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Breve panoramica sul problema dell’origine etnica degli albanesi_di Vladislav Sotirovic

Breve panoramica sul problema dell’origine etnica degli albanesi

Negli attuali circoli scientifici ufficiali, due correnti rappresentano opinioni opposte sull’origine etnica degli albanesi:

1) O che essi discendono direttamente dagli illiri indigeni balcanici (sopravvissuti e non assimilati) (dopo la migrazione degli slavi nei Balcani).

2) Oppure che siano originari del Caucaso (quindi immigrati e non nativi).

Da un punto di vista qualitativo-metodologico, questa teoria “caucasica” ha maggiori fondamenti scientifici perché si basa almeno su alcune fonti storiche, a differenza della prima teoria “illirica” (i cui sostenitori più accaniti sono gli albanesi per ragioni politiche del tutto comprensibili). Infatti, è certamente noto nella scienza storica che nell’antichità (ad esempio, al tempo di Alessandro Magno) esisteva un paese chiamato Albania nel Caucaso, il cui sovrano portò doni ad Alessandro quando questi attraversò il nord dell’Iran all’inseguimento del re persiano Dario III.

La fonte medievale fondamentale che ci parla dell’arrivo degli albanesi nei Balcani è il cronista e funzionario bizantino Mihailo Ataliota, che descrisse la storia bizantina dal 1034 al 1078. Secondo i suoi scritti, il comandante bizantino di Sicilia, Giorgio Maniak, partì con il suo esercito nel 1043 con l’intenzione di conquistare con la forza il trono di Costantinopoli. Nel suo esercito c’erano anche albanesi siciliani (insediati in Sicilia dal Caucaso dagli arabi) con le loro mogli e i loro figli. Dopo una sconfitta militare subita dal legittimo comandante imperiale sul lago Dorjan (oggi al confine tra la Macedonia del Nord e la Grecia), gli albanesi siciliani chiesero ai serbi locali di permettere loro di stabilirsi nelle montagne vicine, cosa che fecero. Così, secondo questa fonte bizantina, gli albanesi caucasico-siciliani (in turco Arnaut – “coloro che non sono tornati”) si stabilirono nella zona a nord-est della città di Elbasan (oggi in Albania).

La lingua albanese è menzionata per la prima volta nelle fonti storiche solo nel 1285 come “lingua albanesesca” in un manoscritto di Dubrovnik. Tuttavia, fonti bizantine del IX secolo ci dicono che l’etnonimo “albanese” non deve essere associato solo agli albanesi/Arnaut che conosciamo oggi, in cui l’etnonimo “Albani” si riferisce agli abitanti slavi della zona intorno alla città di Durazzo (oggi in Albania).

È abbastanza comprensibile perché la scienza albanese dell’albanologia rifiuti “caucasica” e parli solo dell’origine ‘illirica’ degli albanesi: oltre all’origine etnica, essi vogliono consolidare i diritti sulla provincia serba del Kosovo (i cui toponimi sono quasi esclusivamente slavo-serbi) e, sulla base di tali diritti storici “più antichi” rispetto ai serbi, affermare davanti al pubblico scientifico internazionale che il Kosovo non è serbo, ma albanese.

Tuttavia, la teoria “caucasica” sull’etnogenesi degli albanesi ha un vantaggio (ma scientificamente prezioso) rispetto alla teoria ‘illirica’: si basa su almeno due fonti storiche dirette e affidabili, mentre la teoria sull’origine “illirica” degli albanesi non si basa su nessuna.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario

Vilnius, Lituania

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici

Belgrado, Serbia

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

IL PRIMO “INTERVENTO UMANITARIO” DEL DOPOGUERRA FREDDA − VUKOVAR 1991

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L’obiettivo fondamentale dell’articolo è quello di presentare una visione alternativa e i fatti relativi al contesto politico-militare dell’“operazione Vukovar” del 1991 nel più ampio contesto della brutale distruzione interna ed esterna della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia (RSFJ), delle dispute storiche e delle lotte tra serbi e croati, nonché nel contesto del diritto internazionale e delle linee guida morali della politica globale e della sicurezza regionale all’inizio dell’era post-guerra fredda delle relazioni internazionali. L’articolo rompe con i tradizionali punti di vista storiografici e politici occidentali del dopoguerra fredda sulla natura della distruzione dell’ex Jugoslavia, seguita dalle sanguinose guerre per la sua successione, e come tale può essere un importante contributo alla creazione di un quadro scientifico più obiettivo sul tema della scomparsa della SFRY negli anni ’90.

La natura dell’“operazione Vukovar” nel 1991

La battaglia durata quasi tre mesi per questa città dello Srem occidentale sui fiumi Vuka e Danubio (dal 25 agosto al 18 novembre 1991) susciterà ancora reazioni sia da parte degli storici ‘loro’ che da parte dei “nostri”, ma ormai è passata abbastanza acqua sia sotto i ponti del Vuka che del Danubio per poter esprimere un giudizio in qualche modo pertinente su questa epopea etnico-politica croato-serba da una distanza storica sufficientemente lontana e neutrale, tenendo conto però delle esperienze personali dell’autore del testo come testimone del periodo della dissoluzione della RSFJ in cui viveva all’epoca. [1]

I croati e la “Tuđmanologia” croata post-jugoslava considerano l’“operazione Vukovar” del 1991 un’epopea e un simbolo della difesa dell’indipendenza croata e della resistenza croata contro la presunta “aggressione serbo-montenegrina-chetnik” alla giovane democrazia croata (cioè la Tuđmanocrazia come copertura per l’ISC di Pavelić appena restaurato). Per i croati, Vukovar è sia una “città eroica” che un “peccato orientale” della Croazia, dato che è stata di fatto consapevolmente sacrificata dal leader supremo per guadagnare punti politici a Berlino, Bruxelles e Washington – una pratica appresa da Franjo Tuđman e ripetuta dal presidente della Presidenza della Bosnia-Erzegovina, Alija Izetbegović (1925-2003), poco dopo con Srebrenica nel luglio 1995. [2]

D’altra parte, però, i serbi considerano le battaglie per la città di Vukovar come battaglie per la difesa dell’indipendenza della città, della Repubblica di Serbian Krayina e per la liberazione dei civili serbi imprigionati dalle torture e dai massacri perpetrati dai soldati della CDU-Ustashi nella città. In altre parole, per i serbi, l’operazione di Vukovar aveva principalmente un carattere umanitario e antifascista nel quadro della guerra di difesa della patria del 1991-1995, che i serbi hanno combattuto contro le politiche aggressive e serbofobiche di Zagabria e Sarajevo. [3]

Per quanto riguarda questa ricerca, sono libero di presentare due posizioni sul carattere essenziale della battaglia di Vukovar nel 1991, a cui altri ricercatori non hanno prestato sufficiente attenzione finora:

1. Si è trattato del primo “intervento umanitario” militare post-guerra fredda volto a liberare Vukovar come campo di concentramento per i serbi – un intervento che era già stato praticato dalle democrazie occidentali sia in Europa che nel “nuovo mondo” e basato sui fondamenti giuridici della Carta delle Nazioni Unite del 1945 e di altri atti di diritto internazionale. [4]

2. La liberazione di Vukovar ha impedito una potenziale aggressione da parte dei combattenti croati sul territorio della Serbia (una pratica che i croati avevano già messo in atto una volta durante la prima guerra mondiale nel 1914 e nel 1915) e mirava ad annettere lo Srem orientale come “terra storica croata” secondo l’immagine del Poglavnik Ante Pavelić, dato che l’obiettivo ideologico-nazionale fondamentale della politica di Tuđman negli anni ’90 era il ripristino dell’integrità territoriale dello Stato Indipendente di Croazia di Pavelić insieme alla pulizia etnica dei serbi rimasti in questa zona.[5] Tuttavia, non è escluso che Vukovar, in quanto avamposto militare eccellentemente fortificato, dovesse svolgere il ruolo di trampolino di lancio per un’ulteriore espansione territoriale della Croazia a scapito della Serbia nella regione di Bačka, dato che questa provincia della Vojvodina è stata apertamente rivendicata dai croati come terra etnografica croata sin dai tempi del Regno di Jugoslavia[6], cosa a cui nemmeno il regime di Tuđman ha rinunciato nelle sue apparizioni pubbliche e nella sua propaganda. Ricordiamo in questo contesto che solo il fiume Danubio, su cui si trova Vukovar, separa la Croazia dalla Bačka.

A questo punto è importante precisare le condizioni internazionali fondamentali alle quali un “intervento umanitario” è moralmente e legalmente fattibile utilizzando le forze armate legali di uno Stato sovrano riconosciuto a livello internazionale o di un gruppo di tali Stati nel quadro dei principi della cosiddetta “guerra giusta” (jus ad bellum):

1) Principio di necessità – Tutti i mezzi e le opzioni non armati sono esauriti prima dell’inizio delle operazioni militari.

2) Principio della giusta causa – L’obiettivo dell’intervento è soddisfare la giustizia o l’autodifesa.

3) Principio della legittimità dell’autorità – L’intervento è effettuato da un’autorità legittima che utilizza mezzi legittimi e legali, ovvero il governo legittimo di uno Stato sovrano riconosciuto a livello internazionale.

4) Principio della giusta intenzione – Le operazioni militari possono essere condotte solo sulla base di obiettivi moralmente accettabili e giustificati.

5) Principio della giustificazione della possibilità di successo – Le operazioni militari non possono essere condotte in casi di impossibilità di successo, ovvero quando la vita dei soldati viene messa in pericolo inutilmente.

6) Principio di proporzionalità – I risultati positivi delle operazioni militari devono superare quelli negativi e la risposta all’attacco deve essere proporzionale alle azioni dell’aggressore.[7]

Dei sei principi della “guerra giusta” sopra elencati, ritengo che la SFRY abbia certamente soddisfatto i primi quattro nel caso di Vukovar nel 1991. Anche il quinto principio avrebbe potuto essere pienamente soddisfatto se il personale di comando dell’YPA fosse stato addestrato in modo più professionale, mentre il sesto principio ha sempre avuto e avrà sempre un carattere condizionale e relativo.

“Intervento umanitario” – il caso di Vukovar nel 1991

Durante l’“operazione Vukovar”, l’YPA ha schierato ben 11 brigate, sette delle quali meccanizzate e due di fanteria. Durante i combattimenti, decine di migliaia di proiettili sono stati sparati sulla città, anche dall’aria dall’aviazione jugoslava, e Vukovar stessa è stata quasi completamente distrutta (come lo è stata Mostar poco dopo a causa degli insediamenti croato-musulmani, ovvero per regolare i conti storici). [8] Per quanto riguarda la parte serba, dato il carattere antifascista della guerra patriottica del 1991-1995, possiamo tranquillamente paragonare il caso di Vukovar del 1991 a quello di Dresda del 1945, quando le democrazie occidentali hanno mostrato e dimostrato come combattere efficacemente qualsiasi forma di fascismo[9] e quali siano le tecniche più efficaci da utilizzare per attuare “interventi umanitari” sul campo.

Va notato qui che il concetto democratico occidentale di “intervento umanitario” si basa su premesse etiche, religiose e giuridiche. Vale a dire, se i diritti umani sono palesemente violati con uccisioni di massa di civili in un paese, la comunità internazionale è obbligata a intervenire per fermare questa pratica, e l’intervento stesso è moralmente e giuridicamente basato sulla Carta delle Nazioni Unite e sul diritto internazionale pubblico. In sostanza, l’obiettivo morale e politico dell’“intervento umanitario” con metodi militari è quello di fermare o prevenire il genocidio di un popolo o di una parte di esso,[10] che era proprio lo scopo morale ed etico dell’operazione di liberazione del campo di concentramento di Vukovar.

Tuttavia, qui sorge forse una domanda cruciale: perché ci sono voluti 86 giorni di combattimenti, ovvero bombardamenti e poi combattimenti per ogni casa, alle forze dell’YPA e ai volontari serbi per liberare la città da un nemico che era ancora significativamente inferiore in termini di numeri e attrezzature disponibili?[11] A prima vista potrebbe non sembrare così, ma in sostanza lo è. Probabilmente la risposta migliore a questa domanda è stata data da colui che per primo è entrato a Vukovar, rompendo il ben organizzato sistema di difesa della città e il terrore neo-ustascia che vi era stato scatenato contro gli abitanti serbi: Željko Ražnjatović Arkan (figlio di un ufficiale montenegrino dell’YPA, nato a Brežice, in Slovenia) . Infatti, in un’intervista per un documentario britannico su di lui (25 minuti) dal titolo con cui è stato trasmesso in Occidente – “Arkan – il cane rabbioso” –, il comandante delle cosiddette Guardie Volontarie Serbe – ‘Tigri’ ha dato un ordine in una sequenza del film ai suoi “Tigri” prima di liberare la città, affinché durante i combattimenti urbani si deve tenere conto del fatto che i soldati ustascia (che si trovano ai piani superiori) tengono civili serbi come ostaggi vivi nei seminterrati delle case, e quindi si deve prestare attenzione a liberarli casa per casa (cioè, non lanciare granate a mano a caso, perché in tal caso “il nostro sangue” verrà versato, come dice Arkan) . Pertanto, sia sulla base della dichiarazione di Arkan in questo documentario, sia sulla base delle testimonianze dei civili sopravvissuti, è indiscutibile che i combattenti croati, avendo precedentemente occupato la città durante l’estate dello stesso anno, tenevano i civili serbi come ostaggi vivi nelle loro case, così che un sistema di bombardamenti di massa a breve termine della città da parte dell’artiglieria pesante dell’YPA per spezzare la resistenza dei suoi difensori era semplicemente fuori discussione, ma doveva essere intrapresa una strategia di lunghe battaglie per ogni casa e ogni strada da parte della fanteria con il supporto razionale dell’artiglieria e, soprattutto, dei carri armati. Almeno, così era stata valutata la situazione dallo Stato Maggiore dell’YPA all’epoca

Questa strategia militare costò senza dubbio molte più vite e attrezzature ai liberatori della città, ma d’altra parte salvò anche molte più vite civili nella città stessa, sia serbe che croate. Tuttavia, c’erano anche esperti militari che consideravano inutile questa tattica dell’YPA. Uno di questi era il generale Nenezić (capo di Stato Maggiore del Ministero della Difesa della RSFY), per il quale “non c’era bisogno di rompere i denti sulle città fortificate”.[12]

D’altra parte, oggi è ben noto che il leader supremo croato Franjo Tuđman sacrificò consapevolmente la città (lasciandola a combattimenti prolungati) per raggiungere due obiettivi politico-militari:

1) Rallentare l’avanzata dell’YPA e dei volontari serbi verso la città di Osijek, in modo che quella parte della Repubblica Serba di Krayina potesse essere liberata dal terrore neo-ustascia e dal genocidio contro i serbi, compresa la stessa città di Osijek, dove le formazioni armate croate di Branimir Glavaš stavano già imperversando contro i serbi locali.

2) Fornire al Ministero degli Esteri di Genscher una scusa affinché la Germania riconoscesse l’indipendenza autoproclamata della Croazia di Tuđman senza il previo consenso degli altri membri della Comunità Europea (19 dicembre 1991) e con il pretesto che l’YPA doveva ritirarsi dal territorio della Croazia riconosciuta a livello internazionale, fermando così ulteriori distruzioni simili al caso di Vukovar (e alla politicizzata Dubrovnik). [13]

Campo di concentramento di Vukovar

Da un punto di vista nazionale, è indiscutibile che la città di Vukovar e i suoi dintorni fossero un’area mista in cui gli serbi costituivano la maggioranza, anche dopo la seconda guerra mondiale (cioè dopo il serbocidio nell’ISC), e su questa base essi chiesero alle nuove autorità comuniste postbelliche (anti-serbe) comuniste che l’intera regione dello Srem occidentale entrasse a far parte dell’unità federale della Serbia, sulla base dei diritti etnici, di sicurezza e morali. Vale a dire, secondo il censimento del 1931 (l’ultimo censimento prima dell’inizio della seconda guerra mondiale in Jugoslavia), il distretto di Vukovar contava il 41,9% di serbi, il 26,5% di croati, il 16,3% di tedeschi e altri. L’equilibrio delle relazioni interetniche nel distretto di Vukovar cambiò durante la seconda guerra mondiale e le uccisioni di massa dei serbi locali da parte delle autorità statali dell’ISC, ma anche come conseguenza della politica demografica del dopoguerra, quando i croati furono insediati nelle case dei tedeschi espulsi (Volksdeutsche) e uccisero i serbi. I risultati del censimento del 1981 indicano che i serbi e gli “jugoslavi” costituivano la maggioranza assoluta nel distretto di Vukovar, mentre nella città di Vukovar stessa i serbi costituivano il 24,3% e i croati il 37,9%. Va anche notato che più di un terzo della città aveva matrimoni misti (35%). Data questa struttura interetnica a Vukovar, non c’è da stupirsi che la CDU neo-ustascia di Tuđman non abbia vinto le elezioni del 1990 nel distretto di Vukovar. [14] La maggioranza della popolazione del distretto di Vukovar votò per l’Alleanza dei Comunisti-Partito per i Cambiamenti Democratici, l’unico partito della regione senza la denominazione etnica “croato”. Tuttavia, la leadership della CDU espresse molto rapidamente e in modo aperto e politicamente brutale la propria insoddisfazione per il numero esiguo di seggi ottenuti nell’Assemblea municipale di Vukovar (26 su 117).

Dopo il rifiuto da parte dell’Assemblea di Vukovar, il 17 luglio 1990, degli emendamenti della CDU alla Costituzione della Repubblica Socialista di Croazia, che sostanzialmente abolivano i diritti nazionali del popolo serbo in Croazia, seguendo l’esempio dell’ISC di Pavelić, il governo neo-ustascia della CDU croata adottò misure speciali, in base alle quali furono introdotte armi nella città, furono armate le milizie di etnia croata (sul modello delle unità SS e SA di Hitler) e le formazioni paramilitari della CDU e, al culmine della crisi, il 27 marzo 1991 fu organizzata una parata pubblica di soldati di etnia croata con i simboli dell’ISC di Pavelić. [15]

Questa parata dei combattenti della CDU era una naturale estensione della politica della CDU di aperto scontro armato su base interetnica, iniziata con la decisione di ripulire il comune di Vukovar dai serbi nel febbraio 1991 (cioè la pulizia dei “sopravvissuti” dell’era Pavelić dell’ISC) . A questo incontro politico, durante il quale fu presa la decisione de facto di dare inizio al conflitto armato nel comune di Vukovar, parteciparono anche i rappresentanti del Parlamento croato Vladimir Šeks, Ivan Vekić e il “Poglavnik/Führer di Osijek” Branimir Glavaš (tutti e tre sostenitori dell’ideologia ustascia). In quell’occasione, fu deciso che la campagna di epurazione dei serbi da questo comune dello Srem occidentale sarebbe stata condotta rimuovendo i cittadini di nazionalità serba da tutte le cariche politiche comunali, intimidendoli affinché lasciassero la città e il comune, [16] e infine eliminando fisicamente i “cittadini indesiderabili”. “ Come in altre parti della ”giovane democrazia croata”, anche il comune di Vukovar fu rifornito intensamente di armi alle formazioni paramilitari della CDU durante tutta la prima metà del 1991. [17] Dopo l’arresto politico dei leader del Partito Democratico Serbo (SDS) di Vukovar, Goran Hadžić e B. Slavić, i serbi locali hanno dato inizio a una “rivoluzione dei tronchi” come unico modo per difendersi dal nazifascismo croato di stampo ustascia.

Il 2 maggio 1991, i serbi riuscirono a respingere un’incursione delle forze di polizia regolari croate (Ministero dell’Interno croato) nel più grande villaggio serbo del comune di Vukovar – Borovo Selo, e in quell’occasione, poco nota al grande pubblico, la maggior parte dei combattenti neo-ustascia fu salvata dall’YPA, che inviò i suoi blindati per evacuare, in realtà, le camicie nere della CDU che indossavano le insegne dell’ISC di Pavelic e cantavano canzoni ustascia durante il loro tentativo di conquistare questo villaggio. In quell’occasione, 13 poliziotti croati furono uccisi.[18] Il giorno successivo, circa 350 case e negozi serbi furono distrutti a Zara con l’approvazione tacita delle autorità croate (“Notte dei cristalli di Zara”) e il 5 maggio il presidente croato Franjo Tuđman invitò apertamente i croati a entrare in guerra contro l’YPA a Trogir. Il 28 maggio, Tuđman organizzò una parata della neonata Guardia Popolare Croata (RPG, originariamente ZNG) – di fatto il nuovo esercito croato – allo stadio FC Zagabria.

Dopo l’insuccesso dell’azione militare e di polizia di Zagabria il 2 maggio a Borovo Selo, i membri locali della CDU di Vukovar iniziarono ad attuare un piano per la liquidazione fisica dei serbi nel comune di Vukovar nel luglio e nell’agosto 1991, che causò un esodo di massa dei serbi dalla città di Vukovar e che fu spiegato in modo estremamente cinico dai funzionari locali croati come un piano deliberato di Belgrado e dell’YPA per estrarre il maggior numero possibile di civili serbi dalla città prima dell’inizio dell’ aggressione serbo-montenegrina-cetnica a Vukovar”.[19] Ciò che è rimasto come segno di quel periodo sono gli speciali “gruppi per la liquidazione silenziosa” dei serbi (“di dubbia moralità e professionalità”) a Vukovar, comandati da Tomislav Merčep (segretario del segretariato comunale di Vukovar), Branimir Glavaš, Mile Dedaković (“Jastreb”) , Josip Gaže e altri. È stato documentato che in cinque mesi circa 4.000 serbi di Vukovar sono stati uccisi sulla base di “liste di liquidazione (fisica)” preparate in anticipo, dopo aver aperto il fuoco sulle case serbe, fatto saltare in aria chioschi e altri edifici di proprietà serba (ad esempio i ristoranti serbi ‘Krajišnik’, “Sarajka”, “Tufo”, “Brdo”, “Mali raj”, “Popaj”, ‘Točak’, “Čokot bar”, “Čid”).

Il 1° maggio 1991, le autorità croate della CDU hanno attuato una politica di blocco fisico totale della città, trasformando di fatto Vukovar in un campo di concentramento per serbi, in coincidenza con l’azione di polizia a Borovo Selo il giorno successivo, 2 maggio. La città fu fisicamente isolata dal resto del mondo, il che permise ai combattenti della CDU di effettuare arresti notturni, interrogatori e liquidazioni di serbi nella città senza alcuna procedura giudiziaria, il tutto con il pretesto di una presunta ricerca di armi. Testimoni affermano che, ad esempio, dal 3 maggio al 14 settembre 1991, diverse centinaia di serbi furono arrestati e torturati in casematte improvvisate.[20] La parte di Vukovar del Danubio fu ancora una volta, come mezzo secolo prima, colorata di rosso dal sangue serbo. Questa situazione portò alla fine alla partenza di 13.734 serbi dalla città, quindi si può dire che un gran numero di persone di etnia serba lasciò la città di Vukovar a causa del terrore croato. Tuttavia, anche le persone di etnia croata che non erano d’accordo con questa politica delle SS della leadership neo-ustascia croata lasciarono la città. Così, il croato Marin Vidić scrisse nel suo diario che in quel periodo, oltre ai numerosi serbi, anche circa 6.000 donne, bambini e anziani croati lasciarono Vukovar (agli uomini in età militare non era permesso lasciare la città).

Durante i preparativi della CDU per la “soluzione finale” della questione serba a Vukovar (un’estensione della “soluzione finale” della seconda guerra mondiale), guidati da Tomislav Merčep, i guardiani croati (RPG) e la polizia entrarono in città nel giugno 1991 e da quel momento in poi fu in vigore un regime di pass per entrare in città. Ai serbi di Vukovar non fu permesso di lasciare la città perché, secondo i piani di Merčep, dovevano fungere da scudi umani nelle battaglie pianificate contro l’YPA al fine di garantire, se possibile, l’annessione territoriale della Serbia orientale Srem alla Grande Croazia.

Il terrore contro i serbi a Vukovar fu, tra l’altro, pianificato e sistematicamente attuato, proprio come il serbocidio nell’ISC di Pavelić. La forma più brutale di terrore croato contro i serbi a Vukovar è il caso della “dottoressa Vesna Bosanac”, che fu direttrice dell’ospedale cittadino di Vukovar dal 30 luglio al 18 novembre 1991 – un ospedale dove venivano asportati organi ai serbi di Vukovar per venderli a ricchi clienti occidentali e arabi.[21] Si può concludere che la dottoressa Vesna Bosanac non era altro che la reincarnazione dell’assassina ustascia di serbi Nada Šakić dell’epoca dell’ISC di Pavelić e, di conseguenza, la città di Vukovar sotto l’occupazione e il terrore della CDU nel 1991 era la reincarnazione del campo di sterminio di Jasenovac guidato dai croati di mezzo secolo fa, dove circa 700.000 persone furono uccise in modo estremamente brutale (a differenza del caso di Auschwitz), tra cui 500.000 serbi etnici provenienti dalla Croazia e dalla Bosnia-Erzegovina.

Il 1° agosto 1991, il presidente della Croazia, Franjo Tuđman, invitò i croati a prepararsi a una guerra generale, cioè a darne effettivamente inizio, cosicché quello stesso giorno iniziarono i combattimenti a Dalj, Erdut, Osijek, Darda, Vukovar e Kruševo. [22] Ben presto, lo Stato Maggiore croato della Slavonia e della Baranja dichiarò la città di Vukovar il punto di difesa più avanzato del nuovo e autoproclamato Stato indipendente croato, che all’epoca non era riconosciuto a livello internazionale, il che significa che, nel quadro del diritto internazionale, la SFRY esisteva ancora e aveva quindi l’obbligo costituzionale e il dovere morale di proteggere i diritti umani e salvare la vita dei propri cittadini (di nazionalità serba). A Vukovar, dall’inizio di agosto, praticamente tutto il potere era passato nelle mani della CDU neo-ustascia (Marin Vidić), che controllava tutti i servizi mediatici pubblici. Ciò era una conseguenza della decisione di sciogliere l’Assemblea municipale di Vukovar, eletta legalmente, e il suo Consiglio esecutivo, presa il 24 luglio 1991, dopo una visita in città di tre leader croati di spicco : Franjo Tuđman, Vladimir Šeks e il ministro della Difesa Gojko Sušak. Così, attraverso un colpo di Stato politico, il principale partito politico croato CDU ha sostituito il governo legalmente eletto nella città e, da partito sconfitto alle elezioni, è diventato il partito al potere (cioè terroristico) nel comune e nel distretto di Vukovar.

La liberazione del campo di sterminio di Vukovar

Durante tutti questi eventi, la neutralità dell’YPA può essere definita come un tradimento diretto degli interessi dello Stato e persino come un via libera alle formazioni della CDU per effettuare la pulizia etnica in alcune zone della Slavonia orientale e dello Srem occidentale, compresa Vukovar. Le spiegazioni del generale Veljko Kadijević (un mezzo croato che si considerava jugoslavo)[23] nelle sue memorie rimangono estremamente poco convincenti. [24] Ricordiamo ancora una volta che furono i blindati dell’YPA della caserma di Vukovar a salvare i poliziotti croati di Borovo Selo il 2 maggio 1991, o che l’YPA non mosse letteralmente un dito quando fu effettuata la pulizia etnica dei serbi a Borovo Naselje il 4 luglio e a Lužica il 25 luglio 1991. L’YPA avrebbe probabilmente mantenuto uno “status neutrale” se non fosse stata attaccata direttamente dalle forze armate croate, come nei casi di Varaždin (2 maggio), Vinkovci (11-26 settembre) e Zagabria (17 novembre 1991).[25]

La caserma dell’YPA a Vukovar fu attaccata per la prima volta il 20 agosto 1991 e poco dopo fu sottoposta a blocco. L’YPA decise finalmente di ricorrere alle armi solo quando uno dei suoi veicoli fu colpito il 25 agosto. E poi accadde qualcosa di completamente incomprensibile e inspiegabile: l’YPA, che aveva effettivamente preso il controllo dell’intera città (cioè l’aveva liberata dal terrore della CDU), si ritirò presto dalle strade nelle sue caserme, in accordo con le autorità croate locali (illegali e illegittime), intrappolandosi così, poiché le formazioni armate croate iniziarono immediatamente a bloccare e bombardare le caserme. L’YPA si è quindi rivolta alla Comunità Europea affinché mediasse per sbloccare le caserme, in modo che l’esercito regolare jugoslavo non dovesse ricorrere alla forza per sbloccarle. [26] E poi, di fatto, ci fu un’azione sincronizzata da parte di Bruxelles (in realtà Berlino) e Zagabria: Bruxelles non rispose alla mediazione offerta, ma Zagabria decise comunque, il 14 settembre 1991, di attaccare tutte le caserme dell’YPA in tutta la Repubblica di Croazia (non riconosciuta a livello internazionale), il che significava, di fatto, una dichiarazione di guerra alle formazioni armate della (internazionalmente riconosciuta) SFRY.

L’YPA iniziò l’operazione per liberare le sue caserme e la città di Vukovar il 25 agosto 1991 e la completò con l’aiuto di volontari (serbi) il 18 novembre 1991,[27] poiché non era in grado di portare a termine con successo questo “intervento umanitario” da sola. La difesa della città fu spezzata il 16 novembre e il campo di concentramento di Vukovar fu completamente liberato dal terrore neo-ustascia due giorni dopo. Le forze di difesa del campo di concentramento di Vukovar contavano fino a 8.000 combattenti armati (anche se la storiografia ufficiale croata cita cifre che vanno da 1.300 a 2.000), mentre le forze dell’YPA, secondo fonti croate, erano comprese tra 35.000 e 40.000. Le statistiche ufficiali croate mostrano che un totale di 1.712 persone sono morte nella città durante l’ “operazione Vukovar”, di cui 182 erano poliziotti e soldati croati (anche se fonti croate non ufficiali citano una cifra di circa 400 combattenti croati). La parte serba afferma che circa 1.000 guardie croate sono state uccise nella città. Per quanto riguarda le perdite serbe, la parte croata parla di una cifra compresa tra 6.000 e 8.000, mentre la parte serba sostiene che il numero di soldati e ufficiali serbi uccisi sia 1.800.

I combattenti croati hanno lasciato Vukovar in tre giorni, dal 16 al 18 novembre. Dopo essere entrata in città, l’YPA ha dato a tutti i residenti due opzioni: andare in Croazia o andare in Serbia.[28] Ci sono stati molti casi di famiglie divise lungo linee etniche in termini di scelta della prima o della seconda alternativa offerta. Nel complesso, l’epilogo dell’operazione “Vukovar” è stato che circa 12.000 residenti sono stati evacuati dalla città e circa 600 guardie croate sono state arrestate.

Osservazioni finali

Secondo il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite, l’operazione di Vukovar del 1991 presenta tutte le caratteristiche fondamentali di un “intervento umanitario” e di una “guerra giusta”, con inevitabili vittime civili in tali casi di lotta e operazioni antiterroristiche, che possono essere definite “danni collaterali”. [29] L’obiettivo morale e umanitario dell’operazione era quello di fermare ulteriori atti di terrorismo contro i serbi nella città e impedire un genocidio completo dei serbi di Vukovar da parte delle nuove autorità cittadine croate illegali e illegittime e delle formazioni paramilitari di origine filo-ustascia. L’obiettivo politico-militare dell’operazione era quello di neutralizzare Vukovar come trampolino di lancio per un’ulteriore espansione territoriale croata a spese della Serbia, sulla base dei sedicenti “diritti storici” dei croati e della Croazia dalla metà del XIX secolo. Pertanto, l’“operazione Vukovar” può essere considerata come il primo “intervento umanitario” di natura militare in Europa dopo la fine della guerra fredda.

Va notato che uno dei motivi principali dell’operazione di Vukovar nel 1991 (ma non quello decisivo) era di natura ideologica, poiché per il governo di Belgrado[30] la città di Vukovar era un simbolo del Partito Comunista Jugoslavo (PCJ, originariamente KPJ) – la città in cui il partito con quel nome era stato effettivamente fondato (cioè l’ex SRPJ (k) fu rinominato)[31] durante il suo secondo congresso tenutosi dal 20 al 25 giugno 1920, quando fu adottato un nuovo programma del partito (bolscevico). Secondo questo programma, i comunisti jugoslavi lottano per la creazione di una repubblica sovietica, che viene realizzata “attraverso la dittatura del proletariato sotto forma di potere sovietico” seguendo l’esempio dei bolscevichi in Russia. [32] Naturalmente, il fatto che la città fosse sotto assedio da parte dell’YPA, che utilizzava ancora il simbolo bolscevico della stella rossa, fu ben sfruttato dalle autorità ustascia di Zagabria a fini propagandistici in Occidente e alla fine presentò (e non fu molto difficile per l’Occidente accettarlo facilmente) l’intera guerra nel territorio della Grande Croazia di Broz come una lotta della democrazia occidentale contro il bolscevismo orientale (e i [quasi] cetnici del “duca rosso” bosniaco-erzegovese Dr. Vojislav Šešelj).

Dichiarazione di non responsabilità personale: l’autore scrive per questa pubblicazione a titolo personale, senza rappresentare alcuna persona o organizzazione se non le proprie opinioni personali. Nulla di quanto scritto dall’autore deve essere confuso con le opinioni editoriali o le posizioni ufficiali di qualsiasi altro mezzo di comunicazione o istituzione.

L’autore del testo non ha alcuna responsabilità morale, politica, scientifica, materiale o legale per le opinioni espresse nell’articolo.

Dott. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario

Vilnius, Lituania

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici

Belgrado, Serbia

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

Riferimenti:

[1] Almeno per quanto riguarda la parte croata, le seguenti unità bibliografiche possono essere citate come esempi di letteratura politicizzata “tuđmanologica” creata immediatamente dopo le guerre per la successione jugoslava, ma anche sotto la diretta influenza etnopsicologica di esse: Dragutin Pavličević, Povijest Hrvatske. Drugo, izmijenjeno i prošireno izdanje, Zagabria: Naklada P.I.P. Pavičić, 2000; Ivo Perić, Povijest Hrvata, Zagabria: Centar za transfer tehnologije, 1997; Dušan Bilandžić, Hrvatska moderna povjest, Zagabria: Golden Marketing, 1999. Le guerre per la successione jugoslava degli anni ’90 nelle zone a ovest del fiume Drina, ovvero l’ex ISC della Seconda Guerra Mondiale, devono essere viste principalmente attraverso il prisma della guerra civile tra croati, bosniaci e serbi (“Across Drina Dinariods”), che stavano così regolando i conti storici tra loro e, per quanto riguarda i serbi, in particolare quelli della Seconda guerra mondiale.

[2] Anche il documentario norvegese del 2011, “Betrayed City”, mostra che Srebrenica fu sacrificata dalle autorità centrali di Sarajevo nel luglio 1995:

[https://www.youtube.com/watch?v=FvqHWS_4AuM&index=13&list=PL999EB6ACC07FC959].

[3] È innegabile che la dissoluzione della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia sia stata in gran parte il risultato della rinascita del nazionalismo liberale dall’interno, emerso come fenomeno nell’Europa orientale dopo il 1989 [Jeffrey Haynes, Peter Hough, Shahin Malik, Lloyd Pettiford, World Politics, Londra-New York: Routledge, Taylor & Francis Group, 2011, 405].

[4] Ad esempio, il paragrafo 4 dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite o il principio VI dei Principi di diritto internazionale riconosciuti nella Carta del Tribunale di Norimberga e nella Sentenza del Tribunale di Norimberga del 1950. I documenti internazionali più importanti che regolano i diritti umani fino al momento dello scioglimento della RSFY sono: la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, la Convenzione di Ginevra relativa al trattamento dei prigionieri di guerra e alla protezione delle persone civili in tempo di guerra del 1949, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950, la Convenzione sul genocidio del 1951, la Dichiarazione sulla tortura del 1975 e la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti del 1984 [Andrew Heywood, Global Politics, New York: Palgrave Macmillan, 2011, 311]. Sulla base delle norme dei suddetti strumenti di diritto internazionale sulla protezione dei diritti umani, è certo che i diritti umani dei serbi, sia come individui che come collettività, sono stati palesemente violati nella città di Vukovar dai soldati croati nell’estate del 1991, il che alla fine ha dovuto portare a un “intervento umanitario” da parte dello Stato della Jugoslavia, ancora legalmente esistente a livello internazionale, sul cui territorio si è verificata questa pratica. Per informazioni sulle norme internazionali di protezione dei diritti umani, cfr. [Jack Donnelly, International Human Rights, Cambridge, MA: Westview, 2007; Philip Alston, Ryan Goodman, International Human Rights. The Successor to International Human Rights in Context: Law, Politics and Morals, Oxford, Regno Unito: Oxford University Press, 2012]. Sul diritto internazionale pubblico, cfr. [Смиља Аврамов, Међународно јавно право, Београд, Савремена администрација, 1986].

[5] È noto che il nome non ufficiale del partito di Tuđman, HDZ, è “Hrvatska do Zemuna” (“Croazia fino a Zemun”). Zemun è una città della Serbia vicino a Belgrado. La città e il territorio circostante facevano parte dello Stato Indipendente di Croazia durante la Seconda Guerra Mondiale.

[6] Si veda, ad esempio, la mappa del 1933, Etnografske granice Hrvata u Kralj. Jugoslaviji i okolnim zemljama del Dr. N. Z. Bjelovučić [Василије Ђ. Крестић, Геноцидом до велике Хрватске, Јагодина: Гамбит, 2002, appendice].

[7] Andrew Heywood, Global Politics, New York: Palgrave Macmillan, 2011, 257. Per ulteriori informazioni sulle basi morali dell’intervento umanitario, cfr. [Teri Nardin, “Moralna osnova za humanitarnu intervenciju”, Jovan Babić, Petar Bojanić (urednici/eds.), Humanitarne vojne intervencije, Beograd: Službeni glasnik, 2008, 23−40].

[8] Prima della dissoluzione della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, la città di Mostar era il simbolo ufficiale della propaganda della convivenza multietnica in Jugoslavia, una città in cui i serbi costituivano un terzo della popolazione. Oggi, dopo la guerra, tuttavia, a Mostar non ci sono praticamente più serbi.

[9] Per informazioni sul bombardamento alleato di Dresda nel 1945, cfr. [Frederick Taylor, Dresden, Tuesday, February 13, 1945, New York: HarperCollins Publishers Inc., 2004].

[10] Andrew Heywood, Global Politics, New York: Palgrave Macmillan, 2011, 318−329; Jeffrey Haynes, Peter Hough, Shahin Malik, Lloyd Pettiford, World Politics, Harlow: Pearson Education Limited, 2011, 707−708. Naturalmente, la pratica degli “interventi umanitari” può essere molto facilmente abusata per scopi geostrategici e politici, come è stato dimostrato, ad esempio, dall’aggressione della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia nel 1999. [George Szamuely, Bombs for Peace: NATO’s Humanitarian War on Yugoslavia, Amsterdam: Amsterdam University Press, 2013].

[11] Considerando che l’allora Segretario Federale della Difesa Nazionale della RSFJ, il generale Veljko Kadijević, è deceduto il 2 novembre 2014 (a Mosca), probabilmente non sapremo mai la vera risposta a questa domanda, e la vera risposta non può essere trovata leggendo le sue memorie [Veljko Kadijević, Moje viđenje raspada: Vojska bez države, Beograd: Politika, 1993; Вељко Кадијевић, Против удар: Моје виђење распада Југославије, Београд: Филип Вишњић, 2010].

[12] Добрила Гајић-Глишић, Из кабинета министра војног: Српска војска, Чачак: Литопапир, 1992, 152.

[13] Alla vigilia della dichiarazione di indipendenza della Croazia e della Slovenia (25 giugno 1991), gli Stati membri della Comunità Europea (CE) decisero il 23 giugno 1991 di non riconoscere l’indipendenza della Croazia e della Slovenia, ma l’Unione Cristiano-Democratica Tedesca (CDU) dichiarò il giorno successivo di non essere d’accordo con questa decisione. Pertanto, il regime serbofrenico di Tuđman a Zagabria ebbe, fin dall’inizio della guerra, il sostegno indiscusso e diretto di Berlino, che aveva solo bisogno di una scusa formale per riconoscere unilateralmente l’indipendenza sia della Croazia che della Slovenia, cosa che la Germania fece il 19 dicembre 1991 (quando anche l’Islanda riconobbe la Croazia), ma senza il consenso degli altri undici membri della CE, e la ragione formale furono i casi di Vukovar e Dubrovnik (la Germania e l’Islanda furono anche i primi paesi a riconoscere lo Stato Indipendente di Croazia nazifascista nel 1941). Il riconoscimento tedesco dell’indipendenza della Croazia entrò in vigore il 15 gennaio 1992, quando anche tutti gli altri undici Stati membri della CE riconobbero la Croazia, ovviamente sotto la pressione della Germania. In quell’occasione, i croati cantarono la canzone “Danke Deutschland”. La Croazia divenne membro dell’ONU il 22 maggio 1992.

[14] L’Unione Democratica Croata fu fondata il 19 gennaio 1989, durante una riunione segreta in un cottage a Plješevica, e l’obiettivo politico principale del partito era la creazione di una Grande Croazia indipendente entro i suoi confini “etnico-storici” fino al fiume Drina a est [Милорад Екмечић, Дуго кретање између клања и орања. Историја Срба у Новом веку (1492−1992), Београд: EVRO-GIUNTI, 2010, 548]. La CDU è stata fondata come ampia coalizione di nazionalisti croati guidata dal dottor Franjo Tuđman in qualità di leader del partito. [Robert Thomas, The Politics of Serbia in the 1990s, New York: Columbia University Press, 1999, 91] Il quale, salito al potere in Croazia l’anno successivo, ha introdotto una dittatura politica [Sorin Antohi, Vladimir Tismaneanu (a cura di), Between Past and Future: The Revolutions of 1989 and Their Aftermath, Budapest: Central European University Press, 2000, 42; David Binder, “The Yugoslav Earthquake”, Mediterranean Quarterly, inverno 2001, 12]. Anche il Partito croato dei diritti sognava confini simili per una Grande Croazia e il 17 giugno 1991 adottò la cosiddetta “Carta di giugno” che chiedeva il ripristino dell’ISC di Pavelic con confini a est fino a Subotica, Zemun, il fiume Drina, Raška (tutte in Serbia) e la baia di Kotor (in Montenegro) [Вељко Ђурић Мишина, Република Српска Крајина. Десет година послије, Београд: Добра воља, 2005, 22]. La CDU croata, tra l’altro, ha apertamente sostenuto e persino glorificato l’ISC di Pavelić sin dalla sua fondazione. Ad esempio, il suo presidente, il dottor Franjo Tuđman, generale in pensione dell’YPA, dichiarò pubblicamente a Zagabria il 24 febbraio 1990 che l’ISC non era solo una creazione collaborazionista e un crimine fascista, ma anche un’espressione delle aspirazioni storiche del popolo croato. Tali dichiarazioni della leadership della CDU erano una prova sufficiente per i serbi croati di ciò che li aspettava in Croazia nel caso in cui Tuđman e la sua CDU avessero vinto le elezioni e proclamato una nuova Croazia indipendente. Altrimenti, questa dichiarazione di Tuđman può essere facilmente interpretata come espressione delle aspirazioni storiche del popolo croato di commettere un genocidio dei serbi nelle aree che i croati hanno dichiarato indipendentemente come loro spazio etnico-storico esclusivo, che è più o meno il territorio dell’ISC di Pavelic, che come Stato era completamente e nel vero senso della parola indipendente in termini di politica interna (la distruzione di serbi, ebrei, rom e altre nazioni di razza “inferiore”). Tuttavia, la cricca comunista (anti-serba) al potere nella Jugoslavia del dopoguerra, per ragioni politiche, dichiarò che l’ISC era una mera creazione fantoccio nazi-fascista (italo-tedesca) che, in quanto tale, non è e non può essere essenzialmente responsabile del genocidio serbo e quindi nemmeno il popolo croato come collettività.

[15] Questa parata militare si tenne appena un giorno dopo che la Comunità Europea aveva pubblicato (il 26 marzo) una dichiarazione in cui sottolineava che una Jugoslavia unita e democratica aveva le migliori possibilità di diventare membro della CE.

[16] Tecniche simili furono utilizzate in quel periodo anche a Daruvar, Šibenik, Zagabria, ecc.: minacce con telefonate notturne a lasciare la città se non volevano essere uccisi, affissione di manifesti pubblici su come riconoscere un serbo, rifiuto di vendere merci in un negozio se il cliente era serbo, ecc.

[17] Martin Špegelj, ministro della Difesa di Tuđman, ammise lui stesso in una registrazione segreta dei servizi segreti dell’YPA (KOS JNA) che all’epoca 200.000 membri della CDU erano sotto le armi, come riportato nella serie della BBC “Death of Yugoslavia”, prima parte.

[18] L’allora ministro della Polizia di Tuđman, Josip Boljkovac, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano di Francoforte Vesti nel novembre 2014 che l’attacco a Borovo Selo aveva l’obiettivo politico di provocare una guerra con i serbi, dopo la quale i serbi avrebbero dovuto scomparire dalla Croazia.

[19] Si vedano i servizi della televisione croata (HTV) di quel periodo, in particolare il documentario propagandistico dell’HTV sui “cento giorni di resistenza a Vukovar”.

[20] Secondo i dati di servizi internazionali indipendenti, dal 1991 al 1996 in Croazia sono stati uccisi circa 10.000 serbi.

[21] Grey Carter, “Le uccisioni di massa dei serbi per i loro organi hanno avuto un’impennata solo in Kosovo, ma sono iniziate prima: in Croazia, a Vukovar” su https://theremustbejustice.wordpress.com/2014/02/06/organ-trafficking/.

[22] Вељко Ђурић Мишина, Република Српска Крајина. Десет година послије, Београд: Добра воља, 2005, 23.

[23] Veljko Kadijević è nato il 21 novembre 1925 nel villaggio di Glavini vicino a Imotski in Erzegovina, da padre serbo e madre croata. Durante la seconda guerra mondiale ha combattuto al fianco del caporale austro-ungarico Josip Broz Tito. Kadijević è solo uno dei tanti che provengono dai cosiddetti “balcanici” e che grazie ai partigiani di Broz si sono ritrovati in posizioni di comando nella Titoslavia, che loro stessi hanno distrutto.

[24] All’epoca l’YPA era ancora multietnica e la sua leadership era composta principalmente da non serbi. Oltre al croato-jugoslavo Veljko Kadijević, comandante in capo de facto dell’YPA, i suoi vice erano l’ammiraglio sloveno Stane Brovet e il croato Josip Gregorić. L’aviazione era comandata dal croato Anton Tus e, successivamente, da un altro croato, Zvonimir Jurjević. Il Distretto Militare Centrale era sotto il comando del macedone Spirovski, mentre il capo di quel distretto era un altro croato, Anton Silić. [Jelena Guskova, Istorija jugoslovenske krize (1990−2000), I, Beograd: Izdavački grafički atelje „M“, 2003, 244] .

[25] Il 4 novembre 1991 l’YPA evacuò la caserma “Logorište” di Karlovac con la perdita di 26 soldati uccisi e 67 feriti [Вељко Ђурић Мишина, Република Српска Крајина. Десет година послије, Београд: Добра воља, 2005, 25].

[26] Immaginate se l’esercito statunitense in Afghanistan si rivolgesse al Consiglio di sicurezza dell’ONU per mediare nello sblocco del proprio campo militare assediato dai talebani!

[27] Il 13 settembre 1991, il presidente croato Franjo Tuđman emanò un ordine di blocco delle caserme dell’YPA in tutta la Croazia [Dragutin Pavličević, Povijest Hrvatske. Drugo, izmijenjeno i prošireno izdanje, Zagabria: Naklada P.I.P. Pavičić, 2000, 535].

[28] Lo stesso Arkan affermò nel suddetto documentario che le sue “Tigri” avevano trasferito 2.000 uomini da Vukovar all’YPA.

[29] Jeffrey Haynes, Peter Hough, Shahin Malik, Lloyd Pettiford, World Politics, Londra-New York: Routledge, Taylor & Francis Group, 2011, 659.

[30] A quel tempo, il Partito Socialista Serbo (SPS) e la Sinistra Unita Jugoslava (UYL, originariamente JUL) – metamorfosi della Lega dei Comunisti Jugoslavi (LCY, originariamente SKJ) – erano al potere in Serbia.

[31] Partito Socialista dei Lavoratori Jugoslavi (comunisti).

[32] Branislav Ilić, Vojislav Ćirković (priredili/eds.), Hronologija revolucionarne delatnosti Josipa Broza Tita, Beograd: Export-Press, 1978, 11; Branko Petranović, Istorija Jugoslavije 1918−1988, Beograd: Nolit, 1988, 108−109.

THE FIRST POST-COLD WAR “HUMANITARIAN INTERVENTION” − VUKOVAR 1991

The fundamental aim of the article is to present an alternative view and facts on the background of the military-political case of the „Vukovar operation“ in 1991 in the broader context of the internal and external brutal destruction of the Socialist Federal Republic of Yugoslavia (SFRY), historical disputes and struggles between the Serbs and the Croats as well as in the context of the international law and moral guidelines of the global politics and regional security at the time of the very beginning of the post-Cold War era of the international relations. The article is breaking a traditional post-Cold War Western historiographic and political standpoints on the nature of the destruction of ex-Yugoslavia, followed by the bloody wars for its succession, and as such can be an important contribution to making a more objective scientific picture on the topic of the disappearance of the SFRY in the 1990s.

The nature of the “Vukovar operation” in 1991

The almost three-month battle for this Western Srem city on the Vuka and Danube rivers (from August 25th to November 18th, 1991) will still provoke reactions from both “their” and “our” historians, but enough water has flowed down both the Vuka and the Danube so far to make a somewhat relevant judgment about this Croatian-Serbian ethno-political epic from a sufficiently distant and neutral historical distance, but taking into account the personal experiences of the author of the text as a witness to the time of the breakup of the SFRY in which he lived at the time.[1]

Croats and post-Yugoslav Croatian “Tuđmanology” consider the 1991 “Vukovar operation” an epic and a symbol of the defense of Croatian independence and Croatian resistance against the alleged “Serbo-Montenegrin-Chetnik aggression” on the young Croatian democracy (i.e., Tuđmanocracy as a cover for Pavelić’s newly restored ISC). For Croats, Vukovar is both a “hero city” and an “eastern sin” of Croatia, given that it was de facto self-consciously sacrificed by the supreme leader for the sake of gaining political points in Berlin, Brussels, and Washington – a practice that was learned from Franjo Tuđman and repeated by the President of the Presidency of Bosnia-Herzegovina, Alija Izetbegović (1925–2003), a little bit later with Srebrenica in July 1995.[2]

However, on the other hand, Serbs consider the battles for the city of Vukovar to be battles for the defense of the independence of the city, the Republic of Serbian Krayina, and the liberation of imprisoned Serbian civilians from torture and massacre by the CDU-Ustashi soldiers in the city. In other words, for Serbs, the “Vukovar operation” had primarily a humanitarian and anti-fascist character within the framework of the Homeland Defense War of 1991‒1995, which the Serbs waged against the aggressive and Serbophrenic policies of Zagreb and Sarajevo.[3]

As for this research, I am free to present two positions on the essential character of the battle for Vukovar in 1991, to which other researchers have not paid sufficient attention so far:

  1. It was the first post-Cold War military “humanitarian intervention” aimed at liberating Vukovar as a concentration camp for Serbs – an intervention that had already been practiced by Western democracies both in Europe and in the “new world” and based on the legal foundations of the 1945 United Nations Charter and other acts of international law.[4]
  2. The liberation of Vukovar prevented potential aggression by Croatian fighters on the territory of Serbia (a practice that the Croats had already implemented once during the First World War in 1914 and 1915) and aimed at annexing Eastern Srem as a “historical Croatian land” in the image of the Poglavnik Ante Pavelić, given that the basic ideological-national goal of Tuđman’s policy in the 1990s was the restoration of the territorial integrity of Pavelić’s Independent State of Croatia along with the ethnic cleansing of the remaining Serbs in this area.[5] However, it is not excluded that Vukovar, as an excellently fortified military outpost, was to play the role of a springboard for further territorial expansion of Croatia at the expense of Serbia in the region of Bačka, given that this Vojvodina’s province has been openly claimed by Croats as an ethnographic Croatian land since the time of the Kingdom of Yugoslavia[6] which even the Tuđman regime did not give up in its public appearances and propaganda. Let us recall in this context that only the Danube River, on which Vukovar is located, separates Croatia from Bačka.    

Here, it is important to state the basic international conditions under which a “humanitarian intervention” is morally and legally feasible by using the legal armed forces of an internationally recognized and sovereign state or group of such states within the framework of the principles of the so-called “just war” (jus ad bellum):

  1. Principle of necessity – All non-armed means and options are exhausted before the start of military operations.
  2. Principle of just cause – The goal of intervention is to satisfy justice or self-defense.
  3. Principle of legitimacy of authority – Intervention is carried out by a legitimate authority using legitimate and legal means, i.e., the legitimate government of an internationally recognized sovereign state.
  4. Principle of just intention – Military operations can only be carried out based on morally acceptable and justified goals.
  5. Principle of justification of the possibility of success – Military operations cannot be conducted in cases of hopelessness of success, i.e., when soldiers’ lives are worthlessly put in danger.
  6. Principle of proportionality – The positive results of military operations should outweigh the negative ones, and the response to the attack should be proportional to the attacker’s actions.[7]

Of the six principles of the “just war” listed above, I believe that the SFRY certainly fulfilled the first four in the case of Vukovar in 1991. The fifth principle could also have been fully fulfilled if the command staff of the YPA had been more professionally trained, while the sixth principle has always been and will be of a conditional, relative character. 

“Humanitarian intervention” – the case of Vukovar in 1991

During the “Vukovar operation”, the YPA engaged an impressive 11 brigades, seven of which were mechanized and two were infantry. During the fighting, tens of thousands of shells were fired at the city, including from the air by the Yugoslav Air Force, and Vukovar itself was almost completely destroyed (as was Mostar somewhat later due to Croat-Muslim settlements, i.e., settling historical scores).[8] As for the Serbian side, given the anti-fascist character of the Homeland War of 1991‒1995, we can freely compare the case of Vukovar from 1991 synonymously with the case of Dresden from 1945, when Western democracies showed and proved how to effectively fight against any form of fascism[9] as well as which the most effective techniques to be used to implement “humanitarian interventions” on the ground.

It must be noted here that the Western democratic concept of “humanitarian intervention” is based on ethical, religious, and legal premises. Namely, if human rights are flagrantly violated with mass killings of civilians in a country, the international community is obliged to intervene in order to stop this practice, and the intervention itself is morally and legally based on the United Nations Charter and public international law. In essence, the moral and political goal of “humanitarian intervention” by military methods is to stop or prevent genocide against a people or a part of it,[10] which was precisely the moral and ethical purpose of the operation to liberate the Vukovar concentration camp.     

However, here perhaps a crucial question arises: Why did it take so many YPA and Serbian volunteer forces 86 days of fighting, i.e., shelling and then fighting for every house, to liberate the city from an enemy that was still significantly inferior in terms of numbers and available equipment?[11] It may not seem so at first glance, but in essence it is. Probably the best answer to this question was given by the one who first entered Vukovar, breaking the well-organized system of defense of the city and the neo-Ustashi terror that was unleashed there against the Serbian inhabitants – Željko Ražnjatović Arkan (son of a Montenegrin officer in the YPA, born in Brežice, Slovenia). Namely, in an interview for a British documentary about himself (25 minutes) under the title under which it was shown in the West – “Arkan – the Mad Dog”, the commander of the so-called the Serbian Volunteer Guards – “Tigers” issued an order in one sequence of the movie to his “Tigers” before liberating the city that during the urban battles, the fact that the Ustashi soldiers (who are on the upper floors) are holding Serbian civilians as live hostages in the basements of houses must be taken into account, and therefore care must be taken to liberate them house by house (i.e., no throwing hand grenades at random, because in that case “our blood” will be shed, as Arkan puts it). Therefore, both based on Arkan’s statement in this documentary and on the basis of the testimonies of surviving civilians, it is indisputable that Croatian fighters, having previously occupied the city during the summer of that same year, held Serbian civilians as live hostages in their houses, so that a system of short-term mass bombardment of the city by YPA heavy artillery to break the resistance of its defenders was simply out of the question, but a strategy of long battles for every house and street by infantry with rational support from artillery and, above all, tanks had to be undertaken. At least, that is how the situation was assessed by the YPA General Staff at the time

This military strategy undoubtedly cost significantly more lives and equipment on the side of the city’s liberators, but on the other hand, it also saved many more civilian lives in the city itself, both Serbs and Croats. However, there were also those military experts who considered this YPA tactic pointless. One of them was General Nenezić (Chief of Staff of the Minister of Defense of the SFRY), for whom “there was no need to break teeth on fortified cities”.[12]

On the other hand, it is well known today that the Croatian supreme leader Franjo Tuđman self-consciously sacrificed the city (leaving it to long-term fighting) in order to achieve two military-political goals:

  1. Slowed the advance of the YPA and Serbian volunteers towards the city of Osijek so that that part of the Republic of Serbian Krayina could be freed from neo-Ustashi terror and genocide against Serbs, including the city of Osijek itself, where Branimir Glavaš’s Croatian armed formations were already rampaging against the local Serbs.
  2. Gave Genscher’s Foreign Ministry an excuse for Germany to recognize the self-proclaimed independence of Tuđman’s Croatia without prior consent from other members of the European Community (December 19th, 1991), and under the pretext that the YPA must withdraw from the territory of internationally recognized Croatia, thereby stopping further destruction similar to the Vukovar (and politicized Dubrovnik) case.[13]

Vukovar concentration camp

From a national perspective, it is unquestionable that the city of Vukovar and its surroundings were a mixed area in which ethnic Serbs constituted the majority, even after the Second World War (i.e., after the Serbocide in the ISC), and on this basis they demanded from the new post-war (anti-Serb) communist authorities that the entire region of Western Srem should also enter the federal unit of Serbia, based on ethnic, security, and moral rights. Namely, according to the 1931 census (the last census before the Second World War started in Yugoslavia), the Vukovar district had 41.9% Serbs, 26.5% Croats, 16.3% Germans, and others. The balance of interethnic relations in the Vukovar district changed during the Second World War and the mass killings of local Serbs by the state authorities of the ISC, but also as a consequence of the post-war demographic policy, when Croats were settled in the houses of expelled Germans (Volksdeutsche) and killed Serbs. The results of the 1981 census indicate that Serbs and “Yugoslavs” made up the absolute majority in the Vukovar district, and in the city of Vukovar itself, Serbs made up 24.3% and Croats 37.9%. It should also be noted that more than a third of the city had mixed marriages (35%). Given this interethnic structure in Vukovar, it is no wonder that the neo-Ustashi Tuđman’s CDU did not win the 1990 elections in the Vukovar district.[14] The majority of the people of the Vukovar district voted for the Alliance of Communists-Party for Democratic Changes, which was the only party in the region without the ethnic designation “Croatian”. However, the CDU leadership very quickly expressed its dissatisfaction with the small number of seats it received in the Vukovar Municipal Assembly (26 out of 117) in an open and politically brutal manner.

After the rejection of the CDU amendments to the Constitution of the Socialist Republic of Croatia by the Vukovar Assembly on July 17th, 1990, which essentially abolished the national rights of the Serbian people in Croatia, following the example of Pavelić’s ISC, the neo-Ustashi CDU government of Croatia took special measures, according to which weapons were brought into the city, the ethnic Croatian militia (modeled after Hitler’s SS and SA units) and CDU paramilitary formations were armed, and as the peak of the crisis, a public parade of ethnic Croatian soldiers with symbols from Pavelić’s ISC was organized on March 27th, 1991.[15]

This parade of CDU fighters was a natural extension of the CDU policy of open armed confrontation on an inter-ethnic basis, which began with the decision to cleanse the Municipality of Vukovar of ethnic Serbs in February 1991 (i.e., the cleansing of “survivors” from the Pavelić era of the ISC). This political meeting, at which the de facto decision to begin armed conflict in the Municipality of Vukovar was made, was also attended by representatives of the Croatian Parliament – ​​Vladimir Šeks, Ivan Vekić, and the “Osijek Poglavnik/Führer” Branimir Glavaš (all three of Ustashi ideology supporters). On that occasion, it was decided that the campaign to purge Serbs from this Western Srem municipality would be carried out by removing citizens of Serbian nationality from all municipal political positions, intimidating them into leaving the city and municipality, [16] and finally physically eliminating “undesirable citizens.” As in other parts of the “young Croatian democracy,” the Municipality of Vukovar was also intensively supplied with weapons to paramilitary CDU formations throughout the first half of 1991.[17] After the political arrest of Vukovar Serbian Democratic Party (SDS) leaders Goran Hadžić and B. Slavić, local Serbs began a “log revolution” as the only way to defend themselves from the vampirized Croatian Ustashi-like Nazifascism.

On May 2nd, 1991, Serbs managed to repel an incursion by Croatian regular police forces (Croatian Ministry of Interior) into the largest Serbian village in the Vukovar municipality – Borovo Selo, and on that occasion, which is little known to the general public, the majority of, in fact, neo-Ustashi fighters were rescued by the YPA, which sent its armored personnel carriers to evacuate, actually, the CDU blackshirts who wore the insignia of Pavelic’s ISC and sang Ustashi songs during their attempt to conquer this village. On that occasion, 13 Croatian policemen were killed.[18] The next day, around 350 Serbian houses and shops were destroyed in Zadar with the tacit approval of the Croatian authorities (“Zadar Kristallnacht”), and on May 5th, Croatian President Dr. Franjo Tuđman openly called on Croats to go to war against the YPA in Trogir. On May 28th, Tuđman organized a parade of the newly formed Croatian Rally of People’s Guard (RPG, originally, ZNG) – effectively the newly formed army of Croatia – at the FC Zagreb stadium.

After the unsuccessful military and police action of Zagreb on May 2nd in Borovo Selo, local Vukovar CDU members began implementing a plan for the physical liquidation of Serbs in the Municipality of Vukovar in July and August 1991, which caused a mass exodus of Serbs from the city of Vukovar, and which was explained in an extremely cynical manner by Croatian local officials as a deliberate plan by Belgrade and the YPA to extract as many Serbian civilians as possible from the city before the start of the “Serbo-Montenegrin-Chetnik aggression on Vukovar”.[19] What remained as a mark of that time are the special Croatian (like SS) “groups for the silent liquidation” of Serbs (“of dubious moral and professional qualities”) in Vukovar, commanded by Tomislav Merčep (secretary of the municipal secretariat in Vukovar), Branimir Glavaš, Mile Dedaković (“Jastreb”), Josip Gaže, and others. It has been recorded that in five months, around 4.000 Vukovar Serbs were killed based on pre-prepared “lists for (physical) liquidation”, after opening fire on Serbian houses, blowing up kiosks and other Serbian-owned buildings (e.g., Serbian restaurants “Krajišnik”, “Sarajka”, “Tufo”, “Brdo”, “Mali raj”, “Popaj”, “Točak”, “Čokot bar”, “Čid”).

On May 1st, 1991, the Croatian CDU authorities implemented a policy of total physical blockade of the city, effectively turning Vukovar into a concentration camp for Serbs, which coincided with the police action in Borovo Selo the next day, May 2nd. The city became physically cut off from the rest of the world, which allowed CDU fighters to carry out nightly arrests, interrogations, and liquidations of Serbs in the city without any court procedure, all under the pretext of allegedly searching for weapons. Witnesses claim that, for instance, from May 3rd to September 14th, 1991, several hundred Serbs were arrested and tortured in makeshift casemates.[20] The Vukovar part of the Danube was once again, as it had been half a century ago, colored red with Serbian blood. This state of affairs ultimately resulted in the departure of 13.734 Serbs from the city, so it can be said that a large number of ethnic Serbs left the city of Vukovar due to the Croatian terror. However, ethnic Croats who did not agree with this SS policy of the Croatian neo-Ustashi leadership also left the city. Thus, the Croat Marin Vidić wrote in his diary that in that period, in addition to the numerous Serbs, about 6.000 Croatian women, children, and elderly people also left Vukovar (men of military age were not allowed to leave the city). 

During the CDU preparations for the “final solution” of the Serbian question in Vukovar (an extension of the “final solution” from the Second World War), led by Tomislav Merčep, Croatian guardians (RPG) and police entered the city in June 1991, and from then on, a pass regime was in effect for entering the city. Vukovar Serbs were not allowed to leave the city because, according to Merčep’s plans, they were to play the role of human shields in the planned battles against the YPA in order to secure, if possible, the territorial annexation of Serbian Eastern Srem into a Greater Croatia.

The terror against Serbs in Vukovar was, by the way, planned and systematically carried out, just like the Serbocide in Pavelić’s ISC. The most brutal form of Croatian terror against Serbs in Vukovar is the case of “Dr. Vesna Bosanac”, who was the head of the Vukovar City Hospital from July 30th to November 18th, 1991 – a hospital where organs were removed from Vukovar Serbs for sale to wealthy Western and Arab clients.[21] It can be concluded that Dr. Vesna Bosanac was nothing more than the reincarnation of Ustashi killer of Serbs Nada Šakić from the time of Pavelić’s ISC and, accordingly, the city of Vukovar under CDU occupation and terror in 1991 was the reincarnation of the Croat-led Jasenovac death camp from half a century ago, where around 700.000 people were murdered extremely brutally (differently to the case of Auschwitz), among them 500.000 ethnic Serbs from Croatia and Bosnia-Herzegovina.   

On August 1st, 1991, the President of Croatia, Dr. Franjo Tuđman, called on Croats to be prepared for a general war, i.e., to actually start it, so that on that same day, fighting began in Dalj, Erdut, Osijek, Darda, Vukovar, and Kruševo.[22] Soon, the Croatian Crisis Staff of Slavonia and Baranja declared the city of Vukovar the most forward point of defense of the new and self-proclaimed Croatian independent state, which at that time was not internationally recognized, which means that within the framework of international law, the SFRY still existed and accordingly had a constitutional obligation and moral duty to protect human rights and save the bare lives of its own citizens (of Serbian nationality). In Vukovar, since the beginning of August, virtually all power has passed into the hands of the neo-Ustashi CDU (Marin Vidić), which controlled all public media services. This was a consequence of the decision to dissolve the legally elected Vukovar Municipal Assembly and its Executive Council, which was made on July 24th, 1991, after a visit to the city by three leading Croatian leaders – Franjo Tuđman, Vladimir Šeks, and Minister of Defense Gojko Sušak. Thus, through a political coup, the leading Croatian political party CDU replaced the legally elected government in the city and, from an electorally defeated party, became the ruling (i.e., terrorist) party in the Vukovar municipality and district.       

The liberation of the Vukovar death camp

During all these events, the neutrality of the YPA can be characterized as a direct betrayal of state interests and even as giving the green light to the CDU formations to carry out ethnic cleansing in certain areas of Eastern Slavonia and Western Srem, including Vukovar. The explanations of General Veljko Kadijević (a half-Croat who considered himself a Yugoslav)[23] in his memoirs remain extremely unconvincing.[24] Let us just recall once again that it was the YPA armored personnel carriers from the Vukovar barracks that rescued the Croatian policemen from Borovo Selo on May 2nd, 1991, or that the YPA literally did not lift a finger when the ethnic cleansing of Serbs was carried out in Borovo Naselje on July 4th and Lužica on July 25th, 1991. The YPA would likely have remained “status neutral” if it had not been directly attacked by the Croatian armed forces, similar to the cases in Varaždin (May 2nd), Vinkovci (September 11th‒26th), and Zagreb (November 17th, 1991).[25]

The Vukovar barracks of the YPA were attacked for the first time on August 20th, 1991, and were placed under blockade shortly thereafter. The YPA finally decided to use fire only when one of its vehicles was shot at on August 25th. And then something completely incomprehensible and inexplicable happened: the YPA, which had effectively taken control of the entire city (i.e., liberated it from the CDU terror), soon withdrew from the streets to its barracks in agreement with the local (illegal and illegitimate) Croatian authorities, thereby trapping itself, since Croatian armed formations immediately began to blockade and bomb the barracks. The YPA then turned to the European Community to mediate in the deblockade of the barracks so that the regular Yugoslav army would not have to resort to force to deblock them.[26] And then, in fact, there was a synchronized action by Brussels (actually Berlin) and Zagreb: Brussels did not respond to the offered mediation, but Zagreb nevertheless decided on September 14th, 1991, to attack all YPA barracks throughout the (internationally unrecognized) Republic of Croatia, which meant, in fact, a declaration of war on the armed formations of the (internationally recognized) SFRY.

The YPA began the operation to liberate its barracks and the city of Vukovar on August 25th, 1991, and completed it with the help of (Serbian) volunteers on November 18th, 1991,[27] since it was unable to successfully carry out this “humanitarian intervention” on its own. The city’s defense was broken on November 16th, and the Vukovar concentration camp was completely liberated from neo-Ustashi terror two days later. The Vukovar concentration camp defense forces numbered up to 8.000 armed fighters (although official Croatian historiography cites figures from 1.300 to 2.000), and the YPA forces, according to Croatian sources, numbered between 35.000 and 40.000. Official Croatian statistics show that a total of 1.712 people died in the city during the “Vukovar operation”, of which 182 were Croatian policemen and soldiers (although unofficial Croatian sources cite a figure of around 400 Croatian fighters). The Serbian side states that around 1.000 Croatian guardsmen were killed in the city. As for Serbian losses, the Croatian side states a figure of 6.000 to 8.000, while the Serbian side claims that the number of Serbian soldiers and officers killed is 1.800.

Croatian fighters left Vukovar over three days from November 16th to 18th. After entering the city, the YPA gave all residents two options: either go to Croatia or go to Serbia.[28] There were many cases of families being divided along ethnic lines in terms of choosing the first or second alternative offered. Overall, the epilogue of the “Vukovar operation” was that about 12.000 residents were evacuated from the city and about 600 Croatian guardians were arrested.

Final remarks

According to international law and the United Nations Charter, the 1991 “Vukovar operation” has all the basic characteristics of a “humanitarian intervention” and a “just war” with inevitable civilian casualties in such cases of anti-terrorist fighting and operations, which can be characterized as “collateral damage”.[29] The moral and humane goal of the operation was to stop further terror against Serbs in the city and prevent a complete genocide against the Vukovar Serbs by the new Croatian illegal and illegitimate city authorities and paramilitary formations of pro-Ustashi origin. The military-political goal of the operation was to neutralize Vukovar as a springboard for further Croatian territorial expansion at the expense of Serbia, based on the self-proclaimed “historical rights” of Croats and Croatia since the mid-19th century. Therefore, the “Vukovar operation” can be treated as the first post-Cold War “humanitarian intervention” of a military nature in Europe.

It must be noted that one of the main reasons for the “Vukovar operation” in 1991 (but not the decisive one) was of an ideological nature as for the government in Belgrade[30] the city of Vukovar was a symbol of the Communist Party of Yugoslavia (CPY, originally KPJ) – the city in which the party under that name was actually founded (i.e., the former SRPJ(k) was renamed)[31] at its Second Congress held from June 20th  to June 25th, 1920, when a new (Bolshevik) party program was adopted. According to this program, the Yugoslav communists fight for the creation of a Soviet republic, which is achieved “through the dictatorship of the proletariat in the form of Soviet power” following the example of the Bolsheviks in Russia.[32] Of course, the fact that the city was under siege by the YPA, which still used Bolshevik symbol of red star, was well-used by the Ustashi-like authorities in Zagreb for propaganda purposes in the West and ultimately presented (and it was not very difficult for the West to accept this easily) the entire war in the territory of Broz’s Greater Croatia as a struggle of Western democracy against Eastern Bolshevism (and the [quasi] Chetniks of the Bosnian-Herzegovinian “red duke” of Dr. Vojislav Šešelj).

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The author of the text does not have any moral, political, scientific, material, or legal responsibility for the views expressed in the article.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex-University Professor

Vilnius, Lithuania

Research Fellow at the Center for Geostrategic Studies

Belgrade, Serbia

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026


References:

[1] At least as far as the Croatian side is concerned, the following bibliographical units can be cited as examples of politicized “Tuđmanological” literature created immediately after the wars for Yugoslav succession, but also under the direct ethnopsychological influence of them: Dragutin Pavličević, Povijest Hrvatske. Drugo, izmijenjeno i prošireno izdanje, Zagreb: Naklada P.I.P. Pavičić, 2000; Ivo Perić, Povijest Hrvata, Zagreb: Centar za transfer tehnologije, 1997; Dušan Bilandžić, Hrvatska moderna povjest, Zagreb: Golden Marketing, 1999. The wars for Yugoslav succession from the 1990s in the areas west of the Drina River, i.e., the former ISC from the Second World War, must be viewed primarily through the prism of the civil war between Croats, Bosniaks, and Serbs (“Across Drina Dinariods”) who were thus settling historical scores with each other, and as far as the Serbs are concerned, especially those historical scors from the Second World War.

[2] The Norwegian documentary film from 2011, “Betrayed City”, also shows that Srebrenica was sacrificed by the central authorities in Sarajevo in July 1995:

[https://www.youtube.com/watch?v=FvqHWS_4AuM&index=13&list=PL999EB6ACC07FC959].

[3] It is undeniable that the breakup of the SFRY was largely a product of the renaissance of liberal nationalism from within, which emerged as a phenomenon in Eastern Europe after 1989 [Jeffrey Haynes, Peter Hough, Shahin Malik, Lloyd Pettiford, World Politics, London−New York: Routledge, Taylor & Francis Group, 2011, 405].

[4] For example, on Paragraph 4, Article 2 of the Charter of the United Nations or Principle VI of the Principles of International Law recognized in the Charter of the Nuremberg Tribunal and the Judgment of the Nuremberg Tribunal from 1950. The most important international documents regulating human rights up to the time of the dissolution of the SFRY are: the Universal Declaration of Human Rights from 1948, the Geneva Convention relative to the Treatment of Prisoners of War and the Protection of Civilian Persons in Time of War from 1949, the European Convention on Human Rights from 1950, the Genocide Convention from 1951, the Declaration on Torture from 1975 and the Convention against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment from 1984 [Andrew Heywood, Global Politics, New York: Palgrave Macmillan, 2011, 311]. Based on the norms of the aforementioned international law instruments on the protection of human rights, it is certain that the human rights of Serbs, both as individuals and as a collective, were flagrantly violated in the city of Vukovar by Croatian soldiers in the summer of 1991, which ultimately had to lead to a “humanitarian intervention” by the still internationally legally existing state of Yugoslavia, on whose territory this practice took place. For information on international human rights protection norms, see [Jack Donnelly, International Human Rights, Cambridge, MA: Westview, 2007; Philip Alston, Ryan Goodman, International Human Rights. The Successor to International Human Rights in Context: Law, Politics and Morals, Oxford, UK: Oxford University Press, 2012]. On public international law, see [Смиља Аврамов, Међународно јавно право, Београд, Савремена администрација, 1986].

[5] It is known that the unofficial name of Tuđman’s party, HDZ, is „Hrvatska do Zemuna“ (“Croatia up to Zemun”). Zemun is the city in Serbia neaby Belgrade. The city with surrounding territory was part of the Independent State of Croatia from the Second World War.

[6] See, for instance the map from 1933, Etnografske granice Hrvata u Kralj. Jugoslaviji i okolnim zemljama by Dr. N. Z. Bjelovučić [Василије Ђ. Крестић, Геноцидом до велике Хрватске, Јагодина: Гамбит, 2002, appendix].

[7] Andrew Heywood, Global Politics, New York: Palgrave Macmillan, 2011, 257. For more on the moral basis for humanitarian intervention, see [Teri Nardin, “Moralna osnova za humanitarnu intervenciju”, Jovan Babić, Petar Bojanić (urednici/eds.), Humanitarne vojne intervencije, Beograd: Službeni glasnik, 2008, 23−40].

[8] Before the breakup of the SFRY, the city of Mostar was the official propaganda symbol of multiethnic coexistence in Yugoslavia – a city in which Serbs made up one third of the population. Today, after the war, however, there are virtually no Serbs in Mostar.

[9] For information on the Allied bombing of Dresden in 1945, see [Frederick Taylor, Dresden, Tuesday, February 13, 1945, New York: HarperCollins Publishers Inc., 2004].

[10] Andrew Heywood, Global Politics, New York: Palgrave Macmillan, 2011, 318−329; Jeffrey Haynes, Peter Hough, Shahin Malik, Lloyd Pettiford, World Politics, Harlow: Pearson Education Limited, 2011, 707−708. Of course, the practice of “humanitarian interventions” can be very easily abused for geostrategic and political purposes, as it was demonstrated, for instance, by the 1999 NATO aggression against the Federal Republic of Yugoslavia. [George Szamuely, Bombs for Peace: NATO’s Humanitarian War on Yugoslavia, Amsterdam: Amsterdam University Press, 2013].

[11] Considering that the then Federal Secretary of National Defense of the SFRY, General Veljko Kadijević, passed away on November 2nd, 2014 (in Moscow), we will probably never know the true answer to this question, and the true answer cannot be found by reading his memoirs [Veljko Kadijević, Moje viđenje raspada: Vojska bez države, Beograd: Politika, 1993; Вељко Кадијевић, Против удар: Моје виђење распада Југославије, Београд: Филип Вишњић, 2010].

[12] Добрила Гајић-Глишић, Из кабинета министра војног: Српска војска, Чачак: Литопапир, 1992, 152.

[13] On the eve of the declaration of independence of Croatia and Slovenia (June 25th, 1991), the member states of the European Community (EC) decided on June 23rd, 1991 that they would not recognize the independence of Croatia and Slovenia, but the German Christian Democratic Union (CDU) declared the very next day that it did not agree with this decision. Therefore, Tuđman’s Serbophrenic regime in Zagreb had, from the very beginning of the war, the undisputed and direct support of Berlin, which only needed a formal excuse to unilaterally recognize the independence of both Croatia and Slovenia, which Germany did on December 19th, 1991 (when Iceland also recognized Croatia), but without the consent of the other eleven EC members, and the formal reason was the cases of Vukovar and Dubrovnik (Germany and Iceland were, as well as, the first countries to recognize the Nazifascist Independent State of Croatia in 1941). German recognition of independent Croatia came into effect on January 15th, 1992, when all eleven other EC member states also recognized Croatia, of course under pressure from Germany. On that occasion, Croats sang the song “Danke Deutschland”. Croatia became a member of the UN on May 22nd, 1992.

[14] The Croatian Democratic Union was founded on January 19th, 1989, at a secret meeting in a cottage in Plješevica, and the party’s main political goal was the creation of an independent, Greater Croatia within its “ethno-historical” borders up to the Drina River in the east [Милорад Екмечић, Дуго кретање између клања и орања. Историја Срба у Новом веку (1492−1992), Београд: EVRO-GIUNTI, 2010, 548]. The CDU was founded as a broad coalition of Croatian nationalists led by Dr. Franjo Tuđman as the party’s leader. [Robert Thomas, The Politics of Serbia in the 1990s, New York: Columbia University Press, 1999, 91] who, having come to power in Croatia the following year, introduced a political dictatorship [Sorin Antohi, Vladimir Tismaneanu (eds.), Between Past and Future: The Revolutions of 1989 and Their Aftermath, Budapest: Central European University Press, 2000, 42; David Binder, “The Yugoslav Earthquake”, Mediterranean Quarterly, Winter 2001, 12]. The Croatian Party of Rights also dreamed of similar borders for a Greater Croatia, which on June 17th, 1991, adopted the so-called “June Charter” which called for the restoration of Pavelic’s ISC with borders in the east to Subotica, Zemun, the Drina River, Raška (all in Serbia), and the Bay of Kotor (in Montenegro) [Вељко Ђурић Мишина, Република Српска Крајина. Десет година послије, Београд: Добра воља, 2005, 22]. The Croatian CDU, by the way, has openly supported and even glorified Pavelić’s ISC since its very foundation. For example, its president, Dr. Franjo Tuđman, a retired YPA general, publicly declared in Zagreb on February 24th, 1990, that the ISC was not just a quisling creation and a fascist crime, but also an expression of the historical aspirations of the Croatian people. Such statements by the CDU leadership were sufficient proof for the Croatian Serbs of what awaited them in Croatia in the event of Tuđman and his CDU winning the elections and the proclamation of a new independent Croatia. Otherwise, this statement by Tuđman can very easily be interpreted as an expression of the historical aspirations of the Croatian people to commit Serbocide in the areas that the Croats independently declared to be their exclusive ethno-historical space, which is more or less the territory of Pavelic’s ISC, which as a state was completely and in the true sense independent in terms of its internal policy (the destruction of Serbs, Jews, Roma, and other nations of the “lower” race). However, the ruling (anti-Serbian) communist clique in post-war Yugoslavia, for political reasons, declared the ISC to be a mere Nazi-fascist (Italian-German) puppet creation which, as such, is not and cannot be essentially responsible for Serbocide and therefore neither the Croatian people as a collective.

[15] This military parade was held just a day after the European Community published (March 26th) a declaration emphasizing that a united and democratic Yugoslavia had the best chance as such to become a member of the EC.

[16] Similar techniques were also used at that time in Daruvar, Šibenik, Zagreb, etc.: threats with nightly phone calls to leave the city if they did not want to be killed, putting up public posters on how to recognize a Serb, refusing to sell goods in a store if the customer was a Serb, etc.

[17] Martin Špegelj, Tuđman’s Minister of Defense, himself admitted in a secret recording of the inteligence service of the YPA (KOS JNA) that 200,000 CDU members were under arms at the time, which was broadcast in the BBC series “Death of Yugoslavia”, part one.

[18] Tuđman’s then Minister of Police, Josip Boljkovac, stated in an interview with the Frankfurt daily Vesti in November 2014 that the attack on Borovo Selo had the political goal of provoking a war with the Serbs, after which the Serbs would have to disappear from Croatia.

[19] You should see Croatian TV’s (HTV) reports from that time, especially the HTV propaganda documentary about the “hundred days of resistance in Vukovar”.

[20] According to data from independent international services, around 10.000 Serbs were killed in Croatia from 1991 to 1996.

[21] Grey Carter, “Mass killings of Serbs for organs only boosted in Kosovo, but it started earlier: In Croatia, Vukovar” at https://theremustbejustice.wordpress.com/2014/02/06/organ-trafficking/.

[22] Вељко Ђурић Мишина, Република Српска Крајина. Десет година послије, Београд: Добра воља, 2005, 23.

[23] Veljko Kadijević was born on November 21st, 1925, in the village of Glavini near Imotski in Herzegovina, to a Serb father and a Croatian mother. In the Second World War, he was a fighter for the Austro-Hungarian corporal Josip Broz Tito. Kadijević is just one of many who come from the so-called “Balkan wolf-shits” and through Broz’s partisans found themselves in leading positions in Titoslavia, which they themselves destroyed.

[24] The YPA was still multiethnic at that time, and its top leadership was mostly composed of non-Serbs. In addition to the Croat-Yugoslav Veljko Kadijević, the de facto commander-in-chief of the YPA, his deputies were the Slovene Admiral Stane Brovet and the Croat Josip Gregorić. The aviation was commanded by the Croat Anton Tus, and later by another Croat Zvonimir Jurjević. The Central Military District was under the command of the Macedonian Spirovski, while the head of that district was another Croat – Anton Silić. [Jelena Guskova, Istorija jugoslovenske krize (1990−2000), I, Beograd: Izdavački grafički atelje „M“, 2003, 244].

[25] The YPA evacuated on November 4th, 1991, from the “Logorište” barracks in Karlovac with losses of 26 soldiers killed and 67 wounded [Вељко Ђурић Мишина, Република Српска Крајина. Десет година послије, Београд: Добра воља, 2005, 25].

[26] Imagine if the US army in Afghanistan turned to the UN Security Council to mediate in the unblocking of their military camp that was under siege by the Taliban!

[27] On September 13th, 1991, Croatian President Dr. Franjo Tuđman issued an order to blockade YPA barracks throughout Croatia [Dragutin Pavličević, Povijest Hrvatske. Drugo, izmijenjeno i prošireno izdanje, Zagreb: Naklada P.I.P. Pavičić, 2000, 535].

[28] Arkan himself claimed in the aforementioned documentary that his “Tigers” had transfered 2.000 men from Vukovar to the YPA.

[29] Jeffrey Haynes, Peter Hough, Shahin Malik, Lloyd Pettiford, World Politics, London−New York: Routledge, Taylor & Francis Group, 2011, 659.

[30] At that time, the Socialist Party of Serbia (SPS) and the United Yugoslav Left (UYL, originally JUL) – metamorphoses of the League of Communists of Yugoslavia (LCY, originally SKJ) – were in power in Serbia.

[31] Socialist Workers’ Party of Yugoslavia (communists).

[32] Branislav Ilić, Vojislav Ćirković (priredili/eds.), Hronologija revolucionarne delatnosti Josipa Broza Tita, Beograd: Export-Press, 1978, 11; Branko Petranović, Istorija Jugoslavije 1918−1988, Beograd: Nolit, 1988, 108−109.

A Brief Overview of the Problem of the Origin of Ethnic Albanians

In the official scientific circles today, two currents represent opposing opinions on the ethnic origin of Albanians:

1) Or that they are directly descended from the (surviving and unassimilated) Balkan indigenous Illyrians (after the migration of the Slavs to the Balkans).

2) Or that they are originally from the Caucasus (so immigrants and not natives).

From a qualitative-methodological point of view, this “Caucasian” theory has more scientific foundations because it is based on at least some historical sources, unlike the first “Illyrian” one (whose most ardent supporters are Albanians for completely understandable political reasons). Namely, it is certainly known in historical science that in ancient times (eg., during the time of Alexander the Great) there was a country of Albania in the Caucasus whose ruler brought gifts to Alexander when he was passing through northern Iran chasing the Persian king Darius III.

The key medieval source that tells us about the arrival of Albanians in the Balkans is the Byzantine chronicler and civil servant Mihailo Ataliota, who described the Byzantine history from 1034 to 1078. According to his writings, the Byzantine commander of Sicily, George Maniak, set out with his army in 1043 with the intention of taking the throne of Constantinople by force. In his army, there were also Sicilian Albanians (settled in Sicily from the Caucasus by the Arabs) with their wives and children. After a military defeat by the legitimate imperial commander at Lake Dorjan (today on the very border between North Macedonia and Greece), the Sicilian Albanians asked the local Serbs to allow them to settle in the nearby mountains, which they did. Thus, according to this Byzantine source, the Caucasian-Sicilian Albanians (in Turkish Arnaut – “those who did not return”) settled in the area northeast of the city of Elbasan (today in Albania).

The Albanian language is mentioned in historical sources for the first time late: only in 1285 as “lingua albanesesca” in a Dubrovnik manuscript. However, Byzantine sources from the 9th century tell us that the ethnonym “Albanian” does not have to be associated only with the Albanians/Arnauts known to us today, in which the ethnonym “Albani” refers to the Slavic inhabitants of the area around the city of Durrës (today in Albania).

It is quite understandable why Albanian science of Albanology rejects “Caucasian” and speaks only of the “Illyrian” origin of Albanians – in addition to the ethnic origin, they want to cement the rights over Kosovo province of Serbia (whose toponyms are almost exclusively Slavic-Serbian) and based on such “older” historical rights in relation to the Serbs before the international scientific public to claim that Kosovo is not Serbian, but Albanian.

Nevertheless, the “Caucasian” theory about the ethnogenesis of Albanians has one (but scientifically valuable) advantage over the “Illyrian” theory: it is based on at least two direct, reliable historical sources, while the theory about the “Illyrian” origin of Albanians is not based on any.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex-University Professor

Vilnius, Lithuania

Research Fellow at the Center for Geostrategic Studies

Belgrade, Serbia

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

Analisi Storica o Propaganda Nazionalista? Risposta alle Distorsioni sulla Guerra in Croazia_di Nikola Duper

Analisi Storica o Propaganda Nazionalista? Risposta alle Distorsioni sulla Guerra in Croazia

Le note di Nikola Duper, da leggere contestulmente al testo di riferimento di Sotirovic, offrono numerosi spunti di riflessione che spero saranno sviluppati in futuro. L’area dei Balcani da secoli è il crogiolo e terreno di conflitto e di confronto tra tre culture e civiltà, in una condizione instabile di convivenza di popolazioni per altro facilmente strumentalizzabili dalle dinamiche geopolitiche. Duper fa bene a sottolineare negativamente il pericolo di alcune interpretazioni forzate della storia recente, in particolare della ex-Jugoslavia, tese ad alimentare da una parte forme esasperate di nazionalismo etnico, dall’altra ad attribuire, di conseguenza, ai nazionalismi opposti le responsabilità esclusive della recente guerra civile. Uno degli argomenti criticati riguarda il fine recondito che ha guidato il maresciallo Tito nel conformare e guidare la Jugoslavia del secondo dopoguerra. In effetti, sulla base delle mie certamente deficitarie conoscenze storiche, il modello di ripartizione della Jugoslavia disegnato da Tito, più che favorire surrettiziamente la componente croata e le condizioni di una futura secessione, seguiva il medesimo criterio adottato dalla struttura federale della Unione Sovietica, tesa a plasmare dalle diverse nazionalità “l’homo sovieticus”, nella fattispecie l’uomo slavo del sud, sulla base di un sentimento per altro allora, ma probabilmente, ancora adesso presente in quella area, ulteriormente rafforzato dalle vicende e dall’epilogo di quella guerra e sopravvissuto alla terribile guerra civile di fine millennio. Ritengo, per tanto, la tesi di Sotirovic in proposito quantomeno forzata; di fatto una vera e propria “arma” che rischia di alimentare in forme estreme quel nazionalismo etnico consolatorio, ma estremamente rischioso, ritengo, per lo stesso popolo serbo nella sua attuale condizione di isolamento. Mi pare altrettanto chiaro che l’ossatura della formazione statuale jugoslava si sia retta sulla predominanza della componente serba in alcuni gangli fondamentali dello stato e delle altre, a vario titolo e peso, nelle altre sulla base di un compromesso accettato e di un equilibrio geopolitico del tutto particolare. Presentare Tito come servo obbediente degli occidentali, piuttosto che abile giocatore in una condizione complessa, mi pare un po’ troppo. Riguardo ai prodromi della guerra civile, la tempistica offerta da Duper non mi pare contestabile e neppure la lettera di quanto da lui citato. Bisognerebbe entrare nel merito di cosa intendesse quel documento come struttura confederale. Se in essa fosse prevista anche la possibilità di forze di difesa e di politiche estere autonome delle varie repubbliche, più che un nuovo assetto di uno stato unitario, sembrerebbe il prodromo di una secessione strisciante. Sarebbe stato più coerente, rispetto alle intenzioni dichiarate, spingere per una composizione più equilibrata degli assetti interni istituzionali, amministrativi ed economici; tutti aspetti, in realtà, che non mancavano nel vivace dibattito iniziale. Il problema nasce dalle spinte centrifughe esasperate che prevalsero contemporaneamente, anche se con diversa intensità, tra le varie componenti, sino alla esasperazione e forzatura estrema emersa in Bosnia-Erzegovina, con tutta la strumentalizzazione narrativa che ne è conseguita sulla responsabilità univoca delle stragi, agli uni istituzionale, agli altri più individualizzata e resa avulsa dalla ideologizzazione radicale dominante. Si è creata una rincorsa ai radicalismi nazionalisti ed etnici, alimentati dall’esistenza inevitabile di enclaves proprie delle aree di frontiera, ma anche delle politiche della federazione, che nel processo di disgregazione si sono combattuti e sostenuti a vicenda. Nei rilievi di Duper, però, rimane un vuoto da colmare assolutamente: il peso decisivo dell’intervento esterno, in particolare di Stati Uniti, Germania, Vaticano e alcuni paesi turco-islamici, nell’alimentare il contenzioso bellico e nel determinare un epilogo foriero di ulteriori e violenti attriti. Intervento che, per altro, contribuì a dissestare alcuni paesi della NATO stessa; tra essi l’Italia, il cui governo di allora, a cavallo degli anni ’80/’90, propendeva attivamente per una soluzione confederale equilibrata del contenzioso jugoslavo, in contrasto con gli interventisti esterni all’Italia ed interni, quelli in particolare legati al nord-est italico, alla DC bavarese e ad ambienti della segreteria di stato vaticana. Ritengo, quindi, che oltre ad osservare le tendenze e le forzature operate dai radicalismi degli stati confinanti “ex-amici”, ci si dovrebbe sforzare di criticare anche le analoghe tendenze ben presenti all’interno del proprio paese, tenendo conto dei rischi cui si potrebbe andare incontro. La condizione di povertà culturale ed economica cui si sono ridotti in buona parte anche quei paesi che si sono lasciati attrarre dal miraggio della UE e della NATO dovrebbe offrire parecchi spunti di riflessione_Giuseppe Germinario

Un recente articolo di Vladislav Sotirović sul sito “Italia e il Mondo”, intitolato “La distruzione dell’ex-Jugoslavia: il caso della Croazia e delle relazioni serbo-croate”, propone una lettura degli eventi degli anni ’90 che non regge al confronto con le evidenze storiche e giuridiche internazionali. Più che un’analisi, si tratta di una riproposizione della propaganda nazionalista serba degli anni ’90, caratterizzata da omissioni gravissime, distorsioni dei fatti e un linguaggio velenoso. Questo articolo intende rispondere punto per punto, citando il testo originale e contrapponendovi fonti documentali.

1. Le Vere Origini della Rottura: la Scissione nel Partito Comunista e la Risposta Democratica

Tesi di Sotirović: L’articolo propone la solita dicotomia semplicistica, parlando dello «scontro tra nazionalisti serbi e croati», come se la guerra fosse nata da due pulsioni etniche equivalenti e simultanee.

Realtà dei fatti: La frattura decisiva avvenne all’interno della Lega dei Comunisti di Jugoslavia. Al 14º Congresso del Partito nel gennaio 1990, le delegazioni della Slovenia e della Croazia proposero riforme democratiche e una confederazione. La delegazione serba, guidata da Slobodan Milošević, le bloccò sistematicamente, provocando l’abbandono della sala da parte dei delegati sloveni e croati e il collasso de facto del partito unico. Questo evento segnò la fine della Jugoslavia come progetto politico comune.

Le successive elezioni multipartitiche del 1990 in Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia non furono un’espressione di “nazionalismo primordiale”, ma una risposta democratica al fallimento del sistema federale e alla deriva autoritaria e centralista di Belgrado. Fu la reazione di società che cercavano una via d’uscita dal vicolo cieco politico creato da Milošević.

Fonte: Branka Magaš, “The Destruction of Yugoslavia: Tracing the Break-Up 1980-92”. Dokumenti del 14. Kongres Saveza komunista Jugoslavije (1990).

2. Il Referendum Croato: Sovranità, non “Secessione”

Tesi di Sotirović: Implicitamente o esplicitamente, si dipinge la scelta croata come un atto illegittimo di secessione che “giustificherebbe” la reazione serba.

Realtà dei fatti: Il referendum croato del maggio 1991 poneva una questione di sovranità, non di secessione da uno stato pre-esistente. Il testo recitava: «Siete favorevoli a che la Repubblica di Croazia, in quanto stato sovrano e indipendente, che garantisce l’autonomia culturale e tutti i diritti civili alla minoranza serba e alle altre minoranze in Croazia, possa entrare in una nuova unione di stati sovrani delle repubbliche jugoslave?»

La domanda era chiara: si votava per una Croazia sovrana, disposta a federarsi liberamente con altre repubbiche, nel rispetto totale dei diritti delle minoranze. La RSK e la JNA risposero a questa consultazione democratica con la rivolta armata e l’occupazione militare, rifiutando ogni negoziato sullo status della minoranza serba all’interno di una Croazia democratica.

Fonte: Testo originale del Referendum croato, “Narodne novine” (Gazzetta Ufficiale), 2 maggio 1991.

3. La Guerra Inizia nel 1991: Aggressione a Vukovar, Dubrovnik e alla Sovranità Croata

Tesi di Sotirović: La narrazione spesso confonde le date, facendo passare l’idea di un conflitto successivo al riconoscimento internazionale (1992).

Realtà dei fatti: La guerra di aggressione contro la Croazia iniziò nella primavera/estate del 1991. Dopo gli scontri iniziali a Pakrac e nella Krajina, l’Armata Popolare Jugoslava (JNA) lanciò una guerra totale.

L’assedio di Vukovar (agosto-novembre 1991) fu un evento simbolo: una città indifesa nella pianura croata bombardata e rasa al suolo dalla JNA e dalle milizie paramilitari serbe, culminata nel massacro di Ovcara.

L’assedio di Dubrovnik (ottobre 1991 – maggio 1992) fu un atto di barbarie senza alcuna giustificazione militare: una città patrimonio dell’UNESCO, senza obiettivi militari, bombardata dalla terra e dal mare dalla JNA. L’obiettivo era spezzare il morale croato e dimostrare che nessun luogo era al sicuro.

Questi non furono atti di “guerra civile”, ma aggressioni militari di uno stato (la Federazione Jugoslava controllata da Belgrado) contro il territorio di una repubblica membro che si stava rendendo indipendente. Il riconoscimento internazionale del gennaio 1992 arrivò dopo questi crimini, in risposta ad un’aggressione già in atto.

Fonte: Sentenze del TPIY su Vukovar (es. “Prosecutor vs. Mrkšić et al.”) e Dubrovnik (es. “Prosecutor vs. Strugar”, IT-01-42). Rapporti UNESCO sui danni al patrimonio di Dubrovnik.

4. La “Repubblica Serba di Krajina”: un Progetto di Pulizia Etnica, non di Autodeterminazione

Tesi di Sotirović: Viene descritta come un’«entità serba in Croazia» sorta per autodeterminazione.

Realtà dei fatti: La RSK fu l’attuazione territoriale del progetto della “Grande Serbia”. Nata dalla violenza, si sostenne solo attraverso la pulizia etnica di centinaia di migliaia di croati e non-serbi e il terrore contro i serbi stessi che non appoggiavano il regime di Milan Babić e Milan Martić. La sua leadership fu condannata dal TPIY per crimini contro l’umanità.

5. L’Operazione Tempesta: Riconquista Legittima e Crimini di Guerra Condannati

Tesi di Sotirović: Viene definita un’«operazione di pulizia etnica» in toto.

Realtà dei fatti: L’Operazione Tempesta (agosto 1995) fu un’operazione militare legittima di ripristino della sovranità su territorio occupato. Tuttavia, fu macchiata da crimini di guerra (uccisioni di civili, incendi) commessi in fase di esecuzione, per i quali sono stati condannati comandanti croati. La Corte Internazionale di Giustizia (2015) ha rigettato la qualifica di genocidio, distinguendo tra l’obiettivo legittimo dell’operazione e i crimini commessi da alcuni.

Fonte: Sentenza CIJ, “Applicazione della Convenzione sul Genocidio (Croazia vs. Serbia)”, 2015.

Conclusione: Una Narrazione Tossica che Ostacola la Riconciliazione

L’articolo di Sotirović non è solo sbagliato; è pericoloso. Cancellando il contesto (la deriva di Belgrado), falsando le date (la guerra inizia nel ’91), mistificando il referendum e equiparando aggressore e aggredito, si perpetua la logica tossica che portò alla guerra. La riconciliazione nei Balcani richiede il coraggio di una memoria basata sui fatti: la responsabilità dell’aggressione, l’orrore della pulizia etnica e la legittimità del diritto alla difesa, senza dimenticare che anche la parte aggredita commise crimini che devono essere riconosciuti.

Conclusione: Per una Riconciliazione Costruita sulla Verità, non sul Mito

Se desideriamo un autentico riavvicinamento tra i popoli dell’ex Jugoslavia, la strada non può passare attraverso le distorsioni e gli odi riproposti da Sotirović. Una pace duratura richiede fondamenta diverse: il coraggio della verità storica e della responsabilità condivisa.

Per secoli, i popoli slavi del sud sono stati, in effetti, strumentalizzati e trascinati in conflitti da potenze e ideologie esterne. Proprio per questo, il primo atto di vera sovranità e fratellanza nel XXI secolo deve essere l’emancipazione dalla propria propaganda tossica. Non possiamo lamentarci di manipolazioni esterne se poi continuiamo ad avvelenare il nostro spazio comune con narrazioni mitologiche che dipingono un intero popolo come eterno colpevole o eterna vittima.

I serbi, i croati, i bosniaci e tutti gli altri popoli della regione sono vicini e fraterni non solo nella geografia o in un passato idealizzato, ma anche nella sofferenza patita durante gli anni ’90. La fratellanza autentica, tuttavia, non nasce dall’occultare i torti, ma dal riconoscerli. Nasce dal comprendere che il dolore di una famiglia a Vukovar, a Srebrenica o a Knin ha lo stesso identico peso.

Costruire un futuro radioso significa quindi avere il coraggio di sostituire gli slogan degli anni ’90 con il rigore delle prove. Significa accettare le sentenze dei tribunali internazionali non come una “vittoria” o una “sconfitta” nazionale, ma come un patrimonio comune di fatti accertati da cui non si può più prescindere. Significa insegnare ai giovani non chi ha ragione, ma cosa è accaduto, perché è accaduto, e come garantire che non accada mai più.

La riconciliazione non è l’oblio. È la scelta collettiva e faticosa di guardare in faccia la storia complessa, a volte orribile, e dire: “Questo è successo. Noi, come società, lo riconosciamo. E ora, su questa verità scomoda ma necessaria, costruiamo il nostro domani.”

La distruzione dell’ex Jugoslavia: il caso della Croazia e delle relazioni serbo-croate_di Vladislav Sotirovic

La distruzione dell’ex Jugoslavia: il caso della Croazia e delle relazioni serbo-croate

L’esistenza della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia (RSFJ) di Broz si basava principalmente sull’instaurazione della sua dittatura personale e sul culto della personalità, nonché sul sostegno materiale, politico e finanziario incondizionato delle cosiddette democrazie occidentali, ma soprattutto degli Stati Uniti d’America (USA) dopo la rottura di Stalin con Tito nel 1948[1] fino alla morte del presidente a vita della RSFJ. L’ideologia del comunismo nazionale di Broz-Kardelj, basata sulla banale pratica dell’autogoverno (quasi) socialista, ha svolto il ruolo di cemento ideologico in uno Stato multinazionale e fondamentalmente disunito che è durato quanto il suo dittatore. [2] Gli Stati Uniti mantennero artificialmente in vita la Jugoslavia per ben dieci anni dopo la morte ufficiale (e non provata) del caporale austro-ungarico e autoproclamato maresciallo Tito (1980), fino a quando le basi geopolitiche delle relazioni internazionali cambiarono radicalmente con la scomparsa dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), del Patto di Varsavia e dell’unificazione dei due Stati tedeschi (1989-1991).[3] Dato che la Jugoslavia era diventata superflua nei piani politico-militari americani per il dopoguerra fredda, fu lasciata affondare nella sanguinosa guerra civile del 1991-1995, che è solo una parte delle guerre storiche delle civiltà nei Balcani e nello spazio globale. [4]

La politica (quasi) jugoslava di “fratellanza e unità” di Josip Broz Tito (1892-1980) aveva come obiettivo principale la preparazione politica ed economica della disintegrazione del paese dopo la sua morte secondo il modello amministrativo-territoriale: tutte le repubbliche socialiste e entrambe le province autonome dovevano diventare Stati indipendenti con la conseguenza finale di una Grande Croazia (patria di Broz) etnicamente pura e riconosciuta a livello internazionale e di una Piccola Serbia ridotta ai confini della “Serbia di Bismarck” nel periodo successivo al Congresso di Berlino del 1878 fino alle guerre balcaniche del 1912-1913. Pertanto, Broz creò province autonome solo in Serbia (secondo la Costituzione del 1974, di fatto repubbliche veramente indipendenti) e fece di tutto per impedire che venisse alla luce la verità sull’orribile etnocidio contro i serbi nell’ISC dopo il 1945[5] e, infine, per verificarlo e legalizzarlo.

Dopo la morte di Broz (4 maggio 1980), gli albanesi del Kosovo furono i primi a dare inizio allo smantellamento violento e organizzato della RSFY nella primavera del 1981[6] con l’intenzione finale di separare la provincia del Kosovo dalla Serbia, compiere la pulizia etnica dei serbi e di tutti gli altri non albanesi e ripristinare la Grande Albania di Mussolini/Hitler della Seconda Guerra Mondiale. Il terrore organizzato e sistematico degli albanesi del Kosovo contro la popolazione serba della provincia[7], così come il separatismo albanese in Kosovo dopo la morte di Broz, furono direttamente alimentati e incoraggiati politicamente dai leader di Croazia e Slovenia come il modo più efficace per continuare il funzionamento della federazione jugoslava asimmetrica di Broz, in cui la Repubblica Socialista di Slovenia e la Repubblica Socialista di Croazia avevano una posizione politica, economica e finanziaria privilegiata rispetto a tutte le altre repubbliche, ma soprattutto rispetto alla Repubblica Socialista di Serbia, all’interno della quale le due province autonome (Vojvodina e Kosovo) fungevano da meccanismo ottimale per preservare questo stato asimmetrico di relazioni e politica inter-repubblicane. La proposta dei neoeletti governi “democratici” di Slovenia e Croazia[8] di ristrutturare la federazione jugoslava in una confederazione di sei “Stati sovrani”, ognuna delle quali avrebbe avuto un proprio esercito e missioni diplomatiche[9], non era altro che una proposta di riconoscimento de facto dell’indipendenza delle repubbliche jugoslave, ma entro i confini creati nella Titoslavia del 1945, che avvantaggiava principalmente una Croazia più grande di Broz, ma anche una Slovenia più grande. Questa proposta di confederazione asimmetrica aveva anche la funzione politica di essere creata in modo tale da essere sicuramente respinta come oggettivamente inaccettabile dalla Serbia e dalle altre repubbliche jugoslave, fornendo così un motivo formale a Lubiana e Zagabria per dichiarare l’indipendenza della Slovenia e della Croazia dal resto della Jugoslavia, cosa che avvenne il 25 giugno 1991, segnando anche l’inizio di una sanguinosa guerra civile.

La letteratura accademica occidentale, così come i mass media e gli ambienti politici occidentali, accusano generalmente le politiche “nazionaliste” di Slobodan Milošević (1941-2006) come principale, e persino unico, ispiratore della dissoluzione della RSFJ. [10] Slobodan Milošević, tuttavia, non è certamente più colpevole della scomparsa dell’ex Stato comune e dello scoppio della guerra civile rispetto ad altri leader delle repubbliche jugoslave, in particolare il dottor Franjo Tuđman (1922-1999) e la sua Unione Democratica Croata (CDU), ma è certamente vero che ha condotto la sua lotta politica per l’unificazione amministrativa della Repubblica di Serbia, la sua posizione politica ed economica paritaria nella federazione jugoslava e la protezione dei serbi sia in Kosovo che in tutta la Jugoslavia, ma soprattutto in Croazia, dove i neonazisti ustascia salirono al potere nella primavera del 1990, appena rivestiti delle vesti della democrazia e dei “valori europei”. Tuttavia, Milošević ha (ab)usato tale situazione e il clima politico generale in Jugoslavia per instaurare un regime autoritario personale e l’etnopopulismo in Serbia[11] , ma la stessa politica autoritaria ed etnopopolare è stata introdotta da Franjo Tuđman in Croazia, attuando la sua politica di serbofobia (non solo serbofobia) e l’ideologia ustascia risalente al periodo della seconda guerra mondiale. [12]

La leadership politica della Serbia è direttamente accusata dalle stesse fonti di aver tentato di realizzare l’idea di una Grande Serbia durante il periodo della dissoluzione della Jugoslavia[13] sulle basi ideologiche del Načertanije di Ilija Garašanin (1812‒1874) del 1844. [14] Slobodan Milošević (1941-2006) avrebbe voluto diventare il nuovo Josip Broz Tito di tutta la Jugoslavia, cosa che in sostanza non è da escludere, ma che non è nemmeno dimostrabile con prove concrete. A differenza di lui, Franjo Tuđman (1922‒1999) aveva molto probabilmente come obiettivo personale e politico principale quello di rimanere nella storia croata come il nuovo Poglavnik (leader supremo/Führer) nazionale che aveva restaurato l’ISC di Pavelić della Seconda Guerra Mondiale entro i suoi confini “etnostorici” e, se possibile, finalmente ripulito etnicamente dai serbi. La storiografia croata di questo periodo, principalmente per ragioni politiche piuttosto che scientifiche, fece un grande passo avanti accusando direttamente l’élite politica e nazionale serba di attuare il concetto ideologico-storico non solo di una Grande Serbia, ma anche di una Serbia genocida in cui non ci sarebbe stato posto per i non serbi, e questo concetto può essere presumibilmente rintracciato storicamente in una serie ideologica collegata dall’articolo “Serbi tutti e ovunque” di Vuk Stefanović Karadžić (1787-1864) del 1836 (stampato nel 1849) fino al Memorandum dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti (SASA, originariamente SANU) del 1986. [15]

Tuttavia, almeno per quanto riguarda il ruolo della parte croata nella dissoluzione della Jugoslavia, il nuovo governo CDU (originariamente HDZ) a Zagabria non era altro, per la stragrande maggioranza dei serbi in tutto il paese, che una reincarnazione dell’ISC (originariamente NDH) di Pavelić, responsabile dell’uccisione dei serbi, e dell’ideologia ottocentesca del Partito croato dei diritti (CPR, originariamente HSP, l’ideologia nazista-ustascia del XX secolo) del “sangue e suolo” nella risoluzione della “questione serba” non solo nelle aree della già Grande Croazia di Broz, ma anche nell’intera area a ovest del fiume Drina, che è stata rivendicata come spazio etnico-storico esclusivamente croato sin dai tempi di Ante Starčević (1823-1896), padre dell’ultranazionalismo croato e della politica di genocidio dei serbi. In sostanza, l’ideologia e la politica CPR-ustascia dell’HDZ di Tuđman nella risoluzione della “questione serba” a ovest del fiume Drina durante e dopo lo scioglimento della SFRY si basava sull’ideologia e sulla politica di genocidio contro i serbi a ovest del fiume Drina fin dal XIX secolo nei circoli clericali e nazionalisti-sciovinisti croati. [16] Che la CDU al potere fosse una copia dell’ISC di Pavelić era chiaro ai serbi non solo dalla retorica degli organi ufficiali dello Stato croato, ma anche dalla simbologia ustascia utilizzata durante la seconda guerra mondiale, nonché dalla posizione ufficiale del partito e dello Stato nei confronti del leader dell’ISC Ante Pavelić (1889-1959), il “macellaio dei Balcani” che guidò lo Stato in cui fino a 750.000 serbi furono uccisi nel modo più brutale.[17] Non c’è quindi da stupirsi che i serbi della Croazia, che vivevano in masse compatte, principalmente nelle zone di Banija, Lika e Kordun, furono semplicemente costretti ad auto-organizzarsi a livello nazionale, ovvero a proclamare prima la Regione Autonoma Serba (SAR, originariamente SAO) Krayina il 21 dicembre 1990 e poi, il 28 febbraio 1991, ad adottare la Risoluzione sulla separazione della Repubblica di Croazia e della SAR Krayina, che rimase in Jugoslavia.[18]

Dopo la dichiarazione di indipendenza della Repubblica di Croazia il 25 giugno 1991, le formazioni armate ben equipaggiate della Croazia (con circa 200.000 fucili a canna lunga)[19], assistite dalle milizie di partito e da vari “cani da guerra” croati e stranieri, attaccarono con tutte le loro forze gli insediamenti serbi nella zona della SAR Krayina, ma anche le caserme dell’Esercito Popolare Jugoslavo (YPA, originariamente JNA), avendo il sostegno diplomatico e politico delle “democrazie” occidentali, e soprattutto della Germania unita, che sfruttò la crisi e la guerra jugoslava per imporsi come leader dell’intera Comunità Europea (dal 1992, Unione Europea). [20] Iniziò così formalmente la guerra civile quadriennale nei territori della Repubblica Socialista di Croazia, anche se i combattimenti tra le forze di difesa territoriale serbe e le unità di milizia di riserva con la polizia regolare croata e i paramilitari erano iniziati già prima. Il 1° agosto 1991 iniziarono i combattimenti a Dalj, Erdut, Osijek, Darda, Vukovar e Kruševo. I croati combatterono per l’integrazione territoriale della Croazia titoista e per espellere il maggior numero possibile di serbi, mentre i serbi locali combatterono per la separazione territoriale dalla Croazia come unico modo per salvare le loro vite dal genocidio che stava per arrivare.

Dr. Vladislav B. Sotirovic

Ex professore universitario

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici

Belgrado, Serbia

© Vladislav B. Sotirovic 2025

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com

Riferimenti:

[1] La posizione ufficiale della storiografia titista jugoslava e della propaganda politico-statale secondo cui Tito ruppe con Stalin nel 1948 è errata, poiché Stalin interruppe definitivamente i rapporti con Broz in quanto cliente occidentale ed espulse lui e la sua Jugoslavia dall’Informburo. Anche l’affermazione secondo cui Broz avrebbe confutato tutte le calunnie dell’Informburo contenute nella risoluzione del 28 giugno 1948 al quinto congresso del Partito comunista jugoslavo (21-28 luglio 1948) è errata. [Branislav Ilić, Vojislav Ćirković (urednici/eds.), Hronologija revolucionarne delatnosti Josipa Broza Tita, Beograd: Export-Press, 1978, 123]. Sulla Titoslavia di quel periodo, cfr. [Алекс Н. Драгнић, Титова обећана земља – Југославија, Београд: Чигоја штампа, 2004].

[2] Sul carattere psicopolitico del culto della personalità e della dittatura di Broz, si veda [Владимир Адамовић, Три диктатора, Стаљин, Хитлер, Тито: Психополитичка паралела, Београд: Informatika, 2008, 445−610].

[3] Jeffrey Haynes, Peter Hough, Shahin Malik, Lloyd Pettiford, World Politics, Londra−New York: Routledge, Taylor & Francis Group, 2011, 34−43.

[4] Victor Roudometof, “Nationalism, Globalization, Eastern Orthodoxy: ‘Unthinking’ the ‘Clash of Civilizations’ in Southeast Europe”, European Journal of Social Theory, 2 (2), 1999, 233−247; Samuel P. Hungtington, The Clash of Civilization and the Remaking of World Order, Londra: The Free Press, 2002; Ignas Kapleris, Antanas Meištas, Istorijos egzamino gidas: Nauja programa nuo A iki Ž, Vilnius: Leidykla “Briedis”, 2013, 387. Le potenze occidentali hanno svolto un ruolo diretto nella dissoluzione della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia alimentando l’intolleranza religiosa e interetnica, nonché le passioni nazionalistiche nel territorio della Jugoslavia [Veljko Kadijević, Moje viđenje raspada: Vojska bez države, Belgrado: Politika, 1993, 40]. Per informazioni sul ruolo dei fattori internazionali nel processo di disgregazione della Jugoslavia e nelle guerre che ne sono seguite nel suo territorio, si veda [Richard H. Ullman (ed.), The World and Yugoslavia’s Wars, New York: A Council on Foreign Relations, 1996] . L’antagonismo occidentale nei confronti della Serbia e dei serbi in un contesto storico è stato forse definito al meglio da H. Sitton-Watson nel 1911, quando scrisse che «la vittoria dell’idea pan-serba significherebbe la vittoria della cultura orientale su quella occidentale» [Trajan Stojanović, Balkanski svetovi: Prva i poslednja Evropa, Belgrado: Equilibrium, 1997, 377].

[5] Per informazioni sul serbocidio nell’ISC e sulla cooperazione diretta della Chiesa cattolica romana con il regime nazista ustascia nell’ISC, si veda [Марко Аурелио Ривели, Надбискуп геноцида: Монсињор Степинац, Ватикан и усташка диктатура у Хрватској, 1941−1945, Никшић: Јасен, 1999].

[6] Радослав Ђ. Гаћиновић, Насиље у Југославији, Београд: ЕВРО, 2002, 243.

[7] Per il terrore albanese documentato contro i serbi del Kosovo nella SFRY, vedi [Јеврем Дамњановић, Косовска голгота, Интервју, Специјално издање, Београд: Политика, 22 ottobre 1988].

[8] Il fatto che i governi di Slovenia e Croazia nel 1990 fossero stati formalmente eletti in modo democratico dopo le prime elezioni parlamentari del dopoguerra è servito e continua a servire come principale alibi per il blocco “anti-serbo” sia in Jugoslavia che all’estero per la difesa dichiarata delle politiche di Lubiana e Zagabria nel processo di smembramento della RSFJ. Tuttavia, va sottolineato che tutti i governi delle altre repubbliche jugoslave nello stesso 1990 furono eletti in modo altrettanto democratico quanto i governi della Slovenia e della Croazia. Inoltre, Adolf Hitler salì al potere nella Repubblica di Weimar nel gennaio 1933 in modo estremamente democratico, almeno da un punto di vista puramente formale e giuridico.

[9] Susan L. Woodward, Balkan Tragedy: Chaos and Dissolution after the Cold War, Washington, DC: The Brookings Institution, 1995, 132.

[10] Si veda, ad esempio: [Louis Sell, Slobodan Milosevic and the Destruction of Yugoslavia, Durham−Londra: Duke University Press, 2003; Richard Overy, XX amžiaus pasaulio istorijos atlasas, Vilnius: Leidykla “Briedis”, 2008, 144; Kimberly L. Sullivan, Slobodan Milosevic’s Yugoslavia, Minneapolis, MN: Twenty-First Century Books, 2010; Adam Lebor, Milosevic: A Biography, Londra−Berlino−New York−Sydney: Bloomsbury, 2012].

[11] Bernd J. Fišer, Balkanski diktatori: Diktatori i autoritarni vladari jugoistočne Evrope, Belgrado: IPS, Belgrado−IP Prosveta, Belgrado , 2007, 481−539.

[12] Jill A. Irvine, “Ultranationalist Ideology and State-Building in Croatia, 1990−1996”, Problems of Post-Communism, 44 (4), 1997, 30−43. Tuttavia, l’ideologia ustascia riguardo alla “questione serba” in Croazia è completamente contraddittoria rispetto alla sua soluzione pratica durante l’ISC, dato che gli ustascia, così come lo stesso Poglavnik Ante Pavelić, sostenevano che in Croazia ci fossero essenzialmente pochissimi veri serbi perché la stragrande maggioranza dei “serbi” croati erano in realtà croati di etnia croata di fede ortodossa [Irina Lyubomirova Ognyanova, “Nazionalismo e politica nazionale nello Stato Indipendente di Croazia (1941-1945)”, bozza del documento presentato alla Convenzione Speciale “Nazionalismo, identità e cooperazione regionale: compatibilità e incompatibilità”, organizzata dal Centro per l’Europa centro orientale e balcanica, Università di Bologna, Forlì, Italia, 4-9 giugno 2002, 5]. Tuttavia, nella pratica, durante l’ISC, il regime ustascia cercò di eliminare in un modo o nell’altro tutti i cristiani ortodossi sia in Croazia che in Bosnia-Erzegovina, il che suggerisce che gli ustascia fossero principalmente l’esercito crociato del Vaticano. Il regime di Tuđman ha affrontato un problema simile nel nuovo ISC “democratico” degli anni ’90.

[13] Richard W. Mansbach, Kirsten L. Taylor, Introduction to Global Politics, Londra-New York: Routledge, Taylor & Francis Group, 2012, 442.

[14] Per quanto riguarda il Načertanije di Garašanin, si veda [Радош Љушић, Књига о Нечертанију: Национални и државни програм Кнежевине Србије (1844), Београд: БИГЗ, 1993]. Per quanto riguarda Ilija Garašan come statista, si veda [Дејвид Мекензи, Илија Гарашанин: Државник и дипломата, Београд: Просвета, 1987].

[15] Ante Beljo et al. (a cura di), Serbia from Ideology to Agression, Croatian Information Centre, Zagabria−Londra−New York−Toronto−Sydney: Zagrebačka tiskara, 1992. Per le verità, i malintesi e gli abusi del concetto e dell’ideologia della Grande Serbia, cfr. [Василије Ђ. Крестић, Марко Недић (уредници/eds.), Велика Србија: Истине, заблуде, злоупотребе, Зборник радова са Међународног научног скупа одржаног у Српској академији наука и уметности у Београду од 24−26. октобра 2002. године, Београд: Српска књижевна задруга, 2003]. Sul legame reciproco tra il Načertanije di Garašanin e l’articolo di Vuk “Serbi tutti e ovunque” vedi [Vladislav B. Sotirović, Srpski komonvelt: Lingvistički model definisanja srpske nacije Vuka Stefanovića Karadžića i projekat Ilije Garašanina o stvaranju lingvistički određene države Srba, Vilnius: privatno izdanje, 2011]. Entrambe le opere erano una risposta diretta all’ideologia e alla politica nazionalista e sciovinista del Movimento Illirico croato sulla croatizzazione dei serbi cattolici romani e ijekaviani e sulla creazione della Grande Illiria, ovvero la Grande Croazia [Vladislav B. Sotirović, The Croatian National (“Illyrian”) Revival Movement and the Serbs: Dal 1830 al 1847, Saarbrücken: LAP LAMBERT Academic Publishing, 2015].

[16] Sulla genesi dell’idea e dell’ideologia del serbocidio tra i croati nel contesto della creazione di una Grande Croazia con i suoi confini orientali fino al fiume Drina, cfr. [Василије Ђ. Крестић, Геноцидом до велике Хрватске, Јагодина: Гамбит, 2002].

[17] Richard W. Mansbach, Kirsten L. Taylor, Introduction to Global Politics, Londra−New York: Routledge, Taylor & Francis Group, 2012, 442. Ad esempio, il Partito croato dei diritti (CPR) – tacito partner di coalizione del partito leader CDU – adottò il 17 giugno 1991 la cosiddetta Carta di giugno, che chiedeva apertamente il ripristino dell’ISC nazista di Pavelic entro i confini orientali fino ai territori serbi settentrionali di Subotica e Zemun, al fiume Drina, Sandžak (Raška) nella Serbia meridionale e la baia di Kotor in Montenegro. L’affermazione che tutta la Bosnia-Erzegovina e il Montenegro (“Croazia Rossa” – Croazia rubea, nell’ideologia ultranazionalista croata) siano storicamente ed etnograficamente terre croate, dal tempo del principe Trpimir e del re Tomislav (X secolo) fino ai giorni nostri, è chiaramente sottolineata dal quotidiano croato NarodGlasilo za demografsku osnovu i duhovni preporod hrvatskog naroda del 1998. [Василије Ђ. Крестић, Геноцидом до велике Хрватске, Јагодина: Гамбит, 2002, додатак] . Dall’estate del 1990, il CPR/HSP ha organizzato le sue unità paramilitari (naziste ustascia) delle Forze di Difesa Croate – CDF (originariamente HOS), che dall’ottobre 1991 sono state in gran parte integrate nelle formazioni regolari dell’esercito croato. Il CDF/HOS sosteneva apertamente l’estremismo nazista ustascia, utilizzava la simbologia ustascia e glorificava il Poglavnik/Führer Ante Pavelić dell’ISC. [Ivo Goldstein, Croatia: A History, Londra: C. Hurst & Co, 1999, 225].

[18] Вељко Ђурић Мишина, Република Српска Крајина: Десет година послије, Београд: Добра воља, 2005, 16−19.

[19] Le formazioni armate croate (così come quelle slovene) furono quindi equipaggiate con le più moderne armi leggere e attrezzature militari e addestrate da esperti militari austriaci e tedeschi per svolgere azioni rapide ed efficaci contro l’YPA. Allo stesso tempo, come forma di guerra speciale contro l’YPA e la SFRY, fu preparata e attuata una diserzione di massa dalle unità dell’YPA, in modo che rimanessero vuote e quindi impreparate a svolgere azioni più serie [Радослав Ђ. Гаћиновић, Насиље у Југославији, Београд: ЕВРО, 2002, 260].

[20] Ad esempio, sull’incitamento diretto e il finanziamento del separatismo da parte degli albanesi del Kosovo da parte della Germania, cfr. [Matthias Küntzel, Der Weg in den Krieg: Deutschland, die NATO und das Kosovo, Berlino: Elefanten Press, 2000]. Nel processo di disintegrazione della politica estera della SFRY, è certo che la diplomazia della Germania unita è stata la più pronta e, in modo convincente, la più efficace. Con la frammentazione dello Stato jugoslavo nelle sue repubbliche come Stati “indipendenti”, Berlino stava realizzando il suo vecchio progetto geopolitico di “penetrazione verso sud-est” (Drang nach Südost) in condizioni di pace [Славољуб Шушић, Пробни камен за Европу, Београд: Војноиздавачки завод, 1999, 177]. Tuttavia, questa penetrazione geopolitica ed economica tedesca nell’Europa sud-orientale è solo una parte del progetto geopolitico strategico della Questione Orientale dell’Occidente e in particolare della Germania, che dovrebbe essere inteso come la lotta geostrategica per trasformare la Russia in una sfera coloniale occidentale, e non come la questione della sopravvivenza del Sultanato ottomano in Europa, come è stato finora considerato negli ambienti accademici [Срђан Перишић, Нова геополитика Русије, Београд: Медија центар „Одбрана“, 2015, 56−60 ]. Per una Germania unita e rafforzata, la brutale disintegrazione della Jugoslavia e la pacifica scomparsa dell’URSS facevano parte di un progetto a lungo termine di revisione dei risultati di entrambe le guerre mondiali [Славољуб Шушић, Геополитички кошмар Балкана, Београд: Војноиздавачки завод, 2004, 116−122].

The Destruction of ex-Yugoslavia: The Case of Croatia and Serbo-Croat Relations

The existence of Broz’s SFRY (Titoslavia) was based primarily on the establishment of his personal dictatorship and personality cult, as well as the wholehearted material, political, and financial support of the Western so-called democracies, but primarily the United States of America (USA) since Stalin’s break with Tito in 1948.[1] until the very death of the president-for-life of the SFRY. Broz-Kardelj’s ideology of national communism, based on the banal practice of (quasi)socialist self-government, played the role of ideological cement in a multinational and fundamentally disunited state that lasted as long as its dictator.[2] The US artificially maintained Yugoslavia for a full ten years after the official (and unproven) death of the Austro-Hungarian corporal and self-proclaimed marshal Tito (1980), until the geopolitical basis of international relations fundamentally changed with the disappearance of the Union of Soviet Socialist Republics (USSR), the Warsaw Pact, and the unification of the two German states (1989‒1991).[3] Given that Yugoslavia became unnecessary in American military-political plans for the post-Cold War era, it was left to sink into the bloody civil war of 1991‒1995, which is only part of the historical wars of civilizations in the Balkans and the global space.[4]

The (quasi) Yugoslav policy of “brotherhood and unity” of Josip Broz Tito (1892‒1980) had as its main goal the political and economic preparation of the disintegration of the country after his death according to the administrative-territorial template: all socialist republics and both autonomous provinces were to become independent states with the ultimate consequence of an internationally recognized ethnically pure Greater Croatia (Broz’s homeland) and Lesser Serbia reduced to the borders of “Bismarck’s Serbia” in the period after the Berlin Congress of 1878 until the Balkan Wars of 1912‒1913. Therefore, Broz created autonomous provinces only in Serbia (according to the 1974 Constitution, in fact, truly independent republics) and did everything to prevent the truth about the horrific ethnocide against Serbs in the ISC after 1945[5] , and finally to verify and legalize it.  

After Broz’s death (May 4th, 1980), the Kosovo Albanians were the first to begin the organized violent dismantling of the SFRY in the spring of 1981[6] with the ultimate intention of separating Kosovo province from Serbia, ethnically cleansing Serbs and all other non-Albanians, and restoring Mussolini/Hitler’s Greater Albania of the Second World War. Organized and systematic terror by Kosovo Albanians against the Serbian population of the province[7] as well as Albanian separatism in Kosovo after Broz’s death, were directly fueled and politically encouraged by the leaderships of Croatia and Slovenia as the most effective way to continue the functioning of Broz’s asymmetrical Yugoslav federation, in which the Socialist Republic of Slovenia and the Socialist Republic of Croatia had a privileged political, economic and financial position in relation to all other republics, but especially in relation to the Socialist Republic of Serbia, within which the two autonomous provinces (Vojvodina and Kosovo) served as the best mechanism for preserving this asymmetrical state of inter-republic relations and politics. Proposal of the newly elected “democratic” governments of Slovenia and Croatia[8] on the restructuring of the Yugoslav federation into a confederation of six “sovereign states”, each of which would have its own armies and diplomatic missions[9] was nothing else than a proposal for de facto recognition of the independence of the Yugoslav republics but within the borders created in Titoslavia in 1945, which primarily benefited a greater Broz’s Croatia but also a greater Slovenia. This proposal for an asymmetrical confederation also had its political function of being created on such a way to be surely rejected as objectively unacceptable by Serbia and other Yugoslav republics, and thus providing a formal reason for Ljubljana and Zagreb to declare the independence of Slovenia and Croatia from the rest of Yugoslavia, which happened on June 25th, 1991, which also marked the beginning of a bloody civil war.

Western academic literature, as well as Western mass media and political circles, generally directly accuse the “nationalist” policies of Slobodan Milošević (1941‒2006) as the main, and even the sole, inspirer of the breakup of the SFRY.[10] Slobodan Milošević, however, is certainly not more guilty of the disappearance of the former common state and the outbreak of civil war than other leaders of the Yugoslav republics, especially Dr. Franjo Tuđman (1922‒1999) and his Croatian Democratic Union (CDU), but it is certainly true that he led his political struggle for the administrative unification of the Republic of Serbia, its equal political and economic position in the Yugoslav federation, and the protection of Serbs both in Kosovo and throughout Yugoslavia, but especially in Croatia, where neo-Nazi Ustashi came to power in the spring of 1990 just redressed in the garb of democracy and „European values“. However, Milošević (mis)used such a situation and general political atmosphere in Yugoslavia to establish personal authoritarian rule and ethnopopulism in Serbia[11] , but the same authoritarian and ethnopopular politics Franjo Tuđman introduced in Croatia, implementing his policy of Serbophrenia (not only Serbophobia) and Ustashi ideology from the time of the Second World War.[12]    

The political leadership of Serbia is directly accused by the same sources of attempting to realize the idea of ​​a Greater Serbia during the period of the breakup of Yugoslavia[13] on the ideological foundations of Ilija Garašanin’s (1812‒1874) Načertanije from 1844.[14] Slobodan Milošević (1941‒2006) allegedly wanted to become the new Josip Broz Tito of the whole of Yugoslavia, which is not excluded in essence, but is not factually provable either. Unlike him, Franjo Tuđman (1922‒1999) very likely had as his main personal and political goal to remain recorded in Croatian history as the new national Poglavnik (supreme leader/Führer) who restored Pavelić’s ISC from the Second World War within its “ethnohistorical” borders and, if possible, finally ethnically cleansed of Serbs. Croatian historiography in this period, primarily for political rather than scientific reasons, went a big step further by directly accusing the Serbian political and national elite of implementing the ideological-historical concept of not only a Greater Serbia but also a genocidal Serbia in which there would be no place for non-Serbs, and this concept can allegedly be traced historically in a connected ideological series from the article “Serbs all and everywhere” by Vuk Stefanović Karadžić (1787‒1864) from 1836 (printed in 1849) up to the Memorandum of the Serbian Academy of Sciences and Arts (SASA, originally  SANU) in 1986.[15]

However, at least as far as the role of the Croatian side in the breakup of Yugoslavia is concerned, the new CDU (originally HDZ) government in Zagreb was, for the vast majority of Serbs throughout the country, nothing more than a reincarnation of Pavelić’s Serb-killing ISC (originally NDH) and the 19th century’s ideology of Croatian Party of Rights (CPR, originally HSP, the 20th century Nazi-Ustashi ideology) of “blood and soil” in resolving the “Serbian question” not only in the areas of Broz’s already Greater Croatia, but also in the entire area west of the Drina River, which has been claimed as an exclusively Croatian ethno-historical space since Ante Starčević (1823‒1896), a father of Croatian ultra-nationalizm and the policy of genocide on Serbs. In essence, the CPR-Ustashi ideology and policy of Tuđman’s HDZ in resolving the “Serbian question” west of the Drina River during and after the dissolution of the SFRY was based on the ideology and policy of genocide against Serbs west of the Drina River since the 19th century in Croatian clerical and nationalistic-chauvinist circles.[16] That the ruling CDU was a copy of Pavelić’s ISC was clear to Serbs not only from the rhetoric of official Croatian state bodies, but also from the used Ustashi symbolism from the Second World War, as well as the official party’s and state stance towards the ISC’s leader Ante Pavelić (1889−1959) – the “Balkan Butcher” who headed the state in which up to 750,000 Serbs were killed in the most brutal manner.[17] Therefore, it is no wonder that the Serbs from Croatia who lived in compact masses there, primarily in the areas of Banija, Lika, and Kordun, were simply forced to self-organize nationally, i.e., to first proclaim the Serbian Autonomous Region (SAR, originally SAO) Krayina on December 21st, 1990, and on February 28th, 1991, to adopt the Resolution on the separation of the Republic of Croatia and the SAR Krayina, which remained in Yugoslavia.[18]

After the declaration of independence of the Republic of Croatia on June 25th, 1991, the well-equipped armed formations of Croatia (with around 200,000 long barrels)[19] assisted by party militias and various Croatian and foreign “dogs of war”, they attacked with all their might Serbian settlements in the SAR Krayina area, but also the barracks of the Yugoslav People’s Army (YPA, originally JNA), having diplomatic and political support in the Western “democracies”, and above all in a united Germany, which used the Yugoslav crisis and war to impose itself as the leader of the entire European Community (since 1992, the European Union).[20] Thus formally began the four-year civil war in the territories of the Socialist Republic of Croatia, although fighting between the Serbian territorial defense forces and reserve militia units with Croatian regular police and paramilitaries had been waged earlier. On August 1st, 1991, fighting began in Dalj, Erdut, Osijek, Darda, Vukovar, and Kruševo. The Croats fought for the territorial integration of Titoist Croatia and to expel as many Serbs from it, while local Serbs fought for territorial separation from Croatia as the only way to save their lives from the newly coming genocide.  

Dr. Vladislav B. Sotirovic

Ex-University Professor

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies

Belgrade, Serbia

© Vladislav B. Sotirovic 2025

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com


References:

[1] The official position of Yugoslav Titoist historiography and state-political propaganda that Tito broke with Stalin in 1948 is incorrect as Stalin finally severed relations with Broz as a Western client and expelled him and his Yugoslavia from the Informburo. The claim that Broz refuted all the Informburo slanders from the Resolution of June 28th, 1948, at the Fifth Congress of the Communist Party of Yugoslavia (July 21st‒28th, 1948) is also incorrect.  [Branislav Ilić, Vojislav Ćirković (urednici/eds.), Hronologija revolucionarne delatnosti Josipa Broza Tita, Beograd: Export-Press, 1978, 123]. About Titoslavia from that period, see [Алекс Н. Драгнић, Титова обећана земља – Југославија, Београд: Чигоја штампа, 2004].   

[2] On the psychopolitical character of Broz’s cult of personality and dictatorship, see [Владимир Адамовић, Три диктатора, Стаљин, Хитлер, Тито: Психополитичка паралела, Београд: Informatika, 2008, 445−610].

[3] Jeffrey Haynes, Peter Hough, Shahin Malik, Lloyd Pettiford, World Politics, London−New York: Routledge, Taylor & Francis Group, 2011, 34−43.

[4] Victor Roudometof, “Nationalism, Globalization, Eastern Orthodoxy: ‘Unthinking’ the ‘Clash of Civilizations’ in Southeast Europe”, European Journal of Social Theory, 2 (2), 1999, 233−247; Samuel P. Hungtington, The Clash of Civilization and the Remaking of World Order, London: The Free Press, 2002; Ignas Kapleris, Antanas Meištas, Istorijos egzamino gidas: Nauja programa nuo A iki Ž, Vilnius: Leidykla “Briedis”, 2013, 387. Western powers played a direct role in the dissolution of the SFRY by fueling religious and interethnic intolerance as well as nationalist passions in the territory of Yugoslavia [Veljko Kadijević, Moje viđenje raspada: Vojska bez države, Beograd: Politika, 1993, 40]. For information on the role of international factors in the process of the breakup of Yugoslavia and the wars that followed in its territory, see [Richard H. Ullman (ed.), The World and Yugoslavias Wars, New York: A Council on Foreign Relations, 1996]. Western antagonism towards Serbia and Serbs in a historical context was perhaps best defined by H. Sitton-Watson in 1911 when he wrote that “the victory of the Pan-Serbian idea would mean the victory of Eastern culture over Western culture” [Trajan Stojanović, Balkanski svetovi: Prva i poslednja Evropa, Beograd: Equilibrium, 1997, 377].

[5] For information on Serbocide in the ISC and the direct cooperation of the Roman Catholic Church with the Nazi Ustashi regime in the ISC, see [Марко Аурелио Ривели, Надбискуп геноцида: Монсињор Степинац, Ватикан и усташка диктатура у Хрватској, 1941−1945, Никшић: Јасен, 1999].    

[6] Радослав Ђ. Гаћиновић, Насиље у Југославији, Београд: ЕВРО, 2002, 243.

[7] For documented Albanian terror against Kosovo Serbs in the SFRY, see [Јеврем Дамњановић, Косовска голгота, Интервју, Специјално издање, Београд: Политика, October 22nd, 1988].

[8] This fact that the governments of Slovenia and Croatia in 1990 were formally elected democratically after the first post-war parliamentary elections served and continues to serve as the main alibi for the “anti-Serbian” bloc both in Yugoslavia and abroad for the declarative defense of the policies of Ljubljana and Zagreb in the process of breaking up the SFRY. However, it must be emphasized that all the governments of all other Yugoslav republics in the same 1990 were just as democratically elected as the governments of Slovenia and Croatia. Moreover, Adolf Hitler came to power in the Weimar Republic in January 1933 in an extremely democratic manner, at least from a purely formal and legal perspective.

[9] Susan L. Woodward, Balkan Tragedy: Chaos and Dissolution after the Cold War, Washington, DC: The Brookings Institution, 1995, 132.

[10] See, for instance: [Louis Sell, Slobodan Milosevic and the Destruction of Yugoslavia, Durham−London: Duke University Press, 2003; Richard Overy, XX amžiaus pasaulio istorijos atlasas, Vilnius: Leidykla “Briedis”, 2008, 144; Kimberly L. Sullivan, Slobodan Milosevic’s Yugoslavia, Minneapolis, MN: Twenty-First Century Books, 2010; Adam Lebor, Milosevic: A Biography, London−Berlin−New York−Sydney: Bloomsbury, 2012].

[11] Bernd J. Fišer, Balkanski diktatori: Diktatori i autoritarni vladari jugoistočne Evrope, Beograd: IPS, Beograd−IP Prosveta, Beograd , 2007, 481−539.

[12] Jill A. Irvine, “Ultranationalist Ideology and State-Building in Croatia, 1990−1996”, Problems of Post-Communism, 44 (4), 1997, 30−43. However, the Ustashi ideology regarding the “Serbian question” in Croatia is completely contradictory in relation to its practical solution during the ISC, given that the Ustashi, as well as Poglavnik Ante Pavelić himself, claimed that in Croatia there were essentially very few true Serbs because the vast majority of Croatian “Serbs” were in fact ethnic Croats of the Orthodox faith [Irina Lyubomirova Ognyanova, “Nationalism and National Policy in Independent State of Croatia (1941−1945)”, draft of the paper presented at the Special Convention Nationalism, Identity and Regional Cooperation: Compatibilities and Incompatibilities, organized by the Centro per l’Europa centro orientale e balcanica, University of Bologna, Forli, Italy, June 4−9th, 2002, 5]. However, in practice during the ISC, the Ustashi regime sought to eliminate in one way or another all Orthodox Christians in both Croatia and Bosnia-Herzegovina, which suggests that the Ustashi were primarily the Vatican’s crusading army. Tuđman’s regime faced a similar problem in the new „democratic“ ISC in the 1990s.     

[13] Richard W. Mansbach, Kirsten L. Taylor, Introduction to Global Politics, London−New York:  Routledge, Taylor & Francis Group, 2012, 442.

[14] About Garašanin’s Načertanije, see [Радош Љушић, Књига о Нечертанију: Национални и државни програм Кнежевине Србије (1844), Београд: БИГЗ, 1993]. About Ilija Garašan’s as a statesman, see [Дејвид Мекензи, Илија Гарашанин: Државник и дипломата, Београд: Просвета, 1987].

[15] Ante Beljo et al. (eds.), Serbia from Ideology to Agression, Croatian Information Centre, Zagreb−London−New York−Toronto−Sydney: Zagrebačka tiskara, 1992. For the truths, misconceptions and abuses of the concept and ideology of Greater Serbia, see [Василије Ђ. Крестић, Марко Недић (уредници/eds.), Велика Србија: Истине, заблуде, злоупотребе, Зборник радова са Међународног научног скупа одржаног у Српској академији наука и уметности у Београду од 24−26. октобра 2002. године, Београд: Српска књижевна задруга, 2003]. On the mutual connection between Garašanin’s Načertanije and Vuk’s article “Serbs All and Everywhere” see [Vladislav B. Sotirović, Srpski komonvelt: Lingvistički model definisanja srpske nacije Vuka Stefanovića Karadžića i projekat Ilije Garašanina o stvaranju lingvistički određene države Srba, Vilnius: privatno izdanje, 2011]. Both works were a direct response to the national-chauvinist ideology and policy of the Croatian Illyrian Movement about the Croatization of Roman Catholic and Ijekavian Serbs and the creation of Greater Illyria, i.e. Greater Croatia [Vladislav B. Sotirović, The Croatian National (“Illyrian”) Revival Movement and the Serbs: From 1830 to 1847, Saarbrücken: LAP LAMBERT Academic Publishing, 2015].  

[16] On the genesis of the idea and ideology of Serbocide among Croats in the context of the creation of a Greater Croatia with its eastern borders till the Drina River, see [Василије Ђ. Крестић, Геноцидом до велике Хрватске, Јагодина: Гамбит, 2002].

[17] Richard W. Mansbach, Kirsten L. Taylor, Introduction to Global Politics, London−New York:  Routledge, Taylor & Francis Group, 2012, 442. For example, the Croatian Party of Rights (CPR) – a tacit coalition partner of the leading CDU, adopted the so-called June Charter on June 17th, 1991, which openly demanded the restoration of Pavelic’s Nazi ISC within its eastern borders as far as northern Serbian territories of Subotica and Zemun, the Drina River, Sandžak (Raška) in southern Serbia and the Bay of Kotor in Montenegro. The claim that all of Bosnia-Herzegovina and Montenegro (“Red Croatia” – Croatia rubea, in Croatian ultra-nationalistic ideology) are historically and ethnographically Croatian lands, from the time of Prince Trpimir and King Tomislav (the 10th century) to the present day, is clearly emphasized by the Croatian newspaper NarodGlasilo za demografsku osnovu i duhovni preporod hrvatskog naroda from 1998. [Василије Ђ. Крестић, Геноцидом до велике Хрватске, Јагодина: Гамбит, 2002, додатак]. Since the summer of 1990, the CPR/HSP has organized its paramilitary (Nazi Ustashi) units of the Croatian Defense Forces – CDF (originally HOS), which have been largely integrated into the regular formations of the Croatian Army since October 1991. CDF/HOS openly advocated Nazi Ustashi extremism, used Ustashi symbolism and glorified the Poglavnik/Führer Ante Pavelić of the ISC. [Ivo Goldstein, Croatia: A History, London: C. Hurst & Co, 1999, 225].

[18] Вељко Ђурић Мишина, Република Српска Крајина: Десет година послије, Београд: Добра воља, 2005, 16−19.

[19] Croatian (as well as Slovenian) armed formations were then equipped with the most modern light weapons and military equipment and trained by Austrian and German military experts to carry out quick and effective actions against the YPA. At the same time, as a form of special war against the YPA and the SFRY, mass desertion from YPA units was prepared and carried out, so that they would remain unfilled and therefore unprepared for carrying out more serious actions [Радослав Ђ. Гаћиновић, Насиље у Југославији, Београд: ЕВРО, 2002, 260].

[20] For example, on the direct incitement and financing of separatism by Kosmet Albanians by Germany, see [Matthias Küntzel, Der Weg in den Krieg: Deutschland, die NATO und das Kosovo, Berlin: Elefanten Press, 2000]. In the process of the foreign policy disintegration of the SFRY, it is certain that the diplomacy of the united Germany was the most prompt and convincingly the most effective. By breaking up the Yugoslav state into its republics as “independent” states, Berlin was realizing its old geopolitical project of “penetration to the Southeast” (Drang nach Südost) in peacetime conditions [Славољуб Шушић, Пробни камен за Европу, Београд: Војноиздавачки завод, 1999, 177]. However, this German geopolitical and economic penetration into southeastern Europe is only part of the strategic geopolitical project of the Eastern Question of the West and especially Germany, which should be understood as the geostrategic struggle to transform Russia into a Western colonial sphere, and not the issue of the survival of the Ottoman Sultanate in Europe, as has been considered so far in academic circles [Срђан Перишић, Нова геополитика Русије, Београд: Медија центар „Одбрана“, 2015, 56−60 ]. For a united and strengthened Germany, the brutal disintegration of Yugoslavia and the peaceful disappearance of the USSR were part of a long-term project of revising the results of both world wars [Славољуб Шушић, Геополитички кошмар Балкана, Београд: Војноиздавачки завод, 2004, 116−122].

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Il trattato di Santo Stefano del 1878 e gli albanesi_di Vladislav Sotirovic

Il trattato di Santo Stefano del 1878 e gli albanesi

La politica europea dopo il 1871

Dopo la guerra franco-prussiana del 1870-1871, nei decenni successivi la politica europea fu caratterizzata da un periodo di intenso riarmo, che avrebbe portato allo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914. Nel frattempo, sia in Europa che nelle sue colonie d’oltremare scoppiarono diverse crisi internazionali che avrebbero potuto portare l’Europa alla Grande Guerra anche prima dell’estate del 1914.

Innanzitutto, il pericolo di una nuova guerra franco-tedesca incombeva sull’Europa perché la Francia perseguiva una politica revanscista nei confronti della Germania unita, e la questione dei territori dell’Alsazia e della Lorena era cruciale in quel contesto. Con queste due province, che nel 1871 appartenevano alla Germania, la Francia aveva perso le sue due aree economiche più sviluppate. La popolazione di entrambe queste zone chiedeva di essere restituita alla Francia, anche se la loro lingua madre era il tedesco, ma manifestava una coscienza nazionale francese.

Il secondo e ancora più pericoloso punto di crisi in Europa era rappresentato dai Balcani, ovvero le province ottomane abitate da popolazioni cristiane che, in molti casi, vivevano mescolate ai musulmani locali. Mentre i cristiani lottavano per la liberazione nazionale e la separazione dall’Impero ottomano, allo stesso tempo i musulmani locali, indipendentemente dall’appartenenza etnolinguistica, lottavano per preservare l’Impero ottomano come loro Stato nazionale. Ciò era particolarmente evidente nel caso dei musulmani in Bosnia-Erzegovina e dei musulmani albanesi in Albania e nei paesi circostanti.

Il declino del potere e dell’autorità ottomani e la lotta dei popoli cristiani balcanici per la liberazione dal secolare dominio turco-musulmano sollevarono la questione del futuro destino dei possedimenti ottomani in Europa, cioè nei Balcani. Tutte le principali potenze europee lottarono per ottenere influenza nei Balcani (compreso il Regno Unito, tradizionalmente preoccupato dei propri possedimenti coloniali d’oltremare), ma con obiettivi diversi, tra cui solo la Russia sosteneva l’idea di formare Stati nazionali dei popoli cristiani nei Balcani al posto dell’Impero Ottomano, che in tal caso avrebbe perso tutti i suoi possedimenti europei.

La prima grande crisi nei Balcani scoppiò nel 1875-1878 con lo scoppio di una grande rivolta cristiana in Erzegovina, che si estese rapidamente alla Bosnia e alla Bulgaria. Dopo l’intervento militare fallito della Serbia nel 1876-1877 contro l’Impero ottomano, che sosteneva gli insorti serbi in Bosnia-Erzegovina, nel 1877 la Russia entrò in guerra a fianco degli insorti balcanici e della Serbia e nel 1878 spezzò la resistenza turca sul Danubio e nella Bulgaria settentrionale, aprendo così la strada verso Istanbul. [1]

La “Bulgaria di Santo Stefano”

Dopo la vittoria militare russa sull’Impero ottomano nella guerra russo-ottomana del 1877-1878, il 3 marzo 1878 fu firmato il trattato di Santo Stefano tra questi due Stati. Secondo il trattato, una Grande Bulgaria di Santo Stefano, sotto la diretta protezione della Russia, doveva essere istituita all’interno dei confini dell’Impero Ottomano (di fatto, come uno Stato nello Stato). Tuttavia, l’idea della “Bulgaria di Santo Stefano” influenzò direttamente tre nazioni balcaniche: serbi, greci e albanesi, poiché alcuni dei loro territori etnici e storici dovevano diventare parte di una Grande Bulgaria sotto la protezione russa.

La “Bulgaria di Santo Stefano” era stata progettata dalle autorità russe per coprire il territorio dal Danubio al Mar Egeo e dall’attuale Albania al Mar Nero, compresa tutta la Macedonia geografica-storica, l’attuale Serbia orientale e l’attuale Albania sud-orientale. Di conseguenza, la nazione albanese che viveva nell’attuale Albania sud-orientale e nella Macedonia occidentale sarebbe entrata a far parte di una Grande Bulgaria governata dalle autorità russe.[2]

È caratteristico sia del Trattato di Santo Stefano del 1878 che del Congresso di Berlino del 1878 il fatto che essi concepivano che parti dei territori balcanici popolati da albanesi fossero cedute agli altri Stati balcanici secondo il principio dei diritti etnici e storici. Tuttavia, ciò non significa che gli albanesi etnici fossero la maggioranza in questi territori, e questo era proprio il motivo per cui sia la Russia che l’Europa li consegnarono ai vicini albanesi. Il restante spazio etnico albanese (l’Albania, in cui gli albanesi etnici costituivano la netta maggioranza della popolazione) sarebbe rimasto entro i confini dell’Impero Ottomano, ma senza alcuno “status speciale”, ovvero diritti autonomi e privilegi etnico-politici.

Lo stesso governo ottomano era troppo debole per proteggere i territori popolati da albanesi, costituiti per oltre l’80% da popolazione musulmana, che mostrava un alto grado di lealtà politica e ideologica nei confronti del Sultano e della Sublime Porta di Istanbul. Ciononostante, le decisioni del Trattato di Santo Stefano del 1878 portarono all’organizzazione di un sistema di autodifesa albanese da parte della leadership politica (musulmana), che considerava uno status autonomo dell’Albania, simile a quello della Serbia, della Moldavia e della Valacchia, come l’unica garanzia per un’amministrazione giustificabile degli albanesi in futuro.

Il Trattato di Santo Stefano del 1878 e la ridefinizione dei confini dei Balcani ottomani

Il Trattato di Santo Stefano assegnò alla Bulgaria slava le seguenti terre popolate dagli albanesi: il distretto di Korçë e l’area di Debar. Secondo lo stesso trattato, al Montenegro furono concessi diversi comuni nell’attuale Albania settentrionale e le zone di Bar e Ulcinj (oggi in Montenegro). Il confine tra l’Albania ottomana e il Montenegro fu fissato sul fiume Bojana e sul lago Scodra (i confini sono rimasti invariati fino ad oggi). Tuttavia, un rappresentante ufficiale del Principato del Montenegro, Radonjić, chiese ad Adrianopoli (Edirne) che la città di Scutari fosse inclusa nel Montenegro allargato.[3]

Tuttavia, ciò che all’epoca era considerato esattamente l’Albania e gli albanesi come identità etnica non era chiaro a nessuno in Europa. Il motivo principale era il fatto che i censimenti ufficiali ottomani erano diventati una fonte piuttosto inaffidabile per risolvere tali problemi, poiché si basavano più sull’identità religiosa che sulla stretta appartenenza etnico-nazionale (cioè etnico-linguistica). In pratica, tutta la popolazione islamica ottomana, che fosse albanese, bosniaca o turca, era classificata in un’unica categoria: i musulmani (come nazione di Allah). Le differenze nazionali/etniche non erano affatto indicate nei censimenti ottomani, poiché veniva presa in considerazione solo l’appartenenza religiosa (sistema confessionale “millet”).

Tuttavia, nonostante la mancanza di statistiche ufficiali, è possibile ricostruire la dispersione dell’etnia albanese in quel periodo utilizzando altre fonti storiche. Una di queste fonti è una relazione alle autorità austro-ungariche sui confini settentrionali della lingua albanese, redatta dal console austro-ungarico F. Lippich a metà del 1877, durante la Grande Crisi Orientale e la guerra russo-ottomana del 1877-1878. Secondo questa relazione, il confine linguistico settentrionale degli albanesi si estende dalla città di Bar, sul litorale adriatico montenegrino, verso il lago di Scutari, poi attraverso due regioni montenegrine, Kolašin e Vasojevićs, quindi verso il fiume Ibar e la città di Novi Pazar nel Sanjak (Raška) fino alla zona del fiume Morava meridionale nell’attuale Serbia. Il confine linguistico albanese era fissato a est e sud-est intorno al lago di Ochrid, alle città di Bitola (Monastir) e Debar e al corso superiore del fiume Vardar.[4] Tuttavia, in molte di queste zone, la lingua albanese era parlata insieme alle lingue slave come sono oggi, il serbo, il montenegrino e il macedone. In secondo luogo, nella maggior parte di queste “zone di confine di lingua albanese”, gli albanesi linguistici non costituivano la maggioranza etnica, come nel caso, ad esempio, della regione storica del Kosovo e della Metochia, dove a quel tempo i serbi etnolinguistici erano ancora in maggioranza aritmetica rispetto alla popolazione.

Tuttavia, è certo che il trattato di Santo Stefano del 1878 provocò il nazionalismo albanese e forgiò il movimento di rinascita nazionale albanese. Il germe del movimento nazionale albanese crebbe dal 1840 fino al periodo della Grande Crisi Orientale del 1875-1878, quando i primi requisiti per l’istituzione di scuole di lingua albanese e la conservazione della lingua nazionale furono richiesti dai funzionari pubblici albanesi dell’Impero Ottomano (Naum Panajot Bredi, Engel Mashi, Josiph Kripsi, John Skiroj, Hieronim de Rada, Vincenzo Dorsa, ecc.).

Tuttavia, la rinascita nazionale albanese ricevette un nuovo impulso durante la crisi balcanica del 1862, al tempo di una nuova guerra tra Montenegro e Impero Ottomano, quando diversi membri del cosiddetto “gruppo di Scutari” (Zef Ljubani, Pashko Vasa e altri) propagarono la rivolta delle tribù dell’Albania settentrionale nella regione di Mirditë contro le pretese territoriali montenegrine sulle aree popolate dagli albanesi. Si opposero anche alle autorità ottomane, poiché potevano contare sul sostegno dell’imperatore francese Napoleone III (1852-1870). In caso di esito positivo della ribellione, nei Balcani sarebbe stato creato il principato indipendente e unito dell’Albania. Esso avrebbe compreso tutti i territori popolati da albanesi nei Balcani, anche quelli in cui gli albanesi linguistici erano una minoranza etnica.

Il principale ideologo albanese dell’epoca era Zef Jubani, nato a Scutari nel 1818, il quale sosteneva che la popolazione albanese fosse già diventata una nazione a quel tempo. [5] Il suo obiettivo politico principale era la creazione di una provincia autonoma e unita dell’Albania all’interno dell’Impero Ottomano. Altri, come Thimi Mitko e Spiro Dineja, erano favorevoli alla separazione dell’Albania dall’Impero Ottomano e alla creazione di uno Stato confederato albanese-greco simile all’Austria-Ungheria (dal 1867). Durante la Grande Crisi Orientale del 1875-1878, la rivolta albanese a Mirditë nel 1876-1877, guidata dai patrioti albanesi di Scutari, aveva come obiettivo politico finale la creazione di un’Albania autonoma all’interno dell’Impero Ottomano. I leader della rivolta visitarono la corte montenegrina per ottenere il sostegno finanziario del principe montenegrino Nikola I (1860-1910; re dal 1910 al 1918). Tale sostegno fu promesso al capo della delegazione albanese, Preng Dochi. È importante sottolineare che il principe montenegrino dichiarò in questa occasione che il Montenegro non aveva alcuna aspirazione territoriale nei confronti dei territori “albanesi”, qualunque cosa ciò significasse in quel momento. Allo stesso tempo, il diplomatico russo a Scutari, Ivan Jastrebov, sottolineò che l’Europa si trovava ad affrontare la “questione albanese”.

Durante la Grande Crisi Orientale, i capi tribù albanesi dell’Albania meridionale e dell’Epiro settentrionale, sotto la presidenza di un importante signore feudale albanese musulmano, Abdul-beg Frashëri, convocarono nel 1877 una riunione nazionale nella città di Jannina (Ioannina) quando chiesero alla Sublime Porta di Istanbul di riconoscere una nazionalità albanese separata e quindi di concedere loro il diritto di formare una provincia autonoma albanese (vilayet) all’interno dell’Impero Ottomano. Chiesero inoltre che tutti i funzionari di tale vilayet albanese fossero di origine etnica albanese (ma solo musulmani), che fossero aperte scuole di lingua albanese e, infine, che fossero creati tribunali di lingua albanese. Il memorandum con tali richieste fu inviato alla Sublime Porta, ma questa suprema istituzione governativa ottomana rifiutò di soddisfare qualsiasi di queste richieste nazionali albanesi.

La reazione albanese al Trattato di Santo Stefano del 1878

La pubblicazione degli articoli del Trattato di Santo Stefano del 1878 causò grande agitazione e insoddisfazione tra il popolo albanese. [6] Da quel momento in poi, il precedente movimento albanese che mirava solo al miglioramento delle condizioni sociali degli albanesi che vivevano nell’Impero Ottomano si trasformò in un movimento nazionale albanese (ma in sostanza era radicato nella tradizione islamica e nel dogmatismo politico) che richiedeva la creazione di una provincia politicamente autonoma dell’Albania all’interno dell’Impero Ottomano o la creazione di uno Stato nazionale albanese indipendente (basato sulla tradizione islamica). [7]

Soprattutto l’Albania nord-orientale e orientale conobbe massicci disordini e proteste contro il trattato di Santo Stefano, rivolte alle grandi potenze europee.[8] Così, nell’aprile 1878, gli albanesi della città di Debar inviarono un telegramma agli ambasciatori britannico e austro-ungarico presso l’Impero Ottomano, Layard e Zichy, rispettivamente, per protestare contro l’annessione della regione di Debar al nuovo principato bulgaro di Santo Stefano. Nel telegramma si sottolineava che gli abitanti di Debar erano albanesi, non bulgari. Inoltre, secondo il memorandum di protesta, il distretto di Debar comprendeva 220.000 musulmani e 10.000 cristiani, tutti presumibilmente di etnia albanese. [9] Infine, si chiedeva alle grandi potenze europee di non consentire alla Bulgaria (cristiana ortodossa) di annettere la regione di Debar, che avrebbe invece dovuto rimanere nell’Impero ottomano (come Stato “nazionale” di tutti i musulmani albanesi). [10]

Analogamente agli albanesi di Debar, i loro compatrioti della città di Scutari e dell’Albania nord-occidentale chiesero alle autorità austro-ungariche di impedire l’inclusione dei territori “albanesi” nel Montenegro (la cui indipendenza era stata riconosciuta dal Congresso di Berlino nel 1878). [11] Gli albanesi di diversi distretti del Kosovo-Metochia (Prizren, Đakovica, Peć) protestarono in un memorandum inviato a Vienna contro la spartizione delle “loro” terre tra Serbia e Montenegro. [12] L’8 maggio 1878, quando “…oggi abbiamo appreso dai giornali che il governo ottomano, incapace di resistere alle pressioni della Russia, è stato costretto ad accettare la nostra annessione da parte dei montenegrini…”. una protesta della popolazione albanese di Scutari, Podgorica, Spuž, Žabljak, Tivat, Ulcinj, Gruda, Kelmend, Hot e Kastrat fu indirizzata all’ambasciatore di Francia a Istanbul contro l’annessione delle terre “albanesi” da parte del Principato del Montenegro. [13]

Il popolo albanese dell’Albania settentrionale e del Kosovo-Metochia, sia musulmano che cattolico, iniziò a organizzare propri distaccamenti di autodifesa (una milizia territoriale) e comitati locali contro l’incorporazione di questi territori nella Serbia o nel Montenegro. Un altro compito di questi numerosi comitati era quello di aiutare i “rifugiati” albanesi provenienti dalle zone già conquistate dai serbi e dai montenegrini, secondo il Trattato di Santo Stefano. [14] Così, ad esempio, il 26 giugno 1878 da Priština fu inviata una protesta di 6.200 emigranti albanesi, presumibilmente “espulsi” dai distretti di Niš, Leskovac, Prokuplje e Kuršumlija, indirizzata al Congresso di Berlino del 1878 contro gli omicidi di massa e gli stupri commessi dall’esercito serbo e dalle unità militari bulgare. [15] Tuttavia, la maggior parte di questi “rifugiati” albanesi lasciò volontariamente questi territori perché, in quanto musulmani, non voleva vivere in uno Stato cristiano, né in Bulgaria né in Serbia, dopo il Trattato di Santo Stefano. Lo stesso accadde dopo il Congresso di Berlino del 1878, con un numero enorme di musulmani della Bosnia-Erzegovina che emigrarono nell’Impero Ottomano ancora prima che l’esercito austro-ungarico raggiungesse le loro case senza alcuna intenzione di espellerli.

In sostanza, tali proteste ufficiali da parte degli albanesi erano più che altro un modo per fare propaganda e non rispecchiavano la realtà sul campo, almeno non nella misura presentata. Il fatto era, come già detto, che la maggior parte dei “rifugiati” albanesi (musulmani) aveva in realtà lasciato volontariamente quelle terre assegnate dal trattato russo-ottomano di Santo Stefano alla Grande Bulgaria (o successivamente alla Serbia dal Congresso di Berlino) perché i musulmani non possono, in linea di principio, vivere sotto un governo non musulmano, cioè il governo degli “infedeli”. Semplicemente, i musulmani non potevano sopravvivere in un paese in cui non detenevano il potere politico e non controllavano l’ordine sociale e la vita.

Il Congresso di Berlino del 1878

La pace russo-turca di Santo Stefano, firmata il 3 marzo 1878, annunciò la nascita di un grande Stato bulgaro sotto il patrocinio e l’influenza della Russia, sebbene formalmente nell’ambito dell’Impero ottomano. In altre parole, questo trattato di pace avrebbe garantito la supremazia della Russia sia nei Balcani orientali che sugli stretti (Bosforo e Dardanelli). Pertanto, al fine di impedire la cruciale influenza russa nei Balcani orientali e negli stretti, le grandi potenze dell’Europa occidentale (su iniziativa formale della Germania di Bismarck) organizzarono il Congresso di Berlino, che durò un mese dal 15 giugno al 15 luglio 1878, e durante il quale cercarono di appianare le loro reciproche controversie e quindi di agire congiuntamente contro la Russia. L’obiettivo principale del Congresso di Berlino era una revisione totale del Trattato di pace di San Stefano a scapito della Russia e al fine di preservare il più possibile i possedimenti dell’Impero ottomano in Europa.

Il risultato principale del Congresso di Berlino fu che la Russia fu costretta a ridurre notevolmente le sue richieste nei Balcani. Così, l’Austria-Ungheria ottenne il diritto di occupare la Bosnia-Erzegovina, la Gran Bretagna ottenne Cipro, mentre la Germania rafforzò la sua influenza nei Balcani e successivamente in tutto l’Impero Ottomano realizzando la sua politica imperiale di penetrazione verso est (Drang nach Osten). La Serbia, la Romania e il Montenegro ottennero l’indipendenza formale e l’espansione territoriale, così come la Grecia, mentre sul territorio del popolo bulgaro si formarono due Bulgarie a scapito del progetto russo di una Grande Bulgaria da Santo Stefano. Per quanto riguarda gli albanesi, essi non ottennero di fatto nulla, nonostante avessero chiesto la tutela dei loro diritti nazionali su determinati territori. Anzi, il leader e ospite del Congresso di Berlino, Otto von Bismarck, affermò che l’Europa non aveva mai sentito parlare del popolo albanese. Il Congresso di Berlino fu l’ultimo grande incontro internazionale a cui parteciparono solo statisti europei.[16] In ogni caso, anche dopo il 1878, i Balcani rimasero al centro della crisi in Europa fino alla prima guerra mondiale.

Dr. Vladislav B. Sotirovic

Ex professore universitario

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici

Belgrado, Serbia

© Vladislav B. Sotirovic 2025

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com

RIFERIMENTI E NOTE FINALI:

[1] Mitchel Beazley (ed.), Ilustrovana enciklopedija Istorija, Vol. 2, 1984, 190 (titolo originale: The Joy of Knowledge Encyclopaedia, 1976).

[2] Parliamentary Papers, serie “Accounts and Papers”, Vol. LXXXIII, Turchia, № 22, Londra, 1878, 10.

[3] “Articolo № 1” del Trattato di pace di San Stefano in Documenti parlamentari, serie “Conti e documenti”, Vol. LXXXIII, Turchia, № 22, Londra, 1878, 9−10; Sumner B. H., Russia and the Balkans, 1870−1880, Oxford, 1937, 410−415.

[4] Haus-Hof-und Staatsarchiv, Politisches Archiv, XII/256, Türkei IV, Lippich F., “Denkschrift über Albanien”, Vienna, 20 giugno 1877, 8-9.

[5] Secondo M. Jevtić, gli albanesi non erano ancora una nazione nel senso moderno europeo del termine all’epoca, né lo sono ancora oggi, poiché il quadro principale dell’identità nazionale albanese era ed è principalmente l’Islam, una religione che non riconosce l’esistenza di alcuna identità etnico-linguistica tra i musulmani, considerati un’unica “nazione” (confessionale). [Јевтић М., Албанско питање и религија, Београд: Центар за проучавање религије и верску толеранцију, 2011; Јевtić M., „Исламска суштина албанског сецесионизма и културно наслеђе Срба“, Национални интерест, Vol. 17, No. 2, 2013, 238]. Sulla tradizione islamica e la dottrina politica, cfr. [Itzkowitz N., Ottoman Empire and Islamic Tradition, Chicago−Londra: The University of Chicago Press, 1980].

[6] Archives du Ministère des Affaires Etrangères, Parigi, «Ceccaldi a Waddington, 27 aprile 1878», n. 213, Turchia, Corrispondenza politica dei consoli, Scutari, 1878-1879, Vol. XXI.

[7] Sulla forte divisione confessionale-politica e persino sulle guerre religiose tra gli albanesi più tardi nel 1915, si veda [Pollo S., Puto A., Histoire d’Albania des origines á nos jours, Roanne, 1974, 183−186; Јевтић М., Проблеми политикологије религије, Београд: Центар за проучавање религије и верску толеранцију, 2012, 159−161].

[8] Il concetto accademico di grande potenza è definito come uno Stato «considerato tra i più potenti in un sistema statale gerarchico. I criteri che definiscono una grande potenza sono oggetto di controversia, ma spesso se ne identificano quattro. (1) Le grandi potenze sono al primo posto tra le potenze militari, hanno la capacità di mantenere la propria sicurezza e, potenzialmente, di influenzare altre potenze. (2) Sono Stati economicamente potenti… (3) Hanno sfere di interesse globali e non solo regionali. (4) Adottano una politica estera “progressista” e hanno un impatto reale, e non solo potenziale, sugli affari internazionali” [Heywood A., Global Politics, New York−Londra: Palgrave Macmillan, 2011, 7].

[9] Il numero di abitanti del distretto di Debar è stato drasticamente esagerato. Gli albanesi non erano gli unici abitanti del distretto.

[10] Parliamentary Papers, serie “Accounts and Papers”, “Layard to Salisbury, Therapia, 4 maggio 1878, Vol. LXXXIII, Turchia, № 41, Londra, 1878, 60-61; Archivi del Ministero degli Affari Esteri, Parigi, “Ceccaldi a Waddington, Scutari, 4 maggio 1878”, n. 214, Turchia, Corrispondenza politica dei consoli, Scutari, 1878-1879, vol. XXI.

[11] Novotny A., Österreich, die Türkei und das Balkan-problem im Jahre des Berliner Kongresses, Graz−Colonia, 1957, 246.

[12] Ibid, 37, 247−253; Parliamentary Papers, serie “Accounts and Papers”, 1878, Vol. LXXXI, Turchia, № 45, Londra, 1878, 35−36.

[13] Archives du Ministère des Affaires Etrangères, Parigi, Ambasciata francese presso la Sublime Porta, Turchia, Vol. 417, 51−54, Supplemento alla Relazione № 96 (originale in francese); Pollo S., Pulaha S., (a cura di), Pagine della rinascita nazionale albanese, 1878-1912, Tirana, 1978, 12-13.

[14] Documenti parlamentari, serie “Conti e documenti”, “Green a Salisbury, 3 maggio 1878”, Vol. LXXXIII, Turchia, n. 40, Londra, 1878, 60; Archives du Ministère des Affaires Etrangères, Parigi, “Ceccaldi a Waddington, Scutari, 4 maggio 1878”, n. 214, Turchia, Correspondance politique des consuls, Scutari, 1878-1879, Vol. XXI; Ibid, copia del telegramma firmato dal principe montenegrino Nikola I Petrović-Njegoš, Cetinje, 5 giugno 1878, come allegato n. 1 a Dèpêche, 9 giugno 1878, n. 218.

[15] Politisches Archiv des Auswartigen Amtes, Bonn, Turchia 129, Vol. 2, Gli atti del Congresso di Berlino, 2, 1878, documento n. 110 (telegramma); Pollo S, Pulaha S., (a cura di), La Lega albanese di Prizren, 1878-1881. Documents, Vol. I, Tirana, 1878, 73−74.

[16] Mitchel Beazley (ed.), Ilustrovana enciklopedija Istorija, Vol. 2, 1984, 190 (titolo originale: The Joy of Knowledge Encyclopaedia, 1976).

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La politica tedesca del “Drang nach Osten” e l’Europa sud-orientale intorno al 1900_di Vladislav Sotirovic

La politica tedesca del “Drang nach Osten” e l’Europa sud-orientale intorno al 1900

L’Impero tedesco unificato, proclamato a Versailles nel gennaio 1871, contemplava il riequilibrio della divisione delle colonie, dei mercati e delle fonti di materie prime del mondo.[1] Eccezionalmente, il movimento pangermanico, fondato nel 1891, propagava la creazione di un potente impero globale tedesco. Per farlo, era necessario innanzitutto ridistribuire le colonie mondiali.[2] I Balcani erano una delle regioni del mondo che dovevano essere “ridistribuite” a favore della Germania.[3] Nello spirito di tale politica, il Parlamento tedesco (Reichstag) emanò nel 1898 una legge sull’ampliamento della marina tedesca con la motivazione di “garantire gli interessi marittimi della Germania”. L’anno successivo (1899), durante la Prima Conferenza Internazionale dell’Aia (dedicata alle questioni di sicurezza e pace globale), l’imperatore tedesco Guglielmo II di Hohenzollern (1888-1918) dichiarò apertamente che “la spada affilata è la migliore garanzia di pace”.[4]

L’imperialismo pangermanico dopo l’unificazione tedesca del 1871 era diretto principalmente verso est con il motto “Drang nach Osten” (“Spinta verso est”). Uno degli obiettivi di questa politica era quello di rendere l’Impero ottomano sottomesso dal punto di vista economico e politico per sfruttare il potenziale naturale di questo paese multicontinentale. Tuttavia, per raggiungere questo obiettivo, era necessario ridurre l’influenza francese e britannica nell’Europa sud-orientale, in Asia Minore (Anatolia) e in Medio Oriente e, allo stesso tempo, rendere impossibile la penetrazione russa nei Balcani e nello Stretto, sostenendo lo status quo politico nella regione. Nel concetto tedesco di politica estera “Drang nach Osten”, il Canale di Suez doveva essere sotto il dominio di Berlino allo scopo di tagliare fuori la Gran Bretagna dalle sue colonie d’oltremare in Asia, Africa e nella regione dell’Oceano Pacifico. Intorno al 1900, gli investimenti di capitale tedesco nell’Impero Ottomano avevano già respinto i francesi e gli inglesi. Appena prima dell’inizio delle guerre balcaniche nel 1912, rappresentavano il 45% del capitale tedesco investito nell’Impero ottomano.[5] Il commercio ottomano era finanziato in primo luogo dalla Deutsche Orientbank tedesca.[6] L’esercito ottomano era rifornito di materiale bellico e di tecniche, in particolare di artiglieria, dalle fabbriche militari tedesche (Krupp, Mauzer). L’esercito ottomano fu ristrutturato e modernizzato secondo la strategia bellica tedesca, principalmente grazie alla missione militare tedesca nell’Impero ottomano guidata dal generale von der Goltz.

L’espansione finanziario-politica tedesca nell’Impero ottomano raggiunse il suo apice quando le imprese edili tedesche ottennero la concessione per la costruzione della ferrovia di Baghdad (Konia-Baghdad-Basra), una linea ferroviaria di estrema importanza economica e strategico-militare per il Medio Oriente. In questo contesto, non sorprende che le politiche tedesche in Medio Oriente e nei Balcani fossero molto simili tra loro. Infatti, poiché tra la Germania e l’Asia Minore ottomana si trovava la penisola balcanica, era chiaro come il sole ai diplomatici tedeschi che l’Europa sud-orientale potesse essere soggetta al dominio e al controllo finanziario, economico, politico e persino militare della Germania. I creatori e i sostenitori della politica del “Drang nach Osten” vedevano nelle ferrovie balcaniche il collegamento naturale tra le ferrovie dell’Europa centrale sotto il dominio germanico e quelle dell’Anatolia e del Golfo Persico.[7] In breve, la rete ferroviaria che collegava Berlino al Golfo Persico, attraversando l’Europa sud-orientale (l’Orient Express), doveva essere finanziariamente dominata e controllata dalle banche tedesche. Per questo motivo, la politica estera tedesca non appoggiava alcun cambiamento politico nei Balcani e, quindi, l’Impero ottomano doveva evitare il destino di un’ulteriore disintegrazione dopo il Congresso di Berlino del 1878.[8] Tuttavia, l’Impero ottomano sarebbe stato sicuramente dissolto dalla creazione e dall’espansione degli Stati balcanici cristiani a scapito dei territori balcanici ottomani.[9]

L’imperialismo tedesco previsto era diretto verso il Medio Oriente, ma attraverso l’Austria-Ungheria e i Balcani. In pratica, per realizzare la politica del “Drang nach Osten”, Berlino avrebbe potuto mettere sotto il proprio controllo la doppia monarchia austro-ungarica e il resto dell’Europa sud-orientale. Vienna, Budapest, Belgrado, Sofia ed Edirne erano i principali collegamenti ferroviari sulla strada per Istanbul, Baghdad e Bassora, mentre Pola, Trieste, Dubrovnik (Ragusa) e Kotor (Cattaro) dovevano essere trasformate nella base principale della Germania per il dominio di Berlino sul Mar Adriatico e sul Mar Mediterraneo. Fu proprio il quotidiano russo Новое время del 29 aprile 1898 ad avvertire la diplomazia russa che, a seguito della penetrazione politico-militare-economica tedesca nell’Impero ottomano, «l’Anatolia sarebbe diventata l’India tedesca».[10]

La doppia monarchia austro-ungarica era considerata il precursore degli interessi tedeschi nell’Europa sud-orientale e, in questo senso, la politica imperialista viennese nei Balcani era accolta con favore e sostenuta da Berlino e dai politici pangermanici di Potsdam.[11] La ragione della supervisione politica tedesca sulla doppia monarchia austro-ungarica era la forte dipendenza economica e finanziaria dell’Impero austro-ungarico dal capitale e dagli investimenti finanziari tedeschi. Tale asservimento dell’Austria-Ungheria al controllo economico-finanziario tedesco e, di conseguenza, la sua incapacità di agire politicamente come Stato indipendente era evidente dal fatto che il 50% delle esportazioni austro-ungariche era destinato al mercato tedesco. Anche prima della crisi bosniaco-erzegovina del 1908-1909, la doppia monarchia austro-ungarica era finanziariamente dipendente dalle banche tedesche (la Dresdner Bank, la Deutsche Bank, la Darmschterer Bank e la Diskontogezelschaft Bank). Allo stesso tempo, gli Stati balcanici stavano diventando gradualmente e sempre più soggetti al controllo dello stesso capitale tedesco. Ad esempio, il principale investitore tedesco in Serbia era la Società Commerciale di Berlino (Berliner Handelsgezelschaft), mentre le esportazioni della Serbia verso la Germania nel 1910 raggiungevano il 42%.[12] Una situazione simile si verificava anche in Bulgaria. Le sue importazioni dalla Germania e dall’Austria-Ungheria erano pari al 45%, mentre il 32% delle esportazioni totali della Bulgaria erano dirette verso la Germania e la doppia monarchia austro-ungarica.[13]

L’obiettivo principale di tale politica finanziaria ed economica tedesca nei Balcani era quello di trasformare l’Impero Ottomano nella “propria India” e per questo motivo Berlino divenne la protagonista principale della politica dello status quo nei Balcani, aiutando il “malato del Bosforo” a riscattarsi. Successivamente, Berlino e Vienna miravano a impedire la creazione di un’alleanza balcanica anti-ottomana sotto l’egida russa.[14]

Tuttavia, c’erano due punti cruciali di disaccordo austro-tedesco in relazione alla loro politica collettiva nei Balcani:

1) Mentre l’imperatore-re asburgico voleva vedere solo la Bulgaria come nuovo Stato membro delle potenze centrali, per l’imperatore tedesco anche la Serbia poteva essere inclusa in questo blocco politico-militare. Per Vienna, la Serbia e il Montenegro dovevano essere tenuti fuori dalle potenze centrali per non influenzare la popolazione slava meridionale austriaca contro la corte viennese.

2) Il Kaiser tedesco non era disposto a sostenere la politica austriaca di espansione della Bulgaria a spese dei territori greci e rumeni a causa dei legami familiari tra gli Hohenzollern tedeschi e i re Giorgio e Costantino di Grecia e il re Carlo di Romania.

Tuttavia, nonostante queste controversie, Berlino e Vienna raggiunsero, ad esempio, un accordo comune sulla questione dell’Albania: in caso di ritiro ottomano dai Balcani, sarebbe stato creato un grande Stato indipendente albanese che sarebbe esistito sotto il protettorato e il sostegno germanico (cioè della Germania e dell’Austria). [15] Ciò avvenne esattamente nel novembre 1912, quando durante la prima guerra balcanica, sulle rovine dell’Impero ottomano, fu proclamata l’indipendenza dell’Albania.

Riferimenti

[1] Sull’unificazione tedesca del 1871, cfr. [Darmstaedter F., Bismarck and the Creation of the Second German Reich, Londra, 1948; Pflanze O., Bismark and the Development of Germany. Volume I: The Period of Unification, 1815−1871, New Jersey: Princeton University Press, 1962; Medlicott E., Bismarck and Modern Germany, Mystic, Conn., 1965; Pflanze O., (ed.), The Unification of Germany, 1848−1871, New York: University of Minnesota, 1969; Rodes J. E., The Quest for Unity. La Germania moderna 1848-1970, New York: Holt, Rinehart and Winston, Inc., 1971; Michael J., L’unificazione della Germania, Londra-New York: Routledge, 1996; Williamson G. D., Bismarck e la Germania, 1862-1890, New York: Routledge, 2011; Headlam J., Bismarck and the Foundation of the German Empire, Didactic Press, 2013].

[2] Paul Rorbach divenne il più influente sostenitore tedesco della creazione del grande impero tedesco d’oltremare. Egli scriveva che la creazione di un grande impero tedesco nel mondo non poteva essere realizzata senza una grande guerra mondiale, cioè senza “il sangue e il piombo”. Sul concetto e la pratica del colonialismo, si veda [Berger S., (ed.), A Companion to Nineteenth-Century Europe 1789‒1914, Malden, MA‒Oxford, Regno Unito‒Carlton, Australia: Blackwell Publishing Ltd, 2006, 432‒447].

[3] Sulla creazione del nazionalismo di massa in Germania, si veda [Mosse G. L, The Nationalization of the Masses: Political symbolism and mass movements in Germany from the Napoleonic wars through the Third Reich, Ithaca, NY: Cornel University Press, 1991].

[4] Kautsky K., Comment s’est déclanchée la guerre mondiale, Parigi, 1921, 21. I tentativi di raggiungere il disarmo attraverso una sorta di accordo internazionale e/o trattato iniziarono alle Conferenze dell’Aia del 1899 e del 1907. Tuttavia, entrambe si conclusero senza risultati significativi [Palmowski J., A Dictionary of Twentieth-Century World History, Oxford: Oxford University Press, 1998, 171].

[5] Sull’investimento straniero nell’Impero ottomano alla vigilia della Grande Guerra nel contesto del dominio politico sul paese, cfr. [Готлиб В. В., Тайная дипломатия во время первой мировой войны, Москва, 1960].

[6] Sulla penetrazione del capitale finanziario tedesco nei Balcani ottomani nel primo decennio del XX secolo, cfr. [Вендел Х., Борба Југословена за слободу и јединство, Београд, 1925, 553−572].

[7] Sul concetto geopolitico tedesco di Mitteleuropa, cfr. [Naumann F., Mitteleuropa, Berlino: Georg Reimer, 1915; Meyer C. H., Mitteleuropa in German Thought and Action, 1815−1945, L’Aia: Martinus Nijhoff, 1955; Katzenstein J. P., Mitteleuropa: Between Europe and Germany, Berghahn Books, 1997; Lehmann G., Mitteleuropa, Mecklemburg: Mecklemburger Buchverlag, 2009].

[8] Nel 1878, il Congresso di Berlino, in cui le grandi potenze europee ridisegnarono la mappa politica dell’Europa sud-orientale dopo la Grande Crisi Orientale e la guerra russo-ottomana del 1877-1878, pose la provincia ottomana della Bosnia-Erzegovina sotto l’amministrazione dell’Austria-Ungheria (che la annesse nel 1908) e riconobbe l’indipendenza della Romania, Serbia e Montenegro, mentre il Principato della Bulgaria, tributario, ottenne lo status di autonomia. Grecia, Montenegro, Serbia e Romania ottennero ampliamenti territoriali a spese dell’Impero ottomano [Ference C. G. (ed.), Chronology of 20th-Century Eastern European History, Detroit‒Washington, D. C.‒Londra: Gale Research Inc., 1994, 393].

[9] Hobus G., Wirtschaft und Staat im südosteuropäischen Raum 1908−1914, Monaco, 1934, 139−151.

[10] Архив Србије, Министарство Иностраних Дела Србије, Политичко Одељење, 1898, Ф-IV, Д-I, поверљиво, № 962, “Српско посланство у Петрограду – Ђорђевићу”, Петроград, 18 aprile [vecchio stile], 1898.

[11] Il primo ministro tedesco (Kanzellar) dichiarò durante la crisi seguita all’annessione austro-ungarica della Bosnia-Erzegovina nel 1908 che la politica tedesca nei Balcani avrebbe seguito rigorosamente gli interessi austro-ungarici nella regione.

[12] Алексић-Пејковић Љ., Односи Србије са Француском и Енглеском 1903−1914, Београд, 1965, 35−42.

[13] Жебокрицкий В. А., Бьлгария накануне балканских войн 1912−1913 гг., Кийев 1960, 59−61.

[14] Huldermann V., La Vie d’Albert Ballin, Payot, Parigi, 1923, 207−213; Die Grosse Politik der Europäischen Kabinette 1871−1914, Vol. XXXIV, № 13428, № 12926, Berlino, 1926. Sull’impegno serbo per la creazione dell’Alleanza balcanica a metà del XIX secolo, cfr. [Пироћанац М. С., Међународни положај Србије, Београд, 1893; Пироћанац М. С., Кнез Михаило и заједнићка радња балканских народа, Београд, 1895].

[15] Pribram A. F., Die politischen Geheimverträge Österreich-Ungarns 1879−1914, Vienna-Lipsia, 1920; Преписка о арбанаским насиљима, Службено издање, Belgrado, 1899; Documents diplomatiques français, vol. II, Parigi, 1931; Архив министарства иностраних дела, Извештај из Цариграда од 25.-ог септембра, 1902, Београд; Ilyrisch-albanische Forschungen, vol. I, 1916, 380−390; Neue Freie Presse, 02−04−1903; British documents on the Origins of the War, 1899−1914, Vol. V, Londra, 68−72.

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La Serbia si stringe all’Ungheria contro Albania, Croazia e Kosovo, di Simone Mesisca

La Serbia si stringe all’Ungheria contro Albania, Croazia e Kosovo

Siglato un accordo di cooperazione militare tra Serbia e Ungheria. Così Belgrado risponde al patto tra Albania, Kosovo e Croazia. Nei Balcani, la tensione continua a montare

Simone Mesisca

8 Apr, 2025

In questo report:

  • Cosa prevede l’accordo tra Serbia e Ungheria
  • Belgrado, Budapest e una “quasi alleanza militare
  • Nei Balcani tornano i blocchi contrapposti

Lo scorso 1° aprile, in una Belgrado scossa dalle proteste, è stato siglato un accordo di cooperazione strategica fra Ungheria e Serbia. L’accordo va letto come una risposta a quella che il Presidente serbo Aleksander Vučić aveva definito una «provocazione», ovvero la Dichiarazione congiunta di cooperazione nella difesa siglata da Croazia, Albania e Kosovo lo scorso 18 marzo a Tirana.

La firma dell’intesa serbo-ungherese si è svolta alla presenza di Vučić e ha visto come firmatari i rispettivi ministri della Difesa, il serbo Bratislav Gasić e l’ungherese Kristof Szalay-Bobrovniczky.

L’accordo «concretizza la cooperazione nel campo della difesa», ha detto Vučić a lato della firma, aggiungendo che, «le nostre relazioni sono più che buone, il Primo ministro Viktor Orbán e io abbiamo espresso il nostro desiderio di continuare ad accelerare e ad avvicinare ulteriormente le nostre posizioni nel campo della difesa». Gli ha fatto eco il ministro della Difesa ungherese, che ha sottolineato come «l’Ungheria è sempre dalla parte della pace e la Serbia è sua alleata in questo».

L’intesa serbo-ungherese non costituisce ancora un’alleanza militare in senso stretto, ma viene definita come “quadro di cooperazione strategica nel campo della difesa”. Tuttavia, il Presidente serbo ha voluto sottolineare come questo accordo rappresenti un «passo importante verso la creazione di un’alleanza militare».

Nel dettaglio, l’elemento fondamentale dell’intesa riguarda il rafforzamento della collaborazione nel campo della tecnologia militare, che prevede l’acquisizione di nuovi armamenti e sistemi di difesa, oltre che l’aumento degli addestramenti congiunti fra i due eserciti.

Il processo era d’altra parte già iniziato: nel 2024, l’esercito ungherese aveva consegnato a quello serbo 66 veicoli blindati Btr-80 di fabbricazione sovietica, che l’Ungheria sta sostituendo con i nuovi veicoli da combattimento cingolati Kf-41 Lynx, prodotti nello stabilimento ungherese dell’azienda tedesca Rheinmetall.

L’accordo prevede uno scambio costante di tecnologie e attrezzature tra i due Paesi, a dimostrazione della volontà di approfondire l’integrazione in ambito difensivo. Oltre alle attività prettamente militari, l’intesa include la cooperazione in settori come la sicurezza informatica, le operazioni di mantenimento della pace, l’istruzione e la medicina militare.

L’accordo è in contrapposizione all’intesa fra Croazia, Albania e Kosovo

L’intesa serbo-ungherese va letta come una chiara risposta all’accordo fra Croazia, Albania e Kosovo, che secondo Belgrado rischia di innescare «una corsa agli armamenti» nell’instabile regione balcanica.

Giova ricordare che dall’anno in cui dichiarò unilateralmente l’indipendenza nel 2008 il Kosovo (riconosciuto dall’Italia) continua ancora oggi a essere riconosciuto come parte integrante della Serbia dal governo di Belgrado, così come da alcuni Stati europei (per esempio la Spagna), pur essendo abitato da una maggioranza albanese.

Anche l’Ungheria ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, ma si è sempre espressa contro la sua entrata nell’Unione Europea e più in generale contro la sua integrazione euro-atlantica. Quest’ultima risulta peraltro essere uno dei punti chiave dell’accordo siglato a Tirana, che include anche esercitazioni militari congiunte, collaborazione economica e lotta alle minacce ibride. 

Al di là della risposta al trattato di Tirana, l’accordo serbo-ungherese si inserisce in un contesto di crescente avvicinamento tra Serbia e Ungheria. Vučić ha sottolineato come Budapest sia diventata il quinto partner commerciale estero del Paese, evidenziando l’importanza delle relazioni economiche oltre che militari.

Parallelamente all’accordo sulla difesa, infatti, Vučić ha annunciato che la costruzione di un oleodotto congiunto tra la città ungherese di Algyo e Novi Sad potrebbe iniziare negli ultimi mesi del 2025.

Il presidente serbo ha inoltre anticipato un prossimo incontro con Orbán per confermare la comune volontà di proseguire nella partnership strategica su tutte le questioni di interesse reciproco.

La firma dell’accordo è stata anche l’occasione per discutere del futuro della Serbia nell’Unione Europea (Ue), con il ministro ungherese Szalay-Bobrovniczky che ha sottolineato l’importanza dell’ingresso di Belgrado nella stessa. Affermazione che trova peraltro in sintonia il Presidente serbo, che da anni spinge per l’entrata del Paese all’interno dell’Unione.

Se Belgrado entrasse nell’Ue, Budapest guadagnerebbe un importante alleato all’interno del Consiglio europeo, andando così a rafforzare la sua posizione politica (che al momento vede allineata solamente la Slovacchia e talvolta l’Italia e la Polonia).

Il ritorno dei “blocchi” nei Balcani?

Sebbene l’intesa non costituisca ancora un’alleanza militare formale, le già citate dichiarazioni di Vučić indicano chiaramente che questo è l’obiettivo a lungo termine delle due nazioni. Al momento né la parte ungherese né quella serba hanno fornito ulteriori dettagli su questa possibilità dopo la firma dell’accordo. 

C’è chi però ha già espresso la sua intenzione di aderire a questa futura alleanza militare. Si tratta del leader della Repubblica Srpska (una delle due entità costitutive della Bosnia Erzegovina), Milorad Dodik. Incriminato e condannato dalle autorità di Sarajevo (ne avevamo parlato qui) ha annunciato l’intenzione di richiedere l’inclusione della Repubblica serba nell’accordo di cooperazione militare tra Serbia e Ungheria.

Durante una sessione espansa del governo, tenutasi il 5 aprile, Dodik ha dichiarato che la Repubblica Srpska «ha il diritto di aderire» a tale accordo, ribadendo anche che anche quest’ultima non accetterà mai di far parte della Nato.

Tuttavia, la proposta di Dodik si scontra con i limiti costituzionali imposti all’entità serba dalla carta fondamentale della Bosnia Erzegovina. La Costituzione del Paese attribuisce esclusivamente al governo centrale le competenze in materia di politica estera e difesa, rendendo improbabile che Dodik possa aderire formalmente all’accordo senza il consenso delle istituzioni centrali, che certamente non arriverà.

L’alternativa sarebbe esacerbare ancora di più lo scontro istituzionale, che ha già raggiunto livelli molto rischiosi, con le autorità bosniache che hanno chiesto all’Interpol di emettere un mandato di cattura internazionale per Dodik (al momento non concesso). 

Oltre alla Repubblica Srpska, anche la Slovacchia rappresenterebbe un possibile futuro membro. Attualmente non si segnala nessuna indiscrezione in tal senso, tuttavia l’allineamento geopolitico e anche ideologico fra i governi di Viktor Orbán e Aleksandar Vučić con quello del premier slovacco Robert Fico è un fatto acclarato.

L’ingresso della Slovacchia potrebbe rafforzare ulteriormente l’asse strategico, creando una sorta di “corridoio” di Paesi conservatori allineati dal punto di vista geopolitico, che potrebbe influenzare le dinamiche regionali. 

Soprattutto, schiaccerebbe in termini di forza economica e militare l’intesa fra Croazia, Albania e Kosovo. Il Pil aggregato di Serbia, Ungheria e Slovacchia ammonterebbe a 426,5 miliardi di dollari, mentre quello di Croazia, Albania e Kosovo a 118,3 miliardi (dati della Banca Mondiale al 2023). Distacco simile anche nel numero di militari in servizio attivo, con circa 86mila soldati da una parte e appena 31mila dall’altra (dati GlobalFirepower). 

L’intesa fra Croazia, Albania e Kosovo godrebbe però senza dubbio dell’appoggio esterno turco, visti gli ottimi rapporti di Ankara con Tirana e Pristina, mentre c’è da scommettere che in caso di risoluzione del conflitto ucraino, Serbia, Ungheria e Slovacchia saranno fra i primi Paesi a restaurare completamente i rapporti con Mosca, con la quale si sono sempre trovate in sintonia.

Ma al di là di questo, i recenti accordi rappresentano di fatto la creazione di due coalizioni contrapposte, per quanto parzialmente trasversali ad altre organizzazioni già esistenti (Unione Europea e Nato). Il rischio concreto è che il precario equilibrio raggiunto dopo il crollo del blocco sovietico e la fine della guerra civile jugoslava possa essere rotto, con tragiche conseguenze per l’intero continente europeo.

Immagine in evidenza: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=154064961; https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=94400348

Gli albanesi: terra, popolo e lingua, di Vladislav B. Sotirovic

Gli albanesi: terra, popolo e lingua

#albania #balcani #geopolitica

Gli albanesi etnici entrarono nella storia dei Balcani nel 1043, quando giunsero dalla Sicilia orientale e si stabilirono nell’attuale Albania centrale per volere delle autorità bizantine.[1] La loro origine etnica rimane ancora molto vaga e finora non è stato raggiunto alcun consenso storico sull’argomento. Gli albanesi hanno preso coscienza dell’importanza di essere una “nazione” tardi, rispetto ad altre etnie balcaniche. Questo handicap, tuttavia, i leader nazionalisti albanesi hanno cercato di trasformarlo in un vantaggio. Poiché diversi storici europei hanno offerto una varietà di (ipo)tesi sull’argomento, hanno potuto adottare quelle che meglio si adattavano ai loro scopi politici e nazionalistici.

Il caso albanese è molto simile ai problemi che i nazionalisti croati del XIX secolo hanno affrontato con la grave mancanza di ingredienti rilevanti per forgiare la nazione, ciò di cui avevano bisogno: terra, persone e lingua. Prendiamo ora in considerazione ciascuno di questi elementi separatamente.

La terra. L’attuale territorio albanese faceva parte di diversi imperi e regni durante i periodi storici precedenti, dagli imperi romano e bizantino ai sovrani serbi, alla Repubblica di Venezia e al sultanato ottomano, fino a quando lo stato indipendente albanese fu fondato (praticamente) dall’Austria-Ungheria nel 1912, come barriera tra la Serbia e la costa adriatica. I nazionalisti albanesi dovettero quindi ricorrere all’acquisizione di qualche stato storico come loro predecessore. Gli Illiri balcanici e i loro stati sembravano essere la migliore offerta sul mercato,[2] per buone ragioni. Erano scomparsi dalla scena storica molto tempo prima e quindi non potevano lamentarsi. In secondo luogo, la loro lingua era estinta e poteva essere tranquillamente dichiarata proto-albanese. Il principale ritrovamento archeologico che dovrebbe supportare le affermazioni sulla continuità illirico-albanese è la cosiddetta cultura komana, che si estende da Scutari (Skadar) al lago di Ocrida. [3] Per respingere le affermazioni degli archeologi jugoslavi secondo cui questa cultura del VII-VIII secolo d.C. è di carattere slavo o romano-bizantino, gli albanesi hanno semplicemente cancellato ogni traccia della presenza slava nell’area, principalmente attraverso la politica di albanizzazione della popolazione slava locale e dei toponimi nell’area dell’Albania settentrionale, durante il governo di Enver Hoxha (1945-1985). [4] Simile a questo caso di pulizia culturale, questo è ciò che sta realmente accadendo in Kosovo-Metochia (KosMet) negli ultimi 25 anni sotto la “protezione” dell’UNMIK (Missione delle Nazioni Unite in Kosovo) e della KFOR (Kosovo Force) (NATO).[5]

Persone. Gli albanesi dei Balcani costituivano dal 1043 una popolazione concentrata prevalentemente nelle regioni dell’attuale Albania. Il numero attuale di questa popolazione non dovrebbe trarre in inganno gli storici e i demografi moderni, almeno per due dei seguenti motivi:

A. A partire dall’inizio del XX secolo, si è verificata un’esplosione demografica della popolazione di etnia albanese, che ha modificato drasticamente le proporzioni relative delle comunità etniche esistenti nell’area popolata dagli albanesi e da altri gruppi etnici: slavi ed ellenici (la Macedonia ne è il miglior esempio).

B. Dal dominio ottomano nei Balcani, si è verificata una notevole albanizzazione del popolo slavo, seguita, inoltre, da una vasta conversione della popolazione albanofona alla religione musulmana, in parte con la forza, in parte volontariamente.

Tuttavia, tale sviluppo storico ha reso gli albanesi musulmani sudditi ottomani più leali e affidabili, il che ha fornito a questi ultimi una posizione privilegiata rispetto alla popolazione cristiana, sia greco-ortodossa che cattolica romana. Nei paragrafi seguenti verrà presentato un esempio calzante.

All’inizio del XX secolo, la conversione forzata dei serbi del Kosovo-Metochia fu rafforzata. I serbi della regione del Kosovo-Metochia si lamentarono con il consolato russo a Pristina e chiesero aiuto alla Russia. Quest’ultima intervenne presso la Porta Ottomana di Istanbul e la conversione fu immediatamente interrotta. Ciò portò a una situazione in cui, ad esempio, metà di un villaggio era serba e metà albanese, anche se l’intero villaggio era di etnia serba. Anche dopo la seconda guerra mondiale, c’erano famiglie albanesi in cui i nonni non parlavano albanese, ma solo serbo.[6] Tuttavia, l’albanizzazione più forte e di maggior successo dei serbi di KosMet avvenne nel XIX secolo.

I resti di questo passaggio da un’etnia slava a un’etnia albanese a volte si manifestano in fenomeni strani. Molti affreschi nelle chiese e nei monasteri cristiani ortodossi serbi in KosMet sono stati danneggiati in modo strano. In particolare, sono stati cavati gli occhi dei santi e dei re serbi (donatori). Gli studiosi hanno interpretato questo come un esempio di follia e vandalismo degli albanesi musulmani, ma la spiegazione più profonda del caso è molto più sottile.[7] La gente comune crede che la plastica degli occhi dei santi possa aiutare a curare la cecità. Ma, allo stesso tempo, i veri credenti non commetterebbero mai tali atti di primitivismo nei luoghi sacri. Solo coloro che credono nel potere magico degli occhi degli affreschi, ma non sono legati alla chiesa in questione, osano commettere una superstizione così blasfema. Si tratta presumibilmente di recenti proseliti musulmani, ex serbi cristiano-ortodossi, ma non si possono escludere anche casi di coinvolgimento albanese nella vicenda. Gli albanesi di etnia, convertiti dal cristianesimo decenni e persino secoli fa (dal XV secolo), conservano ancora il ricordo della loro fede precedente, come una sorta di archetipo.[8]

La situazione appena descritta somiglia a quella dei croati e al loro tentativo di formare una nazione rispettabile. Durante il cosiddetto Stato Indipendente di Croazia, una costruzione fantoccio nazifascista durante la seconda guerra mondiale, i nazifascisti croato-bosniaci nazifascisti Ustashi avevano un piano per rafforzare la nazione croata e uno stato della Grande Croazia. Il piano consisteva, come ha affermato il dottor Mile Budak, ministro della Religione e dell’Istruzione dello Stato Indipendente di Croazia, nel convertire un terzo dei serbi alla fede cattolica romana (come fase preliminare della completa croatizzazione), un terzo sarebbe stato bandito dalla Croazia e un terzo sterminato (in effetti, nel modo più brutale).[9] In pratica, il piano è stato attuato con notevole successo.[10]

La politica degli albanesi in KosMet seguì da vicino queste tattiche ustascia croato-bosniache della seconda guerra mondiale, specialmente durante la seconda guerra mondiale, quando la maggior parte del KosMet faceva parte della Grande Albania, protetta prima dall’Italia fascista e poi, dal settembre 1943, dalla Germania nazista. [12] L’ironia di questa impresa era che molte delle vittime serbe del massacro e della violenza degli ustascia erano, in realtà, discendenti dei serbi che erano fuggiti dalla Croazia e dalla Bosnia-Erzegovina secoli prima e si erano stabiliti nei Balcani occidentali nel territorio dell’Impero austriaco con numerosi privilegi ecclesiastici-nazionali concessi loro dalle autorità austriache. [13] E quando nel 1995 un governo croato neo-ustascia bandì dalla Croazia i serbi della Krajina, circa 250.000 di loro,[14] arrivarono di nuovo in Serbia. La stragrande maggioranza di loro si stabilì in Vojvodina, un numero minore nella Serbia centrale e una piccola parte in Kosovo-Metochia. La reazione degli albanesi locali fu così violenta che quasi tutti i rifugiati furono ritirati dalla provincia di KosMet e trasferiti altrove nella Serbia centrale.

La lingua. La lingua albanese sembra essere una parte distinta della famiglia indoeuropea, come uno dei rami orientali, insieme alle lingue indo-iraniane, armene e balto-slavone (il gruppo satem).[15] Ha due dialetti, il ghego (parlato nell’Albania settentrionale) e il tosco (praticato nell’Albania centrale e meridionale). È una mescolanza di una lingua autentica e di quelle corrotte latina, italiana, turca e slava (principalmente serba). Le affermazioni dei nazionalisti albanesi secondo cui la loro lingua deriva direttamente dall’antica lingua illirica non sono mai state supportate da prove linguistiche adeguate. Come ha detto il linguista britannico Potter:

“Alcuni lo associerebbero all’illirico estinto, ma così facendo passano dal poco conosciuto all’ignoto. Come ha osservato a volte astutamente André Martinet, i ricercatori alla moda che studiano il protoindoeuropeo preferiscono l’illirico o le laringee, e in realtà sappiamo davvero poco di entrambe. L’albanese ha due dialetti: il ghego al nord e il tosco al sud. A causa delle dominazioni veneziane e turche, il suo vocabolario è misto. Purtroppo, sappiamo poco della sua storia perché, a parte i documenti legali, non è sopravvissuta alcuna letteratura precedente al XVII secolo.

A questo proposito, l’albanese presenta un netto contrasto con il greco o ellenico che compete con l’ittita e il sanscrito per il posto di lingua indoeuropea più antica. La recente decifrazione della scrittura micenea in lineare B ha fatto risalire gli inizi del greco di tre secoli, a un’epoca molto precedente al sacco di Troia (1183 a.C.) descritto da Omero nella sua Iliade”.

Poiché gli antichi Illiri non hanno mai lasciato traccia di alfabetizzazione, la loro lingua appare totalmente sconosciuta. L’affermazione degli albanesi moderni di aver ereditato la lingua illirica non può essere né dimostrata né smentita. Non può quindi avere un carattere scientifico, poiché non soddisfa il criterio fondamentale della falsificazione, nel senso popperiano. Qui, la citazione di un altro autore (albanese) sull’argomento è:[16]

“L’immagine che la scienza albanese dà della storia antica della propria nazione è semplificata, acritica e sembra artificiosa. Le prove linguistiche sulla parentela tra il popolo illirico e quello albanese sono quasi assenti”.

I commenti di Potter furono provocati da varie ipotesi lanciate da alcuni autori occidentali. Così, alla fine del XIX secolo, il filologo austriaco Gustav Meyer sostenne che la lingua albanese contemporanea era un dialetto della lingua illirica, più precisamente, il suo ultimo sviluppo. Da un’ipotesi alla teoria, c’è solo un passo, che i moderni nazionalisti albanesi erano pronti a fare, linguisti o non linguisti. Se si può apprezzare la motivazione dei nazionalisti albanesi nel proiettare la loro nuova consapevolezza dell’identità nazionale albanese, affermazioni simili da parte di autori non albanesi non possono essere considerate stravaganze intellettuali. Così, lo zelante leader comunista jugoslavo, il montenegrino Milovan Đilas[17], scrisse:

“Gli albanesi sono il più antico popolo dei Balcani, più antico degli slavi e persino degli antichi greci”.

Tuttavia, se queste parole di uno dei montenegrini, che considerano gli albanesi di origine illirica, possono essere intese come rivendicazioni della loro antichità, la tesi di Andre Marlaux, che scrisse: “Atene non era, ahimè, altro che un villaggio albanese”,[18] aveva sicuramente una logica diversa. L’autore potrebbe aver avuto l’intenzione di scioccare i lettori, come conferma ogni titolo del suo libro, ma si potrebbero pensare motivazioni più serie, anche se inconsce. Atene significava qualcosa per la cultura e la civiltà europea (e mondiale), cosa che dava fastidio ad alcuni intellettuali cristiani, soprattutto religiosi. L’idea che una tribù analfabeta dei Balcani fosse la progenitrice della cultura europea[19] non poteva essere più cinica (e stravagante, se è per questo), anche se non si può escludere la possibilità di autoironia.[20]

Il problema è che nelle mani di intellettuali frustrati, queste stravaganze vengono prese sul serio. Se gli albanesi sono discendenti degli antichi illiri balcanici, perché non di alcuni abitanti ancora più antichi della penisola balcanica? Poiché si ritiene generalmente che il più antico popolo balcanico fosse quello dei Pelasgi, alcuni autori albanesi hanno lanciato la tesi che sia gli Illiri che i moderni albanesi discendano da loro. Questa affermazione si sposa bene con la congettura di A. Marlaux (sic) su Atene, poiché alcuni studiosi ritengono che gli ateniesi fossero di sangue pelasgico, in quanto questi ultimi erano la popolazione indigena dell’Attica.[21]

L’“ottimismo retrospettivo” albanese, come sopra delineato, non è affatto un fenomeno esclusivamente albanese. Abbiamo visto sopra lo stesso “progetto” croato del movimento croato-illirico nella prima metà del XIX secolo. Allo stesso modo, alcuni autori nazionalisti serbi hanno sostenuto l’antichità etnica serba. Il libro intitolato I serbi: il popolo più antico era molto diffuso durante l’era di Slobodan Milošević, ma ha vissuto la sua rinascita dopo il 1999.[22] Un autore di Chicago, il dottor Jovan Deretić, (da non confondere con il professor Jovan Deretić dell’Università di Belgrado) ha affermato nel suo libro sullo stesso argomento che l’etnia serba era, in realtà, la forza d’élite dell’esercito macedone di Alessandro Magno e quindi responsabile della sua vittoriosa conquista del mondo.[23] La logica di tutte queste affermazioni era la nota somiglianza tra il serbo moderno e i lessici antichi, come il greco, il sanscrito, ecc. Ma tutto ciò sembra modesto rispetto alle fantasie di alcuni autori albanesi. Secondo loro, lo stesso Alessandro Magno e i suoi Macedoni erano Illiri e, quindi, automaticamente etnicamente albanesi. Neanche Afrodite fu risparmiata (il suo nome appare sinfonico con l’albanese mirdita, Drita, ecc.). In generale, il passato sembra molto prospero per alcuni albanesi in questo senso.

L’ipotesi dell’origine illirica degli albanesi moderni è stata seriamente messa in discussione da numerosi autori moderni, in particolare linguisti. La più convincente delle ipotesi alternative era quella dell’origine etnica dacia degli albanesi moderni. Secondo questa teoria, gli antenati degli albanesi etnici arrivarono nell’attuale Albania dalla provincia romana della Mesia Superior (l’attuale Serbia), situata intorno al fiume Morava, intorno al 1000 a.C. In tempi antichi questa regione era la zona dell’etnia dacia. Quindi, gli albanesi moderni possono essere di origine dacia, ma non illirica. Il supporto linguistico per questa ipotesi deriva dalla terminologia della lingua albanese che si riferisce a termini litorali, presi in prestito dalle popolazioni circostanti, a testimonianza del fatto che gli albanesi non erano originariamente un popolo costiero (come non lo erano stati i Daci, ma lo erano stati gli Illiri).[24]

Lo stesso ragionamento si applica agli slavi meridionali, che hanno preso in prestito più (per mare) dal latino (mare), vino anche per vino, ecc. Per quanto riguarda la lingua greca, risulta che nella lingua albanese moderna esistono sorprendentemente pochi prestiti dal greco antico. Quindi, la patria originaria degli albanesi dovrebbe essere ricercata nell’attuale Romania o Serbia. Secondo alcune ricerche, la lingua albanese moderna è una lingua daco-mesia semi-romanizzata, proprio come la lingua rumena è una lingua daco-mesia romanizzata.

Perché è così importante convincere il mondo che l’attuale lingua albanese è quella illirica, o almeno derivata da essa? Come è noto, l’intera regione dinarica balcanica sembra essere di origine illirica, almeno in gran parte. Poiché gli antichi Illiri erano sparsi su una vasta area degli attuali Balcani occidentali, non sono solo gli albanesi etnici a poter rivendicare lo status di “popolazione indigena”. C’è una differenza, tuttavia, tra i dinaroidi slavofoni e albanofoni a questo riguardo. Nel primo caso prevale l’elemento slavo, mentre nel secondo la lingua albanese rimane distinta dalle lingue circostanti. La situazione sembra simile a quella dei baschi, la cui lingua è unica in Europa[25] (e non solo), così come il georgiano risulta essere una lingua unica nel continente eurasiatico.[26]

Per quanto riguarda il termine stesso illirico, va notato che durante il periodo dell’imperatore romano Diocleziano (284-305) l’intero Balcani occidentali era organizzato come Praefectura Illyricum. È principalmente a causa di questo nome amministrativo che il termine Illiri è stato conservato e dato alle persone che vi abitavano, compresi gli slavi meridionali e gli albanesi.[27] Questo nome scomparve nel VII secolo, al tempo del ritorno della migrazione slava nei Balcani dall’Europa nord-orientale. Per quanto riguarda il termine albanese, secondo gli studi ufficiali di albanologia filo-albanese, deriverebbe dal nome di una delle tribù illiriche Albanoi, successivamente attribuito a tutte le tribù illiriche, ma in sostanza il nome di questa tribù illirica e la tribù stessa non hanno legami comprovati con gli albanesi etnici originari del Caucaso. La lingua albanese, come lingua parlata, fu menzionata per la prima volta in un manoscritto di Dubrovnik, come lingua albanesesca, solo nel 1285. Alcune fonti bizantine del XIII secolo chiamavano la regione tra il fiume Drim e il lago di Scutari Arbanon (Arber). Sia i turchi che i serbi chiamavano gli abitanti dell’Albania Arbanasi. Per quanto riguarda gli albanesi, prima di essere sottomessi all’Impero ottomano nel XV secolo, si chiamavano Arbërësh/Arbënesh.

Che la lingua albanese sia legata a quella illirica o meno, il fatto che sia completamente incomprensibile per le altre popolazioni vicine (e non) ha portato a un ulteriore isolamento di questa comunità montana. Questo isolamento ha accentuato ulteriormente la conservazione del carattere tradizionale della società degli albanofoni delle Highlands. Vale la pena ricordare che il loro dialetto, il ghego (del nord), è comprensibile al resto degli albanesi, che parlano il tosco (del sud), ma con difficoltà.[28]

L’unicità della lingua albanese ha favorito almeno due caratteristiche di questa popolazione:

A. Poiché pochissime persone al di fuori della comunità albanese erano disposte a imparare la lingua albanese, la comunicazione con il mondo esterno doveva avvenire attraverso quegli albanesi che parlavano altre lingue, come il serbo, il greco, l’italiano, ecc. Questo dava agli albanesi il vantaggio di possedere “un codice segreto”, che in alcune attività, come il contrabbando, le attività mafiose, i movimenti politici, ecc., si è rivelato di fondamentale importanza. È in parte per questo motivo che la mafia albanese appare così efficiente e quasi impossibile da smantellare. È in grado di competere con successo con la mafia italiana, cinese e altre organizzazioni criminali.[29]

B. L’altra caratteristica importante necessaria affinché la mafia sia indistruttibile è il lignaggio dei membri di un’unità mafiosa. Questo prerequisito è stato ampiamente fornito dall’organizzazione fis (tribù) della comunità albanese. Una fis può comprendere un centinaio di membri, che possono fornire decine di armi e contrabbandare droga e armi, spacciare droga, ecc. Possono comunicare liberamente tra loro, senza temere che l’attività venga compromessa. È vero che una situazione simile si verifica tra i siciliani dello stesso mestiere, ma gli italiani sono stati completamente integrati nella società americana e molti membri dell’FBI sono di origine italiana.

Se notiamo che questo business criminale è quasi inevitabilmente associato a scopi politici, e quindi ha una facciata di patriottismo, allora l’interiorità dell’organizzazione mafiosa della diaspora albanese appare abbastanza “naturale” e “comprensibile” con il compito finale di realizzare il programma della Lega di Prizren del 1878: una Grande Albania (pulita etnicamente da tutti i non albanesi).[30]

Dr. Vladislav B. Sotirovic

Ex professore universitario

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici

Belgrado, Serbia

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com © Vladislav B. Sotirovic 2025

Dichiarazione personale: l’autore scrive per questa pubblicazione a titolo personale, senza rappresentare alcuna persona o organizzazione, se non per le proprie opinioni personali. Nulla di quanto scritto dall’autore deve essere confuso con le opinioni editoriali o le posizioni ufficiali di qualsiasi altro mezzo di comunicazione o istituzione.

Riferimenti

[1] Diverse fonti storiche scritte provenienti da diversi ambienti culturali (bizantino, arabo…) affermano chiaramente che gli albanesi arrivarono nei Balcani nell’anno 1043 dalla Sicilia orientale e che il luogo di origine degli albanesi era l’Albania caucasica, che è menzionata in diverse fonti antiche come uno stato indipendente con i suoi sovrani. L’Albania caucasica era vicina al Mar Caspio, alla Media, all’Iberia, all’Armenia e alla Sarmazia asiatica. La fonte più importante in cui si menziona che gli albanesi balcanici provenivano dalla Sicilia orientale nel 1043 è lo storico bizantino Michele Ataliota [M. Ataliota, Corpus Scriptorum Historiae Byzantine, Bonn: Weber, 1853, 18]. Questo fatto storico è riconosciuto da alcuni storici albanesi come Stefang Pollo e Arben Puto [S. Pollo, A. Puto, The History of Albania, London-Boston-Hebley: Routledge & Kegan, 1981, 37].

[2] Per le offerte alternative, come quella dacica, si veda ad esempio in [V. B. Sotirović, “The Fundamental Misconception of the Balkan Ethnology: The ‘Illyrian’ Theory of the Albanian Ethnogenesis”, American Hellenic Institute Foundation Policy Journal, Vol. 9, Spring 2018, 1−12, online: http://www.ahifworld.org/journal-issues/volume-9-winter-2017-2018].

[3] Per saperne di più sugli Illiri, vedi [Stipčević A., Every Story About the Balkans Begins With the Illyrians, Priština, 1985].

[4] Per saperne di più sulla storia filo-albanese dell’Albania, vedi [N. Costa, Albania: A European Enigma, New York, 1995].

[5] Gli albanesi del Kosovo hanno proclamato l’indipendenza di questa provincia autonoma della Serbia nel febbraio 2008. Per quanto riguarda l’indipendenza del Kosovo, si veda [N. Giannopoulos, A Critical Overview of State-Building: The Case of Kosovo, Private Edition, 2018].

[6] I serbi islamizzati e albanizzati del Kosovo (ex cristiani ortodossi) sono chiamati arnauti. Si stima che circa 1/3 degli albanofoni odierni in Kosovo siano, in realtà, arnauti [Д. Т. Батаковић, Kosovo e Metohija: Istoriјa i ideologija, Drugo dopuđeno izdanje, Beograd: Čigoja štampa, 2007, 31-52].

[7] Si veda, ad esempio, l’affresco del re serbo Milutin nel vestibolo della Chiesa di Bogorodica Ljeviška (prima metà del XIV secolo) a Prizren [М. Јовић, К. Радић, Српске земље и владари, Крушевац: Друштво за неговање историјских и уметничких вредности, 1990, 59].

[8] Sul fenomeno del criptocristianesimo e sul processo di albanizzazione del Kosovo, vedi [D. T. Bataković, Kosovo e Metohija: Istoriјa i ideologija, Drugo dopuđeno izdanje, Beograd: Čigoja štampa, 2007, 46-52].

[9] Per quanto riguarda la cattolicizzazione dei serbi ortodossi in Croazia e Bosnia-Erzegovina durante la Seconda Guerra Mondiale, si veda [Dr. M. Bulajić, Ustashi Crimes of Genocide. The Role of the Vatican in the Break-Up of the Yugoslav State. The Mission of the Vatican in the Independent State of Croatia, Belgrado: Ministero dell’Informazione della Repubblica di Serbia, 1993, 111-165].

[10] Il numero minimo di serbi sterminati sul territorio dello Stato Indipendente di Croazia dal regime ustascia è di 500.000 [Ч. Антић, Српска историја, Четврто издање, Београд: Vukotić Media, 2019, 270]. È un noto messaggio aperto di M. Budak ai serbi cristiano-ortodossi: “O vi inchinate o vi allontanate” [B. Petranović, Istorija Jugoslavije 1918-1988. Druga knjiga: Narodnooslobodilački rat i revolucija 1941-1945, Belgrado: NOLIT, 1988, 45].

[11] Sulla politica di sterminio dei serbi da parte di un regime nazifascista croato-bosniaco con un notevole sostegno da parte della Chiesa cattolica nello Stato Indipendente di Croazia, vedi in [M. Aurelio Rivelli, L’Arcivescovo del genocidio, Milano: Kaos Edizioni, 1999.

[12] Qui va menzionato il caso di un leader politico albanese del Kosovo, Ali Shukria, la cui lingua madre era il turco e che a casa sua si parlava turco, ma che si considerava albanese. Tuttavia, ideologicamente, la Grande Albania di Benito Mussolini si basava in gran parte su un’ipotesi propagandistica dell’origine illirica degli albanesi balcanici [Д. Т. Батаковић, Косово и Метохија у српско-арбанашким односима, Друго допуњено издање, Београд: Чигоја штампа, 2006].

[13] Su questo argomento, vedi di più in [Историја народа Југославије. Књига друга од почетка XVI до краја XVIII века, Belgrado: Просвета, 1960].

[14] J. Guskova, Istorija jugoslovenske krize (1990-2000), II, Belgrado: ИГАМ, 2003, 232-253.

[15] Il ramo occidentale comprende le lingue greca, italica, celtica e germanica (il gruppo centum).

[16] Peter Bartl, Albanien, von Mittelalter bis zur Gegenwart, Regensburg: Verlag Friedrich Pustet, 1995.

[17] Su questo famigerato criminale comunista con le mani sporche di sangue della Seconda Guerra Mondiale, vedi in [J. Pirjevec, Tito i drugovi, I deo, Belgrado: Laguna, 487-564].

[18] A. Marlaux, Anti-Memoires, New York, 1968, 33.

[19] Sulla cultura balcanica nel contesto europeo, vedi in [T. Stoianovich, Balkan Worlds: The First and Last Europe, Armonk, NY-Londra: Inghilterra: M. E. Sharpe, 1994].

[20] Da notare qui, nello stesso contesto, una dichiarazione di un autore bizantino, che affermava: “I serbi sono il popolo più antico, ne sono abbastanza certo”. Inutile dire che questa affermazione è stata molto popolare tra alcuni studiosi serbi.

[21] Vedi, ad esempio, [R. Graves, The Greek Myths, Harmondsworth: Penguin, 1966; G. Schwab, Die Schönsten Sagen des Klassischen Altertums, Leipzig-Weimar: Gustav Kiepenheuer Verlag].

[22] Si tratta di un libro pubblicato da un dottore di ricerca che lo ha difeso all’Università della Sorbona di Parigi [Др. Олга Луковић Пјановић, Срби… народ најстарији, I−II, Belgrado, 1988].

[23] Questa affermazione si basa sugli scritti del poeta barocco di Dubrovnik Ivo Dživo Gundulić (1589−1638). Per quanto riguarda le origini storiche dei serbi, vedi in [М. Милановић, Историјско порекло Срба, Друго допуњено и проширено издање, Београд: Вандалија, 2006].

[24] Il termine daco hot indica il brigante. Questo termine è molto comune nella lingua albanese e persino una tribù albanese ha preso il nome da questo termine.

[25] Per quanto riguarda la lingua basca, vedi [A. Tovar, Mythology and Ideology of the Basque Language, Reno, Nevada: Center for Basque Studies, University of Nevada, 2015].

[26] Per quanto riguarda la lingua georgiana, vedi [H. Lewis, A Traveler’s Guide to the Georgian Language, Edinburg, VA: American Friends of Georgia, Inc., 2013]. Anche la lingua giapponese è unica, sebbene abbia una grande somiglianza con quella coreana.

[27] Sulla penisola balcanica intorno al 400 d.C., vedi la mappa [Paul Robert Magocsi, Historical Atlas of Central Europe, Revised and Expanded Edition, Seattle: University of Washington Press, 2002, 7].

[28] Per quanto riguarda l’albanese colloquiale, vedi [I. Zymberi, Colloquial Albanian, Londra-New York: Routledge, 2000].

[29] Sulla criminalità organizzata albanese, vedi [J. Arsovska, Decoding Albanian Organized Crime: Culture, Politics, and Globalization, Oakland, California: University of California Press, 2015].

[30] Per approfondire l’argomento, vedere [V. Sotirović, Serbia, Montenegro and the “Albanian Question”, 1878-1912: A Greater Albania Between Balkan Nationalism & European Imperialism, LAP Lambert Academic Publishing, 2015].

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La geopolitica dell’Europa sudorientale e l’importanza della posizione geostrategica regionale alla fine delXX secolo, di Vladislav B. Sotirović

La geopolitica dell’Europa sudorientale e l’importanza della posizione geostrategica regionale alla fine delXX secolo

Prefazione

La questione geopolitica dell’Europa sudorientale è diventata di grande importanza per studiosi, politici e ricercatori con lo smembramento dell’Impero ottomano, uno degli aspetti più cruciali dell’inizio delXX secolo nella storia europea. Il crollo graduale di quello che un tempo era un grande impero fu accelerato e seguito dalla competizione e dalla lotta tra le Grandi Potenze europee e gli Stati nazionali balcanici per l’eredità territoriale. Mentre le Grandi Potenze europee avevano l’obiettivo di ottenere nuove sfere di influenza politico-economica nell’Europa sud-orientale, seguite dal compito di stabilire un nuovo equilibrio di potere nel continente, il crollo totale dello Stato ottomano fu visto dalle piccole nazioni balcaniche come un’opportunità storica unica per ampliare i territori dei loro Stati nazionali attraverso l’unificazione di tutti i compatrioti etnolinguistici dell’Impero ottomano con la madrepatria. La creazione di un unico Stato nazionale, composto da tutte le terre etnograficamente e storicamente “nazionali”, era agli occhi dei principali politici balcanici come una fase finale del risveglio nazionale, della rinascita e della liberazione delle loro nazioni, iniziate a cavallo delXIX secolo sulla base ideologica del nazionalismo romantico tedesco espresso nella formula: “Una lingua, una nazione, uno Stato”.[1]

I vantaggi geopolitici e geostrategici dell’allargamento dello Stato nazionale all’estensione del territorio dell’Impero Ottomano furono estremamente significativi, oltre al desiderio di unificazione nazionale, come una delle principali forze trainanti del nazionalismo balcanico al volgere delXX secolo. Soprattutto i regni di Serbia e Bulgaria erano preoccupati dall’idea di essere “il più grande” della regione come condizione preliminare per controllare gli affari balcanici in futuro. D’altra parte, tenendo conto dell’importanza geopolitica e geostrategica dell’Europa sudorientale, ogni membro dell’orchestra delle Grandi Potenze europee cercò di ottenere la propria influenza predominante nella regione favorendo le aspirazioni territoriali delle proprie nazioni balcaniche preferite. Allo stesso tempo, una parte della politica balcanica di ciascuna Grande Potenza europea consisteva nell’evitare che altri membri dell’orchestra dominassero l’Europa sudorientale. Il mezzo abituale per realizzare questo secondo compito era opporsi alle rivendicazioni territoriali di quelle nazioni balcaniche che erano sotto la protezione del campo politico antagonista. In questo modo, le piccole nazioni balcaniche erano principalmente le marionette nelle mani dei loro protettori europei. In altre parole, il successo della lotta nazionale degli Stati balcanici dipendeva principalmente dalla forza politica e dalle abilità diplomatiche dei loro patroni europei.

La creazione e la lotta per l’indipendenza degli Stati nazionali nei Balcani dal 1804 al 1913 ha avuto due dimensioni:

1. La lotta nazionale per creare un’organizzazione statale indipendente e unita.

2. La rivalità tra le Grandi Potenze europee per il dominio dell’Europa sudorientale.

La posizione geostrategica delle nazioni balcaniche è stata una delle ragioni più incisive che hanno spinto i membri delle Grandi Potenze europee a sostenere o ad opporsi all’idea dell’esistenza dei loro Stati nazionali più piccoli o più grandi, come nel caso dell’indipendenza dell’Albania annunciata il28 novembre 1912.[2] La reale portata di questo dilemma può essere compresa solo nel contesto dell’importanza geopolitica e geostrategica dell’Europa sudorientale come regione.

Una descrizione usuale, ma più populista, dell’Europa sudorientale (o dei Balcani) è “ponte o crocevia tra Europa e Asia”, “punto di incontro o crogiolo di razze”, “polveriera o barile d’Europa” o “campo di battaglia dell’Europa”.[3] Tuttavia, una delle caratteristiche più importanti della regione è il crogiolo di culture e civiltà.[4]

La geofisica e la cultura

La penisola balcanica è delimitata da sei mari sui suoi tre lati: il Mar Adriatico e il Mar Ionio a ovest, il Mar Egeo e il Mar di Creta a sud, il Mar di Marmara e il Mar Nero a est. Il quarto lato della penisola, quello settentrionale, dal punto di vista geografico confina con il fiume Danubio. Se si prendono in considerazione i fattori di sviluppo storico e culturale, i confini settentrionali dei Balcani (cioè dell’Europa sudorientale) si trovano sui fiumi Prut, Ipoly/Ipel e Szamos (gli ultimi due in Ungheria). In pratica, la prima opzione (Balcani) si riferisce alla geografia, mentre la seconda (Europa sudorientale) si riferisce ai legami e alle influenze storiche e culturali. Correttamente, la seconda opzione si riferisce alla regione europea sotto la quale si dovrebbe considerare la penisola balcanica in termini puramente geografici, ampliata dalle terre rumene e ungheresi che sono storicamente e culturalmente strettamente legate a entrambi: i territori dell’Europa centro-orientale[5] e i Balcani.[6]

Il termine Balcani ha molto probabilmente una radice turca che indica una montagna o una catena montuosa. Sicuramente le montagne sono la caratteristica più specifica della regione. Le favorevoli condizioni naturali della penisola hanno attirato nel corso della storia molti invasori diversi che hanno creato società e civiltà multiculturali, multireligiose e multietniche in questa parte d’Europa. L’importanza storica della regione è aumentata enormemente agli occhi della civiltà dell’Europa occidentale a partire dalla conquista ottomana della maggior parte dell’Europa sudorientale (1354-1541), quando questa porzione del Vecchio Continente era abitualmente indicata come terra di confine tra Europa, Turchia e Russia. A causa della signoria ottomana sulla regione (fino al 1913), che ne ha cambiato significativamente l’immagine (per quanto riguarda i costumi, la cultura, l’etnografia, il comportamento umano, lo sviluppo economico, lo stile di vita quotidiana, l’aspetto degli insediamenti urbani, la cucina, la musica, ecc.), molti autori occidentali, soprattutto viaggiatori, hanno considerato i Balcani come una parte dell’Oriente o, in virtù della lontananza geografica, come una parte del Vicino Oriente. L. S. Stavrianos, professore di storia alla Northwestern University (USA), ha ragione a spiegare l’eterogeneità degli sviluppi storici e culturali regionali essenzialmente con la posizione intermedia della penisola tra l’Europa centrale e orientale da un lato e l’Asia Minore e il Levante dall’altro.[7]

L’Europa sudorientale è culturalmente e storicamente parte integrante della civiltà europea, influenzata nel corso dei secoli dalle caratteristiche culturali del Mediterraneo orientale, dell’Europa centrale, occidentale e orientale. Essendo al crocevia di tre continenti (Africa, Asia ed Europa), i Balcani sono considerati una regione di straordinaria importanza geopolitica e geostrategica fin dai primi tempi dell’Antichità. L’importanza geopolitica e geostrategica della regione ha avuto un impatto cruciale sul suo sviluppo interculturale, sulla sua mescolanza e sulle sue caratteristiche. Mentre da un punto di vista fisiografico i Pirenei e le Alpi separano la penisola iberica e quella appenninica dal resto dell’Europa, la penisola balcanica è invece aperta ad essa. Il fiume Danubio collega più che separare questa parte dell’Europa dal “mondo esterno”, soprattutto con la regione dell’Europa centrale. I geografi sono disposti a vedere il confine settentrionale dei Balcani sul fiume Danubio, ma tale atteggiamento non è ragionevole per gli storici, poiché esclude i territori transdanubiani della Romania, nonché la regione subcarpatica e la Grande Pianura Ungherese (Alföld).[8]

I mari intorno ai Balcani, così come il fiume Danubio, divennero una strada principale per il vicinato. Ad esempio, il Canale d’Otranto (lungo 50 miglia) era il collegamento più stretto tra la civiltà balcanica e quella dell’Europa occidentale e, da questo punto di vista, l’Italia orientale e i territori della Dalmazia, del Montenegro, dell’Albania, dell’Epiro e del Peloponneso svolgevano il ruolo di ponte che collegava l’Europa occidentale con quella sudorientale. Di conseguenza, gli insediamenti urbani litoranei dalmati e montenegrini, ad esempio, nel corso della storia hanno accettato lo stile di vita, l’architettura, l’organizzazione comunale e sociale, la cultura e la struttura dell’economia dell’Adriatico occidentale. Ciò è visibile soprattutto nelle isole adriatiche, che si trovavano nella posizione di ponte tra due penisole e le loro culture – i Balcani e gli Appennini. Probabilmente, le isole adriatiche, notevolmente influenzate da entrambe le parti – cultura e civiltà italiana e balcanica – sono il miglior esempio storico del fenomeno: il crogiolo balcanico di civiltà. Le isole dell’Egeo, seguite da Creta e Cipro, erano tappe naturali tra i Balcani da un lato e l’Egitto e la Palestina dall’altro. Per i collegamenti commerciali veneziani, durati sei secoli (dal 1204 al 1797), tra l’Italia e il Medio Oriente, le isole dell’Egeo, Creta (Candia sotto il dominio veneziano), Rodi e Cipro erano di vitale importanza per l’esistenza della Repubblica di San Marco. Ancora oggi in queste isole si trovano numerosi resti ed esempi della cultura e della civiltà materiale e spirituale veneziana, che sono un elemento costitutivo di una caratteristica interculturale della civiltà balcanica e del Mediterraneo orientale. Nel corso dei secoli sono state occupate da Egizi, Romani, Bizantini, Cavalieri di San Giovanni, Venezia, Ottomani, Italiani e Tedeschi fino alla definitiva unificazione con la Grecia. Tuttavia, grazie alle sue caratteristiche geofisiche, non esisteva un centro naturale della penisola balcanica in cui si potesse formare una grande unità politica (Stato).[9]

Il crocevia e le “linee di divisione”

Uno straordinario segno storico dei Balcani è stato il fatto che lungo tutta la penisola correvano diverse “linee di divisione” politiche e culturali e confini come, ad esempio, tra la lingua latina e quella greca, l’Impero Romano d’Oriente e quello d’Occidente, l’Impero Bizantino e quello Franco, le terre ottomane e quelle asburgiche, l’Islam e il Cristianesimo, l’Ortodossia cristiana e il Cattolicesimo cristiano, e recentemente tra l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (la NATO) e il Patto di Varsavia (dal 1955 al 1991).

Gli esempi più significativi di vita “tra linee di divisione” sono i rumeni e i serbi. Essendo stati influenzati in modo decisivo nel Medioevo dalla cultura e dalla civiltà bizantina, entrambi hanno accettato la civiltà bizantina e l’ortodossia cristiana. Tuttavia, nel corso dei secoli successivi, a causa del particolare sviluppo storico della regione e delle condizioni politiche di vita, una parte dell’etnia romena e serba divenne membro della Chiesa uniate (greco-cattolica) (sotto la supremazia del Papa)[10] o della Chiesa cattolica romana. Ad esempio, il27 marzo 1697 fu firmata l’unione di una parte della Chiesa ortodossa romena in Transilvania (una parte dello storico Regno d’Ungheria) con la Chiesa cattolica romana, con la conseguente creazione della Chiesa greco-cattolica o Uniata.[11] L’unione ecclesiastica con Roma, basata sui quattro punti dell’Unione di Firenze del 1439, riconosceva l’autorità del Papa, ricevendo in cambio il riconoscimento dell’uguaglianza del clero romeno con quello della Chiesa cattolica romana. Come i romeni in Transilvania, anche una parte dei serbi si stabilì nel territorio della monarchia asburgica (Dalmazia, Croazia, Slavonia, Istria, Ungheria meridionale) a partire dalla metà del XVI secolo e si convertì in greco-cattolici e poi in romano-cattolici. NelXX secolo sono diventati tutti croati. Così, a titolo di esempio, i serbi che nelXVI secolo vennero a vivere nella zona di Žumberak (proprio al confine tra Croazia e Slovenia) erano ortodossi, mentre nel secolo successivo la maggior parte di loro accettò l’Unione e infine nelXVIII secolo si dichiararono membri della Chiesa cattolica romana e oggi sono croati. Fino all’inizio delXVIII secolo, l’alfabeto nazionale dei romeni era il cirillico, mentre nei decenni successivi fu sostituito dalla scrittura latina, utilizzata fino ai nostri giorni da tutti i romeni. Poiché nel corso dei secoli la nazione serba è stata influenzata dalle culture bizantina, ottomana, italiana e mitteleuropea, vivendo per cinque secoli (dalXV alXX) nei territori della Repubblica di Venezia, dell’Impero asburgico e dell’Impero ottomano, i serbi contemporanei utilizzano nella vita di tutti i giorni sia la scrittura cirillica che quella latina, mentre l’alfabeto nazionale ufficiale è solo quello cirillico. Inoltre, la nazione serba è divisa dal punto di vista religioso in ortodossi orientali, musulmani e cattolici romani, mentre l’usuale marchio di identità nazionale creato dagli stranieri è solo l’ortodossia orientale e la scrittura cirillica.[12]

Tremila anni di storia balcanica, che si è sviluppata sul crocevia e sul terreno d’incontro delle civiltà, hanno portato a due risultati fondamentali: 1) la presenza di un gran numero di minoranze etniche; 2) l’esistenza di numerose religioni diverse e delle loro chiese. Le attuali minoranze etniche balcaniche, con le loro culture peculiari, sono distribuite nel modo seguente. In Romania, la più grande minoranza etnica è quella ungherese che vive in Transilvania, seguita dai serbi del Banato e dai tedeschi della Transilvania. La minoranza etnica macedone non è riconosciuta ufficialmente né in Bulgaria né in Grecia, mentre la maggior parte dei turchi bulgari ha subito un’assimilazione forzata dal 1984 al 1989 e molti di loro sono emigrati in Turchia nel 1989.[13] In Grecia, la minoranza etnica più numerosa è quella degli albanesi, insediati soprattutto in Epiro, mentre la minoranza etnica più numerosa in Albania è quella dei greci, seguita dai serbi e dai montenegrini. Il maggior numero di minoranze etniche balcaniche vive in Serbia e Montenegro: albanesi, bulgari, vlah, rumeni, ungheresi, ucraini, zingari (rom), croati, slovacchi e altri. In Croazia sono presenti minoranze italiane, serbe e ungheresi, mentre in Macedonia la più grande minoranza etnica è costituita dagli albanesi, seguiti dai turchi, dai musulmani, dagli zingari e dai serbi.[14] Infine, in Bosnia-Erzegovina le maggiori minoranze sono i cechi, i polacchi e i montenegrini.[15]

Anche la composizione etnica dei Balcani e la distribuzione delle religioni è molto complessa. Nell’attuale Albania ci sono tre grandi confessioni: L’Islam (confessato dal 70% della popolazione), la religione cattolica romana (confessata dal 10% degli albanesi) e quella ortodossa orientale (confessata dal 20% degli abitanti dell’Albania). Questa divisione è una conseguenza diretta della posizione geopolitica dell’Albania e del corso dello sviluppo storico. Ad esempio, la popolazione ortodossa albanese si trova nella parte meridionale del Paese, dove l’influenza greco-bizantina era dominante, mentre l’Albania settentrionale, aperta verso il Mare Adriatico e l’Italia, è stata per secoli principalmente sotto l’influenza del cattolicesimo romano. La presenza di un gran numero di musulmani è un risultato diretto della signoria ottomana in Albania (1471-1912). La stragrande maggioranza della Bulgaria è di fede ortodossa orientale, mentre ci sono 800.000 turchi musulmani, 55.000 cattolici romani e 15.000 cattolici greci (gli Uniati). Inoltre, i musulmani bulgari di etnia slava (bulgara), i pomacchi, non si sentono come i bulgari e hanno un’affinità più stretta con i turchi a causa della religione condivisa.

Analogamente ai cittadini bulgari, una maggioranza significativa della popolazione greca appartiene alla Chiesa ortodossa orientale. Allo stesso tempo, a metà degli anni ’70 c’erano 120.000 musulmani (nella Tracia occidentale), 43.000 cattolici romani, 3.000 cattolici greci e persino 640 cattolici armeni.[16] Sul territorio dell’ex Jugoslavia, ci sono tre religioni principali: la cattolica romana (nella parte occidentale), l’ortodossa orientale (nella parte orientale) e la musulmana (in Bosnia-Erzegovina, Kosovo-Metochia e Sanjak (Raška)). Nel 1990, in Jugoslavia c’erano 35 comunità religiose. Secondo il censimento del 1953, nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (RSFJ) vi era il 41,4% della popolazione cristiano-ortodossa, il 31,8% di cattolici romani, il 12,3% di musulmani e il 12,5% di non credenti.[17] Come nel caso dell’Albania, questa divisione è il prodotto diretto della posizione geopolitica della Jugoslavia e delle diverse influenze storiche, culturali e religiose sul suo territorio.

La simbiosi tra religione e nazione è abbastanza visibile in questa parte d’Europa. Il giusto legame tra identità religiosa ed etnica tra i popoli balcanici, soprattutto in aree etnicamente, culturalmente e religiosamente miste, si evince dal fatto che la Chiesa ortodossa serba ha contribuito in modo consapevole allo sviluppo di un’ideologia nazionale tra i serbi, ma in particolare tra quelli del Kosovo-Metochia, della Croazia e della Bosnia-Erzegovina. [Il territorio della Bosnia-Erzegovina, situato letteralmente al crocevia di culture e civiltà diverse, è diventato negli anni Novanta un esempio emblematico di terreno d’incontro tra religioni, nazioni, culture, abitudini e civiltà divergenti nei Balcani. Il legame tra identità religiosa ed etnica è fondamentale per la popolazione della Bosnia-Erzegovina. La Chiesa ortodossa serba, la Chiesa cattolica croata e la comunità musulmana bosniaca sono state un fattore determinante nel processo di differenziazione etnica, forse addirittura il fattore più importante del processo. La religione è diventata un distintivo di identità e un custode delle tradizioni per i croati, i serbi e i musulmani della Bosnia-Erzegovina (i bosniaci), così come per altri popoli della regione, ma non per gli albanesi, che sono la principale eccezione a questo fenomeno. Ciò è stato particolarmente importante per la conservazione dell’identità e della cultura, dato che diversi imperi stranieri dominavano la regione.[19] Infatti, l’oppressione simultanea della religione e della nazione tendeva a solidificare il legame tra la chiesa e la nazione, nonché l’identità religiosa ed etnica.[20] Sicuramente, la complessa composizione etnica e religiosa dei Balcani è una causa fondamentale per l’esistenza delle sue diverse culture, ma anche per i conflitti etnici che si verificano molto spesso in questa parte d’Europa. La penisola balcanica è allo stesso tempo: il terreno d’incontro delle civiltà e la polveriera dell’Europa.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario

Vilnius, Lituania

Ricercatore presso il Centro di Studi Geostrategici

Belgrado, Serbia

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2024

Disclaimer personale: l’autore scrive per questa pubblicazione a titolo privato e non rappresenta nessuno o nessuna organizzazione, se non le sue opinioni personali. Nulla di quanto scritto dall’autore deve essere confuso con le opinioni editoriali o le posizioni ufficiali di altri media o istituzioni.

Riferimenti e note finali:

[1] Il criterio della lingua come fattore cruciale di determinazione nazionale fu stabilito dal romantico tedesco della fine delXVIII secolo – Herder, che intendeva i confini linguistici come confini nazionali. Il modello di Herder di “nazionalismo linguistico” fu ulteriormente sviluppato ideologicamente all’inizio delXIX secolo, soprattutto dai tedeschi Humboldt e Fichte. Fu Fichte a mettere nero su bianco l’interpretazione più influente del rapporto tra lingua e appartenenza nazionale, scrivendo nel 1808 le sue famose Reden an die deutsche Nation. Secondo lui, solo i tedeschi erano riusciti a conservare la lingua teutonica originale (ursprünglich) nella sua forma più pura. Questo fu il motivo per cui Fichte sostenne che solo la nazione che aveva conservato l’antica lingua teutonica aveva il diritto di chiamarsi Germani, cioè Teutoni. Fichte sosteneva inoltre che la potenza e la grandezza dei tedeschi si basavano proprio sul fatto che solo loro parlavano la lingua “nazionale” originale. Fichte concluse che la lingua influenza l’identità del popolo in modo molto più forte di quanto il popolo influenzi la formazione della lingua [Fichte G. J., Reden an die deutsche Nation, Berlino, 1808, 44]. Il valore pratico di quest’opera consisteva nel fatto che Fichte, “creatore ideologico del nazionalismo linguistico tedesco”, esortava all’unificazione politico-nazionale della Germania tenendo conto del più decisivo determinante nazionale: la lingua. Uno dei più antichi esempi del rapporto lingua-nazione è stato evidenziato nel libro [Mielcke C., Litauisch-Deutsches und Deutsch-Litauisches Wörter-Buch, Königsberg, 1800].

[2] Петер Бартл, Албанци од средњег века до данас, Београд: CLIO, 2001, 139.

[3] Castellan G., Storia dei Balcani: Da Maometto il Conquistatore a Stalin, New York: Colombia University Press, East European Monographs, Boulder, 1992, 1.

[4] Sul problema della sociogenesi dei concetti di “civiltà” e “cultura”, si veda in [Elias N., The Civilizing Process. Indagini sociogenetiche e psicogenetiche, Cornwall, 2000, 3-45].

[5] Sul concetto di Europa centrale da una prospettiva storica, si veda in [Magocsi R. P., Historical Atlas of Central Europe. Edizione riveduta e ampliata, Seattle: University of Washington Press, 2002].

[6] L’opzione che le terre rumene e ungheresi appartengano ai Balcani è sostenuta, ad esempio, dalla National Geographic Society che ha pubblicato il supplemento “I Balcani” nel numero di febbraio 2000 della sua rivista. Inoltre, secondo Gazetter. Atlas of Eastern Europe, l’intera area che va dal Mar Baltico al Mar Adriatico e al Mar Nero appartiene all’Europa orientale. Poulton Hugh è sicuro che Ungheria e Romania non appartengano ai Balcani [Poulton H., The Balkans. Minoranze e Stati in conflitto, Londra: Minority Rights Publications, 1994, 12]. Infine, gli autori del famoso Atlante Westermann Großer Atlas zur Weltgeschichte, pubblicato annualmente, non sono del tutto sicuri di quali siano gli esatti confini storici settentrionali dei Balcani.

[7] Stavrianos L. S., The Balkans since 1453, New York: Rinehart & Company, Inc., 1958, 1-33.

[8] Ad esempio, le strette connessioni storiche, economiche, culturali e politiche tra i Balcani, il Transdanubio e la Grande Pianura Ungherese sono indicate in molti punti del libro [Kontler L., Millenium in Central Europe. Una storia dell’Ungheria, Budapest: Atlantisz Publishing House, 1999]. Ad esempio, sui rapporti e le influenze confessionali tra l’Ungheria centroeuropea e l’Impero bizantino balcanico, si veda [Moravcsik Gy., “The Role of the Byzantine Church in Medieval Hungary”, The American Slavic and East European Review, Vol. VI, № 18019, 1947, 134-151].

[9] Sulle relazioni tra le condizioni geofisiche dei Balcani e la creazione degli Stati balcanici, si veda in [Cvijić J., La Péninsule Balkanique, Paris, 1918].

[Gli uniati o greco-cattolici erano ex cristiani ortodossi che avevano accettato l’unione ecclesiastica con il Vaticano, ma continuavano a seguire i riti liturgici bizantini. Il Vaticano non richiedeva una conversione completa al cattolicesimo romano, ma solo l’accettazione dei quattro punti essenziali che costituivano il fondamento dell’Unione delle Chiese ortodossa e cattolica proclamata dal Concilio di Firenze il6 luglio 1439: 1) il riconoscimento della supremazia del Papa; 2) il “filioque” nella professione di fede (lo Spirito Santo procede sia dal Padre che dal Figlio); 3) il riconoscimento dell’esistenza del purgatorio; 4) l’uso del pane azzimo nella messa. Gli Uniati conservarono tutte le altre tradizioni e i diritti. In cambio dell’accettazione dell’unione con Roma, al clero, che fino ad allora era ortodosso, furono concessi gli stessi privilegi delle loro controparti cattoliche [Bolovan I. et al, A History of Romania, The Center for Romanian Studies, The Romanian Cultural Foundation, Iaşi, 1996, 185-190.]. Sull’Unione di Firenze del 1439 si possono ottenere maggiori dettagli in [Hofmann G., “Die Konzilsarbeit in Florenz”, Orient. Christ. Period., № 4, 1938, 157-188, 373-422; Hofmann G., Epistolae pontificiae ad Concilium Florentinium spectantes, Vol. I-III, Roma, 1940-1946; Gill J., The Council of Florence, New York: Cambridge University Press, 1959; Gill J., Personalities of the Council of Florence, Oxford, 1964; Ostroumoff N. I., The History of The Council of Florence, Boston: Holy Transfiguration Monastery, 1971]. Sulla Chiesa uniate si veda in [Fortescue A., The Uniate Eastern Churches, Gorgias Press, 2001].

[Sul caso rumeno dei rapporti tra confessione ed etnia in Transilvania, si veda[ Oldson O. W., The Politics of Rite: Jesuit, Uniate, and Romanian Ethnicity in18th-Century, New York: Colombia University Press, East European Monographs, Boulder, 2005].

[12] Sulla storia dei serbi nella Nuova Era, si veda in [Екмечић М., Дуго кретање између клања и орања. ИсторијаСрба у Новом веку (1492-1992), Треће, допуњено издање, Београд: Evro-Guinti, 2010].

[13] TANJUG,28 marzo 1985, in BBC Summary of World Broadcasts, Eastern Europe / 7914 B/ 1, aprile 1985; Bulgaria: Continuing Human Rights Abuses against Ethnic Turks, Amnesty International, EUR/15/01/87, 5; Amnesty International, “Bulgaria: Imprisonment of Ethnic Turks and Human Rights Activists”, EUR 15/01/89.

[14] La popolazione totale della Macedonia secondo il censimento del 1981 era di 1.912.257 persone, di cui 1.281.195 macedoni, 377.726 albanesi, 44.613 serbi, 39.555 musulmani, 47.223 zingari, 86.691 turchi, 7.190 vlah e 1984 bulgari [Poulton H., The Balkans. Minoranze e Stati in conflitto, Londra: Minority Rights Publications, 1994, 47].

[15] Sellier A., Sellier J., Atlas des peuples d’Europe centrale, Paris, 1991, 143-166; Петковић Р., XX век на Балкану. Версај, Јалта, Дејтон, Београд: Службени лист СРЈ, 53-55; Statistical Pocket Book: RepubblicaFederale di Jugoslavia, Belgrado, 1993. Per illustrare l’intera complessità del fenomeno delle minoranze etniche nei Balcani, l’esempio migliore è la Bosnia-Erzegovina, dove accanto alle tre nazioni riconosciute (secondo gli accordi di Dayton del novembre 1995, i bosniaci, i serbi e i croati) vivono anche i seguenti gruppi nazionali come minoranze etniche: montenegrini, zingari, ucraini, albanesi, sloveni, macedoni, ungheresi, cechi, polacchi, italiani, tedeschi, ebrei, slovacchi, rumeni, russi, turchi, ruteni (russi) e “jugoslavi”. Queste informazioni si basano sui dati forniti dalla “International Police Task Force” (IPTF) il17 gennaio 1999.

[ Europa Yearbook 1975, Londra, 1976. A titolo di esempio, nel 1912 vivevano nella Macedonia egea i seguenti gruppi etnici e religiosi: macedoni, macedoni musulmani (i pomacchi), turchi, turchi cristiani, cherkez (i mongoli), greci, greci musulmani, albanesi musulmani, albanesi cristiani, vlah, vlah musulmani, ebrei, zingari e altri. Tutti loro facevano un totale di 1.073.549 abitanti di questa parte dei Balcani.

[17] Jugoslovenski pregled, № 3, 1977.

[18] Steele D., “Religion as a Fount of Ethnic Hostility or an Agent of Reconciliation?”, Janjić D. (ed.), Religion & War, Belgrado, 1994, 163-184.

[19] Ramet P., “Religion and Nationalism in Yugoslavia”, Ramet P. (ed.), Religion and Nationalism in Soviet and East European Politics, Durham, 1989, 299-311.

[20] Marković I., Srpsko pravoslavlje i Srpska pravoslavna crkva, Zagabria, 1993, 3-4.

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Commemorazione del ventennale del “Pogrom del 2004” in Kosovo Introduzione, di Vladislav B. Sotirović

Commemorazione del ventennale del “Pogrom del 2004” in Kosovo
Introduzione

Questo articolo affronta la questione dei diritti politici e dei diritti umani e delle minoranze nella regione del Kosovo e Metochia vent’anni dopo il “Pogrom del marzo 2004” e venticinque anni dopo l’aggressione militare della NATO a Serbia e Montenegro e l’occupazione della regione. L’importanza di questo tema di ricerca risiede nel fatto che, per la prima volta nella storia europea, uno Stato (quasi) indipendente di stampo terroristico e mafioso è stato creato grazie alla piena sponsorizzazione diplomatica, politica, economica, militare e finanziaria da parte dell’Occidente sotto l’ombrello dell’amministrazione protettiva della NATO e dell’UE. L’autoproclamazione dell’indipendenza del Kosovo nel febbraio 2008 ha già avuto diverse conseguenze negative “a effetto domino” in altre parti d’Europa (Caucaso, penisola di Crimea, regione del Donbas…). L’articolo si propone di presentare l’attuale situazione in Kosovo e Metochia e le possibili conseguenze del caso kosovaro per le relazioni internazionali e per l’ordine mondiale post-Guerra Fredda 1.0.

L’intervento della NATO nel 1999 e le sue conseguenze

Sono passati vent’anni dal “Pogrom del 2004” in Kosovo e Metochia contro i serbi locali, organizzato e realizzato dagli albanesi del Kosovo, guidati dai veterani dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) e supportati logisticamente dalle truppe di occupazione della NATO in Kosovo e Metochia sotto il nome di Kosovo Forces (KFOR). Si trattava semplicemente della continuazione dell’ultima fase (fino ad oggi) dello smembramento dell’ex Jugoslavia – la Guerra del Kosovo (19981999) e l’intervento militare della NATO (24 marzo-10 giugno 1999) contro la Serbia e il Montenegro (che all’epoca componevano la Repubblica Federale di Jugoslavia ) violando il diritto internazionale. In questo contesto, possiamo dire che alla fine del XX secolo, il destino dell’ex Jugoslavia è stato determinato da diverse organizzazioni internazionali, ma non in modo decisivo dagli stessi jugoslavi.
L’intervento militare della NATO contro la Repubblica Federale di Iugoslavia (MarchJune) nel 1999 (guidato dagli Stati Uniti) per la ragione formale della protezione dei diritti umani (albanesi) in Kosovo, ha segnato un passo cruciale verso la conclusione del processo di creazione della “Pax Americana” globale nella forma dell’Ordine Mondiale della NATO  il NWO. Poiché la NATO ha usato la forza contro la Repubblica Federale di Iugoslavia senza le sanzioni e l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e senza una proclamazione ufficiale di guerra, possiamo definire questo intervento militare una pura “aggressione” contro uno Stato sovrano secondo le regole e il diritto internazionale. Nei Balcani, negli anni ’90, la NATO non solo ha acquisito una grande esperienza militare e l’opportunità di esaurire le vecchie armi e di usarne di nuove, ma è anche riuscita a potenziare le proprie attività, diventando un’organizzazione globale.

Dopo la guerra del Kosovo, la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (del giugno 1999) ha dato mandato per l’effettiva protezione dei valori universali dei diritti umani e delle minoranze di tutti gli abitanti del territorio della Regione Autonoma del Kosovo e Metochia della Serbia meridionale (in lingua inglese nota solo come Kosovo). In questo modo, la responsabilità della protezione delle vite umane, della libertà e della sicurezza in Kosovo è stata trasferita alle autorità pubbliche “internazionali”, ma, di fatto, solo alla NATO: l’amministrazione della Missione delle Nazioni Unite in Kosovo  l’UNMIK, e le forze militari “internazionali” – (la KFOR, Kosovo Forces). Purtroppo, ben presto questa responsabilità è stata messa in discussione, in quanto circa 200.000 persone di etnia serba e membri di altre comunità non albanesi sono stati espulsi dalla regione dalla locale etnia albanese guidata dai veterani dell’UCK. In ogni caso, a soffrire furono soprattutto i serbi. Oggi è rimasto solo il 3% dei non albanesi in Kosovo rispetto alla situazione prebellica, su un numero totale di non albanesi in questa provincia che era almeno del 12%. Solo fino al marzo 2004 sono stati devastati o distrutti circa 120 oggetti religiosi e monumenti culturali serbo-ortodossi.

Il “Pogrom del marzo 2004

Tuttavia, la più terribile della serie di esplosioni di violenza degli albanesi del Kosovo contro i serbi che vivono in questa regione è stata organizzata e portata avanti tra il 17 e il 19 marzo 2004, con tutte le caratteristiche del pogrom organizzato. Durante i tragici eventi del “Pogrom di marzo 2004”, un assalto distruttivo di decine di migliaia di albanesi del Kosovo guidati da gruppi armati di veterani dell’UCK redenti (il Kosovo Protection Corpus  il KPC, futuro esercito regolare albanese del Kosovo) ha portato a una sistematica pulizia etnica dei serbi rimasti, insieme alla distruzione di case, altre proprietà, monumenti culturali e siti religiosi cristiani serbo-ortodossi. Tuttavia, le forze civili e militari internazionali presenti nella regione sono rimaste solo “stordite” e “sorprese” da quanto stava accadendo. Il “Pogrom del marzo 2004”, che secondo le fonti documentali ha causato la perdita di diverse decine di vite umane, diverse centinaia di feriti (compresi i membri della KFOR), più di 4.000 esiliati di etnia serba, più di 800 case serbe date alle fiamme e 35 chiese cristiane ortodosse serbe e monumenti culturali distrutti o gravemente danneggiati, ha sicuramente rivelato la reale situazione sul campo in Kosovo anche 60 anni dopo l’Olocausto della Seconda Guerra Mondiale. Purtroppo, i tentativi dei serbi, in particolare del governo serbo dell’epoca guidato da Vojislav Koštunica (leader del Partito Democratico di Serbia), di richiamare l’attenzione internazionale sulla situazione di violazione dei diritti umani e delle minoranze in questa regione non hanno avuto successo.

Verso una Grande Albania

È quindi necessario ribadire che la pulizia etnica dei serbi (e di altre popolazioni non albanesi) nella regione del Kosovo da parte degli albanesi locali dopo la metà di giugno del 1999 significa mettere in pratica l’annientamento di un territorio serbo di squisita rilevanza storica, spirituale, politica e culturale di primo piano, e culturale di altissimo livello per la nazione, lo Stato e la Chiesa serbi, e la sua trasformazione quotidianamente visibile in un altro Stato albanese nei Balcani, con il desiderio e la possibilità di unificarlo con la vicina madrepatria Albania (quasi tutti gli albanesi del Kosovo sono originari dell’Albania). In questo modo, il principale obiettivo geopolitico della Prima Lega Albanese di Prizren del giugno 1878 viene portato a compimento, comprese le sue implicazioni per la Valle di Preševo nella Serbia sudorientale, la parte occidentale della Macedonia settentrionale fino al fiume Vardar, una porzione greca della provincia dell’Epiro e il Montenegro orientale (Crna Gora). È noto che i lavoratori politici albanesi richiedevano, nell’ambito della Prima Lega Albanese di Prizren (18781881), la creazione di una Grande Albania come provincia autonoma dell’Impero Ottomano composta da “tutti i territori di etnia albanese”. Più precisamente, si richiedeva che le quattro province ottomane (vilayet) di Scodra, Ioannina, Bitola e Kosovo fossero unite in un’unica provincia ottomana nazionale albanese, il Vilayet d’Albania. Tuttavia, in due delle quattro province “albanesi” richieste  Bitola e Kosovo, l’etnia albanese non costituiva all’epoca nemmeno una maggioranza. Tuttavia, una Grande Albania con capitale a Tirana è esistita durante la Seconda Guerra Mondiale sotto il protettorato di Mussolini e Hitler.

Il movimento nazionale albanese, nato sotto il programma della Prima Lega Albanese di Prizren nel 1878, continua a svolgere le sue attività terroristiche fino ad oggi. È stato particolarmente attivo nel periodo della Grande Albania sostenuta dall’Italia e dalla Germania, dall’aprile 1941 al maggio 1945, quando ha intrapreso l’organizzazione della rete di agenti Quisling albanesi. Durante questo periodo circa 100.000 serbi del Kosovo e Metochia furono espulsi dalle loro case, oltre ai circa 200.000 serbi espulsi durante la Jugoslavia socialista dal 1945 al 1980, guidata da Josip Broz Tito, di etnia slovena e croata nato in Croazia e notoriamente anti-serbo. Il processo di articolazione del movimento secessionista albanese in Kosovo e Metochia è continuato durante la Jugoslavia del secondo dopoguerra ed è stato portato avanti dalla partocrazia comunista serba anti-serba del Kosovo. Il processo divenne particolarmente intenso e di successo nel periodo 19681989. Ad esempio, solo dal 1981 al 1987 sono stati 22.307 i serbi e i montenegrini costretti a lasciare il Kosovo e la Metochia. L’ingresso delle truppe della NATO nella regione, nel giugno 1999, segna l’inizio dell’ultima fase della “Soluzione Finale” della questione serba, pianificata e realizzata dagli albanesi sul territorio del Kosovo e Metochia, culla storica e culturale della nazione serba, ma in cui in futuro dovranno vivere solo gli albanesi.

Alla luce del principale obiettivo albanese – stabilire una Grande Albania etnicamente pura – è “comprensibile” perché sia così importante distruggere ogni traccia serba sul territorio definito dalle aspirazioni. Il terrorismo albanese si sviluppa da più di due secoli. Ha il profilo di un terrorismo di stampo etnico, cioè etno-razzista (come quello croato), caratterizzato da un’eccessiva animosità nei confronti dei serbi. Le sue caratteristiche principali sono le seguenti:
1. Ogni tipo di misura repressiva è stata diretta contro la popolazione serba.
2. Azioni pratiche per costringere i serbi a lasciare le loro case.
3. La devastazione degli oggetti religiosi cristiani serbo-ortodossi e di altri monumenti culturali appartenenti alla nazione serba, che testimoniano la presenza decennale dei serbi in Kosovo e Metochia.
4. Distruzione dell’intera infrastruttura utilizzata dai membri della comunità serba.
5. La distruzione dei cimiteri serbi significa di fatto la distruzione delle radici storiche dei serbi nella regione.
Esperimento Kosovo: “Die rückkehr des kolonialismus” (Il ritorno del colonialismo)

L’oppressione e il terrore di lunga data degli albanesi musulmani contro la comunità serba cristiano-ortodossa in Kosovo e Metochia è un fenomeno specifico con gravi conseguenze non solo per i serbi locali. Tuttavia, è diventato chiaro che prima o poi avrebbe comportato gravi problemi anche per il resto dell’Europa.

Sono passati due decenni dal “Pogrom del 2004” e un quarto di secolo dall’aggressione militare della NATO contro uno Stato europeo sovrano come la Repubblica federale di Iugoslavia. Attualmente, le domande cruciali sono:

1) Quali obiettivi ha perseguito la NATO?
2) Se è riuscita a far fronte ai suoi compiti nei successivi (25) anni?
3) Cosa hanno portato questi anni a coloro che hanno lanciato le bombe e a coloro che sono stati attaccati?

Va chiarito che durante la guerra del Kosovo, la NATO non ha ottenuto una vittoria militare, poiché non è riuscita a distruggere l’esercito della RFI e il morale dei soldati. Tuttavia, una campagna di bombardamenti ha creato l’atmosfera politica giusta per distruggere la Serbia (volutamente non tanto il Montenegro) e per imporre le proprie condizioni al governo serbo, comprese le regole di cooperazione con l’UE, il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (all’Aia) e anche con la NATO. Dopo il giugno 1999, la Serbia ha perso quasi tutte le opportunità di controllare la sovranità, l’integrità territoriale e la sicurezza nazionale del proprio Stato, diventando allo stesso tempo una colonia politica, finanziaria ed economica occidentale. Dopo diversi anni di ingiustizie e punizioni da parte dell’Occidente prima del 1999, i serbi come nazione hanno perso la volontà di combattere, di resistere, poiché erano praticamente soli quando hanno cercato di respingere l’attacco della potente alleanza militare occidentale in MarchJune 1999. Di conseguenza, dopo il giugno 1999 è diventato molto più facile per l’Occidente continuare il processo di distruzione della Jugoslavia e portare avanti una politica di trasformazione della regione nel proprio dominio coloniale, con il Kosovo e Metochia occupati come il miglior esempio di “die rückkehr des kolonialismus”.

Nell’ottobre del 2000 Slobodan Milosević, che è stato a capo della Serbia per dieci anni, è stato spodestato dalla rivoluzione di strada in stile putsch, come è stato fatto con il presidente ucraino Viktor Yanukovych a Kiev nel febbraio 2014. A prima vista, la mossa è apparsa inaspettata, facile e legale, in altre parole – un affare di casa della Jugoslavia. Tuttavia, la “Rivoluzione del 5 ottobre 2000” a Belgrado, in realtà, era stata preparata molto accuratamente da reparti speciali (“Otpor” o “Resistenza”) sponsorizzati dall’Occidente, in particolare dalla CIA. Il metodo si è rivelato talmente efficace che, secondo un documentario occidentale basato sulle testimonianze dei membri del movimento serbo “Otpor”, è stato successivamente utilizzato in Georgia (la “Rivoluzione delle rose” nel novembre 2003) e in Ucraina (la “Rivoluzione arancione” dalla fine di novembre 2004 al gennaio 2005 e infine nel 2013/2014), ma è fallito in Moldavia e in Iran nel 2009. La stessa fonte sostiene che l’opposizione georgiana è stata istruita in Serbia, mentre i colleghi ucraini della “rivoluzione arancione” sono stati istruiti anche in Serbia e in Georgia.

Dalla fine della Guerra Fredda 1.0 nel 1989, la Serbia è rimasta un simbolo di indipendenza e disobbedienza all’Ordine Mondiale della NATO in Europa. Tuttavia, le nuove autorità serbe dopo l’ottobre 2000 hanno obbedito all’Ordine Mondiale della NATO e tutto è filato liscio. Lo smembramento della Repubblica federale di Iugoslavia è iniziato quando, arrivato a Belgrado nel febbraio 2003, Javier Solana, un alto rappresentante e funzionario dell’UE, ha suggerito a un gruppo di funzionari di Serbia e Montenegro di ammettere che la Repubblica federale di Iugoslavia aveva cessato di esistere e di adottare la Carta costituzionale, scritta a Bruxelles. Il suo testo proclamava, per l’inizio, la nascita di un nuovo Paese. Solana non ha incontrato alcuna resistenza. Di conseguenza, la Repubblica federale di Iugoslavia è stata rinominata Unione statale di Serbia e Montenegro e ha ufficialmente abolito il nome “Iugoslavia” che era in uso ufficiale dal 1929. Nel 2006 il Montenegro e la Serbia hanno dichiarato l’indipendenza, ponendo così fine allo Stato comune slavo meridionale (da cui sono usciti solo i bulgari) istituito nel 1918 con il nome originario di Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (nome utilizzato fino al 1929). È stato Javier Solana a farlo, anche se oggi rimane un criminale di guerra per la maggioranza dei serbi, poiché nel 1999, in qualità di Segretario Generale della NATO, ha bombardato il loro Paese uccidendo 3.500 cittadini serbi, tra cui bambini e donne, con un danno materiale per il Paese di circa 200.000 miliardi di dollari.

Dopo il 2000, sotto la presidenza di Slobodan Milošević, presidente della Serbia e poi della Repubblica federale di Iugoslavia, è stato più facile attuare i piani della NATO che sembravano semplicemente fantastici. L’ultima Jugoslavia (Serbia e Montenegro) è stata minata, la sua integrazione è rallentata fino alla sua definitiva dissoluzione nel 2006 e la forza della Serbia si è esaurita. Ciò che la NATO, gli Stati Uniti e l’Unione Europea non sono riusciti a ottenere nel castello di Rambouillet (in Francia) nel 1998/1999 (durante gli ultimatum-negoziati con S. Milošević sulla crisi del Kosovo) e attraverso 78 giorni di bombardamenti crudeli e disumani in MarchJune 1999, lo hanno ottenuto il 18 luglio 2005, quando Serbia e Montenegro hanno firmato un accordo con la NATO “sulle linee di comunicazione”. Si trattava di un accordo tecnico che permetteva al personale e alle attrezzature della NATO di transitare nel Paese. In base all’accordo, la NATO avrebbe potuto godere di tali opportunità per un periodo piuttosto lungo, “fino alla conclusione di tutte le operazioni di mantenimento della pace nei Balcani”. In questo modo la NATO ha avuto il via libera per ampliare la sua presenza nella regione e controllare l’esercito di Serbia e Montenegro. Il 1° aprile 2009 l’Albania e la Croazia hanno completato il processo di adesione, seguite dal Montenegro il 5 giugno 2017 e dalla Macedonia del Nord il 27 marzo 2020, quando tutti questi Stati balcanici sono entrati a far parte della NATO come membri a pieno titolo, circondando così la Serbia di membri della NATO da tutte le parti, tranne quella bosniaco-erzegovese. Oggi i Balcani sono la base militare permanente della NATO. Per esempio, nell’ottobre 2008 il ministro della Difesa serbo e i funzionari della NATO hanno firmato l’accordo sulla sicurezza delle informazioni, che consente alla NATO di controllare tutti coloro che trattano i loro documenti o semplicemente collaborano con loro. Proprio per questo motivo, la NATO ha insistito sulla segretezza dei negoziati con il governo filo-occidentale della Serbia.

Le conseguenze dell’aggressione a Serbia e Montenegro del 1999 sono state le più favorevoli per la NATO. Nessuno condannò la NATO e si sentì ancora più sicura nella prospettiva globale (Afghanistan nel 2001, Iraq nel 2003…). Negli ultimi anni il mondo ha visto che la NATO stava facendo diversi tentativi di espansione. Attualmente, il blocco militare della NATO sta occupando più posizioni nei Balcani, utilizzando vecchi e costruendo nuovi campi militari con il tentativo di includere nella sua organizzazione, dopo il Montenegro e la Macedonia del Nord, anche la Bosnia-Erzegovina (quest’ultima solo dopo la cancellazione della Repubblica Srpska come soggetto politico). L’esistenza di un enorme campo militare della NATO “Bondsteel” in Kosovo e Metochia è la prova migliore che la regione sarà sotto il dominio degli Stati Uniti e della NATO ancora per molto tempo, se l’equilibrio tra le Grandi Potenze (Stati Uniti/Russia/Cina) non verrà drasticamente modificato. Tuttavia, l’attuale crisi (guerra) sull’Ucraina è il primo segnale di tale cambiamento, cioè dell’inizio della nuova era della Guerra Fredda o addirittura della Terza Guerra Mondiale.

Pulizia etnica/culturale ed effetto domino

Il fatto più deludente dell’attuale realtà postbellica del Kosovo è sicuramente la pulizia etnica e culturale di tutti i non albanesi e del patrimonio culturale non albanese sotto l’ombrello della NATO/KFOR/EULEX/UNMIK. Le prove sono evidenti in ogni angolo del territorio kosovaro, ma volutamente non coperte dai mass media e dai politici occidentali. Ad esempio, all’arrivo della KFOR (una forza internazionale, ma di fatto “Kosovo Forces” della NATO) e dell’UNMIK (la “Missione delle Nazioni Unite in Kosovo”) in Kosovo e Metochia nel 1999, tutti i nomi delle città e delle strade di questa provincia sono stati rinominati con forme albanesi (musulmane) o con nuovi nomi. I monumenti agli eroi serbi, come quello dedicato al duca Lazar (che guidò l’esercito cristiano serbo durante la battaglia del Kosovo del 28 giugno 1389 contro i turchi musulmani) nella città di Gnjilane, sono stati demoliti. I serbi venivano e vengono uccisi, assassinati, feriti, rapiti e le loro case rase al suolo. Come ho già detto, la pulizia etnica più infame è stata compiuta tra il 17 e il 19 marzo 2004 – il cosiddetto “Pogrom del marzo 2004”.

Ad oggi, il numero di serbi uccisi o dispersi in Kosovo e Metochia dal giugno 1999 in poi (dopo l’arrivo della KFOR) si misura in migliaia, il numero di chiese e monasteri serbi cristiano-ortodossi demoliti in centinaia e il numero di case serbe bruciate in decine di migliaia. Anche se all’inizio la KFOR contava ben 50.000 soldati e diverse migliaia di poliziotti e membri civili della missione, principalmente nessuno dei crimini sopra citati è stato risolto. Infatti, uccidere un serbo in Kosovo non è considerato un crimine, anzi, gli assassini di bambini e anziani vengono premiati come eroi dai loro compatrioti di etnia albanese. La provincia è quasi etnicamente pulita come l’Albania e la Croazia. Infatti, secondo l’ultimo censimento ufficiale jugoslavo del 1991, prima della guerra, i non albanesi in Kosovo e Metochia erano il 13% (in realtà sicuramente di più). Tuttavia, si stima che oggi il 97% della popolazione del Kosovo e Metochia sia di sola etnia albanese. Alla luce del principale obiettivo nazionale degli albanesi – la creazione di un altro Stato albanese nei Balcani e in Europa, come primo passo verso l’unificazione statale pan-albanese – possiamo “capire” perché sia importante distruggere ogni traccia serba nel “territorio definito dalle aspirazioni”.

La fase finale del distacco del Kosovo e Metochia dalla madrepatria Serbia è avvenuta il 17 febbraio 2008, quando gli albanesi del Kosovo hanno ricevuto da Washington il permesso di proclamare la propria (quasi) indipendenza formale, che è avvenuta, in realtà, più tardi di quanto previsto da Russia e Cina. Al Consiglio di Sicurezza dell’ONU Mosca ha detto “no” all’indipendenza del Kosovo, poiché la Russia rispetta gli interessi della Serbia e condanna ufficialmente tutti i tentativi di imporre decisioni ad altri membri della comunità internazionale violando il diritto internazionale (nel caso del Kosovo e Metohija si tratta della Risoluzione 1244 dell’ONU). Il fatto è che i serbi non hanno dimenticato il Kosovo, ma non hanno nemmeno fatto molto al riguardo. Oggi sono circa 80 gli Stati che riconoscono l’indipendenza del Kosovo, tra cui la maggior parte dei membri dell’UE e della NATO (su 192 membri dell’ONU). Quasi tutti sono vicini alla Serbia e, tranne la Bosnia-Erzegovina, tutte le repubbliche dell’ex Jugoslavia hanno riconosciuto il Kosovo. La Bosnia-Erzegovina non l’ha riconosciuto proprio per questo motivo: la Repubblica Srpska, ancora unità politica autonoma all’interno della Bosnia-Erzegovina insieme alla Federazione croato-musulmana secondo l’accordo di pace di Dayton/Parigi del 1995, ha e usa il diritto di veto. Attualmente, in Kosovo, c’è l’EULEX (Missione Civile Europea) e la questione del Kosovo sta gradualmente uscendo dalla giurisdizione dell’ONU e dalla portata del veto russo nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, diventando sempre più un territorio governato dalla NATO e dall’UE. Esistono le cosiddette Forze di Sicurezza del Kosovo (in realtà i membri redenti dell’UCK), che sono state formate secondo il piano di Martti Ahtisaari con il sostegno attivo della NATO per essere oggi, di fatto, trasformate nell’esercito regolare (albanese) non ufficiale della Repubblica del Kosovo per adempiere al compito della pulizia etnica finale della provincia, che negli ultimi anni è di fatto all’ordine del giorno.

Ciò che è vero nella realtà politica odierna del Kosovo e Metochia è il fatto che questo territorio, sotto forma di (quasi) Stato cliente, è amministrato dai membri dell’UCK, un’organizzazione militare che nel 1998 è stata proclamata terrorista dall’amministrazione statunitense. In ogni caso, l’UCK è diventato il primo movimento ribelle di successo e la prima organizzazione terroristica in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Da una minuscola diaspora albanese in Svizzera, nella seconda metà degli anni ’80, il movimento è passato a circa 18.000 soldati, finanziati e chiaramente sostenuti con ogni mezzo dall’amministrazione statunitense. Al fine di realizzare il proprio compito politico cruciale – la separazione della provincia del Kosovo e Metochia dal resto della Serbia con la possibilità di unirla all’Albania – l’UCK si è alleato con la NATO tra il sito 19971999. La strategia di guerra del terrore dell’UCK si basava sulla lunga tradizione degli albanesi di opporsi con le armi a qualsiasi autorità organizzata sotto forma di Stato, dall’epoca ottomana a oggi. Tuttavia, l’intervento militare della NATO nel 1999 contro la Serbia e il Montenegro per la questione del Kosovo è stato dipinto dai media americani e dell’Europa occidentale come un passo necessario per impedire alle forze armate serbe di ripetere la pulizia etnica in Bosnia-Erzegovina. Ma la verità è che la Serbia ha addestrato le sue forze armate in Kosovo e Metochia a causa della lotta armata in corso da parte dell’organizzazione terroristica e separatista dell’UCK per strappare l’indipendenza dalla Serbia in vista della creazione di una Grande Albania con Kosovo e Metochia etnicamente puri e, in seguito, delle parti occidentali della Macedonia settentrionale, del Montenegro orientale e dell’Epiro greco.

Ciononostante, l’ex presidente degli Stati Uniti Barrack Obama si è congratulato all’inizio del suo mandato presidenziale con i leader del “Kosovo multietnico, indipendente e democratico”, senza tener conto del fatto che quei leader (in particolare Hashim Tachi – il “Serpente” e Ramush Haradinay) si sono dimostrati noti criminali di guerra, che la regione (lo Stato?) non è né multiculturale né realmente indipendente e soprattutto non è democratica. Tuttavia, ci sono diverse dichiarazioni ufficiali dell’UE e dichiarazioni politiche non ufficiali che incoraggiano Belgrado e Priština a cooperare e a “sviluppare relazioni di vicinato”, il che in pratica significa per la Serbia che Belgrado deve innanzitutto riconoscere l’indipendenza del Kosovo albanese per poter diventare uno Stato membro dell’UE dopo anni o addirittura decenni di negoziati. Un altro fatto è che il processo di riconoscimento internazionale dell’indipendenza del Kosovo è molto più lento di quanto Priština e Washington si aspettassero all’inizio. Dal momento dell’autoproclamazione dell’indipendenza del Kosovo, il più grande “successo” diplomatico della Serbia è la maggioranza dei voti nel 2008 dell’Assemblea generale dell’ONU a sostegno della decisione che il caso dell’indipendenza del Kosovo debba essere esaminato dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aia (istituita nel 1899). Da un lato, la decisione della Corte del luglio 2010 è stata molto favorevole per i separatisti e i terroristi albanesi del Kosovo (l’UCK), in quanto si è giunti alla conclusione che la proclamazione unilaterale dell’indipendenza del Kosovo nel febbraio 2008 è stata fatta nel quadro del diritto internazionale (in questo contesto, probabilmente, la proclamazione della Repubblica Serba di Krayina dalla Croazia o della Repubblica Srpska dalla Bosnia-Erzegovina negli anni ’90 sono state fatte in base al diritto internazionale!) D’altra parte, però, il verdetto della Corte del 2010 è già diventato molto favorevole per i movimenti separatisti di altre regioni, come nel marzo 2014 per i separatisti della penisola di Crimea o forse presto per i loro colleghi della Catalogna, della Scozia, del Nord Italia (Lega Nord)… L’autoproclamazione di indipendenza del Kosovo ha avuto un effetto domino diretto solo pochi mesi dopo, quando nell’agosto 2008 l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia hanno fatto lo stesso dalla Georgia.

La realtà (oscura) dell’attuale Kosovo e Metochia, dall’altra parte, è che non c’è un solo partito di etnia albanese nella scena politica del Kosovo, profondamente divisa, che sia pronto ad accettare una “reintegrazione pacifica” della regione nella sfera politica della Serbia e non c’è un solo politico di etnia albanese che non sia preoccupato del pericolo rappresentato dalla “divisione del Kosovo” per la parte albanese (maggiore) e per la parte serba (minore) e che non si opponga alla minima proposta di autonomia serba per la porzione settentrionale del Kosovo e Metohija. Ma la cosa più importante è che i leader kosovari di etnia albanese e persino i cittadini di origine albanese non prendono nemmeno in considerazione dilemmi nazionali come “Europa o indipendenza!”. Non c’è dubbio su quale sarà la loro risposta in quel caso. Dall’altra parte, cosa sta succedendo in Serbia? La risposta è che una nazione incapace di scegliere tra l’integrità territoriale da un lato e l’appartenenza a un’associazione internazionale (anche se importante ma per molti aspetti antiserba) dall’altro, cioè una nazione che non può scegliere tra queste due “priorità”, merita davvero di perdere entrambe.

Osservazioni finali

In definitiva, se il diritto internazionale e l’ordine fisso vengono infranti da una parte del globo (es. Kosovo, Afghanistan, Iraq) non è strano aspettarsi che lo stesso diritto e lo stesso ordine vengano infranti da qualche altra parte (es. Caucaso, Ucraina, Spagna, Regno Unito, Italia, Francia…) secondo la logica della reazione del cosiddetto “effetto domino” nelle relazioni internazionali. Infine, va notato che se l’estremismo albanese non verrà fermato, la Macedonia del Nord e il Montenegro dovranno cedere parti dei loro territori popolati da etnia albanese (Macedonia occidentale e Montenegro orientale). In questo caso, l’Europa dovrà decidere come discutere la questione della revisione dei confini e come riconoscere un nuovo Stato allargato della (Grande) Albania.

Dr. Vladislav B. Sotirović
Ex professore universitario
Vilnius, Lituania
Ricercatore presso il Centro di Studi Geostrategici
Belgrado, Serbia
www.geostrategy.rs
sotirovic1967@gmail.com
© Vladislav B. Sotirović 2024

Disclaimer personale: l’autore scrive per questa pubblicazione a titolo privato e non rappresenta nessuno o nessuna organizzazione, se non le sue opinioni personali. Nulla di quanto scritto dall’autore deve essere confuso con le opinioni editoriali o le posizioni ufficiali di altri media o istituzioni.

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INFLUENZA BALCANICA. LA SERBIA RIARMA MA NON PER RIVINCITE. OFFRE IL TRANSITO ALL’OLEODOTTO CHE TAGLIA FUORI L’UCRAINA…_di Antonio de Martini

Lo avevamo sottolineato già in alcuni articoli ed interviste di alcuni mesi fa. Prima che ai confini esterni, la NATO si concentrerà nei punti bianchi interni. Da quelle fessure potrebbero aprirsi crepe ingestibili. I Balcani, inoltre, sono il maggior punto di accordo tra gli interessi degli Stati Uniti e della Germania. Un buon modo per tentare di mettere in secondo piano i punti di attrito o di cercare contropartite più impegnative. D’altro canto la sopravvivenza dell’indipendenza politica della Serbia dipende dalla possibilità di rafforzare i legami con la Cina e la Russia. Potrebbero rientrare nel gioco anche Francia e Italia; la prima abituata a strepitare per nulla, la seconda ad acquattarsi contro se stessa_Giuseppe Germinario

I SERBI NEGLI ULTIMI TRE ANNI HANNO RADDOPPIATO LE SPESE PER LA DIFESA SUPERANDO ( NEL 2019) LA CROAZIA PARTNER N.A.T.O. QUEST’ANNO SPENDE IL 2,6% DEL BILANCIO. PIU’ CHE PER IL COVID.

Nel 2018 la spesa per la Difesa della Repubblica di Serbia é stata di 700 milioni di dollari, nel 2019 di 1,14 miliardi e nel 2020 – secondo il Jane’s – ha raggiunto 1,5 miliardi con un aumento anno su anno, del 43%.

Radovan Karadzic prima e dopo la cura. I successori non vogliono il bis.

I suoi vicini, MontenegroKosovoCroazia e Bosnia, sono in allarme, specie quelli che hanno minoranze serbe sul loro territorio e che magari le hanno bulleggiate, forti della presenza protettrice NATO e USA (la KFOR di cui fa parte anche l’Italia).

Ora che la presenza americana viene a mancare e la Serbia riarma – nemmeno silenziosamente- la fibrillazione non manca, stimolata da dichiarazioni tipo “Adesso abbiamo 14 MIG 29” come ha affermato orgogliosamente il presidente Aleksander Vucic. Come a dire che questa volta bombardare la Serbia non sarà facile come nel 96 .

E’risaputo che le fanterie NATO e USA possono affrontare , male evidentemente, guerriglieri afgani, ma non i guerrieri che non hanno temuto di affrontare i turchi,gli Austroungarici o i tedeschi quando se ne é presentata la necessità.

Proprio questo mese é stato creato il “giorno dell’unità, della libertà serba e della bandiera nazionale”. Ottima occasione per revival patriottici.

Alla domanda retorica del presidente croato Zoran Milanovic ” se i serbi non avessero nulla di più importante o intelligente da fare” ha risposto il Ministro dell’interno serbo Aleksander Vulin, spiegando che ” non c’è nulla di più importante dell’identità serba” e con questo ha chiuso la questione, mentre la Serbia ha lanciato la nuova parola d’ordine ” il mondo serbo” del quale potrebbero far parte “volontariamente e informalmente ” i paesi della ex Jugoslavia “per poi aderire in futuro anche giuridicamente. “

Ovvio che dichiarazioni del genere provochino timori o ipotesi interessate di revanscismo che potrebbero potenziare eventuali vecchi rivali, ma la realtà potrebbe essere ben diversa e le dichiarazioni essere semplicemente destinate a rafforzare lo spirito patriottico serbo in vista di futuri cimenti che tengono conto di quanto é effettivamente accaduto in Siria, Irak, Yemen e Afganistan, non appena quei paesi siano stati attraversati dalle linee di rifornimento o rotte commerciali petrolifere americane.

Non credo sia vero.

Pubblico pertanto una carta geoeconomica dell’Europa e delle sue vie di accesso, che illustra in blu il sistema vascolare che alimenta l’Europa ( e l’Italia) in gas e greggio proveniente dalle zone di produzione: Algeria, Russia e Levante. Ci sono gasodotti in progetto e in costruzione ( tratteggiati in rosso). Le linee blu continue sono operative. Quelle irachene le ho viste coi miei occhi,erano tre, ma non ne ricordo più il tracciato esatto, solo i punti terminali alle raffinerie di Haifa e Tripoli di Siria.

Il tratteggiato rosso che attraversa la Serbia, ha creato le premesse di un periodo di instabilità, che non é dovuto all’ipotesi di una ” seconda lezione” ai serbi che si cautelerebbero con un piano di riarmo che ha allarmato i vicini. E’ dovuto alla previsione di rappresaglie contro l’aver offerto ai russi l’opportunità di ” punire” l’Ucraina privandola delle royalties di transito sul suo territorio dei gasodotti russi rivolti a occidente. A fine lavori, la Russia disporrà di due itinerari di rifornimento della Germania e dei paesi centroeuropei “amici”, senza dover subire controlli, ricatti e prezzi degli ucraini protetti dagli USA.

Al contrario , ora l’Ucraina deve temere per la perdita di miliardi di royalties russe di transito, nella indifferenza europea che si vedrebbe comunque rifornita.

La Russia ha raddoppiato il northstream ( anche se il secondo condotto é finito ma non é ancora operativo) e sta moltiplicando gli oleodotti anche da sud ( con l’oleodotto ” Brotherhood e Turkish detti southstream) con l’obbiettivo di impedire che un sabotaggio metta in crisi il sistema di approvvigionamento dell’Europa.

Per evitare di passare sotto le forche caudine dell’Ucraina, ha organizzato un passaggio ungherese attraverso l Serbia e l’Austria ed ora la Serbia si cautela riarmando ed ecco perché l’Austria si vede improvvisamente il premier passato sotto processo per corruzione.

Il ballo é cominciato e Belgrado ha intenzione di vendere cara la pelle.

Per cominciare intimorisce i vicini – specie il Kosovo – che potrebbero ospitare basi ufficiali come la base Usa costruita durante e dopo la scorsa guerra balcanica, sia clandestine in caso la si voglia destabilizzare col solito collaudato sistema di “rivendicazioni popolari democratiche.”

Irussi guardano ai Balcani dalla metà del XIX secolo fino al trattato che va sotto il nome di Sykes-Picot, ma che fu ideazione e proposta di SERGEI SAZONOV , ministro degli esteri dello Zar, nel 1915.

La Russia entrò nel primo conflitto mondiale per difendere la Serbia contro l’impero Austro-Ungarico brandendo la bandiera dell’idea panslava e molti analisti sono pronti a giurare che potrebbe nuovamente scendere in campo in difesa dell’alleato, visto anche il successo del suo intervento in Siria e l’evidente riluttanza americana ad essere coinvolta da sola in azioni dirette.

L’Europa, che già pensa ad armare un corpo di spedizione di 50.000 uomini, dimentica che questo numero era, negli anni novanta, il quorum minimo necessario per una azione di peace keeping. Una guerra guerreggiata contro un esercito di popolo motivato, ansioso di rivincita e modernamente equipaggiato, richiederebbe ben altri mezzi e tutt’altra leadership.

IBalcani sono i nostri vicini di casa e non possiamo non notare che la ragnatela dei metanodotti punta all’Europa – il grande consumatore del globo assieme alla Cina anche’essa rifornita dai russi con un accordo decennale- e sia la rete russa che quella algerina e la costituenda rete levantina puntano verso l’Italia ( quella libica é ipotecata e resterà così a lungo) che é il ponte attraverso il quale tutti vogliono passare per giungere al cuore industriale dell’Europa che é la Germania. Un gasdotto su terra costa molto meno di uno sottomarino e potrebbe usufruire della rete creata dall’ENI in mezzo secolo. Italia e Germania, assieme formano il più ricco mercato del mondo per gli idrocarburi.

COSA VUOLE PUTIN

Con il recente aumento dei prezzi nell’imminenza della stagione autunnale, La Russia intende recuperare la ricchezza perduta con il varo delle sanzioni a suo carico, varate dall’Europa sulla scia degli USA.

La sanzioni economiche alla Russia costano cos^ doppiamente agli europei: in termini di lucro cessante ( mancate vendite ) e di danno emergente ( aumento dei costi del petrolio e del gas).

Putin e Lavrov ( e non va dimenticato Schroeder che , diventato il consulente di Gasprom si é certo vendicato di essere stato sostituito alla guida della Germania da una incolore Hausfrau) hanno usato strategicamente i rifornimenti di idrocarburi abbinati alla politica di armamento.

Hanno fidelizzato la Cina – che era grande amica industriale degli USA – con l’impegno a forniture decennali per tutte le sue industrie e promettono di acquistare armamento terrestre dai cinesi, coi quali hanno recentemente fatto manovre combinate con utilizzo di soli mezzi cinesi di terra – stanno fidelizzando la Serbia offrendole – oltre che la franchigia doganale assoluta per le merci già in atto da anni – royalties di transito degli oleodotti che si apprestano a negare all’infedele Ucraina e allettano la Turchia con offerte analoghe e collaborazione alla progettazione ( notizia della scorsa settimana) di carri armati turchi.

Aentrambe viene offerta anche la certezza di difendersi dalla eventuale schiacciante superiorità aerea USA e le affranca dalla dipendenza in fatto di armamenti e manutenzione in maniera che ulteriori sanzioni USA a loro carico e minacce di intervento risulterebbero inefficaci. Vendono i formidabili sistemi contraerei S 400 e gli aerei MIG 29 che sono superiori ai concorrenti americani e rendono impossibile operazioni come quelle che hanno atterrato Saddam Hussein, Gheddafi e hanno messo in difficoltà Siria e Yemen. Chi compra da Putin diventa intoccabile senza che la Russia possa essere considerata direttamente responsabile…

COSA VORREMMO NOI EUROPEI

Questo é il mistero. Per il momento, ognuno segue una politica basata sulla percezione degli interessi nazionali: La Germania difende il proprio canale di rifornimento di gas ( Northstream 1 e 2 )con la Russia. La Francia segue, ma non sappiamo per quanto ancora, vuole esercitare l’opzione dell’energia nucleare, L’Europa dell’est riapre le proprie centrali a carbone, L’Italia ha , d’accordo col passato governo tunisino, puntato sull’energia solare da produrre in Nord Africa e portare in Germania.

Il problema si é manifestato a causa dell’impennata dei prezzi del Gas dovuta alle restrizioni combinate ” quarantena + sanzioni. La brusca ripresa dell’attività industriale ha provocato una altrettanto brusca ripresa delle forniture e dei prezzi. Unico rimedio finora notato, é stata la riduzione dell’IVA praticata dagli spagnoli, mentre la Francia ha – con tre aumenti successivi- aumentato il prezzo del 57% e gli italiani, hanno nominato una commissione di studio….

Più sempliciotta la soluzione escogitata dal duo Ursula Van Der Leyen e Frans Timmermans che hanno varato un ” piano verde” assortito a uno slogan ” Fit for55″ ( riduzione del 55% delle emissioni di gas serra) con cui si vantano di essere stati i primi al mondo a fissare il traguardo ” clima” delle riduzioni di consumi entro il 2030.

Non indicano come riuscirvi e questo ne riduce la credibilità. Si affidano alla buona volontà delle imprese e danno l’impressione di non rendersi conto degli ostacoli cui andranno incontro a partire dai due anni che mediamente una delibera impiega per giungere in Parlamento con l’approvazione dei singoli paesi. Non a caso i verdi votarono contro la elezione di Ursula alla presidenza della commissione e si astennero alla votazione della fiducia della intera compagine.

D’altronde, la Ursula si é già scusata ufficialmente per una serie di topiche: dal mancato sostegno all’Italia all’atto dello scoppio della pandemia, alla sottovalutazione del trentesimo anniversario dell’indipendenza ucraina (fece comunicare dal capo di gabinetto che non avrebbe partecipato, come per una fiera di paese), al “divanogate” di Ankara ( che ha mostrato un uso approssimativo del suo staff al netto della misoginia del protocollo turco); i ritardi nella consegna dei vaccini ASTRA ZENECA, mentre l’Inghilterra li otteneva puntualmente. Tutto fa pensare che non domina la macchina ma ne é dominata. Non mi meraviglierei se venisse sostituita in corsa ( o anche informalmente) , ad esempio , da Angela Merkel.

Di certo, di fronte a una politica energetica chiara degli USA, della Russia e dei cinesi, L’Unione Europea procede tra indecisioni del centro e miopi egoismi delle periferie.

Il finale della partita strategica ed energetica europea si giocherà nei Balcani dove la Croazia e la Bulgaria si riarmano per ” compliance” coi nuovi requisiti NATO, La Grecia per “difendersi” dai turchi, la Serbia per cautelarsi dalle possibili conseguenze dell’ospitare un gasdotto essenziale per l’economia ucraina in un momento strategico particolare per i rapporti tra est e ovest.

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