Il punto di svolta, di Carlo Lancellotti

Negli ultimi anni, numerosi libri si sono cimentati con la percezione che stiamo vivendo un periodo di declino sociale e culturale. Possiamo annoverare in questa categoria The Benedict Option di Rod Dreher , Why Liberalism Failed di Patrick Deneen e The Decadent Society di Ross Douthat . Una nuova aggiunta a questo genere, che tuttavia riguarda anche l ‘”ascesa” che ha preceduto il “declino” e le lezioni che possiamo trarne per andare avanti, è The Upswingdi Robert D. Putnam e Shaylyn Romney Garrett. In un impressionante tour de force della ricerca sociologica, gli autori analizzano una vasta gamma di dati statistici riguardanti quattro aree della vita americana tra il 1895 e il 2020 (economia, politica, società e cultura) e rilevano un modello “macro-storico” comune . In tutte e quattro le aree, durante la prima metà del periodo la società americana è passata da “I” (che è usato come abbreviazione per disuguaglianza economica, polarizzazione politica, isolamento sociale e individualismo culturale) a “Noi” (che significa un sistema, un grado significativo di cortesia politica, più solidarietà sociale e una cultura più comunitaria). Ma poi, intorno al 1960 “accadde qualcosa” e il pendolo iniziò a oscillare nella direzione opposta. Organizzando adeguatamente i dati,Putnam e Romney Garret sono in grado di tracciare un grafico generale (a forma di U capovolta) che riassume questa traiettoria “I-We-I”. La parte ascendente del grafico parte dall’età dell’oro, attraversa l’era progressista e il New Deal e culmina nel consenso culturale e politico degli anni ’50. Profondamente imperfetto, che rimpiazzava i neri americani e le donne, questo accordo era ancora uno di più ampia solidarietà sociale e minore disuguaglianza di quanto non fosse stato nell’Età dell’Oro. La tappa discendente comprende i turbolenti anni ’60 e ’70, la rivoluzione Reagan e gli ultimi decenni, portando all’attuale situazione di minore solidarietà e cortesia, e aumento dell’isolamento e della disuguaglianza superando l’era progressista e il New Deal culminata nel consenso culturale e politico degli anni ’50. 

Oltre ad essere un libro interessante a sé stante, The Upswing ha attirato la mia attenzione nella mia qualità di traduttore inglese delle opere del filosofo politico italiano Augusto Del Noce (1910–1989). Del Noce era un perspicace critico sociale e storico della cultura, il quale già negli anni Sessanta sosteneva che gli anni immediatamente prima e dopo il 1960 avevano segnato un grande cambiamento epocale, quello che Putnam e Romney Garret chiamano appropriatamente un “punto di svolta”. La prospettiva di Del Noce era strettamente filosofica e culturale, ma penso che integri l’analisi di The Upswing sotto due aspetti.

In primo luogo, Del Noce scrive da una prospettiva europea e guarda all’evoluzione della cultura occidentale nel suo insieme, mentre Putnam e Romney Garret si concentrano strettamente sugli Stati Uniti. Mentre questo è abbastanza giustificato per quanto riguarda l’economia e la politica, lo è meno quando dobbiamo cercare di comprendere la cultura e la società; molte delle trasformazioni culturali e sociali che descrivono (ad esempio, la rivoluzione sessuale, il consumismo, l’espansione di istruzione) si sono svolte quasi contemporaneamente in molti paesi diversi e probabilmente sono meglio comprese da un punto di vista più internazionale.

In secondo luogo Del Noce, come filosofo, può concentrarsi sulla logica interna della vita culturale e intellettuale in una misura che non è possibile in uno studio sociologico. Una delle scoperte più interessanti di Putnam e Romney Garret è che nel dopoguerra i cambiamenti economici e sociali sembrano essere leggermente ritardati rispetto ai cambiamenti culturali. La cultura è cambiata prima; seguirono cambiamenti economici e sociali più ampi. Come spiegano, questo non ci consente di concludere che le dinamiche culturali da sole abbiano guidato il “punto di svolta”, perché gli interessi materiali e politici hanno certamente esercitato anche la causalità in una complessa rete di circuiti di feedback. Tuttavia, le idee hanno sicuramente giocato un ruolo significativo. Putnam e Romney Garret illustrano questa interconnessione di causalità citando un passaggio sorprendente di Max Weber: “Non le idee, ma gli interessi materiali e ideali governano direttamente la condotta degli uomini. Eppure, molto spesso le “immagini del mondo” [ Weltanschauungen , visioni del mondo] che sono state create dalle “idee” hanno, come i commutatori, determinato i binari lungo i quali l’azione è stata spinta dalla dinamica di interesse “.

Weber qui fa la distinzione tra “idee” e “interessi ideali”. Ciò che intende è che gruppi di persone possono avere un interesse a preservare un insieme di idee, o promuoverne uno nuovo, tale da andare ben oltre il fatto che quelle idee siano o meno vere. Ad esempio, i sociologi accademici hanno interesse a preservare l’idea che la sociologia accademica è un campo coerente ma difficile da capire, degna di un’impresa di alto livello con una grande sicurezza del lavoro. Gli inserzionisti hanno un interesse ideale nel promuovere il concetto che le decisioni di acquisto possono essere modellate dalla pubblicità. Le attiviste femministe hanno un interesse ideale nel promuovere il concetto che il patriarcato è potente e sinistro e che le attiviste femministe hanno molto lavoro importante da fare. Coloro che vogliono fare molto sesso senza impegno hanno un interesse ideale nel promuovere il postulato che la monogamia e il matrimonio sono istituzioni oppressive e che, per estensione, agire sul desiderio sessuale è una sorta di sana espressione di sé. Sono idee come queste che vengono costruite in “visioni del mondo”. Ci si può trovare con una visione del mondo notevolmente coerente con il proprio interesse personale.

Gruppi di persone possono avere interesse a preservare una serie di idee, o promuoverne una nuova, che va ben oltre il fatto che quelle idee siano vere o meno…. Ci si può trovare con una visione del mondo notevolmente coerente con il proprio interesse personale.

Del Noce era uno specialista nello studio di tali “visioni del mondo” come si trovano nelle opere di filosofi, artisti e intellettuali, ma anche nei media e nella cultura popolare, e delle loro logiche interconnessioni e sviluppi. In particolare, era convinto che la storia del Novecento fosse in misura insolita “storia filosofica” per quanto influenzata da idee e ideologie ereditate dal secolo precedente. Quindi, penso che le sue intuizioni contribuiscano alla discussione sulla “cultura” nel capitolo 5 di The Upswing .

In termini molto generali, Del Noce ha osservato che la cultura occidentale della metà del secolo ha risposto alle tragedie dei decenni precedenti (due guerre mondiali, il totalitarismo sovietico e nazista, l’Olocausto, la bomba atomica) riscoprendo la mentalità dell’Illuminismo .Questa mentalità era emersa per la prima volta nel diciottesimo secolo, ma poi era stata contrastata e parzialmente neutralizzata dalla cosiddetta reazione romantica, che caratterizzò il diciannovesimo secolo e la prima parte del ventesimo. Mentre il romanticismo enfatizzava un senso di continuità storica, persino un amore per il passato, l’atteggiamento dell’Illuminismo fu segnato dalla decisione di rompere con il passato e “ricominciare da capo”. E infatti dopo il 1945 studiosi, giornalisti e artisti riscoprirono gradualmente l’Illuminismo “come disposizione a dichiarare una rottura con le strutture tradizionali e criticarle inesorabilmente da un punto di vista etico, politico e sociale”. Mentre ai tempi di Voltaire il passato era il “periodo oscuro” della superstizione religiosa, negli anni Cinquanta era “fascismo”.”Ma il” fascismo “immaginato dagli uomini e dalle donne degli anni ’50 era visto, per la maggior parte, non come un fenomeno politico contingente (e moderno!), ma come l’espressione della” vecchia Europa “; una cultura immaginata essere indelebilmente oscura come Voltaire aveva immaginato la Chiesa cattolica, segnata dal nazionalismo, dall’irrazionalismo, dal tribalismo, dal razzismo, dal sessismo e così via. La percezione era che il fascismo avesse segnato il fallimento della tradizione europea; in un certo senso ne fosse il suo vero volto. Ecco perché, secondo Del Noce, i pensatori e gli scrittori degli anni Cinquanta hanno riscoperto l’Illuminismo nella sua versione più antitradizionale, perché il loro recupero ha assunto un sapore decisamente anti-autoritario (“antifascista”). Questo antiautoritarismo si è espresso come un’enfasi sull’autonomia personale e l’indipendenza dalle restrizioni sociali e nel linguaggio dell ‘”autorealizzazione” che divenne onnipresente nella cultura popolare. Opporsi a ciò era per necessità, pensavano, essere a favore della vecchia Europa che, secondo loro, ci aveva regalato l’Olocausto.

La cultura occidentale della metà del secolo ha risposto alle tragedie dei decenni precedenti riscoprendo la mentalità dell’Illuminismo…. L’atteggiamento dell’Illuminismo è stato segnato dalla decisione di rompere con il passato e di “ricominciare da capo”.

Questa disposizione neo-illuminista si manifestava anche in una chiave diversa, in tensione con la prima: un impegno per il bene dell’autoespressione dell’individuo unico andava di pari passo con un’enfasi sui valori umani universali rispetto ai valori nazionali o locali. Questi valori, tuttavia, non erano particolarmente le verità etiche universali rivendicate, ad esempio, dal cristianesimo. Il principale tra i valori universali a cui guardava il bien-pensant degli anni ’50 era quello della razionalità scientifica, che presumibilmente fornisce l’unica via possibile per allontanarsi dagli orrori del passato e consente all’umanità di entrare nell’età adulta. Di conseguenza, un atteggiamento divenuto comune negli anni precedenti al 1960 era lo scientismo, con cui Del Noce non intende la scienza in sé, ma piuttosto la visione filosofica secondo cui la scienza è l’unica vera razionalità e l’unico sano principio organizzativo della società. La controparte politica dello scientismo è la tecnocrazia, l’idea che la società debba essere diretta da “esperti”: scienziati, tecnici, manager, uomini d’affari. Questa idea era stata notoriamente avanzata alla fine del “vecchio” Illuminismo dal conte di Saint-Simon e puntualmente riemerse negli anni ’50, l’era della “rivoluzione manageriale”. Non a caso, questa fu anche l’età d’oro delle scienze sociali – sociologia, antropologia, psicologia, sessuologia, pedagogia – che raggiunsero una grande importanza non solo nel mondo accademico ma anche nella politica pubblica e persino nella cultura popolare. Allo stesso tempo la filosofia perse gran parte del suo precedente prestigio culturale, poiché molti professionisti si allontanarono dai suoi tradizionali campi di indagine (metafisica, filosofia morale) a favore di campi che ne facevano una sorta di ancilla scientiae.(filosofia analitica, filosofia della scienza). La scienza naturale, dopotutto, era la vera fonte di conoscenza. Tutto il resto era speculazione.

Un impegno per il bene dell’autoespressione dell’individuo unico è andato di pari passo con un’enfasi sui valori umani universali rispetto ai valori nazionali o locali. Questi valori, tuttavia, non erano particolarmente le verità etiche universali rivendicate, ad esempio, dal cristianesimo.

Per alcune interessanti illustrazioni americane di ciò che descrive Del Noce, rimando il lettore ai capitoli 3 e 4 di The Twilight of the American Enlightenmentda George Marsden, l’illustre storico evangelico. Quello che Marsden chiama l’Illuminismo “americano” è in realtà il difficile “matrimonio” che aveva segnato così tanto della storia degli Stati Uniti: il matrimonio tra l’Illuminismo e il protestantesimo. Quindi l’affermazione di Del Noce deve essere adattata al contesto americano dicendo che mentre in Europa la mentalità dell’Illuminismo è stata riscoperta, negli Stati Uniti (dove era già forte) si sentiva abbastanza forte da allontanarsi dalla sua difficile alleanza con il cristianesimo protestante. Con questa qualifica, Marsden concorda con Del Noce sul punto essenziale: “A tutti questi livelli della vita americana tradizionale, dai più alti forum intellettuali alle colonne di consigli quotidiani più pratici, due di queste autorità sono state quasi universalmente celebrate: l’autorità del metodo scientifico e l’autorità dell’individuo autonomo “.

Secondo Del Noce, alla grande svolta culturale alla fine degli anni Cinquanta contribuì un’altra riscoperta: quella del marxismo. Nella cultura europea il marxismo era già tornato alla ribalta dopo la seconda guerra mondiale, diventando egemonico, ad esempio, tra gli intellettuali francesi e italiani. Negli Stati Uniti, ovviamente, durante la Guerra Fredda, la cultura dominante era decisamente anticomunista. Tuttavia, secondo Del Noce, le idee marxiste avevano una portata molto più ampia del comunismo come movimento politico. Se si riconosce come nucleo del marxismo l’affermazione della priorità causale dei fattori economici-materiali, la tendenza a “spiegare ciò che è superiore attraverso ciò che è inferiore” e la teoria della “falsa coscienza” (che sostiene che si appella all’etica universale e i valori religiosi sono generalmente travestimenti per interessi economici egoistici), allora bisogna ammettere che il marxismo ha avuto una grande influenza, ad esempio, sulle scienze sociali. Mentre gli intellettuali laici generalmente rifiutavano la filosofia della storia di Marx (l’aspettativa della rivoluzione, il ruolo messianico del proletariato e così via), molti di loro aderivano ampiamente agli aspetti scientisti e materialistici del marxismo. Presi isolatamente, questi tendono a persuadere gli aderenti ad adottare un “relativismo totale”; tutti i valori sono i riflessi di circostanze storiche materiali, di gruppo o di interesse personale; non hanno validità permanente. È in questo senso, scriveva Del Noce, che “la rinascita della mentalità illuminista e la riscoperta del marxismo si sono incontrate e si sono compenetrate”.

Mentre gli intellettuali laici generalmente rifiutavano la filosofia della storia di Marx, molti di loro aderivano ampiamente agli aspetti scientisti e materialistici del marxismo. Presi isolatamente, questi tendono a persuadere gli aderenti ad adottare un “relativismo totale”: tutti i valori sono il riflesso di circostanze storiche materiali, di gruppo o di interesse personale, e non hanno validità permanente.

Già nel 1963 Del Noce ha diagnosticato che questa confluenza di temi illuministici e idee marxiste caratterizzava una “nuova” cultura, che ha variamente descritto come la società “tecnologica” o “ricca”, o come “progressismo”. Ha anche predetto che quando questa mentalità è penetrata dalle élite intellettuali nella società più ampia (attraverso l ‘”industria della cultura”, i mass media, l’istruzione pubblica, ecc.), Avrebbe prodotto precisamente alcuni degli effetti descritti in The Upswing : crescente individualismo, frammentazione sociale , diminuzione della religiosità, crescente disuguaglianza economica. Ha basato la sua previsione sul fatto che la nuova cultura era radicalmente positivistica, e quindi destinata a “demitizzare” e infine a distruggere le narrazioni simboliche e religiose che legavano insieme la società.

Per spiegare meglio questo punto cruciale, lasciatemi fare riferimento al classico cliché “Dio, famiglia e paese”. Questo slogan è stato sfruttato da molti politici senza scrupoli e ridicolizzato da altrettanti intellettuali sofisticati, ma indica una verità importante. Le persone si sentono unite ad altre persone se condividono quella che Del Noce chiamava una “dimensione ideale” che inevitabilmente si riferisce a ciò che chiamava “l’invisibile” o “il sacro”. Per essere unite le persone devono riconoscersi a vicenda come partecipanti a esperienze e valori universali che trascendono l’utilità individuale immediata. La religione, la famiglia e la nazionalità sono tre di queste fonti fondamentali di “sacralità”. Ora, secondo Del Noce, la società benestante tende a “dissacrarli” e di conseguenza diventa lentamente una “non società” formata da individui “atomizzati”.

Per essere unite le persone devono riconoscersi a vicenda come partecipanti a esperienze e valori universali che trascendono l’utilità individuale immediata.

Per quanto riguarda “Dio”, Del Noce sostiene che il dopoguerra ha visto nascere una nuova forma di “irreligione” ben diversa dall’ateismo tradizionale. Piuttosto che negare direttamente l’esistenza di Dio, i pensatori neo-illuministi professavano una forma di agnosticismo scientistico. Questo pretendeva di essere religiosamente “neutro” ma in realtà minò la religione a un livello più profondo, negando il valore intellettuale e pratico delle questioni religiose . Da una prospettiva scientista “queste domande irrisolvibili sono anche quelle che non ci interessano; nel senso che non interessano coloro che vogliono agire nel mondo per migliorarlo in alcun senso. ” Le questioni religiose sono irrilevanti per la vita sociale, economica e culturale, tranne che come potenziale fonte di conflitto civile, che deve essere evitato accettando che “la politica democratica può essere solo una politica de-mitologizzata”. Questo atteggiamento relega la religiosità a una sfera strettamente privata e alla fine porta a una secolarizzazione radicale, “perché erode la dimensione religiosa fino a cancellare dalla coscienza ogni traccia della questione di Dio”.

Passando alla “famiglia”, Del Noce vede uno stretto legame tra scientismo e rivoluzione sessuale, il cui quadro concettuale è stato fornito dalla rinascita della sessuologia scientifica e della psicoanalisi negli anni ’50 e ’60. L’esperienza della sessualità in quasi tutte le culture è stata una via di trascendenza, così potente che deve essere ordinata con cura. Al contrario, la “scienza” non conosce la trascendenza. La sessualità scientifica e la psicoanalisi considerano la sessualità umana come un fenomeno puramente naturale, privo non solo di significato trascendente, ma anche di finalità intrinseche (ad esempio, la procreazione). Da una prospettiva scientista, gli impulsi sessuali sono semplicemente fenomeni naturali da studiare con metodi biologici o psicologici, ma non hanno uno scopo superiore e non hanno valore simbolico oggettivo (per non parlare di sacramentale). Di conseguenza, agli uomini e alle donne della società benestante viene insegnato a non trovare nel sesso nulla che punti al di là di loro stessi.

In questo senso, la filosofia della rivoluzione sessuale è “positivismo per le masse”. Ritiene che anche le relazioni umane più intime siano essenzialmente “prive di significato” tranne che per il significato “diamo loro”. Il sesso diventa una transazione romantica (nella migliore delle ipotesi) tra individui autonomi e fondamentalmente isolati, e il matrimonio diventa molto simile a quello che nel diciannovesimo secolo era chiamato “amore libero”, cioè una libera associazione che dura finché dura l ‘”amore”. e può essere sciolto quasi a piacimento. Chiaramente, questa concezione del matrimonio “centrata sulla coppia” implica una sorta di “de-sacralizzazione” dell’idea di “famiglia”.

Un tipo simile di desacralizzazione si applica all’idea di “nazione”. Ho già accennato al carattere universalista e cosmopolita della cultura neo-illuminista emersa all’epoca della “svolta”. Aggiungo che anche in questo caso Del Noce pensa che ci sia una necessità filosofica. Le nazioni erano tradizionalmente basate su identità religiose o culturali, articolate in storie di fondazione, in “miti” ed “eroi” nazionali, che incarnavano uno scopo collettivo. Nessuno di questi ha senso da una prospettiva scientista-positivistica. Una nazione è solo una forma di organizzazione politica ed economica, completamente sostituibile da forme più efficienti. L’amore per la patria è nel migliore dei casi una reliquia romantica, nel peggiore una forma di fanatismo e fonte di una passione pericolosa. Se qualcosa, un abitante della società benestante sentirà una maggiore fedeltà alla comunità globale di manager illuminati, tecnologi, filantropi e uomini d’affari che alla sua nazione d’origine.

 

Chiaramente, a lungo termine questo è destinato a creare una frattura politica (all’interno dei paesi sviluppati) tra l’élite tecnocratica (tipicamente concentrata attorno a poche grandi “città del mondo”) e coloro che condividono il vecchio senso di identità basato sulla nazione (tipicamente che vivono in aree periferiche). Questo è solo un aspetto di un fenomeno generale che Del Noce descrive come segue: nelle società prive di un terreno comune “ideale” (religioso, filosofico) “la separazione tra la classe dirigente e le masse diventa estrema perché i membri della prima sanno che ogni argomento in termini di valori è semplicemente l’ideologia come strumento di potere “. Tutto, per loro, è già smascherato, e quelli per i quali non è smascherato lo sono. . . beh, non sono illuminati.

In sintesi, Del Noce sosteneva che in una cultura radicalmente scientista-positivistica come quella che divenne dominante in Occidente intorno al 1960 tutte le forme di “appartenenza” si indeboliscono a causa della scarsità di un terreno comune ideale. Questa rozza sintesi, ovviamente, non rende giustizia alla sua analisi. Ad esempio, non posso discutere qui le sue opinioni sui critici interni della società benestante, in particolare i movimenti di protesta degli anni Sessanta e Settanta. Mi limiterò a menzionare che, a suo parere, quei movimenti (che in un certo senso possono essere visti come i paralleli della reazione romantica al primo Illuminismo) per lo più non sono riusciti ad affrontare i fondamenti filosofici della nuova società, e in realtà spesso hanno finito per giocare nella sua mani, criticando le istituzioni “tradizionali” che in realtà ostacolavano il processo “We-to-I” (la chiesa, la famiglia,educazione liberale, ecc.).

Ma basta con l’analisi del “declino”. Del Noce ha qualcosa da dirci sulla questione sollevata in The Upswing ? Cioè, cosa ci vorrà per superare un altro punto di svolta e iniziare a muovere il pendolo nella direzione opposta: tornare indietro verso la solidarietà?

In una cultura radicalmente scientista-positivistica tutte le forme di “appartenenza” si indeboliscono a causa della scarsità di un terreno comune ideale. Cosa servirà per superare un altro punto di svolta e iniziare a muovere il pendolo nella direzione opposta: tornare indietro verso la solidarietà?

Chiaramente, ritenendo che la cultura abbia giocato un ruolo di primo piano nella svolta, Del Noce era propenso a privilegiare una sorta di “revisione culturale” per invertire la tendenza. Ciò implica, tra le altre cose, che la politica può svolgere solo un ruolo di supporto, mentre l’istruzione deve essere al centro dell’attenzione. Non a caso, l’istruzione è uno dei campi che ha sofferto di più nella società ricca-tecnologica. Privata di narrazioni e ideali, l’educazione è stata impoverita dall’utilitarismo, che si manifesta come un’enfasi sulla tecnologia nelle scienze. La politicizzazione nelle discipline umanistiche sembra essere un tentativo di recuperare un qualche senso narrativo o ideale, ma a scapito di un dibattito umano e aperto, di una curiosità rigorosa e di una connessione con idee precedenti e forse più ricche di giustizia e natura umana. (O, ovviamente, può semplicemente accadere che, poiché le facoltà umanistiche perdono la convinzione che la bellezza artistica e la verità filosofica siano oggetti di studio e contemplazione intrinsecamente meritevoli, devono giustificare la loro esistenza affermando che i loro soggetti hanno rilevanza politica, e quindi pratica).

Innumerevoli tentativi di “aggiustare” l’istruzione primaria e secondaria come se fosse un problema “tecnico” sono falliti, perché non può esserci educazione senza un’immagine organica di ciò che significa essere umani, e la cultura secolare moderna non ne ha una, o il uno che ha è inadeguato al compito. Quindi, la vera domanda che dovremmo porci è: quali risorse culturali devono essere portate al sistema educativo, e alla cultura in generale, per rendere possibile una nuova ripresa?

Non può esserci educazione senza un’immagine organica di ciò che significa essere umani, e la moderna cultura secolare non ne ha una, o quella che ha è inadeguata al compito. Quindi, la vera domanda che dovremmo porci è: quali risorse culturali devono essere portate al sistema educativo, e alla cultura in generale, per rendere possibile una nuova ripresa?

Un approccio semplice è guardare alle idee che hanno guidato la svolta precedente (quella intorno al 1960) e metterle in discussione. Invece di vivere in una relazione perennemente antagonista con il nostro passato collettivo, dobbiamo fare pace con esso, il che richiede essere in grado sia di rifiutare i suoi errori che di valutare ciò che era prezioso. Invece di ribellarci ai vincoli della religione, della famiglia e del paese, dobbiamo riconoscere ciò che Simone Weil chiamava “il bisogno di radici”. Dobbiamo capire che i valori universali possono essere realizzati solo in forme locali e contingenti. Dobbiamo imparare ad accettare i limiti, e venire a patti con il fatto che gli esseri umani non possono avere un sano rapporto con il visibile (come direbbe Del Noce) senza fare i conti in qualche modo con l’invisibile . Quest’ultima osservazione ci porta al punto critico: una nuova ripresa sarà impossibile senza adeguate risorse religiose. La buona volontà, o politiche migliori, o strumenti tecnici più avanzati semplicemente non affronteranno gli aspetti culturali della crisi. Ma la vera religione non può essere fabbricata a volontà. È necessaria una conversione. Come dice Del Noce, serve un risveglio religioso, perché religione, patria e famiglia sono ideali supremi e non strumenti pratici. Ed è certamente un punto valido che la formula corruzione optimi pessima si applichi al deterioramento che colpisce questi ideali quando sono visti, almeno in primo luogo, come strumenti pragmatici del benessere sociale. Per essere socialmente utili devono essere pensati all’interno delle categorie del vero e del bene; il contrario è impossibile. Certamente, un tale risveglio non può essere un’opera meramente umana. Ma ciò nondimeno richiede, per realizzarsi, che i cuori degli uomini siano attenti.

Allora partecipiamo.

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IL MORBO INFURIA IL CERVELLO MANCA, di Antonio de Martini

IL MORBO INFURIA IL CERVELLO MANCA
Di tutta la pubblicistica di guerra sull’Italia – e ne ho letta- la frase che mi è rimasta più impressa l’ha scritta il feldmaresciallo Kesserling comandante delle truppe tedesche impegnate in Italia.
La cosa che lo aveva meravigliato di più del nostro paese, era stato il fatto che l’Italia avesse affrontato e gestito il secondo conflitto mondiale senza aver promulgato leggi – nemmeno una- per aumentare la produzione bellica o comunque per ottimizzare l’impiego delle proprie risorse dato il radicale mutamento della situazione economica, militare, alimentare di sicurezza della popolazione.
Adesso si profila il bis di tanta scelleratezza.
Esistono ancora reperti idiotici della burocrazia come il “certificato antimafia” e quello di “ esistenza in vita” .
Sarebbe utile l’armonizzazione tra il “ confinement” e la pubblica illuminazione e/o garantire non solo la proprietà pubblica, ma la gratuità dell’acqua che si conferma motore della igienizzazione generale. Quasi un medicinale.
L’abolizione dei circenses comunali tipo l’estate romana nella mia città e la destinazione dei fondi ad altri impieghi.
La riorganizzazione – come un tempo – di corsi d’ istruzione pubblica da parte della RAI che continua a fare gare di qualità tra ristoranti chiusi e proposte di viaggi in Patria e fuori.
Non si pensa alla requisizione di alberghi per togliere dalle strade i senza fissa dimora che possono divenire innocenti veicoli del contagio.
Può in governo prescrivere come salvavita le abluzioni mentre migliaia di cittadini non dispongono dell’acqua ?
Manca la riorganizzazione della CRI ( croce rossa italiana ) che anche durante la guerra si distinse per l’abnegazione dei singoli e l’inettitudine della dirigenza ( in prigionia mio padre ricevette in tutto un solo pacco nominativo : dalla croce rossa tedesca. Da quella italiana ricevette, come ebbe a dirmi “ un amato cazzo”.)
Per adesso si fanno piccoli decreti come la riapertura delle librerie, senza linee guida per l’igienizzazione dei locali e dei libri, per l’assembramento delle persone nelle strettoie dei corridoi che inibiscono perlopiù il distanziamento tra individui ecc.
Si prevede l’azzeramento della nostra industria turistica per almeno un anno, ma non la cassa integrazione per gli addetti degli enti turistici locali e nazionali.
Non si rivedono le norme regolatrici dei servizi cemeteriali prima che si trovino ad affrontare le emergenze che già si profilano.
Manca ancora il riconoscimento della malattia – o decesso- per ragioni professionali di infermieri e medici per il COVID.
La revisione delle polizze assicurative per non lasciare i singoli in balia degli uffici legali di aziende prive di scrupoli.
Non si pensa a sfruttare l’eccezionalità del momento per lanciare un condono e riformare una fiscalità grottesca.
Se pensano di rastrellare nuovi fondi con inasprimenti di tasse provocheranno una rivolta cruenta.
Non si pensa a ridurre i prezzi dei farmaci riducendo l’aggio che i farmacisti hanno del 33% , percentuale unica al mondo.
Si pensa invece a litigare su chi ha firmato o meno un accordo di dieci anni fa e se il premier ha o meno diritto di criticare gli oppositori.
Il virus ha colpito anche il cervello ?

Multinazionali e politica_un seminario organizzato da Socint e Unical con Dario Fabbri e Mario Caligiuri

“Multinazionali e politica” è il titolo assegnato ad un seminario organizzato da Unical (Università della Calabria) e Socint (Società di intelligence) tenutosi lunedì 12 aprile. Il titolo richiama un tema ricorrente e ampiamente dibattuto negli ambienti accademici, tra gli analisti e negli ambienti politici, compresi quelli più radicali. Le chiavi di interpretazione delle dinamiche che intercorrono tra i due ambiti, offerte dai due relatori, in particolare da Dario Fabbri, sono molto meno scontate in particolare nel panorama politico italiano.

Dario Fabbri di fatto riconosce al Politico, nella accezione di ambito, una funzione prevalente la cui prerogativa è la pervasività nei vari ambiti delle attività umane, compresa quella economica, piuttosto che la sua delimitazione comprendente in pratica l’intero spazio pubblico alternativo a quello privato e nella vulgata rispetto alle imprese. Da qui la subordinazione dei soggetti economici e delle loro logiche, comprese quelle delle multinazionali, agli indirizzi e alle manifestazioni di potere politici dei quali gli apparati statali sono la più grande espressione. Non è il capitalismo, né sono i capitalisti a determinare in assoluto le scelte politiche. I loro soggetti fanno certamente parte a pieno titolo dei vari centri decisionali in cooperazione e conflitto tra di loro, capaci di innervare i gangli istituzionali pubblici e privati; ma ne sono solo una parte. Per agire in quanto capitalisti, però, necessitano di regole, norme, strumenti persuasivi e coercitivi dei quali altri sono titolari.

Sulla base di queste chiavi interpretative viene meno quella sovradeterminazione del capitalismo, tanto più dei singoli capitalisti, siano essi proprietari o manager, rispetto all’azione dei politici, specie di quelli detentori delle leve istituzionali. Laddove questa sovradeterminazione dovesse apparire si tratterebbe più che altro di un inganno e tuttalpiù della manifestazione di debolezza e dipendenza politica e geopolitica di determinate formazioni sociali rispetto alle altre. L’Unione Europea ne è l’esempio più manifesto.

Non si tratta di negare l’importanza cruciale dell’affermazione di questo rapporto sociale di produzione, come definito da Marx meglio di altri, quanto piuttosto di ricollocarlo rispetto all’essenza del politico. Il rapporto capitalistico costituisce una delle basi fondamentali sulle quali si conformano i ceti sociali e quindi le classi dirigenti e poi ancora i centri decisionali; contribuisce significativamente ad alimentarne la dinamicità e il ricambio. Tutte prerogative ampiamente riconosciute da tutti, nel bene e nel male e in grado di garantire ad esso un futuro ancora senza scadenze; riconosciute di fatto anche da coloro i quali continuano a definirsi “anticapitalisti” quando in realtà essi stessi, al pari degli avversari/nemici, propugnano di fatto la regolazione di quel modo di produzione senza per altro riuscire a ridefinire sino in fondo il legame culturale e soprattutto “sentimentale” con i propri padri, che si chiamino Marx, Lenin, Mao e così via. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

NB_ Non è stato possibile fornire una versione “You tube” della registrazione, probabilmente per la dimensione del file o per mia imperizia. La registrazione su “rumble” comprende sia l’intervento di Dario Fabbri di circa 80 minuti che il successivo di Mario Caligiuri. Per l’ascolto, premere sul link qui sotto

https://rumble.com/vfnm5n-multinazionali-e-politica-con-dario-fabbri-e-mario-caligiuri.html

BREXIT, AFFRONTO O REGALO PER L’EUROPA?_di Hajnalka Vincze

BREXIT, AFFRONTO O REGALO PER L’EUROPA?

Portfolio – 28 gennaio 2021
Nota di notizie

Dietro le infinite lamentele sulla “perdita” del Regno Unito, in realtà molti si rallegrano, chi per un motivo, chi per un altro. I sostenitori dell’Europa federale ritengono che la strada sia chiara ora che il nemico giurato di qualsiasi idea di pooling (approfondimento dell’integrazione) è definitivamente fuori gioco. I campioni di un’Europa indipendente – che dipenderebbe meno dall’America – sorridono alla partenza del “cavallo di Troia” degli Stati Uniti, credendo che il loro momento sia finalmente arrivato: senza Londra, l’eterna torpediniera di qualsiasi iniziativa politica dell’Unione, l’Europa potrebbe anche diventare uno dei poli del potere nel mondo. Tale ragionamento non è del tutto infondato, ma non tiene conto dei malumori interni dei restanti Ventisette.

Sempre presente nelle teste

La Gran Bretagna ha sempre avuto una visione molto particolare della costruzione europea. Ha preferito stare lontano dal suo lancio; non solo, ha creato un’area di libero scambio che dovrebbe competere con esso e renderlo obsoleto sin dal suo inizio. Rendendosi conto del loro fallimento, gli inglesi cambiarono strategia: entrarono per meglio silurare, questa volta dall’interno, tutto ciò che prometteva di diventare più di un semplice mercato aperto. Che si trattasse di tariffe protettive, diritti sociali, autonomia strategica o politica industriale, Londra è stata un freno. Di conseguenza, le lotte più dure e frequenti l’hanno opposta alla Francia, paladina di un’Europa politica e indipendente. Quindici anni fa Jean-Claude Juncker, l’allora primo ministro lussemburghese, ha giustamente osservato, dopo una battaglia franco-britannica particolarmente dura nell’UE: “Qui si confrontano due filosofie. Ho sempre saputo che un giorno o l’altro sarebbe venuto a galla ”.

(Credito fotografico: Reuters)

Non è un caso che ciò sia avvenuto proprio in questo momento. Londra è stata rafforzata dall’adesione, nel 2004, del primo gruppo di paesi dell’Europa centrale e orientale. Nel dilemma “allargare o approfondire” che ha definito i dibattiti per tutti gli anni ’90, la Gran Bretagna spingeva per l’allargamento dell’UE più rapido e più ampio possibile nella speranza di abbattere l’inclinazione politica diluendo il progetto in un gigantesco supermercato. Di fronte a ciò, i francesi – e di tanto in tanto i tedeschi – cercavano di salvare, se necessario sotto forma di un’Europa a più velocità, l’essenza politico-strategica del progetto. Un tentativo coronato da scarso successo. Dopo l’ingresso dei nuovi Stati membri, seguaci della visione britannica, tutto suggeriva che lo scenario di un’Europa dei supermercati addormentata nell’inesistenza geopolitica sotto l’ala protettrice della NATO avrebbe prevalso per sempre.

È vero che lo spirito dei tempi ha lavorato a favore di Londra. Durante i quindici anni trascorsi dal crollo dell’ordine bipolare, il modello globalista-neoliberista controllato a distanza da Washington ha innestato una marcia in più, mentre la NATO, invece di scomparire con la Guerra Fredda, si è adattata, rinvigorita e ha persino effettuato una vera mutazione. In queste circostanze, Londra non ha avuto troppe difficoltà a promuovere, nelle parole dell’ambasciatore Usa, “la posizione comune anglo-americano all’interno dell’UE”. In vista del referendum sulla Brexit, il presidente Obama ha messo in guardia gli elettori britannici: la presenza di Londra è la garanzia che l’UE rimanga economicamente aperta e militarmente attaccata all’America. Sarà interessante osservare, dopo la Brexit, come si comporteranno i paesi membri che fino ad ora, su questi due temi, si nascondevano comodamente dietro Londra.

Minare, dall’esterno

Allo stesso modo, saranno intriganti da osservare gli sforzi che gli inglesi dispiegheranno, d’ora in poi dall’esterno, per indebolire qualsiasi dimensione politica e strategica dell’Unione. Un esempio molto divertente è il caos intorno al sistema di navigazione satellitare, Galileo (“GPS europeo”). Londra è sconvolta dalla perdita, a seguito della Brexit, del suo accesso automatico al “servizio pubblico regolamentato” (PRS) crittografato e ultra sicuro, controllato dai governi e dalle istituzioni dell’UE e in gran parte dedicato agli usi militari. La Gran Bretagna ha giurato il giorno dopo il referendum sulla Brexit che avrebbe messo in atto un proprio sistema simile, dicendo: “la sicurezza dei nostri soldati non può dipendere da un sistema esterno, che non dipende da esso”. Curioso argomento del Paese che, al lancio del programma Galileo, aveva lottato con le unghie e con i denti per impedire ogni uso militare. Con il pretesto del GPS e della NATO, non aveva trovato nulla di imbarazzante nell’essere, insieme a tutti gli altri europei, dipendente da un sistema sotto il controllo esclusivo americano.

Risultato della contesa: oggi l’Europa ha un proprio sistema di navigazione satellitare globale, mentre Londra può solo sperare in una costellazione regionale attaccata al GPS. Per una volta, l’Europa non ha ceduto ai tentativi britannici di sbrogliare. Perché Londra aveva chiesto, al di là dell’accesso diretto, un posto e una voce nel corpo di “governo” e controllo di Galileo. Esattamente come chiede un accesso privilegiato al Fondo europeo per la difesa (FES) destinato ai programmi europei di armamento, dal bilancio dell’UE. Questo gli avrebbe permesso di prendere due piccioni con una fava. Perché la Gran Bretagna ha sempre fatto di tutto per rendere le istituzioni della politica di difesa dell’UE più “flessibili”, cioè permeabili agli alleati della NATO che non sono membri dell’Unione. Da ora in poi, proverà a continuare lo stesso lavoro di affondamento, ma questa volta dall’altra parte dell’uscio.

Faccia a faccia franco-tedesco

Il successo dei tentativi britannici dipende dal fatto che i restanti Stati membri vi cedano o meno. Innanzitutto la Germania, caratterizzata da un’eterna ambiguità ma che generalmente si trova (sulla questione del grande mercato transatlantico di libero scambio o sul primato dell’Alleanza atlantica) piuttosto vicina agli inglesi. Charles Grant, il direttore del Centre for European Reform con sede a Londra, ha avvertito i parlamentari di Sua Maestà all’inizio degli anni 2010: la Gran Bretagna non può permettersi di essere passiva all’interno dell’UE, perché la sua emarginazione rischierebbe di avvicinare le posizioni di Berlino su queste questioni a quelle francesi. Non è un caso che oggi, a seguito della Brexit, la meccanica interna del motore franco-tedesco sia sotto i riflettori.

Con la partenza di Londra, Parigi e Berlino hanno perso un forte alleato all’interno dell’UE, ovviamente su argomenti diversi. Per la Francia, la Gran Bretagna è stata utile nella misura in cui – a differenza della maggior parte dei paesi membri, Germania inclusa – comprendeva l’importanza cruciale di costruire capacità militari (anche se Londra lo considerava piuttosto all’interno della struttura della NATO) e che era ferocemente desiderosa di preservare il carattere intergovernativo delle politiche estere, di sicurezza e di difesa europee. Per i tedeschi, gli inglesi sono stati un prezioso freno, sempre pronti a bloccare qualsiasi iniziativa francese che mirasse ad emarginare la NATO o mettere in discussione i principi del libero scambio deregolamentato. A seguito della Brexit, questo comodo scudo scompare su entrambi i lati; Francia e Germania si trovano ora faccia a faccia.

È sempre più difficile negare che, dietro i grandi discorsi europeisti, i due cerchino di posizionarsi nel modo più vantaggioso possibile l’uno sull’altro. Parigi vorrebbe correggere la sopraffazione economica tedesca proponendo meccanismi di solidarietà finanziaria europea, sempre più collettivizzanti. Berlino, da parte sua, si sta sforzando di neutralizzare le risorse diplomatiche e militari francesi (come il seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o la superiorità nella tecnologia delle armi) spingendo, nell’UE, per una sempre maggiore integrazione in queste aree e sostenendo un passaggio delle decisioni a maggioranza qualificata. I due cercano di raccogliere intorno a loro quanti più alleati politici possibili, consapevoli delle rispettive debolezze.

La fine, ma la fine di cosa?

Chris Patten, ex commissario europeo per le relazioni esterne e rettore dell’Università di Oxford, ha prontamente ricordato un disegno della Chained Duck degli anni ’70 che mostrava un minuscolo Primo Ministro britannico, a letto, tra le braccia di una voluttuosa regina, Europa. Quest’ultimo, ovviamente seccato, gli disse: “Entra o esci, mio ​​caro Wilson. Ma smettila con questo ridicolo andirivieni ”. Con la Brexit, gli inglesi finalmente hanno obbedito e se ne sono andati, ma solo dopo più di quarant’anni. Inoltre, nel frattempo avevano in gran parte ridisegnato l’Europa striminzita. Come efficaci portatori dell’ideologia dominante degli ultimi decenni, sono riusciti a diluire il progetto al punto che, oggi, la stragrande maggioranza dei restanti Stati membri perseguirà la linea atlantista-neoliberista. O piuttosto lo avrebbero perseguito … se gli eventi non fossero stati di ostacolo.

Perché in questo periodo di cose ne stanno accadendo a livello internazionale. La pandemia del nuovo coronavirus ha inferto un colpo grave, persino fatale agli occhi di molti, a un dogma globalista-neoliberista che vacilla già da dieci anni. Chi meglio  nell’illustrarlo se non il prestigioso Financial Times di Londra, la Bibbia dei decisori europei, il cui giornale stesso nel suo editoriale dell’aprile 2020 ha sostenuto una rottura con gli orientamenti degli ultimi quattro decenni e ha chiesto un maggiore interventismo da parte dei governi, più ridistribuzione, più spesa statale a favore dei servizi pubblici. Sul fronte transatlantico, la presidenza di Donald Trump ha avuto un effetto rivelatore simile. Dietro i grandi consessi occidentali programmati a intervalli regolari, la realtà è sempre più evidente: alleanza o no, le relazioni sono principalmente determinate dai rapporti di forza tra gli Stati Uniti e l’Europa.

Ciò è generalmente vero anche per lo stato attuale delle relazioni internazionali. La riconfigurazione dei centri di gravità ha dissipato le illusioni sul trionfo universale, inevitabile, del modello liberale occidentale; ha riproposto il confronto tra grandi potenze. Ciò rivaluta, nell’Ue, “la dimensione politica” e “l’autonomia strategica”, le stesse caratteristiche che la concezione britannica avrebbe voluto scacciare una volta per tutte. È questa combinazione di sviluppi esterni (e non la Brexit) che probabilmente rimescolerà le carte in Europa. L’ex primo ministro britannico Harold Macmillan è stato intervistato da un giornalista alla fine degli anni ’50 su ciò che più influenza la politica del governo. La sua risposta: “Gli eventi, mio ​​caro ragazzo, gli eventi! “. Il dilemma dei 27 paesi dell’UE in questi giorni è se rispondere all’accelerazione degli eventi secondo il punto di vista dell’impasse britannico o preferire rilanciare il progetto dell’Europa politica. Ovviamente stanno facendo quello che sanno fare meglio: esitano.

Il testo completo, in ungherese, è disponibile sul sito Portfolio, cliccando qui .

https://hajnalka-vincze.com/list/notes_dactualite/591-le_brexit_camouflet_ou_cadeau_pour_leurope

I significati di una scelta_ di Giuseppe Germinario, Antonio de Martini, FF

Già dalle prime mosse Mario Draghi sta confermando la sua missione di “costruttore”. Con la nomina di Gabrielli a sottosegretario, di Curcio alla Protezione Civile, del generale Figliuolo a Commissario per l’emergenza Covid ha dato un bello scossone a tre degli apparati chiave così come si sono assestati in questi ultimi dieci anni. Ha concesso a man bassa posti di sottosegretario ed alcuni ministeri secondo le logiche da manuale Cencelli, ma ha mantenuto strettamente il controllo diretto o indiretto dei ministeri economici e della sicurezza; ha affidato alcuni ministeri chiave a politici di peso (Guerini e Giorgetti) dei due partiti più importanti, ma ne ha svuotate in parte le competenze di uno di essi. La defenestrazione di Arcuri e la mancata conferma di numerosi funzionari del governo precedente segnano probabilmente una svolta importante. Rappresentano l’inizio di un declino di un ceto manageriale e dirigenziale radicatosi progressivamente in quaranta anni e consolidatosi negli ultimi quindici. Una discesa che trascinerà con sè il partito che più ne è stato l’espressione e il fattore di coagulo e legittimazione; quel Partito Democratico ormai da anni in crisi di consenso, con una base elettorale stravolta rispetto alle origini, ma che rimane abbarbicato da più di venti anni e sostenuto dai centri di governo e di potere più stantii, con una funzione assertiva e un dinamismo talmente insufficiente da mettere a repentaglio la coesione interna del paese e l’utilità stessa della sua collocazione internazionale pur così remissiva ed accondiscendente. Devono essersene resi definitivamente conto anche a Washington e Londra soprattutto, ma anche più a malincuore a Berlino e Parigi. Non sarà solo il PD a pagare pegno. Man mano che saranno evidenti l’insulsaggine, i misfatti e la distruttività dell’azione del Governo Conte nella corrente emergenza sanitaria ed economica agli occhi della popolazione e nel ruolo internazionale, specie nel Mediterraneo, agli occhi dei centri di potere, l’acclamazione di Giuseppe Conte a salvatore del M5S rischierà di trasformarsi nella condanna definitiva all’estinzione del movimento durante una fase di competizione, simile per altro ad un abbraccio mortale, più che di occupazione di spazi complementari, con il suo alleato piddino. Un sodalizio che rischia di trasformarsi in un abbraccio mortale. Se questo schieramento sarà chiamato a pagare pegno nell’immediato, il futuro riserverà qualche sorpresa anche nel centrodestra, in particolare nella Lega. L’impegno dei tre commissari sarà probabilmente la prova generale per una riconfigurazione e un riordino dei poteri e della gestione dello Stato e soprattutto di una ridefinizione più chiara dei poteri dello stato centrale rispetto alle amministrazioni periferiche. L’intento sarà di porre fine alla surrettizia e logorante competizione sulle competenze tra Stato centrale e regioni e ad una definizione delle gerarchie più favorevole e funzionale allo Stato Centrale; scemerà con esso l’argomento con il quale si è alimentato il radicamento e la ragion d’essere della Lega e soprattutto potrà dissolversi l’equivoco di un partito proclamatosi nazionale ma con una classe dirigente in realtà ancora espressione di una parte geografica del paese. Tutto dipenderà dalla forza effettiva di Mario Draghi e dalle logiche geopolitiche che determineranno l’importanza e il ruolo dell’Italia nel contesto europeo e mediterraneo; quanto alla forza e alla consapevolezza dei centri interni al paese, tutto sembra muoversi ancora sotto traccia. Non è un buon segno. Ne vedremo comunque delle belle e soprattutto di drammatiche. Non sarà facile costruire o ricostruire sulle ceneri di questo sistema partitico i soggetti politici incaricati di garantire il “front-line”. Personaggi del calibro di Mario Draghi non devono e di solito non gradiscono rimanere troppo esposti per lungo tempo. Devono farlo in situazioni di emergenza; ma le emergenze per definizione vivono in tempi delimitati. Potrebbero quindi rimanerne prigionieri; non sarebbe la prima volta di una guerra lampo trasformatasi in guerra di posizione, se non in una disfatta_Giuseppe Germinario

SIGNIFICATI DI UNA SCELTA PRIMAVERILE, di Antonio de Martini
Mentre la macchina della disinformazione é occupata a “scaricare” il sig Domenico Arcuri sulle braccia dell’avvocato Conte e dei 5 stelle, ma io l’ho conosciuto a Invitalia nel 2005 come rappresentativo del giro “ Prodi& Co”,
vorrei fare un piccolo ragionamento sui significati del gesto di sostituire un borghese con un militare.
Il primo significato da dare a questo gesto é dimostrare che si vuole agire e liberarsi del malcontento generale provocato dalla pandemia e accentuato dalla “mala gestio” in specie della informazione al pubblico che non si é mai sentito rassicurato vedendo i propri leader rubare il ruolo ai rispettivi addetti stampa invece di contrastare coi fatti l’epidemia.
Gente che non rispetta il proprio ruolo, non può pretendere il rispetto altrui.
Il secondo significato é che Draghi ha dato dimostrazione di indipendenza decisionale rispetto al sistema dei partiti che lo ha nominato, prescindendo dai meriti o demeriti del sig Arcuri che altri giudicheranno.
Il terzo significato é stato il riconoscimento implicito che la sorgente della sovranità é la competenza e non il suffragio popolare.
Non conosco il generale Figliuolo, ma é incontestabile che sia stato scelto per la competenza che gli viene da studi rigorosi dove la logistica é materia di studio continuo ( Accademia, 2 anni; Scuola di applicazione 2anni; Scuola di guerra 3 anni) e dal ruolo ricoperto di ispettore logistico dell’Esercito: l’unica organizzazione in Italia a gestire oltre centomila uomini ( e numerosi ospedali) sparsi in una ventina di paesi.
Nel gesto e nella accettazione generale della decisione c’é anche qualche importante e sotteso significato politico e,segnatamente, l’inizio della fine della competenza regionale su un affare tanto serio quanto la salute dei cittadini.
La conquistata libertà di circolazione delle persone ( e merci) ha comportato libertà analoghe per bacilli, batteri, virus e contagi.
Che senso hanno ormai cambi di regolamenti sanitari ogni cento chilometri?Che senso ha una regione come il Molise, la Liguria, il Friuli o la Basilicata ?
La ripartizione regionale avrebbe avuto un senso se i confini avessero ricalcato le frontiere dei vecchi stati preunitari come ha fatto la Germania che si riunificò nello stesso periodo storico.
Gli attuali confini regionali possono al più avere contenuti folcloristici, ove esistenti, e gestire gli investimenti turistici, prima industria nazionale.
Le regioni andranno bene per festival della castagna secca e manutenzioni stradali ma gli standard mondiali e la diffusione delle seconde case – spesso site in altre regioni o stati- la pericolosa velocità dei contagi, chiedono dimensioni analoghe in termini di spazi, procedure e strutture.
Aspettare di giungere a settantamila morti perché si palesasse la presenza dello Stato, é peggio che un crimine: é un errore che farà saltare l’equilibrio sociale e politico della Nazione e se dicessi che mi dispiace non sarei sincero.
Il regionalismo e la politica politicante vanno verso le loro idi di marzo.
UN BRAVO FIGLIUOLO, di Antonio de Martini
Il presidente del Consiglio ha nominato a commissario straordinario per l’emergenza ( ormai permanenza ) Covid 19 , l’ispettore logistico dell’Esercito.
Ovviamente, il generale conosce perfettamente tutte le potenzialità dell’Esercito essendone il responsabile.
Ci voleva una delle menti più brillanti del paese per attivare al massimo livello le FFAA coinvolgendole nella pianificazione invece che nella sola servile esecuzione???
E nessuno mi leverà dalla testa l’idea che la nomina di Arcuri sia stata fortemente caldeggiata da qualcuno che poi ha raccomandato – per interposta persona si capisce- i fornitori che si sono ingrassati sulle spalle dei morti nostri e de li mortacci loro.
Punti interrogativi, di FF
“Mario Draghi è intervenuto in mattinata alla sessione Sicurezza e Difesa del Consiglio Ue, sottolineando l’importanza dell’autonomia strategica dell’Ue in un quadro di complementarietà con la Nato e di coordinamento con gli Usa” (ANSA).
Che significa? Nulla. Parlare di autonomia strategica della UE senza che vi sia alcuna strategia della UE è come pretendere di abitare in un palazzo che non esiste.
Quale sarebbe infatti il nemico dell’Europa se non quello scelto dall’America?
Quale sarebbe la sua politica estera?
Quale sarebbe la sua politica di difesa?
Chi comanderebbe?
Quale sarebbe la sua struttura logistica?
Quale sarebbe la sua forza anfibia?
Quale sarebbe la sua struttura di intelligence?
E l’opinione pubblica europea è forse disposta ad appoggiare una azione militare che potrebbe causare la morte di centinaia o migliaia di soldati europei?
Insomma, come potrebbe l’UE avere autonomia strategica se di fatto dipende del tutto dalla NATO, ossia dagli USA, anche solo per controllare i propri confini?
Peraltro, l’UE ora è priva dell’esercito britannico, in pratica l’unico esercito europeo in grado di svolgere delle “vere” missioni di combattimento (e la Gran Bretagna è pure l’unico Paese europeo che può trarre vantaggio dal sistema Echelon, controllato dagli USA, dalla Gran Bretagna, dal Canada, dall’Australia e dalla Nuova Zelanda).
Di fatto i Paesi europei, tranne per quanto concerne l’impiego di pochi reparti speciali, possono tutt’al più svolgere delle missioni di peacekeeping “sotto l’ombrello” della NATO. La stessa Francia può avere una certa autonomia strategica in Africa, ma nulla di più.
Insomma, il Proconsole si sta rivelando sempre più non uno stratega ma un abile tecnocrate al servizio del grande capitale occidentale, sia per quanto concerne la scelta di ministri e sottosegretari (cui nessuno sano di mente affiderebbe la gestione di un vespasiano), sia per quanto concerne la geopolitica.
In altri termini, si conferma che questo governo deve limitarsi ad eseguire un disegno politico-strategico deciso, almeno nelle sue linee essenziali, dagli incappucciati della finanza, sia pure secondo un’ottica euro-atlantista. E per realizzare un programma politico-strategico certo occorre competenza, ma non intelligenza politica e strategica.
In definitiva, la strategia – sia politica che economica – non è “affare” che riguardi il nostro Paese.

Taiwan: la piattaforma dei semiconduttori, di Gavekal

Il controllo della tecnologia dei semiconduttori è uno degli oggetti principali della contesa geopolitica e geoeconomica, in particolare tra gli Stati Uniti e la Cina. Il contrasto tocca sia l’ambito militare che quello civile, anche se con l’andar del tempo, è sempre più problematico distinguere i due aspetti. Non ostante i proclami distensivi, su questo aspetto l’amministrazione Biden non sembra distinguersi particolarmente dal quella precedente di Trump. Non sarà il solo. Taiwan continuerà ad essere uno dei punti più caldi del pianeta. Il solito grande assente:l’Europa_Giuseppe Germinario

In Europa e negli Stati Uniti, le fabbriche di automobili vengono chiuse e i lavoratori licenziati, non a causa del Covid-19, ma a causa della carenza di microchip provenienti dall’Asia. Questa tempesta si concentra su Taiwan, che per decenni è stata un fornitore a contratto non riconosciuto di elettronica e prodotti chimici. Per coloro che non lo avessero notato, le sue aziende ora dominano la produzione globale di chip di fascia alta e le attuali dinamiche del settore significano che questa presa si intensificherà.

Articolo di Vincent Tsui, economista e analista finanziario.

Articolo originale pubblicato su Gavekal . Traduzione di conflitti.

 

Non c’è nulla di spiacevole in questa carenza poiché si è manifestata in piena vista. All’inizio della pandemia, le case automobilistiche hanno annullato gli ordini di chip, spingendo i produttori asiatici a riorganizzare le loro linee di produzione per realizzare microprocessori per dispositivi di rete 5G e smartphone. Inoltre, l’esplosione della domanda di gadget di tutti i tipi da parte dei consumatori occidentali bloccati ha reso difficile per i produttori di chip soddisfare gli ordini che le case automobilistiche hanno ripresentato nel corso dell’anno. Le sanzioni statunitensi contro il più grande produttore di chip cinese hanno anche limitato la fornitura di chip disponibili a livello globale.

 

Alla fine, questi colli di bottiglia verranno eliminati nei prossimi mesi e la produzione di auto dovrebbe riprendere subito dopo. Tuttavia, l’entità dell’interruzione mostra la vulnerabilità dei produttori avanzati a qualsiasi interruzione in una catena di fornitura di semiconduttori ora dominata da pochi attori giganti. Oltre ai fattori sopra menzionati, sono in gioco anche due fattori strutturali:

  1. Il costo della “migrazione dei nodi di processo” che riduce il divario tra i transistor per ottenere una maggiore densità logica è in costante aumento. Le nuove generazioni di chip richiedono enormi investimenti di capitale e la produzione di chip è un’attività a basso margine di profitto che richiede ai produttori un tasso di utilizzo molto alto. Attori di spicco come Taiwan Semiconductor Manufacturing Companyapprofittare delle economie di scala e investire somme considerevoli in ricerca e sviluppo per stare al passo. Le barriere all’ingresso sono dell’ordine della fortezza e il mercato è quindi pienamente consolidato. TSMC detiene più della metà del mercato globale delle fonderie di semiconduttori e, insieme alla società sudcoreana Samsung Electronics e alla società taiwanese UMC, i primi tre attori detengono una quota di mercato del 78%.

 

  1. Il processo di progettazione e produzione del chip viene diviso in due. Storicamente, aziende come Intel e Texas Instruments hanno gestito l’intera gamma di progettazione, produzione, assemblaggio e test di chip. Tuttavia, questi produttori integrati hanno gradualmente perso quote di mercato a favore di società di semiconduttori “prive di fabbrica” ​​che progettano microprocessori e affidano la loro produzione a produttori di “fonderia” come TSMC. I giocatori integrati non sono stati in grado di migliorare costantemente le fabbriche per essere alla pari con le grandi fonderie, e quindi si sono sforzati di produrre i chip più avanzati.

Padronanza tecnica della produzione di chip elettronici

 

Uno dei fattori chiave che ha incoraggiato un modello di sviluppo “separato” senza fabbrica è stata la difficoltà di Intel nel padroneggiare la tecnologia avanzata dei nodi a 7 nm. Sono passati quattro anni da Samsung e TSMC e, in una crisi umiliante, sta esternalizzando parte della sua produzione di chip alle fonderie asiatiche. Ciò ha costretto Intel ad abbandonare un modello integrato interno che aveva sostenuto per decenni e ha dato ancora più potere di mercato alle aziende taiwanesi e coreane.

 

Un’altra minaccia per i produttori integrati proviene da società di software e cloud computing come Microsoft, Amazon, Facebook e Google che stanno iniziando a progettare i propri microprocessori che saranno prodotti dalle fonderie asiatiche. I colossi americani del software lo fanno per ottimizzare le prestazioni dei loro sistemi eliminando le ridondanze insite nei chip generici. Queste società di software sono state alleate chiave per aziende come Intel per decenni (ricordate il duopolio Wintel!) E la rottura sta sconvolgendo il modello di produttore integrato.

 

Leggi anche:  5G: geopolitica di una grande tecnologia

 

Queste tendenze hanno accelerato la fine del modello integrato di progettazione e produzione di chip da parte delle aziende “fai tutto”. Di conseguenza, la produzione di chip è destinata a diventare ancora più concentrata in Asia, il che avrà un impatto positivo sulla competitività e sulle prospettive di crescita della regione. Solo TSMC e Samsung Electronicspuò fabbricare semiconduttori avanzati con spaziatura inferiore a 10mn. Ma anche all’interno di questo duopolio, TSMC domina nonostante il fatto che il suo rivale coreano abbia speso ingenti somme cercando di raggiungerlo entro il 2022. Taiwan oggi guadagna circa il 75% del totale delle entrate globali della fonderia ed è il più grande vincitore nella tendenza dell’outsourcing. Nel quarto trimestre del 2020, Taiwan ha registrato la sua più forte crescita economica in un decennio e la situazione dovrebbe rimanere positiva.

 

Il dominio di Taiwan

 

Eppure, nonostante questo predominio taiwanese, i paesi con fonderie di medie dimensioni possono anche trarre vantaggio dall’acquisizione di ordini per chip meno avanzati, come quelli che le case automobilistiche cercano oggi. Inoltre, l’attuale carenza di chip spingerà gli acquirenti industriali a diversificare le loro reti di fornitori al di fuori di Taiwan. Si prevede quindi che le fonderie di secondo livello in Corea del Sud e Cina riceveranno ordini, sebbene le società cinesi rischiano sanzioni statunitensi se producono chip utilizzando modelli o apparecchiature statunitensi. La Corea dovrebbe quindi essere un grande vincitore secondario nel passaggio alla produzione senza fabbrica, che ha il vantaggio di ridurre la sua dipendenza dall’industria dei chip di memoria a basso margine e altamente ciclica.

 

Poiché i produttori integrati perdono terreno in questo cambio di settore, anche i paesi che ospitano i loro impianti possono soffrirne. Le fabbriche di produttori integrati a Singapore, Malesia e Filippine sono minacciate, mentre quelle negli Stati Uniti e in Cina dovrebbero essere mantenute, poiché i loro grandi mercati interni garantiranno la sostenibilità dell’ecosistema. A livello macroeconomico, questa riorganizzazione dell’industria dei semiconduttori rafforzerà la performance divergente delle esportazioni del Nord e del Sud-est asiatico, poiché esiste un forte legame tra il commercio e il ciclo degli investimenti.

 

La dimensione geopolitica

 

L’emergere di Taiwan come vincitore di un’industria dei semiconduttori riorganizzata sta concentrando l’attenzione dei responsabili politici di tutto il mondo sulle loro vulnerabilità se le relazioni attraverso lo Stretto dovessero deteriorarsi. Louis ha sostenuto che il dominio di Taiwan in quest’area potrebbe renderla geopoliticamente cruciale come lo era l’Arabia Saudita durante l’era del petrolio (vedi The New Geostrategic Pressure Point). Un assaggio potrebbe essere stato dato dalla cassaforma della produzione automobilistica. Tuttavia, la vera preoccupazione sarebbe una situazione di stallo tra Taiwan, Cina e Stati Uniti che interrompe la produzione di chip, il che potrebbe portare a una negazione permanente dell’offerta.

Da leggere anche:  Geopolitica del Fantastico: Corea del Sud

Una tale interruzione delle relazioni potrebbe verificarsi se il governo di Taiwan cominciasse a considerare il suo primato nella catena di approvvigionamento elettronica come una merce di scambio quando verifica le linee rosse della sovranità. Tuttavia, la stessa criticità dell’industria dei chip di Taiwan significa più probabilmente che tutte le parti interessate nelle relazioni attraverso lo Stretto hanno interesse a promuovere la stabilità. In questo caso, Taiwan potrebbe continuare a capitalizzare la sua posizione dominante nel campo dei semiconduttori, ma vedere questo flusso di cassa scontato con un premio di rischio inferiore (vedi Il punto luminoso post-elettorale per Taiwan). Ciò fa ben sperare per le prospettive di crescita del Paese e per la performance delle sue attività di rischio.

https://www.revueconflits.com/taiwan-covid-19-puces-gavekal-vincent-tsui/

Alexander Soros in Myanmar una settimana prima della visita di Xi, a cura di Giuseppe Germinario

Di padre in figlio! Qui sotto la traduzione, sia pure non proprio perfetta, di un articolo del giornale digitale https://elevenmyanmar.com/ che illustra le attività del figlio di George Soros e alcuni antefatti  del di suo degno genitore propedeutiche al successo elettorale della sempre più screditata premio Nobel Aung San Suu Kyi. A conforto delle accuse dei militari a carico dell’esponente arriva la notizia che a gestire i dati delle elezioni in Myanmar-Birmania sia stata la famigerata Dominion, uno degli strumenti più efficaci nella manipolazione e nella contraffazione dei dati elettorali. Protagonista, come più volte segnalato, dei brogli negli Stati Uniti, bandita ormai in numerosi stati. Il Myanmar è un’area cruciale nel confronto tra Cina e Stati Uniti. Confina con la Cina; rappresenta uno degli sbocchi diretti strategici della Cina nell’Oceano Indiano, necessari ai collegamenti con l’Africa e l’Europa e fondamentale per aggirare le strozzature nel mar Cinese Meridionale che frenano la proiezione geopolitica cinese ed alimentano la sua conflittualità immediata con il Giappone, le Filippine, il Vietnam e l’Indonesia e strategica con gli Stati Uniti. In questo contesto la Birmania è tra gli ultimi paesi, tra le Tigri del Sud-Est asiatiche a cercare di sfruttare le pieghe del confronto geopolitico e le dinamiche della globalizzazione per innescare un processo di sviluppo economico ed industriale e di relativo peso politico regionale. Il colpo di stato in Myanmar va inquadrato in questo contesto, in un confronto tra Cina e Stati Uniti che ormai si trascina da anni in quella regione. Non è detto che alla patina democratica che avvolge il premio Nobel per la pace corrispondano le esigenze di autonomia e di sviluppo di quel paese. Una smentita in tempo reale piuttosto alle aspettative di pace con le quali il conformismo universale progressista e conservatore ha salutato l’avvento di Biden alla Casa Bianca. Il rinnovato attivismo della famiglia Soros, attraverso le loro organizzazioni tentacolari, è l’ulteriore conferma che la restaurazione neocon-democratica porterà alla moltiplicazione dei focolai di conflitto e alla ulteriore trasformazione del confronto planetario in uno scontro di religione e fondamentalista, in una lotta tra il bene e il male. Lascerà sempre meno spazio a negoziati fondati sul principio del realismo politico e del riconoscimento degli stati; non farà che alimentare situazioni sempre più diffuse di guerra civile endemica, già sperimentate ampiamente nelle primavere arabe e in Ucraina, messe in atto nei territori metropolitani, addirittura al centro dell’impero ai danni del presidente uscente degli USA e ormai prossime ad essere innescate su larga scala. In questo l’attività e la missione di George Soros & Figli si è rivelata una pedina fondamentale. Novità che sanno di vecchio. Una condizione di precarietà diffusa che potrà sempre più facilmente sfuggire di mano ai protagonisti sino a creare le condizioni di uno scontro diretto tra giganti._Giuseppe Germinario

Alexander Soros in Myanmar una settimana prima della visita di Xi

POLITICA , OPINIONE

La pagina dei social media di Alexander Soros mostra il suo incontro con il ministro dell’Istruzione, il dott. Myo Thein Gyi.

PUBBLICATO IL 12 GENNAIO 2020

 

PHYO WAI

 

Alexander Soros, figlio del miliardario americano George Soros, aveva fatto visita alla capitale del Myanmar Nay Pyi Taw, una settimana prima che il presidente cinese Xi Jinping facesse la sua visita ufficiale per volere del presidente Win Myint il 17 e 18 gennaio.

Alexander, come affermato sul suo account sui social media, è “tornato a lavorare” a Nay Pyi Taw prima che Xi compia il suo primo viaggio in Myanmar in 19 anni.

George Soros, un influente miliardario che è stato criticato per aver messo le mani nella politica di molti paesi, aveva criticato Xi come un nemico della “ Società aperta ” al Forum economico mondiale tenutosi a Davos, in Svizzera, nel gennaio 2019.

Una “coincidenza” simile a quella del ministro degli Esteri cinese Wang Yi in Myanmar prima del viaggio del consigliere di stato Aung San Suu Kyi per difendersi dalla causa della Corte Internazionale di Giustizia, Alexander Soros è qui in Myanmar prima che arrivi il capo cinese.

George Soros, che ora ha 89 anni, è stato criticato per aver manipolato la politica del Myanmar con il suo sostegno a oltre 100 organizzazioni attraverso la Open Society Foundation (OSF), come dichiarato sul sito web della fondazione. L’OSF ha speso miliardi di dollari USA in oltre 100 paesi in tutto il mondo nell’ambito di progetti etichettati in modo diverso, che si tratti di diritti umani, istruzione, diritti delle donne, diritti dei bambini, democrazia e pace. Ha anche speso 57,6 milioni di dollari in fondi in quattro paesi, incluso il Myanmar, nell’Asia-Pacifico nel 2019.

George Soros è stato anche accusato di oscillazioni pesanti nei mercati finanziari dei paesi; la fattispecie nel 1997, quando è stato il protagonista che ha avviato la crisi finanziaria in Thailandia che ha portato alla rovina di molte attività commerciali thailandesi – in alcuni casi portando a suicidio. Gli era stato anche fatto notare il suo potenziale per essere una delle parti che produrranno guai nello Stato di Rakhine al fine di rallentare la Belt and Road Initiative cinese.

“Temo che sarebbe diventato troppo personale quando parlo. Questo ha anche a che fare con gli affari. Penso che, nel periodo 1993-1994, abbia giocato con le finanze in Thailandia, cosa che ha causato molti problemi agli imprenditori. Molte delle imprese di costruzioni si sono piegate, alcuni imprenditori si sono suicidati. Quindi penso che uno dei suoi obiettivi sia che l’economia cinese stia crescendo troppo rapidamente. Il PIL sta andando alle stelle. Lui gioca con le finanze. È nel suo interesse fomentare i problemi in Rakhine in modo che One Belt One Road rallenti e i suoi investimenti siano protetti. Tutti noi – governo, cittadini, etnie – dobbiamo procedere con cautela quando si tratta di questo. La storia mostrerà chi ha ragione e chi ha torto “, ha detto Zaw Aye Maung, Ministro di Rakhine Ethnic Affairs, nella sua intervista di Akonthi Media il 7 novembre 2018.

L’ex ministro dell’Unione e attualmente parlamentare Soe Thane aveva anche detto che George Soros ha versato ingenti fondi per gli affari bengalesi. Come affermato sul sito web di OSF, nel 2015 aveva raccolto 10 milioni di dollari in fondi di emergenza per i bengalesi.

Dopo i 10 milioni di dollari per bengalesi / rohingya, la fondazione aveva anche finanziato la fondazione di Kofi Annan, un membro chiave della commissione formata per indagare sugli attacchi dell’ARSA nel 2017, come dichiarato sui siti web della Fondazione Kofi Annan e dell’OSF.

DVB, Yangon Journalism School, Thabyay Education Foundation, Mal Daw Clinic, Equality Myanmar, Myanmar Observer Group Media Group, Institute for Strategy and Policy: Myanmar, Myanmar Institute for Peace and Security, Pen Myanmar, Myanmar China Pipeline Watch Committee, Myanmar Center to Empower Regional Parliaments, Network for Human Rights Documentation Burma (ND-Burma), Bangladesh Legal Aid and Services Trust, Irrawaddy Publishing Group sono tra i tanti che sono stati dichiarati partner dall’OSF. L’OSF aveva anche affermato che il gruppo Fortify Right, un gruppo che combatte per i diritti bengalesi sotto la bandiera dei diritti umani, è stato anche finanziato da esso una volta.

Le osservazioni e le speculazioni abbondano sul fatto che su oltre 100 organizzazioni collegate a George Soros in Myanmar, molte di loro sono collegate all’Organizzazione per la cooperazione islamica (OIC), l’organizzazione dietro la causa avviata dal Gambia presso l’ICJ. A causa di fughe di dati a seguito di un attacco informatico nel 2016, è stato anche scoperto che l’OSF aveva pagato tra 50mila e 300mila dollari per organizzazione a circa 50 gruppi, media e gruppi di attivisti politici.

Il libro scritto da Soe Thane, ‘Myanmar’s Transformation and U Thein Sein: An insider’s account by U Soe Thane’, afferma anche che George Soros, secondo il suo modus operandi di dipingere l’immagine che vuole attraverso sontuosi finanziamenti in tutto il mondo, aveva anche cercato di fare lo stesso con il governo del Myanmar.

L’autore del libro, l’ex ministro dell’Unione Soe Thane, racconta di come George Soros e l’allora presidente Thein Sein iniziarono i contatti fino ai progetti sociali che furono portati avanti in collaborazione.

E che George Soros aveva cercato di estrarre le informazioni che desiderava dal governo, andando poi a investire una grande quantità di fondi negli affari dei Rohingya (come originariamente affermato nel libro).

Si dice che Thein Sein e George Soros si siano incontrati nel 2012, con quest’ultimo che ha sostenuto progetti educativi e sanitari. Nel 2013, George Soros ha incontrato il presidente, Aung San Suu Kyi e altri ministri. Il libro afferma anche che ha incontrato solo Aung San Suu Kyi e altri ministri al Myat Taw Win Hotel di Nay Pyi Taw, dove ha soggiornato. Sempre nel 2014 e nel 2015, ha incontrato di nuovo il presidente, poi incontrando lo stesso autore Soe Thane, spingendolo a richiedere al presidente di nominare Thaung Tun come ministro per fare il giro del mondo per attrarre investimenti nel paese. Quella richiesta è stata respinta dal presidente in seguito, secondo il libro.

Il libro prosegue anche affermando che il 13 gennaio 2017, George Soros è tornato a Nay Pyi Taw per incontrare Aung San Suu Kyi e il giorno successivo Thaung Tun è stato nominato Consigliere per la sicurezza nazionale.

Quando Thaung Tun doveva ricevere la carica di ministro dell’Unione, Soe Thane si era opposto. “Lavoro dalla precedente amministrazione. So molto bene come sono collegati Thaung Tun, il governo precedente e George Soros. Io sono il testimone. Ma il tempo era poco, e avevo solo me stesso come prova. L’altra cosa è che quando Thaung Tun ha inviato le sue informazioni dettagliate, tutto ciò che riguarda il lavoro con Soros è stato cancellato. L’altra cosa è che ho inviato un’e-mail in America. Se arriva la risposta, può essere utilizzata come prova ma così come stanno andando le cose non si farà in tempo. Si conosce meglio. Deve dimostrare di aver lavorato con George Soros prima se è onesto e presumo che sia disonesto perché aveva nascosto quell’informazione. George Soros è influente negli Stati Uniti e anche se è solo per la posizione di consigliere per la sicurezza nazionale, un giorno arriverà a danneggiare le relazioni Cina-Myanmar. Sono in buoni rapporti con Thaung Tun e andrà bene se non avessi detto niente. Ma devo dirlo per la nazione perché so di più di queste cose. Per ora, le prove sono difficili da trovare. Non è che non volessi che ottenesse quella posizione. Ho detto il mio messaggio ai parlamentari e al popolo “, ha detto Soe Thane in risposta ai media riguardo alla sua obiezione. Non è come se non volessi che atterrasse in quella posizione.

OSF è legalmente autorizzato ad aprire uffici in Myanmar nonostante la necessità di tagliare alcuni dei tentacoli dell’OSF in oltre 100 organizzazioni in Myanmar a causa delle diffuse accuse di George Soros che lui, attraverso l’OSF, sta manipolando nella politica delle nazioni. Mentre lo scopo esatto della visita di Alexander Soros in Myanmar deve ancora essere chiarito, la sua pagina sui social media aveva mostrato di aver incontrato il ministro dell’Unione per l’istruzione, Myo Thein Gyi.

https://elevenmyanmar.com/news/alexander-soros-in-myanmar-a-week-before-xis-visit

 

 

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le truppe russe si schierano in Nagorno-Karabakh, A cura di: Geopolitical Futures

La pesante sconfitta sul campo delle forze militari armene in Nagorno-Karabakh ha segnato apparentemente un grande smacco per la diplomazia russa.  In realtà è solo una battuta di arresto non irrimediabile. La vera sconfitta, con l’onta dell’ignominia, sia pure nell’ombra l’ha subita la Unione Europea. Il Governo armeno, distaccandosi progressivamente e discretamente dalla Russia, ha cercato in questi anni di assecondare e di appoggiarsi sempre più sulla UE e sui due principali paesi dell’Unione, ricevendone scarso sostegno economico e un sostegno diplomatico e militare del tutto illusorio e vacuo. La lezione dell’Ucraina, come pure quella della ex-Jugoslavia, evidentemente non è bastata. Da qui si comprende in parte l’atteggiamento inizialmente tiepido dei russi a sostegno degli armeni; l’altra parte è dovuto alla necessità di non deteriorare irreversibilmente i rapporti con l’Azerbaijan e di non concedere ulteriori spazi alla Turchia di Erdogan. Da qui il preoccupante e tragico isolamento e il collasso della propria presunta superiorità militare, stando agli antefatti, proprio nel momento di maggior attivismo politico-militare della Turchia a sostegno dell’Azerbaijan.

Il Governo e la popolazione armeni sono semplicemente l’ultima, purtroppo non ancora l’ultima, vittima della ecumenica retorica europeista del “volemose bene”, della illusione che la relativa forza economica sia sinonimo di indipendenza politica, autorevolezza diplomatica e forza militare.

L’ulteriore conferma che l’UE, più che una entità politico-diplomatica attiva, è una realtà finalizzata a neutralizzare ed impedire ogni rigurgito di sovranità e autorevolezza degli stati europei e a favorire i giochini opportunistici di bassa lega dei vari paesi, in primis la Germania, a completo rimorchio di strategie altrui. Tutta l’ansia e la precipitazione nel riconoscere anzitempo l’insediamento di Biden alla Casa Bianca sono la classica ciliegina sulla torta di un comportamento miserabile e controproducente persino al più ottuso dei servi._Giuseppe Germinario

le truppe russe si schierano in Nagorno-Karabakh

L’accordo di cessate il fuoco di martedì è una vittoria strategica per il Cremlino.

A cura di: Geopolitical Futures

Contesto: da settembre, Armenia e Azerbaigian sono impegnate nell’ultimo round di combattimenti per il Nagorno-Karabakh. Russia, Turchia e Iran hanno tutti interessi nella regione strategicamente importante situata nel Caucaso meridionale. La Russia, che la vede come parte della sua zona cuscinetto critica, si è bilanciata tra le due parti, mentre la Turchia è una sostenitrice chiave dell’Azerbaigian.

Cosa è successo: dopo che la Russia, l’Azerbaigian e l’Armenia hanno firmato martedì un altro accordo di cessate il fuoco, il Cremlino ha iniziato a dispiegare forze di pace in Nagorno-Karabakh come parte dell’accordo di pace. In totale, la Russia invierà 1.960 soldati con armi leggere, 90 corazzati da trasporto truppe e 380 unità di equipaggiamento nella regione. Le forze di pace saranno di stanza lì per almeno cinque anni con possibilità di proroga. Il ministero della Difesa russo prevede di creare 16 posti di osservazione lungo la linea di contatto e il corridoio di Lachin. Le truppe dispiegate hanno seguito un addestramento per il mantenimento della pace e la maggior parte in precedenza ha prestato servizio in Siria. Saranno inoltre dispiegate unità di polizia militare. Sebbene il Cremlino avrà alcune comunicazioni con la Turchia attraverso un centro di monitoraggio situato in Azerbaigian , prevede di portare avanti la missione di mantenimento della pace da solo.

Conclusione: includendo un contingente russo di mantenimento della pace come parte dell’accordo di cessate il fuoco, Mosca ha rafforzato la sua presenza nel Caucaso meridionale e, cosa più importante, ha ripristinato il suo status di attore principale nella regione. Pertanto, l’accordo è una vittoria strategica per il Cremlino: offre a Mosca l’opportunità non solo di costruire legami più forti con l’Azerbaigian e aumentare la dipendenza dell’Armenia, ma anche di monitorare le azioni future della Turchia nel Caucaso meridionale.

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Homo Chip – I polli di Harari, isolati e connessi, di Elio Paoloni

 Homo Chip – I polli di Harari, isolati e connessi

Elio Paoloni

 

Tratto in inganno dal titolo – Homo Deus – avevo pensato all’ennesimo tentativo di deificazione dell’uomo, solito copione illuminista (satanico dovrebbe dire un credente). In effetti l’autore comincia con i soliti fuochi d’artificio sull’assurdità delle religioni e del concetto di anima, enumerando le catastrofi dovute alle superstizioni dei credenti. Però si diffonde anche sugli errori compiuti dai non credenti, quelli commessi dall’uomo “troppo umano”. E infine la bordata: l’uomo non è in grado di scegliere (e non stiamo parlando solo del libero arbitrio inteso religiosamente); crede di scegliere ma non lo fa: non solo perché non sa cosa è bene per lui ma proprio perché le scelte sono determinate materialisticamente, sono puro riflesso pavloviano. Per l’alfiere del “datismo” l’intera specie umana è un “sistema di elaborazione dati, con gli individui che assolvono la funzione di chip”.

 

L’uomo è solo un grumo di cellule, poco più di un ratto. L’unica differenza tra un uomo e un pollo – leggiamo – e che “l’uomo è in grado di assorbire più dati (ricordate che in base all’attuale dogma biologico – ma i dogmi non erano ciarpame? – emozioni e intelligenza sono soltanto algoritmi)”. Ma l’uomo succeduto al Sapiens non doveva essere Dio? No, evidentemente il titolo era sarcastico. Dal “noi siamo dei” al “noi siamo cacca”; inevitabile sviluppo. Uno come me, che crede che l’uomo sia stato fatto “poco meno degli Angeli”, a questo punto potrebbe lasciar perdere. Infatti si comprende già che partendo da queste premesse si arriverà a proporre l’abolizione di famiglie, comunità, culti, partiti, patrie, in favore del dominio della tecnica, in particolare dell’algoritmo. I politici saranno poco più che amministratori di condominio: Fratello Google saprà tutto di noi, momento per momento, anche la frequenza del respiro, e predisporrà, adatterà ogni cosa. Niente più errori, niente più carestie, niente più pandemie; vivremo 400 anni (i privilegiati ovviamente) e piripi e piripà. Non stupisce che nel 2013 Google abbia lanciato una controllata chiamata Calico, la cui missione era “risolvere il problema della morte”. Ed è noto che la «parabiosis» non è più riservata ai vampiri, ma è offerta dalla start-up Ambrosia a chiunque sia disposto a spendere 8 mila dollari per seduta. L’ingegneria genetica è assai vicina a dare vita a uomini privi delle imperfezioni che affliggono gli Homo sapiens. Apprendisti stregoni crescono.

 

Non avremo più bisogno di prendere decisioni, di fare passi inopportuni, di scegliere alcunché. Tutto sarà deciso per noi nella maniera più efficiente. Questo dissociato prende in esame la vicenda di Romeo e Giulietta per auspicare la soluzione tecnologica: “occorre fare in modo che i desideri inopportuni non sorgano mai. Pensate a quanto dolore si sarebbe potuto evitare se invece di bere il veleno avessero potuto semplicemente indossare un casco in grado di reindirizzare il loro sventurato amore verso altre persone”. Mi chiedo perché non ha indossato lui il casco, invece di accasarsi con lo sventurato “marito” (insieme al quale, tramite la società Sapienship, ha donato un milione di dollari all’Organizzazione mondiale della sanità – curioso, no?).

 

Fin qui nulla che non abbiamo abbondantemente subodorato. Conosciamo queste distopie. Ma il cocco di Mark Zuckerberg e Barack Obama va oltre: se fin qui Sua Divinità l’Algoritmo è sempre stato associato a due o tre Grandi Sacerdoti, siano ormai in prossimità di un mondo nel quale l’Algoritmo si autoregola, si autoriproduce, crea la realtà. “Gli uomini sono meri strumenti per creare “Internet-di-Tutte-le-Cose” (…) Questo sistema cosmico di elaborazione dati sarebbe come Dio. Sarebbe ovunque e controllerebbe tutto quanto. Gli umani sono destinati a fondersi in lui”.

 

Se, insomma, ci era sembrato che si trattasse del solito prometeismo “umanista”, scopriamo che Harari è il Prometeo dei microchip. Se ogni tanto, da esperto manipolatore, l’israeliano fa mostra – lo faceva soprattutto in altri suoi libri – di deprecare certe derive della tecnica, qui si palesa invasato dalla prospettiva, ansioso di fondersi nel radioso futuro cyber.

 

Veniamo al dunque: il meschino scriveva queste cose nel 2015 e prevedeva mestamente tempi lunghi per la scomparsa del fastidioso Sapiens. Ora questi tempi si sono accorciati. Cogliendo al volo (o creando?) l’occasione dell’infopandemia, i signori dell’algoritmo stanno catapultandoci in pochi mesi nel mondo dell’assenza di relazioni, di corporeità, di comunità, di culto, persino del focolare. La trasformazione dell’uomo in monade, in ameba eterodiretta, preparata da decenni, sta per giungere a maturazione. Saremo isolati e connessi, volenti o nolenti, consapevoli o inconsapevoli, a qualcosa che non conosceremo, che non possiamo, non dobbiamo conoscere.

All’ombra del sole ottomano_con Antonio de Martini

Il conflitto tra Armenia e Azerbaijan riporta alla luce rivalità secolari nell’area del Caucaso.

Con esse emerge ormai la Turchia, un attore sempre più spregiudicato che non esita a giocare su più tavoli, dal Mar Nero, al Mediterraneo, all’Egeo, alla Siria, alla Libia, all’area turcomanna. Una spregiudicatezza che lascia intuire sostegni e coperture evidentemente solide a sufficienza. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

 

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