DALLE PRIMAVERE AGLI INVERNI DI SOROS. SARANNO CALDI, MOLTO CALDI di Giuseppe Germinario

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UN TORRIDO INVERNO

Questo insolito tepore ottobrino, così siccitoso, lascia presagire un torrido ed infuocato inverno.

Dal punto di vista meteorologico potrebbe essere una previsione troppo azzardata; previsioni del tempo attendibili riescono a coprire un arco di tempo ancora troppo breve, di pochi giorni.

È la temperatura politica del pianeta, in particolare negli Stati Uniti e in Europa, che pare surriscaldarsi sino a sfiorare pericolosamente il punto critico di formazione di tempeste distruttive e roghi devastanti.

Provo a collegare, più o meno avventurosamente, quattro episodi apparentemente avulsi tra essi.

  1. Il discorso di Trump all’ONU_ Il 19 Settembre scorso Trump ha pronunciato il suo primo e per ora unico discorso all’ONU. Sul sito ne abbiamo già parlato con dovizia http://italiaeilmondo.com/2017/09/24/httpssoundcloud-comuser-159708855podcast-episode-13/

http://italiaeilmondo.com/2017/09/27/massimo-morigi-a-proposito-del-podcast-episode-13_-lo-smarrimento-dei-vincitori-di-gianfranco-campa/  ; allo stato attuale, potremmo arricchire e corroborare le nostre valutazioni con una ulteriore supposizione. Quel discorso così apparentemente contraddittorio e paradossale potrebbe essere in realtà un tentativo particolarmente sofisticato e pericoloso di mettere a nudo le debolezze, l’inconcludenza e l’avventurismo delle strategie di quello staff militare dal quale è ormai circondato e che sta cercando di erigere una vera e propria barriera in grado di filtrare rigorosamente i contatti del presidente americano. Sembra voler dire: “volete lo scontro con la Russia e la Cina, l’Iran e la Corea del Nord? Ve lo offro su un piatto d’argento e vediamo se avete la reale intenzione e capacità di portarlo avanti, con quali rischi e a che prezzo!”

Il recente viaggio degli esponenti del ramo prevalente dei Saud, dei regnanti quindi dell’Arabia Saudita, in Russia può essere d’altro canto letto non solo come un sussulto di autonomia di quella classe dirigente di fronte allo stallo della politica di destabilizzazione in Medio Oriente e al recupero di autorevolezza della Russia di Putin; ma anche come una sorta di diplomazia parallela e per interposta persona che le forze fautrici dell’avvento di Trump alla Presidenza Americana continuano a portare avanti. Le aperture ben più esplicite dei generali egiziani alla Russia da una parte e i contatti di Bannon, il mentore ufficialmente disconosciuto e reietto, in realtà ancora costantemente e discretamente consultato dal Presidente, con la dirigenza cinese sembrano confermare l’esistenza di questi doppi canali di comunicazioni e di relazioni.

  1. Lo scandalo a sfondo sessuale del produttore cinematografico americano Weinstein e le rivelazioni di wikileaks sul traffico di uranio con la Russia alimentato da personaggi politici di spicco del Partito Democratico americano hanno una cosa essenziale in comune. Entrambi colpiscono al cuore gli esponenti più importanti e decisivi della coorte che ha sostenuto e determinato in questi decenni l’ascesa e il consolidamento dell’affermazione del sodalizio tra neoconservatori e democratici americani. Più che i danni materiali e i vizi privati sbandierati sui media, risalta l’irrimediabile deterioramento di immagine e di credibilità del costrutto ideologico e mediatico sul quale si sono fondati trenta anni di politica estera e di gestione interna di quel paese.

Gli uni assestano un colpo tremendo all’ipocrisia disgustosa del politicamente corretto tanto fervido ed accorato nell’ostentare le pubbliche virtù e la coerenza del rispetto della dignità umana, quanto certosino nel coltivare nel privato della persona e nei canali riservati delle relazioni politiche i soprusi, le sopraffazioni, le meschinerie, i mercimoni più interessati.

Gli altri rivelano le relazioni e gli interessi inconfessabili di una classe dirigente così apertamente ostile alla formazione di un mondo multipolare, la quale ha individuato nella Russia di Putin il nemico acerrimo della pacificazione unipolare e globalistica, salvo intrattenere con settori di essa gli affari e i commerci più loschi. Le vittime sacrificali predestinate appaiono il produttore Weinstein e il politico Podesta, ma il capro espiatorio finale appare ben più emblematico.

  1. L’Open Society di Soros si è vista rimpolpare in breve tempo il proprio salvadanaio di ben 18.000.000.000 (diciotto miliardi) di dollari.gentiloni-soros Una cifra stratosferica in grado di impressionare manipolatori persino particolarmente adusi e avvezzi al denaro come Soros, in grado di muovere eserciti, bande armate, contestatori, manifestanti e Pussy Riot di mezzo mondo. Sino ad ora il nostro paladino delle libertà e del soccorso umanitario ha utilizzato un doppio metro di comportamento al centro e alla periferia dell’Impero, nonché nei confronti dei riottosi più ostinati esterni ad esso. Apertamente violento e destabilizzatore ai margini; più cauto e pervasivo, più suadente man mano che le trame riguardavano la geografia prossima al centro dei poteri. Qualcosa, evidentemente, comincia a cambiare in questa strategia in maniera assolutamente radicale. Come non bastasse saltano nuovamente alla ribalta organizzazioni, quasi sempre legate al filantropo e beneficiarie dei più disparati finanziamenti pubblici e privati, spesso concessi dagli stessi rappresentanti delle vittime delle loro azioni; tutte dedite, con solerzia e qualche dose inevitabile massiccia di stupidità ed ottusità, alla compilazione di liste di prescrizione foriere di una prossima caccia all’untore. Tra queste brilla ultimamente, secondo RT, https://www.rt.com/news/407347-rt-guests-list-ngo/ , l’associazione http://www.europeanvalues.net/ ,con questo documento http://www.europeanvalues.net/wp-content/uploads/2017/09/Overview-of-RTs-Editorial-Strategy-and-Evidence-of-Impact.pdf e secondo questo interessante documento fondativo, corredato da un elenco dei finanziatori sorprendente, ma non troppo http://www.europeanvalues.net/wp-content/uploads/2013/02/VZ2015_ENG_FIN.pdf L’analogia con la caccia alle streghe del Maccarthismo degli anni ’50 è inquietante. A ruoli invertiti, è probabile che le squadracce che vediamo infiltrate nelle manifestazioni di strada antisistema, prointegrazione e via dicendo, diventino lo strumento di giustizia sommaria e di fomentazione provocatoria di questi filantropi.
  2. L’investimento mortale a Charlottesville, in Virginia, di due mesi fa,riviera24-luca-botti-strage-los-angeles-390786 la drammatica strage del cecchino (dei cecchini?) a Las Vegas di due settimane fa, ancora coperta da una fitta e misteriosa coltre di nebbia da cui emergono i sussurri più inquietanti; il tentativo di secessione in Catalogna e lo stesso referendum nel quadrilatero lombardo-veneto annunciano alcune variazioni essenziali sul tema della strategia del caos perpetrata in questi ultimi anni. Le modalità di svolgimento di questi eventi apparentemente sconnessi lasciano sospettare, rispettivamente, a volte una vera e propria provocazione, altre volte una istigazione, altre ancora una manipolazione e per finire una capacità di cogliere opportunità. Non si tratta, quindi, semplicemente, di un complotto ordito a tavolino sin nei particolari; troppo semplicistico! Quanto, piuttosto, di sfruttamento di opportunità create e utilizzate in un contesto di crescente instabilità e di emersione di nuove forze antagoniste, spesso confuse e contraddittorie. Un terreno, tra l’altro, sul quale diventa particolarmente difficile ed insidioso l’intervento politico di forze sovraniste, specie quelle più sensibili alla suggestione della democrazia dal basso e della superiorità dei progetti autonomistici e localistici.

La “strategia del caos” che sino ad ora ha interessato i paesi riottosi al predominio unipolare, in particolare la Russia, ha investito le zone di confine e di contesa ai margini dell’impero, come il Nord-Africa, il Medio Oriente, in parte il Sud-Est Asiatico, l’estremità dell’Europa Orientale pare investire sempre più da vicino i luoghi e la geografia centrale dei centri di potere e delle formazioni sociali connesse attorno secondo gli stessi propositi degli attori-mestatori.

È il segno che lo scontro politico sta investendo direttamente questi centri di potere, piuttosto che essere condotto da essi per interposte persone; li sta costringendo ad un confronto diretto sempre più aspro e risolutivo.

Richiederà il sacrificio di alcuni illustri capri espiatori, alcuni dei quali particolarmente in auge nell’immediato passato.

Nel Partito Repubblicano neoconservatore abbiamo visto cadere qualche testa illustre, ma ancora senza particolare crudeltà.

Nel Partito Democratico americano, la ricomposizione che si sta tentando con buone probabilità di successo tra la componente pragmatica vicina ad Obama e la componente social-radicale prossima a Sanders, il candidato sconfitto da Hillary Clinton alle primarie, in parte lui stesso nominalmente esterno al partito, ma generosamente ricompensato con una buona presa e radicata presenza all’interno di esso, richiederà probabilmente il sacrificio ben più sanguinoso di una intera dinastia politica: quella dei Clinton. Sanguinosa riguardo al futuro delle carriere politiche, ma anche a quello degli averi e della sicurezza economica del sodalizio.

La figura che più si potrebbe attagliare a quella di Hillary Clinton, potrebbe essere metaforicamente proprio quella di Maria Antonietta, vittima predestinata della Rivoluzione Francese.

La signora Rodham Hillary C. si presenta come il capro espiatorio perfetto sul capo riverso della quale costruire le fortune di una nuova classe dirigente ansiosa di liquidare al più presto l’attuale mina vagante dello scenario politico americano: Donald Trump. Una classe dirigente ancora in grado di controllare la quasi totalità delle leve di potere e di controllo e di legarsi ai settori tecnologicamente più vivaci, ma sino ad ora incapace di dare un respiro strategico alla propria iniziativa che riesca a garantire una sufficiente coesione della formazione sociale americana e a coinvolgere in una nuova versione del sogno, buona parte del resto del mondo. Il cumularsi di errori grossolani e di una gretta difesa degli interessi di costoro e la boria legata ad un inguaribile senso di superiorità rischiano di far precipitare quel paese in una crisi analoga a quella che ha prodotto la guerra di secessione di metà ‘800, ma dagli effetti ancora più distruttivi piuttosto che creativi in un contesto di potenza declinante. Non solo, ma di lasciare i propri orfani e sodali disseminati nel mondo, soli ed esposti ad affrontare con scarso sostegno le intemperie e a cercare col tempo nuovi ripari, più per se stessi che per il gregge da accudire, come ogni buon Gattopardo o Generale Badoglio che si comandi.

 La forza e la possibile sopravvivenza delle componenti che hanno espresso Trump risiede proprio nella debolezza strategica dei suoi avversari, piuttosto che nella solidità dei propri mezzi.

Su questo “Italia e il Mondo” cercherà di concentrare la propria attenzione e le proprie scarse energie sin dai prossimi articoli con lo scopo di individuare le opportunità e gli spazi di formazione di una nuova classe dirigente così necessaria a questo nostro “pauvre pays”.

I BUOI OLTRE LA STALLA, di Giuseppe Germinario

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Nell’attuale compagine governativa pare finalmente emergere il paladino di un protezionismo mirato, il fautore della “messa in sicurezza del paese”: Carlo Calenda. Il ministro aveva evidenziato al pubblico le proprie doti di chiarezza e determinazione (https://www.youtube.com/watch?v=MW0ERHOqqr4 ) già nel suo primo intervento da ministro del Governo Renzi all’assemblea di Confindustria. L’intervista al Corriere della Sera del 1° gennaio (  http://www.corriere.it/economia/17_gennaio_01/calenda-una-rete-protezione-difendere-interessi-nazionali-2ecfb74e-d05c-11e6-a287-5b1c5604d8ca.shtml  ) sembra infine tracciare chiaramente il nuovo orientamento  delle forze dette progressiste, della possibile grande coalizione che si va profilando con le prossime elezioni o quantomeno del perpetuarsi dell’attuale gioco politico nelle mutate condizioni del contesto interno e internazionale. Più che i punti salienti dell’intervista, facilmente desumibili dal testo, mi paiono significative piuttosto quelle espressioni che delimitano l’orizzonte culturale e politico, quindi la sostanziale inadeguatezza della attuale classe dirigente, della quale Calenda mi pare uno dei migliori esponenti, ad affrontare le sfide in atto. L’Italia anello debole dell’Europa “rischia di esserlo se si interrompe il percorso che ha iniziato a portarci fuori dalla crisi, e mettere in sicurezza il Paese, dopo la sconfitta sulle riforme istituzionali, richiede un cambiamento di strategia“; “entriamo in una stagione dove il nazionalismo economico si rafforzerà in tutto il mondo. Non dobbiamo abbracciarlo, ma neanche essere impreparati ad affrontarlo”; “questo non vuol dire limitare gli spazi di mercato, ma essere in grado di reagire quando viene distorto o manipolato, anche con regole scritte ad hoc, per indebolire il nostro tessuto economico”; “dovremmo da subito lavorare al progetto di una nuova Europa con i Paesi fondatori, ma oggi la priorità è vincere i populismi”; i settori prioritari sono “L’industria, dando supporto solo a chi investe in innovazione e internazionalizzazione con strumenti automatici che eliminino l’intermediazione politica e burocratica, come abbiamo fatto con il piano Industria 4.0. Analogo lavoro va fatto nei settori del turismo, della cultura, dove moltissimo è già stato realizzato, e delle scienze della vita”; “Nessuna forza politica, da sola, potrà portare il fardello delle scelte che si renderanno necessarie. La stessa legge elettorale va disegnata tenendo presente questo scenario, che “chiamerà” probabilmente una grande coalizione.”; “Questo esecutivo assolverà al suo compito se sarà il ponte tra la stagione importantissima di rottura del governo Renzi e quella di messa in sicurezza del Paese che dovrà portare avanti il prossimo esecutivo, mi auguro sempre con Renzi alla guida”.

Alla luce di queste dichiarazioni l’intenzione di “fare sistema” e l’obbiettivo di “ricostruire una rete fatta di grandi aziende, pubbliche e private, e di istituzioni finanziarie capaci di muoversi all’occorrenza in modo coordinato, tra di loro e insieme al governo” appaiono rispettivamente meno realistica e poco coerente.

Appaiono più che altro un ripiego legato al soprassalto di nazionalismo economico e all’ondata di populismo; esauritosi il primo e sconfitto il secondo non resterebbe che riprendere coerentemente le politiche comunitarie di creazione di un mercato unico nel rispetto delle regole stesse di mercato.

Da dirigente e manager, più spesso da politico e da ministro, abbiamo ascoltato Calenda difendere il liberismo dal suo peggior nemico: il dogmatismo liberista. Critica giustamente, anche se tardivamente, l’assunzione pedissequa di un modello economico astratto, associato negli ultimi venti anni alla retorica magnifica e progressiva della globalizzazione, ma ritiene l’intervento politico di regolamentazione e l’intervento pubblico diretto nelle scelte gestionali e di investimento un evento straordinario, un espediente o uno strumento temporaneo teso a ripristinare il mercato. Di fatto quel dogma che cerca di cacciare dalla porta rientra surrettiziamente dalla finestra. Un dogma che impedisce di vedere il mercato come una combinazione infinita e variabile di dirigismo e di libertà di iniziativa, di protezioni e di spontaneità, di regolamentazione della circolazione e delle caratteristiche dei prodotti e delle merci, di tutela della proprietà e del patrimonio la cui particolare peculiarità dipende da determinati rapporti di forza politici/economici che delimitano la formazione di una o più aree di influenza. Paradossalmente la “libertà” e la “spontaneità” di scelta e circolazione individuale si liberano con la vittoria egemonica di centri strategici, di un paese e di una formazione sociale in grado di stabilire un perimetro di influenza, le regole di funzionamento e le necessarie trasgressioni, il grado e gli ambiti di liberismo e dirigismo.

In base a questa dinamica fondamentale i paladini del dogma liberista e della globalizzazione, sia gli oltranzisti che i pragmatici, solitamente diventano i sostenitori della politica di potenza nei paesi egemoni e della sudditanza nella periferia della sfera di influenza.

Può sembrare una diatriba puramente accademica; spesso assume le vesti di una discussione riguardante la mera correttezza o i meri errori, l’irrazionalità di scelte ed indirizzi. In realtà è un paradigma la cui ostinata adozione comporta delle profonde implicazioni, tutte negative, in termini di adeguata analisi politica e di perseguimento di strategie e di obbiettivi altrettanto adeguati all’attuale lunga congiuntura che stiamo attraversando; una adeguatezza che si deve misurare rispetto al livello di autorevolezza, di forza, di benessere e coesione che una classe dirigente degna di questo nome intende realisticamente raggiungere per sé e per il proprio paese.

Il nazionalismo economico appare quindi un incidente e un accidente della storia da rimuovere al più presto per riprendere il cammino verso la costruzione di una comunità globale quando in realtà pervade le vicende politiche e il conflitto economico sin dalla prima formazione degli stati nazionali sia nella forma a prevalenza liberista propugnata dalle formazioni dominanti, sia a quella a prevalenza protezionistica delle formazioni in ascesa o in posizione difensiva nell’agone internazionale. Nella fattispecie dell’Unione Europea il nazionalismo economico appare solo oggi agli occhi dei liberisti dogmatici, ma solo perché è finalmente caduta la maschera della retorica europeista basata sulla distruzione degli stati nazionali che celava sotto mentite spoglie il dominio politico dello stato nazionale americano frutto di una schiacciante vittoria militare e il conflitto e la regolazione continua di esso tra gli stati nazionali componenti l’Unione. Una retorica nefasta che ha illuso e neutralizzato le ambizioni delle formazioni più fragili; che ha bloccato sul nascere, con la retorica della costruzione del mercato comune dei consumatori propedeutica alla unione politica, l’opzione di De Gaulle, negli anni ’60, di una concomitante costruzione europea fondata sugli stati nazionali, sulla creazione concordata di grandi aziende, frutto di accordi, compartecipazioni, integrazioni paragonabili a quelle americane, sulla fondazione di una politica estera autonoma. Una retorica che interpreta come contingente ciò che in realtà sarà strutturale e pervicace ancora per lungo tempo.

Se il nazionalismo economico va contenuto e neutralizzato, l’avversario da battere in questo frangente è il populismo o sedicente tale. Anche in questo caso si assiste ad una sorta di dissociazione dell’azione politica strategica dall’attuale contingenza quasi che la lotta al populismo debba comportare una sospensione del programma di integrazione europea.

Il “reddito d’inclusione” come gli altri singoli e parziali provvedimenti redistributivi assumono la caratteristica di un rozzo strattagemma dal sapore assistenziale teso a fronteggiare la deriva politica.

Gli investimenti, per altro radi, sono proposti come semplice volano per rilanciare la domanda. L’aspetto strategico di questi ultimi e la loro possibilità di realizzazione ottimale sono sicuramente inficiati dal tramonto del progetto di riorganizzazione istituzionale ed amministrativo legato all’esito referendario. È la stessa loro natura, però, legata quasi esclusivamente all’ammodernamento delle infrastrutture che potrà certamente migliorare l’efficienza del sistema ma che non determinerà di per sé una direzione di sviluppo che interrompa l’attuale processo di declassamento.

Si arriva quindi al cuore degli argomenti e degli indirizzi posti da Calenda.

Ricostruire una rete” solo per contrastare “distorsioni e manipolazioni del mercato” significa di per sé precludersi una gamma di interventi “assertivi” più volte utilizzati in passato nei momenti di costruzione e di crisi dell’economia del paese.

TRE QUESITI AL NOSTRO MINISTRO

Il proclama, però, glissa clamorosamente su tre importanti questioni alla mancata o erronea risposta delle quali corrisponde esattamente la velleità del progetto.

  1. Quali strumenti si intende utilizzare per trattenere in Italia il risparmio e le riserve che con l’attuale struttura finanziaria continuano a migrare massicciamente all’estero e a rientrare parzialmente, in mano però a gestori estranei al controllo nazionale? Il collocamento azionario di Poste Italiane, la sua sempre più marcata scissione dalla Cassa Depositi e Prestiti (CDP), l’ingresso di fondi esteri nella stessa CDP, il fallimento della costituzione di una banca per il Mezzogiorno, il fantasma di una banca di credito alle piccole e medie imprese, l’utilizzo della CDP per indebolire la forza ed il controllo delle grandi aziende strategiche residue piuttosto che il loro rafforzamento, l’attività di raccolta delle banche ormai largamente legata al collocamento di titoli di terzi e al ruolo di collettori sono scelte in netto contrasto con il proclama.
  2. Come si intende esercitare il necessario controllo e condizionamento sulle scelte di quelle aziende strategiche e leader nei vari settori che dovrebbero partecipare alla rete? L’indifferenza se non la compiaciuta e reiterata connivenza che Calenda, così come Renzi, Monti e la quasi totalità della classe dirigente degli ultimi trenta anni hanno ostentato nella inesorabile cessione all’estero della proprietà e controllo non solo delle aziende strategiche del settore finanziario, energetico, delle infrastrutture e dell’alta tecnologia ma ultimamente anche delle aziende leader di numerosi distretti industriali e della rete commerciale e logistica mi sembra faccia a pugni con il sussulto di sovranismo verbale ed estemporaneo del nostro ministro. In alcuni casi queste cessioni hanno determinato uno sviluppo dell’attività produttiva, nella grande maggioranza di casi un rapido ridimensionamento ed impoverimento; comunque un incremento di spese di risorse pregiate, comprese le attività di ricerca, utilizzate come incentivi e destinate ad essere valorizzate altrove e una subordinazione a strategie decise altrove. Le vicende della FIAT, della TELECOM, dell’industria degli elettrodomestici tra le tante parlano da sole.
  3. Come si intende costruire quella necessaria rete di agenzie funzionali ai grandi progetti di intervento infrastrutturale e di investimento diretto un tempo presenti, pur tra innumerevoli carenze, e smantellata sciaguratamente a partire dalla metà degli anni ’80 in concomitanza con il processo di regionalizzazione delle competenze?

Nell’intervista non troviamo né le giuste domande e questo va a scapito dei professionisti dell’informazione, né tantomeno le risposte adeguate e convincenti.

IL CAVALLO DI BATTAGLIA. L’INDUSTRIA 4.0

Il limite dell’orizzonte interpretativo di Calenda si svela proprio nel progetto fondativo della sua azione: il programma di sviluppo dell’industria 4.0.

L’enfasi e le aspettative sono del tutto giustificate.

L’implementazione dell’industria 4.0 è iniziata ormai da parecchi anni prima negli USA poi in alcuni paesi dell’Europa Centrale.

È un processo che si realizzerà ancora attraverso lunghi anni; che segnerà in maniera diversa i vari settori produttivi; che cambierà i modelli di organizzazione aziendale; che porterà ad una maggiore integrazione delle attività sia nella verticale che nell’orizzontale delle relazioni gestionali; che sconvolgerà una delle basi sulle quali si forma la stratificazione sociale, in particolare la formazione degli strati intermedi professionali e di quelli con competenze elementari.

È un modello operativo concepito per le grandi imprese e le grandi unità amministrative e gestionali.

Manca sino ad ora una definizione rigorosa di industria 4.0; riguarda comunque un processo di digitalizzazione ed informatizzazione che preveda la costruzione di reti informatiche e telematiche, l’acquisizione ed elaborazione dati e la conseguente trasmissione digitale di comandi operativi e adattivi nelle varie fasi comprese quelle produttive (internet delle cose) secondo processi modulari predeterminati ed introiettati nei software applicativi.

Il controllo e l’elaborazione nei primi due ambiti sono appannaggio pressoché esclusivo dell’impresa americana e senza una integrazione e concentrazione dell’industria e della ricerca europea, tutt’altro che promossa dalle istituzioni comunitarie e dai suoi governi nazionali costitutivi, difficilmente potrà essere scalfita seriamente. Rimangono gli ultimi due ambiti; in questi il nostro paese soffre di ulteriori handicap legati alla dimensione ridotta delle aziende, alla perdita di controllo dei distretti industriali, alla merceologia dei prodotti legati soprattutto alla componentistica specie meccanica piuttosto che al prodotto finito, a settori tradizionali di produzione piuttosto che innovativi.

Un contesto quindi che rende se non impossibile più problematica e costosa l’implementazione dei processi, che tende a concentrarla nei settori dedicati all’esportazione.

Una condizione che richiederebbe un intervento politico ancora più assertivo (un termine ormai ricorrente nel linguaggio di Calenda) rispetto ad altri paesi nella ricerca, nella creazione di piattaforme industriali adeguate, nel coordinamento del processo di integrazione, nella trasmissione delle competenze informali  nelle piccole aziende, nel sostegno delle necessarie figure professionali che in altri contesti sono le stesse grandi aziende a creare e tutelare.

Su quest’ultimo aspetto, ad esempio, il Governo Renzi pur avendo ancora una volta centrato il problema, lo ha ridotto ad una mera tutela assistenziale e normativa di alcune categorie professionali autonome esterne agli attuali ordini.

Affermare al contrario il carattere indifferenziato del processo di informatizzazione, l’irrilevanza quindi di settori strategici; supportare genericamente l’industria attraverso “sistemi automatici” e neutri di incentivazione nei processi di innovazione ed internazionalizzazione; celare dietro l’importanza dei settori complementari nel garantire la coesione della formazione sociale la necessità dello sviluppo dei settori strategici comporta di conseguenza assecondare la tendenza “spontanea” al declassamento dell’economia italiana, alla concentrazione degli investimenti, nel migliore dei casi, nel mero ammodernamento tecnologico degli impianti produttivi digitalizzati secondo standard stabiliti dalle aziende leader e da quelle in grado di progettare e collocare i prodotti finiti, alla drammatica concentrazione degli investimenti in un numero limitato di aziende. Tale scelta, altrettanto unilaterale di quella delle elargizioni ad personam può contribuire nel migliore dei casi all’ammodernamento dell’apparato produttivo residuo, almeno di quelle aziende che dispongono dei capitali necessari ad anticipare l’investimento. I quattro competence center al contrario sono pressoché irrilevanti nel qualificare almeno alcuni dei settori di punta, come del resto ben evidenziato dall’economista Mariana Mazzucato.

IL RITORNO ALL’OVILE

Il Ministro sembra quindi assecondare la tendenza storica dell’industria italiana a coprire i settori e le tecnologie mature e complementari e a scoraggiare sul nascere quei sussulti di leadership che in alcuni frangenti sono emersi ma che sono stati prontamente soffocati con la complicità dei settori più retrivi dell’imprenditoria. Il declino dell’Olivetti, dell’industria nucleare, della chimica fine sono lì a testimoniare la ricorrenza di questi sussulti ma anche la mancanza di autorità e maturità politica necessarie a stabilizzarli. Calenda sembra voler in realtà stroncare sul nascere la loro possibilità di emersione. La sua ritrosia ad abbandonare gli stereotipi del dogmatismo liberista lo porta ad esaltare le ambizioni di un progetto velleitario che comporterà la dilapidazione e la dispersione delle poche risorse nei vari meandri dei settori economici e nelle mani di centri strategici concorrenti ed avversari; diventa patetica se confrontata con la capacità organizzativa americana, avviata già dagli anni ’90 ad integrare strettamente il ruolo pubblico e privato nel settore dell’innovazione attraverso numerose agenzie, con la guasconeria francese che da oltre sei anni ha creato addirittura il Ministero della Guerra Economica, con il carattere tetragono dell’organizzazione industriale tedesca già in corsa da oltre dieci anni su questi processi.

Ho accennato all’inizio di inadeguatezza di questa classe dirigente, ma il termine è sin troppo giustificativo ed assolutorio. Si tratta, piuttosto, di una incapacità che trova alimento, forza e giustificazione in quei centri e settori che non trovano di meglio che trarre potere e profitto da quei settori ed interstizi sempre più ristretti concessi dai centri e dalle formazioni dominanti. Il predominio americano ed il bipolarismo imperante sino agli anni ’80 ha consentito una certa benevolenza del predominante ed una rarefazione dei competitori. Il multipolarismo incipiente può aprire teoricamente nuove opportunità e nuove libertà; rischia al contrario di attirare un maggior numero di predatori sulle prede magari ancora pasciute ma disarmate rispetto al livello di conflitto raggiunto.

Calenda anche su questo sembra avere le idee chiare. Nell’intervento citato all’inizio prende atto della fine della visione idealistica del processo di globalizzazione. Invita quindi gli imprenditori ad essere selettivi ed oculati nel cogliere le opportunità; suggerisce loro di voltare gli occhi verso gli Stati Uniti, glissa elegantemente sugli ingenti danni subiti per la sciagurata subordinazione nel sostegno alle sanzioni contro la Russia, all’intervento in Libia, alla destabilizzazione della Siria e all’ostracismo all’Iran, tutti principali partner economici del nostro paese ovviamente nel rispetto di quelle regole diplomatiche e di mercato che hanno consentito alla inglese BP di sostituire l’ENI nella partecipazione allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, alle aziende meccaniche tedesche la Breda-Ansaldo italiana nella ristrutturazione delle ferrovie regionali, all’americana FCA la FIAT nella produzione di automobili.

Viva Farinetti, abbasso Mattei. Viva il mercato, abbasso il paese. Tanta nobiltà d’animo comporta sacrifici ma va certamente ricompensata. Ci stanno pensando i nuovi benefattori d’oltre alpe, offrendo presidenze, consulenze e titoli onorifici. Montezemolo, il mentore di Calenda e Tronchetti-Provera ne sono fulgido esempio tra tanti.

Desta meraviglia quindi l’improvvida esaltazione della conversione del Ministro da parte di uno studioso accorto come Giulio Sapelli (  http://www.ilfoglio.it/politica/2017/01/04/news/calenda-economia-premier-subito-113597/ ). Spero che si ravveda prima che Calenda rischi davvero di diventare Premier

 

IL GROVIGLIO DEI CETI MEDI, di Giuseppe Germinario

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IL GROVIGLIO DEI CETI MEDI, tratto dal sito www.conflittiestrategie.it
19.06.2011 conflittiestrategie 0 Comments
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Questo blog ha evidenziato, sin dalla sua nascita, la natura del conflitto tra gruppi dominanti in corso nel nostro paese ed il carattere assolutamente opaco assunto da questo negli ultimi venti anni seguiti alla caduta del sistema sovietico.

La progressiva prevalenza della componente antinazionale più retriva, sia pure contrastata con qualche efficacia per alcuni brevi periodi, non è dipesa certamente dalla forza della componente economica di questi gruppi strategici. Se le vestigia superstiti della industria strategica, a fronte di una relativa ricostituita solidità economica susseguente alle scellerate privatizzazioni di fine secolo, hanno sofferto, nella definizione di una strategia minimamente coerente, delle oscillazioni e dei pesanti condizionamenti politici strategici, anche nella loro veste economica e finanziaria, interni ed esterni alle strutture, quelle della relativamente grande industria privata complementare hanno rivelato la sua pressoché inesistente autonomia, sia economica che finanziaria, ben più accentuata rispetto ad analoghe componenti di altri grandi paesi europei. Vicende come la Telecom, la Pirelli, il Nuovo Pignone, la Montedison, la Fiat; il destino in gran parte segnato dell’industria agroalimentare di grandi dimensioni; la propensione ben incentivata a riconvertire l’utilizzo degli scarsi capitali verso lo sfruttamento parassitario delle concessioni, l’utilizzo di figure imprenditoriali, Montezemolo e Della Valle tra i tanti, come semplici coperture dell’ingresso, senza alcuna garanzia di pariteticità delle condizioni operative negli altri paesi europei, di grandi società straniere anche nelle grandi infrastrutture delle comunicazioni hanno rivelato l’estrema debolezza di queste figure ed il loro asservimento supino alle componenti bancarie-finanziarie e di gruppi americani e franco-anglo-tedeschi. Una totale assenza di autonomia, sia pure nella loro subalternità strutturale, che impedisce la costruzione di una parvenza di blocco sociale che sia qualcosa di più di una sommatoria di interessi corporativi giustapposti. Niente di paragonabile alla forza e alla ricchezza espressa dai cotonieri americani che ha permesso loro di ritardare, per quasi un secolo, l’avvento della potenza statunitense. La loro debolezza e frammentazione è compensata, però, dalla presenza capillare, nei gangli vitali dello stato, di componenti che hanno saputo conciliare, in maniera articolata ed autonoma tra di loro, la difesa oltranzista delle proprie prerogative con il rafforzamento dei legami con i vari apparati della potenza dominante e di quelle di secondo rango, in questo facilitati dalla pervasività del sistema ormai pluridecennale di alleanze internazionali. Di fronte alla tenacia di questi legami, le componenti strategiche più autonome avrebbero dovuto compensare la debolezza di uno scenario internazionale ancora privo di potenze alternative di rango paragonabile a quello degli USA con la costruzione di una solida alleanza riformatrice e nazionale con i ceti produttivi medio-bassi, ormai da decenni pervasi da aspirazioni di rinnovamento tanto forti quanto incapaci, da soli, di costruire una reale piattaforma politica e, sulla base di questo, operare per una radicale rifondazione degli apparati statali, almeno di quelli più importanti . Sono state queste reciproche debolezze a produrre il “monstrum” politico di questi ultimi venti anni, fatto di coalizioni ibride nella loro composizione politica e sociale delle quali una, la sinistra, sempre più appiattita nel ruolo ancillare, l’altra percorsa da un dibattito carsico paralizzante; entrambe attraversate da fibrillazioni superficiali tanto frenetiche, quanto stucchevoli e artefatte.

Siamo, tuttavia, all’epilogo della farsa con qualche barlume chiarificatore, valido non solo per i pochi illuminati e raziocinanti, ma anche con il rischio concreto che settori significativi di questi ceti, per reazione, finiscano volontariamente nelle fauci dei loro carnefici divoratori. L’eventuale conferma del trend delle elezioni amministrative e dei referendum lascerebbe presagire ben poco altro di buono se non la nudità penosa dell’attuale re Silvio.
L’incantesimo si è rotto, con il rischio di produrne un altro, più breve, ma da incubo.
Sui riferimenti e referenti internazionali delle parti in causa il blog si è espresso con dovizia di analisi.
Nell’agone nazionale l’oggetto della contesa, quello che determinerà il successo definitivo, almeno nei prossimi anni, di uno dei contendenti, sarà certamente il ceto medio.
Ma, affidarsi allo strumento concettuale, alla categoria di “ceto medio” per dirimere la questione e individuare strategie politiche, è come assumere il nodo gordiano come intreccio idealtipico da adottare per imparare a districare, appunto, i nodi.
In una visione dualistica dei rapporti sociali la quale assume direttamente la teoria della formazione e realizzazione di plusvalore come criterio di analisi di una formazione sociale e come strumento di formulazione di una battaglia politica e di composizione del relativo blocco sociale, il concetto di ceto medio si risolve regolarmente, da un secolo a questa parte, in una categoria ripostiglio dove nel peggiore dei casi sono incasellate figure residuali più o meno ricondotte, a torto o a ragione, a modi di produzione precedenti sopravvissuti, se non proprio parassitarie; nel migliore, anche figure innovatrici delle quali non si riesce a comprendere, però, del tutto la natura.
E’ il dilemma su cui si è impantanato, tra i tanti, per oltre venti anni, il PCI e che, alla fine, con l’ultimo suo autorevole gruppo dirigente, quello berlingueriano, ha risolto sbrigativamente e capziosamente con il “compromesso storico”.
Ma già parlare di ceto per individuare un segmento tanto informe quanto esteso in un sistema teorico fondato sulle classi e sul rapporto sociale di produzione evidenzia un salto logico che rende impossibile
ogni analisi scientifica e ogni strategia politica coerente e conseguente. Da una parte frammenta, in diversi blocchi sociali antitetici, figure sociali che, in determinate formazioni e in determinati contesti politici, dovrebbero invece convivere e contrapporsi, uniti, ad altri blocchi sociali; dall’altra le aggrega forzosamente impedendo l’individuazione delle differenze di ruolo e di interessi e creando di fatto situazioni di conflitto sterile e controproducente.
Sulla schizofrenia di una divisione fondata, secondo le convenienze, a volte sul binomio classe operaia, padroni, a volte su quello dipendente, datori di lavoro, entrambe con il terzo incomodo degli autonomi-proprietari, ha poggiato l’incapacità di vedere ad esempio, anche tra i dipendenti, ampi settori di ceti intermedi e tra gli autonomi, importanti segmenti pauperizzati e dequalificati o, ancora, ceti intermedi qualificati professionalmente, importanti dal punto di vista della funzione, senza, però, un riconoscimento economico corrispondente.
Altrettanto mistificatoria e controproducente, da questo punto di vista, è la visione sociologica prevalente di ceto medio legato al concetto di status sociale, alla percezione di sé della figura, alla capacità di reddito e alla modalità di consumo, esplicitamente tesa alla riproposizione e affermazione del sistema democratico occidentale. Vero è che, nella sua attuale componente critica più seria e impegnata politicamente, la sociologia intravede i pericoli “autoritari” insiti in questa fase di transizione; cerca di risolverli, però, con una politica di “costruzione del ceto medio” fatto di tutela dei redditi, formazione professionale e politiche liberali generalizzate che prescindono da strategie concrete di potenza e di investimenti correlati.
Sulla prima si sono fondate le battaglie, tanto radicali quanto suicide, condotte dalla metà degli anni settanta, degli appiattimenti salariali, degli inquadramenti avulsi dalle capacità professionali, degli inquadramenti nel pubblico impiego legati, a seconda dei casi, più che altro all’anzianità e alla discrezionalità più o meno complice e connivente; per non parlare delle battaglie ultradecennali, moralistiche e legalitarie, sull’evasione fiscale che hanno avuto la capacità quasi miracolosa di accomunare da una parte i ceti intermedi autonomi e borghesi parassitari e “generativi”, secondo la definizione recente di Bagnasco, e dall’altra i dipendenti a prescindere dalla loro collocazione produttiva, con reciproche scomuniche e reciproci anatemi tesi, comunque, a giustificare la sempiterna contrapposizione tra destra e sinistra ormai fuori dallo spazio e fuori dal tempo; per non dimenticare, a proposito di parassitismo, l’uso criminale e indecente di strumenti come la cassa integrazione straordinaria abbinata all’immobilismo nella riconversione industriale.
Contrapposizioni, in realtà connivenze più o meno consapevoli che hanno creato le premesse, con la degenerazione delle aziende strategiche in carrozzoni chiamati “industria pubblica” e, con il gonfiamento parassitario della spesa pubblica, per la svendita del patrimonio industriale e l’inamovibilità di abnormi quantità di ceti parassitari.
Con questo siamo praticamente arrivati ad oggi.
Riguardo alla seconda visione, quella sociologica, essa appare in evidente difficoltà per tre motivi:
non riesce a spiegare come mai i ceti intermedi si stiano sviluppando in maniera abbastanza pacifica in paesi come la Cina, la Russia, nel Sud-Est Asiatico e via dicendo, tutt’altro che legati al modello occidentale;
non riesce a spiegare il carattere antinazionale ed individualistico, piuttosto che democratico, della quasi totalità delle rivoluzioni colorate e della loro aperta strumentalizzazione e asservimento alle strategie geopolitiche del paese dominante;
non riesce a comprendere l’inutilità e l’insostenibilità di una politica della domanda, specie di spesa pubblica; dell’incompatibilità di una politica di generale liberalizzazione, anche nei settori strategici, con quella di mantenimento e rafforzamento della sovranità; la necessità, invece, di investimento nei settori strategici che funga da risorsa per la strategia politica e da traino per le economie nazionali.
In realtà, la sopravvivenza di un concetto così generico e generalizzante permette la riesumazione, contro ogni evidenza, di teorie come la proletarizzazione e pauperizzazione sino alla semplificazione progressiva in due classi delle formazioni sociali o come quelle sociologiche tese a nascondere la realtà delle strategie politiche in conflitto e della conseguente sussunzione delle risorse a queste.
I più pragmatici, al contrario, mantengono questo concetto, acquisendone, secondo convenienza e propensione, singoli aspetti parziali senza la capacità di cogliere una visione di assieme del problema e, fomentando anch’essi, di fatto, contrapposizioni sterili o aggregazioni controproducenti, ma con qualche fondamento maggiore nella realtà.
Questo blog, invece, sta cercando nuove vie, con un protagonista in grado di tracciare il solco e far intravedere la direzione e i comprimari di allargarlo e diramarlo verso altre varianti.
In attesa di nuovi termini, legati a definizioni rigorose frutto di una teoria più adeguata delle formazioni sociali la quale individui un ulteriore livello di analisi, forse meno astratto, ma comunque più complesso di quello dei rapporti sociali di produzione, si potrebbe adottare il termine di ceti o strati intermedi avendo come criteri di classificazione il potere decisionale nell’interpretazione e attuazione delle politiche decise dai gruppi strategici dominanti, il livello di competenza professionale tecnica e procedurale, aspetti considerati singolarmente e in combinazione.
Un criterio, quindi, legato al ruolo operativo nella formazione sociale, piuttosto che al reddito, allo status e ai rapporti giuridici più o meno riconosciuti. Questo permetterebbe di inserire con una certa precisione le figure chiave presenti negli apparati burocratici, di servizio pubblici e privati, nonché nelle attività produttive ed economiche di grosse dimensioni nei livelli medio alti, in quelle medio-piccole anche nelle componenti imprenditoriali.
In seconda istanza permetterebbe la classificazione di altre figure importanti magari dal punto di vista sociologico, secondarie, rispetto alle nostre finalità di ricerca; potrebbero essere i commercianti, gli artigiani, i proprietari di una certa importanza, essenziali da un punto di vista numerico, meno da quello della valenza strategica.
Un altro concetto da recuperare, con un significato più ampio di quello attribuito dalla sociologia, è quello di costruzione dei ceti medi; concetto che permette di aprire la strada al progetto politico da costruire, nella fattispecie il nostro, e alle figure che dovrebbero sostenerlo o avversarlo.
Prima di approfondire il concetto di costruzione degli strati intermedi vorrei, però, sottolineare alcuni aspetti essenziali:
non è vero che gli strati intermedi si stiano depauperando nella loro gran parte;
è vero, piuttosto, che stanno aumentando i fattori di rischio e precarietà iniziale legati ai processi di formazione e inserimento, soprattutto nelle attività professionali autonome. Piuttosto che impoverire, questo aspetto crea delle barriere alla mobilità sociale verso l’alto e favorisce i processi di corporativizzazione; più banalmente, una famiglia facoltosa, piuttosto che povera, può sopportare più facilmente i tempi di ingresso ritardati, rispetto a qualche decennio fa, dei propri figli nell’attività professionale a pieno regime; come pure l’ingresso in analoghe figure, come dipendenti, è molto più selettivo sulla base del sostegno familiare.
I ceti intermedi, in realtà, sono quelli che stanno subendo e promuovendo i radicali processi di ristrutturazione, riorganizzazione e ricomposizione delle competenze necessarie; tende a ridursi la necessità di competenza tecnica legata ai procedimenti (“idiotismo di mestiere”), aumenta la richiesta di competenza legata alla conoscenza del servizio o del prodotto, alla loro collocazione.
Il termine “costruzione dei ceti medi” sottende l’estrema importanza delle scelte politiche di fondo (strategiche) nel determinarne ruolo, quantità e composizione.
Una prima interpretazione letterale e ironica del termine, quella più semplicistica eppure ancora drammaticamente attuale nel contesto italiano, porta alla consapevole elefantiasi di interi settori amministrativi dei vari apparati statali, sia di quelli coercitivi che di quelli di servizio, ma anche di alcuni settori operativi di servizio pubblico e parapubblico (scuola, servizi sociali, le stesse forze di sicurezza). Tale ipertrofia, oltre ai costi ormai insopportabili, genera logiche di riproduzione di meccanismi che distorcono pesantemente le modalità e le logiche di erogazione del servizio tese soprattutto al mantenimento e alla crescita della struttura con forzature evidenti delle necessità e distorsioni della “mission”. La scuola, la cultura, l’intrattenimento ed il consumo culturale, i servizi di assistenza sociale, in buona parte la sanità sono settori che soffrono pesantemente di queste logiche. Non riguarda solo i dipendenti diretti, ma gran parte del cosiddetto terzo settore e delle attività private collaterali dove è collocato, comunque, una componente significativa di figure qualificate.
Si tratta, con ogni evidenza, di uno vero e proprio patto sociale scellerato, maturato negli anni ’70 e sviluppatosi ad oggi che, per poter essere in qualche modo mantenuto, porterà, ormai in tempi rapidi, al declino definitivo del paese. È una dinamica che non ha colpito solo gli apparati statali, ma anche alcune delle più grosse aziende come la FIAT sino agli anni ’90, con la prolificazione di quadri e capetti, le Poste degli anni ’90, con la prolificazione impressionante di quadri. È un segno, per quanto deleterio, di come la gestione di gruppi comporti scelte politiche anche nei territori apparentemente asettici delle imprese, nominalmente vincolate al criterio e alla fredda razionalità del “minimax”. La stessa inefficienza statale, la farraginosità e complessità di norme e proc
edure in quasi ogni campo della pubblica amministrazione (dal fisco, alla giustizia, alle concessioni e autorizzazioni) genera la ipertrofia di un ceto tanto preparato professionalmente quanto ridondante in condizioni di gestione più ordinarie.
Non si tratta, purtroppo, soltanto del solito ceto medio semicolto il quale, con modalità più appariscenti, conduce in prima linea la battaglia codina e conservatrice in questo paese, verso cui sempre più spesso, a ragione, si indirizzano gli strali del nostro blog; ma di una base ben più ampia, predominante in ampie zone del paese e radicata in tutti gli schieramenti politici, con qualche lacuna, forse, nella Lega.
Ovviamente e fortunatamente la composizione degli strati non si riduce a questo; vi sono altri milioni di persone inserite in maniera dinamica nei processi, soprattutto personale tecnico, professionale e dirigenziale, inserite in processi più virtuosi.
Resta la necessità di un radicale trasferimento di risorse verso gli investimenti, specie strategici e, quindi, una riorganizzazione e ridimensionamento di ampi settori.
Paesi come gli Stati Uniti, la Cina, in parte la Russia e molto meno l’India, in Europa parzialmente la Germania hanno dimostrato che il perseguimento di una politica di autonomia se non proprio di potenza, come per gli Stati Uniti, la concentrazione di risorse nei settori strategici hanno generato nuovi significativi strati intermedi professionalizzati e di gestione, quegli stessi che l’Italia continua da decenni a ripudiare.
È possibile gestire questa imponente riorganizzazione, rendere possibili i necessari e dolorosi compromessi transitori e soprattutto circoscrivere la resistenza reazionaria solo offrendo una prospettiva di rinascita, autonomia e indipendenza nazionale. È una prospettiva rischiosa in un contesto internazionale così fluido come l’attuale, ma certamente più promettente e dignitosa di un accomodamento servile ai capricci dei dominanti, ormai affamati di ogni briciola. Senza di ciò il paese è destinato a logorarsi e soccombere in una guerra intestina per la pura e in gran parte velleitaria difesa delle prerogative corporative di singoli gruppi, disposti a offrirsi mercenari pur di sopravvivere a scapito dei rivali e degli stessi strati popolari.
I cervelli che guidano la conservazione hanno ben presente la situazione e la necessità di coinvolgere, nei loro disegni, ampi strati intermedi produttivi. La recente relazione della Marcegaglia, presentata nell’ultima assemblea di Condindustria, pur nella sua sconclusionatezza, in diversi punti veramente impressionante, in particolare sulle politiche europee, nella sua polemica indirizzata alla Fiat, in realtà diretta anche al resto della grande industria, compresa quella strategica, contrapposta ai peana sulle virtù della piccola e media impresa impegnata sul mercato e disposta a riprendere il filo concertativo, rappresenta una cartina di tornasole.
Dal punto di vista sociale la realtà è molto più fluida di quello che appare.
Basterebbe osservare i processi di ricomposizione sindacale delle associazioni di artigiani, commercianti e piccoli imprenditori in antitesi alle politiche confindustriali ed affrancatesi parzialmente dalle tutele di partito, i tentativi di questi stessi gruppi sociali di qualificare la loro presenza operativa e politica nei centri urbani con le loro proposte di qualificazione dei centri storici.
La condizione di abbandono politico, culminata nel crollo dell’illusione ultradecennale berlusconiana, potrebbe spingere settori significativi di questi strati a rifugiarsi nell’ovile dove ci sono i lupi a fungere da pastori. Qualche segno inquietante lo si è visto nel trionfo di Pisapia e De Magistris, nonché nell’esito plebiscitario dei referendum. Resta qualche accenno fiducioso e sibillino in vari blog sulla possibilità di emersione di nuove figure politiche.
Un progetto politico e una prospettiva durevoli non si costruiscono, però, con improvvisi escamotages, ma con patti espliciti e solidi con settori dello stato e della grande impresa strategica, aperti alla discussione politica e capaci di influenzare anche gli strati più popolari.
Su questo la sinistra non ha alcuna chance di successo, ottenebrata com’è dal suo cosmopolitismo ideologico e dalla sua diffidenza congenita verso i movimenti di rinascita nazionale che rimettano in discussione le attuali condizioni dell’Italia nel contesto europeo e filoatlantico; tuttalpiù può condurre una esasperata politica dei diritti civili riservata a élites ristrette e una gestione contingente del malcontento comunque difficile da conciliare con l’accettazione delle attuali compatibilità europee e dell’ulteriore cessione di sovranità; questo in un momento in cui una parte degli stessi globalisti dominanti comincia a chiedersi quale ruolo riattribuire, bontà loro, agli stati, non certo quelli dominanti, i quali un peso determinante lo avranno sempre, ma anche quelli di rango inferiore.
La permanenza della vecchia guardia e il sorgere di una nuova ancora peggiore, format
asi alla scuola del FMI, della Comunità Europea e consimili, non lascia presagire cambiamenti positivi; del resto, si sa, che in periferia si tarda regolarmente a comprendere le novità, specie se in preda alla sindrome esterofila; un po’ come i futuristi italiani degli anni ’30 che in Italia vagheggiavano e tracciavano le meraviglie della modernità, salvo scoprire, nei loro viaggi a New York, che lì il futuro era già da tempo realtà.
Quelli, almeno, erano pervasi da spirito nazionale.
Allego il link di tre articoli precedenti con riferimenti allo stesso tema.

L’Araba Fenice del ceto medio (di Giuseppe G.)

L’Italia e l’euro plus ultra (di Giuseppe G.)

Assemblea programmatica PD: poco rumore per quasi nulla…per ora (di Giuseppe G.)

ΜΑΘΘΑΙOΝ (MATTEO), “DONO DI DIO” (2A PARTE) DI GIUSEPPE GERMINARIO, già apparso il 12 novembre 2014 sul sito www.conflittiestrategie.it

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Ripubblico due miei articoli su Matteo Renzi apparsi nel novembre 2014 sul sito www.conflittiestrategie.it
per leggere la prima parte, ecco il link http://www.conflittiestrategie.it/%ce%bc%ce%b1%ce%b8%ce%b8%ce%b1%ce%b9o%ce%bd-matteo-dono-di-dio-1a-parte-di-giuseppe-germinario

Nei pochi momenti riservati nei quali può concedersi il lusso di gettare la maschera dell’ottimismo ad oltranza, Matteo Renzi confida di aver legato il proprio destino all’esito del confronto in Europa.

Probabilmente si è trattato di un balon d’essai in vista di quello che potrà succedere nell’Unione Europea dalla prossima primavera; probabilmente Matteo Renzi è uno degli ami cui è attaccata l’esca che dovrà catturare i tedeschi, piuttosto che il rugoso pescatore che brandisce la canna. Non si può dire che abbia sortito l’effetto desiderato. Le sue richieste hanno assunto inizialmente l’aspetto di un atto d’imperio di un capo di governo, di uno statista; un impeto volitivo cui i nostri statisti negli ultimi trent’anni ci avevano del tutto disabituato.

In verità già il contenuto del contenzioso era assai modesto: il mantenimento del deficit sostanzialmente al 3% piuttosto che l’approssimarsi allo zero, l’abbattimento dello stock del debito di uno 0,1%, piuttosto che di uno 0,5, l’estrapolazione degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit nella speranza di un prossimo varo del piano di 300 miliardi di investimenti europei.

I possibili compagni di strada, i francesi compagni di partito, si sono ovviamente dileguati ed hanno preferito negoziare e mendicare per proprio conto, direttamente con la Cancelliera tedesca, le garanzie per le loro trasgressioni; lungo il percorso ne ha trovato un altro, l’inglese Cameron, la qual cosa lascia sospettare la reale finalità di quel test e i suoi possibili sponsor dalla “manina discreta d’oltreoceano”.

Il parto ha generato poco meno di un topolino con l’abbattimento dello stock ad uno 0,3% nominale e 0,4 effettivo rispetto allo 0,5 % preventivato dalla CE ed il mantenimento del deficit al 3%; la differenza tra la prosopopea e l’accondiscendenza sarà coperta dai fondi per gli investimenti degli enti locali, dal fondo per l’abbassamento delle imposte dirette e con il drenaggio di qualche ennesimo balzello; la quota di deficit da destinare alla domanda si riduce quindi drasticamente. Il carattere espansivo della manovra, già viziato, come vedremo, da una larga presunzione, subisce ahimè un ulteriore serio contraccolpo, sino ad invertirne gli effetti.

Rimane l’aspettativa recondita sui trecento miliardi aggiuntivi, così recita, almeno, il comunicato dell’ultimo Consiglio Europeo, da rimediare in parte dalle contribuzioni degli stati europei, in parte da finanziamenti privati; i primi proverranno comunque da fondi dei vari stati nazionali, quindi sotto forma di contribuzioni oppure dal dirottamento dei fondi strutturali inutilizzati; i secondi verranno elargiti con le necessarie garanzie sugli interessi oppure sulla possibilità di riscossione di rendite legate ad eventuali concessioni di sfruttamento. Dal punto di vista macroeconomico, l’eventuale carattere espansivo dipende dalla differenza tra contribuzione, rendite ed investimento e dalla capacità produttiva dei singoli paesi. L’eventuale saldo positivo per l’Italia dipenderà dalla capacità del Governo di ribaltare la posizione di contribuente europeo attivo, di riorientare i flussi destinati, anche per evidenti ragioni geopolitiche, in Europa Orientale a beneficio indiretto prevalente di Germania e Stati Uniti, di proporre ed utilizzare con efficienza gli investimenti eventuali. Un bel salto di autorevolezza che farebbe impallidire l’impulso volitivo manifestato da Matteo come poc’anzi descritto, ma con scarso costrutto. La sostanza, purtroppo, non pare molto diversa dalle aspettative illusorie manifestate da Bersani tempo fa in campagna elettorale.

L’analisi qualitativa dell’intervento di investimento dell’Unione Europea richiede, per di più, ancora ulteriore cautela nelle aspettative e nei giudizi. E’ indubbio che l’avvio di appalti e l’organizzazione di servizi innescano un incremento immediato ma temporaneo di redditi e domanda; rimane problematica l’analisi sugli effetti strutturali di questi interventi.

Esiste ormai una ampia letteratura, anche la più europeista, la quale esprime perplessità sugli effetti strutturali di questi investimenti. La conclusione più accettata e benevola, in quegli stessi ambienti, propende ormai per una ambivalenza degli effetti. Gli interventi sulle infrastrutture, sulle reti, sulla formazione comportano generalmente un miglioramento della qualità di vita, ma non innescano di per sé un processo di sviluppo ed innovazione diffusa; in mancanza di una politica industriale generatrice di attività e capacità autoctone possono al contrario acuire la polarizzazione e innescare una progressiva regressione. Occorre infatti contribuire a tessere tutta una trama di relazioni tra ricerca fondamentale, ricerca applicata, piattaforme industriali, commercializzazione, formazione professionale ed incentivazioni tali da innescare un processo endogeno di sviluppo e di formazione imprenditoriale. Una trama dall’esito incerto che può raggiungere vari livelli di complessità e di successo. In nome del libero mercato interno comunitario, della necessità di non penalizzare il libero gioco tra le imprese, ma anche della incapacità di gestire le rivalità tra gli stati nazionali, le politiche comunitarie si fermano alla fase propedeutica ed impediscono e ostacolano di norma e di fatto il più delle volte la formazione sia di nuova imprenditoria nei settori innovativi e nelle aree depresse, sia la formazione di aziende dalle dimensioni necessarie a sostenere la competizione internazionale anche oltre i confini della comunità europea.

Occorre, quindi, una politica nazionale di intervento parallela ed autonoma dalle direttive comunitarie che poggi su finanziamenti svincolati da tali direttive, sull’istituzione di agenzie dedicate capaci di coordinare i vari ambiti, sulla partecipazione delle grandi aziende strategiche superstiti e sul sostegno e il controllo di un sistema finanziario in grado di raccogliere il risparmio nazionale e orientarlo agli investimenti industriali; una politica consapevole dei limiti operativi della stessa grande imprenditoria privata, tutt’altro che propensa, il più delle volte, a superare determinate basse soglie di rischio non ostante l’epica dei capitani d’industria tuttora in auge. Lo hanno compreso da tempo al centro dell’impero; in Italia siamo ancora suggestionati dalle favole, salvo i pochi ben introdotti ai banchetti già imbanditi.

Dalla metà degli anni ’80, i governi del nostro paese hanno seguito una strada opposta: hanno liquidato e ceduto gran parte delle grandi imprese senza particolari riguardi alle loro prospettive; innescato processi di privatizzazione e di riorganizzazione in gran parte di tipo estorsivo e speculativo e riduttivi rispetto alle potenzialità di sviluppo; soppresso le agenzie dedicate, a cominciare dalla Cassa per il Mezzogiorno, dilapidando capacità professionali e trasferendo competenze a strutture decentrate inadeguate per massa critica e formazione necessaria; parallelamente alla drastica riduzione dei fondi europei destinati all’Italia, hanno ridotto progressivamente quelli nazionali e hanno convogliato quelli residui verso forme generiche e diffuse di agevolazioni dirette alle aziende sopprimendo contestualmente la defiscalizzazione dei salari nelle industrie meridionali; ridotto progressivamente e sterilizzato negli effetti applicativi gli investimenti in ricerca e trascurato ogni indirizzo nei pochi punti di forza del sistema economico come i distretti industriali.

Un processo scellerato che non si è ancora compiuto e promette ulteriori sviluppi nefasti; il ministero di Matteo, non ostante il petto gonfio, l’impeto patriottardo e il proposito rottamatorio, prosegue esattamente in questo solco: la politica di deficit, per quanto ampiamente ridimensionata dalle ingiunzioni comunitarie, rischia di essere velleitaria e controproducente in mancanza di un controllo e di un orientamento verso gli investimenti di lunga durata dei flussi finanziari e della moneta; gli investimenti nel solco delle attuali politiche comunitarie rischiano di assecondare, in cambio di benefici immediati fatui, processi di periferizzazione ormai innescati da alcuni anni.

Il risultato è l’impressione immediata di leggerezza, contraddittorietà e scarsa credibilità dei propositi governativi e soprattutto l’errore strategico dovuto all’incomprensione più o meno beata dei motivi dell’attuale politica di austerità a trazione tedesca; non solo di penalizzazione e soggezione della periferia e dei rivali economici europei, in primo luogo mediterranei, ma soprattutto di resistenza passiva ad una più accentuata dipendenza e soggezione alla potenza americana senza l’ambizione di rimettere in discussione le attuali gerarchie.

La conseguenza è una gestione dirompente e tendenzialmente antagonistica, ma incoerente delle contraddizioni tra i paesi europei e la tentazione sempre più irresistibile di dare ascolto alle sirene americane e di cercarne il sostegno in funzione antitedesca. Una tentazione ricorrente coltivata soprattutto nei momenti peggiori della storia repubblicana.

Ulisse conosceva gli appetiti delle sirene; Renzi, in qualità di traghettatore, probabilmente ritiene di avere una particolare immunità da quegli appetiti; una condotta dal probabile esito da sposo “mazziato e cornuto”; oppure, molto più verosimilmente, conta di offrire in sacrificio prede sufficienti a saziare il dio crudele e a risparmiare i sacerdoti del tempio.

IL VANGELO SECONDO MATTEO

I detrattori più sanguigni e superficiali tendono ad attribuire a Renzi l’assenza di pensiero e una contestuale sfrenata ambizione fine a se stessa; un errore madornale che induce alla sottovalutazione sistematica degli avversari politici e alla ricerca di una comoda posizione di testimonianza, predisposizione comune ormai ad intere generazioni di contestatori.

Nella fattispecie un equivoco nato anche dall’assenza di una esposizione sistematica della sua visione in prima persona.

L’apostolo Matteo, anche per l’innegabile arretratezza tecnologica dell’epoca fatta tutt’al più di tavolette piuttosto che di “tablet”, ma soprattutto per il suo fervore religioso, non ha esitato a mettere a repentaglio la propria vita pur di esporre la propria verità profonda.

Il Matteo contemporaneo fa invece il misterioso; si può dire che nasca già più “scafato”; affida al vate l’esposizione del pensiero profondo, riservando a se stesso la ben più divertente opera di divulgazione.

Il più accreditato in questa funzione è l’economista-matematico Gutgeld dal cui libro “più uguali, più ricchi” traggo alcune considerazioni utili a comprendere le linee di condotta e le contraddizioni del ministero renziano.

Vediamo di riassumere il pensiero in poche righe. Si parte dall’assunto della necessità di superare la contrapposizione tra la sinistra impegnata a garantire l’uguaglianza con l’aumento della tassazione e la destra intenzionata a stimolare l’iniziativa privata e la promozione individuale con la riduzione della tassazione, specie nella sua modalità progressiva, attraverso il taglio della spesa pubblica e il ridimensionamento dei servizi pubblici. Si tratta invece di passare dal principio di uguaglianza, reo di appiattire indistintamente il riconoscimento delle competenze e di impedire lo sviluppo, al principio di equità, in grado di garantire il merito e di estendere le occasioni di opportunità a prescindere dallo status sociale degli individui, capace di innescare sviluppo economico ma anche il più delle volte diseguaglianza. L’attuale condizione dell’Italia consente di sfuggire da questa dinamica; con l’eccezione della pubblica amministrazione, l’applicazione del criterio di equità riuscirebbe a garantire sia sviluppo che maggiore eguaglianza. Lungo la strada obbligata dell’integrazione europea, la chiave dello sviluppo si trova nella riorganizzazione radicale dell’amministrazione pubblica e dei servizi a parità di prestazioni, nell’abbattimento della spesa e dei livelli di tassazione e nella conseguente liberazione di risorse nel settore privato di per sé efficiente, meritocratico e fautore di sviluppo. Una gestione manageriale e l’adozione di criteri meritocratici sono gli strumenti necessari imprescindibili di questa riorganizzazione dello Stato. Si tratta, in questo contesto, di garantire servizi essenziali, in primo luogo scuola e sanità, di passare da una politica di monetizzazione del disagio ad una di offerta di servizi pagati secondo la capacità di reddito e di trasferire reddito da ambiti privilegiati, ad esempio i pensionati a sistema retributivo di fascia medio-alta, alle fasce più basse.

Tutto deve, quindi, concorrere alla liberazione della intraprendenza e della energia della società civile, garantendo comunque soglie minime di reddito .

COME LA GERMANIA, COME L’AMERICA

Indicata la bussola, a questo punto non resta che individuare meglio la rotta che Renzi intende intraprendere e i modelli di riferimento.

Da anni è invalsa l’abitudine, da parte dei responsabili politici, di aggrapparsi alle esperienze degli altri paesi pur di sostenere proposte evidentemente non in grado di affermarsi per forza intrinseca e per l’autorevolezza dei fautori.

Renzi non è da meno.

Il “jobs act” e la riduzione degli oneri fiscali societari (IRAP) sono i vessilli scelti dall’attuale nostro condottiero. In realtà sono una rappresentazione caricaturale delle politiche ben più organiche e radicali di quei due paesi.

Il “jobs act” statunitense è, in realtà, un insieme complesso di provvedimenti che riguarda del tutto marginalmente la regolazione giuridica del rapporto di lavoro dipendente; riguarda al contrario, tra i vari aspetti, una politica di investimenti che spazia da interventi keynesiani minimalisti al limite di un mero assistenzialismo ad investimenti importanti nei settori strategici ed innovativi; di modularizzazione e riorganizzazione del sistema di funzionamento della ricerca scientifica e dell’innovazione tali da integrare e fondere ulteriormente la ricerca scientifica militare e quella civile, quindi in grado di coordinare la ricerca fondamentale, quella applicata, la trasformazione in prodotti commerciabili attraverso piattaforme industriali adeguate per il tramite di una cooperazione e competizione dei vari soggetti pubblici e privati laddove le agenzie pubbliche, in particolare la DARPA, assumono un ruolo sempre più preminente. Il tutto supportato da una politica monetaria e finanziaria controllata e confortato dal peso della potenza di quella formazione sociale. Una politica che meriterebbe un’analisi adeguata, specie se comparata con le politiche europee e delle potenze rivali, la quale permetterebbe di valutare con più realismo i rapporti di forza attuali. Qualcosa di ben più complesso e paradossale rispetto alle favolette che ci propinano sui miracoli esclusivi dell’imprenditoria privata e alle prodezze mirabolanti degli imprenditori sorti dal nulla in quel paese delle quali si nutrono le stesse infatuazioni del nostro apostolo contemporaneo.

Il trasferimento fiscale dall’imposizione diretta, in particolare delle imprese, a quella indiretta sui consumatori e il dualismo nel mercato del lavoro introdotti più di dieci anni fa in Germania, sono anch’essi una piccola parte di una serie di provvedimenti e politiche; questi spaziavano da un controllo ferreo ed un intervento attivo del sistema finanziario centrale e delle banche locali, queste ultime rimaste fuori dai controlli comunitari, ad una integrazione pubblica dei redditi intaccati dal precariato, ad un sostegno importante alla ricerca scientifica anche se del tutto inadeguato rispetto a quello americano ed ora anche cinese, ad una politica di svalutazione, con l’introduzione dell’euro, rispetto alla rivalutazione di altri paesi europei in grado di favorire i volumi produttivi a scapito però, nel lungo periodo, della profittabilità e degli investimenti strategici. Sono politiche che possono poggiare sul punto di forza determinante di quel paese: la forza, il ruolo e la partecipazione pervasiva delle associazioni, specie professionali (sindacato, associazioni imprenditoriali e professionali) e dei partiti ed una struttura istituzionale sufficientemente coesa e molto più ordinata nelle gerarchie e nelle competenze rispetto a quella italiana

I MERITI, LE CONTRADDIZIONI E LE MILLANTERIE DI RENZI

Una analisi statica dell’azione di governo del nostro protagonista rischia tuttavia di portare ad una sottovalutazione della sua capacità di cambiamento e di dominio dell’onda giusta, spesso al di là delle sue stesse intenzioni; di dar torto ai “meriti storici”, probabilmente involontari che i posteri gli dovranno, forse a denti stretti.

Il modo con il quale Matteo Renzi sta gestendo i rapporti con l’Unione Europea e i suoi Stati più importanti sta sancendo definitivamente, grazie anche all’affermazione parallela dell’euroscetticismo, il declino della retorica europeista universalistica della quale in Italia Letta e Bersani sono stati gli ultimi malinconici e rassegnati epigoni; sta evidenziando che l’ambito europeista non è altro che un campo di azione particolare entro cui si esercita, dal dopoguerra, l’attività degli stati nazionali europei, più o meno indeboliti, e di quello statunitense attraverso i suoi vari centri di potere. L’esito delle prime esplicite scaramucce, accennate all’inizio di questo scritto, lascia però intravedere rapidamente il velleitarismo e la mistificazione della sua particolare conduzione del confronto; lascia presagire anche l’amaro destino cui rischia di andare incontro un paese esposto agli appetiti dei contendenti.

Ha saputo rappresentare con enfasi la necessità inderogabile di una riorganizzazione e di una gerarchizzazione dei vari livelli della struttura statale e degli organi istituzionali e probabilmente riuscirà a portare a termine l’incipit di quest’ultimo programma pur con tutti i limiti evidenziati nella prima parte dell’articolo.

L’aspetto costruttivo del suo dinamismo mi pare che si stia tuttavia arrestando qui.

Sulle conseguenze della sua politica europea mi soffermerò nella terza parte di questo scritto.

Sul secondo aspetto, già affrontato precedentemente, mi pare che il suo livore antiburocraticistico, giustificato dall’attuale conformazione degli ordinamenti amministrativi e delle loro funzioni, sottenda in realtà un’avversione a qualsivoglia modello operativo burocratico, quando proprio questa modalità operativa sta compenetrando, in forme più flessibili, sia la gestione pubblica che quella privata delle grandi imprese e delle grandi unità amministrative delle formazioni sociali dominanti in un processo avviato già negli anni del “new deal” americano. La spinta modernista rischia quindi di trasformarsi in una riproposizione retriva della contrapposizione tra l’immobilismo del burocratismo pubblico e la virtù della libera iniziativa individualistica in un paese che ha proprio nelle dimensioni ridotte delle aziende, nella loro gestione familistica e nella pletoricità e parassitismo di buona parte del ceto medio stesso, uno dei punti di debolezza più drammatici. Gli stessi propositi di trasferimento di risorse dai ceti cosiddetti privilegiati, titolari ad esempio della pensione retributiva a quelli più umili, titolari ad esempio delle pensioni sociali, non fa che accentuare significativamente quell’appiattimento verso il basso dei redditi a prescindere dal contributo professionale che le singole persone sono state e sono in grado di offrire, già innescato dai mutamenti tecnologici, dai modelli organizzativi adottati dalle aziende specie in una economia declinante come quella italiana. Una tendenza che, stando all’enfasi meritocratica strombazzata, dovrebbe essere contrastata vivacemente a favore di un dirottamento verso gli investimenti di risorse altrimenti immobilizzate in rendite, tesaurizzazioni o disperse fuori del paese.

E’ il momento quindi di passare alle contraddizioni stridenti e alle manifestazioni di ottimismo oltranzistico che caratterizzano sempre più gli atti di un politico stretto tra i proclami modernisti e le rappresentazioni bellicose dei propri comportamenti e la realtà di uno spazio di intervento circoscritto innanzitutto dalla sua collocazione politica e dai limiti che si è definito, quindi dalla precarietà e ambiguità delle forze disposte a sostenerlo, da una parte ed il contenuto reale, decisamente conformisti, di gran parte dei compromessi in via di maturazione sino a spingere il nostro a rifugiarsi progressivamente nelle proprie debolezze e a cedere alla propria indole di giocoliere.

Tralascio i giochini sulla realtà delle cifre riguardanti il taglio dell’IRAP e la restituzione degli ottanta euro. Sono somme al lordo di compensazioni o che comprendono conferme di agevolazioni degli anni precedenti

Più grave la rappresentazione della gestione delle vertenze riguardante aziende in crisi; sono regolarmente presentate come soluzioni positive semplici rinvii di liquidazioni e chiusure comunque in atto. Lo abbiamo visto, tra i tantissimi casi, con l’Elettrolux, con l’AST; tanto sotto traccia viene mantenuto il dibattito sulla quantità impressionante di aziende in via di chiusura e sulla sparizione di interi settori produttivi, compresa l’industria di base, quanto è incalzante la adulazione “dell’Italia che ce la fa”. La perdita di controllo di interi settori anche complementari è celebrata come un inno alla libertà imprenditoriale. Nessuna analisi qualitativa delle trasformazioni in corso nell’apparato produttivo del paese e soprattutto una spessa coltre omertosa a coprire la disastrosa continuità tra la liquidazione e destrutturazione del patrimonio industriale avvenute con le cessioni negli anni ’90 e l’attuale politica di privatizzazione e depotenziamento del residuo patrimonio industriale strategico e di base.

I suoi atti, spesso sono azzardi, come le defiscalizzazioni, giustificati anche come azioni propedeutiche alle contestuali riduzioni di spesa e riorganizzazioni delle strutture amministrative; con ciò ignorano bellamente la discrasia di tempi evidente tra i due processi.

Si sbandierano come alleggerimenti fiscali una politica di mero trasferimento dall’imposizione diretta a quella indiretta e tributaria senza riuscire a dirottare e concentrare le risorse verso quei settori in grado di far invertire l’inesorabile tendenza al degrado.

In nome della fruibilità immediata, si cerca di concentrare la spesa in interventi diffusi (edilizia scolastica), in grado forse di alleviare la crisi edilizia e riavviare il volano, in contrapposizione alle grandi opere; una presa d’atto, in pratica, della scarsa capacità di gestione di interventi più complessi, ma più incisivi nella prospettiva.

L’urgenza del consenso spinge, non ostante le nobili intenzioni, verso la scorciatoia facile della monetizzazione piuttosto che lungo la strada complessa dell’organizzazione dei servizi, come celebrato nelle pie intenzioni iniziali.

Più che la spinta dell’ottimismo, mi pare che a muovere le anime sia sempre più la frenesia e la fibrillazione dettate dal senso di claustrofobia.

Una frenesia condita di una retorica che lo sta rendendo sempre più prigioniero di ambiti ristretti della società, ma rappresentativi della direzione tutt’altro che attraente che sta prendendo il paese, almeno nella sua grande maggioranza.

Lo vedremo meglio nella terza parte dello scritto.

La prochaine Révolution française? Estratto di una intervista a Marine Le Pen apparsa su Foreign Affairs

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è un estratto significativo di una intervista pubblicata sulla rivista bimestrale Foreign Affairs di novembre/dicembre 2016 https://www.foreignaffairs.com/interviews/2016-10-17/france-s-next-revolution Mi pare rilevante soprattutto per l’interlocutore scelto. L’intervista è disponibile anche in inglese

France’s next revolution? Estratto di una intervista a Marine Le Pen dalla rivista Foreign Affairs


La prochaine Révolution française?
Conversation avec Marine Le Pen
Marine Le Pen
• Country: France
• Title: Leader of the National Front

Marine Le Pen a grandi en politique. Dès l’âge de treize ans, elle rejoint la campagne électorale de son père, Jean-Marie Le Pen, fondateur du Front National. Avocate, elle gagne sa première élection et est élue conseillère régionale en 1998. En 2011 elle succède à son père à la tête du Front National et commence à prendre ses distances avec les positions les plus extrêmes. Finalement, elle expulse son père du parti après qu’il eut réaffirmé que l’Holocauste était un « point de détail de l’histoire de la Deuxième Guerre mondiale ». Ces jours-ci, face à la crise migratoire en Europe, les attentats terroristes à Paris et à Nice et le Brexit, le message nationaliste, eurosceptique, et anti-immigrant de Marine Le Pen résonne. Selon les sondages d’opinion, elle est parmi les meneurs à la présidence française de 2017 avec deux fois plus de soutiens que le président sortant François Hollande. Marine Le Pen s’est entretenue en septembre, à Paris, avec Stuart Reid, journaliste à Foreign Affairs.
A travers l’Europe, les partis anti-establishment, dont le Front National, gagnent du terrain. Comment l’expliquez-vous?
Je crois que la liberté est une aspiration des peuples et que depuis de trop nombreuses années, les peuples des pays de l’Union Européenne, mais aussi peut-être le peuple américain, ont le sentiment que les responsables politiques ne défendent plus leurs intérêts mais défendent des intérêts catégoriels. Il y a une forme de fronde de la part des peuples à l’égard d’un système qui n’est plus au service des peuples, mais qui est au service de lui-même.
Pensez-vous qu’il y a des facteurs communs entre le succès de Donald Trump aux Etats-Unis et le vôtre ici en France?
Oui. Je trouve surtout qu’il y a des points communs dans la montée en puissance de Donald Trump et de Bernie Sanders. Tous les deux ont émergé sur ce rejet d’un système qui apparait profondément égoïste et même egocentrique et qui a mis de côté les aspirations du peuple. Donc, j’effectue un parallèle entre ces deux succès, car ce sont deux succès. Même si Bernie Sanders n’a pas été désigné, son émergence n’était pas prévue. Donc oui, je crois qu’il y a là vraiment dans beaucoup de pays du monde, un courant d’abord d’attachement à la nation, de rejet d’une mondialisation sauvage, un rejet de cela parce que c’est ressenti aujourd’hui comme une forme de totalitarisme. C’est imposé à toute force, la guerre de tous contre tous au bénéfice de quelques-uns seulement.
Vous avez déclaré « tout sauf Hillary ». Cela signifie-t-il que vous soutenez Trump?
J’ai bien été claire. Je pense que tout élu serait, dans ma vision, meilleur qu’Hillary Clinton. Je vise à être présidente de la République française donc je m’attache à l’intérêt de la France exclusivement. Je n’ai pas à me mettre dans la peau d’un américain pour savoir si la politique domestique proposée par l’un ou l’autre me va. Ce qui m’intéresse c’est quelles peuvent être les conséquences des choix politiques portés par Hillary Clinton ou par Donald Trump sur la situation de la France, économiquement, en matière de sécurité.
Or je note que Madame Clinton est pour le TAFTA (traité de libre-échange transatlantique, ndlr). Monsieur Trump est contre. Moi, je suis contre aussi. Je note que Mme Clinton est porteuse de guerre dans le monde, qu’elle a, derrière elle, l’Irak, la Libye, la Syrie et que ceci a eu des conséquences extrêmement lourdes pour mon pays, en terme, notamment de déstabilisation, de montée en puissance du fondamentalisme islamiste et de ces gigantesques vagues de migrations qui sont en train de submerger l’Union Européenne. Monsieur Trump souhaite une forme de retour des Etats-Unis dans leur cadre naturel. Madame Clinton pousse à cette forme d’extraterritorialité du droit américain, dont je crois que c’est une arme inadmissible pour des peuples qui souhaitent rester indépendants. Donc tout ça me fait dire que l’intérêt de la France aujourd’hui entre Hillary Clinton et Donald Trump, c’est plutôt la politique que promet Donald Trump.

JEAN-PAUL PELISSIER / REUTERS
Aboard the aircraft carrier Charles de Gaulle, Toulon, France, November 2015.
Le taux de chômage en France dépasse les 10%. C’est le deuxième taux le plus élevé parmi les membres du G7. Quelles sont, selon vous, les racines du malaise économique en France? Quelles solutions proposez-vous?
Aujourd’hui, tout le monde propose les solutions du Front National précisément. Nous avons enregistré une très belle victoire idéologique puisque j’entends Monsieur Montebourg (ancien ministre de l’Economie, ndlr) plaider pour le « Made in France », qui est un des axes défendus par le Front National.
Le taux de chômage est beaucoup plus important que cela, car il y a toute une série de magouilles statistiques mis en œuvre – les stages, les préretraités, le travail partiel – qui permet de ne pas faire entrer les français dans les statistiques du chômage.
Il y a plusieurs raisons (à un chômage élevé, ndlr). La première raison c’est le libre échange total, qui nous met en concurrence déloyale avec des pays qui effectuent à notre encontre un dumping social et un dumping environnemental sans que nous nous donnions les moyens de nous protéger et de protéger nos entreprises stratégiques à la différence de ce que font les Etats-Unis. Quand je vous parlais de dumping social, la directivedétachement des travailleurs qui fait qu’on va chercher des travailleurs à très bas coûts qu’on amène pour travailler en France est également une raison.
Le deuxième c’est le dumping monétaire que nous subissons. L’euro – le fait de ne pas avoir notre monnaie – nous met dans une situation économique extrêmement difficile. Le FMI vient de dire que l’euro était surévalué de 6 % en France et sous-évalué de 15 % en Allemagne. Ça fait un différentiel de 21 % de compétitivité que nous perdons, face à notre principal concurrent au sein de l’Europe.
Et puis, c’est aussi la disparition de l’état stratège. Cet état très gaullien qui portait en quelque sorte nos champions industriels et qui a été totalement abandonné. Vous savez, la France est un pays d’ingénieurs. C’est un pays de chercheurs. Mais c’est vrai que ça n’est pas un pays de commerciaux. Et que donc bien souvent, on s’aperçoit dans l’Histoire que nos grands champions industriels n’ont réellement pu se développer, que grâce à l’impulsion apportée par l’état stratège, en abandonnant ça, et bien on se prive d’un levier de développement très important.
Parlons de l’euro. Sur un plan pratique, et si vous obtenez le soutien populaire, comment vous y prendriez-vous?
Ce que je souhaite, c’est une négociation. Ce que je souhaite c’est une sortie concertée de l’Union Européenne où tous les pays sont autour de la table et décident de revenir au phénomène du serpent monétaire européen (une politique des années 1970 conçue pour limiter les variations de taux de change, ndlr) qui permet à chaque pays, de pouvoir, dans un espace délimité, adapter la monnaie à son économie. C’est ce que je souhaite. Je souhaite que ça se fasse dans la douceur, dans la concertation.
Beaucoup de pays aujourd’hui prennent conscience qu’ils ne peuvent pas continuer à vivre avec cette monnaie parce que la contrepartie de l’euro c’est la politique d’austérité dont on voit bien qu’elle contribue à aggraver la récession dans les pays. Je vous renvoie au livre que vient d’écrire (ndlr, l’économiste Joseph) Stiglitz, qui est très clair sur ce sujet. Cette monnaie est totalement inadaptée à nos économies et cette monnaie est une des raisons de la situation de chômage que vivent les pays de l’Union Européenne. Alors soit on arrive par la négociation, soit et bien nous ferons un référendum comme la Grande Bretagne, et on décidera de reprendre la maîtrise de notre monnaie.
Pensez-vous qu’un referendum sur un « Frexit » est envisageable?
En tout cas, moi, je l’envisage. Le peuple français a été trahi en 2005. Il a dit non à la constitution européenne ; les élus de droite et de gauche ont imposé contre sa volonté cette constitution européenne. Moi, je suis une démocrate. Je pense que c’est au peuple français de décider de son avenir et que tous ce qui touche à sa souveraineté, à sa liberté, à son indépendance doit être décidé par lui et par personne d’autre.
Donc oui, moi, j’organiserai un referendum sur ce sujet. Et selon les négociations que j’aurai effectué, je dirai aux français, « écoutez, j’ai obtenu ce que je voulais, je pense que nous pouvons rester dans l’Union Européenne », ou « je n’ai pas obtenu ce que je souhaitais, et je crois qu’il n’y a pas d’autres solutions que de sortir de l’Union Européenne ».
Quelles leçons tirez-vous du succès de la campagne britannique sur le Brexit ?
Deux leçons majeures. D’abord, quand le peuple le souhaite, rien n’est impossible. Et deuxièmement, on nous a menti. On nous a expliqué que ce serait la catastrophe ce Brexit, que les bourses allaient s’effondrer, que l’économie allait êtremise à l’arrêt, que le chômage de masse allait exploser. La réalité c’est que rien de tout cela ne s’est passé. Les banques aujourd’hui piteusement viennent nous dire, « ah, nous nous sommes trompées ». Non, vous nous avez menti. Vous nous avez menti pour essayer d’influer sur le vote, mais les peuples commencent à connaitre vos méthodes qui consistent à les terroriser lorsqu’ils ont un choix à faire. C’est une grande preuve de maturité dont a fait preuve le peuple britannique au moment de ce vote.
Ne craignez-vous pas que la France se retrouve isolée économiquement si elle sort de l’euro?
C’est exactement les reproches que l’on faisait au Général de Gaulle lorsqu’il souhaitait en 1966 sortir du commandement intégré de l’OTAN. La liberté n’est pas l’isolement. L’indépendance n’est pas l’isolement. Et moi, ce que je note c’est que la France a toujours été beaucoup plus puissante en étant la France seulement que depuis qu’elle est une province de l’Union Européenne. Je souhaite retrouver cette puissance.
Beaucoup pensent que l’Union Européenne a permis de préserver la paix depuis la seconde guerre mondiale. Pourquoi ont-ils tort?
Parce que ça n’est pas l’Union Européenne qui a fait la paix ; c’est la paix qui a permis l’Union Européenne. Cet argument, qui a été rabâché à de très multiples reprises, n’a pas de sens. La paix d’ailleurs n’a pas été parfaite au sein de l’Union Européenne – le Kosovo, l’Ukraine à ces portes – ce n’est pas si simple.
En fait, l’Union Européenne s’est progressivement transformée en une sorte d’union soviétique européenne, qui décide de tout, qui impose ses vues, qui rompt avec le processus démocratique. Il n’y a qu’à entendre la déclaration de Monsieur Juncker (président de la Commission européenne, ndlr), il dit « il ne peut y avoir de choix démocratique contre les traités européens ». Tout est dit dans cette formule. Nous ne nous sommes pas battus pour être un peuple libre et indépendant lors de la première guerre mondiale, lors de la seconde guerre mondiale, pour aujourd’hui accepter de ne plus être un peuple libre parce que certains de nos dirigeants ont décidé à notre place.

PHILIPPE WOJAZER / REUTERS
German Chancellor Angela Merkel and French President Francois Hollande in Evian, France, September 2016.
Que pensez-vous du leadership allemand en Europe au cours des dernières années?
Il était inscrit dans la construction de l’euro. En réalité, l’euro est une monnaie qui a été construite par l’Allemagne pour l’Allemagne et qui est un costume qui ne va qu’à l’Allemagne. Madame Merkel a eu peu à peu le sentiment qu’elle était la dirigeante de l’Union européenne. Elle a imposé ses vues. Elle les a imposées en matières économiques, mais elle les a aussi imposées en acceptant d’accueillir 1 million de migrants en Allemagne, en sachant pertinemment que l’Allemagne ferait le tri dans ces migrants. Elle garderait les meilleurs et elle laisserait les autres aller dans les autres pays de l’Union Européenne. Il n’y a plus de frontières intérieures entre nos pays et donc cette situation est absolument inadmissible. Le modèle imposé par Mme Merkel est surement un modèle qui plait aux allemands, mais c’est un modèle qui tue les pays voisins de l’Allemagne. Moi, je suis l’anti Merkel.
Que pensez-vous de l’état des relations entre la France et les Etats-Unis, et que pensez-vous qu’elles devraient être?
Aujourd’hui les dirigeants français se soumettent très facilement aux exigences qui sont portées soit par Madame Merkel, soit par Monsieur Obama. La France a oublié de défendre ses intérêts, y compris ses intérêts commerciaux et industriels, face aux exigences des Etats-Unis. Je suis pour l’indépendance. Je suis pour que la France reste à équidistance sans hostilité mais sans soumission à l’égard des deux grandes puissances que sont la Russie et les Etats-Unis. Nous avons le droit de défendre nos intérêts, comme les Etats-Unis ont le droit de défendre les leurs, comme l’Allemagne a le droit de défendre les siens, comme la Russie a aussi le droit de défendre les siens.
Pourquoi pensez-vous que la France devrait se rapprocher davantage de la Russie sous Vladimir Poutine?
D’abord parce que la Russie est un pays européen. La France et la Russie ont une histoire partagée, une proximité de culture très forte. Et stratégiquement nous n’avons aucune raison de ne pas approfondir nos relations avec la Russie. La seule raison pour laquelle nous ne le faisons pas c’est parce que les américains nous l’interdisent. Ça heurte mon souhait d’indépendance. De surcroit je pense que les Etats-Unis commettent une erreur en recréant une forme de guerre froide avec la Russie, parce qu’ils poussent la Russie dans les bras de la Chine et je ne crois pas que cette ultra puissance que consistuerait une association Chine-Russie soit un avantage ni pour les Etats-Unis, ni pour le monde, objectivement.
Les derniers sondages donnent le Front National au second tour face au parti Les Républicains. Dans le passé, et notamment en 2002, les partis se sont unis pour faire barrage. De votre côté seriez-vous prête à conclure des alliances et dans cette perspective, avec qui?
Ce n’est pas à moi de décider de cela. Cette élection présidentielle va être une élection où un grand choix va devoir être fait, est-ce que nous défendons ce choix de civilisation ou est-ce que nous l’abandonnons ? Par conséquent, je pense qu’il y a des gens qui peuvent venir de tout horizon politique, de droite et de gauche, qui sont d’accord avec moi et qui peuvent nous rejoindre.
Le Front National que vous dirigez a bien changé par rapport à celui que votre père a fondé. A quel moment de votre carrière politique avez-vous compris que le Front National devrait prendre de la distance avec cette image extrémiste s’il voulait pouvoir faire face aux autres parties?
Le Front National était par le passé un parti de protestation. C’était un parti d’opposition. C’est la monté en puissance du Front National qui de manière naturelle l’a transformé en parti de gouvernement, c’est-à-dire, en parti qui envisage d’accéder aux plus hautes responsabilités pour appliquer ces idées. Il est vrai que de surcroit un mouvement politique est toujours influencé par la personnalité de son dirigeant. Je n’ai pas le même parcours que mon père. Je n’ai pas le même âge que lui, je n’ai pas le même profil, c’est un homme, je suis une femme. Tout ça à fait que j’ai peut-être imprimé au Front National, une image qui correspondait plus à ce que je suis, que à ce qu’il était, lui.

YOUSSEF BOUDLAL / REUTERS
At a mosque in Paris, January 2015.
Comment la France peut-elle se protéger d’autres attaques terroristes comme celle de Nice en juillet dernier?
Pour l’instant, elle n’a strictement rien fait. Il faut qu’elle arrête l’arrivée des migrants au sein desquels on le sait s’infiltrent des terroristes. Il faut qu’elle arrête le droit du sol, l’acquisition automatique de la nationalité française sans aucun critère qui a fabriqué des français qui soit comme Coulibaly et Kouachi (les terroristes derrière les attentats de Paris en Janvier 2015, ndlr) avaient un long passé de délinquance, soit ont une hostilité à l’égard de la France. Ce n’est pas le cas de tous ; je ne généralise pas mais c’est un bon moyen d’avoir un phénomène de surveillance. Il faut qu’elle mette en place la déchéance de la nationalité pour les doubles nationaux qui ont un lien quelconque avec ces organisations terroristes.
Il faut surtout qu’elle lutte contre le développement du fondamentalisme islamiste sur notre territoire car pour des raisons électoralistes, la classe politique française a déroulé le tapis rouge à ce fondamentalisme islamiste qui s’est développé par l’intermédiaire de mosquées, de centres culturels, de centres soit disant cultuels financés non seulement par la France, mais aussi par des pays dont nous savons qu’ils soutiennent le fondamentalisme islamiste. Il faut retrouver la maitrise de nos frontières, car je ne vois pas comment on peut lutter contre le terrorisme en ayant des frontières ouvertes à tous les vents.
Vous avez déclaré que, à part l’Islam, aucune autre religion ne pose des problèmes. Pourquoi pensez-vous que cela est vrai?
Parce que l’ensemble des religions en France sont soumises aux règles de la laïcité. Beaucoup de musulmans l’on fait aussi, disons-le clairement. Mais certains au sein de l’Islam, et je pense bien sûr au fondamentalisme islamiste, ne peuvent pas accepter cela pour une raison simple, c’est qu’ils considèrent que la charia, c’est-à-dire la loi religieuse est supérieure à toutes autres formes de loi ou de norme, y compris la constitution française. Ça n’est pas admissible.
Depuis un siècle, depuis la loi sur la laïcité, personne n’a cherché à imposer une loi religieuse en faisant plier les lois du pays ou en faisant plier la constitution du pays. Ces groupes de fondamentalistes islamistes cherchent à faire cela. Il faut donc le dire, parce qu’on ne peut pas lutter contre un ennemi si on ne le désigne pas. Il faut être intransigeant sur le respect de notre constitution et de nos lois. Et honnêtement, la classe politique française a plutôt été dans l’esprit des accommodements raisonnables à la canadienne que dans l’esprit de cette intransigeance qui permet de protéger nos grandes libertés publiques. On le voit avec les gigantesques régressions des droits des femmes qui sont vécues aujourd’hui sur le territoire français. Les femmes qui ne peuvent plus, dans certains endroits, se vêtir comme elles le souhaitent.
Vous soutenez l’interdiction du burkini. Quel est le problème avec le burkini?
Le problème c’est que ça n’est pas un maillot de bain. C’est un uniforme islamiste. C’est un des multiples moyens grâce auxquels le fondamentalisme islamiste effectue, à notre égard, un bras de fer. Lorsque l’on acceptera que les femmes soient soumises à cet uniforme islamiste, la deuxième étape sera que l’on accepte la non-mixité dans les espaces publics, dans les piscines, et que l’on accepte après la différenciation des droits entre les hommes et les femmes. Si l’on ne voit pas cela, alors, on n’a pas compris le combat auquel nous sommes confrontés aujourd’hui face aux fondamentalistes islamistes.
Mais, est-ce que cette mesure favoriserait vraiment une intégration des musulmans de France?
C’est quoi l’intégration? C’est vivre l’un à côté de l’autre en ayant chacun notre mode de vie, nos codes, nos mœurs, notre langue? Le modèle français c’est le modèle de l’assimilation. La liberté individuelle ne permet pas de remettre en cause les grands choix de civilisation qui sont ceux de la France.
En France, on n’accepte pas le concept de la victime consentante. Dans le droit pénal français, par exemple, on n’accepte pas que les gens se fassent du mal à eux-mêmes au motif qu’ils ont le droit puisqu’il s’agit d’eux-mêmes. On n’accepte pas ça parce que ça remet en cause nos grands choix de civilisation, l’égalité à une femme, le refus du communautarisme, c’est-à-dire de communautés organisées entre elles qui vivent selon des lois qui sont des lois à elles. C’est le modèle anglo-saxon. Ça n’est pas le nôtre. Les anglo-saxons ont le droit de défendre leur modèle, mais nous, nous avons le droit de défendre le nôtre.
Pensez-vous que le modèle d’intégration aux Etats-Unis est plus ou moins efficace qu’en France?

Je n’ai pas à juger de cela. C’est le problème des américains. Moi, je ne veux pas de ce modèle-là. Mais ce modèle, il est la conséquence de l’histoire des Etats-Unis, des communautés issues d’un certain nombre de pays sont allées sur cette terre vierge qu’étaient les Etats-Unis pour créer une nation qui est constituée de gens qui venaient de partout. Ça n’est pas le cas de la France. La France est une longue construction humaine et juridique très ancienne. Rien n’est là par hasard. La laïcité c’est la manière que nous avons eu de gérer les conflits religieux qui ont mis notre pays à feu et à sang.
Je ne demande pas à imposer mon modèle aux autres, mais je ne souhaite pas que les autres puissent décider que mon modèle n’est pas le bon. Je suis souvent choquée de voir que des pays étrangers condamnent le modèle français. Moi, je ne condamne pas le modèle américain. Mais je ne veux pas qu’on condamne le mien. Moi je pense que le communautarisme porte en germe les conflits entre les communautés, et je ne souhaite pas que mon pays soit au prise avec des conflits entre communautés. Moi, je ne reconnais que les individus. Ce sont les individus qui ont des droits. Ce sont les individus qui ont le libre arbitre. Ce sont les individus qui s’assimilent. En aucun cas ce sont les communautés.

France’s next revolution? Estratto di una intervista a Marine Le Pen dalla rivista Foreign Affairs

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news_img1_70638_marine-le-pen è un estratto significativo di una intervista pubblicata sulla rivista bimestrale Foreign Affairs di novembre/dicembre 2016 https://www.foreignaffairs.com/interviews/2016-10-17/france-s-next-revolution Mi pare rilevante soprattutto per l’interlocutore scelto. L’intervista è disponibile anche in francese

La prochaine Révolution française? Estratto di una intervista a Marine Le Pen apparsa su Foreign Affairs


France’s Next Revolution?
A Conversation With Marine Le Pen
Marine Le Pen

As the youngest daughter of Jean-Marie Le Pen, the founder of the right-wing French political party the National Front, Marine Le Pen grew up in politics, starting to campaign with her father at 13. Trained as a lawyer, she won her first election in 1998, as a regional councilor, and in 2011, she succeeded her father as party leader. She soon distanced herself from his more extreme positions, and eventually—after he reiterated his claim that the Holocaust was a “detail” of history—she expelled him from its ranks. These days, in the wake of the European migrant crisis, the terrorist attacks in Paris and Nice, and the Brexit vote, Le Pen’s nationalist, Euroskeptical, anti-immigrant message is selling well. Recent polls show her as a leading candidate for the presidency in 2017, with respondents preferring her two to one over the Socialist incumbent, François Hollande. Le Pen spoke with Foreign Affairs’ deputy managing editor Stuart Reid in Paris in September.
Lire en français (Read in French).
Antiestablishment parties, including the National Front, are gaining ground across Europe. How come?
I believe that all people aspire to be free. For too long, the people of the countries inthe European Union, and perhaps Americans as well, have had a sense that political leaders are not defending their interests but defending special interests instead. There is a form of revolt on the part of the people against a system that is no longer serving them but rather serving itself.
Are there common factors behind Donald Trump’s success in the United States and yours here in France?
Yes. I see particular commonalities in the rise of Donald Trump and Bernie Sanders. Both reject a system that appears to be very selfish, even egocentric, and that has set aside the people’s aspirations. I draw a parallel between the two, because they are both success stories. Even though Bernie Sanders didn’t win, his emergence wasn’t predicted. In many countries, there is this current of being attached to the nation and rejecting untamed globalization, which is seen as a form of totalitarianism. It’s being imposed at all costs, a war against everybody for the benefit of a few.
When asked recently who you supported in the U.S. election, you said, “Anyone but Hillary.” So do you support Trump?
I was quite clear: in my view, anyone would be better than Hillary Clinton. I aim to become president of the French Republic, so I am concerned exclusively with the interests of France. I cannot put myself in an American’s shoes and determine whether the domestic policies proposed by one or another candidate suit me. What interests me are the consequences of the political choices made by Hillary Clinton or Donald Trump for France’s situation, economically and in terms of security.
So I would note that Clinton supports TTIP [the Transatlantic Trade and Investment Partnership]. Trump opposes it. I oppose it as well. I would also note that Clinton is a bringer of war in the world, leaving behind her Iraq, Libya, and Syria. This has had extremely destabilizing consequences for my country in terms of the rise of Islamic fundamentalism and the enormous waves of migration now overwhelming the European Union. Trump wants the United States to return to its natural state. Clinton pushes for the extraterritorial application of American law, which is an unacceptable weapon for people who wish to remain independent. All of this tells me that between Hillary Clinton and Donald Trump, it’s Donald Trump’s policies that are more favorable to France’s interests right now.

JEAN-PAUL PELISSIER / REUTERS
Aboard the aircraft carrier Charles de Gaulle, Toulon, France, November 2015.
The unemployment rate in France now stands at around ten percent, the second highest among the G-7 members. What are the roots of France’s economic malaise, and what solutions do you propose?
These days, everyone is proposing the National Front’s solutions. We recorded a nice ideological victory when I heard [Arnaud] Montebourg [a former economy minister in Hollande’s Socialist government] pleading for “made in France,” which is one of the major pillars of the National Front.
The unemployment rate is much higher than that because there are a bunch of statistical shenanigans going on—involving internships, early retirement, part-time work—that keep a number of French from being counted in the unemployment statistics.
There are a number of reasons for [the high unemployment]. The first is completely free trade, which puts us in an unfair competition with countries that engage in social and environmental dumping, leaving us with no means of protecting ourselves and our strategic companies, unlike in the United States. And in terms of social dumping, the Posted Workers Directive [an EU directive on the free movement of labor] is bringing low-wage employees to France.
The second is the monetary dumping we suffer. The euro—the fact of not having our own money—puts us in an extremely difficult economic situation. The IMF has just said that the euro was overvalued by six percent in France and undervalued by 15 percent in Germany. That’s a gap of 21 percentage points with our main competitor in Europe.
It also has to do with the disappearance of a strategic state. Our very Gaullist state, which supported our industrial champions, has been totally abandoned. France is a country of engineers. It is a country of researchers. But it’s true that it is not a country of businesspeople. And so quite often in history, our big industrial champions were able to develop only thanks to the strategic state. In abandoning this, we are depriving ourselves of a very important lever for development.
Let’s talk about abandoning the euro. Practically speaking, how would you do it?
What I want is a negotiation. What I want is a concerted exit from the European Union, where all the countries sit around the table and decide to return to the European “currency snake” [a 1970s policy designed to limit exchange-rate variations], which allows each country to adapt its monetary policy to its own economy. That’s what I want. I want it to be done gently and in a coordinated manner.
A lot of countries are now realizing that they can’t keep living with the euro, because its counterpart is a policy of austerity, which has aggravated the recession in various countries. I refer you to the book that [the economist Joseph] Stiglitz has just written, which makes very clear that this currency is completely maladapted to our economies and is one of the reasons there is so much unemployment in the European Union. So either we get there through negotiation, or we hold a referendum like Britain and decide to regain control of our currency.
Do you really think a “Frexit” referendum is conceivable?
I, at any rate, am conceiving of it. The French people were betrayed in 2005. They said no to the European constitution; politicians on the right and the left imposed it against the wishes of the population. I’m a democrat. I think that it is up to no one else but the French people to decide their future and everything that affects their sovereignty, liberty, and independence.
So yes, I would organize a referendum on this subject. And based on what happened in the negotiations that I would undertake, I would tell the French, “Listen, I obtained what I wanted, and I think we could stay in the European Union,” or, “I did not get what I wanted, and I believe there is no other solution but to leave the European Union.”
What lessons do you take from the success of the Brexit campaign?
Two major lessons. First, when the people want something, nothing is impossible. And second, we were lied to. They told us that Brexit would be a catastrophe, that the stock markets would crash, that the economy was going to grind to a halt, thatunemployment would skyrocket. The reality is that none of that happened. Today, the banks are coming to us pitifully and saying, “Ah, we were wrong.” No, you lied to us. You lied in order to influence the vote. But the people are coming to know your methods, which consist of terrorizing them when they have a choice to make. The British people made a great show of maturity with this vote.
Do you worry that France will find itself economically isolated if it leaves the eurozone?
Those were the exact criticisms made against General de Gaulle in 1966 when he wanted to withdraw from NATO’s integrated command. Freedom is not isolation. Independence is not isolation. And what strikes me is that France has always been much more powerful being France on its own than being a province of the European Union. I want to rediscover that strength.
Many credit the European Union for preserving the peace since World War II. Why are they wrong?
Because it’s not the European Union that has kept the peace; it’s the peace that has made the European Union possible. This argument has been rehashed repeatedly, and it makes no sense. Regardless, the peace hasn’t been perfect in the European Union, with Kosovo and Ukraine at its doorstep. It’s not so simple.
In fact, the European Union has progressively transformed itself into a sort of European Soviet Union that decides everything, that imposes its views, that shuts down the democratic process. You only have to hear [European Commission President Jean-Claude] Juncker, who said, “There can be no democratic choice against European treaties.” That formulation says everything. We didn’t fight to become a free and independent people during World War I and World War II so that we could no longer be free today just because some of our leaders made that decision for us.

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German Chancellor Angela Merkel and French President Francois Hollande in Evian, France, September 2016.
What do you make of Germany’s leadership in recent years?
It was written into the creation of the euro. In reality, the euro is a currency created by Germany, for Germany. It’s a suit that fits only Germany. Gradually, [Chancellor Angela] Merkel sensed that she was the leader of the European Union. She imposed her views. She imposed them in economic matters, but she also imposed them by agreeing to welcome one million migrants to Germany, knowing very well that Germany would sort them out. It would keep the best and let the rest go to other countries in the European Union. There are no longer any internal borders between our countries, which is absolutely unacceptable. The model imposed by Merkel surely works for Germans, but it is killing Germany’s neighbors. I am the anti-Merkel.
What do you think of the state of relations between France and the United States, and what should they be?
Today, French leaders submit so easily to the demands of Merkel and Obama. France has forgotten to defend its interests, including its commercial and industrial ones, in the face of American demands. I am for independence. I am for a France that remains equidistant between the two great powers, Russia and the United States, being neither submissive nor hostile. I want us to once again become a leader for the nonaligned countries, as was said during the de Gaulle era. We have the right to defend our interests, just as the United States has the right to defend its interests, Germany has the right to defend its interests, and Russia has the right to defend its interests.
Why do you think France should get closer to Russia under President Vladimir Putin?
First of all, because Russia is a European country. France and Russia also have a shared history and a strong cultural affinity. And strategically, there is no reason not to deepen relations with Russia. The only reason we don’t is because the Americans forbid it. That conflicts with my desire for independence. What’s more, I think the United States is making a mistake by re-creating a kind of cold war with Russia, because it’s pushing Russia into the arms of China. And objectively, an ultrapowerful association between China and Russia wouldn’t be advantageous for either the United States or the world.
In the latest polls, the National Front is projected to make it to the runoff of the presidential election. In the past, notably in 2002, the other parties united to block the National Front in the second round. Would you be ready to form alliances, and if so, with whom?
It’s not up to me to decide that. This presidential election will be about a big choice: Do we defend our civilization, or do we abandon it? So I think there are people from the entire political spectrum, from the right and the left, who agree with me and who could join us.
The National Front that you are leading has changed a great deal from the party your father led. At what point in your career did you realize that the National Front had to distance itself from its extremist image if it was going to be competitive?
In the past, the National Front was a protest party. It was an opposition party. Naturally, its rising influence has transformed it into a party of government—that is, into a party that anticipates reaching the highest offices in order to implement its ideas. It’s also true that a political movement is always influenced by its leader’s personality. I have not taken the same path as my father. I am not the same age as he is. I do not have the same profile. He is a man; I am a woman. And that means I have imprinted on the party an image that corresponds more with who I am than with who he was.

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At a mosque in Paris, January 2015.
How can France protect itself from terrorist attacks like the one in Nice in July?
So far, it has done absolutely nothing. It has to stop the arrival of migrants, whom we know terrorists infiltrate. It has to put an end to birthright citizenship, the automatic acquisition of French nationality with no other criteria that created French like [Amedy] Coulibaly and [Chérif and Saïd] Kouachi [the terrorists behind the Paris attacks of January 2015], who had long histories of delinquency and were hostile toward France. This isn’t the case for everyone; I’m not generalizing. But it’s a good way to have a surveillance mechanism. We need to revoke citizenship from dual nationals who have any kind of link to terrorist organizations.
We especially need to combat the development of Islamic fundamentalism on our territory. For electoral reasons, French politicians rolled out the red carpet for Islamic fundamentalism, which has developed in mosques and so-called cultural centers financed not only by France but also by countries that support Islamic fundamentalism. We also have to regain the mastery of our borders, because I can’t see how we can combat terrorism while having open borders.
You have said that apart from Islam, “no other religion causes problems.” Why do you think that this is true?
Because all religions in France are subject to the rules of secularism. Let’s be clear, many Muslims have done that. But some within Islam—and of course I’m thinking of the Islamic fundamentalists—cannot accept that, for one simple reason, which is that they consider sharia to be superior to all other laws and norms, including the French constitution. That’s unacceptable.
For a century, since the law on secularism was passed, no one has sought to impose religious law by bending the laws of our country. These Islamic fundamentalist groups are seeking to do this. This must be said, because we cannot fight an enemy if we do not name it. We must be intransigent when it comes to respecting our constitution and our laws. And honestly, the French political class has instead acted in the spirit of Canadian-style reasonable accommodation rather than in the spirit of an intransigence that would allow us to protect our civil liberties. We see it in the huge regressions in women’s rights taking place today on French soil. In certain areas, women can no longer dress as they wish.
You support the ban on the burkini. Why is it a problem?
The problem is that it’s not a bathing suit. It’s an Islamist uniform. It’s one of the many ways in which Islamic fundamentalism flexes its muscles. Once we accept that women are subject to this Islamist uniform, the next step is that we accept the separation of the sexes in swimming pools and other public spaces. And then we’ll have to accept different rights for men and women. If you don’t see that, then you don’t understand the battle we face against Islamic fundamentalism.
But does this measure really help integrate Muslims in France?
What is integration? It is to live side by side, each with their own lifestyle, their own code, their own mores, their own language. The French model is assimilation. Individual freedom does not allow one to call into question the major civil¬izational choices France has made.
In France, we don’t believe in the concept of a consenting victim. French criminal law, for example, doesn’t allow people to harm themselves on the grounds that they have the right to do so because they are acting on their own. We don’t accept that, because it undermines the major choices we have made as a civi¬¬lization regarding women’s equality and the rejection of communitarianism—that is, organized communities that live according to their own rules. That is the Anglo-Saxon model. It is not ours. The Anglo-Saxons have the right to defend their model, but we have the right to defend ours.
Do you think that the American model of integration is more effective than the French one?
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I don’t have to judge that. That’s a problem for Americans. Personally, I don’t want that model. That model is a consequence of American history. Communities came from different countries to a virgin land to create a nation made up of people from everywhere. That is not the case for France. France is a very old human and legal creation. Nothing is there by chance. Secularism is how we handled religious conflicts that had plunged our country into a bloodbath.
I don’t seek to impose my model on others, but I don’t want others to decide that my model is not the right one. I’m often offended when foreign countries condemn the French model. I don’t condemn the American model. But I don’t want mine condemned. I think that communitarianism sows the seeds of conflict between communities, and I don’t want my country to face conflicts between communities. I recognize only individuals. It is individuals who have rights. It is individuals who have free will. It is individuals who assimilate themselves. In no case is it communities.