scontro tra immagini, scontro tra pezzi di mondo, di Pierluigi Fagan

Alcune interessanti e, come sempre, lucide considerazioni di Pierluigi Fagan; in primo luogo la constatazione che lo scontro tra immagini e visioni del mondo, elaborate dai mainstream, anticipano, preparano, forniscono motivazioni allo scontro tra “pezzi di mondo”. Alla presa d’atto dell’affermazione di una fase multipolare, se non proprio ancora multicentrica, delle dinamiche geopolitiche corrisponde nel dibattito e nelle analisi ancora una sorta di inerzia che vede negli Stati Uniti gli artefici degli eventi, dei complotti, delle cantonate e così via. Se multipolarismo deve essere, anche gli artefici, con i loro complotti, errori e strategie, sono molteplici. Le loro motivazioni sono mosse da altri impulsi che la bontà, l’amicizia e la dirittura morale. La vicenda della pandemia da coronavirus si inserisce in una dinamica nella quale le élites americane tendono ormai sempre più a individuare nella Cina l’avversario principale, con qualche incertezza sulla sorte da riservare alla Russia. Diventa quindi una ottima occasione di manipolazione in un senso o nell’altro. Nella fattispecie gli Stati Uniti, ma anche Australia e Gran Bretagna, hanno accolto già all’inizio dell’inverno alcuni ricercatori transfughi in grado di rivelare alcuni segreti delle attività di ricerca cinesi. E’ probabile, sicuro direi, che gli americani manipolino e dosino in futuro le informazioni sulla base delle convenienze politiche interne e geopolitiche. La virologa Li Meng Yan è probabile che assuma al momento la funzione di parafulmine a copertura di ciò che si muove dietro le quinte. Stando ai tempi l’offensiva americana anticinese ha preso grande forza dopo i maldestri tentativi cinesi di attribuire la responsabilità dell’origine e della diffusione del virus prima ad americani in terra cinese e poi via via ad altri, parlando e sussurrando di virus giapponese, tedesco, coreano e così via, di virus nazionali quindi. Probabilmente la verità non la sapremo mai. Ritengo poco realistico e ragionevole una diffusione volontaria e programmata di un virus creato artificialmente. Proprio per le implicazioni che comporta l’innesco di una guerra batteriologica, di per sé poco gestibile e controllabile, in una fase così prematura. Se pure tale o tal’altra verità dovesse emergere, affiorerà tra talmente tante versioni da renderla invisibile e simil-veritiera essa stessa. Quello che conta è la gestione e manipolazione di un fatto così destabilizzante che vede partecipi diversi primi attori e con ruoli da protagonisti ormai sempre più equivalenti_Giuseppe Germinario
LO SCONTRO TRA IMMAGINI DI MONDO, ANTICIPA SEMPRE LO SCONTRO TRA PEZZI DI MONDO.
Si acuisce la deriva continentale delle immagini di mondo riguardo l’interpretazione del fenomeno conosciuto col nome SARS-CoV-2.
Il nuovo catalizzatore è la pubblicazione su un archivio open access (dove cioè scienziati e ricercatori fanno upload per conto proprio dei propri studi) del supporto scientifico alle accuse che la virologa cinese Li Meng Yan, fa costantemente da luglio 2020, ovvero che il virus è stato ingegnerizzato volutamente dai cinesi per scopi militari, guerra batteriologica. L’accusa venne anticipata da Trump ai primi di marzo, lasciando intendere lavori di accertamento in corso da parte dell’intelligence, nell’ancora indecisa questione relativa al fatto se i cinesi avessero volutamente rilasciato il virus o gli fosse sfuggito nottetempo per dabbenaggine. Il direttore dei servizi di intelligence americani, dichiarava però di esser d’accordo con “l’ampio consenso scientifico” della comunità degli scienziati internazionale che negava questa origine artificiale.
Da marzo fino a ieri, non risulterebbe nessuno studio peer reviewed in tutto il mondo, che sostiene l’origine non naturale del virus o meglio risulterebbero solo studi che dopo analisi su questa ipotesi, la escludono. Per lo più a firma di scienziati americani o inglesi. Potrebbe esser un caso di conformismo scientifico o addirittura interesse venale che inquinerebbe l’oggettività della scienza virologica mondiale? La questione, si capirà, sprofonda in tecnicalità di biologia molecolare assolutamente incomprensibili per chiunque non sia non solo un virologo, ma un virologo specializzato in coronavirus. Il fatto che la base tecnica dell’accertamento della verità sia così microscopico ed inaccessibile, è l’ideale per farvi fiorire sopra opinioni in libera uscita.
Dopo l’ondata di Trump a marzo e quella minore creata dalla stessa Li Meng a luglio, oggi c’è la terza creata dalle dichiarazioni della stessa scienziata ad un talk show inglese, visto che ora la cinese si trova sotto protezione americana in occidente. I cinesi sostengono addirittura che la Li Meng non risulterebbe negli archivi ufficiali dell’università di Hong Kong di cui lei dichiarò di esser membro del corpo scientifico di primo livello. Ovvio che i cinesi neghino, però non risulta neanche nella analisi di Web Archive che registra tutte le versioni delle pagine web nel tempo. In più registriamo che l’hanno tranquillamente fatta uscire dal paese invece che trasformarla in un pilone di un grattacielo di una delle loro famose città fantasma. Ma gente che si fa sfuggire i virus, è facile anche si faccia sfuggire la pericolosa “whistleblower”.
L’uscita nel talk show è presto diventata una nuova onda alimentata da due tipologie di media: quelli della destra trumpiana, sia americana che gli affiliati europei e quelli che non si dichiarano tali in prima battuta pur condividendo tra loro e con alcune frange della destra trumpiana americana ed ormai occidentale, vari tipi di teorie definibili “conspiracy fantasies”. Nel frattempo, ad oggi, gli USA hanno toccato il poco invidiabile tetto dei 600 morti per milione di abitanti.
Quanto a agli americani, nella ripresa della notizia della virologa o studentessa cinese, si segnalano l’immancabile Fox di Murdoch ed il fogliaccio scandalistico di New York Post sempre del magnate australiano amico di Trump che raggiunge 4,7 miliardi di persone nel mondo col suo impero media di news, sport e spettacolo. Murdoch che possiede il Sun, il conservatore The Times ed il Wall Street Journal (nonché l’intero gruppo Dow Jones da cui l’indice della borsa di Wall Street) che giusto pochi giorni fa pare abbia “sdoganato” Salvini. Per trenta anni è stato anche il proprietario di Sky dominando la tv digitale e satellitare del mondo, poi l’ha venduta due anni fa. Stranamente, le nuove teorie sulla misteriosa élite che controllerebbe i destini del mondo, non prevedono questo signore che obiettivamente, accanto a Zuckerberg, è quantomeno fratello di sangue del supposto Grande Fratello. Anzi, sono spesso i suoi media a veicolare o bordeggiare questa fumosa teoria su i controllori cospirativi, lasciando intendere che siano ovviamente altri ad impersonarla.
Di contro, si dovrebbe ipotizzare che la Cina, con WHO (OMS), l’intera comunità scientifica dei virologi e di quelli specializzati in coronavirus ed i compiacenti governanti di mezzo mondo a parte Trump e pochi altri magari silenziosi ma che sanno della cospirazione internazionale ma non parlano mentre il loro Pil viene distrutto, naturalmente asserviti ai disegni maligni di Big Pharma e Bill Gates (ma forse c’è anche Rockefeller che vuole diminuire la popolazione mondiale in esubero a botte di un virus che ad oggi però avrebbe fatto fuori solo lo 0,01% della popolazione mondiale, per lo più occidentale ) o affiliati nel disegno di sfruttamento dell’influenza trasformata in “peste nera” dai compiacenti media (eccetto quelli di Murdoch?) per istruire una dittatura sanitaria preludio di una dittatura neoliberista panoptico-orwelliana che ha deciso di auto-distruggere il tessuto economico (una dittatura neo-liberista che vuole distruggere il tessuto economico pare strano, ma in tutti i fenomeni di fede popolare c’è la sospensione dell’incredulità), siano in combutta.
Banale, ricordare che i “poteri” se tali sono, gestiranno anche le disgrazie a loro vantaggio. Ma questo è un altro argomento.
Di contro al contro, l’accusa di aperta cospirazione cinese tramite bioterrorismo, costituisce accusa gravissima che, con le giuste vibrazioni di sdegno, odio e ribellismo costruite nel tempo, anche con l’apparente movimento “grassroots” i cui coltivatori vediamo anche qui su i social tutti i giorni alacremente all’opera in nome del diritto/dovere al pensiero critico, può esser base per un arco di eventi che vanno dalle semplici sanzioni ed ostracismo totale, alla guerra nucleare di legittima ritorsione. Il tutto su una base popolare sempre più unificata dall’indignazione sebbene poi le sue variegate parti coltivino ognuna una agenda eterogenea all’altra (dal movimento americano tradizionalista, ai comunisti non di sinistra, ai libertariani anarco-capitalisti, ai fascisti che però ridono se li definisci tali negando abbia senso la definizione retaggio di mentalità otto-novecentesche). Il che ricorda molto Weimar.
Viepiù visto che Trump, alienandosi da tutte le istituzioni multilaterali, ha creato i presupposti per le “mani libere”, autonominandosi giudice globale a suo personale ed insindacabile giudizio. Libero e con “arma fine di mondo” come ha carinamente pensato di farci sapere prima di far incetta di Nobel per la Pace per aver fatto fare outing alle già intense relazioni amorose tra gli amici petrolieri arabi sunniti e gli amici tritura-palestinesi israeliani tramite il fido genero.
La faccenda è molto più complicata di questa breve nota, ma invito tutti a fare molta attenzione allo sviluppo di questa storia perché sta diventando “la storia” alla base della torsione globale che il mondo sta avendo sotto la sempre più insostenibile pressione delle miriadi di contraddizioni e conflitti tra interessi (politici, geopolitici, economici, finanziari, sociali, militari, strategici e financo culturali) che anima lo scontro delle civiltà, delle classi sociali e delle mentalità in un pianeta di quasi 8, prossimi 10 miliardi di abitanti in cui farà sempre più caldo, in molti sensi. In particolare, anzi quasi esclusivamente, nel nostro versante occidentale, almeno per ora…

 

Il mondo sta diventando più uguale, di Branko Milanovic

In calce un articolo particolarmente interessante del sociologo Branko Milanovic tratto dalla rivista americana Foreign Affairs. Il saggio tratta l’argomento della condizione dei ceti medi. In poche parole ci rivela che, se è vero che la condizione dei ceti medi dei paesi del Nord-America e dell’Europa Occidentale tende a peggiorare e ad avvicinarsi alle fasce basse di popolazione, la tendenza globale è opposta grazie all’apporto dei paesi emergenti specie quelli demograficamente rilevanti, in particolare la Cina, successivamente l’India e potenzialmente in futuro i paesi africani. Sottolinea che queste due dinamiche sono legate strettamente alla globalizzazione, al processo di apertura dei mercati e delle società. Una inversione di questo processo rallenterebbe altresì la dinamica di degrado nei paesi occidentali a scapito però della sua velocità di progressione su scala globale.

L’utilizzo esclusivo della capacità di reddito come criterio di determinazione  della stratificazione sociale e nella fattispecie dei cosiddetti ceti medi può essere tuttavia un indice approssimativo, indiretto e spesso fuorviante della condizione in un dato momento e della sua dinamica. Il perimetro dei vari ceti intermedi può essere definito molto più proficuamente se lo si traccia sulla base delle competenze professionali richieste, sul ruolo di comando e di controllo intermedi assegnati per determinazione politica o per le “inerzie” nelle relazioni sociali. Ne consegue che i fattori principali e diretti da analizzare dovrebbero essere soprattutto lo sviluppo, l’applicazione e la padronanza delle tecnologie; i modelli di gestione, di controllo e di comando adottati; l’assetto istituzionale e amministrativo e le dinamiche di conflitto sociale interno e geopolitico esterno agli stati e alle formazioni sociali. In ultima istanza dipende dalla ambizione e dalla capacità di centri decisionali e classi dirigenti di garantire potenza, dinamismo e coesione agli stati e alle formazioni sociali. L’attenzione e i desiderata si dovrebbero quindi spostare più che sulla positiva (relativa) apertura della globalizzazione e sulla nefasta (relativa) chiusura protezionistica, sulla capacità delle formazioni politico-sociali, degli stati che le conformano, dei centri decisionali che le indirizzano nell’individuare e influenzare le dinamiche di conflitto e competizione e i conseguenti processi di trasformazione sociale e innovazione tecnologica che queste innescano in maniera sempre più sistematica in un quadro di sviluppo complessivo ed equilibrato delle singole formazioni sociali. Una strada seguita brillantemente dagli Stati Uniti sino a quaranta anni fa. Una attenzione dovuta tanto più che gli attori principali e determinanti sono in entrambi i casi gli Stati. Va sottolineato che sia le fasi di apertura delle globalizzazioni, corrispondenti per lo più ad una fase tendenzialmente imperiale, che di relativa chiusura protezionistica hanno visto emergere e decadere stati, formazioni sociali e relativi ceti intermedi. Nella prima condizione abbiamo visto gli Stati, la Germania e il Giappone di fine ‘800, i paesi del Sud-Est Asiatico, la Corea e il Giappone nel secondo dopoguerra, la Cina e l’India alla caduta del blocco sovietico. Nelle fasi protezionistiche, in particolare negli anni ’30, abbiamo visto emergere gli Stati Uniti, il Giappone, la Germania nazista. In entrambe le fasi in realtà hanno saputo affermarsi quegli stati e quei centri decisionali che hanno saputo dosare al meglio contemporaneamente modalità di “apertura” e modalità di “chiusura” secondo contesto e necessità. Chi è stato vittima di un approccio dogmatico in un senso o nell’altro nel migliore dei casi ne ha tratto un beneficio immediato ma precario; nel medio-lungo periodo ne ha ricavato una sconfitta strategica e con essa la caduta, il degrado pesante e spesso l’oppressione dei ceti intermedi. Buona parte dei paesi africani e del Sud-America sono caduti nella prima trappola, i paesi socialisti del blocco sovietico, non i soli però, nella seconda.

Una chiosa a parte meriterebbe un altro segmento spesso inserito tra i ceti medi. La componente proprietaria, in particolare di immobili e di redditi da rendite di media entità. Una componente importante dal punto di vista dello status e della coesione, molto meno dal punto di vista della funzione; particolarmente vulnerabile e volubile quindi, ma meno decisiva. Si tratta comunque di un ambito di ricerca impantanato ormai da almeno trenta anni, probabilmente paralizzato da una visione dualistica ed economicistica del conflitto e delle dinamiche sociali, come quella marxista o da un procedimento prevalentemente quantitativo e statistico della analisi sociologica. Una questione non solo teorica e accademica; un nodo che numerosi regimi e intere classi dirigenti non hanno saputo sciogliere e nel quale sono rimasti intrappolati. Buona lettura, Giuseppe Germinario

https://www.foreignaffairs.com/articles/world/2020-08-28/world-economic-inequality

Un operaio in una fabbrica alla periferia di Nuova Delhi, India, novembre 2014
Anindito Mukherjee / Reuters

Gli oppositori della globalizzazione economica spesso indicano i modi in cui ha ampliato la disuguaglianza all’interno delle nazioni negli ultimi decenni. Negli Stati Uniti, ad esempio, i salari sono rimasti piuttosto stagnanti dal 1980, mentre gli americani più ricchi si sono portati a casa una quota sempre maggiore di reddito. Ma la globalizzazione ha avuto un altro effetto importante: ha ridotto la disuguaglianza globale globale. Centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà negli ultimi decenni. Il mondo è diventato più equo tra la fine della guerra fredda e la crisi finanziaria globale del 2008, un periodo spesso definito “alta globalizzazione”.

L’economista Christoph Lakner e io abbiamo riassunto questa tendenza in un diagramma pubblicato nel 2013. Il diagramma mostrava i tassi di crescita del reddito pro capite tra il 1988 e il 2008 nella distribuzione globale del reddito. (L’asse orizzontale ha le persone più povere a sinistra e le più ricche a destra.) Il grafico ha attirato molta attenzione perché riassumeva le caratteristiche di base degli ultimi decenni di globalizzazione e si è guadagnato il soprannome di “il grafico dell’elefante” perché è la forma sembrava quella di un elefante con la proboscide rialzata.

Le persone al centro della distribuzione del reddito globale, i cui redditi sono cresciuti notevolmente (più che raddoppiando o triplicando in molti casi), vivevano in modo schiacciante in Asia, molte delle quali in Cina. Le persone più a destra, più ricche degli asiatici ma con tassi di crescita del reddito molto più bassi, vivevano principalmente nelle economie avanzate del Giappone, degli Stati Uniti e dei paesi dell’Europa occidentale. Infine, le persone all’estremità destra del grafico, l’uno per cento più ricco (composto principalmente da cittadini di paesi industrializzati), hanno goduto di tassi di crescita del reddito molto elevati, molto simili a quelli al centro della distribuzione del reddito globale.

I risultati hanno evidenziato due importanti divisioni: una tra la classe media asiatica e la classe media occidentale e una tra la classe media occidentale ei loro compatrioti più ricchi. In entrambi i confronti, la classe media occidentale stava perdendo. Gli occidentali della classe media hanno registrato una crescita del reddito inferiore rispetto agli asiatici (relativamente più poveri), fornendo un’ulteriore prova di una delle dinamiche determinanti della globalizzazione: negli ultimi 40 anni, molti posti di lavoro in Europa e Nord America sono stati esternalizzati in Asia o eliminati di conseguenza di concorrenza con le industrie cinesi. Questa è stata la prima tensione della globalizzazione: la crescita asiatica sembra avvenire sulle spalle della classe media occidentale.

Un altro baratro si è aperto tra gli occidentali della classe media ei loro ricchi compatrioti. Anche qui la classe media ha perso terreno. Sembrava che le persone più ricche dei paesi ricchi e quasi tutti in Asia beneficiassero della globalizzazione, mentre solo la classe media del mondo ricco ne aveva perse in termini relativi. Questi fatti hanno supportato l’idea che l’ascesa di partiti politici e leader “populisti” in Occidente derivasse dal disincanto della classe media. Il nostro grafico è diventato emblematico non solo degli effetti economici della globalizzazione ma anche delle sue conseguenze politiche.

NUOVI SVILUPPI, VECCHIE TENDENZE

In un nuovo articolo, Torno su questa domanda e chiedo se gli sviluppi identici o simili siano continuati tra il 2008 e il 2013-2014, anni per i quali sono disponibili gli ultimi dati globali della Banca mondiale, lo studio sul reddito del Lussemburgo e altre fonti. Sono dati più raffinati di quelli a cui abbiamo potuto accedere in passato. Comprendono più di 130 paesi con informazioni dettagliate sui redditi a livello familiare. I risultati nel grafico sottostante mostrano infatti la continuazione di quella che ho chiamato la prima tensione della globalizzazione: la crescita del reddito della classe media non occidentale supera di gran lunga quella della classe media occidentale. In effetti, il divario di crescita tra i due gruppi è effettivamente aumentato. Ad esempio, il reddito medio degli Stati Uniti nel 2013 era solo del 4% superiore a quello del 2008; nel frattempo, i redditi mediani cinesi e vietnamiti sono più che raddoppiati, mentre il reddito mediano della Thailandia è aumentato dell’85% e quello dell’India del 60%. Questa disparità mostra come la crisi finanziaria globale, in particolare lo shock iniziale che si rivela in questi dati, abbia colpito l’Occidente in modo molto più grave di quanto abbia fatto in Asia.

Ma la seconda tensione – il crescente divario tra le élite e le classi medie nei paesi occidentali – è molto meno evidente in questo periodo più recente. La crisi finanziaria ha ridotto il tasso di crescita dei redditi (e in alcuni casi ha ridotto i redditi) dei ricchi nei paesi occidentali che costituiscono la maggior parte dell’uno per cento più ricco del mondo. Questo rallentamento si riflette anche nel fatto che la disparità di reddito all’interno di molti paesi ricchi non è aumentata. Ma se la recessione ha interrotto la crescita del reddito dei ricchi, potrebbe non averlo fatto a lungo. Dati globali dettagliati più recenti non sono ancora disponibili, ma alcune stime preliminari indicano che negli anni successivi al nostro periodo di studio, l’1% più ricco ha ripreso il suo precedente modello di crescita.

Con l’eccezione del rallentamento post-2008 della crescita del reddito tra i ricchi, la globalizzazione in questo nuovo periodo ha continuato a produrre molti degli stessi risultati di prima, inclusa la riduzione della disuguaglianza globale. Come misurato dal coefficiente di Gini, che va da zero (una situazione ipotetica in cui ogni persona ha lo stesso reddito) a uno (una situazione ipotetica in cui una persona riceve tutto il reddito), la disuguaglianza globale è scesa da 0,70 nel 1988 a 0,67 nel 2008 e poi ulteriormente a 0,62 nel 2013. Probabilmente non c’è mai stato un singolo paese con un coefficiente di Gini alto come 0,70, mentre un coefficiente di Gini di circa 0,62 è simile ai livelli di disuguaglianza che si trovano oggi in Honduras, Namibia e Sud Africa . (In parole povere, il Sud Africa rappresenta il miglior proxy per la disuguaglianza del mondo intero.)

Ma se la disuguaglianza globale ha continuato a diminuire durante il nuovo periodo di studio, i dati rivelano che lo ha fatto per una nuova serie di ragioni. La Cina, dall’inizio delle sue riforme di mercato alla fine degli anni ’70, ha svolto un ruolo enorme nel ridurre la disuguaglianza globale. La crescita economica della sua popolazione di 1,4 miliardi di persone ha rimodellato la distribuzione della ricchezza nel mondo. Ma ora la Cina è diventata sufficientemente ricca che la sua continua crescita non gioca più un ruolo così importante nell’abbassare la disuguaglianza globale. Nel 2008, il reddito medio cinese era solo leggermente superiore al reddito medio mondiale; cinque anni dopo, il reddito medio della Cina era del 50 per cento superiore a quello mondiale, e probabilmente è anche più alto ora. L’elevata crescita in Cina, in termini globali, smette di essere una forza di equalizzazione. Presto, contribuirà all’aumento della disuguaglianza globale. Ma l’India, con una popolazione che potrebbe prestosupera la Cina ed è ancora relativamente povera, ora svolge un ruolo importante nel rendere il mondo più equo. Negli ultimi 20 anni, Cina e India hanno guidato la riduzione della disuguaglianza globale. D’ora in poi, solo la crescita indiana svolgerà la stessa funzione. L’Africa, che vanta i tassi di crescita demografica più elevati al mondo, diventerà sempre più importante. Ma se i più grandi paesi africani continuano a seguire i giganti asiatici, la disuguaglianza globale aumenterà.

DISUGUAGLIANZA NEL TEMPO DEL COVID-19

La pandemia COVID-19 finora non ha interrotto queste tendenze e di fatto potrebbe portare alla loro intensificazione. La notevole decelerazione della crescita globale derivante dal nuovo coronavirus non sarà uniforme. La crescita economica cinese, sebbene molto più bassa oggi rispetto a qualsiasi altro anno dagli anni ’80, supererà ancora la crescita economica in Occidente. Ciò accelererà la chiusura del divario di reddito tra l’Asia e il mondo occidentale. Se la crescita della Cina continua a superare la crescita dei paesi occidentali di due o tre punti percentuali all’anno, entro il prossimo decennio molti cinesi della classe media diventeranno più ricchi delle loro controparti della classe media in Occidente. Per la prima volta in due secoli, gli occidentali con redditi mediocri all’interno delle proprie nazioni non faranno più parte dell’élite globale, vale a dire nel quintile più alto (20%) dei redditi globali. Questo sarà uno sviluppo davvero notevole. Dagli anni venti dell’Ottocento in poi, quando furono raccolti per la prima volta dati economici nazionali di questo tipo, l’Occidente è stato costantemente più ricco di qualsiasi altra parte del mondo. Entro la metà del diciannovesimo secolo, anche i membri della classe operaia in Occidente erano benestanti in termini globali. Quel periodo sta ora volgendo al termine.

Gli Stati Uniti rimangono un paese molto più ricco della Cina. Nel 2013, il divario tra il reddito medio di un americano e di un cinese era di 4,7 a 1 (e di 3,4 a 1 se confrontato con il reddito medio di un residente urbano cinese). Questo divario si è leggermente ridotto dal 2013 e diminuirà ulteriormente sulla scia della crisi COVID-19, ma ci vorrà del tempo per ridurlo. Se la Cina continua a sovraperformare gli Stati Uniti di circa due o tre punti percentuali di crescita del reddito pro capite ogni anno, il divario di reddito medio tra i due paesi richiederà ancora circa due generazioni per colmare.

Pendolari nel centro di Shanghai, Cina, luglio 2009
Pendolari nel centro di Shanghai, Cina, luglio 2009
Nir Elias / Reuters

A lungo termine, lo scenario più ottimistico vedrebbe tassi di crescita elevati continui in Asia e un’accelerazione della crescita economica in Africa, insieme a una riduzione delle differenze di reddito nei paesi ricchi e poveri attraverso politiche sociali più attiviste (tasse più alte sui ricchi , una migliore istruzione pubblica e una maggiore parità di opportunità). Alcuni economisti, da Adam Smith in poi, speravano che questo roseo scenario di crescente uguaglianza globale sarebbe derivato dalla diffusione uniforme del progresso tecnologico in tutto il mondo e dall’attuazione sempre più razionale delle politiche interne.

Sfortunatamente, previsioni molto più cupe sembrano più plausibili. La guerra commerciale e tecnologica tra Cina e Stati Uniti, sebbene forse comprensibile da un ristretto punto di vista strategico statunitense, è fondamentalmente pernicioso dal punto di vista globale. Impedirà la diffusione della tecnologia e ostacolerà il miglioramento degli standard di vita in vaste aree del mondo. Il rallentamento della crescita renderà più difficile sradicare la povertà e probabilmente preserverà gli attuali livelli di disuguaglianza globale. In altre parole, potrebbe verificarsi qualcosa di simile all’opposto della dinamica iniziale della globalizzazione: il divario tra le classi medie americane e cinesi può essere preservato, ma a costo della crescita del reddito più lenta (o negativa) sia negli Stati Uniti che Cina. I miglioramenti del reddito reale sarebbero sacrificati per congelare l’ordine gerarchico della distribuzione globale del reddito. Il guadagno netto del reddito reale per tutti gli interessati sarebbe zero.

  • BRANKO MILANOVIC è Senior Scholar presso lo Stone Center on Socio-Economic Inequality presso il CUNY Graduate Centre e Centennial Professor presso la London School of Economics.

 

La fine dell’illusione americana, di Nadia Schadlow

Il presidente degli Stati Uniti Trump in Wisconsin, giugno 2020
Tia Dufour / Ufficio stampa della Casa Bianca

Dalla fine della Guerra Fredda, la maggior parte dei politici statunitensi è stata ingannata da una serie di illusioni sull’ordine mondiale. Sulle questioni critiche, hanno visto il mondo come vorrebbero che fosse e non come è realmente. Il presidente Donald Trump, che non è un prodotto della comunità di politica estera americana, non lavora sotto queste illusioni. Trump è stato un disgregatore e le sue politiche, informate dalla sua prospettiva eterodossa, hanno messo in moto una serie di correzioni attese da tempo. Molti di questi aggiustamenti necessari sono stati travisati o fraintesi negli odierni dibattiti al vetriolo e di parte. Ma i cambiamenti che Trump ha avviato contribuiranno a garantire che l’ordine internazionale rimanga favorevole agli interessi e ai valori degli Stati Uniti ea quelli di altre società libere e aperte.

Mentre il primo mandato dell’amministrazione volge al termine, Washington dovrebbe fare il punto sullo sgretolamento dell’ordine post-Guerra Fredda e tracciare un percorso verso un futuro più equo e sicuro. Non importa chi sia il presidente degli Stati Uniti a gennaio, i politici americani dovranno adottare nuove idee sul ruolo del paese nel mondo e un nuovo modo di pensare sui rivali come Cina e Russia, stati che hanno a lungo manipolato le regole dell’ordine internazionale liberale per conto loro. vantaggio.

Una nuova serie di ipotesi dovrebbe sostenere la politica estera degli Stati Uniti. Contrariamente alle previsioni ottimistiche fatte sulla scia del crollo dell’Unione Sovietica, la diffusa liberalizzazione politica e la crescita delle organizzazioni transnazionali non hanno mitigato le rivalità tra i paesi. Allo stesso modo, la globalizzazione e l’interdipendenza economica non sono state merci incontaminate; spesso hanno generato disuguaglianze e vulnerabilità impreviste. E sebbene la proliferazione delle tecnologie digitali abbia aumentato la produttività e portato altri vantaggi, ha anche eroso i vantaggi delle forze armate statunitensi e posto sfide alle società democratiche.

Date queste nuove realtà, Washington non può semplicemente tornare ai comodi presupposti del passato. Il mondo è andato oltre il “momento unipolare” del periodo post-Guerra Fredda e in un’era di interdipendenza e competizione che richiede politiche e strumenti differenti. Per navigare adeguatamente in questa nuova era, Washington deve lasciar andare le vecchie illusioni, superare i miti dell’internazionalismo liberale e riconsiderare le sue opinioni sulla natura dell’ordine mondiale.

TUTTI INSIEME ORA?

Mentre il ventesimo secolo volgeva al termine, il numero crescente di paesi che abbracciavano ideali democratici ispirò orgoglio in Occidente e grandi speranze per il futuro. Si è formato un consenso sul fatto che una convergenza sulla democrazia liberale avrebbe portato a un ordine politico internazionale stabile. Mentre l’Unione Sovietica si inaridiva e la Guerra Fredda finiva, il presidente degli Stati Uniti George HW Bush ha chiesto un “nuovo ordine mondiale”, una “Pax Universalis” fondata su valori liberali, governance democratica e mercati liberi. Diversi anni dopo, la Strategia per la sicurezza nazionale del 1996 del presidente Bill Clinton ha articolato una politica di impegno e allargamento democratico che avrebbe migliorato “le prospettive di stabilità politica, risoluzione pacifica dei conflitti e maggiore dignità e speranza per le persone del mondo”.

Questa presunzione di convergenza liberale ha motivato la decisione di consentire alla Cina di aderire all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) nel 2001. Come disse Clinton all’epoca, tale apertura avrebbe “un profondo impatto sui diritti umani e sulla libertà politica”. Il resto del mondo avrebbe avuto accesso ai mercati cinesi e alle importazioni a basso costo, e la Cina avrebbe avuto la possibilità di portare prosperità a centinaia di milioni, il che, secondo molti a Washington, avrebbe migliorato le prospettive di democratizzazione. È stata una vittoria per tutti.

Ma la Cina non aveva intenzione di convergere con l’Occidente. Il Partito Comunista Cinese non ha mai inteso giocare secondo le regole dell’Occidente; era determinato a controllare i mercati piuttosto che ad aprirli, e lo fece mantenendo il suo tasso di cambio artificialmente basso, fornendo vantaggi sleali alle imprese di proprietà statale ed erigendo barriere normative contro le società non cinesi. I funzionari delle amministrazioni George W. Bush e Obama erano preoccupati per le intenzioni della Cina. Ma fondamentalmente, sono rimasti convinti che gli Stati Uniti dovessero impegnarsi con la Cina per rafforzare il sistema internazionale basato su regole e che la liberalizzazione economica della Cina avrebbe portato alla liberalizzazione politica. Invece, la Cina ha continuato a trarre vantaggio dall’interdipendenza economica per far crescere la sua economia e potenziare le sue forze armate, assicurando così la forza a lungo termine del PCC.

La Cina non ha mai avuto alcuna intenzione di convergere con l’Occidente.

Mentre la Cina e altri attori hanno sovvertito la convergenza liberale all’estero, la globalizzazione economica non è riuscita a soddisfare le aspettative interne. I sostenitori della globalizzazione hanno affermato che in un’economia lubrificata dal libero scambio, i consumatori trarrebbero vantaggio dall’accesso a beni più economici, i posti di lavoro persi nel manifatturiero sarebbero sostituiti da posti di lavoro migliori nel settore dei servizi in crescita, gli investimenti diretti esteri fluirebbero in ogni settore e le aziende ovunque lo farebbero diventare più efficienti e innovativi. Organizzazioni come l’OMC, nel frattempo, aiuterebbero a gestire questo mondo più libero e integrato (per non parlare delle sue 22.000 pagine di regolamenti).

Ma la promessa che la marea crescente della globalizzazione avrebbe sollevato tutte le barche è rimasta insoddisfatta: alcune sono salite a livelli estremi, alcune hanno ristagnato e altre semplicemente sono affondate. Si è scoperto che la convergenza liberale non era vantaggiosa per tutti: c’erano, infatti, vincitori e vinti.

Una reazione populista contro questa realtà ha colto di sorpresa le élite. Questa reazione si è intensificata quando il comportamento scorretto a Wall Street e le politiche monetarie sbagliate della Federal Reserve statunitense hanno contribuito a provocare la crisi finanziaria globale del 2008. I generosi salvataggi che banche e società finanziarie hanno ricevuto sulla sua scia hanno convinto molti americani che le élite politiche e aziendali stessero giocando con il sistema, un tema su cui Trump si è impegnato nella sua campagna del 2016. Anni prima della vittoria di Trump, tuttavia, molti americani comuni avevano già capito che la globalizzazione li stava danneggiando. I lavoratori hanno sperimentato direttamente come il libero scambio potesse svuotare le comunità mentre i posti di lavoro e gli investimenti di capitale sono fuggiti all’estero. Anche il capo economista del Fondo monetario internazionale, Gita Gopinath, ha riconosciutonel 2019 il commercio internazionale era stato molto costoso per i lavoratori manifatturieri negli Stati Uniti. Tra il 2000 e il 2016, il paese ha perso circa cinque milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero .

SLOUCHING VERSO LA BAIA DELLE TARTARUGHE

Una seconda illusione che ha affascinato i politici statunitensi è l’idea che Washington possa dipendere dalle organizzazioni internazionali per aiutarla ad affrontare le grandi sfide e che la “governance globale” emergerebbe con l’aiuto della leadership americana. Poiché i paesi stavano presumibilmente convergendo sulla liberalizzazione politica ed economica, era naturale pensare che sfide transnazionali come la proliferazione nucleare, il terrorismo e il cambiamento climatico avrebbero sostituito la competizione interstatale come principale punto focale per i leader statunitensi. L’opinione comune riteneva che tali minacce potessero essere gestite al meglio dalle istituzioni internazionali.

Questo punto di vista presumeva che, poiché altri paesi stavano progredendo inesorabilmente verso la democrazia liberale, avrebbero condiviso molti degli obiettivi di Washington e avrebbero rispettato le regole di Washington. Questa convinzione tendeva a minimizzare l’importanza della sovranità nazionale e il fatto che i paesi differiscono nel modo in cui organizzano le proprie comunità. Anche tra le democrazie esiste un alto grado di variazione quando si tratta di valori culturali, istituzionali e politici.

Tuttavia, le istituzioni internazionali sono diventate più espansive e ambiziose. Nel 1992, l’ Agenda per la Pace del Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali immaginava un mondo in cui le Nazioni Unite avrebbero mantenuto la pace mondiale, protetto i diritti umani e promosso il progresso sociale attraverso l’espansione delle missioni di mantenimento della pace. Tra il 1989 e il 1994, l’organizzazione ha autorizzato 20 missioni di mantenimento della pace, più del numero totale di missioni che aveva svolto durante i quattro decenni precedenti.

Il perseguimento della missione si è esteso anche alle singole agenzie delle Nazioni Unite. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, creata nel 1948 per prevenire la diffusione di malattie infettive, è stata la pioniera di una serie dei più grandi successi delle Nazioni Unite, tra cui l’eradicazione del vaiolo e la quasi eradicazione della poliomielite. Ma nel corso degli anni, la sua portata è cresciuta notevolmente. Nel 2000, aveva iniziato a emettere avvisi su tutto, dalla sicurezza alimentare all’uso del telefono cellulare alla qualità dell’aria. Dinamica che ha distribuito il personale e le risorse in modo troppo dispersivo, paralizzando la capacità dell’organizzazione di rispondere a crisi autentiche, come la pandemia COVID-19 in corso. Durante lo scoppio iniziale, l’OMS fu relegata ai margini mentre i governi nazionali correvano per assicurarsi le attrezzature mediche.

Funzionari dell’OMS a Ginevra, Svizzera, maggio 2020
Christopher Black / Who / Dispensa / Reuters

Tuttavia, i guai all’ONU andavano ben oltre l’OMS. Nel 2016, Anthony Banbury, un funzionario di carriera delle Nazioni Unite che aveva recentemente servito come assistente segretario generale per il supporto sul campo, ha scritto che la burocrazia dell’organizzazione era diventata così complessa che era incapace di fornire risultati, creando un buco nero in cui scompariva “innumerevoli tasse dollari “, così come una lunga lista di” aspirazioni umane, da non vedere mai più “. Tali opportunità perse hanno portato al cinismo e hanno indebolito l’ordine internazionale liberale dall’interno.

NON PIÙ INVINCIBILE

Sebbene l’internazionalismo liberale incoraggiasse l’interdipendenza e il multilateralismo, si basava anche sulla fiducia nella capacità di Washington di mantenere indefinitamente la superiorità militare incontrastata di cui godette nell’immediato dopoguerra della Guerra Fredda. In realtà, il dominio militare degli Stati Uniti è ora sfidato praticamente in ogni dominio. Gli Stati Uniti non sono più in grado di operare liberamente nelle sfere tradizionali di terra, mare e aria, né in quelle più nuove come lo spazio esterno e il cyberspazio. La diffusione di nuove tecnologie e sistemi d’arma e il perseguimento di strategie asimmetriche da parte degli avversari hanno limitato la capacità delle forze armate statunitensi di trovare e colpire obiettivi, rifornire e salvaguardare le proprie forze all’estero, navigare liberamente nei mari, controllare le linee di comunicazione marittime e proteggere la patria . È probabile che nulla possa invertire queste tendenze.

Dagli anni ’90, gli Stati Uniti sono diventati più dipendenti dallo spazio per la loro sicurezza nazionale, perché così tante funzioni militari e di intelligence dipendono da risorse, come i satelliti, che hanno sede lì. Ma la Cina, la Russia e altri stati ora hanno la capacità di mettere in campo sistemi d’arma antisatellite. Nel frattempo, anche le attività commerciali private nello spazio sono aumentate in modo esponenziale. Dal 2014, la maggior parte dei lanci di satelliti è stata condotta da paesi diversi dagli Stati Uniti, principalmente Cina, India, Giappone e membri dell’UE, erodendo ulteriormente la capacità degli Stati Uniti di manovrare liberamente nello spazio e aumentando la quantità di detriti in orbita attorno alla terra, che minaccia tutte le risorse spaziali.

Il dominio militare degli Stati Uniti è ora sfidato praticamente in ogni ambito.

Nel cyberspazio, sono emerse vulnerabilità hardware e software attraverso le catene di approvvigionamento militari, riducendo potenzialmente l’efficacia di piattaforme importanti. Nel 2018, David Goldfein, il capo dello staff dell’aeronautica americana, ha descritto l’F-35 Joint Strike Fighter come ” un computer che per caso vola ” e quindi, come tutti i computer, è vulnerabile agli attacchi informatici. Nello stesso anno, il Defense Science Board ha avvertito che poiché erano collegati così tanti sistemi d’arma, una vulnerabilità in uno potrebbe influenzare anche gli altri.

Allo stesso tempo, i requisiti burocratici hanno reso più difficile per i militari innovare. Sono passati più di 20 anni da quando è stato concepito il programma Joint Strike Fighter a quando è stato dichiarato operativo il primo squadrone da combattimento di F-35. I militari richiedono livelli di prestazioni irrealisticamente elevati, che le aziende, affamate di contratti, promettono di fornire. L’ex Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Robert Gates si è lamentato della riluttanza delle forze armate ad accontentarsi di una soluzione dell ‘ “80%” che potrebbe effettivamente essere costruita e messa in campo in un lasso di tempo ragionevole. Data la rapidità con cui si sviluppano le tecnologie controbilanciate, questi attriti nell’industria della difesa statunitense pongono seri interrogativi sulla capacità del paese di combattere e vincere guerre, soprattutto contro concorrenti di pari livello.

Nel frattempo, Pechino e Mosca hanno sviluppato i cosiddetti sistemi d’arma anti-accesso / negazione di area, che riducono la capacità di Washington di proiettare potere in Asia orientale e in Europa. La Cina ha sviluppato e modernizzato le sue armi nucleari strategiche e tattiche e ha investito molto in tecnologie per migliorare le sue forze convenzionali. La Russia ha costruito una serie di esotiche “armi apocalittiche” e armi nucleari tattiche a basso rendimento, nonostante gli accordi sul controllo degli armamenti con gli Stati Uniti. Ed entrambi i paesi stanno anche riversando risorse in armi ipersoniche la cui velocità e manovrabilità rendono inefficaci i sistemi di difesa missilistica convenzionali.

Inoltre, rivali minori come Iran e Corea del Nord hanno continuato a sviluppare e perfezionare i loro programmi nucleari. Nonostante le visioni di un mondo in cui nessuno poteva sfidare la forza americana, l’era del dominio militare statunitense si è dimostrata relativamente breve.

TECNOLOGIA UNFRIENDING

La fede mal riposta nei vantaggi delle nuove tecnologie non si è limitata agli affari militari. Quando è iniziata la rivoluzione digitale, i responsabili politici e gli imprenditori erano ottimisti sul fatto che queste tecnologie avrebbero accelerato la diffusione dei valori democratici liberali – che “l’era dell’informazione può diventare l’era della liberazione”, come ha detto il presidente George HW Bush nel 1991. Alcuni anni dopo, Clinton predisse che “la libertà [si sarebbe] diffusa tramite telefono cellulare e modem via cavo”.

Nel corso del tempo, tuttavia, è diventato chiaro che le stesse tecnologie che connettono e danno potere alle persone possono anche mettere in pericolo la libertà e l’apertura e limitare il diritto di essere lasciato solo, tutti elementi di una fiorente democrazia. I paesi autoritari hanno impiegato tecnologie digitali per controllare i propri cittadini, con l’assistenza (a volte inconsapevole) delle aziende occidentali. Il PCC ha sviluppato il sistema di sorveglianza più sofisticato al mondo, ad esempio, utilizzando tecnologie di riconoscimento vocale e facciale e sequenziamento del DNA per creare un sistema di “credito sociale” che monitora 1,4 miliardi di persone in Cina e le ricompensa o le punisce in base alla loro lealtà percepita lo stato-partito.

Queste pratiche non sono limitate ai governi autoritari, in parte perché Huawei, il gigante cinese delle telecomunicazioni, ha esportato strumenti di sorveglianza in 49 paesi, inclusi strumenti che utilizzano l’intelligenza artificiale (AI). Secondo l’ AI Global Surveillance Index del Carnegie Endowment , praticamente tutti i paesi del G-20 hanno implementato la tecnologia di sorveglianza abilitata dall’intelligenza artificiale, compresi i programmi di riconoscimento facciale. Nel frattempo, anche se il PCC ha bandito Twitter nel proprio paese, Pechino e altri governi lo hanno utilizzato e altre piattaforme per condurre campagne di disinformazione all’estero volte a indebolire le democrazie dall’interno.

Occhiali intelligenti con intelligenza artificiale degli agenti di polizia a Luoyang, Cina, aprile 2018
China Stringer Network / China Out / Reuters

MYTHBUSTERS

Trump, nella sua campagna e presidenza, ha offerto alcuni correttivi alle illusioni del passato, spesso senza mezzi termini e talvolta in modo incoerente. Le sue deviazioni dai modi tradizionali di parlare e condurre la politica estera derivano dall’abbraccio della scomoda verità che visioni di globalizzazione benevola e internazionalismo liberale di costruzione della pace non sono riuscite a concretizzarsi, lasciando al loro posto un mondo che è sempre più ostile ai valori americani e interessi.

Trump sottolinea il ruolo degli Stati nell’ordine internazionale, sfidando una tendenza americana dalla fine della Guerra Fredda a trasferire il potere alle organizzazioni internazionali. Ciò non ha significato ridurre unilateralmente il ruolo degli Stati Uniti nel mondo; piuttosto, ha significato segnalare il rispetto per la sovranità degli altri. Si consideri, ad esempio, la strategia dell’amministrazione per una regione indo-pacifica libera e aperta, che consiste nel contrastare le pretese territoriali eccessive e illegali della Cina nel Mar Cinese Meridionale e nel rafforzare la sicurezza marittima di altri paesi della regione, come il Vietnam, fornendo loro con attrezzature. Tali misure sono in contrasto con gli sforzi di Pechino per creare relazioni sottomesse nella regione e stabilire sfere di influenza.

Più in generale, l’amministrazione Trump ha applicato il principio di reciprocità a varie istituzioni e norme internazionali. Ciò ha significato esortare altre potenze ad assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza e contribuire maggiormente alla forza dell’ordine guidato dall’Occidente. L’attenzione di Trump alla condivisione degli oneri ha ” reso la NATO più forte “, secondo il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg. Tra il 2016 e il 2018, la spesa per la difesa dei membri della NATO diversi dagli Stati Uniti è aumentata di 43 miliardi di dollari e Stoltenberg ha previsto che entro il 2024 tale spesa aumenterà di altri 400 miliardi di dollari.

Trump ha offerto alcuni correttivi alle illusioni del passato.

Nel commercio e nel commercio, la reciprocità ha significato lanciare l’allarme, più forte che in passato, sulla riluttanza della Cina ad aprire il proprio mercato ai prodotti e servizi statunitensi e alle pratiche sleali di Pechino, come i trasferimenti forzati di tecnologia e il furto di proprietà intellettuale. Gli esperti stimano che dal 2013 gli Stati Uniti abbiano subito danni economici per oltre $ 1.2 trilioni a causa degli abusi eclatanti della Cina.

L’uso dei dazi da parte di Trump come tattica commerciale ha sottolineato la sua disponibilità a correre dei rischi. I critici hanno denunciato le tariffe come deviazioni radicali dall’ortodossia. In realtà, l’uso di tariffe di ritorsione per esigere la reciprocità è una tradizione americana che risale alla presidenza di George Washington. Sono anche utilizzati dai paesi di tutto il mondo per applicare le decisioni dell’OMC o contrastare le sovvenzioni ingiuste fornite da altri stati. I dazi di Trump hanno contribuito a produrre un accordo iniziale con la Cina che, a differenza di qualsiasi precedente accordo bilaterale USA-Cina, include impegni significativi da Pechino per limitare il furto di segreti commerciali, ridurre i trasferimenti tecnologici forzati e aprire i mercati cinesi ai servizi finanziari e ai prodotti agricoli statunitensi.

I negoziati in corso con la Cina fanno parte del più ampio sforzo dell’amministrazione Trump per mitigare gli aspetti negativi della globalizzazione, come le vulnerabilità create dalle catene di approvvigionamento “just in time” e la deindustrializzazione del cuore degli Stati Uniti. Nelle parole di Robert Lighthizer, il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, in queste pagine, l’obiettivo è sostenere “il tipo di società in cui [gli americani] vogliono vivere” riconoscendo la dignità del lavoro e tenendo sempre presenti i lavoratori americani e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti quando si elaborano le politiche economiche. In questo senso, una misura importante è stato il rafforzamento da parte dell’amministrazione del Comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti, che esamina i principali investimenti in società statunitensi da parte di entità straniere e ha contribuito a impedire alle società cinesi di utilizzare gli investimenti per accedere alle tecnologie chiave sviluppate dalle aziende statunitensi. .

In accordo con l’obiettivo di rafforzare il potere americano, Trump ha mantenuto la promessa della sua campagna di invertire il declino delle forze armate statunitensi e ha aumentato la spesa per la difesa di quasi il 20% dal 2017. I fondi per la modernizzazione nucleare e la difesa missilistica sono tornati dopo anni di abbandono e l’amministrazione Trump ha istituito la Space Force. Il Dipartimento della Difesa ha dato la priorità alla ricerca di tecnologie avanzate, come i missili ipersonici e l’intelligenza artificiale, come parte di un focus generale sulla competizione con altre grandi potenze. Il Pentagono e le organizzazioni di intelligence statunitensi hanno anche avanzato l’importante concetto operativo di “difendere in avanti” nel cyberspazio, che guida gli Stati Uniti a identificare in modo più proattivo le minacce, prevenire gli attacchi e imporre costi al fine di scoraggiare e sconfiggere le campagne cibernetiche dannose.

Le politiche di nessuna amministrazione sono prive di difetti o incongruenze. L’amministrazione Trump ha mostrato una tendenza, condivisa da molti dei suoi predecessori, a fare troppo affidamento su partner regionali che non sono sempre all’altezza del compito. Un esempio è la confusione sulla misura in cui Washington potrebbe ritirare le sue forze dall’Iraq e dalla Siria a seguito della vittoria guidata dagli Stati Uniti sullo Stato Islamico (noto anche come ISIS). Consolidare i guadagni degli Stati Uniti ha richiesto la comprensione delle capacità limitate dei partner di Washington in Siria, le motivazioni contrastanti dei leader in Iraq e Turchia e il pericolo di lasciare il campo aperto al regime di Assad, Iran e Russia. In definitiva, proteggere gli interessi degli Stati Uniti ha richiesto un ruolo americano diretto, anche se modesto.

Anche il presidente e i membri della sua amministrazione sono stati sfacciati al punto da alienare in modo controproducente gli alleati, soprattutto in Europa. E le tariffe non sono sempre state applicate in modo strategico. Sarebbe stato meglio cercare l’unità nella competizione contro la Cina piuttosto che combattere con alleati e partner imponendo loro tariffe su acciaio e alluminio nel 2018.

FARSENE UNA RAGIONE

Indipendentemente da chi viene eletto presidente a novembre, tornare a una serie di ipotesi strategiche progettate per il momento unipolare danneggerebbe gli interessi degli Stati Uniti. La concorrenza è e rimarrà una caratteristica fondamentale dell’ambiente internazionale e l’interdipendenza non lo ovvia. Se un democratico vince la Casa Bianca, probabilmente richiederà di convincersi che la rivalità è una caratteristica inalterabile del sistema internazionale e che sarebbe un grave errore tornare alle premesse di un’epoca passata.

Se Trump vince un secondo mandato, la sua amministrazione deve concentrarsi sulla migliore attuazione dei cambiamenti politici che ha avviato, inviando messaggi più coerenti e costruendo coalizioni più forti sia in patria che all’estero. Chiunque occupi la Casa Bianca a gennaio dovrà capire che le rivalità multidimensionali di oggi non finiranno con le vittorie convenzionali. Più in generale, i responsabili politici e gli strateghi devono superare la loro enfasi sul raggiungimento di particolari stati finali, poiché ciò deriva da una visione meccanicistica e astorica di come funziona la politica. In realtà, come ha sostenuto lo storico Michael Howard, gli atti umani creano nuove serie di circostanze che, a loro volta, richiedono nuovi giudizi e decisioni.

La geopolitica è eterna. Ecco perché la concorrenza persiste, non importa quanto gli idealisti potrebbero desiderare diversamente. Un obiettivo principale della strategia statunitense, quindi, dovrebbe essere quello di prevenire l’accumulo di attività e tendenze che danneggiano gli interessi e i valori degli Stati Uniti, piuttosto che perseguire grandi progetti come cercare di determinare come la Cina o altri paesi dovrebbero governarsi. Per fare questo, gli Stati Uniti devono elaborare politiche che mirino a mantenere gli equilibri di potere regionali e scoraggiare l’aggressione da parte dei poteri revisionisti.

La geopolitica è eterna. La concorrenza persiste, non importa quanto gli idealisti potrebbero desiderare altrimenti.

Molti di destra che sono favorevoli alla moderazione o alla restrizione saranno riluttanti ad abbracciare l’idea di una competizione costante perché tendono a scartare le aspirazioni di altre potenze. Se gli Stati Uniti saranno frenati, dicono le loro argomentazioni, altri seguiranno l’esempio. La storia suggerisce il contrario. Molti a sinistra saranno riluttanti ad accettare l’idea di uno stato finale rotolante perché tendono a credere che l’arco della storia stia progredendo verso una convergenza liberale e vedono la spinta e l’attrazione di un mondo competitivo come eccessivamente aggressiva e probabile che conduca a guerra.

Ma riconoscere la centralità della concorrenza non significa favorire la militarizzazione della politica estera statunitense, né significa una spinta alla guerra. Una più ampia accettazione della natura competitiva della geopolitica richiede effettivamente una base di potere militare, ma accentua anche la necessità di strumenti diplomatici ed economici di governo. Proprio perché gran parte della concorrenza internazionale odierna avviene al di sotto della soglia del conflitto militare, le agenzie civili devono assumere un ruolo guida nel mantenere l’ordine e plasmare un panorama favorevole agli interessi e ai valori degli Stati Uniti. Ma ciò accadrà solo quando la mentalità e la cultura delle agenzie governative statunitensi cambieranno per consentire un più ampio riconoscimento della competizione ora in corso.

In futuro, il successo della politica estera statunitense dipenderà da un approccio chiaro alla cooperazione. Piuttosto che considerare la cooperazione con altri paesi come un fine in sé, i responsabili politici dovrebbero riconoscerla come un mezzo per elaborare una strategia competitiva più forte. Devono anche comprendere che una vera cooperazione richiede reciprocità. Margrethe Vestager, il commissario europeo per la concorrenza, ha forse espresso il meglio di sé quando ha espresso l’essenza di questa politica: “Da dove vengo – sono cresciuto nella parte occidentale della Danimarca – se continui a invitare le persone e loro non ti invitano a tornare , smetti di invitarli. ”

Inoltre, Washington deve accettare che i problemi globali non sono necessariamente risolti al meglio dalle istituzioni globali, che devono rendere conto principalmente alle burocrazie interne piuttosto che ai collegi elettorali esterni. Tali istituzioni possono svolgere un ruolo utile come convocatori e centri per la condivisione delle informazioni, ma mancano della capacità operativa per agire su larga scala; la complessità burocratica impedisce loro di compiere missioni più ampie.

Riconsiderare la governance globale non richiede il rifiuto dei principi liberali o l’abbandono di un ordine basato su di essi. Ma poiché solo una manciata di paesi è impegnata in questi principi, l’obiettivo dovrebbe essere quello di promuovere ciò che lo studioso Paul Miller ha descrittocome un “ordine liberale più piccolo e più profondo” di democrazie industrializzate che difenderebbe i valori liberali e servirebbe scopi strategici ed economici. L’attenzione potrebbe essere sulla creazione di coalizioni guidate dalla missione che potrebbero costruire catene di approvvigionamento ridondanti, finanziare la ricerca nelle tecnologie emergenti, promuovere un commercio equo e reciproco e cooperare su questioni di sicurezza. Tali coalizioni sarebbero aperte a nuovi membri, a condizione che condividano interessi e valori statunitensi e potrebbero portare capacità per affrontare problemi chiave. L’ordine basato sulle regole dell’era della Guerra Fredda è iniziato più o meno allo stesso modo: come un gruppo guidato dagli Stati Uniti di stati che la pensano allo stesso modo che cercano di vincere una competizione strategica e ideologica contro un avversario comune.

Washington ha anche bisogno di rinfrescare il suo pensiero sull’economia politica e migliorare la capacità delle agenzie governative degli Stati Uniti di affrontare l’interazione tra politica ed economia. Gli Stati Uniti non saranno mai in grado di integrare le loro politiche economiche e strategie politiche come fa la Cina, mettendo la sua economia di comando direttamente al servizio degli obiettivi del PCC. Ma Washington dovrebbe investire di più nell’intelligence economica e rendere più facile la condivisione di tali informazioni tra i dipartimenti e le agenzie istituendo un centro nazionale per l’intelligence economica, forse modellato sul National Counterterrorism Center, come sostenuto dallo studioso Anthony Vinci .

Inoltre, il governo degli Stati Uniti deve contrastare i massicci investimenti della Cina nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie emergenti. Il Congresso deve finanziare la ricerca del settore pubblico e privato in AI, calcolo ad alte prestazioni, biologia sintetica e altri settori tecnologici strategicamente importanti. E il Dipartimento di Stato dovrebbe anche mettere l’economia in primo piano e al centro dando ai funzionari economici maggiori responsabilità nelle ambasciate e aprendo più consolati in tutto il mondo, per promuovere meglio gli affari e le relazioni commerciali.

Infine, i politici statunitensi devono accettare che nel mondo contemporaneo la velocità è una componente vitale del potere. La capacità di rispondere rapidamente alle minacce e di cogliere le opportunità accresce l’influenza di un paese. Le risposte lente minano la governance democratica, poiché riducono la fiducia dei cittadini che il loro governo possa soddisfare i bisogni entro un ragionevole lasso di tempo. Questa verità è stata sottolineata dall’attuale pandemia, all’inizio della quale, a causa in gran parte dell’iniziale insabbiamento della Cina, i governi di tutto il mondo hanno agito troppo lentamente. Le agenzie governative statunitensi devono introdurre un nuovo calcolo: il tempo per il risultato. Armato di questa misura, un politico potrebbe avere una speranza di identificare gli ostacoli che devono essere rimossi per portare a termine le cose.

CHE TRUMP SAW

Gli obiettivi dell’ordine internazionale liberale erano lodevoli e, in molti casi, sono stati raggiunti contro scoraggianti probabilità. Il mondo è più sicuro, più prospero e più giusto di una volta. Ma le conseguenze inaspettate della globalizzazione e le promesse non mantenute della governance globale non possono essere trascurate.

In un mondo di concorrenza tra grandi potenze, disuguaglianza economica e capacità tecnologiche abbaglianti, dove ideologie e agenti patogeni si diffondono con ferocia virale, la posta in gioco è troppo alta e le conseguenze troppo disastrose per restare semplicemente con ciò che ha funzionato in passato e sperare il migliore. Trump ha riconosciuto questa realtà prima di molti nella comunità della politica estera statunitense. Anche chi lo segue, sia nel 2021 che nel 2025, dovrà riconoscerlo.

  • NADIA SCHADLOW è Senior Fellow presso l’Hudson Institute e Visiting Fellow presso Hoover Institution. Nel 2018 è stata vice consigliere per la sicurezza nazionale per la strategia negli Stati Uniti.

FORSE NON LA STIAMO PRENDENDO PER IL VERSO GIUSTO, Pierluigi Fagan

FORSE NON LA STIAMO PRENDENDO PER IL VERSO GIUSTO. L’altro ieri, la missione di analisti dell’IMF, di ritorno dal suo soggiorno americano, ha pubblicato questo rapporto su stato e prospettive dell’economia americana che da sola vale un quarto di quella planetaria.

Nel secondo trimestre (A-M-G), il Pil USA ha fatto -37% (lo ripeto per i distratti e coloro che saltano i dati di quantità a priori perché preferiscono le parole: “meno trentasette per cento”). Si prevede che l’economia USA tornerà ai livelli di Pil fine 2019, solo a metà 2022, forse. IMF segnala che gli USA erano già un sistema con una forte componente di povertà interna, la crisi è destinata ad allargare e sprofondare questa parte addensata nelle etnie afro-americana ed ispanica. Al momento sono 15 milioni i disoccupati ed è appena iniziata la catena di fallimenti di esercizi commerciali ed imprese che accompagnerà la lenta ma costante caduta. Ed aggiunge: “il rischio che ci attende è che una grande parte della popolazione americana dovrà affrontare un importante deterioramento degli standard di vita e significative difficoltà economiche per molti anni a venire.”.

“Molti anni a venire” , come riportato in post precedenti, viene da Nouriel Roubini e dai “miliardari invocanti tasse”, quotato sulla prospettiva del decennio, magari non saranno proprio dieci anni, ma al momento le prospettive sono di crisi profonda e lunga. “Larga parte della popolazione” significa più che la maggioranza. Il “deterioramento dello standard di vita” è l’esatto opposto del contratto sociale americano basato sull’espansione continuata, ciò che tiene in piedi un sistema assai variegato e pieno di contraddizioni e pluralità problematiche. Tutto questo, nonostante gli eccezionali sforzi di pronto intervento messi in campo dall’Amministrazione e dal FED (che noi in Europa ci sogniamo) e nonostante lo sbandierato +8% dei consumi a maggio. Si stima un rapporto debito/Pil al 160% nel 2030 (reggerà la credibilità dell’unità di conto, scambio e valore internazionale di un paese che ha il 160% di debito pubblico/Pil?) , ma si teme che poiché grande parte dei costi di assistenza sanitaria, educazione e disoccupazione sono nei bilanci degli stati federati già per altro al limite o oltre il limite, l’intera situazione possa ulteriormente peggiorare. Ne segue una lunga ricetta di interventi che però è politicamente improbabile per via delle diverse priorità che le élite americana in genere hanno (o l’una o l’altra poco importa) e soprattutto di cui non si vede né la sostenibilità finanziaria, né il certo effetto ristoratore. Ironia della sorte, giusto il giorno prima, il governo cinese annunciava un +3,2% su aspettative del +2,5% per la crescita del proprio Pil nello stesso periodo.

Tutto ciò, mentre gli USA continuano a macinare record di contagi. Gli USA hanno tre volte i contagiati che abbiamo avuto noi (a parità di popolazione) ma per via del fatto che hanno iniziato dopo e si sono potuti avvalere di qualche parziale miglioramento nelle cure e nei trattamenti, nonché una popolazione decisamente più giovane della nostra, la mortalità è al momento a 430 per milione di abitanti, contro i 580 nostri. Sono però al limite di capienza alcune strutture sanitarie tra cui la Florida ed il Texas, ma non sono i soli. Il conflitto capitale-salute-libertà continua a dilaniare gli americani stante che quando si sceglie il capitale, peggiora la salute ma sopratutto non sembra neanche migliorare il capitale. C’è infatti la psicologia umana in mezzo che valuta il rischio non secondo pura logica statistica.

Tutto ciò potrebbe avere una svolta col vaccino ma al momento non si sa bene quando potrà esser operativo, a che condizioni, come verrà preso dalla popolazione, quanto sarà efficace. Non si è mai trovato un vaccino per i coronavirus che pure si conoscono da decenni. Questi tipi di virus hanno una strategia adattativa molto basica: grande semplicità (è un filo di RNA corto) e grande cambiamento (molte mutazioni per darsi più condizioni di possibilità), cambia molto ed in fretta per ingannare i sistemi immunitari. I virus sono qui sulla Terra da forse 3,5 miliardi di anni e sono le entità biologiche più diffuse sul pianeta, evidentemente la strategia ha i suoi perché. Noi invece non solo geneticamente ma soprattutto socialmente, siamo molto complessi e cambiamo poco e molto, molto lentamente.

Credo che noi non si stia capendo bene in che tipo di problema siamo capitati, un problema che non è italiano o americano ma quantomeno occidentale prima e mondiale poi. Molti si impegnano ad interpretare il virus, la sua genesi, gli interessi in gioco, le pratiche sanitarie, il rumore dei media, criticare il governo, l’Unione europea. Ognuno di questi punti è interessante ma perde il quadro d’insieme ed il quadro d’insieme è un lento armageddon economico e quindi sociale cui saremo soggetti, forse, per anni. E’ desolante il fatto che tra le tante analisi che si leggono, quelle mainstream non meno di quelle alternative, sembra non comprendersi la profondità della crisi cui siamo condannati. Poco o nulla importa se il virus è così o colà, come e da dove è venuto, se i suoi effetti sono esagerati e da chi e perché, poco importa prevedere catastrofi biopolitiche o incolpare i cinesi o Big Pharma. Questi sono intrattenimenti info-culturali. Il fatto crudo e duro è che nella misura in cui la gente teme di ammalarsi e forse morire, i suoi comportamenti sociali abituali o tali ritenuti, cioè i precedenti, non torneranno a sostenere la vita associata per lungo tempo. In tutto il mondo. Con questo avremo a che fare e per questo non sembra esserci medicina di pronto intervento. Questo minerà il funzionamento della società radicalmente. Molto ma molto più radicalmente di qualsiasi Recovery fund o MES, Trump o Biden, ricetta economica a base di interventi generici e consueti. Manca cioè, a mio avviso, consapevolezza dell’eccezionalità e radicalità del problema.

Per adattarsi a questo quadro d’insieme mancano tre cose essenziali. Una è il tempo, il tempo semplicemente non c’è, siamo in ritardo cronico. Qualsiasi intervento risulterà parziale, ci vorrà molto tempo a metterlo in essere e impiegherà molto tempo a dare gli effetti sperati, se li darà. Il secondo è la comprensione del fatto che dovrebbe portare ad una comprensione dell’intervento. Da tempo posto articoli su tassazioni ridistributive straordinarie e diminuzioni immediata dell’orario di lavoro con ridistribuzione dello stesso. Non son le uniche ricette possibili, forse neanche le migliori, ma danno il tono di quanto dovrebbero esser fuori norma gli interventi necessari. Non si può pensare normale in tempi eccezionali. Il terzo è la sistematica rimozione della realtà. Ci vuole un massa critica importante per spingere una società ad una mossa adattiva così importante e seria, qualcosa intorno ad un 60% del corpo sociale, non certo meno. Soprattutto, faccio notare quel “una grande parte della popolazione […] dovrà affrontare un importante deterioramento degli standard di vita e significative difficoltà economiche per molti anni a venire”. C’è da riformulare il contratto sociale, cosa di non poco conto in tutta evidenza, cosa necessaria e di attualità già da tempo prima, ora con una specifica urgenza conclamata. Siamo molto lontano ed in ritardo dall’affermarsi tale consapevolezza nei grandi numeri ma, mi pare, anche nei piccoli.

Scusate per quello che a voi, una domenica di fine luglio, apparirà pessimismo ma che per me è semplice realismo consapevole. Mi sentivo di allarmare sul fatto che forse non la stiamo prendendo per il verso giusto. Anche a livello teorico, penso si dovrebbe mettere in campo più pensiero radicale concreto, non narrativo o contro-narrativo e neanche critico, la critica non cambia il reale. C’è da modificare la realtà il prima possibile in quanti più è possibile, con idee semplici e forti. Forse non ci si riuscirebbe comunque, ma sarebbe sano vederne almeno il tentativo, la discussione, ci sarebbe da provar ad imporre un dibattito pubblico più serio e tra adulti non compromessi da rimozione nevrotica della realtà. Nella misura in cui la gente pensa che questa sia la realtà, questa sarà la realtà e se questa sarà la realtà come sembra, a lungo, gli effetti saranno quelli annunciati. Toccherebbe darsi una regolata …

https://www.imf.org/en/News/Articles/2020/07/17/mcs-071720-united-states-of-america-staff-concluding-statement-of-the-2020-article-iv-mission?fbclid=IwAR2Q0TOBoyweogopmS4Sy4ZTXWbzyqW7tKM9PF3CMB7FA3dgVTmGu6AlnfA

United States of America: Staff Concluding Statement of the 2020 Article IV Mission July 17, 2020 A Concluding Statement describes the preliminary findings of IMF staff at the end of an official staff visit (or ‘mission’), in most cases to a member country. Missions are undertaken as part of reg…

Terre rare, la green tech è solo un’illusione di Giuseppe Gagliano

Un breve articolo che riesce a ricondurre e richiamare in termini realistici tematiche tanto in voga come quelle dell’ecologismo e dell’economia circolare che rischiano spesso e volentieri di cadere in schematismi semplicistici e dal sapore messianico_Giuseppe Germinario

L’errore grossolano che viene commesso quando ci si approccia alla green tech è quello di pensare che la transizione energetica digitale sia indipendente dal suolo e cioè dei metalli rari. L’analisi di Giuseppe Gagliano

 

Secondo una delle migliori indagini giornalistiche sul ruolo dei metalli rari nel contesto della politica attuale condotte dal giornalista francese Guillaume Pitron — collaboratore di Le Monde Diplomatic e del National Geographic — nel saggio edito in italiano con il titolo La Guerra dei metalli rari (Luiss, 2020), contrariamente all’opinione comune la tecnologia informatica richiede lo sfruttamento di rilevanti quantità di metalli. Pensiamo per esempio che ogni anno l’industria elettronica consuma qualcosa come 320 t di oro e 7500 t di argento oltre al 22% di mercurio e fino al 2,5% di piombo.

Ad esempio la fabbricazione dei computer così come dei telefoni cellulari implica l’uso del 19% della produzione di metalli rari come il palladio e il 23% del cobalto senza naturalmente trascurare la quarantina di altri metalli contenuti di solito nei telefoni cellulari.

In altri termini la fabbricazione di un microchip da due grammi implica di per sé la creazione di 2 kg circa di materiale di scarto.

Per quanto riguarda l’impatto ambientale di Internet è necessario pensare che le nostre azioni digitali hanno un costo: una mail con un allegato utilizza elettricità di una lampadina a basso consumo di forte potenza per un’ora.

Ogni ora vengono scambiati nel mondo qualcosa come 10 miliardi di e-mail a e cioè 50 gigawatt/ora, cioè l’equivalente della produzione elettrica di 15 centrali nucleari in un’ora.

Per quanto riguarda poi la gestione dei dati in transito e il funzionamento dei sistemi di raffreddamento, un solo data center consuma ogni giorno altrettante energia di una città di 30.000 abitanti. Insomma il settore delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni consumo il 10% dell’elettricità mondiale e produce ogni anno circa il 50% in più di gas a effetto serra rispetto per esempio al trasporto aereo.

L’errore grossolano che viene commesso quando ci si approccia alla green tech è insomma quello di pensare che la transizione energetica digitale sia indipendente dal suolo e cioè dei metalli rari.

Anche se il petrolio venisse sostituito per intero la civiltà si troverà ad affrontare una nuova assuefazione e cioè quella dei metalli rari.

https://www.startmag.it/energia/terre-rare-la-green-tech-e-solo-unillusione/?fbclid=IwAR3AiodM6xlojq3C6ewmPk9vIhyVvL53VAOeJpECqY1VGMxvDNyDv-HmrnE

La politica dello spazio, di  Jacek Bartosiak

La politica dello spazio

La prima puntata di una serie in quattro parti che esplora la concorrenza sullo spazio.

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Mentre scrivo questo articolo, chiuso nella bellissima regione della Warmia nella Polonia settentrionale, vicino al sito della campagna invernale di Napoleone del 1806-07, le ricadute della pandemia di coronavirus sembrano intensificare la rivalità tra Stati Uniti e Cina. Ricorda un fulmine che colpisce prima di una tempesta, illuminando un campo di battaglia poco prima dell’inizio di una nuova battaglia.

I campi di battaglia tra grandi potenze di solito consistono in cose come lavoro, commercio, produzione, valuta, investimenti e tecnologia. In un’economia globalizzata, il controllo su queste aree dà a un paese la capacità di imporre la propria volontà sugli altri – che è la definizione di potere. In precedenza erano controllati da potenze regionali all’interno delle loro sfere di influenza e dal crollo dell’Unione Sovietica sono stati dominati dall’unica superpotenza del mondo – gli Stati Uniti – che possiede una marina con portata globale, una valuta globale, una proiezione di potere capacità e superiorità nei mondi tecnologici e finanziari.

Ma il fattore più importante che determina il potere strutturale di un paese nell’economia globale è il suo vantaggio tecnologico. La capacità e la volontà di abbracciare la modernizzazione è una fonte di grande profitto e potere.

La tecnologia crea “nuove economie”, premiando coloro che investono in anticipo e abbracciano il cambiamento, lasciando indietro coloro che resistono al cambiamento e mantengono lo status quo. In questo modo, altera l’equilibrio del potere. Possiamo vedere questi cambiamenti di paradigma con le innovazioni in agricoltura, l’invenzione della polvere da sparo, l’addomesticamento e l’allevamento dei cavalli e i progressi nelle tecnologie di produzione e navigazione.

La rivoluzione industriale, il motore a vapore, il motore a combustione interna, l’aviazione, la metallurgia e Internet pongono i paesi occidentali ai vertici della gerarchia internazionale. È stata la capacità dell’Occidente di modernizzare che l’ha spinta verso l’alto e l’ha trasformata in un modello per gli altri che cercano di far avanzare il proprio status nel mondo.

Coloro che hanno modernizzato hanno preso parte alla corsa della civiltà; quelli che non ne sono usciti, e spesso si sono trovati divisi o colonizzati (il Commonwealth polacco-lituano e la Cina sono esempi chiave). In questo modo, la modernizzazione è uno sforzo geopolitico e una fonte di competizione senza fine tra tutte le aspiranti grandi potenze del mondo.

L’Inghilterra, un tempo povera e periferica, utilizzava la tecnologia per costruire una flotta di livello mondiale in grado di attraversare l’Atlantico. Ha sconfitto i suoi concorrenti nella corsa ai profitti della nuova economia, aprendo così la strada al suo controllo del mondo. La Cina, invece, ha avuto meno successo. Nel 15 ° secolo, prese la decisione imprudente di distruggere la propria flotta esplorando l’Oceano Indiano e la costa africana, mentre cercava di aggrapparsi al vecchio paradigma in cui molti decisori chiave cinesi erano a proprio agio. In tal modo, ha dimostrato che le cattive decisioni geostrategiche – contrarie alla modernizzazione – possono portare al collasso della propria civiltà.

In passato, epidemie e guerre hanno accelerato gli sforzi di modernizzazione. Radar britannico, bomba atomica e missili balistici tedeschi: tutte queste innovazioni sono nate dall’ultima guerra mondiale. Perfino Sputnik e i voli con equipaggio sulla luna erano in qualche modo i prodotti di quel conflitto e del programma tedesco sui missili balistici V-2. Wernher von Braun era, dopo tutto, uno dei principali architetti del V-2 e in seguito il cervello dietro al programma Apollo degli Stati Uniti.

La guerra fredda ha intensificato la competizione per la supremazia tecnologica. Le potenze hanno gareggiato per dimostrare le loro capacità in una serie di aree: razzi, aerei, radar, navi, ottica, circuiti integrati, microchip, voli spaziali e armi nucleari e termonucleari. Gli Stati Uniti hanno dimostrato la loro superiorità con iniziative come il Progetto Manhattan, il programma Apollo e la triade nucleare. Ma quando divenne evidente negli anni ’70 e ’80 che i sovietici avevano perso la corsa allo spazio, gli americani iniziarono a lasciarsi andare. Smisero di volare missioni con equipaggio sulla luna, contenti di lanciare voli verso un’orbita bassa della Terra facilmente raggiungibile, con l’aiuto di una tecnologia un po ‘migliorata sebbene datata degli anni ’60 e ’70.

60 anni di esplorazione spaziale
(clicca per ingrandire)

Era arrivata l’era della globalizzazione. Francis Fukuyama ha annunciato la fine della storia. Nuovi mercati hanno iniziato ad aprirsi. È emerso un mondo unipolare. Ma la fine della rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica ha portato un forte legame strategico, certamente quando si è trattato di esplorazione dello spazio, mentre il compiacimento degli Stati Uniti ha aperto le porte alle potenze emergenti – vale a dire la Cina – per competere con uno spazio USA sempre più inefficiente e un programma sottofinanziato.

In effetti, quando si tratta di esplorazione dello spazio, non è successo molto dopo la fine dell’Unione Sovietica. I lanci dello space shuttle si sono rivelati inefficienti. Gli Stati Uniti sono diventati dipendenti da altri paesi per accedere alla stazione spaziale internazionale. La NASA è diventata un simbolo di ipertrofia burocratica e cattiva gestione finanziaria. Durante il periodo in carica del presidente Barack Obama, alcuni hanno persino suggerito che fosse completamente eliminato e che il programma spaziale fosse terminato.

La mancanza di progressi è in parte dovuta alle risorse finanziarie necessarie per mantenere un moderno programma spaziale, in modo tale che solo le nazioni più potenti con le maggiori economie possano permettersi di averne uno. Oltre ai soldi, hanno bisogno di una visione e una strategia. Un primo esempio dell’inefficienza dell’attuale programma spaziale è lo Space Launch System della NASA, un’iniziativa estremamente costosa sostenuta principalmente da legislatori di stati come la Georgia e l’Alabama dove viene prodotto il sistema.

Queste inefficienze sono un sintomo della debolezza strutturale del sistema politico americano. Pertanto, imprenditori come Elon Musk e Jeff Bezos – i moderni Cristoforo Colombo e Vasco da Gama – hanno raccolto la bandiera della causa, lanciando i propri progetti spaziali con iniziative come SpaceX e Blue Origin.

Esploratori come Musk e Bezos, o Columbus e da Gama, o la moltitudine di temerari senza nome e coloro che assumevano rischi prima, hanno affrontato enormi sfide e rotto vecchi paradigmi. Spesso tali avventurieri hanno dovuto affrontare carenze finanziarie, derisioni e attacchi costanti. Il cambiamento è dirompente e alla gente non piace l’interruzione, quindi alla gente non piace il cambiamento.

Inoltre, con la fine della Guerra Fredda è arrivata l’illusione di una fine della storia: la convinzione che il liberalismo avesse trionfato e che forse i giorni peggiori di cambiamento e distruzione fossero passati. Nel corso della storia umana, i vincitori hanno sempre ipotizzato che il loro trionfo rappresentasse la fine della rivalità geopolitica. Che la vittoria degli Stati Uniti nella guerra fredda fosse dovuta principalmente al dominio tecnologico dell’Occidente e alla promessa di modernizzazione in qualche modo sfuggì alla nostra percezione.

Invece, il sogno di belle relazioni tra le persone ha legato le mani dei leader occidentali, in particolare gli americani, e ha bloccato il percorso verso azioni più audaci in nuove aree come lo spazio. L’idea che il cosmo e le sue illimitate possibilità e risorse appartenessero a tutta l’umanità – non solo a coloro che vi arrivarono per primi – era seducente. E se non ci fosse urgenza e chiarezza su chi pagherà e su chi trarrà beneficio dai frutti dell’esplorazione, allora gli investimenti pubblici e privati ​​per finanziare l’esplorazione dello spazio potranno aspettare.

Esistono chiari parallelismi con l’esplorazione dei mari e degli oceani, a cui il cosmo è strutturalmente (dal punto di vista dell’uso e del controllo) paragonabile. Solo i grandi poteri hanno capacità spaziali. I paesi senza tali capacità assomigliano a quelli privi di sbocco sul mare. In un’era di grande competizione di potere, tali stati non avrebbero fatto liberamente uso dell’esplorazione del mare. Solo durante i periodi in cui esisteva un egemone navale che approvava i principi del movimento, tutti gli stati potevano beneficiare del potenziale del mare dato. Al momento non esiste un singolo arbitro nello spazio, almeno non ancora. Quindi seguono le implicazioni.

Discussioni simili hanno avuto luogo durante i periodi di grandi scoperte geografiche: chi possiede le terre scoperte e i loro frutti? Su quali principi viene utilizzato l’oceano mondiale? Chi possiede l’Atlantico e le linee di comunicazione della nuova economia? Tali dibattiti si sono sempre conclusi allo stesso modo: il potere decide e il potere vittorioso impone la sua volontà di diventare arbitro della nuova economia. La Gran Bretagna ha giocato il gioco in più fasi e con grande maestria, con Trafalgar come ultimo tocco della grande visione.

Nell’era della recente globalizzazione, l’Occidente voleva credere che il corso della storia potesse essere domato e controllato e che le persone fossero cambiate. Soprattutto, che questa volta sarebbe stato diverso.

Non lo sarà.

Nel dicembre 2019, gli americani hanno creato Space Force. Durante l’inaugurazione, il presidente Donald Trump ha dichiarato: “lo spazio è il più nuovo dominio di guerra al mondo. Tra le gravi minacce alla nostra sicurezza nazionale, la superiorità americana nello spazio è assolutamente vitale. E stiamo procedendo, ma non  abbastanza. Ma molto presto, saremo in testa a molti. La Forza Spaziale ci aiuterà a scoraggiare l’aggressività e controllare l’altura più elevata. “

Trump ha aggiunto nelle osservazioni successive: “L’essenza dell’uomo americano è esplorare nuovi orizzonti e domare nuove frontiere. Ma il nostro destino, oltre la Terra, non è solo una questione di identità nazionale, ma una questione di sicurezza nazionale. Così importante per i nostri militari. Così importante. E la gente non ne parla. Quando si tratta di difendere l’America, non è sufficiente avere semplicemente una presenza americana nello spazio. Dobbiamo avere il dominio americano nello spazio. “

Pertanto, nella visione di Trump, sono gli Stati Uniti ad essere il guardiano del nuovo oceano mondiale, l’arbitro dei principi che regolano i viaggi nello spazio e i flussi strategici di persone, merci, investimenti, tecnologia, dati e conoscenze . A tal fine, gli Stati Uniti vogliono controllare la proiezione della forza dallo spazio alla Terra e viceversa, e allo stesso tempo controllare i sistemi di osservazione della Terra e le comunicazioni in entrambe le direzioni.

La competizione tra gli Stati Uniti e la Cina sarà del tutto incomparabile rispetto a qualsiasi cosa precedente. Una Cina sveglia è un grande potere. Quando gli Stati Uniti divennero un paese potente, la Cina praticamente non esisteva come importante centro statale, essendo stata colonizzata e dettata da potenze straniere. Mai nella storia c’è stata una Cina potente e un potente Stati Uniti allo stesso tempo. Le voci allarmistiche affermano addirittura che non c’è posto per entrambi allo stesso tempo.

Quando le potenze europee stavano combattendo per il dominio in Europa, mentre venivano scoperte nuove rotte attraverso l’Atlantico verso l’America e verso l’Asia intorno all’Africa e cambiando le economie e il commercio, esse consumarono le risorse necessarie per combattere per il dominio sul loro vecchio mondo natio – cioè  l’Europa. Nella prossima battaglia per la supremazia sulla Terra e la sua economia globalizzata, il centro di gravità delle catene del valore e delle tecnologie esistenti sarà rapidamente bloccato in una situazione di stallo, assomigliando alle Fiandre nel 1914-18. Pertanto, la concorrenza in nuovi campi e domini passerà alle catene del valore e alle tecnologie future, che creeranno industrie e produzione nel 21 ° secolo: 5G, intelligenza artificiale, stampa 3D, produzione distribuita, produzione spaziale in un vuoto, energia solare economica e illimitata energia, comunicazione dallo spazio alla Terra, esplorazione ed estrazione di risorse spaziali, ecc. La nuova economia è tradizionalmente creata da una svolta basata sull’accesso a nuove materie prime, nuove tecnologie di produzione e nuova connettività. L’esplorazione dello spazio promette tutti e tre contemporaneamente.

La nuova civiltà riguarderà le tecnologie emergenti, ma la condizione per questo è il dominio militare. In effetti, l’uno abilita l’altro. E nello spazio non c’è premio per il secondo posto; chi ottiene il controllo dell’accesso può negare l’accesso ad altri.

Non ci può essere illusione: nessuna delle due parti si arrenderà senza combattere. Per gli americani, non c’è spazio per l’alloggio nel loro attuale modello socio-economico. Non ascolteranno gli avvertimenti di Henry Kissinger, che teme il confronto con la Cina, né ascolteranno Kishore Mahbubani di Singapore, un collega del leggendario fondatore del paese, il defunto Lee Kuan Yew. Mahbubani crede che gli Stati Uniti debbano adattarsi al potere della Cina perché gli Stati Uniti hanno già perso la battaglia.

Neanche i cinesi si arrenderanno. Accettare le richieste di Washington sarebbe visto come un accordo con le versioni moderne dei trattati ineguali che hanno portato all’età dell’umiliazione del XIX secolo. La Cina è determinata a non cambiare la sua strategia di crescita, soprattutto perché gli ultimi 40 anni sono probabilmente il periodo migliore della storia dei 4.000 anni del Regno di Mezzo. Allora perché dovrebbe cambiare qualcosa adesso, specialmente quando il Paese che richiede il cambiamento è in circolazione da meno di 250 anni, un breve periodo dal punto di vista cinese?

James Carafano della influente Heritage Foundation con sede a Washington ha recentemente annunciato la rottura della cooperazione tra Stati Uniti e Cina, il divorzio della catena di approvvigionamento globale e la divisione del mondo in sfere di influenza: Nord America, Europa di fronte all’Atlantico e parti di Asia orientale in una zona e Cina e suoi alleati nell’altra zona. Con le parole di Slawomir Debski dell’Istituto polacco per gli affari internazionali, questo pone la Polonia, come avanzata roccaforte occidentale di fronte alla grande massa terrestre dell’Eurasia, sotto il potere della Cina.

Allo stesso modo, Andrew Michta del think tank americano del German Marshall Fund postula la necessità di un forte disaccoppiamento e fine della cooperazione con la Cina. E Wess Mitchell, ex vice segretario di stato USA per gli affari europei ed eurasiatici, fa un cenno ai paesi tra il Mar Baltico e il Mar Nero e ordina loro di schierarsi immediatamente con l’America e cessare la cooperazione economica con la Cina. L’implicazione è che, in caso contrario, quei paesi saranno esclusi dalla zona americana per impostazione predefinita.

Sebbene io personalmente conosca e apprezzi tutti questi pensatori, il confronto con la Cina sarà più complicato di quanto pensino gli americani.

Nonostante gli avvertimenti di Kissinger e le raccomandazioni del famoso leader di Singapore, gli americani intraprenderanno questa lotta – e la guerra sarà combattuta. È ora di allacciare le cinture di sicurezza.

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Essere, avere e potere nella crisi, di Dominique Strauss-Kahn, a cura di Roberto Buffagni

Qui sotto la traduzione di un importante saggio di Dominique Strauss-Kahn, già direttore del FMI ed influente opinionista, liquidato da quell’incarico per uno scandalo sessuale appositamente costruito. La sua prospettiva è distante dal punto di vista del blog; cionondimeno l’analisi e gli spunti che offre sono molto interessanti per individuare i mutamenti di paradigma in corso nei centri decisionali_Giuseppe Germinario

https://www.leclubdesjuristes.com/blog-du-coronavirus/libres-propos/letre-lavoir-et-le-pouvoir-dans-la-crise/?fbclid=IwAR2Hz9MV49hy-11KvemmoULZR-2jCeMhKCZw_tzv1-jX7j8djpZuPtDR2aI

Essere, avere e potere nella crisi, di Dominique Strauss-Kahn

di Dominique Strauss-Kahn, ex ministro dell’Economia e delle finanze, ex amministratore delegato del Fondo monetario internazionale

 

Questo importante articolo è stato scritto da Dominique Strauss-Kahn, ex capo del FMI, per l’influente rivista Politique Internationale, che lo pubblicherà nel prossimo numero (numero di primavera). Un ringraziamento speciale a Patrick Wajsman per aver autorizzato la sua distribuzione e Dominique Strauss-Kahn che lo accetta a beneficio dei lettori del blog del Club des juristes.

 

La crisi sanitaria che stiamo vivendo è diversa da qualsiasi altra conosciuta dalle generazioni precedenti. Le rievocazioni della grande peste nera del 1348 o dell’influenza spagnola del 1918-1919 sono interessanti in quanto ci consentono di ripensare le conseguenze delle pandemie. Ma non dicono nulla sulla resilienza di una società la cui economia è integrata a livello globale e che ha perso quasi tutta la memoria del rischio di infezione.

 

Anzitutto, se la crisi attuale è diversa, è per la velocità di diffusione di questa malattia. Tre mesi dopo l’inizio della crisi sanitaria, quasi la metà della popolazione mondiale è chiamata in isolamento. Anche se la contagiosità del virus ha probabilmente avuto un ruolo in questo passaggio, dallo stadio epidemico a quello della pandemia, la globalizzazione, contrassegnata dall’accelerazione della circolazione delle persone, è al centro del processo di propagazione (1). Anche i tempi di reazione dei paesi sviluppati, i cui sistemi sanitari sono stati rapidamente sommersi, devono senza dubbio essere incolpati. Attesta la mancanza di lungimiranza e una – infondata – fiducia nella capacità dei sistemi sanitari di proteggere in maniera massiccia la loro popolazione, ottenendo al contempo dispositivi di protezione e test di monitoraggio da  fornitori esteri, principalmente cinesi. Non c’è dubbio che questo non fosse inevitabile. Taiwan, con la sua esperienza in precedenti epidemie, aveva molti dispositivi di protezione (2), le sue capacità di produzione e un dipartimento dedicato alla gestione delle malattie infettive in grado, in particolare, di gestione rapida, e applicazioni di condivisione dei dati sui pazienti infetti. È senza dubbio normale che un sistema sanitario non sia realizzato per far fronte a un’esigenza brutale e temporanea. Ma, in questo caso, è importante che sia reattivo, cioè capace di reindirizzare la sua offerta e mobilitare riserve predefinite e identificate. Questa agilità sembra mancare.

 

L’altra differenza strutturale tra questa crisi sanitaria e le crisi precedenti è la sua entità. Molte persone hanno prima cercato di mettere in prospettiva la gravità della situazione ricordando il numero di decessi dovuti all’influenza stagionale, alle epidemie di HIV ed Ebola e persino alle conseguenze sulla salute di pratiche di dipendenza come l’alcool o tabacco. Oltre a non conoscere le conseguenze letali di Covid-19 fino a quando non avremo interrotto la sua trasmissione, avanzare questo tipo di argomento equivale a ignorare la natura globale e assoluta di questa pandemia. Globale in quanto nessuna area geografica è più risparmiata e perché la pandemia attraversa una demografia mondiale che non ha paragoni con quella del 1919: il semplice numero di individui chiamati a rimanere a casa è oggi il doppio del la popolazione mondiale totale durante l’episodio di influenza spagnola. Assoluto, perché è ovvio che nessuno può considerarsi al sicuro dal rischio di contaminazione.

 

Ed è quest’ultima specificità della crisi sanitaria che la distingue da tutti gli episodi precedenti: il suo carattere altamente simbolico colpisce e sconvolge una popolazione mondiale che aveva quasi dimenticato il rischio di infezione. In questo, mina l’accogliente comfort in cui i paesi economicamente sviluppati si sono gradualmente accomodati. La morte non solo era diventata distante a causa della maggiore aspettativa di vita, ma era anche diventata intollerabile, come dimostrato dalla riluttanza a ingaggiare truppe di terra nei conflitti più recenti. Il “valore” della vita umana è aumentato considerevolmente, nell’inconscio collettivo dei paesi più ricchi. Oggi stiamo realizzando la precarietà dell’essere. Questa crisi dell’essere avrà certamente conseguenze considerevoli che potrebbe essere troppo presto per affrontare qui, ma è anche indicativa di una crisi di avere e una crisi di potere la cui analisi è necessaria per guidare le decisioni da prendere.

 

Una crisi di avere

Abbiamo conosciuto crisi economiche. Ma questa è diverso. Questa recessione è solo in parte molto simile a quella che abbiamo vissuto, perché che mescola uno shock all’offerta e un altro alla domanda.

 

Uno shock sull’offerta e uno shock sulla domanda.

 

Difficilmente possiamo evitare le conseguenze in termini di impieghi dello shock sull’offerta. Ciò deriva dalle istruzioni di confinamento che, per impostazione predefinita, si sono rivelate essenziali dal punto di vista sanitario. Con una parte della forza lavoro confinata per un periodo indefinito, è inevitabile che la produzione diminuisca. Le aziende ridimensioneranno, altre chiuderanno. Questi lavori vanno persi, probabilmente per molto tempo. Questo è ciò che accade in caso di catastrofe naturale, ma di solito colpisce solo una parte dell’economia.

 

Alcune di queste compagnie potrebbero essere salvate dallo stato. E il ricorso a “nazionalizzazioni temporanee”, che io non immaginavo se non in rari casi in cui fosse in gioco l’indipendenza nazionale (3), può salvarne alcune, ma non tutte.

 

Lo shock alla domanda ha ovviamente diverse cause cumulative. Il reddito di una parte della popolazione che sta svanendo, il consumo ritenuto non essenziale che viene rinviato, ciò che è reso impossibile dal confinamento e, poiché “le mie spese sono le tue entrate”, la domanda si indebolisce ulteriormente. Questo è il noto ciclo della recessione.

 

A questo si aggiunge la fusione degli attivi finanziari. In una recessione classica, la gestione più saggia delle attività finanziarie è attendere il ritorno alla normalità, se non è necessario vendere per un motivo o per l’altro. Qui, il ritorno alla normalità non sarà come prima. Alcuni attivi finanziari scenderanno a zero perché le società che rappresentano chiuderanno in proporzioni maggiori rispetto alle crisi precedenti. Questa fusione degli attivi  finanziari rinvia a comportamenti precauzionali che deprimono ulteriormente la domanda complessiva. Questo “rischio di rovina” di alcuni risparmiatori era in gran parte scomparso dalla Grande Depressione, e qui è tornato.

 

È questa simultaneità di shock di domanda e offerta che rende la situazione attuale così eccezionale e così pericolosa.

 

A breve termine, le perdite sono inevitabili.

Negli Stati Uniti, ci sono volute solo due settimane per disoccupare quasi 10 milioni di americani. In Europa, 900.000 spagnoli hanno già perso il lavoro. In Francia, l’INSEE stima che un mese di reclusione dovrebbe costarci 3 punti del PIL. Nessuno è stato risparmiato. E a sentire il FMI: “Non abbiamo mai visto l’economia mondiale fermarsi. È molto peggio della crisi del 2008 “. Queste cifre terribili portano alcuni ad adottare una griglia di letture marziali della nostra crisi. I governi, le Nazioni Unite, il FMI, parlano tutti di una “guerra” contro Covid-19. Tuttavia, un conflitto armato non sembra necessariamente riflettere la natura della paralisi economica che ci colpisce. Più che una distruzione di capitale, è un’evaporazione della conoscenza, specialmente quella nascosta nelle aziende che andrà necessariamente in bancarotta, il che deve essere temuto. Più che un reindirizzamento della produzione verso un’economia di guerra, stiamo assistendo a un coma organizzato e una disintegrazione sostenuta ma probabilmente duratura delle catene di approvvigionamento.

 

Per i paesi più fragili, la pandemia promette di essere catastrofica. Un certo numero di esportatori di materie prime, in primo piano i produttori di petrolio, stanno entrando in crisi con un livello insufficiente di riserve valutarie. Il prezzo di un barile è sceso sotto i $ 20 e il prezzo del rame, del cacao e dell’olio di palma è precipitato dall’inizio dell’anno. Per i paesi che beneficiano in gran parte delle rimesse dall’estero (4), il 2020 potrebbe registrare un netto calo dei consumi e degli investimenti. Per quanto riguarda le destinazioni turistiche, queste dovranno sopravvivere a una cessazione quasi totale dell’attività economica nella prima parte dell’anno (5).

 

Questa battuta d’arresto economica rischia di riportare milioni di persone della “classe media emergente” in condizioni di estrema povertà. Tuttavia, più povertà implica anche più morti. I paesi africani sono più giovani, ma anche più fragili, con i più alti tassi di malnutrizione, infezione da HIV o tubercolosi nel mondo, il che potrebbe rendere il coronavirus ancora più letale. Inoltre, dove i paesi sviluppati possono adottare drastiche misure di confinamento, ciò è spesso impossibile nei bassifondi urbani sovraffollati, dove è difficile accedere all’acqua corrente e dove smettere di lavorare o andare al mercato per comprare cibo non è un’opzione. L’esperienza di Ebola ha dimostrato che la chiusura delle scuole – adottata da 180 paesi in tutto il mondo – spesso si traduce in abbandono permanente, gravidanza non intenzionale e istruzione sacrificata per una generazione di studenti

 

Potremmo evitare queste drammatiche conseguenze? Senza dubbio non del tutto, ma sicuramente in parte sì, se siamo in grado di evitare gli effetti cumulativi della recessione combattendo il collasso della curva della domanda aggregata.

 

I limiti dell’azione monetaria

La risposta è iniziata e le banche centrali stanno facendo la loro parte per inondare il mercato di liquidità. A differenza della crisi del 2008, questi ultimi sono stati particolarmente rapidi e coordinati. A partire dal 3 marzo, la Fed ha abbassato i tassi di 50 punti base, seguita dalla Banca d’Inghilterra l’11 e il 19 marzo. Il 15 marzo, i tassi della Fed scendono a zero. Allo stesso tempo, vengono implementati interventi non convenzionali utilizzando gli strumenti sviluppati dal 2008. Il 18 marzo la BCE ha annunciato un programma per l’acquisizione di titoli per una dotazione totale di 750 miliardi di euro. Il coordinamento delle banche centrali, sotto la guida della FED, contrasta con la risposta sconclusionata della Casa Bianca. Il 15 marzo, la Fed ha esteso i suoi swap a nove nuovi paesi che devono fronteggiare una evaporazione del dollaro prima di aprire un meccanismo di pronti contro termine per le banche centrali che desiderano scambiare i loro buoni del tesoro statunitensi con dollari (6).

 

Ma ciò influenzerà solo indirettamente le economie emergenti che non hanno una banca centrale in grado di svolgere questo ruolo. D’altro canto, è possibile utilizzare un meccanismo che ha già dimostrato la sua efficacia nella crisi finanziaria globale: i diritti speciali di prelievo dell’FMI (7). Niente impedisce di riattivarli; niente, tranne l’allergia americana a qualcosa che assomiglia all’azione multilaterale, un’allergia che la tiepidezza degli europei non aiuta a controbilanciare (8). La riduzione del debito per i paesi a basso reddito e la massiccia emissione di DSP sono ora un passo necessario per contribuire a evitare una catastrofe economica, le cui conseguenze si estenderanno oltre le sponde del Mediterraneo.

 

Prima dell’attuale crisi, l’Europa stava già lottando per far fronte all’afflusso di alcune centinaia di migliaia di migranti che si sono abbattuti sulle sue porte. Cosa succederà quando, spinti dal crollo delle loro economie nazionali, ci saranno milioni di persone che tenteranno di farsi strada? Sebbene ciò possa sembrare molto lontano dall’attuale emergenza, anche se l’opinione pubblica ha altre preoccupazioni da affermare, è dovere di chi è al potere anticipare le crisi dopo la crisi. Per gli europei, unire le forze per estendere l’efficacia delle misure monetarie che adottano per i paesi emergenti, a cominciare dall’Africa, è una necessità assoluta.

 

Tuttavia, l’azione monetaria ha i suoi limiti e, come nel caso di qualsiasi calamità naturale, è necessario mobilitare il sostegno di bilancio. In parte lo sono stati, e meccanismi di supporto come l’estensione della disoccupazione parziale in Francia sono un passo nella giusta direzione. Ma sono insufficienti di fronte all’entità dello shock. Non si può sostenere l’offerta finanziando solo l’offerta ed è probabilmente la più grande debolezza del piano di sostegno originale di Trump (9). Inoltre, mentre nel 2009 la Cina aveva lanciato un titanico piano di ripresa per sostenere la sua economia e guidare la crescita globale, il paese sembra per il momento più circospetto. È vero che il margine di manovra cinese oggi è più debole: la crescita si è indebolita e il debito totale del paese, pubblico e privato, supera il 300% del PIL, contro il 170% prima della crisi “subprime”. Tanto che le misure annunciate da Pechino non superano attualmente l’1,2% del PIL.

 

Naturalmente, parte di questo supporto provocherà un rialzo dei prezzi. Quando l’offerta è limitata dal contenimento, la capacità di produzione è necessariamente limitata. Ma questa pressione al rialzo sui prezzi, oltre a non essere sgradita altrove, costituirà un supporto per il sistema produttivo tanto efficace quanto le misure finanziarie che gli verranno offerte.

 

Questo è mostrato nel grafico I. In questa presentazione classica delle curve della domanda e dell’offerta aggregata con uno shock sulla domanda probabilmente più forte di quello sull’offerta, vediamo come parte delle perdite di produzione è impossibile da evitare a breve termine, ma anche come il danno può essere limitato da un’adeguata azione politica sulla domanda. Inoltre, il rischio di non fare nulla può peggiorare notevolmente la situazione. Il calo della domanda, non compensato da misure di sostegno, creerà un secondo shock dell’offerta e così via. La spirale deflazionistica è quindi in corso con le sue conseguenze funeste.

 

Inevitabilmente, queste misure di sostegno alla domanda non saranno pienamente efficaci fino a quando il contenimento non sarà gradualmente rimosso, consentendo di riavviare la produzione. Ma devono essere immediatamente al lavoro, da un lato per essere in atto quando arriva il momento, dall’altro per combattere l’ansia dei consumatori, che può soltanto spingerli a tesaurizzare quel che possiedono, l’esatto contrario di ciò che è desiderabile.

 

 

A medio e lungo termine, sparigliamento delle carte

a /La globalizzazione degli scambi è stata ovviamente accompagnata da una nuova divisione internazionale di produzione. Il costo del lavoro relativamente basso nelle economie emergenti combinato con lo sviluppo dei media è stato la fonte di una crescita senza precedenti nel commercio internazionale. Questo vale per quasi tutti i settori, a partire dall’industria automobilistica ed elettronica.

 

Oggi è in gioco questa divisione internazionale del lavoro. Le critiche non sono nuove e la crisi sanitaria agisce principalmente come rivelatore. C’erano molti detrattori.

 

Per alcuni, considerati idealisti, era messa in questione l’assurdità ecologica di transitare merci venti volte da un’estremità all’altra del pianeta, in particolare per le catene del valore degli alimenti. Per gli altri, considerati dottrinari, si trattava della denuncia di un sistema che consentiva agli abitanti dei paesi ricchi di continuare a trarre profitto della rendita coloniale. La globalizzazione è la “fase suprema del capitalismo”, in un certo senso. Altri, considerati pessimisti, erano interessati alla sicurezza dell’approvvigionamento. Stiamo ovviamente pensando alla sicurezza sanitaria; Il 90% della penicillina consumata nel mondo è prodotta in Cina. Ciò vale anche per le terre rare, per le quali la Cina ha di fatto il monopolio della produzione, sebbene si tratti di componenti essenziali per l’intero settore dell’elettronica e delle comunicazioni.

 

Tutti avevano in parte ragione ed è molto probabile che la crisi porterà a forme di trasferimento della produzione, regionali se non nazionali.

 

La globalizzazione in questione non è l’apertura al mondo né la coscienza di un’umanità planetaria, questa progredisce lentamente per molto tempo, è ciò che Hubert Védrine chiama la globalizzazione americana di questi ultimi decenni: “Quello iniziato nel dopoguerra, che ha accelerato con il riorientamento della Cina verso il mercato da parte di Deng nel 1979, poi con la coppia Thatcher-Reagan nei primi anni ’80 e la deregolamentazione finanziaria sotto l’influenza della Scuola di Chicago, e che alla fine si diffuse negli anni successivi alla scomparsa dell’URSS alla fine del 1991, una scomparsa che gli occidentali interpretarono – a torto! – come la fine della storia. (10) ”

 

Questa globalizzazione non ha solo fatto perdenti. I dipendenti dei paesi emergenti che lavorano nei settori di esportazione (e di rimbalzo gli altri) hanno ovviamente beneficiato di un aumento del loro tenore di vita legato a salari più elevati. Per quanto riguarda i consumatori dei paesi sviluppati, non hanno esitato a lungo prima di a rivolgersi a questi prodotti importati, per la rendita che contenevano.  E questo consumatore non rinuncerà facilmente a una parte significativa del suo potere d’acquisto.

 

Il trasferimento di parte della produzione avrà un costo, ma la crisi che stiamo vivendo potrebbe essere sufficiente per renderla pedagogica.

 

b / Al di là delle forme che la globalizzazione prenderà, la crisi potrebbe consentire alle economie sviluppate di sbloccare lo stallo in cui si è persa la crescita economica.

 

Il dibattito è noto ed è stato ripreso da Larry Summers nel 2014 (11). Usando il termine introdotto da Hansen nel 1939, descrive un ritorno alla stagnazione secolare che aveva alimentato così tanto il dibattito dopo la crisi del 1929: è un equilibrio di sottoccupazione da cui le economie non sono in grado di emergere, a causa di un basso tasso di interesse associato a un’inflazione pressoché inesistente nei mercati dei beni e dei servizi quando il prezzo degli attivi finanziari è, al contrario, significativamente aumentato. Il progresso tecnico rilascia pochi nuovi prodotti, le innovazioni portano principalmente al risparmio di capitale, gli investimenti rallentano ed è impossibile ripristinarli perché i tassi di interesse sono già a zero. I risparmi sono quindi sovrabbondanti. Rallenta la crescita economica a causa della mancanza di significativi investimenti pubblici, limitati dal debito già considerato eccessivo in termini di rapporti debito / PIL considerati insostenibili. Negli ultimi decenni, l’ingegneria finanziaria ha risolto l’equazione causando ricorrenti crisi finanziarie che mascherano la realtà dell’economia reale.

 

Di fronte a questa situazione di stagnazione più o meno sperimentata da tutte le economie sviluppate, la crisi economica, distruggendo capitale, può fornire una via d’uscita. Le opportunità di investimento create dal crollo di parte dell’apparato produttivo, come l’effetto del prezzo delle misure di sostegno, possono rilanciare il processo di distruzione creativa descritto da Schumpeter. Il suo imprenditore vincerebbe così sul campo la battaglia teorica che aveva intrapreso molto tempo fa, sia contro stagnazionisti ottimisti come Keynes, sia contro i pessimisti come Marx.

 

Questo rinnovo dell’offerta è reso possibile da uno shock tanto violento da giustificare le misure adottate dai governi a favore del settore produttivo. Esse saranno risibili senza misure a breve termine di sostegno alla domanda, ma essenziali per la ricostruzione dell’apparato produttivo.

 

c / Un altro elemento deve essere preso in considerazione: quello delle disuguaglianze.

 

A livello nazionale, alcune professioni possono lavorare – almeno in parte – a casa, per altre è molto più difficile se non impossibile. Ma questo non influisce su diverse parti della popolazione allo stesso modo. Il grafico II (12), che riguarda gli Stati Uniti, illustra questa situazione che giustifica un maggiore sostegno a favore dei dipendenti meno qualificati.

 

 

 

A livello internazionale, negli ultimi anni è stata posta molta enfasi sul fatto che, mentre la crisi dei subprime aveva comportato un notevole aumento delle disparità tra individui, d’altra parte le disuguaglianze tra i paesi stavano diminuendo costantemente. L’attuale crisi rischia di mettere completamente in discussione questa osservazione. A breve termine, a causa delle possibili, e purtroppo probabili, conseguenze della crisi sulle economie di molti paesi a basso reddito. A medio termine, perché il trasferimento di determinate attività, che è molto probabile che accada, sarà a loro spese. Questo è ciò che rende ancora più essenziale il supporto a queste economie che già menzionato.

 

d / Il futuro economico, difficile in ogni caso, è in gran parte nelle nostre mani.

 

I governi hanno già iniziato ad agire come mostrato nella Figura II (13). Ma questo grafico mostra diversi punti deboli.

 

 

Innanzitutto, l’entità molto diversa degli stimoli già decisi (in rosso). Quindi, la parte preponderante presa dalle garanzie sui prestiti, che è certamente utile, ma si riferisce solo in modo molto indiretto al sostegno della la domanda dei più poveri. Infine, la mancanza di coordinamento nella risposta, mentre ciò che aveva reso un successo il rilancio 2009 è l’ampio coordinamento tra i principali attori (14).

 

L’Unione Europea ha la possibilità, e per me il dovere, di fornire elementi di risposta, ma la molle risposta del Consiglio europeo del 26 marzo e la pantomima dell’Eurogruppo non portano all’ottimismo. Il punto principale è quello della messa in comune del bilancio tra gli Stati membri al fine di poter realizzare azioni significative (15).

 

Tre strumenti sono in discussione all’interno dell’Eurogruppo:

 

sostegno di circa 100 miliardi di euro per meccanismi di sostegno parziale della disoccupazione a breve termine;

un mandato più forte conferito alla BEI che può prestare o garantire prestiti;

un adattamento all’attuale situazione del meccanismo europeo di stabilità (16).

Tuttavia, ognuna di queste opzioni manca dell’argomento centrale che è una risposta di bilancio aggregata per non compromettere la sostenibilità del debito dei paesi più fragili. Ovviamente, tutto ciò ci riporta al dibattito sulla creazione di coronabond e, più in generale, sulla capacità di indebitamento dell’Unione, la cui assenza si fa crudelmente avvertire oggi. È anche una questione politica: la BCE non sarà in grado di mutualizzare i debiti per lungo tempo attraverso operazioni di mercato senza che si manifesti un esplicito sostegno politico.

 

Sono possibili due modi. La prima sarebbe una richiesta esplicita degli Stati di monetizzare l’eccedenza di debiti; ma è rimettere in causa l’indipendenza della banca centrale. Il secondo è andare avanti con coloro che vogliono emettere congiuntamente nuovi debiti al fine di finanziare sia i costi della risposta sanitaria immediata, della solidarietà internazionale che sarà necessaria, in particolare verso l’Africa, sia infine un piano di risanamento massiccio una volta superata l’emergenza sanitaria. La scelta è quindi semplice, l’uno o l’altro di questi due tabù deve essere spezzato: l’indipendenza della banca centrale o l’unanimità degli Stati membri.

 

Perché ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento è:

 

  • richiedere piani di sostegno nell’ordine di grandezza della produzione persa (diversi punti del PIL solo per il 2020). Questi devono basarsi, sia per le famiglie che per le imprese, su un reale sostegno alla loro liquidità attraverso misure fiscali e di bilancio;
  • coordinamento di tali politiche con le azioni svolte dalle banche centrali in materia monetaria;
  • uno strumento per mobilitare risorse di bilancio e debito congiunto in Europa. Senza mutualizzazione, la risposta di bilancio sarà insufficiente;
  • un’azione concertata a livello internazionale, compresa l’estensione di questa liquidità oltre i paesi sviluppati.

Una crisi di potere

È forse la più inquietante. Crisi della sovranità, che pertiene all’autonomia degli Stati in un mondo in cui le istituzioni multilaterali stentano a organizzare il processo decisionale necessario su scala globale. Crisi rappresentativa, colpisce anche per l’esercizio del potere, la garanzia delle libertà pubbliche e la legittimità delle autorità, in particolare nelle democrazie. Ma non sono la crisi sanitaria e l’epidemia di Covid-19 a creare queste crisi. Rivelano solo punti deboli che già esistono ampiamente.

 

La crisi getta una luce dura sulla relatività della nostra sovranità.

 

Sottolinea una dipendenza tecnologica che, per ignoranza o orgoglio nazionale, tendiamo a sottovalutare.

 

Questo ovviamente vale in campo sanitario. Scopriamo, sbalorditi, che gran parte della nostra offerta di medicinali dipende dalla Cina. Lasciando che questo paese diventi la “fabbrica del mondo” non ci siamo arresi in aree essenziali per garantire la nostra sicurezza?

 

Ci sono segnali allarmanti anche all’interno di un insieme molto integrato come l’Unione Europea. La carenza di curaro necessaria per l’intubazione di persone in gravi condizioni sembra in parte dovuta all’origine italiana e spagnola degli ingredienti. È chiaro che nell’Unione, in futuro questa situazione potrebbe trovare soluzioni. Ciò è meno semplice quando si tratta di materiali, tra cui tecnologie avanzate in cui è evidente la dipendenza dagli Stati Uniti.

 

Ma questa dipendenza sanitaria rinvia a una più grave dipendenza tecnologica. L’opinione pubblica è consapevole, ma forse noncurante, della scarsa sicurezza delle comunicazioni e in particolare degli smartphone. Che cosa sa dei contratti tra i nostri servizi di intelligence e Palantir, la società fondata da Peter Thiel? L’intelligenza artificiale fa paura, a ragione o in torto, ma senza dubbio i cittadini preferirebbero che le garanzie fornite dai funzionari che avevano eletto non fossero così dipendenti dal potere straniero e, quanto meno, è probabile che vorrebbero essere informati. Che dire dell’uso di Windows al Ministero della Difesa? Non potendo ritrovare una sovranità digitale ormai perduta, potremmo almeno indirizzare i nostri investimenti verso il software libero, che offre una garanzia di indipendenza. L’Europa, e anche la sola Francia, se non seguita, potrebbe rapidamente contribuire in modo significativo a questo bene comune digitale. Questo punto va ben oltre i soli problemi di sicurezza. Daniel Cohen (17) sottolinea giustamente un’evoluzione verso il capitalismo digitale che questa crisi può accelerare. L’indipendenza nazionale o europea non può essere misurata solo dall’esistenza di una capacità nucleare.

 

La crisi sanitaria alimenta i vecchi impulsi nazionalisti. Per evitarlo, non possiamo accontentarci delle tradizionali esplosioni liriche sugli orrori del fascismo, da un canto, e sull’universalità della condizione umana dall’altro. Se noi, sulla scala delle nostre nazioni, siamo troppo deboli per competere, allora l’Unione europea riacquista il suo pieno significato. Lungi dal riconoscere la sua morte, come alcune persone si sforzano di proclamare, il nuovo interesse mostrato dai popoli europei per il concetto di sovranità può dare all’Europa una seconda possibilità.

 

La frammentazione della globalizzazione che la crisi è suscettibile di causare costituisce un’opportunità inaspettata per riprendere in mano le redini. Ci vuole una volontà popolare, ed essa era diventato così debole che nulla sembrava possibile in questa Unione appesantita dall’allargamento, ostacolata dalla burocrazia e delegittimata dal suo presunto carattere non democratico. Il graduale ritorno dell’egoismo nazionale stava lentamente uccidendo i sogni dei fondatori. I sovranisti di ogni genere ci sono andati a nozze, omettendo di  dire alla gente che non c’è ritorno alla sovranità se non condividendola con altri europei, come ha dimostrato la creazione dell’euro. Ma l’impossibile contabilità dei benefici della costruzione europea non è riuscita a convincere  cittadini sempre più dubbiosi di averne ottenuti.  Così che in questa crisi, l’inefficacia dell’azione europea ha dato argomenti a tutti i suoi detrattori. Nel settore sanitario come in quello economico, l’assenza di una visione politica ha impedito qualsiasi azione preventiva e il potere dell’egoismo nazionale sta ritardando le misure necessarie.

 

Ci voleva uno shock perché riemergese la vera natura dell’Unione; quella del rifiuto di abbandonare i valori collettivi e un modello di società che definisce un’identità. È questa identità che si è fusa nella globalizzazione, e che può rinascere dalla sua frammentazione. Questo shock, ora lo abbiamo. Una rinascita è possibile a due condizioni: che la solidarietà europea si affermi nella risposta alla crisi sanitaria, che uomini e donne portino e incarnino un risveglio dell’Europa politica. I prossimi giorni, settimane e mesi ci diranno se queste condizioni sono state soddisfatte. La sfida è grande, poiché l’Europa ha perso la sua credibilità. Sarà necessario convincere proponendo un metodo Monnet del dopoguerra sanitaria, capace di risultati visibili da tutti, che giustifichino trasferimenti calibrati di sovranità.

 

La crisi pone anche la questione democratica in termini nuovi.

 

Il nostro modello democratico, derivante dalla rivoluzione industriale, ha già subito molti danni. È fondamentalmente un modello di democrazia rappresentativa: si basa sul consenso a delegare il potere che dà il diritto di voto a uomini e donne che lo eserciteranno per nostro conto. Eleggiamo rappresentanti che riteniamo in grado di attuare la politica a cui aspiriamo e di cui ci fidiamo. Tuttavia questo consenso, come questa fiducia, è sempre più sotto attacco, l’aria del tempo è meno nell’interesse generale che nell’accumulo di interessi particolari (18).

 

C’è voluta una combinazione di diversi fattori per arrivarci. Innanzitutto, e soprattutto, la delusione legata ai risultati meno felici del previsto; ma anche lo sviluppo di social network che danno a tutti la sensazione fallace di sapere meglio di chiunque altro cosa fare; il lento passaggio da un mandato di rappresentanza a un mandato imperativo a causa della pressione diretta e talvolta fisica che questi stessi social network consentono; infine, la lenta scomparsa di organi intermedi come sindacati e partiti politici. Tutto ha contribuito alla lenta decrepitudine della democrazia rappresentativa.

 

È questa cachettica democrazia parlamentare, nata due secoli fa, che la crisi sanitaria ha colpito in pieno.

 

La gestione della crisi sanitaria ha quindi causato una crisi rappresentativa. Se, come afferma Max Weber, “uno stato è una comunità umana che rivendica il monopolio sull’uso legittimo della forza fisica su un determinato territorio” (19), questo monopolio trova la sua legittimità in quella della rappresentazione. Questo era già in questione prima della crisi. È stato messo alla prova dalla crisi.

 

Può essere facilmente ammesso Il principio che, in tempi di crisi, le democrazie possano ricorrere a misure coercitive “su una base eccezionale”, ma la questione dei limiti non manca di essere sollevata da parte dell’opinione. Ovunque, la domanda che sta al cuore del pensiero di Giorgio Agamben: “Possiamo sospendere la vita per proteggerla?” Ho trovato una risposta temporanea: vale a dire la vita (e persino l’economia) prima delle libertà pubbliche. Ma sarà lo stesso in futuro se le misure autoritarie, a partire dal contenimento, dovessero durare o essere rinnovate?

 

La democrazia deriva dal modo di salire al potere più che dal suo esercizio (20). Tuttavia, queste misure di emergenza hanno due conseguenze. Il primo è che la linea di demarcazione tra democrazie e regimi autoritari è confusa. Il secondo è che i governi eletti democraticamente potrebbero essere tentati di usare la crisi per una varietà di scopi: cercare di passare a un regime meno democratico (Ungheria) o gestire altri problemi interni (India, Algeria). In molti paesi, la vita democratica è sospesa dal rinvio delle elezioni come in Polonia o in Bolivia, con il caso particolare della Francia.

 

I tempi di crisi hanno spesso portato a una forma di unità nazionale. In una certa misura, il senso di urgenza e la necessità di sopravvivere hanno provocato un’esplosione di lealtà tra i cittadini. Il più delle volte, le persone hanno sostenuto le forti decisioni prese dal loro governo con consenso / accettazione se non con entusiasmo (21), (22). Tuttavia, nella maggior parte dei regimi democratici, le decisioni sono messe in discussione, le istruzioni sono disattese e, in generale, la pertinenza delle misure raccomandate dagli esperti che, in altri periodi, sarebbero state date per scontate, è ampiamente messa in discussione.

 

Tanto che ci si può legittimamente domandare se la nozione di programma politico abbia ancora un significato. Poiché i funzionari eletti non sono in grado di fare ciò che hanno promesso, i cittadini non si fidano più di loro e intendono intervenire in qualsiasi momento nel processo decisionale; ci allontaniamo molto dalla democrazia rappresentativa per tendere verso forme più o meno organizzate di democrazia diretta. Il rischio è quindi quello di tutto il populismo; verità e ragione contano meno dell’azione anche quando si basa solo sulla passione. Benda ci ha insegnato a quali drammi questo ha portato inesorabilmente  (23).

 

Al contrario, nella maggior parte dei regimi non democratici, la legittimità del potere è conferita dalla capacità dei leader di proteggere il loro popolo e mantenere l’ordine sociale piuttosto che garantire le loro libertà. Nella maggior parte di questi paesi, le autorità hanno imposto una risposta forte e rapida alla crisi e in cambio vediamo una certa sensazione di sostegno e unità nazionale tra la popolazione (Cina, Vietnam, Giordania, ecc.). In altre parole, non solo la fine della crisi potrebbe segnare un indebolimento della legittimità delle autorità pubbliche nelle democrazie, ma allo stesso tempo un rafforzamento del potere nelle autocrazie.

 

Per la rapidità della sua insorgenza e l’impetuosità della diffusione del virus, la crisi sanitaria ha imposto misure legislative e regolamentari di una portata senza precedenti nelle nostre democrazie. In molti paesi, l’esecutivo si è sentito autorizzato a prendere misure di sorveglianza di massa o liberticide utilizzando tecnologie finora riservate all’intelligence militare o antiterroristica! In generale, queste misure in deroga alle libertà pubbliche sono piuttosto ben accolte, persino acclamate dai cittadini che lo vedono come un arsenale che protegge la loro sicurezza.

 

Il fatto che i governi favoriscano l’efficienza non è una specificità della crisi sanitaria. Il fatto che i cittadini siano meno attenti alla salvaguardia dei loro diritti fondamentali riflette senza dubbio l’ansia di fronte al nuovo flagello dopo decenni di assenza di avversità collettive. Queste misure eccezionali e temporanee devono assolutamente rimanere tali. Tuttavia, negli ultimi anni, va detto che altre misure prese in nome della lotta al terrorismo sono passate, quasi nell’indifferenza generale, dallo status di misure eccezionali e temporanee a quello della legge ordinaria.

 

Dobbiamo stare attenti a non indebolire permanentemente lo stato di diritto in nome dell’urgenza di combattere il virus. Lo scorso autunno (ma sembra già così lontano), François Sureau ha ricordato che “lo stato di diritto, nei suoi principi e nei suoi organi, è stato progettato in modo tale che né i desideri del governo né le paure del popolo” potranno travolgere le basi dell’ordine pubblico, e prima di tutto la libertà ”(24).

 

All’indomani della crisi, le questioni politiche saranno quindi numerose. Quali schemi saranno percepiti come capaci di gestire bene la crisi? Quale transizione dovrebbe essere attuata per tornare da misure eccezionali alla vita normale? Se durante la crisi sanitaria non hanno agito all’unisono, quale credibilità avranno i regimi democratici, nella gestione di altre crisi come la sfida climatica o la migrazione?

 

E se gli egoismi nazionali dominano durante la gestione della crisi sanitaria, come impedire all’ondata di populismi nazionali di travolgere tutto sul suo cammino? Inoltre, la cooperazione internazionale non è solo un elemento di un’efficace gestione della crisi, ma una condizione di sopravvivenza democratica dopo di essa.

 

Senza dubbio stiamo entrando in un altro mondo

Un’altra economia: il ritorno dei regolamenti?

 

L’attuale periodo è di disordine, e ovviamente si pone la questione di quale direzione prenderemo quando la crisi sanitaria sarà terminata. Negli ultimi trenta anni, la causa è stata ascoltata. Stavamo assistendo alla vittoria sfrenata del liberalismo economico alla fine della storia di Francis Fukuyama (25). Ma quelli che guardano alla storia tenendo presente il lungo termine oggi trovano motivo per tornare all’idea che il liberalismo ha sicuramente vinto. La lezione tenuta da Karl Polanyi (26) tre quarti di secolo fa è che il liberalismo economico è una fase di disorganizzazione tra due periodi più regolati. Ciò si afferma periodicamente, come parentesi, fino a quando non viene imposta la necessità di nuovi regolamenti, perché i fenomeni economici non sono indipendenti dal resto dell’evoluzione della società.

 

In 150 anni abbiamo conosciuto tre grandi cicli di regolazione del capitalismo. Quello che, proveniente dal XIX secolo, termina con la prima guerra mondiale, dà il via a un altro regolamento basato sulla produzione di massa in un mondo lacerato dal risveglio del nazionalismo e abitato dalla costruzione della democrazia. E poi è arrivata una terza fase perché, contrariamente a quanto previsto da Polanyi, il mercato non è crollato con la crisi del 29 o dopo la seconda guerra mondiale. È che dopo il 1945, la generalizzazione dello stato sociale, l’emergere del dominio americano e la cancellazione del fascismo modellarono le nuove norme dei decenni successivi. Verso la fine degli anni ’70, iniziò una nuova rottura. Colpisce il mondo della produzione, le idee politiche e la scena internazionale. L’emergere della tecnologia dell’informazione, l’ondata liberale di rifiuto delle imposte e il crollo del comunismo hanno segnato la fine del periodo socialdemocratico.

 

Pertanto, abbiamo conosciuto per quasi due secoli un susseguirsi di fasi organiche durante le quali domina un modo di organizzazione dell’economia e della società e fasi critiche durante le quali questi regolamenti restano senza fiato e poi svaniscono , per lasciare il posto ad altri. L’ultima grande regolamentazione collettiva è stata quella dello stato sociale. Non c’è più alcun dubbio che sia finita. E nonostante un lieve balbettio all’indomani della crisi dei subprime, nulla è venuto a sostituirlo.

 

Tra queste fasi di regolazione, i vecchi schemi stanno crollando, l’organizzazione collettiva è in ritirata, gli individualismi ritrovano diritto di cittadinanza. Fino a quando uno shock enorme consentirà alla storia di riguadagnare i propri diritti e gli uomini scolpiranno il quadro della nuova società. Sono queste le strutture  che dobbiamo ricostruire oggi.

 

Questi regolamenti non risparmiano alcuna attività umana, ma al di là del tradizionale spazio di cooperazione economica, ci sono diverse aree in cui la necessità di una regolamentazione è essenziale.

 

Innanzitutto, ovviamente, nel campo dell’organizzazione sanitaria. Paradossalmente, è in quest’area che la cooperazione internazionale ha iniziato a svolgersi nel 1851 con il primo Regolamento sanitario internazionale. La riforma del 2005 ha rafforzato l’indipendenza del direttore generale dell’OMS, ma è necessario fare molto di più, in particolare nel suo coordinamento con l’OMC.

 

Il ruolo dell’OMS può in particolare essere importante nell’attuazione di politiche di prevenzione più attive. Non appena le pandemie non compaiono più come rischi trascurabili, “Black Swans” per usare l’espressione usata nel campo dei rischi finanziari, si afferma fortemente la necessità di tenere conto di queste politiche nelle scelte pubbliche.  Lo smantellamento, da parte di Donald Trump, della cellula responsabile della sicurezza sanitaria alla Casa Bianca dimostra che non ci siamo ancora arrivati.

 

La crisi sanitaria può anche creare l’opportunità di una nuova mobilitazione per combattere i cambiamenti climatici. Al di là dei legami tra clima e salute pubblica, le misure adottate nel contesto della lotta contro la pandemia stanno trasformando il dibattito sui vincoli di bilancio che ci imponiamo come sul controllo del comportamento individuale. Ma esiste anche un collegamento con altre aree di conservazione ambientale e in particolare la conservazione della biodiversità. La distruzione degli ecosistemi da parte dell’inquinamento, la progressiva limitazione dei luoghi in cui vivere o le imprese proibite favoriscono le zoonosi (trasmissione delle patologie dall’animale all’uomo), come hanno dimostrato molti esempi recenti.

 

Ma anche se accettiamo la plausibile ipotesi di una frammentazione della globalizzazione, queste diverse politiche possono essere solo globali. Poi arriva la domanda fastidiosa che attraversa qualsiasi interrogativo sulle conseguenze della crisi sanitaria: c’è un posto per il multilateralismo? E oltre, possiamo concepire un’azione multilaterale che non riguardi solo gli Stati ma che si svilupperebbe tra le regioni o anche le grandi metropoli?

 

Un altro paradigma

 

a / Un cambiamento nel rapporto tra gli Stati: quale nuovo equilibrio geopolitico?

 

Se resta da sperare che la crisi sia la fonte di una rinnovata cooperazione a livello globale ed europeo, è importante esaminare le sue conseguenze più immediate per le relazioni internazionali.

 

Il primo deriva dal vuoto di potere che l’attenzione sulla crisi sanitaria dei principali governi renderà ogni giorno più visibile. Finché sono, come tutti, sommersi dalla pandemia, i gruppi armati sembrano aver scelto di ritirarsi. Ma non appena le condizioni lo consentiranno, non vi è dubbio che i conflitti ricominceranno proprio mentre i principali attori si occuperanno principalmente della loro situazione interna. Si teme che sia così in Siria come in Libia, nel Sahel come nello Yemen. Tanto più che molti Stati scossi dalla crisi troveranno ancora più difficile che in passato esercitare le loro responsabilità sovrane.

 

In questo contesto, è probabile che vi sia una forte tentazione, per alcuni Stati, di aumentare la loro influenza internazionale. La Cina, la Russia in misura minore, hanno già colto questa opportunità distribuendo aiuti medici principalmente ai paesi europei. Alla fine della crisi sanitaria, la competizione ideologica riprenderà con forza in una situazione in cui le popolazioni avranno voglia di intervento statale e di potere forte. Intrappolati tra la loro riluttanza verso qualsiasi azione multilaterale e il loro confronto con Pechino, gli Stati Uniti faranno fatica a evitare una ridistribuzione delle carte, ma ovviamente molto dipenderà dalle elezioni di novembre. La Cina non è in grado di esercitare la leadership mondiale, ma non è certo che gli Stati Uniti ne siano ancora capaci.

 

È quindi chiaramente una frammentazione della globalizzazione che è ragionevole aspettarsi, e potrebbe essere l’occasione per l’Europa, se riuscirà a mettersi insieme.

 

b / La crisi dell’essere porterà a un cambiamento nel rapporto tra uomini?

 

Perché sia possibile un rimescolamento delle carte, il rischio di pandemia deve permeare profondamente, ma soprattutto durevolmente, la sensibilità globale collettiva. La metafora della guerra, che è stata ampiamente utilizzata, può essere applicata solo durante il periodo della mobilitazione: la maggior parte degli studi (27) suggerisce che non può esserci armistizio, né tanto meno una liberazione. Non è quindi solo uno sforzo bellico a lungo termine, ma anche un reinserimento nella coscienza collettiva, la permanenza di un rischio di pandemia infettiva. Di fronte a una tale minaccia strutturante e universale, è probabile che vedremo un profondo cambiamento nelle preferenze collettive.

 

Prima probabile evoluzione delle nostre preferenze collettive: il rapporto con la temporalità. Entrare in un mondo caratterizzato da un pericolo infettivo implica la correzione delle nostre carenze e la realizzazione della nostra incapacità, soprattutto in Europa, di dare realtà al principio di precauzione e coltivare l’approccio preventivo. L’ embolizzazione dei sistemi sanitari dei paesi sviluppati è solo il sintomo di una visione politica a breve termine che si crede premunita contro eventi reali imprevisti grazie alla sola esistenza di mercati interconnessi e reattivi di beni e servizi. Le decisioni future non potranno esonerarsi dall’iscrivere, anzitutto nei bilanci, misure a lungo termine, né da un approccio strategico sistematizzato ai vari settori prioritari della vita delle persone.

 

Al di là di questo primo aspetto, il rischio di infezione ci ricorda con forza l’evidenza dell’interdipendenza tra individui. Questo è l’intero paradosso dell’attuale confinamento: isolati in casa, gli individui non hanno mai lavorato così tanto per il ripristino del collettivo. La salute di tutti non è più, come nel caso delle malattie cardiovascolari e degenerative, la conseguenza del comportamento individuale: dipende dalla responsabilità di ciascuno nei confronti del collettivo e, al contrario, dalla capacità del collettivo di prendersi cura della salute del minimo dei suoi membri. La caratteristica dei virus che questa pandemia ci ricorda, è di non riconoscere confini, né sociali né politici: nessuna barriera, nessun muro proteggerà durevolmente le società da un rischio di contagio, da un “cluster” pronto sciamare.

 

Oltre al necessario rafforzamento del ruolo dell’OMS nell’attuazione delle politiche di prevenzione attiva, questa ricomparsa del sentimento di interdipendenza deve essere accompagnata, in modo che non emerga una società di sfiducia generale. Un recente sondaggio (28) sull’accettabilità di un’applicazione telefonica per tracciare i contatti dei gestori Covid-19 mostra che quasi il 75% degli intervistati installerebbe probabilmente questo tipo di applicazione, se esistesse. Quale apprezzamento sociale verrebbe fatto di un individuo che rifiuta di installare una tale applicazione? Questo rifiuto dovrebbe essere semplicemente autorizzato quando rischia di mettere in pericolo il collettivo? È probabile che questa crisi sanitaria e la sua penetrazione nell’immaginario collettivo stimolino l’emergere di una società di trasparenza medica: è quindi possibile che in futuro il movimento delle persone sia soggetto alla produzione di test di immunità, come la carta di vaccinazione internazionale attualmente richiesta al confine di molti stati. Ma c’è tutto un mondo, tra un semplice taccuino di cartone e i dati del tuo telefono cellulare. Affinché il sistema di trasparenza individuale che si raccomanda di adottare non si trasformi in una società della sfiducia, le autorità pubbliche devono svolgere un ruolo attivo, al fine di garantire non solo l’anonimato degli utenti, ma anche la cancellazione dei set di dati (29). Questo fermo posizionamento pubblico deve costituire la base di un nuovo “sistema provvidenziale” sul quale costruire la fiducia e un rinnovato patto civile.

 

 

 

[1] Jin Wu, Weiyi Cai, Derek Watkins e James Glanz, “Come è uscito il virus”, The New York Times, 22 marzo 2020

 

[1] Anche la Francia ha un vasto stock strategico. Creato nel 2007, lo stabilimento per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie nel 2009, nel contesto dell’epidemia di H1N1, un miliardo di maschere anti-proiezioni, destinate ai malati, e 900 milioni di maschere di protezione, chiamata “FFP2”. Nel 2013 è stata modificata la dottrina della gestione degli stock strategici, con il trasferimento della protezione dai lavoratori ai datori di lavoro. Nel 2016, le missioni dell’EPRUS sono state integrate in un nuovo istituto di sanità pubblica francese.

 

(3) Cfr. Fondazione Jean Jaurès .

 

(4) Come Haiti, ad esempio, di cui il 32% del PIL nel 2018 proviene da questi trasferimenti

 

(5) Alle Maldive, in casi estremi, il 75% del PIL dipende direttamente e indirettamente dal turismo e le riserve valutarie non superano i 2 mesi di importazioni.

 

(6) Di cosa potrebbe beneficiare la Cina, che non ha accesso agli swap.

 

(7) Aumentano le riserve delle banche centrali

e consentire ai paesi in via di sviluppo di ottenere “valute forti”.

 

(8) La Francia ha finalmente presentato una proposta in tal senso

 

(9) Da allora, l’assegno per $ 1.500 per tutte le famiglie ha migliorato la situazione.

 

(10) Terra Nova, marzo 2020

 

(11) Larry Summers “Prospettive economiche statunitensi: stagnazione secolare, isteresi e limite inferiore zero”, Economia aziendale, 49, pagg. 65-73, 2014

 

(12) Paolo Surico e Andrea Galeotti, “L’economia di una pandemia: il caso di Covid-19”, London School of Economics, 2020

 

(13) Paolo Surico e Andrea Galeotti, ibidem.

 

(14) Già nel gennaio 2008, il FMI aveva annunciato a Davos la necessità di uno stimolo fiscale globale. Prenderà forma al G20 del 2009 a Londra e ha salvato milioni di prevedibili disoccupati.

 

(15) Su questi punti, vedi Shahin Vallée “Nota macro: opzioni per l’Eurogruppo e un possibile percorso graduale verso coronabond”, 2 aprile 2020

 

(16) Questo meccanismo, creato nel 2012, può mobilitare fino a 700 miliardi di euro. Talvolta viene erroneamente descritto come un FMI europeo. La principale differenza con l’FMI deriva dal fatto che le risorse del MES stanno prendendo in prestito risorse e non risorse monetarie. Non è un Fondo monetario europeo ma un Fondo di bilancio europeo.

 

(17) Daniel Cohen, “La crisi del coronavirus segnala l’accelerazione di un nuovo capitalismo, il capitalismo digitale”, Le Monde, 2 aprile 2020

 

(18) Max Weber, in Economia e società, insiste sul fatto che la sottomissione volontaria specifica a qualsiasi forma di socializzazione dipende dalle qualità che il dominato presta a chi lo comanda.

 

(19) Max Weber, “Politik als Beruf”, 1919

 

(20) Se ciò che caratterizza la democrazia è la modalità di acquisizione del potere e non il suo esercizio (Adam Przeworski et al., “Democrazia e sviluppo: istituzioni politiche e benessere nel mondo, 1950-1990”, vol.3, Cambridge Univ. Press, 2001) quindi il carattere democratico delle nostre società non è in discussione.

 

(21) “Nelle democrazie, il rapporto tra cittadini e governo si basa sul triumvirato di conformità, consenso e legittimità”. Hardin, “Conformità, consenso e legittimità”, in Boix & Stokes, Politica comparata

 

(22) Chi avrebbe potuto immaginare che quando, 18 mesi fa, la rivolta dei giubbotti gialli in Francia nacque tra l’altro da indignazione contro il limite di velocità a 80 km / h, considerato liberticida.

 

(23) Julien Benda, “La trahison des clercs”, 1927, ristampa Les cahiers rouges, Grasset, 2003

 

(24) François Sureau “Senza libertà”, Tract, Gallimard, 2019

 

(25) Francis Fukuyama, “La fine della storia e l’ultimo uomo”, The Free Press, 1992

 

(26) Karl Polanyi, “La grande trasformazione. Le origini politiche ed economiche del nostro tempo “, Gallimard, 1944

 

(27) Gideon Lichfield, “Non torneremo alla normalità”, MIT, 2020

 

(28) https://045.medsci.ox.ac.uk/user-acceptance, Università di Oxford, 31 marzo 2020

 

(29) Ciò che l’Europa è stata in grado di attuare con l’adozione precursore del GDPR

 

Istituzioni e sovranità! La funzione dell’Esercito Italiano. Ne discutiamo con il Generale Marco Bertolini

Da troppi decenni l’Esercito Italiano fatica a godere di quella considerazione indispensabile a garantire nel migliore dei modi l’esercizio della sovranità nazionale, la cura degli interessi nazionali stessi e la costruzione di una identità e coesione più solida del popolo italiano. Sempre presente nelle ricorrenti situazioni di emergenza interna al paese e costantemente impegnato in numerosi teatri operativi internazionali, questi ultimi a volte giustificati dalla presenza di interessi nazionali, a volte trascinato da strategie estranee, spesso viene relegato al riconoscimento di una funzione ausiliaria. Un atteggiamento che inibisce il peso politico di una istituzione fondamentale nella costruzione di una coesione nazionale lungi dall’essere ancora compiuta. La crisi dell’ideologia globalista sta riproponendo nella giusta dimensione il ruolo degli stati nazionali e la affermazione delle prerogative loro proprie. Le classi dirigenti italiane non sembrano ancora consapevoli delle implicazioni di questo cambio di paradigma. Ne discutiamo con il Generale Marco Bertolini_Giuseppe Germinario

*Il Generale di Corpo d’Armata (ris.), Marco Bertolini, è nato a Parma il 21 giugno 1953. Figlio di Vittorio, reduce della battaglia di El Alamein, dal 1972 al 1976, Marco Bertolini ha frequentato l’Accademia Militare di Modena e la Scuola di Applicazione d’Arma di Torino. Nel 1976, con il grado di Tenente, è stato assegnato al il IX Battaglione d’Assalto Paracadutisti Col Moschin – una delle unità di elite delle Forze Armate italiane – del quale, per ben due volte (dal 1991 al 1993 e dal 1997 al 1998), è stato comandante.

Già comandante, dal 1999 al 2001, del Centro Addestramento Paracadutismo, dal 2002 al 2004 è stato posto al comando della Brigata Paracadutisti Folgore per poi assumere il comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (COFS) e, successivamente, quello del Comando Operativo di vertice Interforze (COI). Dal luglio del 2016 Marco Bertolini ha cessato il suo servizio attivo nelle Forze Armate. Attualmente è Presidente dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia.

L’intervista ha preso spunto dall’articolo apparso sul sito www.ordinefuturo.it , link https://www.ordinefuturo.it/2020/04/14/considerazioni-in-tema-di-forze-armate/?fbclid=IwAR1-mMCh4_OTj74yS8-gPHsw7oYi9qHcsfmTY3iVCmX_dpwd0N9CbGnDYcY , a sua volta ripreso dal nostro sito il 15 aprile scorso

Coronavirus e struzzi politicamente corretti, a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto la pubblicazione di alcune incisive considerazioni di Andrea Zhok e Vincenzo Cucinotta, tratti da facebook, riguardanti le implicazioni e la gestione di una eventuale se non probabile diffusione epidemica o peggio pandemica del coronavirus. L’argomento meriterà sicuramente ulteriori riflessioni sulla falsariga di quanto sottolineato da Zhok e sostenuto a più riprese, ormai da anni, da questo blog a proposito della fragilità e della sempre più incipiente crisi di un sistema globalizzato di relazioni fondato su una visione unipolare ed economicistica del sistema di relazioni. Al momento preme sottolineare due aspetti della gestione casereccia di questa situazione di crisi.

  • L’atteggiamento della stampa e del sistema di informazione nella loro quasi totalità. I telegiornali ormai dedicano pressoché le intere edizioni alla crisi in atto. In realtà non fanno che soffermarsi ossessivamente sul numero dei casi, sulla condizione dei pazienti e sulle misure di isolamento dei soggetti e delle comunità implicati. Nessuna seria azione di vigilanza, puntualizzazione e critica dell’azione governativa a cominciare dalla verifica dei poteri di vigilanza e di efficacia di azione conferiti alla Protezione Civile e agli altri organismi preposti. Con il pretesto di evitare di concedere spazio alla strumentalizzazione politica, in parte effettiva, operata in particolare da Matteo Salvini, non fa che riportare pedissequamente e diligentemente l’azione governativa. Un atteggiamento di apparente neutralità ed oggettività che nasconde la funzione surrettizia di sostegno politico a questi ultimi; una mistura esplosiva di allarmismo sterile e conformismo politico innescata da un meccanismo a scoppio ritardato dalle conseguenze potenzialmente disastrose.
  • L’atteggiamento delle forze al governo. La preoccupazione primigenia di costoro è stata quella di lanciare “messaggi di inclusione” a contrasto e in polemica con un razzismo di fatto inesistente e irrilevante, almeno per il momento, nel nostro paese. Una strumentalizzazione politica peggiore di quella degli avversari e un messaggio che rischia di sminuire l’azione individuale di prevenzione. Lasciamo perdere per il momento il tema del ridimensionamento, deperimento delle strutture amministrative e di servizio del paese. Con tutti gli strumenti invasivi di controllo individuale disponibili, legati all’uso di carte di pagamento, di pedaggi e prenotazioni e via dicendo, pare che siano stati utilizzati strumenti più approssimativi e informali di individuazione dei focolai primigeni con conseguenti ritardi e carenze che costringeranno probabilmente a modificare la natura e la drasticità degli interventi futuri riguardo ad una patologia preoccupante più che per la mortalità per la contagiosità e l’oneroso trattamento medico necessario in buona parte dei casi il cui corso potrebbe portare al collasso il sistema ospedaliero.

Non pare, quindi, per chiosare Zhok, che il Governo sia consapevole della posta in palio e se lo è preferisce nascondere la polvere sotto il tappeto piuttosto che andarsene.

Andrea Zhok

Qualche osservazione sparsa e da profano sugli ultimi eventi relativi al ‘coronavirus’.

1) Il problema fondamentale rappresentato da una possibile epidemia di Covid-19 non sta nella mortalità, che è di poco superiore ad una normale influenza, ma nella pesantezza del decorso, che richiede spesso ricovero ospedaliero.

2) Quindi l’impatto problematico del Covid-19 si manifesta (potenzialmente) in primo luogo sulle strutture ospedaliere, che incidentalmente sarebbero lì per occuparsi di una pluralità di problemi, e che si possono trovare rapidamente al collasso. – In quest’ottica si comprende sia la sollecitudine (e mostruosa efficienza) cinese nella costruzione di nuovi ospedali, sia la preoccupazione di molti operatori ospedalieri italiani in un settore scarnificato dai tagli negli ultimi anni.

3) In seconda battuta, l’impatto del Covid-19 è particolarmente severo sull’intero sistema delle transazioni, sul ‘libero movimento di merci e persone’. In quest’ottica poche cose illustrano in modo più plastico di questa epidemia il sistema di interconnessioni ed interdipendenze globali. Al contempo ciò mostra l’immensa strutturale fragilità di sistemi produttivi così estesi, che dopo essere stati più volte messi sotto accusa per le ripercussioni ambientali di questa ‘frenesia di movimento’, e per le loro ripercussioni in termini di destabilizzazione economica (delocalizzazioni, ecc.), ora mostrano anche la corda nei termini di fragilità del controllo nazionale (quando il controllo nazionale è l’unica cosa cui puoi ricorrere, come in caso di epidemia).

4) Nel caso italiano temo che il rischio di essere il vaso di coccio del sistema sia altissimo. Paesi come la Cina giocano le loro carte sull’export, ma hanno un forte controllo nazionale, e ciò gli consentirà plausibilmente, nonostante una situazione inizialmente assai più grave, di rimettersi in carreggiata tra uno o due mesi. Se la curva dei contagi, come sembra, continua a ridursi, la Cina riprenderà (non senza strascichi) il suo ruolo attuale di ‘fucina del mondo’.
Altri paesi, come gli USA, hanno un mercato interno forte, che risentirà relativamente di eventuali prolungate interruzioni delle ‘supply chains’ mondiali.
I paesi europei sono quelli destinati a soffrire di più nel caso di un prolungarsi od aggravarsi della situazione, e l’Italia più di tutti, perché dipende più di ogni altro dalle proprie relazioni internazionali (sia come export, che come settore turistico).

5) Sul piano strettamente empirico, in Italia, in questo quadro c’è un particolare che finora mi sembra curiosamente assente dalla discussione. Siamo di fronte a due focolai distinti, di cui uno ha un possibile paziente zero (ma per ora non confermato), mentre nell’altro caso non mi risulta che ci sia alcun paziente zero.
Ora, la mancata individuazione dei focolai originanti dell’infezione è un evento di straordinaria gravità. Se il/i soggetto/i che diffonde il virus non viene isolato può contagiare un numero indefinito di persone, che visti i tempi di incubazione (da 2 a 15 giorni, sembra), potrebbe provocare una condizione pandemica in capo a un paio di settimane.

Ci si potrebbe trovare, e non è una proiezione particolarmente pessimistica, con una situazione di dimensioni ‘cinesi’. Scarsa consolazione sembra provenire dalla presunta stagionalità del virus, giacché a quanto pare si sta diffondendo anche in aree calde. Un quadro del genere può significare per l’Italia essere tagliati fuori come anelli dell’approvvigionamento europeo e come destinazione turistica.

Il tutto in una cornice già economicamente logorata e socialmente tesa.

E, per inciso, senza la possibilità di poter ricorrere a pratiche di autofinanziamento statale (per la ben nota deprivazione della potestà sulla propria erogazione di moneta).

Direi la tempesta perfetta.

Spero vivamente che chi ci governa abbia chiaro davanti agli occhi questo scenario, al momento non solo di principio possibile, ma significativamente probabile. Non è un momento in cui si può aspettare e stare a vedere cosa succede, per poi metterci delle toppe. Le toppe sono già quasi finite, e potremmo essere solo all’inizio.

 Vincenzo Cucinotta

Conte dice “stiamo facendo tutto il possibile”.
Il punto è che non si fa mai tutto il possibile, perchè se ciò che si fa esaurisce tutto il possibile, allora, non ci sarebbe nulla da decidere.
Quel Conte mi pare l’emblema stesso di questo aspetto più ignobile dell’italianità, questa approssimazione, questo volemose bene, uno che dice che gli italiani possono stare tranquilli perchè il governo sta facendo del suo meglio.
Vedo che non ci sono grandi consensi alla mia posizione “estrema”, cioè affrontiamo il contagio senza illuderci di poterlo contenere, ma credo che non sia chiaro che ogni battaglia che si intraprende, lo si fa per vincerla.
Mi chiedo allora coloro che sono nel panico per ogni possibile estensione del contagio, a quali sacrifici estremi siano pronti, a rimanere barricati in casa fino a esaurimento delle scorte, e poi affidarsi a lanci di derrate alimentari da elicotteri? Non so, non capisco, forse non è chiaro a tutti che ormai abbiamo una pluralità di fonti di contagio, molte delle quali tuttora ignote, e ognuna di queste può rapidamente dar luogo a numerosissime fonti di contagio. Come possiamo davvero credere che si riesca a controllarle tutte?
Mi chiedo se siano così scemi o se siano solo furbi, e invece di puntare a delimitare il contagio, stiano solo tentando di difendere la propria immagine dicendo appunto che “hanno fatto tutto il possibile”. A noi, che facciano tutto il possibile non interessa per niente, vogliamo risultati, e quindi se qualcuno ha un’idea in proposito, che adottino una strategia ben definita e articolata, sennò sarebbe meglio che non facessero nulla, il possibile di cui parlano può essere molto pernicioso.

http://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-31/14163

La constatazione del multipolarismo, con Piero Visani

La gran parte dei paesi emergenti e degli stati egemoni stanno constatando l’affermazione del multipolarismo. Alcuni, in primo luogo gli Stati Uniti, sembrano ancora incerti se prenderne atto o tentare il ripristino di una condizione unipolare. Parlare di incertezza è però un eufemismo. Da quelle parti lo scontro politico sta assumendo toni sempre più feroci, destinati ad assumere forme drammatiche in caso di vittoria di Trump. Una vittoria della componente conservatrice, per meglio dire demo-conservatrice, rischia di ricacciare la politica estera americana nell’avventurismo più bieco. Altri paesi al contrario sono fautori sempre più convinti della condizione multipolare. Nel mezzo alcune potenze regionali cercano di approfittare con spregiudicatezza degli spazi offerti dalla competizione sempre più accesa. Solo l’Europa, in essa in particolare la Germania e soprattutto l’Italia, appare riottosa a prendere atto della svolta. I paesi europei, dibattuti tra velleità di potenza e remissività supina, sempre però all’ombra dell’egemone d’oltreatlantico, sembrano vivere in un limbo di nostalgia destinato ad essere loro fatale. I tempi stringono. Qui sotto le considerazioni amare e realistiche di Piero Visani, uno studioso e un commis che come pochi conosce molto bene limiti, tanti e virtù, poche, della nostra classe dirigente. Buon Anno e buon ascolto_Giuseppe Germinario 

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