DANTE CESARE TELESFORO VACCHI. IL PORTOGALLO DELL’ESTADO NOVO E L’ITALIA.REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO_di Massimo Morigi

Lo scritto è composto per un terzo dal saggio e per il resto da note e richiami

Si tratta di un lavoro originariamente commissionato dallo Studio portoghese e “girato” poi anche in senso filosofico-politico; il senso, cioè, del Repubblicanesimo Geopolitico. Comunque, dal punto di vista storico, si parla del fascista ed ex repubblichino Dante Cesare Telesforo Vacchi, un italiano (e romagnolo) che agli inizi degli anni Sessanta creò dal nulla i commandos portoghesi per combattere la guerriglia nelle colonie africane (e per questo motivo “strategico” viene ampiamente elogiato: i portoghesi non sono stati molto contenti che ad un fascista sia stato riservato un così sentito apprezzamento ma la motivazione “strategica” dell’elogio e non dell’apologia del fascismo ha, alla fine, fatto passare tutto in cavalleria); mentre, dal punto di vista meramente tecnico, attraverso questo documento viene attuato un “congelamento” tramite WebCite ed Internet Archive, dei documenti presenti in Rete relativi a questo oscuro e molto importante personaggio (vedi seconda parte del documento; la ratio tecnica e filosofico-politica di questo “congelamento” viene comunque ben spiegata nella prima parte del documento). Strictu sensu non è l’articolo sull’ “oblio dello strategico” ma è, come recita il titolo un “atto di riparazione strategica” in favore di Dante Cesare Vacchi perché questo personaggio non venga dimenticato. Si tratta anche di un atto concreto contro “l’oblio dello strategico”: quindi, concretamente parlando, è un’applicazione concreta attraverso un concreto case study della strategia del Repubblicanesimo Geopolitico volta a combattere (e a far riaffiorare) il momento strategico. Ovviamente il prossimo contributo per “L’Italia e il mondo” partendo da Dante Cesare Telesforo Vacchi, parlerà proprio dell’oblio dello strategico, costituendo questo documento una sorta di premessa applicativa storico-politica. Giuseppe Germinario

I rapporti fra il Portogallo dell’Estado Novo e l’Italia fascista e del secondo dopoguerra in relazione al problema coloniale africano. Atto di riparazione strategica n°1: Primo inventario e “congelamento” tramite WebCite ed Internet Archive delle fonti Internet   riferentisi a Dante Cesare Vacchi, il creatore dei commandos portoghesi in occasione della guerra coloniale portoghese. Fonti primarie e secondarie presenti in Internet per una storia dei commandos portoghesi nella guerra coloniale del Portogallo in Africa, dei rapporti fra il Portogallo dell’Estado Novo ed Italia fascista e del secondo dopoguerra riguardo al problema coloniale africano e per un’applicazione su uno specifico case study, il fascista ed ex repubblichino  Dante Cesare Vacchi che crea i commandos portoghesi, della teoria politologica e filosofico-politica  del Repubblicanesimo   Geopolitico.   MASSIMO MORIGI

 

Full fadom five thy father lies;

Of his bones are coral made;

Those are pearls that were his eyes;

Nothing of him that doth fade,

But doth suffer a sea change

Into something rich and strange.

Sea-nymphs hourly ring his knell:

(Burthen: Ding-dong.)

 

William Shakespeare,  Ariel’s Song (The Tempest, Act 1, Scene 2)

 

Si dice che ci fosse un automa costruito in modo tale da rispondere, ad ogni mossa di un giocatore di scacchi, con una contromossa che gli assicurava la vittoria. Un fantoccio in veste da turco, con una pipa in bocca, sedeva di fronte alla scacchiera, poggiata su un’ampia tavola. Un sistema di specchi suscitava l’illusione che questa tavola fosse trasparente da tutte le parti. In realtà c’era accoccolato un nano gobbo, che era un asso nel gioco degli scacchi e che guidava per mezzo di fili la mano del burattino. Qualcosa di simile a questo apparecchio si può immaginare nella filosofia. Vincere deve sempre il fantoccio chiamato “materialismo storico”. Esso può farcela senz’altro con chiunque se prende al suo servizio la teologia, che oggi, com’è noto, è piccola e brutta, e che non deve farsi scorgere da nessuno.

Walter Benjamin, I Tesi di filosofia della storia

 

       Dante Cesare Telesforo Vacchi è uno di quei personaggi che la storia sembra ci abbia consegnato per sfidare (e quindi per sfidarci) tutti coloro che – sulla scia più o meno riconosciuta di Francis Fukuyama – vorrebbero  mettere la parola fine sul Secolo breve. Intanto perché pur partendo dal lato “sbagliato” del problema – Dante Vacchi durante la Repubblica Sociale Italiana aveva operato alle dirette dipendenze dei tedeschi in una formazione di controguerriglia, “La banda delle ombre” –, non accettò mai quello che di sicuramente c’era (e c’è) di terribilmente oscuro nella soluzione del problema stesso, la fine della storia, ed infatti dopo la RSI e dopo aver scontati alcuni anni di condanna per questo suo collaborazionismo, Vacchi, probabilmente, secondo quanto affermano – alcune in forma dubitativa altre con sicurezza ma senza esibire una decisiva documentazione – le poche fonti a disposizione, vorrà continuare la sua storia personale di uomo d’arme prima nella Legione straniera combattendo, forse, nelle guerre coloniali francesi d’Indocina e di  Algeria, e poi, e questo è invece chiaramente acclarato anche se non con abbondanza di fonti documentato, aiutando agli inizi degli anni Sessanta il morente impero coloniale portoghese dando un contributo fondamentale alla  creazione,  di sua personale iniziativa e attraverso il suo diretto impegno nella zona dove si svolgevano le operazioni di controguerriglia, dei costituendi primi nuclei di commandos portoghesi, che ebbero il loro primo battesimo del fuoco in Angola.

 

       Come Dante Cesare Vacchi sia non solo riuscito ad unirsi all’esercito portoghese che combatteva in Africa ma anche a diventarne una sorta di fondatore in un aspetto così importante (non solo allora in quella guerra coloniale perduta dal Portogallo ma ancor più oggi dove le forze speciali negli eserciti di tutto il mondo hanno assunto un ruolo sempre più importante e decisivo) non abbiamo, allo stato, alcun elemento affidabile per ricostruirlo: devono ancora essere, in primo luogo, indagati  i verosimili legami di Vacchi con la PIDE; gli – eventuali – contatti con l’OAS, l’Organisation de l’armée secrète  – i suoi commilitoni in Africa ritengono che Vacchi avesse appartenuto alla Legione straniera e che in questa veste avesse precedentemente combattuto contro il movimento di liberazione algerino, ma sono notizie solo di relato –,  poi, infine, con l’Aginter Press di Guerin Serac – che sebbene fondata nel 1966, ben prima dell’impegno di Vacchi in Angola, non nacque dal nulla ma sorse su un precedente terreno di fascismo internazionale debitamente coltivato dall’Estado Novo portoghese; ma tutti questi legami, cioè l’appartenenza organica di Vacchi all’ “internazionale nera” e le concrete modalità attraverso le quali questa appartenenza si estrinsecò, sono ovviamente, vista l’oscurità del personaggio,  ancora tutti da verificare. (Per i rapporti della PIDE con il fascismo italiano, sul ruolo della PIDE nella guerra coloniale del Portogallo in Africa e su come in questo contesto s’inserì l’operato dell’Aginter  Press di Yves Guérin-Sérac (vero nome: Yves Guillou) cfr. José Manuel Duarte De Jesus (com a  colaboração redaccional de  Inês De Carvalho Narciso), A guerra secreta de Salazar em Àfrica. Aginter Press: Uma rede internacional de contra-subversão e espionagem sediada em Lisboa, Dom Quixote, 2012, che però non fa menzione di Vacchi; e non menzionano Vacchi neppure Fabrizio Calvi, Frédéric Laurent,  Piazza Fontana: la verità su una strage, Milano,  Mondadori, 1997, che pur ottimo nel far affiorare i legami dell’Aginger Press con la strategia della tensione in Italia non nomina Vacchi; i fondamentali  Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Roma, Editori Riuniti, 1984, Id., La strage. L’atto d’accusa dei giudici di Bologna, Roma, Editori Riuniti, 1986 e Id., I servizi segreti in Italia. Dal fascismo all’intelligence del XXI secolo (nuova ed. aggiornata), Milano,  Sperling & Kupfer, 2010; l’utile per un primo approfondimento della problematica, ma corrivo, Andrea Sceresini, Internazionale nera. La vera storia della più misteriosa organizzazione terroristica europea, Milano, Chiarelettere, 2017 e l’assai più scientifico, ma ugualmente taciturno su Dante Vacchi, Eduardo González Calleja, Le reti di protezione del terrorismo di destra in Europa e il ruolo di Stefano Delle Chiaie e Yves Guérin-Sérac, in Carlo Fumian, Angelo Ventrone (a cura di)  Il terrorismo di destra e di sinistra in Italia e in Europa: storici e magistrati a confronto, Padova, Padova University Press, 2018; mentre solo per un’allusione in merito ai contatti di Dante Vacchi con l’OAS cfr. Fernando Cavaleiro Ângelo (pref. Óscar Cardoso), Os Flechas: A Tropa Secreta da PIDE/DGS na Guerra de Angola (1967-1974), 1a ed. Alfragide, Casa das Letras, 2017: «Durante a estada da OAS em Portugal, Óscar  Cardoso desconhece que os seus agentes tenham ministrado cursos de guerrilha às nossas  forças   armadas. Existiu, contudo, um Italiano, Dante Vacchi, que deu instruçao aos Comandos do […]». Citazione interrotta ed anche numero di pagina da noi non determinabile – citazione da noi riportata anche al congelamento n° 31 del presente repertorio – perché non si è avuta visione diretta del documento ma solo tramite il motore di ricerca di Google libri che, in questo caso, non mostra né la frase intera né il numero della pagina in cui si colloca la frase monca in questione: ovviamente sarà nostra cura, nel prosieguo della ricerca, verificare la forma cartacea di tutti quelle  fonti primarie e secondarie esistenti nella doppia versione cartacea ed “internettiana”. Per ultimo, e mai come in questo caso vale il detto last but not the least, sul ruolo svolto dall’Aginter Press per animare il terrorismo di destra internazionale e per contrastare i movimenti di liberazione in Africa cfr. – anche se quest’ultima fonte secondaria non nomina  Vacchi – il Grundtext di tutta la letteratura scientifica sull’argomento ‘internazionale nera’: Frédéric Laurent (avec la colaboration de Nina Sutton), L’Orchestre noir, Stock, 1978 (ultima edizione: L’Orchestre noir. Enquête sur les réseaux néo-fascistes, Paris, Nouveau  Monde éditions, 2013). E lo citiamo anche con un certo orgoglio, non foss’altro che un orgoglio di semplici (internettiani) archivisti,  perchè questo documento, che abbiamo appurato tramite ricerca effettuata con l’OPAC SBN – Catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale – essere assente dalle biblioteche italiane collegate a questo sistema di ricerca telematica,  abbiamo noi accertato essere consultabile in Rete presso l’URL https://www.scribd.com/doc/198445048/L-orchestre-noir-pdf. Anche se questa fonte non nomina Vacchi ma in piena coerenza con la metodologia, esplicitata nel titolo di questo repertorio, di “congelamento” documentario delle fonti storicamente rilevanti presenti in Rete, vista l’importanza di questa fonte secondaria assente dalle biblioteche italiane e la cui consultabilità In Italia era in pratica, prima di questo nostro intervento,  affidata unicamente ad una piattaforma Internet commerciale di preservazione documenti, Scribd,   e che perciò non può dare alcuna garanzia in merito alla preservazione für ewig dei documenti ivi depositati,   abbiamo quindi proceduto a congelare URL e documento presenti in Scribd prima tramite WebCite agli URL  http://www.webcitation.org/75gGFlhra  e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fwww.scribd.com%2Fdoc%2F198445048%2FL-orchestre-noir-pdf&date=2019-01-24  (congelamento tecnicamente di scarsa qualità), poi a caricare su Internet Archive il documento formato PDF che siamo riusciti a scaricare dall’URL originale di Scribd: agli URL https://archive.org/details/LorchestreNoir e https://ia601500.us.archive.org/25/items/LorchestreNoir/L-orchestre-noir.pdf (operazione invece perfettamente riuscita) e poi a congelare URL e documento stesso generati dal caricamento su Internet Archive ricorrendo nuovamente a WebCite (in questo caso operazione parzialmente riuscita: ottimo risultato con salvataggio  all’URL   http://www.webcitation.org/75gHq68RX e totale fallimento al secondo URL prodotto da WebCite  per l’URL e il docunento in questione generati su Internet Archive  ,      http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601500.us.archive.org%2F25%2Fitems%2FLorchestreNoir%2FL-orchestre-noir.pdf+&date=2019-01-24: e i “congelamenti” non riusciti del presente inventario saranno sempre segnalati con una apposita nota). Per questa nostra “ridondanza” nel creare nuovi URL, vedi infra, dove vengono più ampiamente spiegati i criteri tecnici –  ma detto brevissimamente: rendere citabili le fonti Internet, altrimenti non citabili per la loro breve aspettativa di vita – che hanno presieduto alla creazione del presente inventario delle fonti Internet su Dante Cesare Vacchi.).

 

       Ancor più ovviamente, ça va sans dire, tutta la ricerca internettiana e cartacea di fonti primarie e secondarie che verrà svolta e, soprattutto, archivistica su Dante Vacchi troverà il suo snodo principale e momento di verifica risalendo a ritroso in una  ricerca sui rapporti fra  Italia fascista e Portogallo estadonovista e di come questi rapporti furono influenzati dai rispettivi problemi coloniali in Africa, in uno svolgimento dell’indagine basato sull’ipotesi  di una sorta di continuità di questi rapporti influenzati dal problema coloniale fra l’Estado Novo e l’Italia fascista prima e quella del secondo dopoguerra poi, rapporti, anche dopo la caduta della dittatura politica in Italia, in cui il fascista Vacchi non costituisce un episodio fortuito ma la manifestazione concreta – ed anche il simbolo incarnato attraverso la sua biografia politica – di una loro non  totale soluzione di continuità nonostante la pubblica differenza ideologica fra i due regimi politici e l’assenza da entrambe le parti durante il secondo dopoguerra di una qualsiasi forma di pubblicità di questi rapporti, specialmente per quanto riguarda il problema coloniale. (Durante il fascismo un preoccupato António Ferro intervistò Mussolini in merito ad un eventuale interesse dell’Italia sulle colonie africane portoghesi – cfr. , a questo proposito Stefano Salmi, Le relazioni fra l’Italia e il Portogallo durante il periodo fascista e l’Estado Novo (dissertação de doutoramento, apresentada à Faculdade de Letras da Universidade de Coimbra, sob a orientação do Prof. Doutor Luís Reis Torgal e a co-orientação do Prof. Doutor Alberto De Bernardi), Faculdade de Letras da Universidade de Coimbra, 2012  e, ad ogni buon conto, forniamo ora anche una breve bibliografia dei lavori scientifici – ma ci risulta pressochè completa – sui rapporti fra Italia e Portogallo in rapporto al problema coloniale in epoca fascista: Vittorio Antonio Salvadorini, Italia e Portogallo dalla guerra d’Etiopia al 1943, Palermo-São Paulo, ILA Palma, 2000; E. D. R. Harrison, On Secret Service for the Duce. Umberto Campini in Portuguese East Africa, 1941-1943, “The English Historical Review”, Volune CXXII, Issue 449, 1 December 2007, pp. 1318-1349, https://doi.org/10.1093/ehr/cem347 e Daniele Serapiglia, Una questione d’impero: la stampa dell’Estado Novo di fronte alla guerra d’Etiopia, “Storicamente”, N° 12-2016 (data di pubblicazione: 23/04/2017, DOI:10.12977/stor653), pp. 1-42 ; e in Rete presso l’ URL https://storicamente.org/serapiglia_estado_novo_portogallo_fascismo, che rinvia al formato PDF del documento presso https://storicamente.org/sites/default/images/articles/media/1967/serapiglia_estado_novo_portogallo_fascismo.pdf; URL e documento da noi “congelati” tramite WebCite agli URL http://www.webcitation.org/75XUlBagX e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fstoricamente.org%2Fsites%2Fdefault%2Fimages%2Farticles%2Fmedia%2F1967%2Fserapiglia_estado_novo_portogallo_fascismo.pdf&date=2019-01-19 e ulteriore “congelamento” del documento presso Intenet Archive agli URL https://archive.org/details/UnaQuestioneDimperoLaStampaDellestadoNovoDiFronteAllaGuerra e https://ia801504.us.archive.org/30/items/UnaQuestioneDimperoLaStampaDellestadoNovoDiFronteAllaGuerra/Serapiglia_estado_novo_portogallo_fascismo2.pdf; documento caricato su Internet Archive a sua volta “congelato” e nell’URL e nel documento stesso sempre presso WebCite agli URL http://www.webcitation.org/75XVjtvid e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801504.us.archive.org%2F30%2Fitems%2FUnaQuestioneDimperoLaStampaDellestadoNovoDiFronteAllaGuerra%2FSerapiglia_estado_novo_portogallo_fascismo2.pdf&date=2019-01-19. Infine per quanto riguarda, su un piano più generale,  i rapporti fra Portogallo estadonovista ed Italia fascista, oltre a Stefano Salmi, Le relazioni fra l’Italia e il Portogallo cit.,   segnaliamo altre 5 tesi di laura o di dottorato – reperibili sempre solo in formato cartaceo – depositate presso l’Università degli Studi di Firenze: Pamela Fedeli, Il fascismo e “l’Estado Novo”. Le relazioni tra l’Italia e il Portogallo dal 1930 allo scoppio della Seconda guerra mondiale (relatore Antonio Varsori, corso di laurea: Scienze Politiche), 2000 (per accertarne la consultabilità rivolgersi alla Biblioteca di Scienze Sociali. Collocazione: SPTL2000000000371 depositata presso Biblioteca di Scienze Sociali); Alessandra Cillerai, I rapporti politici tra l’Italia fascista e il Portogallo nelle prime fasi della Seconda guerra mondiale (1938-1941) (relatore Antonio Varsori, corso di laurea: Scienze Politiche), 2001 (per accertarne la consultabilità rivolgersi alla Biblioteca di Scienze sociali. Collocazione: SPTL2001000000159 depositata presso Biblioteca di Scienze Sociali); Davide Daresta, Roma Universa: il fascismo e il consolidamento dell’Estado Novo di Salazar (relatore Bruna Bagnato, corso di laurea: Relazioni Internazionali e Studi Europei), 2013 (per accertarne la consultabilità rivolgersi alla biblioteca di Scienze Sociali. Collocazione: SPTL2013000000055 depositata presso Biblioteca di Scienze Sociali); Marco Francesco Ibba, Rapporti italoportoghesi (1939-1941), Università degli studi di Parma, 2011 e Vincenzo Pepe,  Rapporti italo-portoghesi (1942-1945), Università degli Studi di Parma, 2013; due tesi, ma in formato elettronico e presenti in Rete.  La prima della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Venezia: Alberto Ragogna, Il Portogallo: una sconfitta del progetto espansionistico fascista (Relatore prof.re Rolf Petri, Corso di Laurea in Scienze del Testo Letterario Moderno e Contemporaneo), Anno Accodemico 2008-2009 (agli URL https://www.academia.edu/31173194/Il_Portogallo_-_una_sconfitta_del_progetto_espansionistico_fascista e http://www.academia.edu/attachments/51601069/download_file?st=MTU0NzQ1NjY1NSwxMzcuMjA0LjEzMy4xNTU%3D&s=swp-splash-paper-cover; WebCite: salvataggio URL e documento tecnicamente non possibile; Internet Archive: https://archive.org/details/Il_portogallo_-_una_sconfitta_del_progettoEspansionisticoFascista e https://ia601500.us.archive.org/2/items/Il_portogallo_-_una_sconfitta_del_progettoEspansionisticoFascista/Il_portogallo_-_una_sconfitta_del_proget1.pdf; nuovo “congelamento” del documento di Internet Archive su WebCite: https://ia601500.us.archive.org/2/items/Il_portogallo_-_una_sconfitta_del_progettoEspansionisticoFascista/Il_portogallo_-_una_sconfitta_del_proget1.pdf e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601500.us.archive.org%2F2%2Fitems%2FIl_portogallo_-_una_sconfitta_del_progettoEspansionisticoFascista%2FIl_portogallo_-_una_sconfitta_del_proget1.pdf&date=2019-01-21). La seconda della Facoltà di Lettere dell’Università di Porto: Bruno João da Rocha Maia, A entrada da Itália na Segunda Guerra Mundial vista pela diplomacia portuguesa (1939-1940) (sob a orientação do Prof. Doutor Manuel Loff, dissertação de Mestrado em História Contemporânea), 2010 (documento presso l’URL https://repositorio-aberto.up.pt/bitstream/10216/57339/2/tesemestbrunomaia000127777.pdf; WebCite: http://www.webcitation.org/75YzJ4e5d e http://www.webcitation.org/75YzV5elI; Internet Archive: https://archive.org/details/tesemestbrunomaia000127777 e https://ia801508.us.archive.org/14/items/tesemestbrunomaia000127777/tesemestbrunomaia000127777.pdf  e, infine, nuovo “congelamento” del documento di Internet Archive su WebCite: http://www.webcitation.org/75Z0QAhLT e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801508.us.archive.org%2F14%2Fitems%2Ftesemestbrunomaia000127777%2Ftesemestbrunomaia000127777.pdf&date=2019-01-20) e, infine, un’altra tesi, sempre in formato elettronico e sempre in Rete, Vera Margarida Coimbra De Matos, Portugal e Itália. Divergências e  convergências em quarenta e  três anos de relações diplomáticas (tese de Doutoramento em Altos Estudos em História, especialidade de Época Contemporânea, orientada pela Professora Doutora Maria Manuela Tavares Ribeiro, apresentada ao Departamento de História, Estudos Europeus, Arqueologia e Artes da Faculdade de Letras da Universidade de Coimbra), setembro 2014, che per l’arco temporale che copre riguardo i rapporti fra il Portogallo dell’Estado Novo prima e “democratico” poi e l’Italia fascista prima e sempre “democratica” poi – dal capitolo 1: “Salazar, Mussolini e a diplomacia luso-italiana” fino all’ultimo cap. 3 : “A Itália e a  negociação da  adesão de Portugal à CEE” – è documento con intenti di ricerca in qualche modo paralleli ai nostri ma che, piuttosto che cercare come nella nostra ricerca che prende le mosse dal case study di Dante Vacchi che fonda i commandos portoghesi le linee di continuità dei rapporti dell’Italia fascista e dopo dell’Italia del secondo dopoguerra col Portogallo dell’Estado Novo, privilegia in questi rapporti le soluzioni di continuità fra l’Italia fascista e “democratica” poi (ovviamente, non viene menzionato Dante Vacchi, ma su questo non è da muovere alcun appunto, perché Vacchi è un illustre sconosciuto che la nostra ricerca intende finalmente mettere sotto i riflettori; più grave, invece, che non venga menzionata l’internazionale nera, in cui fascisti italiani ebbero un peso di rilievo e come viene messo invece in luce in  Stefano Salmi, Le relazioni fra l’Italia e il Portogallo durante il periodo fascista e l’Estado Novo cit., pp. 404-424, dove si analizzano, fra gli altri, i rapporti di Pino Rauti con l’Estado Novo). L’URL originale di questo comunque importante documento è https://estudogeral.sib.uc.pt/bitstream/10316/26785/1/Portugal%20e%20It%C3%A1lia%20%3A%20diverg%C3%AAncias%20e%20converg%C3%AAncias.pdf, successivo nostro “congelamento” presso WebCite agli URL http://www.webcitation.org/75ZTbsQJJ e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Festudogeral.sib.uc.pt%2Fbitstream%2F10316%2F26785%2F1%2FPortugal%2520e%2520It%25C3%25A1lia%2520%253A%2520diverg%25C3%25AAncias%2520e%2520converg%25C3%25AAncias.pdf&date=2019-01-20 ; presso Internet Archive: https://archive.org/details/PortugalEItlia_DivergnciasEConvergncias e https://ia801507.us.archive.org/28/items/PortugalEItlia_DivergnciasEConvergncias/PortugalEItlia_DivergnciasEConvergncias.pdf  e  infine, more solito,  nuovo “congelamento” del documento di Internet Archive su WebCite: http://www.webcitation.org/75ZUSYyvl e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801507.us.archive.org%2F28%2Fitems%2FPortugalEItlia_DivergnciasEConvergncias%2FPortugalEItlia_DivergnciasEConvergncias.pdf&date=2019-01-20. Mentre per quanto riguarda le fonti secondarie che non sono  tesi di laurea o di dottorato ma saggi  di indiscusso alto contenuto scientifico ma diffusi solo attraverso la classica editoria in cartaceo  segnaliamo   Mario Ivani, Il Portogallo di Salazar e l’Italia fascista: una comparazione, “Studi Storici”, 2005, n° 2, pp. 347-406; Id., Esportare il fascismo: collaborazione di polizia e diplomazia culturale tra Italia fascista e Portogallo di Salazar (1928-1945), Bologna, Clueb, 2008; e sempre per quanto riguarda la collaborazione e le affinità culturali tra il Portogallo estadonovista e l’Italia fascista, Goffredo Adinolfi, Ai confini del fascismo: propaganda e consenso nel Portogallo salazarista (1932-1944), Milano,  Franco Angeli Editore, 2007; Id.  L’uomo che costruì il consenso di Salazar. L’itinerario politico di   António Ferro dal futurismo al salazarismo, “Nuova Storia Contemporanea”, 2007, n° 4, pp. 61-75; Jorge Pais de Sousa (prefácio de Luís  Reis Torgal), Uma Biblioteca Fascista em Portugal. Publicações do Periodo Fascista Existentes no Instituto do Estudos Italianos da Facultade de Letras da Universidade de Coimbra, Coimbra, Imprensa da Universidade de Coimbra, 2007. Infine, dopo i documenti presenti in Rete sulle reazioni portoghesi sull’aggressiva politica estera del regime fascista,  Bruno João da Rocha Maia, A entrada da Itália na Segunda Guerra Mundial vista pela diplomacia portuguesa (1939-1940) cit. e Vera Margarida Coimbra De Matos, Portugal e Itália. Divergências e  convergências em quarenta e  três anos de relações diplomáticas cit.,  un’ultima segnalazione di una fonte secondaria in cartaceo  che riguarda la reazione della diplomazia portoghese verso l’ invasione italiana dell’Etiopia e che completa l’elenco dei già menzionati Stefano Salmi, Le relazioni fra l’Italia e il Portogallo durante il periodo fascista e l’Estado Novo cit.,  Vittorio Antonio Salvadorini, Italia e Portogallo dalla guerra d’Etiopia al 1943 cit., E. D. R. Harrison, On Secret Service for the Duce. Umberto Campini in Portuguese East Africa, 1941-1943 cit. e  Daniele Serapiglia, Una questione d’impero: la stampa dell’Estado Novo di fronte alla guerra d’Etiopia cit. : Maria Antonieta Gomes Raposo, A invasão da Etiópia em 1935 vista pela diplomacia portuguesa, Lisboa,  Edições Colibri, 2003, opera comunque utile per un primo approfondimento della problematica.).

       Comunque sia, Dante Cesare Vacchi nel corso di questo sua importantissima e straordinaria vicenda all’interno di un ganglio vitale dell’Estado Novo, l’esercito portoghese, e contro i movimenti di liberazione africani attraverso la creazione di sua mano di un fondamentale settore dell’esercito portoghese (a riprova dell’assoluta necessità di un lavoro da svolgere sulla sua figura, a nostra notizia vi sono solo quattro  saggi  sulla guerra coloniale portoghese che parlano  di Vacchi: il primo è il summenzionato lavoro di Fernando Cavaleiro Ângelo. Os Flechas cit.;  il secondo è John P. Cann,  The Fuzileiros: Portuguese Marines in Africa, 1961–1974, [S. l.], Helion & Company, 2016, dove a p. 24 si citano come fotografi del conflitto Anne Gaüzes, giornalista e probabilmente la donna dell’uomo d’arme italiano, e Dante Vacchi, vedi congelamento n. 26 del repertorio il terzo è Idem, The Flechas: Insurgent Hunting in Eastern Angola, 1965-1974, [S. l.],  Helion & Company,  2013 (di questo lavoro segnaliamo anche la sua versione in portoghese, sulla quale però non è stato possibile verificare, tramite Google libri,  se Vacchi vi sia citato: John P. Cann, Óscar  Cardoso, Os Flechas. Os Caçadores Guerreiros do Leste de Angola 1965-1974, Parede,  Tribuna da História, 2018), dove a pp. 17-18, al capitolo secondo “Learning counterinsurgency” si scrive: «As the war progressed, particurarly  the reoccupation of the north, the urgent need for specially trained troops became clear, that is those troops whose training went well beyond the traditional instruction and even beyond that of the CCEs.  Such troops would be formed into units capable of operating independently for extended periods in the field. This need came to the fore during the employment in early 1962 of an infantry battalion to the vicinity of Nóqui, a frontier port of the Congo River. Accompanying the battalion was an Italian journalist, Cesare Dante Vacchi, who held a wealth of combat experience from both Indocina and Algeria and wrote for Paris Match. He befriended the officers and men of the battalion, and, as he learned their language, began to offer instruction based not only in the technical tradecraft of soldiering but also, and more importantly, in the psychological preparation that enabled the troops to acclimate quickly to the confusion of combat. As the strong results of Vacchi’s coaching became widely apparent, it was felt that this more sophisticated and advanced preparation should be the basis of a specialized body of highly capable troops. Consequently, in late 1962, after extensive briefings of key generals, Colonel José Bettencourt Rodrigues, the Chief of Staff of the Military Region, was given a free hand in establishing the new units and their training centre at Zemba, a site about 80 miles northeast of Luanda. In 1963, the first of these new troops, called commandos, were deployed in small numbers and organized in platoon-sized commando groups (grupos de commandos). In September 1964, the 1st Company of Commandos began operations from Belo Horizonte, the new commando base located in the North of Angola. These commandos also proudly wore the new, distinctive crimson beret.», mentre a p. 7 dello stesso saggio viene riprodotta una foto relativa al confine nord fra Angola e Congo che nella didascalia viene attribuita a Dante Vacchi, vedi congelamento n. 31 del  repertorio; il quarto è José Freire Antunes, A Guerra de África – 1961-1974, Lisboa, Círculo de Leitores, 1995,  dove Dante Vacchi, secondo il motore di ricerca di Google libri, viene citato tre volte, pp. 233, 234 e 464: a p. 233 dove Vacchi viene definito giornalista di “Paris Match”, a p. 234 dove lo stralcio dell’immagine della pagina operata da Google libri non ci consente di dire molto altro tranne che segnalare la citazione ed infine p. 464 dove compare un diretto riferimento alla PIDE ma dove l’immagine restituitaci da Google libri esclude il nome di Vacchi, nonostante il motore di ricerca di Google libri ci abbia indirizzato anche a quella pagina. Per più dettagli in merito al saggio di José Freire Antunes, vedi congelamento n. 34 del presente repertorio delle fonti Internet e, ad ancora maggior ragione,  vale pure qui la necessità della verifica sulla forma cartacea dei documenti esistenti nella doppia versione cartacea ed “internettiana”) si era conquistato  una enorme stima da parte dei suoi compagni portoghesi impegnati in Africa nella guerra contro i movimenti di liberazione ma questo eccezionalmente positivo apprezzamento verso Dante Cesare Vacchi non fu elargito solo dai militari che furono da lui istruiti sul campo nelle operazioni di controguerriglia (vedi video e relative interviste ai suoi commilitoni al “congelamento” documentale della scheda n° 1 del presente inventario) ma anche da parte delle alte sfere del regime estadonovista, visto che già nel 1961, ancor prima del suo impegno nelle operazioni di controguerriglia in Angola, Vacchi aveva potuto intervistare e fare un servizio fotografico su Salazar. («L’intervista fu pubblicata in portoghese sulla rivista «Notícia» del 14 luglio 1961, accompagnata da tre fotografie di Salazar. Il reportage è annunciato con le seguenti parole: «pela primeira vez um jornalista consegue penetrar na intimidade do presidente português». La stessa intervista sarà poi pubblicata in italiano nel n° 60 (anno XIII) di «Epoca», dell’8 aprile del 1962, con il titolo Come ho fatto a fotografare Salazar in casa sua. La singolare avventura di un giornalista a Lisbona (pp. 44-47, 49, 50)»: Giovanni Damele, Dante Vacchi e i Comandos portoghesi. Appunti per una ricerca, p. 3. Questo articolo del Damele, allo stato il primo lavoro con criteri scientifici su Vacchi, è stato da noi reperito in Rete e non siamo riusciti a sapere se prima o contestualmente sia stato pubblicato in cartaceo. Ad ogni buon conto, al punto 2 di questo inventario forniamo l’URL presso il quale è possibile prenderne visione assieme ai “congelamenti” WebCite ed Internet Archive che consentono a questo articolo di diventare una fonte internettiana di sicura e durevole citabilità).

       Non è questa la sede per ricostruire la biografia di Cesare Dante Vacchi («Dante Cesare Telesforo Vacchi [era] nato a Conselice il 21 maggio del 1925 da Giuseppe e Anita Gentilini [e] Morirà a Cervia il 5 maggio del 1994.»: Ivi, pp. 4 e 8) anche perché – anzi soprattutto perché – attualmente la documentazione disponibile è veramente scarsa (per esempio, per quanto  riguarda il suo ruolo svolto nella formazione dei commandos portoghesi, al momento, a parte le fonti primarie e secondarie in Rete qui inventariate e “congelate”, siamo venuti a conoscenza, anche se non ancora nella nostra disponiblità nella forma cartacea, solo dei summenzionati quattro saggi a stampa che menzionano – e tre, a quanto pare, anche piuttosto di sfuggita – Dante Vacchi); basti dire che a parte le sue non numerossime iniziative pubblicistiche e giornalistiche (Dante vacchi era anche giornalista, o perlomeno amava presentarsi come tale), non sappiamo veramente molto altro, a parte il già accennato impegno come consigliere militare, di Dante Cesare Vacchi e quindi per cominciare a tracciare un profilo di questo personaggio la ricerca dovrà esaminare, oltre alle fonti archivistiche e testimoniali portoghesi, oltre i  summenzionati saggi  (le citazioni che abbiamo tratto da questi non derivano da una visione diretta dei  documenti  in questione ma sono state fatte tramite motore di ricerca all’interno della pagina Google libri, ricerca che potrebbe avere omesso, visto che in Google libri alcune pagine non vengono pubblicate, altri luoghi dove viene citato Vacchi; e tanto per sottolineare la necessità di andare oltre questa prima forma di approfondimento tramite Internet sui saggi sulla guerra coloniale portoghese, di John P. Cann segnaliamo anche Counterinsurgency in Africa: The Portuguese Way of War, 1961-1974,  [S. l.], Praeger,1997, saggio sul quale il motore di ricerca non ha fornito alcun riscontro su Vacchi ma che, per le suddette ragioni, non è proprio detto che Vacchi non vi compaia in qualche modo) e oltre anche tutti i lavori dei diversi autori che si sono occupati della guerra coloniale portoghese (ma che in relazione alla ricerca Google non hanno dato alcuna segnalazione positiva su Dante Vacchi), anche le opere a stampa di Dante Vacchi, che  riguardano – ma non solo  – l’Angola, sulle quali finora non è stato compiuto alcun lavoro scientifico e delle quali forniamo ora un elenco che – presumibilmente –  dovrebbe essere completo (il presente inventario riguarda le fonti Internet  e dei lavori giornalistici di Vacchi, in cui pur sappiamo dalle fonti Internet fin qui consultate che Vacchi pur vi si cimentò – per es. l’intervista a Salazar – in Internet praticamente non v’è rimasta alcuna traccia né per quanto riguarda una immisione in Rete del testo di questi articoli né, tantomeno, anche per la sola citazione di essi e questa situazione è analoga anche per i libri che in vita pubblicò, di cui siamo venuti a conoscenza solo tramite il sistema OPAC e nessuno dei quali è stato immesso in Rete: libri e articoli di Vacchi dovranno quindi necessariamente subire un esame in cui la ricerca internettiana è quasi interamente fuori gioco): Anne Gaüzes, Dante Vacchi, Angola 1961-1963, Lisboa, Bertrand, 1963, libro sugli inizi della guerra in Angola, da noi non ancora esaminato. Scrive di questo libro Giovanni Damele, Dante Vacchi e i Comandos portoghesi cit., pp. 2-3: «Una prima ricostruzione basata su materiali reperibili in Portogallo, e compiuta in gran parte dal già citato tenente colonnello Neves, consente di datare al 1961 l’arrivo in Angola di Dante Vacchi, il quale si identifica come fotoreporter di «Paris Match», con il compito ufficiale (evidentemente autorizzato dallo stato maggiore portoghese) di realizzare un reportage sul contrasto della guerriglia indipendentista. Il reportage darà in seguito origine al volume Angola 1961-1963, scritto in coautoria con Anne Gaüzes.»; Dante Vacchi, Penteados de Angola [S.l., s.n., ma Lisbona, Litografia Portugal ], 1965, libro fotografico contenente 53 foto sulle acconciature delle donne angolane, da noi non ancora esaminato ma che dalle fonti Internet da noi consultate, vedi congelamenti n. 8,  9 e 14, appare come un testo con evidenti intenti di documentazione etnografica; Dante Vacchi, Anne Gaüzes, Porto, Seixal, Mundet & C., 1965 (il libro è stato pubblicato anche in Italia, con lo stesso titolo, probabilmente in italiano, a Milano, sempre nel 1965 presso l’editore Alfieri & Lacroix; entrambe le edizioni, portoghese ed italiana, da noi non ancora esaminate. Vacchi volle presentare personalmente questo libro a Salazar e per questo scrisse una lettera al dittatore portoghese chiedendo di essere ricevuto, cfr. Giovanni Damele, Dante Vacchi e i Comandos portoghesi cit., p. 3); Anne Gauzes, Dante Vacchi, Raffaello: la Stufetta del cardinale Bibbiena, Lugo di Ravenna,  Bruno Contarini, 1976, libro da noi non ancora esaminato; Dante Vacchi, La mano monca di Dio: cinque anime in striptease, una serie di malattie a puntate, un esercito alla formalina, donne rurali in video regionale, femmine pappagalle mal scopate, un uomo ex pugnetta con carta da visita, Ravenna [S. n., s.d., ma probabilmente EB, 1979], libro da noi non ancora esaminato; Dante Vacchi, Il padrino verde,  Ravenna, Brigantino, 1983, libro da noi non ancora esaminato; Dante Vacchi, Anne Vuylsteke (il vero nome di Anne  Gaüzes), Les jésuites en liberté, Paris, Filipacchi, 1990, libro da non non ancora esaminato, vedi recensione al congelamento n. 14.

        E parliano ora un po’ più a fondo, dopo i precedenti brevi cenni,  della ratio tecnica di questo documento, questo Primo inventario delle fonti Internet riferentisi a Cesare Dante Vacchi,  la cui compilazione è propedeutica ad una ricerca (su Dante Vacchi che fonda i commandos portoghesi) volta all’applicazione e alla verifica della  teoria politologica e filosofico-politica del Repubblicanesimo Geopolitico. Quasi tutto quello che allo stato ci è dato sapere su Dante Vacchi proviene da fonti internettiane ma questo tipo di fonti scontano un terribile peccato originale, sono volatili ed è stato calcolato che la  loro durata prima di svanire nel nulla sia in media quattro-cinque anni (quando va bene). Se si vuole quindi  iniziare a costruire un percorso di ricerca su Dante Cesare Vacchi, è prima di tutto necessario “congelare” e gli URL originali  attraverso i quali possiamo risalire a questa prima documentazione su Dante Vacchi e i documenti stessi che attraverso questi URL possono essere consultati. Dopo i download da Internet, siamo quindi ricorsi agli upload sia verso WebCite sia verso Internet Archive e le pagine e gli indirizzi salvati con questa procedura sono 34 (fra i quali è compreso anche il salvataggio ma solo su Internet Archive, tecnicamente l’unica opzione possibile, di tre video sui commandos portoghesi originariamente postati su YouTube: due menzionano il Vacchi, uno no – si tratta di un documento filmato che sottolinea il ruolo della PIDE nella guerra coloniale portoghese – e  quest’ultimo l’abbiamo incluso in questo inventario perché contiene materiale filmato  comune con uno dei due che menziona Vacchi, e ciò ci fa capire quanto la memoria su Vacchi fondatore dei commandos portoghesi sia a tutt’oggi un campo di scontro e divisivo).

       Anche se per tutte le pagine oggetto di download si è provveduto al doppio congelamento WebCite ed Internet Archive (ed inoltre le pagine caricate su Internet Archive sono state a loro volta congelate tramite WebCite, in modo da far svolgere ad  Internet Archive anche il ruolo di una sorta di sito originale di secondo livello: come già sottolineato, per noi la ridondanza è un valore assoluto) non sempre questo doppio “congelamento” ha dato esiti positivi, nel senso che è capitato che non sempre una delle due piattaforme abbia accettato i documenti che venivano caricati. Ma anche nel caso di questi fallimenti siamo comunque riusciti con questa procedura del doppio “congelamento” – e variando il formato originario del documento che si voleva “congelare”: tutti i documenti in HTML sono stati convertiti in Word ed in PDF  – a salvare ogni documento rendendone possibile la citabilità, e proprio perché si sta svolgendo un lavoro scientifico che anche nell’onesto rendiconto meramente tecnico del suo procedere deve trovare uno dei suoi capisaldi, questi fallimenti non sono  stati cancellati dall’inventario e il lettore potrà benissimo personalmente avvedersene cliccando sull’URL che non ha prodotto un felice risultato (ed anche leggendo l’apposita nota che indica il fallimento).

       Un ultimo breve accenno sull’impostazione del presente inventario. Come abbiamo già detto, l’inventario contiene il “congelamento” a scopo di citabilità scientifica di 34 documenti scaricati da Internet. Nei “congelamenti” effettuati su Internet Archive, nella pagina offerta da questa piattaforma per illustrare i documenti ivi caricati, abbiamo ritenuto di inserire, oltre il “congelamento” dell’URL  su WebCite e l’URL originario del documento stesso, anche  i  salvataggi su WebCite ed Internet Archive di tutti i rimanenti documenti dell’inventario, in modo che, attraverso anche un solo documento “congelato” su Internet Archive, sia possibile avere a disposizione tutto l’inventario e quindi risalire a tutti i documenti dell’inventario stesso.

       Insomma questa introduzione, a cui seguono immediatamente i 34 documenti “congelati” sia nell’URL che nel testo e debitamente numerati progressivamente nell’inventario (la sequenza di questa numerazione è unicamente quella dell’ordine cronologico con cui i documenti sono giunti alla nostra conoscenza), è posta alla fine della presentazione di ogni pagina salvata su Internet Archive e, prima ancora del presente inventario completo, è messa nella pagina di presentazione di Internet Archive anche quella parte dell’inventario stesso, ovviamente debitamente contrassegnato dal numero ordinale, relativo al documento in questione.

       Inoltre, nel completamento di questo inedito – e sotto molto aspetti autenticamente rivoluzionario – lavoro archivistico internettiano teso a rendere citabile tutta una serie di fonti presenti in Rete indispensabili per scrivere una storia dei rapporti fra il Portogallo estadonovista e l’Italia fascista e del secondo dopoguerra con particolare riguardo al problema coloniale, questo stesso inventario – con questa sua nota introduttiva – ha avuto il suo debito “congelamento” tramite la piattaforma Internet Archive (per ovvie ragioni non è stato possibile il congelamento primario dell’URL e del documento su WebCite perché si tratta di un documento originale  che non è stato scaricato da Internet ma, comunque, sempre in omaggio al principio di ridondanza –  e come si è fatto, quando possibile, per tutti i documenti dell’inventario – , l’URL e il relativo documento generati da Internet Archive sono congelati su WebCite).

       Per finire, una veloce spiegazione della inedita locuzione che s’incontra all’inizio del sottotitolo dell’inventario ‘atto di riparazione strategica’. Come enuncia il resto del sottotitolo, il percorso di ricerca che prende inizio dall’indagine  sulla figura di Dante Vacchi è (e sarà) ispirato dall’impostazione politologica e filosofico-politica del Repubblicanesimo Geopolitico, il quale trova il suo caposaldo, in radicale antitesi all’ideologia universalistica di derivazione giusnaturalistica ed illuministica,  nel momento geopolitico, il quale però abbia definitivamente perso ogni automatismo meccanicistico di origine positivista e/o neopositivista che segnava negativamente, anche se non ne annullava il profondissimo valore euristico e dialettico,  la vecchia geopolitica novecentesca (in Friedrich Ratzel, il fondatore della geopolitica e il creatore del termine ‘Lebensraum’, il termine ‘spazio vitale’ di suo conio trovava il suo ambiguo significato fra uno stretto determinismo di stampo positivistico e un sottofondo vitalistico più aperto ad una sua espressività dialettica; Rudolf  Kjellén, il creatore del termine ‘geopolitica’, nel  suo Staten som lifsform del 1916[1]Lo Stato come forma di vita – era parimenti pencolante fra un’interpretazione deterministica di questa forma di vita ed una più dinamica e dialettica) e abbia, al contrario, positivamente ed integralmente accolto, fino a depurarla al suo massimo grado e quindi consentendone la sua più piena entelechia, la filosofia della prassi di matrice idealistico-hegelo-marxiana.

       Ed è appunto attraverso  questa rinnovata filosofia della prassi (i  cui capostipiti sono il Niccolò Machiavelli del Principe e  dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio e il Giambattista Vico della Scienza Nuova  e della De antiquissima Italorum sapientiaverum  et ipsum factum  e verum et factum convertertur –  e i massimi esponenti nel Novecento sono l’Antonio Gramsci dei Quaderni del Carcere con la folgorante creazione del mito di machiavelliano conio  del moderno Principe,  il György Lukács di Storia e coscienza di classe, il Karl Korsch di Marxismo e filosofia, l’Adorno de L’idea della storia naturale, il Walter Benjamin di Tesi di filosofia della storia ed, infine,  il Giovanni Gentile de La filosofia della prassi (1899), la cui lettura, sulla scorta di una rivoluzionaria ed idealistica interpretazione delle marxiane Tesi su Feuerbach, della filosofia del filosofo e rivoluzionario di Treviri come filosofia della prassi  non è  solo l’incunabolo dell’attualismo ma anche gestalticamente il Grundtext dialettico, prassistico ed antipositivistico non solo dei  precedenti cinque pensatori novecenteschi ma anche di tutto  quel marxismo occidentale che sempre si oppose alla  falsa vulgata staliniana del marxismo e della dialettica che va sotto il nome di Diamat – acronimo in cirillico ‘диамат’, ovvero per esteso ‘Диалектический материализм’, cioè ‘dialektičeskij materializm’ traslitteraterando la locuzione in alfabeto latino) che trova un decisivo e rivoluzionario allargamento semantico la parola ‘strategia’, ora intesa dal Repubblicanesimo Geopolitico non solo come un atteggiamento e una serie di mosse finalizzate a prevalere sull’avversario, sull’ambiente naturale, culturale e/o storico, ma come il momento iniziale ed ontogenetico dell’espressione e creazione della realtà attraverso il rapporto dinamico e dialettico del soggetto con l’oggetto[2].

       Per chi voglia documenentarsi sul Repubblicanesimo Geopolitico non è questa la sede  per perdersi in approfondite discussioni, a questo scopo abbondante materiale può essere reperito in Rete (però, qualche indicazione è giusto fornirla: la discussione sul Repubblicanesimo Geopolitico si è sviluppata prima sulle pagine del blog di geopolitica “Il Corriere della Collera” – URL di riferimento https://corrieredellacollera.com/ –; ha registrato qualche intevento sulla rivista on line di studi neomarxisti “Conflitti e Strategie” – URL di riferimento http://www.conflittiestrategie.it/ –, particolarmente significativa su questa rivista la videointervista sul Repubblicanesimo Geopolitico Repubblicanesimo geopolitico. Intervista al prof. Massimo Morigi – presso la pagina di “Conflitti e Strategie” all’URL  http://www.conflittiestrategie.it/repubblicanesimo-geopolitico-intervista-al-professor-massimo-morigi, intervista che rinvia anche all’URL di YouTube https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=VeOUHYC8zq8 , videointervista che, infine, si è anche provveduto a “congelare” su Internet Archive all’URL https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoIntervistaAlProfessorMassimoMorigi –; ha infine animato il dibattito, con diversi interventi, sulla rivista on line di geopolitica “L’Italia e il mondo” – URL di riferimento http://italiaeilmondo.com/ –; e sul Repubblicanesimo Geopolitico segnaliamo, infine,  tre documenti: Massimo Morigi, Teoria della Distruzione del Valore (Teoria fondativa del Repubblicanesimo Geopolitico e per il superamento/conservazione del Marxismo), Idem, Dialecticvs Nvncivs. Il punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico attraverso i Quaderni del Carcere e Storia e Coscienza di Classe per il rovesciamento della gerarchia della spiegazione meccanicistico-causale e dialettico-conflittuale, per il rinnovamento degli studi marxiani e marxisti e per l’ Aufhebung della gramsciana e lukacsiana Filosofia della Praxis e Idem, Repubblicanesimo Geopolitico Anticipating Future Threats. Dialogo sulla Moralità del Repubblicanesimo Geopolitico più Breve Nota all’Intervista del CSEPI a La Grassa (di Massimo Morigi): documenti facilmente reperibili in Rete); quello che si cerca, in conclusione, di far comprendere con la locuzione ‘atto di riparazione strategica’ è che non sì è vuole riabilitare introducendo surrettiziamente un concetto inedito ma vago, una figura certamente espressione  di quella parte che è uscita sconfitta  – e ci sia consentito di dire giustamente sotto tutti i punti di vista – dal secondo conflitto mondiale (e poi da riabilitare rispetto a cosa? allo stato sappiamo veramente molto poco su Dante Vacchi, tranne il fatto che per tutta la vita fu certamente fascista e che, evidentemente, mai accettò  di non poter più svolgere il mestiere per il quale si sentiva più vocato, l’arte della guerra: ma se si dovesse scaraventare agli inferi un personaggio storico solo per questo tipo di pulsione e pratica bellica, veramente le nazioni non avrebbero  più né eroi né padri più o meno nobili… il che non è detto che sarebbe necessariamente un male ma però questa opzione etica – o, meglio,  questa deformazione “giustiziera” piuttosto che correttamente “giustificatrice” della storia, come ebbe modo già di dire don Benedetto  nel lontano 1917 in Teoria e storia della storiografia – nell’attività storiografica non può mai essere a senso unico e glissando sulle pulsioni e pratiche violente dei vincitori…), ma si vuole far emergere, attraverso lo studio di Dante Vacchi – prima fase di un inedito sforzo interpretativo sui rapporti fra Estado Novo e Italia fascista e poi “democratica” in cui, alla luce dell’impostazione dialettico-strategica del Repubblicanesimo Geopolitico, verrà verificata l’ipotesi non di una loro pedissequa continuità nel secondo dopoguerra ma, perlomeno, di un loro precario equilibrio fra le ragioni rappresentative, un tempo si sarebbe detto ‘sovrastrutturali’,   delle opposte ideologie dei due Stati e le profonde ragioni geopolitiche della collocazione atlantica ed anticomunista dei due paesi –, il caposaldo fondante e fondamentale del Repubblicanesimo Geopolitico, vale a dire il momento ontogenetico dall’azione-conflitto dialettico-espressivo-strategico, una azione che nel caso di Dante Vacchi, nonostante la  scarsa documentazione in nostro  possesso ma univoca nell’indicare il ruolo di protagonista del Vacchi, emerge essere stata di grandissima portata (non accettò, comunque se ne possano giudicare le motivazioni, la fine della storia emersa come esito apparentemente immodificabile del secondo conflitto mondiale, arrivando a prestare la sua arte militare ad un regime morente, quello del Portogallo salazarista, fascista e totalitario, ma attraverso un operato, la creazione dei commandos portoghesi, i cui effetti si riverbano ancor oggi nell’organizzazione militare del Portogallo “democratico”: almeno su questo dato di fatto concorda tutta la scarsa documentazione disponibile), ma che, questa azione, rischiava e rischia tuttora di rimanere per sempre incognita e/o di disperdersi in fugaci apparizioni nella Rete (con danno evidente, nel caso di un suo irrimediabile oblio, per la comprensione non minata dalle fumisterie ideologiche dell’universalismo “democratico” ma innervata dalla realistica filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico dei reali rapporti nel secondo dopoguerra fra il Portogallo dittatoriale e l’Italia “democratica”, ma “democratica” d’importazione, solo per limitarci alla genesi strettamente événementielle delle nostre “libere” istituzioni). E quindi “atto di riparazione strategica” non perché Vacchi possa tramutarsi da fascista irriducibile in una image d’Épinal buona da spendersi per il politicamente corretto dell’ideologia della fine della storia ma per il semplice fatto che il  ‘momento strategico’  espresso da Vacchi (pur notevole  e di primissimo livello sul piano biografico della sua vicenda umana con tratti eccezionali ma, soprattutto, tassello  fondamentale – e  di collegamento e di continuità fra Italia fascista ed Italia democratica o, meglio, postfascista –  per comprendere, come recita il titolo di questa comunicazione, I rapporti fra il Portogallo dell’Estado Novo e l’Italia fascista e del secondo dopoguerra in relazione al problema coloniale africano) rischiava di perdersi e  quindi, per evitare questa dispersione – o, meglio, questo ‘oblio dello strategico’ che, simile all’ ‘oblio dello strategico’ verso tutti coloro che nel corso della storia umana sono risultati fra gli sconfitti dell’azione-conflitto dialettico-espressivo-strategico, rischia di coinvolgere non solo una vita singola ma un aspetto fondamentale degli ultimi decenni del Novecento italiano e portoghese – era necessario un doveroso atto di riparazione (che certamente, visto il tipo di fonti privilegiate, ha un suo lato tecnico indubbiamente innovatore e debitore delle problematiche tecnico-informatiche del XXI secolo e della correlata volatilità delle fonti Internet ma che, dal punto di vista filosofico, nel suo riparatorio e rimemorante opporsi all’ ‘oblio del momento strategico’ – e di un individuo, Dante Cesare Vacchi che fonda i commandos portoghesi, e di una fase storica, i rapporti fra Italia e Portogallo determinati, al di là delle fumisterie ideologiche, dall’appartenenza al medesimo blocco atlantico anticomunista – si ricollega direttamente al messianismo di Walter Benjamin e alla possibilità  che nel Jetztzeit sprigionato dal procedere dialettico-strategico di una vera attività storiografica[3], nel caso del presente inventario un tempo-ora generato dalla tecnologie informatiche e cibernetiche del Web ma eternizzato  dal nostro artigianale “congelamento” delle fonti in Rete, possa benjaminamente manifestarsi quel Messia che operi quella restitutio ad integrum di coloro che erano stati sommersi dal conflitto strategico dal quale nasce e col quale è costituita la storia umana[4]; quindi il nostro “congelamento delle fonti  Internet”, come una sorta di messianico tempo-ora  non solo per Dante Cesare Vacchi ma anche per la storia – dialettica,  espressiva, conflittuale e strategica – di un secondo dopoguerra segnato dalla divisione del mondo in due blocchi e verso il quale il nostro storiografico salvataggio rimemorante è l’unica possibilità che ci è data per un suo reale superamento che non sia, come pretenderebbe l’ideologia della fine della storia, una sua criminale rimozione-falsa uccisione, allo scopo, come effettivamente oggi accade, di riproporne una sua riproposizione sotto mentite spoglie, democratiche formalmente ma intrinsecamente fasciste nella realtà), che si è concretizzato, come prima sua tappa, attraverso l’inventario delle fonti Internet che lo riguardano e che senza i “congelamenti” da noi operati e debitamente indicati in questo repertorio rischiavano di svanire.

       Nel titolo di questa comunicazione, accanto alla locuzione ‘atto di riparazione strategica’, abbiamo posto il numero ordinale ‘1°’. Certamente primo per quanto riguarda Dante Vacchi, un personaggio cui nessuno prima d’ora aveva dedicato un interesse scientifico non esaurito in sé stesso ma che ponesse le basi per un più vasta ricerca storica sui rapporti fra Portogallo estadadonovista ed Italia fascista prima ed Italia postfascista poi mettendo in luce quegli elementi di continuità che nel secondo dopoguerra non furono più di contiguità ideologica come lo furono durante il Ventennio ma che, come ormai  già sembra dimostrare la figura di Dante Cesare Vacchi, si avvalsero di personaggi o direttamente legati col passato regime fascista italiano o pubblicamente nostalgici dello stesso (come abbiamo già detto, l’unico studio scientifico finora pubblicato su Dante Cesare Vacchi è Giovanni Damele, Dante Vacchi e i Comandos portoghesi. Appunti per una ricerca cit. ma è uno studio strettamente biografico e non con i propositi di ricerca da noi appena enunciati; e se il già menzionato Stefano Salmi, Le relazioni fra l’Italia e il Portogallo durante il periodo fascista e l’Estado Novo cit. è impotante per quanto riguarda  i rapporti fra l’Italia fascista e il Portogallo estadonovista, si deve ricorrere a questo studio anche per quanto riguarda un primo approccio sulla problematiche di ricerca ora  enunciate nel presente inventario, dedicando  sì questa tesi di laurea una parte significativa della sua analisi su come i rapporti fra i due paesi totalitari  si intrecciarono attorno alle loro rispettive problematiche coloniali e di come queste problematiche a loro volta li influenzarono e quindi questa tesi ponendosi come ideale premessa, per il periodo affrontato e per gli argomenti trattati, degli  studi che si dovranno dipanare dalla ricerca sulla figura di Dante Vacchi, che riguardano i rapporti fra Italia e Portogallo nel secondo dopoguerra, ma anche saggio che getta un ponte diretto con la nostra ricerca sulla figura di Dante Cesare  Vacchi, in quanto vi si indaga anche dei rapporti di Pino Rauti  con l’Estado Novo portoghese – cfr. Stefano Salmi, Le relazioni fra l’Italia e il Portogallo durante il periodo fascista e l’Estado Novo cit.,  pp.  404-424 –,  aprendo quindi la strada allo studio sul ruolo  svolto dal neofascismo italiano del secondo dopoguerra nel rafforzare e a livello interno e nelle sue proiezioni internazionali e coloniali l’Estado Novo; un ruolo svolto dal neofascismo italiano la cui definizione è lo scopo precipuo dell’indagine su Dante Vacchi e in una definizione di questo ruolo che prima del nostro studio su Vacchi era stato anche egregiamente affrontato – vedi le fonti secondarie già citate – ma che, prima d’ora, non aveva mai puntato i suoi riflettori su uno straniero protagonista assoluto nella costruzione di un ganglio fondamentale  dell’apparato statale estadonovista: il francese Yves Guérin-Sérac, figura affrontata da pur  egregi studi sull’internazionale nera da noi citati, fonda nel 1966 l’Aginter Press ma si tratta di uno strumento, seppur importante per il terrorismo internazionale e per l’appoggio della politica coloniale portoghese, esterno allo Stato portoghese; l’italiano Dante Cesare Vacchi fonda i commandos portoghesi, strumento fondamentale per la guerra coloniale portoghese e apparato assolutamente interno allo Stato e all’esercito dell’Estado Novo), ma anche primo per il Repubblicanesimo Geopolitico, che attraverso lo studio di questo personaggio come punto di fuga prospettica del  più vasto affresco storico dei rapporti dell’Estado novo con l’Italia fascista e poi postfascista del secondo dopoguerra, intende innervare per la prima volta una specifica ed originale ricerca storica della sua Weltanschauung dialettico-espressivo-conflittuale-strategica.

       Un ‘atto di riparazione strategica’, quindi, che si manifesta come un  ‘contro-atto di oblio dello strategico’ propedeutico, se non diretta espressione, di quella ‘epifania dello strategico’ di cui abbiamo già ampiamente detto in altri luoghi a proposito del Repubblicanesimo Geopolitico e ‘contro-atto di oblio dello strategico’ e/o ‘epifania strategica’[5] che nella sua prassistica attiva ‘rimemorazione strategica’ della quale intende infondere la sua ricerca, si riallaccia direttamente, trovandovi il suo Grundtext, alle soteriologiche benjminiane Tesi di filosofia della storia, attraverso una prassi storiografica in cui l’atto messianico viene finalmente realizzato dal ‘tempo-ora’ della ‘rimemorazione dello strategico’, un momento strategico rimemorato e quindi salvato e quindi reso disponibile ad una prassi umana che proietta in avanti, e in un certo senso “eternizza”, l’originario  Jetztzeit  del procedere storico strategico (nel duplice ma convergente senso – in Gestalt dialettico-espressivo-conflittuale-strategica –  di ‘storia’ inteso come accadimento e come sua narrazione)  e che, nel nostro caso, con fulcro e punto iniziale di fuga prospettica in Dante Cesare Vacchi che fonda i commandos portoghesi, sarebbe stato altrimenti perso per sempre, sommerso (dagli apparentemente) vincitori idola theatri post 1989[6].

E soprattutto per consentirci questa ‘epifania strategica’ che questo rimemorante ‘atto di riparazione’ è dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico primo, nel senso di assoluta priorità ed urgenza realizzativa, dopo le sue molte e ripetute elaborazioni prevalentemente teoriche, ed è soprattutto che, per poterci consentire questa concreta applicazione su un concreto case study della Weltanschauung del Repubblicanesimo Geopoliltico,  abbiamo un grande debito di riconoscenza verso Dante Cesare Vacchi, perché Dante Cesare Vacchi ci consente un riaffioramento del concetto di ‘conflitto strategico’ sempre in bilico fra il rischio del suo oblio (il politicamente corretto e la surrettiziamente ribadita fine della storia) e la speranza della sua Epifania (oggi espressa, dopo la fine del marxismo – ma sarebbe meglio dire la sua Aufhebung attraverso il Repubblicanesimo Geopolitico –, con piena consapevolezza teorica dal Repubblicanesimo Geopolitico ma, per fortuna,  certamente con minore consapevolezza ma con non disprezzabile energia da tutti coloro che, pur da contrapposte barricate, decisamente ed espressamente rifiutano la fukuyamesca fine della storia).

       Allo stadio iniziale della nostra ricerca, non ci è dato conoscere se Dante Cesare Vacchi abbia mai sviluppato non diciamo una filosofia ma perlomeno un pensiero politico all’altezza dei suoi grandi risultati strategico-militari e di State Building (Vacchi non solo combattè con indubbia efficacia nella guerra coloniale portoghese ma, come già sottolineato, nel farlo creò ex nihilo all’interno della fabrica dell’esercito portoghese un’articolazione indispensabile dell’Estado Novo, il corpo dei commandos che in questa guerra furono la punta di lancia contro i movimenti di liberazione) che caratterizzarono il suo passaggio su questa terra (i suoi libri elencati nel presente documento devono trovare ancora una lettura complessiva, organica e significativa dal punto di vista scientifico, e sarà uno dei nostri compiti eseguirla, come pure si dovrà procedere per gli articoli per i periodici che Vacchi scrisse e in questa introduzione da noi neppure elencati per la semplice banale ragione che le fonti Internet se possono dare notizia, come nel caso di Vacchi, anche di opere librarie di autori molto poco conosciuti, quasi sempre tacciono completamente per quanto riguarda l’attività giornalistica di questi personaggi. Per andare nello specifico: come si vede dal repertorio delle fonti Internet da noi qui prodotto, il mercato dell’antiquariato librario segnala le opere di Vacchi, e attraverso i sistemi OPAC italiano e portoghese, consultabili solo  tramite Internet – OPAC: On-line public access catalogue –, è ugualmente possibile ricostruire un sostanzioso elenco di opere librarie di Vacchi, ricostruzione internettiana  che non è stata assolutamente possibile per gli articoli di Vacchi: comunque tutte queste fonti primarie su Vacchi, sia i libri che gli scritti per i periodici, saranno da noi non solo minuziosamente  repertoriate al di là delle risorse archivistiche offerte dalla Rete – ma risorse archivistiche che solo attraverso il nostro lavoro di “congelamento” si sono tramutate da virtuali a reali – ma anche attentamente esaminate), ma   per fornire una Gestalt che non sia solamente autoreferenziale di ‘Epifania strategica’ e, al contempo, per fornire anche il segno sotto il quale – pensiamo – si svolse, al di là di un pensiero politico ancora da noi tutto da focalizzare, la vita di Cesare Dante Vacchi, forse la  migliore approsimazione ci può essere prestata da come Roberto Esposito, in Pensiero vivente, sintetizza la peculiarità del pensiero italiano, un pensiero italiano che, non sappiamo ancora quanto consapevolmente – ma amiamo ritenere profondamente – guidò Dante Cesare Vacchi: «È qui, appunto, che si radica il primo asse paradigmatico del pensiero italiano, riconducibile alla figura, altamente complessa, dell’immanentizzazione dell’antagonismo. Che il conflitto sia costitutivo dell’ordine – che, cioè, non sia ipotizzabile, e neanche auspicabile, un ordine escludente il conflitto – segnala l’emergenza dell’origine all’interno della storia che tende, invano, a disfarsene. L’origine non può essere eliminata da un ordine che, nella sua concretezza fattuale, non soltanto ne deriva, ma continua incessantemente a riprodurla. Questo presupposto costituisce uno dei vettori fondamentali e ricorrenti della filosofia, non solo politica, italiana.»: Roberto Esposito, Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana, Torino, Einuadi, 2010, p. 25.

       Solo da un pensiero che fondi il suo sviluppo sulla  ‘immanentizzazione del conflitto’ che fu in primo luogo di Niccolò Machiavelli ma  anche il filo rosso che lega indissolubilmente le migliori e più originali espressioni del pensiero italiano –  e queste solo per limitarci al Novecento,  sotto il segno di una consapevole anche se variamente declinata filosofia della prassi, Gentile, Gramsci, Croce, con le più scaltrite e intimamente dialettiche manifestazioni del marxismo occidentale, György Lukács e Karl Korsch; per finire con Walter Benjamin che, stricto sensu, marxista non fu ma la cui intima e poetizzata Weltanschauung dialettica, il momento-ora attraverso il quale possono irrompere e manifestarsi quelle potenzialità messianiche presenti in ognuno di noi che rendano possibile la restitutio ad integrum di coloro che nel corso del conflitto strategico sono stati sconfitti e sepolti[7],  lo pone come una delle più umanamente ed umanisticamente dense espressioni, sia sul piano personale, filosofico ed anche religioso, della filosofia della prassi e una sorta di prefigurazione dell’ ‘Epifania strategica’ del Repubblicanesimo Geopolitico –, solo un pensiero che, detto altrimenti, sappia manifestare una piena  ‘Epifania strategica’ consapevole erede di tutta la miglior tradizione espressivo-dialettico-conflittuale-strategica della filosofia occidentale (che iniziata dall’aristotelico ζῷον πολιτικόν trova nel Secolo breve col gramsciano moderno Principe la sua più efficace e teoricamente evoluta sintesi politico-sociale[8], e tradizione espressivo-dialettico-conflittuale-strategica che nel XXI secolo ha manifestato  la sua ultima sistemazione col Repubblicanesimo Geopolitico che, ben oltre il “timido prassismo” costruttivista alla Alexander Wendt[9] e piuttosto trovando un suo antesignano nell’antideterministica e antimeccancistica polemologia del Carl von Clausewitz del Vom Kriege, rinnova, alla luce di una visione della scienza non meccanicistica ed anche ispirata all’intima dialetticità dell’epigenetica e della fisica quantistica – sulla “dialetticità” del nuovo modo di intendere la biologia che abbandona paradigmi meccanicistici per sottolineare il rapporto olistico e dialettico fra organismi e specie con l’ambiente vedi The Dialectical biologist (Richard Levins, Richard Lewontin, The Dialectical Biologist, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1985 (Delhi, Aakar Books for South Asia, 2009, documento in Rete  presso https://athens.indymedia.org/media/upload/2016/09/02/LEWONTIN_-_THE_DIALECTICAL_BIOLOGIST.pdf . Nostri “congelamenti”: WebCite: http://www.webcitation.org/75i27bpR1 e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fathens.indymedia.org%2Fmedia%2Fupload%2F2016%2F09%2F02%2FLEWONTIN_-_THE_DIALECTICAL_BIOLOGIST.pdf&date=2019-01-26; Internet Archive:  https://archive.org/details/TheDialecticalBiologist e https://ia801507.us.archive.org/26/items/TheDialecticalBiologist/Lewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf; WebCite su Internet Archive: http://www.webcitation.org/75i3BdM3Q e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801507.us.archive.org%2F26%2Fitems%2FTheDialecticalBiologist%2FLewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf&date=2019-01-26), e per quanto riguarda l’ aspetto dialettico dell’epigenetica cfr.   Eva Jablonka, Marion J. Lamb,  Evolution in Four Dimensions: Genetic, Epigenetic, Behavioral, and Symbolic Variation in the History of Life, Bradford Books/The MIT Press. 2005, dove, in una sorta di opportuno ritorno all’impostazione che fu prima di Lamark e poi di Lisenko, che sostenevano il principio di una selezione naturale dove l’organismo non viene solo selezionato dall’ambiente ma questo è in grado di rispondere attivamente e creativamente agli stimoli ambientali, è prefigurato una sorta di modello biologico che ha profonde attinenze con l’impostazione della filosofia della prassi del rapporto dinamico e dialettico fra soggetto ed oggetto e sfatando quindi in Eva Jablonka, Marion J. Lamb,  Evolution in Four Dimensions cit., il dogma della biologia della barriera di August Weismann dove vi si sosteneva l’esistenza di un barriera insormontabile negli organismi fra le cellule somatiche e quelle germinali; mentre per la sottolineatura dell’eliminazione del principio di non contraddizione naturale portato  del principio della superposition  della fisisca quantistica cfr. Garrett Birkhoff, John Von Neumann, The Logic of Quantum Mechanics, “The Annals of Mathematics”, 2nd Ser., Vol. 37, No. 4. (Oct., 1936), pp. 823-843[10], John von Neuman, On Alternative System of Logics, unpliblished manuscript, 1937, von Neumann Archives, Library of Congress, Washington    e Id., Quantum Logics (Strict-and Probability-Logics),  unpliblished manuscript, 1937, von Neumann Archives, Library of Congress, Washington –, la grande tradizione della filosofia della prassi in un’ottica di radicale abolizione dell’idea della separazione fra scienze umane e scienze della natura e dell’illusorio iato, come già stigmatizzato da Adorno in L’idea della storia naturale, fra storia e natura[11]), potrà salvare non solo una morente  democrazia italiana ma anche l’oramai definitivamente esausta modernità politica democratica, che dopo l’abbattimento con l’Illuminismo e la sua traduzione politica nella Rivoluzione francese della ipostatica teologia politica dell’ ancien régime dell’origine divina del potere e della conseguente alleanza fra trono ed altare, non ha saputo far altro che incardinare il suo concetto di libertà su altrettanto metafisici diritti dell’uomo e su una molto meno metafisica  ma altrettanto stupida – e criminale – concezione pratica della libertà basata sulla robinsonata  dell’ individualismo metodologico di stampo liberale (capostipiti di questo monadico individualismo, Thomas Hobbes e John Locke e, nel secolo che è appena tramontato, su un piano di assoluta volgarità storica e filosofica ma di gran fortuna sul piano pubblicistico Francis Fukuyma, la cui ridicola previsione di fine della storia non è che il compendio ed exitus novecentesco di tutta una tradizione liberale antidialettica ed antiumanistica iniziata nel ’600 e che trova tragica espressività nelle hobbessiane metafora dell’homo homini lupus e nella grandiosa e tenebrosa allegoria del Leviatano).

       Siano quindi gli studi che si dipartiranno dalla figura di Dante Cesare Vacchi un grande ‘atto di riparazione strategica’: verso quest’uomo d’arme ma, soprattutto, verso noi stessi e la grande tradizione del pensiero italiano che con la sua primogenitura nel concepimento dell’ ‘immanentizzazione del conflitto’ pose le basi, ancora tutte da sviluppare, per quell’ ‘epifania strategica’ che costituisce quel fiume carsico di energia filosofica e politica che aveva visto nascere agli albori della civiltà occidentale quel concetto di libertà intesa non come arbitrio ma come interscambio dialettico dell’espressività e creatività delle volizioni e pulsioni soggettive col più vasto ed olistico contesto del momento politico e sociale – lo Zoon politikon aristotelico dell’ Etica nicomachea e della Politica – e che oggi, catastrofe iniziata in era moderna col seicentesco rifiuto meccanicicistico delle potenzialità dialettiche dell’umanesimo, ha subito, a causa  della libertà così come è stata concepita, e purtroppo assolutamente deformata e praticata, dalla visione liberale dell’individualismo metodologico, un tragico – ma siamo sicuri, solo provvisorio – arresto.

        Ed anche operando una restitutio ad integrum della figura del fascista ed uomo d’arme Dante Cesare Vacchi che fonda i commandos portoghesi, fondamentali per un morente Portogallo totalitario nella guerra contro i movimenti di liberazione nelle sue colonie africane,  pensiamo che  messianicamente – seppur non pretendendo come Benjamin di avere come alleato il nano brutto ma bravissimo della teologia ma solo ed unicamente un prosaico Sancho Panza che ha imparato a maneggiare le molto immanentistiche armi di una nuova storiografia espressivo-dialettico-strategica dell’ ‘immanentizzazione del conflitto e/o antagonismo’ – sia possibile dare il nostro contributo per la salvezza della migliore e più profonda tradizione politica e filosofica occidentale.

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                           CONGELAMENTO 1 DI 34

 

Video sui commandos portoghesi – durata 1 ora, trentanove minuti e 21 secondi –  dove viene fatto esplicito  riferimento a Cesare Dante Vacchi. Il video è stato caricato su YouTube il 25 agosto 2016 da António José de Deus Gonçalves sotto il titolo  COMANDOS TROPAS ESPECIAIS DE ELITE Da Zemba a Besmayah – 1962/2015. Il video è stato prodotto nel 2007 a cura della Associação de Comandos col titolo COMANDOS UM CONTRIBUTO PARA A HISTÓRIA. Al 27 dicembre 2017  risultano su YouTube 14.665 visualizzazioni, 130 Like e 3 Dislike. In calce agli URL di questo congelamento n° 1, il testo di   presentazione su YouTube del video.

 

ORIGINAL URL: https://www.youtube.com/watch?v=jZ82gML5jSg

 

GLI URL E I VIDEO DI YOUTUBE NON POSSONO ESSERE CONGELATI  TRAMITE WEBCITE.

 

https://archive.org/details/COMANDOSUMCONTRIBUTOPARAAHISTRIA

https://ia601508.us.archive.org/32/items/COMANDOSUMCONTRIBUTOPARAAHISTRIA/COMANDOS%20UM%20CONTRIBUTO%20PARA%20A%20HIST%C3%93RIA.mp4

 

COMANDOS UM CONTRIBUTO PARA A HISTÓRIA

14.784 visualizzazioni

 

António José de Deus Gonçalves

Pubblicato il 25 ago 2016

ISCRIVITI 376

COMANDOS TROPAS ESPECIAIS DE ELITE Da Zemba a Besmayah – 1962/2015 A história dos Comandos do Exército Português está escrita, há livros e inúmeros artigos sobre o tema (ver a Cronologia Oficial no final do artigo), vamos apenas fazer aqui uma síntese, organizando-a em épocas que nos parecem diferenciadas. O espírito Comando, esse, atravessa todo este tempo se não de modo igual, pelo menos muito semelhante, e no essencial, tem sido o cimento e a principal razão do sucesso com que têm enfrentado os “ventos da história”. Consideramos assim, 5 grandes épocas: Guerra de contra-guerrilha no antigo Ultramar, entre 1962 e 1974, na qual os diferentes centros de instrução (Angola – Zemba, Quibala, Luanda; Moçambique – Namaacha, Montepuez; Guiné – Brá; Lamego), prepararam cerca de 9.000 Comandos para missões de contra-guerrilha nas quais obtiveram excelentes resultados operacionais e por isso foram distinguidos com as mais elevadas condecorações quer a título individual quer colectivo. Foram 12 anos como unidades de intervenção, sempre na primeira linha dos combates, onde pagaram um elevado preço de sangue: 357 mortos, 771 feridos e 28 desaparecidos. Período revolucionário e a normalização democrática em Portugal, entre 1974 e 1976, na qual se assistiu à criação do Regimento de Comandos na Amadora e a introdução da boina vermelha, tendo a acção do Regimento sido determinante na chamada normalização democrática, contribuindo para a derrota pela força das armas, em 25 de Novembro de 1975, das facções consideradas radicais que dominaram a cena política em Portugal depois do golpe militar de 25 de Abril de 1974; Guerra-fria na Europa e a Cooperação Técnico-Militar em África, de 1976 até 1993, na qual o Regimento de Comandos, procurou o seu lugar num sistema de forças virado para eventual conflito na Europa, integrou a Brigada de Forças Especiais do Exército e participou com pequenos destacamentos em exercícios internacionais no âmbito da NATO, iniciando ao mesmo tempo com sucesso, diferentes acções de Cooperação Técnico-Militar em África, sendo a mais relevante e que ainda se mantém, com Angola; Extinção do Regimento de Comandos e criação do Centro de Tropas Comandos, de 1993 a 2006, na qual o Regimento foi extinto, poucos militares comandos quiseram frequentar o curso de pára-quedismo para integrar a Brigada Aerotransportada criada no Exército a partir das unidades, pessoal e meios das Tropas Pára-quedistas da Força Aérea, também extintas. Manteve-se no Exército a possibilidade de oficiais e sargentos frequentarem o Curso de Comandos em Lamego, no Centro de Instrução de Operações Especiais, com várias finalidades, nomeadamente manter viva a Cooperação Técnico-Militar, o que foi conseguido, e preservar conhecimentos, capacidades e tradições consideradas necessárias ao ramo terrestre. Em 2002 foi criada a 1.ª Companhia de Comandos (100.º Curso de Comandos), depois a 2.ª Companhia e finalmente o Batalhão de Comandos, no Regimento de Infantaria n.º 1 (Serra da Carregueira). Em 2006 foi legalmente criado o Centro de Tropas Comandos, em Mafra, onde se manteve até 2008, ano em que regressou à Serra da Carregueira. Missões expedicionárias, desde 2004 até aos dias de hoje. Em 2004, uma companhia de comandos é integrada no Agrupamento Hotel (com base num Batalhão da Brigada Ligeira de Intervenção) e parte para Timor-Leste participando na missão das Nações Unidas no território, dando assim início ao envolvimento dos Comandos, com unidades constituídas, nas missões expedicionárias(*). No ano seguinte uma Companhia de Comandos integra a força da NATO no Afeganistão e este vai ser um teatro de operações onde os comandos permanecem até 2014, embora com uma ou outra interrupção dando lugar a outras forças da Brigada de Reacção Rápida. Primeiro como uma companhia como Força de Reacção Rápida e depois, com efectivos variáveis, por vezes em conjunto com outras unidades nacionais, integrando a Protecção da Força do Contingente Nacional, mas também fornecendo oficiais e sargentos para diferentes cargos de assessoria/mentoria, os Comandos foram a força nacional que mais tempo permaneceu no Afeganistão. Já este ano, coube ao CTC preparar o contingente português que está no Iraque, no âmbito da Coligação Internacional liderada pelos EUA para combater o “estado islâmico”. A maioria da Força Nacional Destacada é composta por militares Comandos, estando empenhados em missões de assessoria, instrução e segurança em Besmayah nos arredores de Bagdad, numa base espanhola.

 

 

 

 

              CONGELAMENTO  2 DI 34

 

Dante Vacchi e i Comandos portoghesi. Appunti per una ricerca. Autore: Giovanni Damele. Caricato da Giovanni Damele su Scribd il 2 ottobre 2015 (Uploaded by Giovanni Damele on Oct 02, 2015). Allo stato è la ricerca più completa, seppur breve,  su Dante Cesare Vacchi.

ORIGINAL URL:  https://www.scribd.com/document/283472616/Dante-Vacchi-e-i-Comandos-portoghesi-Appunti-per-una-ricerca

 

http://www.webcitation.org/74sn7eCbT

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fwww.scribd.com%2Fdocument%2F283472616%2FDante-Vacchi-e-i-Comandos-portoghesi-Appunti-per-una-ricerca&date=2018-12-23

 

https://archive.org/details/DanteVacchiEICommandosPortoghesi

https://ia601508.us.archive.org/22/items/DanteVacchiEICommandosPortoghesi/283472616-Dante-Vacchi-e-i-Comandos-portoghesi-Appunti-per-una-ricerca.pdf

 

ULTERIORE CONGELAMENTO WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/75WnWf5OF

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601508.us.archive.org%2F22%2Fitems%2FDanteVacchiEICommandosPortoghesi%2F283472616-Dante-Vacchi-e-i-Comandos-portoghesi-Appunti-per-una-ricerca.pdf&date=2019-01-18

                          

                          

                           CONGELAMENTO 3 DI 34

 

Pagina caricata senza indicazione di data e con generica indicazione di autore (Elementos cedidos por um colaborador do portal UTW). Si tratta della proposta della vendita on line del libro fotografico di Dante Vacchi ed Anne Gauze Angola 1961-1063.

 

ORIGINAL URL:  http://ultramar.terraweb.biz/06livros_AnneGauzes_%20e_%20Dante%20Vacchi.htm

 

http://www.webcitation.org/74uaFWVy8

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fultramar.terraweb.biz%2F06livros_AnneGauzes_%2520e_%2520Dante%2520Vacchi.htm&date=2018-12-24

 

 

 

https://archive.org/details/Livros-Angola1961-1963-AnnaGauzesEDanteVacchi

https://archive.org/details/TrabalhosTextosSobreAGuerraDoUltramarOuLivros

https://archive.org/details/TrabalhosTextosSobreAGuerraDoUltramarOuLivrosDanteVacchi

https://ia601509.us.archive.org/26/items/TrabalhosTextosSobreAGuerraDoUltramarOuLivrosDanteVacchi/TrabalhosTextosSobreAGuerraDoUltramarOuLivrosDanteVacchi.pdf

 

ULTERIORE CONGELAMENTO WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76FVwNDqA

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601509.us.archive.org%2F26%2Fitems%2FTrabalhosTextosSobreAGuerraDoUltramarOuLivrosDanteVacchi%2FTrabalhosTextosSobreAGuerraDoUltramarOuLivrosDanteVacchi.pdf&date=2019-02-17

                      

 

                      

 

                           CONGELAMENTO 4 DI 34

 

 Pagina caricata il 2 ottobre 2015 da Giovanni Damele. Titolo: Storia di Dante Vacchi: il fotografo italiano che fondò i Comandos portoghesi. Costituisce una versione ridotta dell’articolo di questo autore già citato al punto 2 di questo inventario intitolato Dante Vacchi e i Comandos portoghesi. Appunti per una ricerca.

 

ORIGINAL  URL: http://lusosfera.blogspot.com/2015/10/storia-di-dante-vacchi-il-fotografo_2.html#more

 

http://www.webcitation.org/74ud8oxxU

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Flusosfera.blogspot.com%2F2015%2F10%2Fstoria-di-dante-vacchi-il-fotografo_2.html%23more&date=2018-12-24

 

https://archive.org/details/CaleidoscopioLusitano_StoriaDiDanteVacchi_IlFotografoItalianoChe

https://ia801503.us.archive.org/1/items/CaleidoscopioLusitano_StoriaDiDanteVacchi_IlFotografoItalianoChe/CaleidoscopioLusitano_StoriaDiDanteVacchi_IlFotografoItalianoCheFondIComandosPortoghesi.html

https://archive.org/details/CaleidoscopioLusitano_StoriaDiDanteVacchi_IlFotografoItalianoChe_994

 

https://archive.org/details/CaleidoscopiolusitanoDanteVacchi

https://ia601502.us.archive.org/3/items/CaleidoscopiolusitanoDanteVacchi/CaleidoscopiolusitanoDanteVacchi.pdf

ULTERIORE CONGELAMENTO WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76FWhIqos

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601502.us.archive.org%2F3%2Fitems%2FCaleidoscopiolusitanoDanteVacchi%2FCaleidoscopiolusitanoDanteVacchi.pdf&date=2019-02-17

 

 

                         CONGELAMENTO  5 DI 34

Pagina caricata il 10 febbraio 2017 a firma di  Guido Bruno. Titolo dell’articolo: Dante Vacchi: il fascista che creò le forze speciali portoghesi. Al 27 dicembre 2018, l’articolo risulta avere 2853 visualizzazioni.

ORIGINAL URL: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/dante-vacchi-il-fascista-che-creo-le-forze-speciali-portoghesi-57378/

http://www.webcitation.org/74udQiPC2

 

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fwww.ilprimatonazionale.it%2Festeri%2Fdante-vacchi-il-fascista-che-creo-le-forze-speciali-portoghesi-57378%2F&date=2018-12-24

 

https://archive.org/details/EccoLaStoriaDiUnVeroArci-italiano_DanteVacchiProfessione

https://ia801505.us.archive.org/16/items/EccoLaStoriaDiUnVeroArci-italiano_DanteVacchiProfessione/EccoLaStoriaDiUnVeroArci-italiano_DanteVacchiProfessioneAvventuriero.html

 

https://archive.org/details/DanteVacchi-IlPrimatoNazionale

 

https://archive.org/details/DanteVacchiIlPrimatoNazionale

https://ia601507.us.archive.org/34/items/DanteVacchiIlPrimatoNazionale/Dantevacchiilprimatonazionale2.pdf

 

ULTERIORE CONGELAMENTO WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76FXUpA2E

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601507.us.archive.org%2F34%2Fitems%2FDanteVacchiIlPrimatoNazionale%2FDantevacchiilprimatonazionale2.pdf&date=2019-02-17

 

                                        

                           CONGELAMENTO  6 DI 34

 

Pagina caricata sul sito dell’associazione “Azimut”  il 12 febbraio 2017. Si tratta sempre dell’articolo di Guido Bruno di cui si è già detto al congelamento  n° 5.

ORIGINAL URL: https://azimutassociazione.wordpress.com/2017/02/12/attualita-su-trump-papa-francesco-incidenti-a-genova-cyber-attacchi-contro-italia-la-storia-e-personaggi-sconosciuti-dante-vacchi-ledicola-e-altre-news/

 

http://www.webcitation.org/74udptiHx

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fazimutassociazione.wordpress.com%2F2017%2F02%2F12%2Fattualita-su-trump-papa-francesco-incidenti-a-genova-cyber-attacchi-contro-italia-la-storia-e-personaggi-sconosciuti-dante-vacchi-ledicola-e-altre-news%2F&date=2018-12-24

 

https://archive.org/details/Attualita_SuTrumpPapaFrancescoIncidentiAGenovaCyberAttacchiContro

https://ia801509.us.archive.org/23/items/Attualita_SuTrumpPapaFrancescoIncidentiAGenovaCyberAttacchiContro/Attualita_SuTrumpPapaFrancescoIncidentiAGenovaCyberAttacchiControItalia_LaStoriaEPersonaggiSconosciutiDanteVacchiLedicolaEAltreNews_AssociazioneAzimut.html

 

https://archive.org/details/IlFascistaCesareDanteVacchiELaCreazioneDeiCommadosPortoghesi

 

https://archive.org/details/IlFascistaCesareDanteVacchiELaCreazioneDeiCommandosPortoghesi

https://ia601507.us.archive.org/6/items/IlFascistaCesareDanteVacchiELaCreazioneDeiCommandosPortoghesi/IlFascistaCesareDanteVacchiELaCreazioneDeiCommandosPortoghesi.pdf

 

ULTERIORE CONGELAMENTO WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76FYMnqop

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601507.us.archive.org%2F6%2Fitems%2FIlFascistaCesareDanteVacchiELaCreazioneDeiCommandosPortoghesi%2FIlFascistaCesareDanteVacchiELaCreazioneDeiCommandosPortoghesi.pdf&date=2019-02-17

 

 

 

                             

 

                               CONGELAMENTO  7 DI 34

 

Storia di Dante Vacchi: il fotografo italiano che fondò i Comandos portoghesi. Sempre lo stesso articolo, sempre a firma di Giovanni Damele, di cui al congelamento n° 4 del presente inventario. Pagina caricata il 15 ottobre 2015.

 

ORIGINAL URL:

https://sosteniamopereira.org/2015/10/15/storia-di-dante-vacchi-il-fotografo-italiano-che-fondo-i-comandos-portoghesi/

 

http://www.webcitation.org/74ueBgWlc

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fsosteniamopereira.org%2F2015%2F10%2F15%2Fstoria-di-dante-vacchi-il-fotografo-italiano-che-fondo-i-comandos-portoghesi%2F&date=2018-12-24

 

https://archive.org/details/StoriaDiDanteVacchi_IlFotografoItalianoCheFondIComandosPortoghesi

https://ia601500.us.archive.org/35/items/StoriaDiDanteVacchi_IlFotografoItalianoCheFondIComandosPortoghesi/StoriaDiDadanteVacchi_IlFotografoItalianoCheFondIComandosPortoghesi_SosteniamoPereira.html

https://archive.org/details/StoriaDiDanteVacchi

 

https://archive.org/details/StoriaDiDanteVacchi_733

https://ia601502.us.archive.org/16/items/StoriaDiDanteVacchi_733/Storiadidantevacchi2.pdf

 

ULTERIORE CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76FZ2K6Rc

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601502.us.archive.org%2F16%2Fitems%2FStoriaDiDanteVacchi_733%2FStoriadidantevacchi2.pdf&date=2019-02-17

 

 

 

CONGELAMENTO  8 DI 34

 

Pagina caricata il 12 agosto 2009 da (probabilmente) Alexandre Pomar. Si tratta della presentazione del libro di Dante Vacchi, Penteados de Angola, pubblicato nel 1965, allo scopo di effettuarne la vendita sul mercato dell’antiquariato librario.

 

 

ORIGINAL URL: https://alexandrepomar.typepad.com/alexandre_pomar/2009/12/penteados.html

 

http://www.webcitation.org/74vPISpik

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Falexandrepomar.typepad.com%2Falexandre_pomar%2F2009%2F12%2Fpenteados.html&date=2018-12-25

 

https://archive.org/details/AlexandrePomar_PenteadosDeAngolaDanteVacchi

https://ia801503.us.archive.org/1/items/AlexandrePomar_PenteadosDeAngolaDanteVacchi/AlexandrePomar_PenteadosDeAngolaDanteVacchi.html

https://archive.org/details/DanteVacchiPenteados

 

https://archive.org/details/DanteVacchiPenteados_997

https://ia601507.us.archive.org/30/items/DanteVacchiPenteados_997/Dantevacchipenteados2.pdf

 

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76FZXBuLN

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601507.us.archive.org%2F30%2Fitems%2FDanteVacchiPenteados_997%2FDantevacchipenteados2.pdf&date=2019-02-17

 

 

 

 

 

CONGELAMENTO 9 DI 34

 

Sempre sul libro Penteados de Angola e, come riferito al congelamento n° 8,  pagina pubblicata allo scopo di effettuare la vendita del libro attraverso il mercato dell’antiquariato librario. Pagina caricata il 7 dicembre 2009, autore della pagina e del caricamento sconosciuto.

 

ORIGINAL URL: http://aervilhacorderosa.com/2009/12/penteados-de-angola/

 

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Faervilhacorderosa.com%2F2009%2F12%2Fpenteados-de-angola%2F&date=2018-12-25  (CONGELAMENTO  WEBCITE TECNICAMENTE  FALLITO)

 

https://archive.org/details/PenteadosDeAngola_AErvilhaCorDeRosa

https://ia801507.us.archive.org/23/items/PenteadosDeAngola_AErvilhaCorDeRosa/PenteadosDeAngola_AErvilhaCorDeRosa.html (CONGELAMENTO  INTERNET ARCHIVE  TECNICAMENTE  FALLITO)

 

 

https://archive.org/details/PenteadosDeAngola

 

https://archive.org/details/PenteadosDeAngola_56

https://ia601505.us.archive.org/24/items/PenteadosDeAngola_56/Penteadosdeangola3.pdf

 

ULTERIORE CONGELAMENTO WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76Fa9aCTG

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601505.us.archive.org%2F24%2Fitems%2FPenteadosDeAngola_56%2FPenteadosdeangola3.pdf&date=2019-02-17

 

 

 

                                CONGELAMENTO 10 DI 34

 

Pagina caricata probabilmente nel gennaio 2018 sul giornale online  “Observador”. Titolo dell’articolo: Dante Vacchi. O pai fantasma dos Comandos portugueses. Autore dell’articolo: Pedro Raínho. Al 27 dicembre 2018,  probabilmente 2.263 visualizzazioni.

 

 

 

ORIGINAL URL: https://observador.pt/especiais/dante-vacchi-o-pai-fantasma-dos-comandos-portugueses/

 

http://www.webcitation.org/74sJYJOxT

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fobservador.pt%2Fespeciais%2Fdante-vacchi-o-pai-fantasma-dos-comandos-portugueses%2F&date=2018-12-23

 

https://archive.org/details/DanteVacchi.OPaiFantasmaDosComandosPortuguesesObservador

https://ia801505.us.archive.org/18/items/DanteVacchi.OPaiFantasmaDosComandosPortuguesesObservador/DanteVacchi.OPaiFantasmaDosComandosPortuguesesObservador.html

 

https://archive.org/details/ObsevadorDanteVacchi.docx

 

https://archive.org/details/ObsevadorDanteVacchi

https://ia601508.us.archive.org/2/items/ObsevadorDanteVacchi/Obsevadordantevacchi2.pdf

 

ULTERIORE CONGELAMENTO WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76FaXoPgR

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601508.us.archive.org%2F2%2Fitems%2FObsevadorDanteVacchi%2FObsevadordantevacchi2.pdf&date=2019-02-17

                        

                         CONGELAMENTO 11 di 34

 

Pagina Facebook caricata presumibilmente a cura dell’associazione “Associação de Comandos – Bataria da Lage”. Si riferisce alla conferenza, tenuta probabilmente nel giugno 2014 dal TCor CMD António Neves, sulla vita di Dante Vacchi. Titolo di questa conferenza: DANTE VACCHI – Um nómada do mundo.

 

ORIGINAL URL: https://www.facebook.com/pg/batariadalage/photos/?tab=album&album_id=1428029860812228

GLI URL  DI FACEBOOK  NON POSSONO ESSERE CONGELATI  TRAMITE WEBCITE.

https://archive.org/details/AssociaoDeComandos-BatariaDaLage

https://ia801503.us.archive.org/32/items/AssociaoDeComandos-BatariaDaLage/131AssociaoDeComandos-BatariaDaLage-Foto.html

(CONGELAMENTO  INTERNET ARCHIVE TECNICAMENTE  FALLITO)

https://archive.org/details/ConvegnoSuCesareDanteVacchi-Immagini

https://ia801500.us.archive.org/19/items/ConvegnoSuCesareDanteVacchi-Immagini/Cattura.pngCesareDanteVacchiConvegno.png

 

https://archive.org/details/ConvegnoSuCesareDanteVacchi

 

https://archive.org/details/ConvegnoSuCesareDanteVacchi_638

https://ia601501.us.archive.org/28/items/ConvegnoSuCesareDanteVacchi_638/Convegnosucesaredantevacchi4.pdf

 

ULTERIORE CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76Gy0usSw

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601501.us.archive.org%2F28%2Fitems%2FConvegnoSuCesareDanteVacchi_638%2FConvegnosucesaredantevacchi4.pdf&date=2019-02-18

 

 

 

CONGELAMENTO 12 DI 34

 

Pagina caricata “domingo, 3 de junho de 2018”,  autore  Alexandre Pomar. Titolo della scheda: Dante Vacchi, fotógrafo, aventureiro e fantasma. Si presumono scopi commerciali sul libro di Dante Vacchi  Penteados de Angola, come già riferito ai congelamenti n° 8 e n° 9.

 

ORIGINAL  URL:

https://alxpomar.blogspot.com/2018/06/dante-vacchi.html

 

http://www.webcitation.org/74vTNBFAd

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Falxpomar.blogspot.com%2F2018%2F06%2Fdante-vacchi.html&date=2018-12-25

 

https://archive.org/details/AlexandrePomar_DanteVacchiFotgrafoAventureiroEFantasma

https://ia801508.us.archive.org/5/items/AlexandrePomar_DanteVacchiFotgrafoAventureiroEFantasma/AlexandrePomar_DanteVacchiFotgrafoAventureiroEFantasma.html

 

https://archive.org/details/DanteVacchiFotografoAvventurieroFantasma

 

https://archive.org/details/DanteVacchiFotografoAvventurieroFantasma_12

https://ia601509.us.archive.org/4/items/DanteVacchiFotografoAvventurieroFantasma_12/Dantevacchifotografoavventurierofantasma2.pdf

 

ULTERIORE CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76GyX0BHR

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601509.us.archive.org%2F4%2Fitems%2FDanteVacchiFotografoAvventurieroFantasma_12%2FDantevacchifotografoavventurierofantasma2.pdf&date=2019-02-18

 

                         CONGELAMENTO 13 DI 34

 

Pagina caricata il 12 aprile 2009 sulla rivista on line di argomenti militari “Operacional”. Autore dell’articolo LANÇA-FOGUETES DE 37 mm PARA TROPAS TERRESTRES, dove si parla diffusamente  Di Cesare Dante Vacchi, è Miguel Machado.

ORIGINAL URL:

http://www.operacional.pt/lanca-foguetes-de-37mm-para-tropas-terrestres/

 

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fwww.operacional.pt%2Flanca-foguetes-de-37mm-para-tropas-terrestres%2F&date=2018-12-25

https://archive.org/details/Lana-foguetesDe37mmParaTropasTerrestres_Operacional.CesareDante

 

https://ia801504.us.archive.org/8/items/Lana-foguetesDe37mmParaTropasTerrestres_Operacional.CesareDante/Lana-foguetesDe37mmParaTropasTerrestres_Operacional.html

 

https://archive.org/details/LanciagranateDanteVacchi

 

https://archive.org/details/LanciagranateDanteVacchi_452

https://ia601508.us.archive.org/29/items/LanciagranateDanteVacchi_452/Lanciagranatedantevacchi3.pdf

 

 

ULTERIORE CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76GyxIDzu

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601508.us.archive.org%2F29%2Fitems%2FLanciagranateDanteVacchi_452%2FLanciagranatedantevacchi3.pdf&date=2019-02-18

 

 

                                       CONGELAMENTO  14 DI 34

 

Pagina pubblicata il 12 agosto 2009 da Alexandre Pomar. Valgono  i commenti ai congelamente n° 8, n° 9 e n°12.

 

 

ORIGINAL URL:

https://alexandrepomar.typepad.com/alexandre_pomar/2009/12/penteados.html

 

http://www.webcitation.org/74vqlvjaY

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Falexandrepomar.typepad.com%2Falexandre_pomar%2F2009%2F12%2Fpenteados.html&date=2018-12-25

 

https://archive.org/details/AlexandrePomar_PenteadosDeAngolaDanteVacchi_969

https://ia801500.us.archive.org/3/items/AlexandrePomar_PenteadosDeAngolaDanteVacchi_969/AlexandrePomar_PenteadosDeAngolaDanteVacchi.html

https://archive.org/details/CesareDanteVacchiPendeadosAngola

 

https://archive.org/details/CesareDanteVacchiPendeadosAngola_410

https://ia601506.us.archive.org/9/items/CesareDanteVacchiPendeadosAngola_410/Cesaredantevacchipendeadosangola3.pdf

 

ULTERIORE CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76GzNMsnP

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601506.us.archive.org%2F9%2Fitems%2FCesareDanteVacchiPendeadosAngola_410%2FCesaredantevacchipendeadosangola3.pdf&date=2019-02-18

 

CONGELAMENTO 15 DI 34

 

Il documento in questione è un lungo articolo intitolato Historiography of the Society of Jesus: The Case of France after the Order’s Restoration in 1814, e vi cita il libro di Dante Vacchi e Anne Vuylsteke (cioè Anne Gauze) Les jésuites en liberté. Autori dell’articolo Historiography of the Society of Jesus: The Case of France after the Order’s Restoration in 1814 sono Dominique Avon e Philippe Rocher. Il documento non ha data di caricamento.

ORIGINAL URL:

 https://referenceworks.brillonline.com/entries/jesuit-historiography-online/*-COM_192562

IL DOCUMENTO  HA RIFIUTATO IL CARICAMENTO SU WEBCITE.

 

https://archive.org/details/HistoriographyOfTheSocietyOfJesus_TheCaseOfFranceAfterTheOrders

https://ia601502.us.archive.org/7/items/HistoriographyOfTheSocietyOfJesus_TheCaseOfFranceAfterTheOrders/HistoriographyOfTheSocietyOfJesus_TheCaseOfFranceAfterTheOrdersRestorationIn1814-BrillReference.html

 

https://archive.org/details/GesuitiDanteVacchi

 

https://archive.org/details/GesuitiDanteVacchi_231

https://ia601500.us.archive.org/3/items/GesuitiDanteVacchi_231/Gesuitidantevacchi2.pdf

ULTERIORE CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76GzxVJCA

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601500.us.archive.org%2F3%2Fitems%2FGesuitiDanteVacchi_231%2FGesuitidantevacchi2.pdf&date=2019-02-18

 

                     CONGELAMENTO  16 DI 34

 

Questo documento è la versione elettronica in formato PDF della rivista dei commandos portoghesi MAMASUME (Propriedade da Associação de Comandos Instituição de utilidade pública, fundada em 14 de Novembro de 1975 Membro Honorário da Ordem do Infante D. Henrique No de Contribuinte: 501082875) e si tratta del numero del dicembre-gennaio 2012 (Janeiro/Dezembro 2012 Registo no I.C.S. nº. 124782 Depósito Legal Tiragem 2500 exemplares). La rivista dichiara 2500 copie ma non sappiamo quanto visite abbia ottenuto questo caricamento in rete della rivista. Ad ogni buon conto, a pagina 41 di questo numero compare un articolo di Victor M. C. Santos Monsieur Dante, “Le Renard”.

 

 

ORIGINAL URL: http://www.aofa.pt/rimp/MAMASUME_JAN_DEZ_2012.pdf

 

http://www.webcitation.org/74smRkHah

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fwww.aofa.pt%2Frimp%2FMAMASUME_JAN_DEZ_2012.pdf&date=2018-12-23ù

 

https://archive.org/details/Mamasume_jan_dez_2012CesareDanteVacchi

https://ia601508.us.archive.org/25/items/Mamasume_jan_dez_2012CesareDanteVacchi/MAMASUME_JAN_DEZ_2012.pdf

ULTERIORE CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76H0ncDpm

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601508.us.archive.org%2F25%2Fitems%2FMamasume_jan_dez_2012CesareDanteVacchi%2FMAMASUME_JAN_DEZ_2012.pdf&date=2019-02-18

 

 

 

CONGELAMENTO 17 DI 34

 

Il sito reca il titolo “Blogue do “Povo de Portugal”” e alla pagina all’ORIGINAL URL qui in calce riporta un articolo dal titolo História dos Comandos portugueses, Raúl Folques (Cor) e António Neves (Ten-Cor) desde o início A historia dos Comandos ma l’autore di questo articolo (ma sarebbe meglio chiamarlo articolo-intervista) non è né Raúl Folques né António Neves (lo stesso che al congelamento n°  11 abbiamo riferito che nel giugno 2014 aveva tenuto una conferenza dal titolo DANTE VACCHI – Um nómada do mundo) ma Paulino Fernandes. Purtroppo, non viene riportata la data di caricamento di questo importante documento  sul “Blogue do “Povo de Portugal”” e neppure il numero di visite che  sono state effettuate su questa pagina. Vacchi in questo fondamentale documento viene citato ben 58 volte.

 

ORIGINAL URL:

http://jornalpovodeportugal.eu/2017/01/15/historia-dos-comandos-portugueses-raul-folques-cor-e-antonio-neves-ten-cor-desde-o-inicio/

 

http://www.webcitation.org/74sr5TqQG

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fjornalpovodeportugal.eu%2F2017%2F01%2F15%2Fhistoria-dos-comandos-portugueses-raul-folques-cor-e-antonio-neves-ten-cor-desde-o-inicio%2F&date=2018-12-23

 

https://archive.org/details/HistriaDosComandosPortuguesesRalFolquescorEAntnioNeves

https://ia801506.us.archive.org/21/items/HistriaDosComandosPortuguesesRalFolquescorEAntnioNeves/HistriaDosComandosPortuguesesRalFolquescorEAntnioNevesten-corDesdeOIncio_blogueDo_povoDePortugal_.html

 

https://archive.org/details/HistriaDosComandosPortugueses

 

https://archive.org/details/HistriaDosComandosPortugueses_510

https://ia601500.us.archive.org/23/items/HistriaDosComandosPortugueses_510/Histriadoscomandosportugueses2.pdf

 

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76H1Vd40G

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601500.us.archive.org%2F23%2Fitems%2FHistriaDosComandosPortugueses_510%2FHistriadoscomandosportugueses2.pdf&date=2019-02-18

 

 

CONGELAMENTO  18 DI 34

 

Sito Internet che reca il titolo “Guerra Colonial 1961-1974”. La pagina dall’ ORIGINAL URL in calce riporta una scheda dal titolo Comandos. Nella scheda si cita Dante Cesare Vacchi ma storpiandone il cognome in Vachi («A história dos Comandos portugueses começou em 1962, quando, em Zemba, no Norte de Angola, foram constituídos os primeiros seis grupos daqueles que seriam os antecessores dos comandos. Para a preparação destes grupos foi criado o CI 21 – Centro de Instrução Especial de Contraguerrilha, que funcionou junto do Batalhão de Caçadores 280, comandado pelo tenente-coronel Nave, e que teve como instrutor o fotógrafo italiano Dante Vachi, com experiência das guerras da Argélia e da Indochina.»). Autore della sceda: non riportato. Data dell’immissione della scheda in rete: non riportata. Numero di accessi: non riportati.

ORIGINAL URL:  http://www.guerracolonial.org/index.php?content=310

 

http://www.webcitation.org/74stXVAzz

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fwww.guerracolonial.org%2Findex.php%3Fcontent%3D310&date=2018-12-23

 

https://archive.org/details/GuerraColonial1961-1974 (CONGELAMENTO  INTERNET ARCHIVE TECNICAMENTE  FALLITO)

https://ia801501.us.archive.org/1/items/GuerraColonial1961-1974/GuerraColonial__1961-1974.html   (CONGELAMENTO  INTERNET ARCHIVE TECNICAMENTE  FALLITO)

 

 

https://archive.org/details/GuerraColonial

 

https://archive.org/details/GuerraColonial_938

https://ia601504.us.archive.org/0/items/GuerraColonial_938/Guerracolonial2.pdf

 

 

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76H2HzJfA

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601504.us.archive.org%2F0%2Fitems%2FGuerraColonial_938%2FGuerracolonial2.pdf&date=2019-02-18

 

 

CONGELAMENTO 19 DI 34

 

Dissertação de Mestrado em Jornalismo svolta nell’ambito della FCSH, Faculdade de Ciências Sociais e Humanas da Universidade NOVA de Lisboa,  titolo: Guerra Colonial na revista Notícia A cobertura jornalística do conflito ultramarino português em Angola. Autore: Sílvia Manuela Marques Torres. A p. 62 Cesare Dante Vacchi viene citato due volte in relazione ad un servizio giornalistico che Vacchi fece su Salazar: «Salazar surge pela primeira vez na Notícia a 14 de Julho de 1961. A reportagem de duas páginas, a preto e branco, sem direito a qualquer menção na capa, foi da autoria de Dante Vacchi. O jornalista conta tudo o que fez desde o dia em que pediu autorização para fotografar o “palacete senhoril” até à conversa que teve com Salazar. Duas idas à casa do “homem que, sozinho e em silêncio, governa um país inteiro” foram necessárias para o resultado final. A casa é retratada ao pormenor; os passos dados e as pessoas com quem se cruza são descritos por ordem. Três fotografias ilustram a peça: na primeira página, Salazar está sentado com os olhos postos num jornal; na segunda, uma fotografia maior mostra o presidente sentado numa poltrona a consultar um dossier e, na mais pequena, Salazar está de pé, no jardim, junto a um galinheiro. O artigo dá também destaque a uma caixa que revela que “pela primeira vez um jornalista consegue penetrar na intimidade do presidente português”. Em As Origens da Reportagem – Televisão154, Jacinto Godinho encontrou o mesmo cenário de “suspense” na primeira reportagem televisiva feita sobre Salazar, da autoria de Baptista Rosa. A 28 de Abril de 1958, o telespectador, curioso por “ver o que raramente aparecia”, entra de facto na casa do “pouco visível mas omnipresente homem do poder português”, mas não na sua vida íntima, como desejava. Entre um “distanciamento aproximado” e uma “proximidade distante”, o telespectador, assim como o leitor da reportagem de Dante Vacchi, “viu mas sem ver”, continuando, na realidade, a intimidade de Salazar num abrigo inultrapassável.» La tesi riporta come data marzo 2012 ma non è possibile  risalire alla data dell’immissione in rete né al numero delle visite effettuate sulla pagina.

 

ORIGINAL URL:

https://run.unl.pt/bitstream/10362/7280/1/Disserta%C3%A7%C3%A3o%20de%20Mestrado_S%C3%ADlvia%20Torres_aluna20606.docx.pdf

 

http://www.webcitation.org/74suTo18B

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Frun.unl.pt%2Fbitstream%2F10362%2F7280%2F1%2FDisserta%25C3%25A7%25C3%25A3o%2520de%2520Mestrado_S%25C3%25ADlvia%2520Torres_aluna20606.docx.pdf&date=2018-12-23

 

https://archive.org/details/DissertaoDeMestrado_slviaTorres

https://ia601502.us.archive.org/29/items/DissertaoDeMestrado_slviaTorres/DissertaoDeMestrado_slviaTorres_aluna20606.docx1.pdf

 

 

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76H2dBjB0

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601502.us.archive.org%2F29%2Fitems%2FDissertaoDeMestrado_slviaTorres%2FDissertaoDeMestrado_slviaTorres_aluna20606.docx1.pdf&date=2019-02-18

 

                          

                        

                            CONGELAMENTO 20 DI 34

 

Sempre lo stesso numero della rivista MAMASUME di cui si è già detto al congelamento n° 16.

 

URL ORIGINALI:

http://associacaocomandos.pt/associacao-comandos/publicacoes/revista-mama-sume/revista-mama-sume-no-075/, http://docplayer.com.br/11553723-Mamasume-revista-da-associacao-de-comandos.html#show_full_text e https://drive.google.com/file/d/0B-579B5eCQ29UWt3aEFOR2MxWEk/view

 

http://www.webcitation.org/74svYITOD   (CONGELAMENTO  WEBCITE  TECNICAMENTE  FALLITO)

 

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fdrive.google.com%2Ffile%2Fd%2F0B-579B5eCQ29UWt3aEFOR2MxWEk%2Fview&date=2018-12-23  (CONGELAMENTO  WEBCITE TECNICAMENTE  FALLITO)

 

 

https://archive.org/details/MamasumeRevistaDaAssociaoDeComandos

 

https://archive.org/details/MamasumeRevistaDaAssociaoDeComandos_628

https://ia601502.us.archive.org/2/items/MamasumeRevistaDaAssociaoDeComandos_628/Mamasumerevistadaassociaodecomandos4.pdf

 

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76H34dUhz

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601502.us.archive.org%2F2%2Fitems%2FMamasumeRevistaDaAssociaoDeComandos_628%2FMamasumerevistadaassociaodecomandos4.pdf&date=2019-02-18

 

 CONGELAMENTO  21 DI 34

 

“Diário de Notícias” del 09 Junho 2007. Autore: Manuel Carlo Freire. Titolo dell’articolo: Nascidos na guerra. Citazione: «Um jornalista italiano da revista francesa Paris-Match com duvidosa experiência em conflitos militares está na origem do modelo de treino das tropas Comandos, criadas a contra- -relógio pelo Exército, nos anos 1960, para a luta de contra-guerrilha em África. Cesare Dante Vacchi, antigo sargento da Legião Estrangeiro, “afirmava ter uma grande experiência de guerra, porque tinha vivido alguns conflitos. Nunca cheguei a perceber muito bem se todos como jornalista ou alguns como combatente. Ele também não era muito claro nisso”, lembra o então tenente Caçorino Dias, instrutor dos dois grupos de operacionais que dariam origem (em 1963/64) às forças especiais de Comandos.»). Non si riporta il numero di accessi alla pagina.

 

ORIGINAL URL: https://www.dn.pt/arquivo/2007/interior/nascidos-na-guerra-659045.html

 

http://www.webcitation.org/74tsFgXqw

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fwww.dn.pt%2Farquivo%2F2007%2Finterior%2Fnascidos-na-guerra-659045.html&date=2018-12-24

 

https://archive.org/details/NascidosNaGuerra

https://ia601509.us.archive.org/14/items/NascidosNaGuerra/NascidosNaGuerra.html

 

https://archive.org/details/NascidosVacchi.docx

 

 

https://archive.org/details/NascidosVacchi

https://ia601503.us.archive.org/27/items/NascidosVacchi/Nascidosvacchi2.pdf

 

 

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76H3eLo0h

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601503.us.archive.org%2F27%2Fitems%2FNascidosVacchi%2FNascidosvacchi2.pdf&date=2019-02-18

 

 

 

 

CONGELAMENTO 22 DI 34

 

Senza data e senza autore. Articolo intitolato As Forças Armadas Portuguesas nel quale viene citato Dante Vacchi. Passaggio dove viene citato Dante Vacchi: «Atualmente, os Comandos estão vocacionados para a realização das seguintes missões: Operações de ataque em profundidade na área da retaguarda do inimigo; Operações aerómoveis; Operações de contra insurreição; Operações como força de intervenção no âmbito da Segurança da área da retaguarda; Operações de apoio à paz, com prioridade para as operações de imposição de paz; Operações humanitárias, com prioridade para as operações de evacuação de não combatentes (NEO). História Os Comandos nasceram como força especial de contra-guerrilha, correspondendo à necessidade do Exército Português de dispor de unidades especialmente adaptadas a este tipo de guerra com que, em 1961, se viu enfrentada, durante a Guerra do Ultramar. A força destinava-se a: Realizar acções especiais em território português ou no estrangeiro; Combater como tropas de infantaria de assalto; Dotar os altos comandos políticos e militares de uma força capaz de realizar operações irregulares. A instituição torna-se operacional em 25 de junho de 1962, quando, em Zemba, no Norte de Angola, foram constituídos os primeiros seis grupos do que seriam considerados os antecessores dos comandos. Seria criado o CI 21 (Centro de Instrução de Contra-Guerrilha), que funcionou perto do Batalhão de Caçadores 280, e que contou como instrutor com o fotógrafo italiano e antigo sargento da Legião Estrangeira, Dante Vacchi, que já trazia experiência das guerras em Argélia e Indochina. Dado que os seis grupos preparados neste centro obtiveram excelentes resultados operacionais, o comando militar em Angola decidiu integrá-los na orgânica do Exército entre 1963 e 1964, criando os CI 16 e CI 25, na Quibala, Angola. Surgia assim, pela primeira vez, a designação de “Comandos” para as tropas aí instruídas. A 26 de Abril de 1985 o Regimento de Comandos foi agraciado com o grau de Membro-Honorário da Ordem Militar da Torre e Espada, do Valor, Lealdade e Mérito e a 13 de Dezembro de 1993 com o grau de Membro-Honorário da Ordem Militar de Avis.»

ORIGINAL URL: http://defesanacional.org/index.php/espaco-menu/historia-de-portugal/555-as-forcas-armadas-portuguesas

IL DOCUMENTO  HA  RIFIUTATO IL CARICAMENTO SU WEBCITE.

https://archive.org/details/AsForasArmadasPortuguesas

https://ia801507.us.archive.org/1/items/AsForasArmadasPortuguesas/AsForasArmadasPortuguesas.html

 

https://archive.org/details/HistriaDosComandosPortuguesesCesareDanteVacchi

https://archive.org/details/HistriaDosComandosPortuguesesCesareDanteVacchi_702

https://ia601505.us.archive.org/35/items/HistriaDosComandosPortuguesesCesareDanteVacchi_702/Histriadoscomandosportuguesescesaredantevacchi2.pdf

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76H4PDNCZ

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601505.us.archive.org%2F35%2Fitems%2FHistriaDosComandosPortuguesesCesareDanteVacchi_702%2FHistriadoscomandosportuguesescesaredantevacchi2.pdf&date=2019-02-18

 

                     CONGELAMENTO 23 DI 34

 

Pagina a scopo di mercato antiquario dove si presenta il libro di Dante Vacchi Angola 1961-1963. Autore pagina sconosciuto ma pagina forse caricata nel 2016 da Le Plac’Art Photo. Valgono i commenti ai congelamenti  n° 8, n° 9 e n° 12.

 

ORIGINAL URL: https://placartphoto.com/book/150/angola_1961_-_1963-_anne_gauzes__dante_vacchi

 

http://www.webcitation.org/74yyS0tKQ

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fplacartphoto.com%2Fbook%2F150%2Fangola_1961_-_1963-_anne_gauzes__dante_vacchi&date=2018-12-27

 

https://archive.org/details/AnneGauzes

 

https://archive.org/details/AnneGauzes_105

https://ia601502.us.archive.org/22/items/AnneGauzes_105/Annegauzes2.pdf

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76H4o3JD9

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601502.us.archive.org%2F22%2Fitems%2FAnneGauzes_105%2FAnnegauzes2.pdf&date=2019-02-18

 

 

CONGELAMENTO 24 DI 34

 

Pagina caricata il 9 dicembre 2013 per presentare il libro Porto di Dante Vacchi ed Anne Gauze («‘PORTO’ De Dante Vacchi e Anne Gauzes Edição de Milão 1965»). Autore: sconosciuto. Numero di accessi: sconosciuti. Pagina caricata a scopi commerciali per il mercato antiquario del libro come da congelamenti  n° 8, n° 9, n° 12 e n° 23.

ORIGINAL URL: http://livrosultramarguerracolonial.blogspot.com/2013/12/portugal-porto-de-dante-vacchi-e-anne.html

 

http://www.webcitation.org/74zrswLW3

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Flivrosultramarguerracolonial.blogspot.com%2F2013%2F12%2Fportugal-porto-de-dante-vacchi-e-anne.html&date=2018-12-28

https://archive.org/details/PortugalPortoDanteVacchiEAnneGauzes

 

https://archive.org/details/PortugalPortoDanteVacchiEAnneGauzes_583

https://ia601504.us.archive.org/13/items/PortugalPortoDanteVacchiEAnneGauzes_583/Portugalportodantevacchieannegauzes2.pdf

 

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76H560oIK

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601504.us.archive.org%2F13%2Fitems%2FPortugalPortoDanteVacchiEAnneGauzes_583%2FPortugalportodantevacchieannegauzes2.pdf&date=2019-02-18

 

CONGELAMENTO 25 DI 34

Pagina caricata a scopo commerciale per la vendita del libro di Anne Gauze e Dante Vacchi Porto. Non si conosce autore pagina, data di caricamento e numero di accessi. Commento, come ai punti n° 8, n° 9, n° 12, n° 23 e n° 24.

 

ORIGINAL URL: https://fr.shopping.rakuten.com/offer/buy/19407373/Gauzes-Anne-Porto-Livre.html

 

http://www.webcitation.org/74ztNS76q (CONGELAMENTO  WEBCITE TECNICAMENTE  FALLITO)

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Ffr.shopping.rakuten.com%2Foffer%2Fbuy%2F19407373%2FGauzes-Anne-Porto-Livre.html&date=2018-12-28  (CONGELAMENTO  WEBCITE TECNICAMENTE  FALLITO)

https://archive.org/details/LibroSuPortoDanteVacchi

 

https://archive.org/details/LibroSuPortoDanteVacchi_876

https://ia601502.us.archive.org/28/items/LibroSuPortoDanteVacchi_876/Librosuportodantevacchi3.pdf

 

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76H5eioQ0

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601502.us.archive.org%2F28%2Fitems%2FLibroSuPortoDanteVacchi_876%2FLibrosuportodantevacchi3.pdf&date=2019-02-18

 

 

CONGELAMENTO  26 DI 34

 

A pagina 24 di The Fuzileiros: Portuguese Marines in Africa, 1961–1974 di John P. Cann si citano come fotografi Anne Gaüzes e Dante Vacchi.

 

ORIGINAL URL: https://books.google.it/books?id=cpW0DAAAQBAJ&pg=PA24&lpg=PA24&dq=Anne+Ga%C3%BCzes&source=bl&ots=TGkjENUGM6&sig=jZagR056ss4oRfvgJl9pZCDgobM&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwiiiMOC7rzfAhXN_KQKHTESBTUQ6AEwCXoECAQQAQ#v=onepage&q=Anne%20Ga%C3%BCzes&f=false

 

http://www.webcitation.org/76H5tRt77 (CONGELAMENTO  WEBCITE TECNICAMENTE  FALLITO)

 

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fbooks.google.it%2Fbooks%3Fid%3DcpW0DAAAQBAJ%26pg%3DPA24%26lpg%3DPA24%26dq%3DAnne%2BGa%25C3%25BCzes%26source%3Dbl%26ots%3DTGkjENUGM6%26sig%3DjZagR056ss4oRfvgJl9pZCDgobM%26hl%3Dit%26sa%3DX%26ved%3D2ahUKEwiiiMOC7rzfAhXN_KQKHTESBTUQ6AEwCXoECAQQAQ%23v%3Donepage%26q%3DAnne%2520Ga%25C3%25BCzes%26f%3Dfalse&date=2019-02-18 (CONGELAMENTO  WEBCITE TECNICAMENTE  FALLITO)

 

https://archive.org/details/TheFuzileiros_PortugueseMarinesInAfrica19611974-JohnP.Cann- (CONGELAMENTO  INTERNET ARCHIVE TECNICAMENTE  FALLITO

https://ia801505.us.archive.org/15/items/TheFuzileiros_PortugueseMarinesInAfrica19611974-JohnP.Cann-/TheFuzileiros_PortugueseMarinesInAfrica19611974-JohnP.Cann-GoogleLibri.html  (CONGELAMENTO  INTERNET ARCHIVE TECNICAMENTE  FALLITO)

 

https://archive.org/details/TheFuzileiros_PortugueseMarinesInAfrica19611974-JohnP.Cann-_985 (CONGELAMENTO  INTERNET ARCHIVE TECNICAMENTE  FALLITO)

 

 

https://ia601503.us.archive.org/7/items/TheFuzileiros_PortugueseMarinesInAfrica19611974-JohnP.Cann-_985/TheFuzileiros_PortugueseMarinesInAfrica19611974-JohnP.Cann-GoogleLibri.html (CONGELAMENTO  INTERNET ARCHIVE TECNICAMENTE  FALLITO)

https://archive.org/details/TheFuzileiros_PortugueseMarinesInAfrica19611974-JohnP.CannDante

 

https://archive.org/details/TheFuzileiros_PortugueseMarinesInAfrica19611974-JohnP.Cann

https://ia601508.us.archive.org/12/items/TheFuzileiros_PortugueseMarinesInAfrica19611974-JohnP.Cann/Thefuzileiros_portuguesemarinesinafrica19611974-johnp.cann2.pdf

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76H6SbDI1

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601508.us.archive.org%2F12%2Fitems%2FTheFuzileiros_PortugueseMarinesInAfrica19611974-JohnP.Cann%2FThefuzileiros_portuguesemarinesinafrica19611974-johnp.cann2.pdf&date=2019-02-18

 

                     CONGELAMENTO 27 DI 34

 

Alle pp. 6, 7 e 18 di The Flechas: Insurgent Hunting in Eastern Angola, 1965 1974 di John P. Cann si cita Cesare Vacchi.

 

ORIGINAL URL:

https://books.google.it/books?id=JeXZAwAAQBAJ&printsec=frontcover&dq=The+Flechas:+Insurgent+Hunting+in+Eastern+Angola,+1965-1974&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiszP7E79bfAhVM1VkKHdhTB8UQ6AEIKDAA#v=onepage&q=VACCHI&f=false

 

http://www.webcitation.org/76I9TvzU5 (CONGELAMENTO  WEBCITE TECNICAMENTE  FALLITO)

 

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fbooks.google.it%2Fbooks%3Fid%3DJeXZAwAAQBAJ%26printsec%3Dfrontcover%26dq%3DThe%2BFlechas%3A%2BInsurgent%2BHunting%2Bin%2BEastern%2BAngola%2C%2B1965-1974%26hl%3Dit%26sa%3DX%26ved%3D0ahUKEwiszP7E79bfAhVM1VkKHdhTB8UQ6AEIKDAA%23v%3Donepage%26q%3DVACCHI%26f%3Dfalse&date=2019-02-18 (CONGELAMENTO  WEBCITE TECNICAMENTE  FALLITO)

 

https://archive.org/details/Vacchi-Flechas

 

https://archive.org/details/Vacchi-Flechas-Caan

https://ia601507.us.archive.org/0/items/Vacchi-Flechas-Caan/Vacchi-Flechas-Caan.pdf

 

 

 

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76I9nwjjl

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601507.us.archive.org%2F0%2Fitems%2FVacchi-Flechas-Caan%2FVacchi-Flechas-Caan.pdf&date=2019-02-18

      

                          CONGELAMENTO 28 DI 34

 

Autore: Victor Santo, articolo: De Noqui À Amodora, pp. 16-21. Buona parte dell’articolo è dedicato a o francês, « «Monsieur» Dante Vacchi …», e il soprannome era dovuto alla sua fama che faceva dire «Ele mesmo, o Francês. Consta que combateu na Argélia e fez parte dos « Comandos», vocês sabem o que é… essa tropa especial que às vezes aparece nos filmes …» La pagina PDF è tratta da “Mamasume” dell’aprile 1980. Allo stato della ricerca, questo è la più vecchia fonte secondaria che parla di Cesare Dante Vacchi come fondatore dei commandos portoghesi. Si ignora data di immissione nel Web della pagina.

 

ORIGINAL URL:

http://associacaocomandos.pt/_warehouse/mamasume/rvms-pdf/RVMS-009-1980c-Abril.pdf

http://www.webcitation.org/76IAe56jm

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fassociacaocomandos.pt%2F_warehouse%2Fmamasume%2Frvms-pdf%2FRVMS-009-1980c-Abril.pdf&date=2019-02-18

 

https://archive.org/details/Rvms-009-1980c-abril.pdfMamasume-Vacchi

https://ia601505.us.archive.org/35/items/Rvms-009-1980c-abril.pdfMamasume-Vacchi/Rvms-009-1980c-abril.pdfMamasume-Vacchi.pdf

 

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76IA6p8Oc

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601505.us.archive.org%2F35%2Fitems%2FRvms-009-1980c-abril.pdfMamasume-Vacchi%2FRvms-009-1980c-abril.pdfMamasume-Vacchi.pdf&date=2019-02-18

 

 

                               CONGELAMENTO 29 DI 34

 

Video su YouTube intitolato Tropa de Elite Portuguesa em Africa – Comandos Flechas, caricato da “Angola Documentários”, pubblicato l’ 8 novembre 2017. Al 7 febbrario 2018, 1753 visualizzazioni. Dopo circa 3 minuti dall’inizio del video, si parla di Dante Vacchi.  In calce ai relativi URL, copiaincollato il commento al video, ove vi si cita Dante Vacchi.

 

ORIGINAL URL:

https://www.youtube.com/watch?v=-EwjO4Aar_I

GLI URL E I VIDEO DI YOUTUBE NON POSSONO ESSERE CONGELATI  TRAMITE WEBCITE.

 

https://archive.org/details/TropaDeElitePortuguesaEmAfrica-ComandosFlechas

https://ia601506.us.archive.org/33/items/TropaDeElitePortuguesaEmAfrica-ComandosFlechas/TropaDeElitePortuguesaEmAfrica-ComandosFlechas.mp4

Tropa de Elite Portuguesa em Africa – Comandos Flechas

1.528 visualizzazioni

160CONDIVIDISALVA

Angola Documentários

Pubblicato il 8 nov 2017

 

O Regimento de Comandos, Centro de Tropas Comandos ou os Comandos são uma força de elite do Exército Português com treino avançado para a realização de operações ou manobras que envolvam alto risco e baixo índice de sucesso, que poderiam ser apenas realizados por uma infantaria altamente qualificada. Os Flechas foram forças de operações especiais dependentes da Polícia Internacional e de Defesa do Estado (PIDE), criadas, inicialmente em Angola, para actuar na Guerra do Ultramar. Os membros dos Flechas eram recrutados entre determinados grupos nativos, nomeadamente ex-guerrillheiros e membros da etnia bosquímane (khoisan). Os bosquímanos que historicamente tinham sido invadidos pelos povos Bantu não tinham qualquer problema a aliar-se aos portugueses, dado que viam nos movimentos de libertação o Bantu invasor do seu território. Estes eram especialmente escolhidos pelas seus conhecimentos do inimigo, conhecimento do terreno, conhecimento das populações locais, etc. É de salientar que os bosquímanos eram um povo caçador-recolector, logo exímios intérpretes de rastos e pistas deixadas no terreno pelo inimigo dada a sua experiência em perseguição de caça. Esses membros nativos eram enquadrados por oficiais do Exército Português e por agentes da PIDE e recebiam treino de forças especiais. Os Comandos nasceram como força especial de contra-guerrilha, correspondendo à necessidade do Exército Português de dispor de unidades especialmente adaptadas a este tipo de guerra com que, em 1961, se viu enfrentada, durante a Guerra do Ultramar. A força destinava-se a: – Realizar acções especiais em território português ou no estrangeiro; – Combater como tropas de infantaria de assalto; – Dotar os altos comandos políticos e militares de uma força capaz de realizar operações irregulares. A instituição torna-se operacional em 25 de junho de 1962, quando, em Zemba, no Norte de Angola, foram constituídos os primeiros seis grupos do que seriam considerados os antecessores dos comandos. Seria criado o CI 21 (Centro de Instrução de Contra-Guerrilha), que funcionou perto do Batalhão de Caçadores 280, e que contou como instrutor com o fotógrafo italiano e antigo sargento da Legião Estrangeira, Dante Vacchi, que já trazia experiência das guerras em Argélia e Indochina.

 

 

 

 

CONGELAMENTO 30 DI 34

 

Video su YouTube Os Flechas – A Tropa Secreta da PIDE/DGS 1967 (Angola Portuguesa), pubblicato da Miguel Ferreira, l’ 8 settembre 2018. Al 7 febbraio 2019, 168  visualizzazioni. Il video non cita Vacchi in relazione alla fondazione dei commandos portoghesi, ma si diffonde ampiamente sul ruolo della PIDE nella guerra coloniale portoghese e sia questa sottolineatura sul ruolo della sì famigerata polizia politica ma, comunque, portoghese sia non citare Vacchi dimostra che a tuttoggi il riconoscimento dell’operato di Vacchi nella guerra coloniale portoghese non è ancora una memoria condivisa. In calce agli URL, copiaincollato il testo di commento al video.

 

 

ORIGINAL URL:

https://www.youtube.com/watch?v=p3jDL98Nstg

GLI URL E I VIDEO DI YOUTUBE NON POSSONO ESSERE CONGELATI  TRAMITE WEBCITE

https://archive.org/details/OsFlechas-ATropaSecretaDaPide_dgs1967angolaPortuguesa

https://ia601500.us.archive.org/26/items/OsFlechas-ATropaSecretaDaPide_dgs1967angolaPortuguesa/OsFlechas-ATropaSecretaDaPide_dgs1967angolaPortuguesa.mp4

 

 

Durante a guerra de Angola, a PIDE/DGS criou um grupo paramilitar de bosquímanos, um povo africano. Os Flechas nasceram na região do Cuando-Cubango, propagaram-se à vila de Gago Coutinho (Lumbala Nguimbo) e, na fase final do conflito, chegaram à região de Luanda, Luso (Luena) e Caxito. Em 1967, seis anos depois do início da guerra em Angola, a PIDE/DGS começou a recrutar novos membros entre algumas etnias africanas com o objectivo de integrá-los num novo grupo paramilitar autóctone, criado nesse ano pelo inspector Óscar Cardoso. Foi o próprio Óscar Cardoso que lhes escolheu o nome, por utilizarem arcos e flechas envenenadas para caçarem. A ordem era que capturassem os opositores e os levassem para serem interrogados. Porém, isso raramente acontecia — na maioria das vezes, os “Flechas” acabavam por matar os insurgentes durante os confrontos. Alimentavam-se de raízes, carochas, insectos, frutos e animais, e negavam as rações de combate. Na única ocasião em que lhes foram fornecidas rações de combate, os bosquímanos comeram literalmente tudo de uma vez. Nem os plásticos que protegiam alguns alimentos se safaram. Em Angola, os missionários protestantes e católicos eram os únicos capazes de comunicar com os bosquímanos e outros grupos étnicos.

 

 

 

 

 

 

CONGELAMENTO  31 DI 34

 

Da Fernando Cavaleiro Ângelo (pref. Óscar Cardoso), Os Flechas: A Tropa Secreta da PIDE/DGS na Guerra de Angola (1967-1974), 1a ed. Alfragide, Casa das Letras, 2017 (numero di pagina non determinabile tramite motore di ricerca di Google libri): «Durante a estada da OAS em Portugal, Óscar  Cardoso desconhece que os seus agentes tenham ministrado cursos de guerrilha às nossas  forças   armadas. Existiu, contudo, um Italiano, Dante Vacchi, que deu instruçao aos Comandos do […] [citazione interrotta perché la pagina mostrata dal motore di ricerca Google libri, oltre a non mostrare il numero della pagina, non riporta nemmeno la frase intera].»

ORIGINAL URL:

https://books.google.it/books?id=4lEsDgAAQBAJ&printsec=frontcover&dq=inauthor:%22Fernando+Cavaleiro+%C3%82ngelo%22&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjZoO-bndvfAhVR2KQKHekTDTwQ6AEIKDAA#v=onepage&q=vachi&f=false

http://www.webcitation.org/76IAtD44J (CONGELAMENTO  WEBCITE TECNICAMENTE  FALLITO)

 

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fbooks.google.it%2Fbooks%3Fid%3D4lEsDgAAQBAJ%26printsec%3Dfrontcover%26dq%3Dinauthor%3A%2522Fernando%2BCavaleiro%2B%25C3%2582ngelo%2522%26hl%3Dit%26sa%3DX%26ved%3D0ahUKEwjZoO-bndvfAhVR2KQKHekTDTwQ6AEIKDAA%23v%3Donepage%26q%3Dvachi%26f%3Dfalse&date=2019-02-18 (CONGELAMENTO  WEBCITE TECNICAMENTE  FALLITO)

 

 

 

https://archive.org/details/OsFlechasTropaSecretaVacchi

 

https://archive.org/details/OsFlechasTropaSecretaDanteVacchi

https://ia601509.us.archive.org/26/items/OsFlechasTropaSecretaDanteVacchi/OsFlechasTropaSecretaDanteVacchi.pdf

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76IB57sZ8

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601509.us.archive.org%2F26%2Fitems%2FOsFlechasTropaSecretaDanteVacchi%2FOsFlechasTropaSecretaDanteVacchi.pdf&date=2019-02-18

 

CONGELAMENTO   32 DI 34

 

Dante Vacchi citato in Wikpedia alla voce “Comandos (Exército Português)”

 

ORIGINAL URL:

https://pt.wikipedia.org/wiki/Comandos_(Ex%C3%A9rcito_Portugu%C3%AAs)

 

http://www.webcitation.org/76IBM8Jsw

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fpt.wikipedia.org%2Fwiki%2FComandos_%28Ex%25C3%25A9rcito_Portugu%25C3%25AAs%29&date=2019-02-18

 

https://archive.org/details/ComandosexrcitoPortugusWikipdiaAEnciclopdiaLivre

https://ia801506.us.archive.org/35/items/ComandosexrcitoPortugusWikipdiaAEnciclopdiaLivre/ComandosexrcitoPortugusWikipdiaAEnciclopdiaLivre.html

 

https://archive.org/details/COMANDOSVACCHIWIKIPEDIA

https://ia801506.us.archive.org/18/items/COMANDOSVACCHIWIKIPEDIA/COMANDOS%20VACCHI%20WIKIPEDIA.pdf

 

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76ICcXkRS

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801506.us.archive.org%2F18%2Fitems%2FCOMANDOSVACCHIWIKIPEDIA%2FCOMANDOS%2520VACCHI%2520WIKIPEDIA.pdf+&date=2019-02-18 (CONGELAMENTO  WEBCITE TECNICAMENTE  FALLITO)

 

 

CONGELAMENTO  33 DI 34

Articolo:  Contra-Insurreição em África. O Modo Português de Fazer a Guerra (1961-1974). Autore: John P. Cann. Si tratta di una recensione dell’autore in merito a José Freire Antunes, Guerra de África – 1961-1974, Vol. I .  In calce agli URL ampia citazione della pagina in cui viene citato Vacchi (ma Caan non precisa il numero della pagina). Immesso in Rete: quarta-feira, 31 de maio de 2017.

 

 

ORIGINAL URL:

http://liceu-aristotelico.blogspot.com/2017/05/contra-insurreicao-em-africa-o-modo.html

 

http://www.webcitation.org/76ID5clAs

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fliceu-aristotelico.blogspot.com%2F2017%2F05%2Fcontra-insurreicao-em-africa-o-modo.html&date=2019-02-18

 

https://archive.org/details/MiguelBrunoDuarte_Contra-insurreioEmfrica.OModoPortugusDe

https://ia601505.us.archive.org/16/items/MiguelBrunoDuarte_Contra-insurreioEmfrica.OModoPortugusDe/MiguelBrunoDuarte_Contra-insurreioEmfrica.OModoPortugusDeFazerAGuerra1961-1974.html

 

https://archive.org/details/RecensioniCaan-Vacchi

https://archive.org/details/RecensioniCaan-DanteVacchi

https://ia601505.us.archive.org/4/items/RecensioniCaan-DanteVacchi/RecensioniCaan-DanteVacchi.pdf

 

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76IDSJxUd

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601505.us.archive.org%2F4%2Fitems%2FRecensioniCaan-DanteVacchi%2FRecensioniCaan-DanteVacchi.pdf&date=2019-02-18

 

«Para os primeiros cursos de comandos, em Angola, contrataram um indivíduo franco-italiano, o Dante Vacchi, que tinha sido sargento na Legião Estrangeira. Sem dúvida que tinha limitações na sua formação e na parte táctica, mas tinha uma preparação técnica muito grande entre arame farpado. Trouxe grandes inovações. Os oficiais que estavam à frente aceitaram o homem, naturalmente dando-lhe o desconto na parte táctica porque ele, como sargento, tinha limitações. Mas dentro do arame farpado foi extraordinário.
Nessa altura tinham saído e andavam em voga aqueles livros franceses, Os CenturiõesOs Pretorianos, etc. “Bebíamos” aqueles livros. Para nós, portugueses, a experiência francesa foi muito rica. Foram os homens que estiveram na Indochina, estiveram prisioneiros, depois foram para a Argélia. Houve oficiais portugueses que estiveram meses na Argélia a estagiar. Para mim, o modelo francês foi o mais seguido. Até porque, sendo um país com um passado com algumas semelhanças com o nosso, havia que aproveitar. A Indochina e a Argélia foram exemplos a seguir. Outra coisa que nós tínhamos era um certo cuidado, principalmente os oficiais. De certa maneira, tínhamos que dar o exemplo. Posso dizer que das baixas que tivemos nos comandos, uma percentagem elevada foram graduados, oficiais e sargentos. Para além disso, em cada cinco homens, um era oficial ou sargento, enquanto que na tropa normal, em cada trinta homens, havia um oficial e três sargentos. Nos comandos, em cada vinte e cinco homens havia um oficial e em cada cinco havia um sargento. Posso dizer que foram eliminados dos cursos de comandos vários oficiais do Quadro Permanente, incluindo alguns que são hoje colunáveis. Dou um exemplo: Uma noite dormimos em Mueda num dos quartéis, porque normalmente ficávamos em barracas. Dormíamos nas casernas, no chão, ao lado do nosso pessoal, como sempre fazíamos em operações e campanha. Fomos tomar café à messe dos oficiais de Mueda e, quando entrámos, apercebemo-nos de uma grande zaragata na caserna. E o maior orgulho que tive foi ouvir sussurrar numa companhia de caçadores que lá estava: “Porra, se tivéssemos oficiais como os vossos também éramos bons!” Havia da nossa parte uma postura que era importante e determinante.
Durante o curso, uma pessoa levava em cima, durante trinta noites seguidas, com altifalantes que lhe diziam: “Tu és o melhor do mundo!” Um gajo ficava mesmo convencido de que era bom. Acredito que isso seja muito criticado, mas era fundamental. Não direi que houvesse um espírito de superioridade. Estávamos convictos do valor que tínhamos. Nós próprios ficávamos admirados com a capacidade de resistência que tínhamos. Trabalhávamos muitas vezes no limite do esforço. Mas acima do espírito comando estava a Pátria. O nosso dia, nas unidades ou no mato em instrução, começava sempre com o hastear da bandeira nacional – compareciam todos – e com a leitura do código do comando, onde a Pátria é exaltada. Um jornalista disse um dia que os comandos estavam muito ligados a África e defendiam valores ultrapassados. De facto, nós, os comandos que estivemos em África e lá adquirimos a plenitude, éramos capazes de ficar lá toda a vida. O espírito de corpo que temos vem desses anos em África, das comissões de dois anos em que os indivíduos viviam em conjunto os problemas do dia-a-dia. Era o fulano a quem morreu o filho, o fulano que a namorada deixou, o fulano a quem a mulher pôs os cornos, os problemas de vária ordem que se sentiam a viver em companhia. O espírito de corpo foi cimentado em África, e isso não desaparece. Se agarrar num jornal, vê que é raro o mês em que não há reuniões de batalhões e de companhias. Isto não é por acaso, há um espírito de corpo que ficou, há qualquer coisa que os une. Foi o Santos e Castro – o comando número um – que introduziu o grito “Mama Sume!”, que significa isto: “Aqui estou!” Em Angola, uma das provas que os bailundos faziam para atingirem a maturidade era sair e caçar um leão, com lança. Na altura em que atiravam a lança gritavam: “Estou aqui, não tenho medo”. Por isso, e porque os comandos nasceram em Angola, o Santos e Castro achou que esse era um grito a adoptar, porque era a plenitude de um jovem que ia matar um leão com uma lança, e ao dar esse grito sentia-se com força e coragem. Ainda hoje se usa nas cerimónias comando. Na guerra, às vezes íamos a correr atrás dos gajos e gritávamos “Mama Sume!”».
Jaime Neves («Mama Sume!», in José Freire Antunes, «Guerra de África – 1961-1974», Vol. I).»

 

 

 

 

CONGELAMENTO  34 DI 34

 

Da Google libri, dal quale risulta che Dante Vacchi in José Freire Antunes, A Guerra de África – 1961-1974, Lisboa, Círculo de Leitores, 1995 viene citato tre volte: pp. 233, 234 e 464. Dalla pagina all’URL http://liceu-aristotelico.blogspot.com/2017/05/contra-insurreicao-em-africa-o-modo.html (congelamento n° 33), risulta che esso viene citato anche in un altro luogo di  José Freire Antunes, A Guerra de África cit. ma il numero di questa pagina non viene mostrato.

 

ORIGINAL URL:

https://books.google.it/books?hl=it&id=MXAFAQAAIAAJ&dq=Jos%C3%A9+Freire+Antunes%2C+%C2%ABGuerra+de+%C3%81frica+-+1961-1974%C2%BB%2C+Vol.+I&focus=searchwithinvolume&q=VACCHI

http://www.webcitation.org/76IDerGMg (CONGELAMENTO  WEBCITE TECNICAMENTE  FALLITO)

 

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fbooks.google.it%2Fbooks%3Fhl%3Dit%26id%3DMXAFAQAAIAAJ%26dq%3DJos%25C3%25A9%2BFreire%2BAntunes%252C%2B%25C2%25ABGuerra%2Bde%2B%25C3%2581frica%2B-%2B1961-1974%25C2%25BB%252C%2BVol.%2BI%26focus%3Dsearchwithinvolume%26q%3DVACCHI&date=2019-02-18 (CONGELAMENTO  WEBCITE TECNICAMENTE  FALLITO)

 

https://archive.org/details/AGuerraDefrica-DanteVacchi

 

https://archive.org/details/AGuerraDefrica-DanteCesareVacchi

https://ia601509.us.archive.org/29/items/AGuerraDefrica-DanteCesareVacchi/AGuerraDefrica-DanteCesareVacchi.pdf

 

ULTERIORE  CONGELAMENTO  WEBCITE  SU INTERNET ARCHIVE:

http://www.webcitation.org/76IDxrZHm

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601509.us.archive.org%2F29%2Fitems%2FAGuerraDefrica-DanteCesareVacchi%2FAGuerraDefrica-DanteCesareVacchi.pdf&date=2019-02-18

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Diego Rodríguez de Silva y Velázquez, Las Meninas, 1656

 

 

 

 

 

[1] Rudolf  Kjellén, Staten som lifsform, Stockholm, Gebers, 1916.

[2] In particolare, per quanto riguarda la profondissima influenza che la gentiliana Filosofia della  prassi ebbe sul pensiero e sulla politica dell’Italia del  Novecento, non troviamo nulla di meglio che stralciare dalle bozze del nostro Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico (di prossima ma sempre rinviata pubblicazione) le seguenti considerazioni: «Ma torniamo ora alla filosofia della praxis. Sebbene questa locuzione, come abbiamo precedente visto, sia larghissimamente impiegata nei Quaderni del carcere da Gramsci, il termine non fu da lui coniato ma ha invece due padri che lo avevano preceduto. Il primo è Antonio Labriola e il secondo è Giovanni Gentile. Tuttavia in Labriola e Gentile il significato è radicalmente diverso. Per semplificare: Antonio Labriola riteneva che il marxismo fosse una filosofia della prassi perché esso metteva al centro del suo discorso non un’astratta dialettica delle idee ma il concreto rapporto dell’uomo col suo lavoro destinato a modificare il suo ambiente naturale e sociale. Giovanni Gentile invece, dava a ‘filosofia della praxis’ il significato che il soggetto poteva conoscere non impiegando kantaniamente astratte categorie trascendentali ma confrontandosi direttamente con l’oggetto, un oggetto che però non è astrattamente posto ma creato dall’attività conoscitiva del soggetto stesso. Siamo, come è di tutta evidenza, dalle parte di un Fitche e della sua dialettica fra un io che deve porre per manifestarsi un non io (fra l’altro molto stranamente ma forse proprio per non dover pagare debiti troppo elevati, Gentile mai riconoscerà l’importanza di questo filosofo) ma siamo anche dalle parti, anzi vi si entra direttamente, delle Tesi su Feuerbach di Karl Marx, Tesi che, come ora vedremo, risulteranno in pratica non solo l’esordio filosofico di Giovanni Gentile ma anche il motivo animatore di tutta la dinamica interna della filosofia dell’atto puro di Gentile. Giovanni Gentile affronta il tema delle marxiane Tesi su Feuerbach nel 1899 nell’opera La filosofia di Marx (Giovanni Gentile, La filosofia di Marx. Studi critici, Pisa, E. Spoerri, 1899). Quest’opera contiene due saggi. Il primo è Una critica del materialismo storico, che aveva avuto anche una precedente pubblicazione, il secondo è La filosofia della prassi, dove oltre a porre sulla base delle Tesi su Feuerbach l’interpretazione gentiliana del pensiero di Marx, queste Tesi vengono pubblicate (e tradotte per la prima volta in Italia) da Gentile. Ma qual è, in concreto, il cuore dell’operazione ermeneutica intrapresa da Gentile con quest’ultimo saggio? Consiste in questo: poggiandosi sulla prima tesi su Feuerbach, ove il filosofo di Treviri afferma che la realtà è Gegenstand e non Objekt, Gentile afferma che per Marx la realtà è sempre e solo  il prodotto di una vicenda storica che non risponde ad alcuna legalità esterna tranne la sua peculiare dinamica interna che si sostanzia proprio nel rapporto diretto e non passivo fra soggetto e oggetto. Quindi, nell’interpretazione di Marx data da Gentile, la realtà non è un dato che prescinde dal soggetto ma è una realtà prodotta direttamente dal soggetto; fichtianamente, anche se con linguaggio diverso da Fichte, il soggetto attraverso la sua oggettivazione produce il soggetto. Di fatto, La filosofia della prassi è non solo il più profondo testo su Marx mai apparso in Italia ma è anche il testo che inquadrando la filosofia del pensatore di Treviri come filosofia della prassi nel senso attivistico del soggetto che forma l’oggetto ha anche direttamente ispirato tutta quella schiera di rivoluzionari italiani che, partendo dal totale rifiuto del positivismo, volevano lottare per il totale rivoluzionamento della società. Anche parte del fascismo trasse linfa iniziale da  questi slanci rivoluzionari ed attivistici di matrice idealistico-marxiana filtrati da Gentile, i futuristi indubbiamente ebbero  nel loro album di famiglia ideologico anche la Weltanschauung gentilo-marxiana; sull’altro versante in Gobetti sono molto rigogliosi i semi rivoluzionari di stampo gentiliano  ma l’autore che ha subito il più profondo marchio dall’interpretazione attivistica di Marx che emerge dalla Filosofia della prassi di Gentile è senza alcun dubbio Antonio Gramsci. Tanto per essere chiari e delimitare il campo degli argomenti (e degli uomini) con cui può essere utile sviluppare una dialettica e quelli che semplicemente devono essere considerati dei traditori belli e buoni del pensiero gramsciano. C’è chi ha recentemente affermato che il solo accostare il nome di Gramsci a quello di Gentile costituisce una sorta di sacrilegio perché il primo fu rinchiuso nelle carceri fasciste mentre il secondo fu uno degli ideologi di quel fascismo che incarcerò Gramsci. Per costoro non c’è nessuna risposta razionale e basata sui dati di fatto che possiamo fornire. Quando espresso in sincerità si tratta di un ragionamento di tipo religioso che non ricorre ad alcuna argomentazione razionale ma all’affermazione ripetuta e stordita di puri atti di fede (di falsa sinistra). Purtroppo, coloro che hanno il compito di dare una veste formale a questi deliri, sono tutt’altro che degli ingenui ma sono i professionisti dell’antifascismo militante il cui compito è, appunto, stordire  gli ingenui ai fini della propria carriera personale. Ci sono poi coloro, filologicamente un po’ più onesti, che dicono che l’attualismo gentiliano fu sì importante per Gramsci ma che questo influsso si fermò alle soglie degli anni Venti del Novecento. Sulla scorta di un’attenta lettura dei Quaderni, si dimostrerà che la “filosofia della praxis” versione Gentile fu determinante e centrale nel pensiero di Gramsci. C’è poi infine chi afferma, in base all’influsso diretto di Gentile su Gramsci, che Gramsci deve essere definito un filosofo idealista. Pur nel pieno rispetto di questa opinione, mostreremo una realtà molto diversa. Per quanto riguarda però  coloro che con tutta le sfumature possibili di una buona o cattiva coscienza affermano che è un sacrilegio accostare il nome di Gramsci a quello di Gentile, bastino le seguenti parole che Antonio Gramsci scrisse nel 1918 su Giovanni Gentile giudicandolo «il filosofo italiano che più in questi ultimi anni abbia prodotto nel campo del pensiero. Il suo sistema della filosofia è lo sviluppo ultimo dell’idealismo germanico che ebbe il suo culmine in Hegel, maestro di Marx, ed è la negazione di ogni trascendentalismo, l’identificazione della filosofia con la storia, con l’atto del pensiero in cui si uniscono il vero e il fatto in una progressione dialettica mai definitiva e perfetta.»: Antonio Gramsci, Il socialismo e la cultura attuale, in “Il Grido del Popolo”, 19 gennaio 1918. Veniamo ora a coloro che pur riconoscendo l’importanza di Gentile nel primo Gramsci, la vogliono negare per quanto riguarda i Quaderni del Carcere. Ora se è chiaro che nei Quaderni non sono presenti entusiastici apprezzamenti di Gramsci su Gentile del tipo di quello apparso  nel ’19 nel “Grido del popolo” (e sarebbe veramente strano aspettarseli visto che Gramsci era stato incarcerato dal regime fascista, quello stesso regime di cui Gentile tanto faticava a presentarsi come l’ideologo ufficiale), è di  altrettanta  solare evidenza che è proprio la filosofia della praxis versione gentilo-marxiana la vera colonna vertebrale filosofica che struttura tutti i Quaderni. Solo qualche citazione in proposito:[…]».

 

[3] « «L’origine è la meta»: Karl Kraus, Worte in Versen I [Parole in versi]. «La storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma quello pieno di momento-ora [Jetztzeit]. Così, per Robespierre, la Roma antica era un passato carico di momento-ora [Jetztzeit], che egli faceva schizzare dalla continuità della storia. La Rivoluzione francese si autorappresentava come una Roma rediviva. Citava  l’antica Roma esattamente come la moda cita un costume d’altri tempi. La moda ha il senso del momento-ora [Jetztzeit], dovunque esso viva nella selva di quello che fu. Essa è un balzo di tigre nel passato. Ma questo balzo ha luogo in un’arena dove comanda la classe dominante. Lo stesso balzo, sotto il cielo libero della storia, è quello dialettico, come Marx ha concepito la rivoluzione.»: Walter Benjamin, XIV Tesi di filosofia della storia.

 

 

[4] « «Una delle caratteristiche più notevoli dell’animo umano, – scrive Lotze, – è, fra tanto egoismo nei particolari, la generale mancanza di invidia del presente verso il proprio futuro». La riflessione porta a concludere che l’idea di felicità che possiamo coltivare è tutta tinta del tempo a cui ci ha assegnato, una volta per tutte, il corso della nostra vita. Una gioia che potrebbe suscitare la nostra invidia, è solo nell’aria che abbiamo respirato, fra persone a cui avremmo potuto rivolgerci, con donne che avrebbero potuto farci dono di sé. Nell’idea di felicità, in altre parole, vibra indissolubilmente l’idea di redenzione. Lo stesso vale per la rappresentazione del passato, che è il compito della storia. Il passato reca seco un indice temporale che lo rimanda alla redenzione. C’è un’intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra. Noi siamo stati attesi sulla terra. A noi, come ad ogni generazione che ci ha preceduto, è stata data in dote una debole forza messianica, sui cui il passato ha un diritto. Questa esigenza non si lascia soddisfare facilmente. Il materialista storico lo sa.»: Walter Benjamin, II Tesi di filosofia della storia. 

 

[5] «Il materialista storico non può fare a meno del concetto di presente che non è passaggio ma in cui il tempo ha origine ed è arrivato ad un arresto. Poiché questo concetto definisce precisamente il presente in cui egli scrive la storia per sé stesso. Lo storicismo dipinge un’immagine “eterna” del passato, il materialista storico, un’esperienza con esso, che si erge autonoma. Egli lascia che altri sprechino le proprie forze con la prostituta «C’era una volta» nel bordello dello storicismo. Egli rimane signore delle sue forze: uomo abbastanza per far saltare il continuum della storia: Walter Benjamin, XVI Tesi di filosofia della storia. «Lo storicismo culmina legittimamente nella storia universale. Da nessuna come da questa impostazione più  chiaramente si differenzia, dal punto di vista metodologico, la storiografia materialista. La prima non ha un’armatura teoretica. Il suo procedimento è quello dell’addizione; essa fornisce una massa di fatti per riempire un tempo omogeneo e vuoto. Alla base della storiografia materialistica è invece un principio costruttivo. Il pensiero comporta non  solo il movimento dei pensieri, ma anche il loro arresto. Quando il pensiero si arresta di colpo in una costellazione straripante di tensioni, le impartisce un urto per cui esso si cristallizza in una monade. Il materialista storico affronta un oggetto storico unicamente e solo dove esso gli si presenta come una monade [corsivo nostro]. In questa struttura egli riconosce il segno di un arresto messianico degli eventi o, detto altrimenti, di una chance rivoluzionaria nella lotta per il passato oppresso. Egli la coglie per far saltare un’epoca determinata dal corso omogeneo della storia; così facendo esplodere una determinata vita fuori dalla sua epoca, o una determinata opera fuori dall’opera complessiva di una vita. Il guadagno netto di questo modo di procedere consiste in questo:  che l’opera della vita  è conservata e superata nell’opera, l’epoca nell’opera della vita, e l’intero corso della storia nell’epoca. Il frutto nutriente dello storicamente concettualizzato ha nel suo nucleo il  concetto di tempo, come il seme prezioso ma privo di sapore.»: Walter Benjamin, XVII Tesi di filosofia della storia.  « «I cinque scarsi decenni dell’homo sapiens, – dice un biologo moderno – rappresentano, in rapporto alla storia della vita organica sulla terra, qualcosa come due secondi al termine di una giornata di ventiquattr’ore. La storia infine dell’umanità civilizzata  occuperebbe, riportata su questa scala, un quinto dell’ultimo secondo dell’ultima ora».  Il momento-ora [Jetztzeit], che, come modello del tempo messianico, riassume in una grandiosa abbreviazione la storia dell’intera umanità, coincide esattamente con la parte che la storia dell’umanità occupa nell’universo. Corollario a) Lo storicismo si accontenta di stabilire un nesso causale fra i momenti diversi della storia. Ma  nessun fatto, in quanto causa, è solo per questo storico. Lo diventerà solo dopo, postumamente, in seguito a fatti che possono essere divisi da millenni. Lo storico che muove da questa constatazione, cessa di lasciarsi scorrere fra le dita la successione dei fatti come un rosario. Coglie la costellazione in cui la sua  epoca è entrata in contatto con un’epoca anteriore alla sua. E fonda così un concetto del presente come del momento-ora [Jetztzeit], in cui sono sparse schegge di quello messianico. Corollario b)  È certo che il tempo non era vissuto dagli indovini, che cercavano  di divinare cosa era nascosto nel grembo del futuro,  né come omogeneo né come vuoto. Chi tenga presente questo, può forse farsi un’idea del modo in cui il passato era vissuto come  l’azione stessa del ricordare: e cioè nello stesso modo. È noto che agli ebrei era vietato investigare il futuro. La Torah e la preghiera li istruivano, al contrario, alla memoria. Ciò li liberava dal fascino del futuro, a cui soggiacciono quelli che cercano informazioni presso gli indovini. Ma non per questo il futuro diventò per gli ebrei un tempo omogeneo e vuoto. Poiché ogni secondo, in esso, era la piccola porta da cui poteva entrare il Messia.»: Walter Benjamin, XVIII Tesi di filosofia della storia. XVI Tesi di filosofia della storia, XVII Tesi di filosofia della storia e XVIII Tesi di filosofia della storia:  una grandiosa  ‘appropriazione dello strategico’  (e/o ‘epifania strategica’) che non ha avuto pari nella storia e nella cultura del Novecento se non nella filosofia della prassi di Antonio Gramsci e  che pone Walter Benjamin come uno dei più diretti antesegnani del Repubblicanesimo Geopolitico.

 

 

[6] «La lotta di classe, che è sempre davanti agli occhi dello storico educato su Marx, è una lotta per le cose rozze e materiali, senza le quali non esistono quelle più fini e spirituali. Ma queste ultime sono presenti, nella lotta di classe, in altra forma che non sia la semplice immagine di una preda destinata al vincitore. Esse vivono, in questa lotta, come fiducia, coraggio, umore, astuzia, impassibilità, e agiscono retroattivamente nella lontananza dei tempi. Esse rimetteranno in questione ogni vittoria che sia toccata nel tempo ai dominatori. Come i fiori volgono il capo verso il sole, così, in forza di un eliotropismo segreto, tutto ciò che è stato tende a volgersi verso il sole che sta salendo nel cielo della storia. Di questa trasformazione, meno appariscente di ogni altra, deve intendersi il materialista storico. »: Walter Benjamin, IV Tesi di filosofia della storia. «La vera immagine del passato passa di sfuggita.  Solo nell’immagine, che balena una volta per tutte nell’attimo della sua conoscibilità, si lascia fissare il passato. «La verità non può scappare» – questo motto, che è di Gottfried Keller, segna esattamente il punto, nella concezione storicistica della storia, in cui essa è spezzata dal materialismo storico. Poiché è un’immagine irrevocabile del passato che rischia di svanire ad ogni presente che non si riconosca significato, indicato in esso. (La lieta novella che lo storico del passato porta senza respiro, viene da una bocca che forse, già nel momento in cui si apre, parla nel vuoto).»: Walter Benjamin, V Tesi di filosofia della storia.  «La tradizione degli oppressi ci insegna che lo «stato di emergenza» in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte, come nostro compito, la creazione del vero stato di emergenza; e ciò migliorerà la nostra posizione nella lotta contro il fascismo. La sua fortuna consiste, non da ultimo, in ciò che i suoi avversari lo combattono in nome del progresso come di una legge storica. Lo stupore perché le cose che viviamo sono «ancora» possibili nel ventesimo secolo è tutt’altro che filosofico. Non è all’inizio di nessuna conoscenza, se non quella che l’idea di storia da cui proviene non sta più in piedi.»: Walter Benjamin, VIII Tesi di filosofia della storia. « «Bedenkt das Dunkel und die grosse Kälte in diesem Tale das von Jammer schalt [Considerate il buio e il grande freddo in questa valle, che risuona di sofferenza] »: Bertold Brecht, Die Dreigroschenoper [L’opera da tre soldi]. Fustel de Coulanges raccomanda allo storico che voglia rivivere un’epoca di sgombrare la mente di tutto ciò che appartiene al corso successivo della storia. Non si potrebbe definire meglio il procedimento con cui il materialismo storico ha rotto i ponti. È un procedimento di immedesimazione. La sua origine è l’indolenza del cuore, l’acedia, che dispera di impadronirsi dell’immagine storica autentica, balenante per un attimo. Essa era considerata, dai teologi del Medioevo, come il fondamento ultimo della tristezza. Flaubert, che ne aveva fatto la conoscenza, scriveva: «Peu de gens devineront combien il a fallu être triste pour ressusciter Carthage [Pochi capiranno quanta tristezza ci sia voluta per risuscitare Cartagine]». La natura di questa tristezza si chiarisce se ci si chiede per chi   lo storico dello storicismo prova empatia. La risposta suona inevitabilmente: per il vincitore. Quelli che oggi comandano sono quindi gli eredi di coloro che un tempo furono i vincitori. L’empatia col vincitore è così ogni volta  indirizzata verso gli odierni dominatori. Questo è tutto quello che c’è da sapere per il materialista storico. Chiunque ha riportato fino ad oggi la vittoria, partecipa al corteo trionfale in cui i dominatori di oggi passano sopra quelli che oggi giacciono a terra. La preda, come si è sempre usato, è trascinata nel trionfo. Essa è designata con l’espressione ‘patrimonio culturale’. Esso dovrà avere, nel materialista storico, un osservatore distaccato. Poiché tutto il patrimonio culturale che egli abbraccia con lo sguardo ha immancabilmente un’origine a cui non può pensare senza orrore. Esso deve la propria esistenza non solo alla fatica dei grandi geni che lo hanno creato, ma anche alla schiavitù senza nome dei loro contemporanei. Non c’ è mai stato documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie. E come, in sé,  non è immune dalla barbarie, non lo è nemmeno il processo della sua trasmissione, attraverso il quale passa da una mano all’altra. Il materialista storico si distanzia quindi da esso nella misura del possibile. Egli considera come suo compito passare a contropelo la storia.»: Walter Benjamin, VII Tesi di filosofia della storia.

 

[7] «Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo «come propriamente è stato». Significa impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante di un pericolo. Per il materialismo storico si tratta di fissare l’immagine del passato come essa si presenta improvvisamente al soggetto storico nel momento del pericolo. Il pericolo sovrasta tanto il patrimonio della tradizione quanto coloro che lo ricevono. Esso è lo stesso per entrambi: di ridursi a strumento della classe dominante. In ogni epoca bisogna cercare di strapare la tradizione al conformismo che è in procinto di sopraffarla. Il Messia non viene solo come redentore, ma come vincitore dell’Anticristo. Solo quello storico ha il dovere di accendere nel passato la favilla della speranza, che è penetrato dall’idea che anche i morti non saranno al sicuro del nemico, se egli vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.»: Walter Benjamin, VI Tesi di filosofia della storia.

 

[8] Certamente non si deve omettere il grande merito di Hannah Arendt che con Vita Activa (Vita Activa. La condizione umana, odierno titolo della traduzione italiana  pubblicata in Italia nel  1964 per i tipi di Bompiani del saggio originalmente pubblicato nel 1958 negli Stati uniti: Hannah Arendt, The Human condition, University of Chicago Press, 1958) ha introdotto prepontemente nel Novecento  lo Zoon politikon come figura archetipa dell’agire politico. Ma con Antonio Gramsci questo Zoon politikon cessa di essere un elemento di archeologia politica legato al mondo ellenico per dialettizzarsi integralmente e nella storia e nella filosofia del XX secolo (e anche del XXI) attraverso la figura mitologica di conio machiavelliano – ma  figura mitologica carica di una dirompente carica prassistica – del moderno Principe.

 

[9] Su questo “timido prassismo” wendtiano, timido soprattutto perchè è completamente dimentico della grande tradizione della filosofia della prassi ma comunque importante perchè introduce all’interno dello studio delle relazioni internazionali fondamentali spunti volontaristici e umanistici tratti da questa impostazione  filosofico-politica, cfr. Alexander Wendt, Anarchy is what States Make of it: The Social Construction of Power Politics in “International Organization”, Vol. 46, No. 2. (Spring, 1992), pp. 391-425, articolo consultabile all’URL https://people.ucsc.edu/~rlipsch/migrated/Pol272/Wendt.Anarch.pdf, dai noi  caricato su WebCite agli URL  http://www.webcitation.org/76DqnzgU1 e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fpeople.ucsc.edu%2F~rlipsch%2Fmigrated%2FPol272%2FWendt.Anarch.pdf&date=2019-02-16; su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf e https://ia601506.us.archive.org/7/items/AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf/AlexanderWendt.AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf, con successivo finale caricamento della stessa pagina di Internet Archive su WebCite agli URL http://www.webcitation.org/76DoCJ4ia e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601506.us.archive.org%2F7%2Fitems%2FAnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf%2FAlexanderWendt.AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf&date=2019-02-15.

[10] In Rete anche presso l’original URL http://www.fulviofrisone.com/attachments/article/451/the%20logic%20of%20quantum%20mechanics%201936.pdf; “congelamento” WebCite agli URL  http://www.webcitation.org/76DzVbjNK  e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fwww.fulviofrisone.com%2Fattachments%2Farticle%2F451%2Fthe%2520logic%2520of%2520quantum%2520mechanics%25201936.pdf&date=2019-02-16; Internet Archive: https://archive.org/details/TheLogicOfQuantumMechanics1936 e   https://ia801506.us.archive.org/0/items/TheLogicOfQuantumMechanics1936/the%20logic%20of%20quantum%20mechanics%201936.pdf e infine “congelamento” della pagina Internet Archive agli URL WebCite http://www.webcitation.org/76E0F0hI7 e   http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801506.us.archive.org%2F0%2Fitems%2FTheLogicOfQuantumMechanics1936%2Fthe%2520logic%2520of%2520quantum%2520mechanics%25201936.pdf&date=2019-02-16 .

 

 

[11] L’idea della storia naturale, conferenza tenuta da Adorno nel  1932, può essere considerata e uno dei più efficaci attacchi nel Novecento, assieme alle Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin, all’impostazione similpositivistica dello storicismo tedesco che aveva abbandonato tutti gli spunti dialettici della grande stagione dell’idealismo e contestualmente – e conseguentemente – come la presa d’atto, anche se espressa in maniera tutt’altro che cristallina, che la divisione fra mondo della natura retto da deterministiche leggi e mondo storico dell’uomo, che in ragione dell’impossibilità ad essere inquadrato in tali leggi sarebbe separato dal mondo della natura da un’alterità addirittura ontologica,  dal punto di vista teorico non aveva alcun fondamento: «Se si vuole che la domanda sul rapporto tra natura e storia abbia una risposta concreta, bisogna riuscire a comprendere l’essere storico stesso come un essere naturale, ossia a comprenderlo nelle sue determinazioni naturali, proprio laddove esso è maggior­mente storico; oppure riuscire a comprendere la natura come un essere storico proprio laddove essa si mostra come natura apparente.»: Die Idee der Naturgeschichte, trad. it. di M. Farina, L’idea della storia naturale, in T. W. Adorno, L’attualità della filosofia. Tesi all’origine del pensiero critico, Mimesis, Milano 2009, p. 69. Il tema dell’impraticabilità teorica della separazione fra mondo della natura e mondo storico-sociale dell’uomo verrà infine completamente sviluppato da Adorno in Dialettica negativa, dove si può anche apprezzare un suo notevolissimo approssimarsi ad un modello filosofico-politico dell’azione-conflitto dialettico-espressivo-strategico, unito però ad  una non soddisfacente focalizzazione della problematica del rapporto fra natura e storia in Marx, dove il filosofo e rivoluzionario di Treviri viene da Adorno praticamente – ed erroneamente – del tutto assolto delle degenerazioni della dialettica verificatesi tramite il Diamat staliniano: «Il concetto di storia universale, dalla cui validità la filosofia hegeliana è ispirata quanto quella kantiana da quella delle scienze naturali, divenne tanto più problematico, quanto più il mondo unificato si approssimava ad un processo globale. Da un lato la scienza storica avanzante con metodo positivistico ha disgregato la concezione di una totalità e di una continuità senza interruzioni. Rispetto ad essa la costruzione filosofica aveva il dubbio vantaggio di una minore conoscenza dei dettagli, che voleva spacciare fin troppo facilmente per una sovrana distanza; e veramente anche meno timore di dire qualcosa di essenziale, che si profili soltanto alla distanza. Dall’altro una filosofia sviluppata doveva cogliere l’accordo tra storia universale e ideologia (1)  e la vita sconvolta come discontinua [nota 1 di p. 287 di Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica negativa, Torino, Einuadi, 1966: «Cfr. Benjamin, Scriften cit., vol. I, pp. 494 sgg. [pp. 81 sgg.].»]. Hegel stesso aveva concepito la storia universale come unitaria solo grazie alle sue contraddizioni. Con la sua riformulazione materialistica l’accento maggiore fu posto sulla comprensione della discontinuità di ciò che non era tenuto insieme da alcuna unità consolatoria dello spirito e del concetto. Tuttavia bisogna pensare insieme storia universale e discontinuità. Cancellare quella come residuo di superstizione metafisica, consoliderebbe la mera fattualità come l’unica cosa da conoscere e quindi da accettare, allo stesso modo della  sovranità precedente, che ordinava i dati nell’avanzata totale dello spirito uno, confermandoli con le sue manifestazioni. La storia universale si deve costruire e negare. Sarebbe cinico affermare dopo le catastrofi e nell’attesa delle future un piano mondiale verso il miglioramento che si manifesti nella storia e la unifichi. Però non si deve negare perciò l’unità, che salda insieme i momenti e fasi discontinui, caoticamente disgregati dalla storia, quella del dominio della natura, progredente nel dominio sugli uomini ed infine sulla natura interiore. Non c’è una storia universale che conduca dal selvaggio all’umanità, ma certo una che porta dalla fionda alla megabomba. Essa termina nella minaccia totale dell’umanità organizzata contro gli uomini organizzati, la quintessenza della discontinuità. Così Hegel viene terribilmente verificato e messo sulla testa. Se egli trasfigurava la totalità della sofferenza storica in positività dell’assoluto che si realizza, l’uno e il tutto che si sviluppa per prender fiato fino ad oggi è teleologicamente la sofferenza assoluta. La storia è l’unità di continuità e discontinuità. La società si mantiene in vita non malgrado il suo antagonismo, ma tramite esso; l’interesse al profitto, e quindi il rapporto di classe sono oggettivamente il motore del processo produttivo, da cui dipende la vita di tutti e il cui primato ha il suo punto di fuga nella morte di tutti. Ciò implica anche l’elemento conciliante nell’inconciliabile: poiché esso soltanto permette agli uomini di vivere; senza di esso non ci sarebbe nemmeno la possibilità di una vita trasformata. Ciò che quella possibilità creò storicamente, può anche distruggere. Lo spirito del mondo, degno oggetto di definizione, dovrebbe essere definito come catastrofe permanente.  Sotto il principio d’identità che assoggetta tutto, ciò che non si dissolve  nell’identità  e si sottrae alla razionalità pianificante nell’ambito dei mezzi diventa angoscioso, rappresaglia per quel male che il non identico subisce da parte dell’identità. La storia potrebbe difficilmente essere interpretata altrimenti, senza trasformarla magicamente in idea [evidenziazione nostra].»: Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica negativa, cit., pp. 286-88. «L’oggettività della vita storica è quella di una storia naturale. Marx lo ha riconosciuto contro Hegel, e precisamente in stretta connessione con l’universale realizzantesi sopra le teste dei soggetti: «Anche quando una società è riuscita a intravvedere la legge di natura del proprio movimento – e fine ultimo al quale mira quest’opera è di svelare la legge economica del movimento della società moderna – non può  né saltare né eliminare per decreto le fasi naturali dello svolgimento… Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione delle categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classe. Il mio punto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali egli rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi (1) [nota 1 di p. 319 di Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica negativa, cit.: «Marx, Das Kapital cit., Vol. I, prefazione alla 1° ed., pp. 7 sg. [vol. I, I, p. 18].»].» Non s’intende certo il concetto antropologico di natura di natura di Feuerbach, contro il quale Marx ha rivolto il materialismo storico, nel senso di una ripresa di Hegel contro gli hegeliani di sinistra (2) [nota 2 di p. 319 di Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica negativa, cit.: «Cfr. Schmidt, Der Begriff der Natur in der Lehre von Marx cit., Vol. II, p. 15 [cap. I, sez. A].»]. La cosiddetta legge naturale, che  pure è solo una legge della società capitalistica, viene perciò chiamata mistificazione da Marx: «La legge dell’accumulazione capitalistica mistificata in legge di natura esprime dunque in realtà il fatto che la sua natura esclude ogni diminuzione del grado di sfruttamento del lavoro o ogni aumento del prezzo del lavoro che siano tali da esporre a un serio pericolo la costante riproduzione del rapporto capitalistico e la sua riproduzione su scala sempre più allargata. Non può essere diversamente in un modo di produzione entro il quale l’operaio esiste per i bisogni di valorizzazione di valori esistenti, invece che, viceversa, la ricchezza materiale per i bisogni di sviluppo dell’operaio (1). [nota 1 di p. 320  di Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica negativa, cit.: «Marx, Das Kapital cit., Vol. I, pp. 652 sg. [Vol. I, 3, p. 69»].].» Tale legge è naturale a causa del carattere della sua inevitabilità sotto i rapporti di produzione dominante. L’ideologia non si sovrappone all’essere sociale come uno strato che si possa staccare, ma gli inerisce. Essa si fonda sull’astrazione, che è essenziale per il processo di scambio. Ciò implica nel processo della vita reale fino ad oggi un’apparenza socialmente necessaria. Il suo nocciolo è il valore della cosa in sé, «natura». La quasi naturalità della società capitalistica è reale e nello stesso tempo apparenza. Che l’assunto di legge naturale non deve essere preso alla lettera, e tanto meno ontologizzato nel senso di un qualche progetto del cosiddetto uomo, è confermato dal motivo più potente della teoria marxiana in generale, quello dell’eliminabilità di tali leggi . Dove inizia il regno della libertà, non varrebbero più. La distinzione kantiana fra un regno della libertà e uno della necessità viene trasposto al succedersi delle fasi, mobilitando come mediazione la filosofia della storia hegeliana. Soltanto uno stravolgimento dei motivi marxisti come il Diamat, che prolunga il regno della necessità assicurando che sia quello della libertà, poteva cadere nell’errore  di falsificare il concetto polemico marxiano di  normatività naturale da una costruzione della storia naturale in una dottrina scientistica di invarianti . Con ciò il discorso marxiano sulla storia naturale non perde nulla del suo contenuto di verità, appunto quello critico. Hegel si aiutò ancora ricorrendo ad un soggetto personificato trascendentale, che perde però già la natura di soggetto; Marx denuncia non solo la trasfigurazione hegeliana, ma la fattispecie che ne è oggetto. La storia umana, il progressivo dominio sulla natura, prosegue quella inconsapevole della natura, mangiare ed essere mangiato. In senso ironico Marx era un socialdarwinista: ciò che i socialdarwinisti esaltano e secondo cui godono di agire, per lui è la negatività, in cui si risveglia la possibilità della sua negazione [evidenziazione nostra].»: Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica negativa, cit., pp. 319-320. E a questo proposito – e, riteniamo, senza bisogno di ulteriori commenti se non sottolineare che il  modello dell’azione-conflitto dialettico-espressivo-strategico del Repubblicanesimo Geopolitico permette di affrontare con un’inedita e rivoluzionaria prospettiva situazioni storiche e/o filosofiche ritenute fino ad oggi fuori dalle “magnifiche sorti e progressive” del mondo liberal-liberista del secondo dopoguerra: dalla storia  «che porta dalla fionda alla megabomba» – ma anche alle elaborazioni culturali dalle più popolari alle più alte, fino a giungere all’espressività artistica e scientifica!  fino al fascista Dante Cesare Vacchi che crea i commandos portoghesi per aiutare il morente Portogallo salazarista nella guerra contro i movimenti di liberazione in Africa – accostiamo alla citazione adorniana una da una nostra riflessione, il Dialectivs Nvncivs (agli URL di Internet Archive: https://archive.org/details/DialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopolitico_866 e https://ia801603.us.archive.org/7/items/DialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopolitico_866/DialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopoliticoAttraversoIQuaderniDelCarcereEStoriaECoscienzaDiClasse.pdf, e di WebCite:

http://www.webcitation.org/76Q9qTn9X e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801603.us.archive.org%2F7%2Fitems%2FDialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopolitico_866%2FDialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopoliticoAttraversoIQuaderniDelCarcereEStoriaECoscienzaDiClasse.pdf&date=2019-02-24): «Dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico, (1) oltre alla “falsificazione” di Marx, innumeri volte rappresentata da La Grassa in tutta la sua opera e ora per ultimo di nuovo molto opportunamente ripetuta nella Intervista (teorica) a Gianfranco La Grassa (di F. Ravelli), cioè la nascita mai avvenuta della nuova classe al potere del lavoratore collettivo cooperativo associato, sulla quale ci soffermeremo fra poco, siamo di fronte a due ulteriori “crampi” del pensiero marxiano che, uniti alla “falsificazione” di cui sopra ci consentono davvero, alla luce dell’impostazione conflittuale-strategica lagrassiana, di compiere un passo decisivo per lo sviluppo delle scienze sociali e storiche che, non solo rivoluzionino gli attuali paradigmi teorici, ma anche possano dare l’inizio ad una reale prassi sociale anch’essa rivoluzionaria rispetto agli stantii paradigmi politici democraticistici [nota 1 di p. 3 di Massimo Morigi, Dialecticvs Nvncivs. Il punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico attraverso i Quaderni del Carcere e Storia e Coscienza di Classe per il rovesciamento della gerarchia della spiegazione meccanicistico-causale e dialettico-conflittuale, per il rinnovamento degli studi marxiani e marxisti e per l’ Aufhebung della gramsciana e lukacsiana Filosofia della Praxis: si omette la citazione del testo della nota]. Partiamo, molto semplicemente, dal passo fondamentale del Capitale  dove Marx individua il carattere del tutto ideologico dell’allora (e tuttora) imperante economia politica: «Al possessore di denaro, che trova il mercato del lavoro come particolare reparto del mercato delle merci, non interessa affatto il problema del perché quel libero lavoratore gli compaia dinanzi nella sfera della circolazione. E a questo punto non interessa neanche a noi. Noi, dal punto di vista teorico, ci atteniamo al dato di fatto, come fa il possessore di denaro dal punto di vista pratico. Però una cosa è evidente. La natura non produce da un lato possessori di denaro o di merci e dall’altro semplici possessori della propria forza lavorativa. Tale rapporto non risulta dalla storia naturale né da quella sociale ed esso non è comune a tutti i periodi della storia. È evidente come esso sia il risultato d’uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molte rivoluzioni economiche, della caduta di una intera serie di più vecchie formazioni della produzione sociale. (2) [Nota 2 di p. 5 di Massimo Morigi,  Dialecticvs Nvncivs cit.: «Karl Marx, Il Capitale, trad. it., Roma, Newton Compton, 1970, I, pp. 199-200.»].»  Marx ci dice quindi, al contrario di quanto sostenevano gli economisti classici (e di quanto sostengono ancor oggi gli attuali economisti), che è la storia e non la natura a produrre la società dominata dal capitalismo e che, di conseguenza, le presunte leggi economiche non sono per niente naturali ma totalmente dovute all’umana evoluzione storica. Questo totale cambio di paradigma segna ad un tempo la grandezza ed anche l’enorme ed invalicabile limite di Marx (e di tutte le varie scuole di pensiero e di azione che da lui prenderanno origine). Detto in estrema sintesi: vero è che la società capitalistica e le presunte leggi dell’economia non hanno affatto l’ineluttabilità della natura ma sono di pura origine storico-sociale. Falso è, come invece traspare chiaramente dal testo appena citato, che sussista una suddivisione reale fra natura e storia. Come ho già affermato in altri luoghi, questa errata epistemologia è l’errore più grande di tutta la tradizione filosofica occidentale, alla quale, con risultati del tutto insoddisfacenti, cercarono di porre rimedio Hegel e Schelling e che, quindi, non si può fare particolare biasimo a Marx per esservi ricaduto. Ma se non si può certo biasimare in particolare Marx per questo errore, sul piano del giudizio storico sono del tutto da deprecare i problemi derivatine. La conseguenza, veramente nefasta, è stata una visione terribilmente ristretta del metodo dialettico dove da una parte, cioè nel cosiddetto Diamat – sviluppo teorico finale delle cosiddette tre pseudoleggi dialettiche di Engels illustrate nella sua Dialettica della Natura e nell’Anti-Dühring (conversione della quantità in qualità, compenetrazione degli opposti e negazione della negazione, tre leggi che sono la scimmiottatura della logica aristotelica) –, la dialettica è diventata una forma corrotta di pensiero positivistico e che, sulla linea dell’ineluttabilità di queste leggi pseudodialettiche engelsiane, ha smesso, appunto, di essere dialettica per trasformarsi in instrumentum regni dei regimi totalitari del socialismo reale […]»: Dialecticvs Nvncivs cit., pp. 3-5. «Torniamo ora a Marx, quando afferma nella prefazione alla prima edizione del Capitale con una evidente contraddizione (per niente dialettica) rispetto al passo sempre del Capitale appena citato: «Una parola ad evitare possibili malintesi. Non ritraggo per niente le figure del capitalista e del proprietario fondiario in luce rosea. Ma qui si tratta delle persone solo in quanto sono la personificazione di categorie economiche, che rappresentano determinati rapporti e determinati interessi di classe. Il mio punto di vista che considera lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, non può assolutamente fare il singolo responsabile di rapporti da cui egli socialmente proviene, pure se soggettivamente possa innalzarsi al di sopra di essi. (5) [ Nota 5 di p. 10 di Dialecticvs Nvncivs cit.: «Karl Marx, Il Capitale, cit., pp. 6-7.»]» Qui la società è quindi per Marx assimilabile ad una sorta di processo naturale, gli uomini piuttosto che agire in esso sono agiti da forze che li sovrastano e la loro natura, insomma, è quella del Gattungswesen, un ente naturale generico determinato dalle leggi e dalle forze che agiscono nella società stessa. (6) [Nota 6 di p. 10 di Dialecticvs Nvncivs cit.: «Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. Ad un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura.»: Karl Marx, Per la Critica dell’Economia Politica cit., p.5 […]»] In questo passaggio si sviluppa sì una linea di pensiero che unisce società e natura ma è una linea di pensiero similpositivistica, anticipatrice della Dialettica della Natura e dell’ Anti-Dühring di Engels prima e poi del Diamat di cui abbiamo già detto. Veniamo ora ai nostri giorni. Il conflittualismo strategico di Gianfranco La Grassa nasce dopo la definitiva consunzione, filosofica prima che politica, di tutta la tradizione marxista che, se a livello storico-politico, è crollata per la tragicomica inefficienza economica dei vari sistemi socialisti effettivamente storicamente realizzatisi unita alle lusinghe (totalmente) false del paese dei balocchi della forma di stato “democratico-capitalistica”, sul piano teorico e filosofico praticamente sin dal suo inizio aveva fatto bancarotta in ragione del suo economicismo, prendendo poi successivamente le forme ideologiche di una pseudodialettica di stato, il Diamat, che altro non era che una forma di positivismo degradato, di pratiche e modelli economici meno inefficienti di quelli del cosiddetto “libero mercato” capitalistico e, last but not the least, di una visione filosofica dell’uomo come Gattungswesen, un ente naturale generico completamente sottoposto alle determinazioni sociali, con la non irrilevante conseguenza che alla mitizzata classe operaia (mito che era una versione degradata del marxiano lavoratore collettivo cooperativo associato) veniva riservato un trattamento da Gattungswesen, appunto, mentre alla nomenklatura veniva, in pratica, violentemente concesso di “elevarsi al di sopra” di essa; realizzando cioè nella prassi, a solo uso e consumo della burocratica classe dominante, un compiuto modello conflittuale-strategico, in cui il dominato era la tanto mitizzata (e presa per il fondelli) classe operaia-gattungswesen. Il conflittualismo strategico di Gianfranco La Grassa, portando esplicitamente il conflitto al centro dell’interpretazione della società, mantiene e approfondisce la fondamentale critica marxiana sulla falsa naturalità dell’economia politica, chiude quindi definitivamente con tutta questa tradizione marxista economicistico-positivistica da una parte (Diamat, altrimenti detto marxismo orientale) o dialettico-dimidiata dall’altra (il cosiddetto marxismo occidentale: uno dei massimi esempi di questa seconda – immensamente più feconda però per il futuro, nonostante le segnalate contraddizioni, della deriva diamattina – quella avanzata da György Lukács in Storia e Coscienza di Classe) e però, per il completo sviluppo rivoluzionario del suo paradigma, è per il Repubblicanesimo Geopolitico assolutamente necessario un dialettico riorientamento gestaltico sia della prassi del conflitto strategico che del suo stesso concetto. (7) [Nota 7 di p.11 di Massimo Morigi, Dialecticvs Nvncivs cit. : si omette la citazione del testo della nota] Questo riorientamento passa A) attraverso un deciso abbandono della mainstream impostazione della cultura occidentale che vede una suddivisione fra storia e natura (o cultura e natura: sotto questo punto di vista, l’annullamento cioè dell’antidialettico discrimine fra natura e cultura, è possibile ricuperare e superare, rovesciandolo, il significato del concetto di alienazione, facendolo, cioè, poggiare saldamente sui piedi di un sodo realismo politico e di un’altrettanto concreta epistemologia politico-filosofica prassistica anziché su una testa positivista e/o genericamente gattungsweseniana; l’uomo, comunque si intenda il marxiano Gattungswesen – in senso deterministico-positivista o come un segno delle sue potenzialità e libertà – non è un ente generico, ma è, polarmente al contrario, un ente naturale strategico, anzi il massimo ente strategico prodotto dalla natura, o per dare conseguente e migliore definizione a quanto fin qui affermato, il massimo ente strategico prodotto dalla natura/cultura – per un approfondimento su questo inestricabile rapporto natura/cultura e sull’uomo ente naturale strategico, il presente nunzio anticipa Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico per una Fenomenologia della Dialettica della Natura e della Cultura attraverso il Conflitto Espressivo-Cognitivo-Evoluzionistico-Strategico. Nuovo Nomos della Terra, Nuovo Principe, Rivoluzione e Dialettica della Filosofia della Praxis Espressiva, Conflittuale e Strategica del Repubblicanesimo Geopolitico (Aufhebung della Rivoluzione e dell’Azione Strategica nello Sviluppo Storico-Dialettico della Cultura e della Natura), di prossima pubblicazione –, una nuova semantica dell’alienazione così interpretata ed indagata, contrariamente all’accezione negativa marxiana, attraverso il rioerientamento compiuto su di questa dal concetto e dalla prassi dell’azione-conflitto strategico e, perciò, come la felice concreta manifestazione della dialettica di tale conflitto; felice anche da un punto di vista soggettivo solo se, è ovvio, questo processo alienante è vissuto consapevolmente e strategicamente da un agente alfa-strategico e non risulta, invece, dall’imposizione di un dominio esterno di un agente alfa-strategico su un agente omega-strategico – sulle dinamiche dei rapporti fra agenti alfa-strategici e agenti omega-strategici, i portatori storici, quest’ultimi, del negativo marxiano significato originario di ‘alienazione’ e, quindi, il permanente lato “infelice” dell’alienazione, cfr. la Teoria della Distruzione del Valore. Teoria Fondativa del Repubblicanesimo Geopolitico e per il Superamento/conservazione del Marxismo, riferimenti bibliografici in nota 1) e passa quindi B) attraverso un ripudio delle categorie positivistiche, in primis quella di legge di natura deterministica e immodificabile ed immutabile. Insomma, e qui dissento da La Grassa, il punto non è se il pensiero possa o meno riprodurre la realtà, il punto è che il pensiero, se veramente pensiero e quindi pensiero integralmente strategico e quindi strategia realmente in azione, produce – o, meglio, crea – la realtà. E ora mi taccio, in parte perché la giustificazione di questa mia ultima fondante e fondativa affermazione dovrebbe essere trovata nelle parole che l’hanno qui preceduta (e che, oltre a quanto si è già precedentemente scritto o ora espresso nel presente Dialecticvs Nvncivs – che introduce le prossime Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico che svolgono, attraverso il taglio del nodo gordiano natura/cultura o storia/natura, la dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico stesso –, seguono il filo rosso di una filosofia della praxis che, partendo dalle marxiane Glosse a Feuerbach, approda prima in Giovanni Gentile – cfr. del filosofo dell’attualismo La Filosofia di Marx del 1899 – e poi nella filosofia della praxis compiutamente espressa da Antonio Gramsci nei Quaderni del Carcere) (8) [nota 8 di p.15 di Massimo Morigi, Dialecticvs Nvncivs cit.: si omette la citazione del testo della nota]  e  in parte perché, oltre La Grassa, altri grandi (vedi la teoria del rispecchiamento di Lenin (9) [nota 9 di p. 18 di Massimo Morigi, Dialecticvs Nvncivs cit. : si omette la citazione del testo della nota]   in Materialismo e Empiriocriticismo) hanno sempre espresso una differente opinione, un contraddittorio che necessita acribia e anche una puntuta analisi delle relative fonti e non certo il presente discorso da intendersi solo come inquadramento generale – anche se con tutta la dignità ed autorevolezza che, in via di consolidata storica consuetudine, ogni nunzio merita che gli si accordi – del necessario e, ormai, non più rinviabile dibattito. Massimo Morigi, luglio-25 dicembre 2016.»: Dialecticvs Nvncivs cit., pp. 9-23. Nota finale di qualche tempo dopo (febbraio-marzo 2019) e in circostanze non solo teoriche (una riflessione non solo filosofico-politica ma anche l’inizio dello studio sul fascista Dante Cesare Vacchi che crea i commandos portoghesi): l’invito al dibattito con Gianfranco La Grassa è tuttora valido.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SALUS BELLI SUPREMA LEX: (QUARTA RECENSIONE CUMULATIVA) a Teodoro Klitsche de la Grange, di Massimo Morigi

MASSIMO MORIGI

SALUS BELLI SUPREMA LEX: BELLUM, NON VERITAS, FACIT LEGEM, ET FACIT SOCIETATEM, ET FACIT NATURAM, ET FACIT VERITATEM. L’EPIFANIA STRATEGICA DEL REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO E L’AMLETO O ECUBA NEL RISPECCHIAMENTO DI TEODORO KLITSCHE DE LA GRANGE (QUARTA RECENSIONE CUMULATIVA)

Si dice che ci fosse un automa costruito in modo tale da rispondere, ad ogni mossa di un giocatore di scacchi, con una contromossa che gli assicurava la vittoria. Un fantoccio in veste da turco, con una pipa in bocca, sedeva di fronte alla scacchiera, poggiata su un’ampia tavola. Un sistema di specchi suscitava l’illusione che questa tavola fosse trasparente da tutte le parti. In realtà c’era accoccolato un nano gobbo, che era un asso nel gioco degli scacchi e che guidava per mezzo di fili la mano del burattino. Qualcosa di simile a questo apparecchio si può immaginare nella filosofia. Vincere deve sempre il fantoccio chiamato “materialismo storico”. Esso può farcela senz’altro con chiunque se prende al suo servizio la teologia, che oggi, com’è noto, è piccola e brutta, e che non deve farsi scorgere da nessuno.

 

Walter Benjamin, I Tesi di filosofia della storia

 

Maria ha vissuto una vita molto nascosta, perciò è chiamata dallo Spirito Santo e dalla Chiesa: Alma Mater, Madre nascosta e segreta. La sua umiltà è stata così profonda da non avere sulla terra altro desiderio più forte e più continuo che di nascondersi a se stessa e a tutti, per essere conosciuta unicamente da Dio solo. Dio, per esaudirla nelle richieste che gli fece di nasconderla e di renderla povera e umile, si è compiaciuto di tenerla nascosta agli occhi di quasi tutti: nel concepimento, nella nascita, nei misteri della sua vita, nella risurrezione e assunzione al cielo. I suoi stessi genitori non la conoscevano; gli angeli si domandavano spesso tra loro: Chi è costei? (Ct 3, 6; 8, 5). L’Altissimo la teneva loro nascosta; oppure, se rivelava qualcosa, infinitamente di più era ciò che teneva nascosto. Dio padre ha consentito che non facesse alcun miracolo durante la sua vita, almeno di quelli appariscenti, anche se gliene aveva dato il potere. […] È per mezzo di Maria che la salvezza del mondo ha avuto inizio ed è per mezzo di Maria che deve giungere a compimento. Maria non è quasi apparsa durante la prima venuta di Gesù Cristo, affinché gli uomini, ancora poco istruiti e poco illuminati sulla persona di suo Figlio, non si allontanassero dalla verità, attaccandosi a lei in modo troppo forte e grossolano; ciò che sarebbe potuto accadere se ella fosse stata conosciuta nelle meravigliose attrattive di cui l’Altissimo l’aveva ornata, anche nel suo aspetto esteriore. Questo è così vero che san Dionigi l’Areopagita ci ha lasciato scritto che quando la vide l’avrebbe presa per una divinità, a causa delle sue misteriose attrattive e della sua bellezza senza pari, se la fede, nella quale era ben fermo, non gli avesse insegnato il contrario. Ma nella seconda venuta di Gesù Cristo, Maria deve essere conosciuta e rivelata dallo Spirito Santo, affinché per mezzo suo sia conosciuto, amato e servito Gesù Cristo. Ora infatti non sussistono più le ragioni che avevano determinato lo Spirito Santo a tenere nascosta la sua Sposa durante la Sua vita e a non rivelarla molto durante la prima predicazione del Vangelo. Dio vuole dunque rivelare e far conoscere Maria, il capolavoro delle sue mani, in questi ultimi tempi.

 

San Luigi Maria Grignon de Montfort, La vera devozione (Traité de la vraie dévotion à la Sainte Vierge)

 

 

Io faccio ciò che voglio e trattengo ciò che mi colpisce,/finché ciò che io non voglio mi dà un senso come una scrittura.

 

Konrad Weiss, citazione al termine di Carl Schmitt, Amleto o Ecuba

 

 

 

 

 

«Si parla in questo libro del tabù di una regina, e della figura di un vendicatore; viene quindi a proporsi la questione dell’origine specifica dell’accadimento tragico, e cioè della fonte del tragico, fonte che, a mio parere, è possibile ritrovare solo in una precisa realtà storica. Così ho tentato di ricomprendere Amleto a partire dalla sua situazione concreta. Ai devoti di Shakespeare, così come agli specialisti, sarà utile per un primo orientamento, che io indichi  subito i tre libri ai quali sono particolarmente debitore di preziose informazioni e di essenziali criteri interpretativi: Lilian Winstanley, Hamlet and the Scottish Succession, Cambridge, Cambridge University Press, 1921; John Dover Wilson, What happens in Hamlet, Cambridge, Cambridge University Press, 1935 e1951; Walter Benjamin, Ursprung des deutschen Trauerspiels, Berlin, Ernst Rowohlt Verlag, 1928. [Carl Schmitt, Amleto o Ecuba. L’irrompere del tempo nel gioco del dramma, Bologna, il Mulino, 1983, p. 39; edizione originale: Hamlet oder Hekuba. Der Einbruch der Zeit in das Spiel, Eugen Diederichs Verlag, Düsseldorf-Köln, 1956] […] Ciò che vi è di strano e di impenetrabile nell’Amleto di Shakespeare è che il protagonista del dramma di vendetta non segue né l’una né l’altra via: non uccide la madre né si allea con essa. Per tutto il corso dell’opera resta oscuro se la madre sia o non sia complice dell’omicidio. Eppure, per comprendere tanto gli sviluppi dell’azione quanto gli impulsi e le riflessioni del vendicatore, sarebbe assai importante, e perfino decisivo, comprendere la questione della colpevolezza della madre. Ma proprio tale questione, che si impone per tutto il dramma, dall’inizio alla fine, e che a lungo andare non può essere certo accantonata, viene accuratamente elusa in tutta l’opera, e resta senza risposta. [Ivi, p. 48] […] Per lo spettatore che segue l’opera e che non ha tempo di  intraprendere ricerche psicologiche, filologiche o storico-giuridiche, questo punto decisivo resta affatto oscuro, e tutte le indagini hanno solo confermato questa oscurità, quando non l’hanno perfino accresciuta. Ogni drammaturgo ed ogni regista, che vogliano rappresentare Amleto, devono in un qualche modo esser preparati a questa circostanza, ed hanno la possibilità di suggerire al pubblico soluzioni diverse, e addirittura contrapposte. Infatti, ciò che Amleto fa nel corso del dramma, appare sotto una luce completamente diversa a seconda che alla madre si attribuisca colpa o innocenza. Nondimeno, in trecento anni non ci si è ancora accordati su questo punto, e si continuerà a non giungere ad un accordo. C’è qui, infatti, un’operazione di occultamento, senza dubbio strana, ma palesemente  deliberata e intenzionale. [Ivi, p. 50] […] Chi, senza concetti precostituiti, lascia che il dramma agisca da sé, nella sua struttura concreta e nel suo testo effettivamente dato, deve ben presto riconoscere che qui – per riguardi oggettivi, per ragioni di tatto e per altri motivi di soggezione –  qualche cosa viene nascosto ed eluso. In altre parole, ci troviamo di fronte ad un tabù che l’autore dell’opera rispetta senz’altro e che lo costringe a porre tra parentesi la questione della colpa o dell’innocenza della madre, anche se tale questione costituisce, moralmente e drammaticamente, il cuore del dramma di vendetta. [Ivi, pp. 51-52] […]  Perché allora proprio nel caso della madre di Amleto viene accuratamente elusa la questione della colpevolezza, che d’altronde è essenziale in relazione sia al delitto sia all’esecuzione della vendetta? Perché, almeno non se ne rende esplicita la piena innocenza? Se l’autore non fosse vincolato a precisi dati oggettivi, se fosse davvero del tutto libero nella sua invenzione poetica, non avrebbe dovuto fare altro che comunicarci come le cose stavano davvero. Proprio questa circostanza, che cioè non vengano chiaramente espresse né la colpa né l’innocenza, dimostra che sussiste un timore concreto e determinato, un riserbo che è un vero e proprio tabù. Ne deriva, alla tragedia, un’impronta tutta particolare, e l’azione di vendetta, che costituisce il contenuto oggettivo dell’opera, perde quella sicura e lineare semplicità che invece presentava sia nella tragedia greca sia nella saga nordica. Sono in grado di indicare questo tabù, nella sua piena concretezza: esso ha a che fare con la regina di Scozia, Maria Stuarda. Suo marito, Henry Lord Darnley, il padre di Giacomo, fu atrocemente assassinato dal conte di Bothwell nel febbraio 1566. Nel maggio dello stesso anno Maria Stuarda sposava proprio questo conte di Bothwell, l’omicida di suo marito: erano appena passati tre mesi dal delitto. In questo caso, si può davvero parlare di una fretta sospetta e indecorosa. La questione, fino a che punto Maria Stuarda fosse compromessa nell’assassinio di suo marito, o se addirittura non ne avesse ella stessa provocato la morte, è a tutt’oggi oscura e controversa. Maria affermava la sua piena innocenza, ed i suoi amici, particolarmente i cattolici, le prestavano fede. I suoi nemici, soprattutto la Scozia protestante,  l’Inghilterra e tutti i partigiani della regina Elisabetta, erano invece convinti che proprio Maria fosse stata l’istigatrice dell’omicidio. L’intera faccenda fu un enorme scandalo, sia in Scozia sia in Inghilterra; ma come fu che si trasformò, allora, in un tabù per l’autore di Amleto? Quel formidabile scandalo non era stato discusso pubblicamente per anni da entrambe le parti con fanatico ardore?  Il tabù trova la sua esatta spiegazione nelle circostanze di tempo e di luogo in cui l’Amleto di Shakespeare fu concepito e rappresentato per la prima volta: si tratta degli anni 1600-1603, a Londra. Era l’epoca in cui tutti si aspettavano la morte dell’anziana regina Elisabetta, di cui non era stato ancora designato il successore. Per tutta l’Inghilterra questi furono anni di incertezza e di gravissima tensione. [Ibidem, pp. 52-54] […] Shakespeare, con la sua compagnia teatrale, faceva parte della cerchia politica del conte di Southampton e del conte di Essex. Questo gruppo sosteneva Giacomo, il figlio di Maria Stuarda, come candidato alla successione regia, e pertanto fu allora politicamente perseguitato e represso da Elisabetta. [Ibidem, p. 54] […] Su Giacomo, dunque, il figlio di Maria Stuarda, si indirizzavano, in quegli anni critici 1600-1603, tutte le speranze del gruppo a cui apparteneva la compagnia teatrale di Shakespeare. Nel 1603 Giacomo fu effettivamente il successore d’Elisabetta sul trono d’Inghilterra, l’immediato successore di quella stessa regina che appena sedici anni prima aveva fatto giustiziare sua madre. Ma nonostante ciò, egli non rinnegò affatto sua madre, Maria Stuarda: onorava la sua memoria, e non permetteva che venisse calunniata o diffamata. Nel suo libro, Basilikon Doron (1599), egli, in modo solenne e commovente, esorta suo figlio a rispettare sempre la memoria di quella regina. Così, all’autore della tragedia Amleto veniva imposto quel tabù di cui parliamo. [Ivi, p. 55]»

 

Quando con facile e corriva astuzia retorica, e non volendo nicodemicamente prendere posizione, si dice che tal situazione o tal personaggio è “lo specchio dei tempi”, in realtà non ci si accorge che la metafora impiegata è molto più impegnativa – e addirittura opposta – rispetto ad un significato di passiva restituzione all’osservatore-giudice di un contesto esterno che si vorrebbe inertemente riflesso dalla  situazione o dal  personaggio valutato “specchio dei tempi”, talché il più delle volte se questa astuzia retorica viene impiegata dall’osservatore-giudice senza criterio e al solo scopo di sottrarsi, quello che sicuramente rimane di tale “sforzo” interpretativo non è un giudizio  sulla situazione o sul personaggio che si vorrebbe specchiato ma, certamente rispecchiato e restituitoci nella sua pochezza è colui che dietro e con la metafora ha inteso sottrarsi al nostro giudizio. E in questo senso e unicamente sotto questo punto di vista, se impiegata con questa intenzione, la metafora dello specchio rimane, per una sorta di maligna ma assolutamente appropriata eterogenesi dei fini, del tutto valida ed euristicamente efficace, solo che anziché lo specchiato, “specchio dei tempi” si ritrova nel ruolo del passivamente riflesso proprio il debole – intellettualmente e/o valorialmente – giudice-osservatore proprio perché
è lui lo “specchio dei tempi”, sì lo specchio dell’ “epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni”(1) (ovviamente, la metafora dello specchio, fosse più o meno dei tempi ma sempre in un ambito di metafora passivante e paralizzante, ha fatto anche vittime che per loro espressa intenzione ed anche per giudizio generale non erano certamente né autoneutralizzate né spoliticizzate né au dessus de la mêlée, vedi un tal Vladimir Il’ič Ul’janov che nel 1909, in polemica con Ernst Mach per il quale la conoscenza scientifica era una pura rappresentazione logico-formale e non sostanziale della realtà, sostenne in Materialismo ed empiriocriticismo, per preservare le possibilità teoriche e pratiche della rivoluzione,  che la verità era l’adeguamento della mente umana alla realtà esterna, in altre parole che per giudicare correttamente  la realtà esterna, e quindi per poi modificarla in senso rivoluzionario, la mente umana doveva rifletterla sì esattamente ma anche passivamente. Ma se la  leniniana “teoria del riflesso” salvava così, almeno formalmente, la possibilità, in contrasto con Mach, di una rappresentazione vera della realtà, ignorava – o fingeva di ignorare – che con un’impostazione così gnoseologicamente passiva del rapporto fra soggetto-oggetto si trascurava il fondamentale aspetto del ruolo della prassi nell’azione rivoluzionaria così come espressa da Marx nelle sue Tesi su Feuerbach: sicuramente, allora, non si può dire che la metafora dello specchio riflette in questo caso un’impostazione psicologica dell’autore che la impiegò improntata alla passività personale e al non volersi schierare ma certamente, dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico e di tutti quei marxismi variamente ispirati alla filosofia della prassi – in primo luogo quello di Antonio Gramsci dei Quaderni del carcere e  di György Lukács di Storia e coscienza di classe  e anche di tutte quelle filosofie della prassi che in vario modo vogliano rifarsi a Giovanni Gentile – una visione delle masse, fatta propria da quella ideologia che poi fu chiamata marxismo-leninismo e dalla sua espressione “filosofica” del DIAMAT staliniano,  del tutto passive e non protagoniste della rivoluzione).

 

Ci siamo concessi questa digressione fra cronaca, histoiré evénementielle del marxismo del Novecento e storia del pensiero filosofico-politico perché riteniamo che la metafora dello specchio e delle sue immagini riflesse possa, nonostante i mali usi nei quali sovente viene impiegata e piegata, mantenere intatta una grande potenzialità nella strategia comunicativa per comprendere il Secolo breve e quello in cui attualmente stiamo vivendo, l’importante, come si è accennato, è non cedere alle sirene passivanti della metafora di cui si è detto ma un suo impiego lungo il tracciato di una filosofia della prassi che ha avuto nell’Ottocento uno dei suoi momenti più alti nelle marxiane  Tesi su Feurbach per poi proseguire negli anzidetti Gramsci e Lukács per infine al momento ritrovarsi – ci sia concessa questa immodestia – nella filosofia della prassi così come espressa dal Repubblicanesimo Geopolitico. Ma oltre alle grandi possibilità teoriche di una corretta visione ed attiva della metafora dello specchio che, aggiungiamo, trova anche se in apparentemente altro ambito rispetto alle scienze storico-sociali improntate ad una marxiana filosofia della prassi una sua grande potenza gnoseologica (intendiamo riferirci alla fisica quantistica ed in particolare al suo observer effect, cioè al fatto che a livello dei fenomeni quantistici l’osservazione non riflette passivamente l’osservato ma lo influenza direttamente nel suo comportamento – vedi l’esperimento della doppia fenditura o double slit experience –, il che sembra quasi una decalcomania a livello di fisica sperimentale della filosofia della prassi per la quale sussiste un’inestricabile ed attivo rapporto dialettico fra soggetto ed oggetto), questa metafora è anche particolarmente adatta per alcuni autori che effettivamente  sono “specchio dei tempi” e lo furono (e lo sono) proprio perché di tutto di loro si può tranne che furono specchi passivi.

 

In questa positiva e attiva categoria di “specchio dei tempi”, ça va sans dire, collochiamo fra i primi in un nostro ideale Pantheon Carl Schmitt e poi tutti coloro, che a vario titolo e con diversi approcci dottrinali, intendono riferirsi alla grande tradizione del pensiero realista a partire da Tucidide, Hobbes e Machiavelli (a sua volta il Repubblicanesimo Geopolitico intende unire a questa iniziale galleria, tanto per citare i maggiori ma non esaurendo per questo la lista limitata solo ai maggiori apporti teorici, Hegel, Marx, Giovanni Gentile, Antonio Gramsci, György Lukács e il Karl Korsch di Marxismo e filosofia). E fra i contemporanei che inserendosi nell’alveo del pensiero realista può essere utilizzata nell’accezione positiva l’immagine dello “specchio dei tempi”, certamente a buon diritto deve essere collocato Teodoro Klitsche de la Grange. In ragione  negli ultimi tempi dei numerosi suoi interventi sulle pagine elettroniche del nostro sito internet di Geopolitica, riflessione teorica  politica e filosofico-politica di questo prezioso ed unico nel panorama italiano giuspubblicista, “L’Italia e i mondo” ha anche ospitato, per opera dello scrivente, tre recensioni su questi interventi, le quali pur nelle ovvie varie titolature, recavano anche la dicitura comune di ‘recensione cumulativa’, e questo in ragione dell’elementare dato di fatto che la grandissima ricchezza – in termini brutalmente quantitativi ma, ancor più, nel senso di profondità di contenuti –  delle suggestioni del La Grange rendeva proibitiva una puntuta e pedante rassegna di tutte queste suggestioni ma rendeva inevitabile una valutazione globale, olistica – ed assolutamente, ovviamente, positiva – del suo pensiero. Come da titolo di questo intervento, siamo allora giunti alla ‘quarta recensione cumulativa’ al La Grange, e con questa intendiamo render conto, sempre in maniera globale ed evitando pesanti e dettagliati resoconti (come già detto per le precedenti recensioni cumulative, anche in questo caso assolutamente impraticabili vista la “grandezza” in ogni senso della dottrina realista del Nostro) dei seguenti suoi interventi sull’ “Italia e il mondo”: Le ragioni di Creonte, “L’Italia e il mondo”, 5 giugno 2018 (URL: https://italiaeilmondo.com/2018/06/05/le-ragioni-di-creonte-di-teodoro-klitsche-de-la-grange,

http://www.webcitation.org/712tx1GrJ e

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F06%2F05%2Fle-ragioni-di-creonte-di-teodoro-klitsche-de-la-grange&date=2018-07-20); La decadenza italiana, “L’ Italia e il mondo”, 11 giugno 2018 (URL: https://italiaeilmondo.com/2018/06/11/la-decadenza-italiana-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/,

 http://www.webcitation.org/712uTltWv e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F06%2F11%2Fla-decadenza-italiana-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-07-20); Machiavelli, “L’Italia e il mondo”, 22 giugno 2018 (URL: https://italiaeilmondo.com/2018/06/22/machiavelli-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/, http://www.webcitation.org/712v9IhKi e

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F06%2F22%2Fmachiavelli-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-07-20); Introduzione alla “Politica come destino”, 1° parte, “L’Italia e il mondo”, 2 luglio 2018 (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/07/02/introduzione-alla-politica-come-destino_1a-parte-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/,http://www.webcitation.org/712vnQpqX e

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F07%2F02%2Fintroduzione-alla-politica-come-destino_1a-parte-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-07-20); Introduzione alla “Politica come destino”, 2° parte,  “L’Italia e il mondo”, 5 luglio 2018 (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/07/05/introduzione-alla-politica-come-destino_2a-parte-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/,http://www.webcitation.org/712wmE8dn e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F07%2F05%2FINTRODUZIONE-ALLA-POLITICA-COME-DESTINO_2A-PARTE-DI-TEODORO-KLITSCHE-DE-LA-GRANGE%2F&date=2018-07-20. L’ Introduzione alla Politica come destino aveva già trovato pubblicazione in un’unica soluzione su “Rivoluzione Liberale. Politica è cultura” il 27 giugno 2018 agli URL https://www.rivoluzione-liberale.it/35985/cultura-e-societa/la-politica-come-destino.html.  “Congelamento” dell’URL su WebCite: http://www.webcitation.org/71AfC3bXp http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fwww.rivoluzione-liberale.it%2F35985%2Fcultura-e-societa%2Fla-politica-come-destino.html&date=2018-07-25); Nemico, ostilità e guerra, “L’Italia e il mondo”, 9 luglio 2018 (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/07/09/nemico-ostilita-e-guerra-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/, http://www.webcitation.org/713UyfAZb e

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F07%2F09%2Fnemico-ostilita-e-guerra-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-07-20); Note su Costituzione e interpretazione costituzionale, “L’Italia e il mondo”, 15 luglio 2018 (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/07/15/note-su-costituzione-e-interpretazione-costituzionale-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/,

http://www.webcitation.org/713W5lRHB e

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F07%2F15%2Fnote-su-costituzione-e-interpretazione-costituzionale-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-07-20); Note su Costituzione e interpretazione costituzionale, 2° parte, “L’Italia e il mondo”, 22 luglio 2018 (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/07/22/note-su-costituzione-e-interpretazione-costituzionale-2a-parte_-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/,http://www.webcitation.org/717Qp4oQI e

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F07%2F22%2Fnote-su-costituzione-e-interpretazione-costituzionale-2a-parte_-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-07-23).

 

Si è appena detto, utilizzando quindi la metafora nella sua accezione positiva e di attiva compenetrazione dialettica fra soggetto ed oggetto, che Carl Schmitt è “specchio dei tempi” come, abbiamo pure affermato, anche per Teodoro Klitsche de la Grange, che l’immagine di riflesso attivo  della realtà deve essere impiegata nel giudicare la sua impagabile opera di giuspubblicista. Ma in quest’ultima recensione cumulativa, la quarta, l’immagine ispirata alla filosofia della prassi di rispecchiamento attivo della realtà, trova tutta una sua particolare giustificazione, perché per la strategia comunicativa della presente comunicazione (quindi al fine del raggiungimento di una dialettica verità olistica e sul pensiero del La Grange e su questi suoi ultimi interventi) risulta possedere una particolare forza euristica di rispecchiamento non solo del pensiero di Carl Schmitt ed anche dell’intima dinamica intellettuale del La Grange l’Amleto o Ecuba del “Kronjurist del Terzo Reich” (fama questa di giurista del nazismo di Carl Schmitt veramente ingenerosa ed immeritata, ma questo è argomento che la migliore critica  sia  dal punto meramente storico di come andarono i rapporti di Carl Schmitt col nazismo  sia dal punto di vista della sua dottrina ha completamente decostruito, ma questo  è argomento che abbiamo già affrontato – vedi Massimo Morigi, Fiat imperium pereat hostis. Le ipostatiche illusioni delle democrazia rappresentativa, pubblicato sull’ “Italia e il mondo” all’URL http://italiaeilmondo.com/2018/06/08/fiat-imperium-pereat-hostis-le-ipostatiche-illusioni-della-democrazia-rappresentativa-di-massimo-morigi/; WebCite: http://www.webcitation.org/704td57zk e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F06%2F08%2Ffiat-imperium-pereat-hostis-le-ipostatiche-illusioni-della-democrazia-rappresentativa-di-massimo-morigi%2F&date=2018-06-10 – e che non risponde in questa sede alla nostra strategia comunicativa). Come si è potuto leggere dalla citazione iniziale, l’Amleto o Ecuba ruota al “tabù della regina”, vale dire si pone la domanda del perché nell’Amleto shakespeariano non venga preso direttamente di petto il problema della correità della regina riguardo all’assassinio del re suo marito e padre di Amleto. Abbiamo anche visto che dopo un primo lungo argomentare sulle ragioni di questa sorta di rimozione nel dramma del problema, Carl Schmitt giunge ad una prima semplice (e semplicistica) spiegazione: semplici ragioni di opportunità politica avrebbero suggerito, o meglio imposto, a Shakespeare di non affrontare direttamente il problema. Spiegazione della rimozione, diciamo subito, del tutto insoddisfacente, perché se proprio l’opportunità politica fosse una delle molle principali nella strutturazione di questo dramma di vendetta, molto più semplice, lineare dal punto di vista drammatico e sicuro dal punto di vista del drammaturgo sarebbe stato non menzionare affatto la regina Gertrude e non includerla fra i personaggi dell’Amleto. Se tutto e solamente qui fosse l’Amleto o Ecuba, non varrebbe, in fondo, neppure la pena di parlarne e lo si potrebbe facilmente rubricare fra la prove meno riuscite di Carl Schmitt. Ma, come l’esperienza ci ha dimostrato, per quanto egli sia assolutamente adamantino ed icastico in alcune sue affermazioni (vedi nella Teologia politica  il suo immortale apoftegma «sovrano è chi decide sullo stato di eccezione», folgorante, icastica ed inequivocabile affermazione che come un colpo di sciabola fa letteralmente a brandelli ogni metafisica giuridica normativista e le complementari volgarizzazioni ideologiche democratiche e liberali basate sull’astorica parareligiosa ipostatizzazione dei diritti umani di derivazione illuminista e divenute poi una sorta di religione di massa in seguito all’annientamento in Europa degli stati di ancien régime travolti dalla rivoluzione francese), è anche autore problematico, che va letto a più livelli e che, in queste stratificazioni, una non piccola parte hanno proprio i tabù e le rimozioni, come del resto sul piano personale dimostra il fatto di non avere mai completamente fatto i conti con la sua (sfortunata) collaborazione col nazismo e sul piano teorico di avere ad un certo punto rinunciato a sviluppare il suo pensiero decisionista per ritirarsi, certamente anche per favorire un suo tentativo di signoreggiare ideologicamente il nazismo, nel cosiddetto konkrete Ordnungsdenken, nel pensiero dell’ordinamento concreto che si riannodava ai temi dell’istituzionalismo giuridico di Santi Romani e Maurice Hauriou –  questa svolta nel pensiero di Schmitt prese per la prima volta forma in Carl Schmitt, Über die drei Arten des rechtwissenschaftlichen Denkens, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg, 1934; trad. it., ma parziale, I tre tipi di pensiero giuridico, in Id., Le categorie del ‘politico’, Bologna, Il Mulino, 1972, pp. 245-275.

 

Accanto quindi a lampanti folgorazioni, in Carl Schmitt anche rimozioni, ritrosie, timidezze e, sotto questo punto di vista, l’Amleto o Ecuba risulta una delle opere che meglio rispecchia questa particolare Gestalt schmittiana di folgoranti lampi di genio politologico inestricabilmente però messi accanto a mediocri e precipitose ritirate sul piano della riflessione teorica. E questo perché se, come abbiamo visto, Schmitt vi denuncia una sorta di “tabù della regina” presente nell’Amleto shakespeariano e dà poi nell’immediato a questo tabù una spiegazione del tutto insoddisfacente e degna di un poco scaltrito e saputello studentello liceale che ritiene che attraverso il grimaldello del cui prodest (ma non articolato dialetticamente) possa trovare risoluzione tutta la storia umana, alla fine Schmitt, come vedremo, mostra di non credere nemmeno lui a questo semplicista (e sempliciona) risposta e, fornendo poi un’ulteriore risposta veramente degna del suo nome,  fa di questo Amleto o Ecuba veramente l’opera che meglio illustra la sua complessa personalità, segnata da un percorso umano ed intellettuale dove accanto ad illuminazioni e alla denuncia delle ipostatiche rimozioni del pensiero democratico e liberale, troviamo anche sue personali rimozioni dovute alla sua  avversione di portare fino alle estreme conseguenze le (rivoluzionarie) conseguenze del suo pensiero decisionista ma,  dove, al tempo stesso,  a fianco o subito dopo questi “minimi”, assistiamo anche ad una ripresa dell’originario vigore teorico. Sul come il “tabù della regina” verrà nuovamente riformulato e risolto nel prosieguo dell’Amleto o Ecuba e con ciò facendo di quest’opera veramente un unicum e al tempo stesso la più rappresentativa della sinusoidale produzione del giuspubblicista tedesco perché in essa mentre si denuncia una rimozione che avrebbe agito su Shakespeare,  vi opera anche una particolare rimozione dell’autore per poi risolvere, almeno parzialmente e con esiti, comunque, interessantissimi, queste rimozioni (la rimozione, cioè, del tabù della regina ma anche quella sua personale che inceppava la sua evoluzione teorica), torneremo a parlare fra breve. È ora giunto il momento di occuparci del La Grange e cercare di giustificare il titolo che non solo afferma che anche il nostro italico valentissimo giuspubblicista può trovare una sua ideale immagine rispecchiata nell’Amleto o Ecuba schmittiano ma anche che – ed è quello che a noi più importa, perché se un senso hanno queste recensioni cumulative non è tanto lodare un autore, il La Grange, il quale non  ne ha alcun bisogno ma è quello di parlare di noi stessi  e sviluppare il nostro pensiero attraverso il confronto con una grande visione teorica – in questo particolare  rispecchiamento fra due grandi autori il Repubblicanesimo Geopolitico ed il suo orizzonte-limite della epifania strategica possono trovare anche loro fondamentali e dialettiche  attive superfici di rinvio e sviluppo della propria immagine. Indubbiamente del sunnominato elenco di questa quarta recensione cumulativa, fra i  contributi più significativi sono Introduzione alla “Politica come destino”, 1° parte e Introduzione alla “Politica come destino”, 2° parte, da adesso poi in questa comunicazione saranno unitamente  richiamati come Introduzione alla “Politica come destino” tout court, scelta nostra di non fare distinzioni fra questi due contributi  apparsi sull’ “Italia e il mondo” non solo per la quasi totale sovrapponibilità dei due titoli ma, soprattutto, per il  fatto che la prima e la seconda parte di questa Introduzione alla “Politica come destino”  altro non è che  la prefazione di Teodoro Klitsche de la Grange alla odierna riedizione della Politica come destino di Salvatore Valitutti (La politica come destino pubblicata originariamente nel 1976 sulla rivista «Nuovi «Studi politici” – Salvatore Valitutti, La politica come destino, in «Nuovi Studi politici», 1976, n. 4, pp. 3-46 –  fu poi ripubblicata nel 1978  in Karl Löwith, Salvatore Valitutti, La Politica come destino, Roma Bulzoni, s. d. (ma 1978),  pp. 41-84. Il saggio di Karl Löwith compreso  in questo volume era stato pubblicato per la prima volta nel 1935 con lo pseudonimo di Hugo Fiala –  Hugo Fiala,   Politische Dezisionismus, in «Internationale Zeitschrift für Theorie des Rechts», 1935, IX, n. 2, pp. 101-123 –,  era stato poi tradotto in italiano da Delio Cantimori con il titolo Il concetto della politica di Carl Schmitt e il problema della decisione, in «Nuovi Studi di diritto, economia e politica», 1935, VIII, pp. 58-83 e tale saggio del Löwith  aveva  costituito anche la falsariga per un profonda critica dello storico romagnolo al pensiero di Carl Schmitt: Delio Cantimori, La politica di Carl Schmitt, in «Studi Germanici», 1, 1935. E come nella critica cantimoriana al pensiero di Carl Schmitt che prendeva le mosse dal saggio del  Löwith, anche nella Politica come destino di Salvatore Valitutti – e che è stata ripubblicata in data odierna con la prefazione di Teodoro Klitsche de la Grange: Salvatore Valitutti, La politica come destino, prefazione di Teodoro Klitsche de la Grange, Liberlibri, 2018 – la critica al pensiero di Schmitt prende le mosse da questo saggio del Löwith).

 

Veniamo quindi a citare dalla prefazione all’odierna edizione della Politica come destino, testo  negativamente influenzato dal sunnominato saggio di Karl Löwith, nel quale Carl Schmitt veniva accusato di “occasionalismo politico”, cioè, secondo l’accezione data a questa locuzione dallo stesso Schmitt in Politische Romantik, di essere un pensatore politico privo di un vero centro ideale e solo propenso alla polemica politica contingente, il giudizio riassuntivo che in Introduzione alla “Politica come destino”  Teodoro Klitsche de la Grange dà del saggio di Salvatore Valitutti. Dal punto di vista liberale si tratta indubbiamente di un giudizio equilibrato che non fa alcuno sconto a Valitutti ma siccome si tratta di un giudizio che parte pur sempre da una premessa ideologica, quella di un convinto liberalismo, si tratta sempre di un argomentare che soffre anch’esso come nel pensiero di Schmitt di una rimozione, della stessa rimozione che ha pervaso tutto il pensiero del giuspubblicista fascista e che nell’ Amleto o Ecuba ha trovato una delle sue più insidiose ma anche, allo stesso tempo, come vedremo, più felicemente euristicamente riuscite (ri)soluzioni.  Dice quindi La Grange del saggio di Valitutti citando dalla Politica come destino:

 

«“La distinzione tra amicus ed hostis, di amico e nemico, [è] la estrema intensità di un legame o di una separazione…Amicus  è un gruppo di individui tenuto stretto e compatto dalla reciproca solidarietà determinata dal bisogno di difendersi, per sopravvivere, dall’hostis. L’hostis  è hostis in quanto si contrappone al gruppo che gli è ostile, ma in se stesso è amicus.  La politica è perciò ostilità che divide e contrappone due gruppi ciascuno dei quali è  amicus in se stesso, e cioè reso compatto contrapponendosi all’altro”, scrive Valitutti. I due gruppi hanno un senso dato dall’ostilità, che implica la possibilità di lotta armata. Da qui il rapporto necessario tra politica e guerra per cui se “Clausewitz scrisse che la guerra non è altro che una continuazione delle relazioni politiche con l’intervento di altri mezzi. Schmitt rovesciando la formula avrebbe potuto dire che la pace è la continuazione della guerra con l’intervento di altri mezzi”. Schmitt, continua Valitutti, sente il bisogno di difendersi dell’accusa di una visione “guerrafondaia”. Lo fa realisticamente, spiegando che ciò consegue dall’ostilità (naturale in un  pluriverso) “perché questa è la negazione essenziale di un altro essere”, affermazione che ricorda da vicino quella di Hegel sul nemico come differenza etica (in Schmitt esistenziale). Centrale, nel pensiero di Schmitt è, secondo Valitutti, il concetto di unità politica “soggetto della politica è il gruppo ma solo alla condizione che il gruppo realizzi una perfetta unità politica. L’essenza dell’unità politica consiste nell’esclusione del contrasto politico all’interno dell’unità stessa”. Ne consegue che “la teoria politica di Schmitt è una teoria monistica perché si basa sulla compattezza dell’unità politica”: una teoria pluralista diviene facilmente strumento di dissoluzione. Tuttavia se all’interno la concezione di Schmitt è monistica, all’esterno è pluralista. Il secondo punto è il pessimismo antropologico. Si fonda sulla concezione pessimistica dell’uomo, che è la medesima su cui si fonda la scriminante etica (buono, cattivo) e la possibilità di scegliere, cioè la libertà. Ma, scrive Valitutti “Schmitt nell’individuare nella malvagità dell’uomo la molla che fa scattare la politica come distinzione fra amico e nemico, non si avvede che giunge a mettere in crisi proprio quella autonomia della politica, intesa come indipendenza dalle altre distinzioni esistenti, operanti nella vita umana…giungendo, come giunge, al presupposto  della malvagità umana   come condizione da cui scaturirebbe la necessità della politica, intesa come distinzione fra amico e nemico, egli riconduce la politica stessa proprio ad uno dei termini della coppia degli opposti che è la coppia della vita morale”. Da ciò consegue la centralità dell’unità politica per comprenderne l’anti-liberalismo di Schmitt. Questo è la “bestia nera” di Schmitt, secondo il quale ha dominato il secolo XIX. Il liberalismo combattuto da Schmitt è tuttavia un fantoccio polemico: “In questo fantoccio figurano lineamenti che appartengono al liberalismo storico ma che sono scissi da altri lineamenti essenziali dello stesso corpus di dottrine e di esperienze e che perciò appaiono deformati”. Schmitt riconosce tuttavia che il liberalismo, come realtà storica, non è sfuggito né all’identificazione/designazione del nemico, né all’abolizione della guerra (perché impossibile). E Valitutti rileva che “Nella sua polemica contro il liberalismo Schmitt, credendo di incolparlo in realtà gli rende omaggio e comunque è nel vero anche quando sottolinea il rispetto del valore dell’autonomia delle varie forme dell’attività umana come un carattere distintivo del liberalismo” (il corsivo è mio). Peraltro Schmitt, partendo dal postulato dell’unità politica ha come obiettivo della di esso critica soprattutto il liberalismo sociale e associativo, che garantisce la società come “pluralità di legami sociali”. Ma così configura uno Stato che realizza continuamente “la sua unità come sintesi dialettica di differenti e congiunti centri di iniziativa. L’unità politica, secondo Schmitt, la quale ha la sua più perfetta espressione nello Stato, è viceversa un’unità monistica, immediata e immota”. La distinzione amicus/hostis relativizza tutte le altre in quanto giunge a definire la distinzione politica come quella totale e totalizzante; “per cui Schmitt praticamente vanifica tutte le altre distinzioni. È l’unità politica che decide quello che è buono, bello e utile, e, in contrapposizione, quello che è cattivo, brutto e dannoso”. Il vizio di tale concezione è evidente: nel momento in cui la distinzione politica prevale sulle altre questa è non solo indipendente da quelle, ma superiore. Nota poi Valitutti che tra le tante opposizioni il giurista di Plettemberg non ricorda mai quella di vero/falso.»

 

Da questa citazione vediamo che, effettivamente, Teodoro Klitsche de la Grange ha veramente chiaramente segnalato tutte le critiche che nella Politica come destino Valitutti fa a Carl Schmitt, e si tratta di critiche che, per quanto partano da una sostanziale antipatia ed avversione per il pensiero del “Kronjurist del Terzo Reich”, non possono essere liquidate su due piedi. Ma queste critiche, cioè il fatto che considerare – pur partendo da una giusta visione antropologica negativa accettata ed anzi giudicata positiva anche dal liberalismo – la politica mossa solo dal motore amico/nemico non ci consente di capire la fisiologia della politica stessa e, conseguentemente, che il bersaglio polemico di Schmitt, il liberalismo, in realtà non sia altro che un “fantoccio polemico” che ha le sembianze della tolleranza e dei principi universalistici dei diritti dell’uomo mentre, nella concretezza, il liberalismo è un preciso percorso storico nel quale il conflitto ha una grande parte (componente conflittuale del liberalismo che Schmitt tende a trascurare per sottolineare un oblio di sovranità che caratterizza questa forma politica), non trovano andando a leggere tutto il saggio di Valitutti alcuno sviluppo essendo intese unicamente a decostruire il pensiero di Schmitt e non certo, fissandone le contraddizioni ma anche le dialettiche illuminazioni, a proporne una sua evoluzione. E sotto questo punto di vista, non tanto l’avere rivelato, risottolineiamo per maggiore chiarezza, le incongruenze di Schmitt da parte di Valitutti, ma non avere accennato che queste incongruenze possono contenere il nucleo di un futuro sviluppo di questo pensiero (futuro sviluppo che Valitutti non ha proprio né cercato né voluto tutto propenso a far recitare al liberalismo tutte le parti in commedia; recita che si svolge nei seguenti termini: il liberalismo come regno, ça va sans dire, della libertà ma anche, altrettanto scontato, come il regno del conflitto: il problema che mentre nella vulgata comune del liberalismo questo conflitto viene liberamente combattuto fra soggetti della stessa potenza, nella realtà effettuale altro non si verifica che la libertà del più forte a colpire senza ritegno il più debole, con l’aggiunta che questo colpire non viene giudicato come un’azione strategica di guerra ma come il portato di ineluttabili leggi economiche che trovano la loro giustificazione, cornuto e mazziato il debole che deve subire, negli immortali principi universalistici che hanno come pietra angolare la libertà del singolo ad agire come meglio crede: in altri termini, che hanno come  fondamento il c.d. individualismo metodologico), costituisce una sorta di tabù o rimozione di Teodoro Klitsche de la Grange verso le contraddizioni del liberalismo (a questo affermazione La Grange ci potrebbe ribattere verso le contraddizioni del feticcio del liberalismo), una sorta di rimozione  che però, proprio come nello Schmitt di Amleto o Ecuba troverà alla fine felice sbocchi ed esiti.

 

Conclude quindi la Grange nella sua argomentazione in difesa di Valitutti: «In particolare il fantoccio polemico, che Valitutti critica in Schmitt è ciò che il giurista tedesco vede nei pensatori dallo stesso criticati, ma che non è né il liberalismo storico “classico” – in particolare italiano – né quello che emerge da un’analisi fattuale ma anche giuridico-normativa, sia dei comportamenti che degli ordinamenti dello Stato borghese. È piuttosto quel che risulta da condivisibili aspirazioni che hanno il limite di non considerare o di sottovalutare le costanti ossia, le regolarità della politica (Miglio), con la conseguenza di non spiegare la conformazione dello stesso Stato democratico (o borghese a seguire Schmitt). In questo senso l’analisi di Valitutti fatta all’inizio della “rinascita” in Italia dell’interesse per il pensiero del giurista renano e in tempi in cui era demonizzato (e misconosciuto) molto più di oggi, è espressione di un coraggio intellettuale e di una pregevole indipendenza e chiarezza di giudizio.»

 

Siamo qui nell’ambito, come è di tutta evidenza, di una interpretazione  storicizzante  del pensiero di Valitutti, molto simile a quella compiuta dallo Schmitt nell’Amleto o Ecuba riguardo le ritrosie del bardo di Stratford-upon-Avon a rendere evidente nell’Amleto la colpa della regina Gertrude, interpretazione che se riesce forse a darci la dimensione di un presunto coraggio morale di Valitutti nello “trattare” lo Schmitt  mentre tutti lo evitavano perché fascista, non aiuta molto a comprendere quale sia il nodo di Schmitt che ancora non si è riusciti a sciogliere e che Valitutti, con tutte le molteplici  parti in commedia che ha deciso di far recitare al liberalismo nella Politica come destino, non è proprio riuscito a sciogliere.

 

Ma nonostante questa storicizzazione compiuta  su Valitutti (come abbiamo visto anche in Schmitt, quando un pensiero realista si lascia trascinare da facili spiegazioni contestuali avremo forse osservazioni anche fattualmente ineccepibili – ora critiche ora assolutorie od addirittura elogiative: Shakespeare non voleva inimicarsi i circoli politici facenti capo alla senescente regina Elisabetta; Valitutti ha mostrato grande coraggio morale ad occuparsi  di Schmitt – ma che non spostano di un millimetro il dipanarsi del problema teorico che ineludibile emerge: perché, nonostante il tabù della regina, la tragedia dell’Amleto ed il suo protagonista sono diventati dei miti?, perché nonostante tutti i suoi nodi irrisolti ed i suoi tabù teorici Carl Schmitt rimane imprescindibile per comprendere la politica e la società?), La Grange ha ben presente quale sia il problema che ci pone Schmitt quando nell’ambito dello stesso elogio a Valitutti ci sottolinea l’importanza delle «condivisibili aspirazioni che hanno il limite di non considerare o di sottovalutare le costanti ossia, le regolarità della politica (Miglio), con la conseguenza di non spiegare la conformazione dello stesso Stato democratico (o borghese a seguire Schmitt)».

 

Se Schmitt pensava di aver trovato la più importante regolarità della politica nella coppia antitetica amico/nemico, ma non seppe andare, come abbiamo più volte altrove detto, oltre questa folgorante opposizione, e La Grange ha ben presente che questa regolarità che si fa beffe delle ipostasi ideologiche  democratiche e liberali è la vera struttura nascosta e portante anche delle moderne democrazie rappresentative e delle loro società  ma ben conscio del paradosso di Carl Schmitt, si ritrae non diciamo dall’aderirvi ma dall’indicarne un suo possibile sviluppo, in un certo senso anche Valitutti affronta direttamente il problema, rileva cioè il paradosso Carl Schmitt, è del tutto consapevole degli (apparentemente) inestricabili problemi che questo paradosso si trascina ma, piuttosto  come fa La Grange , tenere ben dritta la barra e mantenere ferma questa imprescindibile regolarità della politica, approfitta del paradosso per mettere addirittura in discussione uno dei capisaldi del pensiero realista (fra poco vedremo come questo caposaldo sia in realtà esso stesso un’ipostasi, o meglio un’approssimazione, ma questo è un passo successivo al paradosso di Carl Schmitt non una sua elusione)  entrando così però in contraddizione con la sua stessa versione “cattiva” del liberalismo, messa in atto dal Valitutti, e questo è il nostro personale processo alle intenzioni di cui ci assumiamo in pieno la responsabilità, messa in scena solo per essere più realisti del re Carl Schmitt e sminuirne, per difendere il liberalismo minacciato dal reazionario Schmitt, il pensiero.

 

Sempre analizzando impeccabilmente  La Grange La politica come destino abbiamo appena letto e riproponiamo sottolineando:

 

«Il secondo punto [di Carl Schmitt, ndr] è il pessimismo antropologico. Si fonda sulla concezione pessimistica dell’uomo, che è la medesima su cui si fonda la scriminante etica (buono, cattivo) e la possibilità di scegliere, cioè la libertà. Ma, scrive Valitutti “Schmitt nell’individuare nella malvagità dell’uomo la molla che fa scattare la politica come distinzione fra amico e nemico, non si avvede che giunge a mettere in crisi proprio   quella autonomia della politica, intesa come indipendenza dalle altre distinzioni esistenti, operanti nella vita umana…giungendo, come giunge, al presupposto  della malvagità umana   come condizione da cui scaturirebbe la necessità della politica, intesa come distinzione fra amico e nemico , egli riconduce la politica stessa proprio ad uno dei termini della coppia degli opposti che è la coppia della vita morale”. Da ciò consegue la centralità dell’unità politica per comprenderne l’anti-liberalismo di Schmitt».

 

Vediamo quindi di dare a Valitutti quello che è di Valitutti. Valitutti, ci riferisce impeccabilmente La Grange, sa che il pessimismo antropologico è uno dei tratti distintivi (ma come vedremo subito: forse il meno “realista”) del realismo politico e giustamente inserisce Schmitt fra la schiera di questi pessimisti (fra l’altro un pessimismo antropologico quello di Schmitt rafforzato anche dalla sua sentitissima cultura cattolica controriformistica, aggiungiamo noi, un “piccolo” dettaglio questo delle radici cristiane non solo dell’odierno realismo ma anche dell’attuale Weltanschauung occidentale che svilupperemo fra poche battute). Valitutti, però, piuttosto che assumersi tutta la difficile problematicità del pessimismo antropologico schmittiano nel  quale giustamente individua la struttura portante della regolarità politica della polarizzazione amico/nemico così come rappresentata da Schmitt, approfitta delle contraddizioni interpretative che si porta dietro questa polarizzazione non tanto per mettere in dubbio il pessimismo antropologico tout court (il che sarebbe stata un’operazione importante, una rivoluzione, all’interno del realismo, e noi non chiediamo tanto) ma per screditare la coppia oppositiva amico/nemico di Schmitt e non contento di questo, per giustificare la sua sordità al magistero di Schmitt, ricorre ad una Weltanschauung impostata ad una francamente anacronistica crociana dialettica dei distinti: «[Schmitt] giunge a mettere in crisi proprio   quella autonomia della politica, intesa come indipendenza dalle altre distinzioni esistenti, operanti nella vita umana».

 

Non è questa la sede per discutere quanto nel Secondo dopoguerra il crocianesimo nella sua componente più caduca e più lontana dal realismo politico (quella, in altre parole, della Storia d’Europa nel secolo decimo nono del 1932) abbia negativamente influenzato quella parte di intellettuali che si opponevano al comunismo da un punto di vista liberale e conservatore (e anche volentieri riconosciamo che la “religione della libertà”, dal titolo del primo capitolo della Storia d’Europa nel secolo decimonono, imperante il regime fascista fu un punto importante di riferimento per molti intellettuali per i quali il regime aveva cessato di essere una forza mitopoietica) ; occorre però, a questo punto, e anche a futura memoria, una presa di posizione dello scrivente sia riguardo ai distinti più o meno crociani che siano sia riguardo al pessimismo antropologico (due problematiche che dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico sono strettissimamente correlate) non solo del liberalismo ma anche del realismo politico.

 

Sul piano della teoresi filosofica, uno dei principali appunti che il Repubblicanesimo Geopolitico muove al liberalismo è la visione pessimistica di fondo sull’uomo (e ovviamente, sotto questo punto di vista anche al realismo politico, solo che nel caso del realismo il pessimismo svolge la nobile funzione di smascheramento dei meccanismi conflittuali della società mentre nel liberalismo non è altro che un grimaldello per inculcare nella cultura e nelle masse una visione della società e dell’uomo improntata all’individualismo metodologico, meccanicistica, non dialettica e che annienta totalmente una qualsiasi mentalità – non diciamo chiara consapevolezza teorica – improntata ad una Weltanschauung animata da una qualsivoglia filosofia della prassi), una visione pessimistica liberale in cui l’origine la possiamo ritrovare nell’etica cristiana che vede nel conflitto il male (un male necessario  per il cristianesimo, da purgarsi attraverso il battesimo e con la partecipazione alla vita della comunità ecclesiale che inducendoci o ad una vita virtuosa ma anche  prolifica per generare nuovi cristiani, e quindi a un comportamento ancora macchiato dal peccato ma a suo modo necessario, o  ad una vita casta e santa, ci distacca dal male della vita secolare caratterizzata dal peccato del conflitto – peccato del conflitto che nel lessico religioso prende il nome di ‘peccato originale’, che trova una suo primo antidoto attraverso il battesimo –  e ci prepara per la vita in paradiso; per il liberalismo molto più semplicemente la natura malvagia dell’uomo è la benzina che consente, facendo leva sugli egoismi privati, di far funzionare, per eterogenesi dei fini, la società: vedi, oltre alla mano invisibile di Adam Smith, Bernard de Mandeville e la sua Fable of the Bees: or, Private Vices, Publick Benefits, La favola delle api: ovvero vizi privati, pubbliche virtù), mentre questo male per il Repubblicanesimo Geopolitico non è né un elemento ineluttabilmente legato al mondo ma che lo deturpa (o che lo fa “marciare” secondo l’individualismo metodologico liberale, ma lo fa “marciare” utilizzando i vizi privati, secondo Mandeville) né il rovescio della medaglia  di una supposta natura malvagia dell’uomo ma altro non  è  che la mal interpretata manifestazione dell’azione dialettica conflittuale-strategica, che è la categoria onto-epistemologica che ci permette di unire in un coerente monismo le disiecta membra fra cultura e natura (disiecta membra per  il cristianesimo,  il meccanicismo galileano ed il liberalismo, tutti questi “fratelli diversi”, molto diversi, ma uniti dallo stessa visione del conflitto come male inevitabile anche se necessario e dove la conoscenza ipostatizzata di  questo “male” del conflitto non viene utilizzata nell’ambito dello sviluppo di una visione dialettica della realtà  ma per costruire un mondo diviso in vari settori non comunicanti dove, in ultima analisi, la categoria più importante è la polarizzazione fra un “alto” ed un”basso”, cioè fra virtù e peccato, attraverso la quale, ovviamente, il dominio deve essere della virtù, comunque declinata a seconda della visione assiologia dei vari summenzionati fratelli: in un senso certamente non pensato dal filosofo dei distinti, Croce aveva veramente ragione quando affermava che “non possiamo non dirci “cristiani” ”, perché, anche questa forma del religioso cova in sé i germi dell’azione dialettica conflittuale-strategica, anche se, evidentemente, non dell’ epifania strategica).

La scienza politica, filosofica e filosofica politica deve quindi aprirsi ad una riconsiderazione sulla rivoluzione scientifica galileana, che non ha solo significato una potente  ribellione contro il dogmatismo medievale e contro gli aspetti più superstiziosi della religione ma anche, se non soprattutto,  in ultima analisi  la trasposizione su un piano scientifico-meccanicistico della visione cristiana (immutabili leggi della natura comprensibili solo attraverso la matematica con la stessa morfologia delle leggi morali comprensibili solo attraverso gli indiscutibili ed eterni dettami contro il peccato il cui monopolio interpretativo è detenuto dalla Chiesa) che ha creato il  concetto di peccato  così come è stato vissuto dalla civiltà occidentale e che, in ultima analisi, non è che la separazione fra il mondo umano malvagio ma condotto dalla divinità ad una salvezza eterna ed il mondo della natura, peccaminoso per definizione, destinato ad una sempiterna  corruzione e alla definitiva cataclismatica distruzione con la fine del mondo ad opera della divinità stessa.

Non essendo pessimista ma dialettico, il Repubblicanesimo Geopolitico è intimamente rivoluzionario e non perché creda, come le ingenue dottrine rivoluzionarie del passato nella bontà dell’uomo (curioso sarebbe credervi visto che non crede alla sua cattiveria; e sotto sotto il marxismo, considerato dal punta di vista della sua visione antropologica, crede operando una vera e propria inversione, ma tutt’altro che dialettica, del pessimismo antropologico cristiano,  in una naturale bontà dell’uomo, solo che il diavolo è stato sostituito dal capitalista mentre la comunità dei santi è stata soppiantata dal proletariato) ma per il semplice fatto che la sua impostazione dialettica rifiuta qualsiasi legalità ossificata e considera lo status quo non come la realizzazione ad aeternum del piano di una provvidenza divina o storica ma semplicemente come la manifestazione dialettica di una totalità che solo nel suo sviluppo conflittuale-dialettico del rapporto del soggetto con l’oggetto (e nell’interscambiabilità, a livello di prassi storica e naturalistica, di questi due momenti, interscambiabilità che qualora trovi un suo cosciente autoriconoscimento di massa, viene definita dal Repubblicanesimo Geopolitico ‘epifania strategica’: epifania strategica che, in un certo senso, altro non è la traduzione realistica ed immanentizzazione della figura nascostamente soteriologica e di pretta ispirazione cristiana del proletariato, visto, prima da Marx e poi anche dalla stragrande maggioranza di coloro che da lui presero ispirazione ignorando la genealogia profonda della sua dottrina, come quel protagonista sociale di massa che avrebbe potuto condurre alla fuoruscita dal capitalismo, giudicato da costoro come il male, come il cristiano giudicava – e giudica – come male la concupiscenza) trova la sua stessa possibilità di esistere e manifestarsi.

Quello che abbiamo appena espresso altro non è, sotto il nostro punto di vista, sotto il duplice aspetto del ragionamento storico-genealogico che più prettamente teoretico dal punto di vista filosofico, la risoluzione di quello che noi abbiamo definito il paradosso Carl Schmitt, paradosso che segnala che la categoria amico/nemico se eccezionale per anatomizzare la vita politica e sociale non si dimostra altrettanto valida per comprenderne la fisiologia e la nostra soluzione del paradosso e che la coppia oppositiva amico/nemico altro non è che una declinazione, molto appariscente e molto importante ma solo una delle tante, dell’azione morfogenetica e dialettica, non solo sulla società e sulla politica ma di tutta la realtà, sia quella culturale che quella fisico-naturale, dell’azione-conflitto strategico. Ovviamente, sarebbe del tutto insensato imputare a Valitutti, come a qualsiasi altro, di non avere sviluppato per contro proprio quello che noi riteniamo la soluzione del paradosso Carl Schmitt (insensato oltre che per il semplice fatto che quello che per una mente appare non diciamo di facile soluzione ma, mettiamola così, “naturale” conseguenza di una serie di dati di fatto, per un’altra è cosa assolutamente assurda e oscura ma anche considerando tutti i pensatori realisti del passato che non giunsero mai ad una proposta ontologica e filosofica che superasse il problema del male nel senso da noi indicato) mentre, riteniamo, non è affatto insensato dal nostro punto di vista imputare a Valitutti una certa qual furberia intellettuale e aver approfittato del paradosso Carl Schmitt per screditarne tutto il pensiero. Su questo punto noi e il La Grange dissentiamo (concediamo magari a Valitutti il coraggio personale di aver “trattato” in un periodo storico in cui la sola accusa di essere fascisti o filofascisti poteva costare la carriera, se non qualcosa di molto peggio, ma non gli concediamo alcun coraggio intellettuale, troppa era la sua foga di voler difendere il liberalismo da un pensatore che egli, evidentemente, riteneva autoritario e molto affine come mentalità a coloro che indubbiamente sfidava trattando uno scomodo pensatore di destra), mentre, come più volte ribadito, a lui ci sentiamo del tutto vicini nell’aver compreso – e detto in ogni occasione a chiare lettere – che l’attuale narrazione liberale e democratica basata a livello ideologico sulla metafisica ipostatizzazione dei diritti umani e politici di derivazione illuminista non sta più letteralmente in piedi. E di questa consapevolezza possiamo per rendercene conto anche da quest’ultima recensione cumulativa.

«Nel discorso di Antigone è, di conseguenza, invertito il rapporto tra politica e diritto: per cui quella non domina questo, ma piuttosto vi è sottomessa; onde non vale il ricordato detto salus rei publicae suprema lex, ma piuttosto il fiat justitia, pereat mundus in cui la justitia è ciò che appare tale al cittadino. Anche in ciò la “modernità” di Creonte, rispetto ad Antigone è evidente: mentre la sua scelta ha carattere pubblico, perché, come sostiene Freund, il pubblico è in primo luogo, affermazione dell’unità, la seconda porta ad una scelta e ad un esito dissolutorio, essenzialmente riconducibile al  privato. […] La depolitizzazione, è anche, e in primo luogo, una privatizzazione: mentre gli “espropriati” non rappresentano che se stessi essendo (ridotti a) privati, chi esercita il potere pubblico rappresenta (e garantisce) l’unità politica. La modernità della posizione di Creonte quindi consegue alla capacità di assicurare l’unità e l’ordine politico-sociale. A cui è essenziale l’esercizio del comando: rapporto umano tra uomo ed uomo, l’uno che comanda, l’altro che obbedisce. Tutte considerazioni che sarebbero emerse e formulate, in modo chiaro e distinto, da Thomas Hobbes. […] Nello stesso tempo potere, comando, obbedienza, (coazione) sono rapporti tra uomo ed uomo e non tra uomo e norma, né tra uomo e divinità. Per far punire Creonte infatti Sofocle fa intervenire (anche se non in forma di personaggio teatrale) il potere soprannaturale: a un potere umano assoluto si può opporre solo un potere ancor più forte, che però non può essere umano. Ovviamente essendo l’intervento soprannaturale escluso in una visione moderna e quindi secolarizzata della politica e dello Stato, la sola “visione” proponibile è quella di Creonte.[…] In un certo senso [la posizione di Antigone, ndr] non è neppure assimilabile ad una visione cristiana. Se il cristianesimo riconosce una legge divina, ha tuttavia conferito carattere d’istituzione divina anche all’autorità umana, mentre connotati della posizione di Antigone sono l’istituzione divina della legge, ma il carattere totalmente umano dell’autorità e, accanto, la riserva della decisione alla persona. Nella teologia cristiana, di converso, è considerata istituzione divina anche l’autorità umana, come consegue sia dal notissimo passo dell’ “Epistola ai romani” di S. Paolo (13,1) sia dalle note frasi del Vangelo  per cui giuristi come Hauriou e Carré de Malberg hanno distinto tra dottrina del diritto divino soprannaturale e del diritto divino provvidenziale sostanzialmente riprendendo le tesi principali sul punto della teologia politica cristiana moderna. Ciò ha fatto si che l’appello alla legge divina, in una società cristiana, non sia un fatto di giudizio personale, ma circondato di condizioni e requisiti. La trattazione del tirannicidio e della seditio ne è un esempio: quasi tutti i teologi sia cattolici che protestanti legittimano l’uno e/o l’altro se vi sia una volontà pubblica prevalente orientata a detronizzare il tiranno, perché tota respublica superior est rege, il tutto peraltro a certe condizioni, differenti se il tiranno è tale absque titulo o quo ad regimen; e, ciò che costituisce la differenza essenziale, la “contestazione” dell’autorità è sempre fatta in funzione e in vista di un’autorità diversa, in un contesto cioè istituzionale; e avente carattere pubblico piuttosto che di rivendicazioni/istanze private, come, in larga misura, appaiono quelle di Antigone. Mentre la posizione di Creonte si colloca all’interno (ed in funzione) di un gruppo sociale umano, con i di esso modelli di ordine, presupposti e rapporti e la relativa concretezza, quella di Antigone, come detto, è un rapporto della coscienza con la divinità (la legge, la norma), ovvero con una dimensione ed entità ideale e (se non) astratta.»

 

Nelle Ragioni di Creonte di cui abbiamo appena riportato un’ampia citazione è proprio evidente con cristallina chiarezza che il La Grange non ha nessuna intenzione di cedere alla sirene ideologiche universalistiche (e favolistiche) del pensiero liberaldemocratico, talché non solo il brano riportato ma  tutte Le ragioni di Creonte possono essere riassunte dalla citazione ciceroniana molto opportunamente inserita nel testo salus rei publicae suprema lex. E con questa tanti saluti (si fa per dire, ma nemmeno più di tanto) del La Grange non solo dal punto di vista teorico alle suddette fantasticherie tutte incentrate sull’individualismo metodologico ma, assai più concretamente dal punto di vista della professione di La Grange, che ricordiamo è avvocato, giurista e giuspubblicista, anche all’idolatria messa in atto in Italia come all’estero nel perimetro delle c.d. democrazie rappresentative verso le costituzioni scritte, le quali sono tutte, taluna di più talaltra di meno, conformate ai principi politici universalistici di derivazione illuminista e all’individualismo metodologico liberale (a proposito della commiserazione del Nostro per l’ideologia costituzionale, La Grange alla nota 20 di  Machiavelli citando Louis De Bonald scrive:

«Tra cui citiamo Louis de Bonald il quale scrisse, in polemica con un libro di M.me de Staël che “La costituzione di un popolo è il modo della sua esistenza; e chiedersi se un popolo con quattordici secoli di storia, un popolo che esiste, ha una costituzione, è come interrogarsi, quando esiste, se ha il necessario per esistere; è come chiedere ad un arzillo ottuagenario se è costituito per vivere… La nazione era costituita, e così ben costituita, che essa non ha mai chiesto a nessuna nazione vicina la protezione della sua costituzione… proprio perché la Francia aveva una costituzione ed una costituzione solida, si è ingrandita un re dopo l’altro, anche quando questi erano dei deboli, sempre invidiata mai scalfita; spesso turbata mai piegata; uscendo vittoriosa dai rovesci più imprevedibili con i mezzi più insospettati, e non potendo perdersi che per una mancanza di fiducia nella propria fortuna” ed aggiunge “Una costituzione completa e ben congegnata non è quella che si arresta davanti ad ogni difficoltà, che le passioni umane e la varietà degli eventi possono far nascere, ma quella che prevede il mezzo di risolverli quando questi si presentano: come il fisico robusto non è quello che impedisce e previene le malattie, ma quello che da la forza di resistervi, e di ripararne prontamente i danni” v. Louis de Bonald, Observation ur l’ouvrage de M.me la Baronne de Stael, trad. it. di Teodoro Katte Klitsche de la Grange, La Costituzione come esistenza, Roma 1985, pp. 35-36.»).

 

Ma rafforzati anche da quest’ultima illuminazione di La Grange che attraverso la spassosa metafora debonaldiana del vecchietto che magari perché ignaro dei sacri principi della medicina e della biologia non dovrebbe essere nemmeno vivo (e quindi l’odierna Inghilterra siccome non possiede una costituzione scritta portando alle estreme conseguenze i deliri ideologici dell’odierna vulgata costituzionalista dovrebbe apparire, tuttalpiù, come  una informe serie di villaggi perennemente in guerra fra loro e dominati al loro interno come nei rapporti fra  loro dalla hobbessiana legge dell’ homo homini lupus), torniamo alla nostra precedente citazione presa dalle Ragioni di Creonte e riproponiamo all’attenzione la chiusura di questa:

 

«Ciò ha fatto si che l’appello alla legge divina, in una società cristiana, non sia un fatto di giudizio personale, ma circondato di condizioni e requisiti. La trattazione del tirannicidio e della seditio ne è un esempio: quasi tutti i teologi sia cattolici che protestanti legittimano l’uno e/o l’altro se vi sia una volontà pubblica prevalente orientata a detronizzare il tiranno, perché tota respublica superior est rege, il tutto peraltro a certe condizioni, differenti se il tiranno è tale absque titulo o quo ad regimen; e, ciò che costituisce la differenza essenziale, la “contestazione” dell’autorità è sempre fatta in funzione e in vista di un’autorità diversa, in un contesto cioè istituzionale; e avente carattere pubblico piuttosto che di rivendicazioni/istanze private, come, in larga misura, appaiono quelle di Antigone. Mentre la posizione di Creonte si colloca all’interno (ed in funzione) di un gruppo sociale umano, con i di esso modelli di ordine, presupposti e rapporti e la relativa concretezza, quella di Antigone, come detto, è un rapporto della coscienza con la divinità (la legge, la norma), ovvero con una dimensione ed entità ideale e (se non) astratta.»

 

Interessantissimi (tutti) gli spunti che possiamo cogliere in queste parole ed alcuni veramente rivoluzionari ed iconoclasti (iconoclasti ovviamente rispetto alle idiozie che ci vengono di solito propalate del discorso politico, politologico e/o filosofico politico e non certo verso gli autentici valori della tradizione cristiana-occidentale di cui Teodoro Klitsche de la Grange, come Carl Schmitt del resto, è profondo conoscitore ed ardente estimatore). Analizziamo i principali partitamente. Innanzitutto che la tradizione cristiana ammette la detronizzazione del tiranno (e noi aggiungiamo anche il tirannicidio, ma la Grange proprio per una sua personale avversione alle soluzioni violente  non lo dice e ci permettiamo di dirlo noi) qualora il tiranno non sia stato legittimato da un superiore contesto istituzionale o da una superiore legge morale che, però, a differenza dell’attuale ideologia dirittoumanistica, non deve essere una legge superiore che garantisce gli ipostatici ed individualistici  diritti umani e/o politici (sempre individualisticamente intesi) ma una legge superiore che in un consolidato  contesto dal punto di vista tradizionale ed autoritativo garantisce la vita ordinata della comunità. È chiaro che qui come Stimmung siamo dalle parti di un certo Carl Schmitt e del suo konkrete Ordnungsdenken. Ma il punto veramente potenzialmente rivoluzionario (ed intrinsecamente dialettico per le conseguenze che ne derivano) è dove La Grange afferma: «Mentre la posizione di Creonte si colloca all’interno (ed in funzione) di un gruppo sociale umano, con i di esso modelli di ordine, presupposti e rapporti e la relativa concretezza, quella di Antigone, come detto, è un rapporto della coscienza con la divinità (la legge, la norma), ovvero con una dimensione ed entità ideale e (se non) astratta.» Dal nostro punto di vista, il momento rivoluzionario non sta tanto nel fatto che qui l’eroe diventa Creonte piuttosto che Antigone, portatore quest’ultimo, in ultima analisi, di istanze unicamente personalistiche, se fosse solo per questo saremmo qui in presenza solo di un giudizio iconoclasta rispetto alla consolidata vulgata che afferma il contrario, quello che è veramente rivoluzionario, sia rispetto alla tradizione cristiana e contemporaneamente rispetto alla tradizione giusnaturalistica diritto umanistica, è che il Salus rei publicae suprema lex esto (motto, ricordiamo così tangenzialmente, posto anche nello stemma dell’esercito italiano) viene sottratto sia da qualsiasi ipotesi giustificatoria dirittoumanistica ma  anche da una dimensione, almeno così come astrattamente intesa da Antigone, divina, così che il risultato è che, apparentemente, questa salvezza o salute della comunità e/o delle istituzioni che la governano rischia di rimanere appesa nel vuoto ed il concreto Creonte (concreto e positivo per La Grange, come anche per noi) rischia di navigare in un vuoto etico e morale e diventare, nonostante le sue migliori intenzioni, proprio un tiranno (cosa che La Grange proprio non pensa che sia come non lo pensiamo noi). E allora? E allora noi, dal nostro punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico, in ossequio all’ideale limite operativo dell’epifania strategica, nonché conseguenti (almeno su questo speriamo di essere giudicati coerenti)  proponiamo in via euristica la (non piccola) modifica del motto ciceroniano  salus rei publicae suprema lex in salus belli suprema lex (sperando, con ciò, ovviamente, di non far credere che  si voglia la guerra civile o che si sia nostalgici dei guerrafondai di cartone o che   ci si senta nietzscheanamente   investiti di qualche superomistico compito storico: molto più semplicemente si spera di essere compresi nel nostro considerarci modesti eredi di una filosofia della prassi i cui eroi abbiamo qui già citato ed anche nei nostri precedenti lavori…).

 

Che la salute (o la salvezza) del conflitto  (detto ancor più chiaramente e con il nostro lessico: dell’azione-conflitto dialettico-strategico,  generatore non solo della società ma anche del mondo fisico naturale e che viene  dal Repubblicanesimo Geopolitico definito ‘epifania strategica’ qualora venga riconosciuto ed apprezzato positivamente attraverso il suo (auto)riconoscimento di massa e giungendo così alla sua piena entelechia     – una epifania strategica così intesa che ha molto a che spartire con la monolitica e primigenia – ma non totalitaria! – concezione schmittiana della sovranità e con l’idea gramsciana di egemonia: per questo raffronto – e profonda analogia –  fra il concetto schmittiano di sovranità e il concetto gramsciano di egemonia cfr.: Andreas Kalivas, Hegemonic sovereignty: Carl Schmitt, Antonio Gramsci and the constituent prince, “Journal of Political Ideologies” (2000), 5(3), pp.343-376; URL https://www.scribd.com/document/36412380/Kalyvas-Andreas-2000-Hegemonic-Sovereignty-Carl-Schmitt-Antonio-Gramsci-and-the-Constituent-Prince ; WebCite: http://www.webcitation.org/71QHstIbT e

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fwww.scribd.com%2Fdocument%2F36412380%2FKalyvas-Andreas-2000-Hegemonic-Sovereignty-Carl-Schmitt-Antonio-Gramsci-and-the-Constituent-Prince&date=2018-08-04. File caricato anche su InternetArchive agli URL:  https://archive.org/details/HegemonicSovereigntyCarlSchmittAntonioGramsciAndTheConstituentPrince e

https://ia601501.us.archive.org/22/items/HegemonicSovereigntyCarlSchmittAntonioGramsciAndTheConstituentPrince/36412380-Kalyvas-Andreas-2000-Hegemonic-Sovereignty-Carl-Schmi.pdf) sia il più o meno riconosciuto orizzonte limite di La Grange c’è fortemente da dubitare,  vista sia la sua salda appartenenza ad una sorta di liberalismo “forte”, indubbiamente quello stesso liberalismo “forte” impregnato di pensiero realista, cui lo stesso Valitutti faceva riferimento in polemica con Schmitt ma che in Valitutti trovava ben misera espressione mentre in La Grange l’innesto è assai più vigoroso e del tutto consapevole ed ammesso (Valitutti non amava Schmitt mentre per La Grange il pensatore di Plettenberg è un faro guida; in Valitutti il respingimento di Carl Schmitt da luogo in La politica come destino a mediocri banalità; in tutta la produzione di La Grange il pensiero di Carl Schmitt da luogo a meravigliose contraddizioni e punti di crisi che sono per noi fondamentali per cercare di spingere oltre il pensiero di Carl Schmitt); ed è da dubitare, anzi siamo del tutto sicuri, visto che la sua vicenda culturale e umana è conclusa da tempo, che l’ ‘epifania strategica’ fosse l’obiettivo limite di Carl Schmitt. Ma come assisteremo nel gioco di rispecchiamento finale con Amleto o Ecuba, vedremo che l’epifania strategica costituisce veramente il “tabù della regina” del pensiero schmittiano. Non tanto quindi per attribuire ad altri pensieri e propensioni che sono solo nostre ma per confermare l’estrema densità del pensiero realista di La Grange, riteniamo che la seguente citazione da Note su Costituzione e interpretazione costituzionale, 2° parte, intervento di La Grange anch’esso incluso in  quest’ultima recensione cumulativa, sia una delle più significative per delineare un pensiero intrinsecamente dialettico connotato da un incipiente manifestarsi di una consapevolezza dissolvente vecchi ed ossificati “distinti”: ragione vs autorità (e implicitamente forza-violenza vs astratta razionalità), e quindi intimamente strategica e così veramente rivoluzionaria nella sua forza di rinnovamento delle “categorie del realismo”:

 

«Avendo sostenuto Baldassarre “che l’antica massima hobbesiana –vero manifesto del positivismo giuridico in tutte le sue forme – auctoritas, non veritas, facit legem sia ormai inattuale. Se ne  deve concludere che nello stato costituzionale di diritto “ratio, non auctoritas, facit legem”. Una tale tesi non è condivisa da Guastini: “La tesi che il diritto nasca non dall’autorità, ma dalla “verità” o dalla “ragione” (così sostiene Baldassarre), significa che le norme giuridiche sono il prodotto non di atti di volontà, bensì di atti di conoscenza: di conoscenza, dobbiamo supporre, non della (eterna) “natura” umana, bensì dei “costumi” e della “coscienza sociale”. E ciò implica che le norme giuridiche – proprio come le proposizioni scientifiche – possono dirsi vere o false. Tesi classica dei giusnaturalisti, d’altronde, i quali disgraziatamente non hanno mai saputo indicare a noi, poveri giuspositivisti, quali mai possono essere i criteri di verità degli enunciati del discorso prescrittivo […]”. Tuttavia sia che si tratti d’interpretare norme, sia di applicare principi (e/o valori) le due posizioni si riferiscono entrambe al diritto statuito (e scritto) tralasciando così tutto ciò che non è scritto né statuito. Quanto all’altra questione – che più interessa ai fini del presente scritto – se il diritto nasca dall’autorità o dalla ragione (verità), occorre appena ricordare che un simile dilemma (se la legge sia atto della volontà e dell’intelletto) era stato largamente dibattuto dai teologi e la soluzione che dava Suarez non era un “aut…aut” ma un “et…et”, nel senso che la legge era atto sia d’intelletto che di volontà. La legge positiva è sia  ratio che voluntas; che sia la seconda è evidente; e che presupponga (e incorpori) anche la ratio (quasi altrettanto) evidente, giacché una legge bizzarra e/o superflua non è suscettibile di esecuzione e coazione, diventando così una bizzarria normativa, non potendo essere un comando eseguibile. Se, come sostiene chi scrive, la costituzione non è (solo) un atto, e spesso neanche scritto, resta da vedere come si possa interpretare/applicare ciò che non è né scritto né statuito.»

 

La Grange mostra di non credere nell’hobbessiano auctoritas non veritas facit legem (Leviatano, 1651, parte 2°, cap. 26°)  ma non crede neppure nella meccanica inversione del detto hobbessiano nel “ratio, non auctoritas, facit legem” – per quanto anche dalla precedente cumulativa abbiamo visto che La Grange propende per il pensiero istituzionalista, il suo istituzionalismo non significa certo un arretramento, come nello Schmitt, verso un’ involuzione dell’impostazione decisionista manifestatasi nel giuspubblicista di Plettenberg nell’ Über die drei Arten des rechtwissenschaftlichen Denkens cit. , ma, molto saggiamente, il radicale ed intransigente rifiuto del positivismo giuridico di stampo normativista alla Kelsen e delle sue successive ed inevitabili ulteriori volgarizzazioni ideologiche così come praticate da tutti i ceti semicolti (di sinistra ma anche di destra, nessuno escluso). E allora?

 

E allora forse, forse un “tabù della regina”, forse un nano gobbo nascosto sotto la scacchiera, forse una verità così elementare che nella sua bellezza e dialetticità è sempre stata conosciuta ma mai esplicitamente (auto)riconosciuta, potremmo forse affermare che la profonda verità nascosta nei testi del La Grange e di tutti i grandi realisti, Schmitt in primo luogo, è bellum, non veritas, facit legem, et facit societatem, et facit naturam, et facit veritatem?

 

«Eppure, è necessario distinguere e separare il Trauerspiel dalla tragedia, perché non vada perduta la specifica qualità del tragico e non scompaia, data la nozione di gioco implicita in Trauerspiel, la serietà della vera azione tragica. Esiste oggi un’importante filosofia, e perfino una teologia, del gioco. Ma c’è stata anche un’autentica forma di religiosità, che ha concepito se stessa, e l’esistenza mondana nella sua dipendenza da Dio, come un «gioco di Dio», secondo quanto si afferma nel canto della Chiesa evangelica: «in Lui tutte le cose hanno il loro fondamento ed il loro fine,/ed anche tutto ciò che l’uomo compie è un grande gioco di Dio.» Lutero, seguendo i cabalisti, ha parlato del gioco che tutti i giorni, per alcune ore, Dio gioca con il Leviatano. Un teologo luterano, Karl Kindt, ha spiegato il dramma di Shakespeare come «un’opera wittemberghese» ed ha fatto di Amleto un «attore di Dio». Teologi di entrambe le confessioni citano i versetti 30-31 del capitolo VIII dei Proverbi di Salomone, che nella traduzione di Lutero suonano: «quando gettava le fondamenta di tutte le cose, io ero presso di Lui come architetto, e mi compiacevo giorno per giorno, e giocavo (spielte) di continuo in Sua presenza; e giocavo (spielte) sul globo della terra. Nella Vulgata si dice: «ludens in orbe terrarum». Non è questa la sede per interpretare questo oscuro passo biblico, né per trattare il rapporto della liturgia ecclesiastica e del Suo sacrificio con un concetto tanto profondo di gioco. L’opera di Shakespeare, in ogni caso, non ha nulla a che fare con la liturgia della Chiesa: essa non ha né rapporti con la Chiesa né, al contrario del teatro francese classico, si situa nello spazio delimitato dalla sovranità dello Stato. L’idea che Dio giochi con noi può esaltarci in una teodicea ottimistica tanto quanto sprofondarci nell’abisso di una disperata ironia o di un agnosticismo privo di certezze. Lasciamo quindi da parte questo versante del problema. Del resto, proprio il termine tedesco Spiel presenta un’infinità di aspetti e rivela la possibilità di accezioni anche antitetiche. Un uomo che – seguendo le note di uno spartito, manoscritto o stampato – tocchi col suo archetto il violino, soffi nel flauto o batta sul tamburo, definisce tutto ciò che, seguendo le sue note, viene così facendo, in un modo solo: «suonare» (spielen). Chi colpisce un pallone secondo regole determinate afferma di  «giocare» (e parimenti usa il verbo spielen). Piccoli fanciulli e vivaci gattini «giocano» in modo particolarmente intenso, e lo stimolo a giocare deriva loro dal fatto che non giocano secondo regole rigide, ma in tutta libertà. Così – dalle opere dell’Altissimo, onnisciente e onnipotente, fino agli impulsi delle creature irrazionali – tutto l’ambito del possibile, incluse anche tutte le possibili contraddizioni, viene ricondotto al concetto di Spiel. Rispetto a tale soluzione indeterminata, restiamo dell’opinione che – almeno per quanto riguarda noi miseri mortali – nel gioco c’è la  negazione del caso serio. Il tragico cessa là dove comincia il gioco, anche se questo è un gioco che porta al pianto, anche se è un gioco triste per spettatori tristi, anche se è un Trauerspiel profondamente coinvolgente. Non è assolutamente possibile trascurare, almeno per quanto riguarda il Trauerspiel shakespeariano, che il tragico è per sua essenza non «giocabile»; in Skakespeare, invece, perfino nelle sue cosiddette tragedie, viene alla luce, appunto, un carattere di gioco.» (Carl Schmitt, Amleto o Ecuba cit., pp. 79-82).

 

Se già dalle prime parole dell’Amleto o Ecuba Carl Schmitt aveva sciolto in maniera alquanto semplicistica il tabù della regina affermando che nel dramma shakespeariano il problema della colpevolezza o correità della regina nell’assassinio del marito viene, in sostanza, eluso e rimosso in ragione dell’inopportunità politica di rappresentare l’assassinio del marito per via delle allusioni che avrebbero potuto investire la figura di Maria Stuarda e  conferendo quindi all’Amleto, attraverso un inquadramento così poco eroico e da mestierante teatrale all’autore del dramma, una dimensione assai poco poetica e molto prosaica, nel passo appena citato siamo trasportati in tutt’altra dimensione, una dimensione dove è fondamentale Il dramma barocco tedesco di Walter Benjamin (Walter Benjamin, Ursprung des deutschen Trauerspiels, Berlin, Ernst Rowohlt Verlag, 1928; trad. it. Il dramma barocco tedesco, Torino, Einuadi, 1971), nel quale Benjamin traccia una netta demarcazione fra tragedia classica, che implicava la credenza nel mito e in un mondo di valori basati su una realtà oltreumana (tanto per fare un esempio attinente a questa rassegna critica, Antigone è il tipico esempio di tragedia classica basata nella credenza di valori eterni la cui tutela  va ben oltre la pur necessaria, ma subordinata, salvezza dello Stato) e il dramma moderno, che è caratterizzato da un’agire dei personaggi  che hanno perso un qualsiasi rapporto con la trascendenza e in cui il gioco, anche se luttuoso (Trauerspiel, traducibile oltre che come ‘dramma’ anche come ‘gioco luttuoso’), cioè lo scontro e gli intrighi dei protagonisti, non ha alcun punto d’appoggio esterno che lo possa giustificare se non il raggiungimento degli obiettivi posti, unico fine e giustificazione vera dell’azione stessa. Da ciò, cioè dalla perdita della dimensione mitica del rapporto col mondo extraumano, deriva, secondo Benjamin, che la tragedia classica trova la sua dimensione espressivo-culturale nel simbolo mentre il dramma moderno, il ‘gioco luttuoso’ del Trauerspiel ( o nella traduzione italiana, il ‘dramma barocco’, traduzione giustificata dal fatto che il Dramma barocco tedesco riguarda espressamente l’estetica del periodo barocco) nell’allegoria. Leggiamo dal prima parte del capitolo “Allegoria e dramma barocco” del Dramma barocco tedesco:

 

«In questo movimento eccentrico e dialettico l’interiorità senza  opposizioni del classicismo non gioca alcun ruolo perché i problemi attuali del Barocco in quanto dimensione politico-religiosa non riguardavano tanto l’individuo e la sua etica, quanto la sua appartenenza alla comunità ecclesiale. Contemporaneamente al concetto profano di simbolo, proprio del classicismo, viene formandosi il suo pendant speculativo, quello dell’allegoria. È vero che una dottrina vera e propria dell’allegoria non vide la luce allora, né mai era esistita in precedenza. Definire  «speculativo» il nuovo concetto di allegoria è nondimeno giustificato, poiché esso si propone in effetti come lo sfondo oscuro sul quale si doveva staccare il mondo luminoso del simbolo. Alla pari di molte altre forme espressive, l’allegoria non perde il suo significato per il semplice di  «invecchiare». Piuttosto, anche qui come in molti altri casi entra in gioco un antagonismo tra il significato più antico e il più recente, un antagonismo tanto più incline a risolversi  nel silenzio in quanto privo di concetti, profondo e radicale. […]  Mentre  nel simbolo, con la trasfigurazione della caducità, si manifesta fugacemente il volto trasfigurato della natura nella luce della redenzione, l’allegoria mostra agli occhi dell’osservatore la facies hippocratica della storia come irrigidito passaggio originario. La storia in tutto ciò che essa ha  fin dall’inizio di immaturo, di sofferente, di mancato, si imprime in un volto, anzi: nel teschio di un morto.  E se è vero che ad esso manca ogni libertà  «simbolica» dell’espressione, ogni armonia classica della figura, ogni umanità, in questa figura – che è fra le tutte la più degradata – si esprime significativamente sotto forma di enigma, non solo la natura dell’esistenza umana in generale, ma la storicità biografica di una singola esistenza. È questo il nucleo della visione allegorica, della esposizione barocca, profana della storia come via crucis mondana: essa ha significato solo nelle stazioni del suo decadere. Tanto è il significato quanto è l’abbandono alla morte, perché è proprio la morte a scavare più profondamente la linea di demarcazione tra physis e significato. Ma se la natura è da sempre esposta alla morte, allora essa è allegorica da sempre. Il significato e la morte maturano nello sviluppo della storia, così come sono contenuti in germe, l’uno nell’altro, nello stato peccaminoso e senza grazia della creatura.» (Walter Benjamin, Il dramma barocco tedesco, Torino, Einuadi, 1999, pp. 135-141).

 

Se andiamo bene a leggere l’ultima citazione dell’Amleto o Ecuba, vediamo che centrale in quest’opera dello Schmitt non è tanto giustificare in maniera banale il “tabù della regina” ma esprimere, anche se in maniera forse non del tutto consapevole e forse proprio ostacolato dal suo peculiare  “tabù della regina”, la natura giocosa (anche se si tratta di un gioco luttuoso) dello spirito dell’Amleto, una riflessione quella di Schmitt quindi di carattere prettamente estetico che sembrerebbe alquanto lontana dagli interessi di un giuspubblicista come Carl Schmitt, mentre di spirito prettamente realista, anche se di un livello molto basso, è la tesi che apparentemente sostiene l’Amleto o Ecuba di un Shakespeare che non ha trovato nulla di meglio per ragioni di opportunità politica di far agire Amleto in maniera incoerente risparmiando la madre del principe di Danimarca dalla sua vendetta. Ma proprio questo è il punto: il punto è cioè che nell’Amleto o Ecuba convivono due tabù, il primo quello denunciato espressamente nel saggio mentre il secondo ci viene proprio rivelato dalle appena citate considerazioni in merito a Shakespeare e al suo dramma luttuoso, che sono anche considerazioni di tipo estetico ma che, in nuce, nascondono il vero interesse, forse nemmeno del tutto chiaro al giuspubblicista di Plettenberg, che Schmitt ha per l’Amleto, cioè che  il  dramma “giocoso” shakespeariano possa essere una sorta di schema speculare – o addirittura forse antecedente – alla fondamentale categoria del politico dell’amico/nemico, uno schema speculare o antecedente che dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico chiamiamo azione dialettica conflittuale-strategica (o azione-conflitto dialettico-strategico)  e una evoluzione teorica della sua categoria dell’amico/nemico che Schmitt non ebbe mai il coraggio di elaborare fino in fondo.

 

Ed è fondamentale sottolineare che nella formulazione nell’Amleto o Ecuba di questa possibile consapevolezza aurorale   della primigenia categoria del politico dell’azione-conflitto dialettico-strategico  – nonché anche della profonda avversione e disgusto verso questo baluginare di nuova consapevolezza teorica –  un ruolo fondamentale abbia giocato il Dramma barocco tedesco di Walter Benjamin, forse percependo Schmitt  questa  potenziale evoluzione teorica della categoria amico/nemico profondamente influenzato dalla portata non solo luttuosa ma anche necròfora della concezione benjaminiana dell’allegoria legata indissolubilmente al dramma moderno, alla sua dimensione di gioco – noi diciamo: alla sua dimensione di azione strategica – , legata, in definitiva, all’assenza di una qualsiasi possibilità di salvezza, prospettiva che doveva profondamente ripugnare al cattolico controriformista Carl Schmitt?; addirittura, l’ultimo capitolo dell’Amleto o Ecuba, “l’Excursus II”, reca come sottotitolo “Sul carattere barbarico del dramma Shakesperiano. A proposito del “Dramma barocco tedesco” di Walter Benjamin” e nell’Excursus II, accanto alle tematiche geopolitico-filosofiche che hanno caratterizzato l’ultima parte della produzione dello Schmitt – e della quale il Nomos della terra è una sorta di summa – e colleganti la novità del dramma luttuoso shakespeariano  al passaggio dell’Inghilterra da vecchio nomos della terra ad una concezione della spazialità e della sovranità tipica di una potenza marittima –   «Il dramma shakespeariano rientra nella prima fase della rivoluzione inglese, se questa la facciamo cominciare –  come è possibile e sensato – dalla distruzione dell’Armada nel 1588 e terminare con la cacciata degli Stuart  nel 1688. Durante questi cento anni sul continente europeo si sviluppa, dalla neutralizzazione delle guerre civili di religione, un nuovo ordine politico, lo Stato sovrano, un imperium rationis come lo chiama Hobbes, ovvero, come afferma Hegel, un regno – non più teologico – della ragione oggettiva, la cui ratio pone fine all’epoca degli eroi, al diritto eroico, alla tragedia eroica (Hegel, Filosofia del diritto,  §§ 93 e 218).»: Carl Schmitt, Amleto o Ecuba cit, pp. 112-113 (2) –, vediamo anche espressamente riconosciuta l’importanza per Carl Schmitt dal punto di vista filosofico-politico di  Walter Benjanin e del suo  Dramma barocco tedesco:  «Walter Benjamin tratta la differenza fra Trauerspiel e tragedia (Il dramma barocco tedesco, trad. it., Torino, Einuadi, 1971, pp. 42-165) e parla, giusta il titolo del suo libro, soprattutto del dramma barocco tedesco. Ma l’opera è ricca di importanti osservazioni e di acuti giudizi, sia sulla storia dell’arte e sulla storia delle idee in generale, sia anche sul dramma shakespeariano ed in particolare su Amleto. Particolarmente feconda mi sembra la caratterizzazione di Shakespeare nel capitolo Allegoria e dramma barocco, dove si dimostra che l’allegoria in Shakespeare è essenziale quanto l’elementare. «Qualunque espressione elementare della Creatura diventa significativa [in Shakespeare] attraverso la sua esistenza allegorica e tutto quello che è allegorico acquista energia attraverso  l’elementarità del mondo dei sensi» (p. 249) Di Amleto si dice che  «nella chiusura di questo dramma [Trauerspiel] balena, in esso incluso e, certo, anche in esso superato, il dramma del destino» (p. 140)».: Carl Schmitt, Amleto o Ecuba cit., pp. 109-110).

 

«Perché a questo attore scorrono/le lacrime dagli occhi?/Per Ecuba!/Che cosa è Ecuba per lui?/E lui per Ecuba?/Che cosa farebbe dunque, se avesse perduto/quel che ho perduto io?/Se avesse avuto il padre assassinato/e gli fosse stata strappata una corona?».

 

Queste battute sono tratte dal monologo di Amleto, atto II, scena 2° dal testo del 1603 della tragedia di Shakespeare e furono messe da Carl Schmitt in esergo del suo Amleto o Ecuba, e rappresentano la strana reazione di Amleto di fronte alla capacità degli attori (da lui convocati per mettere in atto, a loro insaputa, la trappola per topi: gli attori avrebbero dovuto recitare una tragedia la cui trama, del tutto analoga alla vicenda dell’uccisione del padre del principe di Danimarca, avrebbe dovuto far perdere una volta rappresentata di fronte agli assassini del padre il loro autocontrollo e quindi costituire la prova del loro delitto) di provare, o mostrare di provare, maggiore dolore per la morte di Ecuba –  personaggio fittizio e che con loro aveva, evidentemente, solo il rapporto di essere un fantasma evocato dalla finzione teatrale –  che Amleto per la morte reale di suo padre. Nel capitolo dell’Amleto o Ecuba “Il dramma nel dramma: Amleto o Ecuba”, Carl Schmitt svolgendo l’esegesi di questo monologo di Amleto e dello spettacolo nello spettacolo del III atto (la trappola per topi) mostra che finalmente è riuscito a dare un’interpretazione assolutamente meno banale del “tabù della regina” e con essa che forse, ma è solo una nostra interpretazione, a sciogliere anche il suo personale “tabù della regina” che gli impediva una evoluzione della sua “categoria del politico” amico/nemico:

 

«L’attore che declama davanti ad Amleto la morte di Priamo, piange per Ecuba. Ma Amleto non piange per Ecuba; con un po’ di stupore, egli scopre che vi sono uomini i quali, nell’esercizio della loro professione, piangono per cose a cui, nella realtà effettuale della loro esistenza e nella loro vera condizione sono del tutto indifferenti, per cose, cioè, che non li riguardano. Amleto si avvale di questa esperienza per rimproverarsi aspramente, per riflettere sulla propria situazione e per sospingersi ad agire, ad adempiere la propria missione di vendetta. Non è pensabile che Shakespeare, in Amleto, avesse come unica intenzione di fare del suo Amleto un’Ecuba, di farci piangere su Amleto come l’attore piange sulla regina di Troia. Ma noi finiremmo davvero col piangere allo stesso modo per Amleto come per Ecuba, se volessimo separare la realtà della nostra esistenza presente dalla rappresentazione teatrale. [evidenziazione nostra] Le nostre lacrime sarebbero in tal modo lacrime di attori. Non avremmo più nessuna causa e nessuna missione, e le avremmo sacrificate per godere del nostro interesse estetico al gioco del dramma.  Ciò sarebbe grave, poiché dimostrerebbe che a teatro abbiamo altri dèi che al fòro o sul pulpito. Il teatro nel teatro del III atto di Amleto non solo non è uno sguardo dietro le quinte, ma, al contrario, è lo spettacolo stesso, per una volta davanti alle quinte. Ciò presuppone la presenza di un fortissimo nucleo di realtà e di attualità. In caso contrario, infatti, il raddoppiamento renderebbe il gioco del dramma ancora più teatrale, sempre più inverosimile e artificioso: un dramma sempre più falso, fino a diventare, in conclusione, una «parodia di sé stesso». Soltanto un fortissimo nucleo di attualità sopporta la doppia messa in scena di un teatro dentro il teatro. Ci può ben essere dramma nel dramma, ma  non si dà tragedia nella tragedia. Il teatro nel teatro nel III atto di Amleto è pertanto una prova grandiosa ed esemplare del fatto che un nocciolo di attualità e di realtà storica presente – l’assassinio del padre di Amleto/Giacomo ed il matrimonio della madre con l’omicida – ha avuto la forza di esaltare il gioco drammatico in quanto tale, senza distruggere il tragico. Diviene allora tanto più decisivo per noi il sapere che quest’opera, Amleto principe di Danimarca – che suscita sempre nuovo fascino, proprio in quanto gioco drammatico –, non si risolve in  gioco senza residui. Esso contiene altro, oltre agli elementi del gioco drammatico, che è allora, in questo senso, non compiuto. La sua unità di tempo, luogo e azione non è conchiusa, e non dà luogo ad un processo autosufficiente. Presenta anzi due grandi varchi, attraverso i quali irrompe un tempo storico nel tempo ludico: e l’imprevedibile flusso di sempre nuove possibilità interpretative, di sempre nuovi e del tutto insolubili enigmi, penetra in quello che, per il resto, è davvero gioco drammatico. Le due irruzioni – il tabù che vela la colpa della regina e la deviazione della figura del vendicatore, che ha condotto all’amletizzazione dell’eroe – sono due ombre, due punti oscuri. Non sono per nulla semplici implicazioni storico-politiche, né mere allusioni, e neppure veri e propri rispecchiamenti: sono realtà, recepite e rispettate nel gioco del dramma, che proprio intorno ad esse gira timidamente. Esse disturbano il carattere disinteressato del puro gioco, e sono quindi, da questo punta di vista, un minus. Ma hanno fatto sì che il personaggio teatrale di Amleto sia potuto diventare un autentico mito, e pertanto sono un plus, poiché hanno elevato il Trauerspiel a tragedia.»(3) (Carl Schmitt, Amleto o Ecuba cit., pp. 84-87)

 

Carl Schmitt nell’Amleto o Ecuba attraverso l’apertura all’allegoria – che, contrariamente a quanto afferma Walter Benjamin nel Dramma barocco tedesco ha percepito che essa può essere anche cosa buona e luminosa come il simbolo o, addirittura, può essere allegoria e simbolo al tempo stesso –  si apre (e apre noi) alla possibilità di una fondamentale evoluzione della “categoria del politico” dell’amico/nemico. Anche la ricerca di Teodoro Klitsche de la Grange è aperta ad interessantissime evoluzioni che, per quanto sia azzardato affermare che siano le nostre evoluzioni, sono fondamentali per le nostre evoluzioni. Un aspetto fondamentale però divide Teodoro Klitsche de la Grange da Carl Schmitt e ciò conferisce al vicendevole rispecchiamento fra questi due autori un carattere particolare, l’aspetto – proprio come nel rapporto  fra osservatore ed osservato della fisica quantistica o, se vogliamo, del rapporto  di interscambio fra soggetto ed oggetto di ogni filosofia della prassi – di un costante e dialettico rapporto attivo di La Grange e con la  fenomenologia culturale, storica, giuridica, politica e sociale oggetto della sua indagine in tutta la sua produzione e all’interno di questa dell’autore stesso con l’interezza di questa, la quale in questo bidirezionale rapporto di rispecchiamento autore/produzione trova proprio il suo profondo fascino. Cosa che proprio non può essere detta per Carl Schmitt che, per quanto autore dialettico, procede a balzi, per sprazzi, ed è soggetto, come dimostra la sua storia personale ed il suo percorso intellettuale, anche a grandi cadute. In altre parole, lo spirito del  monologo di Amleto dell’atto II, scena 2° dell’immortale opera di Shakespeare lo possiamo trovare in tutta la produzione di La Grange e non in un singolo, per quanto fondamentale momento della sua produzione. La Grange, cioè, pur avendo ben presente, proprio per la sue molteplici diramate radici e  profonde e feconde stratificazioni culturali cristiane,   che il simbolo può mostrare (o celare dentro di sé) il volto dell’allegoria che  «mostra agli occhi dell’osservatore la facies hippocratica della storia come irrigidito passaggio originario. La storia in tutto ciò che essa ha  fin dall’inizio di immaturo, di sofferente, di mancato, si imprime in un volto, anzi: nel teschio di un morto» (vedi Le ragioni di Creonte, dove la tragedia Antigone perde la sua luminosa carica simbolica assegnatagli dalla tradizione esegetica per assumere su di sé tutto il peso  luttuoso  dell’allegoria del moderno Trauerspiel, del dramma moderno), mantiene costantemente la consapevolezza che al lugubre e mortuario  telos della “trappola per topi” non possa essere opposto, contrariamente a quanto vuole illudersi il controriformistico Carl Schmitt, alcun salvifico Katechon. Ma così facendo, contrariamente a Carl Schmitt che si apre ad altre possibilità simboliche dal Catechon solamente a sprazzi ed in intemittenti occasioni (la maggiore delle quali è l’Amleto o Ecuba), proprio per questa, dicevamo, costante e ferma consapevolezza che il Katéchon non è il simbolo salvifico ma la più mortale delle allegorie, La Grange è anche costantemente aperto anche ad altre possibilità simboliche, fra le quali pensiamo trovino un posto anche quelle del Repubblicanesimo Geopolitico.

 

E soprattutto per questa costante possibilità di gioco di rispecchiamento dove i nostri simboli, pur rasentando costantemente – lo ammettiamo –, proprio per la loro natura immanentistica, un luttuoso processo di allegorizzazione, possono mantenere – come accade con una fenomenale inversione da allegoria e simbolo e apparente contraddizione nella trappola per topi del teatro nel teatro dell’Amleto e con enigmatica ma mitopoietica espressività nel monologo di Amleto dell’atto II, scena 2° dell’omonima tragedia –  intatto, attraverso il costante dialogo con un altro pensiero, un “principio  speranza”, dobbiamo sempre più grande riconoscenza a Teodoro Klitsche de la Grange.

 

 

 

 

 

NOTE

 

1) L’epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni fu  una conferenza che Carl Schmitt tenne nel 1922,  ora pubblicata in italiano  anche in Carl Schmitt, Le categorie del ‘politico’ cit.,  pp. 167-183.

 

2 ) E aggiunge: «L’Inghilterra dell’epoca Tudor era per molti aspetti avviata verso la formazione di uno Stato. La parola state compare, col suo significato specifico, in Marlowe e in Shakespeare, e merita una ricerca filologica particolare. Vi ho accennato, in un contesto più ampio, nel mio libro Der Nomos der Erde (Köln, Greven Verlag, 1950, pp. 116-17). Certamente, per una simile ricerca filologica, ci sarebbe bisogno – per quanto riguarda la teoria dello Stato e la storia del concetto del ‘politico’ – di informazioni migliori di quelle di cui dispone il libro (peraltro notevole) di Hans H. Glunz, Shakespeares Staat (Frankfurt, Vittorio Klostermann, 1940). Documenti di rilievo per una storia del termine Stato si possono rinvenire anche negli Essays di Bacone. Ma è proprio in questi cento anni (1588-1688) che l’isola d’Inghilterra si è staccata dal continente europeo ed ha realizzato il passaggio dalla tradizionale esistenza legata alla terra ad una marittima. Divenne così la metropoli di un impero d’oltremare, e perfino il luogo d’origine della rivoluzione industriale, senza passare attraverso la statualità continentale. Non organizzò né forze armate statali, né una polizia, né giustizia o finanza nel senso statuale-continentale; fu per iniziativa prima di pirati e filibustieri, poi di compagnie di commercio, che essa si inserì nell’impresa di conquista delle terre del nuovo mondo, e su queste basi portò a compimento la conquista dei mari di tutto il globo. È questa la secolare rivoluzione inglese, durata dal 1588 al 1688. Nel suo primo stadio si colloca il dramma shakesperiano. Non si deve guardare a questa situazione solo dal punto di vista di quello che era, per quel tempo, il passato o il presente, cioè il medioevo, il rinascimento e il barocco. Misurata col metro del progresso civilizzatore rappresentato dall’ideale della statualità continentale – realizzatosi comunque solo nel XVIII secolo – l’Inghilterra di Shakespeare appare ancora barbarica, vale a dire prestatuale. Misurata, al contrario, col metro del progresso civilizzatore rappresentato dalla rivoluzione industriale – iniziata anch’essa nel XVIII secolo – l’Inghilterra elisabettiana ci appare impegnata in un grandioso sforzo di movimento e di passaggio dalla tradizionale esistenza legata alla terra ad una marittima: questo nuovo orientamento avrà come esito la rivoluzione industriale, e realizzerà così un rivolgimento assai più radicale e fondamentale delle stesse rivoluzioni continentali, lasciandosi di gran lunga alle spalle quel superamento del «medioevo barbarico» che era già stato superato dalla statualità continentale. Il destino degli Stuart volle che essi non avessero alcun sospetto di tutto ciò, che non sapessero staccarsi da un medioevo religioso e feudale. Le argomentazioni di Giacomo I sul diritto divino dei re mascheravano appunto questa disperata mancanza di prospettive della sua posizione spirituale. Gli Stuart non compresero né lo Stato sovrano del continente, né il passaggio all’esistenza marittima che pure l’isola d’Inghilterra compì durante il loro regno. Così, quando venne decisa la conquista in grande stile degli oceani, e il nuovo ordine globale della terra e del mare ebbe trovato il suo riconoscimento formale nella pace di Utrecht (1713), essi scomparvero dalla scena della storia universale.»: Ivi, pp. 115-116.

 

 

3) Il fatto che il teatro nel teatro come vero motore dell’azione drammatica nell’Amleto (e noi diciamo: come  forme aurorale  in Schmitt di una possibile evoluzione della categoria del politico amico/nemico nell’azione dialettica conflittuale-strategica che proprio in una rappresentazione drammatica all’interno di un’altra rappresentazione drammatica trova una sorta di suo ideale paradigma) non fosse da Carl Schmitt inteso solo come fondamentale per comprendere il dramma di Shakespeare ma anche per comprendere un’epoca, il 600, ed un clima culturale, il barocco, evidentemente ritenuti fondamentali dal giuspubblicista di Plettenberg per comprendere l’attuale epoca delle “neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni” –  epoca che secondo l’ Amleto o Ecuba, sotto l’influsso, come abbiamo visto, di Walter Benjamin, trova la sua più consona espressione in una cimiteriale allegoria, contrapposta alla simbolica luminosità del mito che accompagna la tragedia classica e le epoche che non hanno ancora perso il rapporto con la trascendenza –. lo troviamo ancor più chiaramente espresso nel capitolo dell’Amleto o Ecuba che reca il molto significativo titolo “Il dramma nel dramma: Amleto o Ecuba” , il quale inizia con queste parole: «Per il senso della vita già fortemente barocco di quest’epoca – intorno al 1600 – il mondo intero divenne palcoscenico, theatrum mundi, theatrum naturae, theatrum europaeum, theatrum belli, theatrum fori. L’uomo attivo di quest’epoca si sentiva  posto su di un podio davanti a degli spettatori, e considerava se stesso e la sua attività nella spettacolarità del suo agire. Anche in altre epoche ci fu un simile senso teatrale, ma nel barocco esso fu particolarmente forte e diffuso. Operare nella dimensione pubblica era operare su di un palcoscenico, e perciò spettacolo.» (Carl Schmitt, Amleto o Ecuba cit., p. 82). Come abbiamo appena visto supra, in conclusione dell’Amleto o Ecuba, Carl Schmitt si mostra, via il grande apprezzamento della massima opera di Shakespeare, meno tranchant verso l’ allegoria che, a suo giudizio, nell’Amleto riesce a compiere quasi una fusione dialettica col simbolo proprio in ragione del fatto che la vicenda d’Amleto e la sua difficoltosa vendetta, inestricabilmente intrecciata con una rappresentazione teatrale all’interno del dramma, può essere presa come simbolo dell’azione umana. Una coscienza aurorale che un modello conflittuale dialettico-strategico non reca necessariamente con sé significati funesti e una iniziale consapevolezza che la salvezza non sarebbe mai venuta da un utopistico e mitico Katechon ma piuttosto da un’epifania strategica che pur essendo un obiettivo molto immanentista (e quindi legato ad una dimensione puramente allegorica) reca con sé, proprio come l’Amleto, una potente dimensione simbolica?

 

 

 

 

Massimo Morigi – 5 agosto 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIAT IMPERIUM PEREAT HOSTIS: LE IPOSTATICHE ILLUSIONI DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA, di Massimo Morigi

FIAT IMPERIUM PEREAT HOSTIS: LE IPOSTATICHE ILLUSIONI DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA FRA NORMATIVISMO, ISTITUZIONALISMO, DECISIONISMO E REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO (TERZA RECENSIONE CUMULATIVA A TEODORO KLITSCHE DE LA GRANGE)

 

 

Di Massimo Morigi

 

 

Nella pubblicistica e saggistica politologica accade assai di rado – purtroppo – che quello che dovrebbe essere il livello dell’analisi si riesca ad incontrare con la teoresi attorno ai valori da cui questa analisi dovrebbe prendere l’avvio. Stiamo parlando, come si sarà ben compreso, del problema dell’avalutatività, il quale se già si presentava nella versione datane da Max Weber, con la sua soluzione che assegnava al valore la sola funzione di focalizzazione dell’oggetto della ricerca per poi pretendere di lasciare del tutto al di fuori dalla dialettica del valore lo svolgimento concreto della ricerca stessa, assolutamente insoddisfacente, profondamente inficiata da ingenuo positivismo e quindi assurdamente dimentica della consapevolezza dialettico-olistica hegeliana della distinzione fra intelletto e ragione (fra Verstand e Vernunft) e della, in ultima analisi, assoluta preminenza gerarchica della ragione che se pur contempla, per beneficio operativo di sviluppo del discorso e/o dell’indagine, le rigide suddivisioni categoriali (e quindi una iniziale separazione fra valori e fatti), riesce (e deve riuscire) a superare poi questa divisione puramente pratica e tecnico-procedurale iniziale in una visione d’insieme in cui l’ideale punto di riferimento è una totalità che si esprime sì per sintesi dialettiche ed anche contrappositive (distinzione hegeliana fra Verstand e Vernunft) ma che nella sua sostanzialità è una e indivisa (e quindi in grado di essere colta sola dalla Vernunft), nella versione ulteriormente degradata datane oggi dagli attuali cantori delle «magnifiche sorti e progressive» del mondo liberal-liberista presenta tratti addirittura ridicoli ed indecenti.

Gli ultimi interventi che Teodoro Klitsche de la  Grange ha offerto ai lettori dell’ “Italia e il mondo”, oltre a confermare l’assoluto valore di questo giuspubblicista filosofo politico che si sostanzia in una teoresi distante milioni di anni luce dall’avalutatività weberiana  (e ovviamente distante miliardi di anni luce dall’ avalutatività degli odierni pennivendoli  liberal-liberisti), per una felice occasione si prestano pure egregiamente per guidarci alla comprensione integrale, e quindi, dialetticamente effettuale e valoriale al tempo stesso, delle ultime vicende della politica italiana che hanno visto l’assunzione alle massime responsabilità governative  delle cosiddette forze populiste e sovraniste. Veniamo quindi al primo intervento del La Grange preso in esame dalla presente nuova  recensione sul Nostro, Su Hegel e la virtù (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/05/07/su-hegel-e-la-virtu-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/, http://www.webcitation.org/6zQNXC3Bw e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F05%2F07%2Fsu-hegel-e-la-virtu-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-05-14), che a differenza di quanto suole fare solitamente La Grange, tralascia il discorso precipuamente giuridico per focalizzarsi su un’analisi linguistica del degrado semantico del lessico della politica. Nello specifico La Grange, sulla scorta della Fenomenologia dello spirito di  Hegel, ci mostra il terribile degrado che nella modernità politica ha subito la parola ‘virtù’:

 

«In effetti il filosofo nota due cose, spesso ripetute nei secoli successivi; la prima che la virtù esternata dai moderni è per lo più “Pomposo discorrere del sacrificio per il bene e dell’abuso delle doti; simili essenze e fini ideali si accasciano come parole vuote che rendono elevato il cuore e vuota la ragione; simili elevate essenze edificano, ma non costruiscono, sono declamazioni che con qualche determinatezza esprimono soltanto questo contenuto: che l’individuo il quale dà ad intendere d’agire per tali nobili fini e ha sulla bocca tali frasi eccellenti, vale di fronte a se stesso come un’eccellente essenza, ma è invece una forzatura che fa grossa la testa propria e quella degli altri, la fa grossa di vento… Ma la virtù da noi considerata è fuori della sostanza, è priva di essenza, è una virtù soltanto della rappresentazione, virtù di parole prive di qualunque contenuto… La nullità di quella chiacchiera sembra essere divenuta certa anche per la cultura del nostro tempo, sebbene in modo inconsapevole; giacché dall’intera massa di quelle frasi e dal vezzo di farsene belli è dileguato ogni interesse, il che trova la sua espressione nel fatto ch’esse producono soltanto noia”. Il secondo è che, di converso “La virtù antica aveva il suo significato preciso e sicuro, perché possedeva un suo fondamento pieno di contenuto nella sostanza del popolo e si proponeva come fine un bene effettuale già esistente; e perciò non era rivolta contro l’effettualità (intesa) come una universale inversione, né contro un corso del mondo” (Fenomenologia dello spirito, trad. it. di E. De Negri, Firenze 1973 pp. 323-324).»

 

Due osservazioni in merito a questo ragionamento del La Grange. Prima osservazione. Se è evidente sullo sfondo, seppur non citato, il saggio di Benjamin Constant De la liberté des Anciens comparée à celle des Modernes, qui La Grange, sulla scorta di Hegel, compie un’inversione a U rispetto allo spirito del saggio del Constant, perché laddove la De la liberté des Anciens afferma a chiare lettere che la democrazia dei moderni, cioè quella che già allora aveva preso le forme della democrazia rappresentativa, è preferibile a quella degli antichi perché questa, a differenza di quella nata nel mondo classico, lascia la libertà ai cittadini di occuparsi dei propri affari privati e, attraverso il meccanismo della delega, affida l’onere di occuparsi degli affari pubblici ad un ristretto gruppo di rappresentanti elettivi, La Grange, al contrario, afferma che i moderni (cioè, traduciamo noi, ma pensiamo proprio di non forzare il suo pensiero: coloro che sono immersi nell’attuale modernità politica della democrazia rappresentativa) sono stati vittime di un profondissimo degrado semantico del linguaggio politico. E la questione del degrado semantico del linguaggio della politica, è particolarmente pesante, solo che limitiamo la nostra attenzione, come fa La Grange,  alla parola “virtù” e alla famiglia semantica che attorno a questa si aggrega, soffermandoci alla cronaca politica italiana di questi ultimi anni: il decreto salva-Italia faceva appello alla virtù del sacrificio degli italiani e l’opposizione attuale contro i “populisti” e i “sovranisti” fa sempre appello neppure tanto celatamente alla stessa virtù al sacrificio economico e sociale della popolazione del nostro paese per poter consentire all’Italia di rimanere nel novero dei paesi UE e dell’area Euro. Apparentemente nihil sub sole novi ma solo che facciamo mente locale ai sacrifici che si chiedevano ai cittadini e alle popolazioni delle polis del mondo classico, specialmente se guardiamo alla Grecia nelle sue guerre antipersiane e durante la guerra del Peloponneso, vediamo che questa richiesta al sacrificio non poggiava, come negli ultimi anni in Italia, su una pretesa virtù di sopportazione e di rassegnazione ad essere le vittime designate delle imperscrutabili leggi economiche, ma che questo sacrificio altro non doveva significare che la capacità di mostrare il proprio valore attivo, cioè la propria virtù, cioè la propria abilità di guerriero,  nel corso della guerra, una guerra che poteva sì essere letale per il singolo ed anche per la comunità ma che doveva essere condotta e vissuta non con la virtù pecorile del gregge rassegnato e predestinato alla mattanza ma con l’orgoglio di mostrare alla proprio comunità e al mondo intero il proprio immortale valore (immortale non perché conferisca al combattente una sorta di invulnerabilità fisica ma perché questo valore, nella sua sublime e monumentale grandezza, sarà ricordato per l’eternità dalla migliaia di generazioni che verranno dopo di noi  e da tutte le altre comunità umane presenti e future che animeranno la scena del mondo: cfr. a questo proposito, il discorso funebre di Pericle nella Guerra del Peloponneso di Tucidide: «Essi furono, dunque, di quella tempra che l’onore di Atene richiedeva: tutti gli altri devono augurarsi una decisione più fortunata sì, ma non meno audace e indomabile volerla di fronte ai nemici, avendo di mira non soltanto a parole il bene dello stato (ognuno potrebbe di fronte a voi, che pur non ne siete all’oscuro, dilungarsi molto ad enumerare tutti i vantaggi che la vittoriosa resistenza ai nemici comporta), ma piuttosto di giorno in giorno contemplando, in fervore d’opere, la grandezza della nostra città, che deve essere oggetto del vostro amore. E quando essa veramente grandeggi davanti alla vostra immaginazione, pensate che tale la fecero uomini dal cuore saldo e dall’intelligenza pronta al dovere, sorretti nelle imprese dal sentimento dell’onore: e se mai, alla prova, talvolta fallirono, non ritennero di dover defraudare la città almeno del loro valore; anzi le offersero, prodighi, il più splendido contributo. Facendo nell’interesse comune sacrificio della vita, si assicurarono, ciascuno per proprio conto, la lode che non invecchia mai e la più gloriosa delle tombe; non tanto quella in cui giacciono, quanto la gloria che resta eterna nella memoria, sempre e ovunque si presenti occasione di parlare e di agire. Per gli uomini prodi, infatti, tutto il mondo è tomba e non è solo l’epigrafe incisa sulla stele funebre nel paese loro che li ricorda; ma anche in terra straniera, senza iscrizioni, nell’animo di ognuno vive la memoria della loro grandezza, piuttosto che in un monumento. Ora, dunque, proponetevi di imitarli e, convinti che la felicità sta nella libertà e la libertà nell’indomito coraggio, non fuggite i rischi della guerra.»: Tucidide, Orazione funebre di Pericle, in Guerra del Peloponneso,  II, 34-36).

Seconda osservazione. Quando La Grange attraverso Hegel ci fa notare che «La virtù antica aveva il suo significato preciso e sicuro, perché possedeva un suo fondamento pieno di contenuto nella sostanza del popolo e si proponeva come fine un bene effettuale già esistente; e perciò non era rivolta contro l’effettualità (intesa) come una universale inversione, né contro un corso del mondo», non solo ribadisce l’anzidetto degrado semantico del linguaggio della vita pubblica ma compie un’operazione genealogica su questo degrado suggerendoci che esso ha avuto luogo in seguito all’affermarsi del giusnaturalismo prima e dell’illuminismo poi che, al netto della positiva funzione storica che hanno avuto nella storia politica dell’Occidente, hanno anche avuto la non leggera pecca di introdurre una mentalità universalistica nell’agire politico dell’uomo, una mentalità universalistica che, al contrario che nell’antichità classica, fa sì che l’azione dell’uomo di deprivi di finalità e contenuti concreti ed effettuali ma si metta all’inseguimento di fantomatici obiettivi universali(stici) validi per ogni tempo ed ogni luogo. Sullo sfondo di questa impostazione lagrangiana sul decadimento semantico delle parole della politica, che se vogliamo strettamente attenerci alla nostra modernità politica, ha la sua origine nel giusnaturalismo prima e nell’illuminismo poi, sta sicuramente Edmund Burke e le sue Reflections on the Revolution in France, dove i diritti universalistici che giungevano dalla Francia rivoluzionaria vengono paragonati dal Burke ad orridi e surreali fantocci ripieni di segatura incapaci di apportare il minimo contributo positivo alla vita politica e sociale dell’Inghilterra:

 

«In England we have not been completely emboweled of our natural entrails; we still feel within us, and we cherish and cultivate, those inbred sentiments which are the faithful guardians, the active monitors of our duty, the supporters of al liberal and manly morals. We have not been drawn and trussed, in order that we may be filled, like stuffed bird in a museum, with chaff and rags, and paltry, blurred shreds about the rights of man» (Edmund Burke, Reflections on the revolution in France and on the proceedings in certain societies in London, relative to that event in a letter intended to have been sent to a Gentleman in Paris, London, 1790, p. 109).

 

Burke era un feroce antirivoluzionario, la qual cosa non si può certo dire di Hegel, ed è evidentemente la profonda mentalità storicistica di La Grange, che fa preferire al Nostro, nella sua argomentazione antiuniversalistica nel campo della politica un autore che salutò la rivoluzione francese, nonostante i suoi truculenti eccessi e le sue stupidaggini universalistiche sui diritti dell’uomo e del cittadino, come una grande tappa nel progresso dell’umanità, anziché, come il Burke, come il trionfo degli istinti più  bestiali e belluini.

Ma non essendo questa la sede per fare il processo sulla gerarchia ideale nella  galleria  dei suoi autori di riferimento – anche perché, esplicitamente o implicitamente, assolutamente chiari e perspicui – meglio è cercare di mettere a fuoco come La Grange concretamente articoli nella storia della teoresi politica questo degrado universalistico che nella modernità politica occidentale ha inizio col giusnaturalismo (volendo risalire a ritroso si potrebbe dire col cristianesimo ma il cristianesimo si sviluppò in un mondo classico già in exitu e precedentemente portato a consunzione dalla dimensione di massa – e quindi di estremo degrado dei costumi e della virtù – della romanità imperiale ed ebbe anche nel basso medioevo come principale filosofia di appoggio  la meravigliosa fioritura del  tomismo, del quale tutto si può dire tranne che fosse una filosofia antidialettica, nichilistica e dissolvente del legame sociale come il giusnaturalismo e l’illuminismo: insomma il crociano Perché non possiamo non dirci “cristiani”, inteso non in senso fideistico-confessionale ma nel senso della necessità di un approccio dialettico verso la Totalità, ha ancora molto da insegnare anche all’attualmente declinante cultura rivoluzionaria).

E in questa messa a fuoco, fondamentale si rivela la grandissima maestria di dottrina giuridica e giuspubblicistica del La Grange. In  Istituzione, norme, valori e nuove forme di ostilità  (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/05/13/istituzione-norme-valori-e-nuove-forme-di-ostilita-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/,http://www.webcitation.org/6zQO3Tp2U e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F05%2F13%2Fistituzione-norme-valori-e-nuove-forme-di-ostilita-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-05-14), La Grange indica chiaramente che il nemico da battere sul piano della mentalità politica universalistica non sono tanto (o non solo) le basse retoriche politiche ammannite alla masse delle democrazie rappresentative (ma dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico sarebbe meglio dire: delle oligarchie elettive) ma, in primo luogo – e appena appena nascosta  e all’ombra di queste retoriche – una particolare dottrina giuridica, quella particolare dottrina giuridica che va sotto il nome di normativismo, e che vide in Hans Kelsen il suo principale esponente nel Novecento:

 

«In tutti e tre i giuristi [Maurice Hauriou,  Carl Schmitt e  Santi Romano, ndr] la preoccupazione (e la critica) principale al normativismo era di ridurre il diritto a qualcosa di astratto, avulso dalla sua (principale) funzione: regolare effettivamente  ed efficacemente la vita sociale. L’obbiettivizzazione si realizza non – o non solo –  in un corretto ragionamento logico,  con il quale un determinato fatto o azione è sussunta alle norme che la disciplinano; ma piuttosto nel fatto che la normativa vigente sia generalmente applicata e osservata sia dai cittadini che dai pubblici funzionari. Far rispettare la legge, creare e mantenere a tal fine una situazione normale, richiede autorità e consensopotenza  ed  efficaciacomando obbedienza, più che sillogismi ed implicazioni. Espungendo, come fa il normativismo, il problema (in sé distinto) dell’applicazione delle norme e della loro effettiva vigenza nell’ambito sociale, (perché “sociologico” e non riconducibile alla Reine rechtslehre), e separandolo da quello dello jus dicere, la purezza e l’astrattezza del medesimo risultano tali solo perché sottraggono al diritto gran parte del suo ambito (e delle sue problematiche). Così l’oggettività di una corretta applicazione delle norme si riduce alla validità e correttezza di una operazione logica e intellettuale (verificabile in base a Barbara e Darii, cioè a parametri di rigore logico), mentre l’oggettività, per giuristi come  Hauriou, Schmitt e Romano, consiste nell’incidenza reale del diritto vigente sui comportamenti sociali. Se questa è consistente il diritto ( e l’istituzione) è oggettivizzata; se scarsa e  episodica, non lo è.»

 

Quando in occasione della formazione del governo giallo-verde, il Presidente della Repubblica ha ritenuto di non dover accettare la nomina di Paolo Savona a ministro dell’economia adducendo esplicitamente come spiegazione il fatto che Savona veniva ritenuto dal Presidente della Repubblica una minaccia per la permanenza dell’Italia nell’UE e nell’ Euro, permanenza ritenuta dal Presidente irreversibile e quindi, de facto, come l’elemento più importante della costituzione materiale dell’Italia, si è intravvisto, avvolto ad occhi non allenati da una fitta nebbia ma chiaramente profilato da chi dotato di un’acuta visione potenziata da potenti strumenti come quelli forniti dal La Grange, l’inquietante profilo del normativismo, normativismo per il quale la norma giuridica è una creazione a sé stante e che nulla dovendo a tutto il resto della totalità storica, sociale e culturale, basa unicamente la giustificazione della sua esistenza al mondo ed il diritto di imporre obbedienza unicamente sulla  kelseniana Grundnorm, la norma che sta alla base di tutte le altre: e nel caso di cui stiamo parlando questa Grundnorm altro non è che la permanenza dell’Italia nell’UE e nell’Euro. Ma questa staticità del pensiero (e, soprattutto, della pratica) istituzionalista oltre ad immobilizzare nell’immediato non solo  la vita politica e sociale e anche a negare la natura umana che proprio in una decisionistica strategicità totalmente rifiutante ogni ipostatizzazione modello Grundnorm trova la sua più intima dialettica teleologia, a lungo andare altro non fa che pavimentare la strada per violenti e micidiali scontri:

 

«Vale cioè per i valori – anche se parzialmente – una delle critiche che i giuristi istituzionalisti rivolgono al normativismo: d’essere cioè da un canto estremamente statico, e dall’altro di sostituire il potere di dominazione dello Stato con quello di un “imperativo categorico, che equivale ad un ordine sociale essenzialmente coattivo” (M. Hauriou, Précis de droit constitutionnel, Paris, 1929, p. 11). Hauriou con questo, in sostanza, contrapponeva la stabilità dell’istituzione (cioè il mutare pur conservando forma ed elementi fondamentali), alla staticità di un sistema normativo impersonale. Nella prima l’essenziale  dura, mentre l’elemento secondario (le norme) mutano; se si è, di converso, conseguenti alla seconda ne risulta o un ordinamento statico – e perciò poco adatto alla vita – o, al limite, di dover applicare le norme anche al prezzo della fine dell’istituzione. Adeguandosi così al detto fiat justitia, pereat mundus, ch’è proprio quanto rifiutato da tanti giuristi e filosofi, da Jhering ad Hegel, da Machiavelli a Santi Romano.»

 

Conseguenza ultima quindi di una mentalità che ragioni lungo schemi istituzionalistici è il fiat iustitia, pereat mundus ma noi, volendo declinare dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico lo spirito di Istituzione, norme, valori e nuove forme di ostilità,  possiamo anche dire fiat imperium, pereat hostis perché l’espulsione del ‘politico’ dalla polis non ottiene il risultato che il nemico diviene amico o si dissolve come neve al sole morendo di morte naturale, come ingenuamente credono i liberal-liberisti animati dalla fede nella Grundnorm della prevalenza del “tecnico” e/o dell’ “economico” sul “politico”, ma, molto più semplicemente, che il nemico  non è più un nemico politico ma il  nemico totale ed assoluto di una fantomatica umanità perfetta (e quindi, in ultima analisi, da eliminare e sterminare manu militari e non da battere, invece, attraverso una politica e strategica azione per conseguire una gramsciana egemonia all’interno della società), umanità perfetta che identifica la propria azione nel religioso rispetto di una Grundnorm e/o di qualche suo ridicolo succedaneo (nel caso del Presidente della Repubblica italiana il risibile succedaneo è l’UE e l’Euro).

Che l’annullamento del “politico” e la sua sostituzione con un qualsiasi ipostatizzato marchingegno universalistico, ultimo e più pericoloso dei quali il normativismo  perché apparentemente svincolato dalla “pappa del cuore” dei diritti universali dell’uomo ma strettamente affine a questi sia per la comune genealogia storica giusnaturalista, illuminista ed infine positivista sia perché, sul piano logico, trattasi della più grande e scaltrita ipostasi politico-giuridica che mente umana abbia mai concepito, siano pronubi al peggior disordine e alla peggiore violenza è cosa che Carl Schmitt aveva ben presente e si può dire che questa consapevolezza costituisca l’alfa e l’omega di tutto il suo miglior pensiero.

E come aveva correttamente rappresentato sempre Schmitt, questo “politico” trova le sue radici nel  formarsi della decisione sulla scelta dell’amico e del nemico e dal conseguente costituirsi di un campo conflittuale all’interno della società. (Per i classici del pensiero schmittiano riguardo al decisionismo e per la distinzione amico/nemico si rimanda, ovviamente, a  Carl Schmitt, Politische Theologie. Vier Kapitel zur Lehre von der Souveränität, München-Leipzig, Duncker & Humblot, 1922;  trad. it. Teologia politica: quattro capitoli sulla dottrina della sovranità, in Le categorie del “politico”, a cura di Gianfranco Miglio e Pierangelo Schiera, Il Mulino, Bologna, 1972 e a Carl Schmitt, Der Begriff des Politischen, in “Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik”, a. LVIII, n. 1, 1927, pp. 1-33).

Tuttavia, concomitante con l’ingresso di Carl Schmitt nel partito nazista (Carl Schmitt entrò ufficialmente nel partito nazista nella primavera del 1933: il 1° maggio 1933 gli fu intestata la tessera 2.098.860 del NSDAP),  prendeva forma un percorso teorico di Schmitt che lo avrebbe allontanato dall’originario Dezisionismus per farlo rapidamente approdare al konkrete Ordnungsdenken, che è la versione schmittiana dell’istituzionalismo di Maurice Hauriou e Santi Romano. Il lavoro che segna questa svolta istituzionalista  di Carl Schmitt è Über die drei Arten des rechtwissenschaftlichen Denkens del 1934 (Carl Schmitt, Über die drei Arten des rechtwissenschaftlichen Denkens, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg, 1934; trad. it. – ma parziale – I tre tipi di pensiero giuridico, in Le categorie del “politico” cit., pp. 245-275) e in Istituzione, norme, valori e nuove forme di ostilità  Teodoro Klitsche De La Grange così ci dà conto di questo fondamentale passaggio nella produzione di Schmitt:

 

«Nel saggio Über die drei Arten des rechtwissenschatflichen Denkens Schmitt rende omaggio ai grandi giuristi (istituzionalisti) Maurice Hauriou e Santi Romano. In particolare osserva che malgrado la concezione istituzionista  del diritto risalga ad Aristotele e S. Tommaso “la distinzione qui accennata fra pensiero fondato sulle norme e pensiero fondato sull’ordinamento è sorta ed è divenuta pienamente consapevole solo nel corso degli ultimi decenni. Negli autori precedenti, non è possibile rintracciare un’antitesi come quella contenuta nel passo appena citato di Santi Romano. Le antitesi precedenti non riguardano la contrapposizione di norme e ordinamento, ma piuttosto quella di norma e decisione oppure di norma e comando”  (Trad. it. ne Le categorie del “politico”, Bologna, 1972, p. 260). Sia in Hauriou che in Santi Romano, pur ritenendo entrambi  che il diritto consista tanto di norme che di istituzioni, il presupposto (e la condizione d’esistenza) ne è l’istituzione, e non le norme. Sono quelle – scrive Hauriou – “a fare le regole di diritto, non sono le regole a fare le istituzioni” (La thèorie de l’institution et de la fondation (Essai de vitalisme social) , Paris, 1925, trad. it. Milano, 1967, p. 45); e Santi Romano: “l’ordinamento giuridico, così comprensivamente inteso, è un’entità che si muove in parte secondo le norme, ma, soprattutto, muove, quasi come pedine in uno scacchiere, le norme medesime, che così rappresentano piuttosto l’oggetto e anche il mezzo della sua attività, che non un elemento della sua struttura” (L’ordinamento giuridico, 1918, 2ª ed., Sansoni, Firenze, 1947, p. 130 e proseguiva: “sotto certi punti di vista, si può anzi ben dire che ai tratti essenziali di un ordinamento giuridico le norme conferiscono quasi per riflesso: esse, almeno alcune, possono anche variare senza che quei tratti si mutino, e, molto spesso, la sostituzione di certe norme con altre è piuttosto l’effetto anziché la causa di una modificazione sostanziale dell’ordinamento”). La stessa tesi è ripetuta da Schmitt (Op. ult. cit.), secondo il quale, per il pensiero fondato sull’ordinamento “la norma o regola non fonda l’ordinamento, essa svolge soltanto, sulla base o nell’ambito  di un ordinamento dato, una certa funzione dotata solo in misura modesta di validità autonoma, indipendente dalla situazione oggettiva”. Ed è proprio la necessaria oggettività del diritto a rendere preferibile un tipo di pensiero giuridico fondato sull’istituzione a quello normativistico.».

 

Come abbiamo potuto appena vedere, La Grange dà sì conto delle ragioni logico-giuridiche che indubbiamente fanno preferire un’impostazione istuzionalista ad una normativista (e che indubbiamente hanno avuto un notevole peso nella stesura dell’ Über die drei Arten e che riassumendole in due battute ci fanno affermare che l’istituzionalismo, al contrario del normativismo, non cade in sciocche visioni mistico-ipostatiche e che l’istituzionalismo partendo dal dato concreto sociale e/o subsociale è una teoria pluralista del “giuridico” e questo sia a livello interno che internazionale) e quindi non possiamo non concordare con La Grange quando afferma che «è proprio la necessaria oggettività del diritto a rendere preferibile un tipo di pensiero giuridico fondato sull’istituzione a quello normativistico», anzi potremmo anche spingerci ad affermare modificando solo leggermente la citazione «è proprio la necessaria oggettività della conoscenza del diritto a rendere preferibile un tipo di pensiero giuridico fondato sull’istituzione a quello normativistico». Ma su quest’ultima nostra (retoricamente euristica) affermazione è necessario soffermarci un attimo riprendendo per un attimo il discorso appena interrotto sull’iscrizione di Carl Schmitt al partito nazionalsocialista ed integrando questo dato biografico con un particolarissimo punto di vista, quello del Repubblicanesimo Geopolitico – cioè quello del modesto scrivente – e che può essere espresso nel seguente modo: il Repubblicanesimo Geopolitico consapevole, in accordo con l’impostazione  istituzionalista  pluralista fatta propria per ultimo anche da  Schmitt, che,  in prospettiva storica, la statualità volge al termine, pone il principio d’ordine non nel concreto ordinamento giuridico visto – giustamente come da corretta dottrina istituzionalista e da Schmitt – precedente allo Stato ma, altresì, nella concreta consapevolezza di massa e/o da parte di più o meno estese élite  della natura dialettico/strategico/conflittuale della morfogenesi e fisiologia politica e sociale, consapevolezza  che già altrove è stata chiamata “epifania strategica” o, declinata riguardo al sorgere degli odierni “populismo” e/o  “sovranismo”, “consapevolezza strategica in statu nascenti”. Quello che quindi qui si vuole altresì affermare è che 1) non si può non concordare con La Grange che sul piano pratico delle conduzione degli affari sociali l’istituzionalismo proprio per il suo carattere pluralista e intrinsecamente antitotalitario è assolutamente da preferire al normativismo; che 2) per quanto forma di pensiero giuridico indubbiamente indirizzato verso il realismo, anche l’istituzionalismo rischia di cadere in una visione appesantita da una mentalità ipostatica perché se prima, nel normativismo, l’ipostasi si concretizzava in una norma, nella Grundnorm, ora l’ipostasi rischia di investire il concreto ordinamento giuridico, che viene sì giudicato nella concretezza della sua produzione sociale ma che perlomeno, se non viene ipostatizzato, viene rappresentato rigido ed ingessato perché le forme sociali che lo producono non vengono pensate come generate dalla dialettica del conflitto/azione strategico; e, infine, che 3) dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico il passaggio di Carl Schmitt dal decisionismo all’istituzionalismo avvenuta nel saggio Über die drei Arten des rechtwissenschatflichen Denkens costituisce un netto ed innegabile arretramento teorico indotto, oltre che dall’apparente paradosso che la decisione dell’attore politico di dividere  il campo del “politico” fra amico e nemico se riesce a dare una prima e veritiera fotografia della dinamica sociale non riesce a restituircene la sequenza filmata (quello che noi abbiamo  già altrove definito il “paradosso Carl Schmitt”e di questo problema teorico Carl Schmitt era assolutamente consapevole), soprattutto dalla circostanza che Schmitt voleva entrare nel partito nazista, un partito nazista per il quale non poteva esistere  il nemico costitutivo assieme all’amico del  campo del “politico” (il nemico doveva essere tout court eliminato) ma nemmeno  il campo del  “politico” stesso perché per il nazismo gli unici soggetti contemplati a costituire la vita nazionale erano il Volk razzialmente inteso (al quale venivano ammanniti i deliri antisemiti e la mitologia del Blut und Boden)  e il partito élite di questo Volk e al  vertice dei quali stava, in unione mistica col suo popolo, il semidio Führer Adolf Hitler. Indubbiamente anche questo: popolo, partito, Führer, è un ordinamento concreto ma il “piccolo” problema è che questo specifico ordinamento concreto molto concretamente non ammetteva alcun altro ordinamento concreto, cioè, detto in altre parole, l’insito pluralismo che costituisce uno delle colonne portanti dell’istituzionalismo era assolutamente inammissibile per il totalitarismo razzista nazionalsocialista.

      Accadde così che Schmitt che aveva deciso di non approfondire la dialettica amico/nemico in direzione conflittuale strategica e quindi di sciogliere l’apparente paradosso cui noi abbiamo dato il suo nome (paradosso sciolto dalla consapevolezza del Repubblicanesimo Geopolitico che la coppia oppositiva amico/nemico non è altro che una prima veritiera ma grezza rappresentazione della morfogenetica ed evolutiva azione all’interno della società umana e delle popolazioni animali e vegetali della dialettica dell’azione/conflitto strategico:  sulla dialettica dell’azione/conflitto strategico come paradigma antipositivistico e unificante, alla luce della filosofia della prassi di Giovanni Gentile, Antonio Gramsci, György Lukács e Karl Korsch, il mondo naturale fisico-biologico e il mondo storico-culturale dell’uomo, cfr. Massimo Morigi,   Repubblicanesimo Geopolitico Anticipating Future Threats. Dialogo sulla moralità del Repubblicanesimo Gepolitico più breve nota all’intervista del CSEPI a La Grassa (di Massimo Morigi) – URL: https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoAnticipatingFutureThreatsDialogoSulla_904 e https://ia801909.us.archive.org/2/items/RepubblicanesimoGeopoliticoAnticipatingFutureThreatsDialogoSulla_904/RepubblicanesimoGeopoliticoAnticipatingFutureThreatsDialogoSullaMoralitaDelRepubblicanesimoGeopoliticoMassimoMorigiKarlMarxAdamSmith.pdf e Id., Dialecticvs Nvncivs. Il punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico attraverso i Quaderni del Carcere e Storia e Coscienza di Classe per il rovesciamento della gerarchia della spiegazione meccanicistico-causale e dialettico-conflittuale, per il rinnovamento degli studi marxiani e marxisti e per l’ Aufhebung della gramsciana e lukacsiana Filosofia della Praxis, URL https://archive.org/details/DialecticvsNvncivsNeoRepubblicanesimo e https://ia801903.us.archive.org/24/items/DialecticvsNvncivsNeoRepubblicanesimo/DialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopoliticoAttraversoIQuaderniDelCarcereEStoriaECoscienzaDiClasse.pdf), sia per la  sua mentalità intimamente cattolico-conservatrice in costante ricerca di un Katéchon che frenasse l’insita conflittualità delle moderne società industriali secolarizzate e pericolosamente propense a ricadere nell’abbraccio comunista e sia per ragioni di carriera personale attraverso l’entrata nel partito nazista, si ritrovò ad avere a che fare con un bestia politica, il nazismo, che era l’esatta antitesi dell’ordinata società tradizionalista alla quale egli aspirava e con un esito sul piano delle fortune personali ugualmente deludente (la fama di Kronjurist del terzo Reich è ampiamente sopravvalutata: Der Führer schützt das Recht –  Carl  Schmitt, Der Führer schützt das Recht. Zur Reichstagsrede Adolf Hitlers vom 13 Juli 1934, “Deutsche Juristen-Zeitung”, 39 (1934), 15, pp. 945-50, poi in Id., Positionen und Begriffe im Kampf mit Weimar – Genf – Versailles, 1923-1939, Berlin, Duncker & Humblot, 1988; trad. it. Il Führer protegge il diritto, in Id., Posizione e concetti in lotta con Weimar-Ginevra-Versailles, 1923-1939, Milano, Giuffrè, 2007, pp. 326-335 – , scritto per giustificare i massacri della Notte dei lunghi coltelli, oltre a segnare uno dei punti più bassi della produzione di Carl Schmitt, non riuscì nemmeno a convincere con le sue argomentazioni ridicolmente legalitarie e cercanti di scindire la responsabilità di Hitler dai peggiori eccessi della Notte – erano state coinvolte anche delle vittime innocenti non facenti parte delle SA – che Schmitt fosse del tutto affidabile, come un altro boomerang fu Carl Schmitt, Staat, Bewegung, Volk. Die Dreigliederung der politischen Einheit, Hamburg, Hanseatische Verlagsanstalt, 1935; trad. it. Stato, movimento, popolo, in Id. Un giurista davanti a se stesso. Saggi e interviste, Vicenza, Neri Pozza, 2005, pp. 255-312, che fu giudicato impregnato di spirito hegeliano, alieno al razzismo biologico del nazismo e quindi unvölkisch; ed infatti, terminando questa fallimentare scalata al potere nazista con  le accuse  rivolte a Schmitt provenienti dall’entourage   di Rosenberg di essere impregnato di spirito cattolico-romano – accuse le quali fornirono addirittura il materiale per un dossier datato 8 gennaio 1937 e intitolato Der Staatrechtslehrer Prof. Dr. Carl Schmitt:  la pietra dello scandalo era  Römischer Katholizismus und Politische Form, Hellerau, Jakob Hegner, 1923,  che sebbene scritto molti anni prima, dal punto di vista nazista era assolutamente inaccettabile che lo potesse aver scritto un sincero nazionalsocialista perché quivi veniva esaltata  la funzione stabilizzatrice del cattolicesimo – Carl Schmitt dovette abbandonare ogni ambizione riguardo alla vita pubblica ritirandosi prudentemente a vita privata).

      Abbiamo velocemente ripercorso questa parabola discendente sul piano umano come sul piano scientifico di Carl Schmitt non tanto per sminuire l’importanza del pensiero giuridico istituzionalista (La Grange giustamente ci potrebbe replicare che lo Schmitt post-decisionista ed istituzionalista è riuscito ad offrirci quel capolavoro geofilosofico e geopolitico del Nomos della terrra: Carl Schmitt, Der Nomos der Erde im völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Berlin,Greven Verlag, 1950, trad. it. Il Nomos della Terra nel diritto internazionale dello “Jus Publicum Europaeum”, Milano, Adelphi, 2006. Per lo Schmitt geofilosofico o geopolitico tout court, vedi anche Terra e mare –  Idem,  Land und Meer. Eine weltgeschichtliche Betrachtung, Leipzig, Reclam, 1942, trad. it. Terra e Mare. Una considerazione sulla storia del mondo, Milano, Giuffrè, 1986 – e Dialogo sul nuovo spazio Idem, Gespräch über den neuen Raum, in AA. VV. , Estudios de Derecho Internacional. Homenaje al profesor Camilo Barcia Trelles, Universidad de Santiago de Compostela, Santiago de Compostela, 1958, pp. 262-282, trad. it. Dialogo sul nuovo spazio, in Terra e mare  cit., pp. 87-109–, testi nei quali Carl Schmitt già allora aveva intravisto tutta la carica distruttiva di quel fenomeno che oggi viene chiamato ‘globalizzazione’ e della quale Schmitt, pur non avendo coniato il termine, aveva colto l’aspetto essenziale; Schmitt aveva cioè compreso che con il prevalere delle grandi potenze marittime –   Inghilterra prima, Stati uniti poi – era definitivamente tramontato quel diritto consuetudinario internazionale che aveva informato per secoli la vita del Vecchio continente – il Nomos della terra, appunto – e che aveva comportato l’esistenza di unità nazionali delimitate spazialmente e in rapporto di mutua ostilità/riconoscimento – le nazioni si facevano guerra ma si riconoscevano vicendevolmente come justi hostes. La guerra può divenire così qualcosa di analogo a un duello, uno scontro armato tra personae morales determinate territorialmente che stabiliscono tra loro lo jus publicum EuropaeumIl nomos della terra, cit., p. 165 –,  per essere sostituito, il vecchio Nomos della terra,  con una sorta di diritto liquido, una sorta di generica “International law” – Ivi,  p. 223 –  nella quale saltano completamente le vecchie compartimentazioni spaziali e il momento economico si emancipa radicalmente dalla protezione/dominio dello Stato. Il nuovo Nomos della terra – la nostra globalizzazione – si caratterizza così, oltre che per un mercato operante a livello internazionale svincolato dal potere regolatore dello Stato, anche per il progressivo smantellamento della stessa forma Stato il cui diritto pubblico, adeguandosi all’imperante ideologia  economicista liberale, lo trasforma in una sorta di  organizzazione privata con criteri di razionalità rispetto allo scopo tipici di un’ impresa che opera sul mercato e non di un’organizzazione, come dovrebbe essere lo Stato, che si occupa – o si dovrebbe occupare – della totalità del “politico”) ma per segnalare, prima di tutto a noi stessi, le involuzioni che può prendere un pur interessante ed innovativo pensiero qualora, come in Schmitt, si faccia prendere da ansie ed inquietudini vuoi rivoluzionarie vuoi reazionarie o controrivoluzionarie senza che queste pur indispensabili scelte di campo non siano a loro volta filtrate e distillate da un consapevole, sorvegliato, intransigente e tirannico sopra ogni altra considerazione di natura etica e assiologica sforzo teorico. Siamo così tornati al problema dell’avalutatività weberiana e della impossibile separazione che il sociologo tedesco pretendeva di tracciare fra valore e oggetto della ricerca, anche se, evidentemente, nel caso di Carl Schmitt, l’errore rispetto a Weber è semmai di segno polarmente opposto potendo noi di tutto accusare il presunto Kronjurist del Terzo Reich tranne  che di tenere separati i suoi valori dalla sua teoresi politica.

Ma qui sta il punto: rifiutare l’avalutatività weberiana non vuol dire che il valore, come è accaduto nel punto più basso della parabola di Carl Schmitt, si debba sovrapporre come una maschera di ferro sulla teoresi, significa – al contrario –  che il valore deve essere il motore dialettico, come da correttamente interpretata filosofia della prassi – che vede i suoi caposaldi in epoca contemporanea, repetita iuvant, in Giovanni Gentile, nell’Antonio Gramsci dei Quaderni del Carcere, nel  György Lukács di Storia e coscienza di classe e nel  Karl Korsch di Marxismo e filosofia –    di una  teoresi il cui obiettivo costante è l’individuazione del sovente furtivo, perché dolosamente celato, azione/conflitto strategico all’interno della società.  (Per il timido decisionismo di Carl Schmitt, cfr. Massimo Morigi, La democrazia che sognò le fate (Stato di eccezione, teoria dell’alieno e del terrorista e Repubblicanesimo Geopolitico) – URL  https://archive.org/details/LaDemocraziaCheSognLeFatestatoDiEccezioneTeoriaDellalienoE_913 e https://ia801601.us.archive.org/28/items/LaDemocraziaCheSognLeFatestatoDiEccezioneTeoriaDellalienoE_913/LaDemocraziaCheSognLeFate.StatoDiEccezioneTeoriaDellalienoEDelTerroristaERepubblicanesimoGeopolitico.pdf – e Id. Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico: lo Stato di eccezione in cui viviamo è la regola, piccolo saggio sull’iperdecisionismo di Walter Benjamin ben più radicale di quello del giuspubblicista di Plettenberg – URL https://archive.org/details/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDi_909 e https://ia801608.us.archive.org/19/items/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDi_909/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDiEccezioneInCuiViviamoLaRegola-Neomarxismo.pdf). Questo per quanto riguarda il Repubblicanesimo Geopolitico e, come vittima in parte consenziente dei rischi che si corrono quando non si osa abbastanza, anche Carl Schmitt. Per quanto invece riguarda Teodoro Klitsche de la Grange discorso completamente diverso. A questo valentissimo (ed unico nel panorama nazionale) studioso di cose della politica e giuspubblicista risulta naturaliter, proprio per la sua profondissima cultura storica, giuridica, letteraria e filosofica, essere alieno da ogni tipo di idòla fori, quelli della politica in specie, e il suo impareggiabile esprit de finesse, generato da una tale completezza di studi, fa sì che quella che noi presumiamo essere addirittura una troppo entusiastica adesione alla visione istituzionalista, si traduca, sempre e comunque, oltre che nel sicuro riconoscimento del pluralismo giuridico, anche in una visione di fondo sempre e comunque animata da uno spirito conflittual-dialettico così come viene espressamente professato dal Repubblicanesimo Geopolitico.

Come è del resto dimostrato dagli ultimi due contributi che veniamo velocemente ad esaminare. In Oltre sessanta e li dimostra  (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/05/20/oltre-sessanta-e-li-dimostra-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/, http://www.webcitation.org/6zZSUJAs5 e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F05%2F20%2Foltre-sessanta-e-li-dimostra-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-05-20), intervento di La Grange sulla genesi della Costituzione italiana si dimostra ulteriormente, casomai ce ne fosse ancora bisogno, l’abissale distanza del Nostro, proprio sulla scorta della più  scaltrita mentalità istituzionalista che ben avverte l’intrinseca conflittualità sociale (e capacità ideologica più o meno normativistica di inganno e/o autoinganno) della produzione della norma, da ogni ipostatica mitizzazione della nostra Grundnorm, la cui genesi non è da ricercarsi nel fatto che gli italiani si sono rivelati improvvisamente “democratici” ma nel fatto che la nuova situazione internazionale che aveva visto l’Italia sconfitta nel secondo conflitto mondiale imponeva un’Italia “democratica”, dove “democrazia” doveva essere sinonimo di perdita della sovranità nazionale e impossibilità di esprimere classi dirigenti realmente autonome e con nessuna possibilità di resistere all’eterodirezione proveniente dall’estero (nel caso dell’Italia, il maggior asservimento di tutti gli altri paesi del Vecchio continente “liberati” dagli anglo-americani all’alleanza politico-militare guidata dagli Stati uniti):

 

«Nella realtà la costituzione vigente è il risultato di quella sollecitazione, esternata negli accordi di Yalta, ben sostenuta dall’argomento-principe della sconfitta militare e dalla conseguenziale occupazione. Si potrebbe obiettare che il procedimento democratico seguito – e l’alta partecipazione alle elezioni della Costituente – hanno attenuato il carattere d’imposizione e legittimato, in certa misura, la Costituzione che ne è conseguita. Anzi si potrebbe aggiungere che la procedura relativa – conclusasi  politicamente anche se non giuridicamente, con l’elezione, il 18 aprile 1948 del primo Parlamento – abbia costituito un esempio di applicazione del consiglio di Machiavelli che regola della decisione politica è di scegliere quella che presenta minori inconvenienti (V. Discorsi, lib. I, VI.) E sicuramente dato il disastro militare e l’occupazione, non esistevano le condizioni per sfuggire (forse per attenuarla sì, a seguire il discorso di V. E. Orlando, sopra ricordato) alla logica degli accordi di Yalta. Ma in tale materia è importante essere consapevoli che certe scelte sono state in gran parte frutto di necessità (e di imposizione) e non prenderle per quelle che, a una visione giuridica (peraltro parziale e riduttiva), appaiono come scelte (ottime) del “popolo sovrano” il quale, come scriveva Massimo Severo Giannini, è sovrano solo nelle canzonette; e, in quel frangente, forse neppure in quelle. La sovranità implica libertà di scelta: quella non vi era né in diritto – limitata com’era dalle clausole dell’armistizio e del Trattato di pace – e quel che più conta era inesistente di fatto per la sconfitta e l’occupazione militare. Per cui alla Costituzione del ’48, ed alla relativa decisione si può applicare il detto romano per la volontà negli atti annullabili: che, il popolo italiano coactus tamen voluit

 

      Non possumus eis quicquam addere, nec auferre. Sovranisti e “servilisti” (URL: http://italiaeilmondo.com/2018/05/27/sovranisti-e-servilisti-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/,http://www.webcitation.org/6zin7PpGc e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F05%2F27%2Fsovranisti-e-servilisti-di-teodoro-klitsche-de-la-grange%2F&date=2018-05-27), ultimo contributo di La Grange sottoposto a questa nostra rassegna critica, dove ben traspare in controluce che l’impianto pluralista di matrice istituzionalista di La Grange, unito questo impianto con una perfetta conoscenza di storia della filosofia, nello specifico la filosofia tomista, si presta perfettamente non solo alla critica degli idòla fori normativistici, primo fra i quali la mitica Grundnorm e le sue relative nefaste  e nefande conseguenze culturali e ideologiche ma è anche un infallibile viatico per una critica semantica ai luoghi comuni della politica, nello specifico per un critica e per un totale ribaltamento del significato  che viene attribuito al termine ‘sovranista’ e, con questo contributo, “leggero” in termini di manifestazione esplicita di specifica dottrina giuridica ma pesantissimo, non solo in termini più direttamente filosofici, ma anche per il background giuspubblicistico che, segno caratterizzante del Nostro, come sempre ha costituito il celato ma fondamentale endoscheletro di questo contributo, Teodoro Klitsche De La Grange si ricollega per metodologia argomentativa e obiettivi di indagine all’iniziale contributo, Su Hegel e la virtù , da noi messo sotto esame all’inizio di questa rassegna critica:

 

«Da qualche anno, da quando sono stati coniati i neo-logismi sovranismo e sovranista (probabilmente dal francese) il pensiero “politicamente corretto” (e relativi pensatori) si è lanciato in una, per esso abituale, opera di screditamento e demonizzazione. Sovranismo sarebbe un’ideologia guerrafondaia (??), passatista, dittatoriale, egoista e così via. I sovranisti poi demagoghi, ignoranti, cattivi, maleducati e cafoni (oibò!) […] [Volendo dar retta all’accezione negativa che viene data a questi termini] bisogna cominciare con lo svalutare del tutto il nostro Risorgimento, e buona parte della storia moderna. I costruttori dello Stato nazionale italiano (da Cavour a Garibaldi, da Vittorio Emanuele II a Mazzini), forse non erano dei damerini (il Savoia era anche un po’ grossier) ma sicuramente non avrebbero acconsentito – il Piemonte prima, l’Italia poi tanto da fare quattro guerre all’uopo – che in nome di qualche idea, si fosse limitata l’indipendenza dell’Italia. Se per Metternich l’Italia  era un’ “espressione geografica” per loro era una comunità politica. E per esserlo doveva avere l’indipendenza (dalla volontà) e dagli interessi di altre potenze (e popoli). Del pari non avrebbero mai preteso di occupare Vienna, Praga, Lubiana o Zagabria (tant’è che neppure con lo sfascio dell’Impero asburgico lo fecero), neppure con la giustificazione di qualche ideale cosmopolita. Dato che, a ben vedere, il cosmopolitismo rientra nella classe delle alternative al patriottismo. […] le più interessanti e centrate definizioni di ciò che è la libertà, politica in specie, l’ha date S. Tommaso. Come ho scritto in un precedente articolo per Rivoluzione liberale (Sovranismo e libertà politica) l’Aquinate sosteneva che è libero chi è causa di se (del suo): liber est qui causa sui est; e per chiarire ulteriormente definiva  servo chi è di altri (servus autem est, qui id quod est, alterius est). Applicando queste due asserzioni di S. Tommaso non sono né libere, né comunità perfette quelle che giuridicamente e politicamente dipendono da altri e pertanto non hanno la piena disponibilità di determinare i propri scopi né i mezzi per conseguirli. Per cui liberarsi da quella condizione di dipendenza è il requisito minimo per poter decidere del proprio destino. L’inverso è sopportare che lo decidano gli altri: come spesso capitato nella recente storia nazionale. Dato che né Di Maio né Salvini vogliono occupare, neppure Tripoli e Tirana, ma solo evitare di subire troppi condizionamenti in casa nostra, non sono dei pericolosi aggressori e guerrafondai. […] Diceva Vittorio Emanuele Orlando in un famoso discorso pronunciato alla Costituente, chiedendo che l’assemblea non ratificasse il Trattato di pace: “considerate almeno questo lato della decisione odierna, il significato di questa accettazione, che avviene in un momento in cui essa non è necessaria; onde il vostro voto acquista il valore di un’accettazione volontaria di questa che è una rinuncia a quanto di più sacro vi è stato confidato dal popolo quando vi elesse: l’indipendenza e l’onore della Patria… Questi sono voti di cui si risponde dinanzi alle generazioni future: si risponde nei secoli di queste abiezioni fatte per cupidigia di servilità”. Seguendo l’indicazione del Presidente della vittoria, non sarebbe il caso di cominciare a chiamare gli anti-sovranisti, mutuando l’espressione di Orlando: “servilisti”?»

 

Abbiamo citato quasi per intero questo ultimo contributo preso in esame nella nostra rassegna critica perché veramente anche in questo caso ci troviamo nella condizione espressa nell’Ecclesiaste di non poter togliere od aggiungere alcunché. Se non umilmente affermare che ancora una volta dobbiamo un profondo ringraziamento a Teodoro Klitsche de la Grange.

 

Massimo Morigi – 9 giugno 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

PRESIDENTE ZERO TITULI, di Massimo Morigi ovvero: introduzione alla guerra civile, di Antonio de Martini

PRESIDENTE ZERO TITULI

Di Massimo Morigi

Come scriveva Karl Marx nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte, la storia si ripete sempre due volte: “la prima come tragedia, la seconda volta come farsa”. Nell’attuale crisi di sistema ed istituzionale iniziata il 27 maggio 2018 dall’avventurismo politico del Presidente della Repubblica italiana, la vicenda in questione, del tutto inedita nella storia passata dell’umanità per la tragica insipienza del suo altissimo scatenatore (se non andando alla tragica e goffa vicenda della fuga a Varenne di Luigi XVI che decretò la sua uscita violenta dalla scena della storia e del demente comportamento di Nicola II che fece da innesco alla rivoluzione russa e alla sua e della sua famiglia tragica fine e andando, volendo essere un attimo più leggeri, al falso storico dell’incendio di Roma da parte di Nerone, immortalato in un registro alto della memoria collettiva da un Petrolini che sulle ceneri della Città Eterna arringa un popolo tumultuoso ed avverso che lo ritiene responsabile di tanta rovina esprimendo di voler ricostruire Roma “più bella e più superba che pria” e con una vocina surreale e stridente di un astante davanti a tanta ridicola enfasi che risponde “bravo”, alla quale Nerone replica con “grazie”, in un esilarantissimo botta e risposta nel quale al “grazie” si risponde ogni volta con un “bravo”: ci permettiamo questa nota surreal-teatrale per dire che auguriamo al nostro beneamato presidente della Repubblica di essere ricordato ai posteri non come un protagonista tragico della storia ma come un’immagine in fondo affettuosa e appartenente alla cultura popolare simile al Nerone petroliniano, che proprio come personaggio si fa amare per la sua buffonesca, istrionica, e quanto divertente, abissale incompetenza), non ha, questa vicenda, contraddicendo quello che diceva Marx, alcuna analogia con le passate catastrofi storiche perché essa è contemporaneamente tragica ma anche farsesca ( non v’è mai stato nulla di simile se non ricorrendo all’esempio del Nerone petroliniano, il quale però fu tratto  da una letteraria finzione storica). Il fatto farsesco alla sera del 29 maggio 2018 è il seguente: Cottarelli è sul punto di rinunciare all’incarico perché c’è la verosimile possibilità che il nuovo Governo al Senato non ottenga nemmeno un voto di fiducia. Riferendosi ad un suo avversario allenatore calcio, un allenatore portoghese non molti anni fa ebbe modo di dire: “Zero tituli”. Pensiamo che anche a   noi, in veste di modesti commentatori politici, visto il grande successo che la sua iniziativa rischia di correre al Senato, riferendoci al Presidente della Repubblica, ci sia consentito di esprimerci riguardo alla massima carica della Stato come “Presidente zero tituli”. Ma visto che la storia del nostro paese ci consente anche citazioni ben più illustri che non il calcio, si ricorda per ultimo la storiella di Caligola che nominò senatore il suo cavallo. Con tutti gli absit iniuria verbis del caso –  sia verso il “Presidente zero tituli” che verso Caligola: in ogni caso non si mai… –  e con ancora ripetuto rispetto parlando del  “Presidente zero tituli”, abbiamo così trovato alla fine un altro caso in cui la tragedia è abbinato alla farsa, e contribuito, alla fine, a non smentire Marx. Con il tetro e poco tranquillizzante sospetto, però, che dopotutto il cavallo abbia fatto meno danni dell’attuale impazzimento istituzionale e con la certezza, anche, che per non cadere nelle lugubri immagini evocate dalla fuga a Varenne e dall’orrida fine della famiglia imperiale russa ad Ekaterimburg, l’unica rimedio sia ricorrere alle surreali ed anche allegre immagini evocate dal Nerone petroliniano.

 

Massimo Morigi – 29 maggio 2018

 

P.S. Ultimissime delle ore 22.30 di martedì 28 maggio. Il “Presidente zero tituli” sta pensando seriamente di fare marcia indietro e di richiamare Conte accettando anche Paolo Savona come ministro dell’economia. Siamo all’ “indietro tutta”. Ma come la presente farsa non lo rende, ahilui, né un Caligola né un Nerone (anche se glielo auguriamo in prospettiva di diventarlo, perché questi, se non altro, sono caldi ricordi scolastici di una lontana gioventù), questa ultima “indietro tutta” non riesce a renderlo popolare ed amato come quel simpatico ed anche geniale (e molto serio nel suo mestiere) comico che vestiva buffoneschi panni d’ammiraglio.

 

INTRODUZIONE ALLA GUERRA CIVILE, di Antonio de Martini

Tutti presi dagli aspetti formali della Batracomiomachia in corso stiamo trascurando quelli essenziali.

a) preservare la libertà
b) preservare il benessere
c) preservare l’Unità Nazionale

Fino a pochi anni fa e per troppi anni, abbiamo tollerato il regime democristiano e la sua corruttela perché , in fondo, era come Maradona coi napoletani.

“Con Maradona s’azzuppa ” dicevano i compaesani cui il campione permetteva di violare la legge sul “trademark” delle magliette che consentiva loro di cenare a latte e profumato con la fantasia.

Questo regime di preti in borghese ha gradatamente corrotto tutti cooptandoli al potere – impedendo quindi la nascita di alternative politiche democraticamente elette – prima i socialisti, poi i comunisti , infine i fascisti.

Nel frattempo, un numero crescente di italiani più consapevoli, si allontanava dalla politica e dal voto, dai risultati sempre più taroccati, mentre le distrazioni di massa fioccavano leggère.

Adesso che, per ragioni che andranno indagate dal controspionaggio, è nata una alternativa nuova che ha coagulato i fermenti ribellistici del Nord e del sud in una inedita “coalizione dei velleitari”, i padroni del vapore hanno perso il controllo dei nervi.

Gridano che non vogliamo l’Europa.
È falso, noi non vogliamo loro e in Europa vogliamo contare per quello che siamo veramente.

Preparano un altra “fake election” su un altro tema da guerra civile.

Intendiamoci, in questa crisi ministeriale Mattarella ha rispettato la forma, ma la sostanza del discorso ė che il sistema dei ladri che munge le mammelle dell’Italia da decenni, non vuole più spartire con nessuno.

La crisi economica e il controllo sociale hanno ridotto le disponibilità, le liti interne al PD, moltiplicato il numero di parti da fare, hanno sottovalutato Masaniello e sopravvalutato il cardinal Bassetti e i suoi belati tardivi.

Il sistema dei preti in borghese e in uniforme non vuole correre il rischio di un mutamento costituzionale che metta in forse anche il blindaggio del concordato con il Vaticano e vede il pericolo concretizzarsi a ogni giorno che passa.

Al rischio di perdere il potere e il denaro, preferiscono quello del conflitto civile.

Berlusconi che era sceso in politica ansioso di cambiare il mondo, adesso ha paura che cambi davvero e si offre insistentemente per difendere il palazzo che aveva aggredito – mi tornano a mente le parole del comunicato della vittoria- con orgogliosa sicurezza.

Hanno perso tutti la testa.

Il Presidente della Repubblica che scende nella polemica politica e si meraviglia che ” due partiti che si sono presentati divisi alle elezioni” ora provino a collaborare. Salvini che vuole imporsi pubblicamente al Presidente della Repubblica. de Maio che improvvisa “impeachement” in palcoscenico.

Il connubio tra avversari elettorali lo hanno fatto anche i suoi amici Merkel e Schultz in cinque mesi di trattative senza suscitare scandali ne critiche.
Il loro governo regge. Il suo cemento è l’interesse nazionale.

Mattarella si è anche presentato come un campione di tolleranza per aver accettato un candidato non eletto ( Conte) per poi presentare lui stesso un quidam de populo, tale Cottarelli da Velletri.
Finge di voler varare la finanziaria, ma punta a gestire le elezioni in proprio con un ” governo neutrale”. La scorsa settimana aveva detto pubblicamente che la neutralità non esiste….

Per impedire manifestazioni ” a caldo” dei 5 stelle, il PD ne ha già indetto una per il 1 giugno.
De Maio, ha risposto convocandola per il 2 giugno.

La conta delle presenze sarà da ridere, ma c’è da piangere: è già una prova generale di guerra civile.

Il tradimento della Costituzione italiana da parte di Sergio Mattarella c’è e coinvolge anche il suo predecessore Giorgio Napolitano e quel povero cretino di Ciampi. Ma vediamoli uno alla volta prima che muoiano e vengano santificati.

L’articolo 11 della Costituzione è stato violentato più volte e in entrambi i comma.
L’Italia nel ventennio scorso ha fatto più guerre che nel ventennio fascista ( Balcani, Afganistan Libia), tutte in posizione subordinata rispetto alle potenze straniere interessate e – nel caso balcanico e in quello libico- in stridente contrasto con gli interessi nazionali. I responsabili devono risponderne e Mattarella tra loro.

Napolitano ha obbedito al diktat straniero di cacciare Berlusconi nel 2011 e Mattarella oggi di rifiutare il nuovo governo giallo verde che personalmente considero velleitario e inadatto, ma che ha diritto di governare quanto la signorina Madia o Ignazio Larussa. Di certo, faranno meno danni.

Fingono di voler fare le elezioni, ma tra legge finanziaria, manovra di aggiustamento, nuova legge elettorale e, prassi – non si fanno contemporaneamente le elezioni europee e quelle italiane – se va bene se ne parlerà nell’autunno del 2019 previa “stabilizzazione” della situazione.

Le elezioni nazionali le vogliono fare all’insegna di EUROPA SI, EUROPA NO per deviare ancora una volta l’attenzione dai loro loschi affari.

UNA ALTRA RAGIONE DI MESSA IN STATO DI ACCUSA è il fatto di aver consentito che la RISERVA AUREA NAZIONALE, depositata presso la Banca d’Italia e da questa affidata fiduciariamente alle allora Banche d’interesse nazionale, sia stata ” dimenticata” lì quando le banche furono privatizzate e le si autorizzò – con protesta della BCE- ad iscriverle a patrimonio di queste ultime.
Una ennesima truffa anche ai danni della “caraeuropa”.
Cacciamo Mattarella e saremo rispettati dal mondo intero. Teniamocelo e finiremo come la Grecia.

 

 

Domenica 27 maggio 2018, di Massimo Morigi

Domenica 27 maggio 2018

Di Massimo Morigi

 

Il Presidente della Repubblica ha appena terminato il suo discorso cercando di giustificare con puerili argomentazioni ed infinita arroganza la sua azione avventuristica per non far nascere un governo che avrebbe visto nel grande economista Paolo Savona la punta di lancia della ridiscussione a favore dell’Italia della sua permanenza nell’UE. A questo punto all’ordine del giorno del dibattito politico, il problema che si pone senza alcuna possibilità di elusione è la terribile crisi istituzionale scatenata dal Presidente della Repubblica, crisi istituzionale che drammaticamente ruota non attorno all’articolo 92 della Costituzione, che ambiguamente (non) disciplina le prerogative del Presidente della Repubblica in merito alle sue responsabilità sulla formazione del governo, ma sull’articolo 90 della costituzione, quello che riguarda, tanto per essere chiari, l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione, le uniche fattispecie per le quali può essere messo sotto accusa  il Presidente della Repubblica nell’esercizio delle sue funzioni. Domenica 27 febbraio: il giorno del palese tentativo di golpe e l’inizio di una azione politica legalitaria e rivoluzionaria per riprenderci i destini della nostra Italia.

Massimo Morigi – 27 maggio 208

IL GUARDIANO DELLA (AUGURABILMENTE DEFUNTA) COSTITUZIONE REALE, di Massimo Morigi

IL GUARDIANO DELLA (AUGURABILMENTE DEFUNTA) COSTITUZIONE REALE

 

Di Massimo Morigi

 

Nel momento in cui sto scrivendo questa breve nota, per l’esattezza il pomeriggio di mercoledì 23 maggio 2018, non è dato ancora sapere se il nostro Presidente della Repubblica e banale dicitore in servizio permanente effettivo convocherà al Quirinale il prof. Giuseppe Conte e, dettaglio ancor più importante, alla fine si acconcerà di accettare il molto più sostanzioso e (inquietante dal  punto di vista della massima carica dello Stato) prof. Paolo Savona a guidare lo strategico ministero dell’economia. Si tratta indubbiamente di una penosa situazione di stallo che, per farla breve, non contribuisce certo a livello di pubblica opinione interna ed anche di credibilità internazionale, a dare una buona immagine dell’attuale presidenza della Repubblica (questo  soprattutto per quanto riguarda l’opinione pubblica italiana) e a restituire un profilo minimamente decentemente democratico-rappresentativo del nostro sistema politico, che si deve (o meglio si dovrebbe) confrontare con i grandi agenti strategici internazionali, siano questi altri stati nazionali o agenti strategici di natura privata ma che detengono un potere reale pari o superiore agli stati nazionali. Ma tant’è questo è lo stato dell’arte dell’attuale politica italiana e piuttosto che inveire, cercare quindi di far ascoltare (invano) i nostri modesti ragli al Cielo e sperare che, alla fine, un minimo di buonsenso politico prevalga nella nostra massima carica dello Stato, meglio è analizzare, appunto, con un occhio un po’ più distaccato e reso acuto da una prospettiva logico-teorica e storica, questa misera situazione andando così al di là delle indubbie manchevolezze sia sul piano retorico che sul piano della  più elementare phronesis politica è solito mostrare il capo dello Stato italiano. E quindi per spezzare una lancia a suo favore, bisogna immediatamente dire che nell’attuale comportamento dilatorio il nostro capo dello Stato fa veramente (e giustamente dal suo punto di vista) valere le sue prerogative costituzionalmente garantite, ma non nel senso da lui sostenuto che, in ultima istanza, spetta a lui nominare il Presidente del Consiglio dei Ministri (art. 92. Cost.: «Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.»), articolo 92 in cui l’ambiguità del dettato dà ragione a qualsiasi comportamento il Presidente della Repubblica voglia adottare nella specifica circostanza, ma le fa pienamente valere riguardo non a questo ambiguo dettato formale ma riguardo ad un altro articolo della costituzione, l’articolo 11 che, per la sua importanza, citiamo anch’esso per intero: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.» Cosa c’entra l’articolo 11 della Costituzione Italiana con il rispetto delle prerogative del Presidente della Repubblica? Apparentemente nulla: nella sostanza tutto: e diciamo tutto, perché, al di là della retorica sulla Costituzione italiana come la costituzione più bella del mondo, “bellezza” che  retoricamente trova una delle sue massime espressioni nel ripudio della guerra, l’articolo 11 è il riassunto della condizione coloniale dell’Italia dopo il secondo conflitto mondiale, una condizione dove formalmente veniva mantenuta la piena statualità dell’Italia ma dove questa piena statualità non era altro che una fictio iuris perché in Costituzione veniva riconosciuta (ed anzi incoraggiata con retorica pacifista) la possibilità che lo Stato italiano potesse cedere quote della sua sovranità. Il presidente della Repubblica, quindi, ostacolando in tutti i modi l’assunzione delle responsabilità governative da parte delle cosiddette forze populiste e sovraniste, non fa altro che cercare mantenere integro e pienamente vigente il vero nucleo palpitante della nostra Costituzione (che ha giurato di rispettare, e quindi egli col suo comportamento delatorio e ostile verso queste forze non fa altro che fare il suo dovere), vera e propria teleologia costituzionale che dice che l’Italia ha perso definitivamente e per sempre la sua sovranità. Del resto che il nodo della Costituzione scritta italiana nonché di quella materiale sia quello della sovranità (negata e conculcata) ce lo suggerisce non solo la storia del  settantennio postfascista della Repubblica Italiana ma anche quel minimo di logica giuridica che dovrebbe essere impiegata in materia di diritto, e questo minimo di logica giuridica ci suggerisce l’elementare verità che quando disposto dall’articolo 11 in materia di sovranità è, de iure, un processo irreversibile per il semplice fatto che una volta ceduta la sovranità ad un altro soggetto è quest’altro soggetto il detentore della stessa e quindi è impossibile tornare indietro qualora non si sia contenti del comportamento del nuovo detentore della sovranità. In altre parole l’articolo 11 della Costituzione italiana configura la situazione di un patto hobbessiano, dove sì gli uomini conferiscono a un sovrano le loro illimitate prerogative derivategli dal diritto di natura ma questo conferimento, al contrario che nel patto lockiano in cui il sovrano può essere revocato o rovesciato se non compie il suo dovere di difendere e rispettare le libertà  e le proprietà dei sudditi,  non è più reversibile anche se il sovrano, ahimè, si dovesse rivelare un tiranno nemico del popolo. Nel Leviatano recita infatti il patto hobbessiano: «Io autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest’uomo o a questa assemblea di uomini, a questa condizione, che tu gli ceda il tuo diritto, e autorizzi tutte le sue azioni in maniera simile. Fatto ciò, la moltitudiine così unita in una persona viene chiamata uno stato, in latino civitas. Questa è la generazione di quel grande Leviatano o piuttosto –  per parlare con più riverenza –  di quel Dio mortale, al quale noi dobbiamo, sotto il Dio immortale, la nostra pace e la nostra difesa». Nel Leviatano l’irrevocabilità del patto è quindi prima di tutto  all’interno della logica stessa di quel tipo di patto, caratterizzato dal fatto che i cittadini non si sono accordati fra loro di nominare un sovrano – come invece in buona sostanza accade in Locke e alla luce di una teleologia del patto stesso legata ai risultati che sarà in grado di conseguire il sovrano –  ma si sono accordati fra loro di cedere la propria sovranità per arrivare alla costruzione del sovrano e logicamente, una volta ceduta la sovranità a favore di un terzo, non è più possibile tornare indietro. Siccome nella realtà dell’articolo 11 l’impossibilità di tornare indietro dalla cessione della sovranità non viene palesemente espressa alla luce di una argomentazione logica (difficilmente si potrebbe farlo in una costituzione, il cui compito è enunciare principi e le principali linee guida dello Stato e non certo di giustificarle in dottrina), potrebbe sembrare che questa digressione hobbessiana sia forse interessante ma forse non pienamente attinente al giudizio che si deve fornire sul comportamento del Presidente della Repubblica nei confronti delle forze populiste e sovraniste che vogliano andare al potere e sul (pietoso) stato della sovranità del nostro Paese. In realtà, oltre che una puntualizzazione logico-giuridica in merito alla irreversibilità de iure del processo della cessione della  sovranità contemplata dall’articolo 11 della Costituzione, la digressione ci consente anche di fare il punto in merito all’attuale stato pietoso dell’attuale scienza politica italiana. Attuale stato pietoso della scienza politica italiana, della cui condizione pensiamo possa essere preso a simbolo il magistero di Gianfranco Pasquino, che riguardo all’articolo 11, con totale cecità e manipolazione storica (e totale ridicola assenza di  ragionamento logico-giuridico) è arrivato a scrivere:  «L’elaborazione della nostra Costituzione è avvenuta nel difficilissimo periodo dei primi anni del dopoguerra e della ricostruzione quando bisognava risollevare il paese sia materialmente che moralmente. Il nostro paese si impegna a partecipare alle organizzazioni internazionali che promuovono la pace e la giustizia fra i popoli. L’impegno che si è assunto la nostra Repubblica, fin dalla sua nascita, è stato di partecipare alla creazione di un ordinamento mondiale più giusto, che potesse esprimere quei valori fondamentali, considerati come cardine della vita democratica. In tale prospettiva, l’Italia aderisce all’Organizzazione delle Nazioni Unite, nel dicembre del 1955. L’ONU, costituitosi ufficialmente il 24 ottobre del 1945 sulla disciolta Società delle Nazioni, ha nel suo statuto, come programma, quello di garantire alle nazioni del mondo, la pace e il progresso della democrazia come pure l’affermazione del rigoroso rispetto per i diritti e le pari dignità di tutti gli stati, sia grandi che piccoli. L’articolo 11 della Costituzione fu scritto e pensato anche per consentire l’adesione dell’Italia all’ONU che richiedeva, come condizione essenziale per tale adesione, che lo stato si fosse dichiarato “amante della pace.” Questo articolo si configura come essenziale anche per l’adesione alla Comunità Europea (1951 – anno di nascita della Comunità Europea e 1957 – Trattato di Roma). Nel preambolo della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, proclamata in occasione del Consiglio di Nizza del 7 dicembre 2000, si dichiara che i popoli europei, nel creare tra loro un’unione sempre più stretta, hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni. Diversamente da alcune costituzioni di altri paesi europei, l’articolo 11 non ha subito modifiche riguardanti l’inserimento di una esplicita clausola europea. Il mutato ordinamento politico mondiale, dopo la fine della “guerra fredda”, ha portato la comunità internazionale ad un diverso orientamento, volto a legittimare l’intervento, anche militare, nei confronti di stati in cui siano emerse emergenze umanitarie, con palese violazione dei diritti umani. (deportazioni, genocidi, stupri etnici). Tuttavia, le azioni di forza dovrebbero essere sempre condotte sotto l’egida di un’organizzazione internazionale e impedite a quegli stati che decidano l’azione di forza unilateralmente, anche se per fini umanitari.» Gli URL originari di queste perle di wishful thinking e affabulazione mitologica espresse in un linguaggio apparentemente avaloriale, che noi non commentiamo lasciando questo allegro esercizio ai lettori dell’  “Italia e il mondo”, sono https://gianfrancopasquino.com/tag/limitazioni-di-sovranita/ e https://gianfrancopasquino.com/2015/11/19/guerra-e-pace-nella-costituzione-gli-strumenti-per-una-pace-giusta/   (documento  che noi perché queste perle non vengano vanificate dalla volatilità delle fonti internet abbiamo anche provveduto a caricare  presso gli URL https://archive.org/details/LimitazioniDellaSovranita,https://ia601500.us.archive.org/15/items/LimitazioniDellaSovranita/LimitazioniDiSovranitGianfrancopasquino.html,https://archive.org/details/GuerraEPace e https://ia601503.us.archive.org/13/items/GuerraEPace/GuerraEPace.NellaCostituzioneGliStrumentiPerUnaPaceGiustaGianfrancopasquino.html): quello che a noi preme sottolineare con questa citazione è l’attuale pochezza dell’attuale pensiero politologico mainstream (di cui l’illustrissimo professore dello Studio bolognese è uno dei massimi rappresentanti), dove questa (pavida) pochezza è uno dei non minori aspetti in cui storicamente si è dipanata ed evoluta la progressiva perdita di sovranità dell’Italia avvenuta in seguito alla sconfitta militare nel secondo conflitto mondiale e certificata dalla “costituzione più bella del mondo”, in specie attraverso l’articolo 11. In conclusione: tutta la nostra umana simpatia al nostro caro Presidente della Repubblica che col suo comportamento dilatorio ed ostruttivo contro le forze populiste e sovraniste non fa altro che portare doveroso rispetto alle sue prerogative di custode della costituzione scritta e materiale italiana che all’art. 11 implica che progressivamente l’Italia perdendo la sua sovranità sia ridotta a pura colonia ma anche una ancor più grande solidarietà ed incoraggiamento al popolo italiano perché de facto, cioè con tutte le dinamiche conflittuali contemplate da una vitale Res publica, cioè detto in una parola, con la politica, sappia sbarazzarsi di tutti quei veri e propri orrori che de iure non lasciano alcuna via di scampo per la dignità del nostro paese. Con i migliori auguri quindi, oltre che di buona salute e felice vecchiaia, a che il nostro beneamato Presidente della Repubblica continui ad essere il “guardiano della Costituzione” ma di una ormai defunta costituzione, la cui difesa sia ormai affidata solo al suo solito “banale dire” –   in questo supportato dalla grande scienza politica italiana mainstream – e non alle sue augurabilmente sventate e tutt’altro che banali (e deleterie) azioni.

Massimo Morigi – 23 maggio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

 

L’elaborazione della nostra Costituzione è avvenuta nel difficilissimo periodo dei primi anni del dopoguerra e della ricostruzione quando bisognava risollevare il paese sia materialmente che moralmente. Il nostro paese si impegna a partecipare alle organizzazioni internazionali che promuovono la pace e la giustizia fra i popoli. L’impegno che si è assunto la nostra Repubblica, fin dalla sua nascita, è stato di partecipare alla creazione di un ordinamento mondiale più giusto, che potesse esprimere quei valori fondamentali, considerati come cardine della vita democratica. In tale prospettiva, l’Italia aderisce all’Organizzazione delle Nazioni Unite, nel dicembre del 1955. L’ONU, costituitosi ufficialmente il 24 ottobre del 1945 sulla disciolta Società delle Nazioni, ha nel suo statuto, come programma, quello di garantire alle nazioni del mondo, la pace e il progresso della democrazia come pure l’affermazione del rigoroso rispetto per i diritti e le pari dignità di tutti gli stati, sia grandi che piccoli. L’articolo 11 della Costituzione fu scritto e pensato anche per consentire l’adesione dell’Italia all’ONU che richiedeva, come condizione essenziale per tale adesione, che lo stato si fosse dichiarato “amante della pace.” Questo articolo si configura come essenziale anche per l’adesione alla Comunità Europea (1951 – anno di nascita della Comunità Europea e 1957 – Trattato di Roma). Nel preambolo della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, proclamata in occasione del Consiglio di Nizza del 7 dicembre 2000, si dichiara che i popoli europei, nel creare tra loro un’unione sempre più stretta, hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni. Diversamente da alcune costituzioni di altri paesi europei, l’articolo 11 non ha subito modifiche riguardanti l’inserimento di una esplicita clausola europea. Il mutato ordinamento politico mondiale, dopo la fine della “guerra fredda”, ha portato la comunità internazionale ad un diverso orientamento, volto a legittimare l’intervento, anche militare, nei confronti di stati in cui siano emerse emergenze umanitarie, con palese violazione dei diritti umani. (deportazioni, genocidi, stupri etnici). Tuttavia, le azioni di forza dovrebbero essere sempre condotte sotto l’egida di un’organizzazione internazionale e impedite a quegli stati che decidano l’azione di forza unilateralmente, anche se per fini umanitari.

 

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https://archive.org/details/GuerraEPace

https://ia601503.us.archive.org/13/items/GuerraEPace/GuerraEPace.NellaCostituzioneGliStrumentiPerUnaPaceGiustaGianfrancopasquino.html

Io autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest’uomo o a questa assemblea di uomini, a questa condizione, che tu gli ceda il tuo diritto, e autorizzi tutte le sue azioni in maniera simile. Fatto ciò, la moltitudiine così unita in una persona viene chiamata uno stato, in latino civitas. Questa è la generazione di quel grande Leviatano o piuttosto – per parlare con più riverenza – di quel Dio mortale, al quale noi dobbiamo, sotto il Dio immortale, la nostra pace e la nostra difesa…

KKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKKK

Perciò il fine grande e principale per cui gli uomini si riuniscono in comunità politiche e si sottopongono a un governo è la conservazione della loro proprietà. A questo fine infatti nello stato di natura mancano molte cose. In primo luogo manca una legge stabilita, fissa e conosciuta. In secondo luogo, nello stato di natura manca un giudice noto e imparziale, con l’autorità di decidere tutte le controversie in base ad una legge stabilita. In terzo luogo, nello stato di natura manca spesso un potere che sostenga e sorregga la sentenza, quando essa è giusta, e ne dia la dovuta esecuzione. Ma, sebbene gli uomini, quando entrano a far parte della società, rinuncino all’eguaglianza, libertà e potere esecutivo che avevano nello stato di natura, per riporre queste cose nelle mani della società, affinché il potere legislativo ne disponga nella misura richiesta dal bene della società, tuttavia, poiché ciascuno fa ciò soltanto con l’intenzione di meglio conservare per se stesso la libertà e la proprietà (dal momento che non si può supporre che nessuna creatura razionale cambi la propria condizione con l’intenzione di peggiorarla), non si può mai supporre che il potere della società, ossia il potere legislativo costituito dai membri della società, si estenda al di là del bene comune; anzi esso è obbligato ad assicurare a ciascuno la sua proprietà, prendendo provvedimenti contro quei tre difetti sopra menzionati, che fanno lo stato di natura cosí insicuro e disagevole. Perciò chiunque abbia il potere legislativo, ossia il potere supremo, di una comunità politica, è tenuto a governare con leggi stabilite e fisse, promulgate e rese note al popolo, e non con decreti estemporanei; deve servirsi di giudici imparziali e giusti, che devono decidere le controversie in base a quelle leggi; deve impiegare la forza della comunità all’interno soltanto per eseguire quelle leggi, o all’esterno per prevenire o riparare torti provocati da stranieri, e assicurare la comunità da incursioni e invasioni. E tutto ciò deve essere diretto a nessun altro fine, se non alla pace, alla sicurezza e al bene pubblico del popolo.

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GUERRA E PACE. Nella Costituzione gli strumenti per una pace giusta

NOVEMBRE 19, 2015 8:00 AM / 1 COMMENTOSU GUERRA E PACE. NELLA COSTITUZIONE GLI STRUMENTI PER UNA PACE GIUSTA

 

Il testo che pubblichiamo è il commento all’art. 11 della Costituzione italiana scritto da Gianfranco Pasquino per il suo libro La Costituzione in trenta lezioni (UTET, fine gennaio 2016)

 

La vita della maggioranza dei Costituenti italiani era stata segnata da due guerre mondiali e dall’oppressione del regime fascista nato sulle ceneri della Prima Guerra Mondiale e pienamente responsabile della partecipazione alla Seconda. In nome di un nazionalismo malposto e esasperato, il fascismo aveva causato enormi danni all’Italia entrando in una guerra di conquista e perdendola con il sacrificio di molte vite e della stessa dignità nazionale. L’art. 11 è il prodotto di una riflessione sull’esperienza storica, non soltanto italiana, e del tentativo di porre le premesse affinché sia bandito qualsiasi ricorso alla guerra ‘come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’. Il ripudio, questo è il termine usato nell’articolo, è, al tempo stesso rinuncia e condanna della guerra, più precisamente di esplicite guerre di offesa e aggressione. Il ripudio della guerra non è in nessun modo interpretabile come l’espressione di un pacifismo assoluto e, il seguito dell’articolo lo dice chiaramente, neppure come neutralismo. Al contrario, per assicurare ‘la pace e la giustizia fra le Nazioni’, l’Italia dichiara la sua disponibilità a limitazioni di sovranità e a promuovere e favorire ‘le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo’. Naturalmente, la Costituzione riconosce che lo Stato italiano mantiene il diritto di difendere, anche con il ricorso alle armi, il suo territorio e la sua popolazione. Tuttavia, qualsiasi reazione militare deve essere proporzionata alla sfida e non deve sfociare in nessuna conquista territoriale. Coerentemente, neppure le azioni militari condotte sotto l’egida delle organizzazioni internazionali debbono mirare a e tantomeno possono concludersi, per uno o più dei partecipanti, con guadagni territoriali, ai quali l’Italia ha l’obbligo costituzionale e politico di opporsi.

Le limitazioni alla sovranità italiana derivano dall’adesione, deliberata e approvata dal Parlamento, a tutte le organizzazioni internazionali, ma, in particolare, per quello che attiene alla guerra (e alla pace), alla NATO, alle Nazioni Unite e all’Unione Europea. In seguito alla sua adesione, l’Italia si è impegnata a partecipare alle attività decise in ciascuna di quelle sedi, quindi anche ad attività che implichino il ricorso ad azioni di natura militare. Talvolta, queste azioni sono problematiche poiché in non pochi casi vanno contro il principio di non ingerenza negli affari interni di uno o più Stati. Il principio guida di questa giustificabile ingerenza è dato dai rischi e dai pericoli ai quali sono effettivamente esposte le popolazioni di quegli Stati ovvero una parte di loro. Le missioni militari ‘umanitarie’, a favore delle popolazioni, alle quali l’Italia ha il dovere di prendere parte, sono quelle deliberate nelle organizzazioni internazionali, in modo speciale, l’ONU e, quando è minacciata l’indipendenza e l’integrità di uno Stato membro, la NATO. Possono avere una durata indefinita nella misura in cui servono ad alcuni popoli e ad alcuni governanti per costruire le strutture statali indispensabili alla difesa contro pericoli esterni e alla creazione di ordine politico interno rispettoso dei diritti civili e politici dei cittadini.

Nel secondo dopoguerra, in particolare, dopo la caduta del muro di Berlino, si sono moltiplicate le occasioni, da un lato, di oppressione delle loro popolazioni ad opera dei rispettivi dittatori, dall’altro di vere e proprie guerre civili, soprattutto nel Medio-Oriente e in Africa, ma anche nei Balcani. Seppure con qualche controversia interna, tutte le volte che l’Italia è stata chiamata in causa ha risposto positivamente in applicazione degli impegni e dei compiti derivanti dalla sua appartenenza all’ONU e alla NATO. Naturalmente, la valutazione della efficacia, dei costi e degli effetti, e della costituzionalità dell’attività delle missioni militari italiane all’estero e della eventuale necessità di una loro prosecuzione rimane nelle mani del Parlamento.

Che la pace, duratura e giusta, che non significa mai puramente e semplicemente assenza di conflitto armato, possa essere conseguita soltanto fra regimi democratici, lo scrisse memorabilmente il grande filosofo illuminista prussiano Immanuel Kant nel suo breve saggio Per la pace perpetua (1795). In un certo senso, questo obiettivo di pace è stato perseguito anche dall’Unione Europea delle cui organizzazioni l’Italia ha fatto parte fin dall’inizio (1949). Nel 2012 all’Unione Europea è stato attribuito il Premio Nobel per la pace con la motivazione di avere effettuato grandi ‘progressi nella pace e nella riconciliazione’ e per avere garantito ‘la democrazia e i diritti umani’ nel suo ambito che è venuto allargandosi nel corso del tempo fino a ricomprendere ventotto Stati-membri. A sua volta ognuno degli Stati-membri dell’Unione Europea deve avere e mantenere un ordinamento interno democratico e deve accettare le limitazioni di sovranità che conseguono alla sua adesione all’Unione. Preveggente, l’art. 11 della Costituzione mette la parola fine al nazionalismo, non soltanto bellico, ma autarchico e isolazionista, aprendo la strada a molteplici forme di collaborazione internazionale e sovranazionale che costituiscono la migliore modalità per garantire la pace nella giustizia sociale.

Pubblicato il 18 novembre 2015

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NELLE OMBRE DEL DOMANI (SECONDA RECENSIONE CUMULATIVA A TEODORO KLITSCHE DE LA GRANGE), di Massimo Morigi

NELLE OMBRE DEL DOMANI: REALISMO POLITICO FRA KATARGĒSIS MESSIANICA DELLA LEGGE E CRISI DI CIVILTÀ (SECONDA RECENSIONE CUMULATIVA A TEODORO KLITSCHE DE LA GRANGE)

 

Di Massimo Morigi

 

 

Per le pagine dell Italia e il mondo questa è la seconda volta che intervengo sui contributi dati su questo sito di geopolitica e cultura politica da Teodoro Klitsche de la Grange e nella prima Recensione cumulativa su questo acutissimo esploratore del poliltico” (presso l’URL http://italiaeilmondo.com/2018/04/07/da-massimo-morigi-a-teodoro-klitsche-de-la-grange_a-proposito-del-realismo-politico-di-massimo-morigi/; WebCite http://www.webcitation.org/6yWOwnGz7 e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2018%2F04%2F07%2Fda-massimo-morigi-a-teodoro-klitsche-de-la-grange_a-proposito-del-realismo-politico-di-massimo-morigi%2F&date=2018-04-08), avevo individuato nel pensiero del La Grange un “punto di caduta” che non solo sintetizzava il nucleo generatore dei contributi che questo pensatore aveva precedentemente offerto ai lettori dell’ “Italia e il mondo” ma che, soprattutto, dava la misura della profondità del suo pensiero. Tale “punto di caduta” lo si poteva ben estrapolare dal suo contributo per “L’Italia e il mondo” che reca il titolo  Nota su dipendenza degli stati e globalizzazione (URL: (http://italiaeilmondo.com/?s=NOTE+SU+DIPENDENZA+DEGLI+STATI e  http://www.webcitation.org/6yPGjFeLj) e quindi per proseguire nel nostro discorso cito direttamente quanto avevo scritto su questo contributo nella prima Recensione cumulativa al nostro: «Se consideriamo le vicende umane (politiche, economiche, culturali ma anche semplicemente esistenziali sul piano privato) da un punto di vista realista e quindi teologico, per tutte queste vicende esiste un “punto di caduta”, un momento di risoluzione sia simbolico che di indicazione delle linee di azione e di comprensione della azione e/o della situazione, che ci permette non solo di definire queste vicende ma anche di indicarci la direzione per un nostro attivo intervento sulle stesse. Ora, a mio giudizio il “punto di caduta” dei quattro articoli che  Teodoro Klitsche de la Grange ha gentilmente concesso ai lettori dell’ “Italia e il mondo” ed anche la prova della dimensione autenticamente rinnovatrice e creatrice del suo realismo, può essere colto a pieno dalle seguenti parole che cito dalla chiusa di Nota su dipendenza degli stati e globalizzazione: «Che «forza» e «legge» siano modi di combattere, come scrive Machiavelli, ossia d’imporre la propria volontà, è spesso dimenticato; così del pari, è – anche se in misura minore – trascurato che forza e legge sono anche modi di governare, non (totalmente) alternativi, ma piuttosto complementari. La «legge» senza forza è inutile: la forza senza legge è arbitrio violento. Nella realtà occorrono entrambi. Se la combinazione di forza e regola è la normalità del governo dei gruppi umani, così come il potere responsabile è l’ordinatore ideale, quello che si profila nel mondo globalizzato appare tra i meno preferibili. Perché si risolve nell’affidare prevalentemente alla forza e all’astuzia (del potere esistente) il massimo della potenza disponibile senza la prospettiva che possa riuscire a creare un ordine che sia veramente tale.»»

Ora i nuovi e successivi contributi di Teodoro Klitsche de la Grange per LItalia e il mondo, Parassitario o predatorio, Miti giuridici e regolarità politiche, Presentazione a dallo Stato di diritto al neocostituzionalismo, Virtù e stato moderno (agli URL: http://italiaeilmondo.com/2018/04/11/parassitario-o-predatorio-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/http://www.webcitation.org/6yitCilDz;http://italiaeilmondo.com/2018/04/17/miti-giuridici-e-regolarita-politiche-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/ e http://www.webcitation.org/6ynTQVKMO;http://italiaeilmondo.com/2018/04/23/presentazione-a-dallo-stato-di-diritto-al-neo-costituzionalismo-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/ e http://www.webcitation.org/6ywEcDbMi;http://italiaeilmondo.com/2018/05/01/virtu-e-stato-moderno-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/ e http://www.webcitation.org/6z8QWvcz5), oltre a confermare che il nucleo generatore del pensiero di La Grange è la dialettica fra la forza e la legge, segnalano anche che per La Grange allo stato attuale, allo stato cioè che è giunta la nostra civiltà giuridica occidentale, questa dialettica fra forza e legge non sta assolutamente trovando un superiore momento di composizione in una nuova moderna Polis in cui, pur con tutte le mediazioni ed attenuazioni che inevitabilmente si trascina con sé la prassi politica ed economica, sia l’aristotelico Zoon politikon il protagonista (detto nei termini dell’odierna vulgata liberal-liberista democraticistica: in una forma politica dove sia la partecipazione democratica il motore della vita pubblica, vulgata, cioè volgarizzazione dell’originario discorso dello stagirita, che ha trovato in Italia la sua massima espressione nella canzoncina di un noto e da non moltissimo scomparso italico chansonnier che recitava: “La libertà è partecipazione”: sul tema della libertà vista sì come “partecipazione” ma una partecipazione che non si risolva nelle prendere parte ad un gioco infantile e in cui i ruoli siano assegnati dal maestro d’asilo ma sia un’autentica partecipazione che si sostanzi in una condivisione per tutti i soggetti politici, persone fisiche o persone sociali che siano, degli spazi di potere, in un concetto di libertà del Repubblicanesimo Geopolitico per il quale libertà, in ultima analisi, si risolve nella dialettica permanenza ed evoluzione di autonomi e distinti spazi di  potere e in una interpretazione del Repubblicanesimo Geopolitico della libertà in ottica realista machiavelliana e che giudica come flebili ipostasi il concetto di libertà del liberalismo come assenza di costrizione e quella dell’odierno  neorepubblicanesimo  come assenza di dominio, cfr. gli URL: https://corrieredellacollera.com/2013/11/23/alla-ricerca-dellidentita-italiana-di-massimo-morigi/https://corrieredellacollera.com/2013/11/28/alla-ricerca-della-identita-italiana-dialogo-tra-morigi-e-stefanini/ e relativi “congelamenti” di questi stessi URL: http://www.webcitation.org/6aNTUJQ82, http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fcorrieredellacollera.com%2F2013%2F11%2F23%2Falla-ricerca-dellidentita-italiana-di-massimo-morigi%2F&date=2015-07-29, http://www.webcitation.org/6aNSrbd66    e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fcorrieredellacollera.com%2F2013%2F11%2F28%2Falla-ricerca-della-identita-italiana-dialogo-tra-morigi-e-stefanini%2F&date=2015-07-29 ; e il tema del degrado semantico dei termini politici, tipico esempio sopracitato la libertà come assenza di costrizione o come assenza di dominio, si potrebbe dire costituire l’altro tema di fondo dei ragionamenti del La Grange, problema che in questo nostro odierno contributo solo accenniamo ma che affronteremo meglio in un  successivo intervento –  per il quale La Grange ci offre già numerosi spunti in Miti giuridici e regolarità politiche –  e nel quale, a nostro giudizio, la via di fuga da questo  degrado semantico – mitologie politiche, religiose e/o parareligiose con conseguente collegato degrado semantico nel lessico della politica che è problema comunque da noi già affrontato in La democrazia che sognò le fate. Stato di Eccezione, Teoria dell’Alieno e del Terrorista e Repubblicanesimo Geopolitico, agli URL https://archive.org/details/LaDemocraziaCheSognLeFatestatoDiEccezioneTeoriaDellalienoE_913 e https://ia801601.us.archive.org/28/items/LaDemocraziaCheSognLeFatestatoDiEccezioneTeoriaDellalienoE_913/LaDemocraziaCheSognLeFate.StatoDiEccezioneTeoriaDellalienoEDelTerroristaERepubblicanesimoGeopolitico.pdf  – è costituito dal mito-non mito dell’epifania strategica di cui abbiamo già detto parlando del Repubblicanesimo Geopolitico e sul quale il realismo politico di La Grange ci offre una interessantissima sponda dialogante), ma protagonista è la forza di chi, detenendo le leve del potere politico, economico e culturale, riesce a camuffare una dittatura di fatto che non ammette deroghe o dissidenze rispetto ai principi universalistici dirittoumanistici in politica e, a livello giuridico, al progetto (totalmente ideologico nelle illusioni che suscita ma terribilmente concreto per i suoi effetti liberticidi) di una giurisdizione mondiale il cui potere sia sovraordinato al potere degli stati nazionali.

Ma se si trattasse “solamente” di questo, se si trattasse cioè “solamente” del fatto che nella nuova situazione dello sviluppo di uno pseudopotere giudiziario mondiale gli spazi di azione dello Zoon polikon vengono ridotti a tal punto da trovarci di fronte più che un animale politico ad una sorta di uomo ridotto in schiavitù (ovviamente in schiavitù strictu sensu solo politicamente parlando, perché dal punto di vista dell’ attuale imperante fraudolenta narrazione economicista, anche sotto questo inedito regime tirannico continua a  perpetuarsi l’ideologia dell’individualismo metodologico e del libero mercato), cinicamente parlando e sulla scorta di un ritorno alla lettera del pensiero elitista si potrebbe in fondo affermare che nihil sub sole novi e che con la nuova situazione prodotta dall’ideologia di una giurisdizione mondiale sovraordinata agli Stati non è successo nulla di nuovo tranne il fatto, indubbiamente importante ma, in fondo,  riconosciuto  e da sempre risaputo da coloro che professionalmente si occupano delle reali ed effettuali dinamiche politiche (cioè coloro,  sociologi, storici, filosofi o politologi che siano. che interpretano queste dinamiche alla luce del pensiero realista) che la democrazia ha così oggi rivelato la sua natura di narrazione puramente ideologica e volta al dominio delle masse da parte di ristrette élite.

Ma La Grange va ben oltre questo livello di semplice (anche se essenziale) lettura e a questo punto ci fornisce con sfolgorante chiarezza due ulteriori elementi che integrandosi con la presa di coscienza della natura sempre più evanescente ed ideologica delle attuali forme politiche democratiche (noi affermiamo anche delle passate …) rendono il quadro generale ancora più cupo. Il primo elemento ci viene magistralmente restituito dal suo contributo Parassitario o predatorio, nel quale, attraverso l’elementare ed euristicamente assai efficace classificazione che il rapporto fra dominatore e dominato deve necessariamente rientrare in una delle tre classificazioni di ‘tutoriale’. ‘parassitario’ e ‘predatorio’, mostra, dati economici alla mano, che particolarmente in Italia (ma il discorso per La Grange vale anche se in forma più attenuta – e noi ovviamente concordiamo – per tutte le altre moderne democrazie industriali) negli ultimi due decenni tale rapporto non può essere non essere qualificato che di tipo prevalentemente predatorio, con la sottolineatura, chiara consapevolezza che permea anche  tutti gli altri nuovi contributi forniti dal La Grange, che questa predazione va di pari passo con l’affermarsi dell’ideologia di una giurisdizione mondiale sovraordinata agli stati nazionali (e, come potrebbe essere diversamente, ci dice in questi suoi contributi La Grange, se ai cittadini era prima difficile far sentire la propria voce anche di fronte al semplice e vecchio Stato nazionale?, come è possibile ora farsi ascoltare di fronte ad uno Stato sempre più assente che, col pretesto di un diritto universale ed universalistico, sta delegando sempre più il suo potere ad impersonali e spietati poteri sovranazionali?).

Su questa particolare classificazione tripartita delle forme di dominio valgano due veloci considerazioni. La prima è che la classificazione del dominio in ‘tutoriale’, ‘parissatario’ e ‘predatorio’ è un decisivo passo in avanti per superare il ‘paradosso Carl Schmitt’, paradosso che emerge dalla evidente constatazione che  se polarizzazione amico/nemico del Kronjurist del Terzo Reich  riesce a rappresentarci l’anatomia del conflitto non riesce parimenti a restituircene la fisiologia (come abbiamo più volte ripetuto, a fianco – ed in stretto dialettico contatto e rapporto con –  del conflitto e/o del rapporto amicale, in politica come in natura si hanno rapporti di collaborazione e/o simbiotici che come escludono l’inimicizia nulla hanno a che fare con l’amicizia, e Carl Schmitt era tanto consapevole di questo paradosso che una volta andato al potere il nazismo, una volta cioè che strumentalmente non era più necessaria questa rigida polarizzazione molto utile anche a fine mobilitatori contro la Repubblica di Weimar, cercò di edulcorare questa pur fondamentale acquisizione del suo pensiero spostando l’accento sul koncrete Ordnungsdenken ), e la tripartizione presentatici dal La Grange è una fondamentale precisazione soprattutto per quanto accade dentro il ‘perimetro dell’ amico’, amico sì ma, per dirla volgarmente, per fotterlo meglio e senza che questo possa formalmente appellarsi a nessuna ragione etica o politica per ribellarsi, come invece accade quando si è di fronte di fronte ad un dichiarato e palese nemico.

La seconda considerazione in merito alla tripartizione delle forme di dominio presentate dal La Grange ci viene dalla seguente osservazione che possiamo leggere sempre in Parassitario o predatorio: «Anche se, nell’assetto predatorio l’uso della violenza è sistematico, ciò che lo rende qualitativamente diverso è l’assenza di limiti giuridici (nel tipo ideale) e (almeno) la loro minimizzazione (nelle situazioni concrete)». Questo passaggio rende fortissima l’assonanza della tripartizione delle forme di dominio presentataci dal La Grange con la ‘Teoria della distruzione del valore’ (Teoria della distruzione del valore. Teoria fondativa del Repubblicanesimo Geopolitico e per il superamento/conservazione del marxismo. Agli URL https://archive.org/details/TeoriaDellaDistruzioneDelValore_792 e https://ia800306.us.archive.org/24/items/TeoriaDellaDistruzioneDelValore_792/TeoriaDellaDistruzioneDelValore.pdf), la quale partendo dalla teoria  dell’appropriazione del plusvalore, rovescia questa lettura marxiana dell’avvento del capitalismo industriale  affermando che il trionfo sul proscenio della storia  della  classi capitalistico-industriali non è connotata dall’esproprio del valore del lavoro prodotto dal dipendente operaio nella misura in cui non si può andare oltre per la sopravvivenza dell’operaio stesso ma, al contrario, è basata sul metodico annientamento del valore di questo lavoro al fine di potersene appropriare a basso costo senza che questo processo possa essere ostacolato da vincoli giuridici e/o politici, del tutto inutili a tutelare il lavoratore operaio vista la disparità di forze fra i capitalisti industriali  e il proletariato operaio di fabbrica che ha assistito – ed è stato indebolito dalla –  alla distruzione del valore del lavoro dell’originaria classe artigianale e/o di piccolo proprietario (e, al di là del processo  delle ‘distruzioni del valore’ avvenute in epoca moderna dell’annientamento da parte delle classi capitaliste del valore sociale e direttamente derivante dal lavoro delle originarie classi artigiane, uno degli eventi che più si presta ad assumere il ruolo di idealtipo per questa dinamica illustrata dalla suddetta teoria è, per quanto riguarda la storia antica, la distruzione ad opera di Roma di Cartagine – per la storia contemporanea il tentativo del nazismo di distruggere la presenza ebraica in Europa e la volontà di sterminio anche delle popolazioni slave sempre del nazismo: in entrambi i casi, al di là dei vari pretesti ideologici, il tentativo di insediarsi tramite genocidio in nuove nicchie strategiche di potere –, dove accadde che  Roma, alla fine, non volle neppure instaurare con Cartagine un rapporto predatorio ma letteralmente la distrusse ab imis fundamentis: la differenza con quanto avvenuto con l’affermazione del capitalismo industriale è che in questo caso si trattò di una distruzione manu militari e non alterando i rapporti di forza fra le classi sociali; l’analogia, molto più significativa della differenza, è che nell’uno come nell’altro caso si liberarono delle nicchie ecologiche di potere – Mar mediterraneo per i romani, creazione di una “libera” economia di mercato svincolata da limiti giuridici nel caso della rivoluzione industriale – , che aprirono nuovi spazi di manovra strategici a quegli agenti che seppure prevalere – e distruggere –  su coloro che dovettero subire questo processo: agenti omega-strategici, Cartagine e i piccoli artigiani e proprietari costretti a riconvertirsi in proletariato di fabbrica; agenti alfa-strategici, Roma e i capitalisti industriali. Per meglio approfondire questa terminologia afferente alla ‘Teoria della distruzione del valore’ si rinvia ancora all’URL appena citato).

Comunque, in attesa di una proficua integrazione fra la tripartizione presentataci dal La Grange e la ‘Teoria della distruzione del valore’, in Teodoro Klitsche de la Grange siamo veramente in presenza di un  attentissimo e fondamentale lavoro intorno a quelle categorie dello strategicoche Carl Schmitt non ebbe la forza (ma sarebbe meglio dire: il coraggio) di enunciare e sviluppare fino in fondo, poggiando le sue categorie del politicoprincipalmente sulla dicotomia amico/nemico e qui fermandosi ed anzi retrocedendo nel koncrete Ordnungsdenken,  sia perché da cattolico conservatore questa enunciazione così dicotomica confliggeva con la visione gerarchizzata della società della Chiesa cattolica sia perché era divenuta scomoda ed impraticabile una volta arrivato al potere il nazismo, il quale era sì basato sulla creazione di un nemico ma si trattava di un nemico da espellere dalla società e quindi da distruggere e certamente non ritenuto dal punto di vista logico un elemento costitutivo del politico (il nemico era, ovviamente, la rivoluzione comunista – questo sia per la Chiesa cattolica e per il nazismo –  e lebreo – questo solo per il nazismo –  e una volta affermatosi il nazismo non era più conveniente per nessuno dare mostra di una visione così profondamente realista ma, proprio in ragione del suo superiore realismo, anche, in ultima analisi, con una impostazione così terribilmente  machiavellianamente dinamica della società che confliggeva sia con la conservatrice, anche se antirazzista – e religiosamente universalistica –   dottrina sociale della Chiesa  sia con ledificazione del – follemente particolaristico – totalitarismo razzista del nazionalsocialismo).

Veniamo ora al secondo elemento di riflessione che ci restituisce la lettura di questi ultimi interventi del La Grange e si tratta della seguente considerazione: se le  forme di dominio  Ancien Régime che precedettero la Rivoluzione francese  cercarono di approssimarsi ad una forma di potere assoluto, cioè detto più tecnicamente,  attorno ad un sovrano legibus solutus (libero dal dominio della legge: in realtà il Re Sole era svincolato dallobbedire alla legge positiva ma non alla legge morale e il vero ed integrale sovrano legibus solutus ha fatto la sua comparsa solo con i totalitarismi del XX secolo, i cui sovrani portati alla ribalta dalla parossistica esaltazione del politicofurono, de facto quando non de iure, totalmente  e manifestamente svincolati anche dalla morale), oggi la forma di potere politico ed economico che utilizza come manto per coprire le sue forme di dominio le dottrine neocostituzionaliste (e quindi, a livello di loro volgarizzazione popolare, le mitologie politiche universalistiche e dirittoumanistiche di cui abbiamo già detto), si configura come  potere che sempre più si vuole  svincolare dal politico(ovviamente dal  politicoaristotelicamente inteso che ha per protagonista lo Zoon Politikon), si configura cioè come un potere sempre di natura totalitaria,  ma non più  come un totalitarismo legibus solutus ma Res publica solutus (rispetto ai totalitarismi vecchi e nuovi del Novecento, discorso comunque a parte deve essere fatto per lassolutismo dell Ancien Régime che, nonostante il monopolio del politico, riconosceva formalmente unautonomia della società, anche se – de facto –  sorvegliatissima, pesantissimamente eterodiretta e sovente palesemente negata e conculcata, vedi, a seguito della revoca voluta da Luigi XIV delleditto di Nantes originariamente emanato  da Enrico IV nel 1598, la persecuzione dei protestanti francesi tramite le dragonnades, fino a giungere allespulsione degli ugonotti dal suolo francese ).

 Ed è ancora in  Miti giuridici e regolarità politiche che viene chiaramente individuata la natura mitologica (e profondamente regressiva) di questa distopia di quello che abbiamo appena definito un potere Res publica solutus, a sua volta frutto maturo e terminale del neocostituzionalismo giuridico e delle conseguenti mitologie politiche universalistiche per le quali il nemico da abbattere è la decisione politica: «Il primo [di questi miti politici] è il mito tecnocratico, cioè quello espresso nel modo più conseguenziale e deciso da Saint-Simon, ovvero della società in cui l’amministrazione delle cose sostituirà il governo degli uomini. In realtà nessuno l’ha visto realizzarsi, se non nel coro adulatorio di qualche governo sedicente tale  (e di corta durata). Ciò perché la natura (e l’inconveniente) del potere è tale che  oscilla tra i due abissi dell’oppressione e dell’anarchia, come sosteneva de Maistre. Un governo forte è tentato di opprimere: ma se debole è impotente a tutelare. Per cui il pensatore controrivoluzionario sosteneva che la società umana è in mezzo a questi abissi (cioè non basta che un governo sia tecnocratico perché non abbia necessità di comandare). Nella realtà certi governi (tecnici) finiscono per risolvere  a modo loro tale alternativa: sono insieme deboli nel proteggere, ma forti nell’opprimere (finiscono col realizzare l’inverso della situazione ottimale). […] Quanto al mito tecnocratico, si fonda sull’illusione che gli uomini possono non essere governati, ossia che non sia necessario il rapporto di comando/obbedienza: peraltro pone l’accento sulla capacità tecnica dei governanti (che, a dirla tutta, non guasta) ma è comunque subordinata al consenso politico, al rapporto governati-governanti.»

Sorvoliamo,  per carità di patria, di utilizzare queste sfolgoranti ed illuminanti parole  di La Grange sul mito tecnocratico e sulle sue terribili conseguenze contro la natura intimamente strategica dell’uomo (natura dialettico-strategica dell’uomo da noi già discussa alla luce della filosofia della prassi dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci e di Storia e coscienza di Classe di György Lukács in Dialecticvs Nvncivs. Il punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico attraverso i Quaderni del Carcere e Storia e Coscienza di Classe per il rovesciamento della gerarchia della spiegazione meccanicistico-causale e dialettico-conflittuale, per il rinnovamento degli studi marxiani e marxisti e per l’ Aufhebung della gramsciana e lukacsiana Filosofia della Praxis, agli URL https://archive.org/details/DialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopolitico_866 e https://ia801603.us.archive.org/7/items/DialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopolitico_866/DialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopoliticoAttraversoIQuaderniDelCarcereEStoriaECoscienzaDiClasse.pdf, tema della strategicità dialettica dell’uomo  che verrà poi ripreso anche in  Flectere Si Nequeo Superos Acheronta Movebo (Nelle Ombre del Domani): Delio Cantimori, Carl Schmitt e il Romanticismo Politico del Repubblicanesimo Geopolitico, di prossima pubblicazione, e in Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico, anch’esso di non lontana pubblicazione), natura dell’uomo da noi individuata nella sua dialettica strategicità condivisa  col resto del mondo fisico-naturale-culturale-storico (vedi sempre i lavori appena citati) e che geneticamente  si costituisce in una incessante scontro strategico fra il momento del comando/obbedienza e quello di una libera dinamica conflittuale all’interno della Res publica-Polis (mito tecnocratico, quindi, come il mito e progetto antiumanistico per eccellenza perché nega alla radice la natura dialettico-espressiva-conflittuale dell’uomo); per commentare le ultime misere vicende della politica nazionale (per chi voglia con masochistica acribia   raffrontarle con il momento della cronaca politica in cui il sottoscritto sta componendo questa comunicazione, basti dire che questo testo è stato esteso in data 8 maggio 2018), è preferibile piuttosto, in conclusione di questo ulteriore commento alle ultime riflessioni di La Grange pubblicate sull’ “Italia e il mondo”, soffermarci su un particolare aspetto del nostro, che ci restituisce tutta la sua grandezza, anche se in una dimensione prevalentemente tragica e non certamente ottimista.

Si tratta di questo: come già sottolineato nel mio primo commento cumulativo, Teodoro Klitsche de la Grange è un giurista, e giurista talmente profondo che questa sua unica conoscenza della materia gli consente di addentrarsi con grande successo nella teoresi politologica, ma si tratta di una teoresi politologica dalla quale espressamente emerge una grande sfiducia verso il momento giuridico. Detto in altre parole, lavere superato in Teodoro Klitsche de la Grange il paradosso Carl Schmittse non gli permette di concedere  (giustamente) alcuna simpatia etica alla Machtpolitik – ma, soprattutto, dà in La Grange luogo ad una totale avversione sul piano teorico, prima ancora che sulle sue pratiche applicazioni totalitarie novecentesche –,  al contempo non gli permette neppure di nutrire nemmeno alcuna speranza su una giuridicizzazione del problema politico così come voluta dal neocostituzionalismo.

In realtà, pensiamo che il desiderio profondo di La Grange sia quello di operare una sorta di paolina Katargēsis della legge (sulla Katargēsis messianica della legge cfr. come fonte primaria, lettera di S. Paolo ai Romani  in Rm 3, vv. 19-31 e come fonti secondarie Giorgio Agamben, Homo sacer. Sovereign Power and Bare Life, Stanford, Calif., Stanford University Press, 1998  e Id., Il tempo che resta. Un commento alla Lettera ai Romani,Torino, Bollati Boringhieri, 2000), Teodoro Klitsche de la Grange vorrebbe  cioè abolire le potenzialità totalitarie (così come espresse al loro massimo grado e compiuta telelologia dal neocostituzionalismo) della politica (o meglio postpolitica) legate alla mitologizzazione della  legge ma al tempo stesso vorrebbe conservare i principi ordinatori per la polis-Res publica della legge stessa.

Si tratta della stessa dialettica contraddizione in cui si dibatte il Repubblicanesimo Geopolitico (Cfr. Repubblicanesimo Geopolitico e Katargēsis Messianica, URL: https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoEKatargsisMessianica_637 e https://ia800809.us.archive.org/25/items/RepubblicanesimoGeopoliticoEKatargsisMessianica_637/RepubblicanesimoGeopoliticoEKatargsisMessianica.pdf) che, in questo simile ad ogni momento autenticamente rivoluzionario, se non vuole abolire la legge positiva la vuole almeno superare nel processo rivoluzionario ma, al tempo stesso, attraverso questa Aufhebung, ne vorrebbe conservare le capacità ordinatrici.

Ora non vogliamo (e non ci permettiamo di) attribuire alcuna volontà politica rivoluzionaria a La Grange; anzi, dal suo modo di argomentare si evince piuttosto una certa sana nostalgia per un ordine politico che come tale, a nostro giudizio, non è mai esistito ma che non sarebbe male che, almeno come obiettivo limite, tenere sempre presente: ricitiamo, sottolineandole,  le seguenti parole da Nota su dipendenza degli stati e globalizzazione: «La «legge» senza forza è inutile: la forza senza legge è arbitrio violento. Nella realtà occorrono entrambi. Se la combinazione di forza e regola è la normalità del governo dei gruppi umani, così come il potere responsabile è l’ordinatore ideale, quello che si profila nel mondo globalizzato appare tra i meno preferibili. Perché si risolve nell’affidare prevalentemente alla forza e all’astuzia (del potere esistente) il massimo della potenza disponibile senza la prospettiva che possa riuscire a creare un ordine che sia veramente tale».

Quello che a però noi pare veramente significativo della teoresi di Teodoro Klitsche de la Grange è che il suo è veramente un procedere nelle ombre del domani, un andare alla ricerca, come fece Huizinga con il suo In de schaduwen van morgen, fra i chiaroscuri della storia e della nostra civiltà occidentale contemporanea perennemente in crisi ed evoluzione (più spesso: in involuzione) di quei momenti significativi che nella loro positività e, nel contempo, negatività ci possano illuminare per il domani. Siamo, in altre parole, di fronte alla poesia (inteso anche, se non soprattutto, nel significato etimologico di poíēsis) del metodo dialettico. E di questi tempi, questa è già una rivoluzione che per il momento basta e avanza.

Massimo Morigi – 8 maggio 2018

 

 

 

 

RIFLESSIONI INTORNO A “IL CONFLITTO PERMANENTE COME CULLA DEL NUOVO MONDO MULTIPOLARE” DI PIERLUIGI FAGAN_ di Massimo Morigi

CULLA DEL NUOVO MONDO MULTIPOLARE O CULLA DEL NUOVO MONDO? RIFLESSIONI INTORNO A “IL CONFLITTO PERMANENTE COME CULLA DEL NUOVO MONDO MULTIPOLARE” DI PIERLUIGI FAGAN

DI MASSIMO MORIGI

Come del resto per palesemente manifestata intenzione comunicativa dell’autore, l’assai denso e stimolante contributo di Pierluigi Fagan per “L’Italia e il mondo”,  Il conflitto permanente come culla del nuovo mondo multipolare (URL di riferimento: http://italiaeilmondo.com/2018/04/05/il-conflitto-permanente-come-culla-del-nuovo-mondo-multipolare-di-pier-luigi-fagan/, WebCite: http://www.webcitation.org/6ySWLdQbR;https://pierluigifagan.wordpress.com/, WebCite: http://www.webcitation.org/6ySWkATvg) contiene due distinti livelli di analisi. Il primo, mostrato immediatamente in apertura del contributo, riguarda il problema di come e se si possa parlare di conoscenza scientifica nelle scienze politiche e sociali (Fagan, per la verità, non usa questa impostazione terminologica ed epistemologica ma ci mette in guardia contro le “false analogie”che, come sappiamo, sono state la grande trappola di tutte quelle impostazioni – in primis quella della scuola positivista, ma di questa ingenuità “analogica” non solo il positivismo si è macchiato, come ben illustra riguardo il moderno realismo classico l’articolo di Fagan –,  che volevano rendere le scienze storiche e sociali una scienza di tipo meccanicistico-naturalistico). Il secondo, che attraversa ed innerva tutto il contributo, è volto a dare un volto ed una fisiologia al nuovo mondo multipolare che stiamo vivendo dopo la caduta del muro di Berlino. Ma Fagan non vuole limitarsi a fornirci (in tutto il suo intervento: in maniera egregia) questa rappresentazione ma lo scopo finale del contributo, in gran parte riuscito (poi con qualche distinguo che avanzeremo), è intrecciare il livello di critica epistemologica contro una metodologia interpretativa facilona ed analogica del ragionamento sulla storia e la società basata  sulle false analogie con la presa d’atto del  mutamento in senso multipolare dello scenario internazionale, in un percorso argomentativo dove questo mondo multipolare, proprio per la sua novità, è da un lato la pietra tombale dell’ingenuità di tipo analogico e, dall’altro. ci deve introdurre alla consapevolezza di una visione dove il conflitto attraversa tutti i livelli dell’umano operare. Forse il passaggio dove meglio viene esplicitata questa tensione all’unione del livello della costruzione di una nuova teoresi storica e sociale con la sua (brillante) presa d’atto della multipolarità dell’attuale (e futuro) scenario internazionale è il seguente: «Quello nel quale siamo già immersi è un sistema multipolare sbilanciato con conflitto permanente. Potremmo dar nome a questa interpretazione come nuovo “realismo complesso”, un realismo che reinterpreta le costanti storiche all’attualità del mondo di oggi profondamente diverso da quello di ieri. “Conflitto” prende qui un nuovo significato che include varie forme di confronto armato ma non è riducibile solo a quello, prende il posto della guerra tradizionale dilatando però il fronte ed il tempo della tenzone. Oggi le potenze si muovono in uno scenario multidimensionale.» Il realismo che quindi dovrebbe essere all’altezza dell’interpretazione del nuovo mondo multipolare viene definito come un «nuovo “realismo complesso”» , un nuovo realismo complesso che, come il lettore potrà verificare dalla lettura del contributo, partendo dai due caposcuola del realismo politico Hans Morgenthau e Kenneth Waltz, intende su questi due autori compiere una sorta di hegeliana Aufhebung che faccia giustizia soprattutto delle false analogie che, come ben ci mostra Fagan, hanno sempre afflitto anche un’impostazione interpretativa della politica, il realismo, che, proprio per onorare il suo termine, dovrebbe stare religiosamente attaccata alla realtà effettuale e rifuggire dalle facili ed ingenue analogie tanto giustamente deprecate da Fagan (e tanto inutili, sottolinea assai opportunamente sempre per Fagan, a comprendere il nuovo mondo multipolare che non ha nessuna analogia col vecchio mondo bipolare dove esercitarono la loro dottrina Morgenthau e Waltz). Ma questo superamento/conservazione del moderno realismo politico classico (quello, per intenderci dei sunnominati Waltz e Morgenthau e di tutti coloro che hanno operato sulla loro scia nel secondo dopoguerra: per lo scrivente discorso molto diverso per il realismo à la Tucidide e, soprattutto,  à la Machiavelli, assolutamente  costoro più dialettici e teleologici dei due autori realisti che hanno segnato gli ultimi settant’anni di studi) questa Aufhebung alla luce di un nuovo realismo complesso, trova una completa definizione in Il conflitto permanente come culla del nuovo mondo multipolare? Su questo punto è lecito avanzare qualche perplessità e questo non per mancanza di acutezza critica e nell’analisi delle fallacie interpretative del moderno  realismo classico o della nuova situazione che si è prodotta nel mondo con la polverizzazione dei centri di potere ma perché nell’attuale scienza politica (e quindi questa critica non è solo per Fagan ma è anche per lo scrivente) deve essere ancora compiuto dal punto di vista della teoresi politica quel percorso di completo distacco dal meccanicismo positivistico (e quindi, di riflesso, anche dalle false analogie tanto deprecate da Fagan). Ma, del resto, è proprio Fagan ad indicarci che è proprio questo il punto che deve essere superato quando scrive che «Gli stati non sono gli atomi della fisica realista, sono entità intenzionali ed autocoscienti ». Qui Fagan con “fisica realista”si riferisce specificamente alla dinamica dei rapporti internazionali come meccanicisticamente e violentemente inquadrati dal realismo alla Morghenthau o alla Waltz ma ci sia consentito di fare un (benevolo) processo alle intenzioni a Fagan dicendo che il nostro ha (giustamente) indicato un Écrasez linfâme! nel meccanicismo pseudonaturalistico di stampo galileano e poi positivistico e neopositivistico che ormai da cinque secoli sta ammorbando le scienze storiche e sociali. A questo punto nel rilevare il non ancora soddisfacente percorso teorico del nuovo realismo politico proposto da Fagan, si potrebbe evidenziare con la matita rossa il non avere affrontato il problema del costruttivista Alexander Wendt, cioè se sia condivisibile o meno l’impostazione che l’anarchia del sistema internazionale sia un dato di natura prettamente culturale e per niente “meccanica”(problema affrontato dal Alexander Wendt in Id., Anarchy is what States Make of it: The Social Construction of Power Politics in “International Organization”, Vol. 46, No. 2. (Spring, 1992), pp. 391-425, articolo consultabile all’URL https://people.ucsc.edu/~rlipsch/migrated/Pol272/Wendt.Anarch.pdf e che noi per la sua importanza abbiamo anche caricato  su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf e https://ia601506.us.archive.org/7/items/AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf/AlexanderWendt.AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf), oppure, per risalire alle origini della geopolitica (geopolitica e realismo politico moderno, come si sa, hanno stretti vincoli di parentela, e senza voler forzare troppo la mano, si potrebbe dire che il moderno realismo politico è, per molti versi, la traduzione anglosassone del secondo dopoguerra  della geopolitica di area tedesca – cfr. Patricia Chiantera-Stutte, Il pensiero geopolitico. Spazio, potere e imperialismo fra Otto e Novecento, Roma, Carocci Editore, 2014; e nonostante questa strettissima filiazione con il moderno realismo politico di area anglosassone, geopolitica condannata alla damnatio memoriae per i suoi reali, e presunti,  legami col nazismo – Haushofer maestro di Rudolf Hess, Hess  a sua volta sinistro Virgilio di geopolitica di Hitler incarcerato nella prigione di Landsberg am Lech dopo il fallito putch di Monaco e che durante questa dorata carcerazione, potendo anche approfondire la sua superficiale conoscenza della geopolitica, scrisse il Mein Kampf – e per l’essere stata  considerata la Germania del  Novecento – e quindi in extenso tutta la sua cultura politico-strategica, fra cui in prima fila la geopolitica –  la protagonista e colpevole per l’annientamento a livello globale dell’importanza del Vecchio continente), il non avere Fagan citato  Kjellén e la sua concezione dello Stato come forma di vita (Rudolf Kjellén, Staten som lifsform, Gebers, 1916): il punto vero è che sia Wendt che Kjellén, pur andando nella giusta direzione di un modello teorico antimeccanicisitico, né riescono, in fondo, a proporne uno alternativo né escono, di conseguenza, dalle false analogie tanto giustamente deprecate da Fagan.

In particolare, in Wendt, seppur particolarmente sentita la necessità di uscire dal modello meccanicistico di stampo galileiano, e allo scopo Wendt arriva a ricorrere alla meccanica quantistica da lui ritenuto alternativo alla fisica meccanicistica galileano-newtoniana (cfr. Alexander Wendt, Quantum mind and social science: unifying physical and social ontology, Cambridge, Cambridge University Press, 2015; questa impostazione “quantistica”, denunciando a giudizio del Repubblicanesimo Geopolitico, una notevole e del tutto giustificata “nostalgia” verso un ritorno di una dialettica di stampo hegeliano) non ci si decide mai, alla fine, di prendere il coraggio a due mani arrivando ad affermare, come invece in Fagan, che gli Stati  “sono entità intenzionali ed autocoscienti” ma il suo costruttivismo è orientato ad affermare che l’intenzionalità ed autocoscienza degli Stati sono, in ultima analisi, un espediente euristico per giudicare la dinamica interna ed esterna di  questi Stati e non un giudizio in merito alla loro intima natura (così facendo, è ovvio, Wendt evita false analogie di tipo organicistico ma, altrettanto ovvio, compie un debole compromesso verso quel meccanicismo che egli vorrebbe demolire in direzione di un organicismo che dovrebbe sì lasciarsi alle spalle ogni falsa analogia ma che per essere veramente epistemologicamente innovativo e produttivo dal punto di vista di un rinnovato realismo dovrebbe andare, come però non riesce alla fine ad accadere in Wendt, alla riscoperta di un organicismo antimeccanicistico lungo la direttiva teleologica – e, aggiungiamo noi, intimamente dialettica e, quindi, in ultima analisi, hegeliano-idealistica –  Aristotele-Machiavelli).

Kjellén, al contrario, col suo Stato come organismo vivente, compie sì un grande e coraggioso passo ma in lui è fortissima la presenza della falsa analogia di una visione certamente organica ma visione organica che è quasi totalmente in preda di un organicismo di stampo positivistico e meccanicistico (e, vista l’epoca, senza alcuna possibilità di fuoruscita dalla stesso attraverso la fisica “alternativa” della meccanica quantistica, in primis dei suoi principii, da un certo punto di vista alquanto dialettici,  della superposition quantistica, della complementarietà e, last but not the least per la sua immensa portata teleologica, dell’observer effect).

In conclusione, il problema è uscire dalle false analogie nel giudicare gli eventi storici e sociali, false analogie che possono originare semplicemente dal paragonare l’attuale mondo multipolare con l’appena tramontato mondo pre caduta muro di Berlino, ma, ancor più grave, false analogie che ci giungono dal vedere il mondo delle relazioni umane dominato da schemi meccanicistici e in cui, in questo caso, la corretta  via d’uscita è dotare, come ha fatto Fagan, gli Stati e le formazioni sociali umane (ma, aggiungiamo noi, anche non umane) di una loro capacità organica (ma qui con il rischio che questa loro natura organica sia immiserita e snaturata, a sua volta, da una sorta di meccanicismo deterministico, o ancor peggio – e qui lo diciamo di sfuggita, ma rischio che deve essere sottolineato –  che la natura organica e  quindi teleologica e quindi dialettica di questi aggregati – ineludibile natura teleologica e dialettica degli aggregati organici sociali, storici, culturali o biologici che siano, in assenza della quale questi non potrebbero relazionarsi con l’ambiente e, quindi, in ultima istanza, esistere: rimandiamo ancora una volta a Richard Lewins, Richard Lewontin, The Dialectical Biologist, Harvard University Press, 1985 – venga confusa con una sorta di spiritistico  ed irrazionalistico élan vital di bergsoniana memoria).

E allora? Ci permettiamo di indicare (non di dimostrare, per carità, le dimostrazioni le lasciamo ai geometri neopositivisti) la risoluzione sciogliendo la domanda retorica del titolo di queste riflessioni al contributo di Fargan in senso positivo e quindi affermando che il conflitto non è solo la culla del nuovo mondo multipolare ma è, soprattutto, la culla del mondo tout court. Ed affermando, inoltre, che perché questa “culla del mondo” possa essere il luogo di un conflitto umanamente profondo e produttivo, non è possibile prescindere da un’autentica e sentita filosofia della prassi che non si limiti ad analizzare il conflitto ma che questo conflitto costituisca e riconosca come categoria gnoseologica ed epistemologica interiormente vissuta e progressivamente ed attivamente proiettata verso una realtà esterna che, proprio in ragione di questa comune natura conflittuale, sia dinamicamente e dialetticamente legata all’agente che ne ha compresa la comune radice creativo-dialettico-strategico-conflittuale.

La proposta è, quindi, aggiornata sul piano empirico dalla consapevolezza di uno scenario politico multipolare   (e magari integrata sul piano delle scienze naturali dagli interessanti apporti euristici dati anche dalla meccanica quantistica ma non solo, vedi teoria del caos – antesegnano della quale Carl von Clausewitz ed il suo Vom Kriege ed epigenetica – vedi i lavori di Eva Jablonka, in particolare Eva Jablonka, Marion J. Lamb, Evolution in Four Dimensions: Genetic, Epigenetic, Behavioral, and Symbolic Variation in the History of Life, Bradford Books/The MIT Press. 2005 –, temi da noi già sfiorati in Dialecticvs Nvncivs e altrove, e che troveranno una più profonda trattazione in Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico) ma su un piano teorico più alto, animata dalla consapevolezza della natura costitutiva del conflitto nella morfogenesi del mondo naturale ed umano lungo la direttiva di una filosofia della prassi che vede in Giovanni Gentile, Antonio Gramsci dei Quaderni del Carcere e nel György Lukács di Storia e coscienza di classe i suoi più recenti terminali ma che ha avuto inizio con la phronesis aristotelica per continuare con Machiavelli e poi con Hegel, quella stessa, in fondo, del “realismo complesso” indicata da Fagan. Ovviamente non pretendendo, proprio per la natura complessa di questo realismo, che egli possa concordare su ogni singolo punto qui esposto ma sperando, sempre per la natura complessa e quindi dialettica di questo realismo, che questo dibattito, ponendo la parola fine ad ogni ingenua, passiva e meccanicistica analogia, possa essere l’inizio di  nuove profonde ed attive linee di azione.

Massimo Morigi – 14 aprile 2018

 

 

DA MASSIMO MORIGI A TEODORO KLITSCHE DE LA GRANGE_A PROPOSITO DEL REALISMO POLITICO, di Massimo Morigi

RECENSIONE CUMULATIVA A “SOVRANISMO E LIBERTÁ POLITICA” (http://italiaeilmondo.com/?s=sovranismo+e+libert%C3%A0+politica  E http://www.webcitation.org/6yPG6YC86), “STATO RAPPRESENTATIVO E VINCOLO DI MANDATO” (http://italiaeilmondo.com/?s=STATO+RAPPRESENTATIVO+E+VINCOLO+DI+MANDATO E http://www.webcitation.org/6yPGTH6Wo), “NOTE SU DIPENDENZA DEGLI STATI E GLOBALIZZAZIONE” (http://italiaeilmondo.com/?s=NOTE+SU+DIPENDENZA+DEGLI+STATI E http://www.webcitation.org/6yPGjFeLj) E “SENTIMENTO OSTILE, ZENTRALGEBIET E CRITERIO DEL POLITICO” ( http://italiaeilmondo.com/?s=sentimento+ostile E http://www.webcitation.org/6yPGwg0i6 O https://www.rivoluzione-liberale.it/wp-content/uploads/2017/03/SENTIMENTO-OSTILE-ZENTRALGEBIET-E-CRITERIO-DEL-POLITICO.pdf E http://www.webcitation.org/6yPIFo21y) DI TEODORO KLITSCHE DE LA GRANGE

 

Di Massimo Morigi

 

Nell’appena passato mese di marzo sulle pagine elettroniche dell’ “Italia e il mondo” sono stati ospitati quattro interventi di Teodoro Klitsche de la Grange, sui cui relativi titoli, URL di riferimento e “congelamenti” su WebCite si è già data indicazione bibliografica nel titolo del presente commento. Esaurita questa premessa diciamo tecnica (ma che in sè contiene già una valutazione estremamente positiva di questi interventi, visto che si è ritenuto doveroso preservarli a futura memoria dal rischio della decadenza degli URL originari), veniamo ora di sviluppare una valutazione complessiva in merito agli stessi, valutazione globale non solo estremamente positiva (e questo s’è appena detto ma repetita anche se stufant iuvant) ma anche di facilissima formulazione perché in questi interventi Teodoro Klitsche de la Grange – come del resto in tutti i suoi precedenti lavori – si è dimostrato come uno dei più interessanti interpreti e rinnovatori presenti sull’italica – e, purtroppo, assai derelitta da questo punto di vista –  piazza del pensiero politico realista. Quindi, i suoi punti di riferimento sono quegli autori, Tucidide, Niccolò Machiavelli, Carl von Clausewitz, e per giungere ai contemporanei  Julien Freund, che costituiscono le fonti basilari del pensiero realista e naturalmente – e, applicandola al Nostro mai come in questo caso l’icastica formuletta inglese è stata appropriata – last but not the least Carl Schmitt. Del quale grande giuspubblicista Teodoro Klitsche de la Grange si dimostra non solo profondo conoscitore – e “sviluppatore” del suo pensiero – dal punto di vista strettamente politologico e filosofico-politico ma anche dal punto di vista della teoresi giuridica, caratteristica questa di La Grange non solo estremamente preziosa in sede di trattazione dello Schmitt (preziosa, ovviamente, qualora questa maestria nelle scienze giuridiche molto importante nell’affrontare lo Schmitt sia accompagnata da altrettanta conoscenza politologica come nel suo caso) ma anche per l’affermazione di una autentica cultura realista, il cui costante rischio, specialmente ma non solo a livello di vulgata popolare, è quello di sprofondare in una sorta di nascosto naturalismo e/o criptopositivismo, in ultima analisi, quindi, in una negazione del vero realismo, il cui nucleo generatore è mettere sempre al primo posto le teleologie dei vari attori singoli od associati che siano;  teleologie in cui il primo stadio di manifestazione e cristallizzazione consiste appunto nella dimensione giuridica. Che del resto la riflessione sulla dimensione teleologica del diritto sia centrale in La Grange, e lo sia lungo la fecondissima direttrice già a suo tempo tracciata da Schmitt, ben risalta dalla seguente citazione dalla nota n. 9 di Sovranismo e libertà politica, dove sulla scorta della schmittiana Politische Theologie viene smontata la concezione Kelseniana del diritto e del ‘politico’ puramente procedurale, concezione che a livello di teoria giuridica non è altro che l’espressione della contraddizione dell’ attuale ideologia democratica, formalmente basata sulla decisione del popolo ma che questa dimensione decisionistica della politica alla fine nullifica perché, in ultima istanza, questa decisione deve essere sempre e comunque conforme ad astratti principi universalistici e che trovano questi principi garanzia della loro realizzazione non tanto attraverso un rispetto sostanziale  della decisione ma attraverso un procedimento formale di creazione giuridica in cui alla fine poco importa se questo realizzi o meno l’autentica teleologia della decisione stessa: «riportiamo [scrive La Grange] i passi salienti delle critiche di Schmitt: “Kelsen risolve il problema del concetto di sovranità semplicemente negandolo. La conclusione delle sue deduzioni è «Il concetto di sovranità dev’essere radicalmente eliminato». Di fatto si tratta ancora dell’antica negazione liberale dello Stato nei confronti del diritto e dell’ignoranza del problema autonomo della realizzazione del diritto. Questa concezione ha trovato un rappresentante significativo in H. Krabbe, la cui dottrina della sovranità del diritto riposa sulla tesi che ad essere sovrano non è lo Stato, bensì il diritto. Kelsen sembra scorgere in lui solo un precursore della sua dottrina dell’identità di Stato ed ordinamento giuridico. In verità la teoria di Krabbe ha una radice ideologica comune con il risultato di Kelsen”; secondo Krabbe “Lo Stato ha solo il compito di «costruire» il diritto: cioè di fissare il valore giuridico degli interessi … Lo Stato viene ridotto esclusivamente alla produzione del diritto”  in Poltische Theologie I, trad. it. in Le categorie del politico, Bologna 1972, p. 56.» Comunque, se quanto appena citato ci permette di definire il La Grange come un ortodosso – ed anche assai attrezzato dal punto dell’acribia sulle fonti – esponente del pensiero realista nonché conoscitore del pensiero di Schmitt, la cui caratteristica è seguire l’autentico sviluppo, di natura tutta teleologica, del momento giuridico nella dimensione del ‘politico”, e La Grange coglie in pieno questa evoluzione che si sviluppa senza soluzione di continuità, è giunto a questo punto il momento di dare piena giustificazione alla nostra affermazione iniziale che La Grange non è solo un profondo conoscitore e cultore del pensiero realista ma ne è soprattutto un rinnovatore. Se consideriamo le vicende umane (politiche, economiche, culturali ma anche semplicemente esistenziali sul piano privato) da un punto di vista realista e quindi teologico, per tutte queste vicende esiste un “punto di caduta”, un momento di risoluzione sia simbolico che di indicazione delle linee di azione e di comprensione della azione e/o della situazione, che ci permette non solo di definire queste vicende ma anche di indicarci la direzione per un nostro attivo intervento sulle stesse. Ora, a mio giudizio il “punto di caduta” dei quattro articoli che  Teodoro Klitsche de la Grange ha gentilmente concesso ai lettori dell’ “Italia e il mondo” ed anche la prova della dimensione autenticamente rinnovatrice e creatrice del suo realismo, può essere colto a pieno dalle seguenti parole che cito dalla chiusa di Nota su dipendenza degli stati e globalizzazione: «Che «forza» e «legge» siano modi di combattere, come scrive Machiavelli, ossia d’imporre la propria volontà, è spesso dimenticato; così del pari, è – anche se in misura minore – trascurato che forza e legge sono anche modi di governare, non (totalmente) alternativi, ma piuttosto complementari. La «legge» senza forza è inutile: la forza senza legge è arbitrio violento. Nella realtà occorrono entrambi. Se la combinazione di forza e regola è la normalità del governo dei gruppi umani, così come il potere responsabile è l’ordinatore ideale, quello che si profila nel mondo globalizzato appare tra i meno preferibili. Perché si risolve nell’affidare prevalentemente alla forza e all’astuzia (del potere esistente) il massimo della potenza disponibile senza la prospettiva che possa riuscire a creare un ordine che sia veramente tale.» Oltre alla totale demolizione del mito di una globalizzazione che si vorrebbe pacifica mentre in realtà è il suo esatto contrario perché questa vuole inesorabilmente eliminare ogni potere teleologicamente responsabile per sostituirlo con gli imperscrutabili meccanismi sociali ed economici della globalizzazione stessa (libera, o meglio anarchica, circolazione di capitali, merci ed uomini con conseguente annientamento di ogni peculiarità politica, economica e culturale degli stati nazione e delle diverse etnie), le parole appena citate rendono ampia dimostrazione di un pensiero realista veramente innovatore e che compie un’hegeliana Aufhebung del magistero schmittiano perché ha compreso «che forza e legge sono anche modi di governare, non (totalmente) alternativi, ma piuttosto complementari». Dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico questa complementarietà non è solo necessaria dal punto di vista della creazione e conduzione di una vitale e reale Res Publica ma, ancor più, costituisce un inscindibile binomio dialettico: che per comodità espositiva e di descrizione delle varie situazioni possiamo di volta in volta definire legge o forza; le quali però, nella sostanza, non sono che due espressioni e manifestazioni basilari ed originarie di quel conflitto-azione strategica da cui origina la società e tutta la dinamica storica (ed anche tutta la dinamica creatrice  del mondo fisico-naturale, ma questa non è la sede per dilungarci sull’argomento, per il quale si rimanda volentieri a quanto precedentemente già detto, in particolare nel Dialectvs Nvncivs ma anche in altri luoghi). Resta da vedere quanto Teodoro Klitsche de la Grange possa concordare dal punto di vista della teoresi a tutta questa  peculiare direzione dialettica e originata da una interpretazione in chiave di filosofia della prassi del magistero marxiano ed in particolare delle sue Glosse a  Feuerbach (e quindi quanto sia disposto ad inserire nel suo Pantheon realista autori come Antonio Gramsci e il György Lukács di Storia e coscienza di classe: intanto, dalla lettura di Sentimento ostile, Zentralgebeit e criterio del politico, l’ultimo dei quattro articoli gentilmente concessi all’attenzione dei lettori dell’  “Italia e il mondo”, abbiamo con piacere potuto notare che non esiste alcuna preclusione verso il grande disconosciuto della cultura italiana del Novecento, e cioè verso Giovanni Gentile la cui interpretazione della filosofia di Marx in chiave attualista come filosofo della prassi non solo costituisce un “rimettere coi piedi per terra” l’impostazione filosofica in chiave antipositivista del pensatore di Treviri ma costituì anche la base per il successivo sviluppo della filosofia della prassi in Antonio Gramsci, così come ci viene restituita e sviluppata nei suoi Quaderni del Carcere), ma questo costituisce non dico un problema trascurabile o da relegare solamente ad un dibattito fra specialisti (non bisogna mai peccare di falsa condiscendenza) ma certamente è un aspetto secondario nel giudicare l’importanza dell’impostazione del realismo politico fornitaci da Teodoro Klitsche de la Grange e questo perché tutto l’argomentare di questo valente studioso va veramente nella direzione della creazione e disvelamento di quell’ ‘epifania strategica’ che, a meno che il pensiero realista non si voglia chiudere in sé stesso, deve costituire il momento generatore ed obiettivo del pensare il ‘politico’. Ed è soprattutto per questa intima teleologia, unita alle sue non comuni capacità critiche,  che  dobbiamo ringraziare Teodoro Klitsche de la Grange.

 

Massimo Morigi – 5 aprile 2018

 

 

 

 

 

 

Riguardo a   “La complessità di un mondo multipolare – Videointervista a Pierluigi Fagan”, di Massimo Morigi

Riflettendo in queste pagine dell’ “Italia e il mondo” sul   “ “Che fare” di Carl Schmitt. Europa, nuovi stati, Nomos del mondo” di Pierluigi Fagan (sempre pubblicato in questo blog) riassumevo nei seguenti termini il mio pensiero in merito all’odierno stato della scienza politica ritenendo che, pur nella differenza di impostazione nell’affrontare la storia del pensiero politico  fra lo scrivente e Fagan (a mio giudizio un eccesso di schematismo classificatorio in Fagan che lo porta a trascurare la presenza o meno della componente conflittuale-strategica dei singoli pensatori: «Ci sono pensatori politici di due tipi, quelli che rimangono teorici e quelli che bordeggiando contingenze pratiche, finiscono con l’addomesticare la propria teoria alla contingenza», scriveva in quell’intervento Fagan riferendosi a Carl Schmitt, accusando quindi il suo pensiero di strumentalismo e trascurandone perciò la drammatica ed euristicamente fondamentale  dialettica del confronto della teoria con la prassi politica), Pierluigi Fagan fosse pienamente convergente con me  nel cogliere il terribile deficit di pensiero che caratterizza le odierne classi dirigenti politico-intellettuali delle cosiddette democrazie rappresentative: «Conclusione che non conclude ma che (dovrebbe) aprire il cantiere del rapporto fra prassi e teoria politica: c’è indubbiamente diffusa una rinnovata consapevolezza che le vecchie mitologie politiche liberali e democraticistiche non stanno più letteralmente in piedi; ma c’è in tutti noi indubbiamente il bisogno di un rinnovato ed approfondito sforzo teorico-pratico per rimpiazzare queste consunte mitologie politiche. E l’odierno contributo di Pierluigi Fagan senza dubbio si inserisce validamente in quest’alveo.» Ora riguardo a “La complessità di un mondo multipolare – Videointervista a Pierluigi Fagan” pubblicata in tre parti in questo blog (caricata anche su YouTube e sulla quale piattaforma viene pubblicata nelle sue tre parti anche sul seguente unico URL  https://www.youtube.com/watch?v=MBVEzL4hsL0), non posso che confermare – e rafforzare – il mio giudizio totalmente positivo su questo studioso, giudizio positivo ulteriormente confermato in ragione non solo del fatto che nell’intervista Fagan ribadisce e argomenta ulteriormente l’attuale crisi che attraversa la teoresi politica ma fornisce anche indizi per fornire un contesto storico alla stessa. Per Fagan questa crisi di pensiero risale principalmente al periodo fra il primo ed il secondo dopoguerra (cita come esempio e della debolezza intrinseca di questo pensiero ed anche della scarsa produttività dello stesso il progetto della Paneuropa di Richard Nikolaus von Coudenhove-Kalergi e il Manifesto federalista di Ventotene di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, risibili non solo per la – dirigistica ed autoritaria –  utopicità di voler federare un’Europa che al massimo presa nel suo insieme, nell’insieme cioè delle sue immense differenze, potrebbe aspirare ad una confederazione ma anche ridicoli nel senso che sono state le uniche nuove proposte di un Vecchio continente in crisi che, invece, sul piano culturale ed artistico si era contraddistinto come l’iperproduttiva fucina della modernità); mentre, a mio giudizio, la crisi del pensiero politico moderno (e la crisi del Vecchio continente tout court, le quale due cose, come è di tutta evidenza, sono strettissimamente correlate) va piuttosto collegata col trauma della seconda guerra mondiale, conflitto che ha significato accanto alla giusta e sacrosanta damnatio memoriae del totalitarismo nazista e fascista anche la damnatio memoriae di un qualsiasi pensiero  non  di stretta osservanza universalista, liberale e/o comunista-internazionalista che fosse. Ma queste sono non dico questioni di dettaglio (non lo sono di dettaglio sia perché anche l’universalismo politico e filosofico possiede una sua dialetticità storica, e a seconda o no che si concordi sulla realtà di  questa dialetticità si è o reazionari –  absit iniuria verbis! – o appartenenti ad una tradizione realista-strategica ed intrinsecamente dialettica (Machiavelli, Mazzini, Marx, Gramsci, il György Lukács di Storia e coscienza di classe) ma certamente problemi che però non riescono ad occultare il fatto principale – e puntualmente rilevato da Fagan – che la crisi del pensiero politico occidentale – e della sua filosofia – non deriva dal fatto che la teoria ha giocato tutte le sue carte ma dal semplice dato di fatto che la crisi geopolitica dell’Europa, che ha avuto il suo acme nel Secolo breve, non poteva non produrre anche una contemporanea crisi di pensiero: non grande importanza, allora stabilire l’esatto terminus a quo, l’importante è avere ben presente il processo. Al giorno d’oggi la vera nobilitate di un pensiero e di un pensatore è sulla consapevolezza di questo inestricabile e dialettico nesso fra dato geopolitico e/o storico e dato teorico che si misura. Da questo punto di vista il pensiero di Fagan veramente molto attento, come ama concepirlo Fagan, al dato della “complessità” del mondo contro ogni ideologico tecnicismo ed invadente ed autoritaria tecnocrazia (ma noi, preferiamo dire: estremamente sensibile alla storicità e dialetticità dell’agire umano) si colloca veramente con grande autorità nell’alveo storicista di una filosofia della prassi che ha compreso che non esiste una evoluzione della teoresi politica qualora questa si consideri separata dalla “bassa” pratica del cambiamento del “politico”. E di questa non piccola consapevolezza dobbiamo continuare a ringraziare Pierluigi Fagan.

 

 

Massimo Morigi, 31 marzo 2018

 

 

 

 

 

 

 

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