Italia e il mondo

La Grande Depressione demistificata: una crisi prolungata dall’intervento pubblico_di Jean Baptiste Noé

La Grande Depressione demistificata: una crisi prolungata dall’intervento pubblico

di Jean-Baptiste Noé

È uno dei più grandi miti della storia economica: la Grande Depressione sarebbe stata risolta dall’intervento pubblico e dal New Deal. Niente di più falso, ma questo mito serve a giustificare tutte le politiche pubbliche da allora. Ritorno alla storia.

Un articolo interessante, da leggere con attenzione. Un argomento che non tarderà ad emergere nella pubblicistica mondiale. Pone una giusta critica alla retorica magnificente delle “magnifiche sorti e progressive” del New Deal, sino a sminuirne però totalmente e erroneamente gli aspetti innovativi e ad offrire una interpretazione caricaturale del keynesismo, ignorato nella sua funzione selettiva, non generica così come rappresentato nella vulgata, di alimento della domanda in funzione anticiclica. Il fattore che determinò definitivamente la svolta antidepressiva fu in effetti l’epilogo della seconda guerra mondiale, piuttosto che la spesa del trentennio precedente. Furono però determinanti e propedeutiche a quell’esito due riorganizzazioni alimentate dalle politiche di Roosevelt: la creazione di apposite Agenzie funzionali e lo sviluppo del sistema manageriale di gestione delle imprese e del capitalismo_Giuseppe Germinario

La storia viene raccontata in tutte le scuole superiori e nelle università. Gli Stati Uniti attraversano una grave depressione nel 1929 e, grazie al New Deal e all’intervento dello Stato messo in atto da Roosevelt, il Paese ne esce e ritrova la prosperità. Questa storia è una favola, se non addirittura una bugia. È successo esattamente il contrario: la politica di rilancio avviata da Hoover e proseguita da Roosevelt ha aggravato la crisi. Ma non importa, da un secolo, e nonostante la ricerca in storia economica cerchi di distinguere il vero dal falso, il mito continua a essere diffuso.

Ritorno sulla storia e sulla costruzione di una favola politica.

La Grande Depressione del 1929 rimane uno degli eventi più determinanti della storia economica contemporanea. Ancora oggi costituisce il punto di riferimento centrale di tutti i dibattiti sulle crisi, la regolamentazione finanziaria e il ruolo dello Stato nell’economia. Secondo l’interpretazione dominante, questa crisi sarebbe la conseguenza diretta degli eccessi del capitalismo liberale, rivelati dal crollo della borsa nell’ottobre 1929 e corretti dal massiccio intervento dello Stato federale attraverso il New Deal. Niente di più falso. La Grande Depressione non è il fallimento del mercato, ma quello di una serie di errori politici, monetari, commerciali e normativi, che hanno trasformato una grave recessione in una depressione lunga e distruttiva.

Una crisi di portata senza precedenti

Tra il 1929 e il 1933, l’economia americana subì uno shock senza precedenti in tempo di pace. Il prodotto interno lordo reale diminuì di circa il 30%, la produzione industriale calò di quasi il 50% e il reddito reale pro capite diminuì di circa il 33%. Gli investimenti privati crollano di quasi il 90%, rivelando una brusca interruzione dell’accumulazione di capitale. La disoccupazione, che nel 1929 era pari al 3,2% della popolazione attiva, supera il 25% nel 1933, con circa 13 milioni di disoccupati su una popolazione di 125 milioni di abitanti.

Questa catastrofe si distingue dalle crisi precedenti. Gli Stati Uniti avevano già conosciuto gravi recessioni nel 1873, nel 1893 e nel 1907, ma queste erano state assorbite in due-quattro anni grazie a un adeguamento relativamente rapido dei prezzi, dei salari e della produzione. La particolarità della crisi degli anni ’30 non risiede quindi solo nella sua violenza iniziale, ma anche nella sua durata: bisognerà attendere l’inizio degli anni ’40 perché la disoccupazione torni stabilmente al di sotto del 10%.

Fase I. L’espansione monetaria degli anni ’20

L’origine profonda della Grande Depressione risiede nella politica monetaria condotta dalla Federal Reserve dopo la prima guerra mondiale. Tra il 1921 e il 1929, la massa monetaria americana aumentò di oltre il 60%, mentre la produzione reale cresceva a un ritmo molto più lento. I tassi di interesse reali furono mantenuti artificialmente bassi, favorendo una rapida espansione del credito.

Questa politica alimenta un boom economico fragile. L’edilizia residenziale e gli investimenti industriali crescono rapidamente, mentre i mercati finanziari registrano un forte aumento. Tra il 1921 e il 1929, l’indice Dow Jones aumenta di quasi sei volte. Ma questa espansione si basa su segnali di prezzo distorti: l’abbondanza di credito orienta il capitale verso progetti che sono redditizi solo in apparenza.

A partire dal 1928, la Federal Reserve cambia bruscamente rotta per frenare la speculazione. I tassi vengono aumentati, la liquidità si contrae e l’economia entra in una fase di inversione di tendenza. Tra il 1929 e il 1933, la massa monetaria diminuisce di circa il 30%, provocando una deflazione cumulativa vicina al 25%. I prezzi agricoli calano talvolta dal 40 al 60%, strangolando gli agricoltori già fortemente indebitati.

Il crollo della borsa dell’ottobre 1929, con un calo di circa il 40% del Dow Jones in poche settimane, appare quindi più come un catalizzatore psicologico che come la causa fondamentale della crisi.

Il ruolo centrale del sistema bancario e della deflazione

La contrazione monetaria si trasmette rapidamente all’economia attraverso il sistema bancario. Tra il 1930 e il 1933, gli Stati Uniti subiscono diverse ondate di panico bancario. In assenza di un’assicurazione federale sui depositi, i prelievi massicci provocano il fallimento di circa 9.000 banche, pari a quasi un terzo del sistema bancario americano. Per milioni di famiglie, ciò significò la perdita totale dei propri risparmi.

La deflazione diventa quindi un potente amplificatore della crisi. Un calo generale dei prezzi del 25% aumenta meccanicamente il peso reale dei debiti. I mutuatari devono rimborsare importi nominali invariati con redditi in caduta libera. I fallimenti si moltiplicano nell’agricoltura, nell’edilizia e nell’industria, mentre le banche, già indebolite, vedono i loro bilanci deteriorarsi ulteriormente.

Il crollo della borsa non basta a spiegare la gravità della crisi. Il possesso di azioni rimane concentrato, mentre la contrazione del credito, il calo dei redditi e la disorganizzazione bancaria colpiscono l’intera economia. È questa dinamica monetaria e finanziaria che trasforma uno shock iniziale in una crisi sistemica.

Fase II. Il protezionismo aggrava la crisi

La recessione avrebbe potuto rimanere grave ma temporanea se non fosse stata aggravata da importanti decisioni politiche. L’adozione dello Smoot-Hawley Tariff Act nel 1930 costituisce uno degli errori più costosi. I dazi doganali vengono aumentati su oltre 20.000 prodotti, portando il livello medio delle tariffe a quasi il 60%, un record storico.

Le ritorsioni sono immediate. Il Canada, l’Europa e molti paesi dell’America Latina adottano misure simili. Tra il 1929 e il 1933, il commercio mondiale crolla del 65% in termini di valore. Le esportazioni statunitensi passano da 5,2 miliardi di dollari a 1,7 miliardi, colpendo duramente l’industria e l’agricoltura.

Il reddito agricolo crolla di quasi il 60%, provocando un’ondata massiccia di fallimenti rurali. Le banche locali, fortemente esposte al credito agricolo, crollano a loro volta, alimentando la spirale della contrazione monetaria. A livello internazionale, il crollo del commercio contribuisce a destabilizzare le economie europee, in particolare la Germania di Weimar.

Hoover: l’intervento prima di Roosevelt

Contrariamente all’immagine di Herbert Hoover (1929-1933) come sostenitore del laissez-faire, l’intervento pubblico inizia fin dai primi anni della crisi. La spesa federale passò dal 3,1% del PIL nel 1929 a quasi il 6% nel 1933. Hoover esercitò pressioni dirette sulle imprese affinché mantenessero i salari nominali, nonostante il crollo dei prezzi e della domanda. Questa rigidità impedì l’adeguamento del mercato del lavoro e contribuì all’esplosione della disoccupazione.

La Reconstruction Finance Corporation inietta oltre 2 miliardi di dollari nelle banche e nelle grandi imprese. Sul piano fiscale, il Revenue Act del 1932 raddoppia quasi l’imposta sul reddito: l’aliquota marginale massima passa dal 25% al 63%, mentre nuove imposte colpiscono le imprese. In piena depressione, queste misure scoraggiano gli investimenti privati, che crollano di quasi il 90% tra il 1929 e il 1932.

Fase III. Il New Deal e l’economia pianificata

Con l’elezione di Franklin Roosevelt nel 1932, l’intervento dello Stato assume proporzioni diverse. Tra il 1933 e il 1939, la spesa federale aumenta di oltre il 70%. Il New Deal porta alla creazione di decine di agenzie federali e a una stretta regolamentazione dell’economia.

La National Recovery Administration (NRA) impone codici industriali che fissano prezzi, salari e quote di produzione. In alcuni settori, più di 500 codici regolano l’attività. Lungi dal rilanciare l’economia, queste misure irrigidiscono la produzione e aumentano i costi. Nel 1939, la produzione industriale rimane ancora inferiore del 25% rispetto al livello del 1929.

Nel settore agricolo, l’Agricultural Adjustment Act porta alla distruzione volontaria di milioni di ettari di colture e capi di bestiame al fine di sostenere i prezzi, mentre milioni di americani vivono in condizioni di povertà.

Nonostante i massicci programmi di lavori pubblici, negli anni ’30 la disoccupazione non scese mai in modo duraturo al di sotto del 15%. Nel 1938, nove anni dopo il crollo, superava ancora il 19%.

Fase IV. Sindacalizzazione e ricaduta del 1937

Il Wagner Act del 1935 rafforza notevolmente il potere dei sindacati. Il numero di iscritti passa da 3 milioni a oltre 10 milioni in cinque anni. Gli scioperi si moltiplicano, raggiungendo il culmine nel 1937, anno segnato da una nuova recessione. In quell’anno il PIL cala di circa il 10%, la produzione industriale diminuisce del 30% e la disoccupazione torna a salire.

Le connivenze, anche finanziarie, tra i sindacati e i democratici assicurano a questi ultimi un ampio serbatoio di voti alle elezioni, sia locali che nazionali. Lo Stato entra in un socialismo di connivenza ben rodato: il governo fa approvare misure a favore dei sindacati che, in cambio, si assicurano che i loro membri votino per i candidati del partito. Il clientelismo elettorale e l’acquisto di voti funzionano a pieno regime, in particolare nei sindacati legati ai trasporti.

Questa ricaduta è la prova che l’economia americana non ha mai ritrovato una dinamica autonoma di ripresa. L’instabilità normativa, la pesante fiscalità e l’ostilità manifestata nei confronti delle imprese alimentano un vero e proprio “sciopero degli investimenti”, impedendo una ripresa sostenibile dell’attività.

Roosevelt attuò anche una politica di controllo della moneta cercando di appropriarsi dell’oro detenuto dai privati. Con l’Executive Order 6102, vietò la detenzione privata di oro monetario e obbligò i cittadini americani a consegnare le loro riserve alla Federal Reserve al prezzo ufficiale di 20,67 dollari l’oncia, sotto pena di pesanti sanzioni penali. Pochi mesi dopo, il Gold Reserve Act del 1934 consentì allo Stato di aumentare unilateralmente il prezzo dell’oro a 35 dollari l’oncia, il che equivaleva a una svalutazione di quasi il 41% del dollaro e a un arricchimento dello Stato attraverso la spoliazione dei risparmiatori.

Questa decisione perseguiva diversi obiettivi: aumentare meccanicamente la massa monetaria, far risalire i prezzi attraverso l’inflazione e alleggerire il peso reale dei debiti pubblici e privati. Di fatto, tra il 1933 e il 1936 la base monetaria aumentò sensibilmente e i prezzi smisero effettivamente di scendere. Tuttavia, questa politica fu accompagnata da una profonda insicurezza giuridica e monetaria. I contratti denominati in oro vengono annullati dalla Corte Suprema, mettendo in discussione la stabilità degli impegni privati e pubblici. Lo Stato si riserva ora il diritto di modificare unilateralmente le regole del gioco monetario.

Questo accaparramento dell’oro aumenta la destabilizzazione economica. I risparmi privati si allontanano dagli investimenti a lungo termine, mentre la fiducia nella moneta si basa ormai esclusivamente sulla credibilità politica dell’esecutivo. Questa rottura monetaria non costituisce una soluzione duratura alla depressione: nasconde temporaneamente alcuni squilibri senza ripristinare le condizioni fondamentali per una ripresa autonoma basata sugli investimenti produttivi e sulla stabilità istituzionale.

La fine della crisi e il mito della guerra salvifica

Contrariamente a un’idea diffusa, non è vero che la Seconda guerra mondiale abbia posto fine alla Grande Depressione grazie alla ripresa economica. La mobilitazione militare gonfia artificialmente il PIL, ma i consumi civili sono razionati e il tenore di vita rimane limitato. La vera ripresa inizia dopo il 1945, quando la spesa pubblica cala di oltre il 60%, la fiscalità viene alleggerita e la regolamentazione viene progressivamente resa più flessibile.

Conclusione

La Grande Depressione non è la prova del fallimento del capitalismo, ma di un accumulo di errori politici. L’eccessiva espansione monetaria seguita da una brusca contrazione, il protezionismo, la fiscalità punitiva, l’irrigidimento del mercato del lavoro e l’economia pianificata hanno trasformato una grave recessione in una catastrofe storica. Demistificare questo episodio non è solo un esercizio storico: è anche una necessità intellettuale per evitare che gli stessi errori si ripetano di fronte alle crisi contemporanee.

Un altro aspetto centrale della Grande Depressione, spesso trascurato nelle narrazioni semplificate, riguarda le sue conseguenze sociali e di bilancio a medio termine. Contrariamente all’idea che l’intervento pubblico abbia rapidamente stabilizzato la società americana, gli anni ’30 sono stati caratterizzati da un profondo deterioramento delle condizioni di vita. Tra il 1929 e il 1933, i salari reali diminuirono di circa il 30%, mentre la povertà si diffuse rapidamente. Nel 1933, quasi il 40% delle famiglie americane subì un calo significativo del proprio reddito e milioni di famiglie dipendevano da aiuti privati o locali, spesso insufficienti. I programmi federali di soccorso, sebbene spettacolari nella loro messa in scena, rimangono limitati rispetto alla portata della crisi.

Sul piano fiscale, la depressione segna una svolta duratura. Il debito federale americano, che nel 1929 rappresentava circa il 16% del PIL, raggiunge quasi il 45% del PIL nel 1940. Questo aumento riflette sia il calo delle entrate fiscali che l’aumento della spesa pubblica. Questa dinamica fiscale, lungi dal ripristinare la fiducia, contribuisce a mantenere l’incertezza economica. Le imprese anticipano futuri aumenti delle imposte e ritardano i loro investimenti, mentre le famiglie privilegiano il risparmio precauzionale.

L’analisi diventa ancora più chiara se inserita in una prospettiva internazionale. I paesi che si allontanano più rapidamente dal gold standard, come il Regno Unito già nel 1931, registrano una ripresa più precoce rispetto a quelli che mantengono politiche monetarie e commerciali rigide. Al contrario, i paesi che combinano protezionismo, controllo dei prezzi e rigidità del mercato del lavoro, come la Francia del Fronte popolare a partire dal 1936, conoscono a loro volta una stagnazione prolungata. Questi confronti rafforzano l’idea che la durata della crisi dipenda meno dallo shock iniziale che dalle risposte politiche fornite.

Oggi, la Grande Depressione fa parte di un patrimonio intellettuale e politico. Questo episodio è diventato il fondamento di una narrazione duratura secondo cui ogni crisi grave giustificherebbe un ampliamento del ruolo dello Stato. Questa interpretazione è presente nei manuali, nei discorsi politici e nelle istituzioni internazionali, spesso a costo di una semplificazione estrema delle cause reali della crisi. Il New Deal di Roosevelt viene presentato come un successo, mentre in realtà ha aggravato pesantemente la crisi, e la politica keynesiana di rilancio come la soluzione, mentre invece è all’origine del problema. Questa memoria distorta costituisce di per sé un rischio: interpretando la depressione americana come un fallimento intrinseco del mercato, si occulta il ruolo delle politiche pubbliche che hanno amplificato gli squilibri e ritardato la ripresa.

La demistificazione della Grande Depressione non è quindi solo un dibattito storico. Essa influenza direttamente le scelte contemporanee in materia di politica monetaria, commercio internazionale, regolamentazione finanziaria e spesa pubblica. Comprendere perché la crisi degli anni ’30 è durata più di un decennio permette di valutare meglio i pericoli di una risposta politica mal calibrata di fronte a shock economici di grande portata.

Questo articolo si basa in gran parte su uno studio approfondito condotto da Lawrence Reed intitolato “I grandi miti della Grande Depressione” (2007). È possibile trovare questo studio a questo indirizzo, insieme alla bibliografia e a una serie di risorse complementari.

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi

Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:

– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;

– IBAN: IT30D3608105138261529861559

PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo

Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo

Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).

Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Come Zuan Francesco Priuli nel 1577 (non) risolse il problema del debito pubblico di Venezia, di Davide Gionco

Come Zuan Francesco Priuli nel 1577 (non) risolse il problema del debito pubblico di Venezia
di Davide Gionco

Nel 1577 le casse della Repubblica di Venezia erano sempre più mal messe. La Serenissima veniva da anni di guerre contro i Turchi Ottomani, con la sconfitta nella guerra di Cipro (1570-1573), ed era appena uscita da una epidemia di peste (1575-1577) che aveva colpito quasi tutti i territori della Repubblica.
Il nobile Zuan Francesco Priuli aveva ricevuto nell’ottobre del 1574 alla nomina di provveditore sopra i beni comunali e da qualche anno si industriava a far quadrare i conti del bilancio pubblico.

Nel 1577 Priuli decise di affrontare una volta per tutte l’annosa questione degli interessi sul debito pubblico, che nel 1577 avevano raggiunto la somma di 514’983 ducati annui per i depositi in zecca, e di quasi 200’000 ducati per il debito consolidato. Al tempo il debito pubblico veneziano veniva denominato come “monte”. C’era i debito più antico, il “Monte Vecchio”, che andava avanti da secoli. C’erano anche il “Monte Nuovo”, il “Monte Novissimo” e “Monte Sussidio”. Oltre a questo c’erano i “Depositi di Zecca”, che erano il debito più cospicuo.
A conti fatti un terzo degli incassi fiscali e delle rendite della Repubblica doveva essere utilizzato per pagare gli interessi ai creditori. Il Priuli, da esperto di finanze, concluse che questo problema doveva essere eliminato alla radice. Era peraltro scandaloso che la Repubblica, tramite questo meccanismo, contribuisse a far diventare i ricchi sempre più ricchi, a spese dei più poveri che pagavano le tasse.
I governanti di Venezia pensavano che fosse in gioco non solo la salute finanziaria della Repubblica, ma anche l’immagine del patriziato veneziano che per secoli aveva sempre garantito la separazione fra l’interesse pubblico e l’utile privato.

Zuan Francesco Priuli decise di affrontare prima di tutto il debito dei “Depositi di Zecca” (4 milioni di ducati): predispose un piano ventennale fatto di aumenti di imposte, recuperi di crediti d’imposta e di vendite di proprietà pubbliche (quello che fa l’Italia da 30 anni per ridurre il debito pubblico). Il piano fu convintamente approvato dal “consiglio dei dieci” e messo in atto.
Le cose andarono molto meglio del previsto. il 15 giugno 1584 il Senato dichiarava che tutti i debiti aperti in Zecca (il debito pubblico) erano stati rimborsati. Successivamente, durante il programma di riduzione del debito della Zecca, nel 1579 Zuan Francesco Priuli aveva proposto un altro piano per attaccare anche i debiti dei “monti”. In questo caso, però, il piano non venne approvato, in quanto troppi patrizi veneziani avevano protestato per la perduta possibilità di investire i propri denari in madre patria.
Secondo le previsioni del Priuli il pagamento del debito pubblico avrebbe dovuto consentire di ridurre le tasse, in quanto la Repubblica si sarebbe liberata dall’onere di pagare gli alti interessi.
Il Senato, però, decise che le entrate fiscali che prima venivano usate per pagare gli interessi sul debito, fossero accantonate e depositate presso un “Deposito Grande”, che sarebbe servito come riserva finanziaria della Repubblica in caso di bisogno. Lo Stato veneziano aveva deciso, come ogni buon padre di famiglia, di “risparmiare”.

Successivamente, nel 1595, il patrizio Giacomo Foscarini, convinto sostenitore della linea del predecessore Priuli, fece nominare 3 nuovi provveditori per l’affrancazione dei Monti Novissimo (2,4 milioni di ducati) e Sussidio (1,2 milioni di ducati). Anche in questo caso si diede fondo alla raccolta fiscale ed alle dismissioni di beni pubblici. Nell’anno 1600 si iniziò a ridurre, con gli stessi meccanismi, anche il “Monte Vecchio” (0,9 milioni di ducati).
Pare che intorno all’anno 1620 la restituzione di tutti i debiti fosse stata completata.
Fra il 1574 ed il 1620 Venezia aveva rimesso “sul mercato privato” circa 8,5 milioni di ducati.

Il sogno di tutti i governanti europei del XXI secolo, quello di pagare e di estinguere il debito pubblico, fu attuato concretamente per la prima ed unica volta nella storia proprio dalla Repubblica di Venezia.
Ma non sempre è tutto bene ciò che finisce bene.

I ricchi mercanti veneziani, che da secoli investivano i loro denari depositandoli in Zecca ad interessi (in sostanza acquistando dei titoli di stato, come diremmo oggi). Prima in Zecca affluivano i proventi dei commerci, ma anche le doti delle mogli. E vi venivano depositate le doti delle figlie per il futuro matrimonio.
Viste le crescenti difficoltà dei commerci con l’Oriente, causate dagli ostacoli posti dall’Impero Ottomano, ma anche dalla concorrenza subita dai commerci con le Americhe gestiti da spagnoli, inglesi ed olandesi, sempre più veneziani avevano cercato rifugio negli investimenti senza rischi presso la Zecca pubblica.
Ma ora il servizio pubblico della Zecca non era più disponibile.
Pertanto i ricchi veneziani si videro obbligati ad investire diversamente le proprie ricchezze.
Il Priuli aveva previsto che quei soldi sarebbero stati investiti, come ai vecchi tempi, in attività commerciali. Ma si era sbagliato. Quei tempi stavano finendo.
I ricchi veneziani scelsero, invece, di dedicarsi ad investimenti immobiliari sulla terra ferma. Si cita l’esempio di un  certo stampatore Lucantonio Giunti, dopo essersi per tutta la vita dedicato ad altre attività economiche, fra il 1585 e il 1601 investì nell’acquisto di almeno 225 campi e di immobili urbani, al punto da raddoppiare nel giro di soli 16 anni il patrimonio fondiario che aveva ereditato.

Altri fondi furono semplicemente investiti in altre attività finanziarie. Entrarono in contatto con i banchieri fiorentini e genovesi che lucravano nel mercato dei cambi e del credito “internazionale”, prestando denaro ai vari sovrani di tutta Europa. O semplicemente depositarono i propri denari presso le casse di altre città: Roma, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Vienna. Oppure finirono a finanziare le attività del credito ad usura.
A soffrire maggiormente furono gli enti ecclesiastici, che non erano strutturati per diversificare gli investimenti in denaro, acquistando fondi immobiliari e affidando i loro fondi ad istituti finanziari di altre città.

Questi flussi di capitali al di fuori della Serenissima portarono alla riduzione della liquidità nelle casse dello stato, quindi alla riduzione degli investimenti pubblici e degli affari in città, quindi delle entrate fiscali. Per questo furono via via introdotte nuove tasse per far quadrare il bilancio.
Nessun vantaggio arrivò dall’estinzione del debito pubblico, né ai cittadini veneziani, né ai ricchi della classe patrizia.

Nel frattempo continuavano le pressioni dei ricchi investitori affinché lo stato veneziano non fosse da meno dei “concorrenti” genovesi nel fare prestiti ai sovrani stranieri. Ad esempio negli anni 1616-1617 i soldi del “Deposito Grande” furono utilizzati per fare un prestito di 1,75 milioni di ducati al duca Carlo Emanuele I di Savoia per finanziare la sua guerra contro la Spagna. L’attività si era rivelata piuttosto redditizia, per cui gli stessi ricchi veneziani chiedevano di poter versare i loro fondi nel “Deposito”, affinché venissero usati per fare prestiti ad interesse ai vari sovrani europei.

Per questi motivi, negli anni successivi al 1620, gradualmente, ma a grande richiesta, fu ripristinato il servizio pubblico del debito, che consentiva di mantenere sufficientemente bassa la tassazione e di offrire un servizio pubblico di risparmio apprezzato da molti. Tuttavia il danno era stato fatto. I decenni di “politiche di austerità” (come le chiameremmo oggi) e le grosse perdite di capitali subite da Venezia lasciarono dei segni permanenti, contribuendo all’inevitabile declino della Repubblica che aveva prosperato come città più ricca d’Europa per 1000 anni.

L’esperto di finanze Zuan Francesco Priuli ed il suo successore Giacomo Foscarini non avevano compreso la funzione del debito pubblico in uno stato. Lo stato non è una famiglia che deve rimborsare i debiti. Non è una famiglia che deve risparmiare per i tempi a venire.
Il “debito pubblico” non è altro che una cassa comune nella quale i risparmiatori versano i loro risparmi. Da un lato i cittadini usufruiscono di un servizio pubblico di risparmio privo di rischi, utile per chi non fa l’investitore finanziario di mestiere. Dall’altro lato lo Stato dispone di un fondo cassa comune a cui attingere per finanziare le proprie attività a beneficio della collettività che consente di mantenere basso il carico fiscale.
Per comprendere il concetto è sufficiente guardare al bilancio dello Stato italiano.

Nel 2021 la previsione è di incassare complessivamente 579’980 milioni di euro.
Le spese “utili al popolo”, che sono le spese correnti più le spese in conto capitale, sono pari a 580’095 + 111’860 = 691’956 milioni di euro.
E’ vero che il debito pubblico ci “costa” 81’507 milioni di interessi, ma se non ci fosse il debito pubblico, mancherebbero a bilancio 691’956 – 579’980 = 111’976 milioni di euro che ci arrivano dal “fondo cassa comune” del debito pubblico.
Se non avessimo il debito pubblico, gli italiani dovrebbero pagare 112 miliardi di euro in più di tasse. Se le entrate fiscali oggi sono di 505 miliardi di euro, significherebbe un aumento delle tasse del 22% rispetto ad oggi, sapendo che già l’Italia è fra i primi posti al mondo in termini di pressione fiscale.

Inoltre, se non ci fosse il debito pubblico, gli italiani non saprebbero dove fare investimenti sicuri e privi di rischi.
Se lo Stato Italiano, come lo fu la Repubblica di Venezia per secoli, è un fornitore di servizio pubblico di risparmio, allora la riduzione o la cancellazione del debito pubblico significherebbe la cancellazione del servizio pubblico di risparmio.
Come se tutte le banche presso le quale teniamo i nostri risparmi ce li restituissero dicendo “tenetevi indietro i vostri soldi, fatene cosa volete”. A quel punto i risparmiatori non potrebbero che rivolgersi a banche estere o a nazioni estere per richiedere un simile servizio di risparmio.
In una situazione del genere girerebbero molti meno soldi in Italia per gli investimenti privati supportati dalle banche e perderemmo, di conseguenza, anche tutti i benefici derivanti dalla realizzazione di quei beni e servizi, diventando più poveri.

Quindi chi propone di “ridurre il debito pubblico”, se non proprio di estinguerlo, dimostra di non avere capito che cosa è il debito pubblico, così come non lo aveva capito Zuan Francesco Priuli.
Chi, con nozione di causa, ha proposto ed ottenuto che nei trattati europei fosse prevista la riduzione del debito pubblico, lo ha fatto precisamente per spingere gli investitori a rivolgersi al settore del risparmio e degli investimenti privati ovvero verso le banche private, a tutto vantaggio dei gruppi finanziari che le possiedono.

Come già era avvenuto a Venezia, il risultato di 30 anni di politiche di riduzione del debito pubblico sono stati un progressivo aumento delle tasse, unito alla dismissione di beni pubblici, alla riduzione dei servizi pubblici ed all’aumento della liquidità circolante nella “finanza estera”.
Se agli inizi del 1600 la “finanza estera” erano altre città rispetto a Venezia, oggi la “finanza estera” sono i mercati finanziari internazionali, i luoghi in cui gli investimenti rendono di più, che sono in genere i luoghi in cui gli investitori non pagano le tasse, non devono rispettare i diritti umani, non devono preoccuparsi di rispettare l’ambiente. Esattamente i fattori che consentono di massimizzare le rendite.
Se, invece, gi investimenti fossero centrati sulla finanza pubblica, avremmo la possibilità di indirizzarli secondo le finalità politiche di redistribuzione delal ricchezza (che è lo scopo delle tasse), di rispetto dei diritti umani e dell’ambiente.

In conclusione il debito pubblico non è quella “cosa cattiva” di cui ci parlano ogni giorno su tv e giornali, ma è un prezioso strumento per la collettività, da salvaguardare e da gestire al meglio, magari con il supporto di una banca centrale pubblica, come lo era la Zecca della Serenissima.

pubblicato anche su https://www.sovranitapopolare.org/2021/05/14/come-zuan-francesco-priuli-nel-1577-non-risolse-il-problema-del-debito-pubblico-di-venezia/

Capitali in fuga, Il grafico definitivo di Giuseppe Masala_2a parte

tratto da https://www.facebook.com/bud.fox.58/posts/2354181397973505

Parte seconda

qui la 1a parte https://italiaeilmondo.com/2019/03/05/il-grafico-definitivo-di-giuseppe-masala/

Ancora sul grafico “definitivo” aka “lo spread siamo noi”.

Come abbiamo visto ieri nel grafico “Target2 + Flussi Cumulati Bilancia Pagamenti” a fronte di 300 mld di euro di investimenti stranieri in Italia abbia 800 mld di investimenti italiani all’estero. Con un mostruoso saldo positivo di 500 mld di euro che in altri tempi sarebbe stato chiamato “fuga di capitali”. Una situazione chiaramente patologica dovuta al fatto che il maggior polmone di impiego di queste risorse è tenuto inattivo: lo stato non può indebitarsi in ossequio all’interpretazione delirante [ed in malafede] delle regole del trattato di Maastricht, del fiscal compact e di tutti gli altri lacci e lacciuoli (pil potenzale, output gap ecc) che sono gli strumenti con i quali siamo sottoposti a water bording fiscale.
Una situazione appunto gravemente patologica doppiamente: perché non permette allo stato di mobilitare le risorse risparmiate dai propri cittadini e che dall’altro lato spinge i propri cittadini a portare all’estero questi risparmi dove vengono sottoposti a repressione finanziaria ovvero a tassi reali negativi per finanziare la spesa pubblica (la mobilitazione di risorse) di stati esteri. Una doppia rapina: in Italia subiamo la rapina di non poter usufruire di servizi e opportunità che solo lo stato può offrire e dall’altro lato gli stati esteri ci saccheggiano con i tassi negativi.

Per rendere più chiaro quanto sia patologica questa situazione basta fare un piccolo esercizio con la mente: provate ad immaginare cosa accadrebbe se i 500 mld netti che abbiamo all’estero domani mattina rientrassero in Italia. Facile immaginare un enorme terremoto sui tassi di interesse: gli interessi sul debito pubblico italiano subirebbero un crollo di proporzioni enormi [con la incidentale conseguenza immediata di risanare i bilanci delle banche italiane, ma questo è un altro discorso]. Al contrario i tassi dei titoli di stato dei paesi che al momento beneficiano del risparmio italiano crescerebbero (ho detto Germania?). Ora io non ho gli strumenti e non ho manco la preparazione per poter fare delle stime ma non rimarrei sbalordito che se rientrasse in Italia un enorme flusso di danaro come quello di cui si parla (e contemporaneamente ovviamente uscisse dall’Estero in egual misura) fulmineamente i tassi italiani si abbasserebbero e quelli esteri si alzerebbero in egual misura a tal punto da polverizzare tutti gli spread di questo mondo. Ivi compreso il celeberrimo spread Btp/Bund. Vista in questo senso (ma non c’è da stupirsi essendo l’economia la più paradossale di tutte le scienze) l’impossibilità dello stato di potersi indebitare mobilitando il risparmio nazionale spinge il risparmio all’estero creando lo spread. Dunque è la stessa austerità nel caso italiano a creare lo spread. Una follia. Una follia parificabile a quella di far correre una persona con uno zaino alpino carico di sassi oppure simili a quella di curare una persona sana con un ciclo di chemioterapia come prevenzione alla possibile insorgenza di un tumore.

Come uscirne? Semplice:

1) Consenti agli stati che hanno un eccesso di risparmio “costretto” ad essere impiegato all’estero di indebitarsi fino all’assorbimento. Ma questo ovviamente non conviene a chi guadagna da questa situazione patologica (ho detto Germania?)

2) Distruggi l’asimmetria di fondo: non puoi avere un mercato finanziario unico per tutta l’Europa e poi il massimo “mobilitatore” di risorse non esiste. Ovvero non esiste un Ministero del Tesoro Europeo che emetta Eurobond e tutti i piccoli indiani dei singoli stati sono legati alla regola del 60% del debito/Pil e del 3% sul deficit/pil come se fosse la stessa cosa l’Italia che ha una bilancia commerciale, un saldo delle partite correnti e una bilancia dei pagamenti in forte attivo e oltretutto un colossale eccesso di risparmio e la Francia o la Spagna che vivono di trasferimenti netti dalla Germania.

3) Terza soluzione: salutare, riportare tutto a casa e andarcene educatamente.

Stiamo vivendo una enorme repressione fiscale (grazie al Trattato di Maastricht) e finanziaria (a causa dell’impiego dei risparmi italiani all’estero a tassi reali negativi) che si traduce nel più grande saccheggio della Storia italiana. Sipario.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Il Grafico Definitivo, di Giuseppe Masala

Qui sotto un post dell’economista Giuseppe Masala tratto da https://www.facebook.com/bud.fox.58/posts/2352245748167070

Il dibattito pubblico da diversi decenni è incentrato sul problema del deficit e del debito pubblico. Più volte abbiamo sottolineato che il modo di porre un problema e stabilire priorità dipende da precise finalità politiche nella fattispecie italiana lesive degli interessi e dell’autonomia politica del paese. In realtà più che di debito si dovrebbe discutere delle modalità di utilizzo del risparmio nazionale. Molti aspetti riguardanti la qualità della nostra classe dirigente risulterebbero evidenti.Giuseppe Germinario

Il Grafico Definitivo.

Se guardate il grafichetto sotto che rappresenta il saldo Target2 della BCE sommata al saldo cumulato della Bilancia dei Pagamenti italiana potete apprezzare come in Italia siano impiegati quasi 300 miliardi di capitali esteri a fronte di quasi 800 miliardi di capitali italiani impiegati all’estero. Ciò significa chiaramente che siamo di fronte alla più grande fuga di capitali dal Sistema-Italia della storia. Quasi 500 miliardi di risparmi italiani utilizzati all’estero. Come mai questi danari sono impiegati all’estero e non Italia? Semplice, perché lo stato italiano non può indebitarsi in ossequio ai parametri di Maastricht. O meglio ancora, chiamiamo le cose con il significato proprio: lo Stato italiano non può mobilitare il risparmio degli italiani per erogare beni e servizi agli stessi italiani. Il debito pubblico così va inteso (e così andrebbe chiamato): “Risparmio interno mobilitato dallo Stato”. Il debito pubblico non è il debito del bottegaio.
Dunque, si può dire senza tema di essere smentiti che il debito pubblico (o le “risorse italiane mobilitate dallo stato italiano”) potrebbe essere più alto di quasi 500 miliardi senza che lo stato italiano assorba neanche un centesimo dal risparmio dei nostri “amici” stranieri. [Ovviamente semplifico, perché è chiaro che se lo stato italiano desse una spinta poderosa alla spesa pubblica, agli investimenti, dovrebbe mobilitare meno perché una determinata quantità Q della cifra in questione verrebbe mobilitata dalle imprese private e dalle famiglie]. Abbiamo dunque margini enormi. Eh, ma il debito pubblico al 60% del Pil? Semplice, non significa nulla. Nulla. Nulla. Il 60% è troppo per il Venezuela e l’Argentina che rispettivamente hanno un rapporto debito/pil pari al 30% e al 50% ma non riescono a sostenerlo perché hanno i conti con l’estero totalmente scassati ed è pochissimo per il Giappone che ha un rapporto debito/pil pari al 250% perché ha dei conti con l’estero (e risparmi dei giapponesi) floridissimi.
E allora perché gli “amici” europei ci sottopongono da anni a water bording fiscale all’inseguimento di un rapporto debito/pil del 60% che non significa nulla pur sapendo che abbiamo la possibilità di mobilitare risorse italiane fino a 500 miliardi di euro? Semplice, perché hanno trovato la Cuccagna nelle formichine italiane. Se non è il nostro stato a mobilitare per noi queste risorse [Perché gli è impedito da regole folli e senza senso in valore assoluto ma valide solo se viste in relazione ai conti con l’estero] le mobiliteranno loro: se qui nessuno le può impiegare il risparmio italiano corre all’estero.
Perché la Cuccagna? Semplice, pensiamo ai nostri fraterni amici tedeschi che ci impongono austerità: ci danno tassi negativi sui loro Bund decennali: ciò significa che lo stato tedesco mobilita risparmio italiano facendo pagare gli italiani (tasso negativo) per dare miglior istruzione, miglior cultura, miglior infrastrutture, miglior ricerca, migliore sanità… ai tedeschi. Si, si, avete capito bene, noi italiani riceviamo tassi negativi dai tedeschi per consentire ai tedeschi di godere della vita e soprattutto di darci pubbliche lezioni su come si sta al mondo sottoponendoci a pubblica gogna e facendoci passare per cialtroni.
Questo è il perverso meccanismo di Maastricht e del Fiscal Compact e delle folli e insignificanti regole quali l’output gap [che è un non sense applicato a cose macroeconomiche] e l’applicazione di stupidi modelli econometrici. Scoppiamo di soldi e ci fanno la lesina sugli 0,1% di spesa calcolati sulla base di un modello econometrico che come tutti questi modelli del menga lasciano il tempo che trovano.
Perché la classe dirigente italiana [mi riferisco a quella che capisce e capiva, non al diplomato in dentiere Zingaretti. Sia detto senza offesa] accetta tutto questo? Un Padoa Schioppa è ovvio che conosceva le identità della Contabilità Economica Nazionale e lo stesso un Monti ma erano e sono accecati dall’idea dello Stato Minimo, dello Stato Sentinella: bisogna affamare “la Bestia” [lo Stato] per costringerlo a uscire dalle cose economiche per concentrarsi in quelle poche cose che secondo i dogmi liberisti lo stato deve fare: Difesa, Giustizia, Pubblica Sicurezza e Stop.
Altri come Prodi, semplicemente perché di economia non capiscono nulla: si si, l’hanno fatto professore, lo chiamano “economista” ma questo non capisce una beata mazza. Proprio non conosce le identità contabili. Non sa nulla. Se no come lo spieghi uno che farnetica di necessità “di attrarre i capitali stranieri in italia” quando i dati ci dicono che scoppiamo di risparmi nostri che non possiamo utilizzare in ossequio a parametri folli e siamo costretti a impiegarli a tassi negativi per esempio in Germania? Solo un cretino può dire cose del genere, e se cretino non è fate voi le ipotesi che preferite.
E nel frattempo in Italia ci crollano i ponti in testa. Stanno per andare in pensione 50000 medici e non possiamo sostituirli perché – nonostante i nostri giovani fanno a pugni per riuscire ad entrale in una Facoltà di Medicina – formarli costa soldi e lo stato non può spendere. Una follia.

E qui la finisco, perché se inizio a scrivere tutto quello che dovrei scrivere Céline sarebbe un dilettante dell’insulto. Batterei anche il suo virtuosismo nell’Arte Sublime.

Un’ultima cosa. Il grafico che vi propongo non viene da chissà quale sito complottista ma direttamente dal Bollettino Economico 1/2019 della Banca d’Italia (pag. 24). Una prece e sipario. Amen.

Nessuna descrizione della foto disponibile.