Distruzione creatrice, a cura di Giuseppe Germinario

● Olivier Costa: «Au niveau européen, c’est un effondrement pour les deux groupes historiques» [ ● Olivier Costa: ‘A livello europeo, è un crollo per i due gruppi storici’] da http://www.lefigaro.fr/politique/elections-europeennes-des-victoires-et-des-defaites-en-trompe-l-oeil-l-avis-des-experts-20190527

«À l’échelle européenne, Il est difficile de tirer une conclusion générale. [ ‘Su scala europea, è difficile trarre una conclusione generale.] Les campagnes ont été, une fois de plus, fortement focalisées sur des enjeux domestiques et les résultats sont contrastés de pays en pays, selon les configurations politiques propres à chacun. [ Le campagne sono state, ancora una volta, fortemente incentrate sulle questioni interne e i risultati sono contrastati da paese a paese, in base alle specifiche configurazioni politiche di ciascuno.] On note toutefois un recul global des partis de gouvernement, une montée des écologistes et l’absence d’un raz-de-marée souverainiste. [ C’è, tuttavia, un arretramento generale dei partiti governativi, un aumento di ambientalisti e l’assenza di uno tsunami da parte del sovrano.] Au Parlement européen, les socialistes (S&D) et les démocrates-chrétiens (PPE) ne cumulent plus que 43% des voix (contre 54% en 2014 et 66% en 1999). [ Nel Parlamento europeo, i socialisti (S & D) e i cristiano-democratici (PPE) accumulano solo il 43% dei voti (contro il 54% nel 2014 e il 66% nel 1999).] Plus que la continuation d’une tendance, c’est un véritable effondrement. [ Più che la continuazione di una tendenza, è un vero collasso.] Concrètement, ces deux groupes ne pèsent plus assez lourd pour faire passer des textes. [ Concretamente, questi due gruppi non hanno abbastanza peso per passare i testi.] Et, pour commencer, ils ne seront pas en situation d’assurer l’élection du futur président de la Commission européenne, qui doit être ‘élu’ à la majorité des membres du Parlement. [ E, per cominciare, non saranno in grado di assicurare l’elezione del futuro presidente della Commissione europea, che deve essere ‘eletto’ dalla maggioranza dei membri del Parlamento.] En 2014, déjà, ils avaient dû nouer une alliance avec les libéraux du groupe ALDE – qui devraient être rejoints par les députés LREM. [ Nel 2014, già, hanno dovuto formare un’alleanza con i liberali del gruppo ALDE – a cui dovrebbero far parte i deputati LREM.] Le renouvellement de cet accord est désormais incontournable. [ Il rinnovo di questo accordo è ormai inevitabile.] En outre, le groupe des Verts saura sans doute monnayer chèrement son appui.» [ Inoltre, il gruppo di Verdi probabilmente salverà caro per il suo sostegno ‘.]

 

DOVE VA L’UE?, di Pierluigi FAGAN  

Lettori e lettrici sanno che qui si rimane attaccati possibilmente ai fatti e poi si liberano le opinioni. La premessa è per dire che con post del 15 aprile, informavo sulle stime dei sondaggi europei. Alcuni opinavano che i sondaggi valgono quello che valgono ma rispondevo che la struttura delle elezioni europee, ripartite tra diversi gruppi e tra parecchi stati, annullava di molto i possibili margini di errore.

Nel post si dava conto di tre fatti: 1) popolari e socialdemocratici non avrebbero sicuramente più avuto la maggioranza ed avrebbero dovuto cooptare i liberali (confermato), 2) la somma dei due gruppi che è improprio etichettare entrambi come sovranisti (EFD M5S e Farage + ENF ovvero Salvini-Le Pen), avrebbero raggiunto circa 116 deputati complessivi (pare ne avranno 114); 3) la partita politica più interessante poiché indecisa e potenzialmente quasi clamorosa, sarebbe stato il voto francese dove le previsioni non sapevano dire se la vittoria sarebbe andata a Le Pen o Macron (ha poi vinto Le Pen). Il post ebbe 14, miseri, like.

Nel frattempo, siamo stati intrattenuti da una montante paranoia opinionista sul rischio che Salvini e Le Pen avrebbero dominato Bruxelles. Ma la loro Europa delle nazioni e delle libertà, era stimata a 55 deputati su 751 (ne ha poi ottenuti, pare 58), siamo a meno dell’8%, cosa si domina con l’8%? Certo il peso politico delle due formazioni, l’una francese, l’altra italiana, è significativo in ragione del peso politico dei sue Paesi ma insomma mi pareva un po’ esagerato questo ingiustificato allarme su cui s’è detto più del necessario e del giustificato. Siamo stati intrattenuti da un meccanismo psico-politico che prima ci ha impaurito (o resi speranzosi) senza ragione del trionfo sovranista per poi annunciare sollevati (o delusi) dello scampato pericolo. Una specie di “meccanismo matrimonio Pamela Prati”. E’ che in Europa più che i fatti, si discutono le altrui opinioni, opinioni contro altre opinioni entrambe slegate dai fatti. Questo è sintomo di nevrosi e il fatto che la nobile arte della “politica”, sia oggi qui nel sub-continente ammalata di nevrosi, preoccupa anche se -purtroppo- non da oggi.

Insomma, dove va l’UE? La nuova maggioranza è peggio della precedente poiché i “liberali” sposteranno ulteriormente l’asse politico verso il meno Stato e più mercato. Per commentare il suicidio non assistito della socialdemocrazia ormai non ci sono più parole e la convivenza tra loro e liberali, farà perdere loro ulteriore consenso. La nuova maggioranza a tre, vale un 58% mentre la precedente a due, valeva il 64%. Gente sensata, notata questa frana continua di consensi che per altro va avanti da molti anni, si darebbe una regolata ma tanto il parlamento conta poco o niente e gente sensata, in Europa, pare soggetta al principio di scarsità crescente.

In ordine sparso si nota un vero e proprio crollo della Sinistra che quasi dimezza i suoi consensi (Syriza, Podemos) con crollo relativo anche in Francia (Mélenchon) dove era arrivata al 20% al primo turno delle presidenziali, ripiegando oggi ad un misero 6%.

Ovviamente la novità apparente sono i Verdi, una sorta di partito rifugio per tutti i progressisti che non si sentivano di votare socialdemocratico o sinistra. Ho molto rispetto per le questioni ambientali, ma votare così tanto i Verdi in una UE stretta tra neo-ordo-liberismo e imbarazzo geopolitico, appare più effetto di uno smarrimento che di un convincimento. E’ un po’ come mettersi a parlare del tempo che fa in una discussione imbarazzante.

Considerevole invece l’affermazione dei liberali anche se lo scarto rispetto al 2014 è in buona parte dato da En Marche che nel 2014 non esisteva. Ciononostante, i soli liberali sommano più o meno quanto i due gruppi euro-scettici-sovranisti messi insieme, tanto per dire quali sono i rapporti di forza nell’opinione pubblica europea.

Il piccante di questa pietanza europoide sbiadita, lo danno i sempre significativi britannici con i conservatori quinti a livello percentuale di Forza Italia o giù di lì.

Ma un risultato merita il posto al centro della scena: la Francia. Qui il botto non è da poco, almeno simbolicamente. La giovane speranza europoide arriva secondo dopo i nazionalisti e questo non è fatto di poco conto. Macron però è tipo da fregarsene alla grande, l’hanno eletto per cinque anni con maggioranza bulgara e quindi andrà avanti. A livello di legittimità politica se Merkel in patria perde ulteriore 1,5% rispetto alle politiche e Macron perde a sua volta 1,6% rispetto al primo turno delle sue politiche, sembra che l’asse di Aquisgrana non abbia infiammato gli elettori. Di contro, oltre al fatto simbolico, non è che a puri numeri sia poi questa grande tragedia per i due piloni eurocratici, quindi avanti con giudizio cooptando i liberali nei giochi che contano, si spartiranno le cariche che contano, assediando sempre più strettamente i pavidi socialdemocratici in una sorta di cannibalismo delle élite per cui i giovani arrivati si nutrono della carogna dell’anziano che ha fatto il suo tempo.

In breve, l’UE che ne esce è più insipida della precedente, più di destra ed al contempo più liberale, con una spruzzata di ecologismo superficiale. A questo punto la palla passa al novembre del prossimo anno quando si terranno le elezioni americane. Se vincerà Biden, l’eurocrazia avrà un supplemento di ossigeno, se vince Trump, forse questa lunga agonia avrà la sua fine, forse.

Scenari, di Piero Visani dahttps://derteufel50.blogspot.com/2019/05/scenari.html?spref=fb&fbclid=IwAR1N3BEHnFygSz_9fpSygLzOGfeYcmOQJ34BCNX4ekdwh2RFls_hdmeyKS8

       Grande assente dell’ennesimo – e fastidioso – “ludo cartaceo”: che fare del futuro di un “gigante economico, nano politico e verme militare”? L’unico problema dell’Europa odierna paiono essere i muri ai confini e l’ambiente à la Greta, più ovviamente la conservazione dell’esistente da parte di chi ha ancora i denari per poterselo godere e di chi ha un’età anagrafica per cui “la sua sicura sorte sarà certo la morte”, per cui conservare è preferibile a marcire…
       Silenzio assoluto, per contro, sui problemi strategici, geopolitici, politici e di “massa critica” di un continente uscito ormai fuori dalla Storia e da tutto, che ambisce solo ad una serena pensione (per chi ancora l’avrà) e a una sempiterna vacanza, nel significato originale latino di “assenza”, magari per fare un po’ a botte in qualche località pseudo-trendy, ma al massimo in risse da strada, l’unico livello di conflittualità etilico-“pasticchico” che ancora conosca. Finis Europae.
 
Distruzione creatrice, di Fabio Falchi 
Non c’è dubbio che il partito che ha vinto queste elezioni sia la Lega, che ha ottenuto quasi il 35% dei voti.
Al Nord la Lega ha preso addirittura il 40%, assai meno al Sud . In buon numero gli elettori meridionali hanno disertato le urne e questo è un brutto segno per il nostro Meridione, sempre più dipendente da politiche assistenziali, nonostante abbia notevoli potenzialità di sviluppo, sia per l’indubbia intelligenza della sua “gente” che per la sua eccezionale posizione geopolitica e geo-economica.
In definitiva, il M5S, come prova il buon risultato che ha conquistato al Sud nonostante il crollo a livello nazionale, è vittima della sua stessa insipienza politica e del suo disordine mentale che lo hanno portato a difendere una politica da Terzo Mondo, perfettamente funzionale agli interessi del capitalismo predatore euro-atlantista, e a sostenere le posizioni del PD.
Il risultato del PD comunque non sorprende, ottenuto anche grazie alla insipienza del M5S. Il PD, del resto, è il partito del grande capitale nazionale, in sostanza, tranne poche eccezioni, parassitario e dei ceti medi inefficienti e parassitari (soprattutto dirigenti della PA , insegnanti semicolti, la “pretaglia”, ecc.) che hanno tutto da perdere da una politica imperniata sulla innovazione e sul potenziamento dei settori strategici della nostra economia.
I ceti medi e popolari produttivi ormai sono rappresentati soprattutto dalla Lega, il cui successo dipende da vari fattori: l’immigrazione clandestina, la crisi economica, l’austerity imposta degli “eurocrati”, l’indebolimento del legame comunitario e via dicendo.
Tuttavia, adesso vi è da temere che il M5S faccia l’inciucio con il PD. Il braccio di ferro con l’UE comunque è appena cominciato e sarà questo probabilmente a decidere anche la sorte del governo giallo-verde.
Al riguardo si deve tener conto che l’Italia ha avanzi primari dagli anni Novanta, ovvero spende meno di quanto incassa al netto della spesa degli interessi sul debito. In pratica, i ceti produttivi da alcuni decenni lavorano per pagare le imposte e gli interessi sul debito, ossia per mantenere i ceti sociali parassitari. Non a caso il risparmio nazionale in questi anni è cresciuto a dismisura – quasi 4.500 mld , ovvero quasi il doppio del debito pubblico! – a scapito delle forze produttive.
Da questa trappola si deve uscire ad ogni costo e non è certo la flat tax da sola che può risolvere questo problema. Occorre essere disposti ad adottare nuovi strumenti finanziari e attingere al risparmio nazionale per finanziare un piano di sviluppo su base nazionale (in particolare, per potenziare i settori strategici – sistemi d’arma, robotica, nuove tecnologie, telecomunicazioni, energia, ecc.- e le infrastrutture ).
Non vi è comunque solo la questione economica, ma pure quella, perfino più importante, dello Stato e della difesa del legame comunitario. Difatti, occorre sapere “trascinare le masse” per cambiare il Paese e per questo ci vuole una “ideologia” (nel senso migliore del termine), che non può ignorare la questione dei grandi spazi e le sfide del multipolarismo. Al finto europeismo si dovrebbe quindi contrapporre una nuova idea di Europa, ossia una “Lega europea” basata su principi e valori comunitari, una “Lega” intesa cioè come una Nuova Alleanza per un’Europa basata su Stati e popoli sovrani.
Ovviamente, attualmente la Lega non pare né volere né sapere intraprendere questa strada, “ancorata” com’è ai principi e ai valori dei suoi stessi “nemici”. Ma il nuovo corso (geo)politico che essa stessa ha contribuito a creare è solo all’inizio e nulla esclude che possa essere l’inizio di una “distruzione creatrice” come tante volte è accaduto nella storia.

Considerazioni disincantate, di Fabio Falchi

Brevissima considerazione sul comizio di Salvini a Milano.
Il “Capitano del Popolo”, consapevole della forte ostilità della chiesa nei suoi confronti, ha chiaramente cercato il consenso dei cattolici. Insomma, ha cercato di guadagnare voti rivolgendosi a quella parte dell’elettorato che può avere dei dubbi sulla Lega solo per la posizione della chiesa verso la Lega. Sorvoliamo sull’affondo contro l’islam (eppure bastava distinguere tra l’Islam moderato e gli islamisti, per ottenere lo stesso effetto). Altro punto saliente è che ha evitato di polemizzare con il M5S ma non ha risparmiato critiche durissime all’UE e ha ribadito che sull’immigrazione non ha intenzione di cedere. Il problema adesso è ovviamente il rapporto con il M5S. Difficile fare previsioni ma il nuovo corso politico del M5S non garantisce che il governo giallo-verde possa essere capace di sfruttare una vittoria dei “sovranisti” per aumentare il peso dell’Italia in Europa.

Ancora sul comizio di Salvini a Milano.
Inutile negarlo, a Milano sono emerse tutte le lacune politico-culturali della Lega (e il fatto che gli altri siano messi perfino peggio non è che sia confortante). A parte il linguaggio da oratorio, in pratica Salvini ha proposto lo “scontro di civiltà”:
da un lato l’Europa (giudaico) cristiana (che è scomparsa da qualche secolo…), dall’altro l’Islam.
Nessuna distinzione quindi tra islamismo e Islam, come nessuna distinzione tra comunismo (che è “storia passata” ma importante) e sinistra progressista (che con il comunismo, in specie quello “orientale” , non ha proprio nulla a che fare).
Di positivo, la critica durissima dell’UE neoliberale, ma impossibile capire quale dovrebbe essere la strategia politica ed economica per mutare questa Europa. La stessa flat tax proposta come soluzione di tutti i problemi economici dell’Italia, senza un piano economico per rilanciare i settori produttivi e l’ammodernamento delle infrastrutture, è tutt’altro che convincente.
Un altro fattore positivo, tuttavia, è lo scontro tra “sovranisti” e neoliberali. Il punto da capire è che i neoliberali temono non tanto il numero di seggi che i “sovranisti” possono conquistare al P. E. (forse il 20%), quanto piuttosto, tenendo conto delle procedure della elezione dei commissari europei, che i “sovranisti” possano mutare l’indirizzo politico della commissione europea.
Inoltre, lo scontro tra neoliberali e “sovranisti” (che qualche bischero semicolto definisce sciovinisti dimostrando di non conoscere neppure il significato dei termini che usa) ha anche portato alla luce il disordine mentale – o la malafede – di vari gruppi politici che di fatto si sono schierati con il PD , con Macron e con la Clinton.
In definitiva, si conferma che anche il “sovranismo” della Lega è l’effetto della crisi del sistema neoliberale (in quanto del tutto incapace di risolvere i problemi che esso stesso genera) , ma di per sé non è in grado di costruire una “reale alternativa” al sistema neoliberale.
E’ questa differenza dunque che dovrebbe costituire il punto di partenza di una analisi politico-culturale, sapendo che in questa particolare fase storica si può solo cercare di “usare” tutto ciò che può portare il sistema neoliberale al collasso e favorire, sia pure indirettamente, l’inizio di un nuovo corso (geo)politico.

Svolte

Che i cosiddetti “sovranisti” possano conquistare la maggioranza nel Parlamento europeo è estremamente difficile. Tuttavia, i commissari (per la nomina del Presidente della Commissione la procedura è diversa) sono scelti dal Consiglio ossia dai singoli Stati, mentre le commissioni parlamentari valutano se i candidati hanno le competenze necessarie per svolgere il proprio incarico. Infine l’intera Commissione deve essere approvata dal P. E. con una sola votazione.
In pratica, un Paese “sovranista” può scegliere un commissario “sovranista”. Questo significa che un’Italia “sovranista” avrebbe un certo peso nella Commissione europea.
Capite allora perché la svolta politica “antisovranista” del M5S è così importante per gli eurocrati?

NB Tratti da facebook

rebus da decifrare, a cura di Giuseppe Germinario

 

DALLA FINZIONE ALLA FARSA di Piero Visani

Siamo nel pieno delle “Tempeste d’acciaio” di Juengeriana memoria: “Avanti, ragazzi!: INCLUSIONEEE…!!!”

Dalla battaglia di Farsalo a quella di Farsaccia. Suggerirei un aggiornamento dei portati “teorici” del M5S: da “uno vale uno” a “a zero vale zero”. Un aggiornamento necessario e più consono, specie se autoriferito…
Ma chiudere per manifesto fallimento, anche ideologico, non sarebbe opportuno, risparmiando paccate di miliardi?

 

SMOTTAMENTI, di Fabio Falchi

In relazione al post precedente (in cui ho indicato i difetti della Lega e degli altri partiti), vorrei precisare che le elezioni del prossimo 26 maggio sono elezioni europee. Invece il M5S che fa? Parla di UE, di trattati da rivedere, di una politica europea funzionale agli interessi della Germania e della Francia o dell’austerity?
Nulla di tutto questo e perfino i “gilet gialli” sono scomparsi dall’agenda politica del M5S, che invece fa solo politica contro Salvini e la Lega. E si badi non in una stanza chiusa, come si conviene tra alleati, ma alla luce del sole.
All’inizio si poteva pensare che fosse solo politica di “bassa lega” per guadagnare un po’ di voti, ma adesso è chiaro che Di Maio, che non è che un burattino nelle mani di Grillo e Casaleggio, ha cambiato strategia e mira a far cadere il governo. La questione del sindaco di Legnano è solo un pretesto (se è corrotto ovviamente pagherà). Difatti, l’attacco contro l’alleato è a 360 gradi e l’importante è non parlare di Europa. Evidentemente l’UE “paga” bene. Che altro aggiungere?

Il difetto peggiore della Lega è certo quello di condividere gli stessi principi e valori di quelli che vorrebbe combattere. Incapace, per mancanza di cultura politica e di senso dello Stato, da un lato di fare una critica seria del neoimperialismo americano e pure di una critica seria ed equilibrata della politica di Israele , dall’altro di proporre una alternativa al neoliberismo, non si distingue dai suoi nemici o avversari che siano. Ma è proprio questo il problema ossia che i suoi avversari o nemici, oltre a questi gravi difetti, ne hanno di peggiori!

 

CON I PIEDI NEL PIATTO, di Vincenzo Cucinotta

Ma a voi sembra normale che il magistrato competente convochi una conferenza stampa per illustrare il procedimento che ha aperto proprio a ridosso delle elezioni (tralasciando di soffermarsi sulla mise apparentemente più adatta a una sfilata di moda)?
Poichè tale conferenza non ha funzioni processuali, è inevitabile dedurne che il fine sia politico.
Anche su questo aspetto, non trovo tuttavia nessun appunto, ma ormai siamo abituati a questa forma sofisticata di censura.

 

REGOLE AUREE, di Giuseppe Masala

  • Premesso che la Regola Aurea per vaticinare sul governo è la seguente: il governo dura fino a quando ha l’appoggio degli USA. Quando manca questo il governo finisce in un’ora di orologio.

Siamo arrivati alla fase delle litigate. Semplice campagna elettorale o c’è di più?

Fino ad ora i momenti salienti sono stati

(1) L’uscita di scena di Paolo Savona dalla compagine governativa che sostanzialmente significa accettazione della dottrina Monti. Certo con qualche possibile aggiustamento per non perdere consenso ma questo è quanto.

(2) La firma del Trattato sulla Via della Seta con Pechino. Anche questo trattato ci avvicina molto a Berlino stante la politica di sganciamento di Berlino da Washington.

Dunque questo governo nasce ostile a Berlino e filoamericano ma cammin facendo si ritrova molto vicino a Berlino e un po’ si allontana da Washington. Comunque siano andate le cose tra i due contraenti questo è quanto.

Dunque c’è molta sostanza nei litigi di questi giorni: i due contraenti devono scegliere il da farsi.

Le cose sono molto complesse per come la vedo io anche in relazione al fatto che c’è un tentativo di riavvicinamento tra Washington e Parigi. E dunque forse c’è una frizione tra la Francia e la Germania.

Comunque in questo difficile puzzle si gioca la durata del Governo. Chi rischia di più è Salvini. Parere mio. Piddi non pervenuto: a parole sono filo europoidi (il che vuol dire filo tedeschi) ma quando erano al governo pure loro hanno subito schiaffi ingiusti da Berlino e hanno sempre tentato di riequilibrare con gli USA (all’epoca guidati da Obama solo che ora c’è Trump con il quale non sono ideologicamente affini). Berlusconi? Lui è al sic transit gloria mundi.

Dietro le scintille degli ultimi giorni c’è un rebus difficilmente leggibile.

  • Può esistere un’Europa sostenibile? Certo che può esistere:

– Mercato comune;
– Libera circolazione delle persone e delle merci;
– Moneta Unica (tanto ormai c’è se non ci fosse stata sarebbe stato meglio) + Emissione di Eurobond
– Sanatoria dei disequilibri di Partite Correnti tramite spostamento di aziende produttive dai paesi il surplus verso quelli in deficit
– Progressiva costruzione di un Welfare Unico Europeo
– Costruzione di una Scuola Europea
– Uniformazione dei sistemi tributari (no al dumping fiscale)
– Salario Minimo orario europeo
– Politica estera Unica solo sui diritti umani e sulla cooperazione transfrontaliera (per il resto ognuno per sé e Dio per tutti)

NO ALL’ESERCITO UNICO EUROPEO.

Praticamente stanno facendo quello che non andrebbe fatto perché è impossibile fare ciò che andrebbe fatto per salvare l’Europa. Io dico che sono in un vicolo cieco: difficilissimo tornare indietro e difficilissimo andare avanti. Traete voi le conclusioni su come andrà a finire.

 

RITORNANO, di Gianfranco La Grassa

Stiamo andando di nuovo verso la piena politicizzazione della “giustizia” come già in altra epoca che ben ricordiamo e che ha avviato il paese ad una netta decadenza. Queste operazioni si accentuano nel momento in cui i “5 stelle” stanno riaprendo quello che fu il “primo forno”, fatto fallire da Renzi a “Porta a Porta”, favorendo così la formazione dell’attuale coalizione governativa. All’improvviso Di Maio si mette a dire cretinate (come il Pd) sullo spread provocato per riportare in auge pienamente l’austerità della UE (soprattutto nei nostri confronti). Ripeto che siamo in mano a prekeynesiani, seguaci del più balordo e fallimentare liberismo (diciamo “alla Pigou”). Sempre più è chiaro che sarebbe necessaria una definitiva resa dei conti con queste forze reazionarie. Se si continua a ricercare il compromesso, si arriva solo alle decisioni ormai “di parte” del premier Conte, infine smascheratosi per quello che è; adesso si capisce perché è stato scelto. La Lega forse sperava di riuscire a condizionare finti alleati e il premier nominato in seguito all’opposizione fin troppo brusca del presdelarep ad un Savona, decisione che suscitava infatti una serie di sospetti. Anche l’improvvida e sgangherata richiesta di impeachment di detto presdelarep da parte del leader pentastellato – d’altra parte ritirata subito in modo altrettanto inconsulto – suscita adesso domande. Era forse una copertura di certi rapporti che intercorrono tra ambienti veteroeuropeisti e questi “ultramoderni” grillini con l’intenzione di ingannare e quindi paralizzare gli ambienti che si dicono sovranisti? PD e “5 stelle” si affannano a dichiarare che mai potrebbero mettersi insieme, che si odiano o giù di lì. Intanto, però, stanno progressivamente rendendo paralleli i loro piani e le loro dichiarazioni sempre più balorde e reazionarie, del più piatto e vetusto liberismo. Si sta ormai giocando sporchissimo come all’epoca della liquidazione della prima Repubblica e del rapido indebolimento del nostro paese.

SOVRANISMO EUROPEISTA O “INTER-NAZIONALISMO” EUROPEO? UNA BREVE REPLICA A FRANCO CARDINI, di Fabio Falchi

SOVRANISMO EUROPEISTA O “INTER-NAZIONALISMO” EUROPEO? UNA BREVE REPLICA A FRANCO CARDINI

il link di riferimento http://italiaeilmondo.com/2019/02/18/per-un-sovranismo-europeista-di-franco-cardini-tratto-da-https-www-vision-gt-eu-wp-content-uploads-2019-02-ad_6_2019-pdf/
“Per un sovranismo europeista”* di Franco Cardini (uno degli intellettuali italiani più lucidi e capaci)  è certo un articolo che merita di essere letto, giacché, oltre ad evidenziare i gravi limiti di un “sovranismo” che rischia di configurarsi come una forma di nazionalismo “incapacitante” nell’attuale fase multipolare**, offre l’occasione per una riflessione critica sulla questione della costruzione di un autentico polo geopolitico europeo. Infatti, pure a Cardini si possono – e si devono – rivolgere diverse critiche. Vediamone brevemente alcune1) Cardini (ma non è il solo) pare non tener conto che civiltà e cultura si collocano su un piano distinto (benché non irrelato) da quello geopolitico. Ad esempio, la civiltà e la cultura greca erano imperniate sulle poleis che continuarono a farsi la guerra pure dopo la guerra del Peloponneso, finché le poleis dovettero riconoscere la supremazia del regno macedone.
Insomma, civiltà e cultura (europea) non bastano per dar vita ad un soggetto geopolitico (europeo).2) Cardini difende un sovranismo europeo, ma nulla dice del debito sovrano dei singoli Stati europei. Dovrebbe allora esserci un unico debito pubblico europeo? E la Germania che non ha voluto nemmeno gli eurobond accetterebbe? Quello che le banche tedesche e francesi hanno fatto alla Grecia non ha nulla da insegnare? Inoltre, è davvero possibile che un generale greco o italiano possa comandare la difesa europea, inclusa la force de frappe? E quale dovrebbe essere la politica estera dell’Europa? In altri termini chi deciderebbe? La Germania vuole un seggio all’Onu (e non ne vuole sapere di un seggio europeo) e la Francia non è certo disposta a rinunciare al suo. Come la mettiamo allora con il sovranismo europeo?
3) Cardini da un lato sostiene che l’Europa dovrebbe smarcarsi dai potentati economici e finanziari, che ritiene dei poteri “transnazionali”, dall’altro però pensa che per riuscirvi l’Europa si dovrebbe sganciare dall’America, ossia da uno Stato nazionale. La contraddizione è palese, perché in pratica questo equivale a riconoscere che i potentati economici e finanziari sono e non sono “transnazionali” in quanto di necessità “agganciati” a precisi centri di potenza (geo)politici, ossia in quanto non possono non agire in sinergia con uno Stato nazionale egemone o con più Stati nazionali (anti-egemonici o sub-dominanti), che del resto sono ancora i principali attori geopolitici sulla scacchiera globale. Difatti, solo gli Stati possiedono i mezzi di coercizione (satelliti, missili, aerei, navi da guerra, forze corazzate, servizi, polizia, tribunali, prigioni, ecc.) per “regolare” i rapporti internazionali. D’altronde, è forse possibile spiegare la guerra in Siria o il conflitto israelo-palestinese o lo scontro tra Israele e l’Iran o la questione dell’Ucraina o la guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen o il terrorismo islamista e via dicendo “solo” con il potere della finanza o la geoeconomia? Ovviamente no. Qualunque riflessione sulla questione di uno spazio geopolitico europeo e della “sovranità nazionale” quindi dovrebbe perlomeno tener presente che per comprendere la realtà geopolitica occorrono non solo categorie economiche o “ideologiche” ma anche e soprattutto categorie politico-strategiche.D’altronde è noto che terminata la Seconda guerra mondale gli americani erano disposti ad appoggiare i vari movimenti nazionalisti del Terzo Mondo. Tuttavia dovettero riconoscere che pure i comunisti erano nazionalisti. Come allora giustificare la lotta contro il comunismo? Il problema lo risolsero sostenendo che i comunisti non erano veri nazionalisti.
In realtà, era vero l’opposto. Ho Chi Minh, ad esempio, era comunista ma pure nazionalista dalla punta dei piedi fino alla punta dei capelli, per così dire. Il fatto che i vietnamiti comunisti fossero nazionalisti  rappresentava la regola non l’eccezione per quanto concerne le varie lotte di liberazione dopo la Seconda guerra mondiale.
In questa prospettiva, si dovrebbe allora comprendere che oggi più che di un sovranismo europeista vi sarebbe bisogno di una lotta di liberazione nazionale dei popoli europei, ossia di una “Internazionale” dei popoli europei. In definitiva oggi essere “inter-nazionalisti” significa sia difendere il “senso di appartenenza” che opporsi al capitalismo predatore neoliberale ovvero opporsi tanto all’euro-atlantismo (mascherato da europeismo) degli eurocrati quanto all’imperialismo neoatlantista di Trump e Bannon.
*Vedi https://www.vision-gt.eu/platform-europe/per-un-sovranismo-europeista/?fbclid=IwAR3IuoODDScZH4zjsiWOZQ_P-Z5TEQBngxxQvY9hW4-rkPDEmVocx2lQD6g
** Tuttavia, si deve distinguere tra diverse forme di nazionalismo. Un conto è lo sciovinismo, che genera intolleranza e xenofobia, un altro il patriottismo, ovverosia la difesa del “senso di appartenenza” ad una terra, ad una cultura, ad un popolo. In quest’ultimo caso non si può certo parlare di nazionalismo ottuso, basti pensare alle lotte di liberazione nazionale.

Salvini e Maduro, di Fabio Falchi

tratto da https://www.facebook.com/fabio.falchi1

La posizione di Salvini sul Venezuela è molto più grave del suo sostegno a Bibi o a Bolsonaro.
Io non sono un fan di Maduro, che del resto ho criticato anche nel mio libro “Geo-politicamente abita l’uomo” ( precisamente nel capitolo intitolato “Intermezzo storico-politico. Il socialismo bolivariano”) , sia pure mettendo in evidenza che il Venezuela è in pratica sotto assedio da anni e distinguendo il governo di Maduro da quello di Chávez.
Ma un conto è la critica un altro la criminalizzazione di Maduro e soprattutto del socialismo bolivariano. E un altro ancora la giustificazione dell’ingerenza pesante negli affari interni di uno Stato sovrano da parte di chi ciancia di “sovranismo”. E un altro ancora non tener conto della posizione della Russia da parte di chi ritiene essenziale avere buoni rapporti con la Russia.
La politica di un Paese non può dipendere solo dalla questione della immigrazione irregolare (peraltro contrastata con l’appoggio determinante del M5S, che invece non pochi leghisti fino a qualche mese fa ritenevano che avrebbe ostacolato la Lega su questa spinosa questione).
Gli è che Salvini &C si sono messi in testa di fare i portaborse di Trump in Europa – il che è ben diverso dal cercare di sfruttare con intelligenza strategica lo scontro ai vertici degli Usa e quello tra l’America di Trump e l’Ue -, illudendosi così di risolvere i problemi dell’Italia , che per i leghisti dovrebbe addirittura diventare il principale alleato degli Usa in Europa al posto della Gran Bretagna.
In definitiva, rebus sic stantibus, si perderà un’altra buona occasione per cambiare in meglio questo Paese.

I NEMICI DELL’EUROPA, di Fabio Falchi_SINTESI DEL MATCH di Roberto Buffagni

I NEMICI DELL’EUROPA

https://fabiofalchicultura.blogspot.com/2018/12/le-improvvide-e-gravi-dichiarazioni-del.html?fbclid=IwAR1lbQ1kqs1rRZo_1QDe14vkea9RFTXBTyMa7zRgQ67Wjb-61rja4UnrlKo

Le improvvide e gravi dichiarazioni del ministro Salvini su Hezbollah e la politica di Israele hanno suscitato il più che comprensibile sdegno di molti italiani (tra cui non pochi sostenitori del “capitano del popolo” leghista), che non sono disposti a tollerare la pre-potenza di Israele (anche se detestano i pregiudizi antisemiti di non pochi che si definiscono  antisionisti), ma hanno pure offerto l’occasione agli “europeisti antiamericani” di sferrare un attacco durissimo contro i populisti e i cosiddetti “sovranisti”. Invero, è particolarmente significativa sotto il profilo geopolitico la posizione di coloro che considerano i “sovranisti” dei nemici dell’Europa (e della stessa Eurasia) più pericolosi dei neoliberali euro-atlantisti. Questa critica del populismo e del “sovranismo” si caratterizza  per la contrapposizione della politica degli Usa a quella della Ue, senza che sia preso in seria considerazione lo scontro in atto ai vertici della potenza d’oltreoceano.

In pratica, gli “europeisti antiamericani” prendono in esame solo un aspetto che contraddistingue oggi lo scenario geopolitico occidentale, ossia il “sovranismo”, sostenuto soprattutto da Trump e Bannon, in quanto si contrappone all’eurocrazia. In questo modo è facile dimostrare che i populisti (compresi i gilet gialli) o i “sovranisti” sono solo dei burattini della Casa Bianca, il cui scopo è mantenere l’Europa “sotto il tallone americano”, facendo a pezzi l’Ue e privilegiando i rapporti bilaterali tra gli Usa e i singoli Paesi europei.

Ovviamente costoro si guardano bene dal prendere in esame la politica degli eurocrati che ha permesso alla Nato di piantare saldamente le tende in Europa orientale o le conseguenze disastrose per l’Europa mediterranea del neomercantilismo (e del nazionalismo!) della Germania o il ruolo della Ue nel golpe neofascista di piazza Maidan, né prendono in esame la politica marcatamente “russofoba” di Bruxelles.

Agli “europeisti antiamericani” è bastato che Macron dichiarasse che per difendersi dall’America (di Trump, non della Clinton o di Robert Kagan!), dalla Russia e dalla Cina (ma senza che egli precisasse come dovrebbe essere questo esercito, chi dovrebbe comandarlo e in funzione di quali interessi dovrebbe essere costituito), per considerare Macron una sorta di “campione” dell’Europa antiamericana, come se il presidente francese (noto idolo dei “bobos” e dei “venusiani” europei per la sua difesa dei “mercati” e del peggiore melting pot) non avesse esplicitamente menzionato la Russia e la Cina tra i nemici della Ue, né fosse il “rappresentante” europeo di quel deep State americano che è così ferocemente ostile a Trump da accusare esplicitamente (Robert Kagan, Madeleine Albright, ecc.) il cowboy della Casa Bianca di essere “fascista” e amico di Putin (“peccato” imperdonabile per i neoliberali).

Non a caso l’Europa che buona parte di costoro hanno in mente è una specie di IV Reich. L’egemonia americana sul Vecchio Continente viene quindi sì criticata ma appunto in un’ottica geopolitica in sostanza non diversa da quella del III Reich. Si capisce quindi che essi vedano nell’Ue “egemonizzata” dalla Germania la possibilità di dar vita ad un nuovo Reich, dopo la catastrofica sconfitta della Germania nella Seconda guerra mondiale, che di fatto portò l’Europa occidentale ad essere dominata dall’America e quella orientale dall’Unione Sovietica. Ma è proprio la “condizione di vassallaggio” rispetto agli Stati Uniti  in cui si trova ancora l’Europa (occidentale e orientale) che impone ai gruppi (sub)dominanti europei (che sono tali in quanto non hanno intenzione di smarcarsi dall’America) di schierarsi dalla parte di Trump o di quella degli americani contro Trump, e che prova che le affermazioni di Macron sulla necessità di un esercito europeo sono mera propaganda euro-atlantista.

Nondimeno, secondo questi “europeisti” (che evidentemente non comprendono bene che cosa implichi la “condizione di vassallaggio” dell’Europa rispetto agli Stati Uniti) pure Macron può essere utile “alla causa”, dato che pare “riprendere” quel progetto di difesa europea (la Ced) che fallì (all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso) proprio per l’opposizione della Francia. Ci si “dimentica” però che la Ced era sostenuta dagli americani, i quali, una volta preso atto del fallimento del progetto di difesa europea (in funzione antisovietica), si adoperarono per far entrare la Germania federale nella Nato (il che portò pure alla nascita del Patto di Varsavia). Ben diversa era la politica di De Gaulle, che aveva compreso che l’europeismo in realtà non era altro che euro-atlantismo (proprio come l’europeismo di Macron). Certo anche la politica di De Gaulle non era esente da gravi difetti (a cominciare da uno sciovinismo anacronistico). Comunque sia, il generale francese non solo riconobbe la repubblica popolare cinese, allacciò rapporti con l’Unione Sovietica, fece uscire la Francia dal comando militare della Nato, si oppose all’intervento americano in Vietnam, criticò la politica di pre-potenza di Israele e contestò l’egemonia del dollaro, ma mirava a creare un’Europa delle patrie, ossia una Confederazione europea, rispettosa della sovranità nazionale dei diversi Paesi europei nonché delle molteplici espressioni culturali che caratterizzano il Vecchio Continente. In altri termini, De Gaulle mirava a smarcare l’Europa non dalla politica di un presidente americano ma dall’America, senza però che l’Europa tornasse ad essere minacciata dalla pre-potenza della Germania.

Questo significa allora che i “sovranisti” hanno ragione? Certamente no, né si possono ignorare i pericoli del “trumpismo”. Ma nella misura in cui la politica di Trump (benché sia detestabile soprattutto, ma non solo, per quel che riguarda il Medio Oriente) manda all’aria i disegni egemonici dell’euro-atlantismo, creando dis-ordine a livello geopolitico e indebolendo i centri di comando della Ue, “apre” nuovi scenari geopolitici, che rendono possibile una ridefinizione della politica dei singoli Paesi europei sia sotto il profilo economico che sotto quello geopolitico.

Tuttavia, il fatto che i populisti non sappiano o non vogliano approfittarne, ma preferiscano svolgere il ruolo di lacchè della Casa Bianca, privilegiando una forma di ottuso nazionalismo (senza comprendere che il multipolarismo rende necessaria una politica imperniata sui grandi spazi) e difendendo l’estremismo sionista, non implica certo che si debba fare l’apologia di un europeismo che è funzionale solo agli interessi dell’oligarchia neoliberale occidentale (ossia a quelli del gruppo dominante d’oltreoceano – che si oppone a Trump – e dei cosiddetti “europeisti”), con buona pace di chi pensa che l’orologio della storia si sia fermato nel 1945. In definitiva, i nemici più pericolosi dell’Europa non sono solo i populisti filoamericani  ma pure gli “europeisti”, che siano o non siano filoamericani, perché sia gli uni che gli altri di fatto “sognano” un’Europa senza europei.

Infatti, essere europei significa in primo luogo non essere sudditi – né dell’impero americano (“trumpista” o non “trumpista”) né del IV Reich né di qualsiasi altro impero – ma essere cittadini di una qualsiasi polis europea.  E ciascuna polis europea è contraddistinta da una storia che non si può comprendere senza comprendere la storia e le civiltà dell’Eurasia. La possibilità che le diverse poleis europee, a differenza dalle poleis dell’antica Grecia, coesistano e cooperino in unico grande spazio, superando definitivamente divisioni e opposizioni “incapacitanti”, non è diversa quindi dalla possibilità che anche l’Europa e l’Asia coesistano e cooperino in un grande spazio eurasiatico.

ROBERTO BUFFAGNI

Sintesi partita: se la UE si complimenta con il governo e accetta il compromesso, segna un punto. Se cerca l’umiliazione, si apre al contropiede (non si sa se poi siamo in grado di giocarlo e farle gol). Allo stato, è una sconfitta simbolica, non decisiva benchè seria. Diventa scontro decisivo solo se lo cerca la UE. Il che la dice lunga sul problema di fondo del governo, che è la mancanza di strategia. Se non hai strategia, l’iniziativa ce l’ha sempre l’avversario, e tu reagisci più o meno ordinatamente. Importante evitare gesti disonoranti irreversibili; salvo quelli, niente è perduto. Ci sono voluti vent’anni per sprofondare, non bastano sei mesi per tornare a galla.

MULTIPOLARISMO E “PRAGMATISMO”, di Fabio Falchi

MULTIPOLARISMO E “PRAGMATISMO”

https://fabiofalchicultura.blogspot.com/2018/10/multipolarismo-e-pragmatismo.html?fbclid=IwAR2FkxZRIOgVgpP7B-1BXLecqoDzwi6g9MSQGZ5rxLF_cZI1dIEPqvaMvbw

La vittoria di Bolsonaro difficilmente potrà riportare l’America Latina ai tempi dell’operazione Condor, ma certo segna l’inizio di una nuova fase storica per il continente americano dopo la breve fase del cosiddetto “socialismo dell’America Latina”, che comunque non potrà essere cancellata. Facile prevedere perciò anche per l’America Latina un periodo contrassegnato da nuove lotte e aspri conflitti, ma si può pure ritenere che la politica degli Usa nel continente americano dipenderà sempre più dai gruppi subdominanti latino-americani.
In ogni caso, la partita decisiva nei prossimi decenni sarà (salvo che non vi siano mutamenti improvvisi e di portata mondiale) quella in Estremo Oriente, che assorbirà sempre più le limitate risorse degli Usa. Pure in Medio Oriente del resto gli Usa si vedono già costretti a dipendere sempre più dai loro alleati (Israele e Arabia Saudita – non a caso Obama, con l’accordo sul nucleare con l’Iran, aveva cercato di evitare che la politica di questi Paesi potesse compromettere gli interessi degli Usa a livello globale) e qualcosa di simile vale pure per l’Europa.
Lo scontro in atto ai vertici della potenza egemone peraltro riguarda la ridefinizione del ruolo degli Usa anche a livello geopolitico (che non si può separare dalla questione dell’economia degli Usa) e in particolare il confronto con la Russia che per la parte del gruppo dominante ostile a Trump è ancora il nemico principale, anche se al riguardo la stessa politica di Trump è tutt’altro che coerente e chiara. Di fatto, gli Usa a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso hanno cercato di risolvere il problema del loro declino relativo (Paul Kennedy) mediante l’espansione del capitalismo finanziario (Giovanni Arrighi), puntando tutto sulla globalizzazione made in Usa. Il crollo dell’Urss favorì una “accelerazione” di questa politica e la prima guerra del Golfo illuse gli Usa di potere pure ridefinire la carta geopolitica mondiale con interventi di carattere militare. Invero, questa politica – confermando il giudizio di Fernand Braudel secondo cui la prevalenza del capitalismo finanziario è il segnale dell’autunno della potenza egemone – ha favorito l’eccezionale crescita della Cina, ha generato instabilità a livello mondiale, ha indebolito il sistema socio-economico americano, ha evidenziato la debolezza del sistema militare degli Usa per quanto concerne il controllo diretto di un Paese (Afghanistan e Iraq) e ha creato un caos che è stato sfruttato sul piano geopolitico sia dalla Russia che da potenze regionali, e su quello economico (oltre alla Cina e altri Paesi asiatici) soprattutto dalla Germania, cui tutto o quasi era stato concesso per saldarla all’Atlantico dopo il crollo dell’Urss.
In questo contesto non sarà facile quindi per gli Usa gestire la crisi della Ue, che non è altro che una aggregazione di Stati nazionali in lotta tra di loro (ossia una nullità geopolitica e militare) ed è prevedibile che anche in Europa gli Usa dovranno contare sempre più su gruppi subdominanti. Tuttavia, mentre il gruppo obamiano-clintoniano (per capirsi) sostiene decisamente l’euroatlantismo in funzione antirussa, secondo la logica deterritorializzante tipica del predominio del capitalismo finanziario, viceversa la politica di Trump cerca (non senza contraddizioni) di conciliare la politica di potenza degli Usa con una forma di riterritorializzazione della politica e dell’economia che vada a vantaggio della società americana nel suo complesso.
Comunque, sia che prevalga la politica di Trump sia che prevalga quella dei suoi avversari, è inevitabile che gli Usa si imbattano nei limiti della propria potenza, limiti che dipendono sia da una “sovraesposizione imperiale” dell’America sia dalla crescita di altre potenze. In altri termini, Trump o non Trump, il multipolarismo non solo è già una realtà, ma è pure una realtà che genererà nuovi conflitti e numerose scosse di terremoto geopolitico e geo-economico. Che questo possa pure essere occasione di crescita politica ed economica per diversi Paesi lo si può concedere, ma certo sempre più si evidenzieranno i difetti dell’architettura politica ed economica della stessa Ue, i cui centri di potere sono legati a doppio filo con la parte dello Stato profondo americano ostile a Trump.
D’altronde l’Ue è imperniata sulla supremazia dell’area baltica, mentre l’area mediterranea è quella ormai che conta di più sotto il profilo geopolitico e geostrategico. E nei prossimi decenni l’“esplosione” demografica dell’Africa, potrebbe avere effetti devastanti per il continente europeo, tanto più se si considera il totale e vergognoso fallimento della Ue nel controllare l’immigrazione irregolare. In pratica, l’unica strategia degli eurocrati per quel che riguarda l’area mediterranea pare consistere nel dare carta bianca alla Francia, la cui politica nel continente africano oltre ad aver già danneggiato gravemente l’Italia è del tutto inadeguata a risolvere gli attuali problemi dell’Africa. Invero, l’ambiziosa e velleitaria politica della Francia, che da tempo non è più una grande potenza, potrà solo rendere ancora più difficili i rapporti tra l’Europa e l’Africa.
Pertanto, pare logico che la politica di un Paese come l’Italia nella presente fase storica dovrebbe essere il più possibile “pragmatica”. Nondimeno, è difficile non riconoscere che la politica dei giallo-verdi, benché sia attenta, a differenza dei governi precedenti, a difendere l’interesse nazionale, mostra già molteplici carenze sotto il profilo strategico. La mancanza di una vera strategia politica da parte dei giallo-verdi del resto è confermata dalla manovra del governo, che punta soprattutto sul consenso elettorale.
Una legislatura dura (in teoria) cinque anni. Vi era quindi tutto il tempo per rivedere la riforma delle pensioni e per introdurre il reddito di cittadinanza (al riguardo si sarebbe potuto agire in “modo graduale”) mentre essenziale sarebbe stato puntare subito su investimenti nella R&S, nelle infrastrutture e soprattutto nei settori strategici (energia, robotica, sistemi di difesa ecc.) e al tempo stesso ridefinire gli equilibri di potere nel nostro Paese, adottando nuovi dispositivi di legge e una serie di misure di carattere politico-culturale (a cominciare dal settore della comunicazione, sostenendo la piccola editoria e moltiplicando centri studi e di ricerca in funzione di un nuovo corso politico e culturale).
In questa prospettiva, lo scontro con gli eurocrati avrebbe avuto ben altro significato (e lo stesso vale per la possibile adozione di nuovi strumenti finanziari). In sostanza, barcamenarsi tra Scilla e Cariddi non significa essere “pragmatici” ma solo navigare a vista.

GLI USA NEL LABIRINTO MEDIO-ORIENTALE, di Fabio Falchi

GLI USA NEL LABIRINTO MEDIO-ORIENTALE

In questi giorni sembra tornato di attualità il paragone tra la Clinton e Trump. Ma è una questione che si pone in termini sbagliati se non si distingue tra Trump in quanto avversario della Clinton e Trump in quanto presidente degli Usa.

Il primo Trump era un “estraneo” per il deep State, ossia per l’élite Usa che guida la globalizzazione e che da tempo ha separato il proprio interesse da quello della società americana nel suo complesso. Trump si è fatto invece portavoce di quest’ultima e per questa ragione ha sconfitto la Clinton.

Come presidente degli Usa però Trump non può “ignorare” che le basi della potenza degli Usa dipendono ormai dal ruolo di gendarme mondiale dell’America, che deve tutelare in primo luogo gli interessi dei gruppi dominanti occidentali.

Con l’elezione di Trump alla Casa Bianca è venuta alla luce questa contraddizione, che non è senza relazione con il declino degli Usa come centro egemonico, a causa della nascita di altri centri di potenza i cui interessi sono differenti e in alcuni casi perfino opposti rispetto a quelli dei gruppi dominanti occidentali, a loro volta in lotta tra di loro per conquistare nuove posizioni di potere o semplicemente perché perseguono fini diversi.

Il programma di Trump quindi era chiaro: difendere gli interessi della classe media Usa, ridefinire i rapporti con i gruppi dominanti occidentali e cercare un compromesso con la Russia di modo da lasciare tempo e spazio agli Usa necessari per ristrutturare il quadro dell’economia mondiale su basi nuove e più favorevoli alla società americana nel suo complesso.

Ma imperialismo Usa e multipolarismo non sono affatto facili da conciliare, tanto più che rinunciare al primo significherebbe per gli Usa, che dipendono orami pressoché totalmente dal Warfare State, andare incontro ad un declino di potenza incontrollabile e inaccettabile.

Si tratta ovviamente di un problema che va ben oltre la persona di Trump, che peraltro si è rivelato anche sotto questo profilo tutt’altro che deciso e capace tanto che il deep State è riuscito a mettere nel governo Usa due falchi come Pompeo e Bolton – certo avvantaggiato dallo stesso Trump che, del resto, ha sempre appoggiato la politica di Israele e dei sauditi contro l’Iran, non diversamente dai falchi neocon.

Questo groviglio di contraddizioni è reso ancor più ingarbugliato dalla mancanza di una strategia Usa chiara e definita, il che ha portato gli Usa a perdere l’iniziativa in una zona chiave come il Medio Oriente, in cui l’America adesso non solo rischia di perdere un alleato prezioso come la Turchia ma, per non essere declassata ad attore geopolitico di secondo piano, rischia, per così dire, di “andare a rimorchio” dalla politica israeliana e saudita. Insomma gli Usa si sono cacciati in un vicolo cieco.

Quel che davvero conta allora non è se Trump sia o no un falco o se sia più o meno capace (certo non è un’aquila….), ma come i vertici degli Usa intendono confrontarsi con la questione del multipolarismo. Una questione che fino adesso di fatto gli Usa non hanno affrontato, perché in sostanza non sono affatto disposti né sono pronti a confrontarsi su un piano di parità con altri attori geopolitici, in primis la Russia.

WALTER BENJAMIN, IPERDECISIONISMO E REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO: LO STATO DI ECCEZIONE IN CUI VIVIAMO È LA REGOLA*, DI MASSIMO MORIGI – Prosegue il dibattito

Prosegue il dibattito su

WALTER BENJAMIN, IPERDECISIONISMO E REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO: LO STATO DI ECCEZIONE IN CUI VIVIAMO È LA REGOLA*, DI MASSIMO MORIGI

Massimo Morigi

« Il cortesissimo ( ed acuto) Fabio Falchi mi cita dove affermo che “lo strumento che permette di unificare nella teoria e nella prassi questi due campi apparentemente distinti è il conflitto dialettico-strategico” e quindi conclude che “Quindi natura e cultura non sono realtà identiche , dato che devono essere unificate (sono cioè realtà distinte non irrelate/separate). L’unificazione è appunto un processo storico (inevitabile a mio avviso). ” Purtroppo questa conclusione, ovviamente solo per quanto riguarda l’interpretazione del mio pensiero, è errata. Quando io parlo di “strumento”, l’affermazione deve essere interpretata dialetticamente, vale a dire che lo strumento interpretativo del conflitto strategico è la chiave che ci permette di interpretare la realtà ma è, al tempo stesso, la struttura della realtà stessa. E che questa debba essere l ‘ “interpretazione autentica” (m viene un po’ da ridere ad impiegare questo linguaggio da leguleo ma Fabio Falchi, la cui indulgenza ed ironia immagino sia pari alla sua giustissima acribia, spero sappia sorriderne) lo si deduce bene dalle parole finali al mio commento alla sua benevola recensione: “In altre parole per il Repubblicanesimo Geopolitico la suddivisione fra natura e storia o fra natura e cultura è totalmente artificiosa e lo strumento che permette di unificare nella teoria e nella prassi questi due campi apparentemente distinti è il conflitto dialettico-strategico. ” Unificare nella teoria e nella prassi significa che come processo astrattamente logico esistono la teoria e la prassi ma che la vera conoscenza e la vera azione si verificano quando riusciamo a superare questa ipostatizzazione logica; vera conoscenza e vera azione esistono, insomma, quando impieghiamo nella teoria come nella prassi il metodo dialettico. E la divisione fra natura e cultura è, a modestissimo giudizio dello scrivente, non altro che il frutto della predetta ipostatizzazione. Vi è, inoltre, un punto fra le intelligenti osservazioni di Fabio Falchi che dovrebbe essere molto approfondito ed è quando si afferma che “anche le formiche si fanno la guerra ma non fanno rivoluzioni o colpi di Stato”. Sinceramente sui colpi di stato della formiche non ho molto da dire ma fra gli animali che hanno raggiunto un maggior livello di evoluzione rivoluzioni e colpi di stato esistono eccome, e esistono pure linguaggi diversi, quindi diverse tradizioni culturali, fra gruppi di animali della stessa specie ma cresciuti in luoghi diversi. Non faccio esempi perché facilmente reperibili e sottolineo questo punto solo per mettere in dubbio le troppo salde certezze fra l’ontologica suddivisione fra natura e cultura e non tanto per controbattere alle pur legittime osservazioni di Falchi in merito all’uomo come animale politico e non, mi si passi il termine, “bellico” (natura bellica dell’uomo, sia detto per inciso, che io non sostengo, io sostengo che l’uomo è un animale “strategico”, e sono sicuro che Falchi, pur probabilmente non condividendola, colga pienamente questa sottile differenza). Infine, chiedo scusa se è parso che io abbia voluto accusare Falchi, siccome sviluppa una linea di pensiero in alcuni punti non conforme alla mia, di avere un atteggiamento da “tabula rasa” rispetto alla tradizione marxiana e marxista. E chiedo scusa non tanto perché tale atteggiamento sia, a mio giudizio, del tutto assente dal suo argomentare ma per il semplice motivo che anch’io mi ci posso ritrovare (tanto per essere chiari: quando, come il sottoscritto, si afferma che la la visione della classe operaia come classe intermodale in grado di originare una palingenesi del sistema capitalistico non è altro una immanentizzazione della soteriologia cristiana, direi che la compagnia di demolizione o gli sgombera cantine stanno bussando alle porte). Il punto è dove sgomberare e demolire e mi auguro che su questo si continui per molto ancora a (dialetticamente) dibattere. Massimo Morigi – 19 marzo 2017 »

 

Fabio Falchi

Io condivido in buona misura quanto sostiene Morigi nella sua ultima risposta, ma occorre fare due brevi precisazioni per capirsi meglio.
1) Il mio esempio riguardo alle formiche non deve essere frainteso. Con questo esempio ho solo voluto segnalare che le formiche sono sì animali sociali che si fanno le guerre tra di loro ma non per questo sono animali politici. Vale adire che il conflitto che davvero conta per comprendere il Politico (a mio giudizio s’intende) è la stasis, la lotta intestina , la guerra civile, piuttosto che la guerra in generale. Non è cioè qui in gioco tanto la differenza tra l’uomo e gli altri animali (ché pure l’uomo è animale, sia pure razionale, simbolico, economico, politico etc.) , ma la questione del rapporto (già evidenziato da Heidegger contro Schmitt) di quello tra l’Essere-insieme e l’Essere-contro che si verifica con la dicotomia amico vs nemico. Quindi anche per me l’uomo è animale politico ma non necessariamente un animale “bellico”. Riguardo infine agli animali più evoluti, risulta anche a me che vi possono essere (ad esempio tra i macachi) dei conflitti che portano ad un rivolgimento sociale e ad un mutamento della gerarchia all’interno del gruppo (non sono un esperto, ma non credo  che si possa parlare di rivoluzioni o di colpi di Stato, anche perché manca lo Stato; comunque sia, anche in questo caso mi pare che il Politico sia più connesso alla stasis che al polemos, che è appunto quello che mi premeva evidenziare).
2) Io non penso ad una natura da una parte e alla cultura da un’altra con il Politico in mezzo , ma fin dall’inizio come dure realtà uni-ficate ma in perpetuo divenire (un processo dialettico quindi, se si preferisce). Pertanto, è forse la nozione di natura che è diversa nel mio discorso, dato che non rimanda alla biologia bensì alla natura intesa “grosso modo” come la intende Aristotele. La natura umana, per lo Stagirita, è una (vi è identità di specie, cioè di “forma sostanziale”) ma si esprime e articola in modi diversi e perfino incompatibili tra di loro.  In base a questa prospettiva allora si può affermare che noi non siamo differenti dai Greci o dagli aborigeni australiani per natura ma per cultura. Nondimeno, non vi è una natura umana disincarnata (un universale astratto) ma sempre, per così dire, avvolta nelle differenze ( ossia è una realtà “particolare” in senso culturale, storico,  politico nonché sotto il profilo individuale/personale). In definitiva, in quest’ottica, il concreto modo di articolarsi della natura umana  non è “dato” (non si sviluppa in base ad una “legge di natura”) nel senso che è un processo  storico e politico (in quanto la natura comunitaria dell’uomo è “aperta”, si può cioè es-primere in modi diversi).
Chiaramente, anche se la mia posizione non coincide con quella difesa da Morigi, sono il primo a riconoscere l’importanza della sua riflessione sul repubblicanesimo geopolitico.

 

1 2