Italia e il mondo

Meloni e le occasioni sprecate Con Alessio Mannino, Giuseppe Germinario

Su Italia e il Mondo: Si Parla del Piano Mattei e delle occasioni sprecate di Giorgia Meloni Ibex edizioni ha pubblicato sul proprio canale YouTube una conversazione su alcuni aspetti della politica estera del Governo Meloni tra narrazione, buone intenzioni e realtà. Il “Piano Mattei” vuole essere una piattaforma utile a rilanciare il ruolo dell’Italia in Africa. Le occasioni e le opportunità da cogliere non mancano; la capacità e la volonta di coglierle lo consentono?_Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Iran, l’ora della verità Con Gabriele Germani, Giuseppe Germinario

Su Italia e il Mondo: Si Parla di Iran, il momento della verità.
Gabriele Gemani, sul suo canale YouTube, il 5 marzo scorso, a pochi giorni dal proditorio attacco all’Iran, ha promosso una conversazione sul tema dell’aggressione. Un atto che probabilmente non vedrà sul campo una vittoria netta di una delle due parti, ma pagata a caro prezzo dall’Iran; ma che sul piano strategico delle grandi dinamiche geopolitiche comporterà un costo pesante agli Stati Uniti e all’attuale sua amministrazione che, come più volte sottolineato, ha fondato il proprio successo elettorale e il successivo insediamento anche sulla drastica limitazione e selettività degli interventi armati_Giuseppe Germinario

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PANORAMICA SINTETICA DELLE OPERAZIONI DI GUERRA TRA ISRAELE/STATI UNITI e IRAN_la redazione

SINTESI DELLE OPERAZIONI DI GUERRA TRA ISRAELE E STATI UNITI CONTRO LA REPUBBLICA ISLAMICA IRANIANA, elaborata sulla base di rapporti tratti da varie fonti delle parti contrapposte.

Il periodo di riferimento tocca le giornate di venerdì e sabato e quelle immediatamente precedenti.

Le ultime 24 ore non hanno rappresentato une semplice continuazione del ritmo delle operazioni; al contrario hanno segnato una vera e propria impennata.

La guerra aerea sull’Iran si è infatti intensificata notevolmente, il fronte libanese è diventato più complicato a causa del raid confermato su Nabi Chit e l’Iran ha continuato a espandere il raggio di azione in tutto il Golfo. La sua pressione missilistica diretta su Israele è apparsa meno massiccia rispetto all’inizio della campagna. Altrettanto importante è il fatto che molte delle affermazioni più drammatiche circolate durante la notte sono state solo parzialmente confermate o contraddette da notizie successive, il che rende fondamentale la credibilità in questo caso. La riduzione del numero di attacchi può essere interpretato come un segno della riduzione della capacità offensiva dell’Iran oppure, piuttosto, come un incremento dell’efficacia degli attacchi dei singoli vettori, tale da rendere inutile lanci massivi.

Di seguito è riportato il quadro operativo attuale.

 CAMPAGNA AEREA STRATEGICA SULL’IRAN

Israele ha notevolmente intensificato il ritmo dei suoi attacchi durante la notte. Più di 80 aerei da combattimento, stando alle dichiarazioni dei portavoce del IDF, hanno colpito diversi siti militari a Teheran e nell’Iran centrale, sganciando circa 230 bombe. Numerosi gli obiettivi segnalati, tra questi un sito sotterraneo di stoccaggio e produzione di missili balistici, un altro complesso di stoccaggio e lancio di missili e l’Università Imam Hossein. Quest’ultima fungerebbe da centro di raccolta di emergenza dell’IRGC e da base militare. I media israeliani sottolineano che la campagna si sta ora riorientando esplicitamente verso gli impianti di produzione di armi, la capacità di fabbricazione di missili e quella di rigenerazione dei lanciatori.

Teheran e la zona occidentale della città hanno subito alcuni dei bombardamenti più intensi dal’inizio delle attività belliche; l’aeroporto di Mehrabad è stato oggetto di particolare attenzione. Reuters ha riferito che l’aeroporto Mehrabad di Teheran è stato colpito, mentre il Times of Israel e fonti di intelligence open source confermano incendi ed esplosioni ripetute nella stessa zona e intorno alle parti occidentale e centrale di Teheran.

Ci sono anche crescenti segnali che la campagna stia investendo la base industriale più profonda del programma missilistico iraniano, non solo i lanciatori schierati. Le informazioni di intelligence open source che citano l’Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale indicano che le immagini mostrano danni significativi agli impianti di produzione di motori a propellente solido per razzi di Parchin, un collo di bottiglia fondamentale nella produzione di missili balistici; una conferma della più ampia seconda fase della campagna, riportata da Reuters, contro le infrastrutture missilistiche sotterranee e i nodi di produzione.

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ATTACCHI MISSILISTICI IRANIANI SU ISRAELE

L’Iran ha continuato a lanciare ripetute salve su Israele durante la notte e fino al mattino, ma le salve sembrano ridotte e sporadiche rispetto ai primi giorni di guerra. Il Times of Israel ha riferito che alle 6:00 circa, ora locale, Israele aveva già subito il quinto lancio di missili balistici dall’Iran, a partire dalle sei ore precedenti. L’urlo delle sirene a Gerusalemme, Beersheba e nel nord di Israele e, più tardi, anche nelle regioni centrali ha continuato ad echeggiare. La maggior parte dei missili è stata intercettata e non sono stati segnalati feriti durante gli attacchi notturni e mattutini, stando alle fonti israeliane.

Le informazioni di intelligence open source confermano i ripetuti preallarmi e le sirene in tutta l’Alta Galilea, la baia di Haifa, le Valli, Dan, Sharon, la pianura costiera, la Giudea, Lachish e le zone centrali, seguiti da messaggi di cessato allarme e nessuna segnalazione immediata di vittime nelle diverse ondate.

Uno sviluppo tecnico degno di nota è che i tempi di preallarme sono sempre più ristretti rispetto a quelli a cui gli israeliani si erano abituati all’inizio della guerra. L’IDF ha affermato che ciò è dovuto a fattori operativi di rilevamento e non a un malfunzionamento tecnico. Anche Times of Israel ha respinto l’idea che i preallarmi più brevi fossero il risultato diretto dei danni subiti dai sistemi radar statunitensi nella regione. I dubbi, però permangono sulla veridicità delle cause.

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 LE MUNIZIONI A GRAPPOLO RIMANGONO UNA MINACCIA

Le testate a grappolo o a scissione restano parte della questione e non dovrebbero essere ignorate solo perché il numero totale dei lanci iraniani sembra inferiore rispetto all’inizio della guerra. Precedenti articoli del Times of Israel hanno descritto le submunizioni e gli effetti delle munizioni a grappolo nella zona centrale di Israele; le informazioni di intelligence open source delle ultime 24 ore hanno continuato a fare riferimento a testate a frammentazione e a modelli di impatto simili a quelli delle munizioni a grappolo. Un elemento importante perché, anche quando l’intercettazione ha successo, le submunizioni e i detriti possono ampliare l’area di pericolo e far sembrare i singoli bombardamenti più estesi di quanto suggerisca il numero totale di missili.

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FRONTE LIBANESE: CONFERMATO IL RAID SU NABI CHIT

Si tratta della novità più importante della giornata, che richiedeva una conferma concreta, per altro arrivata.

La notizia è stata confermata dai media israeliani e dal bollettino di Reuters. I commando israeliani hanno effettuato un raid aereo in profondità nei pressi di  Nabi Chit, nel Libano orientale, con l’obiettivo, fallito, di localizzare i resti di Ron Arad. Il Times of Israel ha riferito che non ci sono state vittime israeliane; Reuters ha confermato la natura dell’operazione.

È inoltre ragionevolmente accertato che Hezbollah sia riuscito ad intercettare l’operazione e che la fase di estrazione abbia scatenato un massiccio fuoco di copertura da parte israeliana. Il Times of Israel ha riferito che Hezbollah ha dichiarato di aver osservato quattro elicotteri israeliani infiltrarsi dalla direzione siriana, che la formazione ha raggiunto il cimitero di Nabi Chit e che l’esibizione di forza è stata seguita da intensi attacchi israeliani. Lo stesso rapporto afferma che i funzionari libanesi hanno conteggiato almeno 16 morti e 35 feriti.

Anche le fonti di intelligence aperte confermano l’attività di elicotteri nei pressi di Brital e Nabi Chit, seguita da pesanti attacchi aerei israeliani e da scontri nelle zone circostanti, tra cui Khiam.

Altrettanto importanti sono le informazioni non confermate secondo cui elicotteri israeliani sarebbero stati abbattuti, i commando catturati. In sostanza che l’operazione avrebbe causato pesanti perdite israeliane. Informazioni però non verificate e non confermate da Israele.

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CONTINUA LA PRESSIONE DI HEZBOLLAH SUL NORD DI ISRAELE

A parte il raid su Nabi Chit, Hezbollah ha mantenuto attivo TUTTO il fronte settentrionale. Fonti aperte segnalano ripetuti allarmi missilistici e avvisi di missili nelle comunità settentrionali, tra cui Kfar Yuval e Metula, contemporanei a continui scontri intorno a Khiam.

L’implicazione più ampia è chiara: Hezbollah non sta ancora aprendo una guerra convenzionale vera e propria; sta chiaramente sfruttando l’attività israeliana in Libano per mantenere instabile il fronte settentrionale e aumentare il costo di operazioni israeliane più profonde. Sia Reuters che AP descrivono il Libano come un teatro secondario in peggioramento, non solo un rumore di fondo.

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 IL FRONTE DEL GOLFO È ANCORA ATTIVO

L’Iran ha continuato a cercare di estendere la guerra in tutto il Golfo; più che una volontà suicida di estensione, la constatazione della presenza statunitense in territorio arabo. Reuters ha riferito che gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait, il Qatar, il Bahrein e l’Arabia Saudita hanno tutti segnalato attacchi con droni o missili nell’ultima settimana; lo stesso presidente iraniano si è scusato con gli Stati confinanti, affermando però che gli attacchi cesseranno quando quei paesi non verranno utilizzati per colpire l’Iran. Le scuse stesse sono rivelatrici comunque del danno l’Iran abbia arrecato alla propria diplomazia regionale.

L’Arabia Saudita è rimasta uno degli obiettivi principali. Secondo quanto riportato, alcuni droni sono stati intercettati vicino al giacimento petrolifero di Shaybah e anche alcuni missili diretti verso la base aerea Prince Sultan sono stati intercettati.

Le informazioni di intelligence open source indicano anche una pressione costante regionale sulla Giordania e sull’Iraq, in linea con il tentativo dell’Iran di estendere il conflitto su più fronti. Non si può escludere che parte degli attacchi siano in realtà false flag della parte opposta per allargare la partecipazione antiraniana.

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CONTINUA IL RAFFORZAMENTO DELLE FORZE STATUNITENSE

La presenza militare statunitense continua a rafforzarsi.

Secondo quanto riportato, il gruppo da battaglia della portaerei USS Gerald R. Ford è entrato nel Mar Rosso e la USS George H.W. Bush si sta preparando a dispiegarsi, portando a tre i gruppi da battaglia statunitensi in grado di operare contemporaneamente nel teatro o nelle vicinanze.

Gli Stati Uniti hanno anche approvato la vendita di munizioni di emergenza a Israele per un valore di 151,8 milioni di dollari; pacchetto che include 12.000 bombe BLU-110 da 1.000 libbre. La tendenza a incrementi di spesa elevati, piuttosto che di un’imminente riduzione. Segno che la guerra è destinata a protrarsi.

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CURDI: TANTO CHIASSO, MA ANCORA NESSUN FRONTE CONFERMATO

Axios ha riferito che i leader curdi iracheni stanno resistendo con fermezza alle pressioni per partecipare alla guerra e cercano di rimanere neutrali. Lo stesso rapporto afferma che le forze Peshmerga hanno impedito alle fazioni curde iraniane di lanciare attacchi in Iran dall’Iraq, almeno per ora.

Ad oggi il fronte curdo rimane una possibilità concreta e una dei principali timori dell’Iran, ma non ci sono ancora prove confermate che sia iniziata un’operazione terrestre curda su vasta scala. Le fonti più attendibili indicano al momento il contrario.

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HOUTI: ANCORA FUORI, MA NON FUORI DALLA STORIA

Gli Houthi restano una delle principali incognite.

I media riferiscono che Abdul Malik al Houthi ha offerto la propria disponibilità ad agire, che il suo movimento ha il dito sul grilletto ed è pronto a muoversi militarmente se gli sviluppi lo dovessero richiedere.

Allo stesso tempo, le analisi suggeriscono che gli Houthi stanno ancora temporeggiando per evitare di scatenare una vasta campagna di ritorsioni.

Ciò significa che lo Yemen è ancora da considerarsi una riserva di escalation.

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CINA E RUSSIA: SOSTEGNO RETORICO, DISTANZA STRATEGICA

Una delle realtà strategiche più evidenti al momento è che l’Iran non sta ricevendo il tipo di sostegno diretto che alcuni si aspettavano da Mosca o da Pechino.

Secondo quanto riportato, sia la Russia che la Cina stanno rimanendo in gran parte in disparte, limitandosi a condanne diplomatiche e dando priorità ai propri interessi economici e geopolitici.

Ciò rafforza la sensazione che l’Iran sia apparentemente più isolato a livello internazionale di quanto suggerisca la sua retorica, anche se, oltre alle forniture, iniziano a trapelare contributi di intelligence da parte russa e cinese.

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COSA CONTA DI PIÙ IN QUESTO MOMENTO

Tre cose definiscono le azioni di questa notte: a-La campagna aerea iraniana sta penetrando sempre più a fondo nel sistema. Ora si tratta della produzione di missili, delle infrastrutture sotterranee e della spina dorsale coercitiva del regime.b- Il fronte libanese è diventato più pericoloso e complesso. Il raid di Nabi Chit è stato reale, sembra aver fallito il suo obiettivo e dimostra che Israele è disposto a correre rischi significativi in Libano anche mentre combatte direttamente l’Iran.c- L’Iran sta ancora cercando di regionalizzare la guerra, ma il modello sembra sempre più quello di uno Stato che reagisce violentemente all’esterno mentre è sottoposto a crescenti pressioni operative e diplomatiche.

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AGGIORNAMENTO OPERATIVO ULTERIORE: GUERRA TRA ISRAELE E STATI UNITI CONTRO LA REPUBBLICA ISLAMICA Finestra di riferimento: ultime ~24 ore

Le ultime 24 ore hanno segnato una svolta nella traiettoria della guerra. Israele e gli Stati Uniti non stanno più prendendo di mira principalmente la capacità di ritorsione immediata dell’Iran. La campagna si sta ora spostando più in profondità nell’infrastruttura militare, nella struttura di comando e nel sistema di produzione missilistica dell’Iran, mentre il conflitto si estende contemporaneamente al Libano, al Golfo e ora al Caucaso.

Di seguito è riportato il quadro operativo.

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CAMPAGNA AEREA STRATEGICA SULL’IRAN

Gli attacchi israeliani e statunitensi sono continuati in tutto l’Iran. In particolare:

 Teheran, Isfahan, Kermanshah, Shiraz,  Qom, Bandar Abbas, Provincia del Kurdistan sono i principali punti di attacco.

Secondo quanto riportato da fonti israeliane, nella campagna sono già state sganciate più di 5.000 bombe e i pianificatori militari si stanno preparando per almeno un’altra settimana o due di operazioni.

Gli obiettivi ben al di là dei lanciamissili di superficie sino a includere complessi missilistici sotterranei, infrastrutture di comando dell’IRGC, siti di produzione militare, strutture di sicurezza del regime

Ciò segnala un cambiamento verso lo smantellamento sistematico della capacità di attacco a lungo termine dell’Iran.

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I BOMBARDIERI B-2 E B-52 SEGNALANO UN’IMPORTANTE ESCALATION DELLA POTENZA AEREA

I bombardieri pesanti statunitensi stanno assumendo ora un ruolo più importante.

Secondo quanto riferito, i bombardieri stealth B-2 stanno colpendo strutture missilistiche sotterranee profonde, mentre l’introduzione dei bombardieri B-52 aumenta notevolmente la capacità di attacco disponibile. Ciò è importante per due motivi.

In primo luogo, i B-52 effettuano un gran numero di sortite di attacco con carico utile elevato, il che consente di lanciare molte più munizioni per ogni missione.

In secondo luogo, il loro impiego indica che la coalizione ritiene che le difese aeree iraniane siano state indebolite a tal punto da consentire l’operazione di bombardieri strategici non stealth nel teatro delle operazioni.

In termini pratici, ciò suggerisce che la campagna di bombardamenti sta per aumentare di volume significativamente.

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 RITORSIONE IRANIANA

L’Iran continua a lanciare missili balistici e droni in tutta la regione.

Totali stimati dall’inizio del conflitto:

 Oltre 500 missili balistici. Oltre 2.000 droni

Gli obiettivi dall’inizio della guerra hanno incluso: Israele Kuwait Qatar Emirati Arabi Uniti  Bahrein Arabia Saudita Turchia (intercettato in traiettoria) Cipro Grecia (segnalazioni di intercettazioni in volo)

Le segnalazioni suggeriscono, con qualche dubbio e smentita, che sono stati rilevati droni o missili iraniani diretti verso Cipro e che le difese aeree greche potrebbero aver intercettato proiettili che si ritiene stessero attraversando la regione.

Questi incidenti rafforzano il quadro più ampio secondo cui l’Iran sta cercando di ampliare geograficamente il conflitto per imporre costi politici agli Stati allineati con l’Occidente che ospitano infrastrutture militari o cooperano alle operazioni della coalizione come pure quello di allargare la coalizione antiiraniana.

Tuttavia, uno sviluppo chiave nelle ultime 24 ore è che il tasso di lancio di missili iraniani continua a diminuire.

Le valutazioni militari statunitensi indicano:

lanci di missili balistici in calo di circa l’80-90% rispetto alla fase iniziale, lanci di droni in calo di oltre il 70%

Gli attacchi della coalizione stanno distruggendo con successo i lanciatori e le infrastrutture missilistiche e/o l’Iran intende dosare le risorse disponibili su tempi lunghi.

La Repubblica Islamica potrebbe ancora possedere missili, ma la sua capacità di lanciarli in grandi salve coordinate sembra in deterioramento.

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MUNIZIONI A GRAPPOLO FANNO LA COMPARSA NEGLI ATTACCHI MISSILISTICI

Uno degli sviluppi più preoccupanti è l’evidenza che l’Iran stia utilizzando testate a grappolo in alcuni attacchi missilistici.

I rapporti israeliani e le prove visive mostrano che le submunizioni si stanno disperdendo in Israele centrale, compresa l’area di Netanya.

Le testate a grappolo possono disperdere frammenti esplosivi su un’ampia area, il che significa che un singolo missile può generare numerosi punti di impatto.

Questo aiuta a spiegare perché anche i bombardamenti più piccoli possono ancora generare allarmi diffusi e zone di detriti anche quando i tassi di intercettazione rimangono elevati.

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 ATTACCHI MISSILISTICI SU ISRAELE

Nonostante il calo del numero di lanci, nelle ultime 24 ore l’Iran ha continuato a prendere di mira Israele.

In un importante bombardamento:

 Sono state attivate le sirene in oltre 140 comunità. Gli allarmi si sono estesi a tutta la zona centrale di Israele, comprese Tel Aviv e la regione di Sharon

Le difese aeree israeliane hanno intercettato la maggior parte delle minacce in arrivo.

Sono stati segnalati detriti o possibili impatti in Israele centrale, ma non sono state confermate vittime nell’ultima ondata.

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 COORDINAMENTO TRA IRAN E HEZBOLLAH

Diverse finestre di attacco sembrano indicare lanci sovrapposti da parte dell’Iran e di Hezbollah in Libano.

Modello tipico osservato: Lancio di missili balistici iraniani verso il centro di Israele Lancio di razzi o droni di Hezbollah verso il nord di Israele Allarmi simultanei in più regioni

Questo approccio a più livelli complica la risposta difensiva di Israele, esposto su più fronti contemporaneamente.

Anche i lanci relativamente piccoli di Hezbollah assumono un significato strategico maggiore se sincronizzati con i lanci di missili iraniani.

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 FRONTE LIBANESE

Durante il periodo di riferimento, Israele ha continuato a sferrare attacchi mirati nel Libano.

Tra gli obiettivi segnalati figurano: infrastrutture militari vicino a Baalbek, edifici nella periferia di Beirut, strutture militanti nel nord del Libano

Uno degli attacchi più significativi è stato l’assassinio mirato avvenuto nel campo profughi di Al-Badawi, vicino a Tripoli; il funzionario di Hamas Wassim Atallah Al Ali, ucciso insieme alla moglie in un attacco con droni.

La conferma che Israele sta estendendo i suoi attacchi contro i leader, oltre alle infrastrutture di Hezbollah.

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 POSIZIONE DELL’IDF IN LIBANO

Israele ha anche rafforzato la sua posizione lungo il confine con il Libano.

I rapporti indicano che le forze dell’IDF hanno dislocato posizioni difensive avanzate più a sud nel Libano.

Le unità coinvolte includono: la 91ª Divisione nei settori orientali, la 210ª Divisione vicino al Monte Dov, la 146ª Divisione che opera nei settori occidentali

Questi dispiegamenti sembrano mirati a spingere le posizioni di lancio di Hezbollah più a nord e a ridurre la minaccia alle comunità di confine israeliane.

Non si tratta ancora di un’invasione su vasta scala, ma rappresenta una significativa escalation della presenza terrestre.

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 RIPERCUSSIONI REGIONALI

Il conflitto continua a diffondersi oltre l’asse Iran-Israele.

Tra gli sviluppi chiave figurano: attacchi marittimi contro navi nel Golfo Persico, attività di droni e missili vicino a Cipro e alla Grecia, attacchi con droni iraniani vicino all’aeroporto di Nakhchivan in Azerbaigian, continue minacce alle infrastrutture e alla navigazione nel Golfo

Questi incidenti dimostrano che il teatro geografico della guerra si sta estendendo in tutto il Medio Oriente e nelle regioni adiacenti.

I mercati energetici e le rotte marittime globali restano vulnerabili se l’escalation continua. Sono infatti uno dei fattori, oltre alla situazione politica interna all’Iran e agli Stati Uniti, che determineranno la capacità di sostenere il conflitto

Una considerazione finale induce a credere che la coalizione occidentale ha bisogno di un esito risolutivo rapido del conflitto quando all’Iran potrebbe essere sufficiente a garantire la sopravvivenza trasformare l’attuale scontro in uno stillicidio endemico

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FINE DEL RAPPORTO

La pratica degli affidamenti da Bibbiano alla famiglia nel bosco Con Paolo Roat

Su Italia e il Mondo: Si Parla ancora una volta della pratica degli allontanamenti dei minori dalle famiglie. Un fenomeno sorto significativamente dai primi anni del nostro secolo; rivela il peso crescente assunto dalle inerzie degli apparati burocratici, dagli interessi economici consolidati, da una visione dogmatica e patologizzante in un fenomeno dagli inquietanti risvolti totalitari. Giuseppe Germinario

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“Lotteria” giudiziaria a referendum_Con Augusto Sinagra e Teodoro Klitsche de la Grange

Su Italia e il Mondo: Si Parla dell’ordinamento giudiziario in Italia, del contesto politico in cui agisce e che contribuisce a plasmare pesantemente. Buon ascolto, Giuseppe Germinario-Cesare Semovigo

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Russia, il peso della Guerra_Con Flavio Basari, Luca Barbieri

Su Italia e il Mondo: Si Parla del peso della guerra in Russia Il peso della guerra inizia a farsi sentire in Russia. Un fardello che più che scoraggiare, spinge parti sempre più larghe della leadership e della popolazione russa a forzare una azione risolutiva del conflitto in Ucraina. La dirigenza russa sa bene, però, che la guerra in Ucraina è e sarà solo un episodio del lungo confronto che gli Stati Uniti hanno deciso di ingaggiare con le potenze emergenti. Una competizione, un conflitto che comporterà contraddizioni e fardelli per tutti, non solo per la Russia, ma anche opportunismi che renderanno difficilmente decifrabili gli schieramenti ancora per qualche tempo. Riuscirà a emergere chi meglio degli altri potrà reggerne il peso_ Giuseppe Germinario

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Con l’uccisione di Seif al-Islam, svanisce l’unica opzione credibile per la riunificazione della Libia_di Bernard Lugan Commento di Giuseppe Germinario

Una settimana fa, il 3 febbraio, è stato assassinato a Zintan, a sud-est di Tripoli, Seif al-Islam Gheddafi. Si chiude, quantomeno si vorrebbe chiudere, il tragico cerchio tracciato con l’assassinio brutale di suo padre, Muammar Gheddafi nel 2011. A determinare la fine di Seif avrà contribuito sicuramente la tentazione di recuperare o estorcere da parte di qualche banda o clan locale parte del tesoro nascosto detenuto dalla famiglia. Non bisogna dimenticare che gran parte di quelle ricchezze sono state congelate all’estero nei depositi dei cosiddetti liberatori della Libia dalla dittatura; il sospetto che in realtà buona parte di quei beni, in particolare in Francia e Regno Unito, si siano già dileguati o rimangano preda agognata dei liberatori si insinua perniciosamente. Gli antefatti trapelati negli anni scorsi che hanno visto coinvolti alte cariche de “la Republique” sono un utile indizio all’individuazione prosaica dei moventi che hanno spinto a queste azioni così scellerate.

Sarebbe, però, riduttivo attribuire all’avidità e allo spirito predatorio dei singoli soggetti politici la motivazione e il successo in simili azioni così infami, pur poco originali. Trovano spazio in dinamiche e cicli di lungo periodo. Nella fattispecie, in Libia, nella gestione e nel condizionamento del moto indipendentista da parte delle potenze straniere: da una parte il mondo anglosassone, del Regno Unito in particolare, artefice di un sistema similconfederale di accordo tra le tribù e i clan che lasciasse grande spazio alla autonomia e alle rivalità tribali e claniche circoscritte da una debole monarchia, rappresentata nel dopoguerra sino al ’69 da re Idris; dall’altra la costruzione di una struttura statale più centralizzata sostenuta dai due clan libici più importanti e corroborata dalla istituzione di un consiglio tribale e clanico che raccogliesse le istanze di tutti i gruppi presenti nel paese. Il regime di Gheddafi è stato l’espressione vincente di questa ultima dinamica, favorita dal bipolarismo e dall’esistenza del movimento terzomondista. Ci hanno pensato i franco-britannici, con l’accondiscendenza degli Stati Uniti di Obama e l’iniziale diffidenza dei turchi, a rompere dopo lunga gestazione, con presenza discreta sul posto di proprie truppe speciali, il giocattolo unitario libico. Una operazione che è riuscita a dissolvere, ma non a ricostruire, ammesso che lo si sia voluto, su basi più tenui una parvenza di stato unitario. In questo quindicennio gli attori internazionali presenti sul terreno, a cominciare dalla Turchia, si sono moltiplicati parimenti al numero delle fazioni in loco che ambiscono al primato e alla vendetta, a cominciare dal clan di Misurata, eterno perdente dei decenni precedenti.

E l’Italia!? La classe dirigente e le leadership politiche si stanno cacciando ormai da tempo, progressivamente nella stessa situazione sperimentata tragicamente piu volte, con le sole eccezioni del periodo di Cavour e Giolitti, anche se in tono minore rispetto ai tracolli catastrofici della Germania. Con l’inchino a Obama e alla sua velenosa concessione di “caduta in piedi” Berlusconi ha ceduto alle “frattinate” del suo ministro degli esteri partecipando a pieno titolo, molto più di quanto la narrazione abbia lasciato intendere, alla infamia dell’intervento in Libia. Una adesione che, al netto dei pesanti ricatti personali subiti, avrebbe potuto essere evitata e addirittura dovuto ostacolare tanto da contrapporre con un po’ di astuzia e determinazione almeno nella fase preliminare dell’operazione atti contrari, quando l’intervento alleato era svolto ancora in modalità coperta e poteva subire una battuta di arresto senza eccessivi danni di immagine. Il ruolo dell’Italia è proseguito sulla stessa falsariga di quello alla exJugoslavia di tredici anni prima, ma con minori contrasti interni ed effetti ancora più disastrosi ed irreversibili
Il danno economico provocato all’economia italiana è stato pesante, quantificabile in una perdita immediata di circa centoquarantamila posti di lavoro
Si registra una prima perdita di controllo dei flussi migratori da aree problematiche nella loro gravità
Nel medio periodo, aspetto ancora più significativo, si innesca una dinamica di progressiva riduzione della diversificazione delle forniture energetiche a basso costo e dai flussi garantiti
Tra questi tre esiti, pur nella loro gravità, manca quello più importante e strategico. l’Italia, a partire dagli anni ’90, ma soprattutto dall’intervento in Libia, si è allontanata progressivamente da un ruolo attivo e relativamente autonomo nel suo vicinato, nella fattispecie dal Mediterraneo, dal Nord Africa e Medio Oriente e dai Balcani, sino ad essere risucchiata progressivamente e supinamente nelle politiche e nella aggressione russofoba all’estremo lembo orientale dell’Europa.
Eppure le occasioni per ritagliarsi almeno in Africa e in Libia un ruolo più autonomo non sono mancate, a cominciare dalla possibilità di sostenere l’uomo politico più popolare in Libia, fautore credibile di una riconciliazione e riunificazione di quel paese da costruire sulla concreta base sociale di quel paese, Saif al Islam Gheddafi. Lugan descrive molto bene, nel suo articolo e in numerosi altri testi e libri, quel contesto, anche se spesso e volentieri glissa volentieri, direi comprensibilmente, sulle ragioni politiche delle scelte dei leader del suo paese.

Il governo Meloni, in particolare la leader, non ostante la retorica della difesa dell’interesse e del protagonismo nazionali, non si è di fatto significativamente distaccata da queste dinamiche adottate per altro più o meno convintamente da tutti gli ultimi governi. Ha scelto di collocarsi, per reazione all’atteggiamento ostile, apertamente della Francia e subdolo della Gran Bretagna nei suoi confronti, all’ombra della Turchia, imbarazzante nella sua pochezza e nella sua manifestazione di debolezza.
Una spia, un campanello di allarme che dovrebbe porre sotto una luce diversa, se non proprio opposta, altri atti presentati, altrimenti, dalla stessa come momenti di svolta rivoluzionari e innovativi, pur nuovi rispetto all’immobilismo dei governi tecnici e di centrosinistra.
Tra questi:
Il piano Mattei sull’Africa, in realtà vissuto scarsamente di luce propria e dipendente in larga misura dai finanziamenti veri e presunti dei fondi statunitensi

Le inspiegabili, politicamente gratuite e compiacenti, cessioni azionarie ai fondi americani di ENI, Poste Italiane, e rete telefonica primaria
Ultimo aspetto, forse il più geopoliticamente significativo: la possibile adesione, sollecitata recentemente dalla Commissione Esteri della Camera, al cosiddetto Trimariun che dovrebbe collegare in uno stretto sodalizio i paesi che corrono dal mar Baltico, al mar Nero, al mare Adriatico. Occorre spendere su questo qualche parola in più. Il documento prodotto dalla Commissione enfatizza i vantaggi economici e commerciali di tale adesione: renderebbe il porto di Trieste strategico nella sua collocazione, perché lo renderebbe un hub indispensabile a garantire e intersecare i flussi verso l’Europa Orientale, con quelli verso il Centro Europa e quelli che si dipartono oltre Atlantico, in particolare verso gli Stati Uniti. Tutto vero! Rimangono però due aspetti non proprio secondari da considerare: chi avrà in mano l’effettiva gestione del porto di Trieste? Ancora più importante da sottolineare è il fatto che il Trimariun, altrimenti detto Intermarium, assume finalità e scopi principalmente militari di separazione definitiva e contrapposizione ostile alla Russia. È soprattutto una cintura e un corridoio militare promosso dai paesi più bellicisti dell’Europa Orientale, una sorta di cordone sanitario. Per gli interessi strategici e le priorità nazionali Italiane avrebbe senso una collaborazione esterna sugli aspetti economici civili all’iniziativa piuttosto che una adesione politicamente costrittiva al consorzio. Una faciloneria, o presunta tale nei suoi aspetti subdoli che rischia di trascinare ancora una volta l’Italia in conflitti contrari e opposti ai propri interessi  Buona lettura, Giuseppe Germinario

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Nominato il 14 settembre 2015 dal Consiglio Supremo delle Tribù della Libia come suo rappresentante legale, quindi unico autorizzato a parlare a nome delle vere forze vive della Libia che sono le tribù, candidato alle elezioni presidenziali libiche, Seif al-Islam era l’unico in grado di ricostituire l’alchimia tribale polverizzata dall’ingiustificabile intervento militare franco-NATO del 2011. Poteva farlo perché era legato da vincoli di sangue sia alla grande confederazione tribale degli Awlad Sulayman della Tripolitania da parte di padre, sia a quella dei Sa’adi della Cirenaica da parte di madre. Attraverso la sua persona, era quindi possibile ricostituire l’ordine istituzionale libico smantellato dalla Francia e dalla Gran Bretagna in nome della «democrazia» e dei «diritti umani».

Oggi è illusorio pretendere di ricostruire la Libia senza tenere conto dell’archeologia e persino dell’alchimia tribale su cui si basano tutte le definizioni culturali, politiche, sociali, economiche e religiose del Paese. Tuttavia, poiché la soluzione passa attraverso la riattivazione del sistema politico-tribale costruito dal colonnello Gheddafi, e non attraverso l’imposizione di un sistema democratico “alla occidentale”, l’annuncio della morte di Seif al-Islam, figlio del defunto colonnello, non è una buona notizia per il futuro della Libia. Seif al-Islam, che aveva il sostegno del consiglio delle tribù, era infatti l’unico in grado di ricostituire il sottile sistema politico creato da suo padre, poiché attraverso la sua persona era possibile ricostituire l’ingranaggio delle alleanze tra le due principali confederazioni tribali del Paese.

Con una superficie di 1.759.540 km² e una popolazione di quasi 7 milioni di abitanti nel 2021, la Libia è un’immensità vuota. Più del 90% dei libici vive in città e oltre l’80% è concentrato lungo la costa mediterranea. La Libia, che fa parte sia del Maghreb che del Mashreq, è costituita da tre aree con forti caratteristiche geografiche, umane, storiche, politiche ed economiche:

1) A ovest, la Tripolitania con la capitale Tripoli, è delimitata a nord dal Mediterraneo. La regione è chiusa sui suoi tre lati terrestri da tre vasti complessi desertici: a sud l’immenso altopiano roccioso della Hamada el Hamra, a ovest le dune del Grand Erg Oriental e a est, separandola dalla Cirenaica, la regione delle Sirti (sabbia in greco), che costituisce un avamposto del Sahara verso il Mediterraneo. A sud delle Sirte, nella depressione della Joffra, le tre oasi di Waddan, Hun e Sukna presentano pascoli e palme.

A nord, il Jebel Nefusa, che raggiunge un’altitudine massima di 837 metri e presenta una vegetazione tipicamente mediterranea, è separato da scarpate rocciose che dividono pianure e altipiani dalla stretta pianura costiera della Djefara. Quest’ultima, che nasce nel sud della Tunisia, è come stretta in una morsa tra il Mediterraneo e il Jebel, che digrada in un vasto altopiano che scende verso sud. A sud, la Tripolitania è costituita da una vasta regione particolarmente inospitale,

2) A est, separata dalla Tripolitania da un blocco sahariano largo oltre 1000 chilometri, la Cirenaica, con capoluogo Bengasi, guarda verso l’Egitto. La regione è dominata dal Jebel Akhdar (la montagna verde). Lungo circa 300 chilometri e largo circa 100, quest’ultimo è formato da due creste parallele separate da un altopiano la cui larghezza varia da 3 a 25 chilometri e che digrada dolcemente verso sud su regioni sempre meno piovose fino al deserto. Tra la parte bassa del Jebel e il mare si estende una stretta fascia costiera la cui larghezza massima è di 20 chilometri alle spalle di Bengasi. Grazie alla presenza del Jebel Akhdar, la regione riceve tra i 300 e i 500 mm di pioggia all’anno.

3) Il Fezzan è una regione bassa occupata in gran parte da vaste distese di dune, gli edeyen (erg), che formano le due grandi depressioni di Mourzouk e Oubari. L’edeyen di Mourzouk ha una superficie di circa 60.000 km² completamente desertica. Nel sud del Fezzan, i serir, regioni pianeggianti dal terreno soffice, sono altrettanto inospitali. A sud-est, la regione di Koufra con le sue oasi è isolata alla fine di una pista racchiusa tra due mari di sabbia. La traversata del Fezzan, o Sahara libico, avveniva tradizionalmente seguendo corridoi tracciati da linee di oasi incastonate in altipiani rocciosi e immense distese di dune ostili.

Dal punto di vista economico, la Libia è il settimo produttore mondiale di petrolio e detiene il 3,5% delle riserve mondiali accertate. Il petrolio libico è di buona qualità, facile da estrarre e poco costoso, poiché lo sfruttamento avviene principalmente sulla terraferma. Esistono pochi giacimenti in sfruttamento in mare. Di conseguenza, i costi tecnici sono bassi. La Libia occupa il 22° posto nella classifica mondiale per il gas, ma il grande potenziale libico in questo settore è ancora largamente sottoutilizzato per ragioni economiche e di sicurezza. La Libia è teatro di un complesso gioco di influenze tra numerosi paesi a causa delle sue potenzialità energetiche (gas e petrolio), ma anche per la sua posizione geografica.

La guerra insensata scatenata contro il colonnello Gheddafi nel 2011 è stata seguita dalla rovina di un paese prospero, dalla sua divisione territoriale e da una guerra civile atroce. Oggi, la situazione della sicurezza in Libia è ancora fortemente deteriorata. Gli scontri armati sono frequenti. Anche le zone di confine con Niger, Ciad, Sudan, Tunisia e Algeria sono instabili. La Libia è oggi un paese frammentato da diversi conflitti.

La grande originalità politica della Libia è che si tratta di una società con due dinamiche, quella del potere e quella delle tribù. La costante socio-politica è la debolezza del potere rispetto alle tribù. Numerose decine, se contiamo solo quelle principali, ma diverse centinaia se prendiamo in considerazione tutte le loro suddivisioni, le tribù libiche sono raggruppate in çoff (alleanze o confederazioni) con alleanze tradizionali mutevoli all’interno delle tre regioni che compongono il Paese.

Tradizionalmente, le tribù più forti agivano come veri e propri “apripista” poiché controllavano gli immensi corridoi di nomadizzazione dell’asse Mediterraneo-Fezzan. Le tribù più deboli praticavano invece un semi-nomadismo regionale.

Il colonnello Gheddafi aveva mantenuto il sistema tribale, inquadrandolo però in un sistema amministrativo moderno, con prefetture (muhāfazāt) e comuni (baladīyat). Coloro che nel 2011, in nome dell’ingerenza democratica, hanno rovesciato il suo regime hanno fatto a pezzi questa sottile alchimia tribale e provocato direttamente il caos.

In Libia, la realtà politica si basa infatti sull’equilibrio e sui giochi di potere tra le confederazioni tribali e regionali. In Libia esistono tre grandi confederazioni tribali (coff o saff): la confederazione Sa’adi nella Cirenaica, la confederazione Saff al-Bahar nel nord della Tripolitania e la confederazione Awlad Sulayman che occupa la Tripolitania orientale e interna, nonché il Fezzan.

Il colonnello Gheddafi aveva fondato il suo potere sull’equilibrio tra questi tre grandi çoff. Proveniente dalla tribù dei Qadhadfa, il cui centro è la città di Sebha, Muammar Gheddafi sposò una Firkeche, un clan della tribù reale dei Barasa, un matrimonio che gli permise di stringere un’alleanza tra i Qadhafda e le grandi tribù della Cirenaica legate ai Barasa. Il suo potere si estese quindi a tutta la Libia, poiché si basava sulle tre grandi confederazioni tribali del Paese:

– quella della Cirenaica con la confederazione Sa’adi che riunisce le tribù alleate dei Barasa,

– quella del corridoio che va dalle Sirti al Fezzan e al Ciad, con una propria confederazione, quella degli Awlad Sulayman (Ouled Slimane).

– quella della Tripolitania settentrionale attraverso la confederazione al-Bahar, grazie ai suoi alleati, i Margarha di Sebha, il cui centro è la città di Waddan, a circa 280 km a sud di Sirte.

Al di là di una nuova guerra di tutti contro tutti e delle schiere democratiche, oggi sono possibili due opzioni: o la ricostruzione di uno Stato forte, o la presa in considerazione delle realtà confederali.

1) La ricostituzione di uno Stato forte è un’opzione che implicherebbe un ritorno alla situazione precedente con l’emergere di un nuovo «colonnello Gheddafi» in grado di riunificare il Paese. L’assassinio di Seif al-Islam rende questa opzione irrealizzabile.

2) La costituzione di due poli confederati (Tripolitania e Cirenaica), che sancirebbe il riconoscimento ufficiale della frammentazione della Libia, ma avrebbe il vantaggio di circoscrivere le lotte di potere all’interno di due regioni e quindi di limitare l’effetto domino regionale. Oggi, due governi si contendono il potere: il governo di unità nazionale (GNU) con sede a Tripoli, nella parte occidentale del Paese, guidato da Abdelhamid Dbeibah e riconosciuto dall’ONU, e le autorità di Bengasi, nella parte orientale, controllate dal maresciallo Haftar e dai suoi figli, che hanno esteso la loro presenza militare nella parte meridionale del Paese.

Finora tutti i tentativi di pace sono falliti perché, come diceva Albert Einstein, «non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che lo ha generato». Tuttavia, allontanandosi come sempre dalla realtà, la «comunità internazionale» persiste nei suoi due errori principali:

1) Le tribù, uniche vere forze politiche del Paese, sono in realtà escluse dal processo politico.

2) L’unica soluzione proposta è ancora una volta un programma elettorale. In altre parole, solo chiacchiere…

Né le milizie della Tripolitania né la città di Misurata vogliono sentir parlare della fine della loro autonomia. Questa ricca e potente città situata all’estremità orientale della Tripolitania è storicamente, culturalmente, religiosamente, politicamente e militarmente orientata verso la Turchia.  Vuole assumere il controllo della Tripolitania per poter affrontare direttamente la confederazione tribale della Cirenaica, con cui è in rivalità secolare. Se la Turchia sostiene il governo di Tripoli e dispone di basi militari nella regione, la Russia e l’Egitto fanno lo stesso con il generale Haftar in Cirenaica.

Stati Uniti! Alla ricerca dello scontro interno Con Marcello Foa, Cesare Semovigo, Gianfranco Campa

Gli avvenimenti di Minneapolis sembrano rientrare nel solito canovaccio offerto dal sistema di informazione istituzionale e dagli ambienti alternativi: un classico scontro tra il potere nella sua forma più spietata e aggressiva e la base popolare contestatrice. Non è così! Rappresenta un ulteriore salto nel confronto tra leadership politiche e nello scollamento, destinato ad assumere le caratteristiche di contrapposizione, tra istituzioni e organi statali. Dinamiche nelle quali i gruppi militanti contestatori assumono il ruolo di meri strumenti; l’ennesima rivoluzione colorata, questa volta interna al paese egemone. Una nuova classe dirigente, una nuova leadership in ascesa che promette di soppiantare, tra mille contraddizioni, quella uscente ormai sclerotizzata. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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ALTRA FAKE NEWS sul Corriere della Sera e la Repubblica

https://www.repubblica.it/esteri/2026/01/22/news/stati_uniti_raid_anti_migranti_minnesota_ice_arresta_bambino_5_anni-425111782/?ref=RHLF-BG-P4-S1-T1-r2975

https://www.corriere.it/esteri/26_gennaio_22/l-ice-arresta-un-bambino-di-5-anni-a-minneapolis-lo-choc-della-sua-scuola-come-puo-essere-classificato-come-un-criminale-5d9858fc-b86a-4821-9d2b-86b231ae9xlk.shtml?refresh_ce

L’Ice arresta un bimbo di 5 anni a Minneapolis. Lo choc della scuola: «Usato come esca. Come può essere classificato come criminale?»

di Redazione Online

Liam Conejo Ramos è stato fermato dagli agenti dell’immigrazione nel vialetto di casa, al ritorno dalla scuola materna. Arrestato anche il padre. Sono stati traferiti in Texas

Giusto per ricordare i selettivi periodi di memoria di questi giganti dell’informazione: Clinton nel 2014…Il solito doppio metro di giudizio!

https://x.com/snoopsmom123/status/2014318193095987645?s=20

Consegna a domicilio – Operazione Absolute Resolve – Campa , Semovigo , Germinario

Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno scritto una nuova pagina della Dottrina Monroe con l’Operazione Absolute Resolve: l’estrazione militare di Nicolás Maduro da Caracas in meno di tre ore. Ma dietro il blitz notturno emerge una realtà geopolitica più complessa: l’inefficacia dei sistemi di difesa russi S-300 e Buk-M2, mai collegati ai radar, rimasti in gran parte nelle casse d’imballaggio originali. Un fallimento che solleva interrogativi strategici sulla capacità di Mosca di proiettare potenza oltre i teatri prioritari, con l’Ucraina che assorbe risorse critiche e limita il supporto agli alleati periferici. In questa puntata analizziamo con Gianfranco Campa (in collegamento dagli USA, analista di punta per italiaeilmondo.com), Cesare Semovigo e il direttore Giuseppe Germinario le dinamiche di un’operazione che riafferma il primato energetico americano sul Venezuela (303 miliardi di barili di riserve petrolifere) e ridefinisce gli equilibri nell’emisfero occidentale. Delcy Rodríguez assume la presidenza ad interim, mentre Trump annuncia l’ingresso delle major petrolifere USA per “ricostruire” il Paese—un caso di studio su realismo geopolitico, priorità strategiche russe e limiti del supporto militare extraterritoriale nell’era della competizione multidominio.

Temi trattati:

• Operazione Absolute Resolve: cronaca tattica e implicazioni strategiche del raid su Caracas • Armamenti russi in Venezuela: S-300, Buk-M2, Igla-S e il paradosso della deterrenza inutilizzata • Il peso della guerra in Ucraina sulle capacità di proiezione russa in America Latina • Petrolio venezuelano e interessi USA: dalla Dottrina Monroe al “Corollario Trump” • Delcy Rodríguez e la transizione: continuità chavista o nuova fase negoziale? • Russia, Cina e Iran: creditori esposti e ripercussioni sul debito sovrano venezuelano

GeopoliticaRealista #Venezuela #Maduro #OperazioneAbsoluteResolve #ArmamentiRussi

Con: Gianfranco Campa – Analista geopolitico dagli Stati Uniti, contributor italiaeilmondo.com Cesare Semovigo – Esperto di dinamiche strategiche , tech-Ai , analista Osint Mil. Giuseppe Germinario – Direttore italiaeilmondo.com Un’analisi realista, senza polarizzazioni, che esamina la riaffermazione del primato regionale americano, i vincoli operativi della Russia post-invasione ucraina e le implicazioni per l’ordine internazionale. Dalla mancata risposta dei sistemi antiaerei alla silenziosa ritirata diplomatica di Mosca, fino alle dinamiche petrolifere che ridisegnano il cortile di casa statunitense.

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