Ilva, il destino metaindustriale infranto: una storia italiana di acciaio e di crisi _ di Antonio Rossello
Ilva, il destino metaindustriale infranto: una storia italiana di acciaio e di crisi
Sottotitolo: Dalle origini genovesi del 1905 al declino degli altiforni di Taranto, il racconto epico di una società che ha smarrito la propria ragione industriale per diventare ostaggio di interessi altri
Tag: Ilva, siderurgia, Taranto, privatizzazioni, metaindustriale
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Nel principio fu la fusione. Nel 1905, a Genova, un gruppo di capitalisti lungimiranti costituì la Società anonima Ilva con un obiettivo chiaro e circoscritto: costruire uno stabilimento siderurgico a ciclo integrale alle porte di Napoli, a Bagnoli, per sfruttare il minerale di ferro dell’isola d’Elba. La ragione industriale era semplice e potente: produrre acciaio dal minerale, trasformare la materia grezza in infrastrutture, binari, navi, ponti, armi. Era l’industria pesante nella sua accezione più pura, quella che forgiava le nazioni. Nel 1911, con il Consorzio Ilva, la società assunse la gestione di un complesso di stabilimenti che comprendeva Elba, Alti Forni, Fonderie e Acciaierie di Piombino, Ferriere Italiane, Siderurgica di Savona e Ligure Metallurgica. Era l’alba di un impero siderurgico.
Negli anni Trenta, la mano pubblica intervenne. L’IRI acquisì Ansaldo, Ilva e Terni, dando vita a un polo siderurgico a controllo statale che avrebbe segnato la storia economica italiana per mezzo secolo. Nel 1937 nacque la Finsider, una finanziaria creata per gestire il patrimonio economico e finanziario dell’Ilva e delle sue controllate. La dialettica tra pubblico e privato cominciava a delinearsi come il vero motore della vicenda siderurgica nazionale.
Il 1961 fu l’anno della svolta epocale. La fusione tra Ilva e Cornigliano diede vita all’Italsider, che divenne la maggiore azienda siderurgica italiana e una delle prime in Europa. Il progetto del IV Centro Siderurgico a Taranto, concepito nel 1961 e entrato in esercizio nel 1965, rappresentò l’apice di questa espansione. Taranto non era una scelta casuale: la città offriva un porto naturale, manodopera a basso costo e la promessa di un Mezzogiorno finalmente industrializzato. Il ciclo integrale — altiforni, acciaierie, laminatoi — faceva di Taranto il cuore pulsante dell’acciaio italiano. Negli anni Settanta, il centro siderurgico sfornava quasi la metà della produzione totale dell’Italsider, percentuale che nel 1980 raggiunse il 60 per cento. A Genova, Cornigliano brillava come polo laminatorio; a Novi Ligure sorgeva un complesso di laminazione a freddo; a Piombino, a Bagnoli, a Marghera, a Salerno, l’acciaio italiano si diffondeva come una religione industriale.
Ma la grandezza nascondeva crepe profonde. La crisi degli anni Settanta, lo shock petrolifero, la concorrenza internazionale e la rigidità del sistema pubblico cominciarono a erodere la competitività dell’Italsider. Bagnoli chiuse i battenti, Cornigliano fu ceduto, Piombino venduto al gruppo Lucchini. Nel 1988, Italsider e Finsider furono messi in liquidazione. La denominazione Ilva fu ripresa per designare ciò che restava: un nucleo di stabilimenti in cerca di un destino.
La privatizzazione arrivò nel 1995. L’IRI, nell’ambito della dismissione delle aziende metallurgiche di Stato, cedette l’Ilva Laminati Piani alla RILP, società del gruppo Riva, la famiglia bresciana che aveva costruito il proprio impero sull’acciaio. Emilio Riva, con un rilancio vincente, si aggiudicò il cuore dell’ex colosso pubblico. Era l’inizio di una nuova era, ma anche di una nuova illusione. Il gruppo Riva promise investimenti, ambientalizzazione, rilancio. Le promesse si scontrarono con la realtà di un impianto enorme, tecnologicamente avanzato ma ambientalmente insostenibile.
Nel 2012, l’inchiesta della magistratura di Taranto sulla diossina e sulle emissioni nocive portò al sequestro degli impianti e al commissariamento dell’azienda. Da quel momento, l’Ilva divenne un caso nazionale: un’azienda di interesse strategico nazionale, ma incapace di conciliare produzione e salute. Nel 2017, la cessione ad ArcelorMittal segnò un nuovo passaggio di mano, ma le difficoltà non si placarono. Gli azeri di Baku Steel e gli indiani di Jindal si affacciarono alla porta, senza successo. Nel 2023, il ritorno dello Stato con Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria fu l’ultimo tentativo di salvare il salvabile.
Oggi, nell’ottobre del 2026, la vicenda giunge al suo epilogo tragico. La Corte d’Appello di Milano ha confermato il fermo dell’altoforno di Taranto, e la Cassazione deciderà il 20 ottobre il destino definitivo dell’area a caldo. I posti di lavoro a rischio sono 3.800 diretti e 4.200 nell’indotto. Il governo ha varato un decreto da 187 milioni per mantenere gli impianti in riscaldo fino al 15 dicembre, ma la protesta dei lavoratori non si ferma. Scioperi di 24 e 48 ore, presidi, fuochi accesi davanti ai cancelli: le tute blu chiedono garanzie reali, un piano industriale concreto, la nazionalizzazione come unica strada per guidare la transizione.
Qui si consuma il destino metaindustriale infranto. Che cosa significa, esattamente, metaindustriale in senso teleologico? Significa che gli scopi di un’impresa, originariamente circoscritti alla sua ragione industriale — produrre acciaio, generare valore, occupare manodopera — sono stati progressivamente sussunti da interessi più ampi e generali di natura individuale, politica, finanziaria, ambientale e sociale. L’impresa non è più un fine in sé, ma un mezzo per altri fini. La sua teleologia si è frantumata in una molteplicità di teleologie concorrenti, spesso incompatibili tra loro.
La ragione industriale originaria dell’Ilva era chiara: produrre acciaio a ciclo integrale per alimentare la crescita economica nazionale. Era un fine produttivo, concreto, misurabile. Ma nel corso del Novecento, e soprattutto dopo la privatizzazione, questo fine è stato oscurato da altri scopi. Lo Stato voleva mantenere l’occupazione nel Mezzogiorno, anche a costo di sussidi e protezionismi. I privati volevano massimizzare il profitto, anche a costo di disinvestire e licenziare. I sindacati volevano difendere i posti di lavoro, anche a costo di ritardare la decarbonizzazione. Le comunità locali volevano salute e ambiente pulito, anche a costo di chiudere la fabbrica. L’Europa voleva concorrenza e rispetto delle regole, anche a costo di lasciare l’Italia senza acciaio primario.
In questa cacofonia di teleologie, l’impresa ha perso la sua anima industriale. È diventata un campo di battaglia per interessi altri, un oggetto conteso anziché un soggetto produttivo. La definizione di “metaindustriale” che qui si propone non è quella di una società post-industriale, ma di una società in cui l’industria è diventata metafisica: un’entità astratta, simbolica, politica, che ha smarrito il contatto con la sua materialità produttiva.
Questa concettualizzazione trova fondamenti in diverse tradizioni di pensiero. In economia, la teoria della crescita dell’impresa di Edith Penrose ci ricorda che le imprese crescono per sfruttare risorse interne, ma quando queste risorse vengono assorbite da interessi esterni, la crescita si arresta e la traiettoria si frantuma. In sociologia, la critica di Ariel Salleh al concetto di lavoro metaindustriale — inteso come lavoro riproduttivo, non remunerato, ai margini del sistema capitalistico — offre una chiave per leggere l’Ilva non come un’azienda che produce acciaio, ma come un sistema che produce consenso, conflitto, identità, e persino malattia. La società metaindustriale, come descritta da alcuni autori, è caratterizzata dalla centralità dell’immateriale, dei servizi, della conoscenza. Ma l’Ilva non è mai diventata immateriale: è rimasta materialissima, fatta di altiforni, cokerie, minerali, polveri, diossina. Eppure, la sua gestione è diventata immateriale, astratta, prigioniera di logiche finanziarie e politiche che nulla hanno a che vedere con la produzione dell’acciaio.
In storia economica, la vicenda dell’Ilva è un caso esemplare di ciò che alcuni studiosi chiamano “deindustrializzazione senza reindustrializzazione”: la perdita di capacità produttiva non è compensata dall’emergere di nuove attività manifatturiere, ma solo da servizi a basso valore aggiunto e da rendite finanziarie. In storia sociale, è la storia di una classe operaia che ha lottato per decenni per difendere il proprio lavoro, salvo scoprire che il lavoro stesso era diventato un oggetto di scambio politico, non più un diritto.
Il destino metaindustriale infranto dell’Ilva è, in ultima analisi, il destino di un’intera nazione. L’Italia è un Paese industriale che non ama l’industria. Vuole i benefici dell’acciaio — auto, elettrodomestici, infrastrutture — ma non vuole gli altiforni che lo producono. Vuole la salute, ma non vuole il lavoro che la finanzia. Vuole la decarbonizzazione, ma non vuole pagarne il costo. In questa contraddizione, l’Ilva è il simbolo di un patto sociale infranto, di una promessa industriale tradita, di un futuro che non è mai arrivato.
Mentre gli altiforni di Taranto si spengono lentamente, mantenuti in un riscaldo che sa di agonia, resta la domanda: può un Paese industriale fare a meno della produzione di acciaio primario? La risposta corretta, ma politicamente scorretta, sarebbe no. Ma la verità è che l’Italia ha già scelto. Ha scelto di non scegliere, di rinviare, di demandare. Ha scelto il metaindustriale: un’industria senza industria, un acciaio senza fabbrica, un destino senza teleologia. E il prezzo di questa scelta lo pagano gli operai, le loro famiglie, le città che hanno creduto nell’acciaio. Lo pagano oggi, con la cassa integrazione, con lo sciopero, con la paura. Lo pagheranno domani, quando l’Italia scoprirà di aver bisogno di acciaio e di non averlo più.
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