CORONAVIRUS E STATO D’ECCEZIONE, di Teodoro Klitsche de la Grange

CORONAVIRUS E STATO D’ECCEZIONE

Da quando si è profilata l’emergenza sanitaria, la celebre affermazione di Carl Schmitt “sovrano è chi decide dello stato di eccezione” è stata ripetuta tante volte e in modo bipartisan, dalla destra alla sinistra. Qualcuno l’ha fatto – come sempre nelle affermazioni politiche – per sostenere più poteri al governo che alle regioni (per lo più a direzione politica avversa) altri per diverse ragioni.

Approfittando che sta sulla cresta dell’onda, ricordiamo quanto scrive Schmitt, e ancor più il suo allievo Fortsthoff, sul carattere delle “misure” che il sovrano (o comunque i poteri pubblici) prendono in casi di emergenza.

Sostiene Forsthoff che tali misure vanno ricondotte al concetto di “provvedimento”. Citando Schmitt scrive che è “tipico del provvedimento «che il procedimento sia determinato, nel suo contenuto, da un dato di fatto concreto e sia completamente permeato da uno scopo obiettivo». Perciò contrappone il provvedimento alla decisione emessa nella dovuta forma di un regolare procedimento ed alla norma di legge, «se essa esprime essenzialmente un principio di diritto, cioè se essa vuole essere soprattutto giusta, permeata dall’idea di diritto»… Caratteristica del provvedimento è una specifica relazione tra mezzo e scopo. Il provvedimento è diretto ad un determinato scopo, A questo scopo sono adattati e subordinati i mezzi che sono usati per il suo raggiungimento” mentre “la sentenza giudiziaria in quanto è presa «in base al diritto» sta al di sopra della adeguatezza allo scopo e del perseguimento di esso, che distinguono il provvedimento”; mentre nella legge scopo e idea di giustizia sono ambo presenti “La norma giuridica può essere creata per regolare un rapporto della vita in modo adeguato, cioè in conformità ad uno scopo ed in corrispondenza alle idee correnti di giustizia. Una tale legge, nel suo complesso, è sottratta alla determinazione di uno scopo, poiché contiene in se stessa un valore”. Quindi “L’ordinamento non è mai solo mezzo a scopo, esso ha un proprio valore”. Lo scopo, che in altri atti giuridici ha un ruolo di comprimario o subordinato, nelle misure d’eccezioni è determinante; l’idoneità delle stesse è commisurata alla congruità a conseguire lo scopo.

Ne consegue che la “tavola dei valori” o “le idee di giustizia” che informano ogni ordinamento sono qui subordinate. Il perché è chiaro: allorquando è in gioco l’esistenza e/o beni pubblici essenziali come la vita, la sicurezza collettiva, il resto, come l’intendenza di De Gaulle, segue. Dov’è che le misure hanno la propria validità e legittimità? La prima nell’essere adeguate allo scopo (“razionali rispetto allo scopo” avrebbe scritto Max Weber), la seconda nell’essere prese da un’autorità che goda di fiducia e largo consenso.

In questo senso la vicenda del coronavirus è iniziata proprio male. Ai governatori leghisti delle regioni del Nord che chiedono di mettere in quarantena gli studenti, di qualsiasi nazionalità, provenienti dalla Cina, il segretario Dem replicava “Allarmismi ridicoli… il governo ha già sospeso i voli provenienti dalla Cina, dunque non si capisce come i bambini possano arrivare” (fonte “Il Messaggero”); e una loquace deputata Dem “i governatori fomentano panico e intolleranza”; la Ministra Azzolina “Il governo si è mosso immediatamente e voglio tranquillizzare tutti perché la propaganda non fa assolutamente bene: non ci sono motivazioni al momento per pensare di escludere gli alunni dalla scuola” (fonte: “Il Messaggero”).

Il Presidente Conte, forse per non essere tacciato di sovranismo, rimanda tutto a presidi e primari “Ci dobbiamo fidare delle autorità scolastiche e sanitarie, se ci dicono che non ci sono le condizioni per il provvedimento in discussione invito i governatori del nord a fidarsi di chi ha specifica competenza”, senza porsi il problema di cosa succede se i presidi e i primari non avessero la stessa opinione (dato il numero è impossibile che ne abbiano una condivisa da tutti).

È chiaro che tutte queste affermazioni erano condizionate dalla ideologia e dalla lotta politica: accoglienze e frontiere aperte versus sovranismo e frontiere chiuse. Cioè erano proprio il contrario di quello che una misura d’emergenza deve essere. Il fatto che (almeno) dai tempi di Boccaccio e della peste nera è noto che l’isolamento è un efficace strumento di riduzione del contagio e che il virus se ne impipa delle divisioni politiche ed ideologiche, così come i mezzi per combatterlo; l’agente patogeno non è antifascista o anticomunista, ma semplicemente (e banalmente) pericoloso come terremoti, inondazioni (e altro).

Resta il fatto che dopo poche settimane Conte ha chiuso province, regioni, scuole e, da ultimo, tutta Italia dimenticandosi di governatori, presidi e primari: probabilmente ha fatto bene, ma ci sono volute – per farlo – diverse settimane nelle quali il coronavirus non ha trovato ostacoli, o ne ha trovati meno.

E rimane il problema della fiducia che può ispirare ai cittadini una maggioranza ed un governo che fa di una questione essenzialmente “tecnica” (nel senso indicato) una faccenda politico-ideologica: sarebbe meglio che facessero tesoro dell’intera lezione di Schmitt e Forsthoff (e Weber) sul punto.

Teodoro Klitsche de la Grange

Il discorso di Conte, di Alessandro Visalli

Il discorso di Conte: coronavirus e cronache del crollo.

Raramente, forse mai, un momento così solenne è stato fatto oggetto di un discorso così inadeguato. Mai in tempo di pace un’intera nazione era stata fermata, limitati gli spostamenti da paese a paese, da città a città, chiusi gli esercizi ad orario da coprifuoco, ostacolati i normali spostamenti, impedite le manifestazioni e qualunque riunione, dai matrimoni alle funzioni religiose, ai funerali.

Mai in tempo di pace.

Perché, in effetti, non siamo più in tempo di pace.

Qualcuno ci ha dichiarato guerra. E non è stato il coronavirus.

Lui non è neppure un essere vivente, e non è tanto meno un’individualità (si tratta di una nuvola di virus a Rna, continuamente mutanti). Il coronavirus si sta semplicemente adattando ad un nuovo ambiente, essendo ‘saltato’ dal vecchio ospite ad un altro. Non è una cosa particolarmente strana, noi conviviamo con miliardi di organismi, batteri e virus, che sono integrati nel nostro organismo, ma questo è nuovo.

Quella che ci ha dichiarato guerra è la nostra stessa follia. In linguaggio informatico sarebbe un difetto di sistema. Aver per decenni ridotto la spesa sanitaria, portandola sotto il livello di un paese a reddito pro capite medio come la Cina, eliminato quasi tutti i servizi territoriali di prevenzione, ridotta la pubblica amministrazione sotto la media europea (16% dei lavoratori). Solo Germania, Lussemburgo e Olanda hanno meno dipendenti pubblici, paesi come la Scandinavia ne hanno il doppio. In generale siamo alla metà dei paesi nordici, il 14% dei dipendenti, per 3,2 milioni di addetti. Per fare un paragone con paesi simili, la Spagna ne ha il 15% e la Francia ben il 22%. Portarci al livello della famosa burocrazia e livello dei servizi pubblici francesi significherebbe, dunque, assumere 1,5 milioni di addetti, portarci intanto alla media europea corrisponderebbe a 0,4 milioni di assunzioni urgenti.

Se avessimo più di 3.000 dispositivi di respirazione assistita, più di 5.000 posti letto in rianimazione (300 in Campania), più di 100.000 medici specializzati, se avessimo i 50.000 infermieri che mancano alle piante organiche, o non avessimo chiuso per risparmiare centinaia di presidi ospedalieri, soprattutto al sud, ora potremmo offrire soccorso.

Non capiterebbe, come ho sentito su You Tube[1], che una povera donna con complicazioni neurologiche possa ammalarsi a casa e non ricevere nessun soccorso e quindi possa morire soffocata dopo solo due giorni. Non so se è vero, probabilmente no, ma potrebbe facilmente diventarlo tra breve.

Dunque siamo in guerra.

Il 13 maggio 1940 il primo ministro britannico, appena nominato, pronuncia un drammatico discorso alla Camera dei Comuni, nella quale annuncia “blood, toil, tears and sweat”. Non promette altro che “molti, molti lunghi mesi di lotta e sofferenza”, ma anche lo scopo della lotta: “la vittoria”, per la sopravvivenza.

Le cose stanno così. Anche noi dobbiamo vincere perché se riusciamo a non lasciare nessuno indietro, a prestare soccorso anche all’ultimo, a stringere il meno fortunato nel nostro abbraccio, allora sopravviveremo come nazione e sapremo di avere uno Stato.

Nel post “Coronavirus, cronache del crollodi ieri raccontavo di chi ci ha portati in questa guerra. Un sistema economico completamente privo di capacità di assorbire shock di questo genere nel quale tutte le catene di fornitura e produttive, di tutti i beni e servizi, sono ormai estese a livello mondiale ed interconnesse, nel quale nulla o quasi si può produrre senza ricevere componenti, materiali, competenze da qualche altra parte del mondo, spesso a grandissima distanza. Un sistema nel quale l’intera catena economica è eterodiretta, dai centri decisionali delle multinazionali, o dipende per segmenti decisivi da fornitori che non possiamo controllare. Dunque, un modello insostenibile sotto il profilo ambientale e fragilissimo sotto quello economico. Che è stato interamente ed unicamente costruito, in una lunga fase di follia e debolezza degli Stati, per sfruttare fino all’ultimo centesimo i differenziali di prezzo e di potere che il capitale mobile riusciva a estorcere a lavoratori deboli o a imprese subordinate[2].

Come si reagisce in guerra, una volta che si è capito chi è il nemico?

Ricordando chi si è. Noi, il popolo, siamo tutto. Loro, i lontani contabili ed i vicini servi del profitto e delle rendite, sono niente.

È quindi ora di combattere. Ed è ora che la nostra casa comune apra le sue porte, che accolga tutti e non lasci fuori, al freddo, nessuno.

Quando si è in guerra si fanno misure da guerra. È il momento, non si può aspettare, il paese non può aspettare l’autorizzazione. Non può aspettare che il nemico si impietosisca. Quando persino il direttore del Sole 24 ore, in televisione, dice che l’Italia deve andare per conto suo se l’Europa tentenna[3], è chiaro che chi parla di compatibilità con l’astratta contabilità da bottegai germanica deve essere trattato come un traditore della patria nell’ora più buia.

Vediamo che sta succedendo.

Provo a fare uno schema, basandomi su un modello[4] a quattro settori del sistema economico italiano: “stato”, “famiglie”, “imprese”, “estero”. Schematicamente: lo Stato spende 500 miliardi, incassandoli con le tasse ed impegna 3 milioni di lavoratori[5]; Il settore delle famiglie spende 1.000 miliardi di consumi e riceve due terzi di questa somma dalle imprese per lavoro dipendente ed il resto dallo Stato o sotto forme di lavoro autonomo e professionale o per redditi da capitale[6]; Il settore delle imprese (70% di servizio) produce valore aggiunto per 1.780 miliardi ed impiega 17 milioni di lavoratori. Dal settore estero sono importati 510 miliardi di beni e servizi ed esportati 560 miliardi.

Ora, immaginiamo che le misure adottate (“zona rossa” estesa all’intero paese, limitazioni nella circolazione, chiusure selettive), comportino a partire dall’immediato e poi progressivamente per sei mesi un calo del 50% del commercio all’ingrosso e dettaglio, del 10% dei servizi alle imprese e del 20% dei settori professionali[7]. Sul montante complessivo dei redditi delle famiglie l’impatto diretto potrebbe essere qualcosa nell’ordine del 5%. Calcolando un moltiplicatore ragionevole potrebbe salire al 6-8%. Questo impatto si ripartirebbe come impulso deflazionistico per metà all’estero, riducendo le importazioni (ma dall’estero potrebbero arrivare analoghi input, man mano che l’epidemia procede negli altri paesi), e per metà sul mercato interno.

Potrebbe valere in modo grezzo qualcosa come 3 punti di Pil, e comportare nuovi disoccupati pari a 2 milioni di persone.

Ma ciò solo se il sistema delle imprese produttive (30% del valore aggiunto, 5 milioni di addetti diretti) non viene toccato e se la logistica resta non toccata dal crollo del commercio (in altre parole, se i flussi si spostano su altri canali di acquisto, ma le persone comprano). Facciamo l’ipotesi che, invece, il settore produttivo, messo in crisi dalla riduzione della mobilità personale e, in misura maggiore, dalle difficoltà della logistica integrata mondiale, abbia un massiccio calo congiunturale del 30% e, similmente, la logistica[8]. In questo caso l’impatto distruggerebbe 600 miliardi di valore aggiunto su base annuale (ovvero 300 in sei mesi) e una quota di investimenti. Ma avrebbe impatto anche sui 3,5 milioni di addetti diretti dell’industria e sul milione della logistica. Un crollo di questa misura si può stimare impatterebbe sul reddito degli addetti provocando un’ulteriore riduzione dei consumi, inoltre aggiungerebbe 1,5 milioni di disoccupati diretti. Trattandosi di posti di lavoro di buona qualità, questi potrebbero portare ad un impatto indiretto molto significativo.

Agendo sul monte complessivo dei redditi delle famiglie tutto ciò potrebbe impattare in modo analogo per un altro 4% di Pil in meno, che con lo stesso moltiplicatore salirebbe al 7-8%. L’impulso deflazionario complessivo che stiamo rischiando sarebbe quindi, con queste assunzioni, nell’ordine del 16% del reddito medio delle famiglie italiane.

Con questi scenari non è affatto improbabile una severissima recessione compresa tra quella del 2009 (perdita di 6 punti di Pil) e quella successiva del 2012-13 (perdita di 4 punti) ed i disoccupati salirebbero di quasi 4 milioni aggiuntivi.

Il punto è stabilire che manovra dovrebbe fare un governo all’altezza del momento per fermare una valanga che si propagherebbe come fuoco nella steppa, attraverso il calo della domanda. In parte potrebbe riassorbire qualche quota di disoccupazione con assunzioni di emergenza nella sanità (che ha 0,6 milioni di addetti) in modo da poter garantire il soccorso necessario a ciascuno, e nei servizi sociali e tecnici. Ma difficilmente in tempi rapidi si potrebbe andare oltre poche centinaia di migliaia di assunzioni, e il gap con la Francia non potrebbe essere colmato.

Dandosi nel medio periodo l’obiettivo di arrivare a 1,5 milioni di assunzioni aggiuntive nella P.A., bisognerebbe però, subito, compensare almeno il 75% del calo dei redditi cumulato che potrebbe essere stimato, se va bene, a 90 miliardi complessivi in sei mesi, ovvero compensare 15 miliardi al mese. Ciò oltre un danno fiscale di circa 40 miliardi, 6 al mese[9]. Inoltre, sono indispensabili investimenti urgenti nella sanità per alcuni miliardi.

La misura macroeconomica della manovra dovrebbe essere dunque di oltre 110-130 miliardi, ovvero quasi 20 miliardi al mese in media. Naturalmente tali somme andrebbero impegnate progressivamente, solo man mano che gli impulsi di crisi, propagandosi, richiedano interventi correttivi e compensativi[10]. Di questi almeno 10 miliardi al mese dovrebbero essere destinati al sostegno del reddito.

Questo per combattere la guerra.

Ma come usarli in modo sia efficace sia equo? Oltre agli investimenti diretti nella sanità, bisognerebbe investire risorse in attività capaci di colpire l’occupazione potenzialmente lasciata libera dalla contrazione, nella produzione socialmente e tecnicamente necessaria, nella riorganizzazione della distribuzione, nei servizi civili, …

Ricapitoliamo, se vogliamo vincere dobbiamo, e man mano che si rende necessario:

  • Investire con modalità di urgenza tutte le somme necessarie nella sanità, dando priorità alle macchine salvavita, ai Dpi, al personale medico ed infermieristico, quindi alle strutture, ai centri territoriali, ai servizi sociali di prevenzione;
  • Requisire tutte le strutture disponibili, se necessarie ad erogare servizi indispensabili, soprattutto al sud;
  • Precettare tutto il personale necessario ad erogare i servizi di prima necessità;
  • Garantire con mezzi pubblici la distribuzione, precettandola o sostituendola, se le catene logistiche interne dovessero entrare in crisi;
  • Imporre alle industrie idonee, qualunque sia la nazionalità della proprietà, programmi di fabbricazione, fornendogli specifiche, assistenza tecnica, mandati, per rendere indipendente il paese delle principali forniture strategiche, partendo da quelle mediche, in considerazione del possibile crollo delle supply chain mondiali;
  • Nazionalizzare tutte le imprese, finanziarie o non, che dovessero entrare in crisi non risolvibile per effetto della crisi e quindi creare un veicolo di gestione delle imprese pubbliche e nazionalizzate, sul modello della vecchia Iri;
  • Per gestire tutto questo con il minimo dell’inefficienza, creare un centro di pianificazione di emergenza, dotato dei necessari poteri;
  • In favore del sostegno del reddito, sospendere immediatamente il pagamento dei mutui e degli affitti (provvedendo con risorse pubbliche ad attenuare l’impatto sulle controparti), per chiunque dichiari una riduzione del reddito superiore al 30%;
  • Integrare il reddito, con la Cig in deroga o Reddito di Cittadinanza straordinario, di chiunque dichiari una riduzione tra il 30% ed il 100% del reddito, fino al massimo di 1.000 euro;
  • Sospendere per sei mesi in modo generalizzato i pagamenti fiscali a tutti i cittadini ed a tutte le imprese con un fatturato inferiore a una soglia da definire;
  • Sospendere per tre mesi ogni rateizzazione, a qualsiasi titolo;
  • Sospendere, e poi revocare, tutte le normative europee che fossero in conflitto con queste misure di emergenze, necessarie per la sopravvivenza della nazione;
  • Sospendere, e poi revisionare profondamente, la normativa bancaria di Basilea;
  • Sospendere, e poi revocare, il Mes.

Questo è il minimo per continuare ad essere un paese civile.

 

[1] – Questo video: https://www.youtube.com/watch?v=ZgJHdun0TGs

[2] – Inoltre questo modello è esattamente lo stesso che ha compresso per decenni il reddito e l’indipendenza dei lavoratori in occidente, rendendo ovvio che la maggior parte delle persone viva con contratti senza protezioni, precari, a tempo, con singole settimane di risparmi, sovraindebitati. Fa stare l’economia in costante stato di carenza di domanda, per cui i prezzi dei beni di prima necessità continuano a calare, e tutti coloro che li producono sono giorno dopo giorno alla disperata ricerca di un modo di risparmiare qualche costo di produzione, anche se comporta andarsi a cercare un fornitore dall’altra parte del mondo che costa il 2 per cento meno di quello sotto casa, che chiude. È così che ci siamo trovati senza mascherine.

[3] – Fabio Tamburini su La 7: “Se l’Europa continua a tentennare segna la sua fine, ed è giusto che l’Italia vada per conto suo. [..] I soldi per salvare le banche sono stati trovati ora vanno trovati per salvare l’economia reale”.

[4] – Alcuni dati: http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCCN_PILN; http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=20596; https://www.eticapa.it/eticapa/quanti-sono-e-quanto-costano-gli-impiegati-pubblici-italiani/;

[5] – Si veda http://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/attivita_istituzionali/formazione_e_gestione_del_bilancio/bilancio_di_previsione/bilancio_semplificato/ lo Stato spende 500 miliardi all’anno di spese correnti e 78 di interessi quota parte (49) dei 320 miliardi di investimenti, inoltre impiega 3,2 milioni di lavoratori, riceve un totale di 510 miliardi di tasse (260 dalle imprese), cui vanno aggiunti 65 miliardi di entrate non tributarie.

[6] – 700 miliardi di redditi da lavoro dipendente dalle imprese, 150 dallo Stato, oltre che, probabilmente, 150 da lavoro autonomo e professionale. Si possono stimare per differenza 200 miliardi di reddito da capitale e rendite. Infine, questo settore paga circa 250 miliardi di tasse.

[7] – Il commercio, secondo alcune stime, vale qualcosa come 190 miliardi, i servizi alle imprese 50 e i servizi professionali altri 60 miliardi. Un impatto del genere sui redditi degli addetti diretti alle filiere coinvolte impatterebbe per ca. 100 miliardi e potrebbe produrre, al netto delle tasse, una riduzione dei consumi stimabile in ca. 50 miliardi per sei mesi. Poi c’è l’impatto sul rilevante settore del turismo, se non altro per differimento e rinvio di vacanze.

[8] – Che vale almeno altri 100 miliardi.

[9] – Queste stime sono ottenute dalle assunzioni di cui sopra, su dati Istat 2019, e valutando prudenzialmente un basso contagio intersettoriale, oltre una limitatissima trasmissione di impulsi di crisi dall’estero.

[10] – Chiaramente il proporzionamento della manovra non è un compito espletabile con le poche informazioni disponibili e senza l’ausilio di un modello di simulazione adeguato, che non sia, ovviamente escludendo modelli di “output gap” e modelli dell’equilibrio generale, come quelli impiegati nelle Banche Centrali, o al Ministero delle Finanze, noti per fallire sistematicamente le previsioni.

https://tempofertile.blogspot.com/2020/03/il-discorso-di-conte-coronavirus-e.html

L’isteria al comando, di Piero Laporta

Qui sotto alcune significative considerazioni del Generale Piero Laporta. Da leggere con attenzione e con una nostra precisazione. A questo punto della emergenza un cambio della guardia al governo pare inopportuno se non esiziale; più opportuna una ampia delega ad un organismo o ad una figura preposta ad hoc_Giuseppe Germinario

Giuseppe Conte, scaricando invano sui medici le proprie responsabilità per l’epidemia, cerca di evitare di rispondere alla domanda: come si gestisce un’emergenza nazionale?

Che cos’è un’emergenza nazionale? Chi deve assumerne la gestione? Quali le modalità attraverso le quali la gestione è razionale? Innanzi tutto occorre evitare l’isteresi, cioè la reazione paradossale e fuori tempo alla sollecitazione emotiva, tanto più intensa quanto più grave è l’emergenza.

Emergenza è una serie concatenata di eventi, sul primo momento imprevedibili nei loro effetti catastrofici, ai quali è indispensabile contrapporre provvedimenti rapidi e straordinari, per circoscriverla, arrestarla, rimediare infine ai suoi effetti di breve, medio e lungo termine.
Le potenziali emergenze concernenti un’intera nazione appartengono alle seguenti famiglie: 1) bellica, 2) geosi­smica, 3)geometeorologica, 4) socioeconomica,5) agroalimentare, 6) finanziaria, 7) medica. ll carattere nazionale di queste crisi è improntato dalla valutazione del rischio potenziale, centrato su quattro punti. Primo: vastità in atto e potenziale del territorio coinvolto e delle risorse su quel territorio. Secondo: quantità in atto e potenziale di vittime. Terzo: durata potenziale. Quatto: capacità potenziale dell’emergenza incorso di innescare e concatenarsi con le rimanenti sei famiglie di emergenze di cui abbiamo detto.
.È ovvio che un capo di governo non possa anelare oltre la capacità di riconoscere l’esistenza d’una un’epidemia, potenzialmente in grado quindi di insinuarsi nel territorio nazionale italiano. Lo stesso capo di governo, dopo questa iniziale, banale consapevolezza, deve concentrare la sua attenzione sulle operazioni da compiere – immediatamente e le altre a seguire – per fermare il contagio aldilà delle nostre frontiere e, quando esse ne siano perforate, attuare le operazioni necessarie per rallentarlo, fermarlo, spegnerlo.
Un moderno Paese del G-20, l’Italia, avrebbe dovuto reagire sin dalla fine di dicembre, quandola reticenza della Cina e i nostri sensori a Pechino (ambasciata, servizi, turisti, osservatori e corrispondenti della stampa e della TV) dovevano allarmare. È comprensibile tuttavia che la novità del fenomeno abbia disorientato le decisioni. Questo non è tuttavia più ammissibile dai primi di gennaio, quando l’OMS accende i riflettori.
Che cosa fa un capo di governo in questi casi? Se la Protezione Civile non ha di suo attuato procedure di emergenza, come invece avrebbe dovuto, il capo del Governo costituisce una commissione tecnica, avvalendosi delle proprie enormi possibilità di consultazione ad altissimo Livello, offertegli dalla comunità scientifica, nazionale e internazionale – Istituto superiore di Sanità, CNR; autorità ospedaliere (Spallanzani, Sacco, San Raffaele, Biocampus, Gemelli, ecc.) nonché in conferenza con le autorità OMS e con le principali università mondiali. Ottenuta una prima valutazione del rischio, nomina un’autorità collegiale e multidisciplinare col compito di definire quattro obiettivi di primo tempo: 1) che cosa fare; 2) chi lo deve fare;3) quali risorse (umane, finanziarie e materiali) sono necessarie; 4) la politica delle comunicazioni, per impedire il panico in Italia e verso l’Italia.
Conseguito tale quadro, non oltre due o tre giorni dopo, tutti i competenti organismi tecnici ministeriali devono aver approntato proprie pianificazioni a breve, medio e lungo periodo, rendendole immediatamente esecutive.

ACCENTRARE L’AUTORITÀ

A questo punto il capo del governo dovrebbe aver già emanato dalla prima settimana di gennaio un decreto conseguente, per stabilire chi fa che cosa e in quali tempi. Un capo del governo, accentrandosi ogni autorità – com’è previsto dalla Costituzione, art. 117, comma d – avrebbe mantenuto pienamente operativo l’organismo consultivo multidisciplinare, per reagire tempestivamente al mutare delle situazioni. Che cos’è invece accaduto? A metà gennaio s’offriva una risposta paradossale, l’accusa di fascio­leghismo, a chi chiedeva, seppure scompostamente, risposte operative a un’emergenza nazionale e internazionale.
L’assenza di decisioni pianificate, coordinate, tempestive ha fatto dilagare l’epidemia. Giuseppe Conte a quel punto s’è dichiarato 《sorpreso, come fosse una casalinga davanti alla tivvù. Ha poi reagito in ritardo e con provvedimenti sgangherati, improvvisati, taluni esagerati, altri inadeguati, mentre le amministrazioni regionali si sono scollate dal governo centrale, chi con effetti positivi, chi con provvedimenti tanto improvvisati quanto grotteschi. Tale isteria ha causato la sopravvenienza di ulteriori emergenze, com’è d’altronde naturale in tali catastrofi. All’emergenza medica, si è quindi sommata quella economica, sociale e diplomatica-internazionale, senza escluderne ulteriori a venire.
Conclusione. Conte è un inetto, oscillante fra la risposta paradossale davanti alla prima sollecitazione emotiva a gennaio, per poi rincorrere in ritardo, oltre quaranta giorni dopo, la sopravanzante e per lui “sorprendente” realtà, scaricando su altri le proprie enormi responsabilità, politiche e non solo. La nave rischia di perdere anche il timone, sbattendo sugli scogli sui quali la porta il comandante fuori di testa. È ora che l’equipaggio s’ammutini, nomini un nuovo comandante, a meno che Sergio Mattarella non voglia condividerne le responsabilità.

https://www.pierolaporta.it/un-premier-inetto-e-un-po-isterico-ecco-cosa-doveva-fare-e-non-ha-fatto/

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