Italia e il mondo

Gli esperti dichiarano imminente una crisi dei carburanti a causa delle guerre globali che soffocano le forniture._ di Simplicius

Gli esperti dichiarano imminente una crisi dei carburanti a causa delle guerre globali che soffocano le forniture.

Simplicius
Sep 15
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Esperti di tutto il mondo stanno ora affermando che ci troviamo di fronte a una grave crisi energetica causata da una “tempesta perfetta” di fattori scatenanti, tra cui le reciproche ritorsioni energetiche tra Ucraina e Russia, nonché l’improvvisa intensificazione degli attacchi sferrati dall’asse Houthi-Iran contro le infrastrutture energetiche strategiche dell’Arabia Saudita.

https://www.wsj.com/business/energy-oil/oil-executives-say-the-great-fuel-crisis-is-here-b6b32030

Il WSJ riporta:

I dirigenti delle compagnie petrolifere americane hanno avvertito per mesi che la chiusura prolungata dello Stretto di Ormuz avrebbe inevitabilmente provocato una crisi dei carburanti. Ora, sostengono che tale crisi sia già realtà.

Da oltre sei mesi le scorte commerciali di carburante in tutto il mondo si stanno esaurendo e le riserve strategiche di greggio non possono più essere attinte in misura significativa. Gli attacchi della scorsa settimana hanno causato l’interruzione di un oleodotto fondamentale in Arabia Saudita che aggirava lo Stretto, lasciando a terra almeno 2,5 milioni di barili al giorno in un mercato petrolifero globale già in difficoltà, secondo le stime degli analisti.

L’ultimo fattore determinante è stata la notizia secondo cui l’Arabia Saudita sta annullando le “spedizioni di petrolio greggio” verso l’Europa per il resto del mese di settembre, con voci che ora ipotizzano che tale sospensione si protragga anche nel mese di ottobre.

Negli ultimi giorni, gli Houthi hanno sferrato attacchi di grande portata contro alcune infrastrutture petrolifere saudite, tra cui l’impianto di Aramco a 18,485593, 42,505660 geolocalizzazione:

ULTIME NOTIZIE: Secondo quanto riportato da Reuters, le operazioni di carico di petrolio sono state sospese a Yanbu, il principale porto saudita sul Mar Rosso, a seguito del precedente attacco all’oleodotto est-ovest.

I serbatoi di stoccaggio del petrolio sono in fiamme a seguito di un presunto attacco missilistico degli Houthi contro l’impianto di stoccaggio di Aramco ad Abha, a nord di Abha, in Arabia Saudita.

18,485593, 42,505660

A circa 500 miglia da lì è stata colpita anche la raffineria di petrolio Yasref, situata nella città di Yanbu, sulla costa del Mar Rosso:

La lettera di Hormuz@HormuzLetter

ULTIME NOTIZIE: Sembra che questa mattina gli Houthi yemeniti abbiano colpito direttamente la raffineria YASREF di Yanbu, sulla costa saudita del Mar Rosso. Si tratta di una joint venture tra Aramco e Sinopec con una capacità di 400.000 barili al giorno e uno dei maggiori esportatori di gasolio del Mar Rosso. Le immagini mostrano un vasto incendio, con…

13:43 · 15 settembre 2026· 478.000 visualizzazioni


139 risposte· 1,54K condivisioni· 5,7K Mi piace

Nel frattempo, il fondamentale oleodotto Est-Ovest, destinato a fungere da linea vitale per reindirizzare i flussi di greggio provenienti da Hormuz, è stato individuato nelle nuove immagini satellitari di Maxar dopo l’attacco che lo ha reso inoperativo il 10 settembre. A quanto pare, multiplole stazioni di pompaggio lungo il lungo percorso sono state distrutte, rendendo l’attacco ben più grave di quanto inizialmente stimato:

È improbabile che il sito venga riaperto a breve. Gli esperti intervistati da Reuters hanno stimato che ci vorranno diverse settimane, con la possibilità che prima di allora vi siano alcuni flussi “parziali” di greggio:

https://www.reuters.com/business/energy/saudi-pipeline-outage-threatens-loss-4-global-oil-supply-2026-09-13/
https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-15/mbs-and-saudi-arabia-face-crisis-with-key-oil-pipeline-shut-for-weeks

Tuttavia, vista la facilità con cui è stato possibile colpire il sito, chi può escludere che i responsabili — che si trovassero in Iraq o nello Yemen — non potessero semplicemente continuare a colpirlo ancora?

Ora i prezzi del gasolio negli Stati Uniti sono saliti alle stelle in modo allarmante:

La lettera di Kobeissi@KobeissiLetter

ULTIME NOTIZIE: I prezzi del gasolio negli Stati Uniti raggiungono ufficialmente un nuovo record di 6,26 dollari al gallone, con un aumento di oltre l’80% in 9 mesi. Gli autotrasportatori pagano ora quasi 3,00 dollari in più al gallone per il gasolio rispetto a gennaio. Questo ha fatto salire i prezzi medi del carburante in California, uno degli Stati più costosi…

17:44 · 15 settembre 2026· 195.000 visualizzazioni


126 risposte· 369 condivisioni· 2,77K Mi piace

Trump ha attribuito la crisi del gasolio agli attacchi dell’Ucraina alle infrastrutture russe di raffinazione del gasolio:

Che politica estera incoerente, pigra, ipocrita, priva di principi e decisamente maleducata: «Lasciamoli scioperare su ciò che vogliono, ma per ora non sul gasolio, perché è proprio lì che stiamo subendo i colpi più duri!»

Questo tipo di diplomazia miope e maldestra è come spegnere alla rinfusa, uno alla volta, incendi casuali, mentre contemporaneamente se ne innescano di nuovi senza volerlo. Trump pensa che gli Stati Uniti possano comportarsi in modo sconsideratamente ostile nei confronti del mondo intero, fornendo senza scrupoli armi all’Ucraina per distruggere settori chiave delle infrastrutture russe, attaccando spietatamente l’Iran, ecc., e poi si chiede perché le ripercussioni stiano iniziando ad avvelenare l’economia nazionale.

Ora i rendimenti obbligazionari globali sono saliti alle stelle sia negli Stati Uniti che in Europa: i rendimenti dei titoli a 10 anni statunitensi e britannici hanno raggiunto i livelli più alti dal 2007, mentre quelli tedeschi, secondo quanto riportato, hanno toccato i livelli più alti dal 2006:

ULTIME NOTIZIE: Il rendimento dei titoli decennali sale al 5,04%, il livello più alto dal luglio 2007.

Ciò fa salire il tasso di interesse medio sui mutui trentennali al 7,17%.

Possedere una casa è ufficialmente un lusso. – Fonte

Nel quadro del suo tentativo maldestro e artificioso di risolvere la situazione, Trump ha annunciato una tregua reciproca in materia di energia che non ha mai avuto luogo, l’ennesima di una lunga serie di falsità volte a placare il gregge nazionale:

Sia Zelensky che i rappresentanti russi hanno smentito l’esistenza di un simile cessate il fuoco e, a riprova di ciò, proprio questa mattina entrambi i Paesi hanno colpito gli impianti energetici dell’altra parte.

L’analista russo Victor Leonov ha avanzato una teoria interessantesecondo cui la Russia e l’Iran starebbero collaborando per smantellare l’ordine monetario ed economico occidentale:

Perché l’Iran e la Russia prendono di mira gli impianti energetici?

Nel contesto della guerra in Ucraina e delle tensioni in Medio Oriente, le stazioni di servizio, i depositi di petrolio e carburante, gli impianti energetici, le infrastrutture e le raffinerie sono costantemente presi di mira dalla Russia e dall’Iran. Allo stesso tempo, le rotte di trasporto e energetiche, come lo Stretto di Ormuz e Bab al-Mandab, sono completamente bloccate. Perché sta accadendo tutto questo? Perché la Russia e l’Iran agiscono in modo coordinato e qual è il loro obiettivo?

La risposta a queste domande deriva dal fatto che la Russia e l’Iran hanno concordato di distruggere il sistema capitalista occidentale e americano, provocando una crisi energetica attraverso attacchi mirati alle infrastrutture energetiche e alle vie di trasporto.Il meccanismo funziona così: attaccare e distruggere queste strutture riduce la produzione e l’approvvigionamento energetico, mentre la chiusura dello Stretto di Ormuz e di Bab al-Mandab comporta una riduzione analoga dell’approvvigionamento e della disponibilità a livello globale.

Di conseguenza, i prezzi dei carburanti e dell’energia in generale iniziano a salire e a registrare un’impennata. L’aumento dei prezzi comporta una maggiore pressione sul settore industriale globale, che deve procurarsi il carburante a prezzi molto più elevati. Allo stesso tempo, aumentano anche i costi di trasporto e l’inflazione economica inizia a crescere. Di conseguenza, le banche centrali sono costrette ad aumentare i tassi di interesse per tenere sotto controllo l’inflazione, il che a sua volta rallenta e indebolisce l’economia. In questo modo, la produzione e l’attività manifatturiera si indeboliscono gradualmente, mentre il settore industriale si trova ad affrontare una grave minaccia.

Con questo metodo, la Russia e l’Iran stanno mettendo a rischio l’industria, la crescita economica e l’attuale ordine mondiale, al punto che le fabbriche potrebbero chiudere e l’industria, nella sua forma attuale, potrebbe non essere più in grado di andare avanti. Poiché l’industria è la pietra angolare del capitalismo moderno, passo dopo passo l’attuale ordine mondiale si avvicina al collasso man mano che si aggrava la crisi energetica.

Pertanto, la Russia e l’Iran intendono sfruttare questa strategia per abbattere e trasformare l’attuale ordine mondiale, guidato in modo unipolare dagli Stati Uniti. Per questo motivo, sono da prevedersi ulteriori bombardamenti contro stazioni di servizio, depositi di petrolio, gas e carburante, oltre a nuovi attacchi contro impianti e infrastrutture energetiche.

Non sono convinto che si tratti di un’operazione così coordinata volta a “abbattere il capitalismo”, ma è una linea di pensiero interessante, soprattutto se si considera che l’Iran e la Russia sono in grado di rafforzare le proprie rotte commerciali verso est, ostacolando al contempo le linee di vita economiche dell’Occidente. È più probabile che la Russia e l’Iran stiano semplicemente reagendo in modo difensivo per colpire i propri avversari nei loro punti più sensibili. La Russia era ben felice di fornire energia all’Occidente per mantenere in funzione l’«ordine capitalista» occidentale, fino a quando l’Ucraina non ha iniziato a mettere sotto pressione le stesse infrastrutture energetiche russe.

La tariffa giornaliera di noleggio di una superpetroliera sulla rotta dal Golfo Persico alla Cina ha raggiunto per la prima volta nella storia 1 milione di dollari.

Al momento della stesura di questo articolo, diverse fonti riferiscono che gli Houthi avrebbero minato lo stretto di Bab al-Mandab, il che sembrerebbe contraddire le loro precedenti affermazioni secondo cui il transito sarebbe vietato solo ai mezzi di trasporto sauditi:

Faytuks Network@FaytuksNetwork

Gli Houthi hanno posato delle mine nello stretto di Bab al-Mandab, secondo quanto riferito da una fonte militare yemenita all’agenzia di stampa tedesca DPA

22:26 · 15 settembre 2026· 29,5K visualizzazioni


23 risposte· 154 condivisioni· 556 “Mi piace”

Se le notizie fossero vere — insieme agli attacchi su larga scala alle infrastrutture petrolifere saudite — ciò potrebbe rappresentare una campagna su vasta scala volta a infliggere un colpo mortale all’economia del regime saudita.

Una cosa è certa: mentre Trump continua a trattare il conflitto con l’Iran come una sorta di distrazione occasionale o un terreno di gioco per la propria vanità, l’Iran sta portando la situazione all’estremo. Per l’Iran, il conflitto è una questione di sopravvivenza, come dimostrano chiaramente due recenti avvenimenti:

In primo luogo: circolano notizie secondo cui l’Iran si starebbe preparando a mobilitare fino a un milione di persone per l’addestramento, in vista della creazione di 1.000 battaglioni di riserva denominati “battaglioni della resistenza nazionale”, in preparazione a un possibile conflitto futuro.

Iran Observer@IranObserver0

⚡️ULTIME NOTIZIE: Tutti gli iraniani hanno ricevuto un SMS per registrarsi alla mobilitazione Le forze armate iraniane stanno iniziando ad addestrare 1.000 nuovi battaglioni (circa un milione di persone) L’addestramento non richiederà molto tempo, poiché in Iran vige il servizio militare obbligatorio per tutti gli uomini

7:19 · 15 settembre 2026· 536.000 visualizzazioni


176 risposte· 1,37K condivisioni· 7.760 Mi piace

A conferma della notizia sopra riportata, Lo riporta il Jerusalem Postche in tutto l’Iran sono stati affissi cartelloni pubblicitari che promuovono l’arruolamento nel Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).

Il Jerusalem Post scrive in merito alla nuova campagna:

Appello ai volontari per mobilitare i giovani

Macmillan ha sottolineato che l’Iran sta cercando di mobilitare i giovani attraverso questi messaggi, offrendo loro addestramento all’uso delle armi, alla lettura delle mappe e alle tecniche di primo soccorso necessarie nelle zone di combattimento, nell’ambito di una campagna volta ad ampliare le unità di tipo Basij oltre la “base tradizionale” di sostenitori.

La nuova generazione di attivisti dimostrerà agli iraniani e all’Occidente che il regime «è ancora in grado di organizzare manifestazioni di massa dopo mesi di tensione», nonostante la crisi economica, la guerra e la violenta repressione delle proteste, ha affermato.

«Si tratta di un appello al volontariato, diffuso attraverso i canali ufficiali e tramite SMS di massa. È un’iniziativa ufficiale del governo iraniano, un messaggio di mobilitazione politico-militare, non un avviso neutrale di pubblica utilità», ha osservato.

In secondo luogo, Fonti giornalistiche iraniane riferiscono chesecondo cui un importante deputato iraniano avrebbe affermato che un gruppo di parlamentari ha elaborato un “progetto di legge urgente” per il ritiro dell’Iran dal Trattato di non proliferazione nucleare. Secondo quanto riferito, il progetto di legge sarà sottoposto a votazione non appena “il comitato direttivo del parlamento lo avrà approvato”.

La parte più sorprendente dell’intervista al deputato è il suo appello diretto all’Iran affinché si doti di armi nucleari, dato che l’aggressione degli Stati Uniti ha reso questa scelta una «necessità inevitabile»:

«È meglio effettuare al più presto i test necessari per le armi nucleari» perché l’Iran ha bisogno di una deterrenza nucleare e il possesso di armi nucleari è ormai una «necessità inevitabile».

Certo, non dobbiamo reagire in modo esagerato, poiché ci sono già stati in passato legislatori così provocatori e l’iniziativa probabilmente non porterà a nulla, soprattutto perché il presidente iraniano Pezeshkian ha continuato a schierarsi contro l’acquisizione di armi nucleari. Ma tutto ciò dimostra che i leader e il popolo iraniani stanno assumendo una posizione più rigida, consolidandosi attorno a un nucleo unificato, e considerano gli attacchi dell’asse USA-Israele contro il loro Paese come una minaccia esistenziale da affrontare come un cancro, piuttosto che come uno spettacolo vanitoso finalizzato all’immagine pubblica.

Alla luce di ciò, la CBS ha “divulgato” una serie di nuove foto che mostrano scene di distruzione mai viste prima nelle basi statunitensi a seguito degli attacchi iraniani:

https://www.cbsnews.com/news/new-photos-damage-u-s-kuwait-saudi-arabia-iran-drone-missile-attacks

Mario Nawfal riporta l’elenco dei beni distrutti:

Le immagini sono state inviate in forma anonima da militari in servizio attivo.

Le parole di un soldato: «Non stiamo difendendo queste basi. Stiamo solo a guardare mentre vengono distrutte».

Cosa mostrerebbero, secondo quanto riferito, le foto:

– Base aerea del Principe Sultan, Arabia Saudita: una E-3 Sentry con la coda recisada una fusoliera carbonizzata

– Base aerea del Principe Sultan: edifici e caserme sventrate che sorgono accanto a muri a T in cemento intatti, fortificazioni costruite per resistere a colpi di mortaio e granate in una guerra combattuta a 300 miglia di altitudine

-Camp Buehring, Kuwait: file di roulotte distrutte nell’area di raccolta principale delle truppe di terra e dei mezzi corazzati dell’Esercito

-Camp Buehring: veicoli bruciati all’aperto

-Camp Arifjan, Kuwait: danni strutturali a un edificio presso il più grande centro logistico americano della regione

– L’IG ha calcolato che in otto paesi sono andati persi quasi 60 velivoli e attrezzature per un valore di 3,7 miliardi di dollari.

Hegseth ha definito i missili che hanno ucciso sei persone a Shuaiba “squirters”, un termine che indica quei rari casi in cui un missile riesce a sfuggire a un sistema di difesa funzionante.

Queste foto dimostrano che la difesa non sta funzionando, e chi si trova all’interno del perimetro lo sa bene.

Fonte: CBS News / Autore: Daniel

Raccolta delle “fughe di notizie”:

Un nuovo rapporto del Pentagono elenca le “perdite ufficiali” di quella guerra fallita:

Alcuni analisti hanno analizzato i dati e, a quanto pare, hanno calcolato che le perdite per sortita dell’Operazione Epic Fury sono state tra le più elevate nella storia degli Stati Uniti:

È chiaro che l’Iran sia solo all’inizio, e che lo storico errore di Trump abbia innescato un rinnovamento nazionale che difficilmente potrà mai più rallentare, ora che il genio è uscito dalla lampada e la vulnerabilità senza precedenti degli Stati Uniti è stata messa a nudo.


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Tensione al Pentagono: un rapporto trapelato definisce il conflitto con l’Iran “insostenibile”, di Simplicius

Problemi al Pentagono: un rapporto trapelato definisce il conflitto con l’Iran “insostenibile”.

Simplicius
Sep 6
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Al Pentagono si sta preparando qualcosa che non può proprio passare inosservato.

Definita da alcuni come la “rivolta dei generali”, una fuga di notizie ha rivelato che un gruppo ristretto di alti comandanti statunitensi ha formalmente espresso il proprio dissenso nei confronti di Hegseth, avvertendo al contempo che i piani degli Stati Uniti per il Medio Oriente sono insostenibili.

In sintesi:

“Rivolta dei generali” al Pentagono sulla guerra in Iran: quattro alti comandanti statunitensi si oppongono a un coinvolgimento senza fine in Medio Oriente

I comandanti dei Comandi Europei, Indo-Pacifico e del Sud, insieme al Capo delle Operazioni Navali, hanno formalmente espresso il loro “disaccordo” con la richiesta del Segretario alla Difesa Pete Hegseth di mantenere oltre 50.000 soldati in Medio Oriente, avvertendo che il prolungamento del dispiegamento è insostenibile e compromette la prontezza operativa degli Stati Uniti in altre aree, compreso il territorio nazionale. Il dissenso è stato registrato nel “Registro degli ordini del Segretario alla Difesa”, un documento riservato, come riportato per la prima volta dal *Washington Post*.

Nella regione sono ancora presenti oltre 50.000 soldati statunitensi; ad alcune unità è stato ordinato di rimanere fino a settembre, ad altre fino al 2027. I comandanti hanno segnalato l’esaurimento delle scorte di missili Patriot, THAAD e Tomahawk, e gli Stati Uniti hanno consumato circa un quarto della propria flotta di droni MQ-9 Reaper.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha definito la fuga di notizie «un reato» e «un tradimento delle forze armate», pur ammettendo che le obiezioni in sé sono fondate: «I pareri contrari sono la norma… il Segretario ne riceve continuamente».

Il caos non finisce qui: il segretario dell’Esercito Dan Driscoll — un alleato di Vance che ha contribuito a definire il percorso negoziale tra Russia e Ucraina — si è appena dimesso dopo mesi di scontri con Hegseth per questioni di competenza.

https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/08/30/military-leaders-warn-hegseth-against-extending-iran-war-operations

Dall’articolo del Washington Post riportato sopra, che ha dato la notizia:

Diversi vertici militari statunitensi hanno fatto presente al segretario alla Difesa Pete Hegseth che il protrarsi delle operazioni su larga scala contro l’Iran è insostenibile e rischia di indebolire la loro capacità di far fronte alle minacce altrove,compreso il territorio degli Stati Uniti, secondo fonti a conoscenza di una recente valutazione preparata per il capo del Pentagono.

Gli avvertimenti — illustrati in dettaglio a Hegseth dai capi dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica Militare, nonché dai comandanti a quattro stelle che supervisionano le operazioni statunitensi in Europa, Asia e America Latina — compaiono nell’edizione del 14 agosto del “Secretary of Defense Orders Book” (SDOB), hanno riferito queste fonti. Esse hanno descritto la valutazione al “Washington Post” a condizione di rimanere anonime, poiché il documento è riservato.

Come si può vedere sopra, gli avvisi sarebbero apparsi in un documento interno riservatodocumento, e in quanto tale le relative descrizioni sono considerate fughe di notizie di grande rilevanza, il che ha fatto perdere le staffe a Trump:

https://www.nytimes.com/2026/09/04/us/politics/pentagon-staff-polygraph-tests.html

Ma concentriamoci sulla parte importante, che si ricollega alla tesi generale di cui parleremo più avanti:

Di conseguenza, il Comando Centrale degli Stati Uniti, il quartier generale incaricato di condurre la guerra contro l’Iran, ha mantenuto in stato di allerta per mesi una forza di oltre 50.000 soldati nel caso in cui il presidente ordinasse ulteriori attacchi.

Gli Stati Uniti hanno mantenuto circa 50.000 soldati in stato di allerta in vista del proseguimento della guerra contro l’Iran, e questi alti generali del Pentagono stanno sostanzialmente dichiarando che questa situazione è insostenibile, soprattutto dopo che le basi statunitensi in Bahrein e altrove sono state rase al suolo.

Si dice che l’ammiraglio Daryl Caudle, capo delle operazioni navali, sia uno dei pezzi grossi che dissentono. Lui stesso lo aveva appena dichiarato questa settimanache la Marina degli Stati Uniti non tornerà in Bahrein nell’immediato futuro:

Il personale della Marina degli Stati Uniti non tornerà a breve in Bahrein, e la USS Theodore Roosevelt sarà la prossima portaerei a prendere posizione nel Mar Arabico, ha affermato lunedì l’ammiraglio al comando della Marina durante un “incontro pubblico mondiale” con i marinai, nel corso del quale si è parlato anche di stipendi, alloggi, assistenza sanitaria e persino del costo dei tagli di capelli.

Resoconto dello scontro@clashreport

La Marina degli Stati Uniti sta affrontando un grave problema logistico in Medio Oriente. Circa 20 navi, con a bordo circa 20.000 marinai e marines, necessitano ogni settimana di oltre 420.000 pasti e di circa otto milioni di galloni di carburante. La situazione si è notevolmente aggravata dopo che l’Iran ha distrutto una struttura chiave della Marina…

21:57 · 3 settembre 2026· 240.000 visualizzazioni


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Per quanto riguarda il “non concordo”, significa che i generali non condividono la valutazione di Hegseth, ma che comunque eseguiranno gli ordini:

I vertici del Comando europeo degli Stati Uniti, del Comando del Pacifico degli Stati Uniti e del Comando meridionale degli Stati Uniti, insieme all’ammiraglio di grado più elevato della Marina, hanno risposto con quella che nel SDOB viene definita una “non approvazione”, secondo quanto riferito da fonti a conoscenza della valutazione — il che significa che non concordano con l’ordine del segretario di potenziare le loro forze, ma lo eseguiranno comunque.

Nel complesso, il tono espresso dai vertici militari è che l’operazione in corso in Iran, avendo raggiunto il traguardo dei sei mesi, è stata “eccessiva per troppo tempo”, ha affermato una persona a conoscenza della valutazione.

Ciò è avvenuto solo pochi giorni dopo che il segretario dell’Esercito Dan Driscoll si era dimesso in modo definitivo a causa dei suoi disaccordi con Hegseth, in particolare riguardo alle “epurazioni” che il segretario alla Difesa sta portando avanti:

https://www.wsj.com/politics/national-security/army-secretary-resigns-after-months-of-friction-with-hegseth-9c124207

WASHINGTON — Il segretario dell’Esercito Dan Driscoll ha rassegnato le dimissioni al presidente Trump dopo mesi di tensioni con il segretario alla Difesa Pete Hegseth riguardo alla direzione da imprimere alle forze armate e alla destituzione di numerosi ufficiali di alto rango dell’Esercito.

Si prevede che lasci il Pentagono nei prossimi giorni.

Con l’uscita di scena di Driscoll, l’Esercito rimarrà privo di vertici civili o militari confermati dal Senato. Il generale Christopher LaNeve ricopre il ruolo di capo ad interim del corpo da quando Hegseth ha destituito il suo predecessore, il generale Randy George. Mike Obadal, sottosegretario dell’Esercito, sarebbe il civile di più alto rango dopo la partenza di Driscoll.

Pur mostrando in apparenza un’immagine di calma, dietro le quinte le forze armate statunitensi, e in particolare la Marina, sembrano attraversare un periodo di declino senza precedenti. Qualche giorno fa la USS Lincoln ha fatto scalo in Thailandia, presentandosi come se fosse uscita da una pessima parodia sull’intelligenza artificiale:

Il tutto mentre Trump snocciolava le solite frasi di routine sulla presunta sconfitta dell’Iran:

Ma egli solleva l’ultimo punto, a cui abbiamo accennato in precedenza. Trump sembra credere che il tempo sia dalla parte degli Stati Uniti e che, continuando a strangolare economicamente l’Iran, gli Stati Uniti possano mettere in ginocchio quella nazione prima che gli stessi Stati Uniti si trovino ad affrontare qualsiasi tipo di pericolo critico. Alcuni hanno criticato la nostra copertura della guerra in Iran qui, sottolineando che è di parte a favore dell’Iran e che sottovaluta l’effetto reale che il blocco statunitense ha avuto, il quale, a quanto si dice, starebbe costringendo l’Iran a una crisi economica, a un’inflazione galoppante, al deprezzamento della moneta, ecc.

Questo potrebbe essere in parte vero, e il seguente articolo del WSJ lo sostiene certamente:

https://www.wsj.com/world/middle-east/time-is-no-longer-on-irans-side-in-the-battle-of-the-blockades-e47b657d

Una delle sue argomentazioni è che gli Stati Uniti continuano a facilitare ingenti flussi di petrolio destinati agli alleati della regione, in modo discreto attraverso la rotta dell’Oman, ecc.

Bloomberg ha evidenziato che, nel mese di agosto, uno di questi alleati — l’Arabia Saudita — registrava ancora un deficit ingente rispetto alle precedenti spedizioni dal Golfo Persico:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-02/saudi-oil-exports-dive-as-tankers-at-risk-from-hormuz-to-red-sea
Notizie come questa continuano a verificarsi quotidianamente.

L’articolo, tuttavia, distorce sostanzialmente gli obiettivi principali dell’Iran, sostenendo che l’Iran non sia riuscito a “mandare in crisi l’economia globale”, quando questa non è mai stata la sua intenzione. Il vero obiettivo dell’Iran è semplicemente la sconfitta degli Stati Uniti, e “mandare in crisi l’economia globale” non deve necessariamente essere una componente fondamentale di tale obiettivo. L’Iran sta raggiungendo il proprio obiettivo semplicemente sradicando l’influenza regionale degli Stati Uniti attraverso la distruzione delle loro basi, oltre che facendo precipitare gli Stati Uniti nel caos politico, come si sta vedendo ora con gli scandali del Pentagono.

Nessuno sta dicendo che l’Iran non stia subendo danni reali e quantificabili alla propria economia, ma la domanda è: chi riuscirà a resistere più a lungo?

Ma per accelerare i tempi, alcuni ritengono che l’Iran abbia ora adottato una nuova strategia: attaccare direttamente le navi statunitensi per minare ciò che resta della loro sostenibilità, ora che l’Iran ha già messo a dura prova le catene logistiche necessarie a garantire il rifornimento continuo della flotta nel corso di operazioni di durata indefinita:

La situazione si è verificata nel corso di un altro scontro in cui gli Stati Uniti hanno colpito tre petroliere iraniane, mentre l’Iran avrebbe risposto lanciando missili non solo contro navi da guerra statunitensi, ma anche contro petroliere scortate lungo la rotta che attraversa il blocco statunitense:

Secondo quanto riferito, gli attacchi avrebbero colpito sei navi di questo tipo, di cui l’Iran ha persino diffuso un video, il che confuta ulteriormente la tesi avanzata dal WSJ secondo cui sarebbe l’Iran a trovarsi a corto di tempo, poiché non è in grado di applicare il blocco dello Stretto con la rigorosità necessaria. Se l’Iran fosse in grado di colpire una mezza dozzina di petroliere in pochi minuti in un batter d’occhio, ciò sembrerebbe indicare che, se in precedenza alcune petroliere riuscivano a passare, era solo per volere dell’Iran, forse grazie a qualche accordo segreto o a un tentativo in buona fede di allentare la tensione.

Trump, nel frattempo, ha fatto ricorso a dei video di scarsa qualità realizzati con l’intelligenza artificiale che mostravano un bombardamento dell’isola di Kharg, in Iran:

Certo, proprio come in ogni conflitto in corso, esistono modi soggettivi di reinterpretare gli eventi attuali per favorire la propria parte preferita. Si potrebbe sostenere che gli Stati Uniti stiano “vincendo” perché in Iran si sono registrati segnali concreti di inflazione, oltre ad alcune tensioni politiche all’interno del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).

Le turbolenze interne degli Stati Uniti sono un argomento facile da utilizzare per sostenere che il tempo gioca a favore dell’Iran. Ricordiamo che è proprio l’amministrazione statunitense, in preda alla disperazione, a sottoporre i propri generali al test del poligrafo, come riportato in precedenza. Immaginiamo lo sdegno e il ridicolo a livello globale se fosse il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) a radunare i propri alti funzionari per sottoporli al test del poligrafo: verrebbe ampiamente salutato come il momento in cui il “regime iraniano” viene “messo in ginocchio”.

Oggi l’Iran ha dimostrato di poter colpire le navi a suo piacimento, e continuano a circolare notizie contraddittorie su quanto poco petrolio transiti effettivamente attraverso lo Stretto per gli Stati Uniti e i loro alleati. Nel frattempo, la Marina degli Stati Uniti è costretta a mettere a dura prova le proprie forze, facendo ruotare le portaerei da teatri operativi e distretti di comando lontani, mentre l’amministrazione Trump marcisce politicamente. Non si tratta certamente di una questione in bianco e nero, ma è chiaro che l’Iran ha almeno un leggero — se non decisivo — vantaggio.

Entrambi i Paesi stanno adottando praticamente la stessa strategia di doppio blocco concorrente sullo stesso stretto, per vedere chi riesce a infliggere le maggiori difficoltà economiche all’altro. Entrambi dispongono inoltre di opzioni secondarie e vie di rifornimento alternative: per l’Iran si tratta delle linee di rifornimento posteriori attraverso il Pakistan, il Mar Caspio verso la Russia, ecc.; per gli Stati Uniti e i loro alleati, si tratta della limitata via terrestre attraverso l’Arabia Saudita verso il Mar Rosso e della via dell’Oman, piuttosto incerta.

L’unico ambito in cui l’Iran continua a detenere il predominio è quello del potenziale di escalation: ormai ha ricostruito praticamente tutto ciò che era andato perduto nelle prime fasi della guerra, con una produzione missilistica che, a quanto si dice, procede a pieno ritmo. Gli Stati Uniti, d’altra parte, soffrono di carenze così gravi di munizioni essenziali da aver impedito a Trump di intensificare l’intervento in una campagna più ampia.

In effetti, la “rappresaglia” statunitense di oggi contro tre petroliere iraniane è stata rivelatrice: l’Iran aveva appena attaccato nuovamente, alcuni giorni fa, basi statunitensi in Giordania, Iraq e Kuwait, e oggi ha tentato di colpire navi da guerra statunitensi in pattuglia. Per questo, gli Stati Uniti sono riusciti solo a colpire tre petroliere iraniane, anziché un obiettivo militare di rilievo. Ciò rappresenta una svolta fondamentale. Il fatto che un avversario e una potenza media possano ora sferrare raffiche preventive di attacchi devastanti contro importanti risorse militari statunitensi a piacimento, e non subisce più nemmeno alcuna reazione cinetica grave, rappresenta un importante passo avanti.

Basta leggere la dichiarazione dello stesso CENTCOM: l’Iran è in grado di sferrare attacchi contro le risorse militari statunitensi, mentre gli Stati Uniti possono rispondere solo colpendo navi civili di scarso rilievo.

Ricordiamo come, all’inizio della guerra, si fosse fatto un gran clamore sulle affermazioni secondo cui fosse L’Iranun ritmo di attacchi che stava diminuendo, mentre il numero delle sortite statunitensi era in forte aumento e venivano colpiti ogni genere di obiettivi militari “di rilievo” in Iran. Ora gli Stati Uniti sembrano completamente allo stremo — una forza esausta e impotente — come un vecchio pugile ai suoi ultimi round, che sferra pugni lenti e inefficaci, privi di qualsiasi forza. L’Iran ha dimostrato di detenere ora il predominio nell’escalation, avendo smascherato tutti i bluff più clamorosi di Trump e resistito alla tempesta. E più questa situazione si protrae, più sembrano crescere le rivolte interne al Pentagono e nell’amministrazione Trump, man mano che i funzionari cominciano a comprendere la gravità della debacle.

Questo ci dice che è l’Iran a detenere ancora il controllo della situazione e il vantaggio in termini di tempo.


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Il Consiglio di Jarrimane un anacronismo, un esempio arcaico e spudorato di doppio guadagno, per coloro che proprio non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda porzione avida di generosità.

Analizzando la riluttanza di Alt-Media a criticare la dichiarazione congiunta anti-iraniana della Cina con il GCC, di ANDREW KORYBKO

Più si estende il raggio di azione delle potenze egemoni ed emergenti, più la coperta si rivela stretta e diventa sempre più difficile  tenere le fila con coerenza. Buona lettura, Giuseppe Germinario

È indiscutibile che la comunità Alt-Media non sia riuscita a radunarsi attorno all’Iran di fronte all’involontaria violazione diplomatica della Cina dei suoi legittimi interessi nazionali, nonostante avesse precedentemente mostrato piena solidarietà alla Repubblica islamica su questioni altrettanto delicate. Qualsiasi osservatore veramente obiettivo sa che queste stesse persone sarebbero state furiose se gli Stati Uniti, Israele o un paese europeo avessero firmato quella dichiarazione congiunta ferocemente anti-iraniana, eppure tacciono o addirittura simpatizzano solo perché la Cina ha fatto questo.

L’ Iran ha espresso pubblicamente il suo disappunto per la dichiarazione congiunta Cina-GCC della scorsa settimana che ha spinto le affermazioni dei Regni del Golfo secondo cui la Repubblica islamica è la fonte dell’instabilità regionale e ha anche toccato le isole contese sotto il suo controllo che Teheran si rifiuta ufficialmente di discutere. Ho fornito qui alcune spiegazioni sul motivo per cui Pechino ha bruscamente ricalibrato il suo approccio finora equilibrato all’Asia occidentale facendo firmare al presidente Xi un documento così ferocemente anti-iraniano, ma la maggior parte dei miei colleghi non ha seguito l’esempio.

La Alt-Media Community (AMC) si è vistosamente rifiutata di criticare la dichiarazione congiunta anti-iraniana della Cina nel GCC, nonostante molte di queste stesse voci influenti abbiano precedentemente sostenuto la Repubblica islamica in innumerevoli occasioni. Alcuni come l’ex ambasciatore indiano MK Bhadrakumar si sono spinti fino a scrivere che “In ultima analisi, l’Iran può incolpare solo se stesso” per ciò che la Cina ha appena fatto. Chiaramente, il loro precedente sostegno all’Iran non era sincero, ma c’è anche dell’altro.

Francamente, molti membri dell’AMC sono riluttanti a criticare in modo costruttivo la Cina su qualsiasi cosa a causa della loro divinizzazione de facto della Repubblica popolare. Questo nonostante il Partito Comunista Cinese (PCC) abbia “evidenziato [ing] l’autoriforma come la chiave per consolidare la sua posizione di partito di governo a lungo termine” durante il 20° Congresso Nazionale di ottobre secondo il rapporto della Xinhua finanziato con fondi pubblici su quell’importante politica evento.

Molte di queste stesse persone per lo meno sostengono tacitamente le proteste occidentali contro le politiche COVID dei loro governi, ma contemporaneamente hanno condannato quelle recenti in Cina, anche se il PCC poco dopo ha allentato le sue politiche correlate in risposta e quindi ha dimostrato che non erano una rivoluzione colorata . Il dogma non ufficiale del “politicamente corretto” dell’AMC è che la Cina ha sempre ragione, non deve mai essere criticata, e tutti coloro che non seguono questa regola informale stanno presumibilmente lavorando contro il multipolarismo.

In poche parole, l’AMC si è in gran parte assegnato il compito di gestire le percezioni popolari a favore della Cina, ma molti hanno portato questo all’estremo al punto da renderlo effettivamente controproducente. La Cina, come tutti i paesi, non è perfetta e quindi ha sempre spazio per migliorare le sue politiche, come evidenziato dall’enfasi del PCC sull’autoriforma. Anche così, queste persone non riescono a riconoscerlo pubblicamente, con l’ultimo scandalo che circonda la dichiarazione congiunta Cina-GCC che funge da esempio perfetto.

Invece di riconoscere che la Cina, col senno di poi, non avrebbe dovuto firmare quel documento ferocemente anti-iraniano, stanno ignorando vistosamente il dispiacere pubblicamente espresso dall’Iran, trovando scuse o addirittura incolpando la Repubblica islamica come Bhadrakumar ha avuto la faccia tosta di fare. Avrebbero potuto rispettare gli interessi legittimi dell’Iran riaffermando contemporaneamente che la Cina non aveva intenzioni negative, cercava solo di portare avanti i suoi ambiziosi piani petroyuan e che i legami rimarranno sulla buona strada.

Per approfondire l’intuizione precedente, l’unico motivo per cui la Repubblica popolare ha trascurato gli interessi della sua controparte islamica è perché era ottimista sul fatto che l’ultimo vertice avrebbe accelerato i processi multipolari nell’Asia occidentale, primo fra tutti l’introduzione del petroyuan. Sebbene debbano ancora verificarsi progressi tangibili in quest’ultimo aspetto, il presidente Xi ha effettivamente chiesto che ciò avvenisse durante l’evento, il che parla delle sue grandi intenzioni strategiche.

Tuttavia, la Cina era così impegnata a fare del suo meglio per promuovere questo scenario che i suoi politici hanno purtroppo trascurato come la dichiarazione congiunta andasse contro i legittimi interessi dell’Iran, ergo perché hanno consigliato al presidente Xi di firmarlo invece di chiedergli di emendare il testo o rimosso per primo. L’AMC potrebbe facilmente spiegarlo al proprio pubblico, ma così facendo sfiderebbe il loro dogma non ufficiale “politicamente corretto” secondo cui la Cina è presumibilmente infallibile e quindi al di sopra di essere criticata in modo costruttivo.

La conseguenza è che la loro credibilità si è ulteriormente erosa agli occhi di molti dopo che è diventato ovvio che sono guidati dall’agenda non dichiarata di gestire l’interferenza per la Cina. Cercando di essere “più filo-cinesi dello stesso PCC guidato dall’autoriforma”, hanno finito per agire inavvertitamente come propagandisti anti-iraniani dopo aver rifiutato di riconoscere come quella dichiarazione congiunta andasse contro i legittimi interessi della Repubblica islamica.

Il presidente Raisi era così irritato da quanto accaduto che poco dopo ha detto in visita al vice premier cinese Hu Chunhua che “alcune posizioni sollevate durante la recente visita del presidente cinese nella regione hanno innescato infelicità e rancore tra la gente e nel governo dell’Iran”. A riportare questa tagliente osservazione è stato il Tehran Times , che è uno degli organi di stampa più credibili del suo Paese e quindi di certo non mentirebbe sulle parole del suo leader su una questione così delicata.

Nonostante ciò, la maggior parte delle figure influenti dell’AMC – comprese quelle che in precedenza avevano espresso il loro pieno sostegno all’Iran su una moltitudine di altre questioni nel corso degli anni – sono rimaste in silenzio o hanno continuato a trovare scuse per la Cina che implicano, intenzionalmente o meno, che l’Iran presumibilmente non ha motivo di essere offeso. Quelli come Bhadrakumar che incolpano l’Iran per quello che è successo sono la minoranza radicale, ma l’esistenza stessa delle loro opinioni nel discorso dell’AMC è ancora molto preoccupante.

È indiscutibile che l’AMC non sia riuscito a radunarsi attorno all’Iran di fronte all’involontaria violazione diplomatica della Cina dei suoi legittimi interessi nazionali, nonostante avesse precedentemente mostrato piena solidarietà alla Repubblica islamica su questioni altrettanto delicate. Qualsiasi osservatore veramente obiettivo sa che queste stesse persone sarebbero state furiose se gli Stati Uniti, Israele o un paese europeo avessero firmato quella dichiarazione congiunta ferocemente anti-iraniana, eppure tacciono o addirittura simpatizzano solo perché la Cina ha fatto questo.

Il risultato è che l’AMC non è così amichevole nei confronti dell’Iran come molti avrebbero potuto avere in precedenza, tuttavia, con il precedente sostegno da parte di influencer chiave che era semplicemente un mezzo per esprimere retrospettivamente dispiacere per l’Occidente invece di segnalare sincera solidarietà con la Repubblica islamica. Quando i suoi interessi sono stati inconsapevolmente violati dalla Cina, hanno preso la decisione consapevole di schierarsi con Pechino su Teheran, il che dimostra che non si può davvero fare affidamento su di loro per analizzare, articolare e/o portare avanti le politiche dell’Iran.

https://korybko.substack.com/p/analyzing-alt-medias-reluctance-to?utm_source=post-email-title&publication_id=835783&post_id=91223297&isFreemail=true&utm_medium=email

IRAN, COSE CURDE_ di Antonio de Martini

IRAN: COSE CURDE

KERMANSHAH, ZANJAN, IZEH, tutte località poste in zona curda.
Abbiamo visto come i curdi siano sparsi su quattro confini: Iran Irak, Turchia e Siria.
I curdi iraniani sono alla testa dei moti di questi giorni. E non possono fare marcia indietro. Hanno già versato sangue.

L’obbiettivo USA nel fomentare questa rivolta priva di capi e di programmi ( come in Libia…) è anzitutto calmare le paure israeliane inducendo gli iraniani a ritirare i loro volontari all’estero ( Siria, Irak, gli istruttori di Hezbollah in Libano e in Yemen).

L’idea non è malvagia in se, ma è foriera di un danno maggiore a carico degli USA rispetto alla minaccia a Israele che permarrà intatta.

Anzitutto l’espansione iraniana è dovuta più alle sciocchezze fatte dagli USA ( dare il potere agli sciiti in Irak e attaccare a freddo la Siria, far eleggere alla presidenza in Libano il generale Aoun invece che Samir Geagea).

Secondo poi, affidare ai curdi anche questa funerea incombenza ( hanno già ucciso un poliziotto) rappresenta IL TERZO COLLANTE in un mese che lega in una coalizione dai comuni interessi L’Iran, la Siria, l’Irak e la Turchia contro un comune nemico oltre alla vicenda di Gerusalemme e del problema palestinese.
Tutti col patrocinio russo.

Adesso i quattro stati – oltre al Libano- hanno un nemico per ora militarmente imbattibile, Israele, e uno bastonabile a piacere: i curdi.

La reazione anti USA ha numerose possibilità .

La guerra in Afganistan ne trarrà certamente nuova linfa e i diecimila yankees in arrivo non basteranno più, tenuto conto che Trump ha appena litigato con il Pakistan che è l’altro paese confinante e permeabile a piacere dai guerriglieri afgani e in flirt coi russi.

Quindi gli afgani coi ” safe heaven” da uno sono passati a due ( Iran e Pakistan)
I curdi da tre safe heaven, sono passati a due ( Siria e Iran) e poi a uno ( Iran) e adesso, nessuno.

Il Presidente USA ha detto che “un regime che dura da quaranta anni è ora che cambi.” Giustissimo ( vale anche per noi che li abbiamo sul gobbo da settanta?), ma come?

Vediamo cosa succede se si verificasse un “regime change.”

Cade il solo Rouhani. Verrà un Ahmadinejad e non un democratico a 18 carati. Credo che non convenga a nessuno.
Assieme a Rouhani cade il regime clericale. Dubito che nasca un regime democratico.
Caduti i preti ( da sempre sostenuti dagli inglesi) verrà certamente un regime nazionalista ispirato a Mossadeq ” il vecchio padre della Patria, che accentuerà il suo appoggiarsi alla Russia e vorrà consolidare la propria sfera di influenza nel bassopiano arabo accentuando le pressioni su Bahrein ( sciiti dove c’è la base navale USA della flotta del golfo persico) e Arabia Saudita ( zona est dove ci sono sciiti e petrolio).

Quanto al ritiro dei volontari iraniani dai vari impegni esteri, non se ne parla.
Finora l’esercito non è stato utilizzato perché all’estero hanno mandato solo la milizia su base volontaria. L’esercito verrà impiegato contro i traditori e si scateneranno i pogrom.

Con un buon coordinamento tra i paesi interessati, di curdi presto non se ne troverà più uno. Intanto, Yeni Safak e Yeni Akit, due giornali turchi accusano apertamente gli USA, mettono in guardia contro escalation e dicono apertamente che, in caso di successo, l’obbiettivo N 2 sarebbe la Turchia.
E le stelle ( e strisce) staranno a guardare, sempre più isolati.

Post aggiornato nel finale sulla posizione della Turchia.