Stati Uniti, strategie di logoramento_Con Gianfranco Campa

Puntata particolarmente importante. I nemici dichiarati dalla attuale leadership statunitense sono la Russia nell’immediato, la Cina dal punto di vista strategico. L’obbiettivo di fondo è scompaginare la prima, trattare da posizione di forza con la seconda. Arrivare a regolare il contenzioso con la Cina, comporta riequilibrare preliminarmente la propria economia attualmente fondata sul debito e sul drenaggio di risorse dall’area del dollaro e su un processo di decentramento industriale che espone gli Stati Uniti alla fragilità di un circuito troppo vulnerabile. I paesi europei, in primo luogo la Germania, sono destinati ad essere la vittima sacrificale di questa dinamica a beneficio esclusivo del loro alleato egemone. Su questo il gruppo dirigente statunitense può far leva sugli utili idioti dei paesi scandinavi e dell’Europa Orientale, nella fattispecie i paesi baltici, la Polonia. Costoro, in nome di brame di rivalsa sopite da troppo tempo nei confronti di Russia e Germania, non esitano a legarsi mani e piedi con chi a tempo debito non esiterà a scaricarli. Un già visto nelle precedenti due guerre mondiali, ma di nessuna lezione per il presente. Gli Stati Uniti, intanto, riescono a lucrare a man bassa sul mercato energetico, grazie alle dinamiche politiche innescate; compresi gli atti di sabotaggio. L’ennesima conferma di come le fortune economiche dipendono soprattutto dalle scelte politiche, piuttosto che da dinamiche economiche intrinseche. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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NORD STREAM 2/ Una lezione per la futura Forza Nuova su come sostenere l’Eni, di Piergiorgio Rosso

NORD STREAM 2/ Una lezione per la futura Forza Nuova su come sostenere l’Eni

Ripubblichiamo il commento di Paolo Annoni della rivista online Il Sussidiario che ci sembra cogliere alcuni punti decisivi degli ultimi sviluppi della questione Nord Stream 2 che questo blog ha seguito fin dalle origini e poi continuativamente qui, qui e qui sulla base della teoria del Conflitto Strategico promossa da Gianfranco La Grassa.

Il primo punto da considerare è il riconoscimento della necessità del gas russo a basso costo per la Germania. I rigassificatori del GNL americano si faranno ma non possono avere la rilevanza strategica del gas russo da pipeline.

Questo vincolo interno ha comportato sia la forte determinazione della classe dirigente tedesca sia la presa d’atto degli USA di non poter proseguire oltre sulla linea delle sanzioni, pena la rottura dei rapporti con la Germania. Rottura strategicamente intollerabile per gli USA, considerato l’imperativo geopolitico di evitare la saldatura della penisola europea con la Russia.

La lezione da portare a casa per noi è che fare di necessità, virtù … paga anche se si hanno le forze armate americane in casa (dedicato agli alternativi critici-critici tutto no-gas/no-NATO) .

Il secondo punto è la consapevolezza che le politiche europee denominate Green Deal sono ad esito del tutto incerte, perché basate su tecnologie inaffidabili, costose o ancora da sviluppare (vedi in particolare alla voce Idrogeno Verde). Seppure la Germania può permettersi qualche lusso in proposito, ma con un sicuro ed affidabile back-up costituito da carbone e nucleare previsti durare ancora decenni, per l’Italia l’alternativa non esiste: “ … Il Nord Stream 2 italiano, la garanzia di poter far sopravvivere il nostro sistema economico e industriale mentre si vive il sogno, o l’utopia, delle rinnovabili tutte e subito si chiama Eni che non a caso è stata la protagonista dell’industrializzazione italiana..”. Tesi più volte sostenuta in questo blog e riconfermata nel recente libro “Per una Forza Nuova” di G.La Grassa/G. Petrosillo, da cui estraggo questo passaggio assai pertinente alla vicenda trattata in questo articolo: “… E’ indispensabile che sul piano geopolitico globale, si partecipi alla lotta tra “predoni” nell’attuale multipolarismo e si dovrebbero prendere la misure adatte a sviluppare la propria potenza. In ogni caso anche se non sarà gran cosa per un lungo periodo di tempo, in Italia andrebbero difese quelle poche grandi imprese che agiscono in settori di punta, tecnologici ed energetici…”

Buona lettura

22.05.2021 – Paolo Annoni

Gli Stati Uniti hanno dovuto accettare il fatto che la Germania completi il Nord Stream 2. Una lezione per l’Italia sulla difesa di Eni

L’Amministrazione Biden ha deciso che non applicherà le sanzioni contro la società che sta costruendo il Nord Stream 2 e il suo amministratore delegato. Il portavoce del Segretario di Stato Blinken ha dichiarato che la decisione riflette l’impegno del Presidente americano per “ricostruire le relazioni con i nostri alleati e partner europei” anche se ha ribadito che “l’opposizione al progetto rimane risoluta”. 

Gli Stati Uniti ritengono che il gasdotto sarebbe decisivo per ampliare l’influenza russa in Europa, ma evidentemente i rapporti con Berlino sono stati ritenuti prioritari. La Germania, infatti, si è dimostrata determinata a completare il progetto nonostante le minacce e le pressioni dell’alleato americano. 

A questo punto della vicenda e a pochi mesi dal completamento del gasdotto bisogna interrogarsi su quello che sembra essere l’epilogo di una vicenda che ha messo i due partner su lati opposti per anni. L’epilogo oltretutto arriva in una fase in cui i rapporti tra gli Stati Uniti e la Russia sono ai minimi termini con il Presidente americano che dà in pubblico dell’assassino a Putin e gli ambasciatori rientrati in patria. L’unica spiegazione possibile alla svolta americana e alla determinazione tedesca è che sia la Germania ad aver bisogno della Russia e del suo gas e non viceversa. La necessità di avere gas a buon prezzo e per molti anni evidentemente deve essere così importante che anche l’alleato americano alla fine ha dovuto “mollare”. La Russia potrebbe vendere il suo gas altrove tanto più in una fase in cui si minaccia il blocco dell’esplorazione in idrocarburi che gli Stati in via di sviluppo non saranno mai in grado di sostituire con fonti rinnovabili. La Germania invece non ha alternative.

Il costo energetico tedesco è già alto e riflette anni di investimenti in rinnovabili. Lo sforzo europeo sulle emissioni rischia di minare l’industria tedesca e di metterla fuori gioco nella competizione globale oltre che abbassare irrimediabilmente gli standard di vita dei suoi cittadini; la Germania ha quindi più che mai bisogno di un complemento affidabile ed economico ed eventualmente di un ripiego nel caso in cui la transizione verde si dovesse rilevare impraticabile e incompatibile con le esigenze di un Paese sviluppato. I Paesi sviluppati, infatti, si basano su un’enorme premessa: la disponibilità di energia a basso costo e affidabile. Tolto questo elemento che oggi si dà per scontato salta tutto. 

Le rinnovabili oggi hanno enormi problemi di costi e di affidabilità. Non sono in grado di sostituire gli idrocarburi in un’ottica di 10/20 anni se non a patto di gravare imprese e cittadini di rincari molto consistenti e magari di esporli al rischio di blackout periodici. Tralasciamo poi i lati sporchi delle rinnovabili a partire dall’auto elettrica che richiede l’estrazione di materie prime che pongono tanti problemi ambientali e sociali nei Paesi produttori; il fatto che l’Occidente non li veda e per questo si senta la coscienza ambientale pulita è un fattore non secondario.

La Germania, quindi, è perfettamente consapevole di non poter garantire un futuro al suo sistema economico e industriale senza il gas russo. Gli Stati Uniti sanno perfettamente che in un contesto di investimenti green miliardari in tecnologie acerbe privare la Germania del gas russo rischia di far saltare l’alleato europeo. Questo è il quadro.

A questo punto si impone una riflessione sull’alleato italiano che ha perso la partita sul South Stream. Oggi si invoca in Italia una transizione decisa verso il green che non si guardi indietro e bruci i ponti. È una posizione da incoscienti alla luce non di qualche oscura contro teoria ma proprio di quello che è successo questa settimana tra Stati Uniti e Germania. Il Nord Stream 2 italiano, la garanzia di poter far sopravvivere il nostro sistema economico e industriale mentre si vive il sogno, o l’utopia, delle rinnovabili tutte e subito si chiama Eni che non a caso è stata la protagonista dell’industrializzazione italiana. Chi oggi cerca di impedire a Eni di fare il suo mestiere è nella stessa posizione di chi voleva impedire all’industria tedesca di completare il Nord Stream 2. La Germania ha percepito immediatamente la minaccia mortale e per questo ha sfidato ogni sorta di pregiudizio. C’è solo da imparare.

NB_Già apparso su http://www.conflittiestrategie.it/nord-stream-2-una-lezione-per-la-futura-forza-nuova-su-come-sostenere-leni

North Stream 2: il conflitto si sposta nell’Ue, di Piergiorgio Rosso

tratto da http://www.conflittiestrategie.it/north-stream-2-il-conflitto-si-sposta-nellue-di-piergiorgio-rosso

La saga del gasdotto North Stream 2 (NS2) continua e potremmo dire con una certa vivacità. Nel precedente articoloconcludevamo l’analisi con queste parole: “ … Si rinforza a nostro parere l’ipotesi secondo cui la via d’uscita che i tedeschi stanno esaminando prevede la costruzione del NS2 ma con una diversa regolazione dei gasdotti transnazionali, affidata ad organismi dell’UE” E’ quello che hanno concordato a livello UE Francia e Germania ma non senza colpi di scena significativi.

Mentre la costruzione del gasdotto procede con la posa di qualche kilometro di tubazione ogni giorno che passa, la cronaca recente ci racconta che è stata discussa tra i ministri dell’energia della UE una nuova proposta di legge (Direttiva) europea – sponsorizzata dall’UE, dalle nazioni di Visegrad e soprattutto … dagli USAche prevedeva l’estensione dell’applicazione dei principi di separazione societaria/proprietaria fra rete, operatore e venditore del gas naturale anche ai gasdotti internazionali che connettono l’UE a paesi terzi. Questa versione avrebbe affossato del tutto l’operatività del NS2 – forse la sua stessa costruzione – che saràutilizzato da Gazprom per vendere il suo gas, detenendone la quota maggioritaria. Gazprom mantiene a tutt’oggi il monopolio per l’esportazione di gas russo, garantito da una legge del Cremlino.

La Germania si è sempre opposta a tale versione rigida della proposta di Direttiva. La Francia aveva pochi giorni fa fatto sapere che l’avrebbe appoggiata, garantendone pertanto una prima approvazione nel complicato processo approvativo europeo. Un vero e proprio attacco frontale agli interessi strategici tedeschi. Sono bastate 24 ore affinché si addivenisse ad un compromesso, fra Francia e Germania, che prevede che sia lo Stato membro con il quale il gasdotto internazionale si connette per primo a “gestire la supervisionedell’applicazione della Direttiva sul suo territorio e nelle sue acque territoriali. Cosa abbia ottenuto la Francia in cambio non è dato sapere, ma trattandosi di questione di primaria importanza per la Germania – che ha annunciato di recente di voler dismettere tutte le centrali a carbone entro il 2038, mentre quelle nucleari saranno spente entro il 20122 – sicuramente non si tratta di quisquilie.

La Direttiva dovrà essere discussa nel Parlamento europeo nei prossimi mesi. La sua applicazione nella versione di compromesso non impedirà certo la costruzione del NS2, ma ne complicherà l’operatività dovendo questa essere vagliata dai burocrati di Bruxelles cui ovviamente la Germania si dedicherà con sapiente e generosa “solerzia”.

Inseriamo nel quadro politico-energetico la notizia secondo cui martedì scorso il ministro dell’economia tedesco Altmeier ha affermato davanti ad una platea di lobbisti industriali tedeschi ed americani, di sentirsi molto ottimista rispetto alla possibilità che la Germania si doti di due se non tre rigassificatori di GNL che potrebbe arrivare dagli Stati Uniti.

Per completare il quadro infine leggiamo la notizia del blocco della costruzione del gasdotto South Transit East Pyrenees(STEP) tra Francia e Spagna (vedi figura). In un’ottica di “unione energetica” questo gasdotto avrebbe permesso il collegamento dei terminali di rigassificazione del GNL spagnoli – oggi largamente sottoutilizzati – con il cuore della rete di gasdotti dell’Europa Centrale, un’iniziativa che avrebbe molto senso nell’ottica della diversificazione delle fonti e della sicurezza degli approvvigionamenti per le nazioni europee affamate di energia ed in crisi di produzione autoctona. Ma i regolatori spagnoli e francesi hanno decretato che il gasdotto non serve, è troppo costoso e non supera l’analisi costi-benefici! Più realisticamente si potrebbe pensare che la sua realizzazione avrebbe danneggiato il monopolista francese Engie da una parte e portato intollerabili vantaggi alla ribelle Catalogna dall’altra.

Possiamo concludere questa sintetica analisi notando che una effettiva unione energetica europea rimane una prospettiva irrealistica e solo retorica, mentre le principali e più assertive nazioni europee pensano – meglio sarebbe dire si illudono – che la propria sicurezza energetica possa essere raggiunta in modo più efficace e vantaggioso decidendo individualmente. Con l’effetto per nulla secondario che ognuna di esse si ritrova a dipendere ancora di più dell’egemone al di là dell’Atlantico, gli USA, che si impongono come vettori energetici di riferimento nell’Europa orientale – a costi superiori per i cittadini –  aprono nuove teste di ponte in Germania, alimentano a spot altri Paesi come Spagna e Italia e si impadroniscono di una rete chiave in Ucraina.

Italia, amaramente, non pervenuta.

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