LA PUGLIA DALLA CALIFORNIA DEL FUTURO AL TERRITORIO CONTROLLATO DALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA, a cura di Luigi Longo

LA PUGLIA DALLA CALIFORNIA DEL FUTURO AL TERRITORIO CONTROLLATO DALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA

a cura di Luigi Longo

Sul sito www.editorialedomani.it è stato pubblicato, in data 24 marzo 2021, uno stimolante articolo del giovane scrittore Andrea Donaera su La Puglia e il suo negativo, lo storytelling che non viene raccontato. Lo propongo come lettura. A me interessa evidenziare due questioni che si intrecciano: 1) la costruzione ideologica di un territorio, finalizzata, tramite l’arte di raccontare storie, allo sviluppo del settore turistico, che è ritenuto importante per l’economia della Puglia, a prescindere dalla distruzione delle piccole e medie imprese messa in atto strategicamente tramite il covid-19; questa strategia permetterà grandi ristrutturazioni, in un paesaggio complesso e straordinario, a favore delle grandi imprese (soprattutto estere) che produrranno una diversa organizzazione del territorio e un diverso godimento del paesaggio sempre meno accessibile ai più (d’altronde l’Italia non è il giardino dei dominanti statunitensi, russi e cinesi?); 2) il denaro accumulato nelle diverse sfere sociali diventa il mezzo sia del potere sia della fusione del potere legale e del potere illegale (già l’imperatore Vespasiano sosteneva che il denaro non ha riconoscibilità) e diventa difficile distinguere (tranne quando diventa mezzo di conflitto tra gruppi di potere) tra quelli che delinquono legalmente e quelli che delinquono illegalmente perché il sistema sociale, così come è strutturato nelle relazioni di potere e di comando, è una simbiosi di legalità e illegalità sia a livello micro sia a livello macro.

La Puglia non è diventata la futura California italiana, così come ipotizzava Franco Tatò, ma è diventata territorio controllato dalla criminalità organizzata con le sue peculiarità territoriali (Sacra corona unita, quarta mafia, eccetera) e i suoi intrecci nazionali (mafia, camorra e n’drangheta) e mondiali (mafia statunitense, russa e cinese).

Nella provincia di Foggia, la terza provincia più estesa d’Italia con una popolazione di 602 mila abitanti, sono stati sciolti, per infiltrazione della criminalità organizzata, comuni come Cerignola (55 mila abitanti) e Manfredonia (55 mila abitanti), nodi importanti dell’economia e dello sviluppo della Provincia; Monte Sant’Angelo e Mattinata comuni del Gargano dove fino a poco tempo fa la criminalità organizzata veniva interpretata come faida della pastorizia!; la città di Foggia (con una popolazione di quasi 150 mila abitanti) è sotto i riflettori della Commissione del Ministero dell’Interno per la verifica (sic) di infiltrazioni della criminalità organizzata.

Fonte: Direzione Investigativa Antimafia, 2020

 

Manca una conoscenza della penetrazione della criminalità organizzata nelle diverse sfere sociali (economica, finanziaria, politica, istituzionale, culturale e sociale). Si è fermi, nel contrasto alla criminalità organizzata, alla sua sfera militare, che è un aspetto importante dell’accumulazione del denaro, ma non è sufficiente per capire le strategie e gli intrecci tra potere legale e potere illegale (pochi e marginali sono le ricerche in questa direzione).

Siamo in guerra, dichiara il nuovo capo della Protezione civile Fabrizio Curcio, riferendosi alla pandemia (mai dichiarata) da covid-19. E’ il classico lapsus freudiano. Siamo in guerra perché è una guerra batteriologica tra le potenze mondiali per la spartizione del mondo che comporta un riassestamento di nuovi equilibri, di nuove alleanze, di nuovi squilibri sociali e territoriali, di nuovi modelli sociali che avanzano nell’attuale fase di multicentrismo, accelerata dallo strumento covid-19. A livello italiano è una guerra per la spartizione di risorse di gruppi di potere servili che nulla hanno a che fare con un progetto etico-politico che porti all’autodeterminazione nazionale.

Sullo sfondo vi sono le trasformazioni del territorio pugliese che assume un ruolo sempre più importante per le strategie statunitensi nel mediterraneo (territori e città Nato-Usa, approntamento di infrastrutture che collegano i nodi strategici come Foggia e Taranto, eccetera).

La criminalità ha un ruolo consistente nelle fasi multicentrica e policentrica, la storia questo insegna; ricordo il ruolo che la criminalità organizzata ha avuto in Italia nel secondo conflitto mondiale.

Relegare alla Magistratura, che fa parte dei gruppi di potere (altro che separazione dei poteri che lo stesso Montesquieu non ha mai pensato) è il segno dei tempi.

A me basterebbe una rivoluzione dentro il Capitale (inteso come rapporto sociale) con un nuovo principe capace di un moderno progetto etico-politico che desse dignità e autodeterminazione alla povera Italia e che sostituisse questa classe politica di subdominanti servili. Ai miei nipotini lascerei la speranza di un nuovo principe sessuato capace di una rivoluzione fuori dal Capitale.

 

L’INTERMEZZO DI CAPAREZZA

Vieni a ballare in Puglia

I delfini vanno a ballare sulle spiagge
Gli elefanti vanno a ballare in cimiteri sconosciuti
Le nuvole vanno a ballare all’orizzonte
I treni vanno a ballare nei musei a pagamento
E tu dove vai a ballare?
Vieni a ballare in Puglia, Puglia, Puglia
Tremulo come una foglia, foglia, foglia
Tieni la testa alta quando passi vicino alla gru
Perché può capitare che si stacchi e venga giù
Ehi turista so che tu resti in questo posto italico
Attento tu passi il valico ma questa terra ti manda al manico-mio
Mare Adriatico e Ionio, vuoi respirare lo iodio
Ma qui nel golfo c’è puzza di zolfo, che sta arrivando il Demonio
Abbronzatura da paura con la diossina dell’ILVA
Qua ti vengono pois più rossi di Milva e dopo assomigli alla Pimpa
Nella zona spacciano la morìa più buona
C’è chi ha fumato i veleni dell’ENI, chi ha lavorato ed è andato in coma
Fuma persino il Gargano, con tutte quelle foreste accese
Turista tu balli e tu canti, io conto i defunti di questo paese
Dove quei furbi che fanno le imprese, no, non badano a spese
Pensano che il protocollo di Kyoto sia un film erotico giapponese
Vieni a ballare in Puglia, Puglia, Puglia
Dove la notte è buia, buia, buia
Tanto che chiudi le palpebre e non le riapri più
Vieni a ballare e grattati le palle pure tu che devi ballare in Puglia, Puglia, Puglia
Tremulo come una foglia, foglia, foglia
Tieni la testa alta quando passi vicino alla gru
Perché può capitare che si stacchi e venga giù
È vero, qui si fa festa, ma la gente è depressa e scarica
Ho un amico che per ammazzarsi ha dovuto farsi assumere in fabbrica
Tra un palo che cade ed un tubo che scoppia in quella bolgia s’accoppa chi sgobba
E chi non sgobba si compra la roba e si sfonda finché non ingombra la tomba
Vieni a ballare compare nei campi di pomodori
Dove la mafia schiavizza i lavoratori e se ti ribelli vai fuori
Rumeni ammassati nei bugigattoli come pelati in barattoli
Costretti a subire i ricatti di uomini grandi ma come coriandoli
Turista tu resta coi sandali, non fare scandali se siamo ingrati e ci siamo dimenticati di essere figli di emigrati
Mortificati, non ti rovineremo la gita
Su, passa dalla Puglia, passa a miglior vita
Vieni a ballare in Puglia, Puglia, Puglia
Dove la notte è buia, buia, buia
Tanto che chiudi le palpebre e non le riapri più
Vieni a ballare e grattati le palle pure tu che devi ballare in Puglia, Puglia, Puglia
Dove ti aspetta il boia, boia, boia
Agli angoli delle strade spade più di re Artù
Si apre la voragine e vai dritto a Belzebù
Oh Puglia, Puglia mia, tu Puglia mia
Ti porto sempre nel cuore quando vado via
E subito penso che potrei morire senza te
E subito penso che potrei morire anche con te
Silenzio!
Silenzio in aula!
Il signor Rezza Capa è accusato di vilipendio al turismo di massa e di infamia verso il fronte
L’imputato ha qualcosa da rettificare?

 

LA PUGLIA E IL SUO NEGATIVO, LO STORYTELLING CHE NON VIENE RACCONTATO

di Andrea Donaera

 

Esiste un risvolto torbido, in questa regione. Un negativo, un nero che non viene mai illuminato, perché scientemente nascosto sotto il tappeto di una formula comunicativa che si abbranca disperatamente al valore dell’economia turistica e che promette balli, orecchiette e aperitivi sotto il sole.

Non si potrebbe mai ipotizzare una narrazione del tipo “Gomorra pugliese”, perché oggi la Scu [Sacra Corona Unita, mia precisazione] è il territorio, e non ha (più) bisogno di lotte tra bande.

Una pulsione verso il ridimensionamento, un istinto al camuffamento della realtà. Un amore per il luogo natale che è anche un riflesso incondizionato.

Da qualche tempo, complici fiction tv di grande successo e operazioni editoriali adeguatamente confezionate, si è generato una sorta di nuovo desiderio di Puglia. Il tacco d’Italia si configura sempre più come un eden dove la vita semplice e “come una volta” è accompagnata da gastronomie d’eccellenza, il tutto circondato da un panorama sempre meraviglioso a prova di riprese tramite drone. Una sorta di California del bel paese dove al posto delle start-up della Silicon Valley ci sono agriturismi e stabilimenti balneari che promettono estati indimenticabili.

Bene. Eppure, da pugliese, non riesco a non chiedermi: «Ok, ma… tutto il resto? Com’è possibile che l’altra natura di questi luoghi non venga minimamente comunicata? Com’è possibile direzionare in modo così efficace la percezione di un intero territorio?».

 

L’altra superficie

 

Anni fa, quando ancora vivevo a Gallipoli, mi ritrovai (per una serie di eventi assurdi) a cenare con uno dei più potenti boss della Sacra corona unita. Durante la serata, stimolato dal consueto Primitivo con gradazione di 15 gradi, l’uomo mi disse (parafraso, traducendo dal suo dialetto aspro e stretto): «Il mio lavoro non avviene in superficie. Io sono la superficie». Una frase che non potrò mai dimenticare. Perché esatta, verissima, spietata.

La Scu, attualmente, è diventata una forma di criminalità organizzata che rigetta l’estetica delle mafie televisive o la messa in scena di azioni efferate. Non si potrebbe mai ipotizzare una narrazione del tipo “Gomorra pugliese”, perché oggi la Scu è il territorio, e non ha (più) bisogno di lotte tra bande. La Scu è come le spiagge, è come gli ulivi, è come le piazze abbacinanti nel sole estivo. Una criminalità organizzata di questo genere non ha alcuna epica, e non presta il fianco ad alcun riflettore mediatico. Esiste una rete di individui che illegalmente gestisce le operazioni economiche e sociali, ma si prova in ogni modo a esporre della regione solo la faccia più attraente, semplice, innocua: in Puglia ci si diverte, si sta bene, e basta così. Da questa gestione ci guadagnano un po’ tutti. E il silenzio è garantito.

La nota canzone di Caparezza Vieni a ballare in Puglia fu un caso clamoroso di come la narrazione di questa terra sia ormai intossicata da una posa perennemente da showreel: una musichetta allegra e a tratti becera, sotto la quale le parole al vetriolo del rapper venivano soffocate. La gente, durante quella estate in cui il brano era un tormentone, era letteralmente venuta in Puglia solo per ballare: mentre almeno due mostruose fabbriche producevano – e producono – quotidianamente morte e danni ecologici con il ricatto del lavoro a tempo indeterminato (l’arcinota ex-Ilva e la meno famosa centrale elettrica di Cerano); mentre un teatro comunale veniva reso inagibile perché occupato – con uno strano sistema di usufrutti – dalla madre del boss gallipolino di cui sopra, la quale si accasò nei camerini, per viverci fino a oggi.

In Puglia esiste lo splendore della Bari di Lolita Lobosco, ed è giusto che venga narrato attraverso la penna asciutta ed elegiaca di Gabriella Genisi. Esiste anche la Polignano raccontata da Luca Bianchini, con quella umanità tutta novecentesca e con le mani sempre sporche di farina o di terra coltivata.

Esiste però pure la Puglia dove nelle campagne di Lucera i braccianti si suicidano, in zone che rappresentano un disastro umano e nelle quali sembra operare soltanto il coraggioso sindacalista Aboubakar Soumahoro. Un Salento dove nel giro di pochi anni due omicidi vengono compiuti da giovani con il movente dell’invidia – sintomo eclatante, ma mai davvero esposto, di un’intera generazione avvelenata nel profondo, bloccata in un sistema sociale asfissiante dove si è lontani da tutto. Esiste, insomma, un risvolto torbido, in questa regione. Un negativo, un nero che non viene mai illuminato, perché scientemente nascosto sotto il tappeto di una formula comunicativa che si abbranca disperatamente al valore dell’economia turistica e che promette balli, orecchiette e aperitivi sotto il sole.

Per un pugliese tutto questo è doloroso. Mistificare il proprio luogo d’origine, rifiutando di esporre la realtà palpitante e vera, significa allestire una realtà aumentata. Le mie estati pugliesi assomigliano sempre più a un lungo episodio di Black Mirror in salsa mediterranea, dove tutti i cittadini devono recitare in uno show turistico – uno show che, se non risulta convincente, causerà il vero grande male della nostra epoca: l’assenza di profitto.

 

Camuffare d’istinto

 

Conosco molte persone – quasi tutte millennial, quasi tutte laureate – che vivono in Puglia e per lavoro svolgono la mansione di storyteller: il loro compito consiste nel comunicare il territorio pugliese per renderlo, agli occhi di potenziali turisti, una distesa di luoghi incantati da scoprire. Impacchettano l’idea affascinante di vivere in un posto impermeabile alle mutazioni sociali e ai processi che rendono problematiche le altre aree del sud. In sostanza, il loro lavoro consiste nel mentire sapendo di mentire [corsivo mio]. Consiste nel vendere i tramonti, i ristoranti di pesce, le ricette delle nonne, le notti tarantate, facendo di tutto per non far percepire la superficie, l’altra superficie, di cui parlava il boss della Scu.

Questo storytelling, però, non è compito soltanto di chi lo fa in cambio di un compenso. È come se ogni pugliese fosse, a suo modo, uno storyteller, un narratore che difende lo splendore della propria terra. Si tratta di un processo forse intrapsichico, che prende vita senza possibilità di razionalizzazione. Io ne sono un esempio. Quando, durante degli eventi pubblici, racconto la cena con il boss sopracitata, finisco sempre per smorzare il racconto con una qualche battuta («Comunque i gamberi di Gallipoli sono buonissimi anche se li dividi con un capomafia»). Una pulsione verso il ridimensionamento, un istinto al camuffamento della realtà. Un amore per il luogo natale che è anche un riflesso incondizionato.

Un fenomeno inquietante, da questo punto di vista, avvenne alcuni mesi fa quando lo scrittore salentino Omar Di Monopoli pubblicò un articolo, sulle pagine di un quotidiano nazionale, nel quale provava a problematizzare l’omicidio commesso a Lecce dal giovane Antonio De Marco ai danni di una coppia di amici. Di Monopoli connetteva l’odio sistematizzato di De Marco verso la felicità altrui (questo il movente confessato dal ragazzo agli inquirenti) con un “male” che aleggerebbe in quella periferia d’Italia rappresentata dal Salento. Il risultato fu una clamorosa shitstorm di pugliesi che, sui social, ringhiarono frasi come: «Tu non sai niente di questi luoghi», «Sciacquati la bocca prima di parlare del Salento».

Censurare, dunque. Ecco cosa resta a chi prova a narrare la Puglia. Oppure camuffare. Allestire un personaggio piacevole e nazionalpopolare come il vicequestore Lobosco per poter esternare, almeno parzialmente, un qualche risvolto criminale tipico di certo sud. Nascondersi dietro il dito della comicità, come fece Carlo D’Amicis nello splendido romanzo La guerra dei cafoni, per poter delineare la drammatica guerra di classe e generazionale, ancora in corso in molte aree pugliesi, tra benestanti e non. Insomma, usare artifici, ecco cosa resta: ma con la consapevolezza che, probabilmente, il messaggio che il grande pubblico vorrà continuare a ricevere sarà quello della Puglia come location dell’idillio – lo stesso messaggio che la maggior parte dei pugliesi vuole o deve promulgare.

Oltre cinquant’anni fa, il poeta leccese Vittorio Bodini teorizzava l’architettura barocca del Salento come la risposta estetica a una sorta di horror vacui che fa parte naturalmente delle anime di chi vive in quel luogo. Oggi quell’horror vacui c’è ancora, sempre più forte. E al posto del barocco c’è lo storytelling, ci sono i Baci da Polignano, ci sono le fiction. Forse è giusto così. Ma per chi?

 

 

Fatti di Macerata, chiuse le indagini. Chiuse davvero?, di Roberto Buffagni

Fatti di Macerata, chiuse le indagini. Chiuse davvero?

 

Ieri la Procura di Macerata ha chiuso le indagini sull’omicidio di Pamela Mastropietro. Unico indagato, Innocent Oseghale, che dovrà rispondere di omicidio volontario, vilipendio, distruzione e occultamento di cadavere, con l’aggravante di aver ucciso Pamela durante uno stupro dopo averla drogata. Sulla violenza sessuale, c’è discordia con il GIP e il tribunale del Riesame, che ritengono non sufficientemente provata la custodia cautelare per violenza sessuale. L’uomo potrebbe aver ucciso, infatti, perché colto dal panico quando vide Pamela collassare dopo l’iniezione di eroina. Per la Procura, invece, il movente scatenante fu la violenza. Oseghale avrebbe comunque violentato, ucciso e smembrato il cadavere da solo: scagionati da tutte le accuse connesse all’omicidio Lucky Awelima e Desmond Lucky, che restano in carcere per la sola accusa di spaccio. [1]

Giudicando con le informazioni di cui dispongo (i media e basta) le conclusioni delle indagini sembrano gravemente incoerenti con gli elementi disponibili. Ho illustrato un paio di settimane fa perché queste tesi accusatorie non mi persuadono: http://italiaeilmondo.com/2018/05/05/macerata-come-procedono-le-indagini_di-roberto-buffagni/ . Non vedo perché dovrei cambiare idea, a meno che scagionare Lucky Awelima e Desmond Lucky non serva ad avviare una indagine sulla mafia nigeriana, sorvegliandoli con discrezione: se è così, naturalmente mi scuso sin d’ora con gli inquirenti.

Ma se non è così, e temo proprio che non sia così, questo mi pare un esito determinato da un classico condizionamento ambientale. Nessuno dei moventi dell’omicidio, per come risulterebbero ipotizzati dall’accusa, avrebbe il minimo rapporto con la razza e la diversa cultura del colpevole, nessuna delle modalità dell’omicidio alluderebbe a complicità, precedenti o posteriori all’omicidio, della mafia nigeriana. Il modus operandi del colpevole designato, Innocent Oseghale, sempre alla luce del tenore della contestazione formulata dagli indaganti, ci presenterebbe semplicisticamente il ritratto di un balordo dai nervi fragili, un criminale dilettante che si fa prendere dal panico. La vittima ci viene presentata come un prodotto della società, della droga, del crollo dei valori e del disorientamento della gioventù in questo mondo così difficile e sordo alle esigenze, eccetera. L’unica divergenza tra le ipotesi sulla dinamica dell’omicidio riguarda proprio la vittima, e non il suo assassino: per il Procuratore Pamela è stata violentata da Oseghale, per il GIP no. Questo aspetto della vicenda – se il rapporto sessuale tra Pamela e il suo omicida sia stato consenziente o meno – è certo rilevante sul piano giudiziario e importante per i parenti di Pamela, ma non ci aiuta a capire come sono andate davvero le cose: chi l’ha uccisa e perché, chi e perché l’ha smembrata per poi depositarne il corpo fatto a pezzi sul ciglio di un viottolo di campagna.

L’impressione che ne ricavo è che gli inquirenti abbiano seguito un codice informale teso a chiudere il caso il più presto possibile e nel modo più indolore. Ovvio il dubbio e il sospetto che ne consegue: c’è sotto qualcosa di molto grosso e pericoloso, che può coinvolgere persone, enti e istituzioni che vanno comunque tutelati.

Mi sbaglio? Spero di sì, temo di no. E se il Ministero degli Interni inviasse un’ispezione della Criminalpol per dissipare i timori e i sospetti che certo non sono l’unico a nutrire? Timori e sospetti ben insinuati tra i profani, ma anche tra gli addetti ai lavori.

[1]http://www.oggi.it/attualita/notizie/2018/06/14/pamela-mastropietro-chiuse-le-indagini-per-la-procura-e-innocent-oseghale-lunico-assassino-e-stupratore/

LA MAFIA È PIÙ LEALE DEI CARABINIERI, di Antonio de Martini

LA MAFIA È PIÙ LEALE DEI CARABINIERI

L’arresto del presidente regionale della Confindustria siciliana, tale Montante, mi ha dato brividi di nausea.

Non tanto perché si tratti di un ambiguo farabutto – la maggior parte del ceto dirigente di questo nostro paese lo è – quanto per il fatto che la complicità verso costui viene ostentata senza vergogna dalla Confindustria nazionale che si è sempre mostrata solidale verso il suo referente locale.

Questo personaggio è stato inquisito per ben tre anni mi dicono, e per tutti questi mille giorni è stato difeso a spada tratta dai presidenti della Confindustria nazionale che si sono succeduti nella carica.

Nessuno ha inquisito o mosso censura a questi complici del reo.

Erano troppo occupati a far pagare a Mario Mori l’ardire di aver denunziato a suo tempo i rapporti tra mafia e tutti gli appaltatori di lavori pubblici in Sicilia.

Da allora, sono passati anni e anni, la procura di Palermo cerca di incastrare questo colonnello – nel frattempo andato in pensione da generale- cercando di incriminarlo con ogni scusa possibile, cambiando le imputazioni fino a quattro volte durante lo stesso processo, creando processi nuovi per quattordici anni di fila.

Stiamo aspettando che qualcuno ( magari il presidente della Repubblica che dice di essere contro la mafia) esprima solidarietà a questo ufficiale che ha catturato Morucci e Faranda, sbaragliando la colonna romana delle brigate rosse, ha catturato il capo della Mafia, Totò Riina, ha catturato i brigatisti e i mafiosi rifugiatisi all’estero e sta pagando di tasca propria da quattordici anni le spese di difesa contro una serie di accuse grottesche collegate al suo stato di servizio.

La Confindustria si mostra solidale verso un suo rappresentante territoriale anche se colpevole, la Mafia mostra lealtà verso i propri uomini pagando loro gli avvocati.

La Patria è matrigna e i carabinieri restano affezionati alla fama di scarsa perspicacia.

Non hanno capito che demotivano le loro nuove leve dal dedicarsi alla loro missione anima e corpo.

Macerata, come procedono le indagini_di Roberto Buffagni

Macerata, come procedono le indagini

 

Premessa: non sono Sherlock Holmes, e le uniche informazioni che ho sono ricavate dalla stampa. A seguire trovate un resoconto dei fatti, qualche dubbio sulle interpretazioni proposte dagli inquirenti, e un’ipotesi diversa, non suffragata da alcuna prova: nulla più.

Novità sul caso Pamela Mastropietro: a Innocent Oseghale è stata notificata l’accusa di omicidio volontario. Intercettato in carcere, Lucky Awelima dice a Desmond Lucky; “Il 30 gennaio Innocent [Oseghale, principale sospetto dell’omicidio] mi telefonò chiedendomi se volevo andare a stuprare una ragazza che dormiva.”

Secondo gli inquirenti, le cose si sarebbero svolte così: Pamela va nell’appartamento di Oseghale, si inietta l’eroina, ha un rapporto sessuale con lo spacciatore nigeriano. Per il procuratore Giorgio è senz’altro stupro perché Pamela, drogata, non era in grado di consentire; per il GIP Giovanni Maria Manzoni, invece, può esserci stato consenso “in un’atmosfera amicale” (presumo lo desuma dal fatto che Pamela si prostituiva, e che non è insolito per una tossicodipendente prostituirsi agli spacciatori). Pamela si sente male e Oseghale, “forse nel timore di essere scoperto”, la uccide con un colpo alla testa e due coltellate al fegato.[1] Poi smembra il cadavere per liberarsene, lo mette in valigia, chiama il tassista abusivo camerunese Mouthong Tchomchoue, soprannominato “Patrick”, carica in macchina le valigie, gli chiede di portarlo a Tolentino. Qualche chilometro fuori Macerata fa fermare l’auto, scarica le valigie sul ciglio di un viottolo di campagna e si fa riportare a casa. Insospettito, a sera Patrick torna dove ha lasciato le valigie, ne apre una, si fa luce con il cellulare, vede una mano e scappa. Quando vede in Tv la notizia dell’omicidio torna, trova la polizia al lavoro, va in commissariato, denuncia l’accaduto e riferisce che nel corso del viaggio di andata, Oseghale ha fatto una telefonata in inglese, durante il viaggio di ritorno ha parlato al telefono con una donna.[2]

Prime impressioni sulla ricostruzione dei fatti degli inquirenti, per come la presenta la stampa.

1) I due nigeriani intercettati non sono ingenui cittadini modello, non è improbabile che immaginassero di essere sotto sorveglianza e che cerchino di scaricare la colpa sul solo Oseghale. In ogni caso, la tesi “Oseghale unico colpevole” fa comodo anche a chi ha interesse a minimizzare il più possibile l’accaduto, un vasto fronte che comprende chiunque abbia interesse ad alzare una muraglia impenetrabile tra l’omicidio di Pamela e  le problematiche connesse all’immigrazione. Cui prodest? Piccolo esempio: a Macerata, nel 2013 la Lega prende lo 0,6; nel 2018, dopo l’omicidio di Pamela, il 20% abbondante.[3]

2) Non si vede perché Oseghale uccida Pamela “per paura di essere scoperto” quando la ragazza si sente male. Per lo spaccio di droga? Ma è la sua attività abituale, e perché mai Pamela dovrebbe denunciarlo? Si droga abitualmente, non risulta che abbia mai denunciato uno spacciatore. E con quali prove lo denuncerebbe? Anche nel peggiore dei casi, Oseghale rischia ben poco, con una denuncia per spaccio, mentre con un omicidio rischia grosso. Per lo stupro? Ma Pamela si prostituisce abitualmente, oggi persino il GIP contesta lo stupro. Se Pamela si sente male, basta aspettare che faccia buio, accompagnarla fuori sorreggendola, lasciarla su una panchina e chi s’è visto s’è visto. Se muore in casa, si fa la stessa cosa, magari nascondendola in un tappeto arrotolato, caricandola in auto e gettando il cadavere in qualche posto fuori mano. Altrimenti, Oseghale poteva adottare la soluzione consigliata da Lucky Awelima e Desmond Lucky, v. punto 3 a.

3) Invece Oseghale corre tre grossi rischi: il rischio di un omicidio, il rischio di coinvolgere un estraneo come Patrick per trasportare le valigie con il cadavere smembrato, il rischio di abbandonarle lungo la via. Perché? Vediamo due ipotesi.

  1. a) Oseghale è un criminale dilettante che si lascia prendere dal panico e fa un errore dopo l’altro. Mah. A giudicare dalle sue frequentazioni non sembra. Nell’ordinanza di custodia cautelare per Lucky Awelima e Desmond Lucky, il GIP G.M. Manzoni riporta altre intercettazioni nel carcere di Montacuto, dove Desmond dice: “Sono stato un rogged [appartenente ad un’organizzazione criminale nigeriana], le cose che sono successe [l’omicidio di Pamela] sono cose da bambini… abbiamo già fatto cose terribili.” I due poi aggiungono che Oseghale poteva benissimo far sparire il cadavere tagliandolo a pezzettini e gettandoli un po’ per volta nel water. Il resto poteva congelarlo e mangiarselo con calma.[4] Fanno gli spacconi? Mah: tradotta questa conversazione, l’interprete nigeriana si rende irreperibile.[5]
  2. b) Pamela è uscita dalla comunità senza un soldo. Incontra lungo la strada un camionista che le dà un passaggio, e con lui contratta un rapporto sessuale a pagamento, qualche diecina di euro. Alla stazione di Macerata prende un taxi (sette euro) che la porta ai giardini Diaz, dove si spaccia. Chiede eroina a Oseghale che ha solo hashish e la accompagna da un collega che le vende una dose di eroina (trenta euro). Insieme comprano una siringa in farmacia.[6] Pamela è al verde e non ha dove andare. Oseghale la invita a casa sua, “Vieni da me, ti fai con calma, magari stiamo insieme, se vuoi ti fermi un po’”. Pamela va, si inietta l’eroina, Oseghale la prende (stuprandola o no), Pamela, che non è abituata all’eroina, si sente male mentre fanno sesso e respinge Oseghale che si irrita e le dà una botta in testa; oppure è Pamela che sbatte la testa divincolandosi. A questo punto Oseghale fa un rapido conto costi/benefici. Pamela non gli serve né per il sesso, né come cliente perché non ha soldi. Se reagisce così male all’eroina, difficile anche agganciarla e farla battere per lui in cambio del rifornimento di droga. In più ingombra, ha problemi, dà fastidio. Togliersela dei piedi abbandonandola da qualche parte? Corre il rischio di qualche fastidio, e non ci guadagna niente. Come metterla a reddito? Pamela è un gatto randagio, nessuno la cerca e nessuno la conosce. Tanto vale ammazzarla, farla a pezzi e venderli a qualcuno che apprezza l’articolo, per esempio l’organizzazione criminale a cui – forse – si può ricondurre la fossa comune di Porto Recanati, v. punto 4. Però qualcosa non va nel verso giusto. Per qualche imprevisto, l’incaricato non ritira in tempo le valigie, e Patrick, più coraggioso dell’interprete che tradotte le intercettazioni si resa irreperibile, o forse ignaro di quanto sia pericolosa la mafia nigeriana, non si fa i fatti suoi come invece Oseghale dava, apparentemente, per scontato.

4) A Porto Recanati (32 km da Macerata) è stata scoperta una fossa comune con 50 reperti umani circa, a due passi dall’Hotel House, “condominio multietnico”, un palazzone modello Le Corbusier dove abitano circa 2000 stranieri. Tra i resti, forse quelli di Cameyi Mossamet, una quindicenne bengalese scomparsa ad Ancona nel 2010,[7] e quelli di un bambino di 8-10 anni, non identificato. Colgo l’occasione per segnalare un articolo de “L’Internazionale” che tenta eroicamente di sdrammatizzare la fossa comune: “non è poi così vicina all’Hotel House”, “hanno trovato solo due corpi”; il problema immigrati: “anche gli italiani non pagano le spese condominiali” e di prospettare un futuro multietnico radioso: “Zakiri, un ragazzo bangladese che vive all’Hotel House e coordina la squadra di cricket dei bangladesi di Porto Recanati…ha ottenuto la cittadinanza italiana, lavora in una fabbrica della zona con un contratto regolare e parla un ottimo italiano. Lui e sua moglie aspettano un figlio, che nascerà all’Hotel house”. Medaglia d’oro per l’ottimismo al colonnello in pensione (ultimo dei Mohicani italiani che non hanno venduto a tempo il loro appartamento) Antonio La Rosa, intervistato dalla giornalista: “l’Hotel house parla del nostro passato, di quando gli immigrati erano i meridionali che andavano a lavorare al nord ed erano trattati con disprezzo dai torinesi. L’Hotel house parla anche del futuro, della società multietnica che ci aspetta. Questo edificio potrebbe essere una grande occasione per sperimentare delle forme di convivenza” (non si specifica quali).[8]

Conclusione. Come sia andata, non lo so. La ricostruzione degli inquirenti, per come la presenta la stampa, non mi pare molto verisimile, perché non spiega né la ragione dell’omicidio, né la ragione dello smembramento, né la ragione dell’abbandono lungo la via delle valigie contenenti il cadavere; non spiega neanche perché Oseghale non abbia avuto timore di coinvolgere Patrick nel trasporto delle valigie: semplice imprudenza, pura stupidità? O dava per scontato che Patrick, avendo a che fare con un rogged, come l’interprete nigeriana si sarebbe preso un salutare spavento e avrebbe tenuto la bocca chiusa?

Si intuisce negli inquirenti una gran voglia, d’altronde comprensibile, di minimizzare i fatti, addossando tutta la colpa al solo Oseghale, e tenendo a distanza di sicurezza cioè fuori dal quadro dell’indagine mafie nigeriane, rivendita a scopo di lucro di parti di cadavere, omicidi rituali, fosse comuni, etc., cioè a dire tutti gli elementi che possono differenziare l’assassinio di Pamela Mastropietro da un comune, rassicurante fatto di cronaca nera senza legame alcuno con l’immigrazione. Teniamo gli occhi aperti, e chissà: magari vedremo.

[1] https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_maggio_03/pamela-mastropietro-oseghale-carcere-anche-accusa-omicidio-7ce90c60-4ed6-11e8-aead-38ee720fad91.shtml

[2] http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13311589/pamela-mastropietro-parla-tassista-oseghale-da-trolley-spuntava-mano.html

[3] https://www.ilmessaggero.it/primopiano/politica/a_macerata_la_lega_fa_boom-3587546.html

[4] https://www.corriereadriatico.it/macerata/macerata_pamela_mastropietro_cannibalismo_intercettazioni-3689855.html

[5] https://www.la-notizia.net/2018/04/27/pamela-zio-interprete-nigeriana/

[6] https://www.corriereadriatico.it/macerata/macerata_pamela_sesso_droga_dopo_fuga_comunita-3529726.html

[7] http://www.ilgiornale.it/news/cronache/lorribile-cumulo-ossa-umane-due-passi-allhotel-dei-migranti-1510332.html

[8] https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2018/05/03/hotel-house-porto-recanati-immigrazione

La trattativa con la realtà, di Roberto Buffagni

La trattativa con la realtà

 

Ho appena letto della sentenza sulla trattativa Stato-Mafia, con le pesanti condanne inflitte agli ufficiali dei Carabinieri. Evito di diffondermi sul messaggio (trasversale?) che i giudici mandano alle FFOO: “Prima di tutto coprirsi le spalle e altre parti del corpo”, all’antica quieta non movere, alla moderna don’t  rock the boat. Evito di diffondermi anche sul fatterello che le FFOO non “trattano con la Mafia” in proprio ma per conto terzi, cioè per conto dei governi (nel caso in oggetto, governi di sinistra e non berlusconiani, ma sono dettagli). Evito di diffondermi sul fatto, incontestabile, che le trattative si fanno con gli avversari e/o i nemici, con gli amici ci si mette d’accordo con le gambe sotto il tavolo e il bicchiere in mano. Evito di diffondermi sul tempismo cronometrico della sentenza, che influisce sulla delicata dialettica politica in corso, favorendo un governo 5*-PD e/o un governo 5*-Lega che spaccherebbe il centrodestra e farebbe lo scherzo dell’Anaconda a Salvini. Evito di diffondermi persino sul fatto storico, anch’esso incontestabile, che le trattative con la Mafia le faceva anche Giovanni Giolitti, un politico italiano di grande statura e specchiata onestà personale che si beccò la definizione di “Ministro della malavita” da Gaetano Salvemini.

Mi diffondo invece (poco, niente paura) su un tema che mi interessa di più.

E’ il tema della grande fiaba desinistra dei “servizi deviati” e dell’inattingibile ”terzo livello della Mafia”, in pillola: la DC un tempo, in seguito Berlusconi, insomma i destrogiri, sono complici della Mafia e in genere delle Forze Oscure della Reazione, solo grazie a questa complicità assurgono a un immeritato e altrimenti inspiegabile potere, conculcano e sbeffeggiano le Forze Sane del Progresso e fanno dell’Italia, che sarebbe tanto brava, un paese anormale ove spadroneggiano impuniti e sfacciati gli evasori fiscali, i furbetti del cartellino, gli analfabeti d’andata e ritorno, i fans di Padre Pio, Berlusconi e Lucio Battisti, gli assessori che scialacquano i risparmi degli italiani in coca troie aragoste e mutande a rete come il celeberrimo Batman, i guidatori di SUV parcheggianti in posto riservato invalidi, etc.; e questo infausto destino durerà nei secoli dei secoli sinché non andrà al governo con larga maggioranza prima il PCI, poi il PD o altri avatar del Bene levogiro tipo 5*, e allora sì che cambierà tutto: in meglio, s’intende, il dopo è sempre meglio del prima, sennò che fine fa il progresso, dove andiamo a finire, torniamo indietro?

Archetipo della suddetta fiaba, il mitico sceneggiato anni Settanta in milletrecentosei puntate La piovra, che diede fama imperitura a Michele Placido, da allora trasfigurato nell’icona immortale del “Commissario Cattani”; il quale  – nota a margine per i più piccini – aveva anche lui la moglie straniera e incontentabile come il suo più tardo avatar Commissario Montalbano, pure lui eroe desinistra sebbene pelato. Bene: colgo l’occasione per formulare anche io una sentenza, la seguente: la fiaba desinistra sulla Mafia è una fiaba.  Questa fiaba desinistra può essere raccontata bene, anche molto bene (le prime serie de La piovra sono belle o belline); e sarà sempre interessante non perché sia interessante la sinistra italiana che francamente non lo è, sotto il profilo spettacolare e drammaturgico il mito dell’onestà, del rigore, del pagamento al centesimo delle tasse, della superiorità morale, dell’eguaglianza tous azimuts, delle vacanze intelligenti, insomma il mito delle professoresse piddine entusiasma come un accertamento fiscale o una seduta dal dentista. Sarà sempre interessante perché è interessante la Mafia, che furbescamente la sinistra italiana parassita per incrementare il suo indice di gradimento spettacolare. La Mafia è interessante per due motivi: uno, che il Male è sempre più immediatamente interessante del Bene, provate a creare un personaggio integralmente buono che non sia un pesce lesso e ve ne accorgerete subito, l’ultimo che ha avuto successo è Gesù Cristo che d’altronde negava recisamente di essere buono (v. tutti i sinottici, es. Mt. 19,17);  lo spericolato Dostoevskij ci ha provato ma ha truccato le carte facendone L’idiota, troppo facile l’espediente del buono perché matto.  E’ un fatto che può dare occasione a spunti di riflessione teologica ed estetica di grande profondità che qui ometto, sarà per un’altra volta. Due, che la Mafia è interessante perché la criminalità organizzata è l’immagine analogicamente più prossima a quella di uno Stato che agisca in condizioni di reale sovranità politica, dunque non l’Italia del dopoguerra: il che rende più ghiotto ed emozionante il surrogato Mafia, quando non c’è il caviale le uova di lompo fanno venire l’acquolina in bocca. La Mafia infatti vive e opera in un mondo nel quale non esiste un terzo imparziale in grado di promulgare e applicare la legge, e dunque in un mondo che somiglia come una fotocopia al mondo delle relazioni internazionali, in cui operano gli Stati: un mondo nel quale non si può andare dal giudice o dal poliziotto se qualcuno ti fa un torto, in cui non ci si può ritirare a vita privata estraniandosi dai conflitti di vario genere che turbano sonni e digestione, in cui di punto in bianco può spuntare nel tuo orizzonte qualcuno che per motivi tutti suoi ti vuole ammazzare, te e i tuoi cari, e non solo ne ha l’intenzione ma pure i mezzi e il know-how. E’ insomma il mondo in cui chi ha il potere è costretto a prendere decisioni di vita e di morte che non solo decidono della vita e della morte fisica, ma della salvezza o della dannazione dell’anima – ognuno traduca la formula religiosa nel suo linguaggio – anzitutto la propria ma anche le altrui. Un esempio davvero magistrale di svolgimento di questo tema sono i primi due film della serie Il padrino, di F. F. Coppola, che senza alterare di molto la trama del mediocre romanzo di Mario Puzo, vi indovinò con grande intelligenza la struttura drammaturgica di una tragedia storica shakespeariana, sfuggita al superficiale romanziere.

Per concludere: la Mafia è interessante perché la Mafia è tragica, e con tragedia intendo la situazione in cui legge, costume, istituzioni, telefono amico non ti forniscono una soluzione precostituita al tuo serio dilemma di vita e di morte. Ci sei tu che sei solo, c’è il mondo che è grande, c’è il cielo che è lontano, e stop: incipit tragoedia. Questa è la tragedia, e questo è anche, nel linguaggio politico, lo stato di eccezione, che definisce chi è il sovrano.

Ecco perché la fiaba desinistra sulle Forze Oscure della Mafia & della Reazione è interessante, ed ecco anche perché è una fiaba.

E’ una fiaba nella parte desinistra, col Commissario Cattani/Montalbano che si batte per il PCI/PD +  il popolo buono che paga le tasse e raccoglie la cacca del cane con la paletta, e in quanto fiaba non intrattiene alcun significativo rapporto con la realtà effettuale, al massimo con la realtà psicologica che vuole a) sentirsi dalla parte giusta b) mettere dalla parte sbagliata chi ci sta antipatico c) vincere + avere ragione d) in attesa di c, perdere + avere ragione e) come minimo, giustificare la propria sconfitta dandone la colpa agli altri che vincono perché sono cattivi e viceversa, v. sub b.

E’ interessante invece, e sul serio, nella parte tragedia, perché la tragedia, sebbene dedestra, quella sì che intrattiene un significativo rapporto con la realtà effettuale, anzi mi sento di spararla grossa e affermare pubblicamente che qualora non si introduca nel quadro un’audace prospettiva soprannaturale & provvidenziale, la tragedia è la realtà effettuale, proprio la realtà effettuale che il pensiero (si fa per dire) desinistra non coglie, per difetto genetico dell’apparato visivo, mai. E non c’è neanche bisogno di tirare in ballo il Politico e lo stato di eccezione come ho fatto prima: perché nella realtà effettuale, anche nella realtà effettuale piccola e modesta delle nostre vite, di fronte alle cose veramente decisive come la gioia e il dolore e la scelta e la morte “ci sei tu che sei solo, c’è il mondo che è grande, c’è il cielo che è lontano, e stop: incipit tragoedia.”

Da quanto precede deriva anche un più equilibrato giudizio sulla famosa trattativa Stato-Mafia, questo. Che la Mafia è una realtà, una realtà non solo criminale ma sociale e politica, con vasto consenso in alcune, non piccole, zone del paese, forza militare non trascurabile, abbondanti finanze, embrione e qualcosina in più che embrione di struttura politica, efficiente amministrazione giudiziaria, fiscalità senza evasori, legami internazionali importanti. Sradicarla si può, come no, almeno per ora lo Stato italiano disporrebbe della forza militare sufficiente. Basterebbe rifare la “guerra al brigantaggio”, però stavolta contro i briganti veri invece che contro i legittimisti borbonici. Però i Commissari Cattani o Montalbano non bastano. Bisognerebbe anche varare un avatar della “Legge Pica” d’antan, cioè sospendere le elezioni democratiche e le garanzie giuridiche agli individui almeno nelle zone di maggior radicamento mafioso, istituire tribunali speciali e comminare condanne amministrative, meglio se anche a morte, impiegare le FFAA non per posare come belle statuine nelle piazze e nelle stazioni ma per fare i rastrellamenti, attivare una vasta campagna di eliminazioni di dirigenti mafiosi (senza processo), e scontare l’inevitabile quota di sbavature cioè innocenti che ci vanno di mezzo + atrocità assortite, dura repressione di eventuali moti popolari a sostegno della Mafia in nome dell’identità locale, ritorsioni anche terroristiche del nemico, e così via. Per me si può cominciare anche domani, ma non mi sembra che il programma qui delineato sia proprio un programma democratico e desinistra, tipo fiaccolata contro la Mafia e celebrazioni di Falcone e Borsellino nei licei con l’oratore di turno che dice “E’ tutta una questione culturale, la scuola ha il compito primario eccetera”.

Insomma: la Mafia è una realtà effettuale, e con la realtà effettuale, volenti o nolenti, tutti dobbiamo aprire una trattativa, anche lo Stato. Poi certo, le trattative possono andare meglio o peggio. Questa per lo Stato è andata bene, per la Mafia no e per gli ufficiali dei Carabinieri neanche; ma del resto, anche la fiaba desinistra ha assunto, nei cuori e nelle menti degli italiani che detto per inciso votano anche in base alla loro psicologia, una sua forma, se si vuole distorta, di realtà effettuale. E dunque, per salvare il Commissario Cattani e il Commissario Montalbano, per non sporcare la loro immagine tanto cara a tanti italiani e poter aggiungere un altro centinaio di puntate al serial Italiamoraledesinistra vs. MafiaForzeOscuredellaReazione, i giudici si sono visti costretti ad appioppare qualche decina d’anni di galera ai Carabinieri, che essendo persone concrete e non archetipi non possono aspettarsi indulgenze plenarie e resurrezioni, e del resto sono usi a obbedir tacendo, tacendo morir (per ora, poi vedremo).

That’s all, folks.

 

LA DECADENZA DI UN PAESE E DELLE SUE ISTITUZIONI, di Antonio de Martini

Le asciutte considerazioni di Antonio de Martini lasciano l’amaro in bocca. I diversi collaboratori di Italia e il Mondo si sono soffermati spesso sulla qualità delle nostre classi dirigenti e sulle modalità nefaste con le quali si sta svolgendo il confronto politico. Più volte si sono soffermati sul ruolo dei vari centri di potere e sulla particolare funzione svolta da settori sempre più ampi della magistratura e degli ordini giudiziari nel regolare e condizionare le scelte politiche. Negli ultimi trenta anni tale funzione è stata addirittura determinante, con tutte le distorsioni e le forzature conseguenti che hanno contribuito pesantemente ad inibire la formazione di élites appena più autonome ed autorevoli. La sentenza riguardante la trattativa Stato-Mafia, non ostante le suggestioni e le rievocazioni, rientra purtroppo pienamente in questo canone; è lontana anni luce dagli squarci aperti da Falcone e Borsellino e per i quali hanno pagato drammaticamente. Ancora una volta la peggiore restaurazione ha bisogno di coprirsi dell’aura della moralità. Per arrivare a mettere ordine in questi ambiti particolarmente delicati e cruciali occorrerebbe una forza politica determinata, coesa e radicata, ben lungi da essere in via di costruzione. Una situazione paludosa che sta esponendo il paese alle peggiori intemperie geopolitiche senza pensare e disporre di un equipaggio adeguato. Ne vedremo purtroppo ancora delle belle_Giuseppe Germinario

Quando una istituzione avvia la propria discesa agli inferi, inizia con lotte interne e col perseguitare i propri servitori.

Accadde a Cicerone che dopo aver salvato la Repubblica dalla congiura di Catilina e sconfitto i ribelli, fu accusato di non aver rispettato le procedure nel mettere fuori combattimento i senatori Lentulo e Cetego che miravano a sovvertire lo Stato.

Anche la Repubblica di Venezia cadde nella fatiscenza quando si affidò ai magistrati, alle delazioni anonime e ai processi ipocriti in difesa della morale in cui nessuno credeva, tanto che per anni, “veneziana” fu sinonimo di donna di liberi costumi.

Non dissimile il caso degli allora colonnelli Mori e Subranni e del capitano De Donno, cui un tribunale ha comminato due condanne da dodici anni e una da otto per aver trattato “a nome dello Stato” coi vertici della mafia identificati nel sindaco di Palermo Vito Ciancimino.

La ” trattativa” sarebbe consistita nel comunicare col sindaco di Palermo ( verissimo).
Il risultato dei colloqui fu la consegna alla giustizia del capo mafioso Totò Riina, fatto puntualmente avvenuto il 5 gennaio 1993.

Il Ciancimino, quindi, era stato trasformato in un “confidente di polizia” e non in un diplomatico di carriera.

Il ministro dell’interno, Nicola Mancino, “mandante logico” di una eventuale trattativa tra lo Stato e l’organizzazione malavitosa, è stato invece accusato e assolto per un reato minore ( falsa testimonianza). In TV , il Mancino si è autoattribuito il merito della cattura di Riina che spetta evidentemente al ROS del colonnello Mori.

Se vero, era al corrente del lavoro dei carabinieri. Se falso, l’assoluzione dall’accusa di falsa testimonianza, è stata , a dir poco, precipitosa.

Consapevoli della mancanza di una controparte credibile, i giudici l’hanno identificata in Berlusconi che divenne Presidente del Consiglio nel 1994 ( dopo la stagione delle stragi) .

Hanno taciuto – ignorandoli?- sugli atti parlamentari che hanno registrato la dichiarazione dell’allora neo presidente della commissione antimafia, Luciano Violante, che annunziava alla commissione iniziative il tal senso e della “coincidenza” che per ben due volte costui si sia trovato sullo stesso aereo Roma-Palermo in cui viaggiava il signor Brusca, anch’esso assolto perché ” pentito”.

Hanno trascurato , i giudici, anche le interviste di Giovanni Maria Flick ( all’epoca ministro di Grazia e Giustizia) che ha ripetutamente ammesso di essere all’origine dei provvedimenti di alleggerimento delle regole del 41bis, più volte sanzionate dalle istanze internazionali come evidenti violazioni dei diritti umani.
Ha anche detto – e scritto- di essersi consultato in proposito col Presidente della Repubblica.

In poche parole, se mai sia esistita una trattativa Stato- Mafia questa l’ha fatta il governo di cui guardasigilli era Flick e il governo Berlusconi non c’è entrato.

La ” gratitudine” ( immotivata?) all’Arma dei Carabinieri l’hanno espressa i governi di sinistra che hanno promosso una forza di Polizia a Forza Armata autonoma. Unico precedente al mondo è il KGB di buona memoria comunista.

Gli interlocutori primi di una eventuale trattativa non potevano che essere uomini di governo e parlamentari dotati di autorità e certamente non un colonnello e due suoi collaboratori.

La verità è che nei periodi di vuoto di potere spuntano magistrati che cercano di arrivare al potere politico sciabolando a dritta e manca trascurando i danni inferti alla credibilità dei magistrati e all’idea stessa di giustizia.

Vogliamo un altro Di Pietro? Vogliamo che i carabinieri si trasformino in pecore?
Attenzione che se proprio si vogliono pecore, potrebbero diventare pecore nere.

Che ne dice il nuovo Parlamento di una commissione parlamentare di inchiesta che svisceri questa materia ?

OLTRE MACERATA. SEI DOMANDE, SEI TRACCE DI LAVORO, di Luigi Longo

LE DOMANDE DI MACERATA

di Luigi Longo

 

Lo scritto di Pino Germinario su La particolare gestione politica dei fatti di Macerata, apparso sul blog Italiaeilmondo del 18 febbraio 2018, stimola delle domande per capire quei fatti oltre ciò che appare. Una piccola premessa a mò di riflessione.

 

Una piccola premessa

 

La riflessione che propongo riguarda la questione dello Stato e quello della criminalità organizzata che si fa soggetto politico.

Le problematiche da affrontare sarebbero molte [ dalla conoscenza dei luoghi di potere e dominio allo svelamento dell’interesse generale e di un astratto luogo di potere dei dominanti, dalle relazioni geo-politiche, geo-economiche, geo-territoriali al ruolo delle potenze mondiali con le aree di influenza (regioni, poli), eccetera], qui interessa evidenziare l’attenzione sullo Stato, con le sue articolazioni di funzionamento (parlamento, governo, eccetera) e le sue articolazioni territoriali (enti locali, enti intermedi, eccetera), come luogo e strumento di potere e di dominio per la realizzazione degli obiettivi degli agenti strategici dominanti nel conflitto per l’egemonia della società data.

Il potere vero, quello che produce dominio, è sempre ben nascosto, non appare. Tant’è che lo respiriamo e non ce ne accorgiamo. Gli strumenti statali, con le loro articolazioni territoriali, diventano sempre più macchine complesse per gestire e organizzare il dominio dell’intera società. Il dominio per realizzarsi ha bisogno di emergere attraverso processi istituzionali e produrre ordine simbolico della società data: è un processo di lunga durata, vedasi i vari modelli egemonici mondiali espressi dalle potenze predominanti nelle diverse fasi della storia mondiale. A questo proposito diventa fondamentale capire quali sono gli agenti strategici dominanti. Mi permetto una precisazione: non faccio distinzione tra agenti strategici dominanti nella sfera privata e quelli nella sfera pubblica, tra quelli che delinquono legalmente e quelli che delinquono illegalmente perché l’intreccio è tale che non ha senso la distinzione (gli esempi sono infiniti).

 

Le domande

 

Il problema non è quello dell’uso esclusivo della forza dello Stato ( quella c’è eccome!), quanto piuttosto riflettere su cosa è lo Stato e perchè non interviene a contrastare le forme di violenza organizzata della cosiddetta criminalità nostrana e mondiale. L’intreccio tra il potere legale e quello criminale è molto forte. Per capirlo dobbiamo considerare l’innervamento tra il soggetto politico legittimato dalle regole sociali per svolgere le sue strategie e il potere criminale che così si fa soggetto politico. Esempi sono infiniti in tutte le sfere sociali, in tutti i luoghi istituzionali, in tutte le città, in tutti i territori.

La prima domanda: a partire dai fatti di Macerata ( lascio perdere l’antifascismo che è roba da basagliati) perché i sub-agenti dominanti nostrani non sono in grado di contrastare il potere della criminalità organizzata in generale e in particolare quella nigeriana che si sta consolidando sul territorio nazionale? (rilevo che i Servizi Segreti creano allarmi sull’attività jihadista del Daesh e non si accorgono dei villaggi abusivi gestiti dalla mafia nigeriana vicino ai CARA).

La seconda domanda: perché i nostri sub-decisori intervengono malamente solo a livello di omicidi, cioè solo a livello di repressione militare per ristabilire il cosiddetto ordine pubblico?

La terza domanda: perché la criminalità organizzata si combatte sopratutto con la sfera militare, che è fondamentale ma non è incisiva perché l’accumulo di potere del soggetto politico criminale passa attraverso altre sfere sociali (politiche, economico-finanziarie, culturali, istituzionali, eccetera) che valorizzano il capitale accumulato con strategie criminali, tramite la violenza delle armi, investendolo nei settori legali? (un grande pensatore ha spiegato molto bene che se il capitale accumulato non viene valorizzato non produce potere e dominio).

La quarta domanda: Qual è il ruolo che la criminalità organizzata svolge nel gestire i flussi migratori che si coordina con quello assegnato dalla UE all’Italia? (ricordo che l’Unione Europea (sic) ha chiuso i suoi confini e ha lasciato aperto solo quello italiano).

La quinta domanda: la gestione dei flussi migratori hanno a che fare con le strategie statunitense nel Nord Africa e nel Vicino Oriente? (rammento che gli USA sono maestri nelle relazioni con la criminalità organizzata, orientano la loro creatura, il Daesh, e ri-posizionano gli jihadisti dopo la sconfitta del Califfato e la dispersione degli jihadisti di Daesh così come fecero per il ri-collocamento delle SS dopo la fine del secondo conflitto mondiale).

La sesta domanda: parafrasando William Shachespeare posso chiedermi/vi che ammasso di immondizie, pattume e rifiuti è l’Italia, se serve da vile materia per illuminare una cosa indegna quale sono i nostri agenti sub-decisori? E perché il popolo italiano dovrebbe partecipare alla farsa delle elezioni politiche per eleggere una cosa tanto indegna?