Italia e il mondo

La questione di Ceuta e Melilla, due città spagnole in territorio marocchino _ di Bernard Lugan

1) All’origine degli eventi di Ceuta vi è l’effetto richiamo migratorio determinato dall’annuncio spagnolo della regolarizzazione di mezzo milione di clandestini, seguito dalla decisione aberrante della Corte Suprema di Madrid di non respingere i migranti giunti via mare. 2) La mobilitazione di tutti i servizi marocchini per garantire la sicurezza in occasione della festa del trono, che riuniva tutti i dignitari e i responsabili marocchini, nonché l’intero corpo diplomatico. Un obiettivo prioritario per i terroristi. Nei giorni precedenti la cerimonia, i servizi di sicurezza marocchini avevano neutralizzato diverse cellule terroristiche pronte a colpire. Tuttavia, una tale mobilitazione ha avuto come risultato quello di ridurre gli effettivi solitamente incaricati di bloccare i passaggi clandestini verso Ceuta. 3) Se l’Algeria non è all’origine della vicenda, d’altra parte ne ha tratto molto opportunamente un intenso vantaggio, alimentato dalla sua opposizione sistematica e quasi psicoanalitica al Marocco. Con sullo sfondo, e torniamo sempre a questo punto, la questione del Sahara occidentale, poiché Algeri non ha ancora rinunciato a staccare l’ex colonia spagnola dal Marocco per crearvi uno «Stato» vassallo che le apra una porta sull’Oceano Atlantico. Questo aspetto, che in genere non è stato colto dagli osservatori, deve essere approfondito poiché, il 31 ottobre 2026, il Consiglio di sicurezza dell’ONU dovrà rinnovare o modificare il mandato della MINURSO, conformemente alla    risoluzione 2797 (31 ottobre 2025) che prorogava la missione fino a tale data. Il Consiglio di Sicurezza dovrà quindi decidere se avallare o meno la dinamica diplomatica avviata attorno al piano di autonomia marocchino, ormai considerato da una maggioranza dei suoi membri permanenti come la base «più realistica, credibile e pragmatica» per una soluzione politica della questione del cosiddetto Sahara occidentale. Tuttavia, di fronte alla risoluzione 2797 che sostiene l’iniziativa marocchina come base per una soluzione duratura, l’Algeria continua a ostinarsi sul «diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi», comodo pretesto per il suo obiettivo che mira in realtà alla creazione di uno «Stato» vassallo sulla costa atlantica. In queste circostanze, la propaganda algerina ha avuto gioco facile nel cogliere la crisi di Ceuta come un’ opportunità politica in grado di indebolire l’immagine internazionale del Marocco. Il che, naturalmente, non cancella la crisi sociale che sta attraversando quella parte della gioventù del paese che non beneficia delle spettacolari ricadute dello sviluppo. 4) Infine, occorre rendersi conto che le contraddizioni della politica dell’UE alimentano il fenomeno migratorio poiché, come ha scritto Mouna Hachim lo scorso 8 agosto su 360 «(…) Le stesse frontiere che si chiudono all’ immigrazione irregolare si spalancano per un’immigrazione debitamente selezionata al fine di rispondere alle esigenze demografiche, economiche e tecnologiche del Vecchio Continente (…) Questo doppio discorso alimenta, per molti paesi africani, un profondo senso di contraddizione: si chiede loro di trattenere i propri giovani mentre si reclutano le loro élite.» 

   L’afflusso di decine di migliaia di migranti verso Ceuta e Melilla, due città autonome spagnole incastonate nel territorio marocchino, offre l’occasione per ripercorrere la storia di sei secoli di presenza iberica sulla costa settentrionale del Marocco. Se la fondazione di queste due città risale ai Fenici e poi ai Romani, la loro identità spagnola risale infatti al XV secolo. Dal 1956, anno del suo ritorno all’indipendenza, il Marocco le rivendica, mentre la Spagna le considera parte del proprio territorio nazionale. Il nocciolo della questione è che la posizione spagnola è argomentata giuridicamente, mentre quella del Marocco lo è storicamente… Risultato: sono politicamente incompatibili

  CEUTA E MELILLA, UN VIAGGIO NELLA STORIA

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   Ceuta, Melilla e diverse isole e isolotti della costa marocchina sono considerati dalla Spagna come “Plazas de soberanía”, ovvero territori sotto la sovranità spagnola. Questa situazione è il risultato di una lunga storia.

  Ceuta, chiave dello stretto di Gibilterra Ceuta (Sebta per i marocchini), oggi città autonoma spagnola, è situata sulla costa mediterranea del Marocco, di fronte allo stretto di Gibilterra. Il nome romano di Ceuta era Septem Fratres, letteralmente «i Sette Fratelli», in riferimento alle sette colline che dominano la penisola su cui è sorta la città. Questo nome si è poi evoluto in arabo in Sebta, quindi in Ceuta in portoghese e in spagnolo. Ceuta fu conquistata nel 1415 dal Portogallo al fine di mettere in sicurezza le rotte marittime minacciate dalla pirateria. Situata all’imbocco dello stretto di Gibilterra, la città è infatti un punto strategico fondamentale per il controllo del passaggio marittimo tra l’Atlantico e il Mediterraneo. Inoltre, prima delle grandi scoperte portoghesi, era il punto più settentrionale di arrivo del commercio trans-sahariano e dell’oro del Sudan. La conquista di Ceuta da parte del Portogallo nel 1415 segnò l’inizio dell’Impero portoghese e aprì la strada alle Grandi Scoperte. Il 21 agosto 1415, le truppe del re Giovanni I (João I), accompagnate dai suoi figli, tra cui Enrico il Navigatore, conquistarono la città dopo un’operazione accuratamente preparata, con un contingente compreso tra 45.000 e 50.000 uomini imbarcati su 200 navi. Lo sbarco avvenne il 21 agosto 1415 e la città fu conquistata in un solo giorno. Il Portogallo cercò poi di espandersi in Marocco, cosa che riuscì a fare dopo la sfortunata vicenda di Tangeri. Nel settembre 1437, l’infante Enrico il Navigatore, dopo aver convinto suo fratello, il re Edoardo I, a conquistare Tangeri, chiave dello stretto di Gibilterra, un esercito portoghese composto da 6.000 a 8.000 uomini sbarcò e assediò la città. Ma poiché i rifornimenti erano insufficienti, le malattie si abbatterono sulle truppe e gli assalti si infransero contro le difese marocchine, l’impresa si rivelò ben presto un fallimento. Inoltre,    non volendo ripetere gli errori commessi a Ceuta, i marocchini inviarono un immenso esercito di soccorso composto da quasi 100.000 uomini, seguito da un secondo ancora più numeroso. Il campo portoghese, circondato e privato di acqua e cibo, fu costretto a negoziare. I portoghesi ottennero allora il diritto di imbarcarsi a condizione di restituire Ceuta al Marocco. Ma Lisbona rifiutò di onorare il trattato, tanto più che la bolla Etsi Cunctos, pubblicata da papa Eugenio IV nel 1442, elevò Ceuta a diocesi, confermando così la sua appartenenza ecclesiastica al Portogallo e legittimando quindi la sovranità di Lisbona sulla città. L’infante Ferdinando, fratello del re, lasciato in ostaggio, morì in prigionia nel 1443. Nel 1578, nel nord del Marocco, la battaglia dei Tre Re (mappa a pagina 4) si concluse con una vittoria del Marocco. La morte in battaglia del re Sebastiano, che non aveva eredi, fece precipitare il Portogallo in una crisi di successione che sfociò, nel 1580, nella sua unione dinastica con la Spagna. Con l’unione delle due corone, Ceuta passò quindi sotto la sovranità spagnola. Nel 1640, quando il Portogallo riottenne la propria indipendenza, Ceuta scelse di rimanere sotto la sovranità spagnola, decisione ufficializzata dal trattato di Lisbona del 1668. Melilla, il porto del Rif Per i marocchini, Melilla si chiama Mlilya. Insediamento fenicio nel VII secolo a.C., la città, che allora portava il nome di Rusadir, passò in seguito sotto l’influenza di Cartagine, per poi essere integrata nell’Impero romano. Nel mese di settembre del 1497, una spedizione guidata da Pedro de Estopiñán e Virués, comandante in capo della spedizione del duca Juan Pérez de Guzmán, conquistò Melilla. Questa operazione rientrava nella strategia castigliana volta a mettere in sicurezza le coste andaluse dagli attacchi incessanti dei pirati provenienti dai porti del Rif marocchino.

  Nel 1912, quando fu istituito il protettorato spagnolo sul nord del Marocco, Ceuta e Melilla non furono incluse in esso poiché entrambe le città erano già considerate territori storici spagnoli. Nel 1956, con l’indipendenza, il Marocco si riappropriò delle zone del protettorato, ma la Spagna mantenne Ceuta, Melilla, alcuni peñones (isolotti fortificati) e le isole Chafarinas conquistate nel 1848 (vedi la mappa a pagina 2). Dal 1995, Ceuta e Melilla sono città autonome all’interno dello Stato spagnolo. Le altre «Plazas de soberanía» Questi possedimenti spagnoli appartengono a tre gruppi: 1) L’isola di Perejil (Peñón de Perejil) è un minuscolo scoglio situato a 200 metri dalla costa marocchina. La sua superficie è di 0,15 km² ed è disabitata. La Spagna considera Perejil un possedimento storico. Nel luglio 2002, alcuni gendarmi marocchini si insediarono sull’isola per combattere, secondo Rabat, l’immigrazione clandestina, poiché l’isola si trova in una zona chiave per la sorveglianza dello stretto di Gibilterra. La Spagna reagì con un’operazione militare (operazione Romeo-Sierra) e rioccupò l’isola. 2) Le isole Chafarines sono un arcipelago spagnolo situato a 3,3 km dalla costa marocchina, di fronte a Ras Kebdana / Ras El Ma. Situate nel Mare di Alborán, a    circa 45 km a est di Nador, sono composte da tre isole: l’Isola del Congresso (25,6 ha), l’Isola Isabella II (15,3 ha), l’unica ad essere abitata con la presenza di una guarnigione spagnola, e l’Isola del Re (11,6 ha). I berberi del Rif hanno dato loro un nome in amazigh, ovvero ichfaren o «isole dei ladri». Quanto agli arabi, le chiamano Zafrān. Queste isole, che sono probabilmente le Tres Insulae dei Romani, sono spagnole dal 1848. In quell’anno, la Francia tentò di impadronirvene per sorvegliare il confine tra il proprio possedimento algerino e il Marocco, ma, avvertita, la Spagna ne prese possesso poche ore prima dell’arrivo delle navi francesi. Queste isole sono amministrate dal Ministero della Difesa spagnolo, che vi mantiene una guarnigione. 3) Lo scoglio di Badis (Hajar Badis o Peñón de Vélez de la Gomera) si trova sulla costa del Rif, di fronte all’antica città marocchina di Badis, a circa 120 chilometri a sud-est di Ceuta e a 260 chilometri a ovest di Melilla. È amministrato dal Ministero della Difesa spagnolo ed è occupato esclusivamente da un distaccamento militare. La presenza spagnola in questo luogo risale al 1508, ma nel 1522 i marocchini ne cacciarono gli spagnoli. Successivamente, tra il 1554 e il 1564, i corsari turchi ne fecero una base per le incursioni, il che spinse la Spagna a rioccupare definitivamente la roccia, cosa che avvenne nel 1564.

  CEUTA PRIMA DEL 1415

   Grazie alla sua posizione strategica e al ruolo di baluardo dello stretto di Gibilterra, prima del 1415, data della sua conquista da parte del Portogallo, Ceuta fu uno dei porti più contesi di tutto il Mediterraneo occidentale. La città fu successivamente fenicia, greca, cartaginese, romana, bizantina, poi marocchina sotto gli Idrissidi, gli Almoravidi, gli Almohadi e i Merinidi, con alcuni intervalli di dominio del regno di Granada.

  Ceuta fu fondata nel VII secolo a.C. da alcuni marinai fenici, che battezzarono l’insediamento Abyla, nome che fa riferimento al Jebel Musa, il quale, nell’antichità, costituiva la colonna meridionale (africana) delle «Colonne d’Ercole». Abyla sarebbe una parola punica che significa «montagna alta» o «montagna di Dio». I Greci focei (di Marsiglia) che succedettero ai Fenici, ribattezzarono la città Hepta Adelphoi, «Sette fratelli», nome che fa riferimento alle sette colline che dominano la città. Nel 319 a.C., Cartagine conquistò la città e la mantenne fino alla fine della seconda guerra punica. La situazione di Ceuta tra la fine della seconda guerra punica (201 a.C.) e la sua annessione a Roma (I secolo a.C.–I secolo d.C.) fu quella di un territorio punico-mauretano che sussisteva al di fuori del controllo diretto di Roma. Influenzata dalla cultura punica, la sua popolazione continuò infatti a parlare il punico, come attestano le iscrizioni funerarie. Dopo Cartagine, Ceuta divenne uno dei principali porti del regno di Mauretania insieme a Tingis/Tangeri e Lixus. Sotto Giuba II, che regnò dal 25 a.C. al 23 d.C., Ceuta fu integrata nello spazio politico romanizzato. Nel 40 d.C., Caligola fece assassinare il re Tolomeo, che fu l’ ultimo sovrano mauretano, e Roma si impadronì del suo regno, che fu annesso da Claudio nel 42 d.C. Quest’ultimo la divise in due province: la Mauretania Cesarea e la Mauretania Tingitana. Integrata nella Tingitana, Ceuta (Septem Fratres) fu amministrata da Tingis (Tangeri) e ottenne lo status di «colonia romana», che conferiva la cittadinanza ai suoi abitanti. Avamposto di controllo dello stretto di Gibilterra, la Ceuta romana fu un porto militare e commerciale di primaria importanza tra la Tingitana e la Betica (Ispanica).

    Nel 534, sotto l’imperatore Giustiniano, Ceuta fu conquistata dai Bizantini. Con l’ondata araba del VII secolo, Bisanzio, che perse i propri possedimenti nell’attuale Maghreb orientale e centrale, controllava ormai solo Tangeri e Ceuta, due città completamente isolate e tagliate fuori dalla loro metropoli. Nel 708, dopo aver conquistato Tangeri, Musa ibn Nusayr fallì nell’assedio di Ceuta, ben difesa dal suo governatore, il conte Giuliano. Poi, l’anno successivo, nel 709, tra storia e leggenda, quest’ultimo non solo consegnò la sua città ai conquistatori, ma, nel 710, fornì loro le navi che permisero loro di sbarcare in Spagna. Nel 711 ebbe così inizio la conquista della penisola iberica, che avvenne in gran parte partendo da Ceuta. Nel 788, la città fu conquistata dagli Idrissidi, che furono i fondatori della prima dinastia e del primo Stato marocchino. Nel 931, il califfo omayyade di Cordova Abd al-Rahman III conquistò Ceuta. Nel XI secolo, la città passò sotto il controllo della dinastia marocchina degli Almoravidi, la cui capitale era Marrakech. Fu proprio a Ceuta che nel 1083 nacque il sultano Ali ben Youssef, sotto il cui regno la dinastia conobbe sia il suo apogeo che il suo declino. Nel 1086, da Ceuta partì la grande campagna di conquista dell’Al-Andalus da parte degli Almoravidi. Chiamati in soccorso dai principi delle Taifa – piccoli sovrani musulmani dell’Al-Andalus –, di fronte all’avanzata dei castigliani, la spedizione di soccorso partì effettivamente da Ceuta. Da lì, Youssef ben Tachfine fece attraversare il suo esercito a nord dello stretto di Gibilterra prima di vincere la battaglia di Zallaqa il 23 ottobre 1086 contro le forze cristiane del re Alfonso VI di Castiglia. Nel XII secolo, Ceuta fu sotto il controllo di un’ altra dinastia marocchina, quella degli Almohadi. La  città era allora un porto militare e commerciale che fungeva da base navale nelle operazioni contro i regni cristiani della Spagna. Poi, all’inizio del XIII secolo, un’altra dinastia marocchina, quella dei Merinidi, assunse il controllo di Ceuta, che conobbe allora il suo periodo d’oro. Ne sono testimonianza le imponenti fortificazioni lunghe 1.500 metri che la circondavano. Costruite tra il XIII e il XIV secolo, sono la prova del ruolo fondamentale di Ceuta nella difesa e nel controllo dello stretto di Gibilterra.

  Costituite da 7 torri rettangolari alte 16 m ciascuna, con uno spessore che variava tra 1,2 e 1,9 metri, erano precedute da un fossato difensivo. L’accesso alla città avveniva attraverso una porta monumentale detta «Porta di Fès», capitale dei Merinidi. Alla fine del XIV secolo, il regno merinide attraversò una grave crisi politica e dinastica che lo indebolì e il Portogallo ne approfittò per lanciare la spedizione che, nel 1415, gli avrebbe permesso di conquistare Ceuta.

    LA CONTROVERSIA GIURIDICA

  Il Marocco rivendica Ceuta e Melilla, due città circondate da recinzioni di confine sottoposte a stretta sorveglianza poiché costituiscono l’unico confine terrestre tra l’UE e l’Africa. Il nocciolo della questione è che, se da un lato le posizioni della Spagna e del Marocco sono giuridicamente e storicamente fondate, dall’altro sono però incompatibili. Da qui l’attuale situazione di stallo.

   Il Marocco considera Ceuta e Melilla come territori da decolonizzare, ma, secondo il diritto internazionale e l’ONU, le due città non soddisfano i criteri definiti per essere considerate colonie. Non è quindi possibile avviare alcun processo di decolonizzazione in quanto esse non rientrano nella classificazione dei «territori coloniali». Le argomentazioni dell’ONU sono che Ceuta e Melilla: – Non derivano dalla colonizzazione moderna (XIX–XX secolo), poiché il diritto internazionale in materia di decolonizzazione riguarda i territori acquisiti durante il periodo coloniale moderno (1880–1960). Tuttavia, Melilla è spagnola dal 1497 e Ceuta è sotto sovranità iberica dal 1415, poi spagnola dal 1580. – Sono pienamente integrate nello Stato spagnolo, con statuto costituzionale, istituzioni locali, rappresentanza nel Parlamento spagnolo ed europeo. – La loro popolazione, che è composta da cittadini spagnoli, gode degli stessi diritti di qualsiasi altra parte della Spagna e non rivendica l’indipendenza. – Non sono amministrate separatamente come un territorio dipendente, a differenza delle colonie classiche. – Non essendo mai state integrate nel protettorato spagnolo in Marocco (1912–1956), non sono quindi mai state amministrate come «territori marocchini sotto dominio straniero». – La Spagna vi esercita una sovranità continua da diversi secoli, senza interruzioni né contestazioni internazionali di rilievo. Questa continuità storica e giuridica è incompatibile con il concetto di colonizzazione moderna.

  I criteri dell’ONU per la decolonizzazione, che includono una popolazione autoctona distinta, uno status amministrativo separato, l’assenza di piena cittadinanza e la volontà di autodeterminazione, poiché nessuno di questi criteri si applica a Ceuta o Melilla, la loro appartenenza alla Spagna non può quindi essere messa in discussione. Da parte sua, il Marocco fonda la propria rivendicazione sulla vicinanza geografica, sulla continuità territoriale e su argomenti storici che dimostrano chiaramente che, prima della loro conquista da parte del Portogallo e della Spagna, le due città appartenevano effettivamente al Marocco: – Ceuta (1415) e Melilla (1497) furono conquistate dal Portogallo e poi dalla Spagna nel contesto della Reconquista e dell’espansione coloniale. Queste conquiste sono quindi occupazioni coloniali, che il Marocco considera territori marocchini occupati, alla stregua degli altri possedimenti coloniali che gli sono stati restituiti nel XX secolo (Ifni, Tarfaya e i due protettorati francese e spagnolo). – Il Marocco sostiene che la decolonizzazione del 1956, con la fine dei protettorati francesi e spagnoli, non sia stata completa, poiché Ceuta e Melilla sono rimaste sotto la sovranità spagnola. – Il Marocco invoca i principi dell’ONU sulla fine del colonialismo e sul rispetto dell’integrità territoriale degli Stati di recente indipendenza. – Le città sono storicamente legate alle regioni marocchine limitrofe di Fnideq–Tétouan per Ceuta, e di Nador–Bni Ansar per Melilla. – Il Marocco sottolinea i legami umani, commerciali e culturali tra le enclavi e il loro entroterra marocchino.

    CEUTA E MELILLA: LA POSIZIONE DEL MAROCCO

  In un articolo pubblicato su “360” in data 18 agosto 2026, Samir Bennis riassume in modo argomentato e non polemico la posizione del Marocco riguardo a Ceuta e Melilla. I lettori di “L’Afrique Réelle” ne leggeranno questo estratto, che fa da contrappunto a quello che mette in evidenza le argomentazioni della Spagna (pagina 7)

   «È un dato di fatto fondamentale: in Marocco nessuno contesta né nega che, al momento, Ceuta si trovi sotto l’amministrazione spagnola. Si tratta di una realtà di fatto con cui il Marocco convive da decenni ed è proprio in questo contesto che intrattiene una stretta cooperazione con la Spagna. Ma ciò che sembra difficile da comprendere dall’altra parte dello stretto è che, dal punto di vista marocchino, sia Ceuta che Melilla sono enclavi situate in pieno territorio marocchino (…). Non si tratta di territori situati nello spazio europeo della Spagna. La Spagna è un paese europeo che ha acquisito il controllo di Ceuta e Melilla in circostanze storiche ben precise e che, agli occhi dei marocchini, rappresentano oggi i resti di quell’epoca. La maggioranza degli spagnoli che si interessano a questa questione invoca i titoli giuridici della Spagna come se questi costituissero, da soli, una prova irrefutabile che Ceuta e Melilla siano sempre state spagnole e che la sovranità spagnola sulle due città non sia mai stata contestata. Il denominatore comune di gran parte dei commenti spagnoli consiste (…) nel sottolineare che Ceuta e Melilla godono di uno status giuridico che, secondo loro, le mette al riparo da qualsiasi rivendicazione da parte di uno Stato straniero (…tuttavia) i trattati su cui le autorità spagnole si basano per giustificare la loro sovranità sulle due enclavi sono privi di valore giuridico o morale, poiché sono stati conclusi sotto costrizione e in momenti in cui il Marocco si trovava in una posizione di debolezza. Il trattato di Wad-Ras ne costituisce un esempio particolarmente rivelatore. In virtù di questo trattato concluso tra il Marocco e la Spagna, quest’ultima ottenne che il Marocco accogliesse una rivendicazione che essa avanzava da tempo: l’ampliamento dei confini di Ceuta. Tuttavia, tale trattato fu firmato dopo la guerra di Tetouan, che la Spagna aveva condotto contro il Marocco. Il Marocco fu   costretto ad accettare tale accordo per ottenere che la Spagna ponesse fine alla sua occupazione della città di Tetouan, occupata durante la guerra (…) Passo ora all’argomento principale generalmente avanzato dagli spagnoli per respingere le rivendicazioni marocchine: il fatto che le due enclavi non figurino nell’elenco dei territori non autonomi delle Nazioni Unite. È vero. Ma per comprendere appieno la portata di questo argomento, occorre capire come si sia giunti a questa situazione. Dal punto di vista dell’attuale diritto internazionale, la posizione spagnola riguardo a Gibilterra dispone di un elemento di cui non beneficia la posizione marocchina riguardo a Ceuta e Melilla: Gibilterra figura nell’elenco delle Nazioni Unite dei territori non autonomi ancora da decolonizzare, mentre Ceuta e Melilla non vi figurano (…). Per comprendere perché Ceuta e Melilla non figurino in tale elenco, occorre risalire agli anni ’60 e, più precisamente, a ciò che è stato definito «lo Spirito di Barajas». Il 6 luglio 1963, il defunto re Hassan II e il generale Franco si incontrarono all’aeroporto madrileno di Barajas per affrontare le controversie territoriali ancora in sospeso tra i due paesi. L’intesa nata da quell’incontro è passata alla posterità con il nome di «Spirito di Barajas». In virtù di tale intesa tacita, il Marocco accettò di separare la questione di Ceuta e Melilla dalle altre controversie territoriali che opponevano i due paesi nell’ambito delle Nazioni Unite e del processo di decolonizzazione. Ciò che gli analisti spagnoli spesso tralasciano quando parlano dello status giuridico di Ceuta e Melilla in seno alle Nazioni Unite è che le due città non sono state escluse da tale elenco a seguito di una decisione dell’ONU che concludeva che non soddisfacevano i criteri applicabili ai territori non autonomi. Semplicemente non sono state inserite in tale elenco perché il Marocco ha allentato la pressione  sulla Spagna nel periodo compreso tra il 1963 e il 1965, un atteggiamento che derivava dall’intesa tacita tra Hassan II e Franco (…). Se il Marocco avesse mantenuto la propria pressione sulla Spagna in quel periodo, sarebbe esistita una reale possibilità che le due enclavi fossero inserite nell’elenco dei territori non autonomi. A quel tempo, nei dibattiti dell’ Assemblea Generale, della Quarta Commissione e del Comitato speciale, non solo esisteva tra gli Stati membri un ampio consenso sull’esistenza di una controversia tra il Marocco e la Spagna riguardo ai due territori, ma numerosi Stati membri non riconoscevano nemmeno come un dato di fatto che le due enclavi fossero sotto la sovranità spagnola. Essi affermavano, al contrario, che si trattasse di città marocchine (…tuttavia) la priorità del Marocco all’epoca era quella di ottenere dalla Spagna l’accettazione dell’avvio di negoziati bilaterali sul Sahara. È proprio per questo motivo che il re Hassan II, in segno di buona volontà nei confronti del generale Franco, decise, in seguito al loro incontro a Barajas, di mettere in secondo piano le rivendicazioni marocchine su Ceuta e Melilla.

  Dopo la riconquista del territorio a seguito della Marcia Verde e degli Accordi di Madrid, e nonostante il governo di Adolfo Suárez si fosse discostato dall’ applicazione dell’Accordo tripartito e una parte significativa della classe politica spagnola, in particolare quella di sinistra, avesse iniziato a sostenere le tesi del Polisario, Hassan II si astenne dal riattivare le rivendicazioni su Ceuta e Melilla, per non creare difficoltà al re Juan Carlos né contribuire a destabilizzare la transizione post-franchista spagnola (…). Ma la geografia è ostinata, indipendentemente dalle interpretazioni che gli spagnoli o i marocchini vogliano darne. Arriverà un momento, in futuro, in cui i due paesi, a prescindere dai titoli giuridici che — come ogni costruzione giuridica — si inseriscono necessariamente in un contesto storico e politico determinato, dovranno sedersi attorno a un tavolo per discutere del futuro delle due città e cercare una formula in grado di preservare la pace, la stabilità e gli interessi legittimi delle loro popolazioni». Samir Bennis, Le 360, 18/08/2026.

   Ceuta o i paradossi di un confine europeo in Africa attraverso la percezione marocchina «(…) questo confine si basa in gran parte sulla cooperazione del Marocco. Partner essenziale dell’ Unione europea nella lotta contro l’immigrazione irregolare, il Marocco è regolarmente chiamato a impedire le partenze, come se spettasse a lui garantire a monte la protezione di un confine che confina con un territorio che considera parte integrante della propria geografia nazionale (…) Un paradosso che Rabat riassume con una formula: il Marocco non è né il «gendarme» né il «custode» dell’Europa. Un modo per ricordare che questa cooperazione rientra in un partenariato tra Stati sovrani, non in una delega della gestione delle frontiere europee (…) D’altra parte, le stesse frontiere che si chiudono all’immigrazione irregolare si aprono leggermente per un’immigrazione debitamente selezionata al fine di rispondere alle esigenze demografiche, economiche e tecnologiche del Vecchio Continente (…) Questo doppio discorso alimenta, per molti paesi africani, un profondo senso di contraddizione: si chiede loro di trattenere i propri giovani e allo stesso tempo si reclutano le loro élite.» (Mouna Hachim, Le 360, 8 agosto 2026).

Rassegna stampa francese, 13a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Otto mesi sono al tempo stesso un periodo breve e un’eternità in politica. Soprattutto quando all’orizzonte si profila un’elezione presidenziale dall’esito incerto. Dopo un’estate di relativa calma nella corsa all’Eliseo, la fine di agosto segna un netto cambio di ritmo. La dichiarazione di candidatura di Raphaël Glucksmann, le crescenti tensioni tra Gabriel Attal ed Édouard Philippe, le divisioni degli Ecologisti sulla loro strategia, il ritorno in grande stile dei «Insoumis» nella Drôme, il
primo dibattito al Medef questo giovedì tra i principali candidati di fronte agli imprenditori… I segnali di un’accelerazione della campagna si stanno moltiplicando negli ultimi giorni.


28.08.2026
Le Pen-Mélenchon: le primarie possono impedire il duello?
Mentre il nostro sondaggio Ifop-Fiducial conferma il netto vantaggio di Marine Le Pen e l’avanzata di Jean-Luc Mélenchon, lo scenario delle primarie sia a sinistra che a destra torna con forza
Di John Timsit
A otto mesi dalle presidenziali, la campagna elettorale si intensifica. Marine Le Pen rimane la grande favorita, con una percentuale compresa tra il 33% e il 35% delle intenzioni di voto.

La sua personalità, descritta come brusca e irritabile, potrebbe rivelarsi utile nel suo duello contro Trump. Tra i canadesi, il 76% è favorevole alla rottura dei negoziati con la Casa Bianca, mentre il 62% appoggia le ritorsioni da lui proposte. Il Primo Ministro canadese ha rifiutato di siglare un accordo commerciale con l’amministrazione Trump, che minacciava il suo Paese con dazi punitivi, promettendo di imporre agli Stati Uniti sovrattasse equivalenti.

27.08.2026
10 COSE DA SAPERE SU… Mark Carney
Il primo ministro canadese ha deciso di ingaggiare un braccio di ferro con Donald Trump, nuovamente impegnato in una guerra commerciale con il proprio vicino

Di Sarah Diffalah e Timothée Vilars
1 RESISTENZA
«Non permetteremo a nessun Paese di decidere del nostro futuro»: il 22 agosto il Primo Ministro canadese
ha rifiutato di siglare un accordo commerciale con l’amministrazione Trump, che minacciava il suo Paese
con dazi punitivi, promettendo di imporre agli Stati Uniti sovrattasse equivalenti, «al dollaro vicino».

Kevin Warsh finora lascia i mercati nell’incertezza riguardo alle sue intenzioni. Tuttavia, alcuni investitori ritengono che dovrà cambiare tono per rassicurare i mercati obbligazionari sempre più agitati. I tassi di interesse a lungo termine hanno ripreso a salire nelle ultime settimane, nonostante lo status quo monetario della Fed. Il rendimento dei Treasury con scadenza a 30 anni ha toccato il livello più alto degli ultimi vent’anni, superando il 5,3%. Le tensioni sul debito statunitense hanno
spinto il segretario al Tesoro, Scott Bessent, a intervenire sui mercati per limitare i danni. Con un debito pubblico di oltre 40.000 miliardi di dollari, gli Stati Uniti difficilmente possono permettersi di perdere il controllo sui tassi. La vaghezza con cui mantiene le proprie posizioni gli consente di non soffermarsi sull’apparente contraddizione tra la sua volontà di combattere l’inflazione e il desiderio della Casa Bianca di vedere i tassi scendere il più rapidamente possibile.


27.08.2026
Inflazione, debito, indipendenza: a Jackson Hole il presidente della Fed è atteso su tutti i fronti
Lo stile di comunicazione del nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, ha contribuito alle tensioni sui mercati obbligazionari. Tuttavia, sono pochi gli investitori che si aspettano una spiegazione dettagliata in occasione del simposio dei banchieri centrali a Jackson Hole.

Il simposio della Fed di Kansas City, che si tiene ogni anno a Jackson Hole, nello Stato del Wyoming, ospiterà quest’anno il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh.
Di Bastien Bouchaud — Ufficio di New York
La «scatola nera» della Fed svelerà i propri segreti? Kevin Warsh si appresta a tenere venerdì il suo primo importante discorso al simposio di Jackson Hole in qualità di presidente della Federal Reserve.

Di cosa hanno parlato John Ratcliffe e i suoi interlocutori russi? Mosca si rifiuta di fornirne i dettagli, ma Donald Trump ha fornito mercoledì un primo elemento di risposta. In un’intervista, il presidente americano ha definito il viaggio «quasi di routine» e ha assicurato che non era collegato né all’Iran né a eventuali minacce russe contro la NATO. «Vorremmo che la guerra in Ucraina finisse», ha dichiarato, senza specificare se la fine del conflitto fosse stata menzionata direttamente durante i colloqui di John Ratcliffe con i servizi russi. Il contesto permette di delineare diverse ipotesi.


27.08.2026
L’intrigante visita del capo della CIA a Mosca
La visita a sorpresa del direttore della CIA a Mosca, martedì, non ha dato luogo a un incontro con Vladimir Putin. Secondo il Cremlino, John Ratcliffe ha avuto dei «contatti» con i servizi segreti russi.

Di Matthieu Holyman
Un Boeing C-17 dell’esercito statunitense aveva fornito il primo indizio. Partito dalla base di Andrews, nei pressi di Washington, e dopo aver fatto scalo a Riga, in Lettonia, l’aereo militare è atterrato martedì mattina all’aeroporto moscovita di Vnukovo, per poi ripartire poche ore dopo.

Sondaggio dopo sondaggio, i francesi manifestano una franca ostilità nei confronti di qualsiasi tassazione delle eredità. L’importo mediano delle trasmissioni nel corso della vita è tuttavia di soli 70.000 euro, e un’ampia fetta della popolazione non riceve nulla. Ai piedi dell’Himalaya di bilancio, con 125 miliardi di euro da reperire solo per stabilizzare il debito pubblico nei prossimi anni, escludere qualsiasi misura sulla tassazione delle successioni dei più abbienti potrebbe rivelarsi delicato, soprattutto se i candidati intendono alleggerire la tassazione sul lavoro.


27.08.2026
La tassazione delle successioni: un vicolo cieco francese
Per finanziare la riduzione delle imposte sul lavoro, la sinistra ripropone l’idea di aumentare le imposte sulle successioni di importo elevato. La destra rifiuta qualsiasi aumento della pressione fiscale. Da un sondaggio all’altro, oltre l’80% dei francesi si dichiara contrario a qualsiasi aumento dell’imposta sulle successioni, che equiparano a una «tassa sulla morte» o a una doppia tassazione di una vita di lavoro.

Di Marc Vignaud
Con l’avvicinarsi della campagna presidenziale, i candidati di sinistra ripropongono le loro proposte fiscali per finanziare i propri programmi.

Nella ricerca di percorsi alternativi, non è più tempo di voci di corridoio o di dibattiti teorici: i piani per il «dopo-Ormuz» hanno iniziato a concretizzarsi. In particolare negli Emirati Arabi Uniti, già dotati di una via alternativa grazie all’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline. I lavori procedono a pieno ritmo per raddoppiare questo oleodotto che collega, su un percorso di circa 400 chilometri, i giacimenti petroliferi di Habshan, nel nord-ovest, al porto di Fujairah, nel Golfo di Oman. L’Arabia Saudita prevede inoltre di potenziare il proprio oleodotto terrestre che, da sei mesi, le consente di smistare parte del proprio greggio senza passare per Ormuz: questa infrastruttura, che attraversa l’intero Paese da est a ovest, dal giacimento di Abqaiq, nel Golfo, fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, è già in grado di trasportare fino a 7 milioni di barili al giorno. Anche il Kuwait, paese privo di vie alternative allo Stretto di Ormuz, sarebbe interessato a partecipare a tale progetto. Se alcuni progetti sono effettivamente reali, altri servono piuttosto a lanciare un messaggio: si tratta di dimostrare agli iraniani che esistono alternative.

28.08.2026
Alla ricerca di nuove rotte per l’oro nero
I Paesi del Golfo stanno diversificando le proprie rotte di trasporto del petrolio, al fine di affrancarsi dallo stretto di Ormuz

Di Marie de Vergès
Solo sei mesi fa, l’esportazione di idrocarburi dal Golfo Arabico-Persico seguiva regole semplici: percorrere la via più diretta – lo Stretto di Ormuz – per raggiungere rapidamente l’Asia, la regione del mondo con il maggior fabbisogno energetico.

A partire dagli anni ’80, il mondo neoliberista ha provocato un forte aumento delle disuguaglianze, una riduzione delle aliquote marginali dell’imposta sul reddito, una diminuzione dell’imposta sulle società, ecc. Dal suo punto di vista, è un successo! Ma stiamo giungendo a un punto di rottura.
Stiamo passando a una forma di oligarchia plutocratica che ci riporta a una situazione precedente al 1789. Alcuni gruppi sociali si sono separati. Gli oligarchi e i plutocrati si considerano estranei alla società comune, quasi estranei all’umanità comune. Lo si vede in Elon Musk, con la sua volontà di stabilirsi su Marte, ma anche in alcuni discorsi sull’intelligenza artificiale e sul transumanesimo.
Queste persone si ritengono in grado di sottrarsi al nostro destino collettivo. La questione è sapere se una simile secessione possa durare. Una società deve mantenere una certa coesione per funzionare. Occorrono acqua, cibo, energia, infrastrutture. Tutta questa materialità presuppone un minimo di coesione sociale.

Settembre 2026
SI STA ASSISTENDO ALLA FINE O A UNA
TRASFORMAZIONE DEL LIBERALISMO?
Siamo entrati in una nuova fase del neoliberismo o stiamo scivolando verso il neomercantilismo, con un ritorno del protezionismo e dello Stato? Jacques Rigaudiat e Arnaud Orain mettono a confronto le loro analisi in un stimolante faccia a faccia.

Jacques Rigaudiat
Economista. Ex consigliere sociale dei primi ministri Michel Rocard e Lionel Jospin

Arnaud Orain
Economista e storico, direttore di studi presso l’EHESS

Intervista a cura di Christian Chavagneux
Jacques Rigaudiat, nel Suo libro Lei scrive che «l’ordine neoliberista domina il mondo occidentale».
Jacques Rigaudiat: Il neoliberismo è nato negli anni Venti e Trenta, non semplicemente per rinnovare il liberalismo, ma contro di esso e per sostituirlo. Gli ci sono voluti cinquant’anni per affermarsi.

Il liberalismo economico, inteso come grande narrativa ideologica, ha perso parte del suo splendore. Gli Stati proteggono sempre più i propri confini, intervengono con maggiore forza nell’economia, cercano di ridurre la propria dipendenza dall’estero, il tutto giustificato dalla necessità di garantire la propria sicurezza economica. Tuttavia, la globalizzazione non è scomparsa e, all’interno del proprio territorio, le norme che regolano la fiscalità, il lavoro, la finanza o la governance delle imprese rimangono in gran parte ereditate dai decenni liberali. Sebbene il mercato non venga più presentato come la soluzione a tutti i problemi, spesso continua a dettare
le regole del gioco economico interno. Il capitalismo contemporaneo si trova chiaramente in un momento di svolta. Se il liberalismo sfrenato è ormai agli sgoccioli, quale sarà la sua nuova forma?
Per alcuni, sulla scia dei sogni del magnate tecnologico americano Peter Thiel, sarà libertario:
senza leggi, senza regole. senza tasse e senza democrazia. Per altri, si sta affermando un capitalismo nazionale autoritario che si chiude verso l’esterno, promuove la repressione dei movimenti sociali e stende il tappeto rosso ai più ricchi. Da Elon Musk all’avvicinamento di numerosi grandi capitalisti francesi all’estrema destra, questa strada sembra infatti ben aperta.

Settembre 2026
NON SI È ANCORA FATTA FINE CON LE
POLITICHE ECONOMICHE LIBERALI
In un momento in cui gli Stati sono maggiormente preoccupati dalle loro dipendenze strategiche che dal libero mercato, il liberalismo economico sta perdendo terreno. Ciononostante, continua a dettare le regole del gioco in molti ambiti
Di Christian Chavagneux

A livello mondiale, dagli Stati Uniti alla Cina e persino in Europa, le parole d’ordine sono ormai la sovranità e l’autonomia strategica in nome di una sicurezza economica che richiede di ridurre la dipendenza dall’estero.

Dopo oltre mezzo secolo di progressiva affermazione, seguita da un periodo di predominio ideologico, stiamo assistendo a una profonda rimessa in discussione del liberalismo economico?
La fede nelle virtù innate del libero mercato è senza dubbio in declino. Se Donald Trump contribuisce a questa tendenza, è ben lungi dall’essere l’unico a spingere in questa direzione. È giunto il momento del ritorno delle frontiere e dell’intervento dello Stato nell’economia. Una panoramica sulle molteplici sfaccettature di questo mondo in pieno sconvolgimento.

Settembre 2026
È questa la fine del liberalismo?
Sono finiti i tempi in cui il libero mercato racchiudeva tutte le promesse. In tutto il mondo, si assiste ora allo sviluppo di politiche commerciali restrittive e a un maggiore intervento degli Stati.

Di Christian Chavagneux – Dossier illustrato da Adrià Fruitos
Dopo oltre mezzo secolo di progressiva affermazione, seguita da un periodo di predominio ideologico, stiamo assistendo a una profonda rimessa in discussione del liberalismo economico?

A causa della guerra in Ucraina e delle tensioni internazionali sempre più crescenti il mercato delle munizioni si sta irrigidendo e il governo francese intuisce che le forniture potrebbero esaurirsi molto rapidamente. «In alcuni segmenti, solo i paesi che dispongono di una produzione sul proprio territorio possono rifornire le proprie forze armate». Il ministro, che ha il vento in poppa, scende in campo per portare avanti questa questione. È infatti sostenuto dai parlamentari di tutti gli schieramenti, alcuni dei quali seguono la questione da diversi anni.

28.08.2026
Come la Francia ha riconquistato la propria sovranità nel settore delle munizioni
Giugno 2022: Emmanuel Macron lancia, con grande sorpresa dell’intero settore della difesa francese, l’economia di guerra. In una serie in cinque parti, <«La Tribune» vi accompagna per tutta questa settimana dietro le quinte di questo vasto progetto dello Stato francese guidato dall’allora ministro delle Forze armate Sébastien Lecornu (lancio, attuazione, difficoltà, resistenze…). Questo concetto è destinato
a rivoluzionare i processi industriali dei gruppi del settore della difesa. Dietro le quinte del rilancio del settore delle munizioni in Francia.

Di MICHEL CABIROL
Otto mesi dopo il lancio dell’economia di guerra, il ministro delle Forze Armate Sébastien Lecornu affronta il 2023 con l’obiettivo di far muovere anche le linee di produzione nel settore delle munizioni, in particolare quelle da 155 mm, utilizzate soprattutto dal Caesar.

Il calo dei mercati petroliferi di questa settimana non sarà sufficiente, da solo, a cancellare uno shock già incido sui bilanci delle famiglie. I dati attesi sui prezzi alla produzione in Francia e sulla massa monetaria dell’area dell’euro consentiranno di valutare la diffusione dell’aumento dei costi energetici. I primi misurano la pressione esercitata sui margini delle imprese. I secondi forniscono, insieme ad altri indicatori, informazioni sulle condizioni di finanziamento e di domanda in cui tale pressione può essere trasferita. Affinché il calo del Brent si traduca in un sollievo per l’Europa,
occorrerà ben più di un accordo diplomatico annunciato. Le navi dovranno effettivamente riprendere a navigare, i volumi esportati dal Golfo dovranno tornare, gli assicuratori dovranno ridurre i propri premi e le raffinerie dovranno ritrovare condizioni normali di approvvigionamento. La stabilità dei flussi russi rimarrà l’altra variabile fondamentale.

28.08.2026
Petrolio: il Brent scende nuovamente verso gli
87 dollari, ma l’Europa non ne risente ancora

Il Brent scende a 86,91 dollari, dopo un calo superiore al 7% in una settimana, sulla scia delle speranze di un accordo sullo Stretto di Hormuz. Tuttavia, l’incidente a una petroliera nello stretto e il persistente aumento dei prezzi dei carburanti dimostrano che l’Europa non beneficerà immediatamente di tale calo.

LT (CON REUTERS)
Il Brent ha registrato un calo di oltre il 7% in una settimana, attestandosi giovedì a circa 87 dollari al barile.
Gli investitori puntano su una graduale ripresa dei flussi attraverso lo stretto di Ormuz. Tuttavia, questa distensione rimane puramente finanziaria: sia per le imprese europee che per gli automobilisti, il costo del gasolio e della benzina non scende allo stesso ritmo del greggio.

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Rassegna stampa francese, 12a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

L’umanità sta preparando il futuro o sta andando incontro alla propria rovina? Quali sono le
tendenze geopolitiche che caratterizzano il mondo? Quando l’URSS è crollata nel 1991 e gli Stati
Uniti si sono imposti come unica iperpotenza, si sono convinti che le relazioni internazionali si
sarebbero organizzate attorno ai valori liberali. La democrazia, il diritto e il commercio avrebbero
permesso di costruire un futuro in cui l’egemonia statunitense sarebbe stata rafforzata, l’Europa
sarebbe stata protetta e le potenze «emergenti» del Sud avrebbero beneficiato del processo di
globalizzazione promosso dall’Occidente. Le cose non sono andate così. L’attuale sistema
internazionale si articola attorno a due variabili: da un lato, la rivalità tra Stati Uniti e Cina, le uniche
due grandi potenze a livello mondiale; dall’altro, la pluralità di posizioni degli altri Stati, senza un
allineamento sistematico alle due potenze dominanti, ciascuno desideroso di trarne vantaggio e di
limitare la propria dipendenza dai giganti.


29.07.2026
UN MONDO AD ALTO RISCHIO
I motivi di preoccupazione sono fin troppo evidenti, tra guerre, tendenze autoritarie, tecnologie e
cambiamenti climatici fuori controllo. Da qui l’importanza di individuare i cambiamenti strutturali di un
mondo in cui tutte le logiche stanno cambiando

INTRODUZIONE

Di Jean-Vincent Holeindre, professore di scienze politiche all’Università Paris-Panthéon-Assas e direttore del
Centro Tucidide. Ha appena pubblicato, insieme a Julian Fernandez, Senza fede né legge? (Edizioni Panthéon-Assas, 2026)
Lo spettacolo del mondo, nel 2026, può far girare la testa, se non addirittura incutere terrore: scontri
militari tra Stati che si estendono (Stati Uniti e Iran, Pakistan e Afghanistan, Israele e Libano, Russia e
Ucraina…); guerre civili che lacerano le società (Yemen, Siria, Sudan, Birmania, Somalia, Etiopia…);

Abbiamo scelto venti domande che consentono di esplorare gli sviluppi – per alcuni davvero
inauditi – della geopolitica odierna. Eccone alcune: Il mondo è diventato reazionario? Gli Stati Uniti
e la Cina si scontreranno militarmente? Che cos’è un’alleanza solida? L’Europa, potenza o
vassalla? Un mondo in via di brutalizzazione? Gli stretti sono il centro del mondo? Servizi segreti:
chi controlla chi? Vendetta, rabbia… Le emozioni hanno preso il sopravvento? I paesi non allineati
sono i nuovi giganti? Chi trae vantaggio dalle guerre civili? Il tabù nucleare sta per crollare?
L’Occidente ha perso il monopolio del soft power? Il diritto internazionale è impotente? Si possono
spostare i confini? A chi appartiene il mare? Il XXI secolo sarà africano? Le religioni: fattori di
guerra o di pace? Il clima può sconvolgere la geopolitica? L’intelligenza artificiale guiderà la
guerra? Lo spazio è il nuovo Far West? Per rispondere a queste domande, abbiamo coinvolto i
migliori ricercatori e illustrato il numero con mappe sorprendenti che rivelano un mondo molto
diverso da quello che abbiamo conosciuto.


29.07.2026
EDITORIALE
Una stagione geopolitica

DI SOPHIE GHERARDI
«Geopolitica»: il termine è onnipresente. A volte, nei dibattiti, viene confuso con le «relazioni
internazionali». Eppure esiste una differenza tra i due concetti. Le relazioni internazionali abbracciano il
mondo in tutte le sue dimensioni. La geopolitica studia certamente le rivalità tra potenze, ma le considera
attraverso la lente del territorio geograficamente definito.

Il Brasile è ora soggetto a una sovrattassa cumulativa del 37,5 % da parte di Washington; le
tensioni con gli Stati Uniti assumono una nuova piega, poiché i due paesi si sono apertamente
scontrati sul piano politico e ideologico. Le autorità brasiliane ritengono che l’amministrazione
Trump possa interferire negli affari interni del proprio Paese. La Casa Bianca ha fatto sapere di
non considerare il governo brasiliano un alleato. Ciò apre quindi maggiori prospettive per Pechino,
che ha fatto delle sue relazioni con il Brasile una priorità strategica. Il colloquio tra i presidenti Lula
e Xi conferma la dinamica già esistente e la rafforza alla luce degli ultimi sviluppi tra Washington e
Brasilia. Pur senza menzionare esplicitamente gli Stati Uniti, il leader brasiliano ha fatto sapere al
suo omologo cinese che il suo governo «rimane determinato a diversificare i propri mercati e i
propri partner commerciali».


29.07.2026
Pechino si schiera al fianco del Brasile, scottato
da Washington
Partner storico degli Stati Uniti, Brasilia, che teme ingerenze nelle prossime elezioni presidenziali, vuole
diversificare i propri mercati

Di Claude Leblanc
Gli Stati Uniti hanno applicato dazi doganali del 12,5% sui prodotti brasiliani, che ora sono soggetti a
un’imposta cumulativa del 37,5%. La Casa Bianca ha fatto sapere di non considerare il governo brasiliano un
alleato. Xi Jinping e Lula hanno riaffermato il loro intento di ampliare la cooperazione in settori strategici e
ad alta tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, i satelliti, i minerali critici e il commercio di
fertilizzanti.

Uno dei principi fondamentali degli omaniti: rimanere neutrali e mantenere buoni rapporti con tutte
le parti. Nel tentativo di mantenere buoni rapporti con tutti, l’Oman si era ritrovato in una trappola,
stretto tra le pressioni degli Stati Uniti e quelle degli iraniani. Ma la natura non si nega: mentre da
due settimane il Golfo è alle prese con un’escalation tra Stati Uniti e Iran, i responsabili dell’Oman
hanno nuovamente messo in campo la loro arte della mediazione e si sono ritrovati al centro degli
sforzi diplomatici per evitare un’escalation. Un ruolo tradizionale. L’Oman si sta infatti adoperando
per porre fine ai recenti scontri tra l’Arabia Saudita e gli Houthi dello Yemen. «L’Oman ritiene che,
nonostante le difficoltà nei rapporti con l’Iran, questo Paese rimarrà sempre un vicino presente ai
suoi confini.


28.07.2026
Guerra in Medio Oriente: l’Oman, il mediatore
tanto atteso
Sconvolto dall’attacco americano-israeliano contro l’Iran a gennaio, il sultanato si era tenuto in disparte
fino ad ora. Il sultanato si sta attivando per evitare uno scontro tra l’Arabia Saudita e gli Houthi, che
minaccerebbe lo stretto di Bab el-Mandeb. Parallelamente, sono in corso discussioni con gli iraniani sulle
modalità di controllo dello stretto di Ormuz. Dopo giorni di scontri, dall’ultima domenica l’Iran e gli Stati
Uniti hanno cessato i loro attacchi

Di Rémy Pigaglio
Negli ultimi mesi si era fatto da parte. Scosso dall’attacco a sorpresa di Stati Uniti e Israele contro l’Iran,
proprio nel bel mezzo dei negoziati tra Stati Uniti e Iran che stava organizzando nella propria capitale,

E’ la prima volta dal 2013 che 98 dei 101 dipartimenti francesi sono sotto sorveglianza per siccità.
Con oltre 40.000 ettari bruciati in Francia dall’inizio dell’anno, il 2026 detiene il triste primato delle
superfici devastate prima di metà luglio nel XXI secolo. L’ONF, che gestisce 11 milioni di ettari di
foreste pubbliche, subisce ingenti tagli al proprio organico: il numero di agenti è sceso da 16.000
nel 1986 a 12.500 nel 2000, e addirittura a 8.000 nel 2022. La Corte dei Conti osserva che «queste
riduzioni di organico hanno avuto conseguenze significative sul mantenimento delle competenze
all’interno dell’ente». Dopo gli incendi dell’estate del 2022, Macron aveva annunciato un piano per
piantare un miliardo di alberi nell’arco di dieci anni. Ripiantare essenzialmente conifere, che sono
meno costose delle latifoglie, con una crescita più rapida, perfette per l’industria del legno… ma
più sensibili agli incendi.

23.07.2026
EDITORIALE
La nostra foresta sta bruciando e noi restiamo a
guardare il fiammifero
Sono ormai due decenni che l’ONF, che gestisce circa 11 milioni di ettari di foreste pubbliche, subisce
ingenti tagli al proprio organico

DI MATHILDE VIENNOT
L’incendio di Fontainebleau segna l’inizio di una nuova era per gli incendi boschivi: con oltre 2.000 ettari
andati in fumo (quasi il 10% della superficie del massiccio), questa catastrofe è terrificante sotto diversi
aspetti. Si tratta dell’incendio più grave nella storia recente della foresta.

Per incoraggiare i giovani ad arruolarsi, nelle università e nelle scuole tecniche russe vengono
regolarmente organizzati incontri informativi, «lezioni di coraggio» e tornei di pilotaggio di droni su
schermo. Queste sessioni si svolgono sotto la guida degli uffici di reclutamento militare e dei
combattenti russi. Questi ultimi promettono ai futuri piloti di droni che non vedranno nulla della
guerra. Non dovrebbero operare esclusivamente davanti agli schermi, in un bunker lontano dalla
linea del fronte?

29.07.2026
I droni, uno strumento per attirare gli studenti
nell’esercito russo
Il Cremlino impone alle università di destinare il 2% del proprio organico alla guerra contro l’Ucraina

di Marie Jégo e Benjamin Quénelle
Sempre alla ricerca di nuove reclute per alimentare la propria macchina da guerra, il Cremlino cerca di
arruolare gli studenti nei reggimenti di piloti di droni in Russia, diventati il nuovo ascensore sociale, secondo
la propaganda ufficiale.

Il suo nome di battaglia è «Magyar» («l’ungherese»). A differenza di molti ucraini, non parla russo
e non ha né famiglia né amici dall’altra parte del confine. Più semplice per evitare qualsiasi pietà o
emozione? «Non voglio nemmeno pronunciare la parola “russi”: non uccido esseri umani, uccido
parassiti. I miei video mostrano a chi sta per arruolarsi per Putin che ciò che gli accadrà non ha
assolutamente nulla di eroico. Nel 2025, solo tre anni dopo aver gettato le basi per la più efficiente
delle unità di droni senza pilota, viene nominato «eroe dell’Ucraina» da Volodymyr Zelensky, poi
incaricato di comandare un corpo d’armata completamente nuovo specializzato in sistemi aerei
senza pilota – una prima assoluta nella storia mondiale dei conflitti. Secondo i suoi dati, il corpo dei
droni rappresenta solo il 2,5% delle truppe ucraine, ma da solo uccide un terzo dei russi.

29.07.2026
Magyar, l’uomo che guida la guerra degli uccelli
Leggenda ucraina dei droni, Robert Brovdi guida quest’estate l’operazione «Crimea» e prosegue i suoi
attacchi alle raffinerie nel cuore della Russia – «MAGYAR» LAVORA IN BUNKER SPARSI NEL SUD-EST
DELL’UCRAINA, CIRCONDATO DA UN ESERCITO DI NERD CHE INDOSSANO SCARPE DA GINNASTICA O
CROCS, PALLIDI E STANCHI, COME DA GOOGLE

Di Ariane Chemin – Sud dell’Ucraina – inviata speciale
Un timbro da baritono precede l’apparizione del comandante dalla barba rossa. Non c’è dubbio: è la stessa
voce che, sul suo canale YouTube, accompagna con la musica le imprese delle sue truppe – quella di
«Magyar», 50 anni, leggenda ucraina dei droni.

Quando Donald Trump è tornato al potere, non nascondeva il suo disprezzo per Volodymyr
Zelensky, che considerava perdente a priori. Ha smesso di finanziare la resistenza ucraina e ha
cercato di stringere accordi con Mosca. Ma l’ucraino ha fatto di tutto per conquistare la fiducia del
leader americano. I due uomini si sono avvicinati a partire dal 26 aprile 2025 in Vaticano, durante
un breve colloquio a margine dei funerali di Papa Francesco. Donald Trump è rimasto
impressionato nel vedere le truppe ucraine riconquistare terreno, lui che non ama i «perdenti» e
rispetta la forza. Gli Stati Uniti sono inoltre interessati al know-how unico al mondo dei combattenti
ucraini in materia di droni.


29.07.2026
Trump-Zelensky: il disgelo
Dopo il forte raffreddamento dei rapporti del 2025, il presidente americano riceve il presidente ucraino
con un nuovo spirito. l All’ordine del giorno dei colloqui alla Casa Bianca: forniture di armi e pressioni
diplomatiche sulla Russia. l Kiev, che ha sviluppato competenze nel settore dei droni, collaborerà in
questo ambito con Washington. Zelensky accolto meglio da Trump rispetto al 2025

Di Solveig Godeluck — Ufficio di New York
Volodymyr Zelensky è tornato a Washington, in una posizione decisamente migliore rispetto al febbraio
2025, quando Donald Trump lo aveva rimproverato pubblicamente nello Studio Ovale.

Di fronte a fiamme di tale intensità, la prefettura della Gironda ha avviato un vasto piano di
evacuazione, mentre la regione ospita, in questa stagione, da 200 a 350.000 turisti. Fin dalla prima
notte, la penisola di Cap-Ferret è precipitata in un incubo: campeggi evacuati nel buio, file di auto
che avanzavano a passo d’uomo nel fumo, abitazioni difese una ad una dai vigili del fuoco. Sono
bastate quarantotto ore per costringere 44.000 persone a mettersi in viaggio. Poi l’incendio ha
virato verso est, in direzione dell’entroterra, costringendo l’agenzia sanitaria regionale ad attivare il
piano di emergenza nella Gironda e nelle Landes e a sgomberare le case di riposo. Sabato il primo
ministro Sébastien Lecornu ha riunito i suoi ministri con una sola direttiva: fare tutto il possibile per
preservare Bordeaux dalle fiamme.

26.07.2026
La Francia in fiamme
CRISI – La regione di Bordeaux è in preda alle fiamme, le evacuazioni si susseguono – 170.000 sabato alle
14:00 – e le autorità stanno raddoppiando gli sforzi per arginare un incendio di portata già storica

Di GEOFFROY ANTOINE
Un disastro che nulla sembra riuscire a contenere. Da quattro giorni, un gigantesco incendio sta devastando
la Gironda. Da Biscarrosse alle Landes, passando per Cap-Ferret e il bacino di Arcachon, i turisti stanno
vivendo un incubo mentre i vigili del fuoco, affiancati da 1.500 militari, sono impegnati in una corsa contro
il tempo per circoscrivere l’incendio prima che raggiunga Bordeaux e i suoi 270.000 abitanti.

Berlino sta accelerando i propri acquisti di armi e sviluppando le proprie capacità di attacco.
Presentato come una risposta alla minaccia russa, questo potenziamento modificherà gli equilibri
del continente. È in questo contesto che la Francia ha appena varcato una soglia di ben altra
gravità. Parigi e Berlino hanno istituito un gruppo direttivo di alto livello in materia nucleare. La
Germania dovrà partecipare alle esercitazioni nucleari francesi, a visite congiunte di siti strategici e
al dialogo sull’articolazione tra le proprie risorse convenzionali e le capacità nucleari francesi. La
dottrina gollista si basava su un’evidenza: solo lo Stato i cui interessi vitali sono minacciati può
decidere dell’uso dell’arma nucleare. Diluire questo potere, anche indirettamente, equivale a
trasformare uno strumento di sovranità in merce di scambio al servizio di un progetto di cui né gli
obiettivi né i limiti sono chiaramente definiti. Macron afferma che la Francia rimarrà l’unica a
decidere su un eventuale impiego dell’arma nucleare. Ma la sovranità non scompare quasi mai con
una sola firma. Si erode per gradi.

22 – 28.07.2026
LA SOVRANITÀ FRANCESE È IN PERICOLO?
Dissuasione nucleare – UN AUMENTO DI POTENZA CHE MODIFICHERÀ GLI EQUILIBRI DEL CONTINENTE

Di Xenia Fedorova, è editorialista su CNews e conduce il programma «Lumières orthodoxes» su Cstar
La Germania non si accontenta più di riarmarsi. Vuole cambiare status. Friedrich Merz lo ha detto senza
mezzi termini: la Bundeswehr deve diventare «l’esercito convenzionale più potente d’Europa». Berlino sta
accelerando i propri acquisti di armi e sviluppando le proprie capacità di attacco.

Poiché l’obiettivo di Zelensky e dei suoi comandanti è quello di interrompere tutti i rifornimenti, sia
militari che energetici, alla guerra russa, per costringere Vladimir Putin a sedersi al tavolo dei
negoziati, le attività logistiche del Cremlino nel Mar Caspio rappresentavano un bersaglio naturale.
Ma si può anche ipotizzare che il presidente ucraino abbia cercato di dimostrare la propria buona
volontà nei confronti di Donald Trump, il quale, da quando le truppe di Kiev hanno ripreso
l’iniziativa, sembra aver spostato l’attenzione da Mosca a Kiev. Alcuni analisti ritengono inoltre che
un simile attacco abbia senza dubbio beneficiato di un via libera americano.

28.07.2026
Dall’Ucraina all’Iran, la convergenza delle guerre
L’attacco ucraino contro una nave iraniana nel Mar Caspio conferma l’interconnessione dei due conflitti

Di Isabelle Lasserre
Sin dall’invasione russa dell’Ucraina, gli alleati occidentali di Kiev hanno sempre avuto come obiettivo
quello di contenere la guerra entro i confini del Paese.

Tra il 2022 e il 2026, la spesa stanziata dall’Estonia per la propria difesa è balzata dal 2,12 al 5,4%
del proprio prodotto nazionale lordo. L’obiettivo, spiegano a Tallinn, è quello di ritardare
un’eventuale invasione dei carri armati russi, per dare alle forze della NATO il tempo di accorrere
in loro soccorso. Per scoraggiare meglio l’Orso, dal 2022 un piccolo contingente multinazionale è
di stanza in modo permanente nel Paese. Quel giorno, nei pressi del ponte dell’Amicizia, si
incontra un gruppo di soldati britannici in gita, che passeggiano senza armi né equipaggiamento.
Con un migliaio di uomini, il Regno Unito costituisce la spina dorsale del battaglione NATO. I
francesi contribuiscono con 500 soldati. È la missione “Lynx” che dedica parte del proprio tempo
all’addestramento dei volontari della Lega di difesa estone, 16.000 uomini a rinforzo dei 7.700
militari dell’esercito regolare. A questi si aggiungono 4 caccia Rafale schierati in Lituania, a servizio
della sorveglianza aerea della regione.

29.07.2026
La schizofrenia estone
Narva, città estone al confine con la Russia, il cui 95% degli abitanti è di lingua russa, incarna la frattura
sociale e culturale dei Paesi Baltici. Una fonte di tensioni geopolitiche che preoccupa sia le autorità locali
che gli strateghi della NATO. Reportage.

Il “Ponte dell’Amicizia”, sul fiume
Narva. Passaggio pedonale recintato,
“denti di drago” sull’impalcato
centrale: l’atmosfera è cordiale, ma
l’immagine ricorda il Checkpoint Charlie
della Guerra Fredda.

Dal nostro inviato speciale in Estonia, Mériadec Raffray

È ancora presto in questa mattina di luglio e, sotto un sole baltico particolarmente generoso, una lunga fila
si snoda a monte del posto di dogana. Senza il timbro sul passaporto, è impossibile accedere al «ponte
dell’Amicizia», come lo hanno battezzato i sovietici.

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Rassegna stampa francese, 11a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Marine Le Pen ha accettato di lanciarsi in una campagna presidenziale senza precedenti nella V
Repubblica, quella di una favorita condannata ma non ostacolata, ferita ma ancora in piedi,
indebolita da una decisione giudiziaria ma determinata a trasformare questa fragilità in una prova
politica. La giustizia non le ha precluso la strada verso il 2027, non farà campagna con un
braccialetto elettronico. Farà campagna con una scadenza giudiziaria che pende su di lei. I giudici
l’hanno collocata esattamente su quel confine che lei stessa aveva tracciato. Martedì sera ha
scelto di varcarlo. «Non aveva scelta, Marine non si arrende mai», ha assicurato una sua amica.
Lasciare la scena adesso avrebbe significato dare ai suoi avversari ciò che aspettavano da tanto
tempo: un’uscita di scena prima dello scontro, una resa senza elezione, un “dopo-Le Pen”
inaugurato non dai francesi, ma dai giudici.

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12.07.2026
UNA CAMPAGNA SOTTO LA SPADA DI DAMOCLE
Condannata ma eleggibile, Marine Le Pen mantiene la sua candidatura per il 2027 e ricorre in cassazione.
Il braccialetto elettronico è ormai un ricordo, ma un’incertezza giudiziaria graverà sulla sua campagna
presidenziale
DI JULES TORRES

Marine Le Pen ha scelto di non fare marcia indietro. Poche ore dopo la sentenza della Corte d’appello di
Parigi, la leader dei deputati del RN è apparsa al telegiornale delle 20:00 di TF1 non come una candidata
liberata, ma come una candidata determinata.

Se i magistrati esercitano le loro attribuzioni «in nome del popolo francese», ciò non significa che
ne siano l’emanazione. Opporsi al governo dei giudici non è un atteggiamento «populista», ma
l’esigenza di una democrazia degna di questo nome.

10.07.2026
EDITORIALE
A nome del popolo francese?

Fino all’ultimo minuto, la suspense sull’ineleggibilità di Marine Le Pen è stata totale. Nessuno sapeva cosa
avrebbero deciso i tre magistrati. E questa incertezza dimostra chiaramente che la giustizia, contrariamente
a quanto molti ripetono pigramente, non si limita ad applicare la legge.

Lo spirito del Male si è impadronito della nostra epoca. «Il male collettivo è cambiato dagli anni ’80-
’90: i lettori di gialli sanno bene che le aggressioni e le violenze a cui sono confrontati non si
spiegano con la supremazia del capitalismo o con il supremacismo bianco». I fatti di cronaca ci
dicono di più sull’umanità e sullo stato del mondo rispetto alle vane dispute tra fazioni ideologiche
o agli scontri tra piccole formazioni politiche. Il romanzo poliziesco è un laboratorio della natura
umana quando ci spiega come e perché un individuo trasgredisce le norme e quando esplora le
reazioni di coloro che cercano di giudicare o riparare a tale trasgressione.

10.07.2026
JOSEPH MACÉ-SCARON: «Ogni fatto di cronaca
che mette in scena il Male è un fatto di civiltà»
L’ex direttore editoriale di «Figaro Magazine» e di «Marianne» pubblica «Les Remplacés» (Les Presses de
la Cité), un romanzo poliziesco che descrive tanto bene, se non meglio, di un saggio la violenza che si è
impadronita della società francese. In netto contrasto con una magistratura altrettanto angelica quanto
gli intellettuali che la influenzano, l’autore afferma che lo spirito del Male si è impadronito della nostra
epoca. «Il male collettivo è cambiato dagli anni ’80-’90: i lettori di gialli sanno bene che le aggressioni e le
violenze a cui sono confrontati non si spiegano con la supremazia del capitalismo o con il supremacismo
bianco»

Intervista raccolta da Alexandre Devecchio
Lei è stato direttore di «Figaro Magazine» e di «Marianne», oltre che saggista. Da alcuni anni la
ritroviamo come autore di gialli. Come si passa dall’uno all’altro?
In entrambi i casi, si tratta di decifrare la società, di fornire un commento sociopolitico. Ho avuto la fortuna,
nelle due testate che lei cita, di incontrare giornalisti appassionati di «fatti di cronaca».

Per Marine Le Pen ci sono due avversari principali: l’avversario di centro e l’avversario
dell’estrema sinistra. L’avversario di centro è oggi molteplice. Ma forse non lo sarà ancora per
molto. Ormai c’è un’abitudine piuttosto deplorevole nelle campagne presidenziali: alcuni si
candidano non per diventare presidente della Repubblica, ma per negoziare in seguito un incarico
ministeriale. Uno spera in Matignon, l’altro agli Affari esteri, alla Giustizia o a chissà quale altro
portafoglio. È una completa snaturazione delle elezioni presidenziali. Ci saranno senza dubbio
molti meno candidati sulla linea di partenza rispetto a oggi. Alla fine, ci sarà un candidato di centro.
Resta da vedere se questo centro sceglierà una figura di centro-destra o di centro-sinistra. Ma, in
ogni caso, sarà la continuazione della politica di Emmanuel Macron.

12.07.2026
MARINE LE PEN – «Non permetterò a nessuno di
sottrarre queste elezioni presidenziali ai
francesi»
2027: la candidata del RN alle elezioni presidenziali, eleggibile, vuole chiudere la vicenda giudiziaria e
imporre un dibattito di fondo – TANDEM: insieme a Jordan Bardella, Marine Le Pen punta sul duo e sulla
«rinascita» per rimettere in piedi la Francia
INTERVISTA A CURA DI GEOFFROY LEJEUNE E JULES TORRES
In che stato d’animo si trova dopo questa settimana movimentata?
Sono combattiva e, come ho già avuto modo di dire, felice che ciò che mi appariva come un ostacolo
insopportabile al processo democratico sia stato fermato dalla Corte d’appello.

Sotto un sole cocente e un caldo opprimente, martedì la parata XXL voluta dal presidente della
Repubblica ha unito festa popolare e messaggio strategico. A chiusura della parata, i giovani
portabandiera dei trentacinque paesi si sono fatti avanti, formando una V vicino alla tribuna
presidenziale, mentre tra loro si apriva una bandiera francese. Il capo dello Stato, che presiedeva il
suo ultimo 14 luglio, si è poi alzato per andare a salutarli, accompagnato dagli altri leader. Il
simbolo della determinazione e della coesione europea non aveva bisogno di altro. La
dimostrazione ha irritato Mosca, che ha denunciato una coalizione di «guerrafondai». Emmanuel
Macron sottolinea il raddoppio del bilancio delle forze armate, ma anche il riarmo delle menti.

15.07.2026
14 luglio: una dimostrazione di modernità e
determinazione
Macron ha ribadito che la Francia è in grado di difendere i propri valori, «a costo del sangue, se
necessario»

Di Nicolas Barotte
In alta uniforme, con passo cadenzato e l’arma in pugno, i soldati ucraini della Guardia presidenziale
indipendente, scelti per sfilare a Parigi il 14 luglio, attraversano gli Champs-Élysées e Place de la Concorde
con sguardo fiero e mento sollevato.

I problemi strutturali dell’Alleanza Atlantica permangono: a causa della volubilità e
dell’imprevedibilità di Donald Trump, gli Stati Uniti non garantiscono più la sicurezza dei paesi
membri della NATO e non dissuadono più la Russia dal ricostituire l’impero sovietico. L’Europa –
non più del Giappone, della Corea del Sud o delle monarchie del Golfo – non può continuare a
delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti e a scommettere sulla continuità dei loro impegni.
L’unica incertezza riguarda il modo in cui gli americani si ritireranno. Gli europei non hanno quindi
altra scelta che farsi carico della propria sicurezza e dotarsi della capacità di dissuadere la Russia.
E ciò passa attraverso l’europeizzazione della NATO, unico quadro in cui le forze armate europee
possano operare insieme. Tuttavia, questa sfida dell’Alleanza Atlantica è ben lungi dall’essere
vinta, tanto sono numerosi gli ostacoli.

16.07.2026
La sfida dell’europeizzazione della NATO
L’Europa non può più delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti e puntare sulla continuità degli
impegni americani

L’EDITORIALE DI NICOLAS BAVEREZ
Il 36° vertice della NATO, tenutosi ad Ankara (Turchia) il 7 e l’8 luglio, si è svolto in un momento cruciale. In
Ucraina, l’interminabile guerra di logoramento scatenata dall’aggressione russa sta volgendo a vantaggio di
Kiev sul fronte, il che spinge Vladimir Putin a moltiplicare gli attacchi devastanti contro le città e la
popolazione civile.

La Commissione Europea opera in «silos» e manca di una cultura collettiva – «uno spirito di corpo.
Ne deriva «una mancanza di fiducia tra colleghi, tra servizi e tra livelli gerarchici». È un dato di
fatto: le direzioni generali hanno sviluppato nel corso del tempo la propria cultura. Quella incaricata
dell’ambiente, per citarne solo una, ha un slogan più ecologista rispetto alle direzioni generali
dell’agricoltura o delle imprese. Da qui derivano battaglie a volte epiche prima delle decisioni
politiche. Si tratta di un fenomeno che si verifica in numerose amministrazioni nazionali. In Francia,
i ministeri non hanno tutti la stessa visione del mondo. Ma a Bruxelles la questione è
particolarmente acuta. E questa organizzazione a compartimenti stagni è tanto più dannosa,
secondo la Commissione, in quanto le crisi ricorrenti – internazionali, energetiche, commerciali – la
costringono a una maggiore «agilità».


15.07.2026
La Commissione di Bruxelles alla vigilia di un
big bang
Esame di coscienza – Per combattere le proprie disfunzioni, l’istituzione avvia una vasta riforma,
la prima in un quarto di secolo

Di Simon Carraud (da Bruxelles)
Ursula von der Leyen si è ripromessa di rivedere l’organizzazione della sua Commissione. Si baserà, tra
l’altro, su un rapporto interno, presentato lunedì ai funzionari, che l’Opinion ha potuto consultare.
C’È UN GIUDICE più severo di se stessi?

L’esperienza della guerra non è la stessa per gli algerini e per i francesi d’Algeria. I primi hanno
subito per otto anni una violenza ininterrotta e, su 8 milioni, 2 milioni sono stati sradicati e rinchiusi
in campi di raccolta. A ciò si aggiunge la violenza particolare dell’estate del 1962, quando le fazioni
rivali si contesero il potere. Per i secondi, la guerra si concluse con l’esplosione di violenza
dell’OAS, che essi avevano sostenuto. A poco a poco, l’obiettivo di mantenere l’Algeria francese si
ridusse a una questione di estrema destra. Da allora, fa parte della nostra cultura politica, sotto
forma di un mito che riemerge quando l’estrema destra è forte. Così, oggi, il modo in cui i
musulmani vengono presi di mira in Francia riecheggia la designazione degli algerini come
«musulmani» da parte dell’amministrazione coloniale.

Giugno 2026
“LA COLONIZZAZIONE NON È MAI STATA
ACCETTATA”
Un’occupazione brutale, disuguaglianze vertiginose e atti di resistenza ininterrotti: questi sono gli
elementi che hanno portato alla guerra d’indipendenza nel 1954, analizza la storica Sylvie Thénault

Intervista a cura di ÉRIC AESCHIMANN e SARAH DIFFALAH Illustrazione di JACQUES FERRANDEZ
Nel novembre 1954, quando il FLN lanciò la serie di attentati che avrebbe segnato l’inizio della guerra
d’indipendenza, qual era la situazione dell’Algeria? Il Paese era «pacificato», come talvolta si sente dire?
L’idea che l’Algeria coloniale abbia vissuto, dalla fine del XIX secolo, un periodo di stabilità è irenica.

Per il suo ultimo 14 luglio in qualità di presidente della Repubblica, Emmanuel Macron ha voluto
lasciare il segno con una dimostrazione di forza, volta in particolare a mostrare l’unità dell’Europa
di fronte alla Russia. Mentre il suo bilancio è più che mai oggetto di critiche da parte dei candidati
alla sua successione, la Festa nazionale è stata anche l’occasione per Emmanuel Macron di
mettere in evidenza ciò che è stato fatto per le forze armate negli ultimi nove anni.

15.07.2026
Per Emmanuel Macron, un ultimo 14 luglio
all’insegna del bilancio
Martedì il capo dello Stato ha presieduto la sua ultima parata militare del 14 luglio. L’ha dedicata al tema
del «risveglio strategico europeo», alla presenza del presidente ucraino

Di Grégoire Poussielgue
Venticinque capi di Stato e di governo, tra cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, un record
«storico» secondo l’Eliseo di partecipanti alla parata sugli Champs-Élysées con 6.800 soldati, tra cui
numerosi europei e ucraini, il 30% in più di veicoli e velivoli per una parata in versione XXL sul tema del
«risveglio strategico europeo»…

Emmanuel Macron non ha mai smesso di cercare di appianare i rapporti tra Kiev e Washington. Il
presidente francese intende rendere l’Ucraina meno dipendente dagli aiuti americani, lavorando al
contempo per l’autonomia strategica del vecchio continente, direttamente minacciato da Mosca.
L’ultimo 14 luglio del suo secondo mandato doveva simboleggiare «l’Europa che si risveglia, che
prende coscienza della pericolosità del mondo», spiega un consigliere presidenziale. Un
diplomatico europeo conclude: «All’inizio della guerra, la Francia non aveva la stessa visione del
conflitto. Oggi abbiamo un interesse strategico ben chiaro: l’Ucraina ci difende».

15.07.2026
Tra Macron e Zelensky, un rapporto singolare
La presenza del presidente ucraino alla parata del 14 luglio incarna il sostegno di Parigi a Kiev e la
vicinanza tra i due capi di Stato. Legami a volte messi a dura prova

Di Claire Gatinois
Il 14 luglio 2023, Vadym Omelchenko fece un sogno. Mentre le truppe francesi sfilavano sugli Champs-
Élysées, l’ambasciatore ucraino in Francia immaginava che anche i soldati ucraini prendessero parte alla
parata per festeggiare, già dall’anno successivo, la vittoria del suo Paese sulla Russia. «Eroi dell’esercito dei
vincitori. Ci credo», scriveva su X.

Quattro economisti hanno esaminato la crescita naturale della spesa pubblica, ovvero la sua
evoluzione «a politica invariata». Secondo il rapporto, in assenza di misure correttive il disavanzo
pubblico raggiungerebbe il 5,9% del PIL già dal prossimo anno e c ontinuerebbe poi a peggiorare
fino a sfiorare il 7% del PIL nel 2030. L’impennata della spesa è da ricercarsi nell’aumento degli
interessi versati ai detentori di obbligazioni francesi, ma in termini di importo, sono soprattutto le
spese sociali a crescere vertiginosamente. Quelle sanitarie aumentano di circa 10 miliardi di euro
all’anno a causa dell’invecchiamento della popolazione, dell’aumento delle patologie croniche, del
costo delle nuove terapie, ecc. E le pensioni costano ogni anno da 11 a 12 miliardi di euro in più
(+47 miliardi entro il 2030, pari al +13%), a causa dell’aumento del numero di pensionati e
dell’importo medio delle pensioni. Queste due principali voci di spesa crescono entrambe a un
ritmo superiore a quello della crescita economica.

16.07.2026
Uno sforzo di bilancio pari a 125 miliardi entro il
2032 per stabilizzare il debito
Su richiesta del Ministero delle Finanze francese (Bercy), quattro economisti hanno analizzato
l’andamento naturale della spesa pubblica. Il loro rapporto indica che, in assenza di misure politiche, il
deficit è destinato ad aumentare già dal prossimo anno e ad aumentare ulteriormente in seguito, con il
rischio di perdere il controllo

Di Sébastien Dumoulin
125 miliardi. È questa l’entità dello sforzo di bilancio minimo da compiere entro la fine del prossimo
quinquennio, semplicemente per stabilizzare il debito pubblico ed evitare una crisi finanziaria.

Tre anni di reclusione, di cui uno senza condizionale. Soprattutto, l’ineleggibilità viene ridotta da
cinque anni con esecuzione provvisoria a quindici mesi senza esecuzione provvisoria. Da brava
avvocatessa, Marine Le Pen ha capito immediatamente cosa significasse: può candidarsi.
Istintivamente, uscendo dal tribunale sapeva che sarebbe stata candidata. La rinascita di Marine
Le Pen riaccende la speranza dei suoi sostenitori tanto quanto potrebbe riattivare, a destra, una
diffidenza nei confronti di un clan che incarna l’impossibilità di liberarsi dall’antica trappola
mitterrandiana. Non importa. Per il RN e per l’intero schieramento nazionale, la candidatura di
Marine Le Pen è ormai un dato di fatto.

16.07.2026
La buona sorte di Marine Le Pen
Condannata, data per politicamente finita, Marine Le Pen è tornata a essere candidata alle elezioni
presidenziali. Il racconto di una rinascita politica che rimescola le carte in vista del 2027

Di Marc Eynaud
Tutta la saggezza umana sta in queste due parole: aspettare e sperare. È con questa frase che Alexandre
Dumas conclude Il conte di Montecristo. Per mesi, gli avversari di Marine Le Pen l’hanno creduta
politicamente sepolta.

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Crescita: e se l’anomalia fossero stati i Trenta Gloriosi?_ di Elucid

Crescita: e se l’anomalia fossero stati i Trenta Gloriosi?Il prodotto interno lordo della Francia (PIL) nel 2026

Nel 2025, la Francia ha prodotto quasi 3 000 miliardi di euro di ricchezza. Tuttavia, la sua crescita ha raggiunto solo lo 0,8 %, segnando il quarto anno consecutivo di rallentamento, ottenuto al prezzo di un deficit pubblico superiore al 5 % del PIL. E se questa crescita fosse già pari a zero? Misurata pro capite e corretta per gli effetti dell’inflazione, potrebbe essere già scomparsa. I dati raccontano una storia che i nostri responsabili politici si rifiutano di ascoltare: la vera anomalia forse non è l’attuale stagnazione, ma la straordinaria parentesi dei Trenta Gloriosi che probabilmente non si ripeterà più. Perché la crescita si sta esaurendo? E cosa bisognerebbe cambiare per vivere meglio senza di essa?

Un saggio interessante, utile per comprendere tendenze analoghe presenti nei paesi europei e in particolare in Italia, pur tenendo presenti la diversa struttura economica e ciclicità dei processi, per altro già riscontrabile in altre fasi storiche. Soffre però, di una imperdonabile omissione, tipica di un approccio economicistico: ignora totalmente il ruolo delle dinamiche geopolitiche, della condizione di subalternità, dei paesi europei, nel determinare le linee di sviluppo economico. Non a caso l’autore glissa su ruolo assunto in quel perioda dal gaullismo_Giuseppe Germinario

Grafico Economia

pubblicato il 02/07/2026 , serie avviata il 01/10/2021 Di Olivier Berruyer

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1- Un aumento ininterrotto dal 1950
2- Un ruolo più importante della spesa pubblica
3- Una crescita sempre più modesta
4- L’importanza del PIL pro capite
5- La fine della crescita?
Cosa bisogna ricordare


Questa originale analisi grafica di Olivier Berruyer per Élucid costituisce un aggiornamento del nostro monitoraggio regolare e aggiornato dei principali indicatori economici.

Il famoso PIL (Prodotto Interno Lordo) è un indicatore economico che misura la produzione economica, ovvero il valore di tutti i beni e servizi prodotti. Spesso criticato – e per ottime ragioni – il Prodotto Interno Lordo (PIL) offre tuttavia una buona panoramica della produzione economica della Francia e, di conseguenza, dell’andamento dei nostri redditi e del nostro potere d’acquisto. Il PIL della Francia nel 2025 ammontava quindi a circa 2 920 Md€.

Un aumento ininterrotto dal 1950

In Francia, la Contabilità Nazionale calcola il PIL dal 1949. Da allora ha continuato ad aumentare, tranne che in occasione di alcune brevi crisi economiche di grande portata. Per valutare meglio la sua evoluzione reale, si corregge questo « PIL corrente » eliminando l’effetto dell’inflazione, ottenendo così quello che viene definito « PIL reale », in euro costanti. Il valore del PIL della Francia nel 2025 è stato di circa 3 000 Md€.PIB annuel de la France, 1950-2025

È proprio l’andamento di questo «PIL reale» a costituire quella sacrosanta crescita di cui si parla tanto. Ha raggiunto la modesta cifra di +0,8% nel 2025, il che rappresenta il quarto anno consecutivo di rallentamento.Croissance annuelle en volume du PIB de la France, 1990-2025

Questa crescita esigua ha comportato un disavanzo pubblico superiore al 5% del PIL, ovvero tale somma « investita » è stata spesa senza essere stata preventivamente finanziata dalle entrate.

Inoltre, mentre il calcolo del PIL corrente è semplice (basta sommare i conti di tutte le imprese del Paese), quello del PIL reale tiene conto dell’inflazione e può quindi essere contestato, se non altro per il metodo di calcolo dell’inflazione dell’INSEE, che è spesso oggetto di critiche. I risultati ottenuti con la metodologia francese si discostano inoltre sempre più da quelli di Eurostat, che utilizza un metodo omogeneo convalidato dagli istituti statistici dei 27 paesi dell’UE. Nel 2025, si registrava uno scarto di 4 punti rispetto al 2021, il che gonfia fittiziamente di altrettanto la crescita dichiarata.Évolution des indices d'inflation annuel en France, 2021-2026

L’approccio al PIL dal punto di vista della domanda ci mostra che la crescita francese si basa principalmente sui consumi delle famiglie. Il peso degli investimenti delle imprese si sta progressivamente riducendo, poiché queste ultime hanno preferito aumentare i dividendi versati agli azionisti. Analizziamo regolarmente i dettagli della crescita del PIL in Francia negli ultimi trimestri. Da tre anni anche il commercio estero svolge un ruolo importante, ma spesso per « motivi negativi », ovvero un netto calo delle importazioni dovuto alla diminuzione del potere d’acquisto delle classi medie.Contribution des composantes à la croissance du PIB déflaté de la France, 1996-2025

Un ruolo più importante della spesa pubblica

Il peso del settore pubblico sul PIL è aumentato notevolmente durante i Trenta Gloriosi, sostenendo la crescita economica. Da anni ’80 non ha subito variazioni significative e oggi rappresenta circa il 30% del PIL.Composantes du PIB de la France, cumulé, 1950-2025

Il commercio estero incide negativamente sul PIL, a causa dei deficit commerciali molto elevati che continuano a persistere.Composantes du PIB de la France, courbe, 1950-2025

L’approccio al PIL basato sui redditi ci mostra che la crescita francese si basa principalmente sull’aumento delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti (ma, ovviamente, queste non sono affatto distribuite in modo equo).Contribution des composantes à la croissance du PIB déflaté de la France, 1996-2025

Su un arco di tempo prolungato, la ripartizione del valore aggiunto tra lavoratori dipendenti e impresa è rimasta relativamente stabile a partire dagli anni ’90. Tuttavia, essa non aumenta più a vantaggio dei lavoratori dipendenti, come invece accadeva durante i Trenta Gloriosi.Composantes du PIB de la France, valeur ajouté, 1950-2025

Se si analizza questa voce rielaborando il dato relativo ai lavoratori autonomi (il cui reddito è costituito da una combinazione di stipendio e utili), è possibile esaminare l’andamento della quota dei salari nel PIL.Part des salaires dans le PIB en France, 1950-2025

Si osservano quindi quattro fasi:

  • Dal 1950 all’inizio degli anni ’70, questa quota è diminuita. I salari reali sono aumentati notevolmente, ma il valore aggiunto e la produttività sono cresciuti ancora più rapidamente, in un’economia di ricostruzione e poi di modernizzazione capitalistica. Il calo è reale ma moderato: si rimane a un livello molto elevato, superiore al 70 %. Si registrano ancora aumenti salariali reali: la torta complessiva cresce così rapidamente che tutti ne traggono vantaggio, anche se la quota relativa dei lavoratori dipendenti registra un leggero calo;
  • Dal 1973 al 1981 si assiste a una brusca inversione di tendenza a favore del lavoro. I profitti crollano a causa delle crisi, ma i salari aumentano grazie all’azione di un potente sindacalismo (introduzione del salario minimo garantito, indicizzazione dei salari ai prezzi…) e a una forte inflazione. Questa forte compressione dei margini è tuttavia insostenibile ;
  • Dal 1982 al 2007 si assiste a una grande inversione di tendenza a favore del capitale. La decelerazione degli anni ’80 è il risultato di una volontà politica ed è stata guidata: è legata al congelamento dei prezzi e dei salari (giugno 1982), poi alla svolta verso l’austerità (marzo 1983) e soprattutto alla disindicizzazione dei salari. La dottrina dichiarata del Partito Socialista è la disinflazione competitiva (franco forte) e il ripristino del margine di profitto per rilanciare gli investimenti. La disoccupazione di massa che comprime i salari, la finanziarizzazione e la globalizzazione degli anni ’90 accentuano questa tendenza;
  • Dalla crisi del 2008, la quota dei salari è tornata a crescere, ma per ragioni molto diverse rispetto agli anni ’70. Al di là dell’effetto della crisi, a incidere sono stati la ripresa ciclica dell’occupazione e il proseguimento della deindustrializzazione a favore dei servizi (più intensivi in termini di manodopera).

Quest’ultimo punto emerge chiaramente dalla suddivisione dell’economia in tre settori.Décomposition par secteur du PIB en France, 1800-2025

Questo vale sia per il PIL che per l’occupazione.Décomposition par secteur de la population employée en France, 1800-2025

A livello aziendale, nel 2026 il margine di profitto delle società ha subito una flessione (a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia sul mercato mondiale), attestandosi al 32%, un livello relativamente basso. I margini sono stati inoltre erosi dal pagamento di interessi aggiuntivi a seguito dell’aumento dei tassi. Di conseguenza, il tasso di risparmio delle imprese è aumentato, mentre il loro tasso di investimento è rimasto stagnante.Taux de marge, d'investissement et d'épargne des entreprises en France, 1950-2026

Una crescita sempre più modesta

Il dinamismo dell’economia nel corso del tempo si analizza osservando l’andamento annuale della crescita su un lungo periodo. Un calcolo per decennio ci mostra che la crescita annuale, pari a circa +1,5 % nel periodo 2000-2019, è ormai solo un quarto del livello registrato durante i Trenta Gloriosi.Croissance annuelle en volume du PIB de la France, 1960-2025

Il decennio 2020 si preannuncia ancora più debole, con una crescita media del +1,0 % nei primi 5 anni. Una buona notizia per l’ambiente, certo, ma una cattiva notizia per il potere d’acquisto, fintanto che rimaniamo vincolati all’attuale sistema economico.

Ciò si osserva particolarmente bene in un grafico del PIL su scala logaritmica, che mette chiaramente in evidenza tre periodi di crescita omogenea a partire dal 1950. Le crisi del 1974 e del 2008 hanno chiaramente « interrotto » i motori della crescita in entrambi i casi, rendendola sempre meno solida.PIB annuel de la France, 1950-2025

L’importanza del PIL pro capite

Sebbene il PIL misuri la quantità prodotta nel Paese, fornisce un’indicazione piuttosto imprecisa dello stato reale dell’economia, poiché non tiene conto (tra le altre cose) dell’evoluzione demografica. Se un paese produce il 2% in più, ma il numero dei lavoratori aumenta del 3%, l’economia sarà risultata meno efficiente. Per questo motivo è più interessante analizzare il PIL reale pro capite, che consente di comprendere la produzione in modo più dettagliato.  Nel 2025 ha raggiunto i 45 000 € per francese.PIB par habitant de la France, 1990-2025

La Francia, come altri grandi paesi, è ormai in declino: se si tiene conto della parità di potere d’acquisto, il PIL pro capite della Francia è ormai inferiore alla media dei 27 paesi dell’UE! È ormai in ritardo rispetto all’Europa del Nord (Germania, Austria, Danimarca, Paesi Bassi, Belgio…).PIB par habitant (en PPA) par rapport à la moyenne dans l'UE, 2000-2025

Poiché la Francia registra un tasso di crescita demografica piuttosto elevato, la crescita del PIL pro capite, pari a +0,5 %, è inferiore a quella del PIL totale di circa un terzo di punto.Croissance annuelle en volume du PIB par habitant de la France, 1990-2025

Poiché la crescita del PIL pro capite è molto vicina al PIL per addetto, può essere utilizzata – data la sua semplicità – come un’ottima approssimazione della crescita intrinseca dell’economia.Croissance du PIB de la France sur 10 ans glissants, 1960-2025

La fine della crescita?

Da mezzo secolo, di crisi in crisi, la crescita del PIL pro capite è in calo. Le crisi del 1973 e del 2008 hanno segnato due punti di svolta molto significativi nell’andamento di questa crescita economica.PIB par habitant de la France, 1960-2025

In definitiva, il tasso di crescita del PIL pro capite per decennio è stato dividito per cinque, e nel periodo 2000-2019 non supera più l’1% all’anno.Croissance annuelle en volume du PIB par habitant de la France, 1960-2025

Il PIL pro capite continua quindi a crescere, ma a un ritmo sempre più lento – solo +0,7 % dal 2020. Questo livello rientra probabilmente persino nel margine di errore determinato dalle scelte metodologiche adottate per il calcolo dell’inflazione. In altre parole, è del tutto possibile che la nostra crescita intrinseca attuale sia molto vicina allo zero.

Questo calo storico viene spesso frainteso, poiché si dimenticano le ragioni della crescita dei Trenta Gloriosi. Quegli anni eccezionali sono stati determinati dalla forte meccanizzazione del Paese e dall’introduzione di tecniche che hanno fatto esplodere la produttività. Oggi è sempre più difficile mantenere questo aumento di produttività. Una volta sostituito un cavallo con un trattore, è difficile trovare con cosa sostituire il trattore per ottenere lo stesso guadagno (il tutto senza far esplodere il consumo di energie fossili).

È quindi necessario prendere un po’ più di distanza per valutare correttamente la situazione. In realtà, il continuo rallentamento della crescita è un fenomeno al tempo stesso logico e normale, che consente a quest’ultima di tornare al suo basso livello storico, lontano dall’« anomalia » dei Trenta Gloriosi.Croissance annuelle du PIB réel par habitant de la France, 1800-2025

Su scala di una vita umana, si ha l’impressione di vivere un « calo » della crescita, una situazione « anormale » che andrebbe corretta. I responsabili politici ci ripetono incessantemente che se la popolazione voterà per loro, allora « la crescita sarà più forte ». Eppure, la realtà è ben diversa: che lo si voglia o no, la crescita sta tornando al suo livello storicamente molto basso. « L’anomalia » erano i Trenta Gloriosi e non la situazione attuale.

Bisogna del resto smetterla di attribuire un’importanza così eccessiva a un indicatore come il PILSe non è privo di interesse, il a cependant de nombreuses limites, comme le fait qu’il ne comptabilise ni la diminution des ressources non renouvelables (stock de pétrole, stock de cuivre, etc.) ni la pollution créée (CO2, etc.), comme l’avait justement rappelé la Commissione Stiglitz en 2009.

D’altra parte, il PIL sottostima notevolmente il contributo del settore non commerciale (principalmente la pubblica amministrazione), di cui vengono contabilizzati solo i costi di produzione e non il valore aggiunto (poiché quest’ultimo è molto difficile da determinare). Di conseguenza, invece di essere considerato una fonte di ricchezza, questo settore appare spesso come un costo che grava sul settore privato.

Infine, il PIL non può essere utilizzato come indicatore del benessere di un paese, poiché non tiene conto della distribuzione della produzione e dei redditi, ovvero delle disuguaglianze. Nel loro libro Il trionfo dell’ingiustizia, gli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman ricordano che nel 2019 il reddito nazionale statunitense (che è una componente del PIL) ammontava a 75 000 dollari per adulto, ma che il 50 % degli americani con il reddito più basso percepiva solo 18 000 dollari. In Francia, nello stesso periodo, un adulto produceva in media 53 000 dollari, ma il 50 % dei francesi con il reddito più basso guadagnava 20 000 dollari, ovvero nettamente di più rispetto al 50 % degli americani con il reddito più basso. Spesso il diavolo si nasconde nelle medie…

I problemi legati alla sostenibilità ambientale e alla finitezza delle riserve di materie prime rendono quindi irrealistica una crescita permanente. Basta del resto analizzare la produttività, ovvero la produzione (o più precisamente il valore aggiunto) generata in media durante un’ora di lavoro. È proprio questo aumento della produttività ad alimentare la crescita economica. E, come abbiamo visto nella nostra analisi delle riforme antisociali di Emmanuel Macronla produttività francese è stata negativa nel 2021-2022 – era la prima volta al di fuori di una crisi economica. Da allora è tornata ad essere leggermente positiva.Croissance annuelle de la productivité en France, 1960-2025

Pertanto, la stagnazione e la decrescita sono molto probabilmente parte integrante del nostro futuro economico a lungo termine. Ciò sarà molto positivo per la sopravvivenza della nostra specie, ma è indispensabile riformare drasticamente il nostro sistema economico e la distribuzione dei redditi, affinché ciò sia vantaggioso anche dal punto di vista sociale. Infatti, la decrescita del PIL comporta matematicamente una decrescita dei redditi complessivi. Una prosperità senza crescita è possibile, ma deve essere costruita con largo anticipo, ovvero a partire da oggi.

Cosa bisogna ricordare

Il PIL, l’indicatore preferito dagli economisti che permette loro di calcolare la sacrosanta crescita, è aumentato solo dello 0,8% nel 2025, a costo di un gigantesco deficit pubblico superiore al 5% del PIL, senza il quale il PIL sarebbe senza dubbio diminuito. La crescita continua ad essere trainata dagli aumenti salariali, ma questi sono distribuiti in modo iniquo.

La situazione appare ancora più grave se si analizza, come è giusto che sia, la crescita pro capite, che dal 2000 non supera in media lo 0,6%, ovvero il livello del margine di errore, tenuto conto dell’incertezza sul livello reale dell’inflazione. La famosa crescita, tanto ambita dai leader politici, è diventata decisamente esigua, se non addirittura nulla.

Questo andamento si inserisce tuttavia in un calo continuo della crescita del PIL, che è ormai solo un quarto del livello raggiunto durante i Trenta Gloriosi. Tuttavia, su un arco di tempo molto lungo, si vede chiaramente che « l’anomalia economica » erano proprio i Trenta Gloriosi e non la situazione attuale. Poiché nulla lascia presagire che nei prossimi anni si torni a una forte crescita, anzi, è necessario lavorare fin da ora per ricostruire un sistema economico che favorisca la prosperità senza crescita.

La discesa agli inferi del Mali _ di Bernard Lugan

La discesa agli inferi del Mali

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   Triste ritorno alla realtà per la giunta maliana. Tre anni fa, sostenuto dall’entusiasmo popolare e inebriato da superlativi anti-francesi, un gruppo di militari giurava che avrebbe ripreso il controllo del territorio sui gruppi armati e ristabilito la «sovranità in materia di sicurezza». Tre anni dopo, la giunta ha perso il controllo di quasi tutto il paese… E, senza l’appoggio dei mercenari russi dell’Africa Corps, sarebbe stata spazzata via da Bamako dall’ offensiva coordinata dei Tuareg, sia islamisti che nazionalisti. Per quanto riguarda la morte del ministro della Difesa, Sadio Camara, figura centrale dell’apparato militare, essa ha messo a nudo la vulnerabilità e la debolezza di un esercito superato dai «ribelli» ormai in grado di colpire nel cuore stesso dell’apparato statale. Per non parlare poi della situazione economica, che è a dir poco apocalittica. Bisogna infatti tenere ben presente che il ritiro delle truppe francesi, richiesto dalla giunta maliana in nome dell’anti-imperialismo, ha permesso ai vari movimenti in lotta contro il potere di Bamako di acquisire maggiore forza. Oggi non si tratta più di una nebulosa «terroristica» confinata alle zone rurali, ma di una forza in grado – come ha dimostrato alla fine di aprile – di pianificare operazioni al tempo stesso complesse e coordinate. Di fronte a ciò, la giunta ha commesso un grave errore, ovvero quello di aver creduto che la Russia fosse un partner militare affidabile che avrebbe sostituito vantaggiosamente l’esercito  francese. Di conseguenza, oggi è totalmente dipendente dai mercenari russi, la cui efficacia sul campo non è ancora stata dimostrata… Inebriata da discorsi nazionalisti, la giunta meridionale etnocentrica si è rifiutata di tenere conto della realtà etnoculturale del Mali, rinchiudendosi invece in una strategia di sicurezza senza via d’uscita. Una linea strategica che, sin dall’ indipendenza, riflette la volontà dei meridionali di sottomettere e dominare i loro ex padroni del nord. Di fronte a ciò, i gruppi armati tuareg hanno realizzato una convergenza tattica, riuscendo – almeno per il momento – a formare un fronte militare, certamente eterogeneo, ma unito da un legame etnico e da un rifiuto comune dello Stato maliano del sud. Forse ancora più grave, il naufragio maliano ha anche portato alla luce l’incapacità dell’Alleanza degli Stati del Sahel, che era stata presentata come una risposta sovrana e regionale all’insicurezza, e che ha fallito completamente. Tutte queste tragedie sarebbero state evitate se il generale de Gaulle avesse ascoltato i notabili tuareg, come dimostra l’eccezionale documento pubblicato alle pagine 13-15 di questo numero. Di fronte a questa discesa agli inferi, il discorso ufficiale della giunta è sempre più avulso dalla realtà. Ubriachi di invettive antifrancesi, di discorsi panafricanisti anti-imperialisti e di vuote promesse, i militari al potere a Bamako sanno che, a meno di un miracolo, i loro giorni sono contati. Nel frattempo, in Ciad, dove un timido realismo sembra rinascere a poco a poco, i consulenti militari francesi cominciano discretamente a ritornare…

  RUSSIA-ALGERIA, UNA DOPPIA RIVALITÀ REGIONALE

   In Libia e in Mali gli interessi dell’Algeria e della Russia sono in contrasto. Inoltre, a seguito di diversi errori diplomatici da parte dell’Algeria, le relazioni tra i due paesi si sono gradualmente raffreddate, mentre, sin dalla sua indipendenza, l’Algeria si era allineata alle posizioni, un tempo dell’URSS, poi a quelle della Federazione Russa, che le fornisce la maggior parte delle sue attrezzature militari.

  La questione della Libia La crisi tra Algeria e Russia risale al mese di aprile 2021, quando l’Algeria si rifiutò di aprire il porto di Mers el-Kébir alla flotta russa diretta in Siria. E poiché la marina russa aveva bisogno di un punto di appoggio nel Mediterraneo, e non voleva dipendere esclusivamente da Tartus in Siria, la Russia iniziò allora a interessarsi al porto in acque profonde di Tobruk, nella Cirenaica. Ora, l’uomo forte di quella parte della Libia, il generale Haftar, che era un alleato di Mosca, aveva una doppia controversia con l’Algeria, che sosteneva il regime rivale di Tripoli: 1) Il generale Haftar rivendicava la parte più occidentale del Fezzan, una zona ricca di idrocarburi, che era stata annessa all’Algeria francese e di cui l’Algeria indipendente era automaticamente entrata in possesso. Pertanto, Algeri esercitava pressioni sui Tuareg libici per impedire al generale di assumere il controllo della parte occidentale del Fezzan, mentre la parte orientale era popolata dai Toubou e da tribù arabe. 2) Nel mese di giugno 2021, le forze del generale Haftar avanzarono verso Tripoli e il presidente Tebboune dichiarò che l’Algeria era pronta a intervenire in Libia per fermare l’avanzata dell’alleato della Russia… Nel giugno 2023, nel tentativo di ristabilire la fiducia tra i due paesi, il presidente Tebboune effettuò una visita di Stato a Mosca. Ma, due mesi più    tempo, la Russia, che non aveva dimenticato nulla, si oppose all’ ingresso dell’Algeria nel BRICS. Implacabile, Sergej Lavrov, ministro russo degli Affari esteri, dichiarò il 24 agosto 2023: «Allarghiamo le nostre file con coloro che condividono la nostra visione comune». Nel frattempo, alla questione libica si era aggiunta quella del Mali, dove gli interessi dell’Algeria e della Russia sono in netto contrasto, con Mosca che sostiene il regime maliano nella lotta contro i Tuareg appoggiati da Algeri. Di conseguenza, il 31 ottobre 2025, Mosca abbandonò il suo tradizionale sostegno all’Algeria nella questione del Sahara occidentale e, scegliendo l’astensione piuttosto che il suo tradizionale veto, permise il voto del Consiglio di Sicurezza a favore del piano marocchino di autonomia sotto la sovranità di Rabat. La questione del Mali In Mali, gli interessi regionali della Russia e dell’ Algeria si scontrano. Al fine di garantire la pace tra i propri Tuareg, Algeri intende quindi esercitare una «suzeraineté» su quelli dei paesi vicini… Per Algeri la linea politica costante è quella di fare di tutto per impedire la creazione di uno «Stato » tuareg, manipolando la rivendicazione irredentista al fine, da un lato, di screditarla e, dall’altro, di mantenerne il controllo (vedi il numero 198 di *L’Afrique Réelle*). Al contrario, Mosca sostiene la giunta del sud che combatte i tuareg appoggiati da Algeri.

  MAROCCO-ALGERIA: QUANDO LA GEOGRAFIA PLASMA LA STORIA

   La geografia plasma la storia in quanto impone agli uomini di tenere conto dei vincoli naturali e delle costanti di lungo periodo. Per quanto riguarda l’Africa, la geostoria mostra come il Sahara strutturi le rotte trans-sahariane attraverso la disposizione delle oasi. Essa spiega gli scambi e i confini mutevoli del mondo saheliano, zona di transizione, e illustra i conflitti tradizionali legati all’uso del territorio.

  A questo proposito, i casi del Marocco e dell’Algeria sono ricchi di insegnamenti. Al di là della grande realtà di lunga data secondo cui il Marocco è un impero millenario mentre l’Algeria è una giovane nazione nata dalla colonizzazione, la geografia spiega la differenza di natura tra le diplomazie dei due paesi: – L’Algeria è una potenza continentale in un certo senso racchiusa nel Mediterraneo e il cui territorio è occupato per l’80% dal Sahara, che le è stato annesso solo con l’indipendenza. I suoi confini terrestri sono immensi e condivisi con sei paesi: Marocco, Tunisia, Libia, Niger, Mali e Mauritania. Con la maggior parte di questi paesi esiste una controversia territoriale di confine nata dai tracciati coloniali, il che induce un’ossessione per la sicurezza (vedi la mappa a pagina 4). Senza parlare della questione tuareg (si veda a questo proposito «L’Afrique Réelle» del mese di giugno 2026). Tutto ciò spiega la politica algerina nel Sahel, poiché Algeri considera le sue immense distese come una sorta di scudo di sicurezza. – La situazione del Marocco è molto diversa. Affacciato su due mari, il Paese ha quindi una doppia costa marittima, atlantica e mediterranea, il che gli consente una proiezione naturale sia verso l’Europa, sia verso l’Africa occidentale, sia verso il continente americano. A differenza dell’Algeria, il Marocco confina via terra solo con due Paesi, l’Algeria e la    Mauritania, il che fa sì che non abbia la sensazione di essere assediato. Le conseguenze di questi dati geografici e storici sono le seguenti: 1) La diplomazia dell’Algeria è condizionata dall’ imperativo della sua sicurezza, che è duplice: – Interno, al fine di impedire la frammentazione dei complessi territoriali che le sono stati annessi dalla Francia. – Esterno, in particolare nel Sahel, che, essendo una zona di minacce, è oggetto di tutta la sua attenzione. Per quanto riguarda il sostegno al Polisario, esso avrebbe permesso all’Algeria di creare uno Stato cuscinetto con il Marocco e, soprattutto, avrebbe impedito a quest’ultimo di aprirsi verso il mare aperto ed estendere la propria influenza verso il Sahel. 2) Il Marocco, che affonda le sue radici nelle proprie basi geografiche e storiche, ha al contrario una diplomazia orientata verso la proiezione esterna, verso le rotte marittime, il tutto sostenuto da ambiziosi progetti portuali come Tanger Med e Dakhla Atlantique, o da quello del gasdotto Nigeria-Marocco. In definitiva, l’apertura marittima del Marocco e la profondità continentale dell’Algeria determinano due modelli diplomatici diversi, condizionati dalla realtà che si fonda sia sulla geografia che sulla storia.

Rassegna stampa francese, 10a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Un matrimonio costa caro, un divorzio ancora di più. Il 23 giugno 2016, i britannici hanno optato
per la rottura con l’Unione europea, dopo oltre quarant’anni di un rapporto disfunzionale. Sono
volati insulti, sono stati rotti dei piatti, nessuno ha vinto. Almeno in Europa. « Tutti questi anni
passati a negoziare un nuovo rapporto sono costati una cifra esorbitante al nostro continente,
mentre questa energia avrebbe dovuto essere impiegata per affrontare i nostri veri problemi, sia
politici che economici», si rammarica l’ex ministro britannico per gli Affari europei, il conservatore
David Lidington, in un’intervista a L’Express. I nostri avversari, dal canto loro, andavano avanti. »
Mentre noi litigavamo sull’Europa, la Russia ha potuto preparare la sua invasione dell’Ucraina, la
Cina ha stretto la morsa della nostra dipendenza economica e gli Stati Uniti si sono radicalizzati al
punto da prendere in considerazione l’annessione di un territorio europeo, la Groenlandia. In
questo nuovo mondo, il nostro continente non ha né il tempo né l’energia per i rimpianti. A Londra,
Keir Starmer ha promesso un «reset» con l’Unione europea, ma procede a piccoli passi: ritorno nel
programma Erasmus, volontà di integrarsi nell’Europa della difesa e dell’energia… Troppo poco,
troppo tardi? Il primo ministro più impopolare della storia britannica non avrebbe granché da
perdere nell’assumere il desiderio europeo della Gran Bretagna, nell’ammettere che le sue
imprese se la caverebbero molto meglio nel mercato comune e che, sì, gli inglesi sono europei
come gli altri. Un «ritorno», anche se non ufficiale, rimane indispensabile per i nostri interessi.
Prima sarà, meglio sarà per la nostra vecchia coppia.

18.06.2026
Brexit: se tornate, annulleremo tutto
Dieci anni dopo aver scelto di uscire dall’UE, il Regno Unito deve accelerare il proprio ritorno

Di Corentin Pennarguear

In questo giovedì, pesanti nuvole grigie avvolgono Londra. Un tempo piuttosto normale dall’altra parte
della Manica, che provoca comunque alcune inondazioni nella zona sud della capitale.

Bloch studia la storia uscendo dal singolo evento per descrivere un fenomeno nel lunghissimo
periodo; fa storia comparata; ricorre all’antropologia per comprendere la struttura del potere.
Inaugura quella che verrà chiamata la storia delle mentalità. È in germe la rivoluzione che scaturirà
dal suo incontro con il collega Lucien Febvre. Nel 1929, i due fondano una nuova rivista, le
«Annales d’histoire économique et sociale». Come indica il titolo, la rivista apre la loro disciplina a
questi due ambiti, fino ad allora troppo trascurati. Numero dopo numero, getterà le basi per un
nuovo modo di fare storia e darà vita a quella che verrà chiamata «la scuola delle Annales». I suoi
principi fondanti? Allontanarsi dalla «storia storicizzante», ovvero dalla semplice narrazione, per
orientarsi verso la «storia-problema», quella che cerca di rispondere a una domanda che si pone il
ricercatore; aprire il campo alle altre scienze sociali; ampliare la propria prospettiva oltre i confini
nazionali.

12.02.2026
MARC BLOCH, L’INTELLETTUALE DELLA
RESISTENZA
Il 23 giugno, il Pantheon accoglierà questo grande storico, cofondatore della Scuola delle Annales e
autore de “L’Etrange Défaite”, morto martire della resistenza contro i nazisti all’età di 57 anni. Dopo
essere stato oggetto di fraintendimenti e strumentalizzazioni politiche, rimane, sia per la sua opera che
per la sua vita, l’esatto contrario di un’icona reazionaria

Di François Reynaert
L’uomo fu uno degli storici più eminenti del XX secolo. Fondando la Scuola delle Annales insieme al suo
amico Lucien Febvre, rivoluzionò la scienza storica. Fu anche un eroe della Resistenza e morì da martire al
termine di quella lotta.

BLANDINE CHELINI-PONT, docente di storia contemporanea all’Università di Aix-Marseille e
ricercatrice associata al CNRS, ripercorre settant’anni di un progetto politico giunto al potere: «Per
i fondamentalisti, Trump è stato scelto da Dio». Durante il secondo mandato di Donald Trump, il
nazionalismo cristiano si è affermato come matrice ideologica della destra repubblicana, si è
verificata una sintesi che gli analisti hanno definito «nazionalismo cristiano», con una nuova
dimensione populista. La lotta contro il liberalismo è diventata una lotta contro i liberali, quelle
«élite senza coscienza» che distruggerebbero gli Stati Uniti e imporrebbero al popolo la loro
ideologia antiamericana.

Giugno 2026
DIO È MOLTO ORGOGLIOSO DEL MIO LAVORO
Come Trump e i suoi alleati tradiscono il cristianesimo
Circondato da pastori evangelici, Donald Trump prega affinché le bombe sganciate sull’Iran raggiungano
i loro obiettivi, il 5 marzo 2026. La scena ha fatto il giro del mondo. Essa rivela l’influenza del nuovo
nazionalismo cristiano negli ambienti più vicini alla Casa Bianca. «Le Cri» ha ripercorso la genesi di
questa ideologia agli antipodi del messaggio dei Vangeli. BLANDINE CHELINI-PONT, docente di storia
contemporanea all’Università di Aix-Marseille e ricercatrice associata al CNRS, ripercorre settant’anni di
un progetto politico giunto al potere: «Per i fondamentalisti, Trump è stato scelto da Dio». Durante il
secondo mandato di Donald Trump, il nazionalismo cristiano si è affermato come matrice ideologica della
destra repubblicana.

INTERVISTA A CURA DI GRÉGOIRE LAURENT E MIKAËL FAUJOUR
«Le Cri»: Come è diventata la destra cristiana un attore politico di primo piano negli Stati Uniti?
Blandine Chelini-Pont: L’origine dell’attuale conservatorismo politico-religioso risale al dopoguerra. Si è
costituito in gran parte grazie a pensatori cattolici tra gli anni ’50 e ’60, che rappresentavano una minoranza

sia nel panorama intellettuale americano che all’interno della comunità cattolica, piuttosto orientata verso
il campo democratico.

Se ha scelto il nome di Leone XIV, è perché ha intuito fin dall’inizio che ciò che Leone XIII aveva
fatto per fornire elementi di discernimento di fronte alla rivoluzione industriale, anche lui avrebbe
dovuto farlo di fronte alla rivoluzione digitale e dell’IA. Egli non considera l’IA come un semplice
strumento in più, ma come una realtà che trasforma il nostro rapporto con il mondo. Allo stesso
tempo, occorre essere molto precisi sul significato delle parole. Nell’intelligenza artificiale c’è forse
qualcosa di simile a una forma di coscienza, di autocoscienza [presa di coscienza], qualcosa che
può avvicinarsi alla sensibilità. Ma queste parole vanno intese solo in senso analogico: la
coscienza e la sensibilità propriamente umane sono di un altro ordine.

22.06.2026
LA CHIESA CONTRO LA SILICON VALLEY
Il saggista tecnofilo Laurent Alexandre e il vescovo di Nanterre Matthieu Rougé discutono dell’enciclica
che Leone XIV ha appena dedicato all’intelligenza artificiale

INTERVISTA A CURA DI AZILIZ LE CORRE
L’enciclica distingue radicalmente l’intelligenza artificiale dall’intelligenza umana: l’IA «non vive di
esperienze, non ha un corpo, né una coscienza morale». Questa distinzione resisterà a lungo di fronte ai
progressi tecnici?

Laurent Alexandre: No. Questa distinzione non reggerà, perché l’intelligenza artificiale progredisce molto
rapidamente. Sta iniziando ad acquisire un embrione di coscienza – ciò che gli anglosassoni chiamano «self-
awareness». La finzione di un’IA come strumento ai nostri ordini sta per crollare.

La guerra in Iran offre, su vasta scala, informazioni chiave sul modus operandi dell’avversario
americano, costretto a sottrarre le proprie batterie del sistema antimissile THAAD dislocate in
Corea del Sud a vantaggio degli alleati del Golfo. Essa incide già sui calcoli strategici nei confronti
di Taiwan, che il Partito vuole «riunificare» con il continente. Con un monito implacabile al
Politburo: la superiorità militare non va necessariamente di pari passo con la vittoria politica. Se la
spettacolare mossa di forza di Trump contro Caracas gli ha consegnato Nicolas Maduro,
l’assassinio mirato della guida suprema non ha annientato la Repubblica islamica. Al contrario. «La
lezione principale che la Cina ha tratto dalla guerra è che una decapitazione non porta al crollo del
regime»

22.06.2026
Dal punto di vista della Cina, la resistenza
dell’Iran depone a favore di un lento
strangolamento di Taiwan
La guerra in Medio Oriente mette in luce i rischi che l’esercito cinese correrebbe nel caso di un tentativo di
invasione dell’isola

Di Sébastien Falletti, corrispondente dall’Asia
Mentre Donald Trump vuole voltare pagina sull’Iran, la Cina smorza l’ottimismo della Casa Bianca,
preannunciando un percorso laborioso verso la pace.

«Il 2027 è l’elezione dell’ultima possibilità, la più importante da mezzo secolo», avverte Bruno
Retailleau, candidato di Les Républicains, scommettendo al contempo sull’«enorme sorpresa» che
sta per arrivare: «Questa enorme sorpresa saremo noi, perché vinceremo. Vi giuro che
vinceremo». Messaggio rivolto a coloro che, tra i suoi avversari, vicini o lontani, scommettono sulla
sua rinuncia qualora Édouard Philippe, candidato di Horizons, continuasse a primeggiare nei
sondaggi. «Andrò fino in fondo», ha promesso a riprova della sua determinazione.

22.06.2026
Bruno Retailleau mantiene la rotta verso l’Eliseo
Durante il suo primo comizio elettorale, sabato, il candidato di Les Républicains (LR) alle presidenziali ha
promesso di «andare fino in fondo»

Di Claire Conruyt e Emmanuel Galiero
Questa volta è sul serio. Venerdì provava, ascoltava la musica di sottofondo, controllava un’ultima volta
l’intensità dei riflettori. I bassi rimbombano

È l’opinione pubblica a dettare legge, e i politici seguono. L’unica dichiarazione davvero
rivoluzionaria, e davvero rispettosa dei cittadini, è: «Dirò la verità a qualunque costo». Senza dire
la verità, è impossibile andare avanti. È questo il tema di questo libro «Alerte sur la France qui
vient» (edizioni dell’Observatoire), dell’ex primo ministro FRANÇOIS BAYROU. “Tutti dicono che il
RN abbia già vinto. Non mi rassegno a questa fatalità. I suoi candidati e le loro prese di posizione
mi sembrano, al contrario, poco solidi. Usciremo dalla menzogna generalizzata e faremo di queste
elezioni un appuntamento con la verità. Non la scelta di un presidente per mancanza di alternative,
ma una personalità che avrà l’energia e le competenze del XXI secolo”.

21.06.2026
L’opinione pubblica comanda, i politici seguono
INTERVISTA A FRANÇOIS BAYROU, EX PRIMO MINISTRO, PRESIDENTE DEL MODEM
Indebitamento – Nel libro «Alerte sur la France qui vient» (edizioni dell’Observatoire), l’ex primo ministro
sottolinea la responsabilità dei francesi riguardo alla situazione del Paese. Pur nonostante il suo bilancio
sul debito, conferma il proprio sostegno a Emmanuel Macron e, per il momento, non appoggia alcun
candidato alle presidenziali

INTERVISTA A CURA DI ANTONIN ANDRÉ E VICTOR ISAAC ANNE
Tre mila cinquecento miliardi di debito, interessi che divorano l’equivalente dell’imposta sul reddito di tutti
i contribuenti: cosa rischia la Francia, in termini molto concreti?

Eppure, va avanti! L’Europa esce dal suo torpore strategico e cerca, con i mezzi a sua
disposizione, con la sua demografia in declino, con la sua lentezza strutturale, di recuperare il
ritardo economico e digitale. Come sempre, quando è con le spalle al muro e non ha più scelta. La
difesa, dal tabù all’arsenale. Per molto tempo, la difesa europea è stata una questione di
metafisica. Se ne parlava durante i vertici, si firmavano dichiarazioni d’intenti, si rinviava la
questione al prossimo. Lo stesso generale de Gaulle aveva dovuto rinunciarvi nel 1959. Nel 2026,
è finita. I fondi ci sono, i regolamenti vengono adottati in tempi record, gli ordini cominciano ad
arrivare.

18.06.2026
Quando l’Europa crede (finalmente!) in se stessa
Sovranità. Maltrattata da Trump, aggredita da Putin, minacciata di declassamento, l’Europa sembra
rialzare la testa nonostante gli ostacoli. Intelligenza artificiale, difesa, industria, spazio: fino a dove si
spingerà questa rinascita?

DI EMMANUEL BERRETTA
La scena si svolge durante uno degli ultimi Consigli europei a cui partecipava Viktor Orbán. Approfittando di
una pausa, l’ex primo ministro ungherese si aggira per i corridoi dell’edificio Europa, sede dei vertici a
Bruxelles, e incrocia Emmanuel Macron.

Mercoledì gli eurodeputati hanno dato il loro definitivo via libera al quadro normativo per i «centri di
rimpatrio», quei centri di permanenza temporanea che potranno essere istituiti in paesi al di fuori
dell’Unione europea. Il puzzle legislativo sembrava completo. Fine della storia? L’argomento è
stato inserito nell’ordine del giorno del vertice dei capi di Stato e di governo europei tenutosi
giovedì e venerdì scorsi a Bruxelles su iniziativa delle prime ministre italiana e danese, Giorgia
Meloni e Mette Frederiksen. Entrambe hanno affrontato la questione a porte chiuse. L’Italia e la
Danimarca hanno ottenuto il sostegno della maggioranza dei leader europei, tra cui i primi ministri
polacco, svedese, olandese e belga. I firmatari sono in totale 19. Il cancelliere tedesco non ha
aderito all’iniziativa; il presidente francese ha atteso la conferenza stampa del giorno successivo
per ribadire la sua opposizione al principio dei centri di rimpatrio. «La Francia non sostiene questa
politica», ha affermato. Il primo ministro spagnolo ha denunciato i centri di rimpatrio, un sistema
che secondo lui è inutile, e la politica migratoria della Spagna è conforme ai valori cristiani.


22.06.2026
Il disaccordo tra Meloni e Macron sui centri di
rimpatrio
La presidente del governo italiano vuole creare al più presto questi centri di permanenza temporanea in
paesi extraeuropei . Disaccordo europeo: il tema dell’immigrazione è stato inserito nell’ordine del giorno
del vertice europeo di giovedì e venerdì a Bruxelles

Di Simon Carraud (da Bruxelles)
Sarebbe stato un errore pensare che l’adozione di un vasto arsenale legislativo potesse porre fine agli
eterni dibattiti europei sulla politica migratoria. Il «patto sull’asilo e la migrazione», adottato nel 2024, è
entrato in vigore il 12 giugno.

La gerarchia degli argomenti più discussi corrisponde esattamente agli shock che i francesi hanno
subito nel corso di questi dieci anni», osserva Frédéric Dabi, sondaggista dell’Ifop. Con un
presidente della Repubblica al centro delle crisi, figura centrale di questi dieci anni. Dopo la sua
vittoria nel 2017 contro Marine Le Pen, l’83% dei francesi parlava della sua elezione, ovvero il
decimo argomento più discusso del decennio. Nella classifica, Emmanuel Macron compare altre
quattro volte, ogni volta in relazione al Covid. La sua popolarità ristagna, come se il Paese
cristallizzasse su di lui la stanchezza di dieci anni passati ad affrontare crisi.


22.06.2026
Macron sotto la lente d’ingrandimento –
Autoritratto di una Francia in crisi
In quasi dieci anni, il Paese ha affrontato il Covid, i movimenti sociali, la guerra in Europa, il terrorismo e
l’accelerazione del riscaldamento globale. I francesi se lo ricordano

Questi sono i temi che hanno segnato il
quinquennio di Emmanuel Macron Percentuale di francesi che hanno menzionato questo argomento (nel mese in cui è stato
pubblicato lo studio), in %
Di François-Xavier Bourmaud
Ogni mese, l’Ifop interroga i francesi sugli argomenti che hanno animato le loro discussioni in famiglia, al
lavoro o tra amici.

Le elezioni locali e una febbrile scena politico-mediatica britannica hanno segnato il destino di
Starmer. Il Regno Unito dovrebbe quindi avere presto il suo settimo primo ministro dal referendum
sulla Brexit del 2016, ovvero uno ogni diciotto mesi! Non appena Andy Burnham prenderà posto
lunedì alla Camera dei Comuni, non si saprà più chi comanda la maggioranza. Sir Keir Starmer è
ancora in carica, ma privo di potere. La questione ora è capire se Andy Burnham, soprannominato
«King of the North», verrà «incoronato», ovvero se prenderà direttamente il posto di Keir Starmer,
oppure se verrà organizzata una transizione con una sorta di elezione interna al partito. Burnham,
anch’egli filoeuropeo, apostolo di un «socialismo favorevole alle imprese» e noto per possedere
quelle doti comunicative che mancano a Keir Starmer, avrà il suo bel da fare.

22.06.2026
Il Regno Unito si aspetta l’imminente dimissione
di Keir Starmer
Il primo ministro laburista è indebolito da una serie di dimissioni all’interno del suo governo

Di Nicolas Madelaine — Corrispondente da Londra
La squadra di Keir Starmer a Downing Street ha ribadito domenica mattina che lui avrebbe lottato per
mantenere la guida del partito e la carica di primo ministro.

J. D. Vance ha salutato un «incontro storico» con l’Iran, parlando di «grandi progressi». «Ciò che il
presidente ci ha chiesto di fare è voltare pagina» in Medio Oriente. Si tratta di «dire loro che se i
loro leader sono disposti a rinunciare al loro ruolo di fattore di instabilità regionale, se sono disposti
ad abbandonare definitivamente ogni ambizione di dotarsi di armi nucleari, allora gli Stati Uniti
sono pronti a trasformare radicalmente il loro rapporto con quel Paese», ha affermato. Un accordo
a lungo termine tra Iran e Stati Uniti ridisegnerebbe gli equilibri in Medio Oriente, analizzava
venerdì «Les Echos».

22.06.2026
Gli Stati Uniti e l’Iran avviano negoziati «storici»
Il vicepresidente americano J. D. Vance ha invitato a «voltare pagina» in occasione dell’avvio dei
negoziati, domenica in Svizzera

Di Muryel Jacque
Un’altra cornice sontuosa per colloqui caratterizzati da forte tensione.

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La fortezza di Macron: come blindare un Paese prima di lasciarlo _ di H16

OPINIONE – La fortezza di Macron: come blindare un Paese prima di lasciarlo

Di H 16 / 12.06.2026

La fortezza Macron
Illustrazione H16

Di H16 – Il suo blog: https://h16free.com

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Ci sono due modi per lasciare il potere: chiudere la porta, oppure portarsi via le chiavi, il codice di accesso e la planimetria dettagliata. Emmanuel Macron, con una discrezione sempre più omeopatica, sembra aver optato per la seconda. A un anno dalle sue dimissioni e da ciò che la scelta del ritiro potrebbe comportare, il capo dello Stato sta preparando meticolosamente il terreno.

Per raggiungere questo obiettivo, deve consolidare il panorama politico del paese e, per riuscirci, deve iniziare con nomine oculate.

Cominciamo dal custode dei custodi, ovvero la presidenza del Consiglio costituzionale: convenientemente spetta a Richard Ferrand, fedele tra i fedeli, convalidato da un solo voto grazie a un’astensione (provvisoria? negoziata?) dal Rassemblement National.

Pertanto, la tutela della Costituzione è affidata a un uomo che a malapena ne possiede le qualifiche, e la cui unica tangibile qualifica “costituzionale” è stata la sua lunga permanenza come presidente del gruppo macronista. Inoltre, appena insediatosi, il nostro uomo ha licenziato il Segretario Generale della Camera per “divergenze di opinione”.

Passiamo ai conti: per controllare la “sincerità” delle finanze pubbliche, cosa potrebbe essere più rassicurante che nominare l’attuale Ministro dei Conti Pubblici? Su queste pagine abbiamo parlato lo scorso febbraio di come Amélie de Montchalin sia entrata a far parte della Corte dei Conti per controllare spudoratamente i propri bilanci. Si potrebbe dire che è un gesto audace.

Essendo la posizione irrevocabile e la persona in questione di età insolitamente avanzata per tale incarico, nulla le impedisce di rimanervi fino al pensionamento, ovvero all’incirca intorno al 2054. L’associazione Anticor ha infatti presentato ricorso al Consiglio di Stato ; auguriamo loro buona fortuna.

Stavamo parlando di conti, passiamo alla valuta: alla Banca di Francia, l’ex Segretario Generale del Palazzo dell’Eliseo, Emmanuel Moulin, succede opportunamente a un governatore che, guarda caso, ha lasciato l’incarico un po’ prima del previsto. La sua nomina è stata “convalidata” con 52 voti a favore e 58 contrari. Sì, la maggioranza dei parlamentari ha effettivamente votato contro questa nomina, ma poiché era necessaria una maggioranza dei tre quinti per bloccarla, il controllo del potere è fallito educatamente. Questa è la genialità del sistema: i freni ci sono, ma sono freni da bicicletta montati su ruote da camion.

Per essere efficace, il controllo delle istituzioni deve essere accompagnato dal controllo del territorio. Questa situazione è quanto mai opportuna: il capo di gabinetto del Presidente, Georges-François Leclerc, è stato appena nominato prefetto della regione Île-de-France dopo soli sei mesi al Palazzo dell’Eliseo.

Il mondo fisico è ormai ben definito. Quanto al mondo digitale, state tranquilli, c’è ARCOM.

Leggi anche: ANALISI – La Cina sta utilizzando gli elementi delle terre rare come armi per indebolire le catene di approvvigionamento della difesa statunitense

L’autorità di regolamentazione ha infatti presentato il suo piano strategico 2026-2028 , una trentina di pagine che, con il pretesto di “proteggere i francesi”, tema che trattiamo regolarmente in queste rubriche , prevede una gamma piuttosto ampia di misure : verifica generalizzata dell’età (perché controllare che un minore non acceda a un servizio significa – guarda caso! – controllare tutti), contrasto alle “dinamiche diffuse di incitamento all’odio” (un concetto non presente nel codice penale, quindi estendibile a piacimento), regolamentazione dei contenuti che presentano un “rischio sistemico” per la salute pubblica e una forte diffidenza nei confronti delle VPN.

È un meccanismo elegante, dato che ARCOM non censura ufficialmente nulla e si limita a minacciare le piattaforme con multe fino al 6% del fatturato globale qualora gestiscano in modo inadeguato questi rischi vagamente definiti. Ribattezzando la censura come autoregolamentazione, vedrete, funzionerà benissimo.

Tutto ciò è senz’altro positivo, ed è saggio avere persone sagge in posizioni di responsabilità, ma abbiamo comunque bisogno delle leggi giuste per cogliere le giuste opportunità!

È qui che, discretamente inserita nella revisione della legge sulla programmazione militare, si colloca la creazione di uno “stato di allerta per la sicurezza nazionale”.

Il testo è stato approvato senza difficoltà con 440 voti favorevoli e 122 contrari , e il suo articolo “chiave” autorizza il governo ad attivare un regime eccezionale con un semplice decreto del Consiglio dei Ministri , in caso di “minaccia grave e imminente”, con il Parlamento convocato solo per la proroga e per evitare di apparire troppo autoritario sulla carta.

Il Consiglio di Stato ha preso atto con serietà della creazione di un nuovo regime giuridico di applicazione eccezionale, ma poiché il Ministro delle Forze Armate ha giurato che “le libertà individuali non devono essere toccate”, francamente, rilassatevi e dimenticate quei noiosi episodi in cui ci era stato assicurato che non sarebbe mai stato richiesto un lasciapassare sanitario per andare al ristorante, d’accordo?

Tuttavia, viene da chiedersi: perché tanto zelo da parte di un uomo che avrebbe dovuto andarsene?

Forse perché il 2027 gli è costituzionalmente precluso, mentre il 2032 resta completamente libero?

In ogni caso, a 48 anni nel 2027, Macron è ancora giovane, da qui questo scenario di un “Medvedev francese”, un “incarico di staff” affidato a un successore docile o a una mera figura di rappresentanza (Glucksmann, Attal o Philippe sono davvero fatti della stessa pasta), prima del trionfale ritorno del proprietario. Dopotutto, Macron può condannare ufficialmente Vladimir Putin pur continuando ad appropriarsi dei suoi migliori trucchi e strategie, no?

Si obietterà, e non senza ragione, che anche Chirac, Sarkozy e Hollande hanno piazzato i loro amici in posizioni chiave, che si tratta di una pratica ” classica “, e che il Presidente giura di nominare meno persone dei suoi predecessori (una cifra, guarda caso, non verificabile). Bene. Ma il numero di nomine è a dir poco sconcertante: giustizia, contabilità, valuta, prefettura, radiotelevisione, stato di emergenza – tutte concentrate in pochi mesi con una frenesia difficile da nascondere.

In sostanza, Emmanuel Macron sta costruendo una fortezza e posizionando le sue pedine esattamente dove saranno indispensabili: da un lato, per impedire l’accesso al suo operato e scoraggiare qualsiasi curiosità indesiderata su ciò che avrà fatto alla guida dello Stato; dall’altro, per assicurarsi, al momento opportuno, una via di ritorno accuratamente spianata.

Resta da chiedersi, e la domanda più scoraggiante è: chi, in questo contesto, si opporrà? Il Raggruppamento Nazionale si astiene al momento giusto, la sinistra si sbraccia ma resta una minoranza, la destra è divisa, il Senato convalida e il sistema si chiude ordinatamente su se stesso.

Chi, dunque? A quanto pare, nessuno.

Questo paese è condannato.

Osservazioni geopolitiche riguardanti l’attrito tra Francia e Turchia nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente, di Titanium Στρατηγός

Osservazioni geopolitiche riguardanti l’attrito tra Francia e Turchia nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente

Scritto da Titanium Στρατηγός

Composto tra il novembre ed il dicembre 2024, rivisto il giugno 2026

Sommario:

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La Francia e la Turchia appartengono – quantomeno formalmente – al medesimo blocco strategico ereditato dall’epoca della Guerra fredda e del periodo post-Guerra fredda: la NATO. Ciononostante, esse sono state coinvolte in una dinamica di attrito tanto latente quanto manifesta nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Una relazione tanto aspra tra due potenze regionali di media grandezza, che costituisce una questione geopolitica di rilievo, purtroppo, non è ampiamente discussa né frequentemente menzionata dai principali organi mediatici dedicati alla politica estera e alle relazioni internazionali.Entrambe le potenze recano il peso storico dell’eredità di un passato da superpotenze. Da un lato, la Turchia fu l’Impero Ottomano, che raggiunse il proprio apogeo tra il XVI e il XVII secolo. Dall’altro lato, la Francia – sebbene con fortune alterne – toccò il massimo della propria potenza dalla seconda metà del XVII secolo fino alla prima metà del XX secolo. Parigi, grazie a un elevato grado di industrializzazione e a una significativa capacità di proiezione della potenza verso l’esterno, un secolo fa – e persino successivamente durante la Guerra fredda – era in grado di esercitare un’influenza considerevole nelle aree MENA (Middle East and North Africa). Ciò risultò vero tanto durante la fase coloniale quanto nel periodo successivo alla decolonizzazione.Tuttavia, le dinamiche strutturali del potere risultano oggi mutate. In tal senso, la Francia sembra trovarsi in una fase di ripiegamento strategico e di progressiva perdita della propria presa su tali regioni. Sul versante opposto, la Turchia, che un secolo fa – dal punto di vista della mera potenza materiale (senza considerare le conquiste sociali e politiche ottenute dai cittadini turchi attraverso le riforme di Atatürk) – rappresentava soltanto l’ombra del proprio passato imperiale, andava progressivamente perdendo tutta la propria influenza nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente.L’attuale potenza turca, invece, sostenuta internamente da una robusta politica strutturale di industrializzazione, sta riaffermando la propria influenza in tutte queste aree. Ankara sta colmando i vuoti di potere lasciati dal progressivo arretramento dell’influenza francese. Tale realtà geopolitica si manifesta pertanto in una dinamica di attrito reciproco tra le due potenze sopra menzionate. Si tratta di una rivalità che si dispiega su molteplici livelli: dalla competizione economica agli scambi reciproci di insulti pubblici tra i rispettivi leader attraverso i mezzi di comunicazione di massa; dalla corsa all’imposizione di modelli culturali di dominio in tali regioni fino ai conflitti regionali per procura, combattuti sul terreno attraverso forze alleate e proxy locali.

Saggio:

Concentrando l’attenzione sul cosiddetto “Grande Mediterraneo(1)” al fine di valutare il peso dei principali attori geopolitici e strategici presenti in tale area, ed escludendo la poderosa presenza militare statunitense nel continente europeo(2) – particolarmente concentrata in Italia e in Germania quale conseguenza dell’ordine mondiale instauratosi dopo la Seconda guerra mondiale – appare evidente come gli eserciti, e conseguentemente gli Stati, più vasti, meglio addestrati, meglio armati, più avanzati tecnologicamente, maggiormente finanziati e più competenti siano effettivamente la Francia(4) e la Turchia(5).

I due Paesi condividono caratteristiche comuni nonostante la diversità dei rispettivi percorsi storici. Entrambi sono infatti ex superpotenze appartenenti a una precedente fase della storia mondiale. Da un lato, la Turchia, nella forma dell’Impero Ottomano, costituì una superpotenza tra il XVI e il XVII secolo(6). Dall’altro lato, la Francia rappresentò una potenza globale di primo rango dalla metà del XVII secolo fino alla sconfitta di Napoleone nel 1815(7). Successivamente, pur subordinata in termini di forza alla Gran Bretagna, Parigi mantenne il proprio status di grande potenza per tutta la prima metà del XX secolo(8).Nonostante la decadenza strutturale interna dell’Impero Ottomano negli ultimi secoli della sua esistenza, esso mantenne il controllo sulla maggior parte del Nord Africa fino alla fine del XIX secolo. A tal riguardo, occorre sottolineare che tali territori si trovavano sotto dominio turco sin dal XVI secolo. Tuttavia, la fragilità strutturale della Turchia divenne particolarmente evidente nel momento in cui essa iniziò a perdere quei possedimenti.

Più precisamente, perse la Tunisia a favoredella Francia nel 1881(8), l’Egitto a favore della Gran Bretagna nel 1882(9) e la Tripolitania e la Cirenaica – ossia la Libia – a favore dell’Italia nel 1911-1912(10).

La Turchia mantenne inoltre il controllo sulla maggior parte del Medio Oriente fino al termine della Prima guerra mondiale, quando perse integralmente tali territori a vantaggio delle potenze vincitrici del conflitto: Francia e Gran Bretagna(11). Pertanto, da una prospettiva storica, emerge con chiarezza l’esistenza di una presenza turca di lungo periodo in tutte le aree geografiche del Mediterraneo, del Nord Africa e del Medio Oriente. Di conseguenza, risulta comprensibile come l’ideologia revanscista neo-ottomana – che costituisce il faro orientatore del processo geopolitico di espansione dell’influenza perseguito da Ankara nel XXI secolo – fondi una delle proprie basi nel precedente storico rappresentato dai secoli di controllo esercitati dalla Turchia su tali regioni(12).

La Francia esercitò un’influenza rilevante nel Mediterraneo e nel Nord Africa a partire dal XIX secolo. Tale processo ebbe inizio con l’invasione dell’Algeria nel 1830(13) e si ampliò successivamente con la conquista della Tunisia nel 1881(14). Esso proseguì poi con la costituzione dell’Africa Occidentale Francese(15), un insieme di colonie e protettorati che perdurò dalla seconda metà del XIX secolo fino agli inizi della seconda metà del XX secolo.Occorre inoltre ricordare che, tra gli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo, Parigi perse il controllo diretto su tutti quei territori in conseguenza del processo di decolonizzazione(16). Ciononostante, tali Paesi rimasero sottoposti a una sostanziale influenza francese(17). Questa rappresenta una caratteristica tipica del cosiddetto neocolonialismo, esercitato attraverso l’economia, la cultura, i media, nonché mediante la strutturazione dei sistemi educativi e amministrativi locali.

Inoltre, a seguito della vittoria nella Prima guerra mondiale, la Francia acquisì un’influenza significativa anche in diverse aree del Medio Oriente. Più precisamente, le regioni sottoposte alla sua amministrazione furono il Libano e la Siria(18), risultanti dalla spartizione dell’Impero Ottomano sconfitto. Parallelamente, la Gran Bretagna ottenne, quale bottino di guerra, il controllo sulla Palestina-Giordania, sull’Iraq e sul Kuwait(19). Tuttavia, il controllo diretto europeo su tali territori ebbe durata relativamente breve, giungendo generalmente al termine durante o immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale(20).

Nonostante ciò, la volontà e la capacità della Francia di esercitare un controllo di soft power sulla Siria e sul Libano perdurarono per diversi decenni: per l’intera seconda metà del XX secolo e – sebbene in maniera fortemente declinante – anche nei primi decenni del XXI secolo(21). Tali dinamiche strutturali si manifestarono in molteplici forme. Da un lato, esse si tradussero nell’eredità dell’influenza francese nell’organizzazione educativa e amministrativa dei summenzionati Paesi mediorientali, quali la Siria(22) e il Libano(23). Questi territori hanno a lungo privilegiato infatti il modello francese di istruzione superiore (quantomeno sino al cambio di regime in Siria del dicembre 2024);

di conseguenza, all’interno delle rispettive società, la frequenza di tali istituzioni venne associata all’appartenenza a una classe sociale elevata e/o a uno status sociale superiore (ancora, anche ciò, fu vero sino al cambio di regime nel dicembre del 2024).Dall’altro lato, tale influenza coincise con la diffusione dei modelli francesi di mass media e informazione(24). Tuttavia, la presenza e l’impatto contemporanei di tali strumenti comunicativi ed educativi rappresentano oggi soltanto l’ombra di ciò che essi costituivano probabilmente cinquanta o persino trent’anni fa(25) (inoltre, quanto rimaneva di cotale impalcatura strutturale è stata progressivamente demolita e rimossa anch’essa a partire dal dicembre 2024).

In aggiunta, tali regioni conobbero una significativa presenza di imprese, capitali e investimenti francesi, che contribuirono alla creazione di canali economici privilegiati e al mantenimento di una considerevole presenza francese in quei mercati(26). Oltre a ciò, un ulteriore elemento degno di nota consiste nel fatto che Parigi esercitò una rilevante – sebbene progressivamente decrescente – influenza sulle élite locali accuratamente coltivate e orientate verso la Francia(27).

Vi è inoltre un ulteriore aspetto di rilievo da considerare, non applicabile al Medio Oriente ma fondamentale nel contesto dell’Africa nord-occidentale. La lingua francese – sebbene in progressivo declino – continua infatti a costituire un idioma largamente diffuso in Algeria e in Tunisia accanto ai dialetti locali dell’arabo(28). Ciò testimonia con evidenza il grado di dominio culturale esercitato da Parigi nelle regioni nordafricane(29), affiancandosi alla mera influenza politica ed economica.

Pertanto, alla luce delle dinamiche storiche, geoeconomiche e geopolitiche precedentemente evidenziate, è possibile concludere che la Francia abbia detenuto – pur in una condizione diprogressivo ridimensionamento – una presenza strutturale profonda, multifattoriale e di lunga durata nel Grande Mediterraneo e nelle regioni MENA.

Considerando l’attuale potenza francese, tanto da una prospettiva di peso strutturale quanto da una prospettiva cronologicamente estesa, e confrontandola con quella del secolo scorso (o persino dei secoli precedenti), essa può essere interpretata come inserita in una condizione di lento ma esponenziale declino(30). Tuttavia, nonostante le summenzionate debolezze sistemiche, la Francia permane ancora oggi come uno degli attori regionali più dominanti del bacino mediterraneo(31). Nondimeno, a causa delle proprie carenze strutturali interne – se comparate alla forza del passato – la sua influenza in aree quali il Nord Africa risulta progressivamente in diminuzione(32).

Inoltre, Parigi continua a operare costantemente per approfondire le proprie relazioni con l’intero Mediterraneo orientale: da un lato mantenendo stretti legami con il precedente governo ufficiale siriano (il deposto, nel dicembre 2024, governo ba‘thista), dall’altro coltivando strutturalmente le proprie forze proxy armate in Libia(33). Ciò nonostante, il predominio francese nelle aree MENA è oggi messo in discussione da diversi altri attori, tra cui la Turchia; di conseguenza, il ruolo della Francia sembra progressivamente declinare a vantaggio di nuove potenze regionali emergenti(34), oltre che di grandi attori globali quali la Russia e gli Stati Uniti.

Da una prospettiva storica legata alla proiezione geopolitica della potenza, uno dei principali fattori strutturali che hanno reso Parigi un attore internazionale progressivamente più debole nell’età contemporanea è costituito proprio dal costante e accentuato collasso industriale. Infatti – analogamente a quanto avvenuto in Italia e in Gran Bretagna – la Francia ha attraversato un massiccio processo di deindustrializzazione, intensificatosi a partire dagli anni Settanta, che ha comportato una vasta perdita di posti di lavoro, un significativo deficit della bilancia commerciale, una relativa diminuzione del PIL e, in ultima istanza, un indebolimento della propria potenza(35).

Al contrario, la Turchia ha perseguito un insieme coerente di politiche strutturalmente pianificate e orientate all’incremento esponenziale della propria capacità produttiva fisica industriale e manifatturiera(36). Tale strategia ha conseguentemente favorito la crescita delle infrastrutture connesse e degli assetti produttivi industriali(37). Per questa ragione, il XXI secolo ha rappresentato un periodo di significativa espansione per l’industria della difesa turca, nonché per l’intero apparato industriale nazionale. Questo sviluppo è stato ampiamente determinato dallestrategie adottate dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) sotto la lunga leadership di Recep Tayyip Erdoğan.

La classe dirigente di Ankara ha pertanto posto un’enfasi costante sulla riduzione della dipendenza dai fornitori stranieri, favorendo un rilevante incremento delle capacità produttive domestiche(38). Ne è derivata una solida base strutturale atta a sostenere la proiezione esterna della potenza turca oltre i propri confini nazionali.

È opportuno osservare che, in virtù del contesto storico, geopolitico e strategico della Guerra Fredda, tanto la Francia quanto la Turchia continuano tuttora a far parte dell’Alleanza Atlantica(39). Più precisamente, la Francia ne è membro fondatore sin dal 1949, mentre la Turchia vi aderì nel 1952(40). Tuttavia, è altresì vero che Parigi partecipò esclusivamente alla dimensione politica dell’Alleanza dal 1966 al 2009(41), a causa del ritiro quarantennale dalla sua struttura militare integrata. Ad ogni modo, negli ultimi sedici anni, entrambi i Paesi hanno preso parte e si sono pienamente integrati tanto nell’aspetto politico quanto in quello militare del blocco geopolitico NATO/OTAN(42).

Nonostante appartengano alla medesima alleanza – caratteristica condivisa e retaggio di una precedente fase storica – Francia e Turchia sono state coinvolte in una dinamica di attrito talvolta più sottile, talvolta più manifesta, in aree quali il Mediterraneo, il Nord Africa e il Medio Oriente. Tale contesa è stata determinata dalle dinamiche precedentemente evidenziate relative al progressivo declino della potenza francese in quelle regioni, accompagnato dalla parallela crescita dell’influenza turca nel medesimo spazio geopolitico(43). Come numerosi studiosi hanno osservato, la Francia sta lentamente perdendo la propria presa nella cosiddetta regione del “Grande Mediterraneo”, tanto nel Nord Africa(44) quanto nel Medio Oriente(45). Viceversa, e parallelamente, la Turchia sta avanzando con continuità nelle medesime aree geopolitiche, sostituendo frequentemente la precedente influenza francese.

Tale processo si è sviluppato ovunque si sia manifestato un vuoto di potere lasciato dalla Francia. Di conseguenza, i due attori internazionali risultano oggi coinvolti in una competizione di potenza condotta prevalentemente dietro le quinte – sebbene talvolta emergente anche agli occhi dell’opinione pubblica – che si dispiega attraverso il Mediterraneo, il Medio Oriente(46) e l’Africa occidentale e settentrionale(47).

Inoltre, queste dinamiche competitive tra Parigi e Ankara risultano intrinsecamente intrecciate con le realtà interne dei Paesi MENA. A tal punto che diversi analisti hanno condotto studi sulle rappresentazioni geopolitiche e ideologiche di tali regioni elaborate dalle élite politiche e culturali francesi e turche, interpretandole come riflesso delle giustificazioni poste a fondamento delle rispettive scelte strategiche in cotali regioni(48). Tali studi mettono altresì in evidenza la tendenza delle classi strategiche, manageriali e dirigenti francesi a percepire come minacciosa la crescente influenza di altri Stati(49). Una dinamica alla quale la Francia, nonostante la propria attuale debolezza strutturale – almeno se comparata alla gloria del passato – ha reagito con una crescente determinazione a mantenere il proprio attivo coinvolgimento in tali regioni(50).

Un ulteriore elemento, riscontrabile tanto come dato empirico nelle realtà del Medio Oriente, del Mediterraneo e del Nord Africa, quanto come prospettiva presente nell’immaginario geopolitico delle due potenze, consiste nel fatto che la Turchia rappresenti una delle forze emergenti che, sin dagli inizi degli anni Duemila(51), si confrontano con la Francia nella regione. Tuttavia, diversamente da Parigi, le classi dirigenti turche giustificano e concettualizzano le proprie attività nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente come una presenza legittima e come un diritto partecipativo in un’area dalla quale la Turchia sarebbe stata ingiustamente esclusa nel periodo compreso tra il post-Prima guerra mondiale e gli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, a causa della propria debolezza interna(52).

È tuttavia necessario aggiungere che anche l’ideologia neo-ottomana fornisce un ulteriore apparato giustificativo a sostegno dell’espansione dell’influenza geopolitica turca in tali aree(53). Inoltre, ciò che emerge dagli studi geopolitici dedicati all’argomento è che, al di là delle reciproche rappresentazioni ideologiche delle due potenze, sia la Francia sia la Turchia tendono a privilegiare strumenti e azioni fondati sull’hard power – sebbene prevalentemente esercitati dietro le quinte e al di fuori del controllo dell’opinione pubblica – piuttosto che limitarsi a dinamiche esclusivamente riconducibili al soft power(54).

Infatti, nonostante la sovrammenzionata debolezza interna(55) e il declino della propria proiezione esterna(56) nel contesto geopolitico e delle relazioni internazionali, la Francia ha perseguito con costanza azioni e politiche – di natura militare, commerciale, economica e diplomatica – finalizzate ad ampliare la propria influenza nel Mediterraneo e nelle regioniMENA(57). Tale aspetto emerge chiaramente considerando la presenza militare francese in Libia, Libano, Siria, Iraq ed Emirati Arabi Uniti(58).Il declino dell’influenza francese in tali aree procede parallelamente all’avvento dell’ascesa della Turchia(59). Una chiara manifestazione di questo processo è rappresentata dalla diffusione dei modelli mediatici turchi finalizzati alla costruzione di consenso attraverso strumenti di soft power. Ciò risulta evidente osservando l’ampia diffusione delle soap opera turche nel Grande Mediterraneo e nelle regioni MENA, le quali costituiscono un importante strumento di soft power posto al servizio delle ambizioni geopolitiche di Ankara(60).

La storia condivisa e la prossimità culturale rendono infatti i drammi televisivi turchi estremamente popolari nel mondo arabofono, al punto da superare largamente e di vasti margini l’industria dell’intrattenimento occidentale in termini di penetrazione culturale(61). La conseguenza immediata della popolarità di tali produzioni televisive nel mondo arabo consiste, da un lato, nella crescente percezione della Turchia quale entità moderna, attraente e politicamente positiva; dall’altro lato, nella diffusione stessa della lingua turca, potenziale fondamento per futuri legami politici, economici e commerciali(62).

Inoltre, tutti questi elementi risultano ulteriormente rafforzati dalla fondazione e dal finanziamento, da parte di Ankara, di istituti culturali turchi in varie aree del Medio Oriente, come in Siria(63) e in Libano(64). A ciò si aggiunge il fatto che la Turchia sta altresì ampliando la propria influenza di soft power sugli istituti di istruzione superiore del Nord Africa(65). È dunque possibile comprendere come l’obiettivo di tali dinamiche consista nella formazione di una classe dirigente, amministrativa e politica locale caratterizzata da sentimenti turcofili.

Parallelamente, la crescente leva esercitata dalla Turchia in tali regioni è segnalata anche dalla creazione di reti mediatiche di propaganda turca in lingua araba – oltre che in altre lingue – finalizzate ad accrescere la presa del soft power di Ankara sulle regioni MENA(66). In questo contesto, i servizi d’intelligence turchi hanno organizzato e condotto campagne di influenza sull’opinione pubblica estremamente complesse, sviluppate come un insieme di operazioni di lungo periodo e costantemente implementate tanto all’interno della Turchia quanto su scala internazionale. Tali attività sono state poste in essere allo scopo di promuovere specifiche agende politiche e di orientare l’opinione pubblica in una direzione favorevole al posizionamento geopolitico e alla governance di Ankara(67).

A ben vedere, sulla base delle dinamiche sopra menzionate – che costituiscono il necessario retroterra dei pubblici insulti rivolti negli ultimi anni da Erdoğan nei confronti di Macron(68) – è possibile comprendere il carattere duplice di tale forma di comunicazione massmediatica. Da un lato, essa era rivolta all’opinione pubblica interna turca. In effetti, il suo obiettivo consisteva nel rappresentare il presidente turco quale uomo forte della politica, al fine di consolidare il consenso popolare attorno all’attuale élite detentrice del potere. Dall’altro lato, tale diffusione di messaggi deve essere interpretata da una prospettiva geopolitica, soprattutto alla luce dell’espansione del potere e dell’influenza turca nei Paesi MENA. Questo tipo di comunicazione rappresenta infatti una delle strategie volte a modellare l’opinione pubblica internazionale. Di conseguenza, gli insulti veicolati attraverso i mass media possono essere interpretati come strumenti finalizzati a rappresentare la Francia come un attore debole e incapace agli occhi delle popolazioni locali, contrapponendole invece un’immagine della Turchia quale soggetto politico forte, orgoglioso e risoluto.

Di conseguenza, a causa del crescente attrito tra Francia e Turchia nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente, il fenomeno dell’espansionismo turco è inevitabilmente entrato nel campo d’attenzione delle Forze Armate francesi(69), nonché, per estensione, dell’intero apparato d’intelligence e sicurezza di Parigi. A tal punto che, secondo alcuni esperti, il progressivo incremento dei dissensi reciproci tra i due Paesi e la competizione di potenza sviluppatasi attorno ai dossier relativi alla Siria, alla Libia, al Mediterraneo e ad altri scenari regionali hanno alimentato il timore di un conflitto per procura suscettibile di degenerare in un confronto militare diretto tra due membri dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord(70).

In effetti, la situazione appare tale per cui la Francia contesta apertamente le ambizioni neoottomane turche, mentre, al contempo, Parigi guarda con crescente preoccupazione alle iniziative di Ankara che eccedono ciò che, secondo una concezione storicamente novecentesca, erano considerate le tradizionali e circoscritte sfere dell’interesse nazionale turco(71). Pertanto, nel medio periodo, i due Paesi sembrano sottoporsi reciprocamente a una costante prova di forza finalizzata alla ridefinizione delle rispettive zone d’influenza, adattando continuamente i propri obiettivi di politica estera alle turbolente dinamiche geopolitiche del corrente periodo storico(72).

In tale contesto, ispirandosi al modello strategico dell’equilibrio di potenza(73), la Francia ha adottato una postura volta a contrastare l’ascesa della Turchia nel centro del Mediterraneo(74). Aquesto proposito, Parigi ha scelto di costruire una partnership strategica con la Grecia, in virtù della percezione condivisa secondo cui la rapida crescita del profilo geopolitico turco avrebbe destabilizzato il precedente ordine internazionale consolidato(75). Di conseguenza, le élite francesi hanno deciso di rafforzare strutturalmente la Grecia mediante la fornitura di armamenti di nuova generazione(76), nonché attraverso la costituzione di una partnership bilaterale franco-greca di carattere strategico, economico, diplomatico e militare, orientata al contenimento di Ankara(77).

Inoltre, sulla base delle dinamiche sopra evidenziate, al fine della costruzione di una deterrenza più solida nei confronti della Turchia, è attualmente in fase di sviluppo una cooperazione profondamente integrata tra le forze terrestri della Francia e della Grecia(78). Pertanto, occorre sottolineare che, dalla prospettiva di Parigi, tale configurazione geopolitica nel cuore del Mediterraneo persegue l’obiettivo di contrastare efficacemente l’avanzata turca.Un ulteriore teatro nel quale la Francia si oppone con decisione ai progressi di Ankara è rappresentato dal più ampio Mediterraneo orientale(79). Infatti, in cooperazione con altri attori quali gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, Parigi è attivamente impegnata nel contenimento della Turchia(80). Più precisamente, nel Nord di Cipro è presente da lungo tempo una significativa e forte presenza militare turca(81), progressivamente ampliata nel corso degli anni(82). Parallelamente, nella parte meridionale dell’isola permane una consistente presenza militare britannica sin dall’epoca precedente alla decolonizzazione(83).

In aggiunta, al fine di fronteggiare l’ascesa turca, la Francia ha stipulato un accordo bilaterale di difesa con Cipro(84) ed è attivamente impegnata nella vendita di armamenti di nuova generazione al governo di Nicosia(85). Ad ogni modo, è necessario osservare che una delle principali ragioni della competizione geoeconomica e geopolitica nel Mediterraneo orientale risiede nello sfruttamento dei vasti giacimenti di gas situati nelle profondità marine della regione(86), tra i quali il più rilevante è il celebre giacimento Leviathan(87).

Infine, gli analisti turchi interpretano tali scelte strategiche francesi come ostili(88), contribuendo così ad accentuare ulteriormente l’attrito reciproco anche sul piano concettuale e ideologico.

Inoltre, il crescente attrito tra Turchia e Francia si è già manifestato apertamente in diversi episodi verificatisi nel Mediterraneo e nelle regioni MENA. Ad esempio, nel 2020, le forze delgenerale Haftar, basate in Cirenaica, attaccarono la regione della Tripolitania in Libia con il sostegno della Francia; al contrario, la Turchia decise di intervenire appoggiando la fazione del governo ufficialmente riconosciuto(89). Tuttavia, la situazione giunse infine a una fase di stallo, sebbene persistesse un attrito di bassa intensità. È però importante osservare che le forze speciali francesi e turche, insieme alle rispettive forze proxy locali, giunsero direttamente a combattersi sul terreno(90).

Un’altra area che ha evidenziato la realtà di tale competizione fondata sull’attrito è la Siria(91). Più precisamente, come precedentemente ricordato, e nel quadro di una situazione protrattasi per molti decenni, la Francia ha esercitato in quel Paese un’influenza politica, economica e di soft power. Parallelamente, la Turchia ha tentato di consolidare la propria presa sulla Siria sia sostenendo eserciti ribelli proxy operanti sul campo(92), sia attraverso la creazione di istituzioni e leve di soft power(93). In tale contesto, nel 2022 e nel 2024, l’esercito turco d’occupazione bombardò direttamente gli impianti industriali della compagnia francese Lafarge Cement(94). Peculiarmente, tali stabilimenti risultavano ancora di proprietà di imprese francesi, nonostante le loro attività fossero cessate sin dall’inizio della guerra civile siriana(95). Notabile è però il fatto di come le multinazionali francese, in cotale precedente regime, avessero avuto un accesso preferenziale ad operare in quei settori, con quella manodopera, ed in quel mercato.

Inoltre, soffermandosi ulteriormente sul caso siriano, è necessario osservare che, tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre 2024, il governo ba‘thista siriano, al potere da oltre cinquant’anni, è caduto(96). Le forze ribelli che hanno assunto il controllo del Paese provenivano dalla città settentrionale di Idlib ed erano state significativamente sostenute e armate da Ankara(97), sebbene anche altri attori abbiano contribuito al loro supporto(98). Numerosi analisti hanno infatti evidenziato come la Turchia rappresenti probabilmente il principale vincitore del nuovo assetto regionale di potere(99): una potenza geopolitica ormai impossibile da ignorare(100).

In aggiunta, per suggellare simbolicamente tale “conquista”, soltanto pochi giorni dopo il cambiamento di regime, un alto funzionario dell’intelligence turca, İbrahim Kalın, si recò a Damasco per pregare pubblicamente nella principale moschea della città(101). L’evento ricevette un’ampia e deliberata copertura mediatica. Pertanto, sebbene attraverso forze locali proxy, è importante sottolineare che la Turchia è tornata a esercitare la propria influenza su alcuni deglistessi territori dai quali era stata estromessa in seguito alle conseguenze della Prima guerra mondiale.

Pertanto, in conclusione, alla luce di tutto quanto precedentemente esposto, analizzato ed evidenziato, è possibile comprendere con chiarezza come tra le due potenze sopra menzionate – la Francia e la Turchia – si sia ormai consolidata una dinamica di attrito reciproco strutturale, progressivamente divenuta sempre più evidente sul piano geopolitico, strategico e geoeconomico. Tale competizione non si limita infatti a episodi isolati o contingenti, bensì assume i tratti di un confronto di potenza di lungo periodo, destinato a incidere profondamente sugli equilibri regionali del Mediterraneo allargato.

Questo confronto si sviluppa simultaneamente su molteplici livelli interconnessi. Esso comprende l’impiego di strumenti di soft power, quali la diffusione culturale, mediatica ed educativa; le dinamiche geoeconomiche legate agli investimenti, alle reti commerciali e al controllo delle infrastrutture strategiche; il sostegno a forze proxy all’interno dei conflitti regionali; nonché il ricorso a forme più tradizionali di proiezione della potenza, fondate sul dispiegamento militare, sulla deterrenza strategica e sulle logiche classiche dell’equilibrio di potenza.

In tale contesto, il Mediterraneo, il Nord Africa e il Medio Oriente si configurano come lo spazio geopolitico entro il quale si manifesta concretamente la rivalità tra Parigi e Ankara. Da un lato, la Francia tenta di preservare la propria storica influenza, ereditata dall’epoca coloniale e post-coloniale, cercando di mantenere attivi i propri canali politici, economici, culturali e militari nella regione. Dall’altro lato, la Turchia appare intenzionata a riaffermare una presenza che le proprie classi dirigenti percepiscono come storicamente legittima, attraverso una strategia di espansione dell’influenza che combina strumenti economici, culturali, mediatici e militari.

Ne deriva un conflitto geopolitico e strategico diffuso, spesso combattuto indirettamente e attraverso attori locali, ma nondimeno reale e rilevante nelle sue implicazioni sistemiche. Tale confronto, esteso all’intero spazio mediterraneo e mediorientale, rappresenta dunque il contesto entro il quale verrà progressivamente definita la supremazia della principale potenza regionale dell’area, nonché il futuro equilibrio di potere nel Grande Mediterraneo del XXI secolo.

Fonti:

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et al., Deep sea rivals, cit; vedi anche: The Scramble for the Eastern Mediterranean: Energy and Geopolitics, in ISPI Reports, in Italian Institute for International Political Studies – ISPI [Istituto per gli Studi di Politica Internazionale], Milan, Italy, 26/07/2021, https://www.ispionline.it/en/publication/scrambleeastern-mediterranean-energy-and-geopolitics-31250, ultima consultazione: 11/12/2024.87) Vedi: Brew, Gregory, A Mediterranean Scramble: Unraveling The Turkish Fight For Natural Gas, in The Fuse, Kessel, Germany, SEFE Emergy, 26/08/2020, https://thefuse.org/a-mediterranean-scramble-unraveling-theturkish-fight-for-natural-gas/, ultima consultazione: 11/12/2024.88) Vedi: Yildirim, Galip M., Deciphering France’s Mediterranean and Foreign Policy against Turkey, in Insight Turkey, Vol. 23, No. 1, Ankara, Tureky, SETA, 2021, https://www.insightturkey.com/articles/decipheringfrances-mediterranean-and-foreign-policy-against-turkey, ultima consultazione: 13/12/2024.89) Vedi: Duclos, Michel, The Libyan Crisis: a Russia-Turkey-France Triangle, in Expressions by Montaigne, in Istitute Montaigne, Paris, France, 30/06/2020, https://www.institutmontaigne.org/en/expressions/libyan-crisisrussia-turkey-france-triangle, ultima consultazione: 04/12/2024.90) Vedi: Ahmedzade, Rufat, The Battle for Libya: Growing French–Turkish Rivalry in the Mediterranean, in Research Blogs, in The London School of Economics and Political Science, London, England, U.K. 26/06/2020, https://blogs.lse.ac.uk/mec/2020/06/26/the-battle-for-libya-growing-french-turkish-rivalry-in-themediterranean/, ultima consultazione: 04/12/2024; vedi anche: id., Chaos as French and Turkish Objectives Collide in Libya, ivi, 06/04/2020, https://blogs.lse.ac.uk/mec/2020/04/06/chaos-as-french-and-turkishobjectives-collide-in-libya/, ultima consultazione: 04/12/2024.91) Vedi: Note: Nos. 22, 23, 24, 26.92) Vedi: Siccardi, Francesco, How Syria Changed Turkey’s Foreign Policy, in Carneige Europe, in Carneige Endowment for International Peace, Washignton, D.C., U.S., 14/09/2021,https://carnegieendowment.org/research/2021/09/how-syria-changed-turkeys-foreignpolicy?lang=en¢er=europe, ultima consultazione: 04/12/2024.93) Vedi: Note: Nos. 60, 61, 62, 63, 66, 67.94) Vedi: Turkish occupation bombs French Lafarge Company in Kobani, in Hawar News Agency – ANHA, 01/06/2022, https://hawarnews.com/en/165407676031054, ultima consultazione: 04/12/2024; vedi anche: Turkish occupation airstrikes on Lafarge company, artillery on Ain Issa ,Girê Spi countryside, ivi., 26/10/2024, https://hawarnews.com/en/turkish-occupation-airstrikes-on-lafarge-company-artillery-on-ain-issa-gire-spicountryside, ultima consultazione: 04/12/2024.95) Vedi: Syrian Civil War, in Encyclopædia Britannica, Chicago, Illinois, U.S., Encyclopædia Britannica, Inc., 11/12/2024, https://www.britannica.com/event/Syrian-Civil-War, ultima consultazione: 11/12/2024.96) Vedi: Tokmajyan, Armenak, Bashar al-Assad of Syria Has Been Ousted From Power, in Diwan, in Carnegie Endowment for International Peace, Washington, D.C., U.S., 09/12/2024, https://carnegieendowment.org/middle-east/diwan/2024/12/bashar-al-assad-of-syria-has-been-ousted-frompower?lang=en, ultima consultazione: 13/11/2024.97) Vedi: Shahbazov, Fuad; Slavin, Barbara, What Turkey Hopes to Gain From the HTS Offensive in Syria, in Stimson Center, Washington, D.C., U.S., 05/12/2024, https://www.stimson.org/2024/what-turkey-hopes-to-gain-fromthe-hts-offensive-in-syria/, ultima consultazione: 13/11/2024.98) Vedi: Hayatsever, Huseyin; Lewis, Simon, Blinken meets Erdogan as forces backed by US, Turkey clash in Syria, in Kathimerini, Athens, Greece, Nees Kathimerines Ekdoseis, 13/12/2024, https://www.ekathimerini.com/politics/foreign-policy/1256209/blinken-meets-erdogan-as-forces-backed-byus-turkey-clash-in-syria/, ultima consultazione: 13/11/2024; vedi anche: Quilliam Neil, While international support is crucial, Syrians must lead their country’s political transition, in Chattam House, London, England, U.K., 11/12/2024, https://www.chathamhouse.org/2024/12/while-international-support-crucial-syrians-mustlead-their-countrys-political-transition, ultima consultazione: 13/11/2024.99) Vedi: Gonul, Tol, How Turkey Won the Syrian Civil War, in Foreign Affairs, New York City, New York, U.S., Council on Foreign Relations – CFR, 11/12/2024, https://www.foreignaffairs.com/turkey/how-turkey-wonsyrian-civil-war, ultima consultazione: 13/11/2024; 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Limited, 09/12/2024, https://www.middleeasteye.net/opinion/syria-fall-assad-winners-turkey-west-for-now, ultima consultazione: 13/11/2024.100) Vedi: Hamza, Assiya, The fall of Bashar al-Assad: ‘Turkey proves, once again, that it cannot be ignored’, in France 24, Issy-les-Moulineaux, France, 10/12/2024, https://www.france24.com/en/middle-east/20241210- bashar-al-assad-s-fall-turkey-proves-once-again-it-can-t-be-ignored-erdogan-syria-islamist-rebels-kurds-sdfsnf-ypg-hts-golani, ultima consultazione: 13/11/2024.101) Vedi: Turkish spy chief makes symbolic visit to pray in Damascus after Assad’s fall, in Kathimerini, Athens, Greece, Nees Kathimerines Ekdoseis, 12/12/2024, https://www.ekathimerini.com/politics/foreignpolicy/1256134/turkish-spy-chief-makes-symbolic-visit-to-pray-in-damascus-after-assads-fall/, ultima consultazione: 13/11/2024; vedi anche: Livin, Ephrat, As nations rush to assert influence in Syria, a Turkish intelligence official visits Damascus, in The New York Times, The New York Times Company, New York City, New York, U.S., 12/12/2024, https://www.nytimes.com/live/2024/12/12/world/syria-news-assad-rebels#asnations-rush-to-assert-influence-in-syria-a-turkish-intelligence-official-visits-damascus, ultima consultazione: 13/11/2024.

Rassegna stampa francese, 9a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Putin in persona ha dato il tono a ciò che è in gioco, dal punto di vista di Mosca, nelle elezioni
legislative di domenica in Armenia. «Tutto ciò che sta accadendo attualmente in Ucraina, come è
iniziato? Con il tentativo dell’Ucraina di entrare nell’UE», ha dichiarato il capo del Cremlino il mese
scorso. Un parallelo che suona fortemente come una minaccia e che mira direttamente al primo
ministro armeno, Nikol Pashinyan, dato per favorito in un voto ritenuto dominato da una questione
chiave: rafforzare i legami con Bruxelles o rimanere sotto la tutela russa? Il capo del governo
armeno ha scelto la prima opzione.

06.06.2026
L’Armenia cerca il proprio posto tra Russia ed
Europa
Tra aspirazioni europee e dipendenza economica dalla Russia, gli elettori dovranno scegliere la direzione
che il Paese prenderà il 7 giugno

Di Juliette Vandestraete, Yerevan
Ci troviamo in una fase di transizione. Non siamo abbastanza vicini all’adesione all’Unione europea per
voltare le spalle alla Russia. Ma non siamo più in rapporti abbastanza buoni con i russi per allontanarci
dall’Occidente», sussurra Narek, un giovane armeno di Erevan, seduto al tavolo di un bar della capitale.

Tutto è cambiato dopo le europee del giugno 2024. Il PPE ha acquisito lo status di partito chiave:
può scegliere se rimanere nella «maggioranza von der Leyen» con i socialdemocratici e i centristi
di Renew, oppure se orientarsi verso destra. Per Weber, non si tratta di un’alleanza: le sue truppe
non cambiano idea, ma convincono gli altri a condividere il loro punto di vista. Egli afferma che il
PPE si attiene a tre criteri per scegliere i propri partner: essere filoeuropei, filoucraini e filostato di
diritto. Tre criteri sbandierati come un baluardo.

04.06.2026
Europa: alleanze caso per caso
Punto di snodo. Il PPE funge ormai da arbitro tra due possibili maggioranze, creando una frattura nel
blocco repubblicano

DI EMMANUEL BERRETTA
Basta menzionare l’«unione delle destre» a Manfred Weber per irritare questo bavarese che presiede il
gruppo dei conservatori (PPE, Partito Popolare Europeo) a Strasburgo. Ad ogni sessione parlamentare al
Parlamento europeo, gli viene rivolta una domanda sui suoi rapporti con gli altri due gruppi alla sua destra,
i sovranisti dell’ECR (Conservatori e Riformisti Europei, tra cui i fedeli di Giorgia Meloni) e i nazionalisti di
Jordan Bardella (gruppo dei Patrioti per l’Europa).

Secondo l’Economist, pur essendo un fervente sostenitore di Kiev, una ragione ancora più
imperiosa per allargare l’UE spinge ora i capi di Stato e di governo europei: «Se è rischioso
accogliere l’Ucraina, è più pericoloso lasciarla fuori.» Il settimanale britannico riassume così le
conversazioni «off the record» tenutesi a Bruxelles: «Quando la guerra con la Russia finirà,
l’Ucraina conterà centinaia di migliaia di ex soldati temprati dai combattimenti. Se l’Unione la
respinge, nulla garantisce che potenti fazioni non si allontaneranno dall’Occidente. Tra i pericoli
citati, un’Ucraina travolta da conflitti interni, lotte per l’appropriazione delle sue risorse, un
riavvicinamento alla Russia.»

giugno 2026
Il lato oscuro della scommessa ucraina

Di Serge Halimi e Pierre Rimbert
Innanzitutto bisognava difendere l’Ucraina aggredita dalla Russia. Armarla, finanziarla con centinaia di
miliardi di euro. Sostenerla aprendole le porte dell’Unione europea. Accelerarne l’adesione per evitare che
la Russia tentasse nuovamente di attaccarla.

La costruzione degli Stati polacco e ucraino nella loro forma attuale avvenne quindi, negli anni ’40,
a prezzo di pulizie etniche, che si inseriscono in un ciclo di violenze e spostamenti di popolazioni in
Europa che ha inizio con il conflitto mondiale del 1914 per concludersi alla fine degli anni ’40.

giugno 2026
Due nazionalismi alla ricerca di confini
Ai confini tra Polonia e Ucraina, l’ombra delle minoranze cancellate. Dall’invasione russa, milioni di
ucraini hanno trovato rifugio in Polonia. Ma le relazioni tra i due paesi presentano anche un lato oscuro. I
loro conflitti durante la seconda guerra mondiale avevano costretto le autorità sovietiche e polacche a
procedere a un gigantesco scambio di popolazioni, realizzando di fatto il sogno di omogeneità etnica dei
nazionalisti che avevano combattuto

Di Catherine Gousseff

Solidali di fronte all’aggressione russa all’Ucraina, Kiev e Varsavia non hanno risolto le controversie sulla
memoria che le oppongono. Il loro confine comune attraversa antichi confini imperiali la cui realtà
multiculturale è stata compromessa dall’emergere di Stati-nazione che aspiravano a una certa uniformità
etnica, il che ha provocato lacerazioni il cui ricordo rimane vivo.

Il cambio forzato del dollaro per l’acquisto di petrolio è stato la vittima collaterale della guerra
russo-ucraina. Gli Stati Uniti erano l’unico paese al mondo a non avere alcun «vincolo del
commercio estero», poiché i loro deficit esterni finanziavano i loro deficit interni. Beneficiavano di
ciò che Jacques Rueff, uno dei primi a identificare questo fenomeno, definiva «il privilegio
imperiale». Notiamo, tra l’altro, che questo sistema garantiva a lungo termine la scomparsa
dell’industria americana, resa non competitiva dalla costante sopravvalutazione del dollaro
americano. Ed è proprio ciò che è accaduto. Successivamente, nel 1973, è apparsa una seconda
declinazione di questo privilegio imperiale. All’inizio degli anni 2000 il legislatore americano adottò
una misura che non poteva non distruggere il ruolo internazionale del dollaro. Poiché il dollaro era
la valuta degli Stati Uniti, le autorità americane si arrogarono unilateralmente il diritto di essere le
uniche competenti a giudicare la legalità dell’uso del dollaro da parte di stranieri, mentre i nemici
degli Stati Uniti non erano più autorizzati a utilizzare il dollaro. In ogni transazione che utilizzava il
dollaro statunitense, tre entità ne erano a conoscenza in tempo reale: il venditore, l’acquirente… e
la CIA. La buona notizia è che i pilastri di questo potere monetario esorbitante stanno crollando.

Maggio-giugno 2026
Nessuno ha più bisogno di una valuta di riserva
IL DOLLARO NON È PIÙ LA VALUTA DI UN IMPERO, MA DI UN SOLO PAESE, GLI STATI UNITI

Di Charles Gave. Economista e finanziere
Com’è noto a tutti, il dollaro è stato la valuta di riserva mondiale dal 1945. Dietro questo privilegio c’era
innanzitutto una realtà: chiunque volesse acquistare petrolio doveva farlo utilizzando la valuta degli Stati
Uniti. Qualsiasi paese che fosse importatore netto di energia doveva quindi procurarsi dollari, altrimenti la
sua economia si sarebbe bloccata.

Come credere che decapitando il regime iraniano si sarebbe potuto provocarne il crollo e la
fioritura quasi miracolosa della democrazia e della laicità? Come credere che, impegnandosi in
una guerra, questa sarebbe stata breve e conclusa in poche ore o pochi giorni? Questa guerra
sembra essere scoppiata per un capriccio, ma provoca un colpo di grazia in un Golfo che era già in
fermento. C’era bisogno di questa nuova guerra nel Golfo perché tutti capissero che i conflitti sono
una realtà? Che questi non sono solo militari, ma anche economici, cognitivi e comunicativi, che
non riguardano solo gli Stati, ma anche le imprese, indipendentemente dalle loro dimensioni, e le
persone? Il ritorno della guerra nel Golfo è un ritorno alle realtà umane e storiche. Di fronte alle
sfide, il riarmo è essenziale; prima intellettuale, poi militare.

Maggio-giugno 2026
EDITORIALE
Ritorno nel Golfo

LA GUERRA NEL GOLFO PERSICO RICORDA ALLE IMPRESE CHE NON BISOGNA GUARDARE AL MONDO
SOTTO LA LENTE DEI RISCHI, MA SOTTO QUELLA DELLE OPPORTUNITÀ
La storia degli ultimi decenni torna incessantemente sullo stesso punto: il Medio Oriente e il Golfo Persico.
Rivoluzione iraniana del 1979, guerra civile in Libano, guerre in Iraq nel 1991 e nel 2003, Afghanistan,
incessanti intifada, speranze di pace e permanenza della guerra. Un colpo di testa.

Il rapporto sulla giustizia globale, che sarà presentato e discusso giovedì 4 giugno alla Scuola di
Economia di Parigi da economisti di fama come Mariana Mazzucato, Branko Milanovic o
Emmanuel Saez, formula proposte fiscali incisive su ricchezza e capitale. Una pubblicazione che
dovrebbe rilanciare il dibattito alla vigilia della Giornata mondiale dell’ambiente e del bilancio 2027.
«L’obiettivo è rispondere alle esigenze planetarie e umane da qui alla fine del secolo», afferma
Lucas Chancel, codirettore del laboratorio sulle disuguaglianze globali. Questo approccio si
inserisce nella continuità dell’opera del famoso economista Piketty pubblicata nel 2021, «Une
brève histoire de l’égalité».

05.06.2026
Il «big bang» fiscale degli economisti di fronte al
pericolo climatico ed economico
Un gruppo di economisti guidato da Thomas Piketty propone di introdurre un’imposta mondiale sul
patrimonio e un’imposta sul reddito più progressiva che arrivi fino al 90%. L’obiettivo? Finanziare gli
investimenti astronomici necessari alla transizione ecologica.

Di GREGOIRE NORMAND
Ondate di caldo precoci, siccità, stress idrico… Il pericolo climatico si sta accelerando in tutto il pianeta.
Nonostante i ripetuti allarmi degli scienziati, gli Stati faticano a imboccare la strada della transizione
ecologica per mancanza di mezzi per finanziare investimenti astronomici.

Thomas Piketty: La riduzione delle disuguaglianze è essenziale. In uno scenario senza riduzione
delle disuguaglianze, è impossibile ottenere un sostegno politico. La riduzione delle disuguaglianze
è fondamentale per finanziare gli enormi investimenti nel clima e nella sanità. Ciò deve passare
attraverso una fiscalità mondiale e una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale.
L’attuale sistema internazionale è plutocratico. I diritti di voto presso il FMI e la Banca mondiale
dipendono in gran parte dal PIL pro capite. L’Europa e gli Stati Uniti hanno molti più diritti di voto
rispetto alla loro quota nella popolazione mondiale. Al contrario, l’Africa subsahariana è molto poco
rappresentata. È paragonabile a un sistema censitario del XIX secolo. Finché si accetterà questa
situazione, tutti i discorsi sull’universalismo, la giustizia e la democrazia mancheranno di credibilità.

05.06.2026
«L’attuale sistema internazionale è
plutocratico»: lo scenario di Thomas Piketty per
un pianeta sostenibile nel 2100
Imposta globale, 1.000 ore di lavoro, 5.000 euro di reddito… Thomas Piketty delinea una tabella di
marcia ambiziosa per riuscire a rendere il pianeta sostenibile garantendo al contempo la prosperità per
tutti entro il 2100. Riuniti a Parigi per tre giorni, una cinquantina di economisti di fama mondiale
vogliono lanciare un allarme sulla crisi climatica.

INTERVISTA DI GRÉGOIRE NORMAND
LATRIBUNE – La guerra in Medio Oriente ha riacceso il dibattito sulla tassazione dei superprofitti in
Europa e in Francia. Il CEO di Total, Patrick Pouyanné, ha minacciato di delocalizzare parte delle attività.
Parallelamente, la Francia non è riuscita a tassare questi settori al momento della guerra in Ucraina.
Come si spiega un tale fallimento in Francia?

La penisola arabica si scopre doppiamente vulnerabile. Né l’ombrello americano né i petrodollari la
proteggono dai colpi iraniani. Ormai ogni Stato segue la propria strategia: Abu Dhabi punta sulla
potenza militare, Riyadh tenta la via della distensione, Doha e Oman fungono da mediatori. Ma
tutti sanno che il futuro è incerto. La sfida principale è l’affidabilità della garanzia di sicurezza
americana. La dottrina Carter, formulata dopo la rivoluzione iraniana e l’invasione sovietica
dell’Afghanistan, affermava esplicitamente che qualsiasi tentativo di prendere il controllo del Golfo
Persico sarebbe stato considerato una minaccia diretta contro gli interessi vitali americani. Ma da
diversi anni i leader del Golfo dubitano dell’affidabilità di questo impegno. Si stanno delineando
due linee strategiche: pacificazione o scontro.

Giugno 2026
PAESI DEL GOLFO: IL PETROLIO NON FA LA
FELICITÀ

Di Gil Mihaely
Sembravano vivere fuori dal tempo e dallo spazio, proprio come il loro urbanismo e la loro ostentazione di
lusso. Per molto tempo, le monarchie del Golfo, dal confine iracheno fino al Mar Arabico, si sono credute
protette dalle brutalità del Medio Oriente grazie ai petrodollari.

Dall’aumento dei prezzi dell’energia a seguito della chiusura dello Stretto di Ormuz, l’Italia sembra
aver messo il freno ai propri investimenti militari. Contrariamente a quanto previsto all’inizio
dell’anno, Roma non ha attivato prima del 31 maggio il programma europeo di riarmo SAFE
(Security Action for Europe) dopo aver chiesto, nel 2025, di concedergli quasi 15 miliardi di euro di
prestiti per finanziare le proprie spese militari. Nonostante la forte deindustrializzazione del
territorio negli ultimi anni, l’economia sarda rimane a galla grazie all’industria degli armamenti. Da
sola, la regione ospita il 65% del settore militare italiano: poligoni di tiro e campi di manovra per le
truppe della NATO.

07.06.2026
Industria della difesa o pacifismo, gli italiani in
bilico
Nonostante le proteste, uno stabilimento che produce droni e munizioni dovrebbe raddoppiare la propria
produzione entro il 2027 in Sardegna

Di OLIVIER BONNEL
Con il ritorno della guerra in Medio Oriente, a seguito dell’offensiva americano-israeliana contro l’Iran,
l’Italia si ritrova nuovamente di fronte a un dilemma ben noto: come continuare a investire negli armamenti
quando l’opinione pubblica rimane in maggioranza contraria alle spese militari?

Donald Trump ragiona in termini di vittorie, trofei da esibire, slogan che risuonano al vento. Ma, per
quanto ciò sia vero, l’ipotesi di una manipolazione israeliana non regge di fronte ai fatti. Ogni volta
che Trump dice una cosa del tipo “sei pazzo”, alcuni si affrettano ad annunciare la fine del loro
rapporto. Non è vero. Il loro rapporto gli permette proprio di dire questo. Ciò che è vero è che
Trump può danneggiare Netanyahu, soprattutto prima delle elezioni israeliane, e non il contrario.
Se ci fosse una vera rottura prima di quella scadenza, sarebbe disastroso per Bibi. » Il magnate
non ha mai dimenticato la fretta con cui il leader israeliano si è affrettato a congratularsi con Joe
Biden per la sua vittoria nel 2020. Un gesto sinonimo di tradimento, nel linguaggio trumpiano.

07.06.2026
Il rapporto Trump-Netanyahu messo alla prova
dalla guerra
Mentre il conflitto contro l’Iran si avvicina alla soglia dei cento giorni, le divergenze strategiche e di
interessi tra Stati Uniti e Israele generano attriti tra i due leader

Di PIOTR SMOLAR
La «piccola incursione» degli Stati Uniti in Iran, secondo l’espressione di Donald Trump, si sta protraendo
pericolosamente. La guerra si avvicina alla soglia dei cento giorni e la Casa Bianca è ancora alla ricerca di un
protocollo d’intesa con il regime iraniano, armato di risorse senza precedenti, come il controllo dello stretto
di Ormuz.

L’una o l’altro: Marine Le Pen o Jordan Bardella. La leader storica o l’erede designato. La
candidata naturale o la riserva già pronta. Un’incertezza che alimenta il disagio. Il RN non è mai
sembrato così vicino al potere, ma non sa ancora dietro quale figura affronterà il rush finale. Tra le
due teste del partito, nessun malinteso: Marine Le Pen rimane la candidata del partito. Jordan
Bardella ribadisce di essere lì in caso di impedimento. Ma, dietro le apparenze, tutti si costringono
alla prudenza. Il partito avanza come su un parquet lucido: senza passi falsi, senza rumore, senza
movimenti bruschi. La sera del 7 luglio, Marine Le Pen prenderà la parola in un telegiornale.
Qualunque cosa accada. Per trasformare una decisione giudiziaria nel calcio d’inizio di una quarta
campagna presidenziale o per convertire una ferita politica in un passaggio di testimone
controllato.

07.06.2026
Il processo a Marine Le Pen: il RN con il fiato
sospeso a un mese dal verdetto
ELEZIONI PRESIDENZIALI: Favorito nei sondaggi, il RN trattiene il respiro in attesa del 7 luglio, con lo
sguardo rivolto all’esito giudiziario di Marine Le Pen

Di JULES TORRES
Al Rassemblement National si contano i giorni. Non quelli che separano il partito dalle presidenziali, ma
quelli che lo avvicinano al 7 luglio: esattamente un mese.

La debolezza degli effettivi ucraini è inversamente proporzionale al fatto che la Russia, dal canto
suo, non manca di reclute. Anche se quattro anni di una guerra di cui nessuno intravede ancora la
fine stanno facendo calare la popolarità di Vladimir Putin e l’economia russa dà segni di
surriscaldamento, i volontari per il fronte da parte russa non hanno bisogno di essere reclutati per
strada come invece avviene da parte ucraina. Resta il fatto che la conquista dell’intero Donbass,
obiettivo definito da Putin, sembra molto meno vicina di quanto non fosse l’anno scorso. La
campagna di attacchi contro le infrastrutture petrolifere russe condotta dall’Ucraina è
impressionante, ma l’obiettivo di minare la capacità della Russia di autofinanziare la propria guerra
non è stato raggiunto.

07.06.2026
Dopo quattro anni di guerra l’Ucraina sta
ribaltando le sorti del conflitto?
FRONTE – Mentre l’Ucraina rivendica conquiste territoriali, la Russia prosegue la sua strategia di
logoramento nel Donbass. INCRINATI – L’intensificarsi dei bombardamenti, il coinvolgimento degli
europei e le ripercussioni del conflitto iraniano allontanano la prospettiva di una soluzione negoziata alla
guerra

Di RÉGIS LE SOMMIER
Respinta dalla resistenza ucraina, la Russia di Vladimir Putin ha subito una battuta d’arresto sul fronte nel
mese di maggio, come già era accaduto ad aprile.

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