Come al solito Korybko, qui https://italiaeilmondo.com/2026/07/21/quali-sono-le-motivazioni-alla-base-del-piano-di-rimilitarizzazione-della-germania-del-valore-di-800-miliardi-di-euro-_-di-andrew-korybko/ , solleva una montagna di questioni relative al cerchio di ferro che viene sempre più stretto intorno al collo della Russia finché essa, se non ne vorrà morire strangolata, non potrà che reagire con estrema violenza .
In merito io ho già espresso le mie previsioni : la Russia NON accetterà di morire strangolata e sta semplicemente rinviando il momento della “reazione fatale”; “momento” che, non dubito, arriverà certamente perché sull’ altro lato anche i “bankesters” non possono tornare indietro dalle decisioni fatali che LORO stessi hanno già preso per tutti noi.
Ora, sorvolando su tutti i punti sollevati da Korybko, compresi gli assurdi “sogni polacchi”, vorrei mettere in evidenza che il vero punto di rottura che spingerà di sicuro la Russia a quella “ reazione violenta” che cerca di procrastinare il più possibile, sarà il riarmo NUCLEARE della Germania per la indubitabile minaccia che esso comporterebbe per la Russia.
Ora che un riarmo NUCLEARE del Giappone fosse previsto fin dall’ inizio dai “masters of universe” per “contenere” Russia e Cina ne ho già è parlato altre volte come cosa resa evidente dal fatto di aver concesso al Giappone non solo il “nucleare civile” ma anche l’ intero controllo della gestione / stoccaggio del combustibile “esaurito” e quindi della possibile estrazione del plutonio da esso.
E siccome questa cosa non è stata MAI posta alla attenzione dei media, è pressoché certo che il Giappone abbia già il plutonio per centinaia di ordigni; che quindi il Giappone possa diventare una potenza nucleare “overnight” , perché ha già in parallelo sviluppato completamente anche la relativa missilistica.
Ben diverse furono invece le condizioni imposte alla Germania per il suo “nucleare civile” a cominciare dal dover consegnare tutte le “scorie” a Francia ( ma anche agli USA tramite Francia ) PAGANDO per il loro “smaltimento”.
In altre parole la Germania non dovrebbe avere plutonio da nessuna parte sebbene per molti anni la pubblicistica americana lo abbia temuto, tant’é che alla Germania non è stato nemmeno permesso di sviluppare una sua “missilistica” nazionale e che essa abbia dovuto pagare i soliti francesi per mettere in orbita i propri satelliti.
Ma ora le cose dal punto vista geopolitico sono cambiate; una Germania dotata di un nucleare tattico sarà un fondamentale “gendarme” imperiale sul fronte europeo e NON c’è alcun dubbio che nel suo programma di riarmo ci sia ANCHE uno sviluppo nucleare in ACCORDO col “padrone” ( e che i mangiaranocchie si fottano ! ).
Da dove poi i Tedeschi si procurino il plutonio necessario non si sa, ma in merito si potranno riesumare le vecchie storielle della vecchia pubblicistica americana, tipo le “miniere di sale” dell’ ex-nazista Strauss.
Perché una volta definitivamente liquidata la NATO-Ucraina ( perché lì si finirà; il “muro di droni ” è solo l’ equivalente delle V1 tedesche: tanto “fumo” e poco “arrosto” ) è assai poco possibile che L’ €uropa Unita in una sempre più profonda crisi economica possa mantenere un conflitto attivo contro una Russia strategicamente vincitrice in Ucraina.
Già l’impossibilità del 21° pacchetto antirusso ci mostra che ben pochi “volenterosi ” sarebbero di fatto disposti a partire per il “fronte russo”.
Certo tra questi pochi ci sono sia la Germania che sente finalmente l’occasione di tornare di essere davvero”la prima in europa” anche in campo militare, che i soliti fantasticatori polacchi che pure un po’ di puzza di bruciato già la sentono.
In ogni caso, però, entrambi chiederanno le necessarie “garanzie nucleari” che ora non hanno .
E permettere a questi nanetti di dotarsi di armi nucleari tattiche “nazionali” non comporterebbe gravi rischi per “il padrone”. Anzi la cosa rappresenterebbe una grande opportunità di un conflitto nucleare “limitato” alla sola Europa.
Certo, i soliti francesi digrignerebbero un po’ i denti per poi alla fine adattersi come sempre. Il problema quindi resterebbe “russo”: permettere o meno ai “soliti idioti” di dotarsi di testate nucleari “tattiche” ?
Io credo di no e credo anche che l’ opinione pubblica russa sia già abbondantemente “matura” per sostenere fin in fondo la necessaria “operazione preventiva ” più o meno “chirurgica”, esattamente come ora è già pronta ad andare fino in fondo a tutto quanto sarà necessario per risolvere DEFINITIVAMENTE la “questione ucraina”.
Resta sempre sullo sfondo la possibilità di una Germania “doppiogiochista” che , armandosi fino ai denti, si svincola dalle pastoie “atlantiste”, non per fare “guerra alla Russia”, ma per accordarcisi alle spalle degli altri “€uroidioti”.
Ovviemente i soliti “vicini sognatori” ( francesi e polacchi) questo lo temono fortemente; soprattutto i francesi che già vedono ridursi l’ esenzione all’ €urodazio” pagato invece da tutti gli altri vecchi “inquilini paganti” de l’ €urolager”.
Io direi loro sarcasticamente di starsene “tranquilli “. La Germania non è in grado di avere un pensiero strategico di questa portata; semplicemente i tedeschi , come sempre, andranno avanti dritti fino in fondo “eseguendo gli ordini”.
La natura dei popoli si può cambiare solo modificandola “etnicamente”, e se trovare “vecchi” tedeschi per le “Straßen” è sempre più difficile, l’ elite tedesca è però “etnicamente pura “, costituita da ben selezionati nipotini di ex-nazisti collaborazionisti.
Quindi “non c’ è due senza tre” ma, rispetto alle precedenti “due” , stavolta i russi saranno molto più “arrabbiati” e previdenti; perché ,come diceva il grande Totò, “ è la somma che fa il totale “
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Trump ha spostato i confini di ciò che si può pensare e dire. Avrebbe voluto, in occasione del 250° anniversario che gli Stati Uniti celebrano in questi giorni, spostare anche i confini fisici del Paese, oltre il Canada e la Groenlandia. Quello che inizialmente era stato liquidato come una stravaganza narcisistica, ora appare sempre più a molti osservatori come un disturbo patologico. Da parte sia politica che medica vengono poste domande urgenti, sempre più spesso anche da repubblicani che non sono più disposti a seguire incondizionatamente il presidente. E se si trattasse davvero di una forma di follia: quali conseguenze avrebbe? E come si dovrebbe affrontarla? «Trump è un narcisista maligno». Il termine implica quattro elementi di struttura della personalità: la mania di grandezza e il bisogno permanente di ammirazione; la psicopatia e la mancanza di empatia; il pensiero paranoico, secondo cui chi la pensa diversamente rappresenta costantemente una minaccia; nonché il sadismo. «Abbiamo a che fare con qualcuno che prova piacere nel ferire le persone e nel distruggere le cose. Questo gli dà un senso di potere».
STERN 02.07.2026 PRÄSIDEMENT I suoi momenti di smarrimento si stanno moltiplicando, gli ex collaboratori lanciano l’allarme. Donald Trump sta perdendo il controllo di sé stesso – e della sua carica? La situazione potrebbe diventare molto pericolosa
Di Marc Etzold e Leonie Scheuble Il 16 marzo di quest’anno, il presidente degli Stati Uniti d’America ha rivelato quasi per caso che il deputato Neal Dunn soffriva di una malattia «incurabile» e che i medici gli avevano pronosticato che sarebbe «morto entro giugno».
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«Il male più grande della schiavitù era il mito secondo cui i bianchi fossero migliori dei neri». Questo vecchio schema di pensiero esiste ancora. Per Trump, l’anniversario dell’indipendenza è l’occasione per raccontare una storia immacolata della democrazia americana. La schiavitù è una nota a piè di pagina che sui siti web governativi dedicati all’anniversario ricorre solo quando si parla degli sforzi compiuti all’epoca per abolirla. I parchi nazionali e i parchi storici sono chiamati a rivedere i propri contenuti. Anche se una giudice federale ha recentemente sospeso in via provvisoria il decreto: la storia non può essere riscritta con il Tipp-Ex. Ci sono cose per cui dovremmo collettivamente piangere e provare rammarico: chi parla solo del «miglior paese di tutti i tempi» e di gloriose conquiste, non riconosce tutti gli aspetti della storia americana.
01.07.2026 Il vecchio male In occasione del 250° anniversario degli Stati Uniti, Donald Trump impone una narrazione storica patriottica. In Alabama, un attivista per i diritti civili si oppone
Di Sofia Dreisbach, Montgomery Nel settembre 1959 un giudice federale dell’Alabama stabilì che la segregazione razziale nei parchi pubblici di Montgomery era illegale. La città reagì.
La domanda se la sinistra politica abbia una parte di responsabilità nel successo delle forze di destra preoccupa un numero crescente di Verdi. Sono preoccupati per la democrazia, ma anche per i propri risultati elettorali. Sono più i giovani uomini che le donne a votare per partiti di destra o di estrema destra. Il 25,2 per cento degli uomini tra i 18 e i 24 anni ha votato per l’AfD, partito di estrema destra, alle ultime elezioni federali. Tra le donne della stessa fascia d’età la percentuale era solo del 12,6 per cento. I Verdi ottengono risultati particolarmente deludenti soprattutto tra i giovani uomini. Tra i Verdi ci sono sempre più politici che ritengono che il femminismo abbia destabilizzato e spaventato i giovani uomini. Nella lotta per i diritti delle donne qualcosa è rimasto indietro, scrivono 13 Verdi in un manifesto finora inedito. Il loro partito ha definito ciò che gli uomini non dovrebbero essere: non violenti, non dominanti, non oppressivi. «Ma abbiamo dimenticato di proporre cosa possa essere invece la mascolinità», si legge nel testo. «Abbiamo creato un vuoto, e in questo vuoto stanno ora tornando a riversarsi le vecchie immagini».
03.07.2026 I Verdi al maschile I leader politici dei Verdi sono insoddisfatti della loro immagine da “morbidi” e hanno redatto un manifesto per una nuova immagine maschile: da oggi sono consentiti sia l’allenamento in palestra che le auto potenti
di Christoph Schult Un venerdì mattina alle dieci, Anton Hofreiter entra nella Marie-Elisabeth-Lüders-Haus nel quartiere governativo di Berlino. L’ufficio del presidente della commissione per gli affari europei si trova nell’edificio sulla riva opposta della Sprea, ma oggi Hofreiter ha altri programmi.
Trump è stato rieletto una seconda volta, ha messo in secondo piano lo Stato di diritto, ha fatto dare la caccia agli immigrati dagli agenti dell’ICE e ha conferito al Paese tratti autocratici. Amo comunque ancora gli Stati Uniti, ma devo giustificarmi sempre più spesso per questo. Perché non riesco a fare altrimenti, perché molti tedeschi non riescono a fare altrimenti e perché va comunque bene così.
03.07.2026 Si possono ancora amare gli Stati Uniti? Buon compleanno, America! Ti faccio gli auguri come si fa con un ex che si continua a rimpiangere
Di Philipp Oehmke I primi dubbi mi sono venuti dopo circa due ore in una spoglia stanza seminterrata dell’aeroporto di Los Angeles. Era l’estate del 2021, il mondo era in preda ai lockdown per il Covid, Joe Biden era presidente degli Stati Uniti, Donald Trump sembrava ormai un ricordo del passato. Le restrizioni all’ingresso erano ancora in vigore, ma poiché avevo vissuto negli Stati Uniti poco prima,
La lotta per le maggioranze al Congresso USA si preannuncia estremamente serrata. Alla Camera dei Rappresentanti vengono riassegnati tutti i 435 seggi, mentre al Senato sono in palio 33 seggi. Per ottenere la maggioranza al Senato, i democratici dovrebbero difendere tutti i propri seggi – tra cui quello della Georgia – e conquistarne altri quattro. Nella maggior parte degli Stati e dei collegi elettorali, le preferenze di partito sono così consolidate che l’esito si profila già all’orizzonte. Ma in alcuni casi la situazione è diversa – e questi potrebbero rivelarsi decisivi alla fine. La corsa al Senato è ancora aperta soprattutto nel Maine, nel Michigan e nell’Ohio. Altri sei Stati sono considerati contesi.
01.07.2026 L’ora dei democratici? Il presidente degli Stati Uniti è più impopolare che mai. Alle elezioni di medio termine di novembre, gli americani potrebbero fare i conti con la politica di Trump e punire i repubblicani – a patto che le figure chiave dei democratici non commettano errori
di Dana Heide, Atlanta, Washington Jon Ossoff non si perde nemmeno il tempo di attaccare il suo diretto avversario repubblicano. Fin dall’inizio del suo discorso elettorale ad Atlanta alla fine di maggio, il senatore democratico della Georgia preferisce attaccare direttamente il presidente degli Stati Uniti.
Negli ultimi mesi la coalizione ha preso sempre più coscienza di quanto il «shock cinese» pesi sull’industria tedesca: i produttori cinesi stanno recuperando terreno dal punto di vista tecnologico in un numero sempre maggiore di settori chiave, invadendo il mercato mondiale con sovraccapacità sostenute dallo Stato e una politica dei prezzi aggressiva. Tra il 2019 e il 2025 la competitività in termini di prezzi dell’economia tedesca si è fortemente deteriorata rispetto alla Cina, ma non rispetto ai principali partner commerciali tedeschi nel loro complesso; forse la Germania non presenta una debolezza competitiva così grave come spesso si presume. Il problema è soprattutto la Cina.
01.07.2026 La base industriale si sta erodendo Berlino e Bruxelles inaspriscono la politica nei confronti della Cina. Pechino si mostra disposta al dialogo. Un cedimento – o uno stratagemma?
Di M. Greive, J. Hanke, M. Koch, J. Olk – Berlino, Bruxelles Riduzione della burocrazia, riforme in corso in materia fiscale e sul mercato del lavoro: questi sono i temi all’ordine del giorno della riunione della commissione di coalizione di mercoledì.
L’Unione Europea investe solo una minuscola somma per difendere la verità. Tuttavia, non si tratta solo di denaro, ma anche di atteggiamento di fondo. Ci difendiamo cercando di smascherare le menzogne dopo che si sono diffuse. Questo non basta: dobbiamo anticipare la propaganda. Abbiamo bisogno di qualcosa di più che semplici azioni a breve termine. Sia la Russia che la Cina pianificano le loro strategie di informazione con decenni di anticipo. Dovremmo fare lo stesso. Ciò significa che dobbiamo fornire maggiori risorse e sostegno ai professionisti dei media moderni – influencer, podcaster, artisti digitali, futuristi, analisti e visionari. Essi plasmano il pensiero e i sentimenti di milioni di persone. Dobbiamo investire nelle piattaforme, nelle voci e nei formati che raggiungono le persone oggi.
05-06.07.2026 Difendere la verità: l’Europa deve anticipare la propaganda La Russia spende ogni anno quasi due miliardi di dollari in propaganda. L’attività mediatica della Cina è ancora più estesa e nebulosa. L’Unione Europea investe solo una minuscola frazione di queste somme
Di Pekka Kallioniemi – è uno studioso e blogger finlandese. Svolge ricerche e scrive di propaganda e disinformazione sui social media e si è occupato, tra l’altro, in modo approfondito delle relative campagne russe
Paesi come la Russia e la Cina puntano già da anni sulla disinformazione. Non solo mentono, ma lo fanno a gran voce, costantemente e su tutte le piattaforme.
Cosa sta succedendo quindi tra AfD e BSW? E quale calcolo sta alla base di questo corteggiamento? Il fatto è che per entrambi i partiti le cose potrebbero andare meglio in questo momento. Ed entrambi sanno che devono fare qualcosa. L’AfD ha recentemente perso terreno politico per la prima volta dopo molto tempo. Nei sondaggi si attesta tra il 22 e il 23 per cento, il risultato peggiore dalle elezioni federali. Allo stesso tempo, nonostante la sua forza, al partito manca una chiara prospettiva di potere. Per questo motivo l’AfD è attualmente alla ricerca di un partner. I nemici comuni favoriscono un avvicinamento: il BSW di Wagenknecht è l’unica opzione realistica. Non perché ci si piaccia particolarmente a vicenda, ma perché si hanno gli stessi nemici: i «partiti tradizionali» CDU, SPD e Verdi.
05-06.07.2026 AfD e BSW si avvicinano: il flirt degli outsider politici La politica del “muro di contenimento” ha reso l’AfD sempre più forte e non dovrebbe essere portata avanti
Di Thorsten Metzner e Dennis Pohl È un flirt un po’ strano quello che si sta attualmente sviluppando tra l’AfD e il BSW. Qualche giorno fa, in Turingia, i capigruppo dei due partiti nel Landtag si sono incontrati per un colloquio.
Il successo di Vannacci costringe Meloni a combattere sul suo terreno politico – su temi quali l’immigrazione, l’identità nazionale, i rapporti con la Russia o le spese per la difesa della NATO. Ma se Meloni dovesse decidere di corteggiare l’elettorato di Vannacci, rischierebbe di allontanare gli elettori moderati e il suo alleato di centro-destra, il terzo partner di coalizione, Forza Italia. Questi ultimi considerano l’estremismo xenofobo di Vannacci e le sue posizioni ostili all’UE una minaccia per la credibilità dell’Italia sulla scena internazionale.
01.07.2026 L’ex generale che supera Meloni sulla destra La presidente del Consiglio italiana si trova di fronte a uno sfidante che sostiene posizioni più radicali rispetto al suo governo
di HANNAH ROBERTS La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha lavorato per anni per portare la destra italiana al centro dello schieramento politico. Ora, però, un ex generale la sta spingendo nuovamente a destra. Il partito di recente fondazione Futuro Nazionale, guidato dall’ex paracadutista ed eurodeputato Roberto Vannacci, sta rapidamente guadagnando consensi e attirando transfughi dal campo di governo.
Il necessario potenziamento della Bundeswehr, che dovrebbe passare dagli attuali 184.000 a 260.000 soldati in servizio attivo, dovrebbe, secondo le speranze politiche, avvenire sulla base del principio del volontariato. Le prime esperienze con questo progetto, tuttavia, smentiscono questa visione idealistica. Da gennaio fino alla data di riferimento del 18 giugno 2026 sono state inviate circa 298.200 lettere con un questionario di interesse a uomini e donne di 18 anni. Circa 530 di questi, ovvero lo 0,18%, sono ora previsti per il servizio militare quest’anno – hanno quindi dato la loro disponibilità, pur non essendo ancora stati arruolati. Dalla riunione di gabinetto di mercoledì, si evince un senso della realtà ben più spiccato. Viene infatti approvata una «legge per il rafforzamento della riserva», con la quale il governo abbandona il principio della volontarietà.
01.07.2026 Il cambiamento di rotta di Pistorius sulla riserva delle Forze Armate Federali Le esercitazioni diventano obbligatorie per gli ex militari. Tuttavia, questo cambiamento di rotta rischia di creare un nuovo squilibrio – e un altro piano del ministro potrebbe esserne fortemente compromesso
DI THORSTEN JUNGHOLT Per la seconda volta in questa legislatura, il Consiglio dei ministri federale si riunisce oggi, mercoledì, presso il Ministero della Difesa. Con il trasferimento dalla Cancelleria al Bendlerblock di Berlino, il governo intende sottolineare la particolare importanza della politica di sicurezza e di difesa nell’attuale contesto politico mondiale. La prima volta, nell’agosto 2025, l’iniziativa non ebbe grande successo.
Orbán ha trasformato l’Ungheria in una «democrazia illiberale», occupando posizioni chiave nei media, nella magistratura e nelle università con i propri favoriti. Orbán se n’è andato, il suo sistema rimane. Magyar vuole smantellare tutto questo e costruire una nuova Ungheria. Tuttavia, il nome che ha dato alla sua visione sembra un po’ fuori dal tempo. Il nuovo capo del governo parla di una «Operazione Purgatorio»: «liberiamo il nostro Paese dalla prigionia della mafia politica ed economica che ha governato negli ultimi 16 anni».
27.06.2026 Operazione Purgatorio Il nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar si trova di fronte a un dilemma: come si fa a trasformare uno STATO AUTORITARIO in una DEMOCRAZIA senza ricorrere a sua volta a misure autoritarie?
Di Franziska Tschinderle Péter Magyar è in carica da sei settimane quando presenta quello che è probabilmente il suo pacchetto di riforme più importante. Lunedì scorso Magyar è salito sul podio del Parlamento ungherese a Budapest, dove il suo partito Tisza detiene una maggioranza di due terzi dopo la schiacciante vittoria di aprile. Voti sufficienti per modificare la Costituzione e riorganizzare lo Stato.
La scommessa su un futuro dorato, caratterizzato da tassi di interesse bassi e crescita, andrà a buon fine? «Le tecnologie trasformative spesso promettono più di quanto possano mantenere nel breve termine. È stato così per la macchina a vapore, l’elettricità, il computer e potrebbe valere anche per l’intelligenza artificiale», afferma Dirk Schumacher, capo economista della banca statale tedesca KfW, il cui team ha condotto uno studio sull’argomento. «Tuttavia, vi sono elementi che indicano che l’IA potrebbe affermarsi più rapidamente rispetto alle precedenti tecnologie di base come la macchina a vapore o l’elettricità, poiché l’IA si basa su un mondo già completamente digitalizzato e su una potenza di calcolo gigantesca. Potrebbe quindi fungere da catalizzatore finale, accelerando la spinta alla produttività». Il mondo è in una fase sperimentale, si stanno ancora cercando i migliori modelli di business per il mondo dell’IA.
02.07.2026 L’intelligenza artificiale manterrà le promesse di Trump? Il presidente degli Stati Uniti spera che l’intelligenza artificiale favorisca una rapida crescita economica. Tuttavia, nel caso di innovazioni tecnologiche come l’elettricità, spesso ci sono voluti decenni. Uno studio esamina se questa scommessa possa andare a buon fine
Di Markus Zydra Gli investimenti sono sempre scommesse sul futuro. Attualmente si scommette con particolare entusiasmo sull’intelligenza artificiale e, di conseguenza, sui benefici economici e sociali che ci si aspetta da essa. Secondo uno studio della società di consulenza Gartner, quest’anno dovrebbero affluire in questa tecnologia circa 2,5 trilioni di dollari provenienti da fonti private e pubbliche.
Il drone è il segno di un modo di fare la guerra completamente nuovo. Ci sono ancora uomini rannicchiati nelle trincee con il fucile in mano; ma sopra di loro ronzano droni semiautonomi, guidati dall’intelligenza artificiale. La guerra del futuro è già qui da tempo. Il mondo è alle soglie di una nuova era pericolosa. Immagini inquietanti e di difficile interpretazione ne danno un’impressione quasi ogni giorno. Il conflitto tra Russia e Ucraina mette in luce, come sotto una lente d’ingrandimento, la corsa allo sviluppo di nuovi sistemi di combattimento guidati dall’IA. Protagonisti principali: gli Stati Uniti e la Cina. Per la sua portata, questo cambiamento è paragonabile agli sconvolgimenti avvenuti all’inizio dell’era delle armi nucleari, scrive il New York Times: «Ogni nazione sta cercando di costruire l’arsenale tecnicamente più avanzato per essere pronta a un caso di guerra in cui i droni combattono contro altri droni, gli algoritmi contro altri algoritmi». Andrà davvero così? E, se sì, in quanto tempo?
STERN 25.06.2026 MACCHINE SENZA PIETÀ Le guerre del futuro saranno condotte con l’intelligenza artificiale. Alcuni militari la paragonano già alla bomba atomica
Di Steffen Gassel Sette giorni alla scoperta delle «destinazioni da sogno sull’Adriatico»? O piuttosto due settimane tra le «perle insulari del Mediterraneo»? Chi sfoglia gli itinerari estivi delle navi da crociera «Mein Schiff 4» e «Mein Schiff 5» non può fare a meno di lasciarsi trasportare dalla fantasia.
C’è qualcosa di magico, qualcosa che ricorda una favola estiva in Nord America. I Mondiali possono essere una competizione tra nazioni, una celebrazione del patriottismo, eppure sono piuttosto il pacifico incontro delle Nazioni Unite, la più grande festa del mondo. E certamente non è: il temuto spettacolo di propaganda dell’uomo alla Casa Bianca. Da quasi due settimane il calcio celebra se stesso e il mondo, e gli osservatori giungono a una conclusione non del tutto sorprendente: non si tratta di «America First», ma di «Soccer First». Il calcio è più grande di Trump, e soprattutto è un elemento di unione. Neanche l’attenzione-dipendente di Washington riesce a competere con i Mondiali, soprattutto non con un evento così ricco di atmosfera. Deve farlo impazzire. Ma allo stadio non si fa vedere. Il sospiro di sollievo collettivo è letteralmente palpabile.
STERN 25.06.2026 L’AMORE È SENZA CONFINI Trump qui non ha voce in capitolo: durante i Mondiali in Nord America regnano la gioia e l’amicizia. Il calcio può davvero cambiare il mondo in questo modo?
UN MESSAGGIO DI GIOIA PER SEI MILIARDI DI SPETTATORI
Di Jan Christoph Wiechmann A due ore dalla fine della partita, Rob Garfield è ancora allo N Stadium di Seattle e festeggia con la sua famiglia allargata e migliaia di tifosi il passaggio degli Stati Uniti al turno successivo.
Pensioni, assicurazioni sanitarie, assistenza, mercato del lavoro, tasse e burocrazia. La coalizione nero-rossa vuole intervenire su tutto, recuperare riforme in parte trascurate per decenni, e tutto questo in una volta sola. Ma: come intende Merz preparare la popolazione a questo sforzo titanico? Dov’è la promessa chiara, l’idea, il titolo ad effetto? Nella storia della Germania federale, le grandi riforme sono state spesso accompagnate da slogan accattivanti, che in molti casi si sono impressi nella memoria collettiva. Ciò che molti ancora oggi non capiscono è: perché la coalizione dispone di centinaia di miliardi di euro di fondi per gli investimenti eppure intende comunque operare tagli in molti settori? A questo proposito non esiste una struttura comunicativa di base.
STERN 25.06.2026 COME POSSO RENDERLO APPETIBILE AL MIO POPOLO? Con le sue riforme, il governo guidato dal cancelliere Merz chiederà molto ai tedeschi, ma non ha una narrativa in grado di suscitare entusiasmo
Di Julius Betschka e Veit Medick Friedrich Merz ha ancora difficoltà a spiegare chiaramente quali siano esattamente le intenzioni del suo governo. «Vogliamo riformare il nostro Paese in modo che anche le generazioni future abbiano la possibilità di vivere in libertà, pace e benessere», ha affermato Merz di recente in occasione del vertice del G7 a Évian, in Francia.
Giorgia Meloni ha ribattuto a Trump con un’osservazione davvero azzeccata: «Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così nei confronti dei propri alleati». È «una vergogna», ha affermato Meloni, «che non mostri la stessa determinazione nei confronti dei nemici dell’Occidente», riferendosi evidentemente alle cordialità di Trump nei confronti di Vladimir Putin e Xi Jinping. Questa donna, unico uomo in mezzo a un mare di uomini, ha semplicemente, scusate l’espressione, dato una risposta per le rime alla caricatura di un presidente degli Stati Uniti. Oh sì, lo so, dal punto di vista della teoria diplomatica è sicuramente altamente discutibile. Ma per un brevissimo istante è anche incredibilmente benefico.
STERN 25.06.2026 NICO FRIED (editoriale) «Giorgia Meloni è una presidente del governo controversa. Ora ha posto a Donald Trump una domanda davvero interessante. Per questo dovremmo esserle grati.»
Giorgia Meloni e Donald Trump sono in contrasto. La leader italiana aveva irritato il presidente degli Stati Uniti con la sua posizione sulla guerra in Iran.
E’ una sorta di eroe del momento. Insieme alla copresidente, la professoressa di diritto sociale Constanze Janda, Frank-Jürgen Weise è riuscita a realizzare ciò che sembrava quasi impossibile: mettere d’accordo dieci esperti e tre deputati su una riforma del sistema pensionistico. All’unanimità. «Non ricordo un solo rapporto della commissione pensionistica senza voti dissenzienti», afferma Bas, parlando di un’«opera d’arte totale». Il sollievo è palpabile, non solo per la ministra del Lavoro, ma anche per il Cancelliere federale. Le 33 proposte della commissione sono di «massima importanza», afferma Merz. L’introduzione di una pensione a capitalizzazione obbligatoria nell’assicurazione pensionistica obbligatoria, è addirittura «geniale», secondo lui. «Mi sono solo arrabbiato per non averci pensato io stesso». Il Cancelliere e la sua ministra del Lavoro celebrano oggi la loro intesa.
26.06.2026 Riunificazione Coalizione – Proprio sul tema controverso delle pensioni, il governo è riuscito a fare ciò che quasi nessuno gli avrebbe più attribuito: un compromesso. E questo viene persino lodato. «Bisogna agire in fretta», esorta ora il Cancelliere
di Benjamin Bidder, Markus Dettmer, Sophie Garbe, Andreas Niesmann, Christian Teevs, Gerald Traufetter Il salvatore del governo inizia con una confessione. Martedì mattina Frank-Jürgen Weise è seduto su un podio alla Cancelleria, alla destra della ministra del Lavoro Bärbel Bas (SPD).
Un esperimento, dall’esito incerto, che potrebbe fornire soluzioni a una delle maggiori sfide politiche, economiche e sociali dell’attuale Germania: la carenza di personale. O, per essere precisi: la carenza di giovani. Come dovrà essere l’assistenza alla popolazione nella “repubblica dei pensionati” del futuro, se ci saranno sempre più persone da assistere e sempre meno operatori sanitari? Il cambiamento demografico è una crisi che coinvolge quasi tutti gli ambiti della vita: mancano procuratrici e giudici, così come insegnanti, artigiane e fisioterapiste. Nella Sassonia- Anhalt, regione scarsamente popolata e con la popolazione più anziana della Germania, è già possibile intravedere questo futuro cupo.
26.06.2026 Una regione senza orari di chiusura dei negozi Demografia: l’invecchiamento della popolazione e l’esodo colpiscono con tutta la loro forza molte regioni rurali. Ma esistono idee non convenzionali che si possono già ammirare nella Sassonia-Anhalt
di Peter Maxwill Qualcuno ha quindi appeso questo cartello sulla porta d’ingresso, e ci si chiede se abbia lo scopo di rassicurare o di intimidire. «In questo studio medico», c’è scritto, «è vietato portare armi». Manganelli, coltelli, pistole: tutto è vietato. Qualsiasi minaccia o offesa verrà denunciata.
Erfurt: il 17° congresso federale dell’AfD. Per il primo fine settimana di luglio sono attesi 600 delegati, 400 giornalisti, 400 ospiti – e soprattutto più di 50.000 contromanifestanti. In un rapporto riservato, di cui lo SPIEGEL è in possesso, la direzione della polizia regionale prevede, in occasione del congresso che si terrà alla Fiera di Erfurt, «un elevato rischio astratto da parte della scena dell’estremismo di sinistra». L’intervento della polizia in occasione del congresso del partito sarà il più grande che la capitale regionale Erfurt abbia mai visto.
26.06.2026 Città in stato di emergenza Proteste: Erfurt si prepara al più grande dispiegamento di forze di polizia della sua storia: all’inizio di luglio l’AfD terrà il proprio congresso. I contro-manifestanti di estrema sinistra potrebbero far degenerare la situazione
DI Wolf Wiedmann-Schmidt, Steffen Winter Il colore blu un tempo rese ricca Erfurt. Per oltre quattro secoli i turingi commerciarono una pianta speciale, la guada. Il mercato di Erfurt era il più grande dell’Europa centrale. Grazie alla manna finanziaria derivante dall’Isatis tinctoria, come si chiama in latino questa pianta della famiglia delle crucifere, già nel 1392 la città poté permettersi una propria università.
In questi giorni il termometro in Germania potrebbe battere record di caldo, non solo per una giornata di giugno. Potrebbe essere superato anche il valore più alto mai registrato dall’inizio delle rilevazioni meteorologiche: 41,2 gradi Celsius, raggiunto nel luglio 2019 a Tönisvorst e Duisburg- Baerl. In Germania la pericolosità del caldo viene spesso sottovalutata. È giunto il momento di definire le ondate di calore per quello che sono: assassine di massa e nemiche della crescita.
26.06.2026 Assassini di massa e killer della crescita Il caldo costa migliaia di vite e danneggia gravemente l’economia. La Germania deve smetterla una volta per tutte di minimizzarne la gravità
Di Susanne Götze È giugno e l’Europa è in fiamme. Sulle mappe dei servizi meteorologici si è estesa un’area di alta pressione, il continente è immerso nel rosso e nel viola. A circa 1500 metri di altitudine – là dove i meteorologi misurano il calore di una massa d’aria per escludere le influenze locali – le temperature sono attualmente superiori di oltre dieci gradi alla media pluriennale.
Nella foresta Rūdninkai, a sud della capitale lituana, gli ebrei fuggiti dal ghetto di Wilna (oggi Vilnius) opposero resistenza agli occupanti tedeschi insieme ai partigiani sovietici. In questi giorni, all’interno della NATO si scontrano due visioni storiche fondamentalmente diverse: mentre il governo federale tedesco sostiene «con forza» la conservazione dell’ex campo dei partigiani ebrei, il governo lituano preferirebbe demolire quel relitto della propaganda sovietica. In Lituania i partigiani ebrei non sono considerati eroi, ma nemici. Questo perché durante la guerra combatterono al fianco degli odiati russi, sotto la direzione di Mosca. Per i tedeschi, la visione lituana della storia suona inquietante, come un ribaltamento dei ruoli tra carnefici e vittime. Ma non è solo lì che la memoria della Seconda guerra mondiale è meno univoca di quanto sembri dalla prospettiva tedesca. Su chi sia considerato un eroe e chi un criminale, si discute da tempo non solo in Lituania, ma anche altrove, tra il Mar Baltico e il Mar Nero.
19.06.2026 Carri armati nella foresta dei partigiani Controversie: la Bundeswehr dovrebbe difendere il fianco orientale della NATO dalla Russia. Tuttavia, il suo campo di addestramento si trova in un’area storicamente delicata. Gli ebrei che qui combatterono contro Hitler sono considerati nemici dello Stato in Lituania.
di Solveig Grothe Aušra Mikulskienė ha già accompagnato più volte visitatori stranieri alle cavità sotterranee nella foresta vicino a Rūdninkai, a sud della capitale lituana Vilnius. È uno dei pochi luoghi in Europa in cui ebrei ed ebree combatterono attivamente contro il proprio sterminio.
Putin ha fatto della vittoria nella Seconda guerra mondiale il fulcro del suo patriottismo nazionale. Egli presenta l’attacco all’Ucraina come la continuazione della lotta contro il fascismo – o come una lotta contro un presunto «Occidente collettivo». La Germania è in questo contesto un bersaglio gradito alla propaganda, perché concetti come «genocidio», «nazismo» e «fascismo» si prestano facilmente a essere strumentalizzati.
19.06.2026 «Stalin non voleva credere che la Germania avrebbe attaccato il suo Paese» Intervista dello SPIEGEL: suo padre, soldato sovietico, sopravvisse alla battaglia di Stalingrado, mentre la sua bisnonna fu uccisa nell’Olocausto. La storica Irina Scherbakova parla della visione russa della guerra di sterminio di Hitler.
L’intervista è stata condotta dalle redattrici Eva-Maria Schnurr e Anastasia Trenkler Scherbakova, nata nel 1949, è membro fondatore dell’organizzazione russa per i diritti umani Memorial. Dal 1989 l’ONG si occupa, tra l’altro, dell’elaborazione storica della dittatura comunista, in particolare dei crimini dell’era staliniana.
La narrativa secondo cui la nazionale sarebbe lo specchio della società tedesca presenta una notevole debolezza: in questo Mondiale, infatti, non scende in campo per la Germania nemmeno un giocatore di origine turca. E questo nonostante i turchi costituiscano il gruppo più numeroso di immigrati in questo Paese. Molti tedeschi di origine turca vivono già in terza o addirittura quarta generazione in questo Paese, e di talenti calcistici non mancano. Qui quindi c’è qualcosa che non va, e la domanda è: perché?
19.06.2026 Se il cuore non batte per la Germania Nella rosa della nazionale tedesca ai Mondiali, metà dei giocatori ha un passato di immigrazione. Ciò che salta all’occhio: mancano i nomi turchi.
Di Katrin Elger La partita d’esordio della Germania ai Mondiali di calcio ha regalato gioia a molti tifosi. 7-1 contro Curaçao. Quattro gol sono stati segnati da giocatori con un passato di immigrazione: Felix Nmecha, Jamal Musiala, Nathaniel Brown e Deniz Undav. La Germania è un paese di immigrazione – e questo si riflette in questa nazionale. Metà della rosa ha un background migratorio.
Spesso sono i lavori edili o gli scavi a riportare alla luce i morti, ricordando ai tedeschi che molti crimini sono ancora irrisolti, anche nel Paese che ama definirsi campione mondiale della cultura della memoria. Molti ancora oggi sanno poco di ciò che i loro padri, nonni e bisnonni hanno commesso nell’Unione Sovietica, di come abbiano ucciso e contribuito a deportare persone in Germania, e di quanti europei dell’Est abbiano trovato la morte sul suolo tedesco. Allo stesso tempo, la commemorazione di questi crimini è politicamente carica come non lo era da tempo. Ciò è dovuto soprattutto alla guerra che il presidente russo Vladimir Putin sta conducendo oggi in Ucraina e che giustifica con la lotta contro i «nuovi nazisti». Da quando la Germania fornisce all’Ucraina carri armati da combattimento e obici, anche la Repubblica Federale è nuovamente considerata in Russia un aggressore, uno «Stato ostile». La Germania sarebbe alla ricerca di una «rivincita» per la Seconda guerra mondiale, si leggeva a febbraio in una dichiarazione del Ministero degli Esteri russo. Una strumentalizzazione maliziosa della storia. Ma una strumentalizzazione alla quale il governo federale, così come la società tedesca, devono fare fronte, ad esempio quando si tratta di nuove forniture di armi all’Ucraina.
19.06.2026 La nostra guerra contro la Russia 85 anni fa la Germania nazista invase l’Unione Sovietica. Le ripercussioni dei crimini sulle famiglie e sulla politica – La colpa sepolta – Storia contemporanea – Con il nome in codice «Operazione Barbarossa», nell’estate del 1941 le truppe di Hitler invasero l’Unione Sovietica. Una guerra di sterminio le cui tracce sono visibili ancora oggi anche in Germania. Il conflitto con la Russia di Putin minaccia di riaprire vecchie ferite.
di Felix Bohr, Christoph Gunkel, Katja Iken, Frederik Seeler, Frank Thadeusz Nella sabbia della Marca, a sud di Berlino, i morti di un crimine dimenticato stanno venendo alla luce. Lo storico Stefan Gerbing ci guida attraverso l’erba e la boscaglia fino a raggiungere la barriera antirumore dell’autostrada A10 nei pressi di Ludwigsfelde. Lì il terreno è smosso in alcuni punti.
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E nel suo ultimo commento Weininger85 ci fornisce un interessante punto di vista basato però su considerazioni per me “improbabili” , come poi spiegherò in calce, perché prima sintetizzerò il suo punto di vista per come mi appare qui .
Ovviamente libero Weininger85 di correggermi laddove ritenga che io l’ abbia travisato.
Innanzitutto Weininger85 mi sembra indubitabilmente un tedescofilo ( ma non necessariamente “ariano” ) che ha una sola preoccupazione , la sopravvivenza di QUESTA Germania intesa come “elite “ e non come popolo” perché è evidente che di quello che FU il popolo tedesco non gliene frega nulla e ancor meno dei “vecchi cittadini” di una €uropa ormai campo di concentramento di cui l’ attuale Germania è il volenteroso Kapò.
Alla domanda del perché di questa “scelta tedesca” io rispondo che mi sembra evidente che a questa elite tedesca, che di questa €uropa si sente “padrona”, questa €uropa sembra un “succedaneo” di quel “ III Reich” spezzato 80 anni fa dalla “furia “ di un popolo “mongolo” ( i russi); un popolo che quindi essa odia visceralmente.
Questo IV Reich nella sua lotta per l’esistenza sta ora messo male e rischia di finire spezzato come la volta scorsa dai “cattivi russi”; da qui la rabbia “antirussa” di Weininger85 e di tutta l’ elite tedesca , NON volendo vedere invece quali siano stati i “pifferai” che già due altre volte avevano fatto sbattere contro la Russia due consecutivi Reich tedeschi. Tutto questo pure in spregio al disperato comandamento che lasciato da Bismarck ( le cui ossa penso siano state poi macinate da qualche trattore polacco).
E qui avviene la razionalizzazione di Weininger85 di questa dura realtà in un mega Komplotto con i soliti “anglosionisti” e i soliti “russosionisti” (ma con ora il sionista Putin al posto del bolscevico Stalin ), a cui però si dovrebbero ora aggiungere, questa è la novità, i “sinosionisti” e pure i “persiansionisti”!
Tutto questo è oggettivamente difficile da credere, ma supponiamo che sia così. Dove metteresti allora caro Weininger85 i “tedescosionisti” che (s)governando la Germania da 80 anni hanno così convintamente annientato il “proprio” popolo tedesco?
Di questi “nipotini del Fuhrer “ ( dalla Von der Leyen a Merz) cosa ci puoi suggerire? Sono STUPIDI o più semplicemente TRADITORI DEL POPOLO ?
In ogni caso per i tedeschi , e per tutti noi €uropoidi dei quali i tedeschi ora fungono da Kapò , la differenza è minima, e , i proverbi “ chi è causa del suo mal..” “ mal voluto…” ect.. etc.. ci dicono che queste ripetute ca..te tedesche stavolta non lasceranno ai russi altra scelta che risolvere “ la questione tedesca” ( ed €uropea ) una volta per tutte.
Ed adesso veniamo a spiegare per punti perché l’idea di una Russia ( e pure de l’ Iran ! ) come “ punta di lancia” di un Komplotto antitedesco contro questo IV Reich non ha alcun senso di realtà.
1) la “spina” ai tedeschi/ €uropoidi l’ hanno fatta saltare gli americani perché alla balla che fossero stati i russi ci credi ormai solo tu
2) Il conflitto nel golfo servirebbe a staccare il petrolio ai cinesi ( che però adesso avrebbero, volendo , il monopolio “ a sconto” di quello russo, giusto ? ), ma è un dato di fatto che, come dici tu , i fregati dal Grande Fratello americano siano ancora gli stessi fessi del punto di cui sopra
3)Se i bankesters avessero voluto offrire alla Russia post-comunista ” le buone condizioni” che dici avrebbero già fatto con quell’ idiota di Gorby .
Ora io sono sicuro che la stragrande maggioranza dei post-comunisti “becchini” dell’ Urss questo solo volevano e che questi a divenire “ammeregani” ci abbiano provato davvero per tutto il periodo eltsiniano.
Tutta l’ intera elite russa nel 1999 era “occidentalista” a cominciare dalla “mafia di Leningrado” messa su da Sobciak ,”il padrino” di Putin .
Ma nel 1999 i “bankesters ” hanno fatto l’ errore MORTALE di bombardare Belgrado.
Perché quelle bombe in realtà cadevano sulla testa degli “american boys” a Mosca, proprio all’interno di tutte la bande mafiose “occidentaliste” che prosperavano all’ ombra di Eltsin. In quel momento OGNUNO di loro ha dovuto scegliere tra essere un russo “padrone della russia” o essere solo un ricco “servo russo” degli Americani.
Uno di costoro, un “capomandamento” di Sobciak, ha offerto loro la proposta “giusta” : “ricchi e padroni della Russia” ma non “servi”; tutti i capi della Cupola hanno detto ” si questa è la soluzione”.
Ora solo il tempo ci dirà se costui non era li per caso e già la sua lunga presenza per ben 27 anni sulla scena ci da un indizio: nessun ” servo dei bankesters” è mai durato tanto.
4) i bankester hanno bisogno di saccheggiare le risorse russe perché sono le sole che non controllano e con questi “soldi freschi” tenere a galla la LORO Agenda ,che va dritta in tasca a soliti €uroKoglioni ormai sempre più affogati dentro la colonizzazione “afroislamica” dell ‘€uropa.
La domanda ora è : questi €uroKoglioni che ormai hanno come unica speranza quella di distruggere la Russia , cioè l’ UNICA potenza che NON aveva alcun motivo di distruggere l €uropa, meriterebbero di essere salvati ?
Io direi che per questa “ salvezza” non ci siano ne “i meriti” ne “le risorse”. Quindi tu puoi credere nel tuo Komplotto che io non condivido , ma l’ esito sarà comunque lo stesso .
Non lo era infatti fino ad un paio di anni fa , ma ora il destino del IV Reich è ormai segnato: la Russia ancora una volta dovrà spezzare la schiena della Germania, ma sarà molto meno clemente delle due volte precedenti.
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Il 22 giugno 1941, la Germania nazista lanciò l’Operazione Barbarossa, la più grande invasione militare della storia, contro l’Unione Sovietica. Questa data segna non solo un punto di svolta cruciale nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche lo scoppio di un conflitto radicato nel modello economico del Terzo Reich. Tale modello si basava in larga misura su una produzione bellicosa di armamenti, guidata dalla cerchia ristretta e guerrafondaia di Adolf Hitler. Ogni anno, con il ripetersi di questa ricorrenza, siamo spinti a esaminare come la disperazione economica e il fervore ideologico si siano combinati per spingere la Germania verso est, ponendo le basi per una devastazione senza precedenti in tutto il continente europeo.
La decisione di Hitler di invadere l’Unione Sovietica, spesso erroneamente mitizzata come un attacco preventivo, era fondamentalmente motivata dalla ricerca di risorse vitali, in particolare i giacimenti petroliferi del Caucaso, e dall’espansione territoriale necessaria a sostenere la sua visione di un nuovo ordine. Le vaste terre della Rus’ promettevano materie prime e spazio vitale che avrebbero potuto alimentare le ambizioni del suo regime. Eppure, al di là dei calcoli strategici, si celavano contraddizioni più profonde. L’idea stessa di “imperialismo socialista” rivelava una fatale incoerenza nella dottrina nazionalsocialista, che privilegiava la conquista e il dominio rispetto a qualsiasi coerenza ideologica.
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Hitler stesso riconobbe questa tensione quando dichiarò che “il nazionalsocialismo non è un prodotto da esportare”. Questa affermazione rivelò che il regime non nutriva alcuna reale intenzione di instaurare l’uguaglianza socialista o la liberazione nei territori conquistati. Le affermazioni secondo cui Hitler e il capo delle SS Heinrich Himmler avrebbero cercato di liberare i popoli oppressi dal dominio sovietico suonano vuote. L’invasione non fu mai una crociata di liberazione; fu un esercizio di sottomissione coloniale finalizzato allo sfruttamento. Le terre occupate erano considerate risorse da saccheggiare, non partner in un futuro condiviso.
La brutale campagna raggiunse il suo culmine simbolico a Stalingrado. Lì, la difesa sovietica inflisse un colpo decisivo all’avanzata nazista, una vittoria che può essere vista come il trionfo del risoluto nazionalbolscevismo sulle false promesse e sulla natura predatoria della forza d’invasione. La sconfitta di Stalingrado infranse il mito dell’invincibilità tedesca e segnò l’inizio della fine per la macchina da guerra nazista. Rappresentò il fallimento di un’ideologia impostore che aveva mascherato l’aggressione con il linguaggio della necessità e del destino.
La Germania nazista si rivelò in definitiva una grottesca aberrazione e una perversione degli ideali nazionalisti e socialisti precedenti, più sfumati, come quelli esplorati dal Fronte Nero. I suoi principi cardine ponevano l’accento sullo sfruttamento piuttosto che su un autentico rinnovamento nazionale. Sebbene il popolo tedesco abbia vissuto un breve periodo di ripresa in tempo di pace, il vero costo delle politiche del regime ricadde sia sugli aggressori che sulle vittime. L’insaziabile fame di risorse, manodopera e conquiste della guerra portò direttamente al bombardamento incendiario di città tedesche come Dresda e Pforzheim, dove le popolazioni civili subirono le orribili conseguenze della guerra totale.
In questo anniversario dell’Operazione Barbarossa, ricordiamo l’immensa sofferenza umana scatenata dalla superbia e dalla cecità ideologica. Le città in fiamme, le popolazioni sfollate e i milioni di vite perse sul fronte orientale sono un monito perenne. La sete di dominio della Germania nazista, basata sullo sfruttamento e sul saccheggio, finì per autodistruggersi. Le terre sacre dell’Est, difese a un costo così terribile, resistettero. L’eredità del 22 giugno 1941 rimane un solenne promemoria dei pericoli di un militarismo sfrenato e del prezzo duraturo delle guerre combattute in nome di false rivoluzioni.
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22 GIUGNO – 1941
BARBAROSSA
–
Un’altra di quelle storie narrate 100 volte.
Non esiste nulla di concreto in materia di tattica, strategia ed armamenti che si possa dire qui che già non sia stato sottolineato altrove in montagne di saggi, convegni e dibattiti.
Che nota potrei aggiungere ? Forse una sul piano filosofico, più che materiale, ecco: qualcosa che sta a monte di quel 22 giugno 1941.
A. HITLER……pretese troppo: pretese che il proprio modello (la sua “terza via”) prevalesse e subito contro il liberismo occidentale di matrice anglosassone e – dall’altro lato – contro il socialismo internazionale di stampo sovietico. E tutto questo contemporaneamente: pretendeva di far crollare in contemporanea le due piattaforme ideologiche del pianeta (che poi faranno la guerra fredda), nel giro di una manciata di anni.
Il punto in realtà apre un’altro interrogativo mai del tutto risolto: COSA ERA il nazionalsocialismo realmente ? Qualcosa di occidentale oppure no ? La scienza politica lo accomuna alle ideologie totalitarie NON occidentali, naturalmente, tuttavia era perfettamente integrato e sostenuto nella società della Germania che – nel complesso – rimaneva un paese sostanzialmente occidentale.
Hitler e la sua creatura – il 3° Reich – si trovavano quindi in un limbo: non erano (politologicamente) nè “occidente” nè “oriente”, ma piuttosto un’entità a sè stante (…). In pratica una scheggia impazzita, deviata, dell’occidente che odiava l’oriente (ma che fu rifiutata dall’occidente vero e proprio per l’eccessiva ferocia) ? Un’altra delle tante definizioni che si possono dare alla cosa.
Questa entità non voleva la guerra contro l’occidente (in particolare contro la GB): ci si aspettava – dopo la presa della Polonia – che semplicemente accettassero il fatto compiuto e che magari si unissero al Reich nella sua crociata finale contro l’EST incarnato dalla potenza sovietica.
Vana speranza: paradossalmente sarebbe stato assai più probabile il contrario, ossia una maxi alleanza MOSCA-BERLINO contro l’occidente angloamericano. Vi fu – fino al novembre del 1940 – chi pensò di trasformare il patto di non aggressione in un’alleanza vera e proprio con ingresso dell’URSS nell’asse (cosa che Stalin voleva, sebbene alle proprie condizioni).
In definitiva: Hitler sbaglio clamorosamente, il maggiore abbaglio di tutto il 900 forse. Non seppe distinguere chi poteva essere disposto ad allearsi con lui e chi non poteva esserlo: si ritrovò quindi ad attaccare un mezzo alleato che voleva un’alleanza piena (URSS) ed aspettare una cessazione delle ostilità da parte di coloro che vedeva come potenziali alleati (USA/GB), ma che lo respingevano.
USA/GB…..sognavano sì una Germania come SPADA verso est, ma questo unicamente per abbattere la Russia, non per avvantaggiare la Germania stessa: volevano cioè abbattere l’impero sovietico, ma senza favorire la nascita di uno nazista ancor più potente. La soluzione ideale è che si abbattessero a vicenda in qualche modo e che cadessero entrambi nel corso del tempo.
Così avvenne…..Berlino nel 1945 e Mosca nel 1991: tra il 1945 e il 1991 si è realizzato il sogno secolare della geopolitica GB che sognava come Russia zarista e Prussia reale (le maggiori potenze continentali 200 anni prima) si uccidessero a vicenda. Questo è avvenuto ed oggi hanno una Germania come spada ad est (ma non una Germania imperiale quanto un forte satellite Nato) e un ex impero parcellizzato che Mosca fatica a difendere (…).
Il 22 giugno 1941 era evitabile ? Sì, forse….ma non da Hitler. La fine della sovranità del continente la si deve a lui, è causa sua, anche se non esattamente nel modo in cui tanti figurano
La valutazione dell’IPO da record di Musk rischia di provocare una fuga di capitali dalla Germania e dall’UE. Starlink, la controllata di SpaceX, potrebbe mettere fuori gioco gli operatori di rete terrestri come Deutsche Telekom. Berlino sta progettando un equivalente satellitare tedesco.
10
giugno
2026
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WASHINGTON/BERLINO (notizia redatta dalla nostra redazione) – L’offerta pubblica iniziale (IPO) di SpaceX, la società di Elon Musk, rischia di creare gravi problemi alle economie tedesca e dell’Unione Europea. La quotazione in borsa da record, prevista per il 12 giugno, dovrebbe raccogliere 75 miliardi di dollari e portare il valore di mercato dell’azienda a ben 1,75 trilioni di dollari. Attualmente, SpaceX sta ancora subendo pesanti perdite, ma nutre grandi speranze di realizzare profitti futuri. Sta mobilitando somme di denaro senza precedenti grazie all’introduzione di nuove tecnologie legate all’intelligenza artificiale, come i data center alimentati a energia solare con sede nello spazio. La struttura dell’IPO di Musk è piuttosto insolita. L’azienda offre agli investitori tedeschi e ad altri investitori europei un accesso particolarmente favorevole, e questo sta suscitando preoccupazioni riguardo a una potenziale fuga di capitali dall’Europa. La controllata di SpaceX, Starlink, con la sua bassa latenza del segnale, rappresenta una minaccia per il mercato delle comunicazioni mobili terrestri convenzionali. Investendo in questo segmento, Starlink potrebbe superare in competitività aziende come Deutsche Telekom e la sua controllata T-Mobile. Nel frattempo, a due società tedesche del settore della difesa e della tecnologia, Rheinmetall e OHB, è stato dato il via libera per la loro prevista joint venture nel settore satellitare. L’idea è quella di creare un equivalente tedesco sovrano di Starlink, investendo miliardi di euro provenienti dall’enorme bilancio della difesa tedesco.
La più grande offerta pubblica iniziale di tutti i tempi
La SpaceX di Elon Musk punta alla più grande offerta pubblica iniziale (IPO) della storia. L’obiettivo è raccogliere 75 miliardi di dollari, una cifra mai raggiunta prima in occasione della quotazione in borsa di un’azienda.[1] Il record attuale è detenuto dalla compagnia petrolifera Saudi Aramco, che è stata quotata in borsa nel 2019 raccogliendo 25,6 miliardi di dollari. [2] Nel caso di SpaceX, il piano è di vendere 555,6 milioni di azioni al prezzo di 135 dollari ciascuna. Se l’operazione avrà successo, il valore di mercato del colosso spaziale e delle comunicazioni di Musk raggiungerà 1,75 trilioni di dollari. Con una valutazione del genere, solo sei società dell’indice azionario S&P 500, che raggruppa le cinquecento società quotate con sede negli Stati Uniti di maggior valore, varrebbero più di SpaceX. Il gruppo, che gestisce Starlink tra le altre iniziative, ha acquisito all’inizio di quest’anno la start-up di intelligenza artificiale di Musk, xAI. L’operazione ha portato il valore di SpaceX a 1.000 miliardi di dollari.[3] Uno degli obiettivi dell’acquisizione era quello di costruire un’infrastruttura di energia solare nello spazio per soddisfare la domanda energetica nell’era del boom dell’intelligenza artificiale. SpaceX è impegnata in un roadshow promozionale dal 4 giugno, durante il quale i banchieri coinvolti stanno promuovendo l’IPO presso i potenziali investitori.
«I racconti di Musk»
Tuttavia, i dati finanziari alla base di questa valutazione record offrono molti motivi di scetticismo. Delle tre divisioni aziendali attualmente gestite da SpaceX – ovvero la divisione lanci, la divisione satellitare Starlink e la società di intelligenza artificiale xAI, che include la piattaforma social X – solo la seconda sta attualmente generando profitti.[4] È vero, i ricavi di SpaceX sono in aumento. Ma lo sono anche le sue perdite. Nel 2025, SpaceX ha generato ricavi pari a circa 18,7 miliardi di dollari, un terzo in più rispetto all’anno precedente, registrando al contempo perdite di quasi 5 miliardi di dollari. Solo nel primo trimestre del 2026, con ricavi di circa 4,7 trilioni di dollari, le perdite sono ammontate a circa 4,3 miliardi di dollari.[5] xAI ha aperto un enorme buco nel bilancio con una perdita operativa di 2,47 miliardi di dollari. [6] In risposta, un fondo pensione danese ha già inserito SpaceX nella lista nera, sostenendo che la valutazione dell’azienda fosse “generosamente gonfiata”. Il prezzo, ha affermato, era determinato più dalle “narrazioni” di Musk che dalle “realtà economiche”. [7] SpaceX ha riposto gran parte delle sue speranze di crescita nei progressi dell’IA. I piani di fatturato del gruppo si basano in misura significativa su tecnologie che devono ancora essere sviluppate o maturate, non da ultimo i data center spaziali alimentati a energia solare. Secondo Reuters, l’azienda ha puntato gli occhi su un mercato potenziale di 28,5 trilioni di dollari nel settore dell’IA.[8]
Fuga di capitali
Rompendo con la struttura tradizionale delle IPO americane, la quotazione in borsa di SpaceX sta incoraggiando la partecipazione degli investitori al dettaglio provenienti dalla Germania e dall’Europa. La società fintech berlinese Trade Republic ha annunciato che i propri clienti europei potranno sottoscrivere azioni SpaceX direttamente tramite un’app.[9] Ciò potrebbe causare problemi all’economia europea. Come avverte Holger Schmieding, capo economista della Berenberg Bank, una grande quantità di capitali viene attirata verso gli Stati Uniti. «Queste massicce IPO stanno sottraendo capitali. E lo stanno facendo a valutazioni fortemente influenzate dalla speculazione», spiega Schmieding, aggiungendo: «Ciò renderà più difficile finanziare gli investimenti in Europa.»[10] Allo stesso tempo, agli investitori provenienti dalla Cina, compresa Hong Kong, è stato negato l’accesso all’IPO di SpaceX – per “motivi di sicurezza”. Ai principali sottoscrittori è stato ordinato di non accettare ordini da investitori in Cina, poiché l’amministrazione statunitense ha imposto restrizioni normative e di conformità sull’esportazione di tecnologie critiche.[11]
Un colpo di mano senza precedenti
Tuttavia, la recente espansione mondiale di SpaceX, in particolare in Europa, sta suscitando un certo malessere nel settore delle comunicazioni terrestri tradizionali, non da ultimo presso Deutsche Telekom. Sebbene le comunicazioni satellitari esistessero già molto prima di SpaceX o Starlink, esse dovevano affrontare un problema fondamentale: i satelliti orbitavano intorno alla Terra ad altitudini elevate, spesso a 35.000 chilometri di altezza. Da questa distanza, il segnale impiega un tempo relativamente lungo per tornare sulla Terra. Il ritardo è di mezzo secondo, a volte anche di più, il che rende impossibile lo streaming video e una navigazione fluida in Internet. Starlink ha cambiato radicalmente il modello di comunicazione posizionando più di 10.000 mini-satelliti nell’orbita terrestre bassa, a un’altitudine compresa tra i 340 e i 550 chilometri. Il segnale impiega ora solo 20 millisecondi per essere trasmesso.[12] In confronto, una moderna rete 5G in Germania, come quelle gestite da Deutsche Telekom, Vodafone e Telefónica, ha una latenza del segnale compresa tra i 15 e i 25 millisecondi. Inoltre, Starlink ha ricevuto l’approvazione dalla Federal Communications Commission (FCC) statunitense per lanciare altri 15.000 satelliti nello spazio, portando molti a credere che i piani a lungo termine di SpaceX includano la trasformazione in un operatore di rete mobile e la sostituzione dei fornitori tradizionali.
“In sella al drago”
Il CEO di Telekom, Timotheus Höttges, vede sicuramente questa situazione come una sfida per il suo gruppo. «Posso solo confermare che Starlink è un’azienda tecnologica di prim’ordine», afferma Höttges: «Se non puoi combattere il drago, cavalca il drago». [13] Höttges vuole portare avanti l’attuale collaborazione di Telekom con Starlink come operatore di rete; si tratta di una delle 35 partnership operative che Starlink mantiene attualmente in sei continenti. Il capo di Telekom spera che Starlink non riesca mai a sostituire la rete terrestre. Tuttavia, i dati suggeriscono il contrario. Con una valutazione di 1,75 trilioni di dollari, SpaceX può ottenere risultati ben superiori a quelli del suo principale concorrente europeo. Al contrario, il valore di Deutsche Telekom è stimato in 150 miliardi di dollari, mentre quello di T-Mobile in 209 miliardi. Inoltre, T-Mobile ha già registrato un calo del prezzo delle azioni del dieci per cento: da circa 210 dollari per azione dodici mesi fa a circa 190 dollari oggi. Per quanto riguarda il mercato della telefonia mobile, Starlink sta già partecipando in modo aggressivo alle aste per le frequenze mobili negli Stati Uniti. Se l’azienda dovesse affermarsi in questo settore, la crescita di T-Mobile negli Stati Uniti potrebbe essere ostacolata. Ciò aumenterebbe direttamente la posta in gioco per Deutsche Telekom, che dipende dalle sue attività negli Stati Uniti per circa tre quarti della sua capitalizzazione di mercato.
Uno Starlink tedesco
Nel frattempo, in Europa si stanno intensificando gli sforzi per creare un concorrente di Starlink. Mentre SpaceX preparava la sua quotazione in borsa, l’Ufficio federale tedesco dei cartelli ha dato il via libera a due aziende del settore della difesa e della tecnologia, Rheinmetall e OHB, per il loro progetto di consorzio satellitare.[14] Con questa joint venture le due società intendono partecipare alla gara d’appalto indetta dalla Bundeswehr tedesca per un contratto multimiliardario finalizzato alla realizzazione di una rete satellitare di comunicazioni militari paragonabile a Starlink. OHB sarebbe responsabile della produzione dei satelliti e della costruzione delle stazioni di terra, mentre Rheinmetall realizzerebbe i segmenti di rete e le apparecchiature per gli utenti finali. Il gruppo franco-tedesco Airbus, che inizialmente era in concorrenza con la joint venture tra Rheinmetall e OHB, ha ora aderito al consorzio. Sebbene la nuova alleanza a tre crei di fatto un monopolio che elimina la concorrenza, dal punto di vista della Bundeswehr essa consente di attuare rapidamente il progetto sovrano di satelliti LEO (orbita terrestre bassa). L’approccio del consorzio contribuisce inoltre a evitare controversie legali che potrebbero sorgere se l’appalto fosse aggiudicato a un unico offerente. Se l’impresa tedesca riuscirà a fornire una comunicazione satellitare senza interruzioni, i suoi utilizzi militari potrebbero sovrapporsi ai servizi commerciali.
[1] Echo Wang, Milana Vinn: SpaceX fissa a 135 dollari il prezzo per la sua quotazione in borsa da record, stravolgendo le convenzioni di Wall Street. reuters.com 03.06.2026.
[2] Uwa Ede-Osifo, Lauren Almeida, Dan Milmo: SpaceX punta al più grande debutto in borsa della storia, mettendo Musk sulla buona strada per diventare un «trillionaire». theguardian.com, 4 giugno 2026.
[3] Echo Wang: Secondo una fonte, SpaceX intende fissare il prezzo dell’IPO a 135 dollari per azione, puntando a raccogliere la cifra record di 75 miliardi di dollari. reuters.com 03.06.2026.
[4] Uwa Ede-Osifo, Lauren Almeida, Dan Milmo: SpaceX punta al più grande debutto in borsa di sempre, mettendo Musk sulla buona strada per diventare un «trillionaire». theguardian.com, 4 giugno 2026.
[5] Thomas Jahn: Le domande e le risposte più importanti sull’ingresso in borsa di SpaceX. handelsblatt.com, 21 maggio 2026.
[6] Matthias Lindner: SpaceX in vista della quotazione in borsa: un fondo pensione inserisce l’azienda di Musk nella lista nera. telepolis.de, 30 maggio 2026
[7] Bernd Müller: Trade Republic apre le IPO a tutti: ecco cosa devono sapere gli investitori. telepolis.de, 6 giugno 2026.
[8] Echo Wang: Secondo una fonte, SpaceX intende fissare il prezzo dell’IPO a 135 dollari per azione, puntando a raccogliere la cifra record di 75 miliardi di dollari. reuters.com 03.06.2026.
[9] Bernd Müller: Trade Republic apre le IPO a tutti: ecco cosa devono sapere gli investitori. telepolis.de, 6 giugno 2026.
[10] Alex Hofmann: SpaceX, Anthropic: cosa significano queste mega-IPO per l’economia tedesca. table.media, 6 giugno 2026.
[11] Cathy Chan: Investitori cinesi e di Hong Kong esclusi dall’IPO di SpaceX per motivi di sicurezza. bloomberg.com, 5 giugno 2026.
[12], [13] Thomas Jahn, Stephan Scheuer: Come Elon Musk intende conquistare il mercato globale della telefonia mobile. handelsblatt.com, 28 maggio 2026.
[14] L’Autorità antitrust tedesca approva l’alleanza nel settore satellitare tra Rheinmetall e OHB. handelsblatt.com, 16 aprile 2026. Vedi anche: Lo Starlink tedesco.
L’ingresso in borsa del gruppo statunitense SpaceX mette nuovamente in luce le debolezze dell’industria aerospaziale tedesco-europea e la sua dipendenza dagli Stati Uniti. I tentativi di recuperare il ritardo risentono della rivalità franco-tedesca.
12
giugno
2026
BERLINO/WASHINGTON (Articolo originale) – L’imminente quotazione in borsa, prevista per oggi, venerdì, del gruppo statunitense SpaceX mette in luce il crescente ritardo della Germania e dell’Europa rispetto all’industria spaziale statunitense. Già da tempo think tank come la Fondazione Wissenschaft und Politik (SWP) di Berlino lamentano che la Repubblica Federale Tedesca sia “estremamente dipendente dagli Stati Uniti” nel settore spaziale. Politici ed esperti avvertono all’unanimità che il governo statunitense – in particolare quello guidato dal presidente Donald Trump – potrebbe sfruttare senza pietà le dipendenze esistenti a proprio vantaggio. L’UE ha nel frattempo intrapreso i primi passi per ridurre la propria dipendenza. Lo scorso anno ha annunciato una nuova legge spaziale (Space Act), che mira a creare un mercato interno dell’UE per lo spazio attraverso l’armonizzazione delle frammentate normative nazionali. Gli Stati Uniti temono svantaggi per le loro aziende del settore e si oppongono con forza allo Space Act. Il governo federale tedesco intende inoltre investire ben 35 miliardi di euro entro il 2030 per realizzare, tra le altre cose, uno “Starlink tedesco”. Il suo obiettivo è tuttavia quello di assumere un ruolo di leadership puramente tedesco nel settore spaziale, escludendo le aziende francesi.
Appalti militari del valore di miliardi
Il 29 maggio, alla vigilia della quotazione in borsa di SpaceX, la più grande della storia fino a quel momento, la U.S. Space Force, il corpo delle Forze Armate statunitensi responsabile delle operazioni spaziali, ha assegnato all’azienda di Elon Musk un contratto del valore di 4,16 miliardi di dollari per un programma satellitare volto a individuare e contrastare le minacce provenienti dall’alto. [1] Si tratta di un sottoprogramma del previsto sistema di difesa missilistica Golden Dome denominato Space-Based Advanced Moving Target Indicator (SB-AMTI). L’SB-AMTI dovrebbe combinare sensori spaziali, collegamenti di comunicazione sicuri e stazioni di terra, ampliando così il sistema Golden Dome con una componente spaziale. Secondo la Space Force, «il primo contratto, valido fino al 2028, riguarda una costellazione di satelliti che consentirà alle forze congiunte di eliminare tempestivamente i punti ciechi operativi». Solo pochi giorni prima, il 26 maggio, la Space Force aveva inoltre assegnato a SpaceX un contratto del valore di 2,29 miliardi di dollari per la creazione di una rete di comunicazione satellitare sicura e veloce, al fine di collegare tra loro sensori militari e piattaforme d’arma in tutto il mondo. [2] In questo modo, nel giro di pochi giorni SpaceX si è aggiudicata appalti governativi per un valore di circa 6,45 miliardi di dollari e detiene ora una quota di Golden Dome superiore a quella di tutte le altre undici società partecipanti messe insieme.[3] Ciò rappresenta un grande vantaggio in vista della quotazione in borsa.
Dipendente dagli Stati Uniti
In Germania, alla luce dell’esempio di SpaceX, si levano ancora una volta voci che esortano a portare avanti con determinazione le proprie attività spaziali. L’ingresso in borsa del gruppo deve rappresentare un «campanello d’allarme» per l’Europa, spiega Fabian Mehring (Freie Wähler), ministro bavarese per il Digitale. Sostenendo che la superiorità tecnologica si traduce direttamente in potere in politica estera, Mehring afferma: «Chi non plasma il futuro con le proprie mani, diventa dipendente da chi lo fa.»[4] Da tempo si discute ripetutamente dei timori relativi al ritardo dell’UE nell’industria spaziale. Nell’ottobre 2025, ad esempio, Juliana Süß, esperta del gruppo di lavoro sulla politica di sicurezza della Fondazione Scienza e Politica (SWP) di Berlino, ha affermato che l’UE è «estremamente dipendente dagli Stati Uniti» nel settore spaziale . Ha sottolineato in particolare che tale dipendenza comprende elementi insostituibili come il sistema di navigazione statunitense GPS per i missili da crociera tedeschi Taurus e si estende fino alla «ricognizione, comunicazione e navigazione» nonché al «rilevamento precoce dei missili». [5] Il fatto che l’Europa dipenda, tra l’altro, anche dallo Starlink di Musk è dimostrato dall’esempio dell’Ucraina, dove l’azienda mantiene la connessione Internet del Paese, fondamentale in guerra, attraverso l’impiego di circa 50.000 terminali. A Berlino e a Bruxelles dilaga da tempo il timore che il governo statunitense possa sfruttare queste dipendenze, in particolare l’attuale amministrazione guidata dal presidente Donald Trump.[6]
Rivalità transatlantica
L’ascesa di SpaceX e della sua controllata Starlink, specializzata in satelliti, rischia di causare gravi problemi all’economia della Germania e dell’UE. Con Starlink, Musk è riuscito a mettere in orbita terrestre bassa più di 10.000 satelliti di comunicazione. In prospettiva, l’azienda potrebbe competere su tutto il territorio con operatori di rete terrestri come Deutsche Telekom (come riportato da german-foreign-policy.com [7]). Starlink ha già sottratto quote di mercato alle aziende europee nel settore delle connessioni Internet. Negli ultimi anni, gruppi come Airbus e Thales Alenia Space (TAS), una joint venture controllata al 67% da Thales e al 33% da Leonardo, hanno dovuto tagliare centinaia di posti di lavoro a causa di contratti spaziali non redditizi. Nel frattempo, l’UE si sta adoperando per proteggere e sostenere meglio l’industria spaziale europea. Ad esempio, nel giugno dello scorso anno ha proposto una nuova legge spaziale dell’UE che mira a creare un mercato interno dell’UE per lo spazio attraverso l’armonizzazione delle frammentate normative nazionali. Il progetto di legge, che probabilmente non entrerà in vigore prima del 1° gennaio 2030, è stato attaccato dagli Stati Uniti con la scusa che sarebbe anticoncorrenziale. Il motivo: la legge comporta costi aggiuntivi per le aziende spaziali statunitensi che desiderano operare nell’UE, poiché dovrebbero rispettare gli standard tecnici, di sicurezza informatica e ambientali dell’Unione.[8]
Gli ambiziosi progetti della Germania
Anche la Germania, dal canto suo, ha adottato misure volte a rafforzare le proprie capacità spaziali. Lo scorso anno, infatti, la Repubblica Federale ha comunicato, non solo in occasione della riunione del Consiglio dei ministri dell’Agenzia spaziale europea (ESA), la propria decisione di aumentare il contributo tedesco al bilancio complessivo dell’ESA a cinque miliardi di euro. [9] Ma soprattutto, in occasione della presentazione della sua prima strategia di sicurezza spaziale nel novembre 2025, il governo federale ha annunciato che entro il 2030 metterà a disposizione 35 miliardi di euro per progetti spaziali.[10] Inoltre, Berlino sta portando avanti diversi progetti spaziali ambiziosi. Ad esempio, la Bundeswehr sta progettando un sistema satellitare destinato a competere direttamente con Starlink. Il progetto, definito «Starlink tedesco», prevede una costellazione costituita da una fitta rete di satelliti di comunicazione che orbiteranno intorno alla Terra in orbite basse comprese tra i 200 e i 2.000 chilometri. In una prima fase, da 100 a 200 satelliti collegheranno tra loro le truppe tedesche e le attrezzature militari. [11] Inoltre, lo scorso dicembre il governo federale ha assegnato un appalto del valore di 1,7 miliardi di euro a una joint venture tra Rheinmetall e la startup finlandese ICEYE. L’obiettivo è quello di mettere in orbita 40 satelliti SAR (Synthetic Aperture Radar) entro la fine del decennio. [12] I satelliti SAR sono in grado di fornire immagini ad alta risoluzione delle attività a terra in qualsiasi condizione meteorologica. Con questi due progetti, la Bundeswehr intende diventare indipendente dagli Stati Uniti per quanto riguarda i satelliti di comunicazione e ricognizione.
Se possibile, senza la Francia
Tuttavia, la ricerca dell’autonomia da parte della Germania è caratterizzata da continue divergenze con la Francia. Ad esempio, nel progetto denominato «Starlink tedesco», che all’interno delle forze armate tedesche porta ufficialmente il nome di SATCOMBw Livello 4, Airbus Defence and Space era inizialmente tra i principali candidati. L’azienda gestisce già gli attuali sistemi di comunicazione SATCOMBw, il che la pone in una posizione migliore rispetto ai suoi concorrenti, come OHB di Brema. Tuttavia, Airbus costruisce i satelliti principalmente nei suoi stabilimenti in Francia; Berlino, invece, punta a un rigoroso controllo nazionale sulla rete satellitare. [13] Non si è disposti a «esternalizzare all’estero» «commissioni di questo tipo», come ad esempio quella per la creazione di un sistema satellitare, ha confermato il generale di divisione Armin Fleischmann, responsabile presso le forze armate tedesche della pianificazione e dell’attuazione dei progetti spaziali.[14] Fleischmann ammette che determinati componenti devono essere acquistati da «partner occidentali», tra cui la «Francia». Il governo federale si sta tuttavia adoperando per mantenere questa quota il più bassa possibile. Nel frattempo, per lo «Starlink tedesco» è stata confermata una joint venture tra Rheinmetall e OHB di Brema. Come riportato ieri, giovedì, la società è stata ora costituita.[15] Si dice che sia possibile il coinvolgimento di Airbus, ma solo in una funzione secondaria.
[1] SpaceX si aggiudica un contratto da 4,16 miliardi di dollari con la Space Force per la realizzazione di satelliti di rilevamento delle minacce. cnbc.com, 29 maggio 2026.
[2] Mike Stone: La US Space Force assegna a SpaceX un contratto da 2,29 miliardi di dollari per una rete spaziale militare. reuters.com, 20 maggio 2026.
[3] Andreas Sommer: Azioni SpaceX: 6,45 miliardi di contratti con il Pentagono prima dell’IPO. kapitalmarketexperten.de, 31 maggio 2026.
[4] Richard Mayr: Il ministro del Digitale Mehring: «Più di una semplice quotazione in borsa». ausburger-allgemeine.de, 10 giugno 2026.
[7] Peggy Hollinger, Sylvia Pfeifer, Barbara Moens: I piani europei per la creazione di un leader nel settore spaziale devono affrontare una tempistica impegnativa. ft.com, 12 giugno 2025.
La conferenza sulla difesa tenutasi a Berlino ha riunito rappresentanti di startup tedesche specializzate in droni e militari ucraini appartenenti a unità che rendono omaggio ai collaboratori nazisti. Obiettivo: una cooperazione intensa per l’ulteriore sviluppo della guerra high-tech.
11
giugno
2026
BERLINO/KIEV (Resoconto proprio) – Lunedì, in occasione di una conferenza sull’armamento tenutasi a Berlino, rappresentanti di startup tedesche produttrici di droni e militari appartenenti a unità ucraine che rendono omaggio ai collaboratori nazisti hanno discusso dell’evoluzione della guerra high-tech e della produzione dei sistemi d’arma necessari a tal fine. Alla conferenza New Age Defence, alla quale hanno partecipato ben 800 persone, erano presenti, tra gli altri, rappresentanti delle brigate della Guardia Nazionale Ucraina che utilizzano simboli delle Waffen-SS o celebrano i membri dell’OUN, un’organizzazione fascista di collaboratori nazisti ucraini. In collaborazione con militari come loro e sfruttando le esperienze ucraine al fronte, le aziende tedesche continuano a sviluppare i loro UxS – sistemi senza pilota, dove x sta per la varietà di questi sistemi in aria (droni), a terra (robot) e in acqua (droni marini). Per quanto riguarda New Age Defence, gli organizzatori hanno affermato di voler collegare più strettamente produttori, soldati e politica e unire l’esperienza ucraina al fronte con il know-how industriale in Germania. In questo contesto, l’importante non è tanto la produzione di innumerevoli armi, quanto piuttosto la messa a disposizione di capacità produttive in grado, in caso di guerra, di sfornare in un batter d’occhio le attrezzature belliche più moderne.
Coordinare le risorse
La conferenza New Age Defence si è tenuta lunedì a Berlino per la prima volta. È stata organizzata da alcuni produttori di UxS; né i nomi precisi di questi ultimi né la sede dell’evento sono stati resi noti in anticipo. L’evento è stato sostenuto dalle startup tedesche Helsing e Quantum Systems, nonché dall’azienda ucraina Uforce; tra i partner industriali figuravano, ad esempio, Arx Robotics e Stark. La partecipazione era possibile solo su invito. La data è stata scelta appositamente in vista del Salone Internazionale dell’Aeronautica e dello Spazio di Berlino, che ha aperto i battenti ieri, mercoledì. Riguardo all’obiettivo dell’evento, è stato affermato che «non è un problema di tecnologia» difendere l’Europa «nella guerra moderna». [1] La tecnologia necessaria è disponibile; l’esercito sa comunque «di cosa ha bisogno». Anche «la volontà politica» di riarmarsi sta aumentando. Tuttavia, esiste «una lacuna nel coordinamento»: «Ciò che manca è il momento in cui tutte e tre le forze si incontrano, si coordinano e procedono insieme». Questo è ciò che New Age Defence dovrebbe garantire ora, così come in futuro. Di conseguenza, all’evento erano presenti, oltre a soldati e rappresentanti di diverse aziende UxS, anche politici. Si parla di circa 800 partecipanti, provenienti soprattutto dalla Germania, dall’Ucraina e dai Paesi baltici.
Capacità anziché magazzino
Tra i temi trattati durante la conferenza figuravano i profondi cambiamenti che si profilano nel settore della produzione di armamenti. Secondo gli organizzatori, l’industria europea delle armi tradizionale si è sempre contraddistinta per «tecnologie costose, lunghi cicli di produzione e sistemi concepiti per un tipo di guerra che ormai non esiste più». [2] Durante la conferenza è stato affermato che il settore UxS, in particolare, è strutturato in modo completamente diverso. Solo «chi è un passo avanti al nemico in tutti i settori» – in «innovazione, produzione, implementazione, sviluppo, tattiche operative, interconnessione» – potrà prevalere nella guerra moderna. [3] Ciò ha delle conseguenze. «Alla luce dei rapidi cicli di sviluppo e della corsa globale alle tecnologie più efficienti», ad esempio, lo stoccaggio tradizionale dei sistemi d’arma «nel settore dei sistemi senza equipaggio ha senso solo in misura limitata»; troppo grande è il rischio che, quando l’apparecchio sarà necessario in guerra, risulti tecnologicamente o tatticamente obsoleto. Alla New Age Defence si è quindi discusso in particolare di «come creare e mantenere capacità produttive adeguate» per essere «pronti a reagire in qualsiasi momento» e in grado di produrre apparecchiature in linea con i più recenti sviluppi nella conduzione della guerra.
Competenze e industria
In questo contesto, come è emerso durante la conferenza, l’Ucraina, le sue forze armate e le sue aziende produttrici di armamenti rivestono un’importanza particolare. I soldati ucraini mettono alla prova le armi più recenti sul campo di battaglia e intrattengono stretti contatti soprattutto con le aziende produttrici di armamenti ucraine, ma anche con quelle tedesche, che cercano costantemente di adattare il materiale bellico alle esigenze delle truppe. Si “impara” molto dalla parte ucraina – dalle “esperienze” che essa fa costantemente e “paga purtroppo a caro prezzo”, come afferma Bastian Ernst, deputato della CDU al Bundestag e presidente dell’Associazione dei riservisti della Bundeswehr. [4] L’amministratrice delegata di New Age Defence è Kateryna Mykhalko, un’ucraina che in precedenza ha lavorato per tre anni presso Tech Force in UA, un’associazione che riunisce circa 100 produttori ucraini di UxS; di conseguenza, gode di un’ottima rete di contatti a Kiev. Alla conferenza di Berlino è stato affermato che «proprio la combinazione tra il know-how ucraino nell’uso dei droni e la conseguente ottimizzazione continua delle tecnologie esistenti da un lato» e «le esperienze e le capacità europee nel campo della produzione industriale» «dall’altro» offre «molte opportunità» per la creazione di un settore UxS di successo in futuro.[5]
Specialisti con esperienza sul campo
Di conseguenza, lunedì la presenza ucraina al New Age Defence è stata molto consistente. Oltre all’ambasciatore dell’Ucraina in Germania, Oleksij Makejew, erano presenti rappresentanti di aziende ucraine del settore della difesa, come Uforce, nonché collaboratori delle filiali ucraine di startup militari tedesche. Ai collaboratori dei think tank ucraini si sono aggiunti soprattutto numerosi militari ucraini. Al Combat Hub, una sezione della conferenza in cui erano state annunciate in particolare «dimostrazioni pratiche di moderne tattiche di combattimento e dell’uso di sistemi senza pilota», secondo l’annuncio degli organizzatori i partecipanti hanno avuto «l’opportunità di parlare direttamente con membri delle forze armate ucraine che avevano esperienza con diversi sistemi senza pilota sul campo di battaglia». [6] Sono stati inoltre annunciati specificatamente militari della 12ª brigata speciale “Azov” del 1° corpo della Guardia Nazionale e della 17ª brigata del 2° corpo “Chartija” della Guardia Nazionale, tra cui specialisti in sistemi senza pilota e in ricognizione; per la ricognizione del campo di battaglia oggi vengono impiegati – oltre ai satelliti – soprattutto droni. La presenza congiunta di soldati ucraini e rappresentanti di startup tedesche ha lasciato intravedere a Berlino la cooperazione quotidiana tra le due parti, praticata ormai da anni.
Sostenitori dei collaborazionisti nazisti
Ciò è interessante anche perché l’orientamento politico delle unità ucraine presenti alla conferenza New Age Defence parla chiaro. Ad esempio, la 12ª Brigata speciale «Azov» del 1° Corpo della Guardia Nazionale utilizza il simbolo del Wolfsangel, un tempo impiegato dalle Waffen-SS. [7] Secondo quanto riportato, la brigata speciale rende inoltre omaggio sui propri canali social ai collaboratori nazisti dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN). Il governo ucraino sta attualmente provvedendo al trasferimento delle loro spoglie a Kiev, dove saranno onorate in un “Pantheon degli ucraini illustri” (come riportato da german-foreign-policy.com [8]). La 17ª brigata del 2° corpo d’armata «Chartija», a sua volta, secondo quanto riportato, ha celebrato da ultimo il 1° gennaio 2026 il compleanno del leader dell’OUN Stepan Bandera; in precedenza aveva promosso la “Marcia degli eroi” il 14 ottobre 2025 in memoria dell’Esercito insurrezionale ucraino (UPA), i cui miliziani durante la Seconda guerra mondiale massacrarono più di 90.000 polacchi e migliaia di ebrei per creare – dalla loro prospettiva razzista – i presupposti per un’Ucraina “etnicamente pura”. Le concezioni storiche e politiche dei soldati ucraini influenzano la cooperazione con le startup tedesche del settore UxS, che si considerano il nucleo dell’industria degli armamenti del futuro.
[1], [2] New Age Defence. new-age-defence.berlin.
[3] Jan Schönberg: «Quando si parla di droni, una maggiore velocità garantisce una maggiore sicurezza». drones-magazin.de, 9 giugno 2026.
[4] Johanna Urbancik, Franziska Müller: Vertice sui droni a Berlino: guerra in Ucraina, difesa-
Tecnologia avanzata e innovazioni. de.euronews.com 10/06/2026.
[5] Jan Schönberg: «Quando si parla di droni, una maggiore velocità garantisce una maggiore sicurezza». drones-magazin.de, 9 giugno 2026.
[6] Gli innovatori presentano droni e intelligenza artificiale al New Age Defence di Berlino. mezha.net 08.06.2026.
[7] Susann Witt-Stahl: Una nuova era della guerra. junge Welt, 8 giugno 2026.
«Portare avanti il movimento contro la guerra a livello internazionale»
Un’intervista a Kate Hudson sui principali fattori all’origine dell’attuale minaccia di guerra, sulla conferenza contro la guerra che si terrà a Londra il 20 giugno e sulla necessità di organizzarsi a livello internazionale contro la guerra.
09
giugno
2026
LONDRA german-foreign-policy.com ha intervistato l’attivista contro la guerra Kate Hudson in merito alle crescenti proteste contro la militarizzazione in Europa e alla prossima conferenza internazionale contro la guerra in programma il 20 giugno. Kate Hudson è stata presidente (dal 2003 al 2010), segretaria generale (dal 2010 al 2024) e vicepresidente (dal 2024) della Campagna per il Disarmo Nucleare (CND) e membro della Stop the War Coalition dal 2002. Hudson sottolinea che la principale minaccia alla pace mondiale attualmente non proviene dalla Russia e dalla Cina, ma dagli Stati Uniti e dai loro alleati occidentali. Gli Stati Uniti sono in declino economico e stanno reagendo con ogni mezzo a loro disposizione. Inoltre, il capitalismo è in una profonda crisi e ha prodotto “un modello estremo” incarnato da “figure di estrema destra” come Donald Trump – un “incubo politico”, afferma Hudson. Insiste sul fatto che il movimento contro la guerra deve organizzarsi a livello internazionale, proprio come fanno coloro che guidano la militarizzazione – «forze statali, forze capitaliste e governi». Consiglia di agire tempestivamente per contrastare la minaccia che la Germania acquisisca armi nucleari.
german-foreign-policy.com: Il 20 giugno si terrà a Londra un’importante conferenza internazionale contro la guerra. Quali sono le sue aspettative?
Kate Hudson: Questa conferenza rappresenta un passo avanti molto significativo, un’opinione condivisa da tutti gli organizzatori, sia quelli britannici che quelli con cui collaboriamo in tutta Europa. È molto importante sottolineare che, sebbene la conferenza si svolga in Gran Bretagna, si tratta di un evento veramente internazionale. Pur essendo noi gli ospiti, abbiamo lavorato insieme per garantire non solo la presenza di numerosi relatori internazionali, ma anche di molti partecipanti provenienti da tutto il mondo. Centinaia di persone stanno arrivando da tutta Europa per partecipare alle discussioni. Partecipare alla conferenza non è solo un’occasione per ascoltare ottimi discorsi e trarne ispirazione. È anche un’opportunità per riunirsi e avere una discussione strategica seria, per pianificare concretamente come il movimento contro la guerra in Europa e oltre possa lavorare insieme e compiere passi concreti in avanti.
Ciò è tanto più importante in quanto sappiamo che le forze statali, le forze capitaliste e i governi si organizzano costantemente a livello internazionale. Non esistono confini nazionali dalla loro parte della lotta di classe. È quindi assolutamente fondamentale che, dalla nostra parte della lotta di classe, non ci limitiamo alle nostre preoccupazioni interne, nazionali. In quanto movimento contro la guerra, dobbiamo organizzarci a livello internazionale. Se non lo facciamo, siamo destinati al fallimento. Guardate, è un dato di fatto che nessuno dei problemi che affrontiamo è di natura interna o nazionale. Sono tutti problemi internazionali, che si tratti di guerra, della catastrofe climatica o dell’ascesa dell’estrema destra. Tutte queste questioni sono questioni internazionali e dobbiamo affrontarle a livello internazionale.
La conferenza di Londra sarà la seconda organizzata da un gruppo emergente di forze politiche provenienti da tutta Europa. La prima conferenza si è tenuta lo scorso ottobre a Parigi, e probabilmente ne seguirà una terza nel corso dell’anno. Come potete vedere, siamo molto determinati. Non si tratta di un evento isolato, ma di un processo continuo volto a portare avanti il movimento.
german-foreign-policy.com: Lei è attivo nel movimento contro la guerra da decenni. Oggi il mondo è teatro di un numero sempre crescente di conflitti. A cosa è dovuto questo fenomeno?
Kate Hudson: Individuerei due ragioni in particolare. In primo luogo, gli sviluppi economici globali legati alle dinamiche tra le grandi potenze. Negli ultimi decenni abbiamo assistito al declino relativo degli Stati Uniti in termini economici. Ciò non significa che non siano ancora l’economia più potente al mondo secondo molti indicatori; ovviamente lo sono. Ma sotto certi aspetti, in base ad alcuni indicatori, è chiaro che gli Stati Uniti stanno perdendo terreno. Allo stesso tempo, negli ultimi due decenni abbiamo assistito all’emergere di altre potenze economiche, provenienti in gran parte dal Sud del mondo. Chiaramente, la Cina ne è l’esempio più significativo. I suoi indicatori possono fluttuare leggermente, ma la traiettoria è ascendente. Molti paesi si sono uniti nella coalizione BRICS, una nuova forma di cooperazione, sostegno economico e sviluppo, che ha avuto origine nel Sud del mondo.
Agli Stati Uniti, in sostanza, la cosa non piace. Dal punto di vista del movimento contro la guerra, si possono tracciare dei paralleli con la Guerra Fredda. All’epoca, l’obiettivo principale degli Stati Uniti era fondamentalmente quello di mettere fuori gioco l’Unione Sovietica e il suo blocco. Ciò non tanto per ragioni ideologiche, quanto perché l’Unione Sovietica rappresentava un ostacolo all’espansione dei mercati statunitensi. Gli Stati Uniti volevano semplicemente avere porte aperte per le loro imprese ovunque. Dopo il 1989, non solo hanno ottenuto la libertà economica, ma hanno anche acquisito un potere globale insuperabile e senza rivali. Questo, di fatto, si ricollega alla Dottrina Wolfowitz degli Stati Uniti dei primi anni ’90, che si può riassumere così: gli americani si ritrovano l’unica superpotenza globale, la cosa gli piace e vogliono che questa situazione continui. A mio avviso, questa è ancora la situazione odierna, e gli Stati Uniti stanno ancora lottando per mantenere quella posizione. Periodicamente – ricordate la guerra in Iraq – gli Stati Uniti attraversano fasi in cui decidono di mettere fuori gioco i paesi non conformi – i regimi, come chiamerebbero i loro governi – che non si allineano alla visione economica o strategica degli Stati Uniti.
german-foreign-policy.com: Paesi come quelli che gli Stati Uniti hanno definito «l’asse del male»…
Kate Hudson: Esatto. Basta guardare indietro: i paesi che circa 25 anni fa costituivano l’«asse del male» di George W. Bush erano la Corea del Nord, l’Iraq e l’Iran. L’Iraq è stato messo fuori gioco, ma l’Iran e la Corea del Nord fanno ancora parte del nuovo «asse del male» degli Stati Uniti, e vi si sono aggiunti numerosi altri paesi. Si tratta di paesi che non condividono la visione degli Stati Uniti e compiono azioni che la contrastano attivamente. Pertanto, periodicamente, gli Stati Uniti intraprendono delle guerre. Ci sono guerre che riguardano le risorse, ci sono guerre volte a ristabilire il dominio statunitense – gli attacchi al Venezuela, ad esempio, o l’imminente attacco a Cuba. Sono tutte condotte per neutralizzare gli Stati che sfidano la supremazia degli Stati Uniti.
La seconda ragione dell’aumento del numero di guerre è la crisi del capitalismo. Qualunque forma assuma oggi il capitalismo, è ovviamente un sistema insostenibile che non è più in grado di garantire alcuni dei benefici che un tempo offriva alle masse popolari nelle sue fasi iniziali. Negli ultimi anni, il capitalismo ha generato quel tipo di modello estremo rappresentato da personaggi di estrema destra come Donald Trump, disposti a tutto, dal razzismo estremo alle retate dell’ICE, dalle fake news alle leggi basate su menzogne, assurdità e idee antiscientifiche: è semplicemente un disastro totale. Questo incubo politico generato dalla crisi del capitalismo si aggiunge alla determinazione degli Stati Uniti a rimanere il leader indiscusso, cercando di difendere la propria supremazia contro l’emergere di nuove forze economiche molto dinamiche altrove. Forze economiche, tra l’altro, che speriamo stiano ragionando meglio dell’Occidente – meglio in termini di ciò che è in definitiva vantaggioso per l’umanità nel suo insieme. In questa situazione, la cosa fondamentale è fondamentalmente evitare la guerra nucleare e il collasso climatico totale, in modo che quando usciremo da questa lotta, da questa crisi del capitalismo, da questo tentativo dell’imperialismo di mantenersi, costi quel che costi – allora, ci sarà ancora un mondo che potrà essere sviluppato in modo migliore.
german-foreign-policy.com: Quindi non sarebbe d’accordo con quanto ci viene ripetutamente detto dai politici e dai media, ovvero che sono la Russia e la Cina a minacciare la pace nel mondo?
Kate Hudson: Ad essere sincera, non vedo prove a sostegno di questa tesi. Non approvo la guerra della Russia contro l’Ucraina, ma, pur non approvandola, penso che ci siano ragioni storiche e politiche specifiche per cui è scoppiata. Per me, che provengo dal movimento pacifista, una delle ragioni principali è ovviamente l’espansione della NATO – un’alleanza militare altamente sofisticata, dotata di ingenti risorse e armata di armi nucleari – nell’ex blocco sovietico, e persino nelle ex repubbliche sovietiche, e il senso di vulnerabilità della Russia o la sensazione di essere sotto attacco. Da parte della Russia è chiaro da tempo che non vogliono che l’Ucraina faccia parte della NATO, il che comporterebbe un enorme allungamento del confine diretto con la NATO. Nonostante ciò, c’è stata l’apparente mossa dell’Ucraina verso l’adesione alla NATO, oltre al maltrattamento della comunità russa all’interno dell’Ucraina, in contrasto con quanto previsto dagli accordi di Minsk riguardo ai loro diritti di cittadini e alla loro lingua. Per me, questo non significa che la Russia sia una potenza imperialista che attaccherà tutti e ovunque; vedo l’Ucraina come una questione molto specifica. Naturalmente, ci sono tutti i tipi di problemi che avrei con il sistema politico russo e con la politica russa. Ma spetta al popolo russo internamente determinare quale sia il proprio governo, e lo cambierà quando vorrà farlo. Questo non deve essere deciso altrove.
E la Cina – non vedo alcuna prova che la Cina sia militarmente aggressiva. Ovviamente sta potenziando sempre più il proprio arsenale, anche con armi nucleari, cosa alla quale mi oppongo; mi oppongo al fatto che qualsiasi paese sviluppi armi nucleari o aumenti le proprie scorte. Uno dei problemi legati al fatto che alcuni paesi procedano a potenziamenti bellici, stringano alleanze militari e concentrino truppe e materiale bellico sul territorio è che gli altri paesi reagiranno. Era questa la situazione con la corsa agli armamenti durante la Guerra Fredda. Attualmente siamo in una corsa agli armamenti, ma non definirei la Russia e la Cina come i principali protagonisti in termini di aggressività militare o di minaccia generale alla pace e alla sicurezza del mondo nel suo complesso.
german-foreign-policy.com: Diamo un’occhiata alla Germania. La Germania sta potenziando le proprie capacità militari a un ritmo che non si vedeva dagli anni ’50. Il cancelliere Friedrich Merz punta a rendere la Bundeswehr la forza militare convenzionale più potente d’Europa. Qual è la sua opinione al riguardo?
Kate Hudson: Non va affatto bene. Sembra una gara con la Gran Bretagna e la Francia, una sorta di nazionalismo militarista che si sta sviluppando. Come reagiranno i francesi a tutto questo? La Francia possiede armi nucleari. La Germania intende svilupparne? Naturalmente, ciò sarebbe illegale secondo il diritto internazionale. La Germania intende semplicemente ignorare il diritto internazionale? Espone la propria popolazione a un rischio enorme agendo in questo modo? Lo sviluppo di armi nucleari comporta rischi seri, per non parlare del fatto di rendersi un bersaglio nucleare: è un’idea folle e il costo è assolutamente esorbitante.
german-foreign-policy.com: Attualmente in Germania è in corso un dibattito sulla possibilità di sviluppare armi nucleari. Un’altra opzione al vaglio è quella di ottenere l’accesso agli arsenali nucleari francesi o britannici.
Kate Hudson: La Francia non ha mai assegnato le proprie armi nucleari alla NATO. La Gran Bretagna non possiede armi nucleari proprie in senso stretto. Le armi nucleari in possesso del Regno Unito non sono realmente di proprietà britannica né controllate dal Regno Unito, anche se al governo piace affermare il contrario. Guarda, un sistema di armi nucleari è composto da tre parti. Pensa a una pistola: c’è la mano che impugna la pistola; poi c’è la pistola stessa e, infine, c’è il proiettile, che è l’elemento letale. È simile con le armi nucleari. C’è un sottomarino o un jet che le trasporta. Poi c’è il missile che le trasporta dal sottomarino o dall’aereo al bersaglio. Infine, c’è la testata, l’esplosivo all’estremità. La Gran Bretagna costruisce i propri sottomarini, ma sono modelli statunitensi e alcuni dei componenti vengono forniti dagli Stati Uniti. I missili provengono dagli Stati Uniti; li acquistiamo o li prendiamo in leasing, dobbiamo tornare negli Stati Uniti per la manutenzione e così via. Le testate sono una produzione congiunta. Il sistema GPS è gestito comunque dagli Stati Uniti. E, ultimo ma non meno importante, la Gran Bretagna ha assegnato le sue armi nucleari alla NATO. Se gli Stati Uniti decidessero di staccare la spina – addio, armi nucleari britanniche. Se la Gran Bretagna volesse condividerle con la Germania, cosa direbbero gli Stati Uniti al riguardo? Beh, probabilmente – non le condividerete, addio. Se il governo tedesco è davvero serio al riguardo, sembra non avere una comprensione adeguata della situazione reale.
german-foreign-policy.com: Considerando le discussioni in corso in Germania sulla possibilità di sviluppare una bomba tedesca qualora l’accesso alle armi nucleari francesi o britanniche dovesse rivelarsi impossibile – alla luce della sua esperienza nella Campagna per il disarmo nucleare (CND), cosa consiglierebbe alla popolazione tedesca di fare?
Kate Hudson: Organizzare una grande campagna contro di esse – cos’altro sennò! Negli anni ’80 ci fu una massiccia mobilitazione in Germania contro i missili Pershing, così come in Gran Bretagna e altrove, e alla fine ebbe successo. Ci siamo sbarazzati di tutti quei missili. Ci sarà opposizione a tantissimi livelli della società. Non è solo la sinistra a opporsi alle armi nucleari. Ad esempio, anche le comunità di fede e molte organizzazioni religiose sono contrarie; il Papa è contro le armi nucleari. La gente comune semplicemente non vuole avere armi nucleari che faranno saltare in aria loro, i loro figli e i loro nipoti, quando potrebbero invece avere una piscina, un asilo nido o una biblioteca nel loro quartiere. Ci sono così tanti livelli della società da cui è possibile costruire un movimento. Si può lanciare una petizione, si possono organizzare manifestazioni di massa, si può chiedere il boicottaggio, si possono organizzare proteste presso i siti nucleari, come già avviene in Germania, a Büchel. Queste sono cose che la gente faceva in Gran Bretagna negli anni ’50 e ’60, quando fu fondata la CND. Si lavora con i sindacati, si cerca di boicottare la costruzione, di impedirne la realizzazione, si avvia un’azione diretta non violenta, si organizzano grandi manifestazioni – si fa semplicemente di tutto per bloccarla completamente.
german-foreign-policy.com: In Germania sono in corso delle proteste, ma non riguardano tanto le armi nucleari quanto piuttosto il servizio militare obbligatorio. Fin dalla fine dello scorso anno si sono tenuti scioperi scolastici contro questa misura. Si sta verificando qualcosa di simile nel Regno Unito o in altri paesi europei?
Kate Hudson: La Germania è il Paese di cui ho sentito parlare di più. In altre parti d’Europa potrebbero esserci dei sviluppi. In Gran Bretagna non c’è un grande movimento specifico su questo tema, poiché al momento non si sta discutendo di nulla che assomigli al servizio militare obbligatorio. Tuttavia, alcune organizzazioni studentesche si stanno mobilitando contro questa eventualità; l’idea è quella di cercare di fermarla prima che abbia inizio. Allo stesso tempo, però, qui si sta lavorando molto contro la presenza dell’esercito nell’istruzione. Circa un anno fa, il governo ha presentato la sua Strategic Defence Review (Revisione strategica della difesa), alla quale ci siamo opposti pubblicando l’Alternative Defence Review. Keir Starmer parlava di un approccio “che coinvolga l’intera società” alla preparazione alla guerra, il che significherebbe la militarizzazione della nostra società. Significa non solo consentire i tentativi di reclutare persone nelle scuole e nelle università per l’esercito, ma anche introdurre l’esercito e argomenti militari nell’istruzione stessa. Significa investire nelle università per sviluppare la ricerca militare, per promuovere posti di lavoro nell’esercito e nella produzione di armi, e significa soprattutto cercare di promuovere la produzione militare e il cosiddetto settore della difesa non solo come potenziale datore di lavoro, ma come qualcosa che stimolerebbe l’economia in modo positivo. Come sappiamo, ovviamente, questo è un mito. È proprio questo il tema attorno al quale si stanno ora organizzando molti giovani, soprattutto nel settore dell’istruzione superiore, sia a livello di personale che a livello di studenti.
A proposito di giovani: la maggior parte di loro non ha alcun interesse ad andare a combattere una guerra in trincea all’estero. Non è nelle loro intenzioni. In linea di massima – anche se non si può generalizzare eccessivamente – le generazioni più giovani tendono ad essere più progressiste su tutte le questioni sociali. Sono i giovani ad essere molto più ottimisti, inclusivi e ad accettare le persone così come sono; non vedono la razza come un problema, per esempio. Non vogliono essere trascinati in una guerra e morire. È piuttosto semplice, no? Il fatto che la corruzione ai vertici della politica sia ora così smascherata si aggiunge a questo: molti giovani non vedono alcun motivo per cui dovrebbero fare ciò che questi politici corrotti ed egoisti vogliono che facciano. Speriamo che attraverso l’organizzazione delle generazioni più giovani – e allo stesso tempo la continua organizzazione della generazione più anziana – siamo in grado di sconfiggere questi sviluppi molto, molto negativi nella società. Guardate il movimento palestinese in Gran Bretagna: è stato ed è una cosa straordinaria in termini di portata della mobilitazione, ampiezza e diversità. Abbiamo visto enormi marce e ogni tipo di azione che la gente ha intrapreso in Gran Bretagna. È un movimento di massa molto inclusivo e molto diversificato. Questo è il tipo di cooperazione di cui abbiamo bisogno. Può funzionare anche nel movimento contro la guerra.
La politica di potere di Berlino ha subito una grave battuta d’arresto in seguito al fallimento della candidatura della Germania a un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Una punizione per gli evidenti due pesi e due misure nella politica estera?
05
giugno
2026
BERLINO/NEW YORK (notizia propria) – Il fallimento della candidatura della Germania a un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU infligge un duro colpo alle ambizioni politiche globali del governo tedesco. Con soli 104 voti, la Germania è rimasta molto indietro rispetto a Stati di dimensioni notevolmente inferiori come il Portogallo (134) e l’Austria (131) nella votazione di mercoledì a New York. Il doppio standard con cui opera Berlino è ampiamente considerato come una delle ragioni principali: mentre la Germania critica aspramente avversari come la Russia per presunte o effettive violazioni del diritto internazionale e chiede agli altri Stati di sostenere le sanzioni, chiude un occhio sui crimini commessi da stretti alleati, non da ultimo Israele e gli Stati Uniti, e viene addirittura vista come complice. In risposta alla debacle all’Assemblea Generale dell’ONU, persino i Socialdemocratici (SPD), il partner minore della coalizione di governo tedesca, affermano ora che in futuro «non si devono applicare due pesi e due misure nel diritto internazionale». La battuta d’arresto indica anche che il predominio dei principali Stati occidentali nella politica internazionale sta diminuendo. Paesi più piccoli come l’Austria e il Portogallo possono aspettarsi di godere di nuove fonti di simpatia in futuro. Il governo tedesco sta lasciando intendere che non presenterà un’altra candidatura fino al mandato 2035/36. In risposta allo sgarbo diplomatico, da alcuni ambienti in Germania si levano richieste affinché i contributi del paese all’ONU vengano ridotti se non avrà un seggio nel Consiglio di Sicurezza.
«Dare forma alla politica estera»
L’anno scorso, il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha parlato apertamente degli obiettivi che la Repubblica Federale di Germania si prefiggeva con la sua candidatura per mantenere il seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite era «l’organismo più importante, realmente globale, per la sicurezza mondiale», per il quale, nonostante tutti i conflitti nel mondo, «c’è ancora, in linea di principio, consenso e sostegno da parte di tutti», ha affermato Wadephul nel suo discorso alla conferenza di tutti gli ambasciatori tedeschi l’8 settembre 2025. Egli ha affermato che «la Germania appartiene a questo tavolo in quanto una delle principali potenze europee». La presenza della Germania nel Consiglio di Sicurezza era, ha aggiunto, necessaria soprattutto «perché vogliamo plasmare la politica estera in questo mondo» – «e perché questo è nel nostro interesse!»[1] Il politico della CDU ha sottolineato che, «soprattutto in un clima geopolitico sempre più aspro, l’appartenenza al Consiglio di Sicurezza apre l’accesso a decisioni, formati e informazioni». Infatti: «Un accesso che rimarrà aperto anche anni dopo la nostra appartenenza». Un posto al tavolo dei grandi era, secondo Wadephul, di grande importanza per Berlino: «soprattutto quando il diritto internazionale è sotto pressione e il multilateralismo vacilla, è nostra responsabilità opporci con determinazione a tutto ciò».
Reati? Chi se ne frega.
Una delle ragioni principali addotte per spiegare il fallimento della candidatura della Germania al Consiglio di Sicurezza è il fatto che il governo tedesco predica costantemente un’adesione astratta al diritto internazionale, ma non ne tiene conto nei casi concreti in cui i suoi alleati sono accusati di gravi violazioni – anche quando vengono messi sotto esame sulla scena mondiale. Per anni, il governo tedesco si è ostinatamente rifiutato di prendere posizione sulle palesi violazioni del diritto internazionale da parte di Israele – non da ultimo durante la guerra di Gaza. Berlino si è limitata a offrire banali luoghi comuni. Nel dicembre 2025, sotto la pressione di Israele, non ha nemmeno accettato di sostenere la proroga del mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi (UNRWA). Questo silenzio è tanto più sorprendente se si considera che Berlino attacca regolarmente la Russia – un avversario – con toni molto duri per presunti o effettivi crimini di guerra in Ucraina. Nel caso di Israele, la posizione della Germania è particolarmente grave perché, come osserva Daniel Forti, esperto delle Nazioni Unite presso l’International Crisis Group, «una larga maggioranza degli Stati membri dell’ONU […] ha sostenuto la Palestina ed è molto preoccupata per la guerra di Israele a Gaza e in Cisgiordania».[2] Anche la repressione in Germania delle voci filopalestinesi e di tutti gli oppositori della guerra di Israele ha suscitato una forte condanna internazionale.[3]
«Troppo complesso»
Il governo tedesco ha inoltre riscontrato scarsa comprensione in molti paesi per la sua posizione di sostegno di fatto alle guerre di aggressione degli Stati Uniti. Mentre Berlino continua a esercitare pressioni sugli Stati di tutto il mondo affinché impongano sanzioni alla Russia per la sua guerra contro l’Ucraina, sembra ancora incapace di formulare una valutazione giuridica ufficiale, alla luce del diritto internazionale, della guerra di aggressione degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. Lo stesso vale per l’incursione statunitense in Venezuela all’inizio di gennaio e il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Il cancelliere Friedrich Merz ha affermato che «la classificazione giuridica dell’operazione statunitense» era «complessa», per cui era necessario «tempo» per affrontare questo atto.[4] Il «tempo» necessario si è ormai protratto per oltre cinque mesi senza che sia stata rilasciata alcuna dichiarazione ufficiale. Questa acquiescenza sta ora suscitando critiche anche all’interno della coalizione di governo tedesca. Siemtje Möller, vice presidente del gruppo parlamentare SPD al Bundestag, è stata recentemente citata per aver affermato che era necessario che il governo federale «denunciasse in futuro i comportamenti che violano il diritto internazionale per quello che sono, indipendentemente da chi li metta in discussione».[5] Anche Adis Ahmetovic, portavoce per la politica estera del gruppo parlamentare SPD, ha espresso una nota critica, chiedendo: «Non si devono applicare due pesi e due misure in materia di diritto internazionale».
Poteri in declino
Oltre alla diffusa avversione per l’ipocrisia e la doppiezza nella politica estera tedesca, il fallimento della candidatura della Germania è attribuibile anche ai cambiamenti nell’equilibrio di potere nella politica internazionale. Negli ultimi decenni, la Repubblica Federale era sempre riuscita a raggiungere il proprio obiettivo di essere eletta al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una volta ogni otto anni. Poiché il mandato dura due anni, la Germania, in una prospettiva a lungo termine, ha occupato un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza per un quarto di ogni periodo di otto anni. Ciò è stato considerato notevolmente sproporzionato. Ma Berlino poteva giustificare la propria presenza con il fatto che la Germania versa un contributo di adesione all’ONU più elevato rispetto alla maggior parte degli altri Stati. La Germania, in quanto paese grande ed economicamente potente, rivendica un peso diplomatico sufficiente per tenere testa ai potenti membri permanenti. L’accettazione del ruolo della Germania sta evidentemente diminuendo nella comunità internazionale. Ciò è già evidente dal fatto che due paesi dell’Europa occidentale più piccoli, l’Austria e il Portogallo, hanno entrambi presentato candidati contro la Germania contemporaneamente. Il fallimento della Repubblica Federale nel voto dell’Assemblea dimostra che c’è un crescente bisogno globale di respingere, almeno in una certa misura, le grandi potenze che esercitano la loro influenza.
«Tagliamo i contributi all’ONU!»
Il risultato rappresenta un duro colpo per le ambizioni politiche globali del governo tedesco, tanto più che Berlino nutre obiettivi di ampio respiro e aspira addirittura a un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Dopo il fallimento della candidatura tedesca a un seggio non permanente, è più che mai difficile capire come tale pretesa possa essere giustificata. Di conseguenza, stiamo ora assistendo ai primi segnali di un calo dell’interesse tedesco per le Nazioni Unite. Dato che la Germania è uno dei maggiori contributori, alcuni politici hanno avanzato l’idea di ridurre i contributi. Nel 2025, Berlino ha trasferito 3,22 miliardi di euro all’organismo con sede a New York. Il politico della CDU Manfred Pentz, che attualmente ricopre la carica di Ministro degli Affari Internazionali dello Stato dell’Assia, ha concluso: «Se in futuro non avremo l’influenza che ci spetta, sorge la domanda: perché dovremmo continuare a investire così tanto denaro nelle Nazioni Unite?»[6] L’amministrazione Trump ha dimostrato quali danni si possano causare trattenendo i pagamenti alle Nazioni Unite e ritirandosi dalle agenzie per motivi simili. E con il taglio dei finanziamenti, il ruolo dell’ONU sta diventando sempre più precario.
[1] Discorso del ministro degli Esteri Johann Wadephul in occasione dell’apertura della conferenza dei capi delle rappresentanze diplomatiche tedesche all’estero. auswaertiges-amt.de, 8 settembre 2025.
[2] Martin Ganslmeier: Atmosfera da sbornia e ricerca dei responsabili. tagesschau.de, 4 giugno 2026.
L’Ucraina rimpatria le salme dei collaboratori nazisti sepolti all’estero. Un’unità delle forze speciali sarà intitolata a dei criminali di guerra. Due leader nazisti ucraini vengono sepolti a Monaco di Baviera. Berlino tace.
02
giugno
2026
BERLINO/KIEV (notizia propria) – Il governo tedesco mantiene il silenzio sui riconoscimenti conferiti ripetutamente a Kiev a collaboratori nazisti e autori di genocidi ucraini. Questo silenzio è tanto più sconcertante in quanto le autorità tedesche potrebbero presto contribuire attivamente all’organizzazione di ulteriori cerimonie di questo tipo. La scorsa settimana, i resti di Andriy Melnyk sono stati trasferiti dal Lussemburgo in Ucraina, dove sono stati sepolti nuovamente alla presenza del presidente Volodymyr Zelenskyy. Melnyk era il leader dell’OUN(M) (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini-Melnyk), un’organizzazione di collaboratori nazisti ucraini, molti dei quali si unirono alla Divisione Galizia delle Waffen-SS. Zelenskyy ha recentemente conferito il titolo di “Eroi dell’UPA” a un’unità delle Forze Speciali ucraine. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’UPA (Esercito Insurrezionale Ucraino) massacrò quasi 100.000 polacchi e innumerevoli ebrei. In Polonia e in Israele è stata espressa indignazione per questa glorificazione, ma dal governo tedesco non è giunta alcuna parola di critica. Kiev sta ora progettando di istituire quello che definisce un “Pantheon degli ucraini illustri”. A tal fine, intende riesumare altri collaboratori nazisti. Sono attualmente in corso discussioni riguardo al trasferimento delle spoglie di due di questi personaggi infami sepolti a Monaco. Una mossa del genere richiede l’approvazione delle autorità tedesche.
“Gli eroi dell’Ucraina”
L’onorificenza ufficiale dei collaboratori nazisti non è in realtà una novità in Ucraina. È iniziata sotto il presidente filo-occidentale Viktor Yushchenko (dal 2005 al 2010), il quale nel 2007 ha dichiarato postumo Roman Shukhevych «Eroe dell’Ucraina» e, analogamente, Stepan Bandera nel 2010. Shukhevych era uno dei comandanti dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) e continuò le operazioni militari clandestine contro l’Unione Sovietica dopo il 1945. Bandera era il leader dell’OUN(B), un’organizzazione rivale dell’OUN(M) di Melnyk. Con il colpo di Stato filo-occidentale a Kiev nel febbraio 2014, questa glorificazione dei collaboratori nazisti è diventata sempre più comune. Nell’aprile 2015, il parlamento ucraino ha classificato i membri dell’OUN e dell’UPA come “combattenti per l’indipendenza ucraina”. Da allora, una risoluzione parlamentare ha reso illegale persino mettere in discussione la “legittimità” della loro “lotta per l’indipendenza dell’Ucraina”.[1] E la data di fondazione dell’UPA, il 14 ottobre, è diventata da allora una festa nazionale. Dal 2018 il saluto ufficiale delle forze armate ucraine è la dichiarazione «Gloria all’Ucraina! Gloria agli eroi!». Questo era stato il saluto ufficiale dell’OUN. L’affermazione del regime ucraino secondo cui il saluto è più antico dell’OUN non è più accurata dell’affermazione che il suo equivalente tedesco, «Sieg Heil!», sia più antico del partito nazista.
Divisione ucraina delle Waffen-SS «Galizia»
La riabilitazione dei collaboratori nazisti ucraini ha recentemente ricevuto nuovo slancio. Innanzitutto, l’Ucraina ha organizzato la riesumazione e la nuova sepoltura dei resti di Andriy Melnyk, leader dell’OUN(M), deceduto nel 1964.[2] I resti di Melnyk sono stati riesumati in Lussemburgo il 19 maggio, trasportati a Kiev e sepolti nel Cimitero Militare Nazionale nei pressi della capitale ucraina nel corso di una cerimonia ufficiale di Stato. Tra i presenti c’erano il presidente Volodymyr Zelenskyy e Kyrylo Budanov, che dall’inizio dell’anno è a capo dell’Ufficio presidenziale. Si dice che Budanov sia stato la forza trainante di questa iniziativa. [3] Melnyk e l’OUN(M) collaborarono strettamente con il Reich nazista sin dall’inizio nei loro sforzi per staccare l’Ucraina dall’Unione Sovietica e trasformarla in uno Stato autoritario sul modello del fascismo. Fu solo quando, in seguito all’invasione dell’Unione Sovietica, cercarono di compiere progressi concreti verso la creazione di uno Stato ucraino separato che le autorità naziste, contrarie a tale piano, arrestarono Melnyk. I membri dell’OUN(M) hanno svolto un ruolo chiave nella formazione della 14ª Divisione Waffen-Grenadier delle SS (“1ª Galiziana”), nota come Divisione Waffen-SS Galizia. Essa fu coinvolta nei massacri della popolazione polacca della Volinia e della Galizia orientale, che causarono ben oltre un migliaio di morti.
«Le tradizioni storiche delle forze armate»
Tuttavia, la responsabilità della stragrande maggioranza delle vittime della pulizia etnica in Volinia e nella Galizia orientale ricade sull’UPA. Si stima che tra il febbraio 1943 e la fine della guerra siano stati uccisi fino a 100.000 civili polacchi. A differenza della divisione Waffen-SS Galizia, l’UPA reclutava i propri membri principalmente dall’OUN(B), compresi coloro che avevano precedentemente partecipato a pogrom e massacri della popolazione ebraica nell’Unione Sovietica occupata. Uno dei luoghi di questa sete di sangue fu Lemberg (oggi Lviv) alla fine di giugno del 1941. Fu lì che i miliziani dell’OUN, assistiti dagli occupanti tedeschi, uccisero circa 4.000 ebrei. [4] I massacri di civili polacchi compiuti dall’UPA a partire dal 1943 avevano lo scopo di creare un territorio in Volinia e nella Galizia orientale popolato esclusivamente da ucraini. L’idea era quella di far entrare queste regioni a far parte di uno Stato ucraino da istituire dopo la fine della guerra. Anche innumerevoli ebrei caddero vittime dei massacri dell’UPA. Le milizie ucraine furono protagoniste chiave della Shoah. Eppure martedì scorso è entrato in vigore un decreto con cui il presidente Zelenskyy ha conferito il titolo di «Eroi dell’UPA» a un’unità delle forze speciali ucraine – un atto, ha dichiarato, compiuto «con l’obiettivo di far rivivere le tradizioni storiche delle forze armate nazionali».[5]
«Motivo di grande preoccupazione»
La riesumazione di Melnyk e il conferimento ufficiale del titolo di «Eroi dell’UPA» all’unità delle forze speciali hanno suscitato alcune proteste a livello internazionale. In una dichiarazione, il Ministero degli Affari Esteri israeliano ha affermato di «deplorare la decisione» di onorare il leader dell’OUN Melnyk, «che collaborò con i nazisti». Non dovrebbe esserci «spazio per ignorare la verità storica e la memoria delle vittime uccise dai nazisti e dai loro collaboratori» .[6] Il Memoriale dell’Olocausto di Yad Vashem ha dichiarato che la riesumazione di Melnyk ha destato «grande preoccupazione». «Onorare il leader di un movimento che ha sostenuto la Germania nazista durante la persecuzione e l’uccisione di milioni di ebrei» ha minato «l’integrità morale» che era «indispensabile per la commemorazione dell’Olocausto».
«Profonda disapprovazione»
La rinnovata glorificazione dell’UPA sta suscitando grande risentimento soprattutto in Polonia. Il 28 maggio, il Ministero degli Esteri polacco ha espresso «profonda disapprovazione» all’ambasciatore ucraino. Il 29 maggio, il chargé d’affaires polacco a Kiev ha ribadito le obiezioni della Polonia durante un incontro presso il Ministero degli Esteri ucraino.[7] Lo stesso giorno il presidente polacco, Karol Nawrocki, ha annunciato che avrebbe fatto in modo che al suo omologo ucraino Zelenskyy venisse revocato l’Ordine dell’Aquila Bianca. Zelenskyy aveva ricevuto l’Ordine, la più alta onorificenza dello Stato polacco, nell’aprile 2023. L’allora presidente polacco Andrzej Duda ha spiegato che Zelenskyy riceveva il premio in quanto “figura eccezionale” che “non aveva deluso il suo paese durante la fase più difficile della storia ucraina”.[8] Si dice che la decisione sulla revoca dell’onorificenza verrà presa a Varsavia lunedì prossimo. In Polonia, il primo ministro Donald Tusk sta ora lavorando per appianare le cose. Tusk sta distogliendo l’attenzione dai crimini di massa dell’OUN e dell’UPA e sta enfatizzando l’idea che Polonia e Ucraina abbiano un nemico comune, riferendosi alla Russia. Alla fine della scorsa settimana ha sostenuto che se i polacchi si fossero lasciati trascinare in una disputa sulle «emozioni storiche», allora Mosca avrebbe avuto motivo di festeggiare.[9] Questo doveva essere evitato.
«Un’umiliazione»
Mentre si levano proteste dai paesi in cui vivono i parenti e i discendenti delle vittime dei collaboratori nazisti ucraini, non vi è stata alcuna reazione da parte del governo tedesco, che si vanta di essere il più forte sostenitore dell’Ucraina. In questo modo, Berlino sta tollerando che vengano onorati assassini di massa razzisti e antisemiti – e sta deludendo coloro che si sono espressi contro questa decisione, come la ricercatrice ucraina sull’Olocausto Marta Havryshko. Ha descritto la riesumazione di Melnyk come «un’umiliazione per tutti coloro che un tempo credevano che “Mai più” avesse ancora un significato nell’Ucraina di oggi».[10] Sta diventando evidente che le autorità tedesche potrebbero presto essere coinvolte in misure identiche. Ci sono notizie secondo cui il governo di Kiev intende istituire un “Pantheon degli ucraini illustri” come “luogo speciale per il consolidamento dei valori del popolo ucraino”. A tal fine, si stanno ora preparando le premesse per la riesumazione delle spoglie di altri nazionalisti ucraini. Il trasferimento delle spoglie del fondatore dell’OUN Yevhen Konovalets, sepolto a Rotterdam, è stato ad esempio già approvato. [11] La riesumazione di Yaroslav Stetsko, che continuò a guidare l’OUN dall’esilio nella Germania Ovest dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, è nella lista dei desideri, ed è ipotizzabile persino quella del famigerato leader dell’OUN(B) Stepan Bandera. Stetsko e Bandera sono sepolti nel cimitero Waldfriedhof di Monaco. Il trasferimento delle loro spoglie richiederà l’approvazione delle autorità tedesche competenti.
[2] Kate Tsurkan: I resti di Andrii Melnyk, leader militare ucraino del XX secolo, sono stati trasportati a Kiev per essere sepolti nuovamente. kyivindependent.com, 22 maggio 2026.
[3] Leonid Ragozin: La riesumazione di Melnyk segna un cambiamento ideologico in Ucraina. intellinews.com, 29 maggio 2026.
[5] Tim Zadorozhnyy: La decisione di Zelensky di intitolare un’unità militare all’Esercito Insurrezionale Ucraino della Seconda guerra mondiale suscita indignazione in Polonia. kyivindependent.com, 29 maggio 2026.
[6] Nava Freiberg: Israele si oppone alla riesumazione con onori di Stato di un collaboratore nazista in Ucraina. timesofisrael.com, 25 maggio 2026.
[7] Comunicato del Ministero degli Affari Esteri. gov.pl, 29 maggio 2026.
[8] Stefan Locke: Dal punto di vista polacco, Zelenskyj rende omaggio alle persone sbagliate. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 1 giugno 2026.
[9] Ewan Jones: I pezzi grossi della politica polacca criticano aspramente Zelenskyy per aver reso omaggio a un’unità responsabile di un massacro durante la Seconda guerra mondiale. tvpworld.com, 29 maggio 2026.
[10], [11] Daniel Säwert: Un riconoscimento discutibile. nd-aktuell.de, 26 maggio 2026.
Con lo sblocco di 16,4 miliardi di euro, l’UE pone fine al blocco che durava da anni nei confronti dell’Ungheria. Il prezzo da pagare è costituito da riforme profonde, una riorganizzazione delle istituzioni statali e una maggiore sottomissione alle direttive dell’UE.
03
giugno
2026
BUDAPEST/BRUXELLES (Notizia propria) – Il cancelliere federale Friedrich Merz ha assicurato il proprio sostegno al nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar in occasione della visita di insediamento di quest’ultimo a Berlino, tenutasi ieri, martedì. Magyar ha avviato il processo, auspicato dalla Germania e dall’UE, di smantellamento delle reti e della base di potere del suo predecessore Viktor Orbán in ambito politico ed economico. Intende infatti destituire il presidente della Repubblica Tamás Sulyok, non però secondo le norme vigenti, bensì tramite una modifica costituzionale. Anche i presidenti della Corte costituzionale, dell’Autorità di vigilanza sui media e di altre istituzioni dovrebbero essere sostituiti. Gli oligarchi ungheresi, strettamente legati a Orbán, temono ripercussioni negative. Il tentativo di aprire maggiormente i settori in cui operano all’accesso degli investitori stranieri attraverso l’abolizione di un’imposta speciale sembra però essere fallito: sarebbe stato possibile solo trasferendo i costi ad altri settori, in particolare all’industria delle esportazioni, di cui fanno parte soprattutto i gruppi automobilistici tedeschi. Come incentivo, la Commissione europea ha sbloccato fondi UE per l’Ungheria per un valore di 16,4 miliardi di euro. Magyar deve però attuare le riforme richieste da Bruxelles.
Fondi dell’UE per Péter Magyar
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (CDU) ha annunciato venerdì, al termine dei negoziati con il nuovo governo ungherese, che la Commissione sbloccherà i fondi pari a 16,4 miliardi di euro che erano stati congelati durante il mandato del primo ministro Viktor Orbán. Péter Magyar, successore di Orbán insediatosi il 9 maggio, ha parlato di una «giornata storica per l’Ungheria». Von der Leyen ha tuttavia chiarito una condizione per l’effettivo trasferimento dei fondi: «Tutte le riforme» – misure che Orbán si era rifiutato di attuare – «devono essere completate». «Non accetteremo scorciatoie.»[1] In questo modo, la presidente della Commissione ha tenuto conto del fatto che, in un caso molto simile riguardante la Polonia, la Commissione aveva concesso un voto di fiducia al nuovo primo ministro Donald Tusk dopo il cambio di governo del 2023 e sbloccato tutti i fondi UE congelati a causa della controversia con il governo precedente. Tuttavia, le riforme dello Stato di diritto richieste da Bruxelles in Polonia non sono state ancora attuate, poiché prima il presidente Andrzej Duda e poi il suo successore Karol Nawrocki hanno posto il veto. A differenza di Tusk, però, Magyar dispone di una maggioranza dei due terzi in Parlamento e può effettivamente approvare tutte le riforme.[2]
Riforme sotto pressione
A Magyar resta poco tempo per portare a termine le riforme necessarie affinché i fondi UE possano essere erogati. Queste devono essere approvate dal Parlamento entro la fine di agosto, motivo per cui quest’anno i deputati non godranno della pausa estiva. Per ingraziarsi Bruxelles sul piano politico, venerdì Magyar ha presentato alla presidente della Commissione una richiesta di adesione dell’Ungheria alla Procura dell’UE, sebbene ciò non rientrasse tra i requisiti richiesti. La Procura dell’UE è considerata a Bruxelles un’importante istanza di controllo politico, poiché può indagare in modo indipendente qualora sussista il sospetto che i fondi dell’UE non vengano utilizzati come concordato. Magyar ha inoltre già annunciato che rafforzerà l’autorità nazionale anticorruzione. Inoltre, in futuro i ministri dovranno rendere pubblici il proprio patrimonio e le proprie partecipazioni in società. Le false dichiarazioni saranno punite con una pena detentiva fino a due anni.[3]
Miliardi per le infrastrutture e l’industria
Oltre ai dieci miliardi di euro di aiuti anti-Covid congelati, l’Ungheria dovrebbe ricevere anche 6,4 miliardi di euro dal Fondo di coesione dell’UE. Nel corso dei negoziati della scorsa settimana, il governo ungherese e la Commissione europea hanno concordato un elenco di progetti concreti per l’utilizzo dei fondi. In particolare, sono previsti 1,5 miliardi di euro per l’ammodernamento della rete energetica ungherese e per l’allacciamento di impianti eolici. Si prevede l’acquisto di nuovi vagoni ferroviari per un valore di 1,8 miliardi di euro. 500 milioni di euro saranno destinati alla costruzione di una gigafactory dedicata all’intelligenza artificiale, mentre altri 500 milioni di euro andranno alla rete satellitare dell’UE Iris2.[4] Non da ultimo, ciò apre la strada a contratti miliardari per i gruppi industriali tedeschi.
Riorganizzazione dell’apparato statale
Magyar ha nel frattempo avviato una profonda riorganizzazione dello Stato. Poco dopo il suo insediamento, aveva dato ai titolari delle più alte cariche dello Stato un ultimatum fino al 31 maggio per dimettersi volontariamente dai loro incarichi. Tra i destinatari figuravano il presidente della Repubblica Tamás Sulyok, i presidenti della Corte Suprema, della Corte Costituzionale, della Corte dei conti e dell’Autorità di vigilanza sui media, oltre al procuratore generale. Lunedì Magyar ha annunciato di voler destituire il presidente della Repubblica non secondo le norme vigenti, ma con l’ausilio di un emendamento costituzionale; dopo un incontro con Sulyok ha dichiarato: «Prenderemo le decisioni necessarie a breve».[5] È previsto inoltre un ulteriore emendamento costituzionale volto a limitare a otto anni il mandato del primo ministro – una promessa elettorale di Magyar. Il testo di legge è stato tuttavia formulato in modo tale da avere anche effetto retroattivo. In questo modo Orbán non potrebbe diventare capo del governo un’altra volta. Con un terzo emendamento costituzionale, Magyar intende nazionalizzare una serie di fondazioni che il Fidesz ha sostenuto con miliardi di forint e che ha allineato alla sua linea politica – come ad esempio il Mathias Corvinus Collegium (MCC).[6]
Smantellamento della rete del Fidesz
Tra i perdenti, dopo l’insediamento di Magyar, figurano anche gli oligarchi ungheresi che fanno parte della rete politica di Orbán. È il caso, ad esempio, di Lőrinc Mészáros, un fedele di lunga data di Orbán, il cui conglomerato Opus Global ha perso un terzo del proprio valore dopo le elezioni. Mészáros controlla anche la seconda banca ungherese per grandezza, la MBH Bank, il cui titolo azionario ha subito un crollo a doppia cifra. Sotto Orbán, Mészáros è passato dall’essere un idraulico a diventare uno degli ungheresi più ricchi. Ha beneficiato di un accesso privilegiato agli appalti pubblici e ai progetti infrastrutturali finanziati dall’UE. Anche il genero di Orbán, István Tiborcz, rischia di subire perdite. Tiborcz ha creato il conglomerato BDPST, che comprende banche, società di logistica e immobiliari. Il suo successo è strettamente legato alla rete del Fidesz.[7]
Controversia sulle imposte speciali
Orbán ha attuato una politica economica che ha sovvenzionato massicciamente l’industria delle esportazioni. Tra i grandi beneficiari di questa politica figurano i gruppi automobilistici tedeschi. Dopo la crisi economica mondiale del 2008, tuttavia, Orbán ha sottoposto i settori strategici a una politica industriale restrittiva che favorisce gli imprenditori locali – spesso, concretamente, gli oligarchi vicini a Orbán già menzionati. Da allora, gli investitori stranieri nei settori delle telecomunicazioni, delle banche, della logistica, dell’edilizia e del commercio al dettaglio lamentano, tra le altre cose, l’imposizione di tasse speciali. Durante la campagna elettorale, Magyar ha affermato che le aziende tedesche sarebbero state “perseguitate” e che avrebbe cambiato questa situazione: “Vogliamo offrire condizioni uguali per tutti.”[8] Ora, però, il nuovo ministro delle Finanze András Kármán ha dichiarato in un’audizione in Parlamento che le imposte speciali sono un’importante fonte di entrate; pertanto non vi è «alcuna intenzione» di abolirle a breve termine. Kármán ha messo in relazione le imposte speciali per determinati settori con le agevolazioni fiscali concesse ad altri. Ha definito questa situazione una ridistribuzione tra i diversi settori economici. Se le imposte speciali venissero gradualmente eliminate, anche le agevolazioni fiscali dovrebbero essere riviste – con grande disappunto delle case automobilistiche tedesche.[9] Magyar sembra non voler correre il rischio che ciò comporta.
Limiti dell’approssimazione
Anche se Magyar sta facendo di tutto per smantellare il più possibile le reti di Orbán in ambito politico ed economico, permangono potenziali fonti di conflitto con l’UE, ad esempio in materia di politica migratoria. Su questo fronte Magyar manterrà la linea politica di Orbán; ad esempio, respinge il Patto europeo sulla migrazione. [10] Durante i colloqui tra Magyar, von der Leyen e il presidente del Consiglio dell’UE António Costa è stata inoltre ripetutamente affrontata la questione dell’adesione dell’Ucraina all’UE. Magyar blocca il progetto – come ha fatto finora Orbán – facendo riferimento alla mancanza di diritti della minoranza ungherese in Ucraina. La sua nuova ministra degli Esteri, Anita Orbán – che non ha alcun legame di parentela con l’ex primo ministro – ha definito i diritti della minoranza ungherese «la questione più importante che dobbiamo chiarire con Kiev».[11] Magyar intende inoltre continuare a importare materie prime russe, come il petrolio greggio attraverso l’oleodotto Druzhba, che attraversa l’Ucraina.[12]
[1] Carsten Volkery: Trionfo di Magyar – L’UE sblocca 16,4 miliardi di euro per l’Ungheria. handelsblatt.com, 29 maggio 2026.
[2] Jakob Hanke Vela, Carsten Volkery: Quando riceverà Magyar i miliardi dell’UE congelati? handelsblatt.com, 28 maggio 2026.
[3] Thomas Gutschker: Una manna finanziaria per l’Ungheria – a patto che rispetti le condizioni. faz.net, 29 maggio 2026.
[4] Carsten Volkery: Trionfo di Magyar – L’UE stanzia 16,4 miliardi di euro per l’Ungheria. handelsblatt.com, 29 maggio 2026.
[5] Il nuovo primo ministro progetta una modifica costituzionale contro il capo dello Stato. ksta.de, 1 giugno 2026.
[6] Alexander Haneke: Magyar, maestro del confronto. faz.net, 31 maggio 2026.
[7] Michaela Seiser: Gli oligarchi alla gogna. faz.net, 29 aprile 2026.
Si fanno sempre più insistenti le richieste di aprirsi a una collaborazione con l’AfD, non da ultimo nel mondo dell’economia. Secondo un sondaggio, una coalizione tra l’Unione e l’AfD è attualmente considerata l’opzione di governo più promettente.
01
giugno
2026
BERLINO (Notizia propria) – In Germania si fa sempre più forte, nei settori dell’economia, della politica e dei media, la richiesta di aprirsi alla collaborazione con l’AfD. Diversi imprenditori, tra cui l’ex amministratore delegato di Trigema Wolfgang Grupp, si sono espressi nel fine settimana a favore della fine del “muro di separazione”. In precedenza, l’ex capo di Siemens Joe Kaeser, che oggi ricopre la carica di presidente del consiglio di sorveglianza di Siemens Energy, aveva auspicato, a causa di una certa resistenza soprattutto all’interno dell’SPD contro una demolizione totale dello Stato sociale, di «scuotere il Paese con un governo di minoranza». Naturalmente ciò porterà a un “enorme tumulto”, ha previsto Kaeser: “Il muro tagliafuoco andrà in fiamme”. Ufficialmente, gli organi direttivi di CDU/CSU e SPD respingono ancora una collaborazione formale con l’AfD. Alla fine della scorsa settimana, tuttavia, poco prima della sua elezione, il nuovo presidente dell’FDP Wolfgang Kubicki ha dichiarato che in Parlamento non si possono «subordinare le mozioni a chi le approva». A titolo sperimentale, l’attuale Cancelliere federale Friedrich Merz aveva già vinto, prima della sua elezione, una votazione al Bundestag senza una cooperazione formale, ma con l’aiuto dell’AfD. Al Parlamento europeo un simile approccio è già stato praticato più volte.
Prova generale al Bundestag
A posteriori, il voto del Bundestag del 29 gennaio 2025 su una mozione del gruppo parlamentare CDU/CSU volta a contrastare l’afflusso di rifugiati può essere considerato un primo banco di prova per un governo di minoranza in Germania. Il piano prevedeva, secondo quanto dichiarato, un «divieto di ingresso di fatto» per le persone sprovviste di documenti di ingresso validi, tra cui in particolare i richiedenti asilo. [1] Inoltre, richiedeva che i rifugiati “soggetti a un obbligo di espulsione esecutivo” fossero internati in “caserme e container vuoti”; secondo i dati di Amnesty International, si trattava di un quarto di milione di persone, tra cui bambini. Il piano ricalcava concetti noti nel repertorio dell’estrema destra; per questo motivo, per i deputati dell’SPD, di Bündnis 90/Die Grünen, del partito Die Linke e del BSW era inammissibile fin dall’inizio. L’allora presidente della CDU Friedrich Merz aveva implicitamente confermato in anticipo che non gli avrebbe dato fastidio l’approvazione dell’AfD: «Non guardo né a destra né a sinistra, guardo solo dritto davanti a me.»[2] Il risultato della votazione ha dimostrato che l’AfD era disposta ad aiutare l’Unione a ottenere la maggioranza: 75 deputati dell’AfD hanno votato «sì»; ciò ha determinato una maggioranza di 348 voti contro 345.[3] La presidente dell’AfD Alice Weidel ha poi esultato: «Il muro di contenimento è caduto!»[4]
Modello del Parlamento europeo
Se la votazione del 29 gennaio 2025 è rimasta finora l’unica al Bundestag in cui l’AfD è stata utilizzata, in modo prevedibile – e evidentemente calcolato – per garantire la maggioranza, nel Parlamento europeo si è ormai affermata una prassi analoga. Lì, il gruppo conservatore PPE, guidato dal suo presidente Manfred Weber (CSU), ricorre sempre più spesso ai gruppi di estrema destra European Conservatives and Reformists (ECR), Patriots for Europe (PfE) e, talvolta, anche Europe of Sovereign Nations (ESN) per far approvare in Parlamento mozioni che i gruppi socialdemocratici e dei Verdi rifiutano di sostenere. Ciò è avvenuto per la prima volta il 19 settembre 2024, quando è stata approvata con una maggioranza conservatrice di estrema destra una risoluzione in cui il Parlamento europeo si è eretto a giudice delle elezioni parlamentari in Venezuela e ha dichiarato vincitore a mani basse il candidato ufficialmente sconfitto. [5] Il 13 novembre 2025, sempre con una maggioranza di estrema destra, è stato approvato un significativo indebolimento della direttiva sulle catene di approvvigionamento. Il 26 marzo 2026, grazie al consenso dell’ECR, del PfE e dell’ESN, il Parlamento europeo ha infine approvato un drastico inasprimento delle misure di respingimento dei rifugiati. [6] Nulla ostacola ulteriori votazioni con una maggioranza conservatrice di estrema destra.
«Non basarsi su chi è d’accordo»
Sebbene i partiti di governo di Berlino, CDU/CSU e SPD, dichiarino ufficialmente di non avere intenzione di procedere a votazioni congiunte sporadiche con l’AfD né tantomeno di optare per un governo di minoranza con il sostegno regolare di tale partito, nel frattempo si fanno sempre più forti le voci contrarie. Recentemente, Torsten Albig (SPD), ex primo ministro dello Schleswig-Holstein, si è espresso a favore di una collaborazione con l’AfD «su determinati temi». Nella Germania orientale, dopo le elezioni di settembre, non si possono escludere governi di minoranza tollerati dall’AfD.[7] Inizialmente ciò ha suscitato un ampio rifiuto. Alla fine della scorsa settimana il dibattito si è riacceso. Il candidato alla presidenza dell’FDP Wolfgang Kubicki aveva dichiarato di non conoscere «alcun muro tagliafuoco» [8]; in Parlamento il suo partito non dovrebbe «subordinare le mozioni… a chi le approva» [9]. Si vedrà invece «da dove provengono le maggioranze». Martin Hagen, segretario generale designato dell’FDP, aveva parlato di uno «spauracchio chiamato muro di contenimento» e aveva invocato «un approccio diverso» nei confronti dell’AfD. Dopo la sua elezione a presidente del partito, Kubicki ha tuttavia affermato: «Non ci sarà mai una collaborazione con l’AfD da parte dei liberali». Tuttavia, un approccio come quello di Merz alla fine di gennaio 2025 si colloca al di sotto della soglia della cooperazione ufficiale.
«Il muro tagliafuoco andrà in fiamme»
Nel contempo, si fanno sempre più pressanti le richieste provenienti dal mondo economico affinché non si insista più sulla «linea di demarcazione» e si passi eventualmente a un governo di minoranza. Già in autunno era stato riferito che, tra le piccole e medie imprese, i contatti con l’AfD stavano aumentando in modo tangibile (come riportato da german-foreign-policy.com [10]). A metà aprile, l’ex amministratore delegato di Siemens Joe Kaeser, che oggi ricopre la carica di presidente del consiglio di sorveglianza di Siemens Energy e Daimler Truck, ha lamentato che, secondo le «norme sociali», attualmente sarebbe concepibile solo una grande coalizione; poiché questa non sarebbe in grado di approvare leggi favorevoli all’economia e di smantellare lo stato sociale, molto presto si porrà la domanda: «Si avrà il coraggio di scuotere il Paese con un governo di minoranza?»[11] La Germania avrebbe urgente bisogno di «una sorta di rottura». Sebbene ci sarà probabilmente un «enorme tumulto», ha previsto Kaeser: «Il muro tagliafuoco andrà in fiamme». Mentre le grandi associazioni di categoria lo rifiutano ancora ufficialmente, altri imprenditori stanno ora uscendo allo scoperto. Ad esempio, l’ex capo di Trigema Wolfgang Grupp ha dichiarato che il «muro tagliafuoco» verso l’AfD «non ha senso». [12] Il capo del Brockhaus Group, Caspar Brockhaus, chiede che si rendano immediatamente possibili «nuove costellazioni democratiche»: «Il muro tagliafuoco paralizza la politica, l’economia e quindi il nostro Paese». Parallelamente, anche tra le imprese francesi inizia l’apertura a una cooperazione con l’estrema destra (come riportato da german-foreign-policy.com [13]).
«Aprire gli spazi del dicibile»
Un ulteriore impulso a favore di una possibile apertura nei confronti dell’AfD arriva ora anche dalla stampa Springer. Il quotidiano Springer *Welt am Sonntag* aveva già pubblicato alla fine del 2024 un articolo a firma di Elon Musk in cui si leggeva: «L’Alternativa per la Germania è l’ultima scintilla di speranza per questo Paese». [14] Successivamente, il quotidiano Die Welt aveva invitato la leader dell’AfD Weidel a un «vertice economico», mentre il capo del gruppo Mathias Döpfner aveva confermato che avrebbe «continuato a spianare decisamente la strada a ciò che è lecito dire».[15] Già in precedenza Welt-TV aveva dato voce ai politici dell’AfD in interviste e dibattiti. La scorsa settimana il quotidiano Bild è intervenuto con maggiore intensità nel dibattito. Inizialmente si affermava che, in un sondaggio – non meglio specificato – condotto tra i propri lettori, l’84 per cento si fosse espresso a favore di una collaborazione tra SPD e AfD, mentre appena il 14 per cento fosse contrario. [16] Nel fine settimana, secondo un sondaggio INSA commissionato da Bild, quasi il 70% degli intervistati riteneva che dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore a settembre ci sarebbe stato almeno un primo ministro dell’AfD. Interrogati sul “muro di contenimento”, il 45% riteneva che fosse utile all’AfD; solo il 30% riteneva che le fosse dannosa.[17] Alla domanda su quale coalizione potesse «risolvere al meglio i problemi attuali», il 9% ha risposto «governo di minoranza dell’Unione»; il 19% ha risposto: «Unione e SPD». Il valore più alto, pari al 23%, è stato raggiunto dalla variante «Unione e AfD».
L’UE prevede un drastico inasprimento dei dazi doganali sulle importazioni dalla Cina. Berlino cerca di placare gli animi a Pechino, nell’interesse degli affari tedeschi con la Cina. Nel contempo, alcuni deputati del Bundestag sono in visita a Taiwan; si discute anche di cooperazione nel settore della difesa.
29
Maggio
2026
BERLINO/PECHINO/TAIPEI (Notizia propria) – In vista del dibattito della Commissione europea, annunciato per oggi, sulle misure doganali dell’UE nei confronti della Cina, che prevedono un inasprimento drastico, Berlino invia segnali fortemente contraddittori. Da un lato, durante una visita a Pechino, la ministra federale dell’Economia Katherina Reiche ha promosso la prosecuzione della cooperazione economica e la collaborazione anziché il confronto – nell’interesse degli affari con la Cina, che per molte aziende tedesche continuano ad essere di fondamentale importanza. Allo stesso tempo, una delegazione del Bundestag è in visita a Taiwan, dove non solo si impegna a favore del potenziamento delle relazioni economiche civili; si è parlato anche di una collaborazione nel campo dell’intelligenza artificiale (IA). Il presidente di Taiwan Lai Ching-te insiste nel contempo sul potenziamento della cooperazione in materia di armamenti, per la quale già lo scorso anno sono stati compiuti i primi passi. La Repubblica Popolare ha nel frattempo inserito una prima azienda tedesca del settore della difesa in una lista di controllo delle esportazioni, accusandola di essere coinvolta nella fornitura di armi a Taiwan. Le misure doganali previste dall’UE si ispirano ai modelli statunitensi e comprendono, tra l’altro, dazi doganali a presunta tutela della “sicurezza nazionale”.
Berlino sonda il leader dell’estrema destra del Rassemblement National, Jordan Bardella, potenziale futuro presidente della Francia. Bardella intende contrastare il predominio tedesco nell’UE.
22
maggio
2026
PARIGI/BERLINO (notizia originale) – La Germania sta sondando il terreno con Jordan Bardella, esponente del partito di estrema destra francese Rassemblement National (RN), alla ricerca di un’intesa nel caso in cui l’RN dovesse vincere le elezioni presidenziali francesi del prossimo aprile. È stato recentemente rivelato che Bardella ha incontrato l’ambasciatore tedesco in Francia a febbraio – il primo contatto ufficiale in assoluto con un politico dell’RN. Bardella ha annunciato in un’intervista a un importante quotidiano tedesco che, a seguito di una vittoria elettorale, intende cooperare strettamente con il governo tedesco ovunque possibile. Il controllo dei migranti e dei rifugiati, ha affermato, dovrebbe essere un’area chiave di cooperazione. Ha elogiato la politica di controllo delle frontiere della Germania. Bardella, che è in testa nei sondaggi per le elezioni presidenziali del prossimo anno, è sostenuto dall’impero mediatico del miliardario di estrema destra Vincent Bolloré. Bardella è consigliato in materia economica da uno stretto collaboratore di Bolloré, Pierre-Édouard Stérin. E la leadership del RN è ora in trattativa con una serie di importanti figure del mondo imprenditoriale francese, non da ultimo i vertici di Airbus, TotalEnergies e Renault, insieme al CEO del gruppo di beni di lusso LVMH, Bernard Arnault, che è l’uomo più ricco al mondo non americano. Bardella afferma di voler riconfigurare l’Unione Europea e contrastare il predominio tedesco.
Sostenuti da miliardari
I sondaggi sull’orientamento degli elettori in vista delle prossime elezioni presidenziali francesi dell’aprile 2027 indicano da tempo, in modo costante, che Jordan Bardella, in qualità di probabile candidato del RN, vincerà nettamente il primo turno con oltre un terzo dei voti e che, successivamente, dovrebbe aggiudicarsi la vittoria al ballottaggio. Permangono tuttavia alcuni dubbi, soprattutto qualora dovesse trovarsi a confrontarsi con il popolare Édouard Philippe al ballottaggio. Philippe è stato il primo primo ministro dal 2017 al 2020 sotto la presidenza di Emmanuel Macron. Nella futura campagna elettorale, Bardella potrà contare sul potente impero mediatico del miliardario Vincent Bolloré, che ha utilizzato i profitti del suo conglomerato industriale Groupe Bolloré per acquistare ogni tipo di giornale, rivista, emittente radiofonica e televisiva. In qualità di proprietario, ha orientato questi mezzi di comunicazione, tra cui il popolare canale televisivo CNews e il settimanale di lunga tradizione «Le Journal du dimanche», verso un’agenda di estrema destra. Bardella gode anche del sostegno del miliardario Pierre-Édouard Stérin. Stérin deve la sua fortuna in parte al suo veicolo di investimento, Otium Capital, il cui ex amministratore delegato, François Durvye, si è dimesso dal suo incarico ad aprile per diventare consulente di Bardella sulle questioni economiche e sulle politiche da definire in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno. Queste manovre garantiscono al presunto candidato del RN l’accesso a contatti influenti e a una notevole influenza.[1]
«Gli interessi degli amministratori delegati»
Negli ultimi mesi, Bardella e Marine Le Pen, leader di lunga data del RN, hanno incontrato più volte esponenti di spicco del mondo imprenditoriale francese. Éric Trappier, amministratore delegato del costruttore di aerei da combattimento Dassault Aviation, ha incontrato Le Pen e Bardella nel maggio 2024. E nel dicembre 2025, i leader di estrema destra hanno avuto un colloquio con un altro esponente del settore della difesa, il presidente del consiglio di amministrazione del gruppo Safran. Qualsiasi tabù sul dialogare con Bardella era stato superato nel gennaio 2026, quando questi ha incontrato Guillaume Faury, amministratore delegato del Gruppo Airbus. Poi, ad aprile, Le Pen ha incontrato per la prima volta un gruppo esclusivo di alti dirigenti, tra cui i vertici di TotalEnergies, Renault, Engie, Accor e Bolloré, oltre a Bernard Arnault, CEO del gruppo di beni di lusso LVMH. Con un patrimonio di circa 150 miliardi di dollari, Arnault è attualmente l’undicesima persona più ricca al mondo e il più ricco cittadino non statunitense. [2] Bardella è stato ricevuto il 20 aprile dai leader della principale associazione dei datori di lavoro francesi, il MEDEF, insieme ad altri rappresentanti delle organizzazioni imprenditoriali francesi.[3] Sullo sfondo di questa alleanza emergente, un miliardario è stato citato in forma anonima mentre affermava che Macron aveva fallito nella sua politica economica, mentre il RN era ormai «diventato neoliberista». Infatti, «il partito che oggi rappresenta meglio i miei interessi come amministratore delegato è il RN!»[4]
«Un’Europa diversa»
Dopo due incontri con i vertici del MEDEF e alcuni dei più influenti amministratori delegati del Paese, Bardella ha illustrato gli obiettivi chiave della sua politica economica in un’intervista a «Le Journal du dimanche». Ha affermato che un governo del RN ridurrebbe drasticamente le tasse e ogni tipo di regolamentazione a carico delle imprese francesi. In qualità di neoeletto presidente della Francia, ha aggiunto, il suo primo viaggio ufficiale all’estero sarebbe stato a Bruxelles. Bardella ha sostenuto che l’UE, non da ultimo con il suo “Green Deal”, stava creando un quadro normativo eccessivo che minacciava di soffocare le imprese francesi. L’UE era responsabile della crisi dell’economia francese. In effetti, l’UE avrebbe ridotto la Francia a una mera “variabile della politica commerciale”, e questo degrado sarebbe stato specificamente progettato “per servire gli interessi tedeschi”.[5] Un governo del RN “rappresenterebbe gli interessi del nostro Paese” a Bruxelles in modo da “riconquistare i vantaggi comparativi” di cui altri Stati godono da tempo. In questo contesto, Bardella ha annunciato la sua intenzione di creare “un’Europa diversa” – “un’Europa della cooperazione intergovernativa” e della “sovranità nazionale”. Questa posizione è diametralmente opposta al tradizionale interesse dell’industria tedesca: ancora egemonica in Europa, l’industria tedesca vuole la più stretta integrazione possibile all’interno dell’UE.
Contatti dell’Ambasciata
Jordan Bardella ha ora mosso i primi passi verso un’intesa con la Germania sulle politiche di un futuro governo del RN. È stato reso noto solo di recente che, già a febbraio, aveva incontrato l’ambasciatore tedesco in Francia, Stephan Steinlein. Gli osservatori politici francesi sottolineano che si è trattato del primo incontro tra un ambasciatore tedesco e un rappresentante dell’estrema destra, sia che si tratti del RN o del suo predecessore, il Front National (FN). Non si sa ancora nulla sul contenuto della loro discussione. L’Ambasciata tedesca a Parigi non ha fornito ulteriori dettagli.[6] Parlando al quotidiano parigino Le Monde, un membro anonimo del governo tedesco ha tuttavia affermato che la Germania sta assistendo alla «trasformazione del RN in un partito consolidato». La fonte ha osservato che «il RN è meno radicale dell’AfD e non fa costantemente riferimento al nazionalsocialismo». [7] Bardella era già stato ricevuto a dicembre dall’ambasciatore statunitense in Francia, Charles Kushner, il cui figlio Jared Kushner è il genero di Donald Trump e ricopre il ruolo di inviato speciale dell’amministrazione statunitense per presunte missioni di pace. Inoltre, ad aprile, l’ambasciatore israeliano in Francia, Joshua Zarka, ha ricevuto Marine Le Pen.
«Rafale, non F-35»
La scorsa settimana, Bardella ha illustrato le linee guida del suo pensiero sulle future relazioni franco-tedesche in un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Ha dichiarato al quotidiano di considerare gli stretti legami tra i due paesi «essenziali per garantire l’indipendenza e l’autonomia strategica delle nazioni europee». [8] Bardella vede un “terreno comune” con il Cancelliere federale Friedrich Merz “sulla questione della riduzione della burocrazia”, “sulla necessità di costruire un’Europa competitiva” e “sulla politica migratoria”. Sulla questione dell’immigrazione, ha elogiato i controlli alle frontiere della Germania, affermando che “il diritto nazionale … deve avere la precedenza sul diritto europeo”. Bardella chiede le dimissioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Secondo lui, la von der Leyen è stata «completamente incapace di difendere gli interessi europei». Ha inoltre annunciato la sua intenzione di guidare la Francia «fuori dalle strutture di comando integrate della NATO» dopo la fine della guerra in Ucraina, proprio come fece un tempo Charles de Gaulle. Allo stesso tempo, sostiene i progetti di difesa franco-tedeschi, ma insiste sul fatto che la Germania, da parte sua, debba acquistare armi francesi, come «i caccia Rafale, non gli F-35 americani». Il Rafale è prodotto da Dassault Aviation. Il suo amministratore delegato, Éric Trappier, intrattiene da anni rapporti informali con il RN.
[1] Clément Guillou: François Durvye, nuovo consigliere economico di Jordan Bardella con un bilancio controverso, intervistato da Pierre-Edouard Stérin. lemonde.fr, 24 aprile 2026.
[2] Clément Lacombe, Camille Vigogne, «Le Coat»: Marine Le Pen, Bernard Arnault e il fior fiore dei grandi imprenditori riuniti in occasione di una cena simbolica. novelobs.com, 8 aprile 2020.
[3] Agnès Soubiran: «Per vincere nel 2027, bisogna riunire il popolo e le élite»: Jordan Bardella pranza con i dirigenti del Medef. radiofrance.fr, 20 aprile 2026.
[4] Elodie Guéguen: «Jordan Bardella è l’unico a difendere posizioni favorevoli alle imprese»: al centro del discreto avvicinamento tra il RN e i grandi imprenditori. franceinfo.fr, 30 aprile 2026.
[5] Jules Torres: Jordan Bardella, presidente del RN: «Non mi vergogno della mia azienda». lejdd.fr, 25 aprile 2026.
[6], [7] Elsa Conesa: Jordan Bardella è stato ricevuto dall’ambasciatore tedesco in Francia, una prima assoluta per il presidente del Rassemblement National. lemonde.fr 08.05.2026.
[8] «Faremo prevalere il diritto nazionale su quello europeo». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 13 maggio 2026.
Sembra che proprio Merz, l’antipodo della Merkel, sia passato alla modalità Merkel. Manca solo che annunci di volersi avvicinare d’ora in poi all’obiettivo prefissato a piccoli passi. Vede la montagna di riforme che si è accumulata fino a diventare una catena montuosa, così alta che anche a giugno sarebbe ancora coperta di neve. La cordata nero-rossa ha già superato i primi scogli pericolosi con la riforma del diritto d’asilo e quella del reddito di cittadinanza, che da inizio luglio si chiamerà reddito di sicurezza. Più in alto si trovano una riforma sanitaria non ancora approvata, una riforma dell’assistenza in fase di bozza, una riforma della legge sull’orario di lavoro e una riforma dell’imposta sul reddito, che forse potrà essere finanziata solo con un aumento dell’IVA. Da lì in poi l’aria si fa rarefatta. Lì l’SPD spinge per una riforma del freno all’indebitamento e l’Unione per una riforma della legge elettorale. E quando, tra pochi giorni, una commissione di esperti presenterà le sue proposte per la riforma del sistema pensionistico, ci sarà un grave pericolo di frana.
STERN 11.06.2026 QUANDO SI ANDRÀ AVANTI? Il cancelliere Merz smorza le aspettative su un grande pacchetto di riforme. La storia dimostra quanto velocemente falliscano i cambiamenti politici – e cosa si possa imparare da essi Forse è stato a Pentecoste, quando è scaduta senza esito l’ennesima di quelle tante scadenze. Forse è stata colpa dell’ultima dichiarazione della sua ministra degli Affari sociali, Bärbel Bas.
Chi sia nel calcio il GOAT, il Greatest Of All Time, è, secondo i cosiddetti esperti, piuttosto indiscusso: Lionel Messi, rappresentante argentino del dio del calcio. Il mio collega Jan Christoph Wiechmann lo ha incontrato già nel 2006. All’epoca Messi riusciva a malapena a dire una parola, aveva 18 anni, era alla vigilia del suo primo Mondiale e borbottava frasi incomplete come «grande onore» e «grande gioia» e nutriva rispetto per le «macchine» tedesche. Messi voleva semplicemente giocare, più possibile, meglio era. Così è rimasto fino ad oggi.
STERN 11.06.2026 EDITORIALE
Non dimenticherò mai il 7 luglio 1985: fu il giorno della vittoria a Wimbledon di Boris Becker, un prodigio diciassettenne dai capelli rossi.
Nei sondaggi l’SPD si attesta tra l’11 e il 13 per cento. Il crollo sotto la soglia del 10 per cento sembra attualmente più vicino rispetto al magro 16,4 per cento che i compagni hanno ottenuto alle ultime elezioni federali. E già quello era un risultato storicamente negativo. Non si intravede alcuna ripresa. Per i due presidenti dell’SPD è un dilemma: da un lato devono trovare compromessi con CDU e CSU. Dall’altro, i propri membri accusano già ora la leadership dell’SPD di sottomettersi troppo al partner di coalizione. A ciò si aggiunge la pressione delle tre imminenti elezioni regionali di settembre: nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, per l’SPD si tratta di difendere la presidenza del Land. A Berlino, il partito lotta per riconquistare il Rotes Rathaus. E in Sassonia-Anhalt si sta sforzando, non per la prima volta nella sua storia, di non essere espulsa dal parlamento regionale.
12.06.2026 Prepararsi per il giorno X Lars Klingbeil e Bärbel Bas dell’SPD devono fare i conti con un partito frustrato. All’interno del partito si specula già sui possibili successori. Tra questi figurano volti noti
Di Sophie Garbe, Andreas Niesmann Esistono ancora, gli appuntamenti piacevoli per Lars Klingbeil. Come lunedì sera in un tendone vicino alla Cancelleria. Una rivista di PR assegna dei premi ai politici, il veterano dell’SPD Franz Müntefering riceve il riconoscimento per la sua opera di una vita.
La Germania soffre sotto la tirannia degli anziani. Gli interessi delle generazioni che subentrano vengono messi in contrapposizione con i presunti bisogni degli anziani. La denuncia dei giovani, secondo cui sarebbero sistematicamente discriminati, è giustificata. L’accordo di coalizione tra CDU e SPD ne è pieno. Gli accordi dei governi precedenti non erano migliori.
12.06.2026 EDITORIALE La tirannia degli anziani Da decenni il dibattito politico si svolge lungo la linea di demarcazione tra ricchi e poveri. In realtà, è un altro conflitto a minacciare il futuro del Paese
Di Christian Reiermann È nella natura delle società che invecchiano che i loro dibattiti politici finiscano col tempo per logorarsi. La lotta della coalizione nero-rossa per la riforma del sistema fiscale e della previdenza sociale ne fornisce un chiaro esempio.
Il governo federale spera che l’economia tedesca si riprenda dal recente shock dei prezzi del petrolio e torni a crescere in modo leggermente più forte nel 2027. L’Handelsblatt Research Institute (HRI) dipinge un quadro più cupo. Le conseguenze della guerra in Iran dovrebbero diventare sempre più visibili dopo l’inizio d’anno sorprendentemente forte del 2026: sotto forma di difficoltà di approvvigionamento, prezzi energetici più elevati e costi di produzione in aumento. Già nel secondo trimestre l’economia ristagnerà quindi. Per il terzo e il quarto trimestre, l’HRI prevede un leggero calo della performance economica: la Germania scivolerebbe quindi nuovamente in una recessione tecnica. La fine della spinta alla globalizzazione durata due decenni, la trasformazione dell’approvvigionamento energetico e il rafforzamento dei concorrenti cinesi rappresentano un pericolo acuto per il modello economico tradizionale dell’economia tedesca. Il settore privato è attualmente travolto da un’ondata di fallimenti che distrugge attività imprenditoriali, posti di lavoro, capitale umano.
12.06.2026 PREVISIONI CONGIUNTURALI HRI: la Germania scivola nuovamente in recessione Dopo un inizio d’anno piuttosto positivo, l’economia tedesca tornerà a contrarsi nella seconda metà dell’anno. Il commercio estero, un tempo fiorente, sta diventando un grave problema
Di Dennis Huchzermeier, Bernhard Köster, Axel Schrinner – Düsseldorf L’Handelsblatt Research Institute (HRI) ha nuovamente rivisto al ribasso le sue previsioni economiche per la Germania. Per l’anno in corso, gli economisti prevedono, in linea con il governo federale, una crescita economica reale dello 0,5%; per il 2027, tuttavia, si aspettano solo un aumento molto modesto dello 0,3%. Tre mesi fa, gli economisti dell’HRI prevedevano ancora una crescita dello 0,7 e dello 0,8%.
Molti economisti temono che le conseguenze economiche più gravi della guerra con l’Iran debbano ancora arrivare. Il nuovo presidente del World Economic Forum ritiene che alcune conseguenze economiche di una guerra con l’Iran siano state sottovalutate. Parla dei nuovi rischi legati alla crisi dello Stretto di Hormuz e dei margini di manovra dell’Europa.
12.06.2026 «Potrebbe esserci un ulteriore inasprimento della situazione» Il nuovo presidente del World Economic Forum ritiene che alcune conseguenze economiche di una guerra con l’Iran siano state sottovalutate. Parla dei nuovi rischi legati alla crisi dello Stretto di Hormuz e dei margini di manovra dell’Europa
Di Annett Meiritz, Tom Thiele Berlino Alois Zwinggi è presidente del World Economic Forum dal marzo 2026. Dal 2010 ha ricoperto diverse posizioni dirigenziali presso il WEF.
Il Trumpator potrà anche cambiare le sue frasi più velocemente di quanto un bambino cambi i suoi giocattoli, ma non rinuncerà a Ramstein ecc. Perché le guerre “interessanti” sono a migliaia di miglia dall’America. Per puro interesse personale, l’America protegge gli europei, i presunti “free rider”. I due principali rivali, Cina e Russia, non dispongono di nulla di paragonabile. Trump vuole punire gli europei, non mettere a rischio la posizione di potenza mondiale degli Stati Uniti. Trump, però, agisce come Arnold Schwarzenegger nei panni del “Terminator”. Conduce guerre tariffarie contro gli amici, li ricatta e smantella le istituzioni internazionali. In questo modo non si crea né legittimità né potere “morbido”. Winston Churchill predicò ad Harvard nel 1943: «Il prezzo della grandezza è la responsabilità».
12.06.2026 SAGGIO Gli Stati Uniti hanno bisogno della Germania Nonostante tutti gli attacchi contro i «parassiti»: il presidente americano Trump non abbandonerà i suoi alleati europei. Perché noi abbiamo qualcosa di cui la potenza mondiale americana non può fare a meno
Donald Trump, nemico della NATO, ha colpito ancora una volta scatenando i soliti riflessi di paura: «Rivelata la lista dei martelli», «Per l’Europa sarà dura», «Il ritiro di Trump dalla NATO colpisce duramente l’Europa», recitano i titoli.
Per gli israeliani, questa vicenda dimostra che Trump usa due pesi e due misure. Mette anche in evidenza che il tono tra i partner, che fino a poco tempo fa apparivano come alleati inseparabili, sta diventando sempre più aspro. «Times of Israel» ha scritto che il rapporto tra Stati Uniti e Israele ha raggiunto un nuovo punto di minimo 100 giorni dopo l’inizio della guerra comune. La “fratellanza” tra Trump e Netanyahu, durata dieci anni, sembra trovarsi in una grave crisi. Si tratta di un allontanamento che ormai ha coinvolto entrambe le sponde dell’Atlantico. Il sostegno a Israele è sempre stato negli Stati Uniti una questione trasversale. Ma ora non è più così. Gli interessi dei partner nella guerra contro l’Iran divergono sempre più. Anche la popolazione israeliana si sente sempre più abbandonata dal partner americano.
12.06.2026 Resoconto di un allontanamento Con insolita durezza, Donald Trump prende le distanze da Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano minimizza la controversia definendola una «divergenza tattica». Ma gli interessi dei due capi di governo si stanno allontanando, toccando questioni esistenziali
Di CLEMENS WERGIN Che differenza possono fare 48 ore. Quando domenica l’Iran ha lanciato una raffica di missili balistici contro Israele, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha cercato con veemenza di dissuadere Israele dal contrattaccare.
Mediatori pakistani e qatarioti si recano regolarmente a Teheran per consegnare le bozze di testo americane e ricevere le modifiche iraniane. Si dice che a volte circolino contemporaneamente bozze diverse e che solo pochi addetti ai lavori sappiano su quale documento si stia negoziando in quel momento. Le personalità e i vincoli politici di Donald Trump e della Guida Suprema iraniana Khamenei non facilitano il raggiungimento di un accordo. Entrambe le parti cercano di indebolire la posizione negoziale dell’altra. Nonostante l’indebolimento militare, Teheran non solo è in grado di causare danni con i droni nelle regioni immediate del Golfo Persico, ma è anche ancora in grado di attaccare Israele con i missili. Questo non fa fare bella figura a Trump agli occhi dell’opinione pubblica americana. La sua incostanza non facilita le cose: in vista delle elezioni congressuali in autunno, egli vuole almeno un accordo provvisorio con Teheran.
12.06.2026 Negoziare con la forza bruta Donald Trump vuole costringere l’Iran a un accordo con le bombe. Ma il regime di Teheran sembra determinato
Di Friederike Böge, Istanbul, e Majid Sattar, Washington Da più di due mesi Teheran e Washington si scontrano su una misera dichiarazione d’intenti, che per ora dovrebbe solo riaprire lo Stretto di Hormuz.
Quando il Parlamento discute questioni di bioetica e di etica medica, non c’è vincolo di partito. I deputati sono tradizionalmente vincolati solo alla propria coscienza quando si tratta, ad esempio, di modificare le condizioni per la donazione di organi o la gestione dei test prenatali. In questi casi si formano gruppi interpartitici di deputati che cercano di convincere più della metà dei deputati della loro causa. Ma che dire dell’AfD? Ormai rappresenta quasi un quarto dei deputati. Il presidente del Consiglio etico, Helmut Frister, afferma di non ritenere riprovevole che nelle votazioni di etica medica si formino maggioranze che non sarebbero possibili senza i deputati dell’AfD.
12.06.2026 Quando il muro di contenimento raggiunge i propri limiti Il presidente del Consiglio etico non ritiene riprovevole il raggiungimento di maggioranze con l’AfD su questioni etiche delicate
Di Paul Gross Di norma, i discorsi al Bundestag hanno una funzione puramente di facciata. Il loro scopo è quello di illustrare in modo incisivo la posizione del proprio gruppo parlamentare, evidenziare le carenze dell’avversario politico e attirare l’attenzione.
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Il primo ministro della Sassonia-Anhalt Sven Schulze (CDU) critica i continui litigi della coalizione di Berlino. Chiede che i primi ministri abbiano voce in capitolo nella riforma delle pensioni e riaccende un vecchio dibattito: se necessario, sarebbe ipotizzabile un allentamento del freno all’indebitamento. “Abbiamo un accumulo di crisi: la guerra in Ucraina, quella contro l’Iran. Abbiamo a che fare con un presidente degli Stati Uniti imprevedibile, a cui non importa se la Germania sta bene o meno. La gente qui ne avverte direttamente le conseguenze. Il carburante diventa più caro, le nostre aziende di ingegneria meccanica ne risentono”
24.05.2026 Con me non ci saranno ministri dell’AfD Sven Schulze (CDU), presidente del Land della Sassonia-Anhalt – Nato nel 1979 a Quedlinburg, Schulze è presidente del Land della Sassonia-Anhalt da gennaio di quest’anno. Lì guida una coalizione con SPD e FDP. Dal 2014 al 2021 il politico della CDU è stato membro del Parlamento europeo. Schulze è il più giovane primo ministro in carica della Germania
Di NIKOLAUS DOLL WELT AM SONNTAG: Signor Schulze, da martedì alle otto di questa settimana ha di nuovo una possibilità concreta di continuare a governare la Sassonia-Anhalt dopo le elezioni regionali di settembre.
Il fatto che le decisioni di politica di sicurezza di Washington non siano più comprensibili, dal punto di vista strategico o in relazione agli obblighi di alleanza degli Stati Uniti, per molti decisori a Varsavia, ma anche per gran parte della popolazione del Paese, bensì siano prese per un capriccio di Trump, li ha allontanati dal loro alleato più importante. Si tratta di un processo senza precedenti che avrà ripercussioni sugli Stati Uniti e sulla Polonia, ma anche sugli alleati europei della Polonia. La Polonia, infatti, sta ridefinendo il proprio orientamento. A prescindere dal trasferimento di truppe annunciato da Trump. Il riorientamento della politica di sicurezza della Polonia ha ripercussioni significative anche sulla Germania.
24.05.2026 Basta con i capricci di Trump Prima gli Stati Uniti vogliono ritirare i soldati dalla Polonia, poi ci ripensano. Varsavia è irritata e sta riorientando la propria politica di sicurezza
Di PHILIPP FRITZ Il rapporto tra Polonia e Stati Uniti assomiglia attualmente a un giro sulle montagne russe. «Grazie all’elezione dell’attuale presidente polacco, Karol Nawrocki, che ho sostenuto con orgoglio, e al nostro rapporto con lui, sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti invieranno altri 5000 soldati in Polonia.» Questa frase è stata pubblicata da Donald Trump nella notte tra giovedì e venerdì sulla sua piattaforma Truth Social.
Gli americani hanno disattivato Microsoft Office; programmi essenziali sono improvvisamente fuori uso. I dipendenti non riescono nemmeno più ad accedere alle loro e-mail. Queste si trovano sui server Microsoft e sono irraggiungibili. Per ora è solo uno scenario da incubo, ma uno che in questi tempi può verificarsi rapidamente. La Germania non dipende dagli Stati Uniti solo dal punto di vista militare, ma è anche attaccata alla flebo digitale dei colossi tecnologici americani. E non solo nella vita privata, ma anche nella pubblica amministrazione: nel 2019, secondo uno studio del Ministero, il 96% dei posti di lavoro nel settore pubblico era gestito da Microsoft. La Germania farebbe bene a diventare il più rapidamente possibile più indipendente dall’America sul piano digitale.
24.05.2026 Alla mercé degli americani Non solo gli utenti privati, ma anche i funzionari pubblici tedeschi dipendono da aziende tecnologiche come Microsoft. Un’idea inquietante nell’era di Trump
Di Oliver Georgi In un ministero è in programma una riunione importante, quando improvvisamente i computer smettono di funzionare. Gli americani hanno disattivato Microsoft Office; programmi essenziali come Word, Excel o Teams sono improvvisamente fuori uso.
La popolarità di Friedrich Merz cala, anche tra la popolazione; l’Unione si avvicina nei sondaggi alla soglia del 20%. E su tutto questo aleggia l’ombra che perseguita il Cancelliere federale sin dall’inizio e che ora minaccia di raggiungerlo: Angela Merkel. Improvvisamente la sua (pre)predecessora in carica è di nuovo una persona celebrata. La Merkel vuole definire e contribuire a plasmare la sua eredità storica, il che, dal suo punto di vista, sembra escludere il confronto con i critici. Il suo obiettivo non è il confronto, ma l’agiografia. Di conseguenza, raramente viene confrontata con domande scomode.
24.05.2026 La «cancelliera ombra» Angela Merkel è tornata. Parla in pubblico e offre a Friedrich Merz consigli ambigui. Questo non è d’aiuto
Di Jochen Buchsteiner Per il cancelliere il quadro si fa sempre più cupo. Il partner di coalizione SPD non solo rifiuta le sue idee di riforma, ma ora definisce disumani anche i cambiamenti minimi; il partito gemello CSU impone imperturbabile i propri interessi, mentre nelle file della CDU cresce l’inquietudine.
E’ di moda interpretare la scelta consapevole a favore dell’AfD come una sorta di atto di legittima difesa contro «quelli lassù». Merkel, Scholz, Merz, la bolla di Berlino – la loro incapacità, i loro litigi e la loro arroganza sarebbero la causa del fatto che ai disperati non resti altro che la miscela Weidel-Höcke-Siegmund. Beh… io non ci credo. Ritengo questa spiegazione ipocrita.
22.05.2026 EDITORIALE Disperazione o rabbia ipocrita: cosa spinge così tante persone verso l’AfD?
Di Franziska Reich, caporedattrice Si è parlato quindi di «colpo di Stato». Se l’AfD dovesse ottenere la maggioranza assoluta in Sassonia-Anhalt e riorganizzare a proprio piacimento parte dell’apparato burocratico, si tratterebbe di un «colpo di Stato», secondo il ministro dell’Interno della SPD della Turingia.
In Germania una collaborazione basata sulla fiducia tra capitale e lavoro, tra datori di lavoro e lavoratori, impedisce apparentemente che in tempi di crisi si arrivi subito a licenziamenti di massa. Al presidente degli Stati Uniti Donald Trump un modello del genere, che è pur sempre un pilastro fondamentale della nostra economia sociale di mercato, deve sembrare piuttosto curioso. È in contrasto con la sua mentalità “amico-nemico”, quel gioco a somma zero in cui uno vince solo se l’altro perde il più possibile. Per fortuna in Germania abbiamo molti datori di lavoro che si prendono cura dei propri dipendenti con un vero senso di responsabilità. Abbiamo inoltre l’enorme fortuna di disporre di sindacati che difendono con forza i propri iscritti, senza però rinunciare alla competenza economica durante le trattative. Non dobbiamo sacrificare nessuna delle due cose proprio ora.
STERN 21.05.2026 EDITORIALE
Quando le parole tedesche entrano nell’uso linguistico inglese, spesso finiscono per rovinare l’atmosfera. «Angst» è una di quelle parole che gli anglosassoni amano spargere qua e là, o una variante ancora più crudele, la «Schadenfreude».
Merz ha minacciato di interrompere le trattative se l’SPD avesse mantenuto la sua richiesta di aumentare le tasse per i ricchi. All’interno dell’Unione si è verificato un dissidio proprio sullo stesso tema. Sembra quasi un atto di disperazione il modo in cui il ministro delle Finanze Lars Klingbeil e il Cancelliere lottano su questa maledetta riforma dell’imposta sul reddito. Si sta combattendo una vera e propria guerra di ideologie: l’SPD ha promesso sgravi fiscali al 95% dei cittadini e vuole una ridistribuzione dall’alto verso il basso. L’Unione, invece, vuole alleggerire il carico fiscale della classe media alta, i “motori dell’economia”. Che senso ha questa disputa se, alla fine dei conti, ne deriva solo un alleggerimento fiscale pari al valore di un paio di tazze di cappuccino, mentre nelle casse dello Stato mancano importi a due cifre nell’ordine dei miliardi?
STERN 21.05.2026 PER UNA TAZZA DI CAPPUCCINO La coalizione nero-rossa promette una grande riforma fiscale. C’è solo un piccolo problema: da dove prendere i soldi? Ognuno ha le proprie idee
Di Julius Betschka, Florian Schillat La prevista riforma fiscale ha già portato due volte questo governo sull’orlo del baratro. In primo luogo, ancora durante i negoziati di coalizione, Friedrich Merz ha minacciato di interrompere le trattative se l’SPD avesse mantenuto la sua richiesta di aumentare le tasse per i ricchi.
«Sono un grande ammiratore dell’America, ma la mia ammirazione al momento non sta aumentando», ha detto Merz. Sono parole dure. Sono ingiuste e sbagliate. Rimane nell’interesse della Germania rimanere alleata con gli Stati Uniti a lungo termine, indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca. Ciò non significa piegarsi a Trump. Ma allo stesso tempo, un governo tedesco non dovrebbe scatenare inutili conflitti con lui. Anche per questo motivo, vale per tutti i critici degli Stati Uniti – e in particolare per il Cancelliere: per favore, prima pensate e poi parlate!
22.05.2026 EDITORIALE Anti-americanismo? No, grazie! Dal ritorno di Trump, sempre più tedeschi guardano con occhio critico agli Stati Uniti, compreso il cancelliere Merz. Ma i giudizi generici sul Paese sono sbagliati.
Di Roland Nelles Il 4 luglio il presidente Donald Trump e gli americani festeggiano il 250° anniversario degli Stati Uniti; potrebbero farlo quasi tra di loro. Infatti, molti ospiti stranieri di alto rango non sembrano aver ancora confermato la loro presenza al grande evento. Almeno non dall’Europa. Si dice che forse il presidente francese Emmanuel Macron potrebbe fare un salto. Ma proprio solo: forse.
M. è uno dei 4800 soldati tedeschi che il governo tedesco stazionerà in modo permanente in Lituania fino alla fine del 2027. A questi si aggiungono impiegati amministrativi, insegnanti ed educatori; in totale dovrebbero essere 5000 membri della Bundeswehr. Una volta raggiunto questo obiettivo, la Bundeswehr dichiarerà «FOC», «Full Operational Capability»: piena operatività. Una cosa del genere non si è mai vista nella storia della Bundeswehr. E’ la conseguenza della «svolta epocale» proclamata dall’ex cancelliere Scholz. Per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, la Germania distacca una brigata a lungo termine al di fuori dei propri confini. «La sicurezza della Lituania è anche la nostra sicurezza. La protezione di Vilnius è la protezione di Berlino.»
22.05.2026 Pericolosamente vicino Bundeswehr – Il soldato tedesco Florian M. si è trasferito in Lituania per proteggere il fianco orientale dell’Europa dalla Russia. Alcune minacce, che di solito compaiono solo nei documenti strategici, lì sono già realtà
Di Kristin Haug Il capitano Florian M. è rimasto chiuso fuori dal suo appartamento questa mattina, mentre portava fuori la spazzatura. Ora sta cercando di contattare la sua padrona di casa. Forse lei può lasciargli la chiave da qualche parte? Ma lei non risponde al telefono. In realtà, il capitano, che è venuto per proteggere il fianco orientale, non ha proprio tempo per queste cose.
La Repubblica Popolare Cinese attua una politica economica aggressiva e crea condizioni di concorrenza ineguali. Ciò suscita un dibattito sul libero scambio: PRO e CONTRO.
22.05.2026 Abbiamo bisogno di dazi protettivi contro la Cina?
A livello nazionale, nell’ultimo sondaggio Insa l’AfD si attesta al 29 per cento, chiaramente davanti all’Unione, che raggiunge il 22 per cento. In Sassonia-Anhalt, un recente sondaggio Infratest Dimap vede l’AfD al 41 per cento e la CDU al 26 per cento. Molti osservatori vedono il rischio che un forte sostegno all’AfD in Sassonia-Anhalt possa portare al partito un ulteriore afflusso di consensi a livello nazionale – con possibili conseguenze negative per la stabilità del governo federale. Non è da escludere che la coalizione a livello federale possa andare in pezzi.
22.05.2026 SASSONIA-ANHALT: la minaccia blu per la coalizione berlinese I consensi del partito di estrema destra sono in crescita da mesi. Tra i partiti di centro si discute già su quali conseguenze avrebbe a livello federale una vittoria elettorale dell’AfD in Sassonia-Anhalt
Di Annett Meiritz, Dietmar Neuerer Berlino Un governo di maggioranza AfD in Sassonia-Anhalt sarebbe più di un semplice cambio di potere in un Land. A Berlino, un simile scenario è ormai considerato un possibile banco di prova per il governo federale, le autorità di sicurezza e lo Stato federale nel suo complesso. Dietro a ciò c’è la preoccupazione che un possibile governo AfD possa portare a conflitti che non riguardano solo la Sassonia-Anhalt, ma direttamente il governo federale e la cooperazione federale.
Gli strateghi della difesa tedeschi presentano un documento programmatico per un riarmo high-tech indipendente dagli Stati Uniti: il progetto «Sparta 2.0» avrà un costo di 500 miliardi di euro e garantirà all’Europa una «autonomia di ampia portata» entro cinque-dieci anni.
11
maggio
2026
BERLINO (notizia propria) – Gli strateghi della difesa tedeschi hanno presentato un nuovo documento programmatico sul riarmo tedesco ed europeo. Intitolato «Sparta 2.0», il documento punta all’indipendenza militare dagli Stati Uniti. Come sottolineano gli autori del documento, attualmente «nessuna missione di combattimento europea» è concepibile senza «software o sistemi» provenienti dagli Stati Uniti. È necessario chiedere l’autorizzazione a Washington. Vogliono liberarsi dalla dipendenza militare entro pochi anni e sono fiduciosi che gli Stati europei possano farlo. Ma ciò, dicono, richiederebbe la volontà politica e un enorme impegno finanziario: sarebbero necessari fino a 500 miliardi di euro nel primo decennio del potenziamento degli armamenti. Questo, sostengono gli autori, è finanziariamente fattibile. Per quanto riguarda i dettagli, individuano dieci “lacune di capacità strategica” da colmare, tra cui alcune – come la produzione di massa di droni e lo sviluppo di costellazioni satellitari – su cui le aziende tedesche produttrici di armi stanno già compiendo rapidi progressi. La strada verso l’«autonomia europea in materia di difesa» passa per «l’impegno delle risorse finanziarie e industriali della Germania». Questa tabella di marcia verso la rimilitarizzazione riflette un intreccio sempre più stretto tra la politica tedesca, i think tank tedeschi e le fiorenti aziende del settore della difesa. I legami sono particolarmente stretti con l’industria dei droni, oggi in forte espansione.
Sparta 2.0
Il nuovo documento “Sparta 2.0”, rivolto espressamente ai “decisori politici tedeschi ed europei”, inizia individuando gravi carenze nelle capacità “di difesa” in Germania e in tutta Europa. Sebbene gli Stati europei abbiano complessivamente aumentato gli investimenti nelle loro forze armate fino a raggiungere un livello pari al 60% del bilancio militare degli Stati Uniti, essi rimangono “militarmente dipendenti dagli Stati Uniti a tutti i livelli”, rileva il documento. Questa dipendenza pervade “non solo i singoli sistemi d’arma, ma in ultima analisi l’intera catena operativa – dalla ricognizione satellitare al controllo del fuoco fino al campo di battaglia”. [1] Gli autori traggono una dura lezione da questo stato di cose: «Nessuna missione di combattimento europea è attualmente concepibile senza autorizzazioni, software o sistemi» provenienti dagli Stati Uniti. Senza un vero e proprio «cambiamento di rotta», la «discrepanza tra il contributo finanziario dell’Europa e le sue capacità militari continuerà a crescere» nei prossimi anni. Ma, sostiene il documento, un «cambiamento di rotta» è del tutto possibile. Con «il secondo bilancio della difesa più alto al mondo e una base industriale e tecnologica competitiva», l’Europa, con la Germania al centro, possiede tutti i presupposti necessari. Il raggiungimento dell’autosufficienza nell’industria della difesa deve essere considerato come il «Progetto Manhattan» dell’Europa.[2]
Lacune nelle competenze
“Sparta 2.0” elenca dieci “lacune nelle capacità strategiche” in cui “le dipendenze dell’Europa sono critiche”. Colmare queste lacune potenziando le capacità militari tedesche ed europee è una “necessità strategica”. In diversi settori, la Germania riveste un ruolo chiave e le sue aziende del settore della difesa, in rapida crescita, sono già impegnate in importanti programmi di armamento. Ciò vale, ad esempio, per i “sistemi autonomi scalabili”, ovvero la produzione di massa di droni di ogni tipo,[3] e per i sistemi di “difesa aerea”.[4] Le aziende tedesche stanno inoltre già lavorando allo “sviluppo di una costellazione satellitare europea” [5] e alla produzione di “veicoli di lancio di piccole e medie dimensioni” per il lancio in orbita di satelliti militari. [6] Lo sviluppo e la produzione di “armi di precisione a lungo raggio” sono stati avviati attraverso varie partnership multinazionali.[7] Altri elementi, osservano gli autori, sono ancora carenti, come l’istituzione di “un sistema di comando e controllo resiliente” e lo sviluppo di “un’infrastruttura europea sovrana per i dati e l’intelligenza artificiale”. Il documento afferma che, oltre alle dieci “lacune di capacità” che identifica, esistono ulteriori “colli di bottiglia”, tra cui la “carenza di munizioni” e i problemi di logistica medica. Anche in questo caso, tali questioni dovrebbero essere risolte nell’ambito del quadro esistente delle forze armate e dell’industria della difesa europee.
La Germania come fulcro della potenza militare europea
«Sparta 2.0» non entra nei dettagli riguardo alle tempistiche o alle strutture finanziarie. Sostiene che «progressi sostanziali verso una capacità operativa europea indipendente» entro tre-cinque anni rappresentino un obiettivo realistico. Una «autonomia di ampia portata» potrebbe essere raggiunta «nella maggior parte dei settori» entro cinque-dieci anni. Gli autori stimano i costi complessivi tra i 150 e i 200 miliardi di euro entro il 2030. Per quanto riguarda l’intero decennio che precede il raggiungimento di un’ampia autonomia, i governi dovrebbero reperire complessivamente circa 500 miliardi di euro. Ciò equivale a circa 50 miliardi di euro all’anno. Per gli Stati membri dell’UE più il Regno Unito e la Norvegia, ciò equivarrebbe presumibilmente a poco più dello 0,25 per cento del loro prodotto interno lordo. Gli autori ritengono che ciò sia finanziariamente fattibile. Raccomandano un approccio che crei una “coalizione dei volenterosi”. Ciò significa in pratica lavorare “con gli Stati dell’Europa centrale e orientale e della Scandinavia, nonché con i partner tradizionali dell’Europa occidentale e del Regno Unito”. Il documento tiene esplicitamente conto di un ruolo speciale per la Germania, che aumenterebbe il proprio bilancio militare in misura molto più significativa rispetto agli altri Stati europei. Il contributo di Berlino ammonterebbe a 150 miliardi di euro, o addirittura a 160 miliardi di euro, nell’ambito della visione «Sparta 2.0». Dopotutto, «il percorso verso l’autonomia europea in materia di difesa passa inevitabilmente attraverso l’impiego delle risorse finanziarie e industriali della Germania». La Germania diventa il nucleo di una futura potenza militare europea.
Strettamente legata all’industria degli armamenti
Quattro dei cinque autori del progetto «Sparta 2.0» avevano già pubblicato un articolo nel marzo 2025 in cui sollecitavano analogamente un rilancio del riarmo tedesco-europeo indipendente dagli Stati Uniti. Il loro lavoro evidenzia un crescente intreccio tra agenzie governative, importanti think tank e l’industria degli armamenti. Thomas Enders, ad esempio, che ha il grado di maggiore nelle riserve dell’esercito tedesco, è stato a lungo a capo del gruppo aerospaziale e della difesa Airbus prima di diventare presidente dell’influente Consiglio tedesco per le relazioni estere (DGAP) nel 2019. René Obermann, a sua volta, ex amministratore delegato di Telekom e attualmente presidente del consiglio di amministrazione di Airbus, è destinato a guidare il consiglio di sorveglianza del gruppo di software SAP il prossimo anno, che da febbraio gestisce un “Defence Innovation Hub” a Monaco. Jeanette zu Fürstenberg, investitrice in start-up e IA, è a capo delle operazioni europee della società di venture capital della Silicon Valley General Catalyst. Moritz Schularick è presidente dell’Istituto di Kiel per l’economia mondiale (IfW) e da tempo sostiene il riarmo finanziato dal debito. Una nuova aggiunta agli autori è Nico Lange, Senior Fellow presso la Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Lange, Obermann e Schularick, insieme al tenente generale in pensione Jürgen-Joachim von Sandrart, formano un gruppo consultivo all’interno del Ministero federale dell’economia istituito appositamente per sostenere il potenziamento dell’industria della sicurezza e della difesa.
La start-up numero uno in Germania
Due dei cinque autori sono inoltre direttamente legati al nascente settore tedesco dei droni: Fürstenberg è stato uno dei primi investitori nella società di droni Helsing, fondata nel 2021, nel cui consiglio di sorveglianza Enders siede dal 2022. Uno dei tre fondatori di Helsing, Gundbert Scherf, è stato distaccato presso il Ministero federale della difesa nel 2014 in qualità di dipendente della società di consulenza McKinsey. Ha ricoperto fino al 2016 il ruolo di responsabile del controllo strategico degli armamenti sotto l’allora ministra Ursula von der Leyen. Una commissione d’inchiesta del Bundestag ha successivamente indagato sul problema delle reti McKinsey all’interno del governo, che all’epoca erano molto attive.[8] Helsing si è recentemente aggiudicata, insieme a Stark Defence, un contratto per la produzione di droni per la Bundeswehr del valore iniziale di 270 milioni di euro – un contratto che può essere opzionalmente aumentato fino a 1,5 miliardi di euro. [9] Helsing è anche coinvolta nello sviluppo del primo jet da combattimento senza pilota di fabbricazione tedesca. L’azienda prevede di lanciare un nuovo round di finanziamento nel prossimo futuro, cercando di attrarre nuovi investimenti fino a 1,2 miliardi di euro. Si tratta di una somma che supera quella di tutte le altre start-up in Germania e, con una valutazione di 18 miliardi di euro, collocherebbe Helsing in cima alla classifica delle start-up tedesche.[10]
Ben collegato
Anche Stark Defence, concorrente di Helsing, vanta ottimi contatti a Berlino. Il vicepresidente senior della start-up è il maggiore in pensione Johannes Arlt. Dopo aver ricoperto vari incarichi nella Bundeswehr e nel Ministero federale della difesa, Arlt ha fatto parte del Bundestag per l’SPD dal 2021 al 2025. Il suo principale interesse come politico era la politica di difesa. Anche Marie Theres Niedermaier, che in precedenza ha lavorato come consulente personale presso l’Ufficio del Cancelliere occupandosi di politica economica e finanziaria, è ora impiegata presso Stark Defence.[11] Anche Stark Defence ha ricevuto dalla Bundeswehr un contratto del valore iniziale di 270 milioni di euro per la produzione di droni. L’azienda costruisce inoltre droni marini e commercializza un sistema di comando e controllo per veicoli senza pilota di ogni tipo.
[1] Tutte le citazioni qui riportate sono tratte da «Der Weg zu europäischer Verteidigungsautonomie: Ein Leitfaden zur Überwindung kritischer Abhängigkeiten» (Il percorso verso l’autonomia europea in materia di difesa: una guida per superare le dipendenze critiche). Maggio 2026. kielinstitut.de.
[2] Nell’ambito del «Progetto Manhattan», a partire dal 1942 gli Stati Uniti riunirono tutte le attività scientifiche e industriali del settore e le concentrarono sullo sviluppo e sulla costruzione di armi atomiche.
Un’intervista a Ulrike Eifler sulla crescente opposizione dei sindacati alla minaccia di guerra, sulle iniziative in corso a livello nazionale e internazionale e sul perché questa lotta sia fondamentale per i sindacati.
15
maggio
2026
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AACHEN «german-foreign-policy.com» ha intervistato Ulrike Eifler in merito alla crescente lotta sindacale contro la militarizzazione e la minaccia di guerra. Eifler è segretaria sindacale a Würzburg e da anni si batte per un deciso orientamento alla pace da parte dei sindacati. Questo, sottolinea, è fondamentale perché «quando la società viene militarizzata, anche il mondo del lavoro viene militarizzato». E questo si sta facendo sentire “proprio ora” come conseguenza di un “rafforzamento degli armamenti senza precedenti” portato avanti dal governo tedesco. Gli effetti sono già numerosi. Gli infermieri, ad esempio, devono imparare a curare le ferite di guerra; e il personale dei centri per l’impiego viene formato per collocare i disoccupati in ruoli all’interno della Bundeswehr. I sindacati devono essere molto più audaci nell’affrontare queste questioni. Dopotutto, ogni progresso che hanno ottenuto, dagli aumenti salariali all’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, è stato possibile solo in tempo di pace. La pressione sindacale «non funziona in tempo di guerra», afferma Eifler. Segnala due importanti eventi imminenti: la quarta Conferenza sindacale per la pace il 24-25 luglio a Würzburg e la Conferenza internazionale contro la guerra organizzata dal movimento sindacale il 20 giugno a Londra.
german-foreign-policy.com: State invitando le persone a un convegno sindacale per la pace che si terrà a Würzburg il 24 e 25 luglio. Perché?
Ulrike Eifler: Perché vogliamo dare forma e promuovere un dibattito sulla guerra e sulla pace all’interno dei nostri sindacati. Quando la società si militarizza, anche il mondo del lavoro si militarizza. E dobbiamo fare i conti con il fatto che la militarizzazione è già penetrata in ogni angolo del mondo del lavoro. Colleghi che hanno trascorso decenni a costruire veicoli destinati alla vita civile si ritrovano improvvisamente a lavorare in aziende del settore della difesa. Gli insegnanti sono obbligati a invitare i soldati nelle loro classi. I giornalisti sono sempre più spinti a seguire la linea di politica estera del governo. Gli assistenti sociali dei centri per l’impiego sono incoraggiati – anzi, esplicitamente formati – a collocare i disoccupati nelle forze armate. I lavoratori portuali devono caricare spedizioni di armi, e così via. Tutto ciò dimostra quanto siano strettamente intrecciati gli imperativi della militarizzazione e il mondo del lavoro.
È importante comprendere che la prospettiva dei datori di lavoro è una prospettiva di guerra. Infatti, essi traggono profitto dalla guerra oppure hanno scelto di far parte di una macchina da guerra ben oliata. Ciò non vale solo per i produttori di armi. Anche le strutture statali si sono messe al servizio dei preparativi bellici. Si pensi, ad esempio, alle aziende di autobus municipali che ricoprono le loro flotte di veicoli con pubblicità della Bundeswehr. Si pensi ai centri di orientamento professionale della Bundeswehr, che stanno già raccogliendo dati sui giovani in vista di future coscrizioni. Pensiamo agli ospedali, dove il personale infermieristico deve imparare a curare le ferite di guerra e partecipare a esercitazioni di evacuazione. Oppure pensiamo ai servizi di intelligence: l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione sta intimidendo gli studenti minorenni che organizzano scioperi scolastici contro la guerra.
È fondamentale porre la questione della pace perché i preparativi bellici sono ormai entrati a far parte del mondo del lavoro. E perché i nostri sindacati potranno portare avanti con successo la lotta per la ridistribuzione solo se contrasteremo la militarizzazione del lavoro. Aumenti salariali, riduzione dell’orario di lavoro o un migliore equilibrio tra vita familiare e professionale: nulla di tutto ciò funzionerà in tempo di guerra. Ecco perché la prospettiva di pace è la nostra prospettiva.
E poi stiamo assistendo, ovviamente, a come il riarmo si stia trasformando in un attacco frontale ai lavoratori. Il governo federale ha optato per un programma di riarmo di portata senza precedenti da un secolo a questa parte e intende finanziare tale programma tagliando le nostre pensioni, la nostra istruzione e la nostra sanità. Un carro armato costa in media circa 28 milioni di euro – e questo solo per uno! Tutto questo deve essere finanziato. E il governo tedesco sta prendendo i miliardi e miliardi necessari per questo dalla gente comune. Dall’inizio della pandemia di coronavirus, la gente sta lottando con una crisi del costo della vita in continuo peggioramento. Questa crisi sarà aggravata da una crisi economica globale incombente. Se il governo opterà anche per lo smantellamento dello stato sociale – e tutto ora punta in questa direzione – molte persone saranno precipitate in una situazione di ancora maggiore difficoltà e incertezza. Per organizzare un’opposizione efficace, dobbiamo prima concordare su ciò che sta realmente accadendo. La nostra conferenza a Würzburg ha lo scopo di fare il punto sulla situazione reale.
german-foreign-policy.com: Questa è già la quarta conferenza sindacale per la pace. Come sono andate le prime tre?
Ulrike Eifler: Le precedenti conferenze hanno costituito un importante punto di riferimento per il dibattito su guerra e pace all’interno del movimento sindacale. Ciò è in parte dovuto al fatto che hanno portato alla pubblicazione di due raccolte di testi sull’argomento: scritti da sindacalisti per i sindacalisti. Questi testi offrono una guida e mirano ad aiutare i colleghi a comprendere meglio il mondo che sta cambiando. In tutto il paese si stanno ora svolgendo eventi in cui si discute di come la cosiddetta “Zeitenwende” – la svolta proclamata dal governo verso una nuova era di politica geopolitica e di difesa – stia avendo un impatto negativo sulle condizioni dei sindacalisti. Alcune di queste attività sono organizzate da iniziative locali per la pace e coinvolgono membri dei sindacati, mentre altre sono promosse interamente dagli organismi sindacali. In ogni caso, le conferenze sono diventate un punto di riferimento fondamentale per i sindacalisti che si battono per la pace.
L’orientamento politico, tuttavia, è cambiato nel corso delle precedenti conferenze. Nel primo incontro, per noi era ancora importante sottolineare il ruolo dei sindacati nel movimento per la pace. Ciò riflette, in un certo senso, una posizione morale che affonda le sue radici essenzialmente nella nostra storia di lavoratori tedeschi. Nelle conferenze successive, tuttavia, ci siamo resi conto che, a causa dei feroci attacchi alle conquiste sociali ottenute dal movimento operaio, dobbiamo affrontare e discutere questioni ben diverse. Come dovremmo, ad esempio, reagire noi sindacati alla decisione del governo federale di passare a un’economia di guerra? Come dovremmo reagire ai tagli dilaganti ai servizi sociali utilizzati per finanziare la spesa per gli armamenti? Come dovremmo reagire al tentativo di militarizzare il settore dell’istruzione? Ad esempio, cosa facciamo riguardo al fatto che gli insegnanti siano obbligati a invitare i soldati nelle loro classi? Abbiamo iniziato a impegnarci in queste discussioni e a inserire una più ampia varietà di questioni nei nostri ordini del giorno delle conferenze.
german-foreign-policy.com: Nel frattempo, sempre più aziende si trovano in gravi difficoltà a causa della crisi economica e guardano al settore degli armamenti come a una via d’uscita. In che modo queste tendenze influenzano il dibattito nei luoghi di lavoro e nei sindacati? Sta diventando più difficile difendere la causa della pace?
Ulrike Eifler: Da un lato sì, dall’altro no. Il problema è proprio che la militarizzazione sta avvenendo sullo sfondo di una crisi industriale. E sia il governo federale che i datori di lavoro stanno cercando di dare l’impressione che i posti di lavoro persi nella produzione civile possano essere salvati grazie alla produzione di armi. Questo rende davvero più difficile organizzare proteste contro la guerra. Ma anche in questo ambito si registrano sicuramente alcuni sviluppi incoraggianti. Ad esempio, i rappresentanti sindacali di VW, Ford e ZF hanno approvato risoluzioni in cui prendono le distanze dalla decisione delle loro aziende di passare alla produzione di armi.
Ma a prescindere da ciò, dobbiamo discutere quale sia la strategia sindacale corretta nelle aziende produttrici di armamenti. Dobbiamo tenere conto del fatto che i nostri colleghi che lavorano nelle aziende dell’industria della difesa – e in quelle che un tempo operavano nel settore civile e ora si stanno orientando in parte o addirittura interamente verso la produzione di armi – si trovano nella stessa situazione di tutti gli altri: devono pagare le bollette e vogliono garantire ai propri figli un’istruzione dignitosa. A mio avviso, ciò significa che abbiamo ancora il compito fondamentale di proteggere i posti di lavoro anche nelle fabbriche di armi – proprio come in tutti gli altri luoghi di lavoro. Tuttavia, nel caso della produzione di armi, è anche di fondamentale importanza sviluppare solide strutture di rappresentanti sindacali e incoraggiare la discussione politica su quale sia l’uso finale dei prodotti del loro lavoro – cosa succede quando vengono impiegati.
E, dopotutto, constatiamo che i lavoratori dell’industria degli armamenti mantengono effettivamente una certa distanza dalle attività della propria azienda. L’impegno politico sindacale deve fare i conti con queste riserve. Gli sviluppi politici in rapida evoluzione possono essere accompagnati da cambiamenti altrettanto rapidi nella coscienza collettiva. Anni fa, ho incontrato un anziano operaio italiano che aveva lavorato in una fabbrica di armi negli anni ’40. Era sempre puntuale, non si assentava mai per malattia, era sempre l’operaio più veloce sulla catena di montaggio. E non pensava minimamente alle armi che contribuiva a produrre. Ma quando vide la polizia sparare con quelle armi durante una manifestazione e delle persone morire di conseguenza, lasciò il lavoro e si unì ai partigiani italiani.
In definitiva, però, è proprio la coerente rappresentanza sindacale a mettere i dipendenti di un’azienda produttrice di armi in conflitto con la dirigenza. Anche i lavoratori portuali di Genova che si sono rifiutati di caricare le esportazioni di armi destinate a Israele erano preoccupati per la propria salute e sicurezza. Lavorare su container contenenti esplosivi è pericoloso. Ho sentito ragioni simili nei resoconti dal porto del Pireo. I colleghi greci sostenevano che la movimentazione di esportazioni di armi avrebbe trasformato il porto in un bersaglio e si sono rifiutati di caricare il carico. Chiunque lotti per buone condizioni di lavoro nelle fabbriche di armi si troverà in conflitto con la direzione. La questione dei salari è il punto cruciale. Essa mette a nudo il conflitto. Dobbiamo impegnarci più fortemente in questo dibattito nei nostri sindacati.
german-foreign-policy.com: Il classico dibattito sulla riconversione – ovvero l’adozione di una strategia volta a convertire gli impianti di produzione militare in impianti di produzione civile – oggi è probabilmente più difficile da vincere, non è vero?
Ulrike Eifler: Sì, questo dibattito è sicuramente diventato molto più complesso rispetto agli anni ’70 e ’80. La riconversione è sempre stata una strategia volta a proteggere i posti di lavoro e i redditi dei colleghi, trasformando consapevolmente la produzione militare in produzione civile. Ora, invece, assistiamo al contrario. Il passaggio dalla produzione civile a quella di armamenti è diventato una strategia per salvare posti di lavoro. Almeno, questa è la narrativa che ci viene propinata. E il governo federale sta deliberatamente orientando l’economia in questa direzione. La sua strategia industriale è ora orientata alla promozione e all’espansione dell’industria degli armamenti. Questa svolta verso un’economia militarizzata viene realizzata attraverso appalti pubblici, garanzie di acquisto da parte del governo, accesso prioritario alle materie prime, sostegno al reclutamento di lavoratori qualificati e l’applicazione della Legge per garantire la fornitura di servizi di manodopera a fini di difesa. Quest’ultima è una legge di emergenza che disciplina la sospensione del diritto di sciopero e persino il lavoro obbligatorio nel caso in cui il governo dichiari uno “stato di tensione”, l’attuazione della clausola di difesa reciproca della NATO o uno “stato di difesa”.
Alla luce di questi pericolosi sviluppi, la conversione non offre più una risposta adeguata alle contraddizioni che dobbiamo affrontare, soprattutto perché il successo dei progetti di conversione sarebbe comunque molto limitato. In passato, infatti, funzionava di solito solo quando la produzione di armi non generava profitti. Ma oggi non è più così. A mio avviso, è quindi fondamentale inserire l’idea della conversione in un dibattito su quale tipo di politica industriale vogliamo e di cui abbiamo effettivamente bisogno come società, e organizzare le nostre lotte su questa base.
E su questo punto lo dico chiaramente: una politica industriale che non sia orientata alla pace non può essere una politica industriale nell’interesse dei nostri colleghi. Perché? Perché il passaggio a un’industria della difesa in espansione non impedisce la deindustrializzazione di cui si parla così spesso, ma anzi la accelera. Perché? Perché le risorse lavorative e finanziarie vengono sottratte ai settori industriali produttivi e convogliate verso un’industria che non apporta alcun beneficio sociale. Ciò favorisce lo sviluppo di una monostruttura industriale che fa dipendere il successo economico dall’escalation del conflitto globale.
Inoltre, sappiamo che gli investimenti nella costruzione di ospedali, scuole, asili nido o trasporti pubblici locali non solo comportano maggiori benefici sociali, ma generano anche una crescita significativamente più elevata e hanno effetti molto più marcati sulla creazione di posti di lavoro. Per ogni euro che il governo federale investe nelle nostre infrastrutture civili, 1,50 euro tornano nell’economia nazionale. Per gli investimenti nell’istruzione, la cifra arriva addirittura a tre euro. Ma per gli investimenti negli armamenti, il beneficio è compreso tra zero e 0,50 euro. Ciò significa che il denaro investito negli armamenti non è affatto, come talvolta si sostiene, senza alternative. Anzi, questo investimento è in realtà del tutto inutile in termini di effetti sulla crescita.
german-foreign-policy.com: Oltre al dibattito su guerra e pace all’interno del movimento sindacale, questo dibattito sta prendendo piede anche nei luoghi di lavoro?
Ulrike Eifler: Sì, le discussioni nei luoghi di lavoro stanno sicuramente prendendo piede. La gente percepisce che ci troviamo a un punto di svolta della nostra storia: gli ottant’anni in cui abbiamo vissuto in pace stanno lasciando il posto a una nuova era di guerra. Recentemente ho partecipato a uno sciopero scolastico per protestare contro la futura coscrizione. Un’operatrice socio-sanitaria che si occupa di anziani ha preso spontaneamente la parola e ha raccontato agli studenti in sciopero quanto gli anziani della sua casa di riposo siano ancora segnati dalle loro esperienze di guerra. Ha detto che anche dopo ottant’anni parlano ancora di essere profondamente traumatizzati dalle notti di bombardamenti, dalla perdita dei propri cari e, soprattutto, dalla paura che la guerra torni. Era presente anche un insegnante, che si è unito all’azione dei suoi studenti. A Lipsia, un giovane dipendente della DHL è stato licenziato per aver preso la parola durante una manifestazione contro le esportazioni di armi verso Israele. A Monaco, tre autisti di autobus si rifiutano di guidare tram ricoperti di pubblicità della Bundeswehr. E conosco più di un collega che dice che si dimetterebbe immediatamente se la sua azienda iniziasse improvvisamente a produrre per l’industria degli armamenti. Sono tutti esempi fantastici e stimolanti. Ma non sono ancora organizzati collettivamente, bensì rimangono azioni individuali. Ecco perché quei colleghi che si oppongono alla guerra sono così vulnerabili alle ritorsioni.
D’altra parte, basta dare un’occhiata alle attuali risoluzioni e iniziative sindacali per rendersi conto che si sta già facendo molto. Al congresso annuale della Confederazione Sindacale Tedesca (DGB), tenutosi pochi giorni fa, è stata approvata a stragrande maggioranza una risoluzione contro il ritorno del servizio militare obbligatorio. Il più grande sindacato tedesco, IG Metall, offre ora sostegno e consulenza presso le sue sedi di Würzburg e Francoforte agli obiettori di coscienza nell’ambito dei propri servizi di consulenza in materia di diritto del lavoro e diritto sociale. L’anno scorso, la sezione del Baden-Württemberg del sindacato del settore dei servizi, ver.di, il secondo più grande della Germania, ha sostenuto gli appelli a una massiccia partecipazione alla manifestazione contro la guerra del 3 ottobre a Stoccarda. A Monaco è stata avviata un’iniziativa sindacale con lo slogan “Più spesa sociale – meno spesa per le armi!”. Quei colleghi hanno organizzato una manifestazione attraverso i sindacati collegando la questione della spesa militare a quella dello Stato sociale. È stata lanciata un’iniziativa nazionale denominata “Sindacalisti per Cuba”. Il sindacato tedesco del settore dell’istruzione, il GEW, ha intentato in Baviera un’azione legale di interesse pubblico contro la legge sulla promozione della Bundeswehr, che obbliga gli insegnanti a invitare i soldati in classe. Nei nostri sindacati stanno accadendo molte cose. Ciò che manca finora è una struttura organizzativa che riunisca queste esperienze, le generalizzi e organizzi un dibattito strategico sulla questione della guerra.
german-foreign-policy.com: Anche i sindacati stanno diventando molto attivi a livello internazionale. A giugno è in programma a Londra una conferenza internazionale contro la guerra.
Ulrike Eifler: A livello internazionale, i sindacati e le organizzazioni di coordinamento hanno rilasciato alcune dichiarazioni eccellenti e importanti sul genocidio a Gaza, sull’intervento degli Stati Uniti in Venezuela e sui bombardamenti contro l’Iran e il Libano, in violazione del diritto internazionale. Allo stesso tempo, il movimento sindacale sta promuovendo il sostegno a quella grande conferenza internazionale per la pace che si terrà il 20 giugno a Londra. Si tratta già della seconda conferenza di questo tipo. La prima si è tenuta a Parigi nell’ottobre dello scorso anno.
Una rete internazionale di questo tipo è importante perché ci offre l’opportunità di stringere legami, unire le nostre attività e coordinarle in tutta Europa. I sindacati in Belgio hanno ormai dato vita a un movimento forte e stimolante contro i tagli al welfare e il riarmo. In Germania, al contrario, il movimento di protesta sembra essersi arenato. Qui, la tradizione pluridecennale del partenariato sociale ha portato le persone a non sentirsi più in grado di fare nulla a livello personale per determinare un cambiamento. È questo senso di partecipazione che deve essere ripristinato. Tutti questi sviluppi dimostrano che le proteste contro la marcia verso la guerra in Europa si stanno svolgendo in modo disomogeneo, ma si stanno comunque svolgendo. Ovunque. È importante che i sindacalisti tedeschi, in particolare, si rechino a Londra a giugno e traggano idee e ispirazione dall’esperienza internazionale. Penso che noi in Germania abbiamo bisogno della scintilla delle proteste sindacali internazionali per accendere un fuoco nei nostri sindacati.
L’esercito tedesco sta promuovendo l’uso di dati e informazioni per la «guerra dell’informazione». L’obiettivo è quello di «influenzare le reazioni di avversari, alleati e civili».
20
Maggio
2026
BERLINO (Notizia propria) – La Bundeswehr sta promuovendo l’utilizzo di dati e informazioni sia per le operazioni sul campo di battaglia che per le classiche attività di propaganda. Recentemente si è conclusa la manovra Active Volcano 2026, durante la quale circa 300 soldati provenienti da 15 paesi hanno simulato la “guerra dell’informazione” sotto il comando tedesco. L’obiettivo era, tra l’altro, quello di “influenzare le reazioni di avversari, alleati e civili” attraverso la diffusione di informazioni, spiega la Bundeswehr. Già un anno prima, durante Active Volcano 2025, le truppe avevano simulato l’influenza sull’opinione pubblica, «dalla pianificazione strategica alla produzione mediatica» fino alle operazioni di influenza tattico-pratiche. Anche l’economia è coinvolta. Il gruppo aerospaziale Airbus, ad esempio, commercializza un “modello di formazione per la guerra dell’informazione” che “simula un’infosfera completa”, nonché strumenti digitali per la “raccolta e l’analisi dei contenuti sui social network”; si dovrebbe utilizzare la tecnologia Airbus per “neutralizzare” la “disinformazione” già alla fonte. Le opinioni indesiderate vengono specificatamente etichettate come «filorussiche» ed emarginate.
I dati come arma
L’importanza delle «dimensioni dello spazio cibernetico e informativo» (secondo il gergo militare, oltre ai classici teatri operativi terrestri, aerei e marittimi) «è in costante crescita», si legge nella prima strategia militare globale della storia della Repubblica Federale, recentemente pubblicata in forma di estratti.[1] Nella «lotta per le informazioni e i dati», l’esercito tedesco deve «conquistare la supremazia e negarla al nemico». [2] Si tratta, da un lato, dell’utilizzo delle informazioni a fini di propaganda classica e, dall’altro, dell’utilizzo dei dati durante gli attacchi e nei combattimenti. Tali capacità sarebbero «una leva per tutte le altre» forze armate, si afferma; i dati diventerebbero «un’arma». La sovranità sui dati sul campo di battaglia potrebbe «decidere la vittoria o la sconfitta». Alla luce della crescente digitalizzazione della guerra, è difficile «sfuggire alla ricognizione in tempo reale». Il campo di battaglia è ormai da tempo «trasparente»; non esistono più «luoghi sicuri in cui ritirarsi». Allo stesso tempo, si sta verificando una «scomposizione dei confini della guerra»: non esiste più una chiara separazione tra «patria e campo di battaglia, civile e militare, … guerra e pace, nonché combattente e non combattente».
Vulcano attivo 2026
A marzo, circa 300 soldati provenienti da 15 paesi, tra cui la Germania, si sono addestrati alla guerra dell’informazione sotto il comando del Centro di comunicazione operativa della Bundeswehr. Secondo la Bundeswehr, le parole avrebbero il potere di «indebolire la potenza di combattimento del nemico, migliorare la propria percezione della situazione o influenzare la popolazione civile». [3] Chi detiene la «sovranità interpretativa sugli eventi» può «influenzare le reazioni di avversari, alleati e civili». Per questo motivo le cosiddette operazioni di informazione sono «da tempo parte integrante» della strategia militare. La «manipolazione delle informazioni e dell’opinione pubblica» sarebbe «diventata uno strumento importante della guerra», aveva già dichiarato la Bundeswehr in occasione di Active Volcano 2025. [4] All’epoca i soldati si erano esercitati soprattutto nell’influenzare l’opinione pubblica – «dalla pianificazione strategica alla produzione mediatica fino all’influenza tattica», il tutto con l’ausilio dell’intelligenza artificiale (IA), dei social media e delle analisi dei big data.& nbsp;Nell’ambito di Active Volcano 2026, i soldati hanno provato, tra le altre cose, come gestire le campagne sui social media e i “civili che manifestano”. Quest’anno, ha comunicato il tenente responsabile, “per la prima volta sono state utilizzate infrastrutture civili come terreno di esercitazione” per la guerra dell’informazione; con l’esercitazione, la truppa ha teso un ponte mirato verso “l’esercito, la scienza e l’industria”. Un momento clou, riferisce la Bundeswehr, è stata una conferenza “con relazioni sugli sviluppi attuali nella guerra psicologica”.
Sul fronte interno
La Bundeswehr dichiara apertamente di condurre la cosiddetta «guerra dell’informazione» non solo sul campo di battaglia militare, ma soprattutto anche sul fronte interno. Si afferma che Mosca stia già agendo contro la Germania «al di sotto della soglia della guerra» con le cosiddette operazioni ibride; la Russia rappresenterebbe una «minaccia militare strategica globale a livello statale». [5] Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha dichiarato che «spionaggio, atti di sabotaggio, attacchi informatici e campagne di disinformazione» sono ormai all’ordine del giorno.[6] La Bundeswehr dovrebbe «collaborare con tutti gli strumenti di potere dello Stato» per contrastare l’«influenza russa» anche sul territorio nazionale con una «resilienza dell’intera società».
«Modulo formativo sulla guerra dell’informazione»
Secondo la Bundeswehr, nella guerra in un mondo digitalizzato «non esistono più confini netti tra fonti di informazione civili e militari».[7] Questa sarebbe una lezione appresa dalla guerra in Ucraina. Lì «non sono solo i soldati, ma anche i civili a fornire dati preziosi, spesso registrati con lo smartphone e condivisi sui social media». Il colosso franco-tedesco-spagnolo dell’industria della difesa Airbus commercializza già un «modulo di formazione per la guerra dell’informazione che simula un’infosfera completa», nonché strumenti digitali, tra l’altro, per la «raccolta e l’analisi di contenuti sui social network», compresa «l’analisi di account e profili» e la «caratterizzazione delle impronte digitali delle persone». [8] In un video promozionale del gruppo si afferma che bisognerebbe «unirsi ad Airbus» e «neutralizzare» la disinformazione già alla fonte.
«Slogan filorussi»
Oltre alla Bundeswehr, anche i servizi segreti e la polizia sono attivi nella lotta contro l’influenza russa, sia essa reale o anche solo presunta. L’Ufficio federale di polizia criminale (BKA), l’Ufficio per la protezione della Costituzione e il Servizio di controspionaggio militare (MAD) mettono infatti in guardia i cittadini dal diventare agenti dello Stato russo. [9] Il reclutamento inizia solitamente in modo innocuo, «per lo più con una chat sui canali dei social media o sui servizi di messaggistica. Magari con uno scambio di opinioni su come ci si pone nei confronti dello Stato tedesco». Chi si lascia coinvolgere in «contatti di questo tipo» rischia «di essere coinvolto in attività di intelligence come lo spionaggio o il sabotaggio e di essere perseguito penalmente per questo»; l’ignoranza non protegge da pene più severe. In caso di contatti sospetti, il BKA e i servizi segreti invitano i cittadini tedeschi a «rivolgersi all’Ufficio federale per la protezione della Costituzione per la propria sicurezza personale e quella del nostro Paese» – ad esempio in caso di una richiesta in cui si chiede se sia possibile «diffondere slogan filo-russi». In questo contesto, è già considerato sospetto chiunque svolga presunte «attività di propaganda» che possano essere interpretate come filorussiche – proprio come, ad esempio, le critiche all’espansione della NATO verso est vengono spesso delegittimate come presunta «propaganda russa». In questo modo, la difesa dalla presunta o effettiva disinformazione russa si rivolge sempre anche contro la libertà di espressione della propria popolazione (come riportato da german-foreign-policy.com [10]). Con lo slogan della guerra dell’informazione, lo Stato tedesco contribuisce a spingere in avanti la dissoluzione dei confini della guerra e confonde non solo il confine tra soldato e civile, ma anche quello tra critico interno e agente straniero.
A causa di divergenze interne, il governo federale rischia di ritardare la prevista quotazione in borsa del costruttore franco-tedesco di carri armati KNDS. Se il blocco dovesse protrarsi, la Francia minaccia di procedere da sola. La controversia si sta inasprendo.
19
Maggio
2026
BERLINO/PARIGI (Notizia propria) – La prevista quotazione in borsa del costruttore franco-tedesco di carri armati KNDS sta causando nuove tensioni tra Berlino e Parigi. KNDS, nata più di dieci anni fa dalla fusione dei produttori di armi Krauss-Maffei Wegmann (KMW) dalla Germania e Nexter dalla Francia, dovrebbe essere quotata in borsa entro luglio. Parigi fa pressione: vuole evitare qualsiasi coinvolgimento con la campagna elettorale presidenziale, che dovrebbe iniziare in autunno. Berlino, però, frena: il governo federale non riesce a decidere se – come lo Stato francese – vuole detenere il 40% di KNDS o preferisce solo il 30%; si parla anche del 25,1%. Poiché l’inerzia di Berlino rischia di compromettere l’intera quotazione in borsa, KNDS sta ora valutando di procedere senza la partecipazione dello Stato tedesco. In questo contesto, i gruppi dell’industria della difesa di altri paesi potrebbero acquisire partecipazioni; si dice, ad esempio, che la Francia stia valutando il coinvolgimento del gruppo italiano Leonardo, mentre anche il Czechoslovak Group (CSG), un produttore di munizioni di Praga, ha manifestato interesse a entrare nel capitale. Inoltre, le accuse di corruzione rischiano di compromettere seriamente l’operazione di quotazione in borsa.
La quotazione in borsa di KNDS
KNDS è nata nel 2015 dalla fusione tra il costruttore di carri armati tedesco Krauss-Maffei Wegmann (KMW) e la francese Nexter. KMW era nota, tra l’altro, per il carro armato da combattimento Leopard 2 e il veicolo da trasporto corazzato Boxer, mentre Nexter era nota per il carro armato da combattimento Leclerc e l’obice Caesar. La joint venture ha la sua sede formale, come il gruppo franco-tedesco Airbus, nei Paesi Bassi: Airbus a Leida, KNDS ad Amsterdam. Finora lo Stato francese da un lato e la Wegmann-Holding dall’altro detengono ciascuno il 50%; nella Wegmann-Holding si sono unite le famiglie proprietarie Bode e Braunbehrens, che controllavano rigorosamente KMW. La quotazione in borsa di KNDS è in programma già da tempo; la Wegmann-Holding è pronta a vendere interamente la propria quota. In questo contesto, il governo federale attribuisce particolare importanza al fatto che Germania e Francia mantengano un’influenza il più possibile paritaria anche dopo la quotazione in borsa. Finora KMW e Nexter continuano a produrre i loro prodotti tradizionali nei rispettivi stabilimenti nazionali, con una quota maggiore attribuibile a KMW (70%). Berlino teme di perderne il controllo. Si dice che la Francia potrebbe ottenere un accesso eccessivo, ad esempio, al Leopard 2 e alla tecnologia in esso contenuta.[1]
Il 40, il 30 o il 25,1 per cento?
In vista della quotazione in borsa, a Parigi si prevede di cedere una quota del 10% delle azioni KNDS e di mantenere una quota del 40% di proprietà dello Stato. Berlino, invece, sebbene la quotazione sia prevista per il mese prossimo e i proprietari tedeschi, lo Stato francese e KNDS insistano su questa data, non ha ancora preso una decisione in merito alla propria quota. Secondo quanto riportato, il ministro della Difesa Boris Pistorius spinge per l’acquisizione del 40% delle azioni, al fine di raggiungere la completa parità con la Francia. La ministra dell’Economia Katherina Reiche e la Cancelleria federale, invece, per ridurre i costi, propendono per una quota di solo il 30%: secondo quanto affermato, ciò sarebbe sufficiente, ai sensi del diritto olandese, per ottenere i diritti di controllo desiderati. [2] Il nuovo presidente del consiglio di amministrazione di KNDS, Thomas Enders, sostiene addirittura una quota di solo il 25,1%. Enders, ex presidente del consiglio di amministrazione di Airbus, può far valere il fatto che lo Stato tedesco e quello francese detengono una quota inferiore all’11% in Airbus; se si riuscisse a convincere Parigi a ridurre la sua quota di partecipazione in KNDS, si potrebbe mobilitare più capitale privato, si dice. Durante il suo mandato in Airbus, Enders era riuscito a far approvare un allineamento delle quote di partecipazione statali.
Mi si sta esaurendo la pazienza
L’incapacità del governo federale di trovare un accordo sulla quota di KNDS rischia ora di far fallire il calendario dell’intera quotazione in borsa. Raggiungere un accordo interno entro l’estate sarebbe «estremamente ambizioso», si legge in un documento interno citato di recente dal quotidiano Handelsblatt.[3] Una quotazione in borsa solo in autunno è tuttavia respinta sia dallo Stato francese che dalle famiglie proprietarie tedesche; mentre queste temono che il valore di borsa di KNDS – attualmente stimato in 20 miliardi di euro – possa diminuire nel corso dell’anno, come è successo di recente a Rheinmetall, riducendo il valore di vendita della loro quota, Parigi vuole concludere l’accordo prima dell’inizio della campagna elettorale presidenziale, prevista dopo la pausa estiva. Già ad aprile il presidente del consiglio di amministrazione Enders aveva esercitato pressioni; da parte di KNDS si fa notare che il governo federale era stato informato dei piani per la quotazione in borsa dell’azienda sin dall’inizio del 2025 e che quindi ha avuto tempo sufficiente per prendere una decisione. [4] Venerdì, il presidente del consiglio di amministrazione di KNDS, Jean-Paul Alary, ha aumentato la pressione e, in una dichiarazione rilasciata «alla luce delle speculazioni dei media su un possibile ritardo della quotazione in borsa», ha comunicato che si manterrà il calendario originario.[5] Il governo federale rischia quindi di rimanere a mani vuote.
Persone interessate provenienti da paesi terzi
La situazione si complica in quanto, secondo alcune notizie, anche altre aziende del settore della difesa sarebbero interessate all’acquisto di azioni KNDS. Da un lato, si dice che la Francia stia valutando la possibilità di convincere l’azienda italiana Leonardo a entrare nel capitale; ciò potrebbe portare a una predominanza franco-italiana in KNDS. [6] D’altro canto, il Financial Times riferisce che anche il Czechoslovak Group (CSG) di Praga – poco conosciuto nell’Europa occidentale – starebbe valutando l’acquisto di quote. Il CSG produce munizioni e, grazie a ingenti forniture all’Ucraina, è riuscito ad aumentare il proprio fatturato dal 2023 al 2024 del 193 per cento, portandolo a 3,63 miliardi di dollari USA. In particolare, ha beneficiato dell’iniziativa ceca sulle munizioni, per la quale il presidente Petr Pavel ha raccolto donazioni per miliardi; con quei soldi sono state pagate le munizioni che, tra l’altro, il CSG ha poi esportato a Kiev. L’azienda si è già classificata al 46° posto nella classifica SIPRI delle maggiori aziende di armamenti per il 2024, appena dietro KNDS (42° posto). L’azienda è in espansione, ha acquisito, tra l’altro, il produttore statunitense di munizioni The Kinetic Group e ora, a quanto si dice, è in trattativa con la holding Wegmann per l’acquisizione di quote.[7] Ciò porrebbe fine, ovviamente, al controllo esclusivo franco-tedesco su KNDS.
Accuse di corruzione
L’imminente quotazione in borsa è inoltre oscurata da accuse di corruzione. Si tratta della vendita, avvenuta nel 2013, di 62 carri armati da combattimento Leopard 2 e di 24 obici corazzati PzH 2000 al Qatar. Il prezzo di acquisto è stato stimato in circa 1,89 miliardi di euro. Secondo quanto riportato, all’epoca KMW – l’accordo è stato concluso ben prima della fusione con KNDS – ha ingaggiato la società qatariota Kingdom Projects come intermediario, versandole 85 milioni di euro per aggiudicarsi l’appalto. [8] All’epoca Kingdom Projects era controllata al 75% dallo sceicco Ahmed bin Nasser al Thani, vicecapo di stato maggiore dei servizi segreti militari del Qatar e membro della famiglia regnante di Doha; il restante 25% apparteneva al figlio di Al Thani. KNDS dichiara di aver avviato un’indagine sulla questione per chiarire le accuse. Secondo quanto riportato, la società di revisione PwC prende la questione così sul serio da sospendere la certificazione del bilancio annuale 2025 di KNDS.[9] Non è chiaro se, in queste circostanze, la quotazione in borsa potrà avvenire come previsto.
[1] Julia Löhr, Niklas Záboji: Il governo tiene in sospeso i produttori di carri armati. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 16 maggio 2026.
[2] Markus Fasse, Martin Greive, Julian Olk, Frank Specht: L’ingresso dello Stato federale nel capitale del costruttore di carri armati KNDS è in bilico. handelsblatt.com, 7 maggio 2026.
[3] KNDS aumenta la pressione sul governo federale. handelsblatt.com, 11 maggio 2026.
[4] Anne-Sylvaine Chassany, Laura Pitel, Leila Abboud, Aaron Kirchfeld, Sylvia Pfeifer: Il produttore di carri armati KNDS sollecita Berlino a decidere in merito all’acquisizione di una partecipazione prima dell’IPO. ft.com, 10 maggio 2026.
[5] Julia Löhr, Niklas Záboji: Il governo tiene in sospeso i produttori di carri armati. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 16 maggio 2026.
[6] Markus Fasse, Martin Greive, Julian Olk, Frank Specht: L’ingresso dello Stato federale nel costruttore di carri armati KNDS è in bilico. handelsblatt.com, 7 maggio 2026.
[7] Aaron Kirchfeld, Sylvia Pfeifer: Il gruppo ceco del settore della difesa mette alla prova Berlino e Parigi con un’offerta per una partecipazione nel produttore di carri armati KNDS. ft.com, 13 maggio 2026.
[8] Sven Becker, Friederike Röhreke, Sara Wess: Nuove prove di tangenti verso il Qatar. spiegel.de, 15 gennaio 2026.
[9] Sven Becker, Martin Hesse, Gerald Traufetter, Sara Wess: Il costruttore di carri armati KNDS vuole quotarsi in borsa. Ma c’è questo sospetto di corruzione. spiegel.de, 29 aprile 2026.
Intervista a Hannes Kramer sugli scioperi scolastici contro il servizio militare obbligatorio, sull’influenza che le crisi e le prospettive future sempre più cupe esercitano sulla giovane generazione, nonché sui casi di intervento da parte dello Stato contro gli scioperi scolastici.
08
Maggio
2026
AACHEN German-foreign-policy.com ha intervistato Hannes Kramer in merito al movimento di sciopero scolastico, che per oggi, venerdì, ha indetto il terzo sciopero scolastico a livello nazionale. Kramer è uno dei portavoce degli scioperi scolastici contro il servizio militare obbligatorio, durante i quali, il 5 dicembre 2025 e il 5 marzo 2026, circa 55.000 studenti hanno protestato contro la legge di modernizzazione del servizio militare obbligatorio e la minaccia di una sua reintroduzione. Essi chiedono non solo l’abolizione del servizio militare obbligatorio e delle visite di leva, ma anche che le ingenti somme attualmente destinate agli armamenti vengano invece utilizzate per l’istruzione e il sociale. Gli scioperi scolastici sono sempre più sotto pressione da parte delle autorità statali; nel frattempo persino l’Ufficio per la protezione della Costituzione – i servizi segreti interni tedeschi – contatta gli studenti che si impegnano negli scioperi, compresi i minorenni. Kramer ricorda che la giovane generazione che protesta contro il servizio militare obbligatorio è fortemente segnata dall’esperienza di numerose crisi. Oltre alla sua attività nell’ambito degli scioperi scolastici, è membro della SDAJ e del DKP.
german-foreign-policy.com: Gli scioperi scolastici sono scoppiati proprio sul tema del servizio militare obbligatorio. Anche dopo l’approvazione della legge di modernizzazione del servizio militare obbligatorio, questo tema rimane al centro del movimento?
Hannes Kramer: Esatto, il nostro tema principale rimane il servizio militare obbligatorio. È il grande denominatore comune su cui si basano le proteste. La grande maggioranza degli studenti scende in piazza perché rifiuta il servizio militare obbligatorio, anzi, perché non vuole nemmeno essere sottoposta alla visita di leva. È vero che con la legge di modernizzazione del servizio militare obbligatorio quest’ultimo non è stato ancora reintrodotto completamente. Il governo sta valutando: fino a che punto ci si può spingere? Quando si potrà riattivare il servizio militare obbligatorio in tutta la sua portata? Quali passi bisogna compiere per farlo? A nostro avviso, la legge di modernizzazione del servizio militare obbligatorio è chiaramente un passo in questa direzione, e in questo senso si esprimono ripetutamente anche i politici quando dicono, in sostanza: se non riusciamo a ottenere abbastanza soldati sulla base della volontarietà, allora ricorreremo alla frusta. Questo contesto preoccupa molto gli studenti.
Alla motivazione individuale di non voler essere sottoposti alla visita di leva, di non voler essere costretti al servizio militare, di non voler combattere, uccidere e, nel peggiore dei casi, morire per il governo federale – a questa motivazione fondamentale si aggiungono ora anche altri fattori. La minaccia di reintrodurre il servizio militare obbligatorio si inserisce in una serie di altre misure, in attacchi allo Stato sociale, alle reti di sicurezza sociale, in una crescente militarizzazione ideologica e, non da ultimo, nel più forte riarmo dalla Seconda Guerra Mondiale. La nostra generazione – i giovani di età compresa, diciamo, tra i 16, 17 anni e i vent’anni – negli ultimi anni ha conosciuto solo periodi di crisi. Si è iniziato con la crisi climatica, che è ancora molto presente nella coscienza di molti; è proseguita con la crisi del coronavirus, la cui gestione è stata sostenuta in modo particolare proprio sulle spalle dei giovani; da anni la situazione della sicurezza globale si aggrava sempre più con le guerre in tutto il mondo e il coinvolgimento della Repubblica Federale; e naturalmente, a livello più quotidiano, c’è una chiara consapevolezza del fatto che le scuole sono in condizioni estremamente fatiscenti e che, in generale, le nostre prospettive future peggiorano sempre di più.
german-foreign-policy.com: E la politica attuale non fa proprio sperare in un miglioramento…
Hannes Kramer: Il governo federale – come del resto già quello precedente – non fa nulla nell’interesse dei giovani. Per noi è un colpo basso dopo l’altro. Uno di questi è l’attuale dibattito sul servizio militare obbligatorio. È stato proprio questo il punto in cui molti hanno detto: ora basta. Il servizio militare obbligatorio è, come detto, ancora oggi l’elemento centrale contro cui si uniscono gli studenti. Tuttavia, già dopo il primo grande sciopero abbiamo ampliato le nostre richieste. Oltre al punto centrale, ovvero che la legge di modernizzazione del servizio militare obbligatorio deve sparire e che tutti i passi verso il servizio obbligatorio devono essere respinti, abbiamo chiesto che le enormi somme di denaro che ora vengono investite negli armamenti e nella militarizzazione debbano essere destinate all’istruzione e al sociale, che ci sia disarmo invece che riarmo e che si negozi invece di sparare. Abbiamo anche l’obiettivo di ampliare il mandato politico degli studenti; lottiamo affinché non ci sia più propaganda di guerra nelle scuole, ma piuttosto consulenza in materia di obiezione di coscienza. Da tempo, quindi, avanziamo richieste che vanno ben oltre il semplice dibattito sul servizio militare obbligatorio. Perché il servizio militare obbligatorio è parte integrante della preparazione alla guerra, e noi ci opponiamo a questo.
german-foreign-policy.com: Qual è l’umore generale tra gli studenti? Una maggioranza di loro si opporrebbe alla reintroduzione del servizio militare obbligatorio nella sua forma integrale?
Hannes Kramer: La mia impressione è che la maggior parte delle persone guardi al servizio militare obbligatorio con grande riluttanza. Naturalmente nelle classi ci sono sempre singoli studenti o piccoli gruppi che dicono: «No, il servizio militare obbligatorio è la mossa giusta, dobbiamo poter difendere noi stessi e i nostri valori». In questi casi si sentono ripetere alla lettera i punti centrali della propaganda ufficiale del governo; alcuni credono proprio alle narrazioni secondo cui il servizio militare obbligatorio sarebbe “necessario”. La maggioranza, però, lo rifiuta. Ci sono sondaggi che riportano cifre diverse; si aggira comunque intorno al 70 per cento dei giovani che rifiutano il servizio militare obbligatorio. E gli scioperi dimostrano che in molte scuole, e persino in molte classi, ci sono almeno alcuni studenti, spesso anche un numero maggiore, che affermano a voce alta: «Rifiutiamo il servizio militare obbligatorio non solo per istinto, ma anche per ragioni politiche; ci organizziamo contro di esso e ne discutiamo con i nostri compagni e compagne di classe».
Penso che sia importante. Infatti, stiamo già constatando che, pur essendoci un rifiuto di fondo del servizio militare obbligatorio, spesso si sente dire: «Troviamo che tutto ciò che sta accadendo sia grave, ma tanto non possiamo comunque dire la nostra, né partecipare alle decisioni». Nel movimento di sciopero scolastico cerchiamo di far capire alle persone che invece si può fare qualcosa. Puoi organizzarti nel comitato di sciopero, puoi lottare all’interno del tuo consiglio studentesco affinché prenda una decisione politica e dichiari: la nostra scuola, il nostro consiglio studentesco sostiene gli scioperi. Gli scioperi hanno ora il compito di promuovere questa consapevolezza, allontanandosi dalla rassegnazione per arrivare a un atteggiamento risoluto: ci impegneremo per i nostri obiettivi e smetteremo solo quando il nuovo servizio militare e la coscrizione obbligatoria saranno stati cancellati.
german-foreign-policy.com: Tornando a considerare l’insieme degli studenti, qual è l’atteggiamento della maggioranza nei confronti degli scioperi scolastici? Cosa prevale: l’approvazione, l’indifferenza o addirittura il rifiuto? Gli scioperanti subiscono pressioni all’interno delle loro classi?
Hannes Kramer: Dipende molto dalla scuola in questione, anzi, addirittura dalla classe specifica. Ci sono sicuramente scuole o classi in cui chi si espone durante gli scioperi incontra resistenze. La mia impressione, però, è che questo – se mai – provenga soprattutto dagli insegnanti. Non è un’osservazione univoca; abbiamo anche molti alleati tra gli insegnanti. Alcuni dicono esplicitamente che non vogliono che i loro studenti vengano sottoposti a visite mediche; altri dicono di sostenere il fatto che scioperiamo e ci opponiamo alla militarizzazione. In generale mi sembra che, accanto a un numero crescente di studenti politicizzati, ce ne sia un numero maggiore di altri che, pur sostenendoli nella loro opposizione al servizio militare obbligatorio, non sono ancora pronti a dire che rifiutano la preparazione alla guerra del governo tedesco. Tuttavia, alcuni studenti e soprattutto insegnanti e genitori sostengono invece che la politica del governo federale sia in realtà la strada giusta da seguire.
german-foreign-policy.com: Queste posizioni sono sostenute anche dagli ufficiali incaricati delle relazioni con i giovani, che la Bundeswehr invia regolarmente nelle scuole. Se ne parla nell’ambito del movimento di sciopero?
Hannes Kramer: Sì, è sicuramente un tema importante per noi, e lo sarà anche durante il prossimo sciopero. Riteniamo che alcuni passi significativi potrebbero essere l’offerta di consulenza sulle obiezioni di coscienza nelle scuole o anche la messa in discussione della presenza di ufficiali della Bundeswehr. Durante la nostra conferenza sullo sciopero abbiamo deciso di lottare per scuole libere dalla Bundeswehr e quindi di vietare ai militari in mimetica di entrare nei nostri cortili scolastici. E se questo viene ignorato, vogliamo semplicemente metterlo in pratica noi stessi e disturbare la Bundeswehr tenendola fuori. Qui in Bassa Sassonia, dove vivo, abbiamo il terzo maggior numero di presenze di ufficiali della gioventù nelle scuole a livello nazionale. Non solo si presentano in uniforme e ricorrono a effetti scenografici, facendo indossare agli studenti elmetti dell’esercito o cose simili. Sempre più spesso si comportano anche come attori apparentemente neutrali, offrono lezioni di educazione civica e suggeriscono che l’esercito sia praticamente un datore di lavoro giovane e dinamico, che in realtà si impegna solo per la pace e la democrazia, ma – beh, ogni cassetta degli attrezzi ha bisogno di un martello, e in caso di necessità qualcuno deve pur tirare fuori il carro dal fango. È così che si presentano sempre più spesso: apparentemente orientati alla diplomazia, ma in qualche modo messi in una stupida situazione di necessità, costretti in determinate circostanze a far valere gli interessi dello Stato tedesco in tutto il mondo con la forza delle armi. In ogni scuola in cui riusciremo a impedirlo in futuro, sarà un successo gigantesco.
Forse ancora due punti. Il primo: di norma, gli ufficiali giovani non vogliono sapere nulla della tradizione delle forze armate tedesche, che risale ben oltre il 1945. E il secondo: la Germania è uno dei pochissimi paesi al mondo a reclutare minori di 18 anni. Guardiamo a questo fenomeno con grande preoccupazione, e ciò contribuisce alla nostra critica nei confronti dell’invio di ufficiali giovani nelle scuole.
german-foreign-policy.com: Si sente spesso parlare di provvedimenti disciplinari nei confronti di studenti che partecipano agli scioperi o che fanno sentire la propria voce in altri modi. Mi viene in mente una battuta sul Cancelliere federale e su un classico alimento della colazione tedesca…
Hannes Kramer: È vero, le misure punitive sono all’ordine del giorno. Abbiamo visto casi in cui gli studenti sono stati chiusi dentro; semplicemente, è stato chiuso il cancello della scuola. Ci capita che vengano inviate lettere ai genitori, che gli studenti vengano convocati in sala professori, dove poi viene loro detto: sappiamo che sei molto attivo nel movimento di sciopero; noi non lo appoggiamo. Poi ci sono stati casi in cui gli studenti sono stati perseguiti dalla polizia perché durante le manifestazioni portavano cartelli con scritte del tipo “Merz, muori tu stesso sul fronte orientale”. Si nota chiaramente che attualmente si sta stringendo la morsa; si percepisce l’atteggiamento: che dicano pure la loro opinione, magari anche due volte, ma poi basta, altrimenti è un disturbo. Questo sviluppo si avverte in modo piuttosto evidente.
Un esempio è il fatto che, nel frattempo, gli studenti impegnati nel movimento di sciopero sono stati contattati dai servizi di sicurezza. Se vogliamo, questo è un buon segno per noi, per il movimento di sciopero, perché ci rendiamo conto che stiamo ottenendo ciò che vogliamo, e questo suscita resistenza tra coloro che sostengono il servizio militare obbligatorio. Tuttavia, proprio le attività dei servizi di sicurezza contro gli studenti che si attivano politicamente dimostrano come stanno realmente le cose, nel momento del bisogno, riguardo alla partecipazione democratica che tutti invocano.
Ciò a cui assistiamo sempre più spesso è anche il tentativo di etichettare il movimento come di estrema sinistra. Naturalmente anche le organizzazioni giovanili politiche partecipano agli scioperi, ma in un ruolo di sostegno al movimento di sciopero o perché sono essi stessi studenti. Dall’esterno, alcuni circoli interessati si lamentano di tanto in tanto del fatto che, ad esempio, io – sono una delle portavoce degli scioperi – sia membro della SDAJ. Non ho mai cercato di nasconderlo; basta semplicemente cercarlo su Google. Ora però questo dovrebbe servire da pretesto per delegittimare il movimento di sciopero. Ma non funziona: agli studenti non interessa affatto se qualcuno è organizzato nella SDAJ, nella Linksjugend [‘solid] o altrove. E naturalmente, come comunista, lotto contro la guerra e il servizio militare obbligatorio e per questo mi impegno nel movimento di sciopero scolastico.
Va anche detto che, oltre alla repressione, ci sono anche tentativi di distrarre l’attenzione. Ad esempio, gli insegnanti potrebbero dire: «Avete già protestato due volte con gli scioperi; ora inviteremo alcuni deputati del Bundestag, che vi spiegheranno quanto sia fantastica l’UE, e poi potrete porre domande critiche – questo è sicuramente molto più costruttivo per il dibattito rispetto alla vostra protesta». Ho l’impressione che questo fenomeno stia aumentando.
german-foreign-policy.com: Torniamo un attimo all’Ufficio per la protezione della Costituzione: si rivolge anche ai minori di 18 anni?
Hannes Kramer: È proprio così. A Kiel c’è stato un tentativo di approccio nei confronti di un diciottenne e, pochi giorni dopo, una persona con la stessa descrizione ha teso un agguato a una diciassettenne durante il tirocinio scolastico, la quale però si era circondata di colleghi e quindi non è stata avvicinata. Anche i dirigenti scolastici spesso parlano con i quindicenni o i sedicenni e li avvertono di non partecipare più agli scioperi. Molti studenti reagiscono con grande sicurezza. Ma può anche capitare che alcune persone si sentano davvero intimidite. Si nota che si sta cercando di intimidire in modo mirato un movimento che lotta per i propri diritti, contro il servizio militare obbligatorio e contro la militarizzazione. Gli studenti se ne rendono conto molto bene, ma molti ne traggono la conclusione: allora mi impegnerò ancora di più.
german-foreign-policy.com: Il giorno – oggi, venerdì – in cui si svolge il terzo sciopero scolastico è l’8 maggio. Una coincidenza?
Hannes Kramer: No. Il motivo per cui abbiamo scelto proprio l’8 maggio come data è che volevamo creare un collegamento concettuale con l’ultimo – finora – grande tentativo della Germania di aspirare al dominio mondiale. Esistono ancora linee di continuità in tal senso. Tali linee possono essere tracciate, ad esempio, dai circoli industriali che negli anni ’30 non solo hanno massicciamente favorito il fascismo tedesco, ma anche la militarizzazione dell’epoca, traendone profitto diretto come l’IG Farben o la Siemens, fino alle dichiarazioni odierne in cui si afferma che la Germania è la quarta economia mondiale ed è giunto il momento di dare un’impronta militare alla lotta per il proprio “posto al sole”, così come ai profitti di Rheinmetall, che stanno andando alle stelle. Naturalmente oggi non viviamo nel fascismo, ma sono ancora circoli molto simili ad avere interesse nella militarizzazione. A questo punto diciamo: è davvero questa la strada che vogliamo percorrere? O non è forse proprio nostro dovere dire che dobbiamo imparare dalla storia? Guardando alla storia, dovremmo in realtà lottare contro ogni forma di militarizzazione e anche contro un governo che è evidentemente disposto a far valere gli interessi economici anche con mezzi militari. È necessario agire ora contro tutto questo, affinché non ci ritroviamo ancora una volta in una situazione in cui dobbiamo constatare: in realtà avremmo fatto meglio a opporre resistenza prima.
I nuovi dati del SIPRI mostrano che la Germania e l’Europa stanno trainando la corsa agli armamenti a livello mondiale, con aumenti a doppia cifra dei loro bilanci militari. La spesa militare globale ha raggiunto nuovi livelli record nel 2025, mentre la povertà e la fame dilagano.
28
aprile
2026
BERLINO/BRUXELLES (notizia propria) – Con un aumento a due cifre del proprio bilancio militare, la Germania sta alimentando la corsa agli armamenti in Europa; e l’Europa, anch’essa con una crescita a due cifre del bilancio della difesa, sta alimentando la corsa agli armamenti a livello globale. Questa tendenza preoccupante è quantificata nell’ultima analisi sull’andamento della spesa militare mondiale condotta dal SIPRI, l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma. Secondo il SIPRI, la spesa per la Bundeswehr è aumentata del 24% raggiungendo i 114 miliardi di dollari USA nel 2025, mentre la spesa europea per i vari eserciti del continente è cresciuta del 14%. Ciò pone la Germania e gli Stati europei in prima linea nella corsa agli armamenti globale. La spesa militare globale è aumentata del 2,9% raggiungendo i 2.887 miliardi di dollari lo scorso anno. Ciò significa che, per la prima volta, il 2,5% della produzione economica complessiva di tutte le nazioni è stato sperperato in armi, mentre quasi un decimo della popolazione mondiale continua a vivere in condizioni di estrema povertà. Inoltre, le guerre derivanti da questa corsa agli armamenti stanno aggravando la fame e la miseria. In Germania e nell’Unione Europea in generale, si stima inoltre che circa un quinto della popolazione sia a rischio di povertà. I tagli alla spesa sociale incombono mentre la corsa agli armamenti si intensifica.
Record nella spesa globale per le armi
La spesa militare globale, che aveva già raggiunto il livello record di 2.718 miliardi di dollari nel 2024, è aumentata nuovamente lo scorso anno, toccando un nuovo record di 2.887 miliardi di dollari. Questi dati provengono dall’ultima analisi dell’istituto di ricerca SIPRI con sede a Stoccolma, pubblicata ieri, lunedì. Essa documenta l’undicesimo aumento su base annua dal 2015 – l’anno immediatamente successivo all’escalation del conflitto in Ucraina. Il fatto che l’aumento del 2015 non abbia eguagliato il 9,7% del 2024 (scendendo a solo il 2,9%) è un caso anomalo causato dagli sviluppi negli Stati Uniti. La spesa militare di Washington è diminuita del 7,5% principalmente perché l’amministrazione Trump ha posto fine al sostegno militare all’Ucraina. Se si esclude il caso degli Stati Uniti, la spesa militare globale è aumentata del 9,2% nel 2025, quasi quanto la cifra del 2024. Nel complesso, i fondi messi a disposizione in tutto il mondo per le forze armate sono aumentati del 41% tra il 2016 e il 2025. La quota militare del prodotto economico globale è salita al 2,5%, segnando un altro triste record.[1]
Lotta di potere in Asia
Il SIPRI segnala un aumento significativo della spesa per la difesa nella regione dell’Asia e del Pacifico, che nel 2025 è cresciuta dell’8,1% raggiungendo i 681 miliardi di dollari. Secondo i dati del SIPRI, la Cina ha aumentato la propria spesa del 7,4% arrivando a 336 miliardi di dollari, pari all’1,7% del proprio prodotto interno lordo (PIL). [2] Ma la spesa è cresciuta in modo ancora più marcato tra gli alleati regionali dell’Occidente nella loro lotta di potere contro la Repubblica Popolare. L’India, ad esempio, ha speso 92,1 miliardi di dollari per le sue forze armate nel 2025, con un aumento dell’8,9% rispetto al 2024. Il Giappone ha aumentato la propria spesa militare del 9,7% a 62,2 miliardi di dollari. Il SIPRI sottolinea che Tokyo ha acquistato armi a lungo raggio come i missili da crociera, oltre a nuovi sistemi di ricognizione progettati per generare dati sui bersagli per tali armi. Da parte sua, Taiwan ha aumentato il proprio bilancio della difesa di circa il 14% a 18,2 miliardi di dollari. Un dato sorprendente è che, allo stesso tempo, la quota statunitense della spesa militare globale è enorme ma è diminuita. Si attestava al 39% nel 2020, ma si è ridotta a poco più del 33% nel 2025. La situazione potrebbe cambiare. Il presidente Trump sta attualmente cercando di aumentare il prossimo bilancio della difesa statunitense fino a un livello record di 1,5 trilioni di dollari.
La forza motrice
La forza trainante evidente della militarizzazione globale è l’Europa: il continente, osserva il SIPRI, ha registrato un aumento del 14% della spesa militare nel 2025. I due Stati in conflitto, Russia e Ucraina, hanno contribuito a questo aumento in misura diversa. Mentre la Russia ha aumentato la propria spesa del 5,9%, raggiungendo una cifra stimata di 190 miliardi di dollari, quella dell’Ucraina è cresciuta del 20%, arrivando a 84,1 miliardi. Per l’Europa nel suo complesso, i bilanci militari aggregati hanno raggiunto gli 864 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra significativamente superiore ai bilanci della difesa della regione Asia-Pacifico (681 miliardi). La spesa combinata per la difesa dei soli Stati membri europei della NATO si è attestata a quasi 559 miliardi, con un aumento del 23,1% rispetto al 2024. Ed è destinata a crescere ancora più rapidamente. La NATO ha ufficialmente impegnato i propri membri a spendere il 5% del loro PIL per la difesa entro il 2035. Tale cifra si suddivide in un 3,5% destinato direttamente alle forze armate e un 1,5% a scopi correlati, tra cui l’espansione delle infrastrutture militari. I trentadue Stati membri della NATO da soli hanno speso ben 1.581 miliardi di dollari per le loro forze armate nel 2025, rappresentando il 55% del totale globale.
Numero uno in Europa
Il principale motore dell’aumento degli armamenti in Europa lo scorso anno è stata la Germania, e si prevede che la situazione rimanga invariata nei prossimi anni. Le statistiche del SIPRI mostrano che nel 2025 la Germania ha aumentato la propria spesa militare di ben il 24 per cento, raggiungendo i 114 miliardi di dollari. Si tratta del terzo anno consecutivo di crescita percentuale a doppia cifra. È probabile che seguiranno ulteriori aumenti. Il governo tedesco punta a destinare il 3,5% del PIL tedesco alla Bundeswehr entro il 2029. Lo scorso anno, la cifra si attestava al 2,3% – la prima volta dal 1990 che superava la soglia del 2%. Raggiungere l’obiettivo promesso del 5% è reso leggermente più facile in termini percentuali dal fatto che il PIL tedesco di fatto non sta più crescendo o sta addirittura diminuendo. Ma nonostante le difficoltà economiche, Berlino prevede di raggiungere un bilancio militare annuo di oltre 150 miliardi di euro nel 2029. Si tratterebbe di quasi il doppio di quanto la Francia punta attualmente a raggiungere entro il 2030 (76,3 miliardi di euro). Il bilancio della difesa dell’Italia, il paese con la terza economia più grande dell’UE, si è attestato a circa 35,5 miliardi di euro nel 2025. Non è chiaro se e come Roma possa aumentarlo. La Germania sta quindi rapidamente superando tutti i suoi rivali nell’UE.
Povertà e fame
Mentre la Germania e l’Europa svolgono un ruolo di primo piano nel promuovere la militarizzazione globale, le Nazioni Unite hanno messo in luce la situazione di estrema povertà. Circa 808 milioni di persone in tutto il mondo vivono ancora in condizioni di estrema povertà, pari al 9,9% della popolazione mondiale.[3] Con l’aumento del costo della vita, la soglia utilizzata come parametro di riferimento non è più di 2,15 dollari, ma di 3,00 dollari al giorno. Secondo il Global Hunger Index, la fame nel mondo è «appena diminuita» dal 2016. E questo fallimento coincide con l’attuale ondata di militarizzazione. Inoltre, «i conflitti armati rimangono la principale causa della fame».[4] Anche nell’UE, secondo i dati Eurostat, nel 2024 93,3 milioni di persone erano a rischio di povertà o esclusione sociale. Si trattava di ben il 21 per cento della popolazione. Per la Germania, Eurostat calcola un tasso di povertà pari al 21,1 per cento della popolazione. [5] La percentuale di bambini e giovani di età inferiore ai diciotto anni a rischio di povertà o di esclusione sociale raggiungeva il 21,4 per cento nell’UE e il 23,5 per cento in Germania. [6] Per facilitare il rapido potenziamento degli armamenti, in tutta Europa sono attualmente in fase di preparazione o sono già stati attuati drastici tagli ai bilanci sociali e alle pensioni. Solo pochi giorni fa, il Cancelliere federale Friedrich Merz ha annunciato piani per ridurre le pensioni a un semplice «livello di protezione di base».[7] A seguito delle proteste, ha affermato che ciò in qualche modo non implicava un taglio delle pensioni. Non vi è ora alcun dubbio, tuttavia, che l’aumento della povertà causato dalla spesa militare sia inevitabile.
[1] I dati riportati qui e di seguito sono tratti da: Trends in World Military Expenditure, 2025. Scheda informativa del SIPRI. Solna, aprile 2026.
[2] È difficile effettuare un confronto perché, nel caso della Cina, il SIPRI include nel bilancio delle forze armate anche le spese destinate a scopi militari che figurano sotto altre voci di bilancio. Ciò non avviene invece nel caso degli Stati occidentali.
[3] Porre fine alla povertà in tutte le sue forme ovunque. unstats.un.org.
[4] 20 anni di progressi: è tempo di rinnovare l’impegno per l’obiettivo “Fame zero”. globalhungerindex.org.
[5], [6] Hermine Donceel: Mappa dell’UE: quanto è grave la povertà nell’Unione europea? euranetplus-inside.eu, 17 ottobre 2025.
[7] La pensione statale come «copertura di base»: cosa significa per i giovani. tagesschau.de, 26 aprile 2026.
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Per decenni, la Repubblica Federale di Germania si è presentata al mondo come un sistema parlamentare stabile, fondato su moderazione costituzionale, equilibrio federale e prudenza storica. Gli osservatori stranieri sentivano spesso dire che la Germania moderna possedeva protezioni insolitamente forti contro l’estremismo politico, poiché i traumi del ventesimo secolo avrebbero presumibilmente prodotto una cultura politica incentrata sulle “garanzie democratiche”. Eppure, più si analizza la struttura dello Stato tedesco, più emerge chiaramente un’altra realtà: il sistema contiene potenti meccanismi di emergenza progettati per disciplinare le regioni ribelli, neutralizzare le minacce politiche e preservare la continuità ideologica ogniqualvolta l’establishment al potere si senta in pericolo.
Uno di questi meccanismi porta il nome tecnico di Bundeszwang , ovvero “coercizione federale”. Un altro è etichettato in modo più blando come Bundesintervention , ovvero “intervento federale”. Al di fuori della Germania, quasi nessuno ha mai sentito parlare di questi concetti. Persino all’interno della Germania, sono rimasti oscuri per decenni perché la classe politica non ne ha mai avuto bisogno. Il consenso ha dominato il paese. Le elezioni hanno cambiato volti, slogan e colori delle coalizioni, mentre l’orientamento ideologico generale è rimasto stabile. La politica migratoria si è ampliata. L’integrazione europea si è approfondita. La politica estera atlantista si è irrigidita. La globalizzazione economica ha accelerato. Emittenti pubbliche, università, tribunali e fondazioni di partito si sono mossi nella stessa orbita ideologica. L’opposizione esisteva entro confini attentamente definiti.
Poi è arrivata l’ascesa di Alternativa per la Germania (AfD).
Per i lettori stranieri che non hanno familiarità con la politica tedesca, l’AfD è nata come partito euroscettico durante la crisi dell’euro e si è gradualmente trasformata in un più ampio movimento di opposizione nazionalista incentrato su immigrazione, sovranità, identità culturale, politica energetica e critica all’élite di governo. Nel tempo, soprattutto nella Germania dell’Est, il partito si è sviluppato in una forza politica di massa in grado di competere per il potere statale. In diversi Länder orientali, l’AfD gode ora di un livello di sostegno che i partiti tradizionali dell’establishment un tempo ritenevano impossibile. Questo sviluppo ha terrorizzato l’establishment politico tedesco molto più di quanto avrebbe mai potuto fare qualsiasi movimento di protesta marginale, perché ha rivelato qualcosa di più profondo: milioni di tedeschi comuni avevano smesso di credere alla narrazione ufficiale sul futuro del paese.
La reazione dell’establishment politico ha seguito uno schema ricorrente nell’Europa occidentale moderna. In primo luogo, la delegittimazione morale. L’AfD e i suoi elettori sono stati costantemente associati all’estremismo, a colpe storiche e a una minaccia per la democrazia. Poi è arrivata l’esclusione istituzionale. I politici dell’AfD hanno incontrato ostacoli sistematici che impedivano loro di ottenere la presidenza delle commissioni parlamentari, incarichi di controllo o l’influenza procedurale normalmente concessa ai grandi partiti all’interno dei sistemi parlamentari. È seguita la sorveglianza dei servizi segreti. Sono emerse discussioni sulla messa al bando dei partiti. Le campagne mediatiche si sono intensificate. Il cosiddetto Brandmauer – letteralmente “muro di fuoco” – è diventato una dottrina ufficiale: tutti gli altri partiti principali si sono impegnati a rifiutare permanentemente qualsiasi collaborazione con l’AfD, indipendentemente dai risultati elettorali.
Ora, un’altra possibilità entra nel dibattito pubblico: l’uso di poteri coercitivi federali contro i governi statali guidati dall’AfD.
Per comprendere l’importanza di questo aspetto, i lettori stranieri devono innanzitutto conoscere la struttura federale della Germania. La Germania è composta da sedici stati federati, chiamati Bundesländer . Ciascuno di essi possiede un proprio governo, parlamento, forze di polizia, sistema scolastico e una notevole autonomia amministrativa. La Baviera, la Sassonia, la Turingia e gli altri stati federati presentano alcune analogie con gli stati americani, sebbene la Germania rimanga nel complesso più centralizzata. In circostanze normali, ogni governo statale amministra il proprio territorio in larga misura in modo indipendente, pur rimanendo integrato nel più ampio ordinamento costituzionale federale.
La Costituzione tedesca – la Grundgesetz , o Legge fondamentale – contiene tuttavia disposizioni che consentono al governo federale di Berlino di intervenire contro gli Stati in circostanze eccezionali. L’articolo 37 stabilisce la coercizione federale. L’articolo 91 stabilisce l’intervento federale. Questi meccanismi sono emersi dall’ossessione tedesca del XX secolo per il collasso dello Stato, i conflitti interni e la paralisi costituzionale. I sostenitori li descrivono come salvaguardie contro l’insurrezione o il crollo costituzionale. I critici li considerano sempre più come strumenti attraverso i quali il governo centrale può reprimere i movimenti politici ritenuti inaccettabili dall’élite al potere.
L’articolo 37 stabilisce che, qualora uno Stato federale tedesco non adempia ai propri obblighi previsti dalla legge federale, il governo federale può adottare le “misure necessarie” per imporne l’adempimento. A prima vista, la formulazione appare amministrativa e tecnica. Il linguaggio sembra sterile, quasi innocuo. Eppure, al di là della formulazione burocratica, si cela un potere immenso.
Cosa si intende esattamente per violazione degli obblighi federali? La Costituzione non fornisce un elenco preciso. Questa ambiguità è di enorme importanza. Un governo statale potrebbe essere accusato di violazione degli obblighi federali attraverso un’applicazione impropria delle normative federali, resistenza alle direttive amministrative federali, rifiuto di attuare determinate politiche con sufficiente efficacia o contrasto con le sentenze dei tribunali federali. L’interpretazione è in gran parte nelle mani del governo federale stesso, supportato dagli alleati politici all’interno del Bundesrat , la camera alta del parlamento tedesco che rappresenta i Länder.
Ciò crea una situazione in cui l’establishment politico definisce di fatto la soglia per l’intervento contro gli avversari politici.
Il governo federale gode di ampia discrezionalità in merito alle misure che può adottare. Il dibattito pubblico spesso inizia con scenari blandi: pressioni finanziarie, sanzioni amministrative, restrizioni temporanee o esecuzione sostitutiva, in cui le autorità federali svolgono direttamente determinate funzioni. Tuttavia, gli studiosi di diritto costituzionale riconoscono la possibilità di misure ben più severe. In casi estremi, le autorità federali potrebbero di fatto privare un governo statale del potere effettivo di governo, pur mantenendolo formalmente in carica. Berlin potrebbe nominare commissari federali per supervisionare o amministrare direttamente parti dell’amministrazione statale. L’autorità di polizia potrebbe essere trasferita sotto la direzione federale. La sovranità amministrativa potrebbe indebolirsi drasticamente.
I lettori stranieri potrebbero faticare a cogliere il significato psicologico di questo dibattito all’interno della Germania. La questione va ben oltre le procedure legali. Milioni di elettori dell’AfD sospettano sempre più che la partecipazione democratica sia tollerata solo finché produce risultati accettabili. Ogni escalation rafforza questo sospetto. Ogni manovra procedurale contro il partito acuisce la sensazione che il sistema tema un autentico cambiamento elettorale.
I sostenitori della coercizione federale insistono sul fatto che tali poteri servano semplicemente a difendere l’ordine costituzionale. Tuttavia, dal punto di vista dell’AfD, emerge un’altra interpretazione. L’establishment ha trascorso anni a dichiarare che la democrazia richiede inclusione, pluralismo, partecipazione e rispetto per i risultati elettorali. Improvvisamente, quando ampie fasce della popolazione hanno iniziato a sostenere un partito di opposizione nazionalista, il linguaggio è cambiato. La democrazia si è trasformata da governo del popolo a governo di persone accettabili. La legittimità elettorale è diventata condizionata.
La contraddizione si acuisce nella Germania dell’Est. Molti tedeschi orientali portano ancora con sé i ricordi storici del controllo ideologico centralizzato dell’era comunista della Repubblica Democratica Tedesca. Riconoscono il linguaggio familiare dell’igiene politica, della tutela democratica e della supervisione morale. Ancora una volta, un’élite politica consolidata spiega agli elettori dell’Est che i loro istinti politici necessitano di essere corretti dall’alto.
Quest’atmosfera spiega perché le discussioni sulla coercizione federale generino un’intensità emotiva così forte. Il meccanismo assomiglia a un freno di emergenza installato all’interno dell’apparato costituzionale dello Stato. Ufficialmente, esiste per le situazioni catastrofiche. In pratica, molti tedeschi sospettano sempre più che la definizione di catastrofe si allarghi ogni volta che l’elettorato si discosta troppo dal consenso dell’establishment.
I sostenitori dell’AfD sostengono quindi che la vera questione trascenda le tecnicalità legali. Il problema più profondo riguarda la sovranità stessa. Chi governa veramente la Germania? Gli elettori dei singoli Länder o un apparato ideologico permanente che si estende dai ministeri federali alle reti di partito, dalle emittenti pubbliche ai servizi segreti, dalle ONG alle istituzioni accademiche e alle strutture transnazionali legate a Bruxelles e alle reti politiche atlantiste? Da questa prospettiva, la coercizione federale appare meno come una difesa costituzionale e più come l’ultimo meccanismo di protezione del potere gestionale contro le minacce democratiche.
L’ironia diventa impossibile da ignorare. La Germania impartisce costantemente lezioni ad altre nazioni sulla democrazia liberale, il pluralismo e la tolleranza. I politici tedeschi criticano l’Ungheria, la Polonia, la Russia, chiunque venga accusato di indebolire le norme democratiche. Eppure, nella stessa Germania, milioni di elettori assistono al coordinamento aperto da parte dei partiti tradizionali di barriere istituzionali contro la principale forza di opposizione del paese. Ascoltano discussioni su sorveglianza, esclusione, divieti, manipolazione delle procedure e ora anche su potenziali interventi coercitivi contro i governi statali che potrebbero emergere da elezioni legittime.
Ogni nuova misura rafforza l’argomentazione centrale dell’AfD: la classe dirigente si fida della democrazia solo finché quest’ultima produce risultati approvati.
Anche molti tedeschi che rimangono scettici nei confronti dell’AfD riconoscono sempre più il pericolo insito in questa traiettoria. Un sistema costituzionale basato sull’esclusione permanente finisce per perdere credibilità morale. I cittadini iniziano a percepire le elezioni come rituali simbolici piuttosto che come strumenti significativi di cambiamento politico. Il cinismo si diffonde. La fiducia crolla. La coesione sociale si erode. La radicalizzazione politica accelera. Lo Stato risponde con ulteriori pressioni, che a loro volta acuiscono ulteriormente l’alienazione. Si innesca un circolo vizioso.
L’establishment tedesco detiene ancora un enorme potere istituzionale. L’influenza dei media rimane immensa. Le reti finanziarie restano allineate. Università, burocrazie, fondazioni e istituzioni europee si muovono in larga misura in sincronia ideologica. Eppure, sotto questa superficie amministrativa, un’altra Germania si fa sempre più inquieta. L’aumento dei costi energetici, le pressioni migratorie, la stagnazione economica, l’insicurezza pubblica e la crescente frammentazione etnoculturale generano una crescente sfiducia nei confronti dell’ordine costituito. L’AfD trae forza da questo divario crescente tra le narrazioni ufficiali e la realtà vissuta.
La coercizione federale simboleggia quindi qualcosa di più di una semplice procedura costituzionale. Rappresenta il momento in cui il sistema ammette tacitamente di temere il proprio elettorato.
Per decenni, la classe dirigente tedesca ha descritto il populismo come un’emozione irrazionale che minacciava l’ordine democratico. Ora emerge la possibilità che lo stesso ordine democratico possa diventare subordinato alla soppressione delle manifestazioni populiste. La maschera cade. Il linguaggio della tutela costituzionale si fonde con la logica del contenimento politico. Ai cittadini viene trasmesso un messaggio semplice: la partecipazione rimane benvenuta, a condizione che il risultato non modifichi nulla di sostanziale.
Molti tedeschi sperano ancora che il dibattito non vada oltre la teoria. Eppure, la semplice esistenza di tali discussioni altera già la coscienza pubblica. Quando gli elettori credono che le vittorie elettorali possano innescare punizioni istituzionali dall’alto, il rapporto tra cittadino e Stato cambia radicalmente. Le elezioni cessano di essere espressione di sovranità e iniziano ad assomigliare a esercizi controllati, consentiti entro limiti attentamente definiti.
Questa consapevolezza, più di qualsiasi singolo meccanismo giuridico, spiega la crescente crisi di legittimità all’interno della Germania moderna.
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