La guerra tecnologica e le sanzioni americane finiranno con la bipolarizzazione dell’economia globale. Di Alastair Crooke

Un importante saggio di Alastair Crooke tratto da https://www.strategic-culture.org/news/2018/12/18/america-technology-sanctions-war-will-end-by-bifurcating-global-economy.html e ripreso anche da https://www.les-crises.fr/ che analizza le implicazioni non solo economiche, ma più ampiamente geopolitiche della guerra sui big data intrapresa dai centri di potere statunitensi_Giuseppe Germinario

Fonte: Cultura strategica, Alastair Crooke , 18-12-018

ALASTAIR CROOKE | 18/12/2018

La guerra tecnologica e le sanzioni americane finiranno con la bipolarizzazione dell’economia globale

“La vera ragione della guerra” commerciale “tra Stati Uniti e Cina ha poco a che fare con il commercio attuale … Ciò che è veramente alla base dell’attuale conflitto civile tra gli Stati Uniti e la Cina … sono le ambizioni cinesi di diventare leader nella tecnologia di prossima generazione, come l’intelligenza artificiale, che si affida alla sua capacità o meno di progettare e produrre chip avanzati, ed è per questo che Xi ha promesso 150 miliardi di dollari per rafforzare il settore “, ha affermato Zerohedge .

Niente di nuovo qui, ma dietro questa ambizione c’è un’altra ambizione, e ancora un’altra ambizione e un “problema che ci rifiutiamo di vedere” poco menzionato: che la “guerra commerciale” è anche il primo passo di una nuova corsa agli armamenti tra Stati Uniti e Cina – anche se di un tipo diverso. Questa corsa agli armamenti “di nuova generazione” mira a raggiungere la superiorità tecnologica nazionale a lungo termine attraverso il calcolo quantistico, i big data, l’intelligenza artificiale (AI), i velivoli ipersonici, i veicoli elettronici, la robotica e sicurezza informatica.

In Cina, il piano generale è di dominio pubblico. È “Made in China 2025” (ormai banale , ma tutt’altro che dimenticato). E l’impegno di spesa cinese (150 miliardi di dollari) per prendere l’iniziativa tecnologica – sarà assunto di petto (come dice Zerohedge), “Come una strategia [competitiva] per America First”: ecco perché la “corsa agli armamenti” nella spesa tecnologica … è intimamente legata alla spesa per la difesa. Nota: il FMI prevede che la spesa militare di Stati Uniti e Cina aumenterà in modo significativo nei prossimi decenni, ma il dato più sorprendente è che entro il 2050, la Cina dovrebbe superare gli Stati Uniti, essendo la sua spesa di 4 trilioni [trilione = $ 1000 miliardi] per le sue forze armate, mentre gli Stati Uniti spenderanno $ 1 trilione in meno, ovvero $ 3 trilioni … Ciò significa che entro il 2030, entro circa due decenni, la spesa militare della Cina supererà quelli degli Stati Uniti “.

Questa intimità tra la tecnologia e la difesa nel futuro pensando alla difesa degli Stati Uniti è ovvia: si tratta di dati, mega-data e AI: un articolo di Difesa Uno dice molto chiaramente,

“I domini della battaglia dello spazio e della cibernetica sono ampiamente separati dalla dura realtà fisica della guerra. Per Hyten [generale John E. Hyten, che dirige il Comando spaziale US Air Force], questi due spazi disabitati sono confusi in un altro modo: sono campi di dati e informazioni e questo è ciò che alimenta la guerra moderna. “Quali sono le missioni che stiamo facendo nello spazio oggi? Fornire informazioni; fornire percorsi di informazione; in caso di conflitto, neghiamo agli avversari l’accesso a queste informazioni “, ha detto al pubblico mercoledì alla conferenza annuale della Air Force Association al di fuori di Washington, DC … lo stesso per il cyberspazio.

Gli Stati Uniti fanno la guerra con strumenti che richiedono molte informazioni … Inevitabilmente, sempre più avversari finiranno per usare i propri droni ed elicotteri da combattimento collegati ai dati. Anche la componente di informazione pesante delle armi moderne, in particolare quelle gestite dall’aeronautica, crea vulnerabilità. Questa settimana, i leader dell’aeronautica hanno discusso di come stanno cercando di ridurre la vulnerabilità degli Stati Uniti aumentandola per i loro avversari. “

Quindi, la “prima linea” di questa guerra di commercio, tecnologia e difesa è in realtà focalizzata su chi può progettare e produrre semiconduttori avanzati (dal momento che la Cina è già leader in big data, calcolo quantistico e intelligenza artificiale). E, in questo contesto, il commento del generale Hyten sulla riduzione della vulnerabilità degli Stati Uniti, aumentandolo allo stesso tempo per gli avversari, è di grande importanza: per Washington, si prevede di intensificare i controlli negli Stati Uniti. Esportazione (cioè, per vietare l’esportazione delle cosiddette tecnologie “core” – tecnologie che possono consentire lo sviluppo in una vasta gamma di settori.

E l’apparecchiatura per la produzione di chip, o semiconduttori – che non è sorprendente – è una delle “aree target” chiave in fase di studio.

I controlli sulle esportazioni, tuttavia, sono solo parte di questa strategia di “guerra” di “non divulgazione di informazioni” ai propri avversari. Ma i semiconduttori sono un’area in cui la Cina è davvero vulnerabile: poiché l’industria globale dei semiconduttori poggia sulle spalle di soli sei produttori di apparecchiature, tre delle quali hanno sede negli Stati Uniti. Insieme, queste sei aziende producono quasi tutti gli strumenti hardware e software essenziali per la produzione di chip. Ciò implica che un divieto di esportazione degli Stati Uniti impedirebbe alla Cina di accedere agli strumenti di base necessari per produrre i suoi ultimi modelli di chip (anche se la Cina può rispondere sopprimendo l’offerta di terre rare, da cui dipende questa tecnologia sofisticata).

“Non è possibile costruire una struttura a semiconduttori senza utilizzare le grandi aziende di attrezzature, nessuna delle quali è cinese”, afferma Brett Simpson , fondatore di Arete Research , un gruppo di ricerca azionario. E, come ha osservato il FT [ Financial Times , NdT], “il vero problema non è [come] di progettare chip che producono chip altamente specializzati.”

Ecco la constatazione: gli Stati Uniti sono in competizione sia per le conoscenze tecnologiche “pure” che per l’esperienza e le competenze pratiche della filiera della tecnologia, al fine di respingere la Cina dalla sfera tecnologica occidentale.

Allo stesso tempo, un’altra parte della strategia statunitense – come abbiamo visto con Huawei, leader mondiale nella tecnologia delle infrastrutture 5G (in cui gli Stati Uniti stanno perdendo terreno) – è spaventare tutti se integrano il 5G cinese nelle loro infrastrutture nazionali – con l’arresto di Meng Wanzhou (per violazione delle sanzioni statunitensi).

Anche prima dei suoi “arresti domiciliari”, l’America aveva sistematicamente escluso l’implementazione globale del 5G di Huawei, invocando le parole magiche “problemi di sicurezza” (così come si cerca di impedire che la Russia riesca nella vendita di armi al Medio Est, per ragioni analoghe di protezione tecnica, vale a dire che gli stati non dovrebbero acquistare la difesa aerea russa, poiché ciò gli concederebbe una “finestra” sulle capacità tecniche della NATO).

E, come ha chiarito il generale Hyten, non si tratta solo di aumentare l’interdizione alla tecnologia e il divieto di accesso e promuovere la vulnerabilità degli avversari sui chip, ma gli Stati Uniti prevedono anche di estendere questo divieto alla tecnologia e all’accesso allo spazio, al computer, all’avionica e alle attrezzature militari.

È un’altra guerra fredda, ma questa volta si tratta di tecnologia e “rifiuto dei dati”.

Bene, la Cina, con la sua economia centralizzata, investirà denaro e materia grigia per creare la propria “sfera non monetaria”, linee di fornitura: per semiconduttori, per componenti – per uso civile e militare. Ci vorrà del tempo, ma la soluzione verrà.

Chiaramente, una delle conseguenze di questa nuova corsa agli armamenti tra gli Stati Uniti – e Cina e Russia – è che sarà necessario disfare e riorganizzare linee specializzate e poco sfruttate, ciascuna nella propria sfera: da un lato, i dollari della NATO e, dall’altro, i paesi non-dollari, guidati da Cina e Russia.

E non solo ci sarà questa separazione e l’intrico dis-fisico dalla linea di rifornimento, ma se gli Stati Uniti persisteranno con la loro tattica di “estradizione” in stile Huawei, degna della “guerra al terrore” di Uomini d’affari stranieri, o donne d’affari, accusati di aver violato una qualsiasi sanzione tecnica americana ad ampio spettro, ci sarà bisogno di una riorganizzazione delle sale conferenze miste per impedire che i rappresentanti delle compagnie vengano arrestati e tradotti individualmente. Le restrizioni al movimento dei dirigenti aziendali, le cui attività spaziano su più sfere, sono già in corso (in seguito al tentativo di estradizione di Meng Wahzhou) e al fine di evitare di essere intrappolati nella vendetta, punizione).

Il bipolarismo dell’economia mondiale era già in corso. Ciò può essere spiegato in primo luogo dal regime di sanzioni finanziarie geopolitiche degli Stati Uniti (vale a dire le guerre del Tesoro) – e dai coerenti tentativi degli Stati mirati di dissociarsi dal dollaro. I “falchi della guerra” che circondano il presidente stanno ora inventando una nuova categoria di “crimini tecnologici” da punire – apparentemente per dare a Trump ancora più “influenza” nei suoi tanto desiderati negoziati. Chiaramente, i falchi usano la pretesa di “leva” per schierarsi contro la Cina, la Russia e i loro alleati – per ambizioni molto più ampie del semplice dare al presidente più “carte in mano”: forse piuttosto per riequilibrare l’insieme dei rapporti di forza tra Stati Uniti e Russia e Cina.

L’ovvia e inevitabile conseguenza è stata l’accelerazione della separazione finanziaria della sfera del dollaro e lo sviluppo di una zona non dollaro. In una parola, de-dollarizzazione.

In effetti, gli Stati Uniti sembrano pronti a bruciare il loro status di valuta di riserva, a “salvarsi” – a “rendere l’America di nuovo ricca” (MARA) e a ostacolare l’ascesa della Cina. E mentre brucia l’egemonia del dollaro, l’Amministrazione brucia anche il suo “ordine mondiale”: riducendolo dal “globale” a una sfera ridotta di alleati tecnologici e di sicurezza americani, di fronte alla Cina e alla sfera non occidentale. Le conseguenze domestiche per l’America saranno avvertite dalla nuova frustrazione (per gli americani) di avere maggiori difficoltà a finanziarsi con le stesse modalità degli ultimi 70 anni circa.

Peter Schiff, CEO e Global Strategy Director presso Euro Pacific Capital [Connecticut Brokerage], dice questo :

“Il dollaro – [gli Stati Uniti] hanno la valuta di riserva, [mettono questo stato] … a rischio. E non penso che al mondo piaccia dare all’America quel tipo di capacità di imporre le nostre regole e pretendere che tutto il mondo viva con esso. Quindi, penso che abbia ramificazioni molto più grandi e più ampie di quello che sta accadendo oggi sul mercato azionario. Penso che a lungo termine indebolirà il dollaro e il suo ruolo di valuta di riserva. E quando ciò accadrà, anche il tenore di vita americano subirà la stessa sorte: perché collasserà. “

“La gente pensa che abbiamo il vantaggio perché abbiamo un enorme deficit commerciale con la Cina. Ma penso che sia il contrario. Penso che il fatto che ci forniscano tutti i beni di cui la nostra economia ha bisogno  e il fatto che essi detengano gran parte dei nostri obblighi [debito], e che continuino a prestarci un sacco di soldi per possiamo vivere oltre i nostri mezzi – sono loro, penso, a condurre la danza, e dobbiamo ballare come loro. “

Questa nuova guerra fredda di tecnologia e dati polarizzerà l’economia mondiale in sfere, e sta già polarizzandola politicamente in un nuovo paradigma americano “con noi o contro di noi”. Note politiche :

“La campagna globale dell’amministrazione Trump contro il gigante delle telecomunicazioni  Huawei dirige l’Europa contro se stessa – attraverso la Cina. Nel mezzo di una disputa commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina in piena espansione, Washington ha trascorso l’ultimo mese a premere i suoi alleati europei attraverso i suoi ambasciatori per adottare una posizione di chiusura  contro i fornitori di telecomunicazioni cinesi, come Huawei e ZTE.

La spinta americana […] espone le linee di frattura tra gli alleati degli Stati Uniti in Europa e [tra] la comunità di intelligence conosciuta come “Five Eyes” [alleanza di intelligence di Australia, Canada, Nuova La Zelanda, il Regno Unito e gli Stati Uniti – che ha ampiamente seguito l’esempio americano – e altri che resistono alla pressione degli Stati Uniti, senza ricorrere al ricorso alla tecnologia cinese.

Dall’altra parte, c’è la Germania, che vuole la prova dagli Stati Uniti che Huawei rappresenta un rischio per la sicurezza, così come la Francia, il Portogallo e un gran numero di paesi dell’Europa centrale e orientale. .

Gli atteggiamenti sempre più divergenti mostrano come Donald Trump forza gli alleati a prendere le parti in un conflitto globale e misurano i loro interessi economici – spesso profondamente radicati con i fornitori cinesi – rispetto al valore di un’alleanza di sicurezza con Washington. “

La possibilità di una deprezzamento accelerato è un aspetto, ma esiste un altro potenziale difetto inerente al rimpatrio in massa delle linee di rifornimento. Negli ultimi vent’anni i profitti delle società statunitensi sono aumentati. Parte di questo aumento di profitti derivava dalla liquidità “facile” e dal credito “facile”, ma un elemento importante era dovuto alla riduzione dei costi, vale a dire il trasferimento di elementi della produzione statunitense. Costi più elevati (a causa dei livelli salariali, dei costi regolatori e dei diritti dei dipendenti) rispetto a stati meno regolamentati e con salari più bassi.

Potrebbe essere una buona cosa, ma certamente significa che i costi e i prezzi aumenteranno negli Stati Uniti e in America, e i modelli di business saranno compromessi quando questi si trasferiranno. Il tenore di vita degli americani continuerà a diminuire (come previsto da Peter Schiff).

L’alienazione e il malcontento dei “gialli” americani “deplorevoli” ed europei sono ovviamente un problema profondo, che non sarà risolto da una nuova guerra fredda. Le radici del nostro attuale malcontento stanno proprio nella liquidità “facile” e nel paradigma del credito “facile”, che dividono le società tra il 10% della popolazione di asset-asset e il 90% tra i non-asset holder e che ha degradato il senso di benessere sociale e sicurezza.

Ovviamente, questo malcontento può essere risolto solo affrontando la questione del nostro paradigma economico iper-finanziato: ciò che le élite non vogliono o non vogliono “toccare”.

Fonte: Cultura strategica, Alastair Crooke , 18-12-018

Lo spionaggio economico: un’antica arte nata in Italia, di Giuseppe Gagliano

https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/spionaggio-economico-antica-arte-nata-in-italia-100119/

Roma, 6 gen – Dal punto di vista storico nel corso del medioevo spetta certamente ai paesi mediterranei, ed in particolare all’Italia, il merito di avere travalicato gli avamposti asiatici sulle sponde del Mar Nero, in Siria e in Terrasanta. L’opera di predicazione dei mis.sionari non impedì loro di osservare e di svolgere una collaterale azione diplomatica e di spionaggio economico ragguagliando i propri committenti – ora papi ora sovrani – sulla presenza di determinati prodotti nelle piazze mercantili, sulle condizioni delle strade e sulle città lungo le piste carovaniere. Alle spalle dei più avventurosi viaggi di mercatura durante il medioevo ci furono spesso importanti compagnie commerciali e talora cancellerie degli Stati che avevano bisogno di informazioni strategiche sia in ambito strettamente economico che in ambito militare.

A questo proposito pensiamo al viaggio commissionato da Papa Innocenzo IV nel 1245 al francescano Giovanni del Carpine allo scopo di studiare – fra l’ altro – la strategia e la tattica militare dei mongoli (viaggio che si concretizzerà in un’opera composta nel 1247 dal titolo Storia dei mongoli). Oppure pensiamo al viaggio fatto dal francescano Odorico da Pordenone, attorno al 1318, in direzione di Costantinopoli – partendo da Venezia – grazie al quale sarà in grado di fornire un prezioso quanto preciso elenco di merci, di prodotti esotici e di spezie che troverà nei paesi orientali (dalla manna della Caldea al pepe di Malabar, dallo zenzero di Ceylon alla canfora e alla noce moscata dell’isola di Giava). Un’altra fonte preziosa di informazioni sia economiche che di natura politica furono quelle date dal mercante Nicolò de’ Conti a Papa Eugenio IV nel 1400 relative ai suoi 25 anni di viaggio tra Damasco, India e Sumatra.

Un altro illuminante esempio di “spionaggio medievale” ci viene offerto dal mercante di pietre preziose veneziano Cesare Federici che, intorno alla seconda metà del 1500, avrà modo di viaggiare a Baghdad e in India. In particolar modo descriverà, con estrema accuratezza, i movimenti commerciali dei porti indiani e degli empori sia di Ceylon che dell’arcipelago malese. Inoltre, dato l’interesse specifico per le pietre preziose, sarà in grado di redigere un vera e propria carta geografica delle pietre presenti sia a Delhi sia a Giava.

Tuttavia, a partire dal 1500, la presenza italiana ed in particolare quella veneziana, genovese e fiorentina, verrà profondamente ridimensionata a causa del dominio delle grandi potenze nazionali come la Spagna e il Portogallo in un primo momento e in un secondo momento a causa della spietata guerra economica tra le compagnie olandesi ed inglesi come d’altronde avranno modo di testimoniare sia il mercante Filippo Sassetti verso il 1578 che il mercante fiorentino Francesco Carletti nel 1602.

Ieri – come oggi – cercando di semplificare l’assenza di una politica statale di lungo respiro (quando non addirittura l’assenza dello stato in quanto tale), di una politica di potenza e l’assenza di una sinergia (certo contraddittoria e complessa) tra soggetti statali e attori economici privati saranno alcune delle cause che determineranno il tramonto delle potenze marinare italiane più propense a farsi guerra tra di loro che ad avere una politica comune come accade oggi nel contesto europeo.

Giuseppe Gagliano

È Huawei la prima vittima della guerra economica fra Usa e Cina?, di Giuseppe Gagliano

tratto da https://www.ilprimatonazionale.it/economia/huawei-prima-vittima-guerra-commerciale-usa-cina-99335/?fbclid=IwAR2xuRHH5orSdiqlwcMTj9Myzv0oIbEottR1e-EGUyn1n7jSmatvKuPOS54

Roma, 24 dic – Il gigante cinese delle telecomunicazioni è rimasto così deluso dagli Stati Uniti che pare stia valutando di ritirarsi da questo mercato. Huawei infatti non è la benvenuta negli Usa almeno dal 2012, anno in cui un rapporto del Senato americano indicava delle falle nella sicurezza dei suoi dispositivi. Secondo questo richiamo, inoltre, il gruppo rappresentava “una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti”, senza nemmeno fornire delle prove concrete a supporto delle accuse. Qualche mese dopo, gli sforzi delle autorità americane per impedire a Huawei di accedere al loro mercato sono aumentati. A marzo 2018, i principali operatori e distributori telefonici americani (AT&T, Verizon e BestBuy) si sono arresi alla pressione politica e hanno deciso di non vendere i cellulari o altri prodotti a marchio Huawei. Il gruppo cinese ha rinunciato così a mettere sul mercato americano il suo ultimo modello di cellulare, il Mate 10 Pro. Il vero duro colpo per Huawei è arrivato però ad agosto, con la promulgazione del Defense Authorization Act. La legge vieta alle agenzie governative statunitensi o al personale e alle strutture che desiderano lavorare con il governo di utilizzare i dispositivi Huawei, ZTE o di altre imprese cinesi. I prodotti Huawei e ZTE sono così ufficialmente banditi dal mercato pubblico americano.

A seguire, in altri Paesi alleati degli Stati Uniti, in particolare quelli appartenenti al club “Five Eyes” (Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e Canada), si sono moltiplicati i sospetti riguardo Huawei. Il 23 agosto, l’Australia ha dichiarato il divieto a Huawei e ZTE di aprire la loro rete 5G, appellandosi al rischio di spionaggio. In ottobre il Regno Unito ha avviato un’inchiesta per valutare se il Paese fosse “troppo dipendente” da un unico fornitore per le telecomunicazioni. In un Paese dove la maggioranza degli operatori internet utilizza prodotti Huawei, il gruppo cinese sembrava direttamente preso di mira. Il 28 novembre la Nuova Zelanda ha vietato al suo operatore storico, Spark, di rifornirsi da Huawei, citando i problemi di sicurezza legati alla tecnologia 5G. Una settimana dopo anche all’operatore inglese BT è toccato rinunciare al rifornimento da Huawei per le reti 5G, citando nuovamente i problemi relativi alla sicurezza. Il giorno precedente, il titolare dell’MI6 aveva chiesto di punto in bianco ai media di bandire completamente le apparecchiature telefoniche Huawei. Infine, il 7 dicembre, Reuters ha annunciato che anche il Giappone si apprestava a ritirare Huawei e ZTE dal suo mercato pubblico sul 5G.

Le conquiste realizzate da Huawei sui mercati dei vicini alleati degli USA sembrano così franare come un castello di sabbia. L’insieme dei Paesi o delle aziende che hanno deciso di non fare più affari con il marchio cinese motivano la loro scelta indicando i rischi connessi alla sicurezza. Seppur non si citi espressamente il rischio di spionaggio, l’obiettivo sembra proprio quello di dimostrare l’inaffidabilità del gruppo. Nel Regno Unito, BT ha dichiarato che “Huawei rimane un importante fornitore di dispositivi al di fuori della rete principale, nonché un partner prezioso per l’innovazione” e ha anche annunciato di aver già ritirato, come misura di sicurezza, i componenti dello stesso marchio per le reti 3G e 4G. In Nuova Zelanda si cerca di spiegare che “non si tratta del Paese, ma dell’azienda nello specifico” e che sono i proprietari della 5G ad aver creato una rete più vulnerabile ai cyberattacchi… un altro modo per dire che Huawei non si merita fiducia su questo tipo di tecnologie sensibili. Solo l’Australia ha ufficialmente menzionato il rischio di spionaggio stimando che “le implicazioni per i fornitori (dei prodotti per le telecomunicazioni) esposti alle decisioni extragiudiziarie di un governo straniero” costituiscono un rischio per la sicurezza. Le autorità australiane si riferivano all’art. 7 della legge sui servizi segreti nazionali cinesi del 2017, secondo cui tutte le attività imprenditoriali cinesi devono cooperare con l’intelligence del proprio Paese. Huawei ha risposto negando d’intrattenere rapporti con lo Stato cinese.

Un temibile concorrente

Sia che intendano allertare i propri partner dei gravi rischi che corre la sicurezza, sia che vogliano vincere una guerra commerciale, non si può non notare lo sforzo concertato delle autorità statunitensi per indebolire Huawei. Il 23 novembre, il Wall Street Journal ha accusato gli Stati Uniti di condurre una campagna nei confronti di alcuni dei suoi alleati – tra cui l’Italia, la Germania e la Francia – al fine che questi rinuncino alla tecnologia 5G prodotta dall’azienda cinese. In un’intervista rilasciata al Journal du Dimanche il 24 novembre, l’amministratore delegato di Huawei France ha cercato di rassicurare tutti i suoi clienti europei puntando il dito contro le manovre americane: “Lavoriamo da più di dieci anni in Germania e non abbiamo mai avuto il minimo problema, esattamente come negli altri 170 Paesi dove ci siamo stabiliti. Sospetti senza fondamento come questi emergono in un clima di tensioni commerciali e geopolitiche”.

In effetti è difficile non vedere in queste misure un tentativo da parte degli Stati Uniti di indebolire un rivale temibile su un mercato che, peraltro, si prospetta promettente. Un rapporto del Senato americano del 15 novembre dedicava un intero capitolo al dominio cinese sul mercato mondiale del 5G, il quale si può descrivere come un nuovo terreno di guerra economica che va conquistato. Secondo il rapporto, “il governo cinese cerca di superare a livello industriale gli USA per aggiudicarsi una fetta più grande di benefici economici e d’innovazione tecnologica”. Malgrado la concorrenza sleale degli Stati Uniti e il rischio spionaggio, si sottolineava la necessità di superare la Cina.

Le accuse americane coincidono peraltro con i primi lanci delle reti 5G al mondo, i quali hanno avuto inizio negli Stati Uniti nell’ottobre 2018 e che, in Cina e in Europa, inizieranno rispettivamente nel 2019 nel 2025. È così che gli Stati Uniti cercano di sabotare gli sforzi di Huawei, la quale sembrava essere molto favorita in questi mercati. L’azienda, leader del 5G, ha di recente annunciato di aver siglato 22 contratti commerciali per l’installazione di questa rete: è stata l’unica a guadagnare terreno sui mercati nel 2017, passando dal 25 al 28%, strappando il trono ai suoi rivali europei, la svedese Ericsson e la finlandese Nokia. Huawei rappresenta, anche nel mercato del 5G, una minaccia crescente per il gigante americano Qualcomm. L’azienda cinese ha infatti sviluppato le proprie smart card compatibili con la tecnologia 5G, mettendo in pericolo il predominio di Qualcomm, che primeggiava ampiamente sul mercato.

La rimessa in gioco della carta dell’extraterritorialità del diritto statunitense

La campagna di destabilizzazione di Huawei sul mercato del 5G appare come un’ulteriore rappresentazione della guerra economica che Cina e Stati Uniti stanno per scatenare. Dopo aver cercato di gettare fango sulla reputazione del gigante cinese, pare che gli Stati Uniti vogliano passare alla fase successiva. Mentre il 1° dicembre aveva inizio a Buenos Aires il vertice del G20, la direttrice finanziaria cinese Meng Wanzhou veniva arrestata all’aeroporto di Vancouver su richiesta degli Stati Uniti. Meng Wanzhou, che è figlia del capo di Huawei, rischia l’estradizione negli Stati Uniti. Le ragioni ufficiali dell’arresto non sono chiare, ma, secondo Le Figaro, Huawei è accusata di violare l’embargo statunitense contro l’Iran. Lo spettro dell’extraterritorialità del diritto americano sembra così essersi abbattuta nuovamente sul suo avversario economico. Un altro esempio recente si è verificato il 22 novembre, quando la Société Générale si è vista precipitare addosso una multa da 1,35 miliardi di dollari per aver violato gli embarghi americani. Se Huawei verrà condannata, nell’arco di un anno per la Cina saranno due le società di telecomunicazioni – leader nel settore – a essere prese di mira: a giugno 2018, infatti, ZTE è stata accusata di aver violato gli embarghi del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ) all’Iran e alla Corea del Nord. ZTE ha dovuto pagare una multa da 1 miliardo di dollari e si è vista imporre la presenza nelle sue sedi di un “compliance team”, una squadra addetta al controllo della conformità, per un periodo di dieci anni.

Rispetto all’arresto di Meng Wanzhou, le autorità cinesi hanno reagito senza celare la collera, pretendendo fermamente la liberazione della cittadina. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il consigliere all’economia alla Casa Bianca ha assicurato che il Presidente Donald Trump non fosse stato informato dell’arresto della dirigente. È quindi così che, durante il G20, si è svolto il tête-à-téte con il Presidente Xi Jinping. Una nota amara che non può accontentare la parte cinese e che sembra suonare la campana a morto per la tregua commerciale tra i due giganti.

Giuseppe Gagliano

PRIMATO ENERGETICO E GEOPOLITICA, di Gianfranco Campa

PER LA PRIMA VOLTA DOPO 70 ANNI GLI STATI UNITI HANNO ESPORTATO PIÙ PETROLIO DI QUANTO NE ABBIANO IMPORTATO.

 In un articolo che abbiamo pubblicato su Italia e il Mondo lo scorso Giugno (http://italiaeilmondo.com/2018/06/10/2155/ ), abbiamo annunciato come gli Stati Uniti siano diventati il primo produttore di Petrolio, Idrocarburi e gas naturale al mondo.

Ebbene la settimana scorsa la EIA, cioe la U.S.Energy Information Administration (https://www.eia.gov/), l’agenzia federale, parente del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, che si occupa di collezionare, analizzare e disseminare  tutti i dati pertinenti alle importazioni, esportazioni e produzione su carbone, petrolio, gas naturale, energia elettrica, energia rinnovabile e nucleare, ha divulgato dati importantissimi che dimostrano la crescente potenza energetica degli Stati Uniti.

E ormai confermato che gli Americani sono diventati la potenza energetica principale al mondo e l’ultimo tassello nel consolidamento di questa epocale trasformazione si è avuto nell’ultimo semestre del 2018; per la prima volta dal 1949, cioè quando il presidente Harry Truman era ancora in carica alla Casa Bianca, quasi 70 anni fa, le importazioni nette settimanali di petrolio greggio e prodotti petroliferi sono scese a meno 211.000 barili al giorno (bpd) a fronte di un’impennata delle esportazioni di greggio con il record settimanale di oltre 3,2 milioni di bpd. In altre parole gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di energia, hanno esportato più di quanto abbiano importato.

Sempre secondo i dati forniti dalla EIA, le importazioni nette di petrolio negli Stati Uniti hanno raggiunto un picco nel 2005 di oltre 14 milioni di barili al giorno e da allora sono sono costantemente scese fino a raggiungere, la settimana scorsa il livello più basso mai registrato. Durante questo periodo, la produzione di petrolio negli Stati Uniti è più che raddoppiata, trasformando gli Stati Uniti nel più grande produttore di petrolio e gas naturale del mondo, avanti all’Arabia Saudita e alla Russia.

Questa trasformazione energetica è dovuta a molti fattori, ma soprattutto all’uso della fratturazione idraulica (fracking) conseguente alla perforazione orizzontale che ha permesso di sfruttare i giacimenti del Shale Gas (gas da argille). Il miracolo energetico degli Stati Uniti deve essere quindi ricercato nello sfruttamento dello Shale Gas, ma non solo.

Un altro fattore importante nel determinare la rivoluzione energetica americana va vista nel programma di riforme del presidente Trump. Programma teso a stimolare la crescita economica eliminando regolamenti federali eccessivi e onerosi cha hanno alleggerito l’impatto burocratico nell’industria in generale ma energetica in particolare. Grazie alle politiche di sostegno dell’industria energetica, i produttori di shale continuano a stabilire risultati record, in primis riducendo i costi di estrazione e di conseguenza aumentando l’input di produzione, al punto tale che anche se il costo a barile dovesse scendere a 40 dollari, i produttori americani non perderebbero la loro competitività.

L’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) ha, in gran parte, dettato il mercato del petrolio negli ultimi 50 anni. L’Agenzia internazionale per l’energia, tuttavia, ha recentemente stimato che gli Stati Uniti rappresenteranno quasi il 75% della crescita della produzione petrolifera mondiale da qui al 2040. L’Energy Information Administration prevede che il Shale Gas, solo nello stato del Texas rappresenterà il 50% di tutta la nuova produzione mondiale di petrolio nei prossimi cinque anni. Spinti da questi livelli di produzione, nel 2017, l’economia del Texas è cresciuta più velocemente di qualsiasi altro stato americano, a confronto, fino a due volte e mezzo in più rispetto al PIL registrato all’epoca dell’amministrazione Obama. C’e` di piu! Nel 2017 la produzione di Shale Gas associata a tutta quella del comparto energetico statunitense, ha alimentato la crescita del settore manifatturiero, soprattutto in Texas dove ha significativamente superato la media nazionale. L’aumento della produzione energetica americana ha creato nuovi posti di lavoro, posti di lavoro altamente remunerati. Ma non è solo il Texas a beneficiare di questa rivoluzione energetica; anche stati come la Pennsylvania, il North Dakota, il New Mexico, il Colorado e tanti altri hanno fruito economicamente del boom energetico Americano. I grandi giacimenti nella regione del bacino Permiano, nel Texas e nel Nuovo Messico, passando per la riserva Bakken nel North Dakota, un “serbatoio”  petrolifero di circa 200 mila miglia quadrate di estensione,  fino alla formazione della Marcellus in Pennsylvania, hanno contribuito al miracolo energetico degli Stati Uniti. Come se tutto ciò non bastasse il Dipartimento degli Interni americano ha annunciato, il 6 dicembre scorso, la scoperta del più grande giacimento di petrolio e gas mai visto. Il giacimento è situato nel cosiddetto Wolfcamp Shale e sovrasta il Bone Spring Formation in Texas nonchè nel bacino Permiano del Nuovo Messico. Si stima che il nuovo giacimento contenga 46,3 miliardi di barili di petrolio, 281 trilioni di metri cubi di gas naturale e 20 miliardi di barili di gas naturale per un valore stimato in trilioni di dollari. (https://www.doi.gov/pressreleases/usgs-identifies-largest-continuous-oil-and-gas-resource-potential-ever-assessed )

Secondo l’API (American Petroleum Institute) (https://www.api.org/) per bocca del suo vicepresidente, Erik Milito, ha dichiarato che:  “L’industria petrolifera e del gas naturale statunitense continua a essere all’avanguardia, portando grandi benefici economici, inclusi investimenti e posti di lavoro, in varie comunità sparse per il paese, oltre naturalmente a energia abbordabile e affidabile.. Il Nuovo Messico, per esempio, nel 2015,  beneficiò di oltre 90.000 nuovi posti di lavoro sostenuti dal 13% del suo PIL derivante dall’industria del petrolio e del gas naturale…Tecnologie avanzate e alti standard industriali consentono all’industria petrolifera e del gas naturale di esplorare e sviluppare in modo sicuro e responsabile sia onshore che offshore..”

 

La differenza principale tra produzione tradizionale di petrolio e quella dello Shale Gas è la diversità di accesso alla produzione che, invece delle grandi compagnie petrolifere, vede come attori principali le piccole e medie imprese energetiche. In altre parole i proprietari terrieri trasformati da mandriani a milionari dell’energia nel giro di pochi anni. Una Arabia Saudita agli antipodi; lì i proprietari di dromedari si sono trasformati in sceicchi del petrolio, mentre qui in USA, i Cowboy delle praterie del Dakota in imprenditori del settore energetico.

La notizia che gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di petrolio per la prima volta dopo quasi 70 anni è stata oscurata, la scorsa settimana, dall’incontro dell’OPEC a Vienna, dove i 15 membri e la Russia hanno deciso di tagliare la produzione di 1,2 milioni di barili per i primi sei mesi del 2019.

Gli Stati Uniti erano esclusi dal summit tra i produttori OPEC e non OPEC; ciononostante l’influenza del paese a stelle e strisce sui mercati petroliferi globali è destinata inevitabilmente a rafforzarsi e ad oscurare il cartello petrolifero , come afferma anche l’International Energy Agency (IEA) che nel suo ultimo rapporto ha dichiarato  “Mentre gli Stati Uniti non erano presenti a Vienna, nessuno può ignorare la loro crescente influenza…”  All’incontro dell’OPEC insomma c’era un convitato di pietra, mai nominato, non invitato, ma inevitabilmente presente, soprattutto nei pensieri dei partecipanti al vertice: gli Stati Uniti. Se l’ombra degli Stati Uniti non bastasse, si aggiungono ai dolori dell’OPEC anche la notizia che il Qatar si ritirerà dall’organizzazione. Intervenendo ad una conferenza stampa, il ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi, ha dichiarato che il paese si ritirerà dall’OPEC dal primo  gennaio 2019, ponendo fine a un’adesione che dura da più di mezzo secolo.

E chiaro che il boom energetico americano crea una serie di problematiche a livello geopolitico non indifferenti. L’OPEC è in fase di declino, gli analisti mettono in discussione la rilevanza a lungo termine del cartello petrolifero in un contesto storico dove gli Stati Uniti assumono un ruolo sempre più importante in quel mercato. Il rapporto tra Stati Uniti e resto del mondo , in particolare gli stati arabi del golfo, verrà senza dubbio influenzato da queste nuove dinamiche economiche-energetiche. Il futuro verrà rimodellato in parte dai cowboys delle praterie americane, trasformati in magnati del petrolio. Se sia una cosa positiva o meno ce lo dirà solo il tempo.

Nel frattempo gli Stati Uniti, ormai secondi al mondo dopo la Cina nel campo delle rinnovabili, stanno comunque sviluppando la produzione alternativa di energie rinnovabili a dispetto della nomea generale diffusa.

Il settore delle energie rinnovabili ha continuato a crescere significativamente nel 2018 nonostante alcune storture di natura burocratica e fiscale. L’innovazione tecnologica legata alla produzione e allo stoccaggio di queste energie sta compiendo passi significativi e progressivi.

Nel frattempo la decisione di Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo climatico di Parigi, provocò, all’epoca, indignazione tra i politici, la comunità internazionale e gli ambientalisti, definendola una scelta di isolazionismo pericoloso per l’ambiente e di conseguenza per l’umanità.

L’American Enterprise Institute (AEI) analizzando i dati a disposizione, ha pubblicato un grafico che indica come gli Stati Uniti sono leader mondiali nella riduzione di emissioni di carbonio. Dal 2005 le emissioni annue di biossido di carbonio sono diminuite di 758 milioni di tonnellate. Nello stesso periodo, per l’intera comunità Europea, le diminuzioni sono state di 770 milioni di tonnellate. Nel 2017 le emissioni di carbonio negli Stati Uniti sono diminuite di oltre 42 milioni di tonnellate, questo nonostante l’uscita dall’accordo di Parigi. Tra il 2005 e il 2017 le emissioni di anidride carbonica sono diminuite del 12,4% su base assoluta e del 19,9% su base pro-capita. In contrasto la Cina, firmataria di Parigi, si è confermato il paese con le emissioni inquinanti più alte del mondo, emettendo nel 2017, il più alto numero di carbonio nell’atmosfera, accoppiati con l’India hanno rappresentato quasi la metà del totale delle emissioni globali di carbonio.

Qui sotto i link illustrativi delle tendenze in atto:

https://www2.deloitte.com/us/en/pages/energy-and-resources/articles/renewable-energy-outlook.html?fbclid=IwAR0Im0ARrlxluB5oeasJkixoA1zDXvA_yg60cob9WfGO7Rcxw787it4YJO8

https://capitalresearch.org/article/u-s-achieves-largest-decrease-in-carbon-emissionswithout-the-paris-climate-accord/?fbclid=IwAR2m6YBCj0ISubdVrdXF5ryF4Kqpt_8TBdfAxtI-fYLeLDOBZobLC0PNv3A

https://capitalresearch.org/article/u-s-achieves-largest-decrease-in-carbon-emissionswithout-the-paris-climate-accord/?fbclid=IwAR2kJ9xraYo19Lr4eaq30wn_Xa-hF5rl_D149i3Lpz5tZXe6ClFTPfmbvhU

NB_ Il traduttore di google offre una traduzione attendibile in caso di necessità

TRUMP OSTAGGIO DI UNA GUERRA ORMAI IN PIENO SVOLGIMENTO, DI GIANFRANCO CAMPA

 OSTAGGIO DI UNA GUERRA ORMAI IN PIENO SVOLGIMENTO

Sotto mandato di cattura delle autorità Statunitensi è stata arrestata, lo scorso Sabato, a Vancouver Wanzhou Meng, anche conosciuta come Sabrina Meng, vicepresidente del consiglio di amministrazione di Huawei e figlia del fondatore dell’azienda; Ren Zhengfei. Meng, 46 anni, è il CFO di Huawei Technologies dal 2011 e vicepresidente della società dal marzo 2018. Huawei Technologies, lanciata nel 1987 a Shenzhen in Cina, è dal 2012  il più grande produttore di apparecchiature per le telecomunicazioni al mondo superando Samsung e Apple. Nel 2017 la società ha fatturato 123,79 miliardi di dollari. Huawei fornisce prodotti e servizi in oltre 170 paesi e ha oltre 180.000 dipendenti sparsi in  tutto il mondo. L’arresto di Meng sarebbe avvenuto mentre era in transito tra un volo e l’altro.

Ora Wanzhou Meng, deve affrontare una possibile estradizione negli Stati Uniti, sotto mandato di cattura del Dipartimento di Giustizia di New York.  Il portavoce del Dipartimento di Giustizia Canadese, Ian McLeod, ha dichiarato che le autorità Americane, lo scorso aprile, avevano aperto un’indagine sulla possibilità, che il gigante delle telecomunicazioni Cinese, avesse violato le sanzioni americane imposte all’Iran, esportando materiale nel Paese del Golfo.

Ad aprile la Cina aveva già fatto appello a Washington onde evitare di mettere sotto inchiesta Huawei, per non danneggiare il rapporto economico e militare tra le due superpotenze,  rapporto che negli ultimi due anni, cioè da quando si è insediata a Washington,  l’amministrazione Trump, si è visibilmente incrinato. Le autorità statunitensi sospettano che il presunto coinvolgimento di Huawei nelle violazioni delle sanzioni iraniane risale già al 2016, anno in cui gli Americani hanno anche messo sotto inchiesta ZTE, l’altra azienda Cinese, rivale di Huawei, sempre per le presunte medesime violazioni.

Inutile dire che la notizia dell’arresto di Meng ha provocato un’immediata protesta da parte dall’ambasciata cinese in Canada, chiedendo agli Stati Uniti e al Canada specifici chiarimenti sull’arresto di Meng. I cinesi hanno poi denunciato e intimato di correggere l’abuso di potere e la violazione dei diritti di una cittadina cinese e quindi liberare Meng immediatamente.

L’arresto di Meng è problematico per varie ragioni, arriva in un momento delicato nel rapporto USA-Cina. Delle crescenti tensioni fra i due paesi avevo già dettagliatamente narrato in questo articolo: http://italiaeilmondo.com/2018/08/14/un-mostro-militare-di-gianfranco-campa/

L’incontro al G20, in Argentina, avrebbe dovuto smussare le tensioni fra i due paesi, ma nonostante le dichiarazioni amichevoli, le relazioni sono ormai compromesse al punto di non ritorno. Il senatore repubblicano della Florida Marco Rubio e il senatore democratico Mark Warner hanno avanzato sospetti sulla possibilità che il governo cinese stia usando apparecchiature Huawei per spiare governi stranieri. Il senatore del Maryland Chris Van Hollen, ha dichiarato che Huawei e ZTE:  “sono due facce della stessa medaglia – le società di telecomunicazioni cinesi rappresentano un rischio esistenziale per la sicurezza nazionale americana“. In questo clima di tensioni, l’arresto di Meng rappresenta un salto nel vuoto, nelle tenebre di un conflitto in crescendo, per il momento solo geopolitico ed economico ma probabilmente militare nel futuro prossimo. Tra l’altro ricordo che il fondatore di Huawei, il padre di Meng, Ren Zhengfei è un ex ingegnere dell’esercito cinese, legato da rapporti molto stretti con Xi Jinping e con tutto  l’apparato di governo Cinese.

L’inasprimento dei rapporti USA-Cina non comporta implicazioni tra i soli due paesi.  Mentre in Italia si cercano nuovi legami ed accordi con entità Cinesi, altri paesi hanno cominciato a riconsiderare i propri rapporti con la Cina. Nel 2011 il governo americano ha impedito a Huawei investimenti nella società 3Leaf per ragioni di sicurezza nazionale. Nel 2012 il Congresso Americano ha pubblicato un rapporto in cui si dichiara che Huawei rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale per gli Stati Uniti; sia le multinazionali americane che il governo dovrebbero evitare di fare affari con la Huawei. Lo scorso maggio il Pentagono ha vietato la vendita di telefoni Huawei nelle basi militari. Nel 2012 il governo australiano ha vietato a Huawei di presentare un’offerta per l’NBN, la rete di accesso a banda larga dell’Australia per ragioni di sicurezza nazionale.Per lo stesso motivo il governo australiano e quello canadese hanno escluso Huawei dalla loro futura rete mobile 5G. Infine lo scorso mese, a Novembre, il governo della Nuova Zelanda ha vietato alla sua principale società di telecomunicazioni Spark di utilizzare l’attrezzatura Huawei, motivata anche qui con la parola chiave ” serio rischio per la sicurezza nazionale“.

Qualche considerazione importante da fare sull’arresto di Meng: L’arresto di Meng non deve essere visto in un avulso dal gioco geopolitico, bensì nel contesto di una strategia molto più ampia. L’arresto di Meng deve essere considerato come un attacco anche a tutti i settori aziendali cinesi di eccellenza. Le violazioni delle sanzioni all’Iran sono marginalmente importanti e assumono la caratteristica di un pretesto.  La vera ragione, uno dei tanti casus belli di questo scontro, va anche inquadrata nella guerra fra i colossi americani e cinesi sulla  tecnologia 5G.  Un tentativo degli  Stati Uniti e i suoi alleati di contenere  la rivoluzione tecnologica della Cina. Altre aziende come ZTE sono ormai bandite negli Stati Uniti. Gruppi come Alibaba e Tencent  sono a rischio sanzioni da parte degli Americani. Huawei è la punta di diamante della tecnologia cinese e leader nell’espansione 5G, a capo del sistema di cavi sottomarini che mira a superare l’immenso strapotere statunitense in Internet. Chi controlla Internet controlla il mondo.

Altra considerazione. L’arresto della Signora Meng è avvenuto mentre il presidente Cinese Xi Jinping pranzava con Donald Trump durante il vertice del G20 a Buenos Aires; una buona occasione quindi per far deragliare l’accordo appena raggiunto di una tregua di 90 giorni nella guerra commerciale in corso fra Cina e USA. Insomma la solita mano tesa a rendere la vita difficile a Trump. Intendiamoci! Trump non sprizza certamente amore verso la Cina, tutt’altro. Dubito però che sia stato messo al corrente dell’arresto prima o dopo essersi seduto al tavolo col presidente cinese. Un particolare non indifferente, che azzera quasi del tutto  il potere di Trump di gestire al meglio le sue trattative. Si aspetta la reazione della Cina, Huawei è una delle aziende più legate al governo cinese; ci aspettiamo prossimamente altri ostaggi in questa guerra ormai avviata e in fase di avvitamento.

PETER NAVARRO E I GLOBALISTI, a cura di Gianfranco Campa

Nei numerosi articoli e podcast sulle vicende politiche e sull’aspro scontro che contrappone una vecchia classe dirigente arroccata ed una nuova in via di formazione negli Stati Uniti ci siamo soffermati soprattutto sulle dinamiche di questo conflitto e sulle forze in campo. Con il commento all’intervento di Peter Navarro si intende sottolineare un degli aspetti alla base di queste dinamiche: la destabilizzazione della formazione sociale statunitense e della sicurezza militare legate al processo di globalizzazione e all’ambizione di dominio unipolare e la conseguente reazione_Giuseppe Germinario

 

 

PETER NAVARRO RIVOLGE UN MONITO AI GLOBALISTI

 

Peter Navarro, il principale consigliere sui trattati internazionali di Donald Trump, ha rivolto un pressante monito diretto ai rappresentanti di Wall Street e ai globalisti mondiali: non interferire nei colloqui in atto fra l’amministrazione Trump e i Cinesi sulla rinegoziazione dei trattati economici e sull’imposizione di nuovi pesanti dazi sui prodotti cinesi.

Le parole di Navarro non devono sorprendere, poiché il Professor Navarro è personalmente coinvolto in una battaglia che ormai conduce da molti anni sui pericoli della globalizzazione, in particolare per l’aspetto relativo al rapporto commerciale tra Stati Uniti e Cina.

La battaglia per il riposizionamento nel rapporto commerciale fra i vari paesi del mondo e gli Stati Uniti è una priorità della Casa Bianca di Trump. Termini come nazionalismo si sovrappongono al globalismo. Peter Navarro è la punta di lancia in questo scontro fra Wall Street, cioè i globalisti, e Main Street, cioè i nazionalisti.

Negli ultimi decenni, Wall Street, con il supporto della Camera di Commercio Americana, ha cannibalizzato Main Street a scapito del profitto, riducendo in cenere l’industria manifatturiera americana. Le politiche economiche di Wall Street sono diametralmente opposte a quelle di Main Street. Questo potere intrinseco di Wall Street è l’epicentro delle cosiddette “fogne di Washington”.

Lo scorso Venerdì, parlando al CSIS (Center for Strategic and International Studies) per oltre un’ora, Navarro ha sottolineato le problematiche degli scambi commerciali con la Cina e soprattutto come i banchieri di Wall Street e i manager di hedge funds stanno ostacolando i tentativi di ricalibrare il rapporto con la Cina da parte dell’amministrazione Trump. Le parole di Navarro indirizzate a queste entità sono state durissime, al limite della minaccia.

Qui sotto trovate la traduzione di un estratto di tre minuti, estrapolato dall intero intervento di Navarro. Intervento che ha suscitato molto scalpore in certi ambienti americani.

 

https://www.c-span.org/video/?c4759972/peter-navarro-billionaire-globalists-pushing-white-house-cut-trade-deal-china

 

https://www.youtube.com/watch?v=k7SkF6bbSkE

 

QUESTO RAPPORTO IDENTIFICA CON LA MASSIMA CHIAREZZA UNA MINACCIA ALLA BASE INDUSTRIALE DELLA DIFESA  USA:  QUESTA E’ LA VISIONE DEL DOD (Dipartimento di Difesa) E DEGLI ALTRI ELEMENTI DI QUESTO GOVERNO, ED E’  MOLTO DIVERSA DA QUELLA DEI BANCHIERI DI WALL STREET E DELLE ÉLITE GLOBALISTE. CONSIDERATE PER ESEMPIO LA DIPLOMAZIA OMBRA TRA U.S. E CINA CHE VIENE ATTUATA DA UN GRUPPO INDIPENDENTE, AUTO PROCLAMATOSI ALTERNATIVO AL GOVERNO AMERICANO, COMPOSTO DAI BANCHIERI DI WALL STREET E DIRIGENTI DI HEDGE FUNDS. NEL QUADRO DI UNA OPERAZIONE DI INFLUENZA DEL GOVERNO CINESE, MILIARDARI GLOBALISTI  ESERCITANO UNA FORTISSIMA PRESSIONE A 360° SULLA LA CASA BIANCA IN PREVISIONE DEL G20 IN ARGENTINA. LA MISSIONE DI QUESTI AGENTI UFFICIOSI DEL GOVERNO CINESE, PERCHÉ  E’ QUESTO CHE SONO, E’  FORZARE IL PRESIDENTE A FIRMARE UN ACCORDO. SU QUESTO, DUE PUNTI DEVONO ESSERE CHIARI: IL PRESIDENTE DONALD TRUMP HA FATTO UN LAVORO INCREDIBILE SUGLI ACCORDI COMMERCIALI, HA AVUTO ANCHE IL CORAGGIO E LA SAGGEZZA DI RESISTERE ALLE ELITE GLOBALISTE, DI RESISTERE AI PAESI CHE SI IMPEGNANO IN PRATICHE COMMERCIALI SLEALI, SCAMBI INEGUALI, ALTI DAZI, USANDO IL MONDO – USANDO IN PARTICOLARE GLI STATI UNITI – COME LA BANCA DEL MONDO. E PRODUCENDO UNO SBILANCIO COMMERCIALE, PERCHÉ’ QUESTO FANNO, OGNI ANNO UNO SBILANCIO COMMERCIALE DI UN TRILIONE DI DOLLARI. QUESTO È UN PURO E SEMPLICE TRASFERIMENTO DI RICCHEZZA ALL’ESTERO: POSTI DI LAVORO, FATTORI PRODUTTIVI E SOLDI. DONALD TRUMP HA FATTO UN LAVORO INCREDIBILE, AFFRONTANDO QUESTA REALTA’, E SE IN PASSATO NON HA AVUTO BISOGNO DELL’AIUTO DI WALL STREET; NON HA AVUTO BISOGNO DELL’AIUTO DI GOLDMAN SACHS, ANCOR MENO NE HA BISOGNO OGGI. QUANDO QUESTI PSEUDOAGENTI STRANIERI SENZA TESSERA SI DANNO A QUESTO TIPO DI DIPLOMAZIA – COSIDDETTA DIPLOMAZIA, – NE VIENE PREGIUDICATA LA FORZA DEL PRESIDENTE E LA SUA POSIZIONE NEGOZIALE. NIENTE DI BUONO PUO’  VENIRE DA QUESTO. SE E QUANDO CI SARA’ UN ACCORDO, SARÀ ALLE CONDIZIONI DEL PRESIDENTE DONALD TRUMP, NON A QUELLE DI WALL STREET. SE  WS E’ COINVOLTA E CONTINUA AD INTROMETTERSI IN QUESTO NEGOZIATO, SE NE SENTIRA’ IL CATTIVO ODORE INTORNO A QUALSIASI ACCORDO VENGA PATTUITO. AVRA’ LA FIRMA DI  WALL STREET. RIVOLGO UN PRESSANTE INVITO A QUESTI PSEUDOAGENTI A DESISTERE. NON NE PUÒ ‘VENIRE NIENTE DI BUONO. SE VOGLIONO FARE DEL BENE, SPENDANO I LORO MILIARDI A DAYTON, OHIO, NELLE CITTA’ INDUSTRIALI D’AMERICA, DOVE ABBIAMO BISOGNO DI FAR RINASCERE LA NOSTRA MANIFATTURA DI BASE  E RISOLVERE L’EPIDEMIA DI DIPENDENZE DA OPPIOIDI CHE HANNO CREATO DELOCALIZZANDO LA NOSTRA PRODUZIONE.”

IDENTIFIED THREAT TO AMERICA’S DEFENSE INDUSTRIAL BASE. NOTHING CAN BE CLEARER IN THIS REPORT. THIS IS A VERY DIFFERENT VIEW THAT DOD AND OTHER ELEMENTS OF THIS GOVERNMENT HAVE BEEN THE WALL STREET BANKERS AND GLOBALIST ELITES. CONSIDER THE SHADOW DIPLOMACY THAT IS NOW GOING ON BY A SELF-APPOINTED GROUP OF WALL STREET BANKERS AND HEDGE FUND MANAGERS BETWEEN U.S. AND CHINA. AS PART OF A CHINESE GOVERNMENT INFLUENCE OPERATION, GLOBALIST BILLIONAIRES ARE PUTTING THE FULL COURT PRESS ON THE WHITE HOUSE IN ADVANCE OF THE G20 IN ARGENTINA. THE MISSION OF THESE UNREGISTERED FOREIGN AGENTS, THAT’S WHAT THEY ARE, UNREGISTERED AGENTS TO PRESSURE THIS PRESIDENT INTO SOME KIND OF A DEAL. TWO POINTS HAVE TO BE MADE CLEAR ABOUT THIS. PRESIDENT DONALD TRUMP HAS DONE AN INCREDIBLE JOB — INCREDIBLE JOB ON TRADE. HE HAS HAD THE COURAGE AND WISDOM TO STAND UP TO THE GLOBALIST ELITES, TO STAND UP TO THE COUNTRIES OF THE WORLD THAT ARE ENGAGING IN UNFAIR TRADE PRACTICES, NONRECIPROCAL TRADE, HIGH TARIFFS, USING THE WORLD — USING THE UNITED STATES AS THE BANK OF THE WORLD. RUNNING UP A TRADE DEFICIT EVERY YEAR BECAUSE THEY DO THAT OF OVER A HALF $1 TRILLION. THAT IS A PURE TRANSFER OF WEALTH ABROAD. JOBS, FACTOR, AND MONEY. DONALD TRUMP HAS DONE AN AMAZING JOB OF ADDRESSING THAT ISSUE AND HE DIDN’T NEED THE HELP OF WALL STREET, HE DIDN’T NEED THE HELP OF GOLDMAN SACHS AND HE DOESN’T NEED IT NOW. WHEN THESE UNPAID FOREIGN AGENTS ENGAGE IN THIS KIND OF DIPLOMACY, SO CALLED DIPLOMACY, ALL THEY DO IS WEAKEN THIS PRESIDENT AND HIS NEGOTIATING POSITION. NO GOOD CAN COME OF THIS. IF AND WHEN THERE IS A DEAL, IT WILL BE ON PRESIDENT DONALD TRUMP’S TERMS NOT WALL STREET’S TERMS. IF WALL STREET IS INVOLVED AND CONTINUES TO INSINUATE ITSELF INTO THESE NEGOTIATION THERE WILL BE A STENCH AROUND ANY DEAL THAT IS CONSUMMATED. IT WILL HAVE THE FACTS OF WALL STREET. I WOULD URGE THESE AGENTS TO STAND DOWN ON THIS ISSUE. NO GOOD CAN COME OF IT. IF THEY WANT TO DO GOOD, SPEND THEIR BILLIONS IN DAYTON, OHIO, IN THE FACTORY TOWNS OF AMERICA, WHERE WE NEED A REBIRTH OF OUR MANUFACTURING BASE  AND TO THE OPIOID CRISIS WHICH I HAVE TO CREATE BY OFF SHORING OUR PRODUCTION.

Trump dovrebbe incontrare il presidente cinese Xi Jinping a Buenos Aires, in Argentina, alla fine di novembre a margine di un summit dei leader del G20 per discutere di una possibile via d’uscita dalla loro sempre più intensa guerra commerciale.

 

 

GUERRA ECONOMICA, di Piero Visani e l’arma economica in occidente di stratpol

UNA CHIOSA TEORICA E UNA RICOSTRUZIONE SUL CAMPO. La traduzione, per mancanza di tempo, è basata su di un traduttore. Appena possibile saranno corretti gli errori più vistosi_Giuseppe Germinario

Guerra economica

       E’ del tutto evidente, per chi non è (o  non vuole essere…) cieco, che ci stiamo addentrando vieppiù in un profondo scenario di guerra economica. Chi scrive non ha competenze al riguardo per esprimere pareri, ma sa bene che la guerra è, innanzi tutto, un confronto di forze morali, per le quali è comunque preferibile trovare delle baionette (o surrogati attuali).
       In secondo luogo, tale guerra deve essere accompagnata da tattiche e strategie di movimento, non statiche, per mostrare al nemico volti costantemente nuovi e capaci di rinnovarsi.
       In terzo luogo, ogni strategia seriamente definibile come tale ha bisogno di alleati, perché il “fare da sé” può essere bellissimo, ma non quando si è deboli. Ne consegue che una guerra di movimento – che spesso e volentieri potrebbe diventare guerriglia, perché, stante la nostra condizione di asimmetria, occorre ricorrere alla tattica tradizionale dei più deboli – deve cercare continuamente alleati e alleanze, in forma scoperta quando lo si vuol far sapere al nemico e in forma coperta quando gli si vuol fare male, e molto.
       Una condotta operativa del genere richiede la massima flessibilità e la massima mancanza di scrupoli, perché è una lotta per la vita, di una Nazione e di un popolo.
       Non credo che questi concetti siano ancora chiari, a molti che pur militano sul medesimo versante politico, ma è in un’ottica di guerra economica che occorre riuscire costantemente a muoversi, esattamente come fa il nemico. Ogni altra scelta non è sufficiente, anche se – a livello di linguaggio – occorre pure sviluppare un’adeguata strategia mediaticacom’è ovvio volutamente tranquillizzante. Al terrorismo dei mercati e dell’Eurolager si risponde con una “forza tranquilla” in superficie e con il contro-terrorismo sotterraneo.
 
                        Piero Visani

Il campo occidentale alla prova dell’arma economica: le lezioni del CoCom

 18 agosto 2018 STRATPOL

Appena la Repubblica federale di Germania ha formalizzato la costruzione del controverso gasdotto Nord Stream 2 16 maggio 2018, che la Polonia e gli Stati Uniti hanno sorprende espresso la loro opposizione a questo progetto. Questo gasdotto, che si estenderà sotto il Mar Baltico per 1.200 chilometri per collegare la Russia alla Germania, dovrebbe fornire a questi ultimi una fornitura di 55 miliardi di m³ di idrocarburi russi all’anno, evitando che la Russia debba pagare le tasse di transito in Ucraina e Polonia. Le autorità tedesche hanno dato il via libera al progetto nel marzo 2018, seguito dalla Finlandia in aprile, i lavori sono iniziati a maggio nella città di Lubmin.

I rappresentanti polacchi e statunitensi hanno reagito con prevedibile ostilità a questo progetto denunciandolo come una ”  minaccia alla stabilità europea  “. Così, l’incontro tra il Ministro degli Affari Esteri polacco, Jacez Czatupowitc e il Segretario di Stato Mike Pompeo 21 Maggio 2018 è stata l’occasione per la Polonia di affrontare l’argomento in particolare per garantire una possibile pressione americana su imprese europee coinvolte nella costruzione del gasdotto 1 dopo che il rappresentante degli Stati Uniti in Ucraina, Kurt Volker , ha espresso l’intenzione degli Stati Uniti di utilizzare questi metodi.

In un contesto di crescenti tensioni con la Russia sotto sanzioni e contro la possibilità di ricorrere alla rappresaglia economica americana, è necessario mettere in discussione l’esecuzione dell ‘”arma economica” alla luce di esperienze precedenti. Quindi questo articolo si concentrerà su un soggetto frainteso della guerra fredda e cioè Coordinamento Comitato per i controlli multilaterali esportazioni (COCOM) Questa organizzazione, fondata nel 1949 e collegato a un allegato dell’ambasciata degli Stati Uniti a Parigi, è stato il Il risultato di accesi dibattiti tra le potenze occidentali per controllare i trasferimenti tecnologici al blocco socialista che dipendeva da loro.

Questa politica di ” contenimento economico” e il suo strumento principale, il CoCom, sono stati mantenuti in varia misura durante la Guerra Fredda fino all’Intesa di Wassenaar nel 1994 e avrebbero pesantemente coinvolto gli Stati Uniti e i loro alleati in La NATO, non senza continue polemiche; la questione di una questione delicata e di ampia portata: gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero permettersi di commerciare con l’Unione Sovietica?

Se la domanda non fosse mai unanime tra le parti interessate negli Stati Uniti, potrebbe ancora meno tra i membri della CoCom.

Una strategia volta a moderare i sovietici per alcuni, oa rischiare di ”  vendere la corda  ” per gli altri, ogni paese del CoCom implementerà gradualmente la propria concezione di questo commercio secondo le sue percezioni sulla sicurezza nazionale durante la Guerra Fredda.

La presente analisi si concentrerà su questi due estremi tra i quali il CoCom si è trovato tirato durante gli anni ’80 in un contesto di “guerra fresca” caratterizzato dal desiderio degli Stati Uniti di riprendere la lotta contro il comunismo sotto la guida del presidente Ronald Reagan.

 

Commercio I / Est-Ovest, tra apertura e confronto

La lotta ideologica tra il campo occidentale e il blocco orientale durante la guerra fredda non ha consacrato un’interruzione nelle relazioni commerciali. L’equilibrio del potere era prima facie a favore degli occidentali. Infatti, qualunque sia i fautori dei miracoli del mito dell’economia socialista, la Russia sovietica ha sempre mostrato una dipendenza pronunciato nei confronti di tecnologie occidentali che erano essenziali per il suo sviluppo come è stato dimostrato diversi studi, i più notevoli sono quelli del professor Antony Sutton 2 .

Ad esempio, negli anni ’20, la NEP 3 ha permesso l’apertura di 350 concessioni in Unione Sovietica incoraggiare la creazione di società occidentali la cui capitale tecnologico è stato il principale, se non l’unico fattore ripresa economica di questo paese devastato dalla guerra civile. Le concessioni furono poi rimosse da Stalin per ricorrere a “accordi di assistenza tecnica” che concedevano ad alcune aziende occidentali l’opportunità di contribuire con il loro know-how per aiutare la realizzazione di importanti progetti industriali nell’Unione Sovietica. Il periodo del rilassamentosegnata da un allentamento delle tensioni e da un allentamento dei controlli, è stata un’opportunità per i sovietici di acquisire una moltitudine di tecnologie occidentali a vantaggio del loro potenziale economico … oltre che militare.

Come è stato una volta così ben riassunto il professor Carroll Quigley: ”  Aziende come la Russia sovietica, che, per mancanza di tradizione scientifica, ha dimostrato basso creatività tecnologica, che comunque possono essere una minaccia per la civiltà occidentale con l’uso su una scala immensa, una tecnologia quasi interamente importata da questa stessa civiltà occidentale  ” 4 .

Una breve descrizione dei principali settori militari sovietici che hanno beneficiato dei trasferimenti di tecnologia occidentali lo appoggerebbe, oltre a stabilire il fallimento della CoCom e le speranze di pace alla vigilia della presidenza Reagan:

La flotta sovietica, il più grande del mondo, è stato fatto fino al 60% delle navi costruite in Occidente, come l’80% dei loro macchinari 5 . Le tecnologie sono state ottenute da Burgmeister & Wain di Coppenaghen e Litton Industries 6 . Erano alcune di queste barche che trasportavano i missili a Cuba e fornivano equipaggiamento a Haiphong. 7

L’industria automobilistica è stata eretta con l’aiuto di aziende occidentali, come Fiat e Ford tra i 30 ei 60 anni 8 . Alcuni veicoli militari, il plagio dei modelli occidentali, furono usati in Afghanistan e contro lo sforzo bellico americano in Vietnam.

missili sovietici posizionati in Europa hanno tratto grandi benefici da un know-how occidentale oltre a quella della società statunitense Bryant di serraggio Grinder società i cui cuscinetti a sfera hanno aumentato la precisione degli attacchi sovietici e la minaccia che rappresentavano per la sicurezza europea 9 .

Avremmo potuto aggiungere a questo equilibrio i settori agricolo e chimico, ma questi dati sono sufficienti per stabilire che il commercio con l’Unione Sovietica, che alcuni avevano promosso nell’ottica “per ammorbidire” i sovietici, aveva gli effetti opposti: il L’Occidente non ha comprato la pace piuttosto “ha venduto la corda 10 “. Considerando i molti sforzi legali e informali che i sovietici hanno fatto per ottenere la tecnologia, è stato per rimediare ad una vera e propria emorragia tecnologica in Occidente che Reagan voleva rimescolare la CoCom, i cui insuccessi richiedevano certe rettifiche.

Dato bisogno di questo ossessivo i sovietici in tecnologie occidentali potrebbero essere facilmente tentati di Antony Sutton ha concluso che un trasferimento puro e radicale tecnologia di blocco potrebbe contribuire a porre le ginocchia URSS e accelerare la fine della così Guerra Fredda. Tuttavia, questa visione è ideale perché il controllo delle tecnologie implicava considerazioni multiple che trascendevano il semplice uso della coercizione o di altre misure draconiane.

 

II / Orientamenti americani alle contraddizioni occidentali

Il controllo delle esportazioni è un’iniziativa prevalentemente americana. Agli albori della guerra fredda l’usèrent Stati Uniti per fare pressione l’Unione Sovietica attraverso il ”  Control Act  ” nel 1949, ponendo le merci esportate sotto controllo, ma anche a ovest con la ”  Battaglia Act  » nel 1951 causando la perdita della protezione americana in caso di scambi con il blocco socialista. E ‘in questo contesto qu’apparu CoCom 11 , spesso paragonato a un “club” non è basata su alcun trattato o accordo e dipendente dalla buona volontà degli Stati membri di disciplinare le transazioni di tecnologia verso l’URSS, i paesi del Patto di Varsavia e della Cina popolare.

Il COCOM ha stabilito tre elenchi di merci soggette a licenza: munizioni, beni nucleari e proprietà “a doppio uso”, fornendo opportunità per le “vendite eccezionali” 12 . Infine, operando su due concetti anglosassoni di guerra economica tra cui ha alternato come necessario, ossia la leva ( ”  leva” ) e ”  Linkage  ” 13 , il primo di sfruttare un vantaggio economico politicamente, mentre che il secondo è usare le azioni economiche per fare pressione su un obiettivo.

Il controllo americano sui paesi europei fu certamente ben consolidato dopo la Seconda Guerra Mondiale quando erano troppo esangui per potersi permettere di rischiare di perdere la protezione americana, ma come fecero la loro ripresa economica, essi ottenuto un margine di manovra risultante in diverse lacune.

Ogni paese membro aveva il proprio concetto di commercio est-ovest e una legislazione commerciale che non era necessariamente in linea con le linee guida statunitensi.

Così la Francia, capitale delle simpatie mondiali verso il comunismo, ricorse al commercio est-ovest per affermare la propria sovranità e distinguersi dall’egemonia americana. Il commercio con l’Oriente godeva di un ampio consenso e la comunità degli affari poteva contare sulla benevolenza dello stato. Se la tendenza era lassista fino al 1981, la Francia, pur rafforzando i suoi controlli, ha conservato la preoccupazione per la sua sovranità.

Il Regno Unito, con le sue tradizioni commerciali, si impegnò negli scambi con l’Oriente per soddisfare le sue esigenze economiche interne. Tuttavia, l’arrivo di Margaret Thatcher nel 1979 segnò una sottomissione alla politica di controllo americana.

Il FRG era l’anello debole della CoCom. Ciò è dovuto al fatto che il suo commercio con la RDT non è stato considerato come commercio estero e ha causato perdite di tecnologie non controllate dalla CoCom.

Infine, il Giappone si distinse per il suo lassismo. La legge prevedeva la libertà di esportazione ei controlli erano riservati alle società sul suolo giapponese senza estendersi alle loro controllate estere.

Figura: Il commercio dei paesi membri del COCOM con l’URSS e nei paesi del Patto di Varsavia (fonte: RHOADES WE; COCOM, il trasferimento di tecnologia e il suo impatto è la sicurezza nazionale; Calhoun: La NPS istituzionale archivio; 1989; p.127)

Grazie alla sua natura informale, le decisioni prese nel CoCom ha erano di alcuna forma vincolante nei confronti degli Stati membri sono liberi di attuare le misure di CoCom a loro piacimento. Così due concezioni opposte del blocco: la sicurezza (stabilire controlli stabili) e le sanzioni (secondo iniziative sovietiche) 14 . Gli Stati Uniti si alternano opportunisticamente tra i due ma non sono ancora d’accordo con i suoi alleati. Se si può presumere che vi era consenso per il controllo delle esportazioni di tecnologie strategiche (non senza riserve dai paesi europei), il problema principale è la definizione di “strategica”.

Gli elenchi dei beni da porre sotto controllo possono dunque essere unanime tra i membri del COCOM, gli americani a seguito di un approccio senza compromessi, ha voluto limitare il commercio attraverso le liste espanse, mentre proattive europei preferivano conservare i loro legami commerciali con la È con liste di controllo limitate.

Entrambe le parti spesso proceduto a reciproche accuse di ipocrisia, gli europei che vogliono difendere i loro interessi economici in Oriente e non esitando a mettere in discussione le linee guida COCOM in qualsiasi invasione di esso sul loro sovranità. Gli americani erano sotto pressione dai loro industriali, che si sentivano offesi dai loro concorrenti europei con restrizioni più flessibili dai loro rispettivi paesi.

Questi elementi evidenziano un doppio paradosso derivante da una dipendenza reciproca: l’URSS, sebbene fortemente dipendente dalle tecnologie occidentali, è riuscita a tenere il passo con il campo occidentale, mentre l’altra metà Gli industriali occidentali, benché esposti alla minaccia sovietica, continuarono a perseguire o addirittura difesero il commercio di tecnologia con il blocco dell’Est mostrando una riluttante riluttanza a qualsiasi ingiunzione americana o interferenza nelle loro attività economiche.

Un’osservazione che chiama seriamente a relativizzare i concetti liberali ispirati a Montesquieu per cui ” l’effetto naturale del commercio è portare la pace ” …

III / False speranze di rafforzare i controlli

Quando Reagan assunse la presidenza nel 1981, il deterioramento delle relazioni USA-URSS era già stato consumato da Carter. L’invasione dell’Afghanistan nel 1979 suonò la campana a morto della distensione e gli Stati Uniti reagirono prendendo alcune misure repressive.

Nel 1979 è stata promulgata l’Export Administration Act (EAA) la concessione al presidente il diritto di ispezionare sulle esportazioni seguita da un embargo sul grano nel 1980. La politica di Reagan iscritti a questa tendenza, notando il fallimento del ” commerciare e progettare un nuovo approccio al commercio est-ovest da imporre ai membri della CoCom. Ciò era in linea con le raccomandazioni fatte nel 1976 dal “Rapporto Bucy” 15 che insistevano sul controllo prioritario e selettivo sulle tecnologie “a duplice uso” e limitando l’accesso alla tecnologia statunitense ai membri della CoCom. La procedura si conforma anche all’approccio del Consiglio di sicurezza nazionale(NSC) sostenendo un rafforzamento del COCOM, la necessità di convincere gli alleati dei meriti di controllo delle esportazioni, l’azione collettiva e l’aderenza Est di etica aziendale del West 16 .

La guerra economica sembrava essere un’opportunità in quanto alcuni osservatori percepivano nell’URSS la premessa di un collasso economico; il rifiuto del trasferimento tecnologico potrebbe quindi esacerbare questa fase declino e curva URSS verso compromesso in termini di consumi e investimenti, gli effetti potrebbe essere combinata con la corsa agli armamenti, causando l’URSS il knockout 17 .

Questa strategia viene dalla prospettiva americana che i contributi tecnologici al settore industriale sovietico traggono beneficio indiretto dal settore militare 18 , un concetto che rompe con la ”  compartimentalizzazione” adottata da altri paesi della CoCom per i quali il settore militare è indipendente dalle tecnologie civili dal settore economico 19 . Per quanto riguarda gli alleati, gli Stati Uniti alterneranno due tendenze: i “multilateralisti” e gli “unilateralisti”, ciascuno dei quali difende una posizione distinta all’interno del CoCom e che ispirerà l’approccio da seguire in caso di due grandi crisi

Il primo è la costruzione del gasdotto Urengoy, certamente l’esempio più rappresentativo di una gestione disastrosa di embargo multilaterale dopo un’iniziativa unilaterale.

In risposta ai disordini che si sono verificati in Polonia nel 1980, Reagan fa le sue minacce e ha deciso nel dicembre 1981 di sospendere tutte le licenze di esportazione di beni e componenti destinati a garantire la costruzione di un gasdotto siberiano 20 . Era necessario, tuttavia, obbligare i membri della CoCom a seguire questo passo. Il 18 giugno 1982 il divieto è stato esteso alle filiali di società statunitensi e alle società straniere che producono attrezzature con licenza. Ciò aveva portato alla tensione con i membri europei dei paesi COCOM cui società sono penalizzati dalla extraterritorialità di una decisione degli Stati Uniti, soprattutto perché vedono Reagan paradossalmente sollevare l’embargo sul grano 21a vantaggio dei fornitori statunitensi. I governi francese e britannico apertamente incitato le loro imprese per ignorare le linee guida di Reagan e vis-à-vis il COCOM, costringendo il presidente degli Stati Uniti di revocare l’embargo nel novembre 1982. Il gasdotto alla fine saranno costruite a beneficio della URSS.

Diverse conclusioni da trarre da questa esperienza: possiamo considerare questo incidente come prova che l’unilateralismo degli Stati Uniti ha fallito, piuttosto che ottenere il sostegno degli alleati, gli americani riuscirono a alienarli, in quanto considerate alcune variabili (dipendenza dal gas sovietico, interessi economici) come precedenza sui loro obblighi nei confronti della CoCom.

Poiché l’unilateralismo si è rivelato inadeguato alla fine di questa crisi, l’amministrazione Reagan è stata spinta al multilateralismo per rafforzare, non senza difficoltà, la CoCom dopo il 1982.

Gli Stati Uniti hanno presentato un triplice progetto alla CoCom: ampliare le liste di controllo, rafforzare le sanzioni e rafforzare la struttura istituzionale della CoCom. Gli europei erano pronti a condurre una guerra economica solo se i prodotti interessati erano di importanza militare. Così, all’incontro del 1982, 58 dei 100 prodotti proposti dagli americani furono aggiunti agli elenchi. Inoltre, l’anno successivo l’applicazione diretta dei controlli per i 10 beni prioritari soggetti a diversione e nel 1984 il divieto di esportazione di determinate apparecchiature di comunicazione.22 .

Sebbene questo sviluppo multilaterale della CoCom abbia sollevato crescenti denunce da parte dei funzionari sovietici, questo successo relativo deve essere qualificato per determinati motivi: questi rinforzi sono limitati all’interno dei confini occidentali e sono accompagnati dalla persistente riluttanza degli europei ; gli Stati Uniti hanno rinunciato all’unilateralismo, sono stati costretti a lottare con i partner disposti a seguire le nuove procedure nel lungo termine in cui nuove denunce da loro che hanno ricevuto i freni per la riesportazione di tecnologia degli Stati Uniti come una violazione delle leggi internazionali. Questi controlli interni hanno infine indebolito la volontà dei paesi della CoCom di cooperare, con europei e giapponesi che percepivano le ambizioni unilaterali unilaterali degli americani.

I difetti di questa nuova impostazione verranno scoperti presso lo scandalo Toshiba-Kongsberg nel 1987. Entrambe le società sono state vendute ai sovietici macchine utensili in licenza essenziale per la modernizzazione delle loro sommergibili nucleari di sicurezza più compromettente Europa occidentale 23 . In risposta, il Senato degli Stati Uniti, con l’ emendamento Garn, ha richiesto la chiusura del mercato statunitense a tutte le società che non rispettano le normative di CoCom come sanzioni. Paradossalmente, questa misura è stata sconfessata dall’amministrazione Reagan, che temeva che i paesi europei applicassero le stesse restrizioni alle rappresaglie delle compagnie americane. Inoltre, una tale iniziativa unilaterale avrebbe solo compromesso la CoCom 24 . La via multilaterale doveva essere favorita in cooperazione con il Giappone e la Norvegia. Le sanzioni contro Toshiba e Kongsberg-Vapenfabrik sono state efficacemente implementate in aggiunta al crescente impegno del Giappone nel controllo delle tecnologie sensibili.

L’entità di questa crisi ha portato gli altri membri della CoCom a rafforzare la loro cooperazione con gli Stati Uniti nella CoCom. Questo cambiamento potrebbe essere incoraggiante se tra il 84 e il 89, il FRG non ha violato i suoi obblighi girare consentendo al Imhausen-Chemie per costruire impianto chimico in Libia trascurando di presentare i propri prodotti per il controllo CoCom con la silenziosa complicità delle autorità federali tedesche …

L’avvento al potere di Gorbaciov e allentare le tensioni con gli Stati Uniti completeranno la spesa sarà a convincere Reagan nel 1986 per allentare la sua politica di controllo.

Conclusione: da Ronald a Donald

L’esperienza della CoCom è edificante nel contesto attuale poiché ci consente di mettere la leadershipamericana in prospettiva tra i suoi alleati economici. Se il dominio americano militare e diplomatico rimane una costante oggi nella NATO, il dominio economico è il tallone d’Achille di questa supremazia. È proprio a livello economico che tutta l’eterogeneità del campo occidentale ci viene rivelata alla luce del giorno, ogni paese membro ha specifiche specifiche economiche divergenti su cui gli interessi americani possono inciampare.

Donald Trump, che ha preso le funzioni presidente degli Stati Uniti nel 2016, si trovano di fronte alcune sfide che si affacciava il suo predecessore Reagan. Se l’uso di sanzioni economiche contro la Russia è stata applicata dopo l’annessione della Crimea alla Russia nel marzo 2014, i risultati contrastanti o addirittura controproducente ottenuto non discutere a favore di questa politica. Le relazioni economiche sono intrinsecamente reciproca, le sanzioni sono spade a doppio taglio che possono portare a un punto morto 25

Pertanto, la parte occidentale dell’Unione europea, in particolare la Germania, è più preoccupata di preservare le sue relazioni economiche con la Russia e di conseguenza meno incline ad appoggiare tutte le direttive di Washington.

Di fronte al gasdotto Nord Stream 2 , gli americani possono contare sul sostegno dei paesi membri dell’Europa dell’Est della Three Seas Initiative 26 i cui interessi, come riconosciuto dal generale L. Jones del Atlantic Council , sono ”  più in linea con la percezione americana del mondo rispetto ai nostri tradizionali alleati nell’Europa occidentale  ” 27 .

Anche se gli Stati dovessero cooperare in una politica di boicottaggio contro la Russia, la comunità imprenditoriale che è stata impiantata lì probabilmente esprimerà la sua disapprovazione.

La Russia è un caso speciale nell’approccio alle politiche di guerra economica. Qualunque cosa fosse, secondo Lenin, ”  un semi-coloniale capitalismo monopolista  ” nei giorni di zarista o ”  mercato vincolato  “, secondo Antonio Sutton sotto il comunismo. Questo paese, paradossalmente, sapeva sempre come organizzare questa dipendenza economica e tecnologica pronunciata verso l’Occidente tra i suoi beni fino a renderla reciproca.

Le prospettive economiche offerte dalla Russia e la sua posizione ineludibile sul mercato mondiale susciteranno inevitabilmente l’interesse dei giocatori stranieri che saranno guidati da un irresistibile desiderio di ritorno sugli investimenti. Più capitale dedicherai alla Russia, più saranno riluttanti a qualsiasi politica di sanzioni che renderà la Russia insolvente e metterebbe a repentaglio i loro profitti.

Pertanto, come per il gasdotto Urengoy, nulla può garantire l’annullamento della bozza di Nord Stream 2prevista per il 2019, soprattutto perché gli sforzi degli Stati Uniti per ottenere la cancellazione di Nord Stream 1 nel 2012 non hanno avuto successo.

Come ai tempi della CoCom, non vi è inoltre alcuna garanzia che la minaccia di sanzioni nei confronti di società coinvolte in progetti con la Russia potrebbe dissuaderli dal continuare le loro attività, soprattutto perché questo provvedimento è stato già bruscamente ripudiato da le proteste di Germania e Austria a giugno 2017.

Dovrebbe prendere in considerazione i risultati contrastanti della CoCom sotto Reagan non invitare Trump più circospezione nella tentazione dell’uso dell’arma economica contro la Russia di Putin?

 

Hedi ENNAJI

 

Bibliografia selettiva:

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Guerra economica. Un concetto tutto da scoprire, almeno in Italia_ Intervista a Giuseppe Gagliano, Presidente di Cestudec

Qui sotto il testo di una breve intervista gentilmente concessa ad Italia e il mondo da Giuseppe Gagliano, Presidente di CESTUDEC (Centro Studi Strategici Carlo de Cristoforis)

Il dottor Gagliano, attraverso l’attività del Centro e la produzione di numerosi saggi e libri, è particolarmente impegnato nello studio e nella diffusione in Italia del concetto di guerra economica. Una chiave interpretativa attentamente elaborata negli ambienti di studio della geopolitica negli Stati Uniti e in Francia, messa comunque in pratica scientemente dalle classi dirigenti di gran parte dei paesi impegnati attivamente nell’agone internazionale, ma dal peso purtroppo irrilevante nel dibattito e nelle prassi dei circoli e dei centri decisionali italiani. Un motivo in più per prestare ascolto ad una voce originale nel panorama italiano_Giuseppe Germinario

1) il concetto di guerra economica è oggetto di studio e di pratica istituzionalizzati soprattutto negli Stati Uniti, con numerosi centri ed autori e in Francia con l’omonima scuola di C. Harbulot e dei numerosi manuali da lui prodotti. In Italia sembra avere un ruolo marginale e una minore rilevanza. Se vero, quali sono i motivi?

La concezione francese è profondamente diversa da quella americana poiché pone l’ enfasi sui concetti di guerra della informazione e intelligence economica.In Italia tale concetto non ha un ruolo marginale ma al momento irrilevante a causa di una interpretazione delle relazioni internazionali di tipo tradizionale cioè quello della scuola neorealista o liberale e delle scuole geopolitiche tradizionali.Il paradigma interpretativo elaborato da Christian Harbulot nel corso di vent’ anni consente di leggere in modo nuovo le relazioni internazionali.

2) Esiste una diversa accezione di guerra economica connessa alla diversa capacità di potenza ed influenza degli stati?

Se inquadriamo questa prassi conflittuale   nel contesto internazionale alla luce della riflessione della Ege cambiamo le modalità di attuazione ma non la guerra economica in quanto tale.

3) Il concetto di guerra economica necessita di qualche rivisitazione in una fase di multipolarismo incipiente?

Al contrario perché la guerra economica che è bene ricordare è solo una modalità della conflittualità internazionale è uno strumento ermeneuticamente efficace per comprendere la sintassi delle relazioni internazionali multipolari.

4) In Italia, l’applicazione del concetto sembra relegato con qualche efficacia agli ambienti delle residue grandi aziende strategiche, in particolare l’ENI; se confermato quanto questo corso penalizza il paese e in che misura si può creare una divaricazione di interessi?

Bisogna essere molto chiari su questo punto.Nessuno ha teorizzato le modalità di guerra economica della Eni almeno secondo la logica della Scuola di guerra economica francese.Ad ogni modo l’ assenza di una riflessione sulla guerra economica da parte delle aziende costituisce, come da parte delle istituzioni accademiche italiane e degli istituti di politica internazionale, un limite rilevante che andrà a danneggiarle profondamente perché creerà un gap con quelle che la attuano servendosi della esperienza e della consulenza di esperti in intelligence economica( per la Francia penso a Spin partner, Adit etc).Attraverso il nostro network e cioè il Cestudec da otto anni stiamo cercando di sensibilizzare le istituzioni su questa tematica.