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La dichiarazione del vertice di Ankara….e commenti vari

La dichiarazione del vertice di Ankara

8 luglio 2026

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  1. Noi, Capi di Stato e di Governo dell’Alleanza del Nord Atlantico, ci siamo riuniti ad Ankara per ribadire il nostro fermo impegno a favore della nostra difesa collettiva ai sensi dell’articolo 5 del Trattato di Washington e del legame transatlantico.  Un attacco contro uno di noi è un attacco contro tutti.  La nostra unità,solidarietà e forza collettiva rimangono il fondamentodella pace,della sicurezza e della prosperitàper il miliardo di cittadini della nostra Alleanza di nazioni libere e democratiche.  Rimaniamo fedeli al nostro approccio a 360 gradi alla deterrenza e alla difesa.
  2. Per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantiche, nonché la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno dando seguito all’impegno di difesa di L’Aia.  Nel 2025,gli Alleati europeie il Canada hanno aumentato i propriinvestimenti nelle esigenze fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari.  I nostriinvestimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza.  Oggi ad Ankara annunciamo nuovi appalti per oltre 50 miliardi di dollari e ci impegniamo ad ampliare la capacità produttiva collettiva e a collaborare con l’industria per accelerare l’innovazione.  Continueremo a lavorare per eliminare le barriere commerciali nel settore della difesa tra gli alleati e a sfruttare i partenariati della NATO per massimizzarela profondità industriale e la cooperazione nel settore della difesa.
  3. Stiamo costruendo il futuro: un’Europa più forte in una NATO più forte– un’Alleanza modernizzata.  Gli alleati europei e il Canada, in collaborazione con gli Stati Uniti, si stanno assumendo maggiori responsabilità per la difesa dell’Alleanza.  La deterrenza e la difesa della NATOsi basano su un adeguato mix di capacità nucleari, convenzionali e di difesa missilistica, integrate da risorse spaziali e cibernetiche.  Siamo impegnati a mantenere il nostro vantaggio in combattimento.  Stiamoinvestendo nella nostra capacità di schierarepotenziare e sostenere le nostre forze armate e raggiungere i nostri obiettivi di capacità in tutti i domini, compresigli attacchi di precisione a lungo raggio, la difesa aerea e missilistica integrata, i sistemi senza equipaggio, le tecnologie all’avanguardia e le capacità di intelligence.  Stiamo sviluppando un cloud transatlantico interoperabile per le operazioni di combattimento e adottando potenti modelli di intelligenza artificiale.
  4. L’Ucraina contribuisce alla sicurezza transatlantica e gli Alleati sono uniti nel loro incrollabile sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà, sovranità e integrità territoriale.  Gli Alleati europei e il Canada finanziano attualmente la stragrande maggioranza dell’assistenza in materia di sicurezza all’Ucraina attraverso canali bilaterali e multilaterali.  Gli Alleati sottolineano che tale sostegno deve essere equo, prevedibile e sostenibile nel lungo termine.  Per il 2026, gli Alleati si impegnano a fornire 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento all’Ucraina e ribadiscono il loroimpegno sovrano a mantenere livelli almeno equivalenti nel 2027.  A tal fine, accogliamo con favore la decisione dell’Unione europea di fornire finanziamenti pluriennali all’Ucraina attraverso il Prestito di sostegno all’Ucraina.
  5. L’Alleanza continua a reagire e ad adattarsi alla competizione strategica, all’instabilità diffusa, alle minacce ibride e agli shock ricorrenti che caratterizzano il nostro contesto di sicurezza più ampio. Gli alleati ribadiscono che l’Iran non devemai possedereun’arma nucleare e invitano l’Iran a rispettare pienamente la libertà di navigazione nello Stretto di Ormuz.
  6. Esprimiamo il nostro apprezzamento per la generosa ospitalità che la Turchia ci ha riservato. Attendiamo con interesse il nostro prossimo incontro.

Franck Pengam, di Géopolitique Profonde

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Il vertice della NATO ad Ankara si è concluso ieri, mercoledì, con un’immagine di unità accuratamente e abilmente messa in scena…

Ma vediamo cosa si nasconde dietro questo evento:

Cosa dice il comunicato ufficiale: la notizia più importante sull’Ucraina

La dichiarazione finale del vertice impegna gli Alleati europei e il Canada a versare 70 miliardi di euro all’anno all’Ucraina, nel 2026 e poi nel 2027.

Il che significa un totale di 140 miliardi in due anni.

E Washington non compare da nessuna parte in questo finanziamento.

Gli Stati Uniti hanno interrotto la loro partecipazione diretta al sostegno militare a Kiev dal ritorno di Trump alla Casa Bianca e non hanno nemmeno inviato una delegazione ufficiale al vertice.

A presiedere i lavori è stato solo il segretario generale Mark Rutte.

E ciò che il testo non dice

Mentre l’Europa approvava questo assegno dietro le quinte, Trump, in visita ad Ankara per colloqui bilaterali, ha incontrato Zelensky…

Successivamente ha avuto un colloquio con Putin.

A quel tavolo non c’era alcuna delegazione europea.

Ed è lo stesso schema che si ripete da mesi:

Washington e Mosca dialogano da grandi potenze, mentre a Bruxelles vengono affidati i costi e il ruolo di spettatore.

Durante il vertice si è persino accennato alla possibilità che Washington conceda a Kiev una licenza per produrre autonomamente missili Patriot sul proprio territorio…

Si tratta di una decisione che viene negoziata da capitale a capitale, senza passare dal tavolo della NATO.

E quindi, in pratica?

140 miliardi di euro non sono solo una cifra astratta in un comunicato stampa:

Si tratta di debito aggiuntivo, contratto da Stati già al limite, tra cui la Francia.

E ne parlavo proprio ieri nell’analisi inviata via e-mail: il costo del debito pubblico francese ha appena raggiunto il livello più alto dal 2009.

Ci viene chiesto di pagare per una guerra di cui non si stabiliscono né i termini, né la fine, né la via d’uscita

Come il vertice di Ankara è diventato l’incontro più importante della NATO

Briefing di Modern Diplomacy

8 luglio 2026

∙ A pagamento

Un uomo sistema le bandiere statunitensi in vista di una conferenza stampa con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel giorno del vertice dei leader della NATO ad Ankara, in Turchia, l’8 luglio 2026. REUTERS/Yves Herman

Di Rameen Siddiqui

Gli impegni di spesa, le promesse sull’Ucraina, gli accordi bilaterali che i vertici dovrebbero produrre sono stati tutti concretizzati al vertice di Ankara; ma il momento più rivelatore è stato quando Trump ha affermato che forse non sarebbe venuto se Erdogan non avesse ospitato l’evento, una dichiarazione che, più di qualsiasi comunicato, mette a nudo ciò che è diventata la NATO: un’alleanza la cui coesione dipende ormai meno dai valori condivisi che dal rapporto personale di un solo uomo.

Lo ha detto lui stesso Trump, quasi di sfuggita, proprio nel modo in cui tendono a essere dette le cose più rivelatrici. Ha detto ai giornalisti che forse non avrebbe partecipato al vertice di Ankara se non fosse stato ospitato da Recep Tayyip Erdogan. Il leader della più potente alleanza militare della storia, che partecipa al suo più importante incontro annuale, per fare un favore personale al presidente di uno Stato membro. Quella frase non ha fatto notizia. Ci sono invece finiti l’annuncio sugli F-35, i dati sulla spesa e l’incontro bilaterale tra Zelenskyy e Trump del secondo giorno. Ma è proprio il commento su Erdogan quello che meglio descriverà la situazione reale della NATO nell’estate del 2026.

Il vertice NATO ad Ankara

Il più grande trasferimento di ricchezza di una generazione

Tommaso Karat7 luglio
 LEGGI NELL’APP 

Oggi i leader della NATO aprono il loro vertice ad Ankara e, poche ore prima, l’alleanza ha tenuto quello che i suoi funzionari hanno apertamente definito il “grande annuncio”: un Forum sull’industria della difesa in cui gli Stati membri hanno annunciato accordi per la fornitura di armamenti per decine di miliardi di dollari, molti dei quali con aziende statunitensi del settore. Il Segretario Generale Mark Rutte ha dato il via alle danze — “Annunceremo decine di miliardi in nuovi contratti che ci forniranno l’equipaggiamento cruciale di cui abbiamo bisogno per la deterrenza e la difesa” — e ha attribuito l’impennata a Donald Trump, che era stato “estremamente energico” nel richiederlo; gli europei, ha affermato, hanno effettuato aumenti “sbalorditivi” nella spesa per la difesa.

Trump è arrivato, reduce dal 250° anniversario della guerra dei Caraibi, per spingere l’alleanza verso il 5% del PIL “con urgenza”, proponendo una “NATO 3.0” in cui l’Europa paga di più affinché Washington possa concentrarsi su altri obiettivi; incontrerà Zelensky mercoledì, con il quinto anno di guerra in Ucraina a fare da sfondo al vertice. Due dettagli nel comunicato stampa sono davvero significativi. Primo: molti dei contratti svelati erano “stilati e alcuni firmati molto prima del vertice” – la rivelazione è una coreografia, uno svelamento orchestrato di decisioni già prese, messo in scena per essere visto. Secondo: alcuni degli acquisti sono finanziati attraverso un sistema UE di prestiti agevolati per la difesa fino a 170 miliardi di dollari, raccolti sui mercati dei capitali ( Washington Post ; NPR ; CNBC ; Al-Monitor ). L’Europa si sta indebitando, su larga scala, per acquistare armi – molte delle quali americane. La chiave di lettura che tutti adotteranno è la determinazione : l’alleanza che si fa avanti, scoraggiando una minaccia. Questa è la piccola questione.

Il caso più eclatante è racchiuso in un articolo pubblicato quattro giorni fa, sulla stessa piattaforma, ma incentrato su un solo Paese. “Il Cancelliere di BlackRock e i missili” analizza il riarmo tedesco di Friedrich Merz come “un accordo che nessuna legge vieta e nessuno scandalo riesce a descrivere appieno, perché nulla vi è nascosto”. L’oggetto è circoscritto: un uomo che ha presieduto il consiglio di sorveglianza tedesco di BlackRock dal 2016 al 2020, poi, in qualità di cancelliere designato, ha portato avanti l’emendamento del marzo 2025 che ha smantellato il freno costituzionale al debito per la difesa, aumentando la spesa militare tedesca del 24% a 114 miliardi di dollari e arricchendo proprio le aziende appaltatrici (Rheinmetall, Hensoldt) che la sua vecchia società detiene, dopo aver chiesto a Washington di vendere alla Germania i missili Tomahawk (RTX) e il lanciatore Typhon (Lockheed), entrambe aziende controllate anche da BlackRock. Ma il meccanismo alla base è quello dell’intera alleanza.

Il saggio individua un circolo vizioso autofinanziato: la minaccia giustifica la spesa, la spesa arricchisce gli appaltatori e “i maggiori azionisti degli appaltatori siedono sia dalla parte dell’acquirente che da quella del venditore” – quindi un riarmo “nazionale” è, a livello azionario, “un unico bacino di capitali che si raccoglie da entrambe le estremità di un’alleanza”. Denuncia l’inganno contabile: un obiettivo in percentuale del PIL è “un input mascherato da risultato” e “il divario tra il denaro investito e la sicurezza prodotta è esattamente dove appaltatori e azionisti traggono profitto”. E individua il motore: “l’accumulo di armamenti crea il pericolo che pretende di contrastare” – il SIPRI prevede una crescita della spesa russa del 5,9% nel 2025 contro il 14% dell’Europa, quindi la corsa agli armamenti giustificata dalla minaccia russa ne è anche l’acceleratore.

Ora analizziamo la situazione di Ankara. La “grande rivelazione” non è una dimostrazione di sicurezza; è la chiusura del cerchio, in pubblico, come una cerimonia. I contratti firmati settimane fa vengono svelati oggi come notizia dell’ultima ora: la promessa del 5% del PIL presentata come il risultato, quando in realtà è solo l’input. L’Europa prende in prestito 170 miliardi di dollari sui mercati per acquistare armi che in gran parte tornano alle fabbriche americane: il denaro esce da una porta e ritorna da un’altra, e, secondo l’articolo, lo stesso proprietario istituzionale attende a entrambe le porte. Rutte fornisce la paura che giustifica la fattura; Trump fornisce la pressione; gli appaltatori forniscono l’equipaggiamento; e nessuno nella stanza infrange una sola regola. Questo è il verdetto categorico dell’articolo, ed è la frase da tenere a mente nella copertura del vertice: “Lo scandalo non è una singola transazione. È che l’intera operazione è legale”. L’articolo è la prova, per un singolo Paese, di ciò che tutti e trentadue stanno facendo oggi ad Ankara.

Il cancelliere di BlackRock e i missili

Come un dirigente proveniente dalla più grande società di gestione patrimoniale al mondo ha dato il via al boom delle armi in Europa

Thomas Karat

3 luglio 2026

Esiste un particolare tipo di accordo che nessuna legge vieta e che nessuno scandalo riesce a cogliere appieno, perché in esso non c’è nulla di nascosto. È sotto gli occhi di tutti, nei documenti normativi e nelle richieste di appalto, e funziona proprio perché tutti i soggetti coinvolti possono affermare, in tutta sincerità, di non aver infranto alcuna regola. La Germania di Friedrich Merz ne sta costruendo uno proprio in questo momento.

Cominciamo dalle armi. Nel luglio 2025, il ministro della Difesa Boris Pistorius ha dettoWashington ha reso noto che la Germania intendeva acquistare il sistema di lancio americano Typhon e i missili da crociera Tomahawk — la prima vendita all’estero di tale sistema, la cui decisione spetta interamente agli Stati Uniti. Le testate specializzate, citando Politico, fissando l’ordine a tre lanciatori e circa 400 missili Tomahawk Block Vb, per un valore superiore a 1 miliardo di euro. A quasi un anno di distanza, Washington non ha ancora risposto. La richiesta è rimasta in sospeso dopo che Merz ha criticato la guerra americana contro l’Iran e Trump tiratoHa ritirato 5.000 soldati dalla Germania e ha annullato un dispiegamento previsto per il fuoco a lungo raggio. A quanto pare, l’aspirante leader militare d’Europa non può dotarsi di capacità di attacco in profondità senza le fabbriche americane e la buona volontà del presidente. Alla faccia della sovranità.

Censurato e ridotto al silenzio altrove. Ogni condivisione è una crepa nel muro.

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Ora seguite i soldi, perché è lì che si svolge davvero la storia. Il Tomahawk è prodotto da RTX, ex Raytheon, dove ha sede BlackRock trai maggiori azionisti istituzionali. Il lanciatore Typhon è di proprietà della Lockheed Martin, nella quale BlackRock detiene divulgatouna partecipazione effettiva superiore al 5% indicata in un modulo 13G depositato presso la SEC. Ed è proprio presso BlackRock che Merz ha trascorso quattro anni prima di tornare in politica: dal 2016 al 2020 ha presiedutoil consiglio di sorveglianza della sua filiale tedesca. L’uomo che ha chiesto a Washington di vendere missili alla Germania era, fino a poco tempo fa, il volto pubblico di un’azienda che trae profitto dalla vendita di quei missili.

Il suo mandato in quella sede non è stato tranquillo. Nel novembre 2018, mentre Merz presiedeva il consiglio di sorveglianza, i pubblici ministeri fatto irruzionegli uffici di Monaco di Baviera della BlackRock Asset Management Deutschland in relazione alle operazioni “cum-ex” — la frode volta a sottrarre i dividendi che ha prosciugato le casse dello Stato tedesco di decine di miliardi di euro. I fatti oggetto dell’indagine erano antecedenti al suo arrivo, i pubblici ministeri non lo hanno indicato come indagato, e lui ha definito la pratica “del tutto immorale” ordinando alla società di collaborare. Si noti comunque lo schema ricorrente: si tratta di un uomo che ha trascorso la sua carriera a stretto contatto con il meccanismo, senza mai avere in mano la prova schiacciante, ma sempre presente nella stanza.

Poi è arrivata la decisione politica. Il blocco fiscale è stato revocato prima ancora che Merz prestasse giuramento. In qualità di leader della CDU, vincitrice delle elezioni, e di futuro cancelliere, ha fatto approvare dal Bundestag uscente — il 18 marzo 2025, settimane prima di assumere la carica e deliberatamente prima che il parlamento neoeletto potesse riunirsi — il emendamentoesentando la spesa per la difesa superiore all’1% del PIL dal “freno all’indebitamento” previsto dalla Costituzione. Il limite al debito che i tedeschi avevano considerato sacrosanto dal 2009 era ormai superato, sostituito da una fonte illimitata di finanziamenti. La spesa militare tedesca rosaIl 24% nel 2025, raggiungendo i 114 miliardi di dollari, il più alto tra i paesi della NATO in Europa. Merz ha stanziato oltre 750 miliardi di euro per le forze armate.

E BlackRock tiene in pugno gli appaltatori che ne traggono profitto. Essa divulgatouna partecipazione del 6,91% in Rheinmetall, il produttore di carri armati le cui azioni hanno registrato un’impennata dal 2022, con una catena di proprietà che passa attraverso la controllata Merz, un’azienda tipicamente tedesca di cui un tempo era presidente. Essa incrociatola soglia del 5% nella società produttrice di sensori Hensoldt. Non si tratta di partecipazioni passive. È l’azienda che sta raccogliendo i frutti di un processo di riarmo avviato dal suo ex presidente.

Merz, ovviamente, nega l’intera accusa. «Non ho mai accettato alcun incarico di lobbying», ha ha dettoDie Zeit. L’organizzazione per la trasparenza LobbyControl sottolinea che la descrizione del proprio ruolo fornita dallo stesso BlackRock inclusocoltivare rapporti con i governi e le autorità di regolamentazione — ed è proprio questo il lobbying, a prescindere dall’eufemismo riportato sul biglietto da visita.

È così che l’economia di guerra si autoalimenta. Non attraverso la corruzione o complotti segreti, ma attraverso una “porta girevole” così ampia da lasciar passare un carro armato, lubrificata dal linguaggio della deterrenza. La minaccia è abbastanza reale da giustificare la spesa; la spesa arricchisce gli appaltatori; i maggiori azionisti degli appaltatori siedono su entrambe le sponde dell’oceano; e gli uomini che aprono i rubinetti della spesa provengono dalle stesse società finanziarie, alle quali poi fanno ritorno. Eisenhower mise in guardia contro l’acquisizione di un’influenza indebita da parte del complesso militare-industriale. Non aveva però previsto che un giorno quel complesso avrebbe fornito il cancelliere.

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E quella spesa non garantisce nemmeno ciò che promette. Gli economisti della Berlin School of Economics sostenereche gli obiettivi principali della NATO sono «un surrogato inadeguato della definizione delle priorità strategiche», che investire ingenti somme di denaro rischia di «aumentare gli input senza riuscire a rafforzare la sicurezza». La spesa è un input; la deterrenza è un risultato; e il divario tra i due è proprio il campo in cui gli appaltatori e i loro azionisti traggono il proprio sostentamento.

A peggiorare le cose, proprio questo potenziamento crea il pericolo a cui sostiene di voler porre rimedio. Secondo il SIPRI, datiI dati mostrano che la spesa militare russa è cresciuta solo del 5,9% nel 2025 — un aumento più lento rispetto a quello europeo, pari al 14%. Una corsa agli armamenti giustificata dalla minaccia russa ne è anche il motore: ogni bilancio europeo rafforza la convinzione di Mosca di essere accerchiata, il che giustifica il suo prossimo bilancio, che a sua volta giustifica il prossimo obiettivo della NATO, e così via all’infinito, mentre chi ne trae profitto conta i propri dividendi e lo definisce “sicurezza”.

Merz non ha infranto alcuna legge. Ha semplicemente trascorso quattro anni a scoprire, dall’interno, in che modo il più grande pool di capitali del mondo tragga profitto dalle politiche che lui stesso avrebbe poi messo in atto — e poi è andato a metterle in atto. Lo scandalo non è una singola transazione. È il fatto che l’intera faccenda sia legale.

Al di là della NATO

Politici e militari di diversi paesi europei membri della NATO stanno valutando opzioni per garantire la capacità di intervento militare al di fuori dell’Alleanza, soprattutto nei paesi nordici e nel Regno Unito.

09

Luglio

2026

BRUXELLES/BERLINO (Articolo originale) – Nonostante tutti gli appelli a favore della creazione di una “NATO europea”, politici e militari di diversi Stati membri europei della NATO stanno valutando opzioni per garantire la capacità di intervento militare al di fuori dell’Alleanza. Ciò è dovuto al timore che anche una «NATO europea», in cui i posti di comando centrali e i sistemi d’arma fossero forniti dagli Stati europei, possa alla fine essere «bloccata» dagli Stati Uniti qualora le sue attività non fossero gradite a Washington. Già da tempo si levano quindi richieste per un «piano B». Nei Paesi nordici si sostiene che un «forte cluster di difesa nord-europeo» potrebbe diventare il «nucleo» di un piano del genere. La Gran Bretagna, dal canto suo, ha costituito dal 2014, con la Joint Expeditionary Force (JEF), una forza armata che, pur essendo compatibile con la NATO, è operativa anche senza di essa; il suo quartier generale a Northwood dispone di strutture autonome di ogni tipo. Recentemente, i dieci Stati membri della JEF hanno deciso di costituire forze navali comuni – contro la Russia. Si sostiene inoltre che la NATO si basi su dottrine obsolete; sarebbe necessario trovare modalità «europee» di condurre la guerra, orientate alla guerra con i droni.

«Abbiamo bisogno di un piano B»

Al di là degli sforzi volti a far sì che la NATO si avvalga maggiormente di personale e armamenti provenienti dall’Europa, rafforzando così l’autonomia degli Stati membri europei rispetto agli Stati Uniti [1], si sta ormai discutendo anche di opzioni volte a sviluppare una capacità di azione militare al di fuori della NATO. Il motivo, secondo quanto riportato, è non da ultimo il timore che Washington, qualora i paesi europei fossero coinvolti in un conflitto armato, possa non solo negare il proprio sostegno militare, ma addirittura bloccare le strutture della NATO per l’Europa. Considerando che finora gli Stati Uniti hanno dominato la NATO – le strutture centrali, ad esempio, sono state create attorno al personale di comando statunitense e con tecnologia statunitense –, recentemente un insider è stato citato con la seguente domanda: «Quale catena di comando si può utilizzare se l’America blocca la NATO?»[2] Si ritiene ancora che, senza gli Stati Uniti, ci si debba aspettare una «frammentazione dell’ecosistema della deterrenza», come afferma ad esempio Luis Simón della Libera Università di Bruxelles. Tuttavia, si dice che ormai esistano forze armate che stanno elaborando segretamente piani su come condurre una guerra senza ricorrere all’infrastruttura di comando della NATO. Un funzionario del governo svedese viene citato con la seguente dichiarazione: «Abbiamo bisogno di un piano B.»[3]

«Un polo nordico nel settore della difesa»

Attualmente si sta discutendo di un simile “Piano B”, non da ultimo nei paesi dell’Europa settentrionale. Già a novembre Matti Pesu, esperto del Finnish Institute of International Affairs (FIIA), aveva affermato che “un forte cluster nordico di difesa” potrebbe diventare il “nucleo” di un “Piano B”. [4] È vero che «gli alleati europei» non potrebbero in alcun modo sostituire appieno la potenza militare statunitense. Tuttavia, una «maggiore integrazione nordica» potrebbe contribuire a garantire una «deterrenza e una difesa credibili». Pesu, che dal 2023 dirige la «Rete nordica» del FIIA, ha scritto che soprattutto il Regno Unito, «con la sua esperienza operativa e la sua portata marittima», e la Francia, «con le sue capacità nucleari e le sue forze di spedizione», potrebbero essere considerati «partner naturali» per una cooperazione militare con i paesi nordici. La Francia è già da tempo in trattative con alcuni Stati dell’Europa settentrionale per un’estensione del proprio «scudo nucleare».[5] Esiste inoltre una «richiesta di un coordinamento più profondo tra Paesi nordici, baltici e Polonia in materia di politica estera e di difesa», ha osservato Pesu in riferimento alla formazione dell’Europa nord-orientale contro la Russia. I cinque Stati dell’Europa settentrionale [6] collaborano a livello militare dal 2009 nell’ambito della Nordic Defence Cooperation (NORDEFCO).

«La più consolidata tra tutte le alternative»

Come struttura militare alternativa più ampia e, soprattutto, già operativa, viene spesso citata la Joint Expeditionary Force (JEF) guidata dal Regno Unito. Questa forza, istituita nel 2014, è operativa dal 2018. Ne fanno parte dieci paesi membri della NATO: oltre al Regno Unito, i cinque Stati nordici, i tre Stati baltici e i Paesi Bassi; è in corso la discussione sull’adesione del Canada. La JEF può intervenire nell’ambito della NATO, ma è in grado di intervenire militarmente anche quando all’interno dell’Alleanza non è possibile raggiungere il consenso necessario. Anche in quest’ottica, il suo quartier generale a Northwood, a nord-ovest di Londra, dispone di capacità complete, ad esempio in materia di intelligence, pianificazione e logistica. [7] Dispone inoltre di reti di comunicazione sicure che non dipendono dalle infrastrutture della NATO. Ciò rende «la JEF l’alternativa più consolidata di tutte», secondo quanto affermato da Edward Arnold, esperto del Royal United Services Institute (RUSI) di Londra. La JEF è già stata attivata più volte, soprattutto per manovre, ma anche per pattugliamenti regolari nel Mar Baltico diretti contro la Russia. Dispone di forze di intervento rapido in grado di intervenire in brevissimo tempo. Tuttavia, la sua attenzione è concentrata sull’Europa settentrionale.

«Veri e propri piani di guerra»

Ad aprile, gli Stati della JEF hanno concordato di procedere, come passo successivo, alla costituzione di forze navali comuni. Queste sono concepite come complemento alla NATO, ma a quanto pare dovrebbero anche essere in grado di operare in modo autonomo. Tra i primi obiettivi figurano esercitazioni congiunte e preparativi coordinati in vista di situazioni di emergenza. Il quartier generale delle forze navali dovrebbe avere sede a Northwood – come già oggi quello della JEF – da dove le truppe verrebbero comandate «all’occorrenza», secondo quanto affermato.[8] «Sono progettate per combattere immediatamente, se necessario – con capacità reali, piani di guerra reali e integrazione reale», sottolinea il generale Gwyn Jenkins, che attualmente ricopre la carica di First Sea Lord – il militare di grado più elevato della Marina britannica – e, al contempo, di capo di Stato Maggiore della Marina. Come avversario delle future forze navali della JEF viene citata la Russia, che secondo Jenkins rappresenta «la più grande minaccia per la nostra sicurezza». [9] Guardando non solo alle forze navali, ma anche all’intera JEF, gli osservatori sottolineano che alla forza militare manca ancora un elemento: potenze di peso oltre alla Gran Bretagna, come ad esempio Germania, Francia e Polonia.[10] La Germania concentra attualmente le proprie attività navali in modo massiccio sul Mar Baltico e sull’Atlantico settentrionale. [11] È tuttavia lecito dubitare che Berlino sia disposta a sottostare alla guida britannica.

«Combattere all’europea»

Oltre a puntare su forze armate che operano indipendentemente dalla NATO, come la JEF, i militari europei stanno iniziando a riflettere anche su nuovi metodi di guerra – stimolati dalla guerra in Ucraina e dall’enorme importanza che oggi rivestono i droni e, sempre più, i robot. All’interno della NATO, il «pensiero concettuale tattico-operativo» si sarebbe più o meno «arrestato nel 1991», ha spiegato di recente John Stringer, vicecomandante supremo della NATO per l’Europa, in occasione di una conferenza del RUSI.[12] Di conseguenza, l’intera dottrina della NATO sarebbe ormai superata, ammettono militari e politici; inoltre, non è raro disporre della tecnologia sbagliata. Attualmente, la guerra in Iran dimostra che, secondo la dottrina tradizionale, paesi di gran lunga inferiori possono riuscire ad affermarsi strategicamente contro forze armate molto più potenti secondo le categorie tradizionali: ad esempio con droni a basso costo che esauriscono le scorte nemiche di costosi missili di difesa. [13] Le forze armate europee hanno ormai iniziato a esplorare nuove vie nella conduzione della guerra con l’aiuto di militari ed esperti ucraini. Un allontanamento dagli Stati Uniti potrebbe addirittura rivelarsi vantaggioso in questo processo, secondo quanto riferito da un funzionario del governo francese: «Meno America» significa, non da ultimo, che ci si può finalmente chiedere «come combatteremo se non dovremo più combattere come gli americani».[14]

[1] Si vedano a questo proposito La NATO europea e La NATO europea (II).

[2], [3] Il piano B segreto dell’Europa per sostituire la NATO. economist.com, 19 maggio 2026.

[4] Matti Pesu: La cooperazione militare nordica come fattore di sostegno e di protezione. helsinkisecurityforum.fi, 18 novembre 2025.

[5] Jonas Olsson: Il patto nucleare di Macron si estende in tutta la Scandinavia mentre le forze globali si rafforzano. breakingdefense.com 08.06.2026.

[6] Si tratta di Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia e Islanda.

[7] Il piano B segreto dell’Europa per sostituire la NATO. economist.com, 19 maggio 2026.

[8], [9] Dan Sabbagh: La Gran Bretagna creerà una forza navale congiunta con nove paesi europei come “complemento” alla NATO. theguardian.com, 29 aprile 2026.

[10] Il piano B segreto dell’Europa per sostituire la NATO. economist.com, 19 maggio 2026.

[11] Si veda a questo proposito Record nella costruzione di navi da guerra.

[12] Ben Hall, Charles Clover, Henry Foy: «Come combatterebbe l’Europa senza l’America». ft.com, 7 luglio 2026.

[13] Si vedano a questo proposito Imparare dall’Ucraina e Imparare dall’Ucraina (II).

[14] Ben Hall, Charles Clover, Henry Foy: «Come combatterebbe l’Europa senza l’America». ft.com, 7 luglio 2026.

La NATO del “listino prezzi”: come Washington ha trasformato l’Articolo 5 in una tessera a punti

Il vertice NATO si è appena concluso e sarà ricordato, se sarà ricordato, non per una decisione strategica ma per una tabella. 140 miliardi di euro per l’Ucraina nel biennio 2026-2027, 60 a carico del prestito europeo, gli altri 80 da reperire su base bilaterale dai singoli alleati, con gli Stati Uniti fuori dal conto.

La contabilità di questo pacchetto ha generato, nei giorni immediatamente precedenti al summit, un equivoco. Alcune agenzie internazionali, tra cui Reuters, hanno parlato di un impegno NATO di settanta miliardi di euro, circa ottanta miliardi di dollari, riferito al solo 2026, dando ad alcuni osservatori l’impressione che il pacchetto biennale fosse stato ridimensionato da 140 a 80 miliardi. Cifra, quest’ultima, che ricorre anche in un secondo senso, quello della quota che gli alleati europei e il Canada dovranno reperire con risorse bilaterali nazionali una volta sottratto al totale il prestito europeo di 60 miliardi.

Della Russia, della sua reale capacità offensiva, della sostenibilità di una guerra di logoramento in Ucraina, si è parlato molto meno di quanto si sia parlato di chi debba pagare cosa e a chi.

Il paradosso più stridente lo offre proprio il calendario. Pochi giorni prima dell’apertura del summit, il 3 luglio, il Cremlino ha annunciato la conquista di Kostiantynivka, l’ultima grande roccaforte sulla strada che porta a Kramatorsk e Sloviansk, cuore della cosiddetta “Cintura delle Fortezze” nel Donbass.

L’annuncio è arrivato non a caso in concomitanza con la Festa dell’Indipendenza americana e a poche ore dall’apertura del vertice di Ankara, in un momento in cui l’impatto della sconfitta ucraina sul campo avrebbe potuto amplificare i dissidi tra gli alleati sugli aiuti finanziari e militari a Kiev. Kostiantynivka, difesa da circa 15.000 uomini, cade dopo perdite ucraine stimate da Mosca in circa 13.500 soldati morti o feriti, mentre la stessa sorte appare imminente anche per Krasny Lyman.

È evidente che il tempo della guerra sia differente da quello della burocrazia alleata. Il meccanismo di finanziamento appena concordato, presuppone implicitamente che nel 2027 esista ancora un fronte ucraino da sostenere nella sua configurazione attuale, e che Kiev possa impiegare quei fondi secondo una pianificazione pluriennale.

Ma se Kostiantynivka è caduta in poche settimane e Kramatorsk e Sloviansk, le ultime grandi città del Donetsk ancora sotto controllo ucraino, sono già nel mirino dell’avanzata russa, il calendario del finanziamento rischia di essere scritto per una guerra che nella sua forma attuale potrebbe non esistere più quando quei fondi verranno effettivamente erogati. Un’Alleanza che finanzia a rate una guerra che il nemico combatte a tempo pieno rischia di scoprire, ancora una volta, che il proprio orologio non è quello della storia.

È la sintesi più realistica di questo summit. Tutto ciò che un tempo dava senso strategico all’Alleanza Atlantica, la difesa collettiva, la gestione condivisa delle crisi, la cooperazione paritaria in materia di sicurezza, resta sullo sfondo di un’agenda dominata dalla contabilità. Il linguaggio dei comunicati parla ancora di valori condivisi e di sicurezza indivisibile.

La sostanza dei colloqui, quella che filtra dalle cronache di questi giorni, è quella di una trattativa commerciale tra un fornitore che vuole essere pagato meglio, gli Stati Uniti, e clienti che cercano di limitare il conto, gli europei.

Non è una lettura isolata. Un’inchiesta di Politico, ripresa il 5 luglio dalle agenzie internazionali e da larga parte della stampa italiana, sostiene che Trump abbia trasformato la NATO in un’azienda governata da una logica transazionale, che privilegia l’aumento della spesa per la difesa e l’acquisto di armamenti americani rispetto ai valori democratici condivisi e all’espansione dell’Alleanza stessa, un vero e proprio “bancomat” per le aziende degli armamenti statunitensi.

Non è una battuta polemica, è la logica esplicitata dalla stessa Amministrazione americana, per la quale la sicurezza offerta agli alleati non è più un obbligo automatico derivante dal Trattato di Washington, ma una transazione condizionata al comportamento degli alleati stessi, revocabile e rinegoziabile a ogni vertice.

Una NATO che si presenta come alleanza di valori e funziona, nei fatti, come abbonamento a rinnovo condizionato, non può sorprendersi se ogni riunione si trasforma in una trattativa sul prezzo.

Chi ha convinto l’Italia

Nel contesto appena delineato, non dobbiamo quindi stupirci che gli aspetti contabili siano stati quelli a determinare anche la postura nazionale a premessa del vertice, sulla quale la cronaca di questi giorni ha creato una certa confusione.

L’obiettivo del 5% del Pil entro il 2035 non è la posta in gioco sulla quale Roma ha resistito. Quell’impegno l’Italia lo ha sottoscritto un anno fa, al vertice dell’Aia, e lo ha confermato più volte anche nelle ultime settimane, rivendicando semmai la propria traiettoria di crescita dall’1,6% al 2,8%.

Ciò su cui il governo ha davvero opposto resistenza è stato il meccanismo biennale di finanziamento a Kiev per il 2026 e il 2027, i 140 miliardi di cui sopra.

A rivelarlo per primo è stato il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, che ha riferito, già alla fine di giugno, di un tentativo italiano di frenare sull’automatismo del biennio, notizia poi ripresa dalla stampa italiana.

Roma avrebbe preferito, come già avvenuto in passato, una valutazione anno per anno, anche per scommettere di più sul negoziato, dicono i commenti, che sulla pura pressione militare. Affermazione, questa, decisamente ipocrita dal momento che tutti sanno benissimo che la maggioranza dei membri europei dell’Alleanza Atlantica ostacola ogni prospettiva negoziale con Mosca e favorisce il confronto militare perpetuo.

In ogni caso, la resistenza italiana è durata poco. Non per una conversione improvvisa, ma per due ragioni concrete: la prima è che la maggioranza dell’Alleanza ha deciso comunque di procedere con l’impegno biennale, lasciando Roma sola a discutere di una modalità procedurale che tutti gli altri avevano già archiviato.

La seconda, più importante, è che quell’impegno corre in parallelo con un vincolo che l’Italia aveva già accettato in sede Unione europea, il prestito biennale da 90 miliardi a Kiev. Resistere sul fronte NATO diventava a quel punto inopportuno poiché comportava il rischio aggiuntivo di apparire isolati proprio nel momento in cui Palazzo Chigi lavorava per non offrire ulteriori pretesti a un’amministrazione americana già imprevedibile.

Il prezzo dell’ombrello americano si negozia caso per caso e resistere da soli conviene sempre meno che accodarsi.

Al fronte del biennio ucraino si è aggiunto, nei giorni immediatamente precedenti al summit, un secondo dossier contabile interno, quello della traiettoria di spesa italiana verso il 2028.

L’Italia ha portato al tavolo una quota di PIL  destinato alla difesa e sicurezza del 2,8%, contro l’1,6% di due anni fa. 5% entro il 2035 l’obiettivo fissato all’Aia nel 2025, che oggi funziona da pagella permanente, con l’ambasciatore statunitense alla NATO che distribuisce voti agli alleati come un preside severo.

Secondo Repubblica, il governo fisserebbe per il 2028 un obiettivo del 3,4% del Pil in spese militari, pari a un aumento complessivo di circa 19 miliardi in due anni, con un incremento dello 0,25-0,3% nel 2027 e dello 0,55-0,65% nel 2028.

La Stampa parla invece di 17-18 miliardi complessivi, con lo 0,3% nel 2027 e il doppio l’anno successivo, cifre che al momento risulterebbero non confermate ufficialmente da Palazzo Chigi. In ogni caso, in tutti e tre i casi la cifra eccederebbe già gli impegni di spesa fissati in precedenza dal Documento programmatico di finanza pubblica, che prevedeva incrementi più modesti, dello 0,15% nel 2026 e nel 2027 e dello 0,2% nel 2028.

Le contraddizioni che nessuno vuole vedere

Resta il fatto che un’Alleanza costretta a piegare le resistenze di un alleato con l’aritmetica più che con la persuasione politica non risolve i propri nodi, li rinvia soltanto, ed è proprio in quei nodi irrisolti che si annidano le contraddizioni più difficili da spiegare.

La prima contraddizione riguarda la minaccia che dovrebbe giustificare tutto questo sforzo finanziario, ed è insieme militare e politica. Il comandante supremo delle forze alleate in Europa, il generale americano Alexus Gryinkevich, ha dichiarato pubblicamente che non esistono indizi di un’aggressione russa imminente contro la NATO.

A complicare il quadro giunge però la voce tedesca. Il generale Christian Freuding, a capo della task force della Bundeswehr per l’Ucraina, ha dichiarato al quotidiano Die Welt, in un’intervista ripresa dal Telegraph, che la Russia si sta riarmando più rapidamente di quanto si pensasse, avendo già sostituito missili e carri armati perduti nell’invasione dell’Ucraina anche grazie alle forniture di Iran e Corea del Nord.

Freuding ha precisato che non vi sono prove che Vladimir Putin abbia già deciso di attaccare la NATO, ma ha avvertito che Mosca starebbe comunque “creando le condizioni” per poterlo fare.

È una valutazione che non contraddice formalmente quella del comando alleato, ma che ne stempera non poco la rassicurazione, poiché un conto è l’assenza di prove su un’aggressione imminente, un altro è la costruzione, industriale e militare, della capacità di renderla possibile in un orizzonte più breve di quanto si creda.

Mosca, dal canto suo, liquida da tempo come pretesto propagandistico l’idea di un attacco ai paesi alleati. Eppure, la Germania e i paesi baltici continuano a tenere viva, vertice dopo vertice, la retorica di una guerra ormai permanente contro la Russia, chiedendo più truppe e più deterrenza e non nuovi negoziati, mentre proprio l’Amministrazione statunitense, nei suoi documenti strategici più recenti, ha smesso di considerare Mosca un nemico strategico.

Il risultato è un’Alleanza che non sa più decidere, al proprio interno, se la minaccia esista davvero o se sia diventata essa stessa la ragione sociale di un apparato che deve continuare a giustificare la propria spesa.

Un’Alleanza che non riesce a far coincidere la propria narrazione con le valutazioni del proprio massimo comando militare, né con quelle della propria potenza di riferimento, non ha un problema di comunicazione, ha un problema di credibilità.

La seconda contraddizione riguarda Washington stessa, e qui il tema della transazionalità torna al centro.

Gli Stati Uniti chiedono agli alleati di spendere di più, minacciano pagelle e sanzioni informali a chi resta indietro, e nello stesso tempo riducono la propria presenza militare in Europa per concentrare risorse altrove, dal Pacifico al Golfo.

È la logica dello scarico di responsabilità, il cosiddetto burden shifting di cui si discute da mesi nei documenti strategici americani, presentato però come un rafforzamento del pilastro europeo e non come quello che di fatto è, un progressivo disimpegno mascherato da esigenza di equità. Se la sicurezza è un servizio a pagamento e non più un obbligo automatico, è ragionevole chiedersi chi stia davvero comprando cosa, e con quali garanzie di consegna.

La terza riguarda Kiev. Un paese la cui industria della difesa esporta armi e munizioni all’estero continua contemporaneamente a chiedere agli alleati di finanziare le proprie forniture militari.

Non è un dettaglio polemico, è la fotografia di un sistema di aiuti che ha smesso da tempo di rispondere soltanto a una logica di emergenza bellica e ha iniziato a rispondere anche a una logica di mercato, nella quale produttori di armi europei, americani e ucraini hanno tutti interesse a che il conflitto e il relativo flusso di finanziamenti continuino.

La quarta, è la più profonda perché non riguarda un singolo vertice ma la funzione stessa dell’Alleanza. Il compito fondativo della difesa collettiva è compromesso non da un evento esterno ma da una scelta politica interna, l’aver trasformato la NATO in parte attiva, sostanziale, del conflitto russo-ucraino, continuando però a presentarla formalmente come soggetto non belligerante per non sfidare apertamente Mosca.

Questa ambiguità tra sostegno militare massiccio e neutralità dichiarata ha eroso più di ogni dichiarazione di Washington la credibilità deterrente dell’organizzazione, perché un’alleanza che non sa dire con chiarezza se sia parte del conflitto o arbitro dello stesso, finisce per non essere creduta né come una cosa né come l’altra.

Vi è infine una quinta contraddizione, forse la più insidiosa perché non si presenta come un problema ma come una soluzione. Il segretario generale Mark Rutte ha condensato la nuova dottrina dell’Alleanza, quella che gli osservatori chiamano ormai NATO 3.0, in una formula destinata a restare, costruire un’Europa più forte dentro una NATO più forte.

È una sintesi elegante, ma logicamente instabile. Se l’Europa deve diventare il first responder della propria sicurezza, assumendosi il grosso della difesa convenzionale del continente, mentre Washington si riserva la deterrenza estesa e un impegno selettivo, condizionato al rispetto degli obiettivi di spesa e rinegoziabile a ogni ministeriale, ciò che ne nasce non è una NATO più forte, ma un’alleanza diversa da quella firmata nel 1949.

Una NATO senza un impegno automatico e incondizionato degli Stati Uniti, o con un impegno americano ridotto a clausola contrattuale revocabile, non è una versione aggiornata della NATO, è un’organizzazione diversa che ne mantiene il nome, la sede di Bruxelles e l’Articolo 5 scritto sulla carta ma non più garantito nella sostanza. Il paradosso è che a teorizzare questa trasformazione non sono i critici dell’Alleanza, ma il suo stesso segretario generale, il che dovrebbe indurre a chiedersi se la NATO 3.0 sia davvero, come viene presentata, un rafforzamento a trazione europea, o piuttosto la formalizzazione retorica di un disimpegno americano che il linguaggio ufficiale non riesce ancora a chiamare con il suo nome.

Alleati che negoziano cifre pur di non discutere obiettivi e un’Alleanza che, misurandosi ormai soltanto in percentuali di bilancio, rischia di scoprire troppo tardi che il problema non era mai stato quanto pagare, ma cosa, insieme, si stesse ancora davvero difendendo.

L’iniziativa di Canada e Lussemburgo: Carney e Frieden lanciano la banca della NATO

Lo scorso 24 giugno, il «Financial Times» ha ospitato un editoriale vergato dal primo ministro canadese Mark Carney e dal suo omologo lussemburghese Luc Frieden in cui proponeva la creazione della cosiddetta Defence, Security and Resilience Bank (Banca per la Difesa, la Sicurezza e la Resilienza, DSRB).

Vale a dire un vero e proprio istituto di credito incaricato, in risposta all’«invasione illegale dell’Ucraina ad opera della Russia», di porre l’Alleanza Atlantica nelle condizioni di consolidare la propria deterrenza, che richiede «una solida base finanziaria ed economica».

I Paesi membri della NATO, sottolineano Carney e Frieden, si sono impegnati a incrementare i bilanci della difesa, nell’ambito di uno sforzo finanziario quantificato in «oltre 850 miliardi di euro di spesa annua aggiuntiva in tutta l’Alleanza» che «non può avvenire a scapito di altre priorità di investimento a livello nazionale».

Il modello da cui i primi ministri canadese e lussemburghese traggono ispirazione è quello della Banca Mondiale e della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, regolate da un meccanismo di funzionamento che vincola i Paesi aderenti a fornire capitale sia versato che richiamabile.

Il primo verrebbe erogato al momento dell’adesione e contabilizzato nel computo del debito pubblico ma non nel deficit di bilancio, agevolando così i Paesi membri della Nato a conseguire l’obiettivo di spesa per la difesa pari al 5% del Pil. Il capitale richiamabile, invece, assumerebbe la forma di garanzie necessarie all’ottenimento di rating ottimali.

L’aumento della spesa rappresenta tuttavia soltanto «una parte dell’equazione».

La base industriale dei Paesi integrati nell’Alleanza Atlantica risulta inadeguata al compito, poiché le imprese, a partire da quelle di dimensioni piccole e medie che operano nei settori dell’ingegneria di precisione, della sicurezza informatica, ecc. che costituiscono anelli essenziali delle catene di approvvigionamento della difesa, si scontrano quotidianamente con «il fallimento strutturale del mercato che limita l’accesso a capitali cruciali», imputabile a normative che «impediscono all’ecosistema della difesa di ricevere finanziamenti in quantità sufficiente dalle banche private.

L’aumento della domanda a fronte di un’offerta limitata provoca un aumento dei prezzi, vanificando tutti i nostri sforzi».

Si tratta di un limite estremamente penalizzante, perché impedisce alle aziende impiantate nell’area transatlantica di incrementare rapidamente la produzione e accelerare il ritmo dell’innovazione.

La DSRB, sostengono Carney e Frieden, apporterebbe un contributo fondamentale a risolvere il problema, attraverso l’emissione di garanzie sui prestiti in grado di ridurre i rischi per il settore privato e favorire una efficace allocazione di capitali aggiuntivi a beneficio delle filiere militari senza ridurre lo spazio fiscale dei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica.

I due premier concludono il loro editoriale con un auspicio: «l’adesione alla banca al momento della sua fondazione rappresenta un segnale inequivocabile di coesione tra alleati che mirano ad amplificare la loro forza finanziaria collettiva. I membri fondatori avranno la possibilità di plasmare la governance e le norme della banca, nonché di definire le sue modalità operative iniziali. Questo contribuirà a costruire il futuro della nostra difesa collettiva per gli anni a venire».

Carney e Frieden esprimono ferma convinzione che la creazione di un consenso generalizzato attorno alla creazione della DSRB rappresenti «un’altra pietra miliare nella partnership NATO, inaugurando una nuova era nelle relazioni transatlantiche». Insieme, «trasformeremo le garanzie finanziarie in garanzie di sicurezza e la finanza in deterrenza».

Secondo «Reuters», Carney pianifica di rendere pubblico l’elenco dei Paesi (una decina, stando alle indiscrezioni) disponibili a sostenere l’istituzione della DSRB in occasione del vertice della Nato di Ankara, nel corso del quale l’ambasciatore statunitense Matthew Withaker ha distribuito “pagelle” a tutti i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica, “promuovendo” quelli che soddisfano o si apprestano a soddisfare gli obiettivi di spesa previsti e “bocciando” quanti non stanno sostenendo significativi sforzi di allineamento.

Il messaggio è stato rilanciato dallo stesso presidente Trump attraverso un post sul suo profilo Truth in cui si evidenziava il divario abissale tra la spesa militare statunitense e quella sostenuta dagli altri contributori della NATO.

La proposta avanzata da Carney e Frieden si colloca nel solco di un preesistente progetto concepito nel 2021 dal Center for American Progress, uno dei più influenti think-tank di Washington, dotato di solide connessioni con il Partito Democratico.

L’idea consisteva nel fondare un istituto di credito facente capo alla NATO e dotato di capitali iniziali forniti dai principali contributori dell’Alleanza, necessari a ottenere elevati livelli di rating.

Analogamente a quello delineato dai due premier, il disegno tratteggiato dal “pensatoio” statunitense nasceva dall’esigenza di «difendere l’Europa dall’aggressione russa», e si proponeva di «accrescere la capacità dell’Alleanza Atlantica di affrontare le sfide finanziarie del conflitto», dal momento che «qualsiasi significativo sforzo militare dipende dalla capacità economica e finanziaria di sostenerlo».

Il tutto in un quadro di più equa ripartizione degli oneri in seno alla Nato. Sul punto, lo studio sottolineava che «molti Stati membri non hanno ancora investito adeguatamente nelle proprie forze armate, il che ha portato a livelli di prontezza operativa molto bassi e a tensioni operative.

La mancanza di progressi verso l’obiettivo minimo di spesa del 2% del Pil ha anche causato forti tensioni diplomatiche all’interno dell’Alleanza tra i Paesi che rispettano i propri impegni e quelli che non lo fanno».

Nell’ottica degli autori del rapporto era «ormai evidente che l’approccio predefinito della Nato, incentrato sugli impegni di spesa dei singoli Stati nazionali, non ha contribuito in modo significativo ad affrontare le problematiche dell’Alleanza.

Collettivamente, i membri europei della NATO spendono per la difesa quanto la Russia, eppure la spesa disaggregata e scarsamente coordinata dei singoli Stati fa sì che la forza combattiva dell’Alleanza sia ben al di sotto del suo potenziale, lasciando lacune critiche nelle sue capacità».

Attraverso una banca della NATO, i Paesi membri avrebbero modo di coordinare i propri sforzi finanziari e «finanziare iniziative volte a colmare lacune critiche che potrebbero sfuggire all’attenzione dell’Alleanza, come la modernizzazione delle infrastrutture a duplice uso».

Una banca della NATO potrebbe inoltre rappresentare «un’alternativa per le nazioni e le regioni che si rivolgono a banche e istituti di credito legati ai concorrenti della NATO, come Cina e Russia».

Foto: NATO, Governo Canadese e DRM News

NATO 3.0, l’Alleanza che cambia pelle


9 Lug , 2026|Giuseppe Gagliano | 2026 | Visioni

Da patto militare a macchina finanziaria della guerra

Il vertice di Ankara segna una svolta che sarebbe ingenuo liquidare come l’ennesima riunione rituale dell’Alleanza Atlantica. Non siamo davanti a una semplice conferenza diplomatica, né a un passaggio tecnico sulla ripartizione delle spese militari. Siamo davanti a una mutazione di natura. La NATO che uscì dal 1949 come architettura militare della guerra fredda e quella che si allargò dopo il crollo dell’Unione Sovietica per inglobare l’Europa centro-orientale sembrano ormai lasciare il posto a un organismo diverso: una struttura politico-finanziaria in cui la sicurezza diventa mercato, la minaccia diventa debito, la difesa diventa rendita.

La formula “NATO 3.0” coglie proprio questo passaggio. Non più soltanto alleanza militare, ma piattaforma di mobilitazione di capitali, commesse industriali, fondi di investimento, banche, imprese belliche e governi subordinati a un meccanismo che ha il suo centro negli Stati Uniti. Ankara non è importante solo per ciò che viene detto nei comunicati ufficiali. È importante per ciò che avviene attorno al vertice: il grande foro dell’industria della difesa, le intese miliardarie, l’appello ai capitali privati, la saldatura sempre più visibile tra finanza e guerra.

La NATO, insomma, non si limita più a preparare eserciti. Prepara mercati. Non organizza soltanto piani operativi. Organizza flussi di denaro. Non chiede più soltanto soldati, basi e disponibilità politica. Chiede bilanci pubblici, risparmio privato, fondi pensione, investimenti bancari, indebitamento permanente.

La difesa come nuovo welfare rovesciato

Il messaggio che arriva da Ankara è semplice e brutale: la spesa militare non deve più essere considerata un costo, ma un investimento. Il problema è capire per chi. Per i cittadini europei, che già vedono sanità, scuola, infrastrutture e servizi pubblici sottoposti a una cura dimagrante continua, l’aumento delle spese militari significa una scelta precisa di priorità. Significa che lo Stato torna forte, ma non per proteggere la società. Torna forte per finanziare la guerra, garantire commesse, assicurare profitti, sostenere imprese che vivono di appalti pubblici e tecnologie controllate.

Questa è la grande inversione politica della fase attuale. Per decenni ci è stato ripetuto che lo Stato doveva arretrare, che non c’erano risorse, che il debito pubblico era il male assoluto, che la spesa sociale andava compressa in nome dei mercati. Oggi, improvvisamente, quando si tratta di difesa, il denaro ricompare. Non solo: diventa urgente, necessario, morale. Non si discute più se sia sostenibile spendere centinaia di miliardi in armamenti; si discute solo di come trovare il denaro.

Da qui nasce l’idea di una banca della NATO, proposta come strumento per aiutare i Paesi membri a sostenere impegni finanziari sempre più gravosi. La formula è elegante: coordinare capitali, organizzare investimenti, rafforzare la base industriale. La sostanza è meno elegante: trasformare la sicurezza in un circuito di indebitamento, canalizzare risorse pubbliche e private verso l’apparato militare-industriale, rendere la guerra una componente stabile dell’accumulazione finanziaria occidentale.

È il welfare rovesciato della nuova epoca: meno protezione sociale, più protezione armata; meno investimenti nella vita civile, più investimenti nella produzione bellica; meno diritti garantiti, più obblighi strategici.

Il complesso militare-industriale e il capitalismo dei costi gonfiati

Il cuore del problema non è solo la quantità di denaro spesa per la difesa. È il rapporto tra denaro speso e capacità militare reale. Gli Stati Uniti spendono cifre enormi, superiori a quelle di qualsiasi altro attore globale. Eppure la guerra in Ucraina e le tensioni nel Golfo Persico hanno mostrato una fragilità sorprendente: difficoltà nel produrre munizioni in quantità adeguate, carenza di intercettori, scorte strategiche sotto pressione, sistemi d’arma costosissimi ma non sempre riproducibili su vasta scala.

Qui emerge il nodo strutturale: il sistema occidentale, soprattutto quello statunitense, non è organizzato per vincere guerre lunghe di logoramento industriale. È organizzato per generare profitti attraverso programmi complessi, costosi, tecnologicamente sofisticati, spesso fragili, sempre dipendenti da continui aggiornamenti. Il caccia F-35 è l’emblema di questo modello: un programma immenso, costosissimo, politicamente blindato, industrialmente ramificato, ma anche segnato da ritardi, problemi tecnici e dipendenze incrociate.

La logica non è quella dell’efficienza militare pura. È quella della massimizzazione del costo. Se la finalità principale diventa il profitto delle imprese fornitrici, il sistema non punta necessariamente a produrre armi semplici, numerose, robuste e facilmente sostituibili. Punta a produrre piattaforme complesse, contratti pluriennali, manutenzioni obbligate, catene di fornitura chiuse, dipendenza tecnologica.

La Russia, pur con un’economia molto più piccola, ha mostrato una capacità diversa: produzione centralizzata, controllo statale, costi calmierati, priorità alla quantità, adattamento continuo al campo di battaglia. Il confronto non è tra democrazia e autoritarismo, come vorrebbe la propaganda. È tra due economie della guerra. Da una parte un apparato finanziarizzato che trasforma la difesa in rendita; dall’altra un apparato statale che subordina l’industria all’obiettivo militare.

L’Europa come cliente, non come alleato

La trasformazione più importante riguarda l’Europa. Il vecchio discorso sull’autonomia strategica europea appare sempre più come una formula vuota. Gli europei parlano di sovranità, ma comprano sistemi statunitensi. Parlano di industria comune, ma si integrano nelle catene produttive dominate dai grandi appaltatori americani. Parlano di sicurezza europea, ma accettano standard, tecnologie, priorità e vincoli fissati a Washington.

Il risultato è una NATO composta da pochi soci reali e molti clienti. Gli Stati Uniti vendono sicurezza; gli europei la comprano. Gli Stati Uniti forniscono sistemi d’arma; gli europei si indebitano per acquistarli. Gli Stati Uniti mantengono il controllo delle tecnologie cruciali; gli europei producono componenti, partecipano a programmi, ottengono qualche ritorno industriale, ma restano in posizione subordinata.

La Germania è il caso più evidente. Il suo riarmo viene presentato come ritorno della potenza tedesca, ma va letto con maggiore cautela. Un aumento massiccio del bilancio militare non si traduce automaticamente in forza militare. Può tradursi, più semplicemente, in un trasferimento di risorse pubbliche verso aziende che cercano una via d’uscita dalla crisi del modello industriale civile. L’automobile tedesca è sotto pressione: energia russa perduta, materie prime più costose, concorrenza cinese sempre più avanzata. La tentazione è trasformare una parte del capitalismo industriale tedesco in capitalismo bellico.

Ma una nazione che converte pezzi crescenti della propria economia civile in economia militare non diventa necessariamente più forte. Può diventare più rigida, più dipendente dallo Stato, più esposta a decisioni geopolitiche esterne, più simile a quei sistemi tardi che compensano la perdita di vitalità produttiva con la mobilitazione permanente.

L’articolo 5 e l’illusione della protezione automatica

Uno dei miti più resistenti dell’Alleanza Atlantica è quello dell’articolo 5, spesso presentato come garanzia automatica di intervento militare collettivo. Ma l’automatismo non riguarda la guerra. Riguarda la consultazione politica. In caso di attacco a un Paese membro, gli altri alleati si consultano e decidono le misure ritenute necessarie. Non esiste un meccanismo per cui tutti entrano automaticamente in guerra contro l’aggressore.

Questa ambiguità è stata utile per decenni. Ha permesso agli europei di credere di essere protetti senza dotarsi di una vera autonomia. Ha permesso agli Stati Uniti di mantenere basi, influenza e controllo politico sull’Europa senza impegnarsi in modo assoluto a rischiare la propria sopravvivenza per difenderla. Durante la guerra fredda, la vera funzione della NATO era triplice: tenere i russi fuori, i tedeschi sotto e gli americani dentro. Oggi quella formula cambia solo in apparenza. I russi restano il nemico utile, i tedeschi vengono riarmati ma dentro un perimetro controllato, gli americani restano dentro ma con un obiettivo diverso: non tanto difendere l’Europa, quanto monetizzarne la dipendenza.

Trump ha reso esplicito ciò che altri presidenti avevano mantenuto in forma più diplomatica. L’ombrello americano si paga. La protezione si paga. L’accesso alle tecnologie si paga. La fedeltà geopolitica si paga. E, soprattutto, si paga comprando americano.

Finanza, fondi pensione e dollarizzazione del risparmio europeo

Il passaggio più inquietante della NATO 3.0 riguarda il coinvolgimento della finanza privata. Quando banche, fondi e grandi gestori del risparmio entrano stabilmente nel circuito della difesa, la guerra smette di essere soltanto una decisione politica e diventa una classe di investimento. Il confine tra sicurezza nazionale e rendimento finanziario si assottiglia.

I grandi fondi globali raccolgono capitali ovunque, li amministrano su scala planetaria e li indirizzano dove il rendimento appare più promettente. Se la difesa diventa il grande settore garantito dagli Stati, allora il risparmio europeo rischia di essere convogliato verso l’industria militare americana. In questo senso, la questione non riguarda solo i bilanci pubblici, ma anche il risparmio privato: fondi pensione, trattamento di fine rapporto, gestioni patrimoniali, assicurazioni, strumenti collettivi di investimento.

È qui che la guerra economica assume la sua forma più moderna. Non c’è bisogno di conquistare un Paese se si controllano le sue infrastrutture finanziarie, il suo debito, i suoi standard industriali, i suoi acquisti militari e persino l’impiego del suo risparmio. L’Europa rischia di finanziare la propria subordinazione. Paga per armarsi, ma si arma secondo standard altrui. Investe nella difesa, ma rafforza aziende altrui. Mobilita risorse nazionali, ma le inserisce in una catena di comando politica, tecnologica e finanziaria che non controlla.

Questo è il cuore geoeconomico del vertice di Ankara: non la difesa dell’Europa, ma l’inquadramento dell’Europa in un nuovo ordine occidentale militarizzato, dove la sovranità viene sostituita dalla compatibilità con le esigenze strategiche americane.

Globalizzazione ridotta e catene del valore militarizzate

La crisi della globalizzazione non significa ritorno automatico alla sovranità nazionale. Significa nascita di una globalizzazione ristretta, selettiva, blindata. Gli Stati Uniti hanno compreso che l’ordine costruito dopo la guerra fredda ha prodotto un paradosso: ha arricchito il capitale occidentale, ma ha trasferito capacità industriale, competenze e catene produttive verso l’Asia, soprattutto verso la Cina.

Il risultato è che Washington si trova oggi a competere con il Paese che ha contribuito a far crescere. La Cina non è diventata un Giappone addomesticato, né una fabbrica senza ambizione politica. È diventata il centro manifatturiero del mondo, un attore tecnologico di primo livello, una potenza capace di controllare segmenti fondamentali delle catene di approvvigionamento globali.

Per questo gli Stati Uniti cercano ora di riorganizzare la globalizzazione su basi geopolitiche. Non conta più solo produrre dove costa meno. Conta produrre dove il controllo politico è garantito. Le fabbriche devono uscire dai Paesi rivali e spostarsi negli Stati Uniti o in Paesi considerati affidabili. I dazi non sono solo strumenti economici. Sono strumenti di disciplina imperiale. Servono a costringere alleati, partner e subordinati a riallinearsi.

L’Europa, il Giappone, la Corea del Sud, i Paesi del Golfo vengono trattati non come alleati paritari, ma come riserve di capitale, mercati obbligati, piattaforme produttive e acquirenti di sicurezza. In questo senso, la NATO diventa anche uno strumento di riorganizzazione della globalizzazione occidentale: meno apertura, più blocchi; meno mercato libero, più mercato armato; meno efficienza economica, più fedeltà geopolitica.

La Turchia torna indispensabile

Nel quadro di Ankara, la Turchia occupa un posto centrale. Erdogan sa di essere necessario. Controlla gli stretti tra Mar Nero e Mediterraneo, parla con Mosca e con Kiev, è presente nel Caucaso, in Siria, in Libia, nel Mediterraneo orientale, in Asia centrale. È membro della NATO, ma non è un semplice esecutore della volontà americana. Ha comprato sistemi russi, ha sviluppato una propria industria militare, ha costruito margini di autonomia.

Il possibile rientro della Turchia nel programma F-35 non è solo una questione tecnica. È un segnale politico. Washington ha bisogno di ricucire con Ankara perché la Turchia è troppo importante per essere lasciata scivolare verso una posizione apertamente autonoma o troppo vicina al blocco eurasiatico. Ma Erdogan non regala nulla. Accoglie Trump con tutti gli onori, ma tratta da potenza regionale, non da vassallo.

La Turchia vuole tecnologia, riconoscimento, libertà di manovra. Vuole restare dentro la NATO senza essere ingabbiata. Vuole sfruttare la crisi dell’ordine occidentale per aumentare il proprio peso. Ed è proprio qui che Ankara diventa il luogo simbolico della nuova NATO: una NATO che deve tenere dentro alleati inquieti, clienti europei, partner mediorientali, industria americana, capitale finanziario e crisi energetiche.

Iran, Golfo Persico e limiti della potenza americana

Il dossier iraniano completa il quadro. La questione nucleare viene usata da anni come strumento di pressione, ma il nodo reale è geopolitico: chi controlla il Golfo Persico, lo stretto di Hormuz, le rotte energetiche e il rapporto tra Asia occidentale e mercati globali. L’Iran, nonostante sanzioni, attacchi, isolamento e pressioni, ha conservato una capacità di deterrenza convenzionale rilevante. Missili, droni, milizie alleate, profondità strategica e controllo potenziale delle vie marittime rendono Teheran un avversario difficilissimo da piegare.

Gli Stati Uniti possono bombardare, ma non possono facilmente imporre un ordine stabile. Le loro scorte militari non sono infinite, le riserve strategiche di petrolio sono sotto pressione, le basi nel Golfo sono vulnerabili, Israele non può sostenere indefinitamente una guerra regionale senza rischiare una risposta devastante. La superiorità tecnologica occidentale resta enorme, ma non basta se il conflitto diventa lungo, diffuso, costoso e politicamente incontrollabile.

Il dato più importante è che molti attori regionali sembrano averlo compreso. I Paesi del Golfo, la Turchia, il Pakistan, il Qatar, l’Arabia Saudita si muovono con prudenza. Nessuno vuole farsi trascinare in una guerra totale contro l’Iran. Tutti sanno che il prezzo energetico, economico e politico sarebbe altissimo. La posizione iraniana nello stretto di Hormuz non può essere cancellata con un comunicato della NATO né con una dichiarazione di Trump.

La potenza americana resta formidabile, ma non più onnipotente. Deve scegliere, calcolare, risparmiare munizioni, contenere i costi, evitare che ogni crisi diventi una voragine strategica. È il segno classico delle potenze mature: tanta forza, ma sempre meno libertà di usarla.

Il rischio europeo: pagare la guerra degli altri

Per l’Europa, il bilancio è severo. Il vertice di Ankara conferma che il continente non sta costruendo una propria sicurezza. Sta comprando una sicurezza decisa da altri. Non sta creando autonomia strategica. Sta approfondendo la propria dipendenza. Non sta usando la crisi per tornare soggetto geopolitico. Sta diventando il principale pagatore della riorganizzazione militare occidentale.

L’aumento delle spese militari, se non accompagnato da una sovranità politica, industriale e tecnologica, non produce indipendenza. Produce subordinazione più costosa. Gli europei rischiano di trovarsi con meno welfare, più debito, più armi americane, più vincoli atlantici, più esposizione alle crisi e nessuna vera capacità decisionale.

La NATO 3.0 nasce così: non come alleanza di eguali, ma come dispositivo di governo dell’Occidente in crisi. Una struttura che monetizza la paura, finanziarizza la difesa, trasforma gli alleati in clienti e usa la minaccia russa, iraniana o cinese per imporre una nuova disciplina economica e strategica.

Ankara non ha inaugurato soltanto una nuova fase della NATO. Ha mostrato il volto della guerra nell’epoca del capitale finanziario: non più soltanto carri armati, missili e basi militari, ma banche, fondi, risparmio privato, debito pubblico, filiere industriali e dipendenza tecnologica. La guerra come mercato totale. La sicurezza come prodotto. L’alleanza come contratto.

E l’Europa, ancora una volta, come pagatore di ultima istanza.Di: Giuseppe Gagliano

Italia e Unione Europea a corto di “energia”_di Marco Pugliese

La Repubblica dei galleggianti

L’Italia non è un Paese senza talento. È un Paese che non lo seleziona. Nei ruoli chiave, troppo spesso, viene premiato chi non sbaglia perché non decide, chi non inciampa perché non corre. La competenza diventa un corpo estraneo, la visione un elemento di disturbo. Così avanza una classe dirigente che sopravvive, ma non costruisce. Un esempio emblematico è Federico Faggin. L’inventore del microprocessore, la base materiale dell’era digitale. Italiano. Genio riconosciuto nel mondo. Non ha potuto sviluppare il suo lavoro nel Paese che lo ha formato. Altrove il merito è stato considerato un investimento; qui sarebbe stato percepito come un problema organizzativo. Il talento, quando è autentico, chiede spazio e autonomia. Due cose che il sistema italiano concede malvolentieri. Stesso discorso per Adriano Olivetti. Un imprenditore che teneva insieme produzione, innovazione, cultura e responsabilità sociale. Faceva industria vera, non storytelling. Dopo di lui, l’esperimento è stato smontato e trasformato in leggenda. Olivetti è celebrato, ma non replicato. Perché replicarlo avrebbe imposto una selezione basata su competenza, responsabilità e visione di lungo periodo. Questo meccanismo si riflette anche nello sport più popolare. Un Paese che ha vinto quattro Mondiali oggi accetta una gestione che punta più alla sopravvivenza amministrativa che alla costruzione tecnica. Club orientati alle plusvalenze, progettualità ridotta, identità smarrita. Non è un caso isolato, è una metafora nazionale. La politica completa il quadro. Sempre meno governo dei processi, sempre più organizzazione di eventi. Conferenze, tavoli, stati generali, inaugurazioni, slogan. La scena è curata, il contenuto spesso evanescente. Si comunica il cambiamento senza praticarlo. Si annuncia il futuro senza pianificarlo. Governare richiede studio, numeri, competenze settoriali. Organizzare eventi richiede visibilità e tempismo. La seconda opzione è diventata la preferita. Eppure si parla di un Paese che ha inventato il Rinascimento, che ha prodotto Leonardo da Vinci, Galileo, Mattei, Olivetti, Falcone, Borsellino. Una nazione che ha dimostrato, nella storia, di saper guidare e innovare. La mediocrità non è un destino naturale. È una scelta sistemica, fatta premiando chi galleggia e marginalizzando chi sa fare. Finché la competenza continuerà a essere vista come un fastidio e non come una risorsa, l’Italia resterà ferma in una rappresentazione permanente. Luci accese, palco pieno, ma nessuno alla guida. E la storia, quella vera, non procede per eventi. Procede per decisioni. Che dite, ci diamo una svegliata?

Sotto sotto l’obiettivo è portare il continente a non produrre più…



Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha condensato in una frase un intero paradigma: “L’energia più economica è quella che non si usa”. Non è solo una frase fatta, ma la sintesi plastica del pensiero “europeo” targato Bruxelles. È una dichiarazione di impostazione. La leva principale non è aumentare l’offerta, ma comprimere la domanda.


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Il problema è che un sistema economico avanzato non vive di sottrazione. Industria, logistica, digitale, sanità: tutto si regge su disponibilità energetica stabile e abbondante. Ridurre i consumi può essere una misura tattica a brevissimo termine, non una strategia strutturale. Quando diventa orizzonte politico, si trasforma in un freno alla crescita.

Negli ultimi vent’anni l’Europa ha ridotto capacità di raffinazione, rallentato investimenti in upstream e complicato l’espansione infrastrutturale.

Con quale risultato? Maggiore dipendenza esterna e prezzi più sensibili agli shock. In questo contesto, l’idea che “consumare meno” sia la soluzione rischia di diventare una coperta troppo corta: scopre competitività, salari reali e resilienza industriale.

Il confronto internazionale è impietoso. Negli Stati Uniti la logica prevalente è aumentare produzione e autonomia: shale gas, LNG, nucleare di nuova generazione, reti più robuste. L’energia non viene trattata come un peccato da contenere, ma come un moltiplicatore di potenza economica. Più offerta, prezzi più stabili, maggiore capacità di assorbire crisi.

In Europa, invece, la narrativa della riduzione si intreccia con obiettivi ambientali e con un’impostazione regolatoria che spesso anticipa la realtà industriale. Il rischio è scivolare in una “transizione senza base”: meno fossili, ma senza sufficiente alternativa scalabile nel breve periodo. Il risultato non è decarbonizzazione efficiente, ma volatilità e delocalizzazione.

Non bisogna negare l’efficienza energetica, che resta fondamentale. Serve l’equilibrio: senza nuova produzione, senza infrastrutture e senza una strategia industriale coerente, l’efficienza diventa austerità energetica. E l’austerità, in economia, raramente crea sviluppo.

Se l’Europa vuole invertire la rotta, deve rimettere al centro una verità semplice: l’energia non è solo un costo da ridurre, è un fattore di produzione da garantire. Senza questo cambio di prospettiva, ogni crisi esterna continuerà a tradursi in una fragilità interna.

Questa governance europea non è in grado.

La giornata più lunga: fine della globalizzazione e nuova instabilità energetica



Le dichiarazioni di Donald Trump sull’Iran non vanno lette come semplice pressione negoziale, ma come espressione di una postura strategica coerente con le sue promesse elettorali: ritorno alla deterrenza diretta, superamento del multilateralismo debole e ridefinizione degli equilibri su base bilaterale. In questo contesto, l’ipotesi di un accordo sul nucleare resta quasi possibile e intrinsecamente instabile, mentre lo scenario alternativo di escalation “a bassa intensità” appare sempre meno probabile. Costerebbe miliardi agli USA.

La questione è tecnica, entrambe le traiettorie generano volatilità sistemica sui mercati energetici. Il baricentro resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio globale e una quota rilevante di GNL. Oltre a ciò il prezzo globale cinque testo sistema muta appena ci sono problematiche d’instabilità. Non è necessario un blocco totale: è sufficiente un aumento del rischio percepito per incidere sui premi assicurativi marittimi, sui noli e sui tempi di transito. Questo si traduce in un incremento immediato dei costi derivati delle materie prime energetiche.

L’Europa si trova in una posizione di vulnerabilità strutturale. Con una dipendenza energetica superiore al 60%, il sistema industriale europeo è esposto a shock esogeni lungo tutta la catena del valore. Negli ultimi vent’anni, la riduzione della capacità di raffinazione e la crescente specializzazione hanno ampliato il mismatch tra domanda e offerta di prodotti raffinati, in particolare sul diesel. Ciò significa che anche in presenza di disponibilità di greggio, il collo di bottiglia può spostarsi a valle, amplificando gli effetti sui prezzi finali.

In uno scenario di tensione persistente, si attiva un meccanismo a tre livelli: primo, aumento del prezzo del greggio e del gas; secondo, incremento dei costi logistici e assicurativi; terzo, trasmissione all’economia reale tramite inflazione energetica e riduzione della competitività industriale. Il tutto con effetti non lineari, perché inseriti in un contesto già segnato da frammentazione geopolitica e reshoring selettivo.

Il limite dell’approccio europeo è l’assenza di una reale strategia di sicurezza energetica integrata. Le politiche di transizione, pur necessarie, sono state costruite assumendo condizioni di stabilità internazionale che oggi non esistono più. In assenza di capacità di proiezione e controllo delle rotte, l’Europa resta un price taker in un mercato sempre più politicizzato.

Non esiste uno scenario “neutrale”. Sia un accordo fragile sia una crisi prolungata producono effetti distorsivi sui mercati energetici. In un sistema globale meno integrato e più competitivo, la variabile energetica torna ad essere un fattore primario di potenza.

Trump ha una strategia, sbaglia chi non la vede.

Più mobilità, meno energia: gli errori strategici dell’Europa


L’europeo medio oggi viaggia circa il 30% in più rispetto al 2000 (dati Eurostat). Più auto, più merci su gomma, più voli. Fin qui, sviluppo. Ma sotto questa crescita si nasconde un errore strutturale e strategico: l’Europa ha aumentato la domanda senza costruire l’offerta.

La responsabilità politica è chiara e porta il segno della govetnsnce Ue che ota guidata da Ursula von der Leyen pare non cambisre rotta.

Vediamo punto per punto gli erroti strategici partititi dalla Ue

Deindustrializzazione energetica
Non è solo una questione di raffinerie (oltre 20 chiuse dal 2005). È l’intero sistema industriale energetico ad essere stato progressivamente smantellato. Oggi l’UE importa oltre il 90% del petrolio e circa il 60% dell’energia complessiva (European Commission). Dipendenza strutturale.

Green Deal senza base reale
Il European Green Deal ha imposto obiettivi ambiziosi senza una filiera industriale pronta. Risultato: chiusura di capacità produttiva prima che le alternative fossero operative. Una transizione energetica fatta “per decreto”, non per sistema.

Guerra al motore senza alternative
Lo stop ai motori termici entro il 2035 è stato deciso senza risolvere questioni fondamentali: infrastrutture, costi e approvvigionamento delle materie prime. L’Europa rischia di sostituire la dipendenza dal petrolio con quella da batterie e terre rare, spesso controllate da altri attori globali.

Illusione rinnovabile
Si è venduta l’idea che eolico e fotovoltaico potessero coprire tutto. Ma la mobilità pesante, l’aviazione e la logistica continuano a dipendere da carburanti fossili. Senza raffinazione interna, la dipendenza cresce.

Assenza di visione geopolitica
Le scelte energetiche sono state fatte ignorando i chokepoint globali: Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez. Oggi basta una crisi in queste aree per mettere in ginocchio prezzi e forniture. E l’Europa non ha né controllo né leva.

Regole fuori scala rispetto alla realtà
Mentre il sistema industriale perde competitività, Bruxelles continua a stringere su ETS, emissioni e vincoli fiscali. Il risultato? Produrre in Europa costa di più, quindi si produce altrove. Ma l’energia, poi, la si importa.

Nessuna strategia sul gasolio
Il cuore della mobilità europea resta il gasolio. Eppure l’UE è in deficit strutturale e deve importarlo. Una scelta miope: penalizzi il prodotto che ti serve di più senza avere un’alternativa pronta.

Più mobilità, più consumo, meno produzione interna. Un sistema che si espone volontariamente agli shock esterni.

Non servono analisi sofisticate. Basta guardare i numeri. L’Europa ha costruito una transizione energetica senza energia. E ora si trova a correre su un’autostrada sempre più affollata, con il serbatoio nelle mani degli altri.

Alla luce di tutto questo ancora si punta su austerità (il famigerato patto di stabilità) e modelli economici ormai decaduti.

Bisogna fallire del tutto per cambiare strada?…

Confindustria come Eni: da Claudio Descalzi a Emanuele Orsini la stessa accusa all’Europa


Non è più una voce isolata. Prima Claudio Descalzi, ora Emanuele Orsini. Due mondi, stessa diagnosi: l’Europa sta pagando anni di scelte industriali sbagliate, soprattutto sul fronte della raffinazione.

Descalzi è stato diretto: il problema non è solo il prezzo dell’energia, ma i volumi e la capacità produttiva. Negli ultimi vent’anni in Europa sono state chiuse 36 raffinerie, portando a una perdita strutturale di capacità che oggi pesa come un macigno. Il risultato è evidente: l’UE consuma circa 60 milioni di tonnellate di jet fuel e ne importa il 35%, mentre sul gasolio il deficit è ancora più marcato.

Orsini si inserisce esattamente su questa linea, ma con un messaggio ancora più politico: l’Europa è miope, sta deindustrializzando il continente mentre la competizione globale accelera. I dati gli danno ragione. Le esportazioni cinesi verso l’UE sono cresciute di circa +30%, mentre si registra oltre 1 milione di disoccupati in più legati alla perdita di capacità industriale.

Incautamente abbiamo smantellato la raffinazione senza costruire alternative. Oggi l’Europa importa tra il 15% e il 20% dei prodotti raffinati che consuma, con picchi molto più alti per il diesel. E in uno scenario di crisi geopolitica, questa dipendenza diventa una vulnerabilità immediata.

Nel frattempo, i margini di raffinazione raccontano la verità meglio di qualsiasi discorso politico. Il “crack spread” sul gasolio ha superato più volte i 40 dollari al barile, segnale che la domanda supera di gran lunga l’offerta disponibile. È il mercato che certifica il fallimento della strategia europea.

Mentre industria e manager chiedono interventi strutturali, Bruxelles continua a muoversi con logiche regolatorie. Si discute di ETS, vincoli, transizione, ma senza una base industriale solida queste politiche diventano un boomerang.

Descalzi parla di “martellate in testa” quando si penalizza ulteriormente l’industria energetica. Orsini rilancia: senza un cambio di rotta, l’Europa perde competitività e posti di lavoro. Non sono opinioni, sono due livelli diversi dello stesso allarme.

La Ue avrebbe voluto diventare il laboratorio della transizione energetica globale. Rischia invece di diventare il continente che non raffina più ciò che consuma e che s’impoverisce ad ogni crisi sistemica (non siamo dinanzi a crisi cicliche, qui sta l’errore di fondo).
Quando perdi la raffinazione, perdi il controllo. Quando perdi controllo, paghi. Sempre.

Come OpenIndustria non possiamo che essere preoccupati, bisogna iniziare ad aver coraggio, scansandosi dalle “soluzioni” di Bruxelles…

Un morto che cammina – L’abisso dei Seneca è di fronte a noi_Ugo Bardi e Il bluff energetico spagnolo-Marco Pugliese

Un morto che cammina – L’abisso dei Seneca è di fronte a noi

Antonio Turiel sulla crisi attuale

Ugo Bardi25 marzo
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Quegli occidentali che odiano Donald Trump sembrano felici di combatterlo fino all’ultimo iraniano. E coloro che spingono per le energie rinnovabili sembrano felici di vedere il Medio Oriente distrutto, poiché credono che ciò ci costringerà alla transizione energetica. Pochi si rendono conto di quanto sia grave la situazione. Antonio Turiel è una delle menti più brillanti del pianeta e non esita a dire come stanno le cose. Afferma giustamente: “ Data la situazione attuale, suggerire che la soluzione sia una transizione verso le energie rinnovabili è come se scoppiasse un incendio in casa e si pensasse che sia il momento giusto per chiamare un muratore per installare porte tagliafuoco”. Per non parlare del fatto di aver consegnato il potere a una banda di psicopatici criminali privi anche di un briciolo di freno morale. A meno che non si verifichi un miracolo che fermi la guerra ora, ci troviamo di fronte all’abisso di Seneca.

uomo morto che cammina

Dal blog di Antonio Turiel – 23 marzo 2026
Cari lettori:

Il conflitto con l’Iran entra nella sua quarta settimana. Ancora una volta, per evitare il panico e un crollo generalizzato dei mercati azionari all’apertura della seduta di lunedì, è stata inventata una storia per calmare gli animi. In questo caso, Donald Trump avrebbe dichiarato una tregua di cinque giorni (solo sul fronte americano; Israele procede in modo indipendente), presumibilmente grazie a colloqui fruttuosi con l’Iran durante il fine settimana (colloqui già smentiti dalle autorità iraniane).

Siamo ai tempi supplementari. Nelle prossime settimane arriveranno le ultime navi che hanno lasciato lo Stretto di Hormuz prima della chiusura e, quando ciò accadrà, le carenze diventeranno dolorosamente evidenti. In realtà, la situazione è già grave. L’elenco dei paesi che stanno affrontando problemi di approvvigionamento di carburante o che addirittura impongono misure di razionamento ( Giappone , Australia , Nuova Zelanda , India , Thailandia , ecc.) si allunga di giorno in giorno. La Cina ha limitato le esportazioni di fertilizzanti e negli Stati Uniti si stima che in questa stagione mancherà tra il 25 e il 35% dei fertilizzanti normalmente utilizzati . La carenza di elio causerà un forte calo della produzione di chip entro poche settimane , per non parlare della situazione disastrosa di alluminio e rame, solo per citare un paio di materie prime. Ma in realtà, tutto è colpito. Non sorprenderà i lettori abituali di questo blog che il diesel sia attualmente una delle risorse più scarse, e questo ha un impatto su assolutamente tutto, compresa la catena di approvvigionamento di ogni tipo di materia prima.

Non sembra esserci una soluzione facile. L’Iran non farà marcia indietro senza un patto di non aggressione credibile da parte di Stati Uniti e Israele, garantito da grandi potenze come Russia e Cina, e riparazioni di guerra commisurate ai danni inflitti. Non può accontentarsi di meno, perché sa che se cede ora, l’Iran attaccherà di nuovo tra pochi mesi, essendosi riarmato. Ma queste condizioni sono assolutamente inaccettabili per Stati Uniti e Israele. Non c’è davvero una via d’uscita facile da questa situazione di stallo. Tutto lascia pensare che l’economia globale subirà danni strutturali immensi.

Mettendomi nel contesto della Spagna e dell’Europa, diciamocelo francamente, a meno che non accada qualcosa di inimmaginabile proprio ora (letteralmente un miracolo), andremo incontro al collasso. Non è concepibile alcun altro esito. Subiremo una perdita molto duratura, forse addirittura permanente, del 25% o più del nostro consumo energetico, e questo accadrà nei prossimi mesi. Vedremo gran parte delle nostre industrie collassare, senza mai più riprendersi. Vedremo la disoccupazione salire alle stelle. E nelle fasi avanzate di questa debacle, assisteremo a carenze di carburante e persino di cibo.

Forse i poteri forti hanno meccanismi che non possiamo nemmeno immaginare, forse hanno dei modi per fermare questa guerra sul nascere e, con essa, questo disastro. Non lo so. Non so e non posso sapere queste cose. Quello che so è che, senza un cambio di rotta radicale, affonderemo, e molto in basso. E anche se quel miracolo dovesse accadere, i danni già fatti avrebbero gravi conseguenze negli anni a venire. Anche se, ovviamente, niente in confronto al collasso attuale.

Al momento, stiamo perdendo circa 20 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi al giorno, pari a circa il 20% del consumo globale e, cosa ancora più importante per noi, al 40% del petrolio disponibile per l’esportazione. Si registra anche una carenza di circa il 20% di gas naturale liquefatto, il 30% di fertilizzanti azotati, il 30% di elio, il 30% di alluminio e il 30% di zolfo (necessario per la produzione di acido solforico per i processi industriali, tra cui l’estrazione del rame). Nell’area si è accumulato un incredibile accumulo di container. La carenza di petrolio greggio medio nella regione del Golfo Persico sta colpendo in particolare la produzione di gasolio e cherosene. Alcune compagnie aeree stanno addirittura iniziando a cancellare i voli. Solo il tempo dirà cosa succederà al turismo.

Non si tratterà di una semplice crisi. Sarà una catastrofe economica. Considerando anche lo scoppio delle enormi bolle finanziarie che si sono gonfiate negli ultimi anni, è difficile rendersi conto della portata di ciò che sta per accadere.

È pura aritmetica. Non c’è via d’uscita se Hormuz rimane chiuso. Il destino del mondo, se precipiterà in un abisso, dipende unicamente dalla riapertura di quel passaggio cruciale.

Certamente, la chiusura di Hormuz segna la fine del capitalismo necroterminale, un sistema distruttivo e vorace di cui non sentiremo la mancanza. Il problema non è tanto la fine del capitalismo in sé, quanto il modo in cui questa fine avverrà. Perché invece di una transizione verso un sistema di reti resilienti pronte a sostenere l’umanità, gran parte del pianeta crollerà letteralmente senza una rete di sicurezza.

Probabilmente è la cosa migliore che potesse accadere. Con i cambiamenti climatici incontrollati e una moltitudine di altri problemi ambientali, non potevamo illuderci che ci sarebbe stato un declino ordinato e controllato. Qualcosa del genere, drastico, un arresto violento, probabilmente doveva accadere se volevamo avere qualche speranza di costruire qualcosa in futuro. Ciononostante, la preoccupazione maggiore è come garantire che il crollo del capitalismo non si trasformi in un cataclisma con milioni di morti ( nota del traduttore: Turiel era un po’ timido. Avrebbe potuto dire “miliardi” ).

Date le circostanze, le misure da adottare a tutti i costi dovrebbero concentrarsi sulla sovranità alimentare, garantendo i beni di prima necessità, definendo i settori strategici, subordinando tutti i beni all’obiettivo comune di assicurare la sopravvivenza di tutti e adattandosi il più rapidamente possibile a questi tempi di tribolazione e ansia che stanno per abbattersi su di noi.

Ma no. Nulla di tutto ciò è previsto nel piano.

Ieri pomeriggio ho passato parte del pomeriggio a esaminare i punti principali del decreto di misure urgenti proposto dal governo spagnolo per affrontare questa nuova crisi trumpiana . A dire il vero, non mi aspettavo sorprese, e quindi la maggior parte delle misure ha seguito il percorso previsto. Da un lato, c’è una riduzione delle tasse sull’energia, una misura di scarsa utilità e di effetto limitato, poiché quando il prezzo scende, la domanda aumenta e il prezzo risale per adeguarsi all’offerta disponibile, tornando allo stesso prezzo iniziale dopo un paio di settimane, con la differenza che le aziende finiscono per avere un margine di profitto maggiore e lo Stato uno minore. Dall’altro lato, ci sono misure per accelerare la transizione energetica, sempre nell’ambito del modello dell’Elettricità Industriale Rinnovabile (REI), sebbene si parli anche di gas rinnovabili – da bolla a bolla . Tra le piacevoli sorprese, il ripristino della distanza di 5 km per la definizione delle comunità energetiche, che era stata tentata nel decreto anti-blackout dello scorso anno; e altre che lo sono meno, come la creazione di Zone di Accelerazione per le Energie Rinnovabili, dove l’obiettivo è quello di applicare il rullo compressore per implementare rapidamente impianti eolici e fotovoltaici su larga scala.

Ho letto le misure e ho pensato: a cosa servono? Che differenza fanno? In questi ultimi giorni, mentre venivo intervistato da diverse testate giornalistiche, il tema della transizione energetica continuava a riemergere, e di come la maggiore penetrazione delle energie rinnovabili in Spagna abbia, per il momento, garantito prezzi dell’elettricità più bassi rispetto al resto d’Europa. Prezzi più bassi ora, prima ancora che inizi la penuria: vedremo cosa succederà quando i nostri partner europei inizieranno a contendersi il gas. Nella maggior parte delle interviste si dava per scontato che la chiusura dello Stretto di Hormuz avrebbe favorito la transizione energetica, senza comprendere che l’intero sistema dipende da un’enorme macchina industriale che produce tutto il necessario per l’Infrastruttura Elettrica Regionale (REI), dal cemento al metacrilato, dai telai in alluminio alla fibra di vetro per le pale, utilizzando enormi quantità di combustibili fossili. Ed è proprio questa enorme macchina industriale che ora sta per fermarsi, e non avremo nemmeno la possibilità di produrre una singola vite.

Vista la situazione attuale, suggerire che la soluzione sia una transizione verso le energie rinnovabili è come se, in caso di incendio in casa, si pensasse che sia il momento giusto per chiamare un muratore per installare porte tagliafuoco. Sarebbe stato utile in un altro momento, ma non ora. Non c’è più tempo per queste cose. Ora dobbiamo prepararci all’impatto. Il sistema è ancora in piedi e va avanti, ma è morto e potrebbe collassare da un momento all’altro. Dobbiamo prepararci a questo.

E se voi, cari lettori, sperate in un miracolo e nella riattivazione del flusso di energia e materiali attraverso Hormuz, considerate che ciò non farebbe altro che garantire un declino ancora peggiore in futuro. In realtà, ciò che non può più attendere è organizzare un futuro al di là del capitalismo estrattivo.

Saluti:

AMT

Spagna al buio nel 2025? Pubblicato il rapporto, svelato il grande bluff energetico tra rinnovabili e realtà industriale che Sanchez s’ostina a portare avanti…di Marco Pugliese

Il blackout che ha colpito la Spagna nel 2025 ha riportato al centro il dibattito sul cosiddetto “modello Sánchez”, non fu un incidente tecnico isolato ma il sintomo di una contraddizione strutturale: voler costruire un sistema energetico avanzato su una base ancora instabile, raccontando nel frattempo una narrazione semplificata (e a tratti falsa, buona solo per chi la utilizza politicamente), che non regge più alla prova dei fatti.

Secondo il rapporto pubblicato dopo l’evento, la causa immediata è stata una forte oscillazione nella rete, con perdita di sincronizzazione tra produzione e domanda. In pratica troppa energia non programmabile immessa in rete senza adeguati sistemi di compensazione. Il sistema ha reagito come progettato, disconnettendosi per evitare danni maggiori, lasciando un Paese quasi avanzato in panne.

Negli ultimi anni la Spagna ha spinto in modo aggressivo (per pura ideologia, nulla di veramente ecologico) sulle rinnovabili. Oggi oltre il 50% della produzione elettrica annua proviene da fonti “verdi”, con picchi giornalieri che superano il 70%. Numeri importanti, ma che raccontano solo metà della storia. Perché il problema non è quanto produci, ma quando produci.

Il solare, che in alcune ore porta i prezzi spot anche sotto i 20 €/MWh, crolla completamente di notte. L’eolico è ancora più imprevedibile. Questo genera una volatilità estrema: nello stesso giorno si può passare da prezzi quasi nulli a oltre 120 €/MWh. Una dinamica incompatibile con un sistema industriale stabile. Acciaierie, chimica, fonderie. Questi settori richiedono continuità, non picchi. Una fonderia non può spegnersi e riaccendersi seguendo il sole. Ogni interruzione significa danni, costi e perdita di competitività.

Il modello spagnolo ha invece ridotto progressivamente il peso delle fonti programmabili tradizionali senza sostituirle completamente con sistemi di accumulo. Le batterie oggi coprono una quota marginale, inferiore al 5% della capacità necessaria nei momenti critici. Il risultato è un sistema che funziona bene solo in condizioni ideali.

Il blackout ha mostrato esattamente questo: basta una perturbazione, una variazione improvvisa di produzione o domanda, e la rete (quella spagnola fortemente inadatta) entra in crisi.

La narrativa politica ha fatto il resto. Si è venduto il modello come replicabile ovunque, come soluzione semplice a un problema complesso, del resto è questo il “mondo che piace”, non compredere realmente priblemi, attaccare chi pone dubbi tramite media compiacenti, negare l’evidenza.

Meditate…

Umanesimo e tecnologia_di Marco Pugliese

Nessuno ne parla, ma siamo oltre la soglia: l’impatto reale dell’AI sul lavoro industriale

C’è un punto preciso in cui una tecnologia smette di essere “innovazione” e diventa forza strutturale. Con l’AI applicata alla robotica umanoide quel punto è stato superato. Non teoricamente. Nei fatti. E quasi nessuno lo sta dicendo.

Il debutto operativo di sistemi come Atlas di Boston Dynamics, controllata da Hyundai, segna il passaggio oltre la soglia critica: quella in cui automazione, intelligenza artificiale e continuità produttiva iniziano a sostituire interi blocchi di lavoro umano, non singole mansioni.

Partiamo dai numeri, che sono meno ideologici delle opinioni.
Un lavoratore industriale europeo opera in media 1.700–1.800 ore l’anno. Un umanoide come Atlas è progettato per superare le 8.000 ore annue, grazie a sistemi di battery swap automatico. Anche ipotizzando manutenzione, fermate e riduzioni di carico, il rapporto resta superiore a 4 a 1. Non è un miglioramento incrementale. È un cambio di scala.

Sul fronte fisico, Atlas può movimentare fino a 50 kg, contro i 20–25 kg raccomandati per un operatore umano in sollevamenti ripetuti. La rotazione a 360 gradi di arti e torso elimina movimenti inutili, riduce spazi e tempi. In fabbrica questo significa più densità produttiva, meno metri quadri per linea, meno infortuni. Non una promessa: una voce di bilancio.

Il vero salto è cognitivo. Gli algoritmi di Google DeepMind consentono ad Atlas di comprendere linguaggio naturale, adattarsi a contesti variabili e collaborare con altri sistemi. Il costo medio di riconfigurazione di una linea automatizzata può superare decine di migliaia di euro per ogni fermo. L’AI riduce drasticamente questo attrito.

Guardiamo l’impatto. Nei settori manifatturieri avanzati, logistica e movimentazione rappresentano fino al 30–40% dei costi operativi diretti. Sono anche le aree con la più alta incidenza di infortuni e assenteismo. Inserire umanoidi AI in questi nodi significa comprimere contemporaneamente costi, rischio e tempi. È un vantaggio competitivo che nessuna politica salariale può compensare.

Il costo unitario non è ancora pubblico, ma il confronto è noto. Un robot industriale avanzato oggi vale 80.000–150.000 euro, esclusa integrazione. Un lavoratore specializzato costa mediamente 45.000–55.000 euro l’anno. Con operatività h24, il break-even di un umanoide AI si colloca in 2–4 anni. Dopo, produce valore netto. Senza ferie. Senza turnover. Senza crisi demografiche.

E qui siamo oltre la soglia. Perché quando una tecnologia:

– lavora quattro volte di più
– costa meno nel medio periodo
– riduce il rischio legale e sanitario
– si adatta invece di essere riprogrammata

non è più un supporto.

Non se ne parla perché è scomodo.
Ma siamo già dall’altra parte della soglia.
E l’industria lo ha capito prima della politica.

Viene da chiedersi…ma se produciamo a basso costo chi comprerà i profitti visto che in molti non guadagneranno più nulla?

Perché sono crociano. E perché copiare l’estero è un errore (anche industriale)

Sono crociano perché questa pedagogia funziona davvero. Non nel breve periodo, non nelle metriche di moda, ma nel tempo lungo, quello in cui si formano persone capaci di pensare, non solo di eseguire. La lezione che discende dal pensiero di Benedetto Croce è netta: educare non è addestrare all’utile immediato, ma costruire una struttura mentale solida, autonoma, critica.

La pedagogia crociana lavora in profondità. La dialettica dei distinti – arte, logica, economia, etica – abitua a distinguere i piani della realtà senza confonderli. In aula questo produce un effetto concreto: studenti meno fragili davanti alla complessità, meno dipendenti da istruzioni, più capaci di giudizio. I risultati non sono rumorosi, ma durano.

Ed è qui che emerge l’assurdo italiano: copiamo modelli educativi esteri come se fossimo culturalmente in ritardo, dimenticando che siamo stati noi a costruire scuole tecniche, professionali e umanistiche di altissimo livello. Gli istituti tecnici italiani non sono nati come ripiego, ma come scuole esigenti, capaci di tenere insieme cultura generale, rigore teorico e competenze pratiche. Da lì sono usciti periti, tecnici, progettisti che hanno sostenuto industria, manifattura, artigianato avanzato.

E non è un dettaglio. L’industria italiana nasce esattamente da questa cultura, non dal puro addestramento. Nasce da persone che sapevano leggere un disegno, ma anche comprendere un contesto; risolvere un problema tecnico, ma anche valutarne le conseguenze. È questa cultura industriale – fatta di testa prima che di mano – che ha reso competitivo il Paese.

Oggi invece importiamo modelli come se bastasse cambiare etichetta per migliorare la scuola. Ma senza una base culturale forte, ogni riforma diventa cosmetica. Croce lo aveva capito: senza formazione dello spirito non esiste competenza che regga.

Copiamo troppo e riflettiamo poco.
E intanto dimentichiamo che ciò che cerchiamo fuori lo abbiamo già costruito qui, quando cultura ed educazione erano considerate una cosa seria.

OpenIndustria nasce anche per rimettere al centro la nostra cultura, cambiando una narrazione disfunzionale sulla nostra nazione.

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Cina-Usa : Piani Strategici a Confronto – Con Marco Pugliese

Cina-Usa : Piani Strategici a Confronto – Con Marco Pugliese – Docente di matematica, giornalista e analista economico
Cina, Stati Uniti e Russia hanno publicato i propri piani strategici di sicurezza nazionale. Definirli “piani”, però, è fuorviante. Sono indirizzi politici cui docranno seguire i piani strategici e le linee operative vere e proprie. Mancano all’appello l’Unione Europea e gli stati che la compongono. La prima semplicemente perché non è uno Stato; si sta riducendo sempre più ad una consorteria burocratica espressione degli equilibri mutevoli dei governi nazionali che la mantengono in piedi e degli indirizzi di una fazione ben precisa delle élites statunitensi. Un organismo capace solo di agire sulla base di desideri che non tengono conto della realtà e di interessi di un mondo che sta morendo. Un giardino che nasconde orrori grotteschi come quello prodotto ai danni del colonnello Baud. Morirà o si ridurrà ad un simulacro. Tutto dipenderà dall’evolversi della situazione politica degli stati che la mantengono. L’inerzia ci sta portando verso la guerra e l’irrilevanza. Giuseppe Germinario

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Stati Uniti: il fondo sovrano di Trump Con Chiara Nalli e Marco Pugliese

Su Italia e il Mondo: Si Parla del fondo sovrano istituito da Trump. Una tappa importante del tentativo avviato da Trump di ricostruzione dell’economia industriale statunitense.
Se ne parla sulla base di un articolo apparso su www.italiaeilmondo.com: https://italiaeilmondo.com/2025/08/24/come-un-fondo-sovrano-potrebbe-reindustrializzare-lamerica-di-julius-krein/_Giuseppe Germinario

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Trump-UE: il tavolo sbagliato Con Marco Pugliese

Il recente accordo tra Donald Trump e von der Leyen in Scozia, svoltosi nell’intervallo tra due partite di golf, ha sancito un vero e proprio atto di sottomissione e di resa senza dignità della Unione Europea. Un evidente atto di disprezzo e insulsaggine dal quale Giorgia Meloni avrebbe fatto bene a distanziarsi. Ancora più deprimente è la speranza recondita, posta nei corridoi di Bruxelles, che i contenuti dell’accordo possano in parte essere disattesi surrettiziamente dai nostri prodi condottieri. E’ cominciata, intanto, la rincorsa dei vari capi di stato europei, a cominciare da Germania e Francia, a rattoppare in proprio gli strappi dolorosi creati dall’intesa. Giorgia Meloni, da proclamarsi artefice dell’interesse nazionale, si sta riducendo sempre più a reggere il cerino di un personaggio cosi anodino come l’attuale presidente della Commissione Europea. L’UE è stata costruita per annichilire le potenzialità delle nazioni europee, soprattutto di alcune rispetto ad altre. Dobbiamo attendere ulteriori conferme a questo suicidio?_Giuseppe Germinario

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MATTEI E OLIVETTI – IL FUTURO INCERTO DELL’INDUSTRIA ITALIANA – PIERGIORGIO ROSSO-MARCO PUGLIESE

 

L’Italia è stata, in particolare dagli anni ’50 e, non ostante i pesanti colpi ricevuti dagli anni ’90 sino ad oggi, ancora rimane un grande paese industriale. Ha, però, sofferto sin dagli albori, negli anni ’30, di due grossi handicap che ne hanno regolarmente impedito il consolidamento e un salto di qualità definitivo: il limite di attenzione e sostegno ad uno sviluppo della cultura industriale che sappia far coesistere la nostra plurisecolare tradizione umanistica e la creatività scientifica e l’intraprendenza forgiatasi sin “dall’età dei comuni”; l’incapacità di consolidare il ruolo della grande industria complementare e a sostegno della rete di piccola e media attività, caratteristica peculiare del nostro apparato economico. Eppure, la nostra costituzione fonda proprio sul lavoro la propria ragione d’essere. Cosa impedisce alle nostre famiglie imprenditoriali e, soprattutto, alla nostra classe dirigente e al nostro ceto politico di assegnare la giusta priorità a questo ambito? Tenteremo di analizzare ed offrire alcune risposte credibili con il contributo di Marco Pugliese e Piergiorgio Rosso. Il sito Italia e il mondo ha già trattato l’argomento alcuni anni fa. Tra i vari contributi, qui una intervista a Giorgio Panattoni, già dirigente ed amministratore delegato di società del gruppo Olivetti: https://italiaeilmondo.com/?s=giorgio+panattoni Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Meloni in Cina: piano Mattei globale?

Meloni in Cina: piano Mattei globale?

Cina: dove Giorgia Meloni si trovava per la sua prima visita ufficiale da quando è diventata Presidente del Consiglio.

Un viaggio carico di significati, che arriva dopo l’abbandono della tanto discussa Via della Seta.

Ma non illudiamoci: questo non è un ritorno al passato, bensì un tentativo di riscrivere le regole del gioco. Nulla è scontato in geopolitica.

Meloni porta con sé una delegazione d’imprenditori italiani, rappresentanti di quelle oltre 1.600 aziende che in Cina hanno piantato radici. Un esercito economico che ora chiede nuove garanzie, nuovi spazi di manovra. E la premier lo sa bene, il Paese passa da questi asset. Italia che quest’anno cresce ancora più di Francia e Germania e soprattutto a livello di export surclassa Parigi e Berlino.

Il suo obiettivo dichiarato? Rilanciare quel partenariato strategico globale voluto da Berlusconi nel lontano 2004. Una mossa astuta e complessa, che mira a compensare la fine della Via della Seta senza perdere la faccia. Ma attenzione: questo non è un gioco per principianti.
I numeri parlano chiaro, e sono impietosi. Gli investimenti cinesi in Italia sono circa un terzo di quelli italiani in Cina. Un divario che grida vendetta, che Meloni stessa ha definito come qualcosa da “colmare nel modo giusto”. Ma quale sarebbe questo modo giusto?

La risposta sembra essere il nuovo Piano triennale d’Azione, firmato durante questa visita.

Un documento che tocca punti cruciali:
– Investimenti
– Tutela della proprietà intellettuale e delle indicazioni geografiche
– Agricoltura e sicurezza alimentare
– Ricerca e formazione
– Ambiente
– Cultura e turismo
– Contrasto della criminalità organizzata

Un elenco ambizioso, non c’è che dire. Ma quanto di tutto ciò si tradurrà in azioni concrete? Quanto peserà davvero sulla bilancia dei rapporti Italia-Cina?

Meloni parla di “relazioni commerciali equilibrate e reciprocamente vantaggiose”, di “parità di condizioni” e “concorrenza leale”. Parole nobili, certo, ma che devono essere seguite da un forte campo legislativo, la potenza economica cinese non scherza.

Non dimentichiamo che l’adesione dell’Italia alla Via della Seta, firmata dal governo Conte, fu vista come un tradimento dagli alleati occidentali. Una mossa che non portò i vantaggi sperati: le esportazioni italiane non crebbero come previsto, mentre quelle cinesi in Italia aumentarono notevolmente. Fu un patto al contrario, estremamente deleterio per l’immagine dell’Italia che pago un dazio doppio: porte chiuse o quasi in Occidente, chiuse in Asia (nel patto infatti non erano previste aree di scambio commerciale da far gestire all’Italia, nonostante il nostro Paese sia, ad esempio, molto presente nelle Filippine).

Ora Meloni si trova a dover ricucire queste relazioni incrinate, a dover trovare un nuovo equilibrio. Da una parte, deve proteggere gli interessi delle aziende italiane in Cina. Dall’altra, deve rassicurare l’Occidente sulla distanza dell’Italia da Pechino, in un momento in cui la diffidenza verso i prodotti cinesi è alle stelle.

Il premier cinese Li Qiang parla ancora dello “spirito della Via della Seta”. Ma quale spirito? Quello di un’espansione economica che rischia di trasformarsi in egemonia?

Il nuovo piano triennale toccherà diversi aspetti dei rapporti economici e politici tra Italia e Cina. Si parla di investimenti, di tutela della proprietà intellettuale, di agricoltura e sicurezza alimentare. Si menzionano ricerca e formazione, ambiente, cultura e turismo. Persino il contrasto alla criminalità organizzata trova spazio in questo documento.

Ma la domanda rimane: sarà sufficiente? Sarà in grado questo piano di raddrizzare decenni di squilibri? Di garantire davvero quella “parità di condizioni” di cui parla Meloni?

La verità è che ci troviamo di fronte ad una partita complessa, dove ogni mossa può avere conseguenze imprevedibili. L’Italia si muove su un terreno scivoloso, tra la necessità di preservare i propri interessi economici e l’esigenza di non alienarsi gli alleati occidentali.
Meloni può anche parlare di “nuova fase” e di “rilancio della cooperazione”. Ma la realtà è che l’Italia si trova in una posizione di debolezza, costretta a un difficile gioco di equilibrismo diplomatico ed economico, con una deterrenza militare non sufficiente ed una Ue insensibile all’espansionismo economico italiano in Asia. Del resto furono Parigi e Berlino i veri interlocutori di Pechino in Europa.

Solo il tempo ci dirà se questa strategia pagherà. Se il nuovo Piano triennale di Azione sarà davvero in grado di riequilibrare i rapporti tra Italia e Cina, o se rimarrà lettera morta come tanti altri accordi internazionali.

Una cosa è certa: in questo grande scacchiere della geopolitica mondiale, l’Italia rischia ancora una volta di essere più pedina che giocatore. E Giorgia Meloni, che lo voglia o no, si trova ora a dover dimostrare di essere all’altezza di una sfida che va ben oltre i confini nazionali.

“Sono molto contenta di essere qui per il primo viaggio ufficiale di questo governo”, aveva dichiarato Meloni all’inizio della visita, “a dimostrazione della volontà di iniziare una fase nuova, di rilanciare la nostra cooperazione bilaterale nell’anno in cui ricorre il ventesimo anniversario della nostra partnership strategica globale”. Parole che suonavano come un tentativo di voltare pagina, di ridefinire le regole del gioco.

Nel mentre quello che sembra un “Piano Mattei globale” prende forma, l’Italia punta al Sahel (che ad oggi è in mano cinese e russa, forse il vero scopo della visita di Meloni è avere mani libere in Africa) per questioni energetiche e di geostrategia (la Francia è fuori dal 2023). Sahel ed Africa Equatoriale sono a forte trazione russa (Mosca ha fatto imbufalire Macron proprio per averlo estromesso, tanto che ora è in bilico anche il Franco Coloniale) e cinese (soprattutto a livello d’infrastrutture). L’Italia (dopo aver parlato con gli Usa) si è posta in Cina come nazione-ponte tra Brics e Occidente, per parlo però serve avere buoni rapporti con Pechino, che in questo momento sorregge le potenze orientali. Stesso gioco degli Usa, che però non riescono più ad incidere in alcune zone del mondo, in altre si sono ritirati ed in altre ancora “appaltano” terzi.

Il viaggio di Meloni in Cina ha quindi avuto un obiettivo primario ben lontano da quello narrato dai maggiori media: un ruolo di primo piano nell’Africa delle materie prime (che però abbiamo scoperto d’avere anche in Italia). I prossimi mesi risulteranno decisivi, soprattutto dopo l’elezione del nuovo presidente Usa avremo un “effetto farfalla” geopolitico che investirà gli schieramenti in gioco.

di Marco Pugliese

Piano d’azione per il rafforzamento del Partenariato
Strategico Globale Cina-Italia (2024-2027)
In occasione del 20° anniversario del Partenariato Strategico
Globale tra Cina e Italia, il 28 luglio, 2024, si è svolto a Pechino
un incontro tra il Primo Ministro della Repubblica Popolare
Cinese Li Qiang e il Presidente del Consiglio dei Ministri della
Repubblica Italiana Giorgia Meloni. Le due parti hanno
concordato che le relazioni Cina-Italia hanno raggiunto negli
ultimi anni importanti risultati di cooperazione e godono di un
positivo momento di sviluppo, testimoniato anche dal successo
dell’incontro tra il Presidente Xi Jinping e il Presidente del
Consiglio Giorgia Meloni durante il Vertice G20 di Bali nel 2022
e di quello fra i Capi di Governo delle due Nazioni al Vertice G20
di Nuova Delhi nel 2023.
Italia e Cina intendono mantenere lo slancio delle loro
relazioni bilaterali, anche nello spirito della antica Via della Seta
che da millenni, a partire dalle antiche rotte commerciali, incarna
l’apertura al dialogo e la reciproca conoscenza fra civiltà orientale
e occidentale, e promuoverne lo sviluppo ad un livello più elevato,
perseverando nella pace e nella cooperazione. In tale contesto, le
due parti hanno ribadito la volontà di rafforzare la fiducia
reciproca e di mantenere gli scambi di alto livello istituzionale
sulla base del rispetto dei principi della sovranità e dell’integrità
territoriale. Riconfermano l’impegno a prevedere un incontro
annuale tra i due Primi Ministri, con modalità flessibile, e
concordano di attuare il presente Piano d’azione, di rafforzare il
coordinamento delle loro rispettive strategie di sviluppo e di
approfondire la cooperazione in vari campi rafforzando gli
scambi culturali e tra le rispettive società civili e sviluppando
2
pienamente il potenziale del Partenariato Strategico Globale.
Le parti esprimono apprezzamento per lo svolgimento del
24mo Vertice Cina-Ue il 7 dicembre 2023, che ha costituito
l’occasione per promuovere la fiducia reciproca, rafforzare la
cooperazione bilaterale e intensificare il coordinamento
multilaterale, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di relazioni
stabili, costruttive, reciprocamente vantaggiose e di portata
globale tra Cina e Ue. Le parti sostengono la prosecuzione e
l’intensificazione dei dialoghi di alto livello Cina-Ue nei settori
strategico, economico-commerciale, ambientale, digitale e dei
rapporti tra le società civili, affrontando congiuntamente, con uno
spirito aperto e collaborativo, sfide globali come il cambiamento
climatico e la transizione energetica, la salute pubblica, la
sicurezza e la pace internazionali e la stabilità. Le parti
continuano inoltre a sostenere il dialogo Ue-Cina in materia di
diritti umani, in uno spirito di reciproco rispetto.
Le parti riconoscono l’importanza che Cina e Ue si
impegnino per rendere le relazioni commerciali bilaterali più
certe, prevedibili, equilibrate e reciprocamente vantaggiose ed a
tal fine intendono continuare a lavorare per assicurare parità di
condizioni per le rispettive aziende.
Le parti ribadiscono altresì l’importanza che l’Ue e la Cina
osservino le regole dell’OMC e i principi di mercato, aderiscano
al commercio libero, alla concorrenza leale, all’apertura e alla
cooperazione, si oppongano al protezionismo e all’unilateralismo,
gestendo gli attriti commerciali attraverso il dialogo e la
consultazione, in conformità ai meccanismi previsti dall’OMC.
Cina e Italia intendono intensificare ulteriormente lo
scambio di vedute e il coordinamento sui temi multilaterali,
nonché promuovere una migliore coesione della comunità
3
internazionale per rispondere a tali sfide globali nei fori
appropriati. Si impegnano a valorizzare e sostenere il ruolo di
primo piano svolto dal G20 nel migliorare la governance
economica globale, supportando anche il suo funzionamento
nell’affrontare le sfide globali. Continueranno inoltre a
promuovere un efficace contributo del G20 alla stabilità e alla
fluidità delle catene di approvvigionamento globali, alla ripresa
dell’economia mondiale e alla promozione di una crescita stabile
e sostenibile. Le parti ribadiscono il loro sostegno al ruolo
centrale delle Nazioni Unite nel sistema multilaterale globale,
sulla base del rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite,
riconoscendone altresì il contributo positivo alla promozione
della pace, dei diritti umani e dello sviluppo sostenibile, e
continueranno a rafforzare la loro collaborazione riguardo alla
riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per
renderlo più democratico, efficiente, trasparente, ed inclusivo. Le
parti sono disposte a rafforzare il coordinamento in tale ambito e
ad assicurare un contributo sostanziale all’attuazione degli
obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite per il 2030.
Le parti convengono di dare priorità alla cooperazione nei
seguenti settori: 1) commercio e investimenti; 2) finanziario; 3)
innovazione scientifica e tecnologica, istruzione; 4) sviluppo
verde e sostenibile; 5) medico-sanitario; 6) rapporti culturali e
scambi people-to-people.
1. Collaborazione economico-commerciale e investimenti
Sistema commerciale multilaterale. Le parti sostengono
un sistema commerciale multilaterale basato sulle regole, libero,
equo, aperto, trasparente, inclusivo e non discriminatorio, con
l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) al suo centro.
4
Le parti sostengono il processo di riforma dell’OMC, compreso
il ripristino della piena operatività del meccanismo di risoluzione
delle controversie, il rafforzamento del ruolo deliberativo e il
rilancio della funzione negoziale dell’OMC. Inoltre le parti
ribadiscono la necessità di rafforzare la resilienza e la stabilità
delle catene del valore e di approvvigionamento globali. Le due
parti accolgono i risultati raggiunti in occasione della 13°
conferenza ministeriale dell’OMC, e continueranno a lavorare
insieme al conseguimento di risultati positivi nell’ambito della 14°
conferenza ministeriale dell’Organizzazione. Promuovono una
globalizzazione economica aperta, inclusiva, equilibrata e a
beneficio di tutti, la liberalizzazione e la facilitazione del
commercio e degli investimenti. Le parti si impegnano a
rafforzare le discussioni sull’agevolazione degli investimenti, sul
commercio digitale, nonché sul tema commercio-ambiente.
Promozione commerciale e investimenti. Le parti
concordano sull’importanza di intensificare e riequilibrare gli
scambi commerciali, esplorare il potenziale del commercio
bilaterale e continuare ad incentivare i flussi di investimento nei
due sensi, in un contesto trasparente e a parità di condizioni.
Sottolineano la necessità di rafforzare ulteriormente il ruolo della
Commissione Economica Mista per favorire la cooperazione
imprenditoriale e il dialogo sulle rispettive politiche economiche
nell’ambito di tale meccanismo. Le due parti concordano anche di
valorizzare il ruolo innovativo e complementare del Business
Forum Italia-Cina, volto a fornire una piattaforma per
promuovere gli scambi tra governi e imprese e favorire lo
sviluppo economico e commerciale bilaterale.
Le parti continueranno a sostenere il lavoro del Consiglio
Cinese per la Promozione del Commercio Internazionale
5
(CCPIT), dell’Agenzia ICE e dei loro uffici di rappresentanza a
favore della promozione del commercio e degli investimenti, in
conformità con le loro funzioni. Si impegnano a continuare a
discutere in modo costruttivo della questione dello status degli
uffici dell’Agenzia ICE in Cina.
In questo spirito, forniranno il necessario supporto alle
attività svolte in Italia dalla Camera di Commercio Cinese e in
Cina dalla Camera di Commercio Italiana, sostenendo il ruolo
degli enti di promozione del commercio e degli investimenti e
delle associazioni imprenditoriali dei due Paesi nel rafforzamento
del dialogo e della cooperazione, nella prevenzione dei rischi e
nella risoluzione delle controversie.
Le parti annettono inoltre grande rilevanza allo sviluppo
delle fiere internazionali che hanno luogo in Italia e in Cina e
continueranno a promuovere la partecipazione delle proprie
aziende, riconoscendo le manifestazioni fieristiche come un
volano cruciale per l’internazionalizzazione dei rispettivi mercati
e per la promozione dell’interscambio commerciale bilaterale.
Accesso al mercato. Le parti concordano sulla necessità di
garantire reciprocamente un migliore accesso al mercato e
un’effettiva parità di condizioni tra gli operatori economici, e di
promuovere congiuntamente lo sviluppo equilibrato e stabile del
commercio bilaterale, sfruttandone appieno il potenziale. Le parti
continueranno a collaborare per eliminare gradualmente le
barriere non tariffarie che ostacolano indebitamente il commercio
e offrire un ambiente imprenditoriale e di investimento aperto,
equo, trasparente e non discriminatorio affinché le rispettive
imprese possano investire e svolgere attività commerciali.
Concordano inoltre di sfruttare appieno il ruolo del gruppo di
lavoro per la collaborazione sugli investimenti e di approfondire
6
la collaborazione tra Cina e Italia sugli investimenti nello
sviluppo verde e in altri settori, lavorando per un maggiore
sviluppo degli investimenti fra i due Paesi, anche attraverso la
discussione di specifici progetti di comune interesse.
Crescita sostenibile. Le parti concordano sull’importanza
di conciliare la crescita e lo sviluppo economico con gli obiettivi
globali della transizione energetica ed ecologica, in linea con gli
ambiziosi impegni assunti da entrambe le Nazioni. Intendono a
tal fine incrementare le collaborazioni nel settore delle energie
rinnovabili e delle tecnologie ad esse associate.
Proprietà intellettuale. Le parti riconoscono che la
proprietà intellettuale svolge un ruolo importante per supportare
la competitività delle imprese e i processi di innovazione,
convengono di rafforzare ulteriormente gli scambi e la
cooperazione in tale ambito, con l’obiettivo di fornire servizi più
efficienti e convenienti per le entità innovative nei due paesi e
assicurare la tutela della proprietà intellettuale per le imprese di
entrambe le parti, con particolare attenzione alle esigenze delle
piccole e medie imprese e delle start-up. In questo spirito, le parti
si impegnano ad avviare un meccanismo di dialogo bilaterale fra
le competenti Autorità sul tema della tutela della proprietà
intellettuale, finalizzato alla condivisione di informazioni sulle
rispettive politiche settoriali e migliori pratiche e alla facilitazione
degli scambi riguardo ad eventuali criticità o problematiche di
particolare rilevanza.
Indicazioni geografiche (IG). Le parti esprimono la
volontà di collaborare ulteriormente nel campo delle indicazioni
geografiche, convenendo di rafforzare lo scambio di informazioni
e la cooperazione nel quadro dell’Accordo sulle Indicazioni
Geografiche tra Cina e Unione Europea. Accolgono con favore
7
l’adozione di due Protocolli d’Intesa volti a rafforzare la
cooperazione per la tutela delle Indicazioni Geografiche e a
facilitare scambi di informazioni, expertise ed eventi congiunti di
promozione in materia.
E-commerce. Nell’ambito dell’e-commerce fra i due Paesi,
le parti concordano di migliorare ulteriormente le capacità delle
piccole e medie imprese di proporsi nelle piattaforme di ecommerce e promuovere i prodotti nazionali assicurando la
necessaria assistenza alla tutela delle indicazioni geografiche e
della proprietà intellettuale. Le parti sono disposte a rafforzare
ulteriormente il dialogo e la cooperazione nella logistica, al fine
di migliorare la qualità e la tempestività del servizio e
promuovere lo sviluppo dell’E-commerce tra i due Paesi.
Agricoltura. Le parti concordano di approfondire la
cooperazione tra i due Paesi in ambito agricolo, anche favorendo
gli scambi di personale, con particolare attenzione al commercio
agroalimentare, allo sviluppo delle aree rurali, alla ricerca e allo
sviluppo tecnologico. Le parti si impegnano a continuare nel
negoziato dei protocolli per l’esportazione di prodotti
agroalimentari con l’obiettivo di favorire l’accesso dei prodotti al
mercato.
Cooperazione sulla sicurezza alimentare. Le parti
intendono rafforzare gli scambi e la cooperazione sulla
regolamentazione della sicurezza alimentare ed esprimono
apprezzamento per la sottoscrizione del Piano d’Azione (2024-
2026) tra l’Amministrazione Statale per la Regolamentazione del
Mercato della Repubblica Popolare Cinese e il Ministero della
Salute della Repubblica Italiana.
Collaborazione nei mercati terzi. Sulla base del
memorandum d’intesa sulla cooperazione nei mercati terzi
8
sottoscritto nel 2018, le parti continueranno a offrire sostegno agli
elenchi di progetti prioritari concordati e a supportare le rispettive
aziende che intendono realizzare progetti di cooperazione in Paesi
terzi.
2. Cooperazione economica e settore finanziario
Le parti sostengono lo svolgimento a rotazione del Dialogo
Finanziario tra i Ministri delle Finanze dei due paesi, intendono
approfondire la comunicazione e la cooperazione nei settori della
politica macroeconomica, della governance globale e delle
finanze, continuando ad ampliare le relazioni economiche e
finanziarie sino-italiane.
Le parti condividono l’interesse a sfruttare appieno il
potenziale di cooperazione in materia di investimenti di
portafoglio e ad incoraggiare varie forme di cooperazione, con
particolare riferimento al commercio, all’industria dei servizi e
alla protezione e sviluppo del patrimonio culturale.
Le parti riconoscono l’importanza della Banca Asiatica di
Investimento per le Infrastrutture (AIIB) e delle altre banche
multilaterali di sviluppo nel sostegno agli investimenti in
infrastrutture e connettività e nella promozione di uno sviluppo
sostenibile.
Le parti sono disposte a sostenere la cooperazione e gli
scambi tra gli istituti di credito e di investimento e del relativo
personale. Nel rispetto dei requisiti legali e relativi regolamenti
di vigilanza dei due Paesi, le parti supportano – a condizione di
reciprocità – la creazione di nuove banche e istituti finanziari e
filiali nei rispettivi Paesi e lo svolgimento delle relative attività.
Finanza verde. Le parti esprimono interesse a rafforzare la
cooperazione finanziaria per accelerare la transizione verde,
9
facilitare una maggiore aderenza delle rispettive istituzioni
finanziarie ai principi internazionali per la finanza sostenibile, e
promuovere i finanziamenti delle istituzioni finanziarie
internazionali per il contrasto ai cambiamenti climatici e per
ridurre la perdita di biodiversità, nel quadro dei principi
concordati a livello internazionale e nell’ambito della G20
Sustainable Finance Roadmap.
Supervisione dell’audit. Sulla base del rispetto reciproco
della sovranità e delle rispettive leggi e regolamenti interni, le
parti esploreranno la possibilità di negoziare e firmare accordi
bilaterali di cooperazione per la supervisione dell’audit.
Industria. Le parti attribuiscono grande importanza agli
scambi e alla cooperazione nel settore dell’industria e sono
disponibili ad approfondire la cooperazione nei settori di maggior
rilievo per lo sviluppo dell’economia digitale. Esprimono
apprezzamento per la firma del Memorandum d’intesa sulla
cooperazione industriale tra i due Paesi.
3. Innovazione scientifica e tecnologica, istruzione
Le parti sottolineano l’importanza dell’innovazione
scientifica e tecnologica per promuovere lo sviluppo economico
e sociale e valutano con apprezzamento i risultati della
cooperazione bilaterale nel campo dell’innovazione scientifica e
tecnologica, sostengono lo svolgimento con cadenza annuale
della “Settimana Italia-Cina della Scienza, della Tecnologia e
dell’Innovazione”, anche quale occasione per favorire incontri
regolari tra i Ministri competenti per l’innovazione scientifica e
tecnologica.
Concordano sull’opportunità di rafforzare ulteriormente il
ruolo della Commissione mista Cina-Italia per la cooperazione
10
scientifica e tecnologica e la cooperazione nella ricerca congiunta
in aree di comune interesse, oltre che sull’importanza di attuare
progetti di formazione superiore congiunti su specifici ambiti
quali ambiente, energia, ricerca polare e sviluppo sostenibile.
Ricerca scientifica. Le parti intendono continuare a creare
condizioni favorevoli per gli scambi di ricercatori in ambito
scientifico e d’istruzione e a facilitare la nascita di nuove
opportunità per la formazione congiunta di talenti di alto livello e
la ricerca scientifica che coinvolgano le rispettive università e gli
istituti di ricerca. Proseguiranno l’attuazione del Programma
esecutivo fra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione
Internazionale e il Ministero della Scienza e Tecnologia cinese, e
della Dichiarazione Congiunta per la cooperazione scientifica e
tecnologica fra il Ministero degli Affari Esteri e della
Cooperazione Internazionale e la National Natural Science
Foundation of China (NSFC). Le parti continueranno a
promuovere la cooperazione per la manifattura avanzata, le
tecnologie aeronautiche verdi e altri settori di comune interesse.
Le parti concordano sull’opportunità di rafforzare la
cooperazione in ambito polare, soprattutto nell’area del Mare di
Ross in Antartide dove è situata la Stazione di Ricerca italiana
“Mario Zucchelli” e la Stazione di Ricerca cinese “Qin Ling”.
Le parti intendono continuare a collaborare, tanto in ambito
bilaterale, quanto a livello multilaterale, nel settore “mari e oceani”
e in quello afferente alla protezione della biodiversità.
Spazio. Le parti riconoscono l’importanza della
cooperazione nel campo spaziale, anche per affrontare sfide
globali quali il cambiamento climatico, la protezione dagli
asteroidi e la gestione dei detriti spaziali, e concordano
sull’importanza di confrontarsi in materia con particolare
11
riferimento alla collaborazione in atto tra la China National Space
Administration (CNSA) e l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI). Le
parti riconoscono l’importanza del Memorandum d’Intesa sulla
cooperazione per il monitoraggio elettromagnetico del satellite
CSES-02 in vista del lancio nel 2024, e della cooperazione nella
missione di esplorazione degli asteroidi TianWen 2.
Istruzione e rapporti accademici. Le parti concordano di
continuare a rafforzare gli scambi e la cooperazione nel campo
dell’istruzione e della formazione superiore, universitaria e
artistico-musicale, ed esprimono apprezzamento per la firma del
«Programma esecutivo di collaborazione nell’ambito
dell’istruzione tra il Ministero dell’Istruzione Cinese e il
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale
italiano (2024-2027)». Intendono discutere sull’istituzione del
meccanismo di consultazione periodica tra Ministri
dell’Istruzione, incoraggiano le università dei due Paesi ad
organizzare il Forum dei Rettori delle Università Cina-Italia in
Cina e a rafforzare la cooperazione tra le università dei due Paesi
nella coltivazione di talenti, nella co-organizzazione di corsi
universitari e nella ricerca scientifica congiunta. Concordano di
tenere consultazioni periodiche tra esperti sull’istruzione dei due
Paesi. Sostengono inoltre l’ulteriore espansione degli scambi
reciproci di studenti e studiosi e continueranno a promuovere
l’insegnamento della lingua cinese in Italia e della lingua italiana
in Cina, e a discutere l’introduzione futura dell’italiano negli
esami cinesi. Le parti intendono rafforzare ulteriormente la
cooperazione nel campo dell’istruzione professionale, che
consente di formare tecnici specializzati di alto livello.
4. Sviluppo verde e sostenibile
12
Le parti ribadiscono la loro volontà di rafforzare la
cooperazione nell’attuazione della «Convenzione Quadro delle
Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici» e dell’«Accordo di
Parigi», riconoscendo gli ambiziosi obiettivi e le importanti
misure concrete già adottate nei rispettivi Paesi.
Le parti esprimono apprezzamento per lo svolgimento del
primo Global Stocktake alla COP28 di Dubai e ribadiscono
l’obiettivo dell’«Accordo di Parigi» di contenere l’aumento della
temperatura globale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli
preindustriali e di proseguire gli sforzi per limitare l’aumento
della temperatura a 1.5°C al di sopra dei livelli pre-industriali,
riconoscendo che ciò possa ridurre significativamente i rischi e
gli impatti dei cambiamenti climatici. Nel contempo sottolineano
l’importanza di intraprendere con urgenza azioni di sostegno per
il raggiungimento di tale scopo. A tal fine, le parti concordano di
lavorare insieme per contribuire agli obiettivi globali identificati
al fine di attuare una transizione energetica che consenta di
superare il ricorso ai combustibili fossili giusta, ordinata ed equa,
con particolare attenzione agli sforzi per triplicare l’energia
rinnovabile installata a livello globale e raddoppiare il tasso
medio annuo a livello globale di miglioramento dell’efficienza
energetica entro il 2030.
Le parti concordano di promuovere la cooperazione in settori
quali le politiche e le tecnologie di protezione ambientale, le
materie prime e le tecnologie per l’energia pulita, l’efficienza
energetica, la risposta ai cambiamenti climatici, la conservazione
della biodiversità, l’economia circolare e il capacity-building, e
intendono promuovere congiuntamente la formazione sinoitaliana nell’ambito della protezione dell’ambiente, del contrasto
al cambiamento climatico, dell’abbattimento delle emissioni di
13
gas serra e dello sviluppo sostenibile, con particolare attenzione
alle giovani generazioni. Le parti concordano sulla necessità di
continuare ad agire per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030
delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile e sono pronte a
cooperare nei relativi settori correlati.
5. Cooperazione medico-sanitaria
Le parti intendono promuovere lo sviluppo di contatti tra gli
istituti di ricerca medica e le organizzazioni professionali
sanitarie dei rispettivi Paesi, nonché a rafforzare gli scambi di
personale e la cooperazione pratica nei settori della prevenzione,
del trattamento e della riabilitazione delle malattie croniche
(come i tumori e le malattie cardiovascolari), della formazione
del personale sanitario, della gestione ospedaliera, della salute
digitale e della telemedicina, della prevenzione e del controllo
delle malattie infettive e della risposta alle emergenze sanitarie,
dell’assistenza sanitaria di base e della medicina generale, nonché
della salute degli anziani.
Le parti intendono rafforzare la cooperazione nell’ambito del
Piano d’azione per la cooperazione sanitaria 2024-2026 e del
“Memorandum di Intesa tra il Ministero della Salute della
Repubblica Italiana e l’Agenzia Italiana del Farmaco e
l’Amministrazione Nazionale dei Prodotti Sanitari della
Repubblica Popolare Cinese sulla collaborazione normativa in
materia di medicinali, dispositivi medici e cosmetici”. Sono
altresì disposte a rafforzare ulteriormente la cooperazione nella
supervisione dei prodotti farmaceutici.
Le parti sostengono il ruolo centrale delle Nazioni Unite e
dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella salvaguardia
della salute globale e sono pronte a collaborare per promuovere il
14
rafforzamento della governance della salute pubblica globale.
6. Rapporti culturali, scambi people-to-people,
patrimonio culturale e collaborazione nel contrasto a
criminalità e nella gestione delle calamità naturali.
Collaborazione culturale. Le due parti convengono
sull’importanza di rafforzare la cooperazione tra le istituzioni
culturali al fine di promuovere la conoscenza reciproca tra le due
civiltà e lo sviluppo di collaborazioni nella creatività
contemporanea. In occasione del 700° anniversario della morte di
Marco Polo, grande promotore della conoscenza reciproca e del
dialogo tra le civiltà italiana e cinese, le parti rinnovano
l’intenzione di dare ulteriore slancio alle relazioni culturali tra le
due Nazioni, dopo il successo dell’Anno della Cultura e del
Turismo Cina-Italia nel 2022. Concordano di lavorare insieme per
accrescere la cooperazione tra musei, siti archeologici, archivi,
teatri d’opera e orchestre sinfoniche, e per sviluppare i rapporti tra
le rispettive accademie d’arte e scuole di musica.
A tal fine, concordano di firmare al più presto un nuovo
protocollo esecutivo della cooperazione culturale tra i due
Governi, che includa anche il settore dell’editoria. Italia e Cina
collaboreranno inoltre alla realizzazione di eventi culturali che
rendano omaggio alla figura di Marco Polo e al suo ruolo nella
storia delle relazioni bilaterali.
Le due parti continueranno a sostenere il ruolo positivo
svolto dal Forum culturale sino-italiano, quale importante
piattaforma di dialogo e cooperazione tra le rispettive istituzioni
culturali e turistiche.
Le parti riconoscono l’importanza della collaborazione nel
campo del cinema-audiovisivo e favoriranno la diffusione delle
15
opere cinematografiche e audiovisive della controparte sul
proprio territorio, la partecipazione di artisti ed operatori del
settore ai rispettivi festival del cinema e la collaborazione tra le
due industrie cinematografiche e audiovisive. Concordano inoltre
di accelerare la negoziazione dell’accordo sulle co-produzioni
cinematografiche.
Tutela del patrimonio culturale. Italia e Cina continueranno
a lavorare insieme per intensificare la cooperazione tra musei,
istituti archeologici e siti di patrimonio e altre istituzioni culturali
e museali. Incoraggeranno la cooperazione nei settori della lotta
al traffico illecito di reperti archeologici e del recupero e
restituzione degli stessi, della loro conservazione e restauro, dei
progetti congiunti e della organizzazione di mostre sui
ritrovamenti archeologici.
Si impegnano a promuovere la collaborazione nella tutela e
conservazione del patrimonio culturale materiale e immateriale,
anche attraverso la condivisione di esperienze nel settore
dell’innovazione tecnologica.
Concordano di sviluppare la collaborazione nell’ambito
dell’educazione, della formazione e della ricerca applicata al
patrimonio culturale, favorendo lo scambio di informazioni ed
esperienze nonché organizzando convegni su temi di comune
interesse.
Gemellaggi. Le parti convengono sull’importanza della piena
attuazione del progetto di gemellaggio tra la Cina e l’Italia sui siti
del patrimonio mondiale dell’UNESCO e sono disposte a
promuovere attivamente i gemellaggi tra i siti del Patrimonio
Mondiale dei due Paesi, dando impulso ai nuovi gemellaggi tra il
Palazzo d’Estate di Pechino e Villa Adriana e Villa d’Este a Tivoli,
in Italia, e tra i Giardini Classici di Suzhou e Venezia e la sua
16
laguna.
Turismo. Le parti ribadiscono l’importanza del turismo nel
migliorare la comprensione reciproca tra i due popoli e nel
promuovere la ripresa economica post-pandemia. Concordano di
promuovere la crescita sostenibile di alta qualità dei flussi
turistici tra i due Paesi, anche attraverso l’organizzazione di
iniziative di promozione turistica, e la cooperazione tra gli enti e
le industrie del turismo, continuando anche a lavorare,
nell’ambito dei rispettivi quadri normativi, per migliorare
l’efficienza delle procedure in materia di rilascio dei visti.
Nell’ambito delle iniziative finalizzate al rilancio del
turismo, si impegnano a sostenere le rispettive compagnie aeree
al fine di incrementare ulteriormente i collegamenti aerei diretti,
anche attraverso l’ampliamento dei punti di destinazione nei due
Paesi.
Patenti di guida. Le parti confermano il reciproco interesse
a proseguire il negoziato per un accordo sul riconoscimento
reciproco delle patenti di guida.
Sport. La Cina sostiene l’organizzazione da parte dell’Italia
delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina
D’Ampezzo del 2026 e le parti sono disposte a cogliere questa
occasione per approfondire ulteriormente la cooperazione nel
settore sportivo. Incoraggiano in questo contesto i rispettivi
dipartimenti ed organizzazioni sportive a rafforzare i contatti e
sviluppare la loro collaborazione, anche nei preparativi per le
Olimpiadi invernali.
Contrasto a criminalità organizzata. Le parti sono
disposte a rafforzare ulteriormente gli scambi e la cooperazione
nei settori della lotta contro le sostanze stupefacenti, le frodi (sia
nelle telecomunicazioni che in rete), i reati economici e finanziari,
17
l’immigrazione clandestina e la criminalità organizzata
transnazionale.
Cooperazione sulla gestione delle calamità. Le due parti
intendono rafforzare la cooperazione nei settori della prevenzione
e mitigazione delle catastrofi e del soccorso in caso di emergenza,
nonché lavorare congiuntamente per migliorare le capacità di
gestione delle catastrofi.
7. Comitato Governativo Cina-Italia
Le parti riconfermano l’importanza del lavoro del Comitato
Governativo Cina-Italia, in raccordo con gli altri meccanismi di
collaborazione e coordinamento bilaterale, ai fini della
realizzazione degli obiettivi previsti dal presente Piano d’azione.

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Intelligence economica e Confindustria, di Marco Pugliese

Tratto da linkedin:

Un proposito più che meritorio. Mi preme sottolineare, però, alcuni aspetti fondamentali: 1- per la natura specifica della UE, l’attività lobbistica è fondamentale e deve essere gestita, per le caratteristiche della struttura industriale, da associazioni e, più realisticamente, da specifiche componenti di esse, visto il carattere eminentemente conservatore e ossequiente di Confindustria 2- per la natura specifica della struttura industriale, l’apporto del ceto politico-governativo è ancora più importante che per gli altri paesi europei, quanto lo è di fatti, purtroppo, più deficitario 3- diventa fondamentale, non solo salvaguardare, ma recuperare il controllo e la gestione paritetica delle compartecipazioni della grande industria di base in vista di possibili fusioni nel contesto europeo 4- occorre orientare sempre più verso il prodotto finito finale la produzione della piccola e media industria piuttosto che sulla componentistica o, quantomeno e in controtendenza, diversificare il portafoglio clienti sulla falsariga, ormai parziale anch’essa, di Brembo e poche altre 5- creare un sistema bancario-finanziario dedicato. Pensare ad un particolare connubio tra banche-poste-Cassa DDPP in controtendenza con la progressiva cessione di azioni di Poste Italiane a fondi internazionali. “Vaste programme”. Concordo che basilare è la consapevolezza dei termini della questione Giuseppe Germinario

Intelligence economica e Confindustria

Ho letto con grande attenzione il programma di Emanuele Orsini (ormai al vertice di Confindustria) e sottolineo che questo imprenditore (che conosce la costellazione delle PMI italiane) ha messo al centro un progetto fondamentale per le nostre aziende (di tutte le dimensioni): l’intelligence economica salva-aziende.

Prima dovrà serrare i ranghi e ridare serenità ad una Conf troppo importante e strategica per il nostro Paese. La dorsale dei piccoli e medi imprenditori sarà fondamentale nella nuova Confindustria che ha bisogno di far lavorare grandi e piccoli in parallelo. Orsini dovrà gestire la delicata nuova normativa europea inerente la manifattura (le nostre imprese piccole e medie non sono mai state al centro dei progetti europei…).

Oltre a questo va sottolineato come Francia, Germania, USA, Uk, Giappone e Cina avvantaggiano i propri settori industriali e di manifattura. Per gestire il peso italiano a Bruxelles serve una vera e propria intelligence economica che protegga le nostre aziende e gli asset economici.

Qualche esempio?

Siamo la seconda manifattura d’Europa: non possiamo farci fagocitare da regolamenti decisi altrove.
Abbiamo una dorsale strategica fatta di PMI, non possiamo avvallare proposte (soprattutto da Nord Ue) che avvantaggiano la grande industria.
Non possiamo accettare che stati come Germania o Francia aiutino le proprie imprese a debito (omettendolo, la Germania 1000 miliardi dal 2013).
Non possiamo farci sfilare in affari come il fu Fincantieri-Stx.
Non possiamo farci imporre carburanti sintetici tedeschi quando abbiamo Eni che lì produce da più d’un anno.
Non possiamo rimanere fuori dal comparto industriale dedicato allo spazio (annessa IA).
Non possiamo più permettere attacchi ai nostri asset come accadde con Saipem nel 2015.

Serve una svolta sistemica e bisogna iniziare anche a dire che l’obiettivo deve essere chiaro: riportare l’Italia ad occupare il quarto posto (come ad inizio anni ‘90) a livello industriale nel mondo, lasciando questo settimo posto ormai datato anni 2000. Basta galleggiare, bisogna spingere.

Ho creato https://openindustria.com per dare rete tra imprese, educazione, cultura e ricerca.

Al suo interno progetti innovativi come Deutelio o quello di Gianfranco Pizzuto, oltre a Roberto Santori con Made in Italy.
Aggiungi anche il lavoro del CISINT – Centro Italiano di Strategia e Intelligence nel settore geoecomomico e la mission di ItalyUntold.

Grazie alla professionalità di Roberto Macheda stiamo cercando di dare un respiro più profondo a chi vuol cambiare il Paese investendo.

A breve uno speciale inerente Confindustria su Bankimpresanews.com

Sono convinto che sia giunto il momento di concludere il tempo delle mezze misure.
Porto per questo motivo Olivetti e Mattei in aziende e scuole: dobbiamo tornare a crederci o avremo un futuro di serie B.

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