A.A.V.V. (a cura di Chantal Mouffe) La sfida di Carl Schmitt, a cura di Teodoro Klitsche de la Grange

A.A.V.V. (a cura di Chantal Mouffe) La sfida di Carl Schmitt, Novaeuropa, € 23,00, pp. 346.

Questo libro è stato pubblicato nel 1999 e tradotto ed edito in Italia solo due mesi fa. Preme sottolinearlo per due ragioni.

La prima, che l’attualità del pensiero di Schmitt, morto nel 1985, è stata confermata proprio dagli eventi succedutisi al collasso del comunismo e del (conseguente) mondo bipolare; e in particolare da quelli del secolo corrente.

La seconda che i vent’anni trascorsi tra l’edizione inglese e quella italiana del libro confortano anche le (polifoniche) interpretazioni di aspetti delle concezioni politico-giuridiche di Schmitt raccolte nel volume: da quello filosofico (Dotti e Zizek) a quello politico-istituzionale (Mouffe, Dyzenhaus, Ananiadis) giuridico (Carrino e Preuss), solo per citare parte dei contributi raccolti nel volume.

Ricordiamo a titolo d’esempio il contributo di Chantal Mouffe, sul confronto di Schmitt con la democrazia liberale. Parte dell’esigenza del confronto: “i teorici politici, in modo da portare avanti un concetto di società liberal-democratica capace di ottenere l’attivo supporto dei propri cittadini, devono essere disponibili a  confrontarsi con le tesi di coloro i quali hanno sfidato le dottrine fondamentali del liberalismo… La mia intenzione… è quella di contribuire ad un simile progetto attraverso l’esame della critica schmittiana alla democrazia liberale. Infatti, sono convinta che un confronto con il suo pensiero ci permetterà di riconoscere – e, pertanto, essere in una migliore posizione per cercare una negoziazione – un importante paradosso inscritto nella reale natura della democrazia liberale”. Analizzando in specie l’esigenza di omogeneità nella cittadinanza, sostenuta da Schmitt, la politologa belga scrive “la sua teoria è che la democrazia richiede una concezione di uguaglianza come sostanza , e che non può soddisfare se stessa con concetti astratti come quello liberale. Dato che l’uguaglianza è politicamente interessante ed inestimabile solo fintanto che ha sostanza, egli pone la questione del rischio e la possibilità dell’ineguaglianza. In modo da essere trattati come uguali, i cittadini devono, così dice, essere parte di una sostanza comune”.

Di conseguenza l’idea di uguaglianza (in primo luogo) politica di tutti gli uomini non fornisce alcun criterio per stabilire delle istituzioni politiche. “Nella sua prospettiva, quando parliamo di uguaglianza, dobbiamo distinguere tra due idee differenti: quella liberale e quella democratica. La concezione liberale postula che ogni persona è, in quanto persona, automaticamente uguale ad ogni altra persona. La concezione democratica, però, richiede la possibilità di distinguere chi appartiene al demos e chi gli è estraneo; per questa ragione, essa non può esistere senza il necessario correlativo dell’ineguaglianza”. Si è uguali (politicamente) se si appartiene allo stesso demos, che fonda anche la differenza rispetto a coloro che non ne fanno parte. Il concetto democratico di uguaglianza si fonda su tale distinzione. “Ecco perché dichiara che il concetto centrale di democrazia non è «umanità» ma il concetto di «popolo», e che non ci potrà mai essere una democrazia del genere umano. La democrazia può esistere solo per un popolo”. Prosegue confrontando il pensiero di Schmitt con quella della “democrazia deliberativa” (in particolare di Habernas).

Tanto per ricordare un evento che (clamorosamente) conferma la tesi “sostanzialista” di Schmitt, decisiva nelle democrazie politiche, questo fu proprio il collasso del comunismo e il fallimento del “Trattato dell’Unione” proposto da Gorbaciov per l’URSS, nel quale si prevedevano istituzioni democratiche al posto del centralismo oligarchico comunista. Dato che i tanti popoli dell’URSS erano poco o punto omogenei come un baltico protestante può esserlo con uno slavo ortodosso o un turco ottomano, conciliarli  in una democrazia politica era impresa mai riuscita (e neppure – che ci risulti – tentata). Di guisa che, più realisticamente, Eltsin con la CSI dette il “rompete le righe” alle repubbliche ex-sovietiche.

Passiamo ad un altro saggio: quello di Carrino che riguarda la concezione giuridica di Schmitt. Carrino parte dal saggio Dic Lage der europaischen Rechtswissenschaft: “il saggio mostra la fondamentale importanza della struttura giuridica del pensiero schmittiano – vale a dire, il ruolo centrale dello jus nella struttura dei lavori di Schmitt che non sono basati su una dottrina giuridica ma, piuttosto, sulla realtà concreta”. Per molti anni, non solo in Italia, lo studio di Schmitt è stato lasciato a politologi, filosofi e storici, mentre Schmitt, ancora poco prima di morire, diceva “sarò un giurista finché morirò”. Scrive Carrino “Proprio per questo motivo il suo saggio sulla scienza giuridica europea dovrebbe essere letto en juriste, nella consapevolezza del fatto che egli fu un grande giurista, e che non fu interessato meramente alle meccaniche del diritto; ma, al contrario, era anche aperto ad una prospettiva più ampia della cultura giuridica e della civiltà legale”. Carrino nota che la critica alla modernità del giurista di Plettemberg comincia con l’opposizione alla metodologia cartesiana “Schmitt è un realista, un uomo per il quale le cose hanno una loro durevole realtà” onde “Il decisionismo schmittiano (che in questo senso mai fallisce) è il suo proprio realismo perché è la realtà che decide in favore o contro il soggetto, a volte frantumandolo o superandolo…Il diritto è parte di questa realtà – o, piuttosto, è identificato con la realtà, che lo stesso Schmitt ha definito come «l’ordine giuridico concreto» o jus (successivamente conosciuto come nomos), che è, a sua volta, il diritto separato dalla legge positivista. Schmitt concepisce il diritto non come un obbligo, puro Sollen, ma come un modo di essere. Il Sein nel pensiero di Schmitt non è in contrasto con l’obbligo (Sollen), come nel caso del pensiero di Kelsen; ma è, tuttavia, in contrasto con il Nicht-Sein”.

L’esistenza della comunità politica e la necessità (assoluta e prevalente) di proteggerla è la suprema lex, e non il positivismo di norme, scivolato poi nel positivismo di valori, che ha connotato la dottrina costituzionalista italiana (e non solo) del secondo dopoguerra, e in parte continua ancora.

Anche qui, se la decisione concreta diventa quella di Machiavelli tra serbare gli ordini e rovinare, o per non rovinare, romperli, normativismi, codici, commi e così via devono essere (almeno) sospesi – al fine di conservare l’esistenza – e il modo di esistenza della comunità. Ne abbiamo avuto conferme anche recenti. E si potrebbe continuare così per gli altri contributi, alcuni dei quali relativi ad aspetti dell’opera di Schmitt poco frequentati, almeno in Italia (come i saggi di Ananiadis e Colliot-Thélène.). Al lettore, cui si consiglia, il compito (e il piacere) di scoprirli.

Teodoro Klitsche de la Grange

SOVRANITÁ E DIRITTO GLOBALE, di Teodoro Klitsche de la Grange

SOVRANITÁ E DIRITTO GLOBALE

Tra le novità che il pensiero unico anti-sovranista ci dispensa per esorcizzare l’avversario in crescita ce n’è una poco trattata nei mass-media. Ovvero che il sovranismo (meglio la sovranità) degli Stati sarebbe uno strumento superato perché il “diritto globale” (e globalizzato) avrebbe escogitato un sistema più raffinato per diminuire i conflitti: istituire dei Tribunali internazionali. I quali, in effetti, nel secolo passato sono aumentati. Non tanto e non solo quelli penali, quanto le Corti che giudicano su particolari materie (dalla pesca, all’ambiente, dalla concorrenza alle scorie radioattive).

Va da se che a questo si associa il consueto disprezzo/deprecazione per il sovranista che non avrebbe compreso (o non vuole comprendere) come non vi sia bisogno di attizzare conflitti e deciderli autonomamente: basta istituire (o, se c’è, adire) un Tribunale internazionale che giudichi delle pretese delle parti. Qualsiasi tipo di ostilità (e al limite, di guerra) e controversia, o almeno gran parte, sarebbe così justiciable, cioè conoscibile e decidibile da un giudice (si spera anche “terzo”). Il vantaggio di tale “sistema” consisterebbe nell’eliminazione/riduzione dei conflitti e, in certi casi, delle guerre. La decisione del Tribunale sarebbe così alternativa a quella della guerra.

Tale tesi è per lo più esposta da giuristi di sinistra, i quali non sembrano imbarazzati dal ripetere così quel che scriveva De Maistre “Partout où il n’y a pas sentence, il y a combat[1]. Tesi che esprimeva nel libro II° del Du Pape, una delle più razionali (ed appassionate) trattazioni della ineluttabilità (e degli inconvenienti) della sovranità[2].

Gli argomenti che si adducono a favore della tesi in esame hanno però più di un limite, che li rende contraddittori. Vediamo quali.

In primo luogo si adduce l’argomento il quale coniuga la competenza agli interessi..

Come a livello locale gli interessi locali sono attribuiti al Comune (alla Provincia, Regione ecc.) laddove vi siano interessi a livello planetario o almeno sovrastatale devono, proprio perché eccedenti  l’ambito nazionale, essere regolati a livello sovrastatale.

Se si può essere d’accordo che una regolazione statale d’interessi eccedenti il territorio dello stato corre il rischio di essere poco efficace e al limite inutile, altro è farne conseguire che per avere quelle regole occorra un ente (organo, ufficio) internazionale che le detti e giudichi le relative controversie. In effetti la regola può essere posta o consensualmente (tramite un accordo) o unilateralmente (con un comando dell’uno all’altro soggetto).

Quanto al primo – normale nel diritto internazionale (e, ovviamente, non solo in questo) – si realizza con trattati, il fondamento dei quali è proprio che a negoziarli, deciderli, applicarli sono degli Stati sovrani. I quali se non fossero sovrani, non potrebbero né obbligarsi né essere responsabili dell’esecuzione. O quanto meno avere una capacità internazionale limitata, corrispondente alla propria sovranità.

Come scriveva Santi Romano “effetto della mancanza di sovranità è la limitazione della capacità internazionale degli Stati protetti o tutelati”[3].

E il tutto si ripercuote non soltanto sulla capacità internazionale ma anche sulla responsabilità per eventuali illeciti. Lo Stato dipendente (protetto, federato) il quale non gode di (piena) sovranità risponde, soltanto nei limiti delle attività che può svolgere, nei confronti (anche) degli altri soggetti internazionali; ma per i rapporti di competenza dello Stato protettore, a seconda dei casi può (o deve) rispondere quest’ultimo.

Contrariamente a quanto pensano certi globalisti è proprio la sovranità a fondare la capacità di obbligarsi e il dovere di responsabilità. È ad essa quindi che dobbiamo la possibilità di esistenza (ed applicazione) di norme giuridiche pattizie.

In secondo luogo, e strettamente connesso al precedente, le regole possono emanarsi sia con accordi liberamente assunti dai soggetti che con comandi che un soggetto da agli altri. Per cui se una dimensione d’interessi è di competenza di più Stati la relativa regolazione può essere data con accordi tra gli Stati coinvolti, proprio in forza di quella – tanto disprezzata e deprecata – sovranità. In alternativa uno Stato (o un’altra istituzione) che si trova a esercitare poteri di comando sugli altri, può ordinare che valga la regolazione da esso imposta; non è vero quindi che la sovranità ostacoli la regolamentazione; ma è verissimo che impedisce che sia imposta una normativa non pattizia.

In terzo luogo, si ritiene che i globalizzatori sono coloro che sostengono gli interessi dell’umanità, mentre i sovranisti quelli particolari degli Stati.

Tale affermazione è assai discutibile in fatto, perché presuppone che chi afferma di sostenere quelli dell’umanità, abbia il potere di comandare a coloro che dicono di sostenere quelli dei popoli. Ma questo a sua volta presuppone che gli uni e gli altri siano in buona fede. Il che, a quasi cinque secoli dalla pubblicazione del “Principe” appare un atto di fiducia (e credulità) foriero di molte delusioni. Avete mai sentito parlare di propaganda?

E sostenere che un soggetto concreto debba essere sottoposto alla decisione di un altro soggetto concreto – nella specie un organismo internazionale ovvero (forse) una coalizione di Stati – perché questo tutela (interessi, valori o quant’altro) di carattere superiore ripete, mutatis mutandis la controversia tra Hobbes e i teologi cattolici della controriforma sul rapporto tra autorità spirituale (il Papa) e temporale. Come scrive Schmitt, il filosofo inglese “mette in discussione la pretesa che il potere statale debba essere soggetto al potere spirituale, poiché quest’ultimo costituisce un ordinamento superiore”[4].

La tesi di Hobbes era in polemica con quella di S. Roberto Bellarmino, il quale difendeva la concezione della potestas indirecta in temporalibus del Pontefice. Il filosofo di Malmesbury la contestava con pluralità di argomenti: che manca il consenso dei governati[5], ma solo la pretesa di aver avuto tale potere da Dio[6] ed il potere, a parte il fondamento, è sempre lo stesso[7]. Quando poi controbatte l’argomento del Bellarmino sulla gerarchia dei poteri (che si riflette in gerarchia delle persone), applica in un certo senso il rasoio di Ockam: il rapporto di potere – ossia di comando/obbedienza è relazione tra persone concrete e non entità astratta[8].

Se si fanno discendere dal cielo alla terra le argomentazioni del teologo e del filosofo, la somiglianza tra la concezione del primo con quella dei globalisti è evidente.

Entrambe sono volte a provare il diritto di chi detiene (o sostiene di possedere) un potere superiore a comandare coloro che ne esercitano uno inferiore. Là per volontà divina e per il bene delle anime, qua per coinvolgimento di un numero maggiore di esseri umani – fino all’intera umanità ed al suo territorio, il pianeta – e per la bontà delle intenzioni. La novità di questa concezione, rispetto a quella, oggigiorno enormemente più invocata, dei “diritti umani” è di argomentare più dagli interessi che dai valori.

Ma le fallacie in cui incorre solo le stesse: la non necessità di istituzioni apposite (sia che si tratti di Stato che di enti, Tribunali ed altro) per regolare ciò che è comune a più popoli, e la ineluttabile necessità, di converso, se si vuole imporre la decisione (maggioritaria?) ai dissenzienti. Il problema poi sotteso è di  come imporre ai recalcitranti sia le istituzioni globali sia le di esse decisioni. Si fa loro la guerra? E giacché col farlo si viola il buonismo/irenismo imperante – oltre che essere gravemente contraddittorio con lo stesso -, le si deve cambiare nome.

Escamotage già usato con le operazioni di polizia internazionale -, ossia le guerre promosse e condotte da coalizioni di Stati benintenzionati contro Stati canaglia dissenzienti e malintenzionati. Così violando i principi del diritto internazionale Westphaliano, in primo luogo che par in parem non habet jurisdictionem. Che invece in nome di un interesse superiore si pretende di avere. Meglio allora un sistema  che, con tutta le sue crepe, si basa ancora sulla sovranità. E, di conseguenza, sul diritto dei popoli a scegliere il proprio destino.

Teodoro Klitsche de la Grange

 

[1] Du Pape II, 1

[2] Il popolo è fatto per il sovrano, come il sovrano per il popolo; e l’uno e l’altro esistono (son faits) perché ci sia una sovranità … Nessun sovrano senza nazione, come nessuna nazione senza sovrano”. Op. loc. cit..

 

[3] Corso di diritto internazionale, Padova 1933, p. 117 e prosegue “limitazione che si ha non solo verso lo Stato protettore o la Società delle nazioni, ma anche verso i terzi, il che conferma che non si tratta di semplici obbligazioni, ma di una posizione personale… data la grande varietà che il protettorato può assumere, è difficile formulare principii generali, ma si può affermare che essi implicano sempre una limitazione della capacità di diritto e inoltre la perdita in taluni casi, o la diminuzione in altri, della capacità di agire”

[4] Teologia politica in Le categorie del politico, Bologna 1972, p. 57; e prosegue “Ad una argomentazione del genere egli risponde: se un «potere» (power, potestas) dev’essere sottoposto all’altro, ciò significa soltanto che colui che ha il primo potere dev’essere sottoposto a colui che ha l’altro potere… Ciò che gli è incomprensibile («we cannot understand») è che si parli di sopra-ordinato e di sub-ordinato, preoccupandosi però nello stesso tempo di rimanere sul piano astratto. «Infatti soggezione, comando, diritto e potere riguardano non poteri ma persone»”. Cosa che invece i globalisti ritengono opportuno fare.

[5] v. Leviathan parte III, c. XLII “Quando si dice che il Papa non ha – nel territorio degli altri Stati – il supremo potere civile direttamente, noi dobbiamo intendere che egli non pretende ad esso – come gli altri sovrani civili – in virtù della originale sottomissione di coloro, che debbono essere governati, poiché è evidente, ed è stato già sufficientemente dimostrato in questo trattato, che il diritto di ogni sovrano deriva originariamente dal consenso di ognuno di quelli, che debbono essere governati, sia che lo scelgano per comune difesa contro un nemico, come quando si accordano tra di loro, per eleggere un uomo od un’assemblea di uomini, affinché li proteggano; sia che lo facciano per salvare la propria vita, sottomettendosi ad un nemico conquistatore”.

[6] “ma non cessa tuttavia dall’invocare il suo diritto da un’altra parte, cioè – senza il consentimento di quelli, che debbono essere governati – per un dritto datogli da Dio” op. loc. cit.

[7] “Ma da qualunque parte egli lo pretenda, il potere è lo stesso, e – se fosse accolto come un diritto – egli potrebbe deporre principi e governi, sempre che ciò fosse per la salvazione delle anime, cioè sempre che gli piacesse, poiché egli pretende per sé anche l’assoluto potere di giudicare se ciò sia per la salvazione delle anime umane o no” e prosegue “Questa distinzione tra potere temporale e spirituale non è infatti che di parole; ed il potere vien realmente diviso, ed in modo altrettanto dannoso per tutti i riguardi, tanto col far partecipe altrui di un potere indiretto, quanto di un potere diretto” op. loc. cit.

[8] “Non vi sono che due modi, per i quali queste parole possano dare un senso; poiché, quando noi diciamo che un potere è soggetto ad un altro potere, il senso è o che colui, che ha l’uno, è soggetto a colui, che ha l’altro, o che l’un potere sta all’altro, come i mezzi al fine. Infatti noi non possiamo intendere che un potere abbia il potere sopra un altro potere, o che un potere possa avere il diritto di comandare sopra un altro, poiché la soggezione, il comando, il diritto ed il potere sono accidenti non dei poteri, ma delle persone…Quando il Bellarmino dice che il potere civile è soggetto allo spirituale, egli intende dire che il sovrano civile è soggetto al sovrano spirituale” op. loc. cit..

Jean-François Kervégan Che fare di Carl Schmitt?, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Jean-François Kervégan Che fare di Carl Schmitt? Ed. Laterza, Bari 2016, pp. 235, € 24,00

La frase che sintetizza questo saggio è come “pensare con Schmitt contro Schmitt”. La contraddizione che ne emerge è quella consueta: tra un pensiero tuttora fecondo e in grado di spiegare – almeno in parte – il nostro presente politico e l’adesione del giurista di Plettemberg al nazismo che lo rende maledetto al “pensiero unico”.

Contraddizione particolarmente avvertita in Italia e in Francia.

In Italia il pensatore tedesco era stato “cancellato” prima della renaissance avviata dalla pubblicazione nel 1972 a cura di Miglio e Schiera della silloge dei suoi scritti “Le categorie del politico” seguita nei decenni successivi dalla traduzione e pubblicazione di (quasi) tutti gli scritti di Schmitt. Di guisa che nel “coccodrillo” di Maschke pubblicato da Deer Staat dopo la morte di Schmitt, si ascriveva all’Italia il merito di aver svolto la parte più importante nel recupero del pensiero schmittiano – spesso ad opera di studiosi marxisti.

Valutazione che l’autore condivide “Non è azzardato affermare che in Italia, a partire dagli anni Settanta, sono stati pubblicati alcuni dei migliori contributi alla letteratura critica su Carl Schmitt”. Kervégan sostiene che “Se esiste un «caso Schmitt» è proprio perché questo autore, insieme alle sue divagazioni naziste, ha scritto opere che sono da annoverare tra le più importanti e potenti della teoria giuridica e politica del XX secolo”. E ciò che rende la sua opera utilizzabile “in modo perverso” per legittimare l’aggressività nazista è ciò che la fa spesso interessante e fertile “Non ci sono due Carl Schmitt, il buono e il cattivo Schmitt, ma c’è uno spirito brillante che si è sforzato, con la stessa agilità intellettuale, di rilevare le contraddizioni del pensiero liberal-democratico e di giustificare la politica di Hitler”. E soprattutto la fecondità e l’attualità di molte intuizioni di Schmitt, spesso in grado di spiegarne cause e dinamiche.

Tra questi ne ricordiamo tre.

La prima è la situazione del mondo dopo il crollo del comunismo.

Scrive Kérvegan “Tra il 1991 e il 2001 si è voluto – e fino a un certo punto si è potuto – credere che l’umanità vivesse finalmente in un mondo comune, unificato dalle medesime aspirazioni e scelte fondamentali. L’autore di La fine della storia e l’ultimo uomo, Francis Fukuyama è stato il corifeo di questa convinzione …. scomparsi i concorrenti (fascismo, comunismo), non c’è più che un solo paradigma di vita buona: quello offerto dalla democrazia occidentale (o più esattamente nordamericana)” ma gli attentati dell’11 settembre hanno posto fine a queste speranze passeggere e ci hanno messi dinanzi al fatto che la morte di un nemico non comporta la scomparsa dell’ostilità; e dobbiamo ricordarcene ancor più dopo l’eliminazione di Bin Laden”. Schmitt già negli anni ’30 notava che con il concetto di guerra giusta, e la moralizzazione del nemico, si andava di pari passo verso la tendenza contemporanea alla “moralizzazione delle questioni giuridiche (e) alla destabilizzazione delle relazioni internazionali. Il deperimento dello Stato come justus hostis, titolare esclusivo dello Jus belli e del pari del principio internazionalistico par in parem non habet jurisdictionem, sono ora tutti nella concezione globalista-mercatista (e imperialista) della universalità dei diritti umani, della criminalizzazione di governi recalcitranti e relative operazioni di “polizia internazionale”. Agli albori di questa evoluzione Schmitt contrapponeva il concetto di grossraum, di grandi aree geopolitiche in cui l’egemonia di una potenza manteneva – nello spazio planetario – il pluralismo anche se non nella forma dello jus publicum europaeum. Che questa sia poi la configurazione che sta assumendo il pianeta è evidente: l’idea di un universalismo incentrato sull’egemonia USA è venuta meno; non foss’altro (basta e avanza) perché Cina e Russia non sono d’accordo, ma anche l’India e non pochi altri Stati.

Il secondo è la brillante analisi di Schmitt sulla successione, nello spirito europeo, di zone centrali “zentragebiet” di riferimento spirituale, che comporta corrispondenti discriminanti dell’amico-nemico.

Anche qui il diffondersi nell’area euroamericana una nuova scriminante del politico, segnata dalla crescita di leader e movimenti populisti anti-globalisti, dopo il venir meno della vecchia contrapposizione borghesia/proletariato, conferma la tesi di Schmitt, sulla neutralizzazione delle vecchie scriminanti e la (ri)-politicizzazione con le nuove. Neutralizzata la scriminante borghesia/proletariato, è succeduta la nuova identità/globalizzazione.

Il terzo punto è il rapporto tra politico e diritto. La tendenza a neutralizzare il diritto, basata sulla separazione tra momento fondativo (sicuramente politico) che viene dai normativisti occultato nella successiva situazione di normalità dell’ordine costituito. Così il normativismo “concepisce la Costituzione come un ordine in sé chiuso, avendo la pretesa di ignorare quanto essa dipenda non dal diritto ma dalla politica”. Di conseguenza l’elisione positivistica dell’atto costituente “è insostenibile sotto ogni punto di vista: la Costituzione non è «nata da se stessa», contrariamente a quanto le finzioni normativistiche fanno credere”. Un normativista crede “in modo ingenuo che una decisione maggioritaria del Parlamento basti a trasformare l’Inghilterra in una Repubblica dei Soviet, il decisionista ritiene che solo un atto politico del potere costituente … può abrogare o modificare le decisioni politiche fondamentali che formano la sostanza della Costituzione. Onde “nessun atto che emani da un potere costituito (da un organo costituzionale) potrebbe modificarla, a meno che non si verifichi una rivoluzione che implichi la distruzione dell’ordine costituzionale esistente”. La connessione stretta tra politico e diritto impedisce o almeno ridimensiona gli idola diffusisi nel secolo scorso, che proprio sulla elisione/sottovalutazione del politico si fondano: l’esaltazione del ruolo dei Tribunali internazionali con competenze di carattere penale e civile; la “sacralizzazione” dell’articolato costituzionale, che dall’elisione del potere costituente guadagna in staticità (giustamente Hauriou criticava Kelsen perché la di esso concezione  del diritto era essenzialmente statica); la crescita dell’importanza delle Corti Costituzionali divenute  – attraverso  meccanismi interpretativi ed anche per le antinomie normative – le uniche competenti a “aggiornare” la Costituzione.

Tali esempi, tra altri, dimostrano le fecondità del pensiero di Schmitt per interpretare il presente, che Kervégan sottolinea pur con l’avvertenza del “cattivo uso” che se ne può fare, soprattutto da parte di un potere totale. Per chi, come oggi, vive la fase estrema di un potere di classi dirigenti decadenti non può far altro che adattare a Schmitt l’omaggio che questi faceva a Hobbes nel concludere il saggio sul Leviathan “non jam frustra doces, Carl Schmitt”.

Teodoro Klitsche de la Grange

 

INTERVISTA A THOMAS HOBBES, di Teodoro Klitsche de la Grange

INTERVISTA A THOMAS HOBBES

La riduzione del numero di parlamentari in uno Stato che non ha tendenza ad autoridursi, ha suscitato un dibattito caratterizzato da svariate posizioni, ad onta del voto parlamentare pressochè unanime. Abbiamo provato a chiedere un’opinione a Thomas Hobbes, che della rappresentanza politica è stato uno dei maggiori (e primi) teorici.

Che ne pensa della riduzione del numero dei parlamentari?

Come ho sempre sostenuto le forme di Stato si distinguono se il sovrano è uno, pochi o tutti, cioè col numero di coloro che prendono le decisioni più importanti. Penso che la migliore sia la monarchia, ma comunque che la vostra oligarchia sia esercitata da qualche centinaio di rappresentanti in meno, fa poca differenza.

E perché?

La scelta tra le forme di governo consiste più che nella differenza di potere, in quella di convenienza o attitudine a produrre la pace e la sicurezza del popolo, pel quale fine esse sono state istituite. Che siano più o meno coloro che comandano, ai sudditi interessano più i limiti entro cui devono ubbidire e quello che i governanti possono pretendere che il numero di questi.

Ma anche il numero lei considerava un tempo rilevante

Si, e sempre a favore della monarchia. In primo luogo perché ogni governante tende a favorire i seguaci. Ma mentre i favoriti di un monarca sono pochi, e non hanno altri da avvantaggiare che la propria parentela, i favoriti di un’assemblea sono molti, e quindi la parentela e l’aiutantato molto più numerosi che quella di un monarca. Perciò se riducete il numero dei rappresentanti dovreste risparmiare qualcosa, comunque molto di più degli stipendi, almeno se non ne aumentano gli appetiti. Ma finché chi comanda spende e chi obbedisce paga il problema sussisterà.

Cosa considera più importante del numero dei rappresentanti?

Quasi tutto. Ma, in primo luogo che siano prese delle decisioni congrue, durevoli e prevedibili. Un’assemblea è più incostante e quindi imprevedibile e, di conseguenza, spesso ne prende di incongrue: nelle assemblee, sorge un’incostanza dovuta al numero, poiché l’assenza di pochi, i quali, presa una volta una risoluzione, sarebbero fermi a mantenerla – il che può avvenire per sicurezza, negligenza o impedimenti privati – oppure la presenza diligente di pochi di opinione contraria distrugge oggi, quello che ieri fu concluso.

Proprio un paio di mesi fa, ne avete fornito altro esempio, così confermando quanto scrivevo, col cambiare governo e politica.

E cosa conta più della quantità dei rappresentanti?

Uno dei difetti delle assemblee è che spesso sanno poco o nulla degli affari, e in particolare di quelli dello Stato. Cercate di migliorare la qualità dei rappresentanti: è meglio che ridurne la quantità. Vero è che quando siete stati governati dai “tecnici”, sedicenti esperti, questi hanno fatto peggio dei governanti meno titolati. Ma perché quelli erano (forse) esperti di astronomia, letteratura, arte, ma digiuni di politica e governo dello Stato.

Cosa pensa della ventilate nuove riforme costituzionali, di cui questa sarebbe la prima?

Da quel che sento, non hanno capito bene. Vogliono istituire il vincolo di mandato. Ma un rappresentante politico è tale perché rappresenta l’unità e la totalità del popolo, e non può essere vincolato da qualcuno, anche il suo capo-fazione, com’è nelle intenzioni dei riformatori; ma neppure dall’ultimo degli elettori.

E quanto al resto?

L’unica cosa chiara e interpretabile con categorie politiche è che desiderano evitare o rendere più difficili, le decisioni politiche. Non si tratta tanto e solo di impedire che decidano coloro che godono della fiducia della maggioranza dei cittadini, ma d’impedire qualsiasi deliberazione, sia contraria alle proprie idee ed interessi, che, in genere, avente un notevole rilievo ed effetto politico, Quando parlano di “freni e contrappesi” non bisogna pensare a Montesquieu ma al Sejm polacco, dove il liberum veto portò  alla distruzione dello Stato. Il cui ridimensionamento radicale è proprio l’obiettivo del potere globale.

In definitiva cosa può consigliare agli italiani?

Di tenere sempre davanti agli occhi quello che è l’essenza della politica e dell’obbligazione politica: la mutua relazione tra protezione ed obbedienza.

Ha il diritto all’obbedienza chi assicura protezione ; non lo ha chi non può o non vuole darla, anche se per i motivi più nobili. Come il Paradiso, (un tempo) o oggi molto più terreni, che invocano in continuazione.

Teodoro Klitsche de la Grange

 

IL FILOSOFO E IL SARCHIAPONE, di Teodoro Klitsche de la Grange

IL FILOSOFO E IL SARCHIAPONE

Non c’è giorno in cui i media simpatizzanti per il governo Conte-bis, e i loro beniamini a Palazzo non ripetano slogan, idola, topoi ben noti perché – per lo più – ripetuti perfino da oltre quarant’anni. È stato riciclato anche quello famigerato sulle tasse “paghiamole tutti, paghiamone meno” ossia il ritornello che ha accompagnato tutti gli aumenti fiscali dagli anni ’70 in poi, quanto mai sgradito ai contribuenti che le pagano, perché volto ad ammorbidire la resistenza a pagarne di più: ma non a farle pagare agli evasori/elusori dato la ben nota scarsa efficienza del fisco italiano a perseguirli. I quali tranquillamente preferiscono pagarne poche in Olanda o Lussemburgo se vogliono restare in Europa, altrove se vogliono uscirne.

Non ne manca nessuno: dalla “Green Economy” (con la quale si volge in propaganda un problema serio) al lamento sull’accoglienza e così via. Tutti al fine di “riempire” di contenuti un patto di governo la cui ragion d’essere è: a) tirare a campare; b) evitare il probabile successo di Salvini.

Tuttavia, più per il PD e connessi che per il M5S c’è un problema di credibilità: come si fa a dare credito ad un partito, “polo” sinistro della “Seconda Repubblica”, regime la cui classe dirigente ha registrato i peggiori risultati nel tempo o nello spazio dall’unità d’Italia ad oggi? Più di un anno fa scrivevo su questo sito (“La peggiore di tutte”) che la classe dirigente della seconda repubblica – usando come riferimento l’incremento dal prodotto individuale lordo (indice estremamente importante) anche se non esaustivo – aveva fatto i peggiori risultati (1994-2018) della zona euro e della UE; lo stesso a paragonarla con le altre classi dirigenti dall’Unità d’Italia in poi. Pretendere, di fronte a tale disastro che gli italiani prendano per buone le solite ricette ma anche le nuove propinate dagli stessi medici, è un desiderio di difficile attuazione.

Il perché ce lo spiegava Croce in un passo tanto spesso citato, su morale e politica, dove il filosofo, tra l’altro, criticava “nessuno, quando si tratta di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purchè abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e abilità operatoria, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura” ma  laddove, aderendo al richiamo dell’onestà e/o della competenza l’elettorato “ha messo a capo degli Stati uomini da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati, aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine”. Croce così rilevava come il popolo giudicasse i governanti in base ai risultati più che alle intenzioni e alla (di essi) dottrina; con riguardo all’onestà politica la definiva “non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze”.

Il guaio o meglio la tara (ma non solo del PD) è di essere lo stesso partito, e in buona parte lo stesso personale dirigente che ha co-gestito la fallimentare “Seconda Repubblica”: per cui la credibilità a risolvere problemi – col loro armamentario            ideale e materiale – è radicalmente compromessa. Aggravato il tutto poi se le soluzioni proposte somigliano in gran parte a quelle già praticate. Buone forse a confortare qualche militante, ma poco idonee a incrementare il numero (insufficiente) di quelli che non credono né votano PD. Agli altri ha lo stesso effetto di chi volesse ripetere lo stesso sketch, come quello sul Sarchiapone di Walter Chiari o barzellette risapute: un dejà vu, per lo più accompagnato da indifferenza e (spesso) tanti sbadigli.

Teodoro Klitsche de la Grange

UN GOVERNO DURATURO?, di Teodoro Klitsche de la Grange

UN GOVERNO DURATURO?

Da quando ha cominciato a profilarsi il governo Conte-bis, frutto dell’accordo tra PD e M5S la domanda più frequente è: durerà? Le risposte sono diverse; tuttavia non mancano, anche nei media sostenitori della nuova maggioranza, dubbi espressi e questo significa già, per certa stampa, molto.

Infatti, a prescindere da altro, la coalizione parte, nel paese (dati delle elezioni europee di maggio) con un gradimento dei partiti che la compongono pari a circa il 40%. Di fronte ha un’opposizione (Lga, FdI, FI) la quale, in base agli stessi dati, ha circa il 50%. Per rimontare tale divario occorre un miracolo o giù di li; i tempi della seconda repubblica, quando, il divario tra centrosinistra e centrodestra si misurava spesso nei decimi di punto più che con punti completi, appaiono lontani.

Fatta tale premessa, occorre ricordare in primo luogo, come mi capitò di scrivere subito dopo le elezioni di marzo 2018 su questo sito “Nei paesi in cui il sistema elettorale non consente di esprimere un governo direttamente investito dal corpo elettorale, come l’Italia …  è doveroso, per non perdere ogni contatto con i principi elementari della democrazia politica, che, anche se non designato previamente un leader e una squadra di governo precostituita, quanto meno il governo – necessariamente di coalizione – debba costituirsi interpretando l’orientamento espresso dal corpo elettorale nelle votazioni,  come da prassi”. Questa è la prima tara del nuovo governo: infatti a distanza di tre mesi dalle elezioni europee caratterizzate da due risultati principali: a) che il governo Conte 1 era cresciuto nel consenso (malgrado il contrasto dei poteri forti) di due punti percentuali; e ancor più i populisti, tenuto conto anche di Fratelli d’Italia, avevano accresciuto i suffragi al 60% circa dei votanti; b) che le proporzioni tra i due “contraenti di governo” Lega e M5S, si erano invertite, con la prima in grande crescita e il secondo in caduta libera, il quadro politico è ribaltato

Infatti non si comprende come, con un “indirizzo politico” fresco fresco espresso dall’elettorato da tre mesi si possa costituire un governo che: 1) è di minoranza nel paese; 2) esclude il partito più votato dagli italiani, in crescita spettacolare (raddoppiato in meno di un anno). Si ha un bel chiacchierare di legalità, centralità parlamentare e altro. Sarebbe, tanto per ricordare la prassi della Prima Repubblica, quando le elezioni del 1976 vedevano il PCI arrivare al (proprio) massimo storico dei suffragi con il 34,5%, come se la DC avesse deciso di fare il governo con Almirante. Coerentemente all’indirizzo espresso dal popolo (quando se ne parlava di meno lo si rispettava di più) il PCI allora entrava nella maggioranza di governo; al contrario della Lega che, per “eccesso di bulimia elettorale” lo deve lasciare.

All’epoca prevaleva una concezione della democrazia realistica e responsabile onde il governo “di solidarietà nazionale” che ne uscì era corrispondente all’indirizzo dato dagli elettori; ai giorni nostri si ha la percezione, probabilmente maggioritaria nel paese, che la soluzione è dovuta al cul-de-sac in cui si è cacciato il M5S, che secondo molti, spererebbe di evitare un ulteriore deperimento e forse anche di riavviare la crescita, cacciando dal governo Salvini. Ma non si capisce la logica che sostiene un tale pensiero, sia per il motivo sopra esposto, sia perché, a tacer d’altro, Salvini ha dimostrato di saper fare l’opposizione non meno bene di quanto abbia fatto il ministro.

In secondo luogo, e come mi è capitato di ripetere, in specie per la situazione italiana ed euro-occidentale negli ultimi decenni, in politica per capire la situazione occorre rifarsi a due criteri essenziali (che spesso si sovrappongono): la costante del potere e quella del nemico.

Quanto alla prima, il collante della nuova coalizione è la conservazione del potere più che l’acquisto: schivando le elezioni o un governo a prevalente trazione leghista PD e M5S hanno evitato, i primi una conferma del ruolo d’opposizione, i secondi di seguire il PD in quel ruolo (meno probabile); ovvero (più probabile) di divenire lo junior partner della coalizione populista, peraltro con una Lega in grado di attingere al “secondo forno” (onde il potere di Salvini sarebbe enormemente accresciuto).

Relativamente al secondo le forze politiche “le quali si distribuiscono lungo l’asse (e il discrimine) del vecchio assetto politico (borghese/proletario) sono passate in minoranza rispetto a quelle sovran–popul-identitarie, distribuite secondo il discrimine identità/globalizzazione (ossia potere decisivo alle istituzioni nazionali o a quelle non-nazionali) … Di conseguenza: a) i primi sono legittimati – anzi hanno il dovere – di costituire il governo; b) anche il governo futuro dovrà realizzare politiche radicalmente diverse da quelle seguite fin adesso” (come scrivevo tempo fa). Il governo Conte bis costituisce un ibrido, giacchè formato da un partito del vecchio “asse” e da uno del nuovo.

Ma quando si va alle decisioni che più interessano l’opinione pubblica l’individuazione del nemico, o meglio dell’avversario, è decisiva. Il nemico reale degli italiani è stato individuato dai populisti negli “euroinomani”, negli “gnomi di Zurigo” (nella finanza), nell’immigrazione incontrollata e in chi la sollecita ed organizza; dai globalisti nei populisti, nei tradizionalisti cattolici, nei tax-payers (anche se per questa meno vistosamente) perché colpevoli di non farsi spennare in silenzio. Sarà chiaro nei prossimi mesi se il governo Conte somiglia di più a quello Monti (et similia) prosternati a Bruxelles, tutti contenti di prendere i quattrini degli italiani e spenderli a favore di finanza, clientele, migranti. Naturalmente con il permesso di Bruxelles di dilatare il deficit (tanto interessi e capitale li paghiamo noi). Solo che si tratta di un copione già recitato e con troppe repliche, onde gli italiani lo conoscono bene. E da come hanno votato negli ultimi anni pare difficile che lo dimentichino e ci ricaschino.

Teodoro Klitsche de la Grange

REALISMO POLITICO E POPULISMO, di Teodoro Klitsche de la Grange

REALISMO POLITICO E POPULISMO

Se c’è una corrente di pensiero che pare rinvigorita dal crescente successo populista è quella del realismo politico. A iniziare dall’affermazione programmatica di Trump America first per arrivare a quella di Salvini prima gli italiani, per continuare col fatto che i populisti parlano così con riguardo agli interessi della comunità, mentre le èlite globaliste prestano ossequio ai valori dell’umanità, in primo luogo i diritti umani; i primi prendono in esame individualità, fatti, misure concreti, possibili ed esistenti; i secondi guardano a valori,  identità astratte e, al limite, costruzioni utopiche. Nel vero senso della parola “utopia” perché né alcuno ha mai visto come possa funzionare un potere politico (?) globale, cioè esercitato sull’umanità, né che forma possa assumere (federazione? impero? democrazia? tecnocrazia?).

Nel pensiero politico, in particolare quello moderno da Machiavelli in poi, il realismo ha contrapposto alle “immaginazioni” la realtà dell’analisi dei fatti valutati in base agli interessi e soprattutto ad una antropologia negativa,  consistente nel non considerare gli uomini come buoni e razionali (né disposti a diventarlo), ma inclini spesso al male e alla irrazionalità.

Se per un non-realista il problema principale è di come costruire uno Stato conforme a certi valori e idee, per un realista è quello di farlo di guisa che possa esistere e durare a lungo, vincendo le avversità della fortuna. È la capacità di conseguire tale risultato il criterio per giudicare se lo Stato è “ben costituito”. Di converso anche se si fonda sui valori più condivisi, ma non riesce a sopravvivere, tenuto conto che altri governi di altri popoli pensano e cercano il potere e non la bontà delle istituzioni, tanto buonismo non sarà servito a nulla, perché non tradotto (né traducibile) in sintesi politiche durature.

Il che non significa che uno Stato debba (e possa) essere privo di valori (ogni comunità politica ha un proprio ethos), ma solo che prima di quelli viene la necessità dell’esistenza collettiva. L’unità politica è un essere prima che un dover essere e come tutto ciò che esiste possiede intrinsecamente il conatus di Spinoza: «in suo esse perseverari». In questo senso è condivisibile la concezione di Meinecke che Kratos e Ethos sono compresenti nello Stato: «Kratos ed Ethos costruiscono insieme lo Stato e fanno la Storia”. Solo che nella concreta azione politica alcune forze vogliono che il primo prevalga sul secondo; altre il contrario.

Questa polarità contrapposta (e compresente) ha portato con se delle conseguenti antitesi: ragione di Stato/precetto morale; realtà/esigenza etica; interesse della comunità/norma universale; potenza/agire etico (tra le altre).

È da notare come vicine alla prima polarità sono per lo più le concezioni dei partiti sovran-popul-identitari; alla seconda quelle dei globalisti.

E questo malgrado circa trent’anni fa, con il collasso del comunismo sembrava prevalere la seconda. Con la vittoria delle democrazie liberali per implosione dell’avversario sistema del “socialismo reale”, pareva a giudizio – per primo – di Fukuyama che la storia fosse finita. E che di conseguenza il faro conduttore della nuova era che si apriva sarebbe stata una sintesi tra morale ed economia: tra diritti umani e mercato globale, con correlativo deperire della politica. Quanto questa previsione fosse errata lo provano gli eventi successivi.

Al venir meno nella vecchia opposizione borghesia/proletariato ossia liberalismo democratico/socialismo reale ne è subentrata una nuova. Quel che più interessa è che, essendo una delle polarità caratterizzata dalla sintesi tra morale ed economia, l’opposizione lo è dalla rimonta del politico e di quanto allo stesso pertiene. E così del realismo, per cui la dimensione politica è un’essenza dell’uomo ed è irriducibile a morale, diritto, economia (ed altro).

Ad ascoltare i discorsi dei leaders populisti così come a leggere i documenti, compresi quelli (pochi per ora) costituzionali, il prevalere dell’ “armamentario” realista è evidente. Se si inizia dalle scelte, queste sono dichiaratamente orientate all’interesse della comunità, contrapposto a quello “globale”. E non è solo propaganda. Friederich List quasi sue secoli orsono distingueva la “propria” economia da quella di Adam Smith, perché la prima era politica (cioè nazionale) mentre quella dello scozzese cosmopolitica. Boris Jhonson esprime la suità inglese, col suo specifico carattere insulare/marittimo, contrapposto a quello terrestre/continentale. Trump prende misure protezioniste non perché convinto autarchico, ma perché l’assetto opposto è contrario agli interessi nazionali.

D’altra parte è tipico del realismo attribuire di gran lunga più importanza ai risultati che alle intenzioni dell’azione politica. A seguire la logica di Weber (delle “due” etiche) ciò porta ad una maggiore responsabilità del governante (verso i governati). Quando Salvini sostiene che, con la “linea dura” nei confronti delle migrazioni, naufragi e decessi in mare si sono drasticamente ridotti (e i dati non risultano contestati) ricorda dappresso l’elogio di Machiavelli al Valentino, che, per quanto “tenuto crudele” aveva pacificato la Romagna onde il Duca era stato “molto più pietoso che il popolo fiorentino il quale, per fuggire il nome di crudele, lasciò distruggere Pistoia”. La zelante e caritatevole accoglienza del centrosinistra non solo andava (e va) contro la volontà della maggioranza degli italiani, ma incentivava le partenze e quindi i naufragi, realizzando così il contrario delle buone intenzioni esternate dai propugnatori.

I quali hanno l’abitudine – correlata – di paragonare non i fatti con i fatti ma le intenzioni e le realizzazioni (cattive o meno buone) degli altri con le proprie immaginazioni. Modo di argomentare frutto di (mediocre) retorica: dato che alla fantasia (et similia) non vi sono limiti, ma alla realtà si, è scontato che a comparare questa ai prodotti di quella, la seconda ne abbia a perdere.

Contrariamente a quello che sosteneva Machiavelli per cui la scelta politica è data tra alternative reali e concrete, ed è da scegliere non il meglio assoluto ma “il men tristo per buono”; e soprattutto, rifuggire dalle “immaginazioni”.

E si potrebbe continuare a lungo, il rapporto tra forza e diritto, obbligazione politica e convenzioni internazionali e così via, ma i limiti redazionali di questo intervento, per ora, non me lo consentono.

Teodoro Klitsche de la Grange

Biagio De Giovanni, Libertà e vitalità_Una recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Biagio De Giovanni, Libertà e vitalità. Benedetto Croce e la crisi della coscienza europea, Il Mulino, Bologna 2018, € 14,00, pp. 140.

Il perché di questo saggio è esposto dall’autore nelle prime pagine “La ragione è sotto i nostri occhi, il nostro è un tempo scisso, diviso, incerto, carico di alternative e di nuove inquietudini, di conflitti…Hegel, che, più di tutti, ha rappresentato l’immagine della coscienza europea moderna….aveva argomentato, nei suoi primi scritti, l’idea che i tempi di scissione richiamano la necessità della filosofia, che scissione immanente nella realtà e filosofia sono l’una la controfaccia dell’altra, che dunque la filosofia ritrova le sue ragioni più profonde non in tempo di conciliazione e di bonaccia, ma di crisi e di conflitto…Croce, da questo punto di vista, non la pensa diversamente”.

Per Croce, interpretato prevalentemente come pensatore “irenico e erasmiano”, da questo punto di vista “la filosofia è il momento della malattia”, necessario “quando il mondo si è stancato di camminare nella continuità, e dal suo fondo emerge il negativo, la realtà scissa. Ed emerge anche la necessità di trovare il punto dell’unione in cui gli opposti plachino la loro conflittualità che, non pensata, appare senza fondo e senza risposta all’interno di una traccia che il nichilismo ha posto al centro della crisi moderna. La potenza del negativo impedisce ogni irenismo”.

Quando emerge non si tratta di trovare la conciliazione definitiva “il che in Croce non è affatto possibile che avvenga”. Infatti sarebbe “la fine della storia”; ed “il filosofo napoletano essendo meno sistematico e ‘teutonico’ di quel sommo filosofo della storia che fu Hegel, e assai aspro critico di quella dimensione epifanica che lui giudicava invadente e addirittura anacronistica nel filosofo di Stoccarda”.

Così negli anni tempestosi della prima metà del secolo passato “Croce rivela il punto cruciale: la necessità di una teoria ‘speculativa’ della libertà, ossia del ritorno della filosofia”. Sul finire degli anni ’30 “Croce parla di “vitale o utile” quasi a voler affermare, del vitale, il carattere categoriale, ma la parola sfugge da ogni parte, si colloca tra abisso della libertà costituente e soglia indistinta tra vita e storia…La vitalità, lo dicevo, è frangiata nei suoi confini, si sporge oltre, sformata; in embrione è l’irrompere disordinato della libertà che deve prender forma, mentre l’utile è da sempre già ‘formato’, già chiuso nella sua logica”. Così l’autore ritiene che la concezione crociana della vitalità non è altro che il costituirsi della libertà “se la vitalità è tutta interna alla dialettica della libertà, come non vedere che dentro di essa c’è il soffio dell’eterno?”.

Conclude l’autore che oggi il dibattito su Croce si svolge “alla luce di una ripresa viva dei problemi che egli pose alla coscienza del mondo”.

In particolare occorre sottolineare “che la produttività filosofica dell’Europa finiva con l’esaltarsi nella crisi, … La crisi faceva parte della produttività geofilosofica dell’Europa”. Nella crisi odierna sarebbe necessario un’analoga purezza di pensiero “nei tempi della nuova scissione che il mondo attraversa e che l’Europa vive sulla pelle del proprio progetto di unificazione” e dare risposte  agli impellenti interrogativi “quale è, e sarà, la fisionomia del rapporto Europa-mondo dopo la fine dei centri del mondo e soprattutto dell’Europa centro del mondo?.. quale ruolo si può riservare a un pensiero che ha avuto nell’universalismo il suo tratto dominante?”,

Alle risposte la filosofia può contribuire “con l’urgenza che indicano i tempi di una ‘malattia’, la quale sembra chiedere lo sforzo della speculazione, anzi dello ‘speculativo’”.

Teodoro Klitsche de la Grange

Gianmarco Ottaviano Geografia economica dell’Europa sovranista, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Gianmarco Ottaviano Geografia economica dell’Europa sovranista, Laterza, Bari 2019, pp. 164, € 16,00.

Il montare della marea sovran-popul-identitaria comincia a far scrivere libri – come questo che non si limitano ad affrontare il crescente populismo con anatemi e scomuniche, ma cercano di capire il perché di un successo così rapido e diffuso; in specie rilevano che (almeno) una delle cause ne è stata (l’improponibilità) e gli errori delle élite in sostituzione. Mentre fino a qualche mese fa il taglio degli scritti antisovranisti ondeggiava dalla somiglianza ai trattati di demonologia (applicata preferibilmente a Salvini) fino a quella dei manuali di bon-ton del politicamente corretto (relativamente ai pentastellati).

L’autore analizza in particolare il rapporto tra successo populista e situazione economico-sociale di certi territori, ad esempio nel referendum sulla Brexit “ Il Leave tende a prevalere nelle circoscrizioni con: minori livelli di istruzione e qualificazione; maggiore tradizione di industria manifatturiera; minori salari e maggiore disoccupazione; maggiore crescita dell’immigrazione” onde “anche senza sapere che cosa abbia votato esattamente una circoscrizione, le sue caratteristiche socioeconomiche permettono di indovinare con molta precisione la popolarità dei voti Leave e Remain”, anche se non bisogna trascurare, a livello di con-causa, altri fattori. E il voto della Brexit è stato più anti-globalizzazione che anti-immigrazione “se si valutano direttamente gli impatti specifici di immigrazione e globalizzazione sul voto Leave, si trova che la seconda è molto più importante: quello in favore della Brexit è principalmente un voto di protesta contro la globalizzazione”. La cosa su cui insiste l’autore è che l’Unione Europea, rifiutata dai britannici, ha relativamente poco a che fare con gli effetti negativi della globalizzazione.

Peraltro sono proprio le zone più dipendenti dell’integrazione  europea ad aver votato Leave, al contrario sono quelli più indifferenti a aver sostenuto il Remain “Le aree con maggiore dipendenza della UE sono quelle in cui la proporzione di voto Leave è stata maggiore. Al contrario, le aree in cui il voto Remain è stato in proporzione più elevato sono proprio quelle la cui dipendenza dall’Unione Europea è minore”. Insomma il voto sulla Brexit secondo Ottaviano è frutto di errata percezione degli interessi reali. Dopo un’articolata considerazione di diversi aspetti del problema nell’ultimo capitolo l’autore tira le somme. Al contrario dei globalisti d.o.c. ritiene poco utile la distinzione destra/sinistra. Scrive riguardo alle elezioni presidenziali francesi del 2017 “se la tradizionale distinzione tra destra e sinistra in termini di libertà individuali e solidarietà sociale è ancora utile per distinguere fra di loro gli sconfitti del primo turno Fillon e Mélenchon, non sembra altrettanto efficace se si vogliono invece capire le differenze tra i vincitori Macron e Le Pen”. Inoltre “la tradizionale contrapposizione fra destra e sinistra sembra essere poco utile anche per spiegare le recenti vicende elettorali italiane”. Quanto al nemico “il populismo continua ad avere un unico nemico dichiarato, con un nome preciso ma un’identità sfuggente: la cosiddetta «élite», intesa come minoranza ingiustamente privilegiata rispetto alla «massa»”. Questo è caratterizzato dall’essere un “elitismo amorale”: “Elitismo perché, una volta al potere, i cittadini più autorevoli perseguono solo gli interessi dei gruppi esclusivi di cui fanno parte a scapito di quelli del popolo che li ha selezionati aspettandosi cooperazione… Un esempio eclatante di doppiopesismo da parte delle élite riguarda i cosiddetti «paradisi fiscali», cioè quei paesi che si distinguono dagli altri per il fatto di attirare capitali dall’estero con la promessa di far pagare meno tasse ai loro proprietari e di chiudere un occhio sull’origine eventualmente illegale dei capitali stessi”.

Durante tutta la crisi dal 2008, i capitali parcheggiati nei “paradisi fiscali” sono ulteriormente aumentati: “Nessuna logica di libero scambio giustifica questa specie di «spoliazione legalizzata» a vantaggio di ristrette élite transnazionali”. Peraltro l’ “ascensore sociale” è fermo, con le conseguenze sottolineate già un secolo fa da Pareto.

Nel complesso un libro da leggere.

Teodoro Klitsche de la Grange

MEGLIO EMONE, di Teodoro Klitsche de la Grange

MEGLIO EMONE

Non si è ancora consumato il clamore mediatico per la vicenda della Sea Watch. Un topos ricorrente nei mass media di centrosinistra è paragonare la giovane capitana Carola Rackete alla pia Antigone e l’antagonista Salvini al bieco Creonte.

In effetti i personaggi di Sofocle sono da millenni i simboli di polarità contrapposte: tra diritto naturale e positivo; tra legge divina ed umana; tra principio femminile e maschile (Hegel); tra diritto tradizionale e diritto “moderno”, razionale e statuito dall’autorità politica (Von Seydel).

A me, senza contraddire tali interpretazioni, ricorda (anche) quella tra diritto istituzionale (finalizzato all’esistenza della comunità) e diritto comune (la cui funzione è la regolazione di pretese ed INTERESSI non essenzialmente politici). Così Creonte s’identifica con la polis in guerra (assediata dai sette, alleati di Polinice) e quando entra in scena proclama “Non saprei tacere quando vedessi muovere contro i cittadini la sciagura invece che la salvezza; e non farei mai amico un nemico della patria; poiché so che essa è la nostra salvezza”. D’altra parte che la salvezza fosse l’obiettivo primario di Creonte è chiaro già dall’ “Edipo a Colono”: quando Creonte compie l’atto odioso di rapire Antigone per costringere Edipo a tornare a Tebe, lo fa perché l’oracolo ha garantito la salvezza a chi dei contendenti per il trono di Tebe avrà presso di se il vecchio re.

In questo senso Creonte è uno dei tanti anticipatori dell’America first, ossia della difesa degli interessi della comunità, che oggi vengono indicati, sempre dai centrosinistri, come uno scandalo, mentre questo tipo di concezione del “buon” governante prevale nel pensiero politico, moderno in specie.

Dato che tuttavia, la politica vive di mediazioni, giusti mezzi e compromessi, questi sono rappresentati nella tragedia da un altro personaggio: Emone, il figlio di Creonte. Il quale, fidanzato di Antigone, tenta di salvare la fanciulla con un argomento che pur ispirato dall’amore, costituisce un esempio di razionalità (e dottrina) politica. Emone sostiene che il padre deve tener conto dell’opinione del popolo che non considera meritevole di condanna a morte l’atto pietoso di Antigone per cui prega il padre di “non portare in te soltanto questa idea, che è giusto quello, che dici tu, e nient’altro ….Non così dice concordemente il popolo, qui in Tebe … non vedi che hai parlato in modo infantile? …Non esiste la città che è di un solo uomo …Certo tu regneresti bene da solo su una terra deserta”. Ma Creonte è irremovibile alle argomentazioni di Emone, tutte fondate sul pubblico, e specificamente sull’equilibrio tra “capo” e “seguito”, comando e consenso. Nel discorso di Emone sono magistralmente esposte due regolarità del politico e del diritto. La prima del comando/obbedienza; un comando efficace presuppone un obbedienza leale e condivisa: se il comando non è condiviso il “successo” dello stesso sarà minore, e talvolta nullo. L’altro, giuridico, che il diritto “vola basso” sul sociale. Ha ragionevoli capacità di determinare l’agire sociale, se non si discosta granché dal sentire comune. Può integrarlo, modificarlo ma non sostituirlo. Se i tebani, come afferma Emone, erano convinti che Antigone aveva il dovere (più che il diritto) di seppellire il fratello, trasgressore (ed empio) era Creonte e non Antigone; ciò comportava una grave incrinatura nel rapporto di comando/obbedienza.

Il discorso di Emone, che non fa riferimento a tavole di valori, principi, oracoli, diritti umani ecc. ecc., è del tutto realistico, ed è quello che bisogna più fruttuosamente impiegare per valutare la vicenda.

Se Salvini ha fatto crescere la Lega in pochi anni dal 4% al 35% dell’elettorato, se i suffragi ai populisti sono quasi due terzi dei votanti, se anche nell’altro terzo forze tutt’altro che secondarie (come Forza Italia) condividono la politica migratoria del governo giallo-blu, e se i favorevoli alla “capitana” sono costituiti dai votanti del PD e connessi (meno di un quarto dell’elettorato), significa che Salvini non è Creonte, perché, al contrario di questo, è in sintonia con la volontà e l’opinione pubblica largamente maggioritaria.

Piuttosto la Sea Watch, la vicenda migratoria e le posizioni della sinistra confermano quanto pensava più di vent’anni fa Lasch: che il post comunismo è connotato dalla ribellione delle élite: di guisa che queste non condividono più l’ethos, il sentire, il modo di vivere delle masse. E per questo ottengono un consenso progressivamente ridotto: e sono loro i primi che dovrebbero tener presente il discorso di Emone.

Teodoro Klitsche de la Grange

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