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Burnham vuole rilanciare l’industria britannica. Ecco perché fallirà, di Matt Oliver

Burnham vuole rilanciare l’industria britannica. Ecco perché fallirà

Dalle importazioni cinesi a basso costo agli elevati costi energetici, le fabbriche si trovano ad affrontare minacce da ogni parteMatt Oliver Redattore del settore. Emma Taggart Giornalista economico. Szu Ping Chan Responsabile della rubrica di economia

Pubblicato 4 ottobre 2026, ore 6:00 BST

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Part of the steel works site owned by Tata is being demolished at Llanwern near Newport, Wales
Tata sta smantellando il proprio stabilimento siderurgico di Llanwern: un altro segnale di deindustrializzazione Crediti: Dimitris Legakis

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Una gru gigante si fa lentamente strada tra i vasti edifici abbandonati dell’acciaieria di Llanwern.

Nel periodo di massimo splendore, il sito situato alla periferia di Newport era un elemento fondamentale di uno dei più grandi poli industriali del mondo.

Ora, i lavoratori possono solo stare a guardare mentre il complesso viene smantellato.

«Stiamo letteralmente assistendo alla distruzione del luogo in cui lavoriamo proprio davanti ai nostri occhi», afferma un dipendente di lunga data.

Lo stabilimento, di proprietà del conglomerato indiano Tata, produce attualmente acciaio zincato, ma il suo ruolo si è notevolmente ridotto nel corso del tempo.

Più recentemente, l’acciaieria è stata messa a dura prova dagli elevati costi energetici e dall’afflusso di acciaio straniero a prezzi più bassi, conseguente all’allentamento delle restrizioni tariffarie.

Ad agosto funzionava solo a metà della sua capacità e si temeva che centinaia di posti di lavoro fossero a rischio.

«Sembra proprio una tempesta perfetta», si lamenta il dipendente.

Più avanti lungo la costa gallese, a Port Talbot, Tata ha tagliato circa 2.000 posti di lavoro nell’ambito dei piani di chiusura dei suoi storici altiforni.

Queste difficoltà – insieme a quelle dell’industria siderurgica britannica nel suo complesso – sono tra gli esempi più evidenti del declino del potere industriale del Regno Unito.

Le aziende nazionali operanti nei settori automobilistico, chimico e in altri comparti stanno faticando a tenere il passo con i concorrenti internazionali.

Ma al congresso annuale del Partito Laburista della scorsa settimana, Andy Burnham e John Healey hanno promesso di invertire questa tendenza con una “nuova era di industrializzazione”.

Hanno esaltato il settore manifatturiero, sostenendo che sia fondamentale per la sicurezza nazionale in un’epoca di instabilità, ottenendo un’accoglienza entusiastica da parte dei fedeli del partito.

Ma cosa significa in pratica? E si tratta solo di una fantasia assurda?

Andy Burnham and John Healey
Andy Burnham e John Healey hanno promesso di reindustrializzare la Gran Bretagna al congresso del Partito Laburista Crediti: Rasid Necati Aslim/Anadolu via Getty Images

Stephen Phipson, amministratore delegato dell’associazione di categoria Make UK, avverte che, lungi dal registrare una ripresa, l’industria sta affrontando minacce provenienti da “ogni direzione”.

«La reindustrializzazione non si realizzerà grazie a discorsi, strategie o slogan provenienti da Whitehall», afferma.

“Sarà il risultato delle decisioni prese da migliaia di singole imprese in materia di assunzioni, investimenti ed espansione.”

«E in questo momento troppe di quelle decisioni vengono rinviate.»

Incidente stradale

Nel XIX secolo, la Gran Bretagna era al centro della rivoluzione industriale che diede il via a un’era di crescita economica vertiginosa.

Ma nel dopoguerra, la forza industriale della nazione si è gradualmente indebolita con lo spostamento del baricentro dell’economia globale.

Negli anni ’70 il settore manifatturiero rappresentava circa il 30% dei posti di lavoro a livello nazionale. Da allora, tale percentuale è scesa al 7,8% dei lavoratori.

Il drastico calo ha trasformato città industriali un tempo fiorenti in focolai di disoccupazione dopo che i principali datori di lavoro hanno chiuso i propri stabilimenti e si sono trasferiti all’estero.

Ora, alcuni temono che l’impegno di Healey a inaugurare «una nuova era di industrializzazione» rischi di richiamare alla mente un’epoca ormai passata.

La reindustrializzazione dovrebbe invertire una tendenza “che va avanti da decenni”, afferma Paul Johnson, ex direttore dell’Institute for Fiscal Studies, quando “in realtà, la nostra forza risiede proprio nel fatto di essere un’economia basata sui servizi”.

I dati lo confermano. Lo scorso anno il settore manifatturiero ha rappresentato l’8,3% del valore aggiunto lordo (VAL) totale del Regno Unito, a fronte di un contributo dell’81% da parte del settore dei servizi.

Quando, negli anni Ottanta, la situazione delle aziende manifatturiere del Paese iniziò a migliorare, un raro raggio di speranza per il settore fu rappresentato dal successo dell’iniziativa di Margaret Thatcher volta ad attirare le case automobilistiche giapponesi, che portò Nissan ad aprire il suo primo stabilimento nel Regno Unito a Sunderland nel 1984.

Da allora, però, l’affermarsi della Cina come superpotenza manifatturiera ha esercitato un’ulteriore pressione sull’industria britannica, a cui si sono aggiunte la carenza di manodopera qualificata e l’impennata dei costi energetici.

Oggi, persino lo stabilimento di Sunderland della Nissan, notoriamente altamente efficiente, è stato costretto a ridurre la propria capacità produttiva al 50%.

Nissan's Sunderland plant
Lo stabilimento Nissan di Sunderland sta operando a solo metà della sua capacità a causa di una flessione della produzione Crediti: Scott Heppell / AFP via Getty Images

I vertici aziendali hanno indicato l’aumento dei costi come una delle ragioni principali della fermata dello stabilimento, sottolineando che lo stabilimento “paga l’elettricità più di qualsiasi altro stabilimento Nissan al mondo”.

«In definitiva, oggi il Regno Unito non è un luogo competitivo per la produzione di automobili», ha affermato Alan Johnson, vicepresidente senior responsabile della produzione presso Nissan, nel corso di un’audizione parlamentare tenutasi lo scorso anno.

Ci sono pochi segnali che indichino un rallentamento di questa tendenza al ribasso. Lo scorso anno Stellantis ha chiuso il suo storico stabilimento Vauxhall a Luton, mettendo a rischio circa 1.000 posti di lavoro. Jaguar Land Rover (JLR) – il più grande produttore automobilistico britannico – sta tagliando 4.000 posti di lavoro nei prossimi due anni, alle prese con i dazi e la forte concorrenza estera.

In questo contesto, i ministri hanno cercato di attirare l’attenzione di marchi cinesi come BYD, Chery (proprietaria di Jaecoo) e SAIC Motor (proprietaria di MG), nella speranza che decidano di investire.

Ma fonti del settore affermano che anche loro nutrono qualche perplessità riguardo ai costi di fare affari in Gran Bretagna. Nel frattempo, i marchi occidentali temono che quelli cinesi possano batterli sul prezzo, in parte grazie al sostegno statale di Pechino.

Ciò ha sollevato interrogativi sul fatto che la Gran Bretagna debba accogliere pienamente le case automobilistiche cinesi oppure seguire l’esempio dell’Unione Europea e imporre dazi per proteggere l’industria nazionale – una richiesta che, secondo quanto riferito, Bruxelles avrebbe posto come condizione per qualsiasi accordo sugli standard della catena di approvvigionamento “Made in Europe”.

Settore chimico in crisi

Ma il settore automobilistico è solo uno dei campi in cui la concorrenza cinese ha stravolto radicalmente il panorama.

Da quando la Cina si è trasformata in una potenza esportatrice ed è entrata a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, il Regno Unito, come molte altre economie occidentali, non è riuscito a tenere il passo con l’afflusso di importazioni a basso costo, lasciando molte aziende manifatturiere nazionali in una posizione di svantaggio.

Il magnate britannico del settore petrolchimico Sir Jim Ratcliffe ha avvertito il mese scorso che la Cina sta “sovradimensionando” la capacità produttiva degli impianti di cloruro di polivinile (PVC) – utilizzato nei settori dei servizi igienico-sanitari, della sanità, dell’edilizia e degli imballaggi alimentari – per poi “scaricare” la produzione in eccesso sul mercato europeo.

«Il risultato è un’accelerazione del ritmo di chiusura delle nostre aziende del settore chimico», ha affermato Sir Jim, la cui società, Ineos, ha presentato un reclamo ufficiale alle autorità europee garanti della concorrenza.

Il settore chimico era un tempo il fiore all’occhiello dell’industria britannica. Da allora, però, gli imprenditori si sono trovati a lanciare appelli disperati al governo, in un contesto caratterizzato da un’ondata di chiusure di stabilimenti: 25 dal 2021, e il numero continua a salire.

A ciò si è accompagnato un crollo della produzione del settore, scesa del 60% nello stesso periodo, secondo l’Associazione delle Industrie Chimiche.

Alcuni economisti hanno tuttavia suggerito che il flusso di merci cinesi a prezzi estremamente bassi sia, in definitiva, a vantaggio dell’Europa.

Ma Sander Tordoir, capo economista del Centre for European Reform, avverte che la “pericolosa” dipendenza dell’Occidente dalle importazioni è uno dei motivi principali per cui i responsabili politici negli Stati Uniti e in Europa stanno spingendo per la reindustrializzazione – con Pechino considerata un partner commerciale tutt’altro che benevolo.

«Alla base del desiderio di reindustrializzazione c’è una logica geostrategica più profonda», aggiunge Tordoir.

A differenza delle case automobilistiche britanniche, numerosi altri settori sono riusciti a sopravvivere e hanno persino continuato a crescere.

«Abbiamo una base farmaceutica molto solida e un settore delle scienze della vita più ampio che difficilmente scomparirà nel breve periodo, anche perché è fortemente incentrato sulla ricerca e lo sviluppo», afferma Liam Sides, direttore di Oxford Economics.

Anche il settore della difesa e l’ingegneria aerospaziale sono considerati settori dell’industria manifatturiera britannica in forte crescita grazie ai recenti progressi tecnologici.

Eppure, per molte altre aziende la domanda rimane: il piano di Burnham per rilanciare il settore funzionerà davvero, oppure sono destinate a perdere ogni rilevanza?

Una nuova era dell’industrializzazione

Mentre migliaia di funzionari del Partito Laburista si affollavano al congresso annuale del partito la scorsa settimana, il negozio di articoli promozionali di Liverpool era pieno zeppo di cimeli dedicati all’ex leader Harold Wilson.

Harold Wilson
L’impegno di Harold Wilson a rilanciare l’industria britannica nel “calore incandescente” della tecnologia alla fine fallì Crediti: Rolls Press/Popperfoto via Getty Images/Getty Images

Sono passati 60 anni dalla seconda vittoria elettorale di Wilson nel 1966 – e 63 da quando promise di rilanciare l’industria britannica nel “calore incandescente” della tecnologia.

Il piano si basava, in ultima analisi, su una radicale riorganizzazione del settore manifatturiero guidata dallo Stato, che portò alla nascita di colossi quali la casa automobilistica British Leyland, la General Electric Company (GEC) e la International Computers Ltd, che complessivamente davano lavoro a oltre mezzo milione di persone.

Eppure, la politica di Wilson è oggi considerata da molti un fallimento rispetto ai suoi stessi obiettivi.

La spinta alla crescita economica che egli sperava ne derivasse non si è mai concretizzata, mentre tutte e tre le grandi aziende nate da fusioni orchestrate dal governo erano fallite o state smantellate 40 anni dopo.

Nel frattempo, la precaria situazione finanziaria del governo, di fronte alle difficoltà economiche globali, pose un freno alle ambizioni di Wilson, costringendolo a una umiliante svalutazione della sterlina nel 1967.

Gran parte del coinvolgimento dello Stato britannico nell’industria fu poi smantellato sotto il governo Thatcher negli anni Ottanta con la privatizzazione di aziende quali British Aerospace, British Telecom, British Gas, British Airways, Rolls-Royce e British Steel.

Ironia della sorte, però, Burnham e Healey, il suo ministro delle Finanze, stanno ora spingendo affinché il governo riprenda un ruolo più incisivo in una “nuova era di industrializzazione”.

Nel suo discorso al congresso del Partito Laburista, Healey ha tracciato un quadro nostalgico dei “cuori industriali” che un tempo alimentavano l’economia britannica, sottolineando al contempo che alcune fonti di occupazione, come l’estrazione del carbone, “non torneranno più”.

Il Cancelliere ha invece scelto di seguire l’esempio di Wilson, sostenendo che il settore manifatturiero dovesse essere “rifatto a misura del mondo moderno”. Ha inoltre illustrato i piani del Governo per stimolare la domanda attraverso l’iniziativa “Buy British” (Acquistiamo prodotti britannici).

«Questa è la nuova era dell’industrializzazione», ha detto ai delegati. «Non venite a dirmi che non è possibile».

Burnham ha sostenuto, analogamente, che la Gran Bretagna dovrebbe puntare a diventare leader mondiale nell’implementazione e nella regolamentazione dell’intelligenza artificiale, citando al contempo la proposta di Gordon Brown di creare una “nazione dell’innovazione” a sostegno delle start-up.

«È stato proprio dalle Midlands e dal Nord dell’Inghilterra che abbiamo guidato la prima rivoluzione industriale al mondo», ha affermato Burnham. «Allora perché non potremmo guidare anche la prossima?»

Come hanno tuttavia sottolineato i critici, il piano di reindustrializzazione sembra finora piuttosto frammentario.

L’annuncio più costoso è stato quello di stanziare 6 miliardi di sterline a favore dei cantieri navali nazionali per la costruzione di nuovi bacini galleggianti per sottomarini: infrastrutture importanti, senza dubbio, ma difficilmente definibili come tecnologie del futuro.

Si intravedono inoltre segnali di un divario tra quanto propongono i ministri e le ambizioni più radicali dei sostenitori sindacali del Partito Laburista.

Unite, il GMB, Unison, l’RMT, il Communication Workers Union e il Trades Union Congress hanno chiesto, in vari modi, la nazionalizzazione dei settori dell’energia, dell’acqua, dei trasporti, delle poste, delle telecomunicazioni, della cantieristica navale e della siderurgia.

«Se ci riusciranno, la reindustrializzazione dovrebbe significare un rilancio delle comunità operaie e dei centri industriali del Regno Unito», afferma Charlotte Brumpton-Childs, responsabile nazionale del GMB per il settore manifatturiero.

«Significa opportunità di apprendistato per i ragazzi che non possono andare all’università e comunità come Scunthorpe, da dove provengo, che prosperano invece di limitarsi a gestire il declino.»

Ritiene che il declino dell’industria britannica a partire dagli anni Ottanta sia la prova che la privatizzazione non ha funzionato, lasciando che «soggetti stranieri detengano il controllo di alcune delle nostre industrie più importanti dal punto di vista strategico».

Tuttavia, una maggiore nazionalizzazione dell’economia potrebbe inizialmente costare al governo centinaia di miliardi di sterline e rischiare di far gravare sui contribuenti perdite ingenti qualora gli investimenti dovessero rivelarsi fallimentari.

La decisione di nazionalizzare la British Steel, ad esempio, si sta già rivelando costosa, dato che i bilanci mostrano che l’azienda in difficoltà sta perdendo quasi 700.000 sterline al giorno.

The British Steel in plant in Scunthorpe, Lincolnshire.
La nazionalizzazione della British Steel e del suo stabilimento di Scunthorpe si sta rivelando un’impresa costosa Crediti: Annabel Lee-Ellis/PA Wire

Per invertire la tendenza occorreranno tempo, impegno e ingenti investimenti, afferma Gareth Stace, direttore generale dell’associazione di categoria UK Steel, oltre a una decisione su quando chiudere gli ultimi altiforni di Scunthorpe e sostituirli con forni ad arco elettrico di nuova generazione.

Il governo ha stanziato 2,5 miliardi di sterline a favore del settore siderurgico e martedì Blair McDougall, ministro responsabile del settore, ha affermato che i funzionari lo considerano “importante per la nostra sicurezza nazionale”.

«Ci attendono decisioni difficili», ha detto ai partecipanti durante un aperitivo di lavoro del settore.

«Ma il nostro impegno… è quello di garantire che si vada avanti… che si investa e che si prendano le decisioni necessarie per assicurarci che questo sia un settore redditizio, resiliente e, ancora una volta, di livello mondiale.»

Ancora una volta, regna l’ambiguità su ciò che il Partito Laburista intende ottenere.

Il mese scorso, i parlamentari della commissione per i conti pubblici hanno affermato che il Governo non era ancora riuscito a definire un piano per la British Steel che andasse oltre il semplice “sostegno” all’azienda.

Un modello di successo citato dai ministri è quello di un gruppo di imprese che hanno stabilito la propria sede nel South Yorkshire.

Lì, il fulcro dell’economia si è spostato dall’estrazione del carbone alla produzione high-tech, con aziende di primo piano come Rolls-Royce, Boeing e McLaren che ora hanno sede in un parco industriale sorto proprio sul sito dell’ex miniera di Orgreave.

È proprio qui che l’Università di Sheffield ha inaugurato nel 2004 l’Advanced Manufacturing Research Centre (AMRC), con l’obiettivo di riunire il mondo accademico e le imprese per sviluppare tecniche di produzione all’avanguardia.

Chris Read, presidente del consiglio comunale di Rotherham, afferma che queste collaborazioni costituiscono il fondamento del successo dell’AMRC.

«Nessuno di quei partner sarebbe stato in grado di farlo da solo», afferma, aggiungendo che «i ragazzi che vivono nel mio quartiere ora possono ottenere posti di apprendistato presso aziende per le quali altrimenti non avrebbero mai potuto lavorare» in settori come quello dell’energia pulita.

Ma ritiene anche che l’epoca in cui “c’erano decine di migliaia di uomini” impiegati nei settori tradizionali sia probabilmente finita, anche se crisi come quella del Covid e le guerre commerciali di Donald Trump costituiscono un argomento a favore del potenziamento della produzione interna.

I ministri sostengono di essere sulla stessa lunghezza d’onda. La scorsa settimana, Jonathan Reynolds, ministro per le Imprese, ha ribadito che il governo intende concentrarsi sulle tecnologie “orientate al futuro”.

Ha inoltre affermato che lo Stato intende assumere un ruolo più attivo nel sostenere l’innovazione, utilizzando i dati per individuare in modo proattivo le imprese che meritano di ricevere investimenti dalla British Business Bank.

Una fonte vicina a Reynolds confuta le accuse secondo cui il piano del governo sarebbe privo di sostanza, sostenendo che il Partito Laburista conferma la “strategia industriale” pubblicata dai ministri sotto la guida di Sir Keir Starmer nell’estate del 2025.

Tuttavia, le imprese sostengono che quel documento non fosse sufficientemente approfondito e fosse carente di dettagli, sottolineando che anche il “piano decennale” promesso da Burnham per la Gran Bretagna potrebbe discostarsene in modo significativo.

Nel vuoto di potere che ne è derivato, alcuni dei pezzi grossi del Partito Laburista stanno lottando per conquistare influenza. Gordon Brown riunirà i magnati del mondo degli affari a Manchester la prossima settimana in occasione di una conferenza per discutere la sua idea di “nazione dell’innovazione”, mentre Sir Tony Blair sta esortando ad adottare rapidamente l’intelligenza artificiale.

Sir Tony Blair and Gordon Brown
Le voci di Sir Tony Blair e Gordon Brown continuano a risuonare con forza nel dibattito sul futuro della Gran Bretagna Crediti: Kirsty O’Connor – WPA Pool/Getty Images)

Come Wilson, anche Burnham si è impegnato a garantire che la Gran Bretagna contribuisca a guidare la rivoluzione tecnologica in arrivo, anziché esserne travolta.

Ma gli esperti avvertono che esiste un altro parallelismo, meno rassicurante, tra i due leader: ovvero che le promesse di Burnham dipendono da forze che non sono tutte sotto il suo controllo.

Costi energetici da capogiro

Sulle rive dell’Humber, a Hull, il vasto polo chimico di Saltend è da oltre un secolo un centro produttivo di fondamentale importanza.

Eppure, nelle ultime settimane, tre stabilimenti della zona hanno cessato l’attività, mettendo potenzialmente a rischio circa 4.000 posti di lavoro.

Ineos, la società proprietaria, ha attribuito la colpa a uno dei maggiori grattacapi del governo: l’impennata dei costi energetici nel Regno Unito.

Saltend plants
Sir Jim Ratcliffe ha attribuito al Partito Laburista la responsabilità della chiusura temporanea degli stabilimenti Ineos di Saltend Crediti: Christopher Furlong/Getty Images

«Sono certo che la gente farà fatica a credere che siamo costretti a mettere fuori servizio alcuni degli impianti più efficienti d’Europa», ha affermato Sir Jim Ratcliffe, fondatore di Ineos.

«Ma con i prezzi della benzina che ora sono 12 volte superiori a quelli degli Stati Uniti e otto volte superiori a quelli della Cina, non possiamo proprio competere.»

E non si tratta solo del gas. In generale, i prezzi dell’elettricità per le imprese britanniche hanno raggiunto livelli insostenibili.

Le statistiche ufficiali pubblicate in precedenza hanno evidenziato che le imprese industriali britanniche dovevano sostenere costi energetici più elevati rispetto a quelle di qualsiasi altro paese sviluppato.

Dati separati forniti dall’Agenzia internazionale per l’energia mostrano inoltre che, nell’ultimo anno, i prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica nel Regno Unito sono stati superiori di quasi il 200% rispetto a quelli degli Stati Uniti, del 45% rispetto a quelli del Giappone e del 41% rispetto a quelli della Francia.

Si tratta di una minaccia particolarmente grave perché l’energia elettrica a basso costo è indispensabile per il funzionamento di molte delle industrie “orientate al futuro” che i ministri intendono promuovere, dall’acciaio forgiato ad arco elettrico alla produzione di batterie e alla fabbricazione di veicoli elettrici, afferma Tordoir del CER.

Egli ritiene che l’approccio corretto sia quello di fornire, da parte dei governi del Regno Unito e dell’Unione europea, un sostegno mirato ai settori promettenti, come ad esempio quelli britannici dei semiconduttori e dell’aerospaziale.

Altri, tuttavia, sono più scettici sul fatto che l’attenzione del Partito Laburista verso l’industria rappresenti l’approccio giusto.

Sides, di Oxford Economics, ha avvertito la scorsa settimana: «Personalmente non riesco a pensare a un’economia avanzata meno adatta a una rinascita industriale».

Anche Simon French, capo economista di Panmure Liberum, avverte che non ci sarà “alcuna reindustrializzazione” a meno che il Partito Laburista non riesca a migliorare in modo più ampio i fondamentali economici del Paese, compresi i costi dell’energia, del capitale, dell’edilizia e del lavoro.

Molte aziende lamentano che Starmer e ora anche Burnham stiano facendo esattamente il contrario: aumentando le tasse e imponendo leggi e normative onerose in materia di lavoro.

«Se non si creano le condizioni preliminari giuste per la crescita economica, nessuna pianificazione industriale potrà ovviare a questo problema», afferma French.

Qualsiasi tentativo da parte dei ministri di concentrarsi su settori o aziende specifici, anziché consolidare queste basi fondamentali, «fallirà miseramente», aggiunge.

Anche l’ex direttore dell’IFS, Johnson, si mostra scettico riguardo all’attenzione rivolta specificamente al settore manifatturiero.

«Una strategia di crescita è una strategia di crescita per l’economia nel suo complesso, piuttosto che per la lavorazione dei metalli», afferma.

Egli sostiene che le complesse norme urbanistiche e i regolamenti edilizi del Paese stiano ostacolando gli investimenti e rendendo più difficile l’espansione delle imprese.

Anche Andrew Sentance, ex membro del comitato di politica monetaria della Banca d’Inghilterra, ritiene che il piano di reindustrializzazione rischi di “andare nella direzione sbagliata” e che la Gran Bretagna farebbe meglio a concentrarsi sulle “industrie della conoscenza” in cui eccelle oggi.

«C’è stato un tempo, negli anni Sessanta, in cui il settore manifatturiero rappresentava un terzo della nostra economia», afferma.

«Ma non possiamo fingere di essere ancora in quel mondo.»

Le imprese stanno comunque esercitando forti pressioni per ottenere agevolazioni. La Confederazione dell’Industria Britannica (CBI) segnalerà la prossima settimana che le aziende britanniche pagano il 45% in più per l’energia necessaria alle loro attività rispetto a quelle di altri paesi ricchi.

Da una ricerca condotta dal più grande gruppo imprenditoriale britannico emergerà che le bollette energetiche sono raddoppiate.

È ora di passare all’azione

Phipson, di Make UK, avverte inoltre che, prima che i ministri possano reindustrializzare la Gran Bretagna, devono «innanzitutto smettere di rendere più costoso produrre qui».

«Il bilancio autunnale rappresenta quindi un semplice banco di prova.»

Eppure si tratta di una richiesta impegnativa, proprio mentre Healey si prepara ad affrontare un bilancio difficile il 28 ottobre.

Secondo gli economisti, la guerra in Medio Oriente ha provocato un buco di 10 miliardi di sterline nelle finanze pubbliche che il ministro del Tesoro dovrà colmare per mantenere tranquilli i mercati obbligazionari. 

Egli ha già avvertito i delegati laburisti a Liverpool che «i fondi di cui disponeva il New Labour negli anni Novanta semplicemente non ci sono più».

Andy Burnham
Andy Burnham si trova ora sotto pressione affinché mantenga le promesse contenute nel suo messaggio di speranza Crediti: Andrew Aitchison / Foto fornite da Getty Images

Ciò solleva ulteriori interrogativi sulla capacità di Burnham di tradurre in fatti concreti la retorica sempre più altisonante del suo governo in materia di reindustrializzazione.

Ma il mancato raggiungimento delle aspettative del suo partito comporterà delle conseguenze in vista delle prossime elezioni generali, avverte Brumpton-Childs del GMB.

«Se non manterranno le promesse fatte, sarà un suicidio politico», afferma.

«La cosa più importante della speranza è che si realizzi, non è vero?»

A Llanwern, la posta in gioco sembra fin troppo alta per i lavoratori che rischiano il posto di lavoro.

In questa zona, le promesse del Partito Laburista di rilanciare l’industria siderurgica sono state accolte con favore. Tuttavia, sussistono seri dubbi sul fatto che il piano possa concretizzarsi in tempo.

«Non voglio sembrare troppo pessimista su tutto», dice il lavoratore di lunga data. «Ma ho la sensazione che ci aspettino tempi difficili prima che la situazione inizi a migliorare».

Gli ultimi adolescenti della classe operaia_di Sean Monahan

gli ultimi adolescenti della classe operaia

cose in questo momento 53—settimana del 27/10/25

Sean Monahan1 novembre
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L’adolescenza di Rustbelt o Grand Rapids di Natasha Stagg


È finita con noi. Quanto sia durata è discutibile. Secondo i miei calcoli, però, l’adolescente della classe operaia inizia con James Dean e finisce con la crisi finanziaria del 2008. L’adolescente della classe operaia è una figura dell’opulenza del dopoguerra e della libertà, dell’ansia e della creatività che ne derivavano. L’adolescente della classe operaia emerge in una società in cui i giovani possono permettersi di continuare a studiare oltre l’ottavo anno di scuola, e dove anche chi proviene da contesti modesti può permettersi un’auto.

Nell’era degli adolescenti della classe operaia, il divario imbarazzante tra l’infanzia e l’età adulta si colloca tra i 13 e i 21 anni circa. A differenza di oggi, dove la sperimentazione adolescenziale dura ben oltre i vent’anni, gli adolescenti della classe operaia provenivano da un mondo di salari elevati e lavori manuali. In questo senso, le cose erano più facili. La ribellione degli adolescenti della classe operaia contro le norme del lavoro stabile può sembrare incomprensibile di fronte all’attuale crisi della disoccupazione giovanile.

Ma quella ribellione è stata ciò che ci ha dato l’età d’oro delle sottoculture: greaser, punk, mod, goth, hippy, hipster, scenester. Quando ci si chiede perché le sottoculture non esistano più, una buona risposta è che gli adolescenti della classe operaia che le hanno create non esistono più.

Mi è venuto in mente mentre leggevo il nuovo romanzo di Natasha Stagg, Grand Rapids. La protagonista Tess è arrivata di recente nell’omonima città del Michigan, dove si è trasferita da una zia frequentatrice di una mega-chiesa e residente in una McMansion dopo la morte della madre. Verso la fine dell’era adolescenziale operaia, all’inizio degli anni 2000, le McMansion erano abitate da coloro che di lì a poco sarebbero diventati ex operai. Mentre le città sventrate della Rust Belt affondavano, i sobborghi benestanti imparavano a nuotare. Per ogni Detroit, c’era un Grosse Point.

Tutto questo era evidente prima del crollo dell’economia. Il periodo tra l’11 settembre e la Grande Recessione fu un interregno. Un’era era finita. Aspettavamo che ne iniziasse una nuova. L’atmosfera era cupa e paranoica.

Come Tess, questi erano gli anni della mia adolescenza. E come lei, sono cresciuto ai margini di una città in declino e in via di deindustrializzazione: Rochester, non Grand Rapids. E ogni anno avevo la sensazione che i genitori stessero peggio. Ogni anno un’altra fabbrica partiva per il Messico o la Carolina del Nord, un altro membro della famiglia si trasferiva in Florida o in Texas. La saggezza convenzionale era quella di andarsene.

Banco della reception presso il General Motors Technical Center, Detroit, MI, 1965

Quando nacque mia nonna, l’economia concentrata nella zona dei Grandi Laghi era la più prospera del mondo. Le aziende più avanzate dell’America di metà secolo avevano sede in luoghi come la parte settentrionale dello stato di New York e il Michigan. La frontiera della tecnologia proveniva da aziende come Xerox e GM. Non esisteva ancora la Silicon Valley.

Negli anni 2000, i contorni della prosperità erano ancora visibili. C’era una grandiosità fatiscente. Ma la grandiosità non era così lontana. Ciò che colpiva era la velocità con cui le cose potevano crollare. I magazzini dove suonavano band di adolescenti arrabbiati avevano dato lavoro ai tuoi genitori. C’erano tunnel della metropolitana abbandonati sotto Rochester.

Ricordo di essermi seduto su una collina vicino al lago dove sono cresciuto, annoiato, a guardare le nuvole, osservando passivamente che un giorno questo posto non ci sarebbe più stato. Avevo ragione a metà. La piccola cittadina universitaria a quarantacinque minuti dalla città esiste ancora. Ma è cambiata. È “hudsonizzata”, come mi piace dire. Ci sono meno fabbriche, meno persone. Più ristoranti, più turismo. Si può mangiare un pasto a prezzo fisso con prodotti dalla fattoria alla tavola in una strada pedonale. Un fienile con il tetto in ardesia produce birra belga e cozze fritte.

Non vedo molti adolescenti della classe operaia in giro. Forse perché ci sono meno famiglie. Forse perché si nascondono tutti dentro. Il valore degli immobili, però, è in aumento. Non diventerà uno di quei luoghi immaginari senza nome raggruppati ai margini di Grand Rapids che Tess chiama indistintamente “Dirt City”.

Tess e le sue amiche mi ricordano le estati sprecate a Rochester. Andare nei bar con brutta arte locale e comodi mobili usati. Andare in giro a bordo di auto arrugginite che scoppiettavano e puzzavano di benzina. Spettacoli nei magazzini. Mixtape masterizzate su CD. Amici che sparivano in manicomi o tossicodipendenti. E nella tua immaginazione, c’era un certo fascino nichilista in tutto questo. Perché tu, i tuoi genitori e i tuoi insegnanti capivate tutti che il mondo in cui vi avevano cresciuto stava morendo.

Non è il 2003. Le cimici dei letti rosicchiavano i comodi divani dei bar. Il programma “cash-for-clunkers” di Obama vendeva quelle vecchie auto di merda alla Cina come rottami metallici. I magazzini sono condomini. Spotify cura la tua playlist. Gli oppiacei non sono eroina chic. Nella migliore delle ipotesi sono uno stigma, nella peggiore sono la morte. E nonostante tutti i miei ricordi cupi, eravamo in qualche modo più felici.

Forse perché nell’era degli adolescenti della classe operaia, potevi trovare lavoro in un videonoleggio e permetterti comunque un’auto, andare in giro con gli amici e sentirti libero. La sensazione che avevo io e che avevano i miei amici, che il mondo in cui vivevamo fosse temporaneo, che stesse rapidamente svanendo, non era un’esclusiva nostra, degli adolescenti della classe operaia di Buffalo, Rochester, Detroit e Grand Rapids.

Tutti l’hanno provato, mentre guardavano la loro giovinezza passare.


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Dottor Giletti, non è l’arena, ma solo perché manca uno dei contendenti_di Giuseppe Germinario

Al dottor Massimo Giletti

conduttore della trasmissione “Non è l’arena”

Dottor Giletti,

ho seguito con attenzione la puntata di “Non è l’arena” del 20 dicembre scorso. Guardo ormai di rado la televisione, ma capita spesso di osservare la sua produzione quasi sempre interessante, incalzante, il più delle volte con una rappresentazione sufficientemente completa della realtà, altre volte con una intensità ed una partecipazione drammatica talmente forte da spingere ad una visione unilaterale, distorta, deleteria e spesso tribunizia dei problemi posti. Nella fattispecie mi riferisco alla parte di trasmissione dedicata ai problemi di inquinamento e sanitari legati al complesso industriale dell’ILVA di Taranto. Sono originario di quelle parti, ne sono andato via ormai da più di trenta anni, ci torno comunque molto volentieri in vacanza quasi ogni anno, conosco la radicale e particolare combattività di quella popolazione ma osservo anche il progressivo degrado di quell’area, simile purtroppo ad altre del paese e in particolare del Mezzogiorno. Negli anni ‘70 ho esercitato funzioni pubbliche relativamente a margine di quell’area, ma sufficientemente prossime da poter conoscere e nel mio piccolo influenzare la situazione sociopolitica del tarantino. Ho conosciuto il fervore, le aspettative generate dall’insediamento dell’acciaieria, ma anche le enormi problematiche che avrebbe generato progressivamente, ma allora già incipienti se non adeguatamente affrontate. Oggi siamo certamente di fronte forse nemmeno ancora all’epilogo, ma di sicuro all’agonia di una tragedia sanitaria ed ambientale certamente, ma anche economica di quella zona e di tutto il paese, in particolare nella fattispecie nella capacità di controllo delle leve economiche. Un dramma che però deve essere risolto positivamente di pari passo con l’altro. Lascio perdere la narrazione a buon mercato e facilona di un paese intero, ma anche di un territorio così esteso e popolato che possa vivere di solo turismo ed agricoltura. Di quale turismo e di quale agricoltura ci sarebbe comunque da discutere, viste le luci e le ombre che caratterizzano quelle attività in quell’area, come in tante altre per la verità. Non è questo il cuore del problema. Ci sono ormai innumerevoli esperienze di paesi di una certa importanza e dimensione che hanno scelto questa strada e che sono finite velocemente nell’irrilevanza politica e nella tragedia economica e sociale. Un paese che abbia a cuore il proprio benessere, la propria autonomia, la propria indipendenza, la propria coesione e progressione sociale non può rinunciare all’industria.

Non voglio dilungarmi eccessivamente; ci sarebbe da scrivere interi tomi e il blog di Italiaeilmondo.com nel suo piccolo ritiene di aver dato un proprio contributo al tema.

In sintesi cerco di affrontare il tema e rispondere ad alcuni luoghi comuni ricorrenti ed apparsi in modo unilaterale e senza contraddittorio nella sua trasmissione:

  • L’ILVA di Taranto, ex Italsider, è una delle attività superstiti che fornisce il prodotto di base all’industria cantieristica, meccanica, di utensileria, mezzi di produzione e quant’altro in Italia. Rappresenta l’esito di una grande battaglia politica simboleggiata da personaggi come Mattei, condotta da vari esponenti degli schieramenti politici sin dagli anni ‘50 contro altri ben insinuati nei gangli vitali; battaglia che pose le basi dello sviluppo industriale del paese

  • il IV centro siderurgico di Taranto non è nato in una fase di sovrapproduzione dell’acciaio, precisando che quando si parla di acciaio non si parla di un prodotto di base indistinto buono per tutti gli usi. Esistono delle precise e finalizzate specializzazioni di prodotto. Fuori dal contesto economico apparvero invece in parte il V e soprattutto il VI centro, del resto mai sorto a Gioia Tauro non ostante la costruzione del porto ad esso finalizzata

  • il fatto che un paese disponga di una propria industria di base non è affatto un fattore irrilevante e lo sarà sempre meno in una fase di crescente multipolarismo e di incipiente costruzione di diverse e tendenzialmente contrapposte sfere di influenza politiche ed economiche. Il parametro di sovrapproduzione su cui hanno più volte insistito tutti i partecipanti alla trasmissione sottende un contesto geopolitico e geoeconomico del tutto sorpassato se mai esistito

  • il gruppo Arcelor-Mittal non è un gruppo indiano; è un gruppo franco-indiano. La sua attività, il suo comportamento predatorio e i condizionamenti posti in essere e subiti da esso rientrano a pieno titolo per altro nel sordido scontro tutto interno all’Europa, in particolare alla Francia, alla Germania e all’Italia riguardo alla ripartizione delle quote di produzione di acciaio che vedeva l’Italia nei tempi andati detenere ampiamente il primato di produzione ed ora subire pesantemente la riduzione proporzionalmente maggiore delle quote sino a posizionarsi nelle retrovie tra i produttori europei

  • sulle vicende dell’ILVA agiscono sotto traccia dinamiche geopolitiche e logiche di posizionamento militare legate alla presenza dell’Arsenale, del porto militare e delle vicine basi aeree e di osservazione

  • i problemi di ristrutturazione e risanamento dello stabilimento si sono cumulati, acuiti progressivamente e di fatto saturati con la dissennata privatizzazione, purtroppo nemmeno l’unica, in favore della famiglia Riva, con il discutibile nelle modalità e tardivo intervento della magistratura e con l’insipienza politica legata alla scelta dell’affidatario, alle clausole e alle modalità di affidamento dello stabilimento al gruppo Arcelor-Mittal, alla gestione da parte del Governo e dei vari pesci in barile della Regione Puglia a dir poco dilettantesca la quale ha offerto all’impresa numerosi pretesti per la sua condotta predatoria e dilatoria

  • i problemi ambientali e sanitari di Taranto sono legati, oltre alle attività predominanti dell’ILVA, alla combinazione delle attività prospicienti della raffineria, del tutto passate sotto silenzio anche dalla stampa e dai contestatori; sono problemi cumulativi che riguardano la responsabilità a vari livelli, diretta ed indiretta, dei vari imprenditori avvicendatisi, degli organi di controllo e delle autorità politiche

  • buona parte dei problemi sanitari ed ambientali sulle popolazioni sono determinate anche dalla criminale vicinanza di insediamenti urbani sviluppatisi successivamente a quello industriale, in particolare il quartiere Tamburi, più che prossimi, praticamente all’interno dello stabilimento e delle correnti d’aria metereologiche peculiari della zona. Su questa prospicienza si dovrebbe in realtà agire per cominciare quantomeno a ridurre gli effetti immediati dell’inquinamento

  • la chiusura dello stabilimento di Taranto rappresenterebbe una sconfitta tragica del paese e della popolazione locale, per altro nient’affatto compatta nella richiesta di chiusura dello stabilimento e la conferma e consolidamento purtroppo duraturi nel tempo ai danni di una intera nazione di un ceto politico e di una classe dirigente miserabilmente ignavi

  • Ritengo non sia cinismo, ma realismo ed esperienza di chi in altri tempi qualche ruolo positivo pensa di averlo avuto. La chiusura dello stabilimento rappresenterebbe di fatto e purtroppo, mi duole il cuore dirlo, una sconfitta sonora anche dello stesso movimento ambientalista e di denuncia e contrasto dell’emergenza sanitaria che non è stato in grado nemmeno di pretendere con successo in questi anni la banale copertura dei depositi di minerali, figuriamoci di promuovere uno sviluppo alternativo e controllato dell’area, di un attivo processo di risanamento ambientale pur a spese degli interessi strategici di una nazione. Il miraggio della monocoltura del turismo e dell’agricoltura è l’ennesimo esempio dell’abitudine, purtroppo sempre più presente in quelle aree, ad affidare alle parole e agli slogan un valore taumaturgico destinato ad ingannare ed illudere in cambio del nulla o quasi

Dottor Giletti,

la concretezza e la verità, almeno a mio parere, è alla fine apparsa nella sua trasmissione, ma sul suo finire. Non la hanno proferita gli esperti, i giornalisti e i politici cosi animati, ben motivati ed animosi in quella trasmissione; l’ha espressa Vittorio, nel modo ingenuo, elementare e diretto proprio di un ragazzino: la salute, un ambiente vivibile ed una vita sociale serena devono convivere con l’esistenza ed il risanamento di quella industria. Evidentemente Vittorio ha saputo esprimere l’angoscia di una tragedia sanitaria ed ambientale che deve essere risolta con l’esistenza di una attività produttiva altrettanto indispensabile e propedeutica al benessere di una comunità e aggiungo io alla solidità di una nazione,

Giuseppe Germinario

https://www.la7.it/nonelarena/rivedila7/non-e-larena-puntata-del-20122020-21-12-2020-356659

NB_ l’intera trasmissione è interessante; l’argomento trattato parte dall’ora 1:45 della registrazione

ILVA, il suo percorso è la metafora del futuro di una nazione_con Augusto Sinagra

tra quelli che ci fanno

L’affare ILVA si sta rivelando la metafora del destino che l’Italia sta inseguendo nella sua frenesia autodistruttiva.

babbei al governo

Dal ruolo improprio, l’ennesimo, della magistratura alla contrapposizione paralizzante e arcadica tra difesa ambientale e salvaguardia del patrimonio industriale, specie di quello strategico di base, alla insipienza ed arrendevolezza di un ceto politico complice, ormai non solo oggettivamente. Una classe dirigente che non sa offrire un futuro, che non sa pensare all’interesse nazionale, che non sa far altro che nascondersi tra le pieghe sempre più asfittiche lasciate dagli attori geopolitici più intraprendenti. Ha dimostrato di non aver cura nemmeno delle condizioni minime di sopravvivenza del proprio apparato industriale; ha abdicato da ogni iniziativa politica lasciando sempre più spazio all’azione impropria di apparati preposti a sanzionare il mancato rispetto della legge; si sta facendo soverchiare da una multinazionale francoindiana complice dei propositi di desertificazione del paese ad opera dei “fratelli maggiori europei”. Un ceto politico inetto, scarsamente rappresentativo di interessi forti nel paese, ormai avviluppato in un conflitto tra bande. Potrebbe essere la grande occasione per un ceto politico alternativo di presentarsi come i difensori e gli assertori di una diversa prospettiva nazionale. E invece anche l’opposizione, compreso Salvini, sta rivelando limiti ed incomprensioni drammatici, per non dire di peggio. Di fronte a insolenti colpi di mano di Arcelor Mittal tesi a chiudere e danneggiare gli altiforni e alla reazione governativa meramente legalitaria, praticamente una manfrina, inadeguata rispetto all’urgenza drammatica della situazione, si chiosa bellamente sulla modalità di trattare con la multinazionale, sulle buone maniere piuttosto che spingere verso atti di imperio e straordinari che impediscano il vero e proprio sabotaggio in corso. La crisi ILVA è solo la punta di un iceberg che sta minacciando l’esistenza stessa di un apparato industriale appena degno di questo nome. Colpisce l’afasicità delle reazioni, compresa quella degli interessati diretti, gli operai. Non si può nemmeno più parlare della bollitura a fuoco lento di una rana. Qualche segnale di allarme, anche se tardivo, comincia a pervenire dagli ambienti imprenditoriali. E’ l’unico barlume di speranza rimasto. Si vedrà se il ricorso giudiziario, quel che pare una recita a contratto, si trasformerà in una reazione più risoluta. In controcanto ci sta pensando il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini a rivelarci convinto l’ultimo tassello della congiunzione astrale, assieme all’ambientalismo d’accatto e decrescista e ai propositi della Unione Europea a trazione franco-tedesca, che vorrebbe il funerale dell’ILVA e del paese: preoccupato del futuro dei quindicimila prossimi disoccupati, ha annunciato l’estensione dell’arsenale militare nel’area Italsider e la prossima assunzione di mille unità.

il complice

Vedremo! Buon ascolto_Giuseppe Germinario

CHI GESTIRÀ LA FASE DI CHIUSURA DELL’ILVA DI TARANTO?, a cura di Luigi Longo

CHI GESTIRÀ LA FASE DI CHIUSURA DELL’ILVA DI TARANTO?

a cura di Luigi Longo

 

Ho sostenuto qui, qui, qui con una ragionevole ipotesi che l’Ilva di Taranto si avvierà verso la chiusura perché è incompatibile con l’allargamento della base Nato e perché gli USA ritengono Taranto e Foggia spazi fondamentali per le loro strategie nel Mediterraneo, Medio Oriente e Oriente.

L’avvio della chiusura di una impresa di livello mondiale, con il più grande impianto siderurgico d’Europa, strategica per l’economia italiana, significherà avviare l’Italia verso un più accentuato declino economico, sociale e politico; dimostrando così che siamo amministrati da sub-sub-decisori servili e stupidi ( ci vorrebbe un altro Johnathan Swift per aggiornare la follia dei decisori) nel momento in cui svendono una industria strategica ad una multinazionale facendo in modo che siano sempre più i gabinetti stranieri a decidere la sorte della nazione.

Si pone una domanda: la svendita dell’Ilva di Taranto alla Am Investco (joint venture tra AcelorMittal (85%)- multinazionale con sede in Lussemburgo con primo azionista la famiglia indiana Mittal e Marcegaglia (15%), con advisor Jp Morgan) é l’inizio della complessa fase di gestione della chiusura?

L’articolo di Comidad (L’Ilva tra nuvole tossiche e nuvole di astrazione, apparso sul sito www.comidad.org, il 14/6/2018), di seguito riportato, pone delle riflessioni che lasciano intravedere le irrisolvibili problematiche perchè l’Ilva possa continuare a produrre e fanno emergere il conflitto tra i sub-sub-decisori delle varie sfere: militare, politica, economica e ambientale, nella fase di gestione della chiusura dell’Ilva.

 

 

L’ILVA TRA NUVOLE TOSSICHE E NUVOLE DI ASTRAZIONE

di Comidad

 

 

L’ennesimo “governo del cambiamento” si è andato a scontrare con le normali emergenze”. Se il dibattito sull’ILVA di Taranto continua ad assumere gli stessi toni spesso esasperati ed esasperanti, è perché risulta astratto; risente cioè di un’assoluta mancanza di contestualizzazione. Anzitutto bisogna capire quanto ha inciso, e quanto incide tuttora, nella vicenda il fatto che lo stabilimento ILVA confini con strutture militari, tra cui una base NATO. Quale che sia il governo in Italia, la NATO ha fatto capire chiaramente che non intende mollare la presa sul Sud del Mediterraneo.
La presenza dello stabilimento ILVA a Taranto è per “caso” diventata di troppo? Ostacola con la sua presenza l’espansione delle strutture militari?
Circa tre anni fa l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina ventilò l’ipotesi di un assorbimento dei lavoratori dell’ILVA nel personale civile della struttura militare dell’Arsenale di Taranto.
Che si tratti di un progetto abbandonato o di un progetto lasciato in sospeso, oppure di una boutade di pubbliche relazioni per far vedere quanto possono essere buoni e utili i militari, ancora non è chiaro.
Un’altra questione non da poco è cercare di stabilire quanto incida la presenza militare nell’inquinamento dell’area. Un’ILVA capro espiatorio? Certo è che nessun perito di tribunale si sentirebbe di rovinarsi l’esistenza chiamando in causa una fonte di inquinamento di origine militare. E poi col segreto militare ci sarebbe poco da fare persino se la magistratura fosse al di sopra di ogni sospetto.
Oltre la vicenda del sito di Taranto, c’è la questione della siderurgia in genere. Può esistere una siderurgia senza le sovvenzioni statali, una siderurgia di “mercato”, oppure rientra nel novero delle fiabe liberiste?
In nome del mercato si delega la produzione della gran parte dell’acciaio alla Cina, dove però i colossi dell’acciaio sono tutti statali e vanno verso una crescente cartellizzazione, sempre all’ombra della mano pubblica.
Non sarebbe molto meno oneroso per la spesa pubblica italiana una siderurgia nazionalizzata piuttosto che foraggiare il rapinatore privato di turno?
In molti settori industriali tenere in piedi la finzione del privato ha un costo esorbitante per il bilancio dello Stato che deve tappare i buchi; ma questi “sprechi” di denaro pubblico possono essere catalogati sia come costi dell’assistenzialismo per ricchi, sia come costi della lotta di classe contro il lavoro.
La fiaba liberista ci narra di governanti spendaccioni che acquistano con la spesa allegra il consenso delle masse. La realtà è l’esatto opposto: lo Stato infatti spende e paga il pedaggio alle multinazionali di turno per poter mantenere i lavoratori dei centri siderurgici sotto la spada di Damocle della perdita del posto di lavoro. La produzione siderurgica comporta infatti la presenza sul territorio di concentrazioni operaie e, per i governi, il problema è di evitare che queste concentrazioni operaie diventino, come in passato, roccaforti e punti di aggregazione dell’opposizione sociale.
Un’altra passeggiata tra le nuvole riguarda le cosiddette “bonifiche ambientali”. Persino nell’ipotesi più ottimistica, cioè che l’inquinamento di Taranto sia esclusivamente di fonte industriale e non militare, ogni bonifica costituisce un’avventura di cui non si possono quantificare costi e tempi. E ciò senza tener conto dei rischi ulteriori che comporta l’andare a smuovere strutture che hanno sedimentato scorie tossiche in stratificazioni storiche. A sentire certi discorsi sembra che il disinquinamento sia come confessarsi e farsi la comunione per ritornare puri come prima. In realtà ogni bonifica è un azzardo e le tecnologie in grado di renderlo meno azzardato non sono del tutto certe e affidabili, anche se, ovviamente, il business ambientale tende a far credere il contrario.
La storia infinita della mancata bonifica del sito di Bagnoli è stata risolta semplicisticamente dalla magistratura nei consueti schemi del caso di corruzione. Ci si propina la solita fiaba moralistica secondo cui sarebbe stato solo l’inquinamento delle anime ad impedire il disinquinamento dell’ambiente.