La ridicola menzogna utilizzata per sostenere questa tesi è che se l’esercito ucraino fosse sconfitto e il regime illegittimo e corrotto di Kiev cadesse, i carri armati russi invaderebbero l’Europa… come hanno fatto nel 1945! La spinosa questione del perché la Russia dovrebbe essere interessata a una simile impresa viene elusa da un irrazionale settarismo anti-russo: il semplice fatto che i russi siano russi è considerato sufficiente a garantire la loro propensione a un comportamento così insensato e autodistruttivo.
Ma noi, che non siamo irrazionali anti-russi settari, ci prenderemo il tempo necessario per rispondere a questa domanda, che affronteremo in seguito.