Super Mario prende le redini dell’Italia, Di Alphonse Moura

Sul Governo di Mario Draghi, dalla Francia un punto di vista interessante_Giuseppe Germinario

Dopo Mario Monti arriva Mario Draghi, l’uomo di tutto ciò che serve , a qualunque costo. I suoi sostenitori affermano che senza questa rigidità che ha dimostrato a capo della Banca centrale europea la zona euro sarebbe stata ridotta, molti paesi, compresa l’Italia, avrebbero lasciato la zona suddetta. Salvatore un giorno, sempre salvatore. Ora è chiamato a stabilizzare la nazione italiana, afflitta da una pandemia senza precedenti.

 

Il professore universitario ha resistito una volta, non la seconda. Giuseppe Conte ha iniziato la sua carriera politica come punto d’unione tra la Lega di Salvini e il Movimento Cinque Stelle di Luigi di Maio. Quando Salvini ha voluto rompere il patto tra i due movimenti politici per forzare le elezioni, è rimasto sorpreso dal ribaltamento dei Cinque Stelle: dopo una campagna molto aspra contro il PD (Partito Democratico) la nuova forza populista si è alleata con questo europeista di centro sinistra. Questa svolta ha sorpreso ben oltre Salvini e la sua famiglia, nel PD e nel M5S c’era anche la sorpresa. Questo voltafaccia dovrebbe essere inteso come uno scudo contro la caduta di popolarità del partito nel paese; Di Maio non ha mai gareggiato con Matteo Salvini in termini di una personalità vibrante e magnetica, quindi il movimento aveva la maggioranza dei voti, ma la Lega guadagnava voti ogni giorno mentre il movimento li vedeva andare.

Racconto fuori, vittoria postuma di Renzi

A fare da ponte tra i nuovi soci del governo, gli uomini di Di Maio hanno proposto lo stesso professore, figura calma e comprensiva agli occhi degli italiani; il Partito Democratico ha accettato questa proposta. Dal governo giallo-verde (giallo-verde) al governo giallo-rosso (giallo-rosso), Giuseppe Conte stava cominciando a diventare un politico come un altro, un buon tattico.

 

Nel frattempo Matteo Renzi non ha accettato di perdere il controllo del PD. Così ha deciso di dividersi e creare Italia Viva . Nemmeno lui ha mai accettato la crescente importanza di Conte, i due uomini non si amavano, le loro personalità erano incompatibili. È il processo avviato da Renzi, nel gennaio 2021, che porterà alla rinuncia di Conte, nonostante le sue vittorie nel voto di fiducia ( fiducia ) alla Camera e al Senato. Nonostante il fatto che la maggioranza in questi ultimi fosse solo relativa.

 

La promessa Draghi o continuità tra Italia e Germania

 

Il prezzo del consenso politico in Italia è la delegittimazione del gioco parlamentare. Avere partiti abbastanza diversi, anche opposti, unirsi insieme crea dubbi sempre maggiori da parte degli elettori. Si chiedono che senso ha votare per un’opposizione se si sottomette al governo. Il leader dei dissidenti Five Star si è allontanato dal nuovo consenso. Di Battista è stato chiaro: non può condividere un’intesa con i partiti che il Movimento ha sempre combattuto, si pensa in particolare a Forza Italia di Silvio Berlusconi. Cresce il rischio di divisione all’interno del M5S , potremmo vedere una separazione tra europeisti, istituzionalisti e pragmatici di fronte a sovranisti, social e populisti.

Da leggere anche: Matteo Salvini. Il bulldozer italiano

Gli italiani sono abituati a classificare un governo come politico ( politico ) o tecnico ( tecnico ). Quello di Draghi sta cercando di fondere i due, avendo ministri dei partiti, quindi sarebbero ministri politici, ma, allo stesso tempo, tecnocratici senza una chiara affiliazione, quindi sarebbe anche tecnico. Tuttavia, il governo si presenta come una politica per aumentare la sua reputazione e legittimità. Al massimo, il governo sarà misto, mai solo politico; Mario Draghi non è stato eletto, è stato scelto dal presidente Sergio Mattarella. Ciò suscita apprensione tra chi ignora il sistema italiano, infatti il ​​Presidente della Repubblica italiana può nominare lo stesso Presidente del Consiglio [1], senza che quest’ultimo sia necessariamente un funzionario eletto.

 

Ancora una volta, la Storia ci dimostra l’intimità tra lo spazio italiano e quello tedesco. Parti importanti dei due spazi furono a lungo unite sotto il Sacro Romano Impero. Il raduno estremamente grande che contiene il grande partito di destra e il grande partito di sinistra in Germania è ora seguito da una così grande coalizione in Italia. Mostra semplicemente che l’esportazione del parlamentarismo britannico non è stata sufficiente per i paesi della terraferma per coglierne il vero significato. Il parlamentarismo deve volere un governo a maggioranza forte e un’opposizione altrettanto potente e unita, pronta ad agire rapidamente e prendere il potere se necessario. Gli assetti italiani e tedeschi del 2021 ci mostrano un’opposizione piuttosto scarsa e quasi tutti nel governo o lo sostengono: un’immensa contorsione all’idea di parlamentarismo. Ogni nazione ha il suo genio, importare un modello dall’estero non riprodurrà mai la stessa realtà per lo Stato ricevente, i metodi cisalpino e prussiano non sono gli anglo-normanni.

 

La conseguenza in Italia della sconfitta di Trump

 

La grande sorpresa è il sostegno dato dalla Lega a Mario Draghi, tutto il resto non spicca – era prevedibile e atteso il sostegno di Berlusconi e compagnia per la soluzione di Draghi. Perché questo cambiamento nella Lega? Cosa sta succedendo nella testa di Salvini?

 

Il riposizionamento di Salvini è una risposta alla vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti. Le placche tettoniche della geopolitica globale stanno cambiando, il populismo è duramente colpito e deve riorganizzarsi. Inizia la caccia alle streghe. Salvini non è l’unico ad averlo capito, centralizza anche Jair Bolsonaro, in Brasile. Ma in Italia (come in Spagna del resto) un partito non può inchinarsi all’altare unitario.

L’opposizione non sarà fatta solo da Di Battista, a destra Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia non mollano il fiaccola. Va ricordato che in Italia il pragmatismo è maggiore che in Francia, Forza Italia , Lega e Fratelli possono essere disunite a livello nazionale, ma convergono a livello regionale per presentare un comune candidato di destra.

Un’ira anche: intervista a Marie d’Armagnac. Salvini, un percorso ad ostacoli

Salvini può supportare Draghi per non lasciare l’ex boss della Bce nelle mani della sinistra. Lui stesso ha detto recentemente che solo la morte è irreversibile, l’euro no. A questa tirata fu prontamente risposto Draghi; chi sostiene il suo governo deve credere che l’euro è irreversibile. L’europeismo è prima di tutto un credo, devi credere. Prima crepa tra i due uomini? Sì, ma fino a che punto? Salvini ha la capacità di destreggiarsi, la sua flessibilità è impareggiabile – passare da una campagna che Basta Euro aveva come striscione qualche anno fa a sostenere il salvatore della moneta unica, quale agilità invidiabile.

Mario Draghi ha già dato la parola d’ordine, il percorso è unico: un’Europa sempre più integrata.

Populismo nella tempesta

 

A sinistra Podemos e il Movimento Cinque Stelle si sono gentrificati, hanno assaporato la dolcezza del potere, hanno finito per convertirsi. Ora adorano ciò che hanno bruciato e bruciano ciò che hanno adorato. La Lega si assume la responsabilità sostenendo Draghi, segue la strada delle concessioni come il suo partner francese, il Rassemblement Nationale. Eppure l’Europa ha due movimenti estremamente coraggiosi e dissidenti, che emanano le loro energie da due epiche città del vecchio continente, Roma e Madrid.

Santiago Abascal , timoniere di Vox, sa fin troppo bene che le concessioni porteranno alla frantumazione della sua preziosa Spagna. Giorgia Meloni, campionessa dei Fratelli d’Italia, resta convinta che l’Europa integrata di cui parlano sarà gestita dal Reno, e disprezzerà il Sud.

L’opzione di Salvini non può essere compresa solo in vista delle elezioni nordamericane, ma deve contenere anche dati nazionali specifici. I due più salienti sono l’essenza intima della sua festa e il potere dei suoi baroni. Ci dimentichiamo troppo in fretta che il partito è nato come regionale e che per la maggior parte della sua esistenza non è mai stato nazionale, si risale all’epoca di Salvini. È quindi comprensibile che la preoccupazione nazionale sia meno ancorata nelle strutture del partito e in molti dei suoi militanti, nonostante la sua fantastica crescita al centro e al sud della penisola.

Aggiungiamo che i baroni (ad esempio Giancarlo Giorgetti, ora ministro dello Sviluppo economico di Draghi, o Luca Zaia, presidente del Veneto) hanno un peso significativo nelle posizioni del partito, e mobilitano la parte più agiata dei suoi elettorato. Il problema ora per Salvini sarà impedire che la parte popolare delle sue truppe – la più numerosa – si muova verso le braccia del Meloni.

 

Il populismo si trova di fronte a un formidabile nemico, l’Italia passa in pochi anni dal primo governo interamente populista ed euroscettico al governo di uno dei più grandi europeisti. L’incredibile ? I due partiti – Lega e Cinque Stelle – del governo populista ora sostengono il governo Draghi. Nel 2021 il populismo cerca eroi, per il momento sembra che le opzioni romana e madrilena siano più credibili di milanesi e parigini. Nessuno l’avrebbe detto cinque anni fa. La storia non è ferma.

Leggi anche: Mario Draghi al governo italiano: la trappola dell’euro

Appunti

[1] In Italia il nome preciso è Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana (Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana), ma giornalisticamente vediamo molto il termine il first , e all’estero (in Francia, in Inghilterra e altri) questo è spesso tradotto come Primo Ministro.

https://www.revueconflits.com/salvini-lega-draghi-conte-alphonse-moura/

L’OROLOGIO DI BIDEN E LA NUOVA QUESTIONE D’ORIENTE, di Antonio de Martini

L’OROLOGIO DI BIDEN E LA NUOVA QUESTIONE D’ORIENTE
Nella sua foga di prendere le distanze dalla politica di Trump smaccatamente favorevole a Israele e rigida verso il resto del Vicino Oriente, il Presidente Biden ha dato rilievo al fatto che ha atteso quattro settimane prima di telefonare al premier Netanyahu.
Il problema è che si è anche astenuto da ogni altra forma di intervento sugli attori dell’area, consentendo a ciascuno di progettare pericolosi scenari pro domo sua.
Gli israeliani, in queste quattro settimane, certi di non poter piu godere degli stessi atteggiamenti di complicità evidente e desiderosi di mettere l’amministrazione democratica USA di fronte a fatti compiuti, ha elaborato una nuova strategia.
Si tratta della teoria di “ una guerra piccola tra due grandi” testata con una manovra militare chiamata “ giorni di combattimento” svoltasi nei giorni scorsi alla frontiera libanese.
In buona sostanza è una riedizione della politica delle “ spedizioni punitive” degli anni passati consistenti in puntate offensive in territorio libanese limitate nel tempo e negli scopi.
Ma dall’altra parte non c’è più solo il pacifico Libano. C’è l’Hezollah, l’obbiettivo strategico di cui vorrebbero aver ragione ma di cui non riescono a valutare il potenziale e la crescita provocata dalla guerra di Siria.
C’è anche la forte tentazione da parte di Netanyahu di decidere le sorti delle elezioni politiche generali che si terranno tra un mese ( per la quarta volta in poco piu di un anno), con un blitz militare di successo che elimini depositi e officine mimetizzate nei villaggi abitati da civili.
A queste minacce e a questa strategia l’Hezbollah ha risposto con un video.
Assieme a riprese del Premier e di alti gradi israeliani che biasimano il miscuglio tra impianti militari e abitazioni civili minacciando distruzioni, il video assume un aspetto da briefing militare mostrando immagini satellitari del territorio israelo palestinese – con tutti i riferimenti geografici del gergo militare- indicanti identico miscuglio tra abitazioni civili e installazioni militari con esatta specifica della natura di ciascuna installazione.
Poi espone la strategia Hezbollah della “ risposta equilibrata” .
Se verrà colpita una abitazione, la risposta colpirà una abitazione. Se un villaggio, un villaggio, se una città, una città….
L’ampiezza e l’accuratezza degli obbiettivi indicati non lascia dubbi circa la credibilità della minaccia e la professionalità della preparazione.
La capacità balistica avversaria gli israeliani la conoscono già.
Qualcosa di simile è accaduto nei giorni scorsi nel kurdistan iracheno, nei pressi di Erbil , dove una base con personale e contractors americani – finora off limits- è stata oggetto di un attacco di una nuova formazione chiamata “ i guardiani del sangue.”
In pratica, ciascun protagonista dello scacchiere dispone di una nuova strategia mentre la nuova amministrazione americana brancola nel buio.
Il nuovo segretario di Stato Blinken ha dovuto frettolosamente rettificare una frase infelice del suo portavoce dubitativa di una dichiarazione turca circa l’eliminazione di 13 ostaggi turchi in mano ai curdi.
In Afganistan, in attesa della promessa evacuazione entro il 1 aprile, i talebani hanno lanciato la solita offensiva di primavera.
La tensione cresce in attesa di una iniziativa conciliatrice USA verso l’Iran, stremato dalle sanzioni ingiustificate, che ritarda e dà la sensazione – errata- che l’esagitato abbia lasciato il posto al rimbambito.
L’orologio americano è rimasto fermo a quando il mondo rispettava i suoi tempi.
Un tempo credevamo che i nemici degli USA fossero anche i nostri. Ora non più.
Hanno esagerato.

L’impossibile ritorno al passato, con Gianfranco Campa

Più che un ritorno al passato, le velleità restauratrici di una classe dirigente americana assediata e senza bussola. Più che ordine, confusione dove i colpi di mano disordinati dei vari centri di potere sembrano prevalere su ogni disegno. Man mano che Biden esibisce i propri campioni destinati ad occupare le caselle fondamentali del proprio staff, diventa evidente la fonte di ispirazione del suo mandato. Il problema sarà nella capacità di sintesi di quegli interessi e di quelle ambizioni_Giuseppe Germinario

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GLI USA ACCENTUANO LA FASE MULTICENTRICA, a cura di Luigi Longo

GLI USA ACCENTUANO LA FASE MULTICENTRICA

 

a cura di Luigi Longo

 

Suggerisco la lettura dell’interessante intervista di Michel Raimbaud, diplomatico francese, professore di relazioni internazionali al Centre d’Études Diplomatiques et Stratégiques (CEDS), rilasciata alla redazione de l’Antidiplomatico in data 22/1/2021 e pubblicata sul sito www.lantidiplomatico.it.

E’ una lucida intervista nella quale vengono messe a fuoco con chiarezza questioni importanti: le cosiddette primavere arabe, l’aggressione alla Libia e alla Siria, il ruolo degli Stati del Golfo Persico, il gioco degli agenti strategici statunitensi nei luoghi istituzionali per affermare il proprio potere, l’uso dei mass media occidentali, la funzione della Cina e della Russia.

Gli Usa, passata la farsa delle elezioni politiche, riprendono, cambiando tattica ma non strategia, l’uso della forza per contrastare il loro declino: le azioni sono ricominciate con il rafforzamento delle truppe in Siria; le provocazioni, con il primo cacciatorpediniere FDNF (Forward Deploved Naval Forces) entrato nel Mar Nero, che insieme agli interventi della Nato, non facilitano la stabilità della regione, anzi, come sostiene il ministero degli Esteri russo << […] con la loro attitudine aggressiva mostrano di volere piuttosto destabilizzare la regione.>> (1); gli attacchi mettono<< […] nel mirino la Russia e la Cina mandando i primi duri segnali alle due superpotenze rivali. Il primo è contro la repressione di Mosca delle manifestazioni a favore dell’oppositore Alexiei Navalny. Il secondo contro le “intimidazioni” cinesi a Taiwan, nel giorno in cui i bombardieri di Pechino hanno sorvolato lo spazio aereo dell’isola che il Dragone vorrebbe riportare sotto le proprie ali, dopo la stretta su Hong Kong. […] >>; le ritorsioni riprendono con le << […] nuove sanzioni sulle interferenze russe nelle elezioni, sui cyber attacchi, sull’avvelenamento di Navalny e sulla violazione dei diritti umani. >> (2).

La guerra contro la Siria, << […] “Cuore pulsante dell’Arabismo”, sede dei primi califfi, centro d’influenza dell’Islam illuminato e culla del cristianesimo, la Siria […] ha goduto grande prestigio tra arabi e musulmani.  . […] è un paese radioso per natura. Un paese prospero, indipendente, stabile, autosufficiente, che produce la maggior parte di ciò che consuma e consuma ciò che produce, un paese senza debito estero o dipendenza dal FMI e dalla Banca mondiale >>, assume una valenza strategica per il Grande Medio Oriente (3) dove si delineano sempre più i poli contrapposti tra gli Stati Uniti d’America da una parte e la Cina e la Russia dall’altra. La Siria può diventare il punto di svolta della fase multicentrica (4).

E’ l’area del Grande Medio Oriente che va egemonizzata dagli USA per rompere il formarsi del polo Cina-Russia (sempre più coordinato). Sono le due potenze mondiali che mettono in discussione l’indispensabilità unilaterale degli Sati Uniti e lottano per un mondo multicentrico.

L’Unione Europea? Non conta perché non è una nazione (espressione di una federazione delle nazioni europee), non è un soggetto politico autonomo e indipendente con una visione strategica tra Oriente e Occidente. Essa è stato un progetto pensato, realizzato e utilizzato, nella fase monocentrica, dagli Stati Uniti per le proprie strategie di dominio mondiale.

L’Italia? Una espressione geografica, al servizio degli USA e dei loro principali servitori (Germania e Francia), governata da:

 

<< Facce che lasciano intendere di sapere tutto e non dicono niente
Facce che non sanno niente e dicono di tutto
Facce suadenti e cordiali con il sorriso di plastica
Facce esperte e competenti che crollano al primo congiuntivo
Facce compiaciute e vanitose che si auto incensano come vecchie baldracche
Facce da galera che non sopportano la galera e si danno malati
Facce che dietro le belle frasi hanno un passato vergognoso da nascondere
Facce da bar che ti aggrediscono con un delirio di sputi e di idiozie
Facce megalomani da ducetti dilettanti
Facce ciniche da scuola di partito allenate ai sotterfugi e ai colpi bassi
Facce che hanno sempre la risposta pronta e non trovi mai il tempo di mandarle a fare in culo
Facce che straboccano solidarietà
Facce da mafiosi che combattono la mafia
Facce da servi intellettuali, da servi gallonati, facce da servi e basta
Facce scolpite nella pietra che con grande autorevolezza sparano cazzate
Non c’è neanche una faccia, neanche una he abbia dentro con il segno di qualsiasi ideale una faccia che ricordi il coraggio, il rigore, l’esilio, la galera.

No, c’è solo l’egoismo incontrollato, la smania di affermarsi, il potere, il denaro, l’avidità più diffusa, dentro a queste facce impotenti e assetate di potere […] >> (5).

 

 

 

NOTE

 

1.Redazione de l’Antidiplomatico, Nave da guerra USA entra nel Mar Nero vicino alla Russia, www.lantidiplomatico.it, 23/1/20121.

2.Redazione Ansa, Biden mette subito nel mirino la Russia e la Cina, www.ansa.it, 25/1/2021.

3.Roberto Aliboni, a cura di, La Nato e il Grande Medio Oriente, www.iai.it, 2005.

4.Luigi Longo, La Siria punto di svolta della fase multicentrica, www.italiaeilmondo.com, 15/4/2018.

5.Giorgio Gaber, Mi fa male il mondo in Album “E pensare che c’era il pensiero”, www.giorgiogaber.it, 1995.

 

 

 

 

LA PREMESSA REDAZIONALE

 

AMB. RAIMBAUD A L’AD: “IN LIBIA E SIRIA, I MEDIA OCCIDENTALI HANNO FAVORITO GLI AGGRESSORI E I CRIMINALI”

 “Bashar al Assad non ha torto quando dice che non cambierà nulla tra un repubblicano e un democratico in generale, tra Trump e Biden in particolare. Nulla cambierà per il mondo arabo e in particolare per la Siria.” A dichiararlo all’AntiDiplomatico è Michel Raimbaud, decano della diplomazia francese, professore di relazioni internazionali e autore di diversi libri di successo sul Medio Oriente. Dopo una lunga carriera come Ambasciatore nella regione ha visto da vicino l’inizio delle cosiddette “primavere arabe” che per Raimbaud sono stati eventi “manipolati da attivisti formati da ONG occidentali in Occidente”. E ancora: “Questi eventi, che per dieci anni hanno seminato caos, distruzione” hanno creato “un clima di guerra aperta nella maggior parte dei paesi arabi”. Con un’eccezione molto sospetta ricorda l’Ambasciatore francese:“Le monarchie petrolifere (Arabia Saudita e Stati del Golfo) sono state curiosamente risparmiate”.

I danni prodotti sono stati enormi. Paesi distrutti e popoli alla disperazione. Ma la resistenza siriana, come sottolinea ampiamente Raimbaud nel corso della sua intervista, ha segnato un punto di svolta storico, con la Nato e i suoi progetti in stile Libia che sono stati sconfitti: “La Siria è devastata, ma non è stata sconfitta e smantellata dopo dieci anni di guerra spietata con un’aggressione collettiva. Va notato che la Russia, ma anche la Cina, stanno sviluppando congiuntamente una potente cooperazione strategica e che sono entrambi sostenitori della Siria di fronte all’aggressione islamista occidentale.” E la debacle occidentale mostrata sulla vicenda Covid per l’Ambasciatore francese è un segnale fondamentale. “La disastrosa gestione della pandemia negli USA e in Europa occidentale, rispetto al controllo cinese e alla gestione efficace della crisi da parte della Russia. Russia e Cina sono uscite vittoriose sull’Occidente nella lotta anti-Covid agli occhi del mondo.”

L’INTERVISTA

Signor Raimbaud, il 2021 segna il decimo anniversario della cosiddetta Primavera araba. Quale valutazione possiamo fare?

Precisiamo innanzitutto che i movimenti di protesta scoppiati dal dicembre 2010 (in Tunisia) alla primavera 2011 non sono ovviamente né “primavere” politiche, né “rivoluzioni pacifiche e spontanee” per la democrazia e per i diritti umani. Sebbene inizialmente attirassero persone di buona fede che combattevano contro la corruzione e i regimi autoritari, divenne presto evidente che i movimenti erano supervisionati, addestrati e manipolati da attivisti formati da ONG occidentali in Occidente, con tecniche standardizzate di mobilitazione, propaganda e organizzazione, apprese sul campo grazie alle rivoluzioni colorate che hanno portato allo smantellamento dell’ex Jugoslavia negli anni ’90 (movimento OTPOR = resistenza).

Dalle corporazioni mediatiche dominanti sono state descritte come “lotte per la democrazia e per i diritti umani”. Che cosa sono state in realtà?

Le richieste riguardavano la partenza dei Capo di Stato, il cambio di governo e riforme volte ad indebolire o distruggere lo Stato, le istituzioni, gli eserciti (obiettivi prioritari per i “rivoluzionari” sempre ispirati dall’estero, per gli occidentali e per Israele). Le invocazioni alla democrazia e ai diritti umani sono esche intese ad attirare le simpatie dei protettori e degli “amici” occidentali. Queste rivolte organizzate, orchestrate, manipolate e presto pesantemente finanziate e armate dall’estero (i paesi anglosassoni tramite le ONG) degenereranno in conflitti e situazioni caotiche, estendendosi di paese in paese dal Maghreb al Mashrek. Questa cascata di tragedie non è un susseguirsi di guerre civili isolate e spontanee, come suggerisce la falsa versione trasmessa in Occidente per nascondere la grossolana ingerenza dell’Impero Atlantico. Nel loro insieme, costituiscono le componenti di un piano di destabilizzazione e distruzione (non possiamo ripeterlo abbastanza) concertato, immaginato, teorizzato dall’America, dai suoi genitori anglosassoni e dal suo ramo israeliano. Questa impresa si affida ovviamente a staffette, complici, alleati in tutti i Paesi interessati: in primo piano le forze estremiste islamiche: spesso i Fratelli Musulmani, patrocinati da Turchia e Qatar oppure i movimenti influenzati dai wahhabiti del ‘Arabia Saudita o dagli Emirati Arabi Uniti o altri paesi del Golfo. Senza questa alleanza aperta e finalmente riconosciuta dagli stakeholder tra Occidente e Israele da un lato, Stati e forze islamiste dall’altro, non ci sarebbero state “rivoluzioni”, che prenderanno varie svolte e sperimenteranno vari sviluppi.

Dalla Tunisia alla Libia è stata una rapida escalation. Il piano iniziale per eliminare Gheddafi è saltato e si è dovuti intervenire con una guerra criminale i cui effetti pesano ancora oggi. E’ stata la resistenza del popolo siriano a fermare il piano di completa destabilizzazione dell’aera pensato a Washington?

I primi risultati si notano subito in Tunisia, poi in Egitto (con la cacciata di Ben Ali e Mubarak dopo poche settimane), i processi elettorali metteranno al potere piuttosto rigidamente i Fratelli Musulmani, poi verrà l’instabilità politica, insicurezza, destabilizzazione. In Algeria e Mauritania, una prima “primavera” è stata segnalata nel gennaio 2011 e soffocata. Allo stesso modo in Marocco, dove il re ripristinò rapidamente la situazione, e in Bahrain, dove l’Arabia intervenne per salvare la dinastia sunnita contro una popolazione sciita. Il trambusto non si è mai fermato. La “rivoluzione” prende piede in Yemen e si trasforma in guerra civile: dura fino ad ora. La Libia e poi la Siria vengono colpite. La Jamahiriya di Gheddafi dovrà affrontare l’intervento illegale della NATO, la secessione e il caos. Gheddafi sarà assassinato dai “rivoluzionari” aiutati dai “servizi” occidentali. Lo stato è distrutto e non si è mai ripreso. La Siria sperimenterà la guerra contro il jihadismo, gli occidentali, gli islamisti e il terrorismo, gli “Amici del popolo siriano” (114 stati alla fine del 2012, numero che poi si scioglierà). La poliedrica guerra (“Le guerre della Siria”, titolo del mio ultimo lavoro, pubblicato nel giugno 2019)) assumerà rapidamente le sembianze di una guerra di aggressione, anche nei suoi aspetti jihadisti e terroristici più violenti e spettacolari. Questi eventi, che per dieci anni hanno seminato caos, distruzione e creato un clima di guerra aperta nella maggior parte dei paesi arabi ma anche nel Medio Oriente “allargato” (il Grande Medio Oriente di George W. Bush), hanno evidenziato prova del confronto globale tra l’America e il suo impero israelo-anglosassone da un lato e i due Grandi “emergenti” o “rinati” dell’Eurasia e dei loro alleati dall’altra. In questo confronto politico ed economico globale , finanziari, militari, strategici, ideologici e geopolitici, i paesi del Grande Medio Oriente sono una posta in gioco, un campo di battaglia e attori decisivi (cfr. Il mio libro “Storm on the Greater Middle East” 2015 – 2017). Tornerò su questo più tardi.

È interessante notare che quasi tutti i paesi repubblicani arabi sono stati colpiti da questa “epidemia”, dal Nord Africa al Medio Oriente, così come due monarchie, Marocco e il Bahrein. Le monarchie petrolifere (Arabia Saudita e Stati del Golfo) sono state curiosamente risparmiate, mentre i loro regimi sono i più arretrati, ma sono sostenuti dagli Stati Uniti e dall’Occidente. Per quanto riguarda il ruolo dei media, merita un libro a parte. Lo menziono in una risposta seguente.

Facciamo un passo indietro. I leader di Libia e Siria, Gheddafi e Assad, nel 2010 visitano paesi europei come l’Italia e la Francia, con rapporti che sembrano cordiali. Un anno dopo, la Libia vive le rivolte che hanno portato all’assassinio di Gheddafi e inizia una guerra in Siria con Assad che resiste. La stessa Turchia di Erdogan aveva ottimi rapporti con la Siria. Cosa ha causato questo cambiamento di rotta?

I rapporti erano indubbiamente ingannevolmente cordiali nei due casi da lei segnalati; Questi due casi devono essere separati. Si tratta più o meno per gli europei di ottenere dai capi di Stato, noti per la loro fermezza nei principi e la loro fedeltà nelle alleanze, nelle concessioni politiche, strategiche o economiche (in materia di petrolio o gas), senza che ci fosse una controparte dalla parte di Parigi o di Roma. Per quanto riguarda la Libia, penso che l’idea era quella di riuscire a convincere Gheddafi a rinunciare a qualsiasi progetto nucleare (lo farà) e ai suoi piani per l’indipendenza e l’unità economica, finanziaria e monetaria dell’Africa (non lo farà e quindi andava “punito”). Il caso siriano è un po’ diverso. La Francia fu apparentemente responsabile di aver trasmesso la pressione americana di W. Bush e Colin Powell su Bashar al Assad, al fine di convincere quest’ultimo a rinunciare alla sua alleanza con l’Iran e alle sue relazioni con Hezbollah, per compiacere Israele. Il presidente siriano non si arrese, e gli chiesero un risarcimento per i progetti dell’oleodotto. Bashar al Assad ancora non si arrese, la doveva pagare. Capito che questi punti sono probabilmente solo la parte emergente del caso. Nel 2010/2011 a Washington è scritto in modo chiaro che la Siria deve essere distrutta. In assenza di un pretesto, lo creeremo. Concessione o assenza di concessione, è scritto che ci sarà guerra grazie all’epidemia di “rivoluzioni”, questa che permette lo scoppio di un conflitto a priori dall’interno, senza che ci siano interferenze troppo appariscenti.

Gheddafi aveva allacciato fruttuosi rapporti politici ed economici con l’Italia, accordi sul petrolio e sulle infrastrutture durante il governo Berlusconi. La guerra contro la Libia che ha visto la Francia di Sarkozi tra i suoi principali promotori, secondo lei, è azzardato dire che è stata una guerra contro l’Italia per mettere le mani sul petrolio libico?

Sì, penso che sia azzardato. Per la Libia, non è soprattutto il petrolio a essere stato preso di mira. Sono soprattutto “i miliardi di Gheddafi”, cioè i fondi libici (probabilmente diverse centinaia di miliardi di dollari) e saranno congelati prima di “sparire”… Ma l’obiettivo principale dell’intervento armato della NATO è liquidare Gheddafi per impedirgli di finanziare un sistema monetario africano indipendente dal dollaro, dall’euro e dall’Occidente. Dovevano quindi distruggere lo Stato libico, cosa che sarà fatta.

Come giudica il ruolo dell’informazione occidentale, del Golfo nei conflitti in Siria e Libia? Quanto è stata importante la propaganda? 

Il ruolo di questi media a cui si riferisce è stato altamente dannoso e la propaganda si è combinata con un vero lavaggio del cervello. Hanno tutti partecipato alla massiccia disinformazione delle opinioni: dalle menzogne degli intellettuali alla disonestà dei politici. I giornalisti e “reporter” sul campo hanno largamente contribuito a una gigantesca truffa intellettuale e ad una cieca unanimità a favore degli aggressori e dei criminali, in Siria come in Libia. I media occidentali hanno fatto molto per distruggere il magistero morale che l’Occidente ed i suoi clienti hanno erroneamente rivendicato.

Che Paese era la Siria prima della guerra?

“Cuore pulsante dell’Arabismo”, sede dei primi califfi, centro d’influenza dell’Islam illuminato e culla del cristianesimo, la Siria, addirittura privata dalla colonizzazione e dai mandati del 40% del suo territorio storico, ha goduto ‘grande prestigio tra arabi e musulmani. In questo paese con un ricco patrimonio archeologico e storico, dove la tolleranza è sancita nei costumi e nella convivialità delle religioni e delle denominazioni nel marmo, abbiamo coltivato e ci sforziamo ancora di coltivare un’arte di vivere che ancora piace ai visitatori. La qualità della sua diplomazia e la coerenza dei suoi impegni e alleanze le hanno sempre attratto rispetto, direi anche nella sfortuna del momento. La Siria è un paese radioso per natura. Un paese prospero, indipendente, stabile, autosufficiente, che produce la maggior parte di ciò che consuma e consuma ciò che produce, un paese senza debito estero o dipendenza dal FMI e dalla Banca mondiale. Un sistema scolastico e educativo libero, efficiente e formativo di un gran numero di laureati e dirigenti di valore, spesso purtroppo tentati dalla diaspora e molti dei quali emigrati durante la guerra. Un sistema sanitario e assistenziale notevole, moderno e gratuito, presente su tutto il territorio siriano, che attraeva gli abitanti dei paesi vicini. Un paese autosufficiente che produceva tutte le gamme di farmaci, anche per l’esportazione. Più in generale, una rete di servizi sociali efficienti. Un’economia moderna in fase di riforma. Potremmo aggiungere “che fine ha fatto la Siria” ricordando alcune cifre e realtà. 400.000 morti, uno o due milioni di feriti e mutilati, sei o sette milioni di siriani “sfollati”, cioè costretti a trasferirsi altrove sul territorio siriano a causa della guerra e terrorismo, Almeno cinque milioni di siriani che si sono rifugiati in Libano, Giordania, Turchia, a volte in Europa, il più delle volte per fuggire dai terroristi, dall’opposizione armata, dagli occupanti, dagli abusi, dalla fame, ecc. . Il 60% del Paese devastato, un altro 20% occupato da turchi, forze americane, europei, appoggiati dai separatisti curdi …

Cosa rappresenta la Resistenza siriana, dopo 10 anni di guerra e sanzioni, anche grazie all’aiuto di Russia, Iran ed Hezbollah? Questo conflitto non si è concluso secondo le agende occidentali, principalmente quella di Stati Uniti e Israele. Questa guerra ha rimodellato l’equilibrio geopolitico con nuovi attori globali come Cina e Russia che ostacolano i piani occidentali?

In parte sì. Certo, la Siria è devastata, ma non è stata sconfitta e smantellata dopo dieci anni di guerra spietata con un’aggressione collettiva a cui hanno preso parte in un modo o nell’altro più di cento membri della “comunità internazionale”, vale a dire più della metà delle Nazioni Unite, nonché a un flusso infinitamente rinnovato di decine o centinaia di migliaia di terroristi che affermano di essere parte della guerra santa. Ha certamente beneficiato del sostegno di alleati fedeli (Iran, Hezbollah libanese, Russia, Cina, persino i movimenti sciiti iracheni, che stanno gradualmente emergendo dall’abbraccio americano), ma resta il fatto che l’esercito siriano ha resistito quasi solo a tutti i nemici sopra citati per quattro anni e mezzo, da marzo 2011 a settembre 2015, la data dell’intervento aereo dell’Esercito russo che si schiera al suo fianco. L’equilibrio geopolitico si è gradualmente spostato ed i piani occidentali e israeliani sono stati ostacolati. Ma l’Occidente non si considera vinto, vietando il ritorno dei profughi, la ricostruzione, la vita normale, attraverso una guerra invisibile (dall’esterno) e silenziosa (o completamente zittita dai media occidentali.

Diversi paesi africani e in particolare alcune monarchie del Golfo hanno ristabilito le relazioni diplomatiche con Israele. Questa mossa, sotto la guida di Trump, è l’ennesimo colpo all’Iran o un colpo decisivo alle rivendicazioni e alla lotta del popolo palestinese?

Non sono nei segreti di Israele, ma credo che ci sia da un lato il desiderio di minacciare l’Iran (l’appoggio di Trump è stato garantito a tal proposito), di sferrare un colpo “decisivo” all’Iran. Gli israeliani pretendono, ma forse soprattutto di demolire simbolicamente l’idea di Palestina, sacra causa degli arabi ”. La normalizzazione con Emirati, Bahrein, e forse soprattutto Sudan, non è più un fatto marginale, soprattutto quando il Marocco si unisce al processo, soprattutto come il sostegno più profondo e intimo, che della Siria (e forse quella dell’Iran) è resa problematica dalla situazione della Siria devastata da dieci anni di guerra, sanzionata e attaccata da una nuova guerra, silenziosa e invisibile, che la soffoca e la strangola.

Quando al presidente Assad viene chiesto se la leadership politica può cambiare negli Stati Uniti tra un democratico e un repubblicano, risponde che non cambierà nulla. Perché sono le lobby, le multinazionali, che decidono il corso della politica americana. Pensa che cambierà qualcosa cambia con Biden?

Il presidente Bashar al Assad non ha torto quando dice che non cambierà nulla tra un repubblicano e un democratico in generale, tra Trump e Biden in particolare. Nulla cambierà per il mondo arabo e in particolare per la Siria. Almeno in linea di principio, perché un cambiamento a Teheran, promesso da Biden, potrebbe avere qualche impatto indiretto sulla situazione in Siria. In effetti, il presidente americano è forse l’uomo più potente del mondo, ma non è, tutt’altro, l’uomo più potente degli Stati Uniti. Così come il Congresso è ben lungi dall’essere onnipotente come talvolta dà l’impressione. È lo “stato profondo” neoconservatore che guida, sostenuto dalla comunità ebraica sionista e dalla potente lobby dei cristiani sionisti protestanti (la Chiesa evangelica in particolare, che rivendica più di 60 milioni di membri in America e 600 milioni nel mondo. ). Le lobby, le 17 agenzie di intelligence statunitensi, che riuniscono senza dubbio più di un milione di agenti, la gerarchia militare, le banche, il GAFAM, fanno parte di questo “stato profondo”: Trump ve lo direbbe probabilmente.

In conclusione, dopo i fallimenti dell’Occidente in America Latina, sulla gestione della pandemia da Covid-19, la presenza di una forte resistenza in Medio Oriente, nuove potenze emergenti come Russia e Cina, possiamo prevedere in tempi non lontani un declino dell’imperialismo occidentale e americano in particolare?

Questo declino è in atto, altrimenti l’America avrebbe già lanciato un assalto a Russia e Cina. La Cina è diventata la prima potenza economica e commerciale del mondo. È la fabbrica del mondo. Sta rapidamente diventando una delle principali potenze militari. La Russia ha riconquistato la parità militare con l’America, senza avere un enorme budget per la difesa, è una grande potenza energetica e sta diventando una grande potenza agricola. Infine, è tornato ad essere un potere di riferimento politico e diplomatico, che vuole garantire il ritorno al diritto internazionale, deriso e distrutto dall’Occidente. Va notato che la Russia, ma anche la Cina, stanno sviluppando congiuntamente una potente cooperazione strategica e che sono entrambi sostenitori della Siria di fronte all’aggressione islamista occidentale. Militarmente e diplomaticamente per la Russia, diplomaticamente specialmente (finora) per la Cina. Infine, visto che si parla del Covid, notiamo la disastrosa gestione della pandemia negli USA e in Europa occidentale, rispetto al controllo cinese e alla gestione efficace della crisi da parte della Russia. Russia e Cina sono uscite vittoriose sull’Occidente nella lotta anti-Covid agli occhi del mondo.

 

 

la trappola…e il tramonto di un Presidente, di Giuseppe Germinario

Ieri, 6 gennaio, era il giorno annunciato; il punto di svolta di cinque anni di scontro politico negli Stati Uniti. Questo punto di svolta non è stato l’assemblea riunita del Congresso Americano che doveva certificare e che oggi 7 gennaio ha certificato l’elezione del nuovo presidente. È stata invece la manifestazione e la sua conduzione; soprattutto l’obbiettivo politico strategico che ha, meglio avrebbe dovuto informare e guidare quella iniziativa così impegnativa.

Due punti fermi:

  • il vicepresidente Pence aveva la facoltà di rinviare la certificazione del voto negli stati contestati a quegli stati stessi; entro due mesi questi ultimi avrebbero dovuto decidere entro due mesi se confermare o meno il responso

  • gli indizi che l’elezione di Biden sia il frutto di un broglio elettorale in quantità industriale sono pesantissimi. In Italia, ovviamente, non disponiamo delle prove come spesso e volentieri ci viene rimproverato strumentalmente; quelle sono in possesso dei manipolatori e del collegio di avvocati che ha contestato quelle modalità di svolgimento. Del resto Trump era stato avvertito con dovizia di particolari sin da giugno scorso di quello che si stava tramando

La manifestazione a Washington avrebbe dovuto essere uno straordinario momento di pressione e delegittimazione di una classe dirigente e di un ceto decadente e fatiscente al quale è legato con un cordone ombelicale una classe dirigente europea altrettanto fatiscente. Si è rivelata una trappola tanto tragica quanto scontata, almeno per chi ha esperienza di queste cose.

È molto probabile che, con l’assenza di un dissuasivo apparato di sicurezza appena sufficiente, si sia incentivata ed istigata la parte più radicale e irrazionale di quel movimento e di quella manifestazione; è certo però che quel movimento soffre di una carenza di guida e di strategia, di obbiettivi politici di fondo chiari che apre varchi enormi a quelle componenti irrazionali e sterilmente radicali che in più occasioni, sin dagli albori, avevano rivelato il loro cieco anarchismo. Non è un caso che il gruppo che aveva concepito e portato al successo la prima candidatura di Trump, valutando tra l’altro questo, si era immediatamente sciolto al momento dell’insediamento di “the Donald”. È quindi in quel movimento e in quella manifestazione, in chi la ha condotta che risiede la responsabilità politica di questo epilogo, compreso l’incredibile invito esplicito del Presidente ai manifestanti di raggiungere la sede del Congresso.

Questo epilogo rappresenta molto probabilmente la fine della carriera politica di Donald Trump; molto probabilmente rappresenterà la fine civile tragica del personaggio, se non a prezzo, ma non è detto che sia sufficiente, di un umiliante ritorno a Canossa, molto più degradante di quello subito ed accettato da Berlusconi. Osservando il personaggio, un epilogo quest’ultimo improbabile.

L’epilogo cruciale della manifestazione è avvenuto nel momento di una sconfitta tattica pesante, la conferma dell’elezione di Biden, ma di una situazione strategica abbastanza favorevole al movimento di Trump. Le elezioni avevano rivelato il radicamento del movimento in territori pregiudizialmente ostici sino a pochi anni fa; in comunità etniche, comprese la nera, sino ad ora appannaggio e riserva elettorale e di consenso esclusiva dei democratici; in ceti sociali sino a qualche anno fa inaccessibili al richiamo del partito repubblicano. Per raggiungere questo risultato Trump è stato capace di rivoluzionare quel partito senza però aver avuto la capacità ed il tempo di sostituire sufficientemente ed adeguatamente il suo gruppo dirigente.

Il punto di forza di questo movimento è stato ed è ancora il suo patriottismo e il nazionalismo. Due virtù che prevedevano una riconsiderazione della politica internazionale, una avversione al globalismo o quantomeno alle sue modalità di esercizio e il tentativo di ricostruire una formazione sociale più coesa ed economicamente più equilibrata.

Due virtù che però hanno guardato al passato remoto degli Stati Uniti, alla sua costituzione originaria varata da George Washington nel ‘700.

Non è, storicamente, una novità. Spesso i movimenti rivoluzionari e di trasformazione si sono attaccati al passato sotto una veste apparentemente reazionaria e conservatrice che comprendeva in essa contenuti programmatici adeguati alle esigenze di rinnovamento e alle trasformazioni in corso.

Questo movimento e i suoi gruppi dirigenti così approssimativi hanno una particolare difficoltà a coniugare questi aspetti.

La situazione degli Stati Uniti è particolarmente precaria e difficile: i competitori nello scacchiere geopolitico si stanno moltiplicando e stanno mettendo in discussione dall’interno il circuito costruito in questi ultimi quarant’anni. Un circuito, associato all’ideologia neocon e politicamente corretta strette in un paradossale sodalizio, che ha accelerato i processi interni a quel paese di polarizzazione geografica, di frammentazione ed isolamento etnici agli antipodi dell’ideale originario di “melting pot”, di degrado di intere aree geografiche e metropolitane, di scomposizione e degrado di ceti medi tipici di una fase regressiva.

Una situazione che avrebbe dovuto ancor di più spingere le menti di quel movimento a pazientare, a tessere con maggior convinzione una trama che accentuasse ulteriormente l’erosione della base sociale democratica e neocon, che tentasse un dialogo almeno larvato con le espressioni politiche dissenzienti di quella area ormai sempre più riottosa, a dispetto dell’opportunismo e del trasformismo dei suoi capi, a cominciare da Sanders e Cortez, ad accettare le logiche di appartenenza ad un partito contrapposto artificialmente all’altro.

Sull’onda dell’euforia del momento Trump e chi per lui ha scelto una strada diversa, a cominciare dalla polemica sulla natura socialista di quelle forze avverse, quando in realtà si trattava di una natura egualitaria, per altro per alcuni settori specifici della società (studenti, emarginati) che tuttalpiù sfociava facilmente in forme di assistenzialismo. Per non parlare della connotazione religiosa e messianica offerta per altri aspetti dello scontro politico. Una strada comprensibile, per le caratteristiche intrinseche del proprio movimento e per i limiti ancor più gravi dei suoi leader, ma non giustificabile, specie in una fase nella quale stanno emergendo tutte le contraddizioni che stanno mettendo a rischio la coesione e l’esistenza dello stesso partito democratico americano.

A questo si è aggiunta una ingenuità inspiegabile per un leader che ha conosciuto quattro anni di scontro politico della virulenza vissuta da Donald Trump; quello di aver fondato le aspettative di rivalsa prevalentemente su una azione legale, per quanto fondata giuridicamente, quando in realtà si tratta di uno scontro politico talmente esistenziale da coinvolgere apparati di potere ben più pervasivi, potenti ed operativi nel loro intreccio di legami.

Tutti limiti che rischiano di trasformare un movimento fondato su principi di unità nazionale e di patriottismo ostentato in un movimento in fase di ripiego disposto ad accettare e promuovere ipotesi di secessione dagli esiti tragici per se stesso e per il paese nella sua unitarietà.

Viene in particolare alla luce il limite di fondo di rappresentazione della realtà che sta guidando un movimento per altro ancora così eterogeneo e frammentato. Una rappresentazione che raffigura il conflitto insanabile tra un basso, la base popolare e produttiva ed un alto, raffigurato in un establishment arroccato, chiuso ed autoreferenziale. Quell’establishment sta scivolando sicuramente lungo questo declivio; ma è appunto un processo tutt’altro che compiuto o in fase di esaurimento. Dispone ancora del controllo pressoché totale dei centri di comando degli apparati coercitivi ed amministrativi, anche se meno nella loro base esecutiva; e una disarticolazione, un indebolimento e una sostituzione di quei centri è una parte fondamentale dell’azione politica, specie quella più “riservata”. Dispone per altro ancora di una discreta capacità di aggregazione di una parte significativa della base sociale e soprattutto del controllo maggioritario dei settori tecnologici più avanzati e delle prospettive di futuro che, nel bene e nel male, questi possono offrire.

Sta di fatto che gli Stati Uniti sono una nazione politicamente divisa in due e socialmente polarizzata sia verticalmente che orizzontalmente; una frammentazione sociale che rischia di portare ad una frammentazione politica.

Il successo di un movimento politico così alternativo non può prescindere da una azione di erosione in quei tre ambiti sucitati e dal superamento di una fase e concezione spontaneistica che induce a sottovalutare l’importanza della formazione di gruppo dirigente politico, di una élite adeguati.

Il successo più o meno pianificato della trappola dell’assalto al Campidoglio richiederà molto probabilmente il sacrificio, probabilmente tragico, di un leader; porrà certamente il movimento e i nuovi leader che la fucina del conflitto sta facendo emergere di fronte ad un bivio non più eludibile. Dalla strada che sapranno o saranno indotti a prendere dipenderà la natura e la modalità di svolgimento di un conflitto particolarmente virulento e destabilizzante, tutt’altro però che sopito e messo a tacere. Ne vedremo sicuramente delle belle, anche tragicamente belle, non solo lì, ma anche nelle implicazioni più contorte, anche qui, nel nostro paese così provincialotto e perennemente in attesa delle decisioni altrui.

Elezioni americane, una settimana di fuoco _ con Gianfranco Campa

la settimana tra il 4 e il 10 gennaio è cruciale per lo scontro politico in corso negli Stati Uniti. Deciderà dell’insediamento alla Casa Bianca, certamente non porrà fine ad una contesa che tutto lascia pensare, soprattutto le mosse di Trump, assumerà toni sempre più aspri e definitivi. I colpi bassi non mancano- Ci troviamo di fronte ad una elite decadente quanto arrogante che fatica a nascondere il lato oscuro dell’azione politica

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La risposta democratica alla dottrina Trump 2a parte, di Maya Kandel

La prima parte di questo sondaggio in due parti può essere trovata qui .

Trump ha aperto il più grande dibattito di politica estera negli Stati Uniti da decenni, dopo essere stato eletto nel 2016 sulla sua promessa di ridefinire il rapporto dell’America con il mondo. La sua risposta, “America First”, ha sfidato alcuni postulati dell’azione estera del paese e ha posto la questione del legame tra politica estera e politica interna al centro del dibattito democratico. Dopo una prima sezione dedicata alla  dottrina Trump , questa seconda sezione si concentra sulla visione, o più precisamente sulle visioni democratiche in politica estera: la dottrina Biden non esiste ancora, e si cristallizzerà solo sotto la prova di potere ed eventi dei prossimi anni. Ma è stato costruito da un’eredità di Trump che non negherà del tutto.

Ricostruisci dopo Trump

Il campo democratico condivide la diagnosi trumpiana di una crisi nella politica estera americana. La specificità del 2016, al di là di Trump, era legata alla specificità del momento per la politica estera, cristallizzando una doppia crisi, e in particolare una crisi interna di legittimità della politica estera: il fatto che gli americani non sostenessero più, e non capiva più l’azione esterna del Paese. Le élite democratiche specializzate in politica estera hanno visto questa crisi e hanno trascorso quattro anni cercando di trarne le conseguenze. 

Così va inteso lo slogan “  Build back better  ” della campagna Biden: ricostruire meglio e in modo diverso, come dopo un disastro naturale. La frase è il filo conduttore del nuovo consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, Jake Sullivan, che lo ha già assunto nel gennaio 2019. Non è un promemoria del truismo democratico che da tempo ripete che il potere esterno deve basarsi sul potere interno: l’ondata populista è passata da qui, ed è una riflessione sul 2016 e sul voto di Trump che lasciano i Democratici di oggi.

La dottrina Biden non esiste ancora e si cristallizzerà solo sotto la prova del potere e gli eventi dei prossimi anni. Ma si basa su un’eredità di Trump che non negherà del tutto.

MAYA KANDEL

Al centro della formula, portata dallo stesso Sullivan, troviamo questa  diagnosi  secondo la quale gli americani non sostengono più la politica estera perché sentono che non serve più i loro interessi: il che porta al secondo slogan del E ‘l’era Biden, già indossata da  Elizabeth Warren  durante le primarie, ovvero la volontà di fare “una politica estera per la borghesia” (americana, ovviamente). Questo è anche il titolo di un rapporto del think tank Carnegie, pubblicato a fine settembre ma frutto di un lavoro durato diversi anni lontano da Washington, per sondare gli americani nel “cuore del Paese” sulla loro visione e sulle loro aspettative. -politica estera visibile: questo rapporto, giustamente intitolato ”   Far funzionare la politica estera per la classe media  »Chiede di ripensare il ruolo internazionale del paese; tra i suoi coautori troviamo Jake Sullivan.

La nuova amministrazione democratica eredita altri elementi, grazie ancora a Trump, che lo ha reso possibile, proprio perché non era un esperto (eufemismo) e voleva scuotere il sistema, per mettere in discussione alcuni presupposti: esso È qui che troviamo l’altro slogan comune a entrambe le parti, la “fine delle guerre infinite” in Medio Oriente, un altro modo per porre fine al periodo successivo all’11 settembre 2001 (l’accelerazione degli annunci di ritiro – Afghanistan , Iraq, Somalia – dal momento che la sconfitta di Trump è adatta ai Democratici, che hanno protestato meno dei loro omologhi repubblicani). Vale anche la pena menzionare qui la messa in discussione del libero scambio su uno sfondo di critiche populiste sia da destra che da sinistra, considerando che la globalizzazioneavvantaggiavano le multinazionali e i loro profitti molto più degli interessi dei cittadini (anche se i consumatori potevano comprare a meno). Aggiunto alla fine del ruolo americano di “poliziotto del mondo”, già respinto da Obama con il pretesto di diminuire i mezzi, è infatti il ​​periodo del dopo Guerra Fredda che si chiude anche per i Democratici, con la comune constatazione del fallimento. del principio guida della politica estera americana dal 1990 che postulava l’idea che l’inclusione dei rivali nel sistema internazionale li avrebbe resi partner responsabili (anche, idealmente, democrazie liberali): Cina e Russia non sono diventate nessuno dei due, mentre la relativa potenza americana è diminuita di fronte all’ascesa dei paesi emergenti, a cominciare dalla Cina.di un “realismo” a lungo diffamato nell’intellighenzia di politica estera: ”   realismo con principi   ” nella dottrina Trump (una formula usata nella strategia di sicurezza nazionale del 2017), ”   realismo progressista   ” per la sinistra del partito democratico, il che suona in entrambi i casi come ammettere i limiti del potere americano.

La visione democratica differisce dalla dottrina Trump su due caratteristiche centrali: minacce e mezzi (il punto di partenza e il cuore della strategia). La prima divergenza strategica riguarda non solo la gerarchia delle minacce, ma anche più profondamente la loro natura. L’agenda democratica enfatizza le minacce globali e transnazionali, ampiamente ignorate dai repubblicani, e si colloca persino ai vertici come minaccia “esistenziale” – alla pari del comunismo durante la guerra fredda – non la Cina, ma il cambiamento climatico. La divergenza sui mezzi deriva principalmente da questa visione più ampia delle minacce, poiché la cooperazione internazionale diventa una condizione necessaria per affrontarle laddove l’amministrazione Trump aveva fatto dell’unilateralismo (o bilateralismo) il suo approccio unico alle relazioni internazionali. . Riscopre la tradizionale insistenza democratica sulla diplomazia e contro l’eccessiva militarizzazione della politica estera americana. Il multilateralismo nasce da questo per i Democratici, come metodo ma anche come principio, quello basato sulla convinzione che alleati e partner siano ancora il principale moltiplicatore di potere degli Stati Uniti sulla scena internazionale. Questa prospettiva non contraddice in alcun modo il fatto che un presidente americano abbia come priorità la difesa degli interessi americani, e non impedirà un approccio più nazionalista o patriottico alla definizione di questi stessi interessi; ma implica l’esistenza di una comunità internazionale, un’esistenza che il team di Trump aveva negato fin dall’inizio attraverso la voce del suo secondo segretario alla sicurezza nazionale, HR McMaster. Anche un simile approccio si opponela visione hobbesiana di uomo Trump affare , per i quali le relazioni internazionali non può essere un gioco a somma zero: i democratici ritengono che siamo in grado di proporre i propri interessi senza necessariamente danneggiare degli altri, anche spostandoli anche in avanti. Infine, Biden e la sua cerchia ristretta vogliono anche ricostruire una base bipartisan per la politica estera, al fine di garantire la stabilità dei principali orientamenti esterni del Paese: questo risponde a una preoccupazione di efficienza, ma anche al fatto che il principale  pericolo di polarizzazione  della politica estera è la perdita di fiducia dei partner di fronte alla cronica instabilità degli impegni internazionali degli Stati Uniti dalla fine della Guerra Fredda.

L’agenda democratica enfatizza le minacce globali e transnazionali, largamente ignorate dai repubblicani, e pone addirittura ai vertici come minaccia “esistenziale” – alla pari del comunismo durante la Guerra Fredda – non la Cina, ma il cambiamento climatico.

MAYA KANDEL

Ripoliticizzare la politica estera

Il filo conduttore del pensiero democratico, logica conseguenza della polarizzazione della politica estera americana, è quello della ripoliticizzazione della politica estera nel suo insieme, anche nella definizione degli interessi nazionali. Sullivan ha menzionato, nel suo articolo del 2019, uno scambio sintomatico con l’economista Jennifer Harris che gli ha chiesto perché la sua amministrazione seguisse comunque esattamente la stessa politica economica internazionale, quando la politica estera di Obama doveva essere una rottura con quella di Bush. Questa critica evoca il grilletto per la critica populista della politica estera (rifiuto di TINA,  There Is No Alternative, un altro nome del consenso neoliberista prevalente dagli anni ’80 fino alle sue recenti critiche), ricorda la necessità di studiare la base elettorale della politica estera, perché le questioni interne ed esterne sono intrecciate – ciò che i cittadini sanno. Si pone la necessità di ripensare la natura e il posto della politica economica internazionale al centro della strategia, argomento su cui hanno lavorato anche gli stessi Sullivan e Harris   in un articolo dal titolo originale premonitore ( Neoliberalism is done ), mettendo in discussione il postulati neoliberisti che hanno guidato la politica economica dall’era Reagan-Thatcher.

L’ ambizione di spazzare via quello che altri chiamano il “Washington consensus” sopravviverà ai vincoli politici americani? La domanda può essere posta, sia alla luce delle attuali condizioni politiche a Washington, sia per la molteplicità dei punti di vista democratici. Thomas Wright, analista presso la Brookings Institution di Washington, ha  proposto una dicotomia tra restaurazione o riforma come griglia per interpretare la politica estera di Biden, visto che il dibattito principale si svolge all’interno di circoli centristi, tra lealisti della linea Obama (restaurazione) e desiderio di diritti di inventario (riforma) . Siamo tentati di aggiungere “rivoluzione” per tener conto del peso dei progressisti della tendenza AOC-Sanders (i Warrenisti sono più dalla parte dei riformatori della griglia di Wright) nel dibattito di politica estera. Il fatto che la sinistra della sinistra democratica intenda influenzare il dibattito di politica estera è già un fatto nuovo che guida le scelte della prossima amministrazione. La differenza si giocherà, per il mondo come per gli americani, sulla politica economica internazionale, soprattutto sul commercio, in particolare nelle sue variazioni sulla tecnologia e sul clima. Con speronela questione cinese , come per la dottrina Trump – uno sprone che potrebbe diventare il motore o addirittura la principale continuità, a causa  delle condizioni politiche degli Stati Uniti contemporanei evidenziati dalle elezioni del 2020: una vittoria democratica molto netta a livello nazionale, ma una base elettorale trumpista consolidata e ampliata, risultante in termini politici da un equilibrio di potere quasi uguale, con forse il mantenimento di un Senato repubblicano (risposta dopo il 5 gennaio 2021 e risultati dei due secondi turni delle elezioni senatoriali in Georgia). Ma l’agenda molto ambiziosa di Biden deve passare attraverso la legislazione. Il suo margine di manovra dipenderà quindi in larga misura da questo “terzo turno” delle elezioni, i due senatori georgiani, che determineranno gli equilibri politici all’interno del Senato.

Se il suo margine di manovra fosse limitato a livello nazionale da un Senato repubblicano, Biden potrebbe essere spinto ad agire più a livello internazionale dove l’azione del Presidente è meno vincolata dal Congresso. Tuttavia, l’amministrazione dovrà fare i conti da un lato con i due poli di un partito repubblicano diviso tra tendenze trumpiste all’isolazionismo e fautori di un internazionalismo militarista ora anti-cinese, e dall’altro si scontrerà con le divisioni del Campo democratico sulla politica estera. La ricerca di un sostegno bipartisan potrebbe in particolare irrigidire la politica cinese dell’amministrazione Biden, con conseguenze per il posizionamento europeo e lo sviluppo delle relazioni transatlantiche .

L’agenda molto ambiziosa di Biden deve passare attraverso la legislazione. Il suo margine di manovra dipenderà quindi in larga misura da questo “terzo turno” delle elezioni, i due senatori georgiani, che determineranno gli equilibri politici all’interno del Senato.

MAYA KANDEL

Ridefinire la sicurezza nazionale: l’offensiva progressiva

La pandemia e l’anno 2020 hanno fatto luce sulla  portata dei movimenti  nati o decollati dall’inizio della presidenza Trump, e soprattutto hanno permesso la loro cristallizzazione in una mobilitazione di massa popolare dopo la diffusione dell’assassinio di George Floyd. Sono infatti la reclusione, la disoccupazione forzata e gli effetti della pandemia che non solo hanno alimentato la frustrazione, ma hanno anche permesso la consapevolezza e le manifestazioni massicce, insolite e storiche della popolazione americana. Le mobilitazioni riunite ben oltre gli attivisti di  Black Lives Matter , hanno illustrato i legami e le convergenze di questi movimenti (dal  Sunrise Movement  al  Working Families Party attraverso i  Justice Democrats e molti gruppi femministi, etnici, LGBTQA +, ecc.), e hanno mostrato la forza dei “nuovi attivisti” – per citare l’espressione  nell’eccellente libro di  Mathieu Magnaudeix, movimenti nati o che hanno ha acquisito uno slancio notevole durante i quattro anni di presidenza di Trump. Questi sviluppi hanno trasformato la candidatura di Biden, costringendo il candidato a coinvolgere da vicino i progressisti nello sviluppo del suo progetto, con la costituzione di gruppi di lavoro tra il suo team e quello di Sanders, e più in generale alla sua futura amministrazione, con il  reclutamento all’interno del suo stretto staff di personalità appartenenti a minoranze etnico-razziali. Senza la fine delle primarie e la rinuncia e il chiaro raduno di Sanders da marzo 2020, possiamo immaginare che il campo democratico non si sarebbe avvicinato alla campagna generale nello stesso stato, e probabilmente non avremmo conosciuto una tale collaborazione. durante la campagna tra le due ali nemiche. Questa trasformazione ha colpito per la prima volta il clima economico del  programma , incluso Biden, a metà luglio dal programma soprannominato  Sunrise Movement , che era molto critico nei confronti del piano Biden di pochi mesi fa.

La progressiva offensiva per realizzare un vero cambiamento sistemico si è manifestata anche in politica estera. Questo aspetto segna una rottura con i Democratici – un segno della fine dell’era post-Guerra Fredda – al di là anche della messa in discussione di ciò che aveva guidato l’atteggiamento della sinistra durante la Guerra Fredda almeno fino a «la guerra del Vietnam: l’accettazione di un accantonamento nella politica interna, lasciando agli esperti di strateghi la conduzione degli affari esteri a causa dell’imperativo imperativo di lottare contro l’Unione Sovietica; a quel tempo, la politica estera era destinata anche a servire le classi medie perché garantiva la crescita economica (che in genere era il caso all’epoca). Dopo il Vietnam, la sinistra di sinistra si è poi trovata in una posizione pacifista e antimilitarista, senza però investire in politica estera al di là dell’opposizione aperta. Dopo la Guerra Fredda, alcuni pacifisti storici, come il rappresentante Ron Dellums, si erano persino uniti ai sostenitori degli interventi umanitari, in particolare negli anni ’90 (Bosnia, Haiti). Nel 2016, Sanders stava ancora relativamente trascurando la politica estera. Le primarie democratiche del 2019, al contrario, sono state l’occasione per affascinanti dibattiti sulla definizione di a in particolare durante gli anni ’90 (Bosnia, Haiti). Nel 2016, Sanders stava ancora relativamente trascurando la politica estera. Le primarie democratiche del 2019, al contrario, sono state l’occasione per dibattiti affascinanti sulla definizione di a soprattutto durante gli anni ’90 (Bosnia, Haiti). Nel 2016, Sanders stava ancora relativamente trascurando la politica estera. Le primarie democratiche del 2019, al contrario, sono state l’occasione per dibattiti affascinanti sulla definizione di a politica estera di sinistra . Questo sviluppo è indicativo delle crescenti ambizioni e del peso dell’ala progressista nel dibattito sulle idee democratiche e della strategia, in particolare del gruppo  Justice Democrats , di esercitare influenza dall’interno del sistema. Dopo ulteriori vittorie progressiste alle primarie del 2020, la sconfitta a New York del rappresentante Elliot Engel (presidente della commissione per gli affari esteri della Camera) ha portato a una lettera di quasi  70 organizzazioni progressiste, di solito incentrato sulla politica interna, chiedendo alla presidenza di questa Commissione decisiva di tradurre le idee progressiste nella politica estera americana: “moderazione e realismo progressista”, rivalutazione degli strumenti di politica estera (diplomazia, interventi militari, sanzioni, ecc.) e ridefinizione degli obiettivi (lotta alla corruzione, tutela della biodiversità, trattamento di alleati e avversari, ecc.).

Le primarie democratiche del 2019, al contrario, sono state l’occasione per dibattiti affascinanti sulla definizione di una politica estera di sinistra. Questo sviluppo è indicativo delle crescenti ambizioni e del peso dell’ala progressista nel dibattito sulle idee democratiche e della strategia, in particolare del gruppo  Justice Democrats , di esercitare influenza dall’interno del sistema.

MAYA KANDEL

Alla sua nomina, Jake Sullivan ha annunciato di voler ampliare la definizione del concetto di “sicurezza nazionale” che determina gli obiettivi dell’azione internazionale del Paese. Lo sviluppo più interessante finora è la scelta di John Kerry come inviato speciale per il clima e, soprattutto, la  decisione  di dargli un seggio e quindi una voce nel Consiglio di sicurezza nazionale alla Casa Bianca. , al centro dello sviluppo della politica estera. Il segnale è chiaro ed è stato richiamato sia da  Kerry  che da  Sullivan durante le rispettive nomine: il cambiamento climatico deve essere integrato nel pensiero della sicurezza nazionale e la diplomazia climatica sarà al centro della politica estera. Se c’è un argomento in cui europei e americani dovrebbero essere alleati naturali, è quello del clima; questa considerazione del clima si può trovare anche su tutte le questioni di politica interna, dall’agricoltura ai trasporti e alle infrastrutture,     essendo l ‘” ambizione climatica ” apparentemente un criterio per il reclutamento nel team di Biden. È anche un argomento su cui la conversazione deve includere la Cina, e apre orizzonti emozionanti (chiariti qui da  Pierre Charbonnier), per trasformare il pensiero geopolitico e geoeconomico, anche per l’Europa che dovrebbe coglierlo. È qui che si gioca anche una parte dell’ambizione dell’amministrazione Biden.

Un aspetto cruciale – soprattutto per l’Europa – sarà sicuramente il ruolo di Janet Yellen, nominata alla carica di Segretario del Tesoro e che sarà responsabile come tale della diplomazia economica dell’amministrazione Biden. Il suo slogan sarà con tutta probabilità ereditato anche da Trump, che ha aggiornato i principi geoeconomici definiti da Edward Luttwak alla fine della Guerra Fredda: la sicurezza economica è sicurezza nazionale. Da questo punto di vista, la sicurezza economica ha la precedenza sulle alleanze geopolitiche, e non il contrario. Yellen giocherà anche un ruolo di primo piano nella politica cinese, dal momento che gli elementi più decisivi messi in campo dall’amministrazione Trump sono stati posti dal Tesoro (elenco di entità e sanzioni extraterritoriali in generale). fiscalità  nazionale e internazionale nel programma Biden. Avrà il controllo sul destino dei decreti e dei regolamenti messi in atto dall’amministrazione Trump dopo il voto sulla riforma fiscale da parte del Congresso repubblicano alla fine del 2017, in particolare per quanto riguarda la tassazione delle multinazionali. Il suo tandem con il nuovo capo del commercio della Casa Bianca, Katherine Tai, sarà sicuramente una parte fondamentale delle prossime relazioni transatlantiche.

Un aspetto cruciale – soprattutto per l’Europa – sarà sicuramente il ruolo di Janet Yellen, nominata alla carica di Segretario del Tesoro e che sarà responsabile come tale della diplomazia economica dell’amministrazione Biden.

MAYA KANDEL

Ripensare le relazioni internazionali nel XXI °  secolo: la sfida cinese, l’emergenza clima

La Cina  divide i Democratici  (come i Repubblicani), e questo anche all’interno del campo progressista: tra chi rifiuta una nuova guerra fredda ma intende lottare contro un asse autoritario internazionale, e chi preferisce concentrarsi sui temi della cooperazione e un disimpegno militare americano. Ci sono molti intorno a Biden, tuttavia, soprattutto nella comunità strategica, che vedono la sfida cinese alla superpotenza statunitense come la principale sfida per la politica estera degli Stati Uniti nel ventunesimo secolo   come l’unico modo per ricostruire una politica estera. solido e affidabile perchébipartisan . Alcuni vanno anche oltre, vedendo nella questione cinese il  modo migliore  per Biden, in caso di Senato repubblicano, di fare politica estera   politica interna: una forma di inversione dell’adagio del senatore Vandenberg ( politica si ferma al bordo dell’acqua, il che significava che l’interesse nazionale era superiore – e indipendente da – qualsiasi posizione politica interna e quindi di parte); La Cina, come unico punto di convergenza della politica interna, diventa così il pretesto per la politica interna (per il commercio, la tecnologia, le infrastrutture, ecc. Tutto sotto l’ombrello della concorrenza con la Cina). Ovviamente non sarebbe la prima volta nella storia americana che un evento esterno servisse da pretesto per la trasformazione interna, essendo numerosi gli esempi storici da Hamilton a Roosevelt e Reagan. Ma sarebbe anche un ritorno a una gestione “tecnocratica”, presumibilmente “politicamente neutrale” della politica estera e degli interessi nazionali – precisamente il cuore dell’attuale protesta.

In un  ottimo articolo elencando diversi lavori recenti, l’economista Adam Tooze ha ricordato che la fine del periodo post-Guerra Fredda ha chiuso anche il periodo in cui gli Stati Uniti credevano di poter considerare le sfere economiche e strategiche come separate artificialmente o indipendenti da una delle Un’altra: nella tesi di Fukuyama sulla fine della storia c’era proprio questa idea che la crescita economica grazie alla globalizzazione potesse essere “geopoliticamente neutra”. Si volta pagina su quella che non è mai stata una finzione basata sull’idea che la globalizzazione americana fosse, come l’egemonia americana, necessariamente “benevola”, e sull’euforia globalizzante legata alla fine del guerra fredda. Nella comunità strategica americana, è davvero la realtà e “l’enormità” (come la chiamava giustamente Fareed Zakaria ) del potere cinese che spiega la svolta strategica dell’era Trump, l’adozione di un atteggiamento ostile – molto più che la preoccupazione per il deficit commerciale o la scomparsa dei lavori non qualificati dei colletti blu del Rust Cintura. È così che dobbiamo intendere il rilancio del concetto di “geoeconomia”, che Luttwak  aveva avanzato  proprio alla fine della Guerra Fredda. Il Pentagono ne è consapevole da tempo e il legame tra sicurezza nazionale e sicurezza economica è onnipresente nella  Strategia di difesa 2018 . La questione della leadership tecnologica e del futuro di Internet è al centro di questo nuovo approccio.

Mentre i leader americani (ed europei) hanno appena ammesso il legame tra la globalizzazione delle democrazie di mercato guidata dalle amministrazioni Clinton e Bush e l’attuale regressione democratica nella stessa area euro-atlantica, il concorrente progetto cinese di Routes de La seta riguarda una parte crescente dell’umanità e il suo modello di governo tecno-autoritario viene esportato in tutto il mondo. Il risveglio americano è troppo tardi? Adam Tooze conclude sulla necessità di pensare e fare il passo successivo, immaginare una forma di rilassamento sullo sfondo di una nuova era segnata dalla consapevolezza della sfida esistenziale posta dall’Antropocene – la pandemia del 2020 è il segno che questa era è iniziato. La domanda quindi è se americani ed europei, che lì potrebbero svolgere un ruolo veramente geopolitico, si daranno i mezzi per diventare loro stessi quello che lui voleva dai cinesi: partner responsabili e competenti, impegnati a gestire – se non risolvere – i rischi e le sfide di questa nuova era.

elezioni presidenziali americane_ X atto con Gianfranco Campa

Sull’esito delle elezioni presidenziali americane sembra essere calata una spessa cortina fumogena. Stampa e notiziari non ne parlano più. Si vuol dare l’impressione di un decorso normale verso l’insediamento di Biden, quando in questa vicenda c’è ben poco di normale. Ormai lo scontro politico ha assunto altri orizzonti che vanno oltre gennaio 2021. Un nuovo presidente sempre meno legittimato, ma intenzionato a cadere nella trappola della vendetta; una opposizione sempre più agguerrita in cerca di nuovi leader_Giuseppe Germinario

Il Kamalometro, di Giuseppe Masala

Il Kamalometro.
Forse ho trovato il termometro corretto per capire come andrà a finire la contesa giudiziaria sulle elezioni presidenziali in Usa.
Kamala Harris, vice presidente eletta o presunta tale a 25 giorni dalle elezioni Usa ancora non si è dimessa dal Senato come sarebbe dovuto. Ho controllato un po’ per fare qualche raffronto e ho scoperto che Obama si dimise a 12 giorni dalle elezioni che lo incoronarono Presidente.
Il Kamalometro segna +25 ed è già oltre la soglia d’allarme. Quando e se Kamala si dimetterà vorrà dire che i giochi saranno fatti. Al contrario, se non si dimetterà entro i prossimi 10 giorni possiamo parlare di gravi problemi.
[E’ un po’ buffa questa cosa, ma non essendo in grado di capire la battaglia legale in corso, mi affido a questo indicatore empirico]
NB_tratto da facebook

elezioni americane_ IX atto e oltre con Gianfranco Campa

Le notizie ormai si inseguono. Appena finita la registrazione trapelano notizie attendibili riguardante la separazione di Sydney Powell dalla squadra di avvocati guidata da Giuliani. Trump è orientato a riconoscere la vittoria di Biden e con lui Giuliani. La Powell, sostenuta dal generale Flynn, vorrebbe andare sino in fondo. Le prove di frode elettorale sarebbero schiaccianti; forse troppo però. Pare che a detenere le chiavi di accesso a Dominion siano proprio gli omini ombra del grande orecchio più importante. Non è più uno scontro che riguarda soprattutto il ceto politico. L’osso rischia di essere troppo grosso; anche per la stessa Corte Suprema e per mastini come Giuliani. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

 

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