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German Foreign Policy: La svolta epocale dopo la svolta epocale…e altro

La svolta epocale dopo la svolta epocale

Intervista a Ingar Solty sulla militarizzazione della società tedesca, le sue cause e le sue conseguenze – e sulla necessità di una «svolta dopo la svolta».

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Luglio

2026

German-foreign-policy.com ha parlato con Ingar Solty della militarizzazione della società tedesca e delle sue cause. Solty, esperto di politica di pace e sicurezza presso il Centro per l’analisi sociale e l’educazione politica della Fondazione Rosa Luxemburg a Berlino, non si limita a sottolineare come l’attuale corsa agli armamenti stia cambiando la vita quotidiana – ad esempio quella lavorativa di persone che improvvisamente, invece di automobili, devono costruire veicoli militari o prepararsi negli ospedali a curare migliaia di feriti di guerra. Solty descrive anche come il risentimento anti-russo venga nuovamente reso socialmente accettabile per creare un’immagine nemica e imporre una «svolta epocale interna» nelle menti delle persone. Descrive inoltre come l’attuale spostamento degli equilibri di potere globali stia portando alla fine del tradizionale predominio occidentale nel mondo – e come ciò, in combinazione con le crisi economiche, possa portare alla nascita di «paure epidemiche di declino sociale». Queste paure scatenano non di rado la tendenza a «comportarsi in modo aggressivo nei confronti degli altri, nei confronti del resto del mondo». Solty ritiene che una «svolta dopo la svolta» non solo sia necessaria, ma anche possibile.

german-foreign-policy.com: Nel suo libro “Innere Zeitenwende” lei descrive una profonda trasformazione della società tedesca, un nuovo orientamento verso gli armamenti e la guerra. In cosa consiste questo processo?

Ingar Solty: Ci sono alcune contraddizioni. Da un lato assistiamo a un riarmo giustificato con l’invasione russa dell’Ucraina, contraria al diritto internazionale. Allo stesso tempo, però, sappiamo che il riarmo ha origini ben più remote. Non è reattivo e difensivo, bensì proattivo e offensivo. Nel mio libro dimostro che, dopo la guerra in Libia e la mancata partecipazione della Germania nel 2011, all’interno dell’establishment si è formato un consenso in materia di politica estera e di sicurezza che già allora mirava con determinazione a fornire un sostegno militare alla geopolitica imperiale. In sostanza, in due ondate – dopo la «svolta» di politica estera del 2013/14 e a partire dalla «svolta epocale» del febbraio 2022 – è stato annunciato e presentato come reattivo ciò che era già in atto da tempo in modo sistematico, ma che solo ora ha trovato una finestra di opportunità per essere attuato su questa scala.

D’altra parte, l’attuazione di questi piani avviene in una situazione storica particolare. Sul piano economico, ci troviamo di fronte a una trasformazione bloccata in Germania e nell’UE: il fallimento dell’elettrificazione dell’economia tedesca e, di conseguenza, europea e, in questo contesto, una crisi del modello di esportazione tedesco. In realtà, i grandi gruppi industriali tedeschi volevano conquistare sia il mercato statunitense che quello cinese attraverso un maggiore sfruttamento interno. Ora l’UE si trova in una morsa: da un lato la politica tariffaria protezionistica degli Stati Uniti nei confronti dell’area dell’euro, dall’altro il recupero e l’ipercompetitività della Cina, proprio nel settore dell’alta tecnologia.

In questa situazione non solo si aggravano ulteriormente lo sfruttamento e la lotta di classe imposta dall’alto, ma viene anche revocato il partenariato sociale dall’alto. Dal punto di vista del capitale, il riarmo appare ora improvvisamente come un’alternativa redditizia: dove prima si producevano automobili, ora si fabbricheranno carri armati. Il potenziamento militare promette profitti garantiti dallo Stato non solo alle aziende del settore della difesa come Rheinmetall, Hensoldt o KNDS, nonché a molte startup militari, ma anche ai precedenti campioni delle esportazioni nell’industria civile. I profitti nel settore della difesa sono inoltre più che raddoppiati rispetto a quelli della produzione civile di automobili e simili. Ciò risulta estremamente allettante. Questo sviluppo contraddittorio richiede un’analisi precisa: quali forze interagiscono in questo contesto? In che misura tale sviluppo è guidato da fattori economici e in che misura è dettato dalla logica geopolitica? E come si inserisce nel contesto degli sviluppi globali, in particolare nel tentativo dell’Occidente di frenare l’ascesa della Cina e del Sud del mondo?

german-foreign-policy.com: Quale nesso vede?

Ingar Solty: In questo contesto internazionale, si assiste alla trasformazione soprattutto dei sistemi occidentali in un capitalismo sempre più post-liberale, sia verso l’esterno che verso l’interno. È emerso un nuovo tipo di politica imperialista, in cui la politica estera delle grandi potenze – tra cui rientra naturalmente anche l’UE dominata dalla Germania – ricorre sempre più apertamente alla politica della forza. Fino ad ora l’imperialismo aveva bisogno della forza militare diretta solo in casi eccezionali. Di norma funzionava attraverso la forza indiretta, in particolare il debito, con cui si imponevano l’accesso ai mercati e le privatizzazioni a vantaggio delle multinazionali occidentali. Oggi, invece, il potere militare sta assumendo un’importanza sempre maggiore per far valere gli interessi economici e strategici. Lo vediamo, ad esempio, nel modo in cui gli Stati Uniti, in America Latina, con minacce militari e l’invasione del Venezuela, hanno costretto gli investitori russi e cinesi a ritirarsi e ora, con l’aggiunta di minacce di misure doganali contro paesi terzi, stanno soffocando Cuba.

Spesso basta la semplice minaccia di una guerra per far valere interessi geoeconomici e geopolitici. Ciò, come dimostra l’esempio di Panama, non costa la vita a nessun soldato e, al di là dei costi naturalmente elevati legati al potenziamento militare, non costa nemmeno un centesimo. E questa minaccia di violenza bellica viene addirittura utilizzata con successo contro i propri partner europei della NATO, come dimostra la pretesa degli Stati Uniti di esercitare un controllo geoeconomico e geopolitico sulla Groenlandia, che appartiene alla Danimarca. Questo nuovo tipo di imperialismo si basa quindi sul fatto di disporre di massicce capacità militari, di minacciarne l’impiego e che tali minacce siano credibili, poiché si è già dimostrato, attraverso precedenti azioni belliche decise, di essere disposti a ricorrere a tali mezzi in modo rigoroso. Si è dimostrata la propria disponibilità a portare avanti le guerre, se necessario, anche quando le maggioranze interne le rifiutano a causa delle loro ripercussioni sociali negative e di altro tipo. Ciò vale tanto per la politica dell’UE in Ucraina quanto per la politica di Trump nei confronti dell’Iran.

Il punto fondamentale è questo: un simile cambiamento dell’imperialismo verso l’esterno provoca innanzitutto una radicale trasformazione della società al suo interno. Stiamo assistendo proprio ora a questo rapido sviluppo in Germania e nell’UE.

german-foreign-policy.com: Come bisogna immaginarsi questa situazione? Quali sono le conseguenze di questo cambiamento sulle persone coinvolte – ad esempio sui lavoratori che in futuro non dovranno più costruire auto familiari, ma veicoli blindati da trasporto?

Ingar Solty: Innanzitutto cambia la vita quotidiana. Se in futuro un operaio della Volkswagen, come a Osnabrück, dovrà produrre equipaggiamento bellico anche per l’esportazione, per lui si tratterà di una differenza qualitativa. Cambia anche la mentalità degli ingegneri. Sento ripetere spesso che un tempo, tra gli ingegneri, lavorare nell’industria automobilistica era considerato attraente perché lì si guadagnava bene. Poi è arrivata la transizione energetica, in cui sono stati investiti ingenti capitali. Quando era ancora diffusa l’idea che si potesse elettrificare completamente l’economia e creare un capitalismo verde, la tecnologia climatica è diventata più popolare tra gli ingegneri. Chi lavorava nel settore poteva inoltre – sullo sfondo, ad esempio, di Fridays for Future – credere di contribuire a salvare il mondo. Ora la tendenza va chiaramente verso l’industria degli armamenti, soprattutto perché oggi si investono ingenti somme di denaro nelle armi. E chi lavora in un’azienda del settore degli armamenti può oggi abbandonarsi nuovamente alla sensazione di fare del bene, ovvero proteggere i propri simili. Almeno finché si crede alla favola secondo cui le armi garantirebbero la pace, invece di preparare le guerre e renderle più probabili.

Ho assistito a questo fenomeno persino tra i sindacalisti, ad esempio nell’ultima tornata contrattuale del settore energetico. Tra loro circolava, in alcuni casi, l’idea che, qualora si verificasse una cosiddetta «crisi energetica», saremmo noi a garantire il funzionamento delle infrastrutture energetiche e a garantire la sicurezza energetica. Ciò, tra l’altro, anche alla luce del fatto che oggi le guerre vengono condotte non da ultimo con l’impiego dell’intelligenza artificiale, che consuma una quantità incredibile di energia, motivo per cui la sicurezza energetica ha acquisito oggi un’importanza considerevole nella conduzione della guerra.

german-foreign-policy.com: E al di là dei cambiamenti per i singoli individui?

Ingar Solty: La militarizzazione trasforma anche le regioni. Da un lato, i posti di lavoro nel settore degli armamenti possono sembrare un antidoto alla deindustrializzazione, come il topo in mano che è meglio della gallina sul tetto: meglio un lavoro nel settore degli armamenti che nessun lavoro. D’altra parte, però, nasce anche un senso di disagio. Lo si è potuto constatare durante le proteste contro la trasformazione di uno stabilimento Alstom di Görlitz, che produceva vagoni ferroviari civili, in uno stabilimento per veicoli militari; in quell’occasione molti hanno avvertito: dove c’è l’industria degli armamenti, in guerra cadono le bombe. Lo stesso vale per il movimento di protesta nato a Berlino, nel quartiere di Wedding; lì la protesta spesso scatta semplicemente perché nel bel mezzo di una zona residenziale densamente popolata si prevede ora di produrre componenti per proiettili di artiglieria invece che ricambi per automobili, e questo in una città in cui si vedono ancora ovunque le cicatrici della Seconda guerra mondiale. Laddove, ad esempio, il filari di case è interrotto da un parco giochi, si sa: lì un tempo sorgeva un edificio che è stato distrutto da un bombardamento aereo o dall’artiglieria.

E a volte si intravede persino già una certa resistenza. Ad esempio, quando i medici non vogliono essere preparati, come previsto dal piano quadro nell’ambito del “Piano Operativo Germania”, all’eventualità che, in caso di guerra e in una situazione di estrema gravità, debbano decidere chi sopravviverà e chi morirà, poiché non saranno più disponibili capacità terapeutiche. Chi, ad esempio, non potrà più sottoporsi a un intervento all’anca perché i soldati devono ricevere un trattamento prioritario in sala operatoria. Tutto ciò si inserisce inoltre nel contesto di dichiarazioni inquietanti: in caso di guerra, ha avvertito il presidente dell’Associazione dei riservisti della Bundeswehr Patrick Sensburg (CDU), ci sarebbero circa 1.000 morti e feriti al giorno. Ciò implica naturalmente anche che si supereranno ripetutamente i limiti di ciò che i medici e il personale infermieristico, già al limite delle proprie forze, sono costretti a sopportare.

german-foreign-policy.com: Nel suo libro “Innere Zeitenwende” lei parla anche di un linguaggio fuorviante che caratterizza sempre più i media e l’opinione pubblica nella vita quotidiana. Cosa intende esattamente con questo?

Ingar Solty: Non bisogna illudersi: proprio come da parte russa la guerra in Ucraina è stata definita un’«operazione speciale» e non può essere definita una guerra, così anche nel sostegno al governo ucraino e nella partecipazione a quella che – in fin dei conti – è una guerra per procura, vi sono naturalmente elementi di occultamento. Il fatto che si parli di «solidarietà con l’Ucraina», ma che a ciò sia di fatto collegata – per fare un esempio – anche l’autorizzazione concessa al governo ucraino e allo Stato ucraino di reclutare con la forza la propria popolazione per una guerra che già dall’estate del 2024 circa due terzi degli ucraini vogliono porre immediatamente fine tramite negoziati. Quasi tre quarti delle nuove reclute inviate al fronte sono state reclutate con la forza! Più di due milioni di persone sono fuggite e sono costrette a nascondersi. Nel frattempo, nell’UE si fa di tutto per mettere a disposizione dello Stato ucraino gli uomini «idonei al servizio militare» fuggiti da noi.

Anche in altri ambiti si nasconde un’incredibile quantità di informazioni. Si parla, ad esempio, di «equipaggiamento» per evitare il termine «riarmo», per non parlare di «potenziamento degli armamenti», sebbene ci troviamo di fronte alla più grande spesa per gli armamenti dalla fine della Seconda guerra mondiale e un euro su tre del bilancio federale venga speso per le armi. Anche l’affermazione secondo cui la Bundeswehr sarebbe stata sistematicamente smantellata a causa dei tagli di bilancio è fuorviante: già dal 2013 si è registrato un notevole aumento delle spese per gli armamenti, dopo che in precedenza la Bundeswehr era stata trasformata in un esercito per missioni fuori area solo a costo zero. Tutti questi sono certamente elementi di occultamento che assumono un ruolo sempre più importante in una società in cui dietro il termine «riforma», originariamente connotato in senso positivo, si nasconde sempre un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza della popolazione.

german-foreign-policy.com: Nel suo libro lei descrive i risentimenti anti-russi, che attraversano la storia tedesca e che oggi sono tornati in voga, come parte della “svolta interna”…

Ingar Solty: Da un lato è certamente comprensibile che la popolazione assuma un atteggiamento critico nei confronti di uno Stato che ha scatenato una guerra di aggressione – e la guerra che la Russia ha iniziato è una guerra di aggressione contraria al diritto internazionale. Lo Stato russo suscita comunque molta antipatia, soprattutto tra le persone di sinistra liberale che ragionano in termini morali sulla politica estera, anziché in termini di politica di pace e sicurezza. Putin si presenta con un’immagine di mascolinità tossica; il modello economico russo si basa sull’esportazione di materie prime fossili e sull’esportazione di armi, in definitiva quindi sulla distruzione del clima e sulla guerra; la Russia è governata da un governo di destra che agisce con dura repressione contro molti – dai sindacalisti alle persone LGBTQIA –, perseguita gli oppositori fino all’estero e in alcuni casi li fa uccidere anche lì. C’è un fondamento reale per queste critiche.

Resta tuttavia da chiarire come sia stato possibile radicare in ampie fasce della popolazione l’assurda idea che la Russia abbia un interesse intrinseco ad attaccare i paesi europei membri della NATO; che la Russia sia quindi disposta a entrare in guerra con la più grande potenza militare del mondo; che la popolazione debba quindi temere che sia imminente un attacco russo alla Germania o almeno ai suoi alleati e che non si sia in grado di difendersi. Ciò che viene ignorato è l’ovvio, ovvero che la Russia non sarebbe affatto in grado – anche se lo volesse – di sferrare un simile attacco, come dimostra il fatto che in quattro anni di guerra, più lunghi della Prima guerra mondiale, con perdite terribili da entrambe le parti, non è riuscita nemmeno a occupare il Donbass e oggi si contende pochi chilometri quadrati di territorio devastato.

Come è possibile che milioni di persone credano a questa narrazione? È evidente che in Russia vi sia la tendenza a vederla come una sorta di Mordor, una potenza dominante che incarna il male assoluto, contro la quale occorre ora combattere una battaglia decisiva – mobilitando tutte le proprie risorse per la guerra. Ciò significa quindi avvicinare gli scolari alla cultura militare fin dalla più tenera età, sacrificare lo Stato sociale, la tutela del clima e persino la democrazia in nome del riarmo, assomigliando di fatto all’immagine che ci si è creati del nemico russo. È necessario spiegare come una società possa cambiare così rapidamente la propria mentalità.

german-foreign-policy.com: E come?

Ingar Solty: Voglio dire, c’è un contesto storico. La mia famiglia è originaria della Prussia orientale, motivo per cui mi sono occupato a lungo della storia di quella regione. Da quelle parti, tutto ciò che era male, tutto ciò che era negativo, proveniva sempre dall’Est. C’è un libro molto illuminante scritto da Walther Harich, studioso di E.T.A. Hoffmann, che nel 1922, nel suo libro Das Ostproblem, descrisse il confine tra i territori orientali tedeschi e le popolazioni slave circostanti come il confine tra civiltà e barbarie. Tutto ciò di negativo che affliggeva i territori orientali era di origine slava. Si va dalle incursioni dei Tartari alla peste. E tutto ciò era sempre sotteso da un sentimento antisemita, ovvero il razzismo antislavo era strettamente intrecciato con l’antisemitismo: si diceva che fossero stati gli «ebrei nomadi» a introdurre la peste dalle popolazioni slave che vivevano in condizioni antigieniche.

È interessante notare come questo presunto confine tra civiltà e barbarie si sia spostato sempre più verso est con l’avanzata dell’imperialismo tedesco negli ultimi decenni. Non appena la Polonia è entrata nell’UE e quindi nel sistema egemonico tedesco, è stata improvvisamente considerata parte della civiltà. Lo stesso vale ora anche per l’Ucraina, che all’improvviso viene presentata come una democrazia modello, sebbene già prima del 2014 si sapesse perfettamente quanto fosse permeata da oligarchi e corruzione, e nonostante oggi quasi tutti, soprattutto i partiti di opposizione di sinistra, siano stati messi al bando, le elezioni siano state sospese e il nazionalismo ucraino pratichi un revisionismo storico di estrema destra che ormai preoccupa anche Israele e la Polonia, poiché qui vengono riabilitati in modo intollerabile i fascisti che hanno preso parte all’Olocausto e ai massacri anti-polacchi. Per non parlare poi del fatto che furono anche alleati nel «Piano Generale Est» colonialista di Hitler, di cui avrebbero dovuto essere vittime tra i 31 e oltre 50 milioni di europei dell’Est.

german-foreign-policy.com: Eppure si assiste alla presunta barbarie a est dell’Ucraina…

Ingar Solty: Esatto. La narrativa dominante continua a concentrarsi sul “problema dell’Est”: ora si difende questa “civiltà” dalle “orde russe”. La cosa buffa è che in Europa ogni nazione aveva il proprio «Oriente». Mentre durante la Prima e la Seconda guerra mondiale i tedeschi mettevano in guardia dagli «Unni» e dai russi dai «volti da mongoli», nell’Impero britannico erano i tedeschi ad essere considerati i barbari «Unni». Per la Germania vale una lunga tradizione: già durante la Prima guerra mondiale i russi erano il nemico oggetto di disprezzo razziale; dopo la Rivoluzione d’Ottobre rimasero il nemico barbaro fino a tempi ben avanzati nella socialdemocrazia tedesca; negli anni ’30, quando i tedeschi preparavano l’invasione dell’Unione Sovietica come «crociata contro il comunismo» e la conducevano con una barbarie senza precedenti, erano considerati «subumani».

Questo razzismo anti-russo e anti-slavo, portato all’estremo durante il fascismo, è poi riuscito a sopravvivere senza interruzioni nella Germania Ovest durante e dopo la Guerra Fredda. Solo nella DDR ha subito un’interruzione storica, con ripercussioni che si protraggono fino ad oggi. Ma poiché si è verificato un ricambio delle élite, compreso l’acquisizione della stampa quotidiana della Germania dell’Est da parte dei tedeschi dell’Ovest, ciò si riflette anche nei «nuovi Länder», sebbene non senza contestazioni. In ogni caso vale quanto segue: abbiamo ormai a che fare con cinque o sei generazioni che sono state plasmate in questo modo. Ecco perché oggi i risentimenti anti-russi trovano un terreno così fertile, tanto più che in una guerra per procura devono naturalmente essere alimentati anche a livello propagandistico, poiché altrimenti la disponibilità della popolazione a sostenere questa guerra con tutti i suoi immensi costi verrebbe rapidamente meno.

german-foreign-policy.com: Oltre all’agitazione anti-russa, lei descrive anche un risentimento narcisistico collettivo da parte di alcuni settori della società tedesca e un revanscismo liberale. Di cosa si tratta?

Ingar Solty: La guerra in Ucraina, ma anche quella in Asia occidentale, nel Vicino e Medio Oriente, nonché il grande conflitto tra gli Stati Uniti e l’Occidente da un lato e la Cina e il Sud del mondo nel suo complesso dall’altro – tutto questo fa parte di un grande sviluppo storico mondiale. Stiamo assistendo attualmente a una novità assoluta nella storia mondiale: la fine di 500 anni di dominio europeo, o meglio nordatlantico, sul mondo. L’economia mondiale si sta spostando drasticamente dal Nord e dall’Ovest verso il Sud e l’Est. Ci risvegliamo improvvisamente in un mondo post-occidentale. Oggi non possiamo più aspettarci che il resto del mondo voglia vivere come noi in Occidente; che il resto del mondo si interessi a tutto ciò che proviene dall’Occidente perché ritiene di doverlo imitare, perché lo considera migliore; che il resto del mondo conosca tutto ciò che conosciamo noi, mentre noi non dobbiamo necessariamente sapere cosa accade nel resto del mondo. Si tratta di una novità storica assoluta.

E tutto ciò si intreccia con una diffusa paura sociale del declino sociale. Tale paura deriva, da un lato, dalla Quarta Rivoluzione Industriale, che ora, sotto forma di digitalizzazione e diffusione dell’intelligenza artificiale guidate dalle grandi aziende, colpisce i lavoratori altamente qualificati e le classi medie con redditi elevati. Categorie professionali che hanno vissuto interamente secondo le regole della conformità al mercato si trovano improvvisamente minacciate dal punto di vista economico: medici, avvocati, programmatori, web designer, traduttori, interpreti, giornalisti, editori ecc. Anche scrittori, musicisti e altri artisti, che per lo più arrancano economicamente anche quando hanno successo, ma proprio per questo si considerano parte dell’élite, si sentono giustamente in bilico.

german-foreign-policy.com: A ciò si aggiungono i cambiamenti nell’economia mondiale…

Ingar Solty: In effetti. In Germania, e più in generale in Occidente, ci rendiamo conto che non disponiamo più delle migliori infrastrutture, ma che in questo Paese molte cose non funzionano più. Ci rendiamo conto che non siamo più i primi per numero di brevetti depositati, che non abbiamo più le migliori università e che non produciamo più tutti gli atleti di punta – il medagliere olimpico non è più necessariamente guidato dalle nazioni occidentali – e questo porta a momenti di ferita narcisistica.

Lo stiamo vivendo attualmente in Germania con lo “shock cinese 2.0”. Lo “shock cinese 1.0” in Germania non è stato affatto percepito, e non ci si è interessati allo “shock tedesco” nel resto dell’UE e nel mondo, perché all’epoca Germania e Cina potevano ancora essere potenze esportatrici leader parallele. Ma ora, nella rivalità nel settore dell’alta tecnologia con la Cina, la posta in gioco è la leadership tecnologica; ciò fa emergere paure di declino sociale, nonché sentimenti di inferiorità e impotenza. Questi, però, sono pericolosi: come è noto, il narcisista deve considerarsi il migliore proprio perché sa di non esserlo e perché avverte che non lo si ammira più. E il suo senso di superiorità manifestato all’esterno cresce tanto più quanto più lo percepisce interiormente e si sente inadeguato. L’offesa narcisistica e i sentimenti di impotenza sono quindi pericolosi – sia a livello individuale che collettivo – perché, come ben sappiamo, facilitano un comportamento aggressivo nei confronti degli altri e del resto del mondo, in quanto portano facilmente a non percepire più la propria aggressività come tale, ma come semplice legittima difesa.

german-foreign-policy.com: E questo ha un ruolo anche nella guerra in Ucraina?

Ingar Solty: Certamente. Gran parte della popolazione, influenzata dalle dichiarazioni dei politici e dalla copertura mediatica, pensava che, non da ultimo con gli Stati Uniti al proprio fianco, sarebbe stata praticamente una passeggiata aiutare la presunta giustizia a trionfare in Ucraina. Quella Russia arretrata, con un prodotto interno lordo pari a quello dell’Italia e un modello economico tecnologicamente obsoleto: sarebbe stato un gioco da ragazzi rovinarla economicamente e sconfiggerla militarmente. Queste erano le promesse della politica e dei media all’inizio della guerra. Come era prevedibile, non si sono avverate. Le sanzioni contro la Russia si sono rivelate un boomerang unilaterale; hanno contribuito in modo determinante a far sì che la Germania si trovi ora in una profonda crisi economica e che la deindustrializzazione stia prendendo piede. Ciò rafforza le paure e i sentimenti di impotenza: ci si rende conto, infatti, di non avere più il controllo del proprio ambiente e del mondo. Di non poter più dettare al mondo, come si era abituati a fare, la direzione in cui muoversi.

La guerra in Ucraina sta diffondendo forti timori soprattutto tra i liberali di sinistra della classe media, i quali preferiscono – con un atteggiamento palesemente revisionista – equiparare Putin a Hitler, relativizzando così in modo mostruoso l’unicità della guerra di sterminio tedesca nell’Est e dell’Olocausto, il che avrà conseguenze sulla visione storica tedesca e sul suo comportamento nei prossimi decenni. Sono comunque questi gli ambienti in cui si ama tanto parlare di «Putler» e di «orchi» russi. Qui prevale anche l’idea che Trump sia un burattino di Putin, per cui si sarebbe circondati da fascisti a est e fascisti a ovest; e questi fascisti cercherebbero poi anche di portare al potere i fascisti in Europa e in Germania: Meloni, Le Pen, l’AfD. Le immagini sono note: Elon Musk che alza il braccio come per il saluto nazista e viene trasmesso tramite videomessaggio al congresso dell’AfD. Ciò porta, soprattutto tra i liberali di sinistra, negli strati sociali urbani, benestanti, con formazione accademica e culturalmente allineati alla vecchia globalizzazione – come quelli rappresentati da Bündnis 90/Die Grünen – a una sensazione di trovarsi in una sorta di stato d’assedio; e proprio da questo senso di impotenza, questi circoli – che sono ancora fortemente rappresentati anche tra gli operatori dei media – approvano senza riserve tutto ciò che sta avvenendo in termini di potenziamento degli armamenti, perché ciò trasmette loro un senso di sicurezza, come se oggi Rheinmetall fosse il più grande garante della pace.

german-foreign-policy.com: Sono prospettive preoccupanti. Lei sostiene tuttavia che una «svolta dopo la svolta» non solo sia «assolutamente necessaria», ma anche possibile. È davvero così?

Ingar Solty: Penso che sia effettivamente possibile. È vero, naturalmente: per la prima volta ci troviamo in una situazione in cui la maggioranza della popolazione segue l’orientamento delle élite verso il riarmo e la guerra. Ma per molti decenni c’è stata una frattura in questo senso. Da tempo esiste un consenso tra le élite della politica estera – tutte strettamente legate all’industria degli armamenti, con passaggi di carriera dai ministeri federali ai consigli di amministrazione delle aziende del settore e con think tank che forniscono consulenza al governo e non di rado finanziati dall’industria degli armamenti e dallo Stato – secondo cui non ci si può permettere di essere un gigante economico ma un nano in politica estera. Bisogna piuttosto essere in grado di proteggere, anche con mezzi militari, le rotte commerciali, gli investimenti all’estero, l’accesso alle materie prime e ai mercati. Bisogna quindi diventare una potenza globale. Per questo, però, bisognava anche, come si diceva, assumersi «nuove responsabilità», con cui si intendeva inviare la Bundeswehr al fianco degli Stati Uniti in un numero sempre maggiore di missioni belliche, affinché imparasse e contribuisse a far valere gli interessi economici, se necessario anche con la forza militare, e a mantenere con la forza delle armi quella globalizzazione dalla quale, si diceva, la Germania traesse vantaggio come quasi nessun altro Paese. Questo era il consenso delle élite ben prima del 2014, cioè prima del conflitto in Ucraina, prima dell’Euromaidan, della guerra civile ucraina, della secessione del Donbass, dell’occupazione russa del Donbass e dell’annessione della Crimea.

La maggioranza della popolazione, tuttavia, in tutti questi anni non è stata disposta a seguire questa linea. Solo ora ci troviamo per la prima volta in una situazione in cui dal 55 per cento a due terzi della popolazione sostengono il potenziamento militare e sono persino disposti ad accettare tagli alle prestazioni sociali a favore di tale potenziamento. Almeno se la domanda viene posta in modo astratto e non concreto: dopotutto, a tutti viene in mente qualcosa su cui si potrebbero tagliare i fondi. Per l’AfD si tratta forse di un centro antiviolenza, di un programma di studi di genere in un’università, del reddito di cittadinanza e del sussidio per l’alloggio destinato ai poveri, nonché dell’emittenza pubblica. Anche i liberali di sinistra hanno un’idea di dove si potrebbero ridurre le spese – magari nelle agevolazioni fiscali, oppure si ritiene che, con l’aiuto di un’imposta sul patrimonio, si possano avere entrambe le cose: lo Stato sociale e il potenziamento militare.

german-foreign-policy.com: Ora le cose iniziano a diventare concrete…

Ingar Solty: Sì, ora la situazione sta diventando molto concreta, ed è evidente che il potenziamento militare non è possibile senza un massiccio smantellamento dello stato sociale. Quello a cui stiamo assistendo in questo momento è solo la punta dell’iceberg. I tagli alla retribuzione in caso di malattia, i tagli all’assicurazione di assistenza, l’aumento dei contributi privati per l’assicurazione sanitaria, ma anche i tagli di fatto all’assicurazione pensionistica, i tagli agli aiuti all’inserimento nel quadro del reddito di cittadinanza: tutto questo è destinato ad aggravarsi ulteriormente. In futuro ci saranno conflitti di distribuzione molto più aspri. Il potenziamento militare sarà sempre l’elefante nella stanza.

E c’è di più: la disponibilità astratta a un maggiore riarmo non si traduce in una disponibilità concreta a difendere la comunità tedesca con le armi. Nonostante l’intensa campagna pubblicitaria della Bundeswehr ovunque – negli spazi pubblici, sui tram, sui treni, sugli autobus, su YouTube, persino nei film destinati alle famiglie con bambini – nonostante, quindi, il cambiamento epocale nella vita quotidiana, non si riesce a raggiungere l’organico previsto per la Bundeswehr. Abbiamo un numero record di obiettori; su 300.000 convocazioni per la visita di leva, la Bundeswehr ha ricevuto solo poco più di 500 risposte positive. Ciò significa che il mix di conflitti di distribuzione e misure coercitive da parte dello Stato – che tende a riaffermare con maggiore forza il proprio controllo sui cittadini e che, in ultima analisi, finirà per decidere se questi debbano vivere o morire – costituisce una serie di contraddizioni che non possono essere risolte e che rendono effettivamente possibile una svolta epocale dopo la svolta epocale.

Nel mio libro “Innere Zeitenwende” chiarisco che ciò è necessario, poiché la popolazione tedesca si trova di fronte a una scelta fondamentale: si vuole il riarmo e la guerra o la pace e la sicurezza comune? Si vuole una società civile o militarizzata? Si vuole uno Stato democratico o autoritario? Si vuole uno Stato sociale o uno Stato basato sull’armamento? Non si potranno avere entrambe le cose. E infine: si vuole un mondo in cui la crisi climatica si aggravi con tutte le conseguenze che ne derivano, quali flussi migratori e guerre, oppure si lavora, attraverso la cooperazione internazionale, per almeno contenerla? In definitiva, la questione è questa: lottiamo per un mondo vivibile per tutti o seguiamo la politica dominante verso l’abisso?

La nostra recensione del libro di Ingar Soltys Innere Zeitenwende è disponibile qui.

Una svolta epocale nell’industria automobilistica tedesca

Il calo delle vendite e la crescente pressione concorrenziale proveniente dalla Cina stanno trasformando l’industria automobilistica tedesca. Volkswagen reagisce con una drastica politica di risparmio, non per evitare perdite, ma per salvaguardare i profitti.

29

Luglio

2026

BERLINO/PECHINO (Notizia propria) – Volkswagen sta per affrontare la più grande ristrutturazione della sua storia aziendale. L’amministratore delegato Oliver Blume intende dimezzare la gamma di modelli, ridurre le capacità produttive di circa un milione di veicoli ed eliminare fino a 100.000 posti di lavoro in tutto il mondo. Alla base di questa decisione c’è un cambiamento radicale in Cina. Mentre in quel Paese i costruttori cinesi dominano il mercato dei veicoli elettrici e ibridi, i gruppi tedeschi stanno perdendo rapidamente quote di mercato. Nel primo semestre del 2026, le vendite di BMW, Mercedes e Volkswagen in Cina sono crollate di oltre un quarto. Volkswagen non reagisce a questa situazione solo con una drastica politica di risparmio. Per la prima volta, il gruppo sta valutando anche la possibilità di importare in Europa modelli sviluppati esclusivamente per la Cina e, in prospettiva, di produrli negli stabilimenti europei. Parallelmente, anche altri produttori europei puntano sempre più sulle collaborazioni con le aziende cinesi. Inizia così una nuova era: non sono più i produttori europei a guidare la modernizzazione del mercato cinese; è la Cina a plasmare il futuro dell’industria automobilistica europea. Opel sta progettando un SUV in cui gli ingegneri cinesi svilupperanno il sistema di propulsione e la batteria, mentre quelli tedeschi si occuperanno solo del design e dei sedili.

Il crollo in Cina

Il calo delle vendite dei gruppi automobilistici tedeschi sul mercato cinese si sta aggravando. Nel primo semestre del 2026, le vendite di BMW, Mercedes e VW sono diminuite di oltre il 25%. BMW registra un calo di circa un quinto, mentre VW e Mercedes registrano addirittura un calo rispettivamente del 26% e del 28%. [1] I prezzi della benzina in Cina sono aumentati a seguito della guerra in Iran. Ciò ha portato a un aumento della domanda di auto elettriche e ibride, con ripercussioni negative sulle vendite dei gruppi tedeschi, poiché questi continuano a vendere in Cina prevalentemente veicoli con motore a combustione interna.[2] A complicare la situazione si aggiunge una modifica della normativa fiscale per le auto di lusso. La soglia fiscale è stata abbassata da 1,3 milioni di yuan per le auto nuove, IVA esclusa, a 900.000 yuan (circa 116.000 euro). L’Associazione dell’industria automobilistica tedesca (VDA) ritiene che ciò avrà ripercussioni particolarmente negative per i produttori europei, in particolare per quelli tedeschi. Secondo le stime dell’Associazione cinese dei costruttori di autovetture (CPCA), è diminuita in modo significativo soprattutto la domanda di veicoli con motore a combustione interna nella fascia di prezzo compresa tra 900.000 e 1,3 milioni di yuan. I consumatori che acquistano veicoli di fascia alta si stanno invece orientando sempre più verso modelli elettrici o ibridi cinesi.[3] BMW, Mercedes e VW hanno già dovuto ridurre notevolmente le loro attività nel settore delle auto ibride plug-in. Gli propulsori parzialmente elettrici beneficiano di agevolazioni fiscali solo se sono in grado di percorrere almeno 100 chilometri in modalità esclusivamente elettrica. Ciò sta accelerando una ristrutturazione della gamma di modelli dei gruppi automobilistici tedeschi.[4]

Meno modelli, meno stabilimenti

Il presidente del consiglio di amministrazione di VW, Oliver Blume, intende contrastare questa tendenza. Il management di VW prevede di ridurre la gamma di modelli fino al 50%. La varietà di prodotti e varianti dovrebbe addirittura diminuire del 75%. Inoltre, le capacità produttive annuali dovrebbero essere ridotte dagli attuali dieci a circa nove milioni di veicoli. [5] Il numero dei modelli di veicoli – attualmente circa 150 – dovrebbe essere dimezzato. Ciò riguarda soprattutto il segmento cinese dei veicoli a combustione interna. In Cina, la dirigenza di VW ha già chiuso o venduto cinque stabilimenti e ha già ridotto le capacità produttive locali di circa un milione di veicoli. [6] A lungo termine, il gruppo punta a tornare a vendere dieci milioni di veicoli all’anno. Del milione di veicoli che VW intende ritirare temporaneamente dal mercato, la metà riguarda l’Europa – soprattutto gli stabilimenti tedeschi. L’altra metà delle sovraccapacità si trova – nonostante le chiusure effettuate finora – ancora in Cina. [7] Per ridurre le capacità produttive, il gruppo VW prevede di tagliare fino a 50.000 posti di lavoro in tutto il mondo. In Germania si sta valutando la sopravvivenza di quattro stabilimenti. Questi tagli di posti di lavoro si aggiungono alla riduzione di 50.000 posti già prevista entro il 2030. Oliver Blume parla della più grande trasformazione nella storia del gruppo VW: «Non si tratta di un semplice pacchetto di misure di risparmio, ma del pacchetto di trasformazione più completo e profondo che abbiamo mai messo in atto nel gruppo Volkswagen.»[8]

Redditività anziché crescita

La dirigenza di VW sta quindi riducendo drasticamente i modelli, le capacità produttive e il personale. Il gruppo mantiene tuttavia i propri obiettivi di profitto. Nel primo semestre del 2026, l’utile operativo del gruppo è sceso dell’11,6%, attestandosi a 5,93 miliardi di euro. Il margine operativo è sceso al 3,8%; VW ha quindi realizzato solo 3,80 euro di utile operativo ogni 100 euro di fatturato. Il direttore finanziario Arno Antlitz ha definito i risultati «un ulteriore campanello d’allarme che spinge ad agire». Il contributo agli utili proveniente dalle attività in Cina è diminuito di un terzo, attestandosi a 856 milioni di euro. Blume non vede tuttavia in questo una «crisi di Volkswagen», bensì una «crisi del settore».[9]

Modelli cinesi per l’Europa

Oliver Blume considera “l’ultima opzione” le possibili chiusure degli stabilimenti di Emden, Zwickau, Hannover e dello stabilimento Audi di Neckarsulm. Sarebbe ipotizzabile anche l’utilizzo degli stabilimenti per la produzione di materiale bellico. Un’altra possibilità sarebbe la produzione di modelli VW cinesi destinati al mercato europeo. Si tratterebbe esplicitamente ed esclusivamente di modelli VW finora disponibili solo in Cina, non di un’apertura ad altri costruttori. [10] Inoltre, VW prevede di intensificare in futuro le esportazioni dagli stabilimenti cinesi verso altri mercati, come l’Australia, l’India o i paesi dell’Asia centrale.[11] Il piano di portare in Europa i propri modelli cinesi comprende sia l’importazione che una successiva produzione dei veicoli o dei loro componenti in Europa. Secondo fonti interne, lo stabilimento VW di Zwickau è considerato un possibile sito produttivo. [12] VW importa già dalla Cina la Cupra Tavascan – un modello del marchio spagnolo Cupra, che fa parte del gruppo VW. In Germania, la Tavascan è tra le dieci auto elettriche più vendute e attualmente occupa il nono posto. [13] All’interno del gruppo VW è inoltre già stato deciso che il motore per la prevista auto elettrica da 20.000 euro, la ID. EVERY1, verrà importato dallo stabilimento di componenti VW in Cina. Dopo il suo viaggio in Cina, il primo ministro della Bassa Sassonia Olaf Lies (SPD) si è detto aperto alla possibilità di costruire modelli cinesi negli stabilimenti VW tedeschi.[14]

La nuova ripartizione dei compiti

Anche altre case automobilistiche europee stanno cercando di compensare il calo del loro tasso di utilizzo degli impianti attraverso collaborazioni con produttori cinesi. Stellantis prevede di utilizzare a pieno regime quattro stabilimenti in Spagna, Francia e Italia con modelli dei gruppi cinesi Leapmotor e Dongfeng. I marchi di Stellantis – Opel, Jeep, Fiat e Peugeot – attualmente utilizzano solo circa la metà delle loro capacità produttive nell’UE. Negli stabilimenti spagnoli di Stellantis a Madrid e Saragozza saranno prodotti in futuro modelli di Leapmotor. In collaborazione con Dongfeng si sta inoltre valutando la produzione di un’auto elettrica a Rennes, in Francia. A Pomigliano, in Italia, dovrebbe essere prodotta una utilitaria elettrica di Leapmotor. A Madrid dovrebbe inoltre essere costruito un SUV Opel con tecnologia cinese. Il sistema di propulsione, la batteria e il software dovrebbero provenire da Leapmotor. Gli ingegneri tedeschi sarebbero responsabili solo del design, dei sedili e del telaio.[15]

Importazioni con riserva

L’importazione prevista dal Gruppo VW di veicoli sviluppati interamente in Cina comporta dei rischi. L’UE applica alle auto elettriche provenienti dalla Cina i cosiddetti dazi compensativi, oltre al dazio di base del 10%. Questi ammontano al 35% per SAIC (un partner cinese di VW), al 17% per BYD e a poco meno dell’8% per Tesla. [16] I dazi compensativi colpiscono tuttavia anche i produttori tedeschi. Inizialmente, sulla Cupra Tavascan era previsto un dazio del 20,7%. Dopo lunghe trattative, la Commissione europea ha abolito il dazio aggiuntivo per il modello del gruppo VW. [17] Negli Stati Uniti, Mercedes è minacciata di esclusione dal mercato a causa di un progetto di legge in fase di elaborazione. Il progetto prevede di vietare la vendita di veicoli connessi se il produttore è controllato per oltre il 15% da azionisti cinesi. Mercedes è controllata per poco meno del 20% da azionisti cinesi.[18]

[1] Lazar Backovic, Julian Olk, Felix Stippler: Il duplice problema della Cina per l’industria automobilistica tedesca. handelsblatt.com, 15 luglio 2026.

[2] Gustav Theile: Il declino della Cina continua. faz.net, 19 giugno 2026.

[3] Quali sono le conseguenze della tassa cinese sui beni di lusso per le case automobilistiche tedesche. handelsblatt.com, 20 luglio 2026.

[4] Christian Müßgens, Henning Peitsmeier, Gustav Theile, Benjamin Wagener: Per i tedeschi, in Cina è in gioco la questione dell’esistenza. faz.net, 21 luglio 2026.

[5] Felix Stippler: Il business del Gruppo VW in Cina subisce un forte calo. handelsblatt.com, 10 luglio 2026.

[6] Christian Müßgens, Henning Peitsmeier, Gustav Theile, Benjamin Wagener: Per i tedeschi, in Cina è in gioco la questione dell’esistenza. faz.net, 21 luglio 2026.

[7] Lazar Backovic: Volkswagen punta a tornare a produrre oltre dieci milioni di auto. handelsblatt.com, 2 luglio 2027.

[8] Crollo degli utili della VW: il piano di risparmio dovrebbe essere pronto entro la fine dell’anno. handelsblatt.com, 24/07/2026.

[9] Lazar Backovic: Blume vuole portare a termine la riorganizzazione della VW entro la fine dell’anno. handelsblatt.com, 24 luglio 2026.

[10] Crollo degli utili della VW: il piano di risparmio dovrebbe essere pronto entro la fine dell’anno. handelsblatt.com, 24/07/2026.

[11] Lazar Backovic: Blume vuole portare a termine la riorganizzazione della VW entro la fine dell’anno. handelsblatt.com, 24 luglio 2026.

[12] Lazar Backovic: La VW valuta la vendita e la produzione di modelli cinesi in Europa. handelsblatt.com, 1° luglio 2026.

[13] Lazar Backovic, Olga Scheer: Cupra Tavascan – la prima auto elettrica cinese esente dai dazi punitivi dell’UE. handelsblatt.com, 11 febbraio 2026.

[14], [15] Lazar Backovic, Michael Scheppe: I marchi cinesi approfittano dei problemi produttivi delle case automobilistiche tedesche. handelsblatt.com, 3 giugno 2026.

[16] Lazar Backovic: La VW valuta la vendita e la produzione di modelli cinesi in Europa. handelsblatt.com, 1° luglio 2026.

[17] Lazar Backovic, Olga Scheer: Cupra Tavascan – la prima auto elettrica cinese esente dai dazi punitivi dell’UE. handelsblatt.com, 11 febbraio 2026.

[18] Mercedes spinge negli Stati Uniti per un allentamento delle norme relative alla Cina. handelsblatt.com, 21 luglio 2026.

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«Stabilire nuove priorità»

Merz insiste affinché nel prossimo bilancio a lungo termine dell’UE vengano previsti tagli pari a diverse centinaia di miliardi di euro. Ciò andrebbe, tra l’altro, a discapito degli agricoltori francesi. Berlino intende investire tutti i propri fondi nella propria corsa agli armamenti.

30

Luglio

2026

BRUXELLES/BERLINO/DUBLINO (Notizia propria) – Il cancelliere federale Friedrich Merz continua a insistere con tono perentorio su drastici tagli al futuro bilancio a lungo termine dell’UE. I tagli dovrebbero ammontare a «diverse centinaia di miliardi di euro», ha affermato Merz martedì durante un incontro con il primo ministro irlandese Micheál Martin. Martin è attualmente in prima linea nei negoziati sul bilancio, poiché l’Irlanda detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’UE. Se il governo federale riuscisse a far prevalere la propria richiesta, ciò andrebbe a discapito, non da ultimo, del bilancio agricolo dell’UE e, di conseguenza, in particolare degli agricoltori francesi. Questi ultimi hanno già subito delle battute d’arresto a causa dell’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio dell’UE con il Mercosur. A ciò si aggiunge il fatto che la Francia rischia di essere superata dalla Germania anche nel settore dell’industria della difesa e in quello militare, ambiti in cui tradizionalmente vantava un vantaggio all’interno dell’UE. Tutto ciò rafforza il predominio tedesco nell’UE. Mentre Merz sostiene che Berlino non possa sostenere spese aggiuntive per il bilancio dell’UE, il governo federale intende contrarre nuovi debiti per un importo di 838 miliardi di euro solo nel periodo dal 2027 al 2030 – soprattutto per il potenziamento degli armamenti.

Il progetto di bilancio della Commissione europea

Il progetto di bilancio a lungo termine dell’UE per il periodo 2028-2034, presentato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen già nel luglio dello scorso anno, prevede una spesa pari a 1,76 trilioni di euro. [1] Il fatto che talvolta si parli di una spesa pari a quasi due trilioni di euro è dovuto a metodi di calcolo diversi: mentre i 1,76 trilioni di euro si riferiscono al livello dei prezzi del 2025, il bilancio dell’UE, calcolato ai prezzi correnti, ammonta a 1,96 miliardi di euro. [2] I 1,76 trilioni di euro indicati ufficialmente corrispondono a circa l’1,26% del reddito nazionale lordo (RNL) dell’UE – una percentuale notevolmente superiore all’1,13% dell’RNL stanziato per l’attuale bilancio a lungo termine dell’UE (dal 2021 al 2027). Tuttavia, occorre tenere conto del fatto che nel futuro bilancio a lungo termine sono inclusi, tra l’altro, 149,3 miliardi di euro destinati al rimborso dei debiti contratti per far fronte ai danni causati dalla pandemia di Covid-19. Se si sottrae tale importo dai 1,76 trilioni di euro ufficialmente previsti, rimangono poco più di 1,61 trilioni di euro – pari all’1,15% del RNL, appena più di quanto previsto nell’attuale bilancio a lungo termine.

Opposizione al Parlamento europeo

A ciò si aggiunge il fatto che nel futuro bilancio a lungo termine sono previsti, per la prima volta, stanziamenti pari a 130,7 miliardi di euro per il potenziamento militare. Se dai 1,76 trilioni di euro si sottraggono i fondi destinati non solo al rimborso del debito, ma anche al potenziamento militare, rimangono 1,48 miliardi di euro per le voci di spesa finanziate anche dall’attuale bilancio a lungo termine – pari all’1,05% del RNL, una percentuale inferiore rispetto al passato. In concreto, ciò comporta una significativa riduzione delle spese dell’UE per il settore agricolo. Mentre nel bilancio a lungo termine dell’UE per gli anni dal 2021 al 2027 erano ancora previsti 387 miliardi di euro per il settore agricolo, nel bilancio a lungo termine per gli anni dal 2028 al 2034 sono rimasti solo 295,7 miliardi di euro. [3] Questi e altri tagli hanno indotto il Parlamento europeo, il 28 aprile, a richiedere per il prossimo bilancio a lungo termine una spesa pari all’1,27% del RNL, escluso il rimborso del debito; tale importo includerebbe, oltre alla spesa per la difesa in forte aumento, anche una spesa agricola sostanzialmente invariata. Secondo il Parlamento europeo, il rimborso del debito dovrebbe avvenire a titolo aggiuntivo rispetto al bilancio. [4] Complessivamente, le richieste del Parlamento europeo porterebbero il bilancio a lungo termine per il periodo 2028-2034 a circa due trilioni di euro.

Possibilità di nuove entrate

Non è ancora chiaro come verranno finanziate le maggiori spese. La Commissione europea propone diverse fonti di entrate aggiuntive. Ad esempio, una quota maggiore dei proventi derivanti dal sistema di scambio delle quote di emissione dovrebbe essere versata a Bruxelles, così come il 75% del prelievo compensativo alle frontiere sul CO2. La Commissione prevede inoltre entrate derivanti da nuove tasse sui rifiuti elettronici non raccolti e dall’accisa sul tabacco. Inoltre, dovrebbero contribuire le imprese con un fatturato annuo superiore a 100 milioni di euro, comprese quelle che non hanno sede nell’UE. Grazie a ciò e a un aumento delle entrate attuali, Bruxelles spera di poter incassare ulteriori 58,2 miliardi di euro all’anno.[5] Non da ultimo, si sta attualmente discutendo se rinviare il rimborso del debito legato al coronavirus o se contrarre nuovo debito. Tra gli altri, la Francia si dichiara favorevole a misure in questa direzione.[6]

«Tagli in tutti i settori»

Il cancelliere federale Friedrich Merz ha espresso più volte un netto rifiuto nei confronti del progetto di bilancio della Commissione europea. Poco prima del vertice UE a Cipro del 24 aprile, ha affermato in tono categorico che Bruxelles deve «ridurre le spese del bilancio europeo»; un «aumento del debito» o nuove «emissioni obbligazionarie sul mercato dei capitali» sarebbero «inammissibili dal punto di vista tedesco». [7] «L’ho già detto ai miei colleghi», ha dichiarato Merz: «Dovremo fissare nuove priorità». Merz lo ha ribadito martedì in occasione di un incontro con il primo ministro irlandese Micheál Martin. L’Irlanda detiene attualmente la presidenza di turno dell’UE ed è quindi coinvolta in modo determinante nei negoziati sul bilancio. Merz ha dichiarato – ancora una volta con tono categorico – che l’aumento del bilancio dell’UE è «insostenibile» per la Germania.[8] «Abbiamo quindi bisogno di un progetto di bilancio con tagli in tutti i settori», ha proseguito il Cancelliere, «per un totale di diverse centinaia di miliardi di euro». «Questi tagli sono indispensabili», ha affermato. Il bilancio deve inoltre «rispecchiare le nostre priorità politiche […]». La priorità politica assoluta di Berlino non è il bilancio agricolo, bensì la difesa. Merz ha dichiarato di «confidare» nel fatto che l’Irlanda «presenti una proposta realistica».

Per il dominio tedesco

Mentre Merz sostiene che la Repubblica Federale non possa permettersi un bilancio dell’UE più consistente, il contributo netto tedesco al bilancio di Bruxelles è diminuito negli ultimi anni. È infatti sceso da 19,7 miliardi di euro nel 2022 a soli 13,1 miliardi di euro nel 2024. [9] La causa principale di tale calo è stata la contrazione dell’economia tedesca, che anche lo scorso anno ha registrato una crescita pressoché nulla. Una vera ripresa continua a non essere in vista. A ciò si aggiunge il fatto che il governo federale intende contrarre nuovi debiti per un importo di 838 miliardi di euro nel periodo dal 2027 al 2030 (come riportato da german-foreign-policy.com [10]). I nuovi fondi sono destinati prevalentemente al potenziamento degli armamenti. In questo modo il governo federale prosegue i propri sforzi per superare la Francia nel campo degli armamenti e delle forze armate, settore in cui finora quest’ultima era in testa. Se Berlino riuscisse a far approvare i drastici tagli al bilancio dell’UE richiesti da Merz, ciò andrebbe soprattutto a discapito del bilancio agricolo e, di conseguenza, non da ultimo a discapito degli agricoltori francesi, che recentemente hanno già dovuto subire svantaggi a causa dell’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio dell’UE con il Mercosur. [11] La battaglia sul prossimo bilancio a lungo termine dell’UE si rivela così anche come un’aspra lotta di potere tra Berlino e Parigi, in cui è in gioco il rafforzamento del predominio tedesco in Europa.

[1] Il bilancio a lungo termine dell’UE. europarl.europa.eu, 26 maggio 2026.

[2] Berthold Busch, Björn Kauder, Samina Sultan: Unione europea: quadro finanziario pluriennale dal 2028 al 2034. Rapporto IW 47/2025. Colonia, 13 ottobre 2025.

[3] La politica agricola dell’UE in cifre. europaparl.europa.eu, 17 ottobre 2025.

[4] Bilancio dell’UE 2028-2034: rispondere alle aspettative dei cittadini e alle sfide. europarl.europa.eu, 28 aprile 2026.

[5] Berthold Busch, Björn Kauder, Samina Sultan: Unione europea: quadro finanziario pluriennale dal 2028 al 2034. Rapporto IW 47/2025. Colonia, 13 ottobre 2025.

[6] Virginie Malingre: Le discussioni sul bilancio dell’UE si preannunciano più difficili che mai. lemonde.fr, 17 giugno 2026.

[7] «Stabilire nuove priorità». bundesregierung.de, 24 aprile 2026.

[8] «Tracciare le linee guida fondamentali per l’Europa». bundesregierung.de, 28 luglio 2026.

[9] Berthold Busch, Björn Kauder, Samina Sultan: Il bilancio dell’UE e gli Stati membri. Rapporto IW 62/2025. Colonia, 26 novembre 2025.

[10] Si veda a questo proposito La corsa agli armamenti della Germania.

[11] Si veda a questo proposito Il doppio ruolo neocoloniale.


Proteste contro gli “scarafaggi” a Berlino

Per la prima volta il movimento di protesta indiano si è esteso alla Germania: la scorsa settimana alcuni studenti indiani sono scesi in piazza a Berlino per manifestare contro il governo Modi, con cui il governo federale tedesco collabora strettamente.

28

Luglio

2026

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NUOVA DELHI/BERLINO (Articolo originale) – La scorsa settimana, per la prima volta, l’ampio movimento di protesta in India si è esteso alla Germania. A Berlino, numerosi studenti indiani sono scesi in piazza per manifestare la loro solidarietà al movimento di protesta nel loro Paese d’origine ed esprimere il loro malcontento nei confronti del governo indiano guidato dal primo ministro Narendra Modi. In India, le proteste contro gravi irregolarità nel sistema educativo indiano si sono trasformate in manifestazioni di massa, che dalla richiesta iniziale di dimissioni del ministro dell’Istruzione – ormai accolta – hanno iniziato ad estendersi fino a diventare proteste contro il primo ministro Modi. Sono state sostenute in gran parte dalla Generazione Z, ma trovano origine nell’elevata disoccupazione giovanile e nelle prospettive future di conseguenza desolate per molti. Il fatto che a Berlino siano scesi in piazza studenti indiani, dai quali il governo federale spera soprattutto di coprire il fabbisogno tedesco di manodopera qualificata, dimostra che non sta acquisendo una riserva passiva di manodopera, bensì persone attive e sicure di sé. Berlino sta collaborando sempre più strettamente con il governo Modi, contro il quale erano rivolte le loro proteste.

Le prime dimissioni sotto il governo Modi

Il ministro dell’Istruzione indiano Dharmendra Pradhan si è dimesso sabato scorso, dopo che le proteste studentesche contro il partito al governo Bharatiya Janta Party (BJP, Partito Popolare Indiano) si erano estese in tutto il Paese. Dopo oltre un mese di manifestazioni studentesche, iniziate a Delhi, Pradhan ha rassegnato le dimissioni sabato pomeriggio. [1] Si tratta delle prime dimissioni di un ministro del governo centrale dall’elezione di Narendra Modi a primo ministro nel 2014. Le dimissioni sono avvenute il giorno dopo l’incontro tra una delegazione governativa di alto livello e i rappresentanti del Cockroach Janta Party (CJP, Partito Popolare degli Scarafaggi), un movimento satirico online che guidava le proteste studentesche. [2] L’incontro, durato due ore, si è concluso senza una decisione definitiva; il governo ha chiesto tempo fino a sabato pomeriggio per rispondere alla richiesta principale del CJP, ovvero le dimissioni di Pradhan. A seguito delle dimissioni del ministro dell’Istruzione, Pralhad Joshi è stato nominato suo successore.[3]

Gli “scarafaggi”

Le proteste studentesche in India erano scoppiate dopo che, secondo quanto riportato, le domande d’esame di una delle più importanti prove nazionali per aspiranti medici, il “National Eligibility cum Entrance Test (Undergraduate)” (NEET-UG), erano state rese pubbliche in anticipo. Poco dopo, il governo ha annunciato il ripetersi dell’esame, che si è tenuto il 3 maggio, il che a sua volta ha comportato che oltre due milioni di studenti dovessero sostenere un’altra sessione d’esame.[4] Circa 20 studenti si sono tolti la vita a causa dello stress e dell’ansia da esame.[5] Sono subito levate le richieste di dimissioni del ministro dell’Istruzione Pradhan. Poco dopo, il 15 maggio, in un episodio separato, il presidente della Corte Suprema indiana, Surya Kant, ha paragonato oralmente i giovani disoccupati del Paese alla Corte Suprema a degli «scarafaggi». [6] Le dichiarazioni hanno suscitato forte indignazione tra gli studenti. Uno studente indiano della Boston University, Abhijeet Dipke, ha quindi creato una pagina Instagram dal nome «Cockroach Janta Party», che ha rapidamente conquistato milioni di follower.[7]

Dai social media alle strade

Quando le proteste relative alla divulgazione anticipata delle domande d’esame si sono intensificate, il 20 giugno il CJP ha allestito un accampamento di protesta a Delhi, che ha gradualmente ottenuto il sostegno di numerosi attivisti e anche dei principali partiti politici. [8] Sonam Wangchuk, noto attivista ambientalista, si è unito alle proteste il 28 giugno e ha iniziato uno sciopero della fame a tempo indeterminato per sostenere la richiesta della CJP di dimissioni di Pradhan. [9] Mentre cresceva la pressione sul governo di Modi affinché avviasse un dialogo con gli studenti, la mattina presto del 18 luglio la polizia di Delhi ha prelevato con la forza Wangchuk dal luogo della protesta e lo ha portato in un ospedale contro la sua volontà.[10] In segno di protesta, la CJP ha quindi annunciato una marcia verso il Parlamento per il 20 luglio. Il giorno della marcia, la polizia di Delhi ha represso brutalmente oltre 100.000 studenti, suscitando aspre critiche da ampi settori della società indiana – non da ultimo da parte delle associazioni dei lavoratori e dei contadini.[11] Le proteste hanno così assunto una portata nazionale; secondo quanto riportato sui social media, lo stesso giorno si sono svolte manifestazioni in oltre 100 località in tutto il Paese.

«Da Dharmendra a Narendra»

Le dimissioni sono avvenute solo quando le proteste a livello nazionale avevano già assunto proporzioni considerevoli. Si sono susseguite manifestazioni e scioperi, mentre cominciavano a formarsi mobilitazioni di massa spontanee. Il 25 luglio, mentre le proteste in tutto il Paese continuavano a intensificarsi, nello Stato del Bihar, nell’India centrale, si sono verificati disordini che hanno completamente sopraffatto le forze di sicurezza dispiegate sul posto. [12] Yogendra Yadav, un importante attivista sociale, ha dichiarato davanti a un gruppo di giornalisti presso il luogo della protesta, Jantar Mantar – un osservatorio astronomico del XVIII secolo a Delhi – che il malcontento si stava spostando da «Dharmendra a Narendra (Modi)» [13]: Dall’arresto di Sonam Wangchuk, avvenuto il 18 luglio, l’umore della popolazione si è rivoltato contro Modi, sebbene la richiesta ufficiale del movimento fosse semplicemente le dimissioni del ministro dell’Istruzione. Di fatto, le richieste di dimissioni di Pradhan sono passate in secondo piano; sempre più persone hanno rivolto la propria rabbia espressamente contro Modi.

Il fattore Generazione Z

Le proteste sono state sostenute, nel complesso, dalla cosiddetta “Generazione Z”, ovvero i giovani nati tra il 1997 e il 2010. [14] È alla creatività di questa generazione, cresciuta con i social media, che si attribuisce il merito di aver saputo conquistare la simpatia di persone di tutte le fasce d’età e di tutti gli strati sociali grazie a contenuti divertenti e satirici pubblicati sui social media.[15] Tali contenuti sono stati prodotti in quantità talmente grande da sopraffare semplicemente le argomentazioni delle istituzioni. Dietro a tutto ciò, tuttavia, si cela un contesto sociale più profondo. I giovani in India – come in molti altri paesi – si trovano attualmente a dover affrontare prospettive occupazionali cupe e, di conseguenza, dure prospettive di declino sociale. Secondo l’indagine periodica sulla forza lavoro condotta dal governo per l’anno 2025, un indiano su quattro di età compresa tra i 15 e i 29 anni non era né occupato né impegnato in un percorso di istruzione o formazione. [16] Dopo le dimissioni di Pradhan, le proteste del CJP sono state sospese; il luogo originario della protesta a Jantar Mantar è stato completamente sgomberato.[17] La situazione sociale dei manifestanti, tuttavia, non è migliorata. Non è da escludere, prima o poi, una ripresa delle proteste.

Non è una riserva passiva di manodopera

Il movimento di protesta si è esteso per la prima volta anche alla Germania. La scorsa settimana anche a Berlino numerosi studenti indiani sono scesi in piazza per manifestare la loro solidarietà ai manifestanti in India ed esprimere il proprio malcontento nei confronti del governo di Modi. Con quest’ultimo, del resto, il governo tedesco collabora da anni in modo sempre più stretto – non da ultimo per schierarsi insieme contro la Cina. [18] La corruzione e la crescente repressione sotto Modi non ostacolano affatto questa collaborazione. Il fatto che ora anche gli studenti indiani in Germania scendano in piazza contro il governo di Delhi dimostra inoltre che: le persone provenienti dall’India, reclutate in Germania in modo mirato per coprire il fabbisogno locale di manodopera non solo nel settore dell’assistenza, ma anche nelle cosiddette discipline STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) [19], non sono quella riserva di manodopera passiva auspicata da Berlino; hanno idee politiche proprie, che non coincidono con quelle del governo federale, e per difenderle scendono sempre più spesso in piazza.

[1] Rhea Mogul: Il ministro dell’Istruzione indiano si dimette dopo giorni di proteste giovanili denominate “Cockroach” a seguito della fuga di notizie sui testi d’esame. cnn.com, 25.07.2026.

[2] Redazione: Il governo è disposto ad accogliere due richieste, il presidente della Corte Suprema rimane irremovibile sulle dimissioni di Pradhan: cosa è successo nel secondo round di negoziati. timesofindia.com 24.07.2026.

[3] Redazione di The Hindu: Pralhad Joshi assume la carica di ministro dell’Istruzione. thehindu.com, 26 luglio 2026.

[4] Manikant Mishra: Da Vyapam al NEET: ecco una cronologia decennale degli scandali relativi alla fuga di notizie sui testi d’esame. tribuneindia.com, 17 maggio 2026.

[5] Philipp Wang: «Il “movimento degli scarafaggi” costringe alle dimissioni il ministro dell’Istruzione indiano». time.com, 25 luglio 2026.

[6] Gurdeep Sappal: Il presidente della Corte Suprema li ha definiti “scarafaggi”. La storia sa bene dove porta quel tipo di linguaggio. thewire.in, 16 maggio 2026.

[7] Zoya Mateen: L’India ha una nuova superstar politica: uno scarafaggio. tbc.com, 21 maggio 2026.

[8] PTI: I manifestanti del CJP continuano il sit-in a Jantar Mantar; durante la notte si sono radunati altri sostenitori. theprint.in, 22.07.2026.

[9] Simon Fraser: L’ingegnere in sciopero della fame che chiede riforme nel settore dell’istruzione in India. bbc.com, 21 luglio 2026.

[10] Geeta Pandey: attivista indiana in sciopero della fame da 20 giorni, portata con la forza in ospedale. bbc.com, 18 luglio 2026.

[11] Vidya Krishnan: In India, la paura ha cambiato campo. aljazeera.com, 23 luglio 2026.

[12] Amit Bhelari: Lo sciopero generale nel Bihar degenera in violenze; la polizia apre il fuoco a Siwan, ferendo tre manifestanti. thehindu.com, 25.07.2026.

[13] www.instagram.com/reels/DbN8RTEsFgA/

[14] Esther Sun: Dai Boomer alla Generazione Beta: una guida ai nomi delle generazioni. today.com, 26 settembre 2025.

[15] Hannah Ellis-Petersen: La vittoria del partito indiano “Cockroach Janta” nelle proteste preannuncia guai in vista per Modi. theguardian.com, 26 luglio 2026.

[16] Ufficio Nazionale di Statistica, Ministero delle Statistiche e dell’Attuazione dei Programmi, Governo dell’India: Relazione annuale sull’indagine periodica sulla forza lavoro, 2025 [gennaio 2025 – dicembre 2025]. 27.03.2026.

[17] I manifestanti indiani soprannominati “scarafaggi” sospendono lo sciopero dopo le dimissioni del ministro dell’Istruzione. bbc.com, 25.07.2026.

[18] Si veda a questo proposito Alla ricerca di alternative.

[19] Si veda a questo proposito L’importazione di manodopera dall’India.

Strategia senza pratica

La Germania e l’UE sono molto indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina per quanto riguarda lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA). Solo nella definizione delle strategie la Repubblica Federale è stata tra i pionieri a livello globale.

27

Luglio

2026

BRUXELLES/BERLINO (Articolo redazionale) – La Germania e l’UE sono molto indietro rispetto ai pionieri globali, Stati Uniti e Cina, per quanto riguarda lo sviluppo e l’applicazione dell’intelligenza artificiale (IA). Lo confermano numerose ricerche, tra cui un recente studio pubblicato dalla Fondazione Friedrich Naumann, vicina al partito FDP. Secondo tale studio, l’Europa registra un ritardo drammatico, ad esempio, nella quota di mercato globale delle applicazioni di IA: mentre le app di IA americane sono state scaricate 1,35 miliardi di volte, i download delle app di IA europee si sono attestati a soli 1,26 milioni. Anche nello sviluppo di modelli avanzati di IA, nell’attrazione di investimenti nel settore, nella pubblicazione di lavori scientifici sull’argomento e nel numero di brevetti, l’Europa resta indietro rispetto a Stati Uniti e Cina. L’unica azienda europea di rilevanza globale nello sviluppo di modelli di IA – Mistral – ha sede in Francia. Inoltre, le aziende tedesche stanno portando avanti l’introduzione dell’IA con relativa esitazione. Solo la formulazione della strategia ha avuto successo: la Germania è stata uno dei primi paesi al mondo ad adottare una strategia nazionale sull’IA. Tuttavia, l’attuazione pratica lascia a desiderare.

Europa: molto indietro

Per quanto riguarda i download di app di intelligenza artificiale, «le aziende statunitensi dominano a livello mondiale, mentre la Cina sta recuperando terreno dalla metà del 2025 e l’Europa resta indietro»: è questa la conclusione di un nuovo studio della Fondazione Friedrich Naumann, vicina al partito FDP, intitolato «The Geopolitics of AI App Exports», redatto da un collaboratore della Società tedesca per la politica estera (DGAP). [1] I risultati, basati sul numero di download di app Android, dipingono un quadro deludente per l’Europa. Dall’inizio del 2023 all’aprile 2026, le app di IA statunitensi hanno dominato a livello mondiale con circa 1,35 miliardi di download, mentre la Cina si è classificata al secondo posto con 205,41 milioni; l’UE è rimasta molto indietro con soli 1,26 milioni di download di app di IA dell’azienda francese Mistral. Uno dei risultati più sorprendenti dello studio è il predominio delle app di IA cinesi nei paesi dell’America Latina. Oltre ad aver registrato la quota di mercato più elevata in Russia, Bielorussia, Filippine e Indonesia, il numero di download delle app cinesi è risultato il più alto in paesi come Argentina, Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador e Messico. Al contrario, le app di IA statunitensi mantengono la loro posizione dominante in Nord America, Europa occidentale, Asia centrale e meridionale, nonché nei paesi arabi.

Sfere di influenza tecnologica

Come sottolinea l’autore, in ciò si riflettono le sfere di influenza tecnologiche generali (“tecnosfere”) – definite come “aree geografiche in cui un potere esterno possiede una capacità privilegiata, ma non esclusiva, di controllo sulla tecnologia e/o in cui l’attore esterno esercita un’influenza predominante in materia di governance tecnologica”. [2] Si afferma inoltre che, sebbene la tecnologia abbia sempre contribuito all’esercizio del controllo, tale capacità assume proporzioni «di gran lunga maggiori» nell’era dell’IA. Per questo motivo, le raccomandazioni dello studio rivolte all’UE comprendono, tra l’altro, la riduzione della dipendenza dai modelli di base open source cinesi. Lo studio sottolinea la dipendenza sia dell’ecosistema europeo che di quello statunitense dalle app delle startup cinesi specializzate in IA, dovuta alla mancanza in Europa di modelli statunitensi proprietari. Inoltre, l’autore sottolinea la necessità di stringere alleanze tra aziende europee specializzate nell’IA per contrastare il ritardo dell’UE nello sviluppo di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) innovativi.

40 a 15 a 3

Il notevole ritardo dell’UE rispetto agli Stati Uniti e alla Cina emerge anche da altri studi, indici e dati. Secondo l’indice sull’IA della Stanford University, nel 2024 gli Stati Uniti hanno sviluppato 40 modelli di IA all’avanguardia, mentre la Cina ne ha sviluppati ben 15. [3] L’UE, invece, ne ha sviluppati solo tre, tutti realizzati dall’azienda francese Mistral. Nello stesso anno, le aziende statunitensi operanti nel settore dell’IA sono riuscite ad attrarre investimenti per un totale di 109 miliardi di dollari, mentre le loro controparti dell’UE sono riuscite a raccogliere solo 14,9 miliardi di dollari. Inoltre, secondo uno studio di Digital Science, un think tank specializzato in IA, nel 2024 la Cina ha superato di gran lunga tutti gli altri paesi del mondo per numero di pubblicazioni scientifiche nel campo dell’IA, con 23.695 pubblicazioni.[4] Il dato corrispondente era di 10.055 nell’UE, 6.378 negli Stati Uniti e 2.747 nel Regno Unito. Secondo quanto riportato, lo scorso anno Apple avrebbe addirittura discusso internamente l’acquisizione dell’unica azienda europea attualmente in grado di competere ai vertici mondiali dello sviluppo dell’IA.[5] Se ciò fosse avvenuto, l’UE non avrebbe più avuto uno sviluppatore di IA locale tra i leader globali del settore.

La Repubblica Federale è in ritardo

Se già l’UE nel suo complesso è molto indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, ciò vale a maggior ragione per la Germania. Uno studio condotto nel 2021 dall’Istituto Fraunhofer per la ricerca sui sistemi e l’innovazione (ISI) per conto di KfW Research ha rivelato che, all’epoca, lo sviluppo della tecnologia dell’IA era ancora considerato meno importante rispetto ad altre tecnologie quali la robotica, la tecnologia delle batterie e la sicurezza informatica, e si collocava solo al 20° posto in una classifica. [6] Nel 2024 la Germania deteneva una quota di appena il 6% dei brevetti mondiali sull’IA, posizionandosi così ben dietro alla Cina (29%) e agli Stati Uniti (27%). Mentre in Cina il numero delle domande di brevetto si è moltiplicato per cento dall’inizio degli anni 2000, in Germania si è solo triplicato. Il ritardo della Germania può essere illustrato anche con il modello economico del «Revealed Comparative Advantage» (RCA); si tratta di un indicatore che determina il rapporto tra esportazioni e importazioni di un paese per un determinato gruppo di prodotti rispetto al suo rapporto complessivo tra esportazioni e importazioni. Nel 2024 l’RCA della Germania nel settore dell’IA era pari a -57. L’RCA riflette il grado di successo con cui le imprese nazionali riescono a posizionarsi rispetto a quelle estere.

Al ritmo della Germania

Oltre al ritardo in termini di competenze nell’IA, la Germania deve inoltre fare i conti con una stagnazione nell’adozione dell’IA nel settore economico. Uno studio del Centro Leibniz per la Ricerca Economica Europea (ZEW) di Mannheim, risalente al 2024, ha evidenziato che, sebbene le aziende tedesche utilizzassero l’IA con maggiore frequenza rispetto alla media UE, tale utilizzo era rimasto stagnante dal 2021.[7] Dal 2021 al 2023, l’utilizzo dell’IA nelle imprese tedesche è aumentato solo di un punto percentuale, passando dall’11 al 12 per cento. La Repubblica Federale ha comunque ottenuto un buon risultato nell’indice «AI Fitness» della società di revisione e consulenza PricewaterhouseCoopers (PwC), che misura la disponibilità generale di un paese a introdurre, regolamentare e trarre vantaggio dall’IA. In uno studio globale sulle prestazioni dell’IA pubblicato quest’anno, la Germania ha ottenuto 5,6 punti nell’indice PwC.[8] Si è così posizionata leggermente al di sopra della mediana globale (5,5) e nettamente davanti agli Stati Uniti (5,2), ma significativamente dietro alla Cina (6,9), a Hong Kong (6,7) e all’Arabia Saudita (6,2).

Nel paese dei poeti

La performance complessivamente modesta della Germania nel campo dell’IA è in contrasto con il fatto che nel 2018 la Repubblica Federale è stata tra i primi paesi al mondo a varare una strategia nazionale sull’IA.[9] La strategia era un progetto congiunto dei ministeri dell’Istruzione e della Ricerca e dell’Economia e del Lavoro ed è stata dotata di un finanziamento iniziale di tre miliardi di euro fino al 2025. [10] Il finanziamento ha ricevuto un’iniezione di ulteriori due miliardi di euro grazie al pacchetto di misure economiche e per il futuro del 2020. La strategia tedesca del 2018 si basava su tre obiettivi: rafforzare la competitività della Germania come polo di ricerca ed economico per l’IA; garantire uno sviluppo «responsabile» dell’IA; integrare l’IA nella società attraverso un ampio dialogo. Nel 2020 la strategia è stata aggiornata per tenere conto dei nuovi sviluppi e delle nuove esigenze, tra cui la lotta alla pandemia, la sostenibilità e la tutela dell’ambiente. Da ultimo, nel novembre 2023, il Ministero federale della Ricerca, della Tecnologia e dell’Spazio (BMFTR) ha pubblicato un piano d’azione sull’IA che mira, tra l’altro, a una più stretta cooperazione europea.

[1], [2] Valetin Weber: La geopolitica delle esportazioni di app di intelligenza artificiale. Fondazione Friedrich Naumann, giugno 2026.

[3] L’Indice sull’IA 2025. Università di Stanford, aprile 2025.

[4] Dennis Normile: La Cina è al primo posto a livello mondiale per numero di pubblicazioni sull’intelligenza artificiale, secondo quanto emerge da un’analisi dei database. science.org, 11.07.2025.

[5] Secondo quanto riportato da *The Information*, Apple avrebbe discusso internamente l’acquisto di Mistral e Perplexity. reuters.com, 26 agosto 2025.

[6] Volker Zimmermann: L’intelligenza artificiale in Germania: situazione attuale, opportunità e possibilità di intervento in materia di politica economica. KfW Research, 21 giugno 2024.

[7] L’adozione dell’intelligenza artificiale ristagna nelle aziende tedesche. zew.de, 28 agosto 2024.

[8] Studio globale sulle prestazioni dell’IA: la Germania è più avanzata degli Stati Uniti, ma in ritardo rispetto alla Cina. e3mag.com, 9 luglio 2026.

[9] Ministero federale della Ricerca, della Tecnologia e dello Spazio: Intelligenza artificiale. bmftr.bund.de.

[10] James Dargan: La strategia tedesca sull’intelligenza artificiale: finanziata ma in stallo. theaiinsider.tech, 13 luglio 2026.

Complicità nella guerra di aggressione

Gli Stati Uniti utilizzano nuovamente le infrastrutture tedesche per rafforzare la propria presenza aerea in Medio Oriente, al fine di estendere la guerra contro l’Iran. Secondo gli esperti di diritto, il fatto che Berlino permetta tutto ciò costituisce un caso di favoreggiamento di una guerra di aggressione.

24

Luglio

2026

TEHERAN/WASHINGTON/BERLINO (Notizia propria) – Nell’ambito del rafforzamento della presenza aerea statunitense in Medio Oriente, in vista di un’estensione della guerra di aggressione contro l’Iran, le forze armate statunitensi ricorrono nuovamente alle infrastrutture militari presenti in Germania. Proprio come già prima dell’inizio della guerra e nei primi 40 giorni di conflitto, aerei da combattimento e truppe vengono trasferiti attraverso la base aerea statunitense di Ramstein verso la penisola arabica, dove si preparano ad affrontare l’annunciata ondata di attacchi intensificati. Anche la base aerea statunitense di Spangdahlem è coinvolta; i caccia F-16 ivi di stanza sono stati trasferiti la scorsa settimana nella zona di schieramento in Medio Oriente. Erano tornati dalla loro missione di guerra in quella regione solo poche settimane fa. Di grande importanza è inoltre l’ospedale militare statunitense di Landstuhl, il più grande del suo genere al mondo. Negli ultimi giorni, quasi una dozzina di militari statunitensi, alcuni dei quali gravemente feriti, sono stati trasportati lì per ricevere cure. Il numero dei paramedici nell’ospedale è stato inoltre recentemente aumentato di oltre 150 unità, in previsione di un aumento del numero delle vittime. Per l’espansione della guerra di aggressione illegale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annuncia crimini di guerra. Berlino ne è complice.

Ramstein

Come di consueto, le forze armate statunitensi utilizzano ampiamente le infrastrutture militari americane presenti in Germania per l’attuale rafforzamento delle truppe in Iran. Viene ad esempio costantemente utilizzata la base aerea statunitense di Ramstein, non lontana da Kaiserslautern [1], la più grande base dell’aeronautica militare statunitense al di fuori degli Stati Uniti, dove ha sede il quartier generale delle forze aeree statunitensi per l’Europa e l’Africa. A Ramstein si trova, tra l’altro, una stazione di ripetizione satellitare che ha fatto più volte notizia perché attraverso di essa vengono controllate le operazioni dei droni statunitensi non solo in Africa, ma anche nel Vicino e Medio Oriente. Anche per altre operazioni i dati passano attraverso Ramstein – non da ultimo per la guerra in Iran. [2] Ramstein funge costantemente anche da hub logistico per quest’ultima. Poco dopo l’inizio della guerra, aerei militari provenienti dalla Spagna – che da lì non potevano decollare per partecipare al conflitto, poiché il governo spagnolo lo aveva vietato – sono stati trasferiti a Ramstein: Berlino, a differenza di Madrid, non ha sollevato alcuna obiezione alla loro partecipazione alla guerra di aggressione contro l’Iran. Mercoledì scorso è atterrato a Ramstein un aereo relè E-11A BACN; proveniva dalla Warner Robins Air Force Base, nello Stato della Georgia (USA), e ha proseguito il volo verso il Medio Oriente.[3] L’aereo coordina in tempo reale i caccia e i bombardieri mentre effettuano attacchi aerei.

Spangdahlem

Anche la base aerea statunitense di Spangdahlem, nell’Eifel, svolge un ruolo importante nell’attuale rafforzamento della presenza dell’aeronautica militare statunitense in Medio Oriente, finalizzato a preparare un’estensione su vasta scala della guerra di aggressione. La scorsa settimana, alcuni caccia statunitensi F-16 di stanza in quella base sono stati trasferiti in Medio Oriente. [4] Inoltre, jet del tipo F-35 sono decollati dalla base aerea britannica di Lakenheath, a nord-est di Cambridge, diretti verso la regione, così come altri jet F-16 dalla base aerea statunitense di Aviano, a nord-est di Venezia. [5] Gli F-16 di stanza fissa a Spangdahlem erano tornati solo poche settimane fa dalla loro missione nella zona di guerra; si tratta di velivoli specializzati nel neutralizzare la difesa aerea nemica. Il fatto che un numero notevole di aerei da combattimento provenienti da tutte e tre le unità dell’Aeronautica Militare statunitense in Europa venga trasferito nella penisola arabica è insolito, come afferma David Deptula, tenente generale in pensione dell’Aeronautica Militare statunitense e decano del Mitchell Institute for Aerospace Studies, un think tank su tematiche aeronautiche con sede a Washington, citato sul quotidiano delle forze armate statunitensi Stars and Stripes. [6] Deptula sottolinea tuttavia che, verso la fine della Guerra Fredda, l’Aeronautica Militare statunitense non disponeva in Europa di tre, bensì di nove unità – una prova del progressivo declino della sua potenza militare.

Landstuhl

Nel contesto della guerra in Iran, oltre a Ramstein e Spangdahlem, viene ormai utilizzato con maggiore frequenza anche il Landstuhl Regional Medical Center, il più grande ospedale militare statunitense al di fuori degli Stati Uniti. Negli ultimi giorni, quasi una dozzina di soldati statunitensi gravemente feriti sono stati trasportati lì dalla Giordania per ricevere cure. Ciò ha suscitato scalpore anche perché l’amministrazione Trump riferisce in misura notevolmente minore rispetto ai precedenti governi statunitensi in merito alle proprie perdite e ai propri danni; solo le vittime tra i militari statunitensi vengono rese pubbliche, poiché ciò è rigorosamente prescritto dalla legge. Gli osservatori statunitensi sottolineano tuttavia che ciò non vale per i dipendenti delle società militari private, che spesso costituiscono una parte significativa del personale presente nelle basi militari statunitensi. Dopo che il Pentagono ha dovuto recentemente confermare che tre soldati statunitensi avevano perso la vita durante gli attacchi iraniani alla base aerea di Muwaffaq Salti presso Al Azraq in Giordania, alcune ricerche condotte dai media statunitensi hanno rivelato che, tra il 7 giugno e lo scorso fine settimana, erano stati feriti anche quasi 100 militari statunitensi; il Pentagono non ne aveva informato l’opinione pubblica statunitense. [7] Anzi, era stato regolarmente riferito che i droni e i missili iraniani fossero stati respinti o avessero completamente mancato i loro obiettivi.

Danni materiali

Sono ora disponibili le prime indagini dei media non solo sul numero dei militari statunitensi feriti negli attacchi iraniani, ma anche sui danni causati alle armi e alle infrastrutture militari. Come riportato mercoledì dal *New York Times*, questo mese l’Iran ha concentrato i propri attacchi su nove località con presenza statunitense; nei primi 40 giorni di guerra erano state 18. La base aerea di Muwaffaq Salti è stata colpita ben quattro volte; secondo il quotidiano, lì sono stati distrutti tre edifici con l’uso di droni e due hangar, oltre a presunti container adibiti ad alloggi. Gravi danni sono stati registrati anche alla Torre 22, una struttura militare statunitense nell’estremo nord-est della Giordania, proprio al confine con la Siria. [8] Sono stati colpiti anche hangar e un sistema radar in altre due basi militari in Giordania, nonché l’aeroporto internazionale Re Hussein, dove sono di stanza anche militari statunitensi. In Bahrein è stato danneggiato – almeno – un magazzino; all’Aeroporto Internazionale di Erbil, nel nord dell’Iraq – dove sono presenti anche truppe statunitensi – è stata distrutta una tenda militare. È stata colpita anche la base aerea Ali al Salem in Kuwait, mentre presso la vicina base aerea Ahmad al Jaber è stato distrutto un sistema radar, che era in funzione da appena sei mesi. Questi sono solo i danni accertati finora.

Feriti e morti

Ciò a cui Washington si sta preparando, al di là delle dichiarazioni pubbliche, è dimostrato dal fatto che negli ultimi giorni più di 150 paramedici statunitensi sono stati trasferiti al Landstuhl Regional Medical Center; di conseguenza, qualora il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovesse effettivamente ordinare l’estensione degli attacchi statunitensi, già annunciata e preparata con il rafforzamento della presenza aerea, ci si aspetta un corrispondente intensificarsi della resistenza iraniana e un conseguente aumento anche del numero delle vittime statunitensi – compresi i feriti gravi, che verranno poi trasportati in Germania per ricevere cure mediche. [9] Anche coloro che dovessero perdere la vita in eventuali contrattacchi iraniani saranno presumibilmente trasportati inizialmente nella Repubblica Federale Tedesca, prima di essere trasferiti negli Stati Uniti in bare: l’unità Air Force Mortuary Affairs Operations (AFMAO) effettua solitamente uno scalo a Ramstein durante i suoi voli dalla zona di guerra verso gli Stati Uniti. Così è avvenuto anche di recente, quando sono state riportate le salme di quattro soldati statunitensi caduti in Medio Oriente; secondo quanto riportato, il volo da Ramstein alla Dover Air Force Base nel Delaware, attraverso la quale vengono solitamente gestiti i trasporti delle salme, dura dalle nove alle dieci ore.[10]

Conseguenze giuridiche per Berlino

Per estendere la guerra di aggressione contraria al diritto internazionale, il presidente degli Stati Uniti Trump annuncia ufficialmente attacchi statunitensi contro infrastrutture civili; si tratta di crimini di guerra. L’annuncio di voler ordinare crimini di guerra ha un peso notevole anche per il governo federale tedesco. Continua infatti a consentire alle forze armate statunitensi di utilizzare le infrastrutture militari presenti in Germania – come Ramstein, Spangdahlem, Landstuhl – e concede loro senza esitazione i diritti di sorvolo. Secondo Michael Riegner, professore di diritto pubblico, diritto internazionale e diritto comparato all’Università di Erfurt e direttore della Global Justice Clinic della stessa ateneo, l’idea che ciò non abbia conseguenze non è sostenibile. È inammissibile limitare l’articolo 26, paragrafo 1, della Legge fondamentale alla Bundeswehr, sostiene Riegner. Il paragrafo recita che «gli atti idonei a […] turbare la convivenza pacifica dei popoli, in particolare la preparazione di una guerra di aggressione», devono essere «puniti». Chiunque renda possibile la conduzione di una guerra di aggressione si rende «complice», afferma Riegner.[11] Non può esserci alcun dubbio sul fatto che ciò valga anche nel caso della preparazione di una guerra di aggressione da parte delle forze armate di uno Stato terzo, ad esempio quelle degli Stati Uniti.

[1] Si veda a questo proposito La Renania-Palatinato: crocevia della guerra.

[2] Reiner Braun: Nessuna guerra senza la base aerea statunitense di Ramstein. ipb.org 01.04.2026.

[3] Un E-11A dell’USAF si dirige verso l’Arabia Saudita dopo una sosta a Ramstein, rafforzando le comunicazioni aeree in Medio Oriente. itamilradar.com 22.07.2026.

[4] Chris Gordon: Gli Stati Uniti dispiegano F-16 e F-35 in Medio Oriente mentre la tensione con l’Iran si riaccende. airandspaceforces.com, 17 luglio 2026.

[5], [6] Jennifer H. Svan: L’Aeronautica Militare punta tutto sull’impiego di stormi di caccia con base in Europa per fornire supporto in Medio Oriente. stripes.com, 22 luglio 2026.

[7] Eric Schmitt: Il Pentagono ha nascosto decine di feriti tra i militari statunitensi nella guerra in Iran. nytimes.com, 20 luglio 2026.

[8] Aric Toler, Christoph Koettl: Cosa rivelano le immagini sui recenti danni subiti dalle basi militari statunitensi in Medio Oriente. nytimes.com, 22 luglio 2026.

[9] Shelby Holliday, Lara Seligman, Stephen Kalin: Gli Stati Uniti rafforzano la presenza militare in Medio Oriente, offrendo a Trump la possibilità di estendere la guerra contro l’Iran. wsj.com, 22 luglio 2026.

[10] Janet Loehrke, George Petras: Come i rimpatri dignitosi riportano a casa i militari statunitensi caduti. eu.usatoday.com 22.07.2026.

[11] Michael Riegner: Riserva parlamentare per le guerre di aggressione. verfassungsblog.de, 29 aprile 2026.

La nuova geoeconomia dei prezzi dei farmaci

Gli Stati Uniti stanno esercitando pressioni affinché in Germania vengano aumentati i prezzi dei farmaci, al fine di alleggerire il proprio bilancio. Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti ha quindi avviato di recente una cosiddetta procedura “Sector 301” contro la Repubblica Federale Tedesca.

23

Luglio

2026

WASHINGTON/BERLINO (Notizia propria) – L’amministrazione Trump esorta il governo federale tedesco ad attuare un aumento dei prezzi dei farmaci in Germania. Motiva questa richiesta sostenendo che l’industria farmaceutica finanzi i propri investimenti in ricerca e sviluppo principalmente attraverso il mercato statunitense. Altri paesi, invece, contribuirebbero in misura minima, pur beneficiando comunque dei progressi in campo medico. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump accusa la Germania e altre nazioni di «parassitismo globale». Il 18 giugno gli Stati Uniti hanno avviato contro la Repubblica Federale Tedesca una cosiddetta procedura «Sector 301» a causa della «persistente sottovalutazione dei farmaci innovativi», con l’obiettivo di migliorare in Germania le condizioni di redditività per l’industria farmaceutica. Il cancelliere federale Friedrich Merz ha respinto la richiesta; il Ministero dell’Economia, invece, si è detto disponibile al dialogo. Boehringer e Merck hanno già ceduto e offrono alcuni preparati a prezzi più bassi sulla nuova piattaforma TrumpRX. Insieme ad altre multinazionali come Bayer, premono in cambio per aumenti dei prezzi negli Stati membri dell’UE, minacciando di non lanciare più nuovi farmaci in Europa – per eliminare ogni possibilità di confronto – qualora le loro richieste non venissero soddisfatte.

«Parassitismo globale»

Gli Stati Uniti sono in testa alla classifica mondiale dei paesi con i prezzi dei farmaci più alti; seguono la Svizzera, la Germania e il Canada. L’amministrazione Trump vorrebbe ora cambiare questa situazione. Sostiene di aver individuato un «parassitismo globale» e individua come causa principale i presunti «sistemi sanitari socialisti in Germania e in tutte le parti dell’Unione Europea».[1]

Il decreto

In questo contesto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha emanato già nel maggio 2025 un decreto in base al quale, in futuro, gli Stati Uniti adotteranno come parametro di riferimento per il mercato farmaceutico nazionale il prezzo più basso praticato in un paese industrializzato per un determinato farmaco. L’ordine esecutivo definisce come obiettivo della politica commerciale statunitense quello di «aiutare i produttori ad aumentare i propri prezzi all’estero, a condizione che i ricavi aggiuntivi così ottenuti vengano utilizzati direttamente per ridurre i prezzi a carico dei pazienti e dei contribuenti americani».[2]

Un cuore per le grandi aziende farmaceutiche

Se il governo precedente aveva ancora attaccato l’avidità di profitto dell’industria farmaceutica – «abbiamo sconfitto la Big Pharma», esultò il presidente Joe Biden nel 2024, poco dopo l’introduzione di sconti su dieci farmaci di largo consumo [3] –, per l’amministrazione Trump ciò non rappresenta più un problema. A differenza dei Democratici, i Repubblicani accettano in linea di principio senza esitazioni i prezzi elevati dei farmaci. In questo modo fanno propria la versione delle aziende farmaceutiche, secondo cui le spese per la ricerca giustificano prezzi elevati. A contraddire questa affermazione è, tuttavia, il fatto che AstraZeneca, Bayer e altre aziende stiano ridimensionando sempre più i propri laboratori per acquistare invece promettenti startup farmaceutiche. L’amministrazione Trump ignora inoltre che i produttori non parlano sempre di ricerca e sviluppo senza motivo, poiché sotto il termine «sviluppo» includono le loro immense spese di marketing.

La procedura Sector 301

In linea con il decreto di Trump del maggio 2025, il rappresentante commerciale degli Stati Uniti Jamieson Greer ha cercato per mesi di convincere il governo federale tedesco ad attuare una ridistribuzione delle risorse nel sistema sanitario a favore dell’industria farmaceutica. Ma i negoziati sono falliti. Per questo motivo, a metà giugno Greer ha avviato una cosiddetta procedura «Sector 301» contro la Germania a causa della «persistente sottovalutazione dei farmaci innovativi». [4] In tale occasione ha anche criticato esplicitamente la «Legge sulla stabilizzazione dei contributi nell’assicurazione sanitaria pubblica», all’epoca oggetto di accesi dibattiti: «Sono particolarmente preoccupato dalle notizie secondo cui la Germania starebbe accelerando l’approvazione di una legge che ridurrebbe ulteriormente la spesa per i farmaci innovativi.»[5]

L’accordo con il Regno Unito

Gli Stati Uniti hanno già raggiunto un accordo con il Regno Unito. Per evitare l’aumento dei dazi minacciato sulle esportazioni farmaceutiche delle aziende britanniche, il governo ha garantito, tra l’altro, prezzi più elevati per i farmaci di nuova immissione sul mercato. Secondo un’analisi pubblicata sul British Medical Journal, l’accordo costerà al National Health Service (NHS) circa 51,5 miliardi di euro entro il 2036. Secondo gli autori, la necessaria ridistribuzione dei fondi causerà gravi lacune nell’assistenza sanitaria. Si prevede quindi un aumento dei decessi fino a 229.000 casi.[6]

«Una questione interna»

Il governo federale, dal canto suo, giudica apertamente infondate le richieste del governo statunitense. Il cancelliere federale Friedrich Merz e la ministra della Salute Nina Warken hanno fatto riferimento all’accordo commerciale stipulato dall’UE con gli Stati Uniti, che prevede un dazio all’importazione del 15% sui prodotti farmaceutici. Merz ha definito la regolamentazione dei prezzi dei farmaci in Germania una «questione puramente interna». Anche Warken ha respinto qualsiasi concessione. A tal proposito, la politica della CDU ha affermato di vedere «poco margine di manovra». [7] Solo il Ministero federale dell’Economia si è mostrato disponibile al dialogo. «Cercherà il dialogo con gli Stati Uniti su questa questione», ha dichiarato una portavoce.[8] Martedì i rappresentanti del Ministero della Salute e della Cancelleria federale hanno incontrato la direttrice generale dell’UE per il Commercio, Ditte Juul Jørgensen, per discutere una strategia comune.

Trattamento della nazione più favorita per gli Stati Uniti

Già nel luglio 2025 Trump aveva chiesto in una lettera a 17 aziende farmaceutiche di «ridurre i prezzi dei farmaci soggetti a prescrizione medica negli Stati Uniti al livello del prezzo più basso praticato in altri paesi sviluppati». [9] Anche due aziende farmaceutiche tedesche, Boehringer Ingelheim e Merck, hanno ricevuto la lettera, nella quale veniva loro richiesto di concedere agli Stati Uniti i prezzi «most favored nation», ovvero di applicare il principio della nazione più favorita. Entrambe le aziende hanno ottemperato alla richiesta. «Continueremo a collaborare in modo costruttivo con i governi, le autorità di regolamentazione e le organizzazioni dei pazienti per garantire che i pazienti abbiano accesso a farmaci a prezzi accessibili e che le innovazioni mediche per trattamenti vitali continuino a essere possibili», ha dichiarato Boehringer.[10] Il gruppo offre ora tre preparati a condizioni notevolmente agevolate sulla piattaforma TrumpRX, di recente creazione. Anche Merck è presente sulla piattaforma con tre farmaci e si è persino impegnata a produrre in futuro un maggior numero dei propri farmaci per la fertilità sul territorio statunitense. «Grazie alla nostra collaborazione con il presidente Trump e il suo governo, d’ora in poi un numero maggiore di famiglie negli Stati Uniti avrà accesso a terapie innovative di fecondazione in vitro e, si spera, potrà realizzare il proprio desiderio di avere un figlio», ha dichiarato Danny Bar-Zohar, amministratore delegato di Merck.[11]

La comprensione di Bayer nei confronti di Trump

Altre aziende farmaceutiche, come ad esempio Bayer, stanno cercando attivamente di concludere un accordo, poiché temono che, in caso contrario, si vedrebbero costrette ad attuare programmi di riduzione dei costi ancora più drastici. Il gruppo di Leverkusen non critica però le misure di Trump. Lo ha già sostenuto durante la campagna elettorale con 122.000 dollari, ha sponsorizzato la sua cerimonia di insediamento e ora appoggia anche le invettive di Trump contro Berlino e Bruxelles. «Sì, capisco la frustrazione del governo statunitense nei confronti della politica farmaceutica europea», ha dichiarato l’amministratore delegato Bill Anderson in un’intervista: «Tutti i governi europei desiderano posti di lavoro nel settore farmaceutico e biotecnologico. Ma quando si tratta dei prezzi dei farmaci innovativi, accettano solo una frazione di quanto pagano gli Stati Uniti. Questo è inaccettabile.»[12] «In Europa i prezzi dei nuovi prodotti devono aumentare», chiede di conseguenza Stefan Oelrich, membro del consiglio di amministrazione di Bayer responsabile del settore farmaceutico.[13] Lo ha sicuramente comunicato di persona anche al commissario europeo alla Salute Olivér Várhelyi, quando quest’ultimo ha visitato la sede berlinese di Bayer a giugno. Considerato l’elevato numero di incontri tra i lobbisti del gruppo e i membri del gabinetto di Várhelyi, come risulta dal registro di trasparenza dell’UE, è probabile che l’argomento fosse all’ordine del giorno. Inoltre, il gruppo di Leverkusen ha inviato una lettera in merito alla Commissione europea insieme ad altre aziende farmaceutiche. 

Le grandi aziende farmaceutiche minacciano

Per esercitare pressione, i colossi farmaceutici sottolineano il calo del numero di domande di autorizzazione all’immissione in commercio nei paesi dell’UE, dovuto al fatto che i produttori non vogliono offrire al governo statunitense la possibilità di confrontare i prezzi. «Non si tratta di minacce a vuoto, sta già accadendo», spiega Matthias Berninger, responsabile delle relazioni pubbliche di Bayer: «L’Europa sta per arrivare al punto in cui non verranno più autorizzati quasi nessun nuovo farmaco». [14] L’«Associazione dei produttori farmaceutici che svolgono attività di ricerca» (VFA), fondata dal gruppo di Leverkusen, ha già utilizzato questo argomento nella sua campagna contro la legge di stabilizzazione delle casse malattia. In un annuncio a tutta pagina pubblicato su un quotidiano, l’organizzazione di lobby ha esortato la classe politica a non intaccare i profitti delle aziende farmaceutiche, per non mettere a rischio l’approvvigionamento di medicinali. «Cari deputati del Bundestag», si leggeva nell’annuncio: «Siete voi a decidere se la medicina di domani arriverà ancora in Germania». Eppure la legge non prevede quasi alcun onere per l’industria farmaceutica e garantisce loro condizioni operative favorevoli a lungo termine. «È prevedibile anche in futuro un aumento della spesa farmaceutica», si legge nell’annuncio.

Audizione a settembre

Da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi gli aumenti dei dazi imposti dall’amministrazione Trump, quest’ultima basa la propria linea d’azione aggressiva principalmente su procedimenti ai sensi della Sezione 301, come quello sopra menzionato, per i quali una disposizione contenuta in una legge sul commercio del 1974 costituisce la base giuridica. Il procedimento pendente contro la Germania concede al governo federale un termine fino al 10 agosto per presentare le proprie osservazioni. L’udienza pubblica è prevista per il 22 settembre.

[1] Ticker 25/4. cbgnetwork.org

[2] Garantire ai pazienti americani prezzi dei farmaci soggetti alla clausola della nazione più favorita. whitehouse.gov 12.05.2025.

[3] «Abbiamo battuto le grandi aziende farmaceutiche»: il presidente Biden e Bernie Sanders parlano dei prezzi dei farmaci. mmm-online.com 04/04/2024.

[4] L’USTR annuncia l’avvio di un’indagine ai sensi della Sezione 301 in merito al persistente sottorimbolso da parte della Germania per i prodotti farmaceutici innovativi. ustr.gov, 18 giugno 2026.

[5] Winand von Petersdorff: Nuovi problemi negli Stati Uniti per l’industria farmaceutica? Frankfurter Allgemeine Zeitung, 20 giugno 2026.

[6] Andrew Gregory: Secondo un’analisi, l’accordo tra Stati Uniti e Regno Unito in materia di farmaci potrebbe causare 229.000 decessi in più in Inghilterra. theguardian.com 02.07.2026.

[7] Melanie Höhn: Warken e Merz non intendono venire incontro al governo statunitense. pharmazeutische-zeitung.de, 23 giugno 2026.

[8] Germania e Stati Uniti in conflitto sui prezzi più elevati dei farmaci. aerzteblatt.de, 19 giugno 2026.

[9] Scheda informativa: Il presidente Donald J. Trump annuncia misure volte a garantire agli americani i prezzi più convenienti al mondo per i farmaci soggetti a prescrizione medica. whitehouse.gov, 31 luglio 2025.

[10] Boehringer risponde alla lettera di Trump. aerzteblatt.de 05/08/2025.

[11] Vanessa Trzewik: Merck cede alle pressioni di Trump. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 18 ottobre 2025.

[12] «Ciò potrebbe comportare un calo significativo dei raccolti». t-online.de, 5 giugno 2026.

[13] Bayer punta ad aumentare i prezzi dei farmaci nei paesi più ricchi. seekingalpha.com, 1° aprile 2026.

[14] Carla Neuhaus, Marc Widmann: Lena Paulin è in attesa di un farmaco importante. Die Zeit, 21 maggio 2026.

Germania – Italia 0-1

Con l’accettazione dell’offerta pubblica di acquisto da parte dell’italiana UniCredit, una delle più grandi lotte di potere nel settore bancario europeo si conclude a favore dell’Italia. La Germania si trova sempre più sulla difensiva nel settore bancario.

22

Luglio

2026

BERLINO/ROMA (Notizia propria) – La battaglia per l’acquisizione della Commerzbank si è conclusa. Con la sua offerta pubblica di acquisto andata a buon fine, l’italiana UniCredit si è assicurata poco meno della metà dei diritti di voto e potrà assumere il controllo del Consiglio di sorveglianza e del Consiglio di amministrazione della seconda banca privata tedesca in occasione dell’assemblea generale del 2027. È stata sostenuta in questo da una rete di istituti finanziari internazionali, tra cui la giapponese Nomura, la francese BNP Paribas e diverse banche statunitensi. Ciò pone fine non solo a una lotta di potere durata quasi due anni tra le grandi banche tedesche e italiane. L’acquisizione rappresenta al contempo la progressiva concentrazione del settore bancario europeo. Mentre UniCredit italiana si posiziona come nuovo gruppo bancario europeo, la Germania si trova sempre più sulla difensiva. Con la Commerzbank, uno dei principali finanziatori delle piccole e medie imprese tedesche e un’istituzione chiave della piazza finanziaria di Francoforte passa sotto controllo straniero. Il conflitto mette in luce la contraddizione tra l’integrazione europea del settore finanziario e gli interessi degli Stati nazionali, che cercano di mantenere il controllo sui propri centri di comando economico.

UniCredit si assicura la maggioranza

All’inizio di maggio UniCredit aveva presentato un’offerta pubblica di acquisto che è scaduta all’inizio di luglio. Nell’ambito della sua offerta, ha offerto 0,485 delle proprie azioni per ogni azione di Commerzbank. [1] Alla scadenza del termine dell’offerta, ha reso noto di aver acquisito, nell’ambito dell’offerta di scambio, il 17,6% delle azioni di Commerzbank. In questo modo ha aumentato la propria quota nella banca di Francoforte dal 26,77% al 44,37%, aggiudicandosi la battaglia per l’acquisizione che durava da quasi due anni. [2] Se si aggiunge il 3,22% di derivati detenuti da UniCredit, la sua quota sale addirittura al 47,59%. Secondo i dati forniti dalla società, ciò corrisponde a una quota di diritti di voto del 49,65%, poiché le azioni proprie detenute da Commerzbank non conferiscono diritto di voto. Inoltre, UniCredit dispone di strumenti derivati su un ulteriore 13% delle azioni di Commerzbank, che tuttavia non conferiscono alcun diritto di voto. Alla prossima assemblea generale, prevista nella primavera del 2027, otto dei dieci rappresentanti della parte azionaria del consiglio di sorveglianza saranno sottoposti a rielezione. Grazie alla sua maggioranza nell’assemblea generale, UniCredit potrà determinare in modo determinante l’assegnazione delle cariche.[3]

Critiche all’offerta pubblica di acquisto

In relazione all’offerta pubblica di acquisto sono state nel frattempo sollevate accuse di manipolazione del mercato. Il comitato aziendale centrale della Commerzbank, che aveva sporto denuncia contro ignoti, ha tuttavia subito una sconfitta legale. Anche la dirigenza della Commerzbank ha criticato ripetutamente le informazioni fornite da UniCredit e ha coinvolto l’autorità di vigilanza finanziaria BaFin. Secondo quanto riferito dall’autorità di vigilanza, le azioni offerte provengono in gran parte da banche e operatori di mercato collegati a UniCredit. Secondo la Commerzbank, non è chiaro in che misura siano state offerte azioni prese in prestito e quali accordi di copertura fossero in essere.[4] È noto che la giapponese Nomura, l’americana Citigroup e la francese BNP Paribas avevano concluso operazioni di swap su azioni della Commerzbank con UniCredit. [5] Oltre a queste banche, UniCredit può contare su altri istituti finanziari come Jefferies e Bank of America. Le banche affiliate a UniCredit le consentono, in un determinato momento, di accedere a un ulteriore 13% delle azioni di Commerzbank.[6]

Attacco alla dirigenza aziendale

A metà giugno UniCredit ha minacciato di sostituire il Consiglio di sorveglianza e il Consiglio di amministrazione della Commerzbank. A tal fine, tuttavia, la grande banca italiana dovrebbe sostituire anche i due membri del Consiglio di sorveglianza nominati dal governo federale. Dopo il salvataggio della Commerzbank, il governo federale si era assicurato il diritto di proporre due rappresentanti per l’organo di controllo. [7] UniCredit ha ora dichiarato che, qualora ricevesse «un sostegno sufficiente da parte degli azionisti» durante l’assemblea generale, sarebbe «in grado … di eleggere tutti i rappresentanti degli azionisti nel Consiglio di sorveglianza». [8] Se UniCredit dovesse effettivamente sostituire il consiglio di sorveglianza e il consiglio di amministrazione della Commerzbank durante l’assemblea generale del 2027, ciò costituirebbe un affronto nei confronti del governo federale, poiché ciò riguarderebbe anche i membri del consiglio di sorveglianza nominati dal governo federale fino al 2029.[9]

La Commerzbank come istituto strategico

Per la piazza finanziaria di Francoforte l’intero sviluppo rappresenta un grave problema. La Commerzbank è un istituto fondamentale del settore finanziario tedesco e profondamente radicata nel mondo delle piccole e medie imprese tedesche. Se dovesse diventare una filiale di UniCredit, in futuro le decisioni creditizie di rilievo verrebbero prese a Milano e non più a Francoforte. Di conseguenza, la piazza finanziaria di Francoforte perderebbe influenza, potere decisionale e sovranità economica. [10] Secondo i dati forniti dalla Commerzbank, l’istituto gestisce circa il 30 per cento del commercio estero tedesco. Molti dipendenti della banca vedono in questo un vantaggio competitivo fondamentale. La Commerzbank affianca le operazioni estere di numerose piccole e medie imprese, che spesso non trovano un interlocutore equivalente presso le grandi banche internazionali.[11]

«Riflesso della mentalità proprietaria»

Mentre l’acquisizione della Commerzbank ha incontrato per lo più resistenze nella politica tedesca, essa è invece decisamente sostenuta dagli economisti – soprattutto, ma non solo, da quelli provenienti da altri Stati membri dell’UE. La presidente del Consiglio degli esperti per la valutazione dello sviluppo economico complessivo, Monika Schnitzer, ritiene ad esempio che, da un punto di vista economico, vi siano validi motivi per valutare le fusioni transfrontaliere e non rifiutarle d’istinto. A suo avviso, il mercato finanziario europeo è troppo poco integrato. Inoltre, le banche tedesche sarebbero troppo poco produttive nel confronto internazionale e quindi poco competitive rispetto alle grandi banche globali. La presidente francese della BCE, Christine Lagarde, aveva già dichiarato nel 2024 che le fusioni bancarie transfrontaliere sarebbero «auspicabili» per rafforzare le banche europee nella competizione con le grandi banche statunitensi. Anche il vicepresidente spagnolo della BCE, Luis de Guindos, ha criticato l’atteggiamento contrario del governo federale. [12] In un articolo pubblicato sul Handelsblatt, infine, persino il vicepresidente del Bundestag tedesco, Omid Nouripour (Bündnis 90/Die Grünen), ha accusato il governo federale di incoerenza. Durante i vertici dell’UE promuove un’unione bancaria, ma reagisce a una concreta fusione bancaria transfrontaliera «con il riflesso della mentalità nazionalista». Il governo federale elogia l’integrazione europea «purché rimanga astratta».[13] Anche la commissaria europea alla Concorrenza, Teresa Ribera, ha esortato gli Stati membri a sostenere le fusioni bancarie transfrontaliere. «Gli Stati membri dovrebbero accogliere con favore tali operazioni nell’interesse pubblico», ha dichiarato Ribera.[14]

Il governo federale si dice disposto al compromesso

Il governo federale ha inizialmente reagito con opposizione all’offerta pubblica di acquisto andata a buon fine da parte di UniCredit. «L’approccio aggressivo e ostile di UniCredit rimane inaccettabile dal punto di vista del governo federale», ha dichiarato il Ministero federale delle finanze. Allo stesso tempo, ha respinto l’offerta di acquisto della banca italiana per le proprie quote di Commerzbank. [15] La scorsa settimana, nel suo discorso prima della pausa estiva del Parlamento, il cancelliere federale Friedrich Merz (CDU) ha ribadito che il governo federale – a differenza di «una parte considerevole» degli altri azionisti – non ha accettato l’offerta di UniCredit e ha mantenuto le proprie quote.[16] Nello stesso discorso, tuttavia, Merz ha assunto un tono diverso. Ha assicurato: «Non ostacoleremo questa fusione». Secondo l’Handelsblatt, all’interno del governo federale si stanno attualmente concordando le condizioni per l’acquisizione. Tra queste figura, tra l’altro, la richiesta che la Commerzbank rimanga un finanziatore centrale delle piccole e medie imprese tedesche. Inoltre, il governo federale esige che Francoforte, in quanto sede principale dell’istituto finanziario, rimanga una sede significativa della banca. La sede tedesca di UniCredit si trova a Monaco di Baviera dal 2005, anno dell’acquisizione della HypoVereinsbank.[17]

[1] Andreas Kröner: Unicredit aumenta la propria quota nella battaglia per l’acquisizione portandola oltre il 44%. handelsblatt.com, 8 luglio 2016.

[2] Dennis Kremer: «La vittoria di Unicredit ha molti vincitori». faz.net, 11 luglio 2026.

[3] Christian Schubert, Archibald Preuschat: Unicredit avrà presto l’ultima parola alla Commerzbank. faz.net, 8 luglio 2026.

[4] Gli investigatori non ravvisano alcuna manipolazione del mercato. handelsblatt.com, 10 luglio 2026.

[5] Hanno Mußler: Chi ha venduto le azioni della Commerzbank a Unicredit? faz.net, 4 giugno 2026.

[6] Hanno Mußler: Unicredit acquisisce il 12,5% di tutte le azioni di Commerzbank. faz.net, 19 giugno 2026.

[7] Andreas Kröner: Il governo federale respinge l’offerta per la Commerzbank. handelsblatt.com, 16 giugno 2026.

[8] Andreas Kröner, Hannah Krolle: Unicredit minaccia di sostituire il Consiglio di sorveglianza e il Consiglio di amministrazione. handelsblatt.com, 15 giugno 2026.

[9] Andreas Kröner: Unicredit aumenta la propria quota nella battaglia per l’acquisizione portandola oltre il 44%. handelsblatt.com, 8 luglio 2016.

[10] Daniel Schleidt: Il cuore della piazza finanziaria. faz.net, 8 luglio 2026.

[11] Andreas Kröner: Tre punti chiave nella battaglia per la Commerzbank. handelsblatt.com, 23 giugno 2026.

[12] Christian A. Conrad: Il governo tedesco dovrebbe vietare l’acquisizione della Commerzbank. faz.net, 18 maggio 2026.

[13] Perché la Germania dovrebbe autorizzare l’acquisizione della Commerzbank. handelsblatt.com, 1° giugno 2026.

[14] La commissaria dell’UE sollecita fusioni bancarie transfrontaliere. handelsblatt.com, 17 giugno 2026.

[15] Christian Schubert, Archibald Preuschat: Unicredit avrà presto l’ultima parola alla Commerzbank. faz.net, 8 luglio 2026.

[16] Merz critica l’approccio di Unicredit nei confronti di Commerzbank definendolo aggressivo. handelsblatt.com, 15 luglio 2026.

[17] Jan Hildebrand, Yasmin Osman: Il governo federale abbandona la posizione ostruzionista nei confronti della Commerzbank. handelsblatt.com, 17 luglio 2026.

Nell’era delle armi nucleari

La Germania e la Francia avviano le prime esercitazioni militari concrete finalizzate alla cooperazione in caso di eventuali interventi con armi nucleari francesi. Nel contempo, prosegue il dibattito sulla “bomba tedesca”.

20

Luglio

2026

PARIGI/BERLINO (Notizia propria) – Germania e Francia hanno realizzato le prime esercitazioni concrete in vista di una cooperazione in caso di eventuali interventi con armi nucleari francesi. In occasione del Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza, tenutosi venerdì presso la base aerea di Nörvenich, a sud-ovest di Colonia, due caccia Mirage delle forze nucleari francesi e due Eurofighter tedeschi hanno effettuato esercitazioni, tra cui il rifornimento in volo. Per questo autunno è previsto l’invio di militari tedeschi in qualità di osservatori a una manovra delle forze nucleari francesi. Alla base di tutto ciò vi è la strategia della «dissuasione avanzata» («dissuasion avancée»), presentata pubblicamente dal presidente Emmanuel Macron il 2 marzo, che prevede il coinvolgimento di altri Stati europei, tra cui la Germania. Tuttavia, gli Stati coinvolti non possono partecipare né a un’eventuale decisione sull’uso di armi nucleari né alle decisioni relative alla pianificazione di tali operazioni. Parigi mantiene così la guida esclusiva. Berlino si è quindi a lungo opposta. Inoltre, nella Repubblica Federale si continua a discutere anche di una «bomba tedesca».

La “deterrenza anticipata”

Il 2 marzo, in un discorso programmatico sulle armi nucleari francesi tenuto presso la base navale di Île Longue, in Bretagna — dove sono di stanza i sottomarini nucleari della Forza di dissuasione nucleare francese (Force de dissuasion nucléaire française) —, il presidente francese Emmanuel Macron ha presentato il nuovo concetto di “dissuasione avanzata” (“dissuasion avancée”). Nel discorso, in cui ha parlato dell’inizio di una nuova «era delle armi nucleari», Macron ha annunciato alcuni cambiamenti nell’arsenale e nella dottrina delle forze nucleari francesi. Di conseguenza, la Francia aumenterà il numero delle proprie testate nucleari, finora indicato in 290, senza tuttavia specificare esattamente quante ne saranno presenti in futuro nei propri arsenali. Ciò dovrebbe creare incertezza nei potenziali avversari, così come il fatto che le «linee rosse» della Francia non siano «del tutto chiaramente identificabili». [1] Secondo la logica strategica sottostante, tale incertezza aumenta l’effetto deterrente. Quest’ultimo dovrebbe essere rafforzato anche dal fatto che i danni che un impiego delle armi nucleari francesi provocherebbe non vengono più descritti come «inaccettabili», ma come talmente ingenti che lo Stato colpito, per quanto grande possa essere, non potrebbe «più riprendersi».[2]

La componente europea

La componente europea della nuova strategia nucleare prevede diversi elementi. Da un lato, i caccia Rafale delle forze nucleari francesi, in grado di trasportare armi nucleari, saranno dispiegati in basi situate in altri Stati europei, ma solo temporaneamente, non in modo permanente come avviene nell’ambito della “condivisione nucleare” delle armi atomiche statunitensi. Il trasferimento temporaneo ha lo scopo di «complicare i calcoli dei nostri avversari», ha spiegato Macron.[3] Inoltre, si prevede di coinvolgere i partner della cooperazione nucleare in dibattiti strategici comuni. Non verrà loro concesso alcun diritto di parola sull’impiego delle armi nucleari o sulla sua pianificazione. Anche gli «interessi vitali», per la cui protezione sarebbero necessarie le forze nucleari, continuerebbero a essere definiti esclusivamente in Francia. Di conseguenza, non potrebbe esserci alcuna «garanzia in senso stretto» per i partner europei. Tuttavia, un attacco contro di loro riguarderebbe gli interessi fondamentali della Francia già solo per via della stretta interconnessione tra i paesi europei. Gli interessi fondamentali della Francia, e quindi anche le sue «linee rosse», sarebbero quindi strutturalmente strettamente legati a quelli degli altri Stati europei.

Opzioni di partecipazione attiva

Riguardo alle opzioni di partecipazione attiva dei partner europei alla “deterrenza anticipata”, il 2 marzo Macron ha dichiarato che, in primo luogo, si potrebbe prendere in considerazione il supporto nella ricognizione satellitare e radar. L’obiettivo sarebbe quello di individuare i missili nemici in avvicinamento.[4] In secondo luogo, sarebbero necessarie «misure avanzate di difesa aerea e di protezione» contro «missili e droni» in avvicinamento. In terzo luogo, si tratterebbe di creare «capacità di attacco in profondità», ben all’interno del territorio nemico. Concentrando intensamente tutto ciò sulle forze nucleari francesi, Parigi acquisisce una posizione di forza nella corsa agli armamenti del continente. Secondo Macron, lo «scudo nucleare» francese non dovrebbe in alcun modo sostituire la «partecipazione nucleare» nel quadro della NATO, ma semplicemente integrarla. La Germania sarebbe un «partner chiave». Già all’inizio di marzo, inoltre, Belgio e Paesi Bassi, Grecia, Polonia, Danimarca e Svezia hanno aderito all’iniziativa parigina. A maggio si è aggiunta la Norvegia – un passo considerato estremamente significativo, poiché la Norvegia è ritenuta fortemente orientata verso gli Stati Uniti.[5] Anche in Estonia si sta valutando la possibilità di partecipare alla «deterrenza anticipata».[6] Altri Stati potrebbero seguire l’esempio.

Gruppo direttivo sul nucleare

Già il 2 marzo Macron e il cancelliere federale Friedrich Merz avevano firmato una dichiarazione d’intenti in cui annunciavano l’istituzione di un gruppo di coordinamento nucleare, destinato a costituire il «quadro per lo scambio in materia di politica di difesa e il coordinamento delle misure strategiche». In particolare, si trattava di individuare, ai fini della «deterrenza nucleare», la «combinazione adeguata di capacità convenzionali, difesa missilistica e capacità nucleari francesi».[7] Già allora si parlava di una prima «partecipazione convenzionale della Germania alle esercitazioni nucleari francesi» prevista entro la fine dell’anno. Allo stesso tempo erano in programma «visite congiunte a strutture strategiche».

Primi esercizi

In occasione del Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza, tenutosi venerdì scorso presso la base aerea di Nörvenich, a sud-ovest di Colonia, sono state intraprese le prime iniziative concrete. Il giorno precedente, due caccia Mirage delle forze nucleari francesi, insieme a due Eurofighter dell’aeronautica militare tedesca, avevano svolto le loro prime esercitazioni congiunte, durante le quali sono stati riforniti, tra l’altro, da un aereo cisterna francese del modello MRTT Phenix; successivamente sono atterrati presso la base aerea di Nörvenich. [8] Lì sono stati sistemati in un hangar, dove venerdì si è riunito il Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza; i media hanno diffuso foto in cui si vedono Merz, Macron e i ministri degli Esteri e della Difesa di entrambi i Paesi riuniti in riunione accanto ai caccia. In autunno, per la prima volta, i soldati tedeschi saranno invitati nel centro di comando sotterraneo di Taverny, vicino a Parigi, per partecipare in qualità di osservatori alle esercitazioni delle forze nucleari francesi denominate «Poker», che si tengono quattro volte all’anno.[9] L’anno scorso, per la prima volta, alcuni ufficiali britannici erano stati invitati a un’esercitazione della serie.

La bomba tedesca

La Francia aveva offerto più volte alla Germania di essere coinvolta nella sua “deterrenza nucleare”; l’ultima volta che Macron lo aveva fatto risaliva già al 2020.[10] Finora Berlino aveva sempre respinto l’offerta, poiché Parigi si riserva la decisione sull’uso delle armi nucleari. Venerdì Macron ha tenuto a sottolineare che la Francia continuerà a finanziare le proprie forze nucleari in modo completamente autonomo. Ciò è significativo perché un cofinanziamento potrebbe giustificare una richiesta di partecipazione alle decisioni, cosa che Parigi rifiuta categoricamente. Nella Repubblica Federale si continua quindi a discutere anche sull’acquisto di armi nucleari proprie. Per il 24 giugno, ad esempio, la Fondazione Konrad Adenauer, vicina alla CDU, ha annunciato un dibattito dal titolo: «Il ritorno della questione nucleare – La Germania ha bisogno della bomba atomica?»[11] Questa «vecchia questione», è stato spiegato, si pone ora «di nuovo».

[1] Discorso del Presidente sulla deterrenza nucleare. uk.diplomatie.gouv.fr 04.03.2026.

[2] Chloé Hoorman: La deterrenza nucleare francese compie un grande passo verso l’Europa. lemonde.fr 03.03.2026.

[3], [4] Discorso del Presidente sulla deterrenza nucleare. uk.diplomatie.gouv.fr 04.03.2026.

[5] La Norvegia aderisce all’iniziativa francese sulla deterrenza nucleare: l’autonomia europea prende forma. radiofrance.fr, 29 maggio 2026.

[6] Fabrice Wolf: L’Estonia si dichiara pronta a discutere dell’estensione dell’ombrello nucleare francese. meta-defense.fr 10.03.2026.

[7] Dichiarazione congiunta del presidente Macron e del cancelliere Merz. bundesregierung.de, 2 marzo 2026.

[8] Una coppia forte per l’Europa: il Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza. bmvg.de, 17 luglio 2026.

[9] Michaela Wiegel, Matthias Wyssuwa: «Deterrenza congiunta». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 18 luglio 2026.

[10] Si veda a questo proposito Uno scudo nucleare per l’UE.

[11] Fondazione Konrad Adenauer: Il presente e il futuro della guerra. Forum di formazione politica della Sassonia.

«L’eredità dell’estrattivismo»

Il ministro degli Esteri Wadephul è in visita in Africa per promuovere le importazioni tedesche di gas naturale e idrogeno da quel continente. L’Africa rimane un fornitore di materie prime, rimanendo così in una situazione di dipendenza neocoloniale.

21

Luglio

2026

BERLINO/ALGERI/NOUAKCHOTT/ABUJA (Articolo redazionale) – Il gas naturale e l’idrogeno verde provenienti dall’Africa dovrebbero sostituire le interruzioni delle importazioni tedesche di gas naturale dalla Russia e dal Golfo Persico causate dalla guerra: questo è uno degli obiettivi del viaggio in Africa del ministro degli Esteri Johann Wadephul. Ieri, lunedì, in Mauritania, Wadephul ha negoziato, tra l’altro, le future importazioni di idrogeno verde; la Mauritania intende diventare un centro dell’economia dell’idrogeno nell’Africa occidentale. Oggi, martedì, Wadephul arriva in Nigeria, che dovrebbe esportare nella Repubblica Federale non solo idrogeno verde, ma anche gas naturale. La scorsa settimana il cancelliere federale Friedrich Merz ha negoziato con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, dal cui Paese Berlino intende ricevere anch’essa gas naturale e idrogeno verde. I critici definiscono il progetto, che prevede la costruzione di un gasdotto per l’idrogeno sotto il Mediterraneo, un «progetto neocoloniale» che, come sempre, promuove lo sfruttamento delle risorse del Sud del mondo a scapito del suo sviluppo. Dal punto di vista tedesco, ciò si rende necessario perché la dura lotta di potere contro la Russia e la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran stanno compromettendo l’approvvigionamento di materie prime.

Gas naturale dall’Algeria

L’Algeria riveste già oggi un’importanza crescente per la Germania in qualità di fornitore di gas naturale. Il Paese dispone delle seconde riserve accertate di gas naturale più grandi – dopo la Nigeria – di tutta l’Africa ed è il suo principale esportatore di gas naturale. Inoltre, è il secondo fornitore europeo di gas tramite gasdotto; due gasdotti attraversano il Mediterraneo in direzione nord, uno verso la Spagna e l’altro verso l’Italia. L’Algeria esporta anche gas naturale liquefatto. All’inizio di luglio è arrivata per la prima volta al terminale di Wilhelmshaven 1 una fornitura di gas liquefatto della società statale algerina Sonatrach.[1] Ne seguiranno altre. In questo modo, Algeri contribuisce ad alleviare la forte dipendenza dei terminali tedeschi di gas liquefatto dalle importazioni di gas da fracking proveniente dagli Stati Uniti; lo scorso anno la quota di gas naturale liquefatto statunitense che è arrivata in Germania era pari al 96 per cento.[2] L’Algeria sta inoltre portando avanti la costruzione del gasdotto trans-sahariano, che dovrebbe convogliare il gas naturale dalla Nigeria all’Algeria passando per il Niger e da lì proseguire attraverso il Mediterraneo verso l’Europa. Si prevede un volume fino a 30 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno. La Germania e l’Europa stanno accelerando l’importazione di gas naturale dall’Africa, non solo perché devono sostituire il gas naturale proveniente dalla Russia, ormai indisponibile a causa delle sanzioni, ma anche perché cercano di ottenere una maggiore indipendenza dal gas naturale del Medio Oriente, a causa della guerra in Iran.[3]

Sud H2

A lungo termine, tuttavia, l’Algeria riveste probabilmente un ruolo ancora più importante per la Germania per quanto riguarda l’idrogeno verde, prodotto con l’ausilio delle energie rinnovabili, che in futuro dovrebbe essere utilizzato su larga scala nella Repubblica Federale come fonte energetica. Per l’importazione di idrogeno verde, Berlino ha in programma una serie di progetti diversi. Uno di questi è il gasdotto South H2, che dovrebbe collegare l’Algeria all’Italia, all’Austria e alla Germania passando per la Tunisia e attraversando il Mediterraneo. In Europa, il progetto del gasdotto è sostenuto, tra gli altri, dal gestore italiano Snam, da Gas Connect Austria e da BayerNets. L’UE lo ha dichiarato «progetto di interesse comune o reciproco» nonché progetto faro della propria iniziativa infrastrutturale «Global Gateway» e lo sostiene di conseguenza.[4] Per poter produrre l’idrogeno verde necessario, Algeri realizzerà impianti per lo sfruttamento delle energie rinnovabili su vasta scala. Giovedì scorso il cancelliere federale Friedrich Merz ha discusso il progetto in dettaglio con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, che si era recato a Berlino proprio per questo motivo. Merz ha dichiarato che si intende «promuovere, insieme all’Italia, lo sviluppo di un corridoio meridionale dell’idrogeno» per intensificare «l’esportazione di idrogeno» verso la Germania.[5]

Idrogeno per la Germania

Anche il ministro degli Esteri Johann Wadephul sta attualmente cercando di individuare ulteriori fonti di approvvigionamento di idrogeno verde nel corso del suo recente viaggio in Africa, che ieri, lunedì, lo ha portato in Mauritania. Il Paese intende diventare un centro dell’economia dell’idrogeno grazie alle proprie energie rinnovabili. [6] Uno dei grandi progetti realizzati in loco è gestito da una joint venture tra il promotore tedesco Conjuncta, la società egiziana Infinity e il gruppo Masdar degli Emirati Arabi Uniti; l’obiettivo è realizzare, con un investimento di 34 miliardi di dollari USA, una capacità di elettrolisi pari a 10 gigawatt per produrre idrogeno verde da esportare in Europa. [7] A questo grande progetto («Infinity Power») si contrappone un secondo progetto denominato Nour, avviato da Chariot Resources (Regno Unito), dalla francese TotalEnergies e dal gruppo Eren con sede in Lussemburgo. Anch’esso, con una capacità di elettrolisi di 10 gigawatt, dovrebbe inizialmente coprire il fabbisogno interno della Mauritania; solo l’eccedenza sarà esportata in Europa. [8] Il ministro degli Esteri Wadephul ha dichiarato prima della partenza per la Mauritania che il Paese offre «opportunità per le energie rinnovabili, in particolare nella produzione di idrogeno verde». A Nouakchott intende discutere «anche delle possibilità» di una cooperazione «nel campo delle tecnologie del futuro».[9]

«Una posizione solida come fornitore»

La Repubblica Federale Tedesca punta inoltre a una collaborazione intensa sia nel settore del gas liquefatto che in quello dell’idrogeno con la Nigeria, dove il ministro degli Esteri Wadephul si recherà questo martedì per colloqui approfonditi. La Germania e la Nigeria hanno già siglato, nel novembre 2023, un accordo in base al quale la Repubblica Federale Tedesca investirà 500 milioni di dollari USA nelle energie rinnovabili nel Paese dell’Africa occidentale e, in cambio, riceverà gas liquefatto da lì. [10] Le prime forniture sono previste per quest’anno. Esse contribuirebbero – come le forniture dall’Algeria – a ridurre ulteriormente la dipendenza della Germania dal gas naturale liquefatto statunitense, nonostante la cessazione degli acquisti di gas naturale liquefatto russo e a prescindere dai problemi di approvvigionamento di gas naturale provenienti, ad esempio, dal Qatar. Anche in Nigeria, Berlino sta inoltre prendendo in considerazione l’approvvigionamento di idrogeno verde. Già nell’autunno del 2023 l’allora Cancelliere federale Olaf Scholz aveva dichiarato che la Nigeria non solo era «ben posizionata» per fornire alla Germania quel «gas naturale liquefatto» «di cui avremo ancora bisogno nei prossimi anni, fino a quando il mercato dell’idrogeno non sarà pienamente consolidato», ma che avrebbe potuto anche diventare «un attore centrale» nell’approvvigionamento di idrogeno della Germania. [11] Il governo federale intrattiene da anni un «partenariato sull’idrogeno» con la Nigeria e gestisce in loco un «ufficio per l’idrogeno».[12]

«Un progetto neocoloniale»

Lo scorso anno sono state sollevate critiche aspre ed esemplari nei confronti del progetto di gasdotto per l’idrogeno che dovrebbe collegare l’Algeria alla Germania e rifornire la Repubblica Federale di energia verde. Come si afferma esplicitamente in una dichiarazione di protesta firmata nel marzo 2023 da 87 organizzazioni non governative, l’importazione di idrogeno da parte della Germania e di altri paesi del ricco Occidente dai paesi del Sud, come ad esempio dall’Africa, non fa altro che perpetuare lo sfruttamento delle loro risorse a scopo di esportazione verso il ricco mondo occidentale. In questo modo si «perpetua l’eredità estrattivista del passato», che ha reso impossibile uno sviluppo autonomo agli Stati del Sud. [13] Allo stesso tempo, rafforza le imprese del settore delle energie fossili, consentendo loro di mantenere le proprie strutture tradizionali, ad esempio con la costruzione di nuovi gasdotti e di altre infrastrutture di trasporto – a scapito del Sud del mondo, il cui sviluppo viene ulteriormente ritardato dall’estrazione delle sue materie prime anziché dalla creazione di una catena del valore in loco. In definitiva, la costruzione del gasdotto e lo sfruttamento delle energie rinnovabili nel Sud del mondo con l’ausilio dell’idrogeno costituiscono «un progetto neocoloniale». Questa definizione può essere estesa anche agli altri progetti relativi al gas naturale e all’idrogeno di cui si occupa il ministro degli Esteri Wadephul nel corso del suo viaggio in Africa.

[1] Jennifer Holleis, Majda Bouazza: Il nuovo ruolo chiave dell’Algeria nella politica energetica dell’UE. dw.com, 19 luglio 2026.

[2] Le importazioni di gas da fracking dagli Stati Uniti hanno raggiunto livelli record dopo il primo anno di mandato di Trump: l’associazione Deutsche Umwelthilfe mette in guardia da una nuova dipendenza dalle importazioni di GNL. duh.de, 22 gennaio 2026.

[3] Jack Dutton: L’Algeria avvia i lavori per il gasdotto trans-sahariano verso l’Europa. al-monitor.com 05.06.2026.

[4] Il gasdotto per l’idrogeno scatena l’indignazione. corporateeurope.org, 17 marzo 2025.

[5] Conferenza stampa del Cancelliere federale Merz e del Presidente della Repubblica Popolare Democratica d’Algeria, Tebboune, tenutasi il 16 luglio 2026 a Berlino.

[6] Ullrich Umann: La Mauritania diventa il polo dell’idrogeno dell’Africa occidentale. gtai.de, 7 maggio 2024.

[7] Claudia Bröll: Più idrogeno verde per la Germania. faz.net, 8 marzo 2023.

[8] Ullrich Umann: La Mauritania diventa il polo dell’idrogeno dell’Africa occidentale. gtai.de, 7 maggio 2024.

[9] Il ministro degli Esteri Wadephul prima della sua partenza per la Mauritania, la Nigeria e il Sudafrica. auswaertiges-amt.de, 20 luglio 2026.

[10] Germania e Nigeria raggiungono un accordo sulla fornitura di gas. zeit.de, 22 novembre 2023.

[11] Scholz considera la Nigeria un potenziale fornitore di idrogeno. handelsblatt.com, 30 ottobre 2023.

[12] Nigeria e Germania rafforzano la collaborazione nel settore dell’idrogeno dopo la presentazione della bozza di politica nazionale. arise.tv, 19 dicembre 2025.

[13] Dichiarazione congiunta: Diciamo no al Corridoio H2 Sud. corporateeurope.org, 17 marzo 2025.

Verso la guerra, passando per vie traverse

Se gli Stati Uniti dovessero provocare un’ulteriore escalation della guerra in Iran, gli Houthi yemeniti minacciano di bloccare il Mar Rosso con i loro bombardamenti. Attualmente in quella zona si trovano due navi da guerra tedesche, che potrebbero così essere coinvolte nel conflitto.

17

Luglio

2026

TEHERAN/WASHINGTON/BERLINO (Notizia propria) – Le navi da guerra tedesche a Gibuti, all’imboccatura del Mar Rosso (Bab al-Mandab), rischiano di essere coinvolte in una possibile nuova escalation della guerra contro l’Iran. L’Iran ha reagito alle recenti minacce del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di distruggere le infrastrutture civili del Paese – come ad esempio gli impianti energetici – annunciando che, in tal caso, attaccherebbe gli impianti energetici in altri Stati della regione del Golfo. Inoltre, ha chiesto agli Houthi nello Yemen di bloccare, in tale eventualità, la navigazione nel Mar Rosso con bombardamenti, proprio come avviene nello Stretto di Hormuz. Gli Houthi avevano già agito in modo simile in passato. A Gibuti, e quindi sul Mar Rosso, si trovano attualmente la nave dragamine «Fulda» e la nave appoggio «Mosel», pronte per un’eventuale operazione navale di sminamento nello Stretto di Hormuz. Se gli Houthi dovessero davvero attaccare nuovamente le navi mercantili, gli ambienti marittimi ritengono plausibile che le navi da guerra europee ormeggiate a Gibuti si integrino nell’operazione dell’UE EUNAVFOR Aspides per fermare gli attacchi degli Houthi. Le minacce statunitensi derivano dal fatto che la recente escalation bellica di Trump sta causando notevoli svantaggi a Washington.

Nuove ondate di attacchi

Alla base della recente escalation della guerra con l’Iran c’è la disputa sul controllo dello Stretto di Hormuz. Nella «Dichiarazione d’intenti di Islamabad», redatta il 12 giugno e firmata pochi giorni dopo, si afferma che l’Iran «garantirà il passaggio sicuro delle navi mercantili…» – per 60 giorni «senza pedaggi»; per quanto riguarda il periodo successivo, l’Iran dovrebbe avviare un «dialogo» con l’Oman, uno dei paesi che si affacciano sulla costa meridionale dello Stretto di Hormuz. [1] Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sì firmato la dichiarazione d’intenti, ma è evidentemente restio a rispettarne le disposizioni e ha ripetutamente fatto scortare navi mercantili attraverso lo stretto da navi da guerra statunitensi oppure le ha incitate ad attraversarlo autonomamente senza l’autorizzazione iraniana. L’Iran ha reagito più volte aprendo il fuoco contro queste navi, proprio come le forze armate statunitensi sparano contro le imbarcazioni che tentano di entrare nei porti iraniani nonostante il blocco ora nuovamente imposto dagli Stati Uniti. Trump sfrutta ogni volta questi attacchi come pretesto per ordinare nuove ondate di attacchi contro l’Iran, a seguito delle quali Teheran sferra contrattacchi contro le basi militari statunitensi nel Golfo Persico e in Giordania. Nel frattempo, entrambe le parti hanno dichiarato che, dal loro punto di vista, la dichiarazione d’intenti di Islamabad non è più in vigore.

La guerra è impopolare, le scorte di missili sono esaurite

Per l’amministrazione Trump, il proseguimento della guerra è decisamente rischioso. Solo il 27% degli americani ritiene che attaccare l’Iran sia stata la decisione giusta; una netta maggioranza di loro appartiene al nucleo duro del movimento MAGA. [2] Questo dato è rilevante in vista delle elezioni di medio termine, che si terranno tra meno di quattro mesi, tanto quanto il fatto che il prezzo della benzina e del gasolio negli Stati Uniti sia nuovamente in aumento. Ormai il 79% degli americani ritiene che la guerra si protrarrà ancora a lungo; ciò è esattamente l’opposto di quanto Trump avesse promesso durante la campagna elettorale. [3] Gli avvertimenti provengono anche da esperti militari, i quali sottolineano che le scorte di missili d’attacco e di difesa sono state decimate da un terzo alla metà già nei primi 40 giorni di guerra. [4] Se la guerra dovesse proseguire come negli ultimi giorni, le scorte si esaurirebbero a tal punto da raggiungere «un nuovo livello di rischio più elevato» non solo per quanto riguarda i conflitti con la Cina, ma anche con la Corea del Nord, ha avvertito domenica Mark Cancian, ex colonnello del Corpo dei Marines e attuale esperto del Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington. [5] Da allora, Washington ha addirittura intensificato i propri attacchi.

Minaccia di crimini di guerra

Evidentemente sotto pressione per ottenere risultati, Trump intensifica nuovamente le sue minacce contro l’Iran. Già martedì aveva annunciato che presto avrebbe fatto distruggere anche infrastrutture civili, in particolare ponti e «tutte le centrali elettriche» del Paese. [6] La distruzione mirata di infrastrutture civili costituisce un crimine di guerra. Il governo iraniano ha dichiarato ieri, giovedì, che, qualora gli Stati Uniti mettessero in atto la minaccia di Trump, avrebbe reagito con misure di ritorsione, attaccando le infrastrutture di altri Stati della regione.[7] Inoltre, secondo quanto riferito, Teheran avrebbe chiesto sostegno agli Houthi yemeniti.

Escalation nello Yemen

Negli ultimi giorni, nello Yemen, il conflitto tra gli Houthi e l’Arabia Saudita – che dal 2022 era stato almeno in parte appianato – si è nuovamente inasprito. Inizialmente la questione riguardava l’aeroporto della capitale Sana’a. Quest’ultimo era stato distrutto durante la guerra nello Yemen; dal 2022 era stato possibile riutilizzarlo in modo sporadico, sebbene con notevoli limitazioni, poiché l’Arabia Saudita consentiva solo pochissimi voli.[8] Dopo che l’aeroporto era stato nuovamente distrutto nel maggio 2025 da attacchi aerei israeliani, era rimasto nuovamente in disuso. All’inizio di luglio, l’atterraggio di un aereo civile iraniano ha segnato una svolta – almeno per pochi giorni; poi, mentre un altro aereo civile iraniano era in fase di avvicinamento, bombardieri presumibilmente sauditi hanno attaccato l’aeroporto, distruggendo ancora una volta la pista di atterraggio. L’aereo civile ha dovuto deviare verso l’aeroporto della città portuale yemenita di Al Hudaydah. [9] Gli Houthi hanno reagito bombardando l’aeroporto della città di Abha, situata nel sud-ovest dell’Arabia Saudita.[10] Le tensioni rimangono elevate. Nel frattempo, gli Houthi minacciano che, qualora le forze armate saudite bombardassero nuovamente obiettivi in Yemen, a loro volta attaccherebbero gli impianti energetici sauditi.[11] Lo avevano già fatto nel 2019 e nel 2022.

Blocco del Mar Rosso

Secondo quanto riportato, l’Iran sta ora insistendo affinché, qualora gli Stati Uniti dovessero effettivamente attaccare le infrastrutture energetiche iraniane, gli Houthi blocchino di fatto, con bombardamenti, il Mar Rosso e soprattutto lo stretto di Bab al-Mandab (“Porta delle Lacrime”) alla navigazione mercantile. [12] Secondo quanto riportato, gli Houthi sarebbero ormai pronti a farlo e potrebbero iniziare in qualsiasi momento. Ciò causerebbe un danno immenso anche all’Arabia Saudita; Riad attualmente convoglia ingenti quantità di petrolio tramite oleodotto verso un porto di carico sul Mar Rosso e, fintanto che lo Stretto di Hormuz non potrà essere attraversato in sicurezza, lo spedisce da lì verso il mercato mondiale. In caso di chiusura effettiva di Bab al-Mandab, questa opzione non funzionerebbe più. Ma soprattutto, l’economia europea subirebbe gravi danni, poiché il commercio marittimo con l’Europa sarebbe allora possibile solo attraverso la lunga deviazione via Sudafrica. I costi sarebbero immensi.

All’ancora a Gibuti

Proprio per impedire che ciò accada, dall’inizio del 2024 – quando gli Houthi hanno attaccato per la prima volta navi mercantili nel Mar Rosso per dimostrare il loro sostegno ai palestinesi di Gaza – navi da guerra degli Stati membri dell’UE operano nella regione nell’ambito della missione EUNAVFOR Aspides. Al momento ciò non vale per le navi da guerra della Marina tedesca. Tuttavia, alla fine di giugno la nave dragamine Fulda e – in qualità di nave da rifornimento – la Tender Mosel hanno attraccato a Gibuti per tenersi pronte a un’eventuale missione navale di sminamento nello Stretto di Hormuz. [13] Si presume che questa missione non avrà luogo (come riportato da german-foreign-policy.com [14]). Tuttavia, le due navi da guerra si trovano proprio in quella zona in cui, in caso di un’ulteriore escalation, si devono prevedere attacchi degli Houthi contro le navi mercantili. Negli ambienti marittimi si ipotizza già che le navi da guerra europee ormeggiate a Gibuti – alle due tedesche se ne aggiungono diverse altre – potrebbero allora intervenire attivamente contro gli Houthi per respingere i loro attacchi.[15] Se ciò dovesse verificarsi, la Bundeswehr finirebbe comunque per essere coinvolta, indirettamente, nella guerra contro l’Iran – con conseguenze fatali.

[1] Uno sguardo al testo dell’accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran. nytimes.com, 17 giugno 2026. Vedi anche L’Europa di fronte alla sconfitta nel Golfo.

[2] I repubblicani sostenitori del movimento MAGA continuano a sostenere la guerra contro l’Iran, ma la maggior parte degli altri americani ritiene che sia stata una decisione sbagliata. yougov.com, 14 luglio 2026.

[3] Sarah Davis: Secondo un sondaggio, 4 persone su 5 prevedono una guerra prolungata con l’Iran. thehill.com, 14 luglio 2026.

[4] Si veda a questo proposito L’Europa alla vigilia della sconfitta nel Golfo.

[5] Davis Winkie: La guerra in Iran si inasprisce mentre le scorte di armi degli Stati Uniti rimangono esaurite, mettendo a rischio la capacità delle forze armate di combattere guerre future. edition.cnn.com 12.07.2026.

[6] Trump minaccia di bombardare ponti e centrali elettriche se l’Iran non riprenderà i negoziati. bbc.co.uk, 14 luglio 2026.

[7] Rachel Chason, Suzan Haidamous, Mohamad El Chamaa: «L’Iran minaccia le infrastrutture della regione mentre si intensificano gli attacchi statunitensi». washingtonpost.com, 16 luglio 2026.

[8] Aeroporto internazionale di Sana’a: dalla distruzione e dall’embargo alla riapertura e all’imposizione con la forza. en.ypagency.net 07.07.2026.

[9] Beatrice Farhat: Gli Houthi dello Yemen accusano l’Arabia Saudita di aver bombardato l’aeroporto di Sanaa: cosa c’è da sapere. al-monitor.com, 13 luglio 2026.

[10] Fatma Khaled: Gli Houthi dello Yemen colpiscono l’aeroporto di Abha, in Arabia Saudita, con missili e droni, in un’acuta escalation. apnews.com 14.07.2026.

[11] Khaled Abdullah: Il leader degli Houthi minaccia gli impianti petroliferi sauditi se Riyadh dovesse intensificare le ostilità nello Yemen. al-monitor.com, 16 luglio 2026.

[12] Fonti: L’Iran ordina agli Houthi di chiudere il passaggio sul Mar Rosso qualora gli Stati Uniti colpissero la sua rete elettrica. timesofisrael.com, 16.07.2026.

[13] Il cacciamine Fulda e la nave appoggio Mosel attraversano il Canale di Suez. bmvg.de, 18 giugno 2026.

[14] Si veda a questo proposito Il bilancio provvisorio della guerra in Iran.

[15] La coalizione navale europea per lo Stretto di Hormuz scompare senza lasciare traccia. maritime-economies.eu, 15 luglio 2026.

Gas di petrolio liquefatto statunitense per l’Europa orientale e sud-orientale

Con progetti nel settore dell’energia e dell’intelligenza artificiale del valore di miliardi, gli Stati Uniti stanno rafforzando la propria influenza nell’Europa orientale e sud-orientale, avvalendosi soprattutto dell’Iniziativa dei Tre Mari – con ripercussioni sull’influenza della Germania nella regione.

15

Luglio

2026

ZAGABRIA/WASHINGTON/BERLINO (Articolo originale) – Nella lotta per l’influenza con gli Stati Uniti nell’Europa orientale e sud-orientale, l’UE e i paesi dell’Europa occidentale schierano le energie rinnovabili contro le forniture statunitensi di gas naturale liquefatto. In occasione del vertice di quest’anno dell’Iniziativa dei Tre Mari (Three Seas Initiative, 3SI), un’alleanza di 13 Stati membri dell’UE dell’Europa orientale e sud-orientale, tenutosi alla fine di aprile a Dubrovnik, in Croazia, diversi governi della regione e rappresentanti dell’amministrazione Trump hanno concordato nuovi progetti nei settori dell’approvvigionamento energetico, gasdotti, intelligenza artificiale (IA) e infrastrutture digitali. Al centro dell’attenzione vi erano nuovi collegamenti di gas naturale per l’Europa sud-orientale e un grande progetto di IA in Croazia con un volume di investimenti pari a circa 50 miliardi di euro. L’iniziativa, originariamente lanciata con l’obiettivo di potenziare le infrastrutture tra il Mar Baltico, l’Adriatico e il Mar Nero, si sta trasformando sempre più in uno strumento di proiezione del potere statunitense nell’Europa orientale e sud-orientale. La politica energetica riveste un ruolo chiave: l’amministrazione Trump intende fornire gas naturale liquefatto (GNL) statunitense, mentre l’UE tende a puntare sulle energie rinnovabili. A Dubrovnik sono stati deliberati anche investimenti in questo settore.

L’Iniziativa dei Tre Mari

L’Iniziativa dei Tre Mari (3SI) è stata presentata nel 2015 dal presidente polacco Andrzej Duda e dalla presidente croata Kolinda Grabar-Kitarović. Nell’agosto 2016 si è tenuto a Dubrovnik, in Croazia, il primo vertice. La 3SI è una piattaforma composta da 13 Stati membri dell’UE che va dai Paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) ai Paesi del Gruppo di Visegrád (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) e all’Austria, fino alla Croazia, alla Romania, alla Bulgaria e alla Grecia; nel frattempo si sono uniti anche l’Albania, il Montenegro, l’Ucraina e la Moldavia. Il nome deriva dal collegamento tra tre mari – il Mar Baltico, il Mare Adriatico e il Mar Nero – attraverso gli Stati membri. La fondazione dell’iniziativa è stata promossa in modo determinante dagli Stati Uniti. Gli strateghi statunitensi hanno ripreso un vecchio concetto di politica estera risalente alla Polonia del periodo tra le due guerre: i piani del fondatore dello Stato Józef Piłsudski di unire i paesi dell’Europa orientale, dai Paesi Baltici alla Jugoslavia e alla Romania, in una cintura di Stati antisovietici (oggi: antirussi). Alla fine del 2014, il think tank statunitense Atlantic Council ha pubblicato, in collaborazione con Central Europe Energy Partners (CEEP) – un’organizzazione di pressione composta da aziende energetiche polacche, lituane e rumene – un’analisi incentrata sulla creazione di un «corridoio nord-sud … dal Mar Baltico all’Adriatico e al Mar Nero». Nei propri documenti costitutivi, la stessa Iniziativa dei Tre Mari fa riferimento al documento strategico statunitense. Da anni gli Stati Uniti utilizzano la 3SI per espandere la propria influenza sui dodici paesi membri. Un ruolo centrale è rivestito dalla politica energetica, con l’obiettivo di sostituire le forniture di gas naturale russo con l’importazione di GNL statunitense.[1]

Nord-Sud anziché Est-Ovest

Per raggiungere questo obiettivo, ma anche in altri contesti, l’Iniziativa dei Tre Mari mira ad ampliare con componenti nord-sud le infrastrutture dell’Europa orientale e sud-orientale, che si estendono prevalentemente in direzione est-ovest, sono state rinnovate o costruite in via prioritaria a partire dal 1990 e sono orientate verso il centro tedesco dell’UE. Ciò non solo consente l’approvvigionamento di gas naturale liquefatto (GNL) statunitense attraverso i porti del Mediterraneo e del Mar Baltico, ma facilita anche, in generale, uno sviluppo più autonomo della regione – meno dipendente dall’orientamento, anche delle reti stradali e ferroviarie, verso la Germania. Ciò comporta per Berlino una notevole perdita di influenza. A seguito della decisione dell’UE di abbandonare l’approvvigionamento di gas russo entro il 2027, l’importanza dei terminali GNL e dei gasdotti nord-sud ad essi collegati continua ad aumentare. [2] Ciò vale, tra l’altro, anche per la stessa Repubblica Federale: secondo i dati del Ministero federale dell’Economia, nel 2025 circa il 96 per cento del gas liquefatto importato attraverso i terminali GNL tedeschi sul Mar Baltico e sul Mare del Nord proveniva dagli Stati Uniti – pari al 10,3 per cento delle importazioni totali di gas della Germania.[3]

Controversia sulla politica in materia di gas naturale

La rivalità tra Germania e Stati Uniti per l’influenza nell’Europa orientale e il ruolo che in questo contesto rivestono le forniture energetiche sono emersi di recente in Bosnia-Erzegovina e nella lotta di potere che ha coinvolto l’Alto Rappresentante tedesco a Sarajevo, Christian Schmidt, che nel frattempo si è dimesso. All’origine delle sue dimissioni vi sono state lotte di potere tra diversi Stati dell’Europa occidentale, in particolare la Germania, e l’amministrazione Trump, interessata agli affari relativi al gas e alle materie prime in Bosnia-Erzegovina. Dopo essere riusciti a costringere Schmidt a dimettersi, gli Stati Uniti, nella corsa alla leadership nell’ex repubblica jugoslava, hanno proposto il diplomatico italiano Antonio Zanardi Landi come candidato alla successione di Schmidt – un tentativo di creare una frattura tra gli Stati dell’UE: la Germania respinge il candidato proposto da Washington, mentre l’Italia lo sostiene. Trump ha annunciato che avrebbe sospeso i finanziamenti alla Bosnia qualora Washington fosse stata scavalcata. Ciò si inserisce in una nuova strategia statunitense per l’Europa sud-orientale, presentata dall’amministrazione Trump al Congresso a maggio. Al centro della strategia vi sono la sicurezza e l’accesso al mercato per le multinazionali statunitensi, non più la «democrazia». [4] Finora la Bosnia-Erzegovina è stata rifornita di gas naturale dalla Russia tramite il gasdotto TurkStream. Anche in questo caso gli Stati Uniti intendono sostituire il gas russo con GNL statunitense, importato tramite un terminale sull’isola croata di Krk. È prevista la realizzazione di un nuovo gasdotto verso la Bosnia-Erzegovina, che dovrebbe essere costruito dalle società statunitensi Bechtel e AAFS Infrastructure and Energy.[5] Schmidt ostacolava i piani statunitensi.

Vertice per l’anniversario a Dubrovnik

Alla fine di aprile, nella città croata di Dubrovnik, si sono tenuti il vertice 3SI di quest’anno, in occasione del decimo anniversario, e un forum economico. Il forum ha visto la partecipazione di sette presidenti e primi ministri degli Stati membri del 3SI, oltre a numerosi ministri di alto livello. Erano presenti anche illustri rappresentanti dell’amministrazione Trump. In occasione del forum, gli Stati Uniti hanno potuto rafforzare la propria influenza nell’Europa sud-orientale grazie a progetti energetici e tecnologici del valore di miliardi. Il ministro dell’Energia statunitense Chris Wright ha affermato a Dubrovnik che «gli Stati Uniti stanno dando il via a una nuova era di cooperazione per l’Europa centrale e orientale. Questa partnership affonda le sue radici nel nostro reciproco sostegno a un programma di espansione energetica». [6] A conferma di ciò, Wright, il capo del governo croato Andrej Plenković e la presidente del Consiglio dei ministri bosniaco Borjana Krišto hanno firmato un memorandum per l’avvio di un «Trump Peace Pipelines Framework». L’accordo riguarda la cosiddetta Southern Interconnection, che collega la Bosnia-Erzegovina alla rete del gas croata e al terminale GNL sull’isola di Krk. [7] In occasione del vertice, il ministro dell’Energia polacco Miłosz Motyka ha inoltre sottolineato l’interesse regionale a rafforzare il ruolo dell’energia nucleare. Secondo Motyka, questa rappresenterebbe la «pietra angolare di una nuova sicurezza».[8]

Dal gas naturale all’intelligenza artificiale

Oltre all’offensiva energetica, gli investitori statunitensi stanno progettando la costruzione di un enorme centro di intelligenza artificiale e di elaborazione dati in Croazia. Il gruppo di investimento Pantheon Atlas e il gruppo croato Končar hanno firmato una dichiarazione d’intenti per la realizzazione di un campus dedicato all’intelligenza artificiale del valore di circa 50 miliardi di euro. Il volume dell’investimento corrisponde a oltre la metà del prodotto interno lordo (PIL) croato. La potenza in gigawatt necessaria per il centro di calcolo è paragonabile al fabbisogno energetico di una grande città come Zagabria.[9] La Croazia copre gran parte del proprio fabbisogno energetico ricorrendo al gas naturale, che importa, tra l’altro, attraverso il terminale GNL di Krk.

La politica estera della transizione energetica

In occasione del vertice di Dubrovnik è stato inoltre istituito un nuovo fondo per le infrastrutture regionali. Il fondo è destinato a finanziare investimenti comuni nella produzione di idrogeno, nelle infrastrutture transfrontaliere, nelle energie rinnovabili e nel potenziamento della rete elettrica. Si prevede di investire almeno due miliardi di euro in tali progetti. A titolo di confronto: tra il 2016 e il 2025 sono stati investiti più di quattro miliardi di euro in progetti relativi al gas naturale.[10] Tuttavia, questa svolta, almeno parziale, verso le energie rinnovabili comporta anche una nuova priorità in materia di politica estera: mentre il gas naturale liquefatto viene importato principalmente dagli Stati Uniti, lo stesso non vale per le infrastrutture necessarie allo sfruttamento delle energie rinnovabili, che in molti casi provengono dall’Europa.

[1] Si veda a questo proposito La deriva geostrategica dell’Europa orientale.

[2] Si veda a questo proposito Il gas di petrolio liquefatto e il dominio energetico degli Stati Uniti.

[3] Si veda a questo proposito Con il Qatar contro la dipendenza dagli Stati Uniti.

[4] Roland Zschächner: La Bosnia-Erzegovina come pedina. jungewelt.de, 3 luglio 2026.

[5] Si veda a questo proposito La lotta per la Bosnia-Erzegovina.

[6] Emma Nix, Ian Brzezinski: “Verso un decennio di risultati: l’Iniziativa dei Tre Mari traccia la sua rotta per il futuro”. atlanticcouncil.org, 30 giugno 2027.

[7] Lea Gajić: Gli Stati Uniti lanciano un’offensiva da miliardi nei Balcani – con accordi sul gas e un megaprogetto sull’intelligenza artificiale. focus.de, 3 maggio 2026.

[8] Emma Nix, Ian Brzezinski: Verso un decennio di risultati concreti: l’Iniziativa dei Tre Mari traccia la sua rotta per il futuro. atlanticcouncil.org, 30 giugno 2027.

[9] Jozo Knez: Il Pantheon di Topusko: la Croazia è in grado di portare avanti un megaprogetto? lider.media 9 maggio 2026.

[10] Szymon Kardaś: “Gas-lit: L’Iniziativa dei Tre Mari è in contrasto con un futuro basato sull’energia pulita”. ecfr.eu, 18 giugno 2026.

Sbilanciato

Nonostante le crescenti tensioni tra Berlino e Parigi, Merz partecipa oggi alla parata militare in occasione della Festa Nazionale francese. La Germania ha avviato una corsa agli armamenti che rischia di surclassare la Francia – con tutte le conseguenze del caso.

14

Luglio

2026

PARIGI/BERLINO (Notizia propria) – Le tensioni in rapida crescita tra Germania e Francia accompagnano la presenza del cancelliere federale Friedrich Merz a Parigi in occasione della parata militare per la Festa Nazionale francese, che si tiene oggi, martedì. La parata è guidata da circa 500 soldati provenienti dai paesi della «Coalizione dei volenterosi» a sostegno dell’Ucraina. Secondo quanto affermato dall’Eliseo, essa dovrebbe simboleggiare non solo il «potenziamento strategico della Francia», ma soprattutto «il risveglio strategico dell’Europa». Allo stesso tempo, a Parigi suscita forte malcontento il fatto che Berlino, dopo essersi ritirata dal progetto comune di costruzione di un caccia di sesta generazione, non solo abbia avviato un progetto nazionale per un caccia, ma intenda anche sviluppare in solitaria la Combat Cloud associata al velivolo – e non, come concordato di recente, in cooperazione con la Francia. Già in precedenza Parigi era stata messa da parte nella realizzazione di una rete satellitare: Berlino sta lavorando a uno «Starlink tedesco», il che rischia di far fallire uno «Starlink europeo» pianificato da molto più tempo con la partecipazione francese. Gli esperti avvertono che l’avanzata tedesca sta sbilanciando strategicamente l’UE.

Fuori equilibrio (II)

Berlino sta valutando la possibilità di sviluppare missili da crociera e missili franco-tedeschi per placare il malcontento di Parigi riguardo alla sua corsa agli armamenti. La Francia cerca invece di fare maggiore impressione grazie alla propria esperienza operativa e alle sue forze nucleari.

16

Luglio

2026

PARIGI/BERLINO (Notizia propria) – In vista degli incontri franco-tedeschi ad alto livello in programma oggi, giovedì, e domani, venerdì, il governo federale tedesco sta cercando di placare il malcontento di Parigi riguardo alle recenti iniziative unilaterali di Berlino in materia di difesa e armamenti. In Francia, l’intenzione dichiarata apertamente dalla Germania di rendere la Bundeswehr una delle forze armate convenzionali più potenti d’Europa suscita crescenti preoccupazioni, così come la rinuncia a progetti franco-tedeschi di armamenti high-tech a favore di iniziative nazionali. Tutto ciò potrebbe «sminuire» la Francia, avverte il capo di Stato Maggiore del Paese, Fabien Mandon. A Berlino si sta ora valutando, almeno per suggerire un mantenimento dell’approccio comune, la produzione franco-tedesca di missili da crociera e missili balistici. In entrambi i casi, l’industria degli armamenti tedesca non dispone finora di capacità significative, mentre quella francese sì. Parigi è disposta a cooperare, ma allo stesso tempo punta a valorizzare maggiormente i suoi ultimi due punti di forza distintivi: la sua esperienza militare operativa e le sue forze nucleari. Sta pianificando manovre aggressive della «coalizione dei volenterosi» da essa guidata; sta estendendo il suo «scudo nucleare» sull’Europa.

Portata fino a Mosca

Tra i nuovi progetti franco-tedeschi in materia di armamenti, che secondo quanto riportato sarebbero in fase di pianificazione da tempo e potrebbero essere annunciati domani, venerdì, in occasione del Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza, figurano, oltre a un sistema di allerta precoce per missili a lungo raggio, in particolare missili e missili da crociera a lungo raggio, le cosiddette capacità di “Deep Precision Strike”. È vero che il cancelliere federale Friedrich Merz ha recentemente comunicato di aver raggiunto un accordo con gli Stati Uniti sulla fornitura di missili da crociera Tomahawk. Notizie di stampa non confermate parlano di 400 missili da crociera per un prezzo complessivo di circa 1,4 miliardi di euro; in questa cifra sono già inclusi tre sistemi di lancio Typhon.[1] Con una gittata di oltre 2.500 chilometri, i Tomahawk sono in grado di distruggere obiettivi a Mosca o in altre località situate nell’entroterra russo. Tuttavia, permangono numerose incertezze. Ad esempio, sembra che gli Stati Uniti abbiano esaurito circa un terzo delle loro scorte di Tomahawk prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco nella guerra in Iran. Non è chiaro quando riprenderanno le esportazioni, invece di rifornire le proprie scorte. Inoltre, l’impiego dei Tomahawk dipende da software e dati statunitensi; ciò rende Berlino dipendente da Washington. Merz ha quindi annunciato di voler continuare a sviluppare sistemi europei propri.

missile da crociera

Come punto di partenza per un progetto del genere si presta in particolare il Missile de Croisière Naval (MdCN), un prodotto di MBDA France. L’industria della difesa tedesca non dispone finora di missili da crociera con una gittata adeguata; il missile da crociera Taurus, prodotto da MBDA Germania e Saab Bofors Dynamics, raggiunge solo circa 500 chilometri. Ciò non consente di colpire Mosca dalla Germania. L’MdCN è stato sviluppato come missile da crociera navale; la sua gittata è stimata a circa 1.000 chilometri se lanciato da sottomarini e addirittura a circa 1.400 chilometri se lanciato da navi da guerra. MBDA France sta procedendo al suo ulteriore sviluppo; il responsabile della linea di prodotti MBDA, Paul Houot, è stato citato affermando che gli Stati europei «interessati a un’alternativa al sistema americano» sono invitati a «unirsi alla Francia nell’ulteriore sviluppo dell’MdCN». [2] Ormai non si tratta più solo di un missile da crociera navale. È infatti in fase di sviluppo una variante terrestre, il Land Cruise Missile; secondo quanto riferito, sarà in grado di colpire obiettivi a una distanza «ben superiore» ai 1.000 chilometri. Houot afferma che potrebbe essere prodotto anche nei «paesi acquirenti», ad esempio in Germania.

Missili balistici

Inoltre, ormai si parla anche della produzione di missili balistici. Come produttore si propone ArianeGroup, una joint venture tra Airbus e il gruppo francese della difesa Safran. L’azienda produce, tra l’altro, i razzi vettori Ariane, che vengono solitamente lanciati dalla base spaziale di Kourou nella Guyana francese. Produce inoltre il missile M51, utilizzato dalle forze nucleari francesi. La sua gittata è tenuta segreta; gli esperti la stimano fino a 10.000 chilometri. Come ha recentemente confermato Vincent Pery, responsabile della divisione armamenti di ArianeGroup, la sua azienda sta già conducendo «colloqui con la Francia e la Germania sul possibile sviluppo di missili balistici convenzionali». [3] Secondo Pery, «alcuni anni di sviluppo … sono realistici»; la gittata dei missili potrebbe essere compresa tra i 1.000 e i 2.500 chilometri. In questo contesto si offrirebbe – come fa MBDA con i suoi missili da crociera – «una soluzione europea autonoma» che non dipenda da componenti statunitensi. A condizione che vi sia «una decisione politica», si potrebbero «produrre missili balistici convenzionali anche in Germania», dove esistono già quattro stabilimenti produttivi di ArianeGroup.

Esperienza operativa

Mentre Parigi si dichiara aperta a una produzione congiunta franco-tedesca di missili balistici e missili da crociera, reagisce anche in altri modi all’aspirazione tedesca di trasformare la Bundeswehr nelle forze armate convenzionali più potenti d’Europa [4] e di diventare il numero uno del continente nell’industria aerospaziale militare [5]. In entrambi i casi, la Germania rischia di «superare» la Francia già nel giro di pochi anni, come ha recentemente avvertito il capo di Stato Maggiore francese Fabien Mandon: «L’argomento secondo cui disponiamo di esperienza operativa e di una certa cultura operativa non sarà più valido». [6] Per mettere in risalto la propria «esperienza operativa» e contrastare l’imminente declassamento da parte della Repubblica Federale, da marzo dello scorso anno Parigi sta portando avanti, insieme al Regno Unito, la «Coalizione dei volenterosi» a sostegno dell’Ucraina, nonché gli sforzi volti ad avviare un’operazione navale europea nello Stretto di Hormuz. In occasione dell’ultimo incontro della «Coalizione dei volenterosi», tenutosi lunedì a Parigi, è stato concordato di svolgere nei prossimi mesi esercitazioni militari congiunte in Polonia o in altri Stati confinanti con l’Ucraina, come ha comunicato il presidente Emmanuel Macron al termine dell’incontro: l’obiettivo è «dimostrare che siamo pronti, determinati e credibili», e questo «sia via terra, via aria che via mare».[7]

Forze nucleari

Inoltre, Parigi intende sfruttare l’unico ambito in cui Berlino non può – ancora – rivaleggiare con essa: le sue forze nucleari. Da mesi la Francia sta lavorando per estendere un cosiddetto «scudo nucleare» sull’Europa, giustificando questa scelta con il fatto che la protezione nucleare fornita dagli Stati Uniti non sarebbe più affidabile. Il concetto di «deterrenza avanzata» prevede che Parigi continui a decidere autonomamente sull’eventuale impiego delle proprie armi nucleari e a elaborare in modo indipendente tutta la pianificazione pertinente. Tuttavia, data la stretta interconnessione tra i paesi europei, la Francia sostiene che i propri interessi siano difficilmente separabili da quelli degli altri Stati europei. Un attacco contro di essi sarebbe quindi rilevante anche per la strategia nucleare francese. In concreto, la Francia si offre di invitare gli Stati alleati a «consultazioni strategiche», di stazionare temporaneamente i propri bombardieri nucleari sul loro territorio o di coinvolgere gli alleati nelle manovre nucleari delle forze armate francesi. [8] Pur non fornendo una garanzia nucleare formale, Parigi rafforza in parte la deterrenza nucleare con queste misure. La Francia sta attualmente conducendo colloqui in merito con nove Stati, tra cui la Germania.[9] In questo modo compensa in parte la minaccia di una perdita di influenza nei settori militare e degli armamenti.

Maggiori informazioni sull’argomento: Sbilanciato.

[1] Luise Evers, Nicolas Butylin: Merz acquista tecnologia antiquata per 1,4 miliardi: i Tomahawk valgono ancora i soldi spesi? berliner-zeitung.de 09/07/2026.

[2], [3] Niklas Záboji: Berlino e Parigi discutono dello sviluppo di missili a lungo raggio. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 14 luglio 2026.

[4] Si vedano a questo proposito La Germania come repubblica militare e Il “ruolo di guida europeo” della Bundeswehr.

[5] Si veda a questo proposito «All’avanguardia nell’aviazione militare».

[6] Elsa Conesa, Philippe Jacqué: In Europa, il timore del ritorno della Germania come potenza militare. lemonde.fr 08.06.2026.

[7] Michaela Wiegel: Una dimostrazione di determinazione europea. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 15 luglio 2026.

[8] Sebastian Clapp: La deterrenza nucleare in Europa e l’iniziativa francese della «deterrenza proattiva». Servizio di ricerca del Parlamento europeo, luglio 2026.

[9] La Francia sta attualmente conducendo colloqui con il Belgio, la Danimarca, la Germania, la Grecia, i Paesi Bassi, la Norvegia, la Polonia, la Svezia e il Regno Unito.

La NATO europea

Gli Stati Uniti stanno ritirando capacità militari e unità dalla NATO. I militari europei assumono un numero maggiore di incarichi di comando, conducono esercitazioni senza la partecipazione degli Stati Uniti e sostituiscono i sistemi d’arma statunitensi: la NATO sta diventando “europea”.

19

giugno

2026

BRUXELLES/WASHINGTON (Notizia propria) – Il ministro della Difesa statunitense Pete Hegseth prospetta un’ulteriore riduzione dei contributi degli Stati Uniti alla NATO e il ritiro delle truppe dall’Europa. Come ha dichiarato Hegseth ieri, giovedì, in occasione di una riunione dei ministri della Difesa della NATO a Bruxelles, le relative «valutazioni» dovrebbero essere completate entro sei mesi al più tardi. Prosegue così il ritiro parziale degli Stati Uniti dalla NATO. Recentemente, all’inizio di giugno, l’amministrazione Trump aveva «ritirato» dalla NATO ampie capacità e unità militari, che ora non sono più a disposizione dell’Alleanza per le operazioni. Si è affermato che tale mossa fosse gestibile; tuttavia, il ministro della Difesa Boris Pistorius e altri insistono affinché in futuro tali misure vengano annunciate con largo anticipo e coordinate con attenzione. La «revoca» delle capacità statunitensi fa parte di un processo avviato già da tempo e accelerato dalla parte europea nel 2025 alla luce delle minacce di uscita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: gli europei assumono più incarichi nella NATO, conducono più manovre in autonomia e sostituiscono sempre più i sistemi d’arma statunitensi. Si parla di una «NATO europea».

La NATO europea (II)

In vista del vertice della NATO, Berlino e Bruxelles annunciano progressi nella creazione della “NATO europea”. Washington ne esprime apprezzamento e punta sulla leadership tedesca.

06

Luglio

2026

BRUXELLES/BERLINO/L’AIA (Notizia propria) – Il ministro della Difesa Boris Pistorius e alti generali della NATO segnalano rapidi progressi nell’europeizzazione della NATO. Come conferma il comandante supremo della NATO per l’Europa, il generale statunitense Alexus Grynkewich, i paesi europei membri della NATO sono riusciti, nel giro di poche settimane, a sostituire un numero consistente di aerei militari, navi da guerra e unità di truppe statunitensi che Washington aveva «ritirato» dalla NATO all’inizio di giugno. Al posto delle unità statunitensi, ora sono pronte a intervenire, in caso di necessità, unità europee. La scorsa settimana Pistorius ha inoltre autorizzato ufficialmente l’utilizzo del 1° Corpo tedesco-olandese a Valga, in Estonia, come quartier generale tattico per tutte le operazioni della NATO in Estonia e Lettonia. Esso opera parallelamente al Corpo multinazionale nord-orientale tedesco-polacco-danese a Stettino, che continua a fungere da quartier generale per le operazioni in Polonia e Lituania. La creazione della «NATO europea» viene elogiata a Washington. Al Pentagono si parla di una «NATO 3.0», che dovrebbe alleggerire il carico degli Stati Uniti e consentire così lo svolgimento di operazioni statunitensi in altre regioni. Washington elogia in questo contesto anche la leadership tedesca.

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SpaceX e la corsa al recupero della Germania..e altro _ di German Foreign Policy

L’IPO da record di SpaceX e le sue ripercussioni

La valutazione dell’IPO da record di Musk rischia di provocare una fuga di capitali dalla Germania e dall’UE. Starlink, la controllata di SpaceX, potrebbe mettere fuori gioco gli operatori di rete terrestri come Deutsche Telekom. Berlino sta progettando un equivalente satellitare tedesco.

10

giugno

2026

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WASHINGTON/BERLINO (notizia redatta dalla nostra redazione) – L’offerta pubblica iniziale (IPO) di SpaceX, la società di Elon Musk, rischia di creare gravi problemi alle economie tedesca e dell’Unione Europea. La quotazione in borsa da record, prevista per il 12 giugno, dovrebbe raccogliere 75 miliardi di dollari e portare il valore di mercato dell’azienda a ben 1,75 trilioni di dollari. Attualmente, SpaceX sta ancora subendo pesanti perdite, ma nutre grandi speranze di realizzare profitti futuri. Sta mobilitando somme di denaro senza precedenti grazie all’introduzione di nuove tecnologie legate all’intelligenza artificiale, come i data center alimentati a energia solare con sede nello spazio. La struttura dell’IPO di Musk è piuttosto insolita. L’azienda offre agli investitori tedeschi e ad altri investitori europei un accesso particolarmente favorevole, e questo sta suscitando preoccupazioni riguardo a una potenziale fuga di capitali dall’Europa. La controllata di SpaceX, Starlink, con la sua bassa latenza del segnale, rappresenta una minaccia per il mercato delle comunicazioni mobili terrestri convenzionali. Investendo in questo segmento, Starlink potrebbe superare in competitività aziende come Deutsche Telekom e la sua controllata T-Mobile. Nel frattempo, a due società tedesche del settore della difesa e della tecnologia, Rheinmetall e OHB, è stato dato il via libera per la loro prevista joint venture nel settore satellitare. L’idea è quella di creare un equivalente tedesco sovrano di Starlink, investendo miliardi di euro provenienti dall’enorme bilancio della difesa tedesco.

La più grande offerta pubblica iniziale di tutti i tempi

La SpaceX di Elon Musk punta alla più grande offerta pubblica iniziale (IPO) della storia. L’obiettivo è raccogliere 75 miliardi di dollari, una cifra mai raggiunta prima in occasione della quotazione in borsa di un’azienda.[1] Il record attuale è detenuto dalla compagnia petrolifera Saudi Aramco, che è stata quotata in borsa nel 2019 raccogliendo 25,6 miliardi di dollari. [2] Nel caso di SpaceX, il piano è di vendere 555,6 milioni di azioni al prezzo di 135 dollari ciascuna. Se l’operazione avrà successo, il valore di mercato del colosso spaziale e delle comunicazioni di Musk raggiungerà 1,75 trilioni di dollari. Con una valutazione del genere, solo sei società dell’indice azionario S&P 500, che raggruppa le cinquecento società quotate con sede negli Stati Uniti di maggior valore, varrebbero più di SpaceX. Il gruppo, che gestisce Starlink tra le altre iniziative, ha acquisito all’inizio di quest’anno la start-up di intelligenza artificiale di Musk, xAI. L’operazione ha portato il valore di SpaceX a 1.000 miliardi di dollari.[3] Uno degli obiettivi dell’acquisizione era quello di costruire un’infrastruttura di energia solare nello spazio per soddisfare la domanda energetica nell’era del boom dell’intelligenza artificiale. SpaceX è impegnata in un roadshow promozionale dal 4 giugno, durante il quale i banchieri coinvolti stanno promuovendo l’IPO presso i potenziali investitori.

«I racconti di Musk»

Tuttavia, i dati finanziari alla base di questa valutazione record offrono molti motivi di scetticismo. Delle tre divisioni aziendali attualmente gestite da SpaceX – ovvero la divisione lanci, la divisione satellitare Starlink e la società di intelligenza artificiale xAI, che include la piattaforma social X – solo la seconda sta attualmente generando profitti.[4] È vero, i ricavi di SpaceX sono in aumento. Ma lo sono anche le sue perdite. Nel 2025, SpaceX ha generato ricavi pari a circa 18,7 miliardi di dollari, un terzo in più rispetto all’anno precedente, registrando al contempo perdite di quasi 5 miliardi di dollari. Solo nel primo trimestre del 2026, con ricavi di circa 4,7 trilioni di dollari, le perdite sono ammontate a circa 4,3 miliardi di dollari.[5] xAI ha aperto un enorme buco nel bilancio con una perdita operativa di 2,47 miliardi di dollari. [6] In risposta, un fondo pensione danese ha già inserito SpaceX nella lista nera, sostenendo che la valutazione dell’azienda fosse “generosamente gonfiata”. Il prezzo, ha affermato, era determinato più dalle “narrazioni” di Musk che dalle “realtà economiche”. [7] SpaceX ha riposto gran parte delle sue speranze di crescita nei progressi dell’IA. I piani di fatturato del gruppo si basano in misura significativa su tecnologie che devono ancora essere sviluppate o maturate, non da ultimo i data center spaziali alimentati a energia solare. Secondo Reuters, l’azienda ha puntato gli occhi su un mercato potenziale di 28,5 trilioni di dollari nel settore dell’IA.[8]

Fuga di capitali

Rompendo con la struttura tradizionale delle IPO americane, la quotazione in borsa di SpaceX sta incoraggiando la partecipazione degli investitori al dettaglio provenienti dalla Germania e dall’Europa. La società fintech berlinese Trade Republic ha annunciato che i propri clienti europei potranno sottoscrivere azioni SpaceX direttamente tramite un’app.[9] Ciò potrebbe causare problemi all’economia europea. Come avverte Holger Schmieding, capo economista della Berenberg Bank, una grande quantità di capitali viene attirata verso gli Stati Uniti. «Queste massicce IPO stanno sottraendo capitali. E lo stanno facendo a valutazioni fortemente influenzate dalla speculazione», spiega Schmieding, aggiungendo: «Ciò renderà più difficile finanziare gli investimenti in Europa.»[10] Allo stesso tempo, agli investitori provenienti dalla Cina, compresa Hong Kong, è stato negato l’accesso all’IPO di SpaceX – per “motivi di sicurezza”. Ai principali sottoscrittori è stato ordinato di non accettare ordini da investitori in Cina, poiché l’amministrazione statunitense ha imposto restrizioni normative e di conformità sull’esportazione di tecnologie critiche.[11]

Un colpo di mano senza precedenti

Tuttavia, la recente espansione mondiale di SpaceX, in particolare in Europa, sta suscitando un certo malessere nel settore delle comunicazioni terrestri tradizionali, non da ultimo presso Deutsche Telekom. Sebbene le comunicazioni satellitari esistessero già molto prima di SpaceX o Starlink, esse dovevano affrontare un problema fondamentale: i satelliti orbitavano intorno alla Terra ad altitudini elevate, spesso a 35.000 chilometri di altezza. Da questa distanza, il segnale impiega un tempo relativamente lungo per tornare sulla Terra. Il ritardo è di mezzo secondo, a volte anche di più, il che rende impossibile lo streaming video e una navigazione fluida in Internet. Starlink ha cambiato radicalmente il modello di comunicazione posizionando più di 10.000 mini-satelliti nell’orbita terrestre bassa, a un’altitudine compresa tra i 340 e i 550 chilometri. Il segnale impiega ora solo 20 millisecondi per essere trasmesso.[12] In confronto, una moderna rete 5G in Germania, come quelle gestite da Deutsche Telekom, Vodafone e Telefónica, ha una latenza del segnale compresa tra i 15 e i 25 millisecondi. Inoltre, Starlink ha ricevuto l’approvazione dalla Federal Communications Commission (FCC) statunitense per lanciare altri 15.000 satelliti nello spazio, portando molti a credere che i piani a lungo termine di SpaceX includano la trasformazione in un operatore di rete mobile e la sostituzione dei fornitori tradizionali.

“In sella al drago”

Il CEO di Telekom, Timotheus Höttges, vede sicuramente questa situazione come una sfida per il suo gruppo. «Posso solo confermare che Starlink è un’azienda tecnologica di prim’ordine», afferma Höttges: «Se non puoi combattere il drago, cavalca il drago». [13] Höttges vuole portare avanti l’attuale collaborazione di Telekom con Starlink come operatore di rete; si tratta di una delle 35 partnership operative che Starlink mantiene attualmente in sei continenti. Il capo di Telekom spera che Starlink non riesca mai a sostituire la rete terrestre. Tuttavia, i dati suggeriscono il contrario. Con una valutazione di 1,75 trilioni di dollari, SpaceX può ottenere risultati ben superiori a quelli del suo principale concorrente europeo. Al contrario, il valore di Deutsche Telekom è stimato in 150 miliardi di dollari, mentre quello di T-Mobile in 209 miliardi. Inoltre, T-Mobile ha già registrato un calo del prezzo delle azioni del dieci per cento: da circa 210 dollari per azione dodici mesi fa a circa 190 dollari oggi. Per quanto riguarda il mercato della telefonia mobile, Starlink sta già partecipando in modo aggressivo alle aste per le frequenze mobili negli Stati Uniti. Se l’azienda dovesse affermarsi in questo settore, la crescita di T-Mobile negli Stati Uniti potrebbe essere ostacolata. Ciò aumenterebbe direttamente la posta in gioco per Deutsche Telekom, che dipende dalle sue attività negli Stati Uniti per circa tre quarti della sua capitalizzazione di mercato.

Uno Starlink tedesco

Nel frattempo, in Europa si stanno intensificando gli sforzi per creare un concorrente di Starlink. Mentre SpaceX preparava la sua quotazione in borsa, l’Ufficio federale tedesco dei cartelli ha dato il via libera a due aziende del settore della difesa e della tecnologia, Rheinmetall e OHB, per il loro progetto di consorzio satellitare.[14] Con questa joint venture le due società intendono partecipare alla gara d’appalto indetta dalla Bundeswehr tedesca per un contratto multimiliardario finalizzato alla realizzazione di una rete satellitare di comunicazioni militari paragonabile a Starlink. OHB sarebbe responsabile della produzione dei satelliti e della costruzione delle stazioni di terra, mentre Rheinmetall realizzerebbe i segmenti di rete e le apparecchiature per gli utenti finali. Il gruppo franco-tedesco Airbus, che inizialmente era in concorrenza con la joint venture tra Rheinmetall e OHB, ha ora aderito al consorzio. Sebbene la nuova alleanza a tre crei di fatto un monopolio che elimina la concorrenza, dal punto di vista della Bundeswehr essa consente di attuare rapidamente il progetto sovrano di satelliti LEO (orbita terrestre bassa). L’approccio del consorzio contribuisce inoltre a evitare controversie legali che potrebbero sorgere se l’appalto fosse aggiudicato a un unico offerente. Se l’impresa tedesca riuscirà a fornire una comunicazione satellitare senza interruzioni, i suoi utilizzi militari potrebbero sovrapporsi ai servizi commerciali.

[1] Echo Wang, Milana Vinn: SpaceX fissa a 135 dollari il prezzo per la sua quotazione in borsa da record, stravolgendo le convenzioni di Wall Street. reuters.com 03.06.2026.

[2] Uwa Ede-Osifo, Lauren Almeida, Dan Milmo: SpaceX punta al più grande debutto in borsa della storia, mettendo Musk sulla buona strada per diventare un «trillionaire». theguardian.com, 4 giugno 2026.

[3] Echo Wang: Secondo una fonte, SpaceX intende fissare il prezzo dell’IPO a 135 dollari per azione, puntando a raccogliere la cifra record di 75 miliardi di dollari. reuters.com 03.06.2026.

[4] Uwa Ede-Osifo, Lauren Almeida, Dan Milmo: SpaceX punta al più grande debutto in borsa di sempre, mettendo Musk sulla buona strada per diventare un «trillionaire». theguardian.com, 4 giugno 2026.

[5] Thomas Jahn: Le domande e le risposte più importanti sull’ingresso in borsa di SpaceX. handelsblatt.com, 21 maggio 2026.

[6] Matthias Lindner: SpaceX in vista della quotazione in borsa: un fondo pensione inserisce l’azienda di Musk nella lista nera. telepolis.de, 30 maggio 2026

[7] Bernd Müller: Trade Republic apre le IPO a tutti: ecco cosa devono sapere gli investitori. telepolis.de, 6 giugno 2026.

[8] Echo Wang: Secondo una fonte, SpaceX intende fissare il prezzo dell’IPO a 135 dollari per azione, puntando a raccogliere la cifra record di 75 miliardi di dollari. reuters.com 03.06.2026.

[9] Bernd Müller: Trade Republic apre le IPO a tutti: ecco cosa devono sapere gli investitori. telepolis.de, 6 giugno 2026.

[10] Alex Hofmann: SpaceX, Anthropic: cosa significano queste mega-IPO per l’economia tedesca. table.media, 6 giugno 2026.

[11] Cathy Chan: Investitori cinesi e di Hong Kong esclusi dall’IPO di SpaceX per motivi di sicurezza. bloomberg.com, 5 giugno 2026.

[12], [13] Thomas Jahn, Stephan Scheuer: Come Elon Musk intende conquistare il mercato globale della telefonia mobile. handelsblatt.com, 28 maggio 2026.

[14] L’Autorità antitrust tedesca approva l’alleanza nel settore satellitare tra Rheinmetall e OHB. handelsblatt.com, 16 aprile 2026. Vedi anche: Lo Starlink tedesco.

SpaceX e la corsa al recupero della Germania

L’ingresso in borsa del gruppo statunitense SpaceX mette nuovamente in luce le debolezze dell’industria aerospaziale tedesco-europea e la sua dipendenza dagli Stati Uniti. I tentativi di recuperare il ritardo risentono della rivalità franco-tedesca.

12

giugno

2026

BERLINO/WASHINGTON (Articolo originale) – L’imminente quotazione in borsa, prevista per oggi, venerdì, del gruppo statunitense SpaceX mette in luce il crescente ritardo della Germania e dell’Europa rispetto all’industria spaziale statunitense. Già da tempo think tank come la Fondazione Wissenschaft und Politik (SWP) di Berlino lamentano che la Repubblica Federale Tedesca sia “estremamente dipendente dagli Stati Uniti” nel settore spaziale. Politici ed esperti avvertono all’unanimità che il governo statunitense – in particolare quello guidato dal presidente Donald Trump – potrebbe sfruttare senza pietà le dipendenze esistenti a proprio vantaggio. L’UE ha nel frattempo intrapreso i primi passi per ridurre la propria dipendenza. Lo scorso anno ha annunciato una nuova legge spaziale (Space Act), che mira a creare un mercato interno dell’UE per lo spazio attraverso l’armonizzazione delle frammentate normative nazionali. Gli Stati Uniti temono svantaggi per le loro aziende del settore e si oppongono con forza allo Space Act. Il governo federale tedesco intende inoltre investire ben 35 miliardi di euro entro il 2030 per realizzare, tra le altre cose, uno “Starlink tedesco”. Il suo obiettivo è tuttavia quello di assumere un ruolo di leadership puramente tedesco nel settore spaziale, escludendo le aziende francesi.

Appalti militari del valore di miliardi

Il 29 maggio, alla vigilia della quotazione in borsa di SpaceX, la più grande della storia fino a quel momento, la U.S. Space Force, il corpo delle Forze Armate statunitensi responsabile delle operazioni spaziali, ha assegnato all’azienda di Elon Musk un contratto del valore di 4,16 miliardi di dollari per un programma satellitare volto a individuare e contrastare le minacce provenienti dall’alto. [1] Si tratta di un sottoprogramma del previsto sistema di difesa missilistica Golden Dome denominato Space-Based Advanced Moving Target Indicator (SB-AMTI). L’SB-AMTI dovrebbe combinare sensori spaziali, collegamenti di comunicazione sicuri e stazioni di terra, ampliando così il sistema Golden Dome con una componente spaziale. Secondo la Space Force, «il primo contratto, valido fino al 2028, riguarda una costellazione di satelliti che consentirà alle forze congiunte di eliminare tempestivamente i punti ciechi operativi». Solo pochi giorni prima, il 26 maggio, la Space Force aveva inoltre assegnato a SpaceX un contratto del valore di 2,29 miliardi di dollari per la creazione di una rete di comunicazione satellitare sicura e veloce, al fine di collegare tra loro sensori militari e piattaforme d’arma in tutto il mondo. [2] In questo modo, nel giro di pochi giorni SpaceX si è aggiudicata appalti governativi per un valore di circa 6,45 miliardi di dollari e detiene ora una quota di Golden Dome superiore a quella di tutte le altre undici società partecipanti messe insieme.[3] Ciò rappresenta un grande vantaggio in vista della quotazione in borsa.

Dipendente dagli Stati Uniti

In Germania, alla luce dell’esempio di SpaceX, si levano ancora una volta voci che esortano a portare avanti con determinazione le proprie attività spaziali. L’ingresso in borsa del gruppo deve rappresentare un «campanello d’allarme» per l’Europa, spiega Fabian Mehring (Freie Wähler), ministro bavarese per il Digitale. Sostenendo che la superiorità tecnologica si traduce direttamente in potere in politica estera, Mehring afferma: «Chi non plasma il futuro con le proprie mani, diventa dipendente da chi lo fa.»[4] Da tempo si discute ripetutamente dei timori relativi al ritardo dell’UE nell’industria spaziale. Nell’ottobre 2025, ad esempio, Juliana Süß, esperta del gruppo di lavoro sulla politica di sicurezza della Fondazione Scienza e Politica (SWP) di Berlino, ha affermato che l’UE è «estremamente dipendente dagli Stati Uniti» nel settore spaziale . Ha sottolineato in particolare che tale dipendenza comprende elementi insostituibili come il sistema di navigazione statunitense GPS per i missili da crociera tedeschi Taurus e si estende fino alla «ricognizione, comunicazione e navigazione» nonché al «rilevamento precoce dei missili». [5] Il fatto che l’Europa dipenda, tra l’altro, anche dallo Starlink di Musk è dimostrato dall’esempio dell’Ucraina, dove l’azienda mantiene la connessione Internet del Paese, fondamentale in guerra, attraverso l’impiego di circa 50.000 terminali. A Berlino e a Bruxelles dilaga da tempo il timore che il governo statunitense possa sfruttare queste dipendenze, in particolare l’attuale amministrazione guidata dal presidente Donald Trump.[6]

Rivalità transatlantica

L’ascesa di SpaceX e della sua controllata Starlink, specializzata in satelliti, rischia di causare gravi problemi all’economia della Germania e dell’UE. Con Starlink, Musk è riuscito a mettere in orbita terrestre bassa più di 10.000 satelliti di comunicazione. In prospettiva, l’azienda potrebbe competere su tutto il territorio con operatori di rete terrestri come Deutsche Telekom (come riportato da german-foreign-policy.com [7]). Starlink ha già sottratto quote di mercato alle aziende europee nel settore delle connessioni Internet. Negli ultimi anni, gruppi come Airbus e Thales Alenia Space (TAS), una joint venture controllata al 67% da Thales e al 33% da Leonardo, hanno dovuto tagliare centinaia di posti di lavoro a causa di contratti spaziali non redditizi. Nel frattempo, l’UE si sta adoperando per proteggere e sostenere meglio l’industria spaziale europea. Ad esempio, nel giugno dello scorso anno ha proposto una nuova legge spaziale dell’UE che mira a creare un mercato interno dell’UE per lo spazio attraverso l’armonizzazione delle frammentate normative nazionali. Il progetto di legge, che probabilmente non entrerà in vigore prima del 1° gennaio 2030, è stato attaccato dagli Stati Uniti con la scusa che sarebbe anticoncorrenziale. Il motivo: la legge comporta costi aggiuntivi per le aziende spaziali statunitensi che desiderano operare nell’UE, poiché dovrebbero rispettare gli standard tecnici, di sicurezza informatica e ambientali dell’Unione.[8]

Gli ambiziosi progetti della Germania

Anche la Germania, dal canto suo, ha adottato misure volte a rafforzare le proprie capacità spaziali. Lo scorso anno, infatti, la Repubblica Federale ha comunicato, non solo in occasione della riunione del Consiglio dei ministri dell’Agenzia spaziale europea (ESA), la propria decisione di aumentare il contributo tedesco al bilancio complessivo dell’ESA a cinque miliardi di euro. [9] Ma soprattutto, in occasione della presentazione della sua prima strategia di sicurezza spaziale nel novembre 2025, il governo federale ha annunciato che entro il 2030 metterà a disposizione 35 miliardi di euro per progetti spaziali.[10] Inoltre, Berlino sta portando avanti diversi progetti spaziali ambiziosi. Ad esempio, la Bundeswehr sta progettando un sistema satellitare destinato a competere direttamente con Starlink. Il progetto, definito «Starlink tedesco», prevede una costellazione costituita da una fitta rete di satelliti di comunicazione che orbiteranno intorno alla Terra in orbite basse comprese tra i 200 e i 2.000 chilometri. In una prima fase, da 100 a 200 satelliti collegheranno tra loro le truppe tedesche e le attrezzature militari. [11] Inoltre, lo scorso dicembre il governo federale ha assegnato un appalto del valore di 1,7 miliardi di euro a una joint venture tra Rheinmetall e la startup finlandese ICEYE. L’obiettivo è quello di mettere in orbita 40 satelliti SAR (Synthetic Aperture Radar) entro la fine del decennio. [12] I satelliti SAR sono in grado di fornire immagini ad alta risoluzione delle attività a terra in qualsiasi condizione meteorologica. Con questi due progetti, la Bundeswehr intende diventare indipendente dagli Stati Uniti per quanto riguarda i satelliti di comunicazione e ricognizione.

Se possibile, senza la Francia

Tuttavia, la ricerca dell’autonomia da parte della Germania è caratterizzata da continue divergenze con la Francia. Ad esempio, nel progetto denominato «Starlink tedesco», che all’interno delle forze armate tedesche porta ufficialmente il nome di SATCOMBw Livello 4, Airbus Defence and Space era inizialmente tra i principali candidati. L’azienda gestisce già gli attuali sistemi di comunicazione SATCOMBw, il che la pone in una posizione migliore rispetto ai suoi concorrenti, come OHB di Brema. Tuttavia, Airbus costruisce i satelliti principalmente nei suoi stabilimenti in Francia; Berlino, invece, punta a un rigoroso controllo nazionale sulla rete satellitare. [13] Non si è disposti a «esternalizzare all’estero» «commissioni di questo tipo», come ad esempio quella per la creazione di un sistema satellitare, ha confermato il generale di divisione Armin Fleischmann, responsabile presso le forze armate tedesche della pianificazione e dell’attuazione dei progetti spaziali.[14] Fleischmann ammette che determinati componenti devono essere acquistati da «partner occidentali», tra cui la «Francia». Il governo federale si sta tuttavia adoperando per mantenere questa quota il più bassa possibile. Nel frattempo, per lo «Starlink tedesco» è stata confermata una joint venture tra Rheinmetall e OHB di Brema. Come riportato ieri, giovedì, la società è stata ora costituita.[15] Si dice che sia possibile il coinvolgimento di Airbus, ma solo in una funzione secondaria.

[1] SpaceX si aggiudica un contratto da 4,16 miliardi di dollari con la Space Force per la realizzazione di satelliti di rilevamento delle minacce. cnbc.com, 29 maggio 2026.

[2] Mike Stone: La US Space Force assegna a SpaceX un contratto da 2,29 miliardi di dollari per una rete spaziale militare. reuters.com, 20 maggio 2026.

[3] Andreas Sommer: Azioni SpaceX: 6,45 miliardi di contratti con il Pentagono prima dell’IPO. kapitalmarketexperten.de, 31 maggio 2026.

[4] Richard Mayr: Il ministro del Digitale Mehring: «Più di una semplice quotazione in borsa». ausburger-allgemeine.de, 10 giugno 2026.

[5] Si veda a questo proposito Rivali spaziali transatlantici.

[6] Si veda a questo proposito La lotta per la sovranità digitale (II).

[7] Peggy Hollinger, Sylvia Pfeifer, Barbara Moens: I piani europei per la creazione di un leader nel settore spaziale devono affrontare una tempistica impegnativa. ft.com, 12 giugno 2025.

[8] Si veda a questo proposito Rivali spaziali transatlantici.

[9] La Germania aumenta in modo significativo il proprio contributo all’Agenzia spaziale europea. deutschlandfunk.de, 26 novembre 2025.

[10] Responsabilità nello spazio: prima strategia di sicurezza spaziale del governo federale. bmvg.de, 19 novembre 2025.

[11] Si veda a questo proposito Lo Starlink tedesco.

[12] Le costellazioni SAR tedesche da 35 miliardi di euro: SPOCK, HANSA e l’asse nordico ISR. grosswald.org, 28 marzo 2026.

[13] Si veda a questo proposito Lo Starlink tedesco.

[14] Thomas Jahn: «Dopo gli Stati Uniti, saremmo all’avanguardia nell’informazione e nella comunicazione». handelsblatt.com, 22 gennaio 2026.

[15] OHB e Rheinmetall stringono una collaborazione per un progetto militare. handelsblatt.com, 11 giugno 2026.

Imparare dall’Ucraina

La conferenza sulla difesa tenutasi a Berlino ha riunito rappresentanti di startup tedesche specializzate in droni e militari ucraini appartenenti a unità che rendono omaggio ai collaboratori nazisti. Obiettivo: una cooperazione intensa per l’ulteriore sviluppo della guerra high-tech.

11

giugno

2026

BERLINO/KIEV (Resoconto proprio) – Lunedì, in occasione di una conferenza sull’armamento tenutasi a Berlino, rappresentanti di startup tedesche produttrici di droni e militari appartenenti a unità ucraine che rendono omaggio ai collaboratori nazisti hanno discusso dell’evoluzione della guerra high-tech e della produzione dei sistemi d’arma necessari a tal fine. Alla conferenza New Age Defence, alla quale hanno partecipato ben 800 persone, erano presenti, tra gli altri, rappresentanti delle brigate della Guardia Nazionale Ucraina che utilizzano simboli delle Waffen-SS o celebrano i membri dell’OUN, un’organizzazione fascista di collaboratori nazisti ucraini. In collaborazione con militari come loro e sfruttando le esperienze ucraine al fronte, le aziende tedesche continuano a sviluppare i loro UxS – sistemi senza pilota, dove x sta per la varietà di questi sistemi in aria (droni), a terra (robot) e in acqua (droni marini). Per quanto riguarda New Age Defence, gli organizzatori hanno affermato di voler collegare più strettamente produttori, soldati e politica e unire l’esperienza ucraina al fronte con il know-how industriale in Germania. In questo contesto, l’importante non è tanto la produzione di innumerevoli armi, quanto piuttosto la messa a disposizione di capacità produttive in grado, in caso di guerra, di sfornare in un batter d’occhio le attrezzature belliche più moderne.

Coordinare le risorse

La conferenza New Age Defence si è tenuta lunedì a Berlino per la prima volta. È stata organizzata da alcuni produttori di UxS; né i nomi precisi di questi ultimi né la sede dell’evento sono stati resi noti in anticipo. L’evento è stato sostenuto dalle startup tedesche Helsing e Quantum Systems, nonché dall’azienda ucraina Uforce; tra i partner industriali figuravano, ad esempio, Arx Robotics e Stark. La partecipazione era possibile solo su invito. La data è stata scelta appositamente in vista del Salone Internazionale dell’Aeronautica e dello Spazio di Berlino, che ha aperto i battenti ieri, mercoledì. Riguardo all’obiettivo dell’evento, è stato affermato che «non è un problema di tecnologia» difendere l’Europa «nella guerra moderna». [1] La tecnologia necessaria è disponibile; l’esercito sa comunque «di cosa ha bisogno». Anche «la volontà politica» di riarmarsi sta aumentando. Tuttavia, esiste «una lacuna nel coordinamento»: «Ciò che manca è il momento in cui tutte e tre le forze si incontrano, si coordinano e procedono insieme». Questo è ciò che New Age Defence dovrebbe garantire ora, così come in futuro. Di conseguenza, all’evento erano presenti, oltre a soldati e rappresentanti di diverse aziende UxS, anche politici. Si parla di circa 800 partecipanti, provenienti soprattutto dalla Germania, dall’Ucraina e dai Paesi baltici.

Capacità anziché magazzino

Tra i temi trattati durante la conferenza figuravano i profondi cambiamenti che si profilano nel settore della produzione di armamenti. Secondo gli organizzatori, l’industria europea delle armi tradizionale si è sempre contraddistinta per «tecnologie costose, lunghi cicli di produzione e sistemi concepiti per un tipo di guerra che ormai non esiste più». [2] Durante la conferenza è stato affermato che il settore UxS, in particolare, è strutturato in modo completamente diverso. Solo «chi è un passo avanti al nemico in tutti i settori» – in «innovazione, produzione, implementazione, sviluppo, tattiche operative, interconnessione» – potrà prevalere nella guerra moderna. [3] Ciò ha delle conseguenze. «Alla luce dei rapidi cicli di sviluppo e della corsa globale alle tecnologie più efficienti», ad esempio, lo stoccaggio tradizionale dei sistemi d’arma «nel settore dei sistemi senza equipaggio ha senso solo in misura limitata»; troppo grande è il rischio che, quando l’apparecchio sarà necessario in guerra, risulti tecnologicamente o tatticamente obsoleto. Alla New Age Defence si è quindi discusso in particolare di «come creare e mantenere capacità produttive adeguate» per essere «pronti a reagire in qualsiasi momento» e in grado di produrre apparecchiature in linea con i più recenti sviluppi nella conduzione della guerra.

Competenze e industria

In questo contesto, come è emerso durante la conferenza, l’Ucraina, le sue forze armate e le sue aziende produttrici di armamenti rivestono un’importanza particolare. I soldati ucraini mettono alla prova le armi più recenti sul campo di battaglia e intrattengono stretti contatti soprattutto con le aziende produttrici di armamenti ucraine, ma anche con quelle tedesche, che cercano costantemente di adattare il materiale bellico alle esigenze delle truppe. Si “impara” molto dalla parte ucraina – dalle “esperienze” che essa fa costantemente e “paga purtroppo a caro prezzo”, come afferma Bastian Ernst, deputato della CDU al Bundestag e presidente dell’Associazione dei riservisti della Bundeswehr. [4] L’amministratrice delegata di New Age Defence è Kateryna Mykhalko, un’ucraina che in precedenza ha lavorato per tre anni presso Tech Force in UA, un’associazione che riunisce circa 100 produttori ucraini di UxS; di conseguenza, gode di un’ottima rete di contatti a Kiev. Alla conferenza di Berlino è stato affermato che «proprio la combinazione tra il know-how ucraino nell’uso dei droni e la conseguente ottimizzazione continua delle tecnologie esistenti da un lato» e «le esperienze e le capacità europee nel campo della produzione industriale» «dall’altro» offre «molte opportunità» per la creazione di un settore UxS di successo in futuro.[5]

Specialisti con esperienza sul campo

Di conseguenza, lunedì la presenza ucraina al New Age Defence è stata molto consistente. Oltre all’ambasciatore dell’Ucraina in Germania, Oleksij Makejew, erano presenti rappresentanti di aziende ucraine del settore della difesa, come Uforce, nonché collaboratori delle filiali ucraine di startup militari tedesche. Ai collaboratori dei think tank ucraini si sono aggiunti soprattutto numerosi militari ucraini. Al Combat Hub, una sezione della conferenza in cui erano state annunciate in particolare «dimostrazioni pratiche di moderne tattiche di combattimento e dell’uso di sistemi senza pilota», secondo l’annuncio degli organizzatori i partecipanti hanno avuto «l’opportunità di parlare direttamente con membri delle forze armate ucraine che avevano esperienza con diversi sistemi senza pilota sul campo di battaglia». [6] Sono stati inoltre annunciati specificatamente militari della 12ª brigata speciale “Azov” del 1° corpo della Guardia Nazionale e della 17ª brigata del 2° corpo “Chartija” della Guardia Nazionale, tra cui specialisti in sistemi senza pilota e in ricognizione; per la ricognizione del campo di battaglia oggi vengono impiegati – oltre ai satelliti – soprattutto droni. La presenza congiunta di soldati ucraini e rappresentanti di startup tedesche ha lasciato intravedere a Berlino la cooperazione quotidiana tra le due parti, praticata ormai da anni.

Sostenitori dei collaborazionisti nazisti

Ciò è interessante anche perché l’orientamento politico delle unità ucraine presenti alla conferenza New Age Defence parla chiaro. Ad esempio, la 12ª Brigata speciale «Azov» del 1° Corpo della Guardia Nazionale utilizza il simbolo del Wolfsangel, un tempo impiegato dalle Waffen-SS. [7] Secondo quanto riportato, la brigata speciale rende inoltre omaggio sui propri canali social ai collaboratori nazisti dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN). Il governo ucraino sta attualmente provvedendo al trasferimento delle loro spoglie a Kiev, dove saranno onorate in un “Pantheon degli ucraini illustri” (come riportato da german-foreign-policy.com [8]). La 17ª brigata del 2° corpo d’armata «Chartija», a sua volta, secondo quanto riportato, ha celebrato da ultimo il 1° gennaio 2026 il compleanno del leader dell’OUN Stepan Bandera; in precedenza aveva promosso la “Marcia degli eroi” il 14 ottobre 2025 in memoria dell’Esercito insurrezionale ucraino (UPA), i cui miliziani durante la Seconda guerra mondiale massacrarono più di 90.000 polacchi e migliaia di ebrei per creare – dalla loro prospettiva razzista – i presupposti per un’Ucraina “etnicamente pura”. Le concezioni storiche e politiche dei soldati ucraini influenzano la cooperazione con le startup tedesche del settore UxS, che si considerano il nucleo dell’industria degli armamenti del futuro.

[1], [2] New Age Defence. new-age-defence.berlin.

[3] Jan Schönberg: «Quando si parla di droni, una maggiore velocità garantisce una maggiore sicurezza». drones-magazin.de, 9 giugno 2026.

[4] Johanna Urbancik, Franziska Müller: Vertice sui droni a Berlino: guerra in Ucraina, difesa-

Tecnologia avanzata e innovazioni. de.euronews.com 10/06/2026.

[5] Jan Schönberg: «Quando si parla di droni, una maggiore velocità garantisce una maggiore sicurezza». drones-magazin.de, 9 giugno 2026.

[6] Gli innovatori presentano droni e intelligenza artificiale al New Age Defence di Berlino. mezha.net 08.06.2026.

[7] Susann Witt-Stahl: Una nuova era della guerra. junge Welt, 8 giugno 2026.

[8] Si veda a questo proposito Nel pantheon dei collaborazionisti.

«Portare avanti il movimento contro la guerra a livello internazionale»

Un’intervista a Kate Hudson sui principali fattori all’origine dell’attuale minaccia di guerra, sulla conferenza contro la guerra che si terrà a Londra il 20 giugno e sulla necessità di organizzarsi a livello internazionale contro la guerra.

09

giugno

2026

LONDRA german-foreign-policy.com ha intervistato l’attivista contro la guerra Kate Hudson in merito alle crescenti proteste contro la militarizzazione in Europa e alla prossima conferenza internazionale contro la guerra in programma il 20 giugno. Kate Hudson è stata presidente (dal 2003 al 2010), segretaria generale (dal 2010 al 2024) e vicepresidente (dal 2024) della Campagna per il Disarmo Nucleare (CND) e membro della Stop the War Coalition dal 2002. Hudson sottolinea che la principale minaccia alla pace mondiale attualmente non proviene dalla Russia e dalla Cina, ma dagli Stati Uniti e dai loro alleati occidentali. Gli Stati Uniti sono in declino economico e stanno reagendo con ogni mezzo a loro disposizione. Inoltre, il capitalismo è in una profonda crisi e ha prodotto “un modello estremo” incarnato da “figure di estrema destra” come Donald Trump – un “incubo politico”, afferma Hudson. Insiste sul fatto che il movimento contro la guerra deve organizzarsi a livello internazionale, proprio come fanno coloro che guidano la militarizzazione – «forze statali, forze capitaliste e governi». Consiglia di agire tempestivamente per contrastare la minaccia che la Germania acquisisca armi nucleari.

german-foreign-policy.com: Il 20 giugno si terrà a Londra un’importante conferenza internazionale contro la guerra. Quali sono le sue aspettative?

Kate Hudson: Questa conferenza rappresenta un passo avanti molto significativo, un’opinione condivisa da tutti gli organizzatori, sia quelli britannici che quelli con cui collaboriamo in tutta Europa. È molto importante sottolineare che, sebbene la conferenza si svolga in Gran Bretagna, si tratta di un evento veramente internazionale. Pur essendo noi gli ospiti, abbiamo lavorato insieme per garantire non solo la presenza di numerosi relatori internazionali, ma anche di molti partecipanti provenienti da tutto il mondo. Centinaia di persone stanno arrivando da tutta Europa per partecipare alle discussioni. Partecipare alla conferenza non è solo un’occasione per ascoltare ottimi discorsi e trarne ispirazione. È anche un’opportunità per riunirsi e avere una discussione strategica seria, per pianificare concretamente come il movimento contro la guerra in Europa e oltre possa lavorare insieme e compiere passi concreti in avanti.

Ciò è tanto più importante in quanto sappiamo che le forze statali, le forze capitaliste e i governi si organizzano costantemente a livello internazionale. Non esistono confini nazionali dalla loro parte della lotta di classe. È quindi assolutamente fondamentale che, dalla nostra parte della lotta di classe, non ci limitiamo alle nostre preoccupazioni interne, nazionali. In quanto movimento contro la guerra, dobbiamo organizzarci a livello internazionale. Se non lo facciamo, siamo destinati al fallimento. Guardate, è un dato di fatto che nessuno dei problemi che affrontiamo è di natura interna o nazionale. Sono tutti problemi internazionali, che si tratti di guerra, della catastrofe climatica o dell’ascesa dell’estrema destra. Tutte queste questioni sono questioni internazionali e dobbiamo affrontarle a livello internazionale.

La conferenza di Londra sarà la seconda organizzata da un gruppo emergente di forze politiche provenienti da tutta Europa. La prima conferenza si è tenuta lo scorso ottobre a Parigi, e probabilmente ne seguirà una terza nel corso dell’anno. Come potete vedere, siamo molto determinati. Non si tratta di un evento isolato, ma di un processo continuo volto a portare avanti il movimento.

german-foreign-policy.com: Lei è attivo nel movimento contro la guerra da decenni. Oggi il mondo è teatro di un numero sempre crescente di conflitti. A cosa è dovuto questo fenomeno?

Kate Hudson: Individuerei due ragioni in particolare. In primo luogo, gli sviluppi economici globali legati alle dinamiche tra le grandi potenze. Negli ultimi decenni abbiamo assistito al declino relativo degli Stati Uniti in termini economici. Ciò non significa che non siano ancora l’economia più potente al mondo secondo molti indicatori; ovviamente lo sono. Ma sotto certi aspetti, in base ad alcuni indicatori, è chiaro che gli Stati Uniti stanno perdendo terreno. Allo stesso tempo, negli ultimi due decenni abbiamo assistito all’emergere di altre potenze economiche, provenienti in gran parte dal Sud del mondo. Chiaramente, la Cina ne è l’esempio più significativo. I suoi indicatori possono fluttuare leggermente, ma la traiettoria è ascendente. Molti paesi si sono uniti nella coalizione BRICS, una nuova forma di cooperazione, sostegno economico e sviluppo, che ha avuto origine nel Sud del mondo.

Agli Stati Uniti, in sostanza, la cosa non piace. Dal punto di vista del movimento contro la guerra, si possono tracciare dei paralleli con la Guerra Fredda. All’epoca, l’obiettivo principale degli Stati Uniti era fondamentalmente quello di mettere fuori gioco l’Unione Sovietica e il suo blocco. Ciò non tanto per ragioni ideologiche, quanto perché l’Unione Sovietica rappresentava un ostacolo all’espansione dei mercati statunitensi. Gli Stati Uniti volevano semplicemente avere porte aperte per le loro imprese ovunque. Dopo il 1989, non solo hanno ottenuto la libertà economica, ma hanno anche acquisito un potere globale insuperabile e senza rivali. Questo, di fatto, si ricollega alla Dottrina Wolfowitz degli Stati Uniti dei primi anni ’90, che si può riassumere così: gli americani si ritrovano l’unica superpotenza globale, la cosa gli piace e vogliono che questa situazione continui. A mio avviso, questa è ancora la situazione odierna, e gli Stati Uniti stanno ancora lottando per mantenere quella posizione. Periodicamente – ricordate la guerra in Iraq – gli Stati Uniti attraversano fasi in cui decidono di mettere fuori gioco i paesi non conformi – i regimi, come chiamerebbero i loro governi – che non si allineano alla visione economica o strategica degli Stati Uniti.

german-foreign-policy.com: Paesi come quelli che gli Stati Uniti hanno definito «l’asse del male»…

Kate Hudson: Esatto. Basta guardare indietro: i paesi che circa 25 anni fa costituivano l’«asse del male» di George W. Bush erano la Corea del Nord, l’Iraq e l’Iran. L’Iraq è stato messo fuori gioco, ma l’Iran e la Corea del Nord fanno ancora parte del nuovo «asse del male» degli Stati Uniti, e vi si sono aggiunti numerosi altri paesi. Si tratta di paesi che non condividono la visione degli Stati Uniti e compiono azioni che la contrastano attivamente. Pertanto, periodicamente, gli Stati Uniti intraprendono delle guerre. Ci sono guerre che riguardano le risorse, ci sono guerre volte a ristabilire il dominio statunitense – gli attacchi al Venezuela, ad esempio, o l’imminente attacco a Cuba. Sono tutte condotte per neutralizzare gli Stati che sfidano la supremazia degli Stati Uniti.

La seconda ragione dell’aumento del numero di guerre è la crisi del capitalismo. Qualunque forma assuma oggi il capitalismo, è ovviamente un sistema insostenibile che non è più in grado di garantire alcuni dei benefici che un tempo offriva alle masse popolari nelle sue fasi iniziali. Negli ultimi anni, il capitalismo ha generato quel tipo di modello estremo rappresentato da personaggi di estrema destra come Donald Trump, disposti a tutto, dal razzismo estremo alle retate dell’ICE, dalle fake news alle leggi basate su menzogne, assurdità e idee antiscientifiche: è semplicemente un disastro totale. Questo incubo politico generato dalla crisi del capitalismo si aggiunge alla determinazione degli Stati Uniti a rimanere il leader indiscusso, cercando di difendere la propria supremazia contro l’emergere di nuove forze economiche molto dinamiche altrove. Forze economiche, tra l’altro, che speriamo stiano ragionando meglio dell’Occidente – meglio in termini di ciò che è in definitiva vantaggioso per l’umanità nel suo insieme. In questa situazione, la cosa fondamentale è fondamentalmente evitare la guerra nucleare e il collasso climatico totale, in modo che quando usciremo da questa lotta, da questa crisi del capitalismo, da questo tentativo dell’imperialismo di mantenersi, costi quel che costi – allora, ci sarà ancora un mondo che potrà essere sviluppato in modo migliore.

german-foreign-policy.com: Quindi non sarebbe d’accordo con quanto ci viene ripetutamente detto dai politici e dai media, ovvero che sono la Russia e la Cina a minacciare la pace nel mondo?

Kate Hudson: Ad essere sincera, non vedo prove a sostegno di questa tesi. Non approvo la guerra della Russia contro l’Ucraina, ma, pur non approvandola, penso che ci siano ragioni storiche e politiche specifiche per cui è scoppiata. Per me, che provengo dal movimento pacifista, una delle ragioni principali è ovviamente l’espansione della NATO – un’alleanza militare altamente sofisticata, dotata di ingenti risorse e armata di armi nucleari – nell’ex blocco sovietico, e persino nelle ex repubbliche sovietiche, e il senso di vulnerabilità della Russia o la sensazione di essere sotto attacco. Da parte della Russia è chiaro da tempo che non vogliono che l’Ucraina faccia parte della NATO, il che comporterebbe un enorme allungamento del confine diretto con la NATO. Nonostante ciò, c’è stata l’apparente mossa dell’Ucraina verso l’adesione alla NATO, oltre al maltrattamento della comunità russa all’interno dell’Ucraina, in contrasto con quanto previsto dagli accordi di Minsk riguardo ai loro diritti di cittadini e alla loro lingua. Per me, questo non significa che la Russia sia una potenza imperialista che attaccherà tutti e ovunque; vedo l’Ucraina come una questione molto specifica. Naturalmente, ci sono tutti i tipi di problemi che avrei con il sistema politico russo e con la politica russa. Ma spetta al popolo russo internamente determinare quale sia il proprio governo, e lo cambierà quando vorrà farlo. Questo non deve essere deciso altrove.

E la Cina – non vedo alcuna prova che la Cina sia militarmente aggressiva. Ovviamente sta potenziando sempre più il proprio arsenale, anche con armi nucleari, cosa alla quale mi oppongo; mi oppongo al fatto che qualsiasi paese sviluppi armi nucleari o aumenti le proprie scorte. Uno dei problemi legati al fatto che alcuni paesi procedano a potenziamenti bellici, stringano alleanze militari e concentrino truppe e materiale bellico sul territorio è che gli altri paesi reagiranno. Era questa la situazione con la corsa agli armamenti durante la Guerra Fredda. Attualmente siamo in una corsa agli armamenti, ma non definirei la Russia e la Cina come i principali protagonisti in termini di aggressività militare o di minaccia generale alla pace e alla sicurezza del mondo nel suo complesso.

german-foreign-policy.com: Diamo un’occhiata alla Germania. La Germania sta potenziando le proprie capacità militari a un ritmo che non si vedeva dagli anni ’50. Il cancelliere Friedrich Merz punta a rendere la Bundeswehr la forza militare convenzionale più potente d’Europa. Qual è la sua opinione al riguardo?

Kate Hudson: Non va affatto bene. Sembra una gara con la Gran Bretagna e la Francia, una sorta di nazionalismo militarista che si sta sviluppando. Come reagiranno i francesi a tutto questo? La Francia possiede armi nucleari. La Germania intende svilupparne? Naturalmente, ciò sarebbe illegale secondo il diritto internazionale. La Germania intende semplicemente ignorare il diritto internazionale? Espone la propria popolazione a un rischio enorme agendo in questo modo? Lo sviluppo di armi nucleari comporta rischi seri, per non parlare del fatto di rendersi un bersaglio nucleare: è un’idea folle e il costo è assolutamente esorbitante.

german-foreign-policy.com: Attualmente in Germania è in corso un dibattito sulla possibilità di sviluppare armi nucleari. Un’altra opzione al vaglio è quella di ottenere l’accesso agli arsenali nucleari francesi o britannici.

Kate Hudson: La Francia non ha mai assegnato le proprie armi nucleari alla NATO. La Gran Bretagna non possiede armi nucleari proprie in senso stretto. Le armi nucleari in possesso del Regno Unito non sono realmente di proprietà britannica né controllate dal Regno Unito, anche se al governo piace affermare il contrario. Guarda, un sistema di armi nucleari è composto da tre parti. Pensa a una pistola: c’è la mano che impugna la pistola; poi c’è la pistola stessa e, infine, c’è il proiettile, che è l’elemento letale. È simile con le armi nucleari. C’è un sottomarino o un jet che le trasporta. Poi c’è il missile che le trasporta dal sottomarino o dall’aereo al bersaglio. Infine, c’è la testata, l’esplosivo all’estremità. La Gran Bretagna costruisce i propri sottomarini, ma sono modelli statunitensi e alcuni dei componenti vengono forniti dagli Stati Uniti. I missili provengono dagli Stati Uniti; li acquistiamo o li prendiamo in leasing, dobbiamo tornare negli Stati Uniti per la manutenzione e così via. Le testate sono una produzione congiunta. Il sistema GPS è gestito comunque dagli Stati Uniti. E, ultimo ma non meno importante, la Gran Bretagna ha assegnato le sue armi nucleari alla NATO. Se gli Stati Uniti decidessero di staccare la spina – addio, armi nucleari britanniche. Se la Gran Bretagna volesse condividerle con la Germania, cosa direbbero gli Stati Uniti al riguardo? Beh, probabilmente – non le condividerete, addio. Se il governo tedesco è davvero serio al riguardo, sembra non avere una comprensione adeguata della situazione reale.

german-foreign-policy.com: Considerando le discussioni in corso in Germania sulla possibilità di sviluppare una bomba tedesca qualora l’accesso alle armi nucleari francesi o britanniche dovesse rivelarsi impossibile – alla luce della sua esperienza nella Campagna per il disarmo nucleare (CND), cosa consiglierebbe alla popolazione tedesca di fare?

Kate Hudson: Organizzare una grande campagna contro di esse – cos’altro sennò! Negli anni ’80 ci fu una massiccia mobilitazione in Germania contro i missili Pershing, così come in Gran Bretagna e altrove, e alla fine ebbe successo. Ci siamo sbarazzati di tutti quei missili. Ci sarà opposizione a tantissimi livelli della società. Non è solo la sinistra a opporsi alle armi nucleari. Ad esempio, anche le comunità di fede e molte organizzazioni religiose sono contrarie; il Papa è contro le armi nucleari. La gente comune semplicemente non vuole avere armi nucleari che faranno saltare in aria loro, i loro figli e i loro nipoti, quando potrebbero invece avere una piscina, un asilo nido o una biblioteca nel loro quartiere. Ci sono così tanti livelli della società da cui è possibile costruire un movimento. Si può lanciare una petizione, si possono organizzare manifestazioni di massa, si può chiedere il boicottaggio, si possono organizzare proteste presso i siti nucleari, come già avviene in Germania, a Büchel. Queste sono cose che la gente faceva in Gran Bretagna negli anni ’50 e ’60, quando fu fondata la CND. Si lavora con i sindacati, si cerca di boicottare la costruzione, di impedirne la realizzazione, si avvia un’azione diretta non violenta, si organizzano grandi manifestazioni – si fa semplicemente di tutto per bloccarla completamente.

german-foreign-policy.com: In Germania sono in corso delle proteste, ma non riguardano tanto le armi nucleari quanto piuttosto il servizio militare obbligatorio. Fin dalla fine dello scorso anno si sono tenuti scioperi scolastici contro questa misura. Si sta verificando qualcosa di simile nel Regno Unito o in altri paesi europei?

Kate Hudson: La Germania è il Paese di cui ho sentito parlare di più. In altre parti d’Europa potrebbero esserci dei sviluppi. In Gran Bretagna non c’è un grande movimento specifico su questo tema, poiché al momento non si sta discutendo di nulla che assomigli al servizio militare obbligatorio. Tuttavia, alcune organizzazioni studentesche si stanno mobilitando contro questa eventualità; l’idea è quella di cercare di fermarla prima che abbia inizio. Allo stesso tempo, però, qui si sta lavorando molto contro la presenza dell’esercito nell’istruzione. Circa un anno fa, il governo ha presentato la sua Strategic Defence Review (Revisione strategica della difesa), alla quale ci siamo opposti pubblicando l’Alternative Defence Review. Keir Starmer parlava di un approccio “che coinvolga l’intera società” alla preparazione alla guerra, il che significherebbe la militarizzazione della nostra società. Significa non solo consentire i tentativi di reclutare persone nelle scuole e nelle università per l’esercito, ma anche introdurre l’esercito e argomenti militari nell’istruzione stessa. Significa investire nelle università per sviluppare la ricerca militare, per promuovere posti di lavoro nell’esercito e nella produzione di armi, e significa soprattutto cercare di promuovere la produzione militare e il cosiddetto settore della difesa non solo come potenziale datore di lavoro, ma come qualcosa che stimolerebbe l’economia in modo positivo. Come sappiamo, ovviamente, questo è un mito. È proprio questo il tema attorno al quale si stanno ora organizzando molti giovani, soprattutto nel settore dell’istruzione superiore, sia a livello di personale che a livello di studenti.

A proposito di giovani: la maggior parte di loro non ha alcun interesse ad andare a combattere una guerra in trincea all’estero. Non è nelle loro intenzioni. In linea di massima – anche se non si può generalizzare eccessivamente – le generazioni più giovani tendono ad essere più progressiste su tutte le questioni sociali. Sono i giovani ad essere molto più ottimisti, inclusivi e ad accettare le persone così come sono; non vedono la razza come un problema, per esempio. Non vogliono essere trascinati in una guerra e morire. È piuttosto semplice, no? Il fatto che la corruzione ai vertici della politica sia ora così smascherata si aggiunge a questo: molti giovani non vedono alcun motivo per cui dovrebbero fare ciò che questi politici corrotti ed egoisti vogliono che facciano. Speriamo che attraverso l’organizzazione delle generazioni più giovani – e allo stesso tempo la continua organizzazione della generazione più anziana – siamo in grado di sconfiggere questi sviluppi molto, molto negativi nella società. Guardate il movimento palestinese in Gran Bretagna: è stato ed è una cosa straordinaria in termini di portata della mobilitazione, ampiezza e diversità. Abbiamo visto enormi marce e ogni tipo di azione che la gente ha intrapreso in Gran Bretagna. È un movimento di massa molto inclusivo e molto diversificato. Questo è il tipo di cooperazione di cui abbiamo bisogno. Può funzionare anche nel movimento contro la guerra.

Altre informazioni sulla lotta contro la militarizzazione in Europa: “Salari, non armi”“Abbasso le armi, su con i salari”“A pagare il conto sono entrambi” e “La prospettiva di pace”.

I due pesi e le due misure e le loro conseguenze

La politica di potere di Berlino ha subito una grave battuta d’arresto in seguito al fallimento della candidatura della Germania a un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Una punizione per gli evidenti due pesi e due misure nella politica estera?

05

giugno

2026

BERLINO/NEW YORK (notizia propria) – Il fallimento della candidatura della Germania a un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU infligge un duro colpo alle ambizioni politiche globali del governo tedesco. Con soli 104 voti, la Germania è rimasta molto indietro rispetto a Stati di dimensioni notevolmente inferiori come il Portogallo (134) e l’Austria (131) nella votazione di mercoledì a New York. Il doppio standard con cui opera Berlino è ampiamente considerato come una delle ragioni principali: mentre la Germania critica aspramente avversari come la Russia per presunte o effettive violazioni del diritto internazionale e chiede agli altri Stati di sostenere le sanzioni, chiude un occhio sui crimini commessi da stretti alleati, non da ultimo Israele e gli Stati Uniti, e viene addirittura vista come complice. In risposta alla debacle all’Assemblea Generale dell’ONU, persino i Socialdemocratici (SPD), il partner minore della coalizione di governo tedesca, affermano ora che in futuro «non si devono applicare due pesi e due misure nel diritto internazionale». La battuta d’arresto indica anche che il predominio dei principali Stati occidentali nella politica internazionale sta diminuendo. Paesi più piccoli come l’Austria e il Portogallo possono aspettarsi di godere di nuove fonti di simpatia in futuro. Il governo tedesco sta lasciando intendere che non presenterà un’altra candidatura fino al mandato 2035/36. In risposta allo sgarbo diplomatico, da alcuni ambienti in Germania si levano richieste affinché i contributi del paese all’ONU vengano ridotti se non avrà un seggio nel Consiglio di Sicurezza.

«Dare forma alla politica estera»

L’anno scorso, il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha parlato apertamente degli obiettivi che la Repubblica Federale di Germania si prefiggeva con la sua candidatura per mantenere il seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite era «l’organismo più importante, realmente globale, per la sicurezza mondiale», per il quale, nonostante tutti i conflitti nel mondo, «c’è ancora, in linea di principio, consenso e sostegno da parte di tutti», ha affermato Wadephul nel suo discorso alla conferenza di tutti gli ambasciatori tedeschi l’8 settembre 2025. Egli ha affermato che «la Germania appartiene a questo tavolo in quanto una delle principali potenze europee». La presenza della Germania nel Consiglio di Sicurezza era, ha aggiunto, necessaria soprattutto «perché vogliamo plasmare la politica estera in questo mondo» – «e perché questo è nel nostro interesse!»[1] Il politico della CDU ha sottolineato che, «soprattutto in un clima geopolitico sempre più aspro, l’appartenenza al Consiglio di Sicurezza apre l’accesso a decisioni, formati e informazioni». Infatti: «Un accesso che rimarrà aperto anche anni dopo la nostra appartenenza». Un posto al tavolo dei grandi era, secondo Wadephul, di grande importanza per Berlino: «soprattutto quando il diritto internazionale è sotto pressione e il multilateralismo vacilla, è nostra responsabilità opporci con determinazione a tutto ciò».

Reati? Chi se ne frega.

Una delle ragioni principali addotte per spiegare il fallimento della candidatura della Germania al Consiglio di Sicurezza è il fatto che il governo tedesco predica costantemente un’adesione astratta al diritto internazionale, ma non ne tiene conto nei casi concreti in cui i suoi alleati sono accusati di gravi violazioni – anche quando vengono messi sotto esame sulla scena mondiale. Per anni, il governo tedesco si è ostinatamente rifiutato di prendere posizione sulle palesi violazioni del diritto internazionale da parte di Israele – non da ultimo durante la guerra di Gaza. Berlino si è limitata a offrire banali luoghi comuni. Nel dicembre 2025, sotto la pressione di Israele, non ha nemmeno accettato di sostenere la proroga del mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi (UNRWA). Questo silenzio è tanto più sorprendente se si considera che Berlino attacca regolarmente la Russia – un avversario – con toni molto duri per presunti o effettivi crimini di guerra in Ucraina. Nel caso di Israele, la posizione della Germania è particolarmente grave perché, come osserva Daniel Forti, esperto delle Nazioni Unite presso l’International Crisis Group, «una larga maggioranza degli Stati membri dell’ONU […] ha sostenuto la Palestina ed è molto preoccupata per la guerra di Israele a Gaza e in Cisgiordania».[2] Anche la repressione in Germania delle voci filopalestinesi e di tutti gli oppositori della guerra di Israele ha suscitato una forte condanna internazionale.[3]

«Troppo complesso»

Il governo tedesco ha inoltre riscontrato scarsa comprensione in molti paesi per la sua posizione di sostegno di fatto alle guerre di aggressione degli Stati Uniti. Mentre Berlino continua a esercitare pressioni sugli Stati di tutto il mondo affinché impongano sanzioni alla Russia per la sua guerra contro l’Ucraina, sembra ancora incapace di formulare una valutazione giuridica ufficiale, alla luce del diritto internazionale, della guerra di aggressione degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. Lo stesso vale per l’incursione statunitense in Venezuela all’inizio di gennaio e il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Il cancelliere Friedrich Merz ha affermato che «la classificazione giuridica dell’operazione statunitense» era «complessa», per cui era necessario «tempo» per affrontare questo atto.[4] Il «tempo» necessario si è ormai protratto per oltre cinque mesi senza che sia stata rilasciata alcuna dichiarazione ufficiale. Questa acquiescenza sta ora suscitando critiche anche all’interno della coalizione di governo tedesca. Siemtje Möller, vice presidente del gruppo parlamentare SPD al Bundestag, è stata recentemente citata per aver affermato che era necessario che il governo federale «denunciasse in futuro i comportamenti che violano il diritto internazionale per quello che sono, indipendentemente da chi li metta in discussione».[5] Anche Adis Ahmetovic, portavoce per la politica estera del gruppo parlamentare SPD, ha espresso una nota critica, chiedendo: «Non si devono applicare due pesi e due misure in materia di diritto internazionale».

Poteri in declino

Oltre alla diffusa avversione per l’ipocrisia e la doppiezza nella politica estera tedesca, il fallimento della candidatura della Germania è attribuibile anche ai cambiamenti nell’equilibrio di potere nella politica internazionale. Negli ultimi decenni, la Repubblica Federale era sempre riuscita a raggiungere il proprio obiettivo di essere eletta al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una volta ogni otto anni. Poiché il mandato dura due anni, la Germania, in una prospettiva a lungo termine, ha occupato un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza per un quarto di ogni periodo di otto anni. Ciò è stato considerato notevolmente sproporzionato. Ma Berlino poteva giustificare la propria presenza con il fatto che la Germania versa un contributo di adesione all’ONU più elevato rispetto alla maggior parte degli altri Stati. La Germania, in quanto paese grande ed economicamente potente, rivendica un peso diplomatico sufficiente per tenere testa ai potenti membri permanenti. L’accettazione del ruolo della Germania sta evidentemente diminuendo nella comunità internazionale. Ciò è già evidente dal fatto che due paesi dell’Europa occidentale più piccoli, l’Austria e il Portogallo, hanno entrambi presentato candidati contro la Germania contemporaneamente. Il fallimento della Repubblica Federale nel voto dell’Assemblea dimostra che c’è un crescente bisogno globale di respingere, almeno in una certa misura, le grandi potenze che esercitano la loro influenza.

«Tagliamo i contributi all’ONU!»

Il risultato rappresenta un duro colpo per le ambizioni politiche globali del governo tedesco, tanto più che Berlino nutre obiettivi di ampio respiro e aspira addirittura a un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Dopo il fallimento della candidatura tedesca a un seggio non permanente, è più che mai difficile capire come tale pretesa possa essere giustificata. Di conseguenza, stiamo ora assistendo ai primi segnali di un calo dell’interesse tedesco per le Nazioni Unite. Dato che la Germania è uno dei maggiori contributori, alcuni politici hanno avanzato l’idea di ridurre i contributi. Nel 2025, Berlino ha trasferito 3,22 miliardi di euro all’organismo con sede a New York. Il politico della CDU Manfred Pentz, che attualmente ricopre la carica di Ministro degli Affari Internazionali dello Stato dell’Assia, ha concluso: «Se in futuro non avremo l’influenza che ci spetta, sorge la domanda: perché dovremmo continuare a investire così tanto denaro nelle Nazioni Unite?»[6] L’amministrazione Trump ha dimostrato quali danni si possano causare trattenendo i pagamenti alle Nazioni Unite e ritirandosi dalle agenzie per motivi simili. E con il taglio dei finanziamenti, il ruolo dell’ONU sta diventando sempre più precario.

[1] Discorso del ministro degli Esteri Johann Wadephul in occasione dell’apertura della conferenza dei capi delle rappresentanze diplomatiche tedesche all’estero. auswaertiges-amt.de, 8 settembre 2025.

[2] Martin Ganslmeier: Atmosfera da sbornia e ricerca dei responsabili. tagesschau.de, 4 giugno 2026.

[3] Vedi: «Stigmatizzati, criminalizzati, attaccati».

[4] Il cancelliere federale Friedrich Merz si esprime sulla situazione in Venezuela. bundesregierung.de, 3 gennaio 2026.

[5] Cosa comporta il fallimento della candidatura della Germania all’ONU? zdfheute.de, 4 giugno 2026.

[6] Per questo motivo la Germania è stata penalizzata nelle elezioni dell’ONU. n-tv.de, 4 giugno 2026.

Nel pantheon dei collaboratori

L’Ucraina rimpatria le salme dei collaboratori nazisti sepolti all’estero. Un’unità delle forze speciali sarà intitolata a dei criminali di guerra. Due leader nazisti ucraini vengono sepolti a Monaco di Baviera. Berlino tace.

02

giugno

2026

BERLINO/KIEV (notizia propria) – Il governo tedesco mantiene il silenzio sui riconoscimenti conferiti ripetutamente a Kiev a collaboratori nazisti e autori di genocidi ucraini. Questo silenzio è tanto più sconcertante in quanto le autorità tedesche potrebbero presto contribuire attivamente all’organizzazione di ulteriori cerimonie di questo tipo. La scorsa settimana, i resti di Andriy Melnyk sono stati trasferiti dal Lussemburgo in Ucraina, dove sono stati sepolti nuovamente alla presenza del presidente Volodymyr Zelenskyy. Melnyk era il leader dell’OUN(M) (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini-Melnyk), un’organizzazione di collaboratori nazisti ucraini, molti dei quali si unirono alla Divisione Galizia delle Waffen-SS. Zelenskyy ha recentemente conferito il titolo di “Eroi dell’UPA” a un’unità delle Forze Speciali ucraine. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’UPA (Esercito Insurrezionale Ucraino) massacrò quasi 100.000 polacchi e innumerevoli ebrei. In Polonia e in Israele è stata espressa indignazione per questa glorificazione, ma dal governo tedesco non è giunta alcuna parola di critica. Kiev sta ora progettando di istituire quello che definisce un “Pantheon degli ucraini illustri”. A tal fine, intende riesumare altri collaboratori nazisti. Sono attualmente in corso discussioni riguardo al trasferimento delle spoglie di due di questi personaggi infami sepolti a Monaco. Una mossa del genere richiede l’approvazione delle autorità tedesche.

“Gli eroi dell’Ucraina”

L’onorificenza ufficiale dei collaboratori nazisti non è in realtà una novità in Ucraina. È iniziata sotto il presidente filo-occidentale Viktor Yushchenko (dal 2005 al 2010), il quale nel 2007 ha dichiarato postumo Roman Shukhevych «Eroe dell’Ucraina» e, analogamente, Stepan Bandera nel 2010. Shukhevych era uno dei comandanti dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) e continuò le operazioni militari clandestine contro l’Unione Sovietica dopo il 1945. Bandera era il leader dell’OUN(B), un’organizzazione rivale dell’OUN(M) di Melnyk. Con il colpo di Stato filo-occidentale a Kiev nel febbraio 2014, questa glorificazione dei collaboratori nazisti è diventata sempre più comune. Nell’aprile 2015, il parlamento ucraino ha classificato i membri dell’OUN e dell’UPA come “combattenti per l’indipendenza ucraina”. Da allora, una risoluzione parlamentare ha reso illegale persino mettere in discussione la “legittimità” della loro “lotta per l’indipendenza dell’Ucraina”.[1] E la data di fondazione dell’UPA, il 14 ottobre, è diventata da allora una festa nazionale. Dal 2018 il saluto ufficiale delle forze armate ucraine è la dichiarazione «Gloria all’Ucraina! Gloria agli eroi!». Questo era stato il saluto ufficiale dell’OUN. L’affermazione del regime ucraino secondo cui il saluto è più antico dell’OUN non è più accurata dell’affermazione che il suo equivalente tedesco, «Sieg Heil!», sia più antico del partito nazista.

Divisione ucraina delle Waffen-SS «Galizia»

La riabilitazione dei collaboratori nazisti ucraini ha recentemente ricevuto nuovo slancio. Innanzitutto, l’Ucraina ha organizzato la riesumazione e la nuova sepoltura dei resti di Andriy Melnyk, leader dell’OUN(M), deceduto nel 1964.[2] I resti di Melnyk sono stati riesumati in Lussemburgo il 19 maggio, trasportati a Kiev e sepolti nel Cimitero Militare Nazionale nei pressi della capitale ucraina nel corso di una cerimonia ufficiale di Stato. Tra i presenti c’erano il presidente Volodymyr Zelenskyy e Kyrylo Budanov, che dall’inizio dell’anno è a capo dell’Ufficio presidenziale. Si dice che Budanov sia stato la forza trainante di questa iniziativa. [3] Melnyk e l’OUN(M) collaborarono strettamente con il Reich nazista sin dall’inizio nei loro sforzi per staccare l’Ucraina dall’Unione Sovietica e trasformarla in uno Stato autoritario sul modello del fascismo. Fu solo quando, in seguito all’invasione dell’Unione Sovietica, cercarono di compiere progressi concreti verso la creazione di uno Stato ucraino separato che le autorità naziste, contrarie a tale piano, arrestarono Melnyk. I membri dell’OUN(M) hanno svolto un ruolo chiave nella formazione della 14ª Divisione Waffen-Grenadier delle SS (“1ª Galiziana”), nota come Divisione Waffen-SS Galizia. Essa fu coinvolta nei massacri della popolazione polacca della Volinia e della Galizia orientale, che causarono ben oltre un migliaio di morti.

«Le tradizioni storiche delle forze armate»

Tuttavia, la responsabilità della stragrande maggioranza delle vittime della pulizia etnica in Volinia e nella Galizia orientale ricade sull’UPA. Si stima che tra il febbraio 1943 e la fine della guerra siano stati uccisi fino a 100.000 civili polacchi. A differenza della divisione Waffen-SS Galizia, l’UPA reclutava i propri membri principalmente dall’OUN(B), compresi coloro che avevano precedentemente partecipato a pogrom e massacri della popolazione ebraica nell’Unione Sovietica occupata. Uno dei luoghi di questa sete di sangue fu Lemberg (oggi Lviv) alla fine di giugno del 1941. Fu lì che i miliziani dell’OUN, assistiti dagli occupanti tedeschi, uccisero circa 4.000 ebrei. [4] I massacri di civili polacchi compiuti dall’UPA a partire dal 1943 avevano lo scopo di creare un territorio in Volinia e nella Galizia orientale popolato esclusivamente da ucraini. L’idea era quella di far entrare queste regioni a far parte di uno Stato ucraino da istituire dopo la fine della guerra. Anche innumerevoli ebrei caddero vittime dei massacri dell’UPA. Le milizie ucraine furono protagoniste chiave della Shoah. Eppure martedì scorso è entrato in vigore un decreto con cui il presidente Zelenskyy ha conferito il titolo di «Eroi dell’UPA» a un’unità delle forze speciali ucraine – un atto, ha dichiarato, compiuto «con l’obiettivo di far rivivere le tradizioni storiche delle forze armate nazionali».[5]

«Motivo di grande preoccupazione»

La riesumazione di Melnyk e il conferimento ufficiale del titolo di «Eroi dell’UPA» all’unità delle forze speciali hanno suscitato alcune proteste a livello internazionale. In una dichiarazione, il Ministero degli Affari Esteri israeliano ha affermato di «deplorare la decisione» di onorare il leader dell’OUN Melnyk, «che collaborò con i nazisti». Non dovrebbe esserci «spazio per ignorare la verità storica e la memoria delle vittime uccise dai nazisti e dai loro collaboratori» .[6] Il Memoriale dell’Olocausto di Yad Vashem ha dichiarato che la riesumazione di Melnyk ha destato «grande preoccupazione». «Onorare il leader di un movimento che ha sostenuto la Germania nazista durante la persecuzione e l’uccisione di milioni di ebrei» ha minato «l’integrità morale» che era «indispensabile per la commemorazione dell’Olocausto».

«Profonda disapprovazione»

La rinnovata glorificazione dell’UPA sta suscitando grande risentimento soprattutto in Polonia. Il 28 maggio, il Ministero degli Esteri polacco ha espresso «profonda disapprovazione» all’ambasciatore ucraino. Il 29 maggio, il chargé d’affaires polacco a Kiev ha ribadito le obiezioni della Polonia durante un incontro presso il Ministero degli Esteri ucraino.[7] Lo stesso giorno il presidente polacco, Karol Nawrocki, ha annunciato che avrebbe fatto in modo che al suo omologo ucraino Zelenskyy venisse revocato l’Ordine dell’Aquila Bianca. Zelenskyy aveva ricevuto l’Ordine, la più alta onorificenza dello Stato polacco, nell’aprile 2023. L’allora presidente polacco Andrzej Duda ha spiegato che Zelenskyy riceveva il premio in quanto “figura eccezionale” che “non aveva deluso il suo paese durante la fase più difficile della storia ucraina”.[8] Si dice che la decisione sulla revoca dell’onorificenza verrà presa a Varsavia lunedì prossimo. In Polonia, il primo ministro Donald Tusk sta ora lavorando per appianare le cose. Tusk sta distogliendo l’attenzione dai crimini di massa dell’OUN e dell’UPA e sta enfatizzando l’idea che Polonia e Ucraina abbiano un nemico comune, riferendosi alla Russia. Alla fine della scorsa settimana ha sostenuto che se i polacchi si fossero lasciati trascinare in una disputa sulle «emozioni storiche», allora Mosca avrebbe avuto motivo di festeggiare.[9] Questo doveva essere evitato.

«Un’umiliazione»

Mentre si levano proteste dai paesi in cui vivono i parenti e i discendenti delle vittime dei collaboratori nazisti ucraini, non vi è stata alcuna reazione da parte del governo tedesco, che si vanta di essere il più forte sostenitore dell’Ucraina. In questo modo, Berlino sta tollerando che vengano onorati assassini di massa razzisti e antisemiti – e sta deludendo coloro che si sono espressi contro questa decisione, come la ricercatrice ucraina sull’Olocausto Marta Havryshko. Ha descritto la riesumazione di Melnyk come «un’umiliazione per tutti coloro che un tempo credevano che “Mai più” avesse ancora un significato nell’Ucraina di oggi».[10] Sta diventando evidente che le autorità tedesche potrebbero presto essere coinvolte in misure identiche. Ci sono notizie secondo cui il governo di Kiev intende istituire un “Pantheon degli ucraini illustri” come “luogo speciale per il consolidamento dei valori del popolo ucraino”. A tal fine, si stanno ora preparando le premesse per la riesumazione delle spoglie di altri nazionalisti ucraini. Il trasferimento delle spoglie del fondatore dell’OUN Yevhen Konovalets, sepolto a Rotterdam, è stato ad esempio già approvato. [11] La riesumazione di Yaroslav Stetsko, che continuò a guidare l’OUN dall’esilio nella Germania Ovest dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, è nella lista dei desideri, ed è ipotizzabile persino quella del famigerato leader dell’OUN(B) Stepan Bandera. Stetsko e Bandera sono sepolti nel cimitero Waldfriedhof di Monaco. Il trasferimento delle loro spoglie richiederà l’approvazione delle autorità tedesche competenti.

[1] Vedi: Di carnefici, vittime e collaboratori (II).

[2] Kate Tsurkan: I resti di Andrii Melnyk, leader militare ucraino del XX secolo, sono stati trasportati a Kiev per essere sepolti nuovamente. kyivindependent.com, 22 maggio 2026.

[3] Leonid Ragozin: La riesumazione di Melnyk segna un cambiamento ideologico in Ucraina. intellinews.com, 29 maggio 2026.

[4] Vedi: Di carnefici, vittime e collaboratori (II).

[5] Tim Zadorozhnyy: La decisione di Zelensky di intitolare un’unità militare all’Esercito Insurrezionale Ucraino della Seconda guerra mondiale suscita indignazione in Polonia. kyivindependent.com, 29 maggio 2026.

[6] Nava Freiberg: Israele si oppone alla riesumazione con onori di Stato di un collaboratore nazista in Ucraina. timesofisrael.com, 25 maggio 2026.

[7] Comunicato del Ministero degli Affari Esteri. gov.pl, 29 maggio 2026.

[8] Stefan Locke: Dal punto di vista polacco, Zelenskyj rende omaggio alle persone sbagliate. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 1 giugno 2026.

[9] Ewan Jones: I pezzi grossi della politica polacca criticano aspramente Zelenskyy per aver reso omaggio a un’unità responsabile di un massacro durante la Seconda guerra mondiale. tvpworld.com, 29 maggio 2026.

[10], [11] Daniel Säwert: Un riconoscimento discutibile. nd-aktuell.de, 26 maggio 2026.

La trasformazione dell’Ungheria

Con lo sblocco di 16,4 miliardi di euro, l’UE pone fine al blocco che durava da anni nei confronti dell’Ungheria. Il prezzo da pagare è costituito da riforme profonde, una riorganizzazione delle istituzioni statali e una maggiore sottomissione alle direttive dell’UE.

03

giugno

2026

BUDAPEST/BRUXELLES (Notizia propria) – Il cancelliere federale Friedrich Merz ha assicurato il proprio sostegno al nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar in occasione della visita di insediamento di quest’ultimo a Berlino, tenutasi ieri, martedì. Magyar ha avviato il processo, auspicato dalla Germania e dall’UE, di smantellamento delle reti e della base di potere del suo predecessore Viktor Orbán in ambito politico ed economico. Intende infatti destituire il presidente della Repubblica Tamás Sulyok, non però secondo le norme vigenti, bensì tramite una modifica costituzionale. Anche i presidenti della Corte costituzionale, dell’Autorità di vigilanza sui media e di altre istituzioni dovrebbero essere sostituiti. Gli oligarchi ungheresi, strettamente legati a Orbán, temono ripercussioni negative. Il tentativo di aprire maggiormente i settori in cui operano all’accesso degli investitori stranieri attraverso l’abolizione di un’imposta speciale sembra però essere fallito: sarebbe stato possibile solo trasferendo i costi ad altri settori, in particolare all’industria delle esportazioni, di cui fanno parte soprattutto i gruppi automobilistici tedeschi. Come incentivo, la Commissione europea ha sbloccato fondi UE per l’Ungheria per un valore di 16,4 miliardi di euro. Magyar deve però attuare le riforme richieste da Bruxelles.

Fondi dell’UE per Péter Magyar

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (CDU) ha annunciato venerdì, al termine dei negoziati con il nuovo governo ungherese, che la Commissione sbloccherà i fondi pari a 16,4 miliardi di euro che erano stati congelati durante il mandato del primo ministro Viktor Orbán. Péter Magyar, successore di Orbán insediatosi il 9 maggio, ha parlato di una «giornata storica per l’Ungheria». Von der Leyen ha tuttavia chiarito una condizione per l’effettivo trasferimento dei fondi: «Tutte le riforme» – misure che Orbán si era rifiutato di attuare – «devono essere completate». «Non accetteremo scorciatoie.»[1] In questo modo, la presidente della Commissione ha tenuto conto del fatto che, in un caso molto simile riguardante la Polonia, la Commissione aveva concesso un voto di fiducia al nuovo primo ministro Donald Tusk dopo il cambio di governo del 2023 e sbloccato tutti i fondi UE congelati a causa della controversia con il governo precedente. Tuttavia, le riforme dello Stato di diritto richieste da Bruxelles in Polonia non sono state ancora attuate, poiché prima il presidente Andrzej Duda e poi il suo successore Karol Nawrocki hanno posto il veto. A differenza di Tusk, però, Magyar dispone di una maggioranza dei due terzi in Parlamento e può effettivamente approvare tutte le riforme.[2]

Riforme sotto pressione

A Magyar resta poco tempo per portare a termine le riforme necessarie affinché i fondi UE possano essere erogati. Queste devono essere approvate dal Parlamento entro la fine di agosto, motivo per cui quest’anno i deputati non godranno della pausa estiva. Per ingraziarsi Bruxelles sul piano politico, venerdì Magyar ha presentato alla presidente della Commissione una richiesta di adesione dell’Ungheria alla Procura dell’UE, sebbene ciò non rientrasse tra i requisiti richiesti. La Procura dell’UE è considerata a Bruxelles un’importante istanza di controllo politico, poiché può indagare in modo indipendente qualora sussista il sospetto che i fondi dell’UE non vengano utilizzati come concordato. Magyar ha inoltre già annunciato che rafforzerà l’autorità nazionale anticorruzione. Inoltre, in futuro i ministri dovranno rendere pubblici il proprio patrimonio e le proprie partecipazioni in società. Le false dichiarazioni saranno punite con una pena detentiva fino a due anni.[3]

Miliardi per le infrastrutture e l’industria

Oltre ai dieci miliardi di euro di aiuti anti-Covid congelati, l’Ungheria dovrebbe ricevere anche 6,4 miliardi di euro dal Fondo di coesione dell’UE. Nel corso dei negoziati della scorsa settimana, il governo ungherese e la Commissione europea hanno concordato un elenco di progetti concreti per l’utilizzo dei fondi. In particolare, sono previsti 1,5 miliardi di euro per l’ammodernamento della rete energetica ungherese e per l’allacciamento di impianti eolici. Si prevede l’acquisto di nuovi vagoni ferroviari per un valore di 1,8 miliardi di euro. 500 milioni di euro saranno destinati alla costruzione di una gigafactory dedicata all’intelligenza artificiale, mentre altri 500 milioni di euro andranno alla rete satellitare dell’UE Iris2.[4] Non da ultimo, ciò apre la strada a contratti miliardari per i gruppi industriali tedeschi.

Riorganizzazione dell’apparato statale

Magyar ha nel frattempo avviato una profonda riorganizzazione dello Stato. Poco dopo il suo insediamento, aveva dato ai titolari delle più alte cariche dello Stato un ultimatum fino al 31 maggio per dimettersi volontariamente dai loro incarichi. Tra i destinatari figuravano il presidente della Repubblica Tamás Sulyok, i presidenti della Corte Suprema, della Corte Costituzionale, della Corte dei conti e dell’Autorità di vigilanza sui media, oltre al procuratore generale. Lunedì Magyar ha annunciato di voler destituire il presidente della Repubblica non secondo le norme vigenti, ma con l’ausilio di un emendamento costituzionale; dopo un incontro con Sulyok ha dichiarato: «Prenderemo le decisioni necessarie a breve».[5] È previsto inoltre un ulteriore emendamento costituzionale volto a limitare a otto anni il mandato del primo ministro – una promessa elettorale di Magyar. Il testo di legge è stato tuttavia formulato in modo tale da avere anche effetto retroattivo. In questo modo Orbán non potrebbe diventare capo del governo un’altra volta. Con un terzo emendamento costituzionale, Magyar intende nazionalizzare una serie di fondazioni che il Fidesz ha sostenuto con miliardi di forint e che ha allineato alla sua linea politica – come ad esempio il Mathias Corvinus Collegium (MCC).[6]

Smantellamento della rete del Fidesz

Tra i perdenti, dopo l’insediamento di Magyar, figurano anche gli oligarchi ungheresi che fanno parte della rete politica di Orbán. È il caso, ad esempio, di Lőrinc Mészáros, un fedele di lunga data di Orbán, il cui conglomerato Opus Global ha perso un terzo del proprio valore dopo le elezioni. Mészáros controlla anche la seconda banca ungherese per grandezza, la MBH Bank, il cui titolo azionario ha subito un crollo a doppia cifra. Sotto Orbán, Mészáros è passato dall’essere un idraulico a diventare uno degli ungheresi più ricchi. Ha beneficiato di un accesso privilegiato agli appalti pubblici e ai progetti infrastrutturali finanziati dall’UE. Anche il genero di Orbán, István Tiborcz, rischia di subire perdite. Tiborcz ha creato il conglomerato BDPST, che comprende banche, società di logistica e immobiliari. Il suo successo è strettamente legato alla rete del Fidesz.[7]

Controversia sulle imposte speciali

Orbán ha attuato una politica economica che ha sovvenzionato massicciamente l’industria delle esportazioni. Tra i grandi beneficiari di questa politica figurano i gruppi automobilistici tedeschi. Dopo la crisi economica mondiale del 2008, tuttavia, Orbán ha sottoposto i settori strategici a una politica industriale restrittiva che favorisce gli imprenditori locali – spesso, concretamente, gli oligarchi vicini a Orbán già menzionati. Da allora, gli investitori stranieri nei settori delle telecomunicazioni, delle banche, della logistica, dell’edilizia e del commercio al dettaglio lamentano, tra le altre cose, l’imposizione di tasse speciali. Durante la campagna elettorale, Magyar ha affermato che le aziende tedesche sarebbero state “perseguitate” e che avrebbe cambiato questa situazione: “Vogliamo offrire condizioni uguali per tutti.”[8] Ora, però, il nuovo ministro delle Finanze András Kármán ha dichiarato in un’audizione in Parlamento che le imposte speciali sono un’importante fonte di entrate; pertanto non vi è «alcuna intenzione» di abolirle a breve termine. Kármán ha messo in relazione le imposte speciali per determinati settori con le agevolazioni fiscali concesse ad altri. Ha definito questa situazione una ridistribuzione tra i diversi settori economici. Se le imposte speciali venissero gradualmente eliminate, anche le agevolazioni fiscali dovrebbero essere riviste – con grande disappunto delle case automobilistiche tedesche.[9] Magyar sembra non voler correre il rischio che ciò comporta.

Limiti dell’approssimazione

Anche se Magyar sta facendo di tutto per smantellare il più possibile le reti di Orbán in ambito politico ed economico, permangono potenziali fonti di conflitto con l’UE, ad esempio in materia di politica migratoria. Su questo fronte Magyar manterrà la linea politica di Orbán; ad esempio, respinge il Patto europeo sulla migrazione. [10] Durante i colloqui tra Magyar, von der Leyen e il presidente del Consiglio dell’UE António Costa è stata inoltre ripetutamente affrontata la questione dell’adesione dell’Ucraina all’UE. Magyar blocca il progetto – come ha fatto finora Orbán – facendo riferimento alla mancanza di diritti della minoranza ungherese in Ucraina. La sua nuova ministra degli Esteri, Anita Orbán – che non ha alcun legame di parentela con l’ex primo ministro – ha definito i diritti della minoranza ungherese «la questione più importante che dobbiamo chiarire con Kiev».[11] Magyar intende inoltre continuare a importare materie prime russe, come il petrolio greggio attraverso l’oleodotto Druzhba, che attraversa l’Ucraina.[12]

[1] Carsten Volkery: Trionfo di Magyar – L’UE sblocca 16,4 miliardi di euro per l’Ungheria. handelsblatt.com, 29 maggio 2026.

[2] Jakob Hanke Vela, Carsten Volkery: Quando riceverà Magyar i miliardi dell’UE congelati? handelsblatt.com, 28 maggio 2026.

[3] Thomas Gutschker: Una manna finanziaria per l’Ungheria – a patto che rispetti le condizioni. faz.net, 29 maggio 2026.

[4] Carsten Volkery: Trionfo di Magyar – L’UE stanzia 16,4 miliardi di euro per l’Ungheria. handelsblatt.com, 29 maggio 2026.

[5] Il nuovo primo ministro progetta una modifica costituzionale contro il capo dello Stato. ksta.de, 1 giugno 2026.

[6] Alexander Haneke: Magyar, maestro del confronto. faz.net, 31 maggio 2026.

[7] Michaela Seiser: Gli oligarchi alla gogna. faz.net, 29 aprile 2026.

[8] Si veda a questo proposito L’eredità di Orbán, la linea politica di Magyar.

[9] Carsten Volkery: L’imposta speciale rimane – Magyar va allo scontro con l’UE. handelsblatt.com, 26 maggio 2026.

[10] Thomas Gutschker: Una manna finanziaria per l’Ungheria – a patto che rispetti le condizioni. faz.net, 29 maggio 2026.

[11] Jakob Hanke Vela, Carsten Volkery: «Quando riceverà Magyar i miliardi dell’UE congelati?», handelsblatt.com, 28 maggio 2026.

[12] Florian Kellermann: Il primo ministro ungherese cerca di avvicinarsi alla Polonia. tagesschau.de, 20 maggio 2026.

«Scuotere il Paese»

Si fanno sempre più insistenti le richieste di aprirsi a una collaborazione con l’AfD, non da ultimo nel mondo dell’economia. Secondo un sondaggio, una coalizione tra l’Unione e l’AfD è attualmente considerata l’opzione di governo più promettente.

01

giugno

2026

BERLINO (Notizia propria) – In Germania si fa sempre più forte, nei settori dell’economia, della politica e dei media, la richiesta di aprirsi alla collaborazione con l’AfD. Diversi imprenditori, tra cui l’ex amministratore delegato di Trigema Wolfgang Grupp, si sono espressi nel fine settimana a favore della fine del “muro di separazione”. In precedenza, l’ex capo di Siemens Joe Kaeser, che oggi ricopre la carica di presidente del consiglio di sorveglianza di Siemens Energy, aveva auspicato, a causa di una certa resistenza soprattutto all’interno dell’SPD contro una demolizione totale dello Stato sociale, di «scuotere il Paese con un governo di minoranza». Naturalmente ciò porterà a un “enorme tumulto”, ha previsto Kaeser: “Il muro tagliafuoco andrà in fiamme”. Ufficialmente, gli organi direttivi di CDU/CSU e SPD respingono ancora una collaborazione formale con l’AfD. Alla fine della scorsa settimana, tuttavia, poco prima della sua elezione, il nuovo presidente dell’FDP Wolfgang Kubicki ha dichiarato che in Parlamento non si possono «subordinare le mozioni a chi le approva». A titolo sperimentale, l’attuale Cancelliere federale Friedrich Merz aveva già vinto, prima della sua elezione, una votazione al Bundestag senza una cooperazione formale, ma con l’aiuto dell’AfD. Al Parlamento europeo un simile approccio è già stato praticato più volte.

Prova generale al Bundestag

A posteriori, il voto del Bundestag del 29 gennaio 2025 su una mozione del gruppo parlamentare CDU/CSU volta a contrastare l’afflusso di rifugiati può essere considerato un primo banco di prova per un governo di minoranza in Germania. Il piano prevedeva, secondo quanto dichiarato, un «divieto di ingresso di fatto» per le persone sprovviste di documenti di ingresso validi, tra cui in particolare i richiedenti asilo. [1] Inoltre, richiedeva che i rifugiati “soggetti a un obbligo di espulsione esecutivo” fossero internati in “caserme e container vuoti”; secondo i dati di Amnesty International, si trattava di un quarto di milione di persone, tra cui bambini. Il piano ricalcava concetti noti nel repertorio dell’estrema destra; per questo motivo, per i deputati dell’SPD, di Bündnis 90/Die Grünen, del partito Die Linke e del BSW era inammissibile fin dall’inizio. L’allora presidente della CDU Friedrich Merz aveva implicitamente confermato in anticipo che non gli avrebbe dato fastidio l’approvazione dell’AfD: «Non guardo né a destra né a sinistra, guardo solo dritto davanti a me.»[2] Il risultato della votazione ha dimostrato che l’AfD era disposta ad aiutare l’Unione a ottenere la maggioranza: 75 deputati dell’AfD hanno votato «sì»; ciò ha determinato una maggioranza di 348 voti contro 345.[3] La presidente dell’AfD Alice Weidel ha poi esultato: «Il muro di contenimento è caduto!»[4]

Modello del Parlamento europeo

Se la votazione del 29 gennaio 2025 è rimasta finora l’unica al Bundestag in cui l’AfD è stata utilizzata, in modo prevedibile – e evidentemente calcolato – per garantire la maggioranza, nel Parlamento europeo si è ormai affermata una prassi analoga. Lì, il gruppo conservatore PPE, guidato dal suo presidente Manfred Weber (CSU), ricorre sempre più spesso ai gruppi di estrema destra European Conservatives and Reformists (ECR), Patriots for Europe (PfE) e, talvolta, anche Europe of Sovereign Nations (ESN) per far approvare in Parlamento mozioni che i gruppi socialdemocratici e dei Verdi rifiutano di sostenere. Ciò è avvenuto per la prima volta il 19 settembre 2024, quando è stata approvata con una maggioranza conservatrice di estrema destra una risoluzione in cui il Parlamento europeo si è eretto a giudice delle elezioni parlamentari in Venezuela e ha dichiarato vincitore a mani basse il candidato ufficialmente sconfitto. [5] Il 13 novembre 2025, sempre con una maggioranza di estrema destra, è stato approvato un significativo indebolimento della direttiva sulle catene di approvvigionamento. Il 26 marzo 2026, grazie al consenso dell’ECR, del PfE e dell’ESN, il Parlamento europeo ha infine approvato un drastico inasprimento delle misure di respingimento dei rifugiati. [6] Nulla ostacola ulteriori votazioni con una maggioranza conservatrice di estrema destra.

«Non basarsi su chi è d’accordo»

Sebbene i partiti di governo di Berlino, CDU/CSU e SPD, dichiarino ufficialmente di non avere intenzione di procedere a votazioni congiunte sporadiche con l’AfD né tantomeno di optare per un governo di minoranza con il sostegno regolare di tale partito, nel frattempo si fanno sempre più forti le voci contrarie. Recentemente, Torsten Albig (SPD), ex primo ministro dello Schleswig-Holstein, si è espresso a favore di una collaborazione con l’AfD «su determinati temi». Nella Germania orientale, dopo le elezioni di settembre, non si possono escludere governi di minoranza tollerati dall’AfD.[7] Inizialmente ciò ha suscitato un ampio rifiuto. Alla fine della scorsa settimana il dibattito si è riacceso. Il candidato alla presidenza dell’FDP Wolfgang Kubicki aveva dichiarato di non conoscere «alcun muro tagliafuoco» [8]; in Parlamento il suo partito non dovrebbe «subordinare le mozioni… a chi le approva» [9]. Si vedrà invece «da dove provengono le maggioranze». Martin Hagen, segretario generale designato dell’FDP, aveva parlato di uno «spauracchio chiamato muro di contenimento» e aveva invocato «un approccio diverso» nei confronti dell’AfD. Dopo la sua elezione a presidente del partito, Kubicki ha tuttavia affermato: «Non ci sarà mai una collaborazione con l’AfD da parte dei liberali». Tuttavia, un approccio come quello di Merz alla fine di gennaio 2025 si colloca al di sotto della soglia della cooperazione ufficiale.

«Il muro tagliafuoco andrà in fiamme»

Nel contempo, si fanno sempre più pressanti le richieste provenienti dal mondo economico affinché non si insista più sulla «linea di demarcazione» e si passi eventualmente a un governo di minoranza. Già in autunno era stato riferito che, tra le piccole e medie imprese, i contatti con l’AfD stavano aumentando in modo tangibile (come riportato da german-foreign-policy.com [10]). A metà aprile, l’ex amministratore delegato di Siemens Joe Kaeser, che oggi ricopre la carica di presidente del consiglio di sorveglianza di Siemens Energy e Daimler Truck, ha lamentato che, secondo le «norme sociali», attualmente sarebbe concepibile solo una grande coalizione; poiché questa non sarebbe in grado di approvare leggi favorevoli all’economia e di smantellare lo stato sociale, molto presto si porrà la domanda: «Si avrà il coraggio di scuotere il Paese con un governo di minoranza?»[11] La Germania avrebbe urgente bisogno di «una sorta di rottura». Sebbene ci sarà probabilmente un «enorme tumulto», ha previsto Kaeser: «Il muro tagliafuoco andrà in fiamme». Mentre le grandi associazioni di categoria lo rifiutano ancora ufficialmente, altri imprenditori stanno ora uscendo allo scoperto. Ad esempio, l’ex capo di Trigema Wolfgang Grupp ha dichiarato che il «muro tagliafuoco» verso l’AfD «non ha senso». [12] Il capo del Brockhaus Group, Caspar Brockhaus, chiede che si rendano immediatamente possibili «nuove costellazioni democratiche»: «Il muro tagliafuoco paralizza la politica, l’economia e quindi il nostro Paese». Parallelamente, anche tra le imprese francesi inizia l’apertura a una cooperazione con l’estrema destra (come riportato da german-foreign-policy.com [13]).

«Aprire gli spazi del dicibile»

Un ulteriore impulso a favore di una possibile apertura nei confronti dell’AfD arriva ora anche dalla stampa Springer. Il quotidiano Springer *Welt am Sonntag* aveva già pubblicato alla fine del 2024 un articolo a firma di Elon Musk in cui si leggeva: «L’Alternativa per la Germania è l’ultima scintilla di speranza per questo Paese». [14] Successivamente, il quotidiano Die Welt aveva invitato la leader dell’AfD Weidel a un «vertice economico», mentre il capo del gruppo Mathias Döpfner aveva confermato che avrebbe «continuato a spianare decisamente la strada a ciò che è lecito dire».[15] Già in precedenza Welt-TV aveva dato voce ai politici dell’AfD in interviste e dibattiti. La scorsa settimana il quotidiano Bild è intervenuto con maggiore intensità nel dibattito. Inizialmente si affermava che, in un sondaggio – non meglio specificato – condotto tra i propri lettori, l’84 per cento si fosse espresso a favore di una collaborazione tra SPD e AfD, mentre appena il 14 per cento fosse contrario. [16] Nel fine settimana, secondo un sondaggio INSA commissionato da Bild, quasi il 70% degli intervistati riteneva che dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore a settembre ci sarebbe stato almeno un primo ministro dell’AfD. Interrogati sul “muro di contenimento”, il 45% riteneva che fosse utile all’AfD; solo il 30% riteneva che le fosse dannosa.[17] Alla domanda su quale coalizione potesse «risolvere al meglio i problemi attuali», il 9% ha risposto «governo di minoranza dell’Unione»; il 19% ha risposto: «Unione e SPD». Il valore più alto, pari al 23%, è stato raggiunto dalla variante «Unione e AfD».

[1] Si veda a questo proposito L’ascesa della destra.

[2] Nadja Aswad, Nikolaus Harbusch, Filipp Piatov, Peter Tiede: Merz e la delicata partita a poker sull’asilo con l’AfD. bild.de, 24 gennaio 2025.

[3] L’AfD aiuta Merz a ottenere la maggioranza per le richieste in materia di asilo. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 30 gennaio 2025.

[4] Nadja Aswad, Nikolaus Harbusch, Filipp Piatov, Peter Tiede: Merz e la delicata partita a poker sull’asilo con l’AfD. bild.de, 24 gennaio 2025.

[5] Si veda a questo proposito Chi abbatte il muro tagliafuoco.

[6] Il PPE vota insieme ai partiti di estrema destra a favore di norme più severe in materia di asilo. tagesschau.de, 26 marzo 2026.

[7] L’ex presidente regionale Albig raccomanda all’SPD di collaborare con l’AfD. noz.de, 23 maggio 2016.

[8] I possibili nuovi vertici dell’FDP in disaccordo su come comportarsi con l’AfD. zeit.de, 29 maggio 2026.

[9] Rixa Fürsen: Il vice designato di Kubicki si schiera contro di lui – «Non intendo collaborare in alcun modo con l’AfD». welt.de, 29 maggio 2026.

[10] Si veda a questo proposito «Niente spazio per i muri tagliafuoco» (II).

[11] Joe Kaeser: «Il muro tagliafuoco andrà in fiamme». thepioneer.de, 20 aprile 2026.

[12] Il mondo economico chiede l’abolizione del «muro tagliafuoco». focus.de, 31 maggio 2026.

[13] Si veda a questo proposito L’asse Berlino-RN.

[14] Elon Musk, Jan Philipp Burgard: Perché Elon Musk punta sull’AfD – e perché si sbaglia. welt.de, 28 dicembre 2024.

[15] Mathias Döpfner: «In attesa del tuono?» welt.de, 14 gennaio 2025.

[16] Stefan Schlagenhaufer: Ecco cosa pensano i lettori di BILD del firewall. bild.de, 25 maggio 2026.

[17] Ismael Hormeß: «Ecco cosa pensano davvero i tedeschi dell’AfD». bild.de, 30 maggio 2026.

L’UE prevede dazi sulla Cina alla Trump

L’UE prevede un drastico inasprimento dei dazi doganali sulle importazioni dalla Cina. Berlino cerca di placare gli animi a Pechino, nell’interesse degli affari tedeschi con la Cina. Nel contempo, alcuni deputati del Bundestag sono in visita a Taiwan; si discute anche di cooperazione nel settore della difesa.

29

Maggio

2026

BERLINO/PECHINO/TAIPEI (Notizia propria) – In vista del dibattito della Commissione europea, annunciato per oggi, sulle misure doganali dell’UE nei confronti della Cina, che prevedono un inasprimento drastico, Berlino invia segnali fortemente contraddittori. Da un lato, durante una visita a Pechino, la ministra federale dell’Economia Katherina Reiche ha promosso la prosecuzione della cooperazione economica e la collaborazione anziché il confronto – nell’interesse degli affari con la Cina, che per molte aziende tedesche continuano ad essere di fondamentale importanza. Allo stesso tempo, una delegazione del Bundestag è in visita a Taiwan, dove non solo si impegna a favore del potenziamento delle relazioni economiche civili; si è parlato anche di una collaborazione nel campo dell’intelligenza artificiale (IA). Il presidente di Taiwan Lai Ching-te insiste nel contempo sul potenziamento della cooperazione in materia di armamenti, per la quale già lo scorso anno sono stati compiuti i primi passi. La Repubblica Popolare ha nel frattempo inserito una prima azienda tedesca del settore della difesa in una lista di controllo delle esportazioni, accusandola di essere coinvolta nella fornitura di armi a Taiwan. Le misure doganali previste dall’UE si ispirano ai modelli statunitensi e comprendono, tra l’altro, dazi doganali a presunta tutela della “sicurezza nazionale”.

L’asse Berlino-RN

Berlino sonda il leader dell’estrema destra del Rassemblement National, Jordan Bardella, potenziale futuro presidente della Francia. Bardella intende contrastare il predominio tedesco nell’UE.

22

maggio

2026

PARIGI/BERLINO (notizia originale) – La Germania sta sondando il terreno con Jordan Bardella, esponente del partito di estrema destra francese Rassemblement National (RN), alla ricerca di un’intesa nel caso in cui l’RN dovesse vincere le elezioni presidenziali francesi del prossimo aprile. È stato recentemente rivelato che Bardella ha incontrato l’ambasciatore tedesco in Francia a febbraio – il primo contatto ufficiale in assoluto con un politico dell’RN. Bardella ha annunciato in un’intervista a un importante quotidiano tedesco che, a seguito di una vittoria elettorale, intende cooperare strettamente con il governo tedesco ovunque possibile. Il controllo dei migranti e dei rifugiati, ha affermato, dovrebbe essere un’area chiave di cooperazione. Ha elogiato la politica di controllo delle frontiere della Germania. Bardella, che è in testa nei sondaggi per le elezioni presidenziali del prossimo anno, è sostenuto dall’impero mediatico del miliardario di estrema destra Vincent Bolloré. Bardella è consigliato in materia economica da uno stretto collaboratore di Bolloré, Pierre-Édouard Stérin. E la leadership del RN è ora in trattativa con una serie di importanti figure del mondo imprenditoriale francese, non da ultimo i vertici di Airbus, TotalEnergies e Renault, insieme al CEO del gruppo di beni di lusso LVMH, Bernard Arnault, che è l’uomo più ricco al mondo non americano. Bardella afferma di voler riconfigurare l’Unione Europea e contrastare il predominio tedesco.

Sostenuti da miliardari

I sondaggi sull’orientamento degli elettori in vista delle prossime elezioni presidenziali francesi dell’aprile 2027 indicano da tempo, in modo costante, che Jordan Bardella, in qualità di probabile candidato del RN, vincerà nettamente il primo turno con oltre un terzo dei voti e che, successivamente, dovrebbe aggiudicarsi la vittoria al ballottaggio. Permangono tuttavia alcuni dubbi, soprattutto qualora dovesse trovarsi a confrontarsi con il popolare Édouard Philippe al ballottaggio. Philippe è stato il primo primo ministro dal 2017 al 2020 sotto la presidenza di Emmanuel Macron. Nella futura campagna elettorale, Bardella potrà contare sul potente impero mediatico del miliardario Vincent Bolloré, che ha utilizzato i profitti del suo conglomerato industriale Groupe Bolloré per acquistare ogni tipo di giornale, rivista, emittente radiofonica e televisiva. In qualità di proprietario, ha orientato questi mezzi di comunicazione, tra cui il popolare canale televisivo CNews e il settimanale di lunga tradizione «Le Journal du dimanche», verso un’agenda di estrema destra. Bardella gode anche del sostegno del miliardario Pierre-Édouard Stérin. Stérin deve la sua fortuna in parte al suo veicolo di investimento, Otium Capital, il cui ex amministratore delegato, François Durvye, si è dimesso dal suo incarico ad aprile per diventare consulente di Bardella sulle questioni economiche e sulle politiche da definire in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno. Queste manovre garantiscono al presunto candidato del RN l’accesso a contatti influenti e a una notevole influenza.[1]

«Gli interessi degli amministratori delegati»

Negli ultimi mesi, Bardella e Marine Le Pen, leader di lunga data del RN, hanno incontrato più volte esponenti di spicco del mondo imprenditoriale francese. Éric Trappier, amministratore delegato del costruttore di aerei da combattimento Dassault Aviation, ha incontrato Le Pen e Bardella nel maggio 2024. E nel dicembre 2025, i leader di estrema destra hanno avuto un colloquio con un altro esponente del settore della difesa, il presidente del consiglio di amministrazione del gruppo Safran. Qualsiasi tabù sul dialogare con Bardella era stato superato nel gennaio 2026, quando questi ha incontrato Guillaume Faury, amministratore delegato del Gruppo Airbus. Poi, ad aprile, Le Pen ha incontrato per la prima volta un gruppo esclusivo di alti dirigenti, tra cui i vertici di TotalEnergies, Renault, Engie, Accor e Bolloré, oltre a Bernard Arnault, CEO del gruppo di beni di lusso LVMH. Con un patrimonio di circa 150 miliardi di dollari, Arnault è attualmente l’undicesima persona più ricca al mondo e il più ricco cittadino non statunitense. [2] Bardella è stato ricevuto il 20 aprile dai leader della principale associazione dei datori di lavoro francesi, il MEDEF, insieme ad altri rappresentanti delle organizzazioni imprenditoriali francesi.[3] Sullo sfondo di questa alleanza emergente, un miliardario è stato citato in forma anonima mentre affermava che Macron aveva fallito nella sua politica economica, mentre il RN era ormai «diventato neoliberista». Infatti, «il partito che oggi rappresenta meglio i miei interessi come amministratore delegato è il RN!»[4]

«Un’Europa diversa»

Dopo due incontri con i vertici del MEDEF e alcuni dei più influenti amministratori delegati del Paese, Bardella ha illustrato gli obiettivi chiave della sua politica economica in un’intervista a «Le Journal du dimanche». Ha affermato che un governo del RN ridurrebbe drasticamente le tasse e ogni tipo di regolamentazione a carico delle imprese francesi. In qualità di neoeletto presidente della Francia, ha aggiunto, il suo primo viaggio ufficiale all’estero sarebbe stato a Bruxelles. Bardella ha sostenuto che l’UE, non da ultimo con il suo “Green Deal”, stava creando un quadro normativo eccessivo che minacciava di soffocare le imprese francesi. L’UE era responsabile della crisi dell’economia francese. In effetti, l’UE avrebbe ridotto la Francia a una mera “variabile della politica commerciale”, e questo degrado sarebbe stato specificamente progettato “per servire gli interessi tedeschi”.[5] Un governo del RN “rappresenterebbe gli interessi del nostro Paese” a Bruxelles in modo da “riconquistare i vantaggi comparativi” di cui altri Stati godono da tempo. In questo contesto, Bardella ha annunciato la sua intenzione di creare “un’Europa diversa” – “un’Europa della cooperazione intergovernativa” e della “sovranità nazionale”. Questa posizione è diametralmente opposta al tradizionale interesse dell’industria tedesca: ancora egemonica in Europa, l’industria tedesca vuole la più stretta integrazione possibile all’interno dell’UE.

Contatti dell’Ambasciata

Jordan Bardella ha ora mosso i primi passi verso un’intesa con la Germania sulle politiche di un futuro governo del RN. È stato reso noto solo di recente che, già a febbraio, aveva incontrato l’ambasciatore tedesco in Francia, Stephan Steinlein. Gli osservatori politici francesi sottolineano che si è trattato del primo incontro tra un ambasciatore tedesco e un rappresentante dell’estrema destra, sia che si tratti del RN o del suo predecessore, il Front National (FN). Non si sa ancora nulla sul contenuto della loro discussione. L’Ambasciata tedesca a Parigi non ha fornito ulteriori dettagli.[6] Parlando al quotidiano parigino Le Monde, un membro anonimo del governo tedesco ha tuttavia affermato che la Germania sta assistendo alla «trasformazione del RN in un partito consolidato». La fonte ha osservato che «il RN è meno radicale dell’AfD e non fa costantemente riferimento al nazionalsocialismo». [7] Bardella era già stato ricevuto a dicembre dall’ambasciatore statunitense in Francia, Charles Kushner, il cui figlio Jared Kushner è il genero di Donald Trump e ricopre il ruolo di inviato speciale dell’amministrazione statunitense per presunte missioni di pace. Inoltre, ad aprile, l’ambasciatore israeliano in Francia, Joshua Zarka, ha ricevuto Marine Le Pen.

«Rafale, non F-35»

La scorsa settimana, Bardella ha illustrato le linee guida del suo pensiero sulle future relazioni franco-tedesche in un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Ha dichiarato al quotidiano di considerare gli stretti legami tra i due paesi «essenziali per garantire l’indipendenza e l’autonomia strategica delle nazioni europee». [8] Bardella vede un “terreno comune” con il Cancelliere federale Friedrich Merz “sulla questione della riduzione della burocrazia”, “sulla necessità di costruire un’Europa competitiva” e “sulla politica migratoria”. Sulla questione dell’immigrazione, ha elogiato i controlli alle frontiere della Germania, affermando che “il diritto nazionale … deve avere la precedenza sul diritto europeo”. Bardella chiede le dimissioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Secondo lui, la von der Leyen è stata «completamente incapace di difendere gli interessi europei». Ha inoltre annunciato la sua intenzione di guidare la Francia «fuori dalle strutture di comando integrate della NATO» dopo la fine della guerra in Ucraina, proprio come fece un tempo Charles de Gaulle. Allo stesso tempo, sostiene i progetti di difesa franco-tedeschi, ma insiste sul fatto che la Germania, da parte sua, debba acquistare armi francesi, come «i caccia Rafale, non gli F-35 americani». Il Rafale è prodotto da Dassault Aviation. Il suo amministratore delegato, Éric Trappier, intrattiene da anni rapporti informali con il RN.

[1] Clément Guillou: François Durvye, nuovo consigliere economico di Jordan Bardella con un bilancio controverso, intervistato da Pierre-Edouard Stérin. lemonde.fr, 24 aprile 2026.

[2] Clément Lacombe, Camille Vigogne, «Le Coat»: Marine Le Pen, Bernard Arnault e il fior fiore dei grandi imprenditori riuniti in occasione di una cena simbolica. novelobs.com, 8 aprile 2020.

[3] Agnès Soubiran: «Per vincere nel 2027, bisogna riunire il popolo e le élite»: Jordan Bardella pranza con i dirigenti del Medef. radiofrance.fr, 20 aprile 2026.

[4] Elodie Guéguen: «Jordan Bardella è l’unico a difendere posizioni favorevoli alle imprese»: al centro del discreto avvicinamento tra il RN e i grandi imprenditori. franceinfo.fr, 30 aprile 2026.

[5] Jules Torres: Jordan Bardella, presidente del RN: «Non mi vergogno della mia azienda». lejdd.fr, 25 aprile 2026.

[6], [7] Elsa Conesa: Jordan Bardella è stato ricevuto dall’ambasciatore tedesco in Francia, una prima assoluta per il presidente del Rassemblement National. lemonde.fr 08.05.2026.

[8] «Faremo prevalere il diritto nazionale su quello europeo». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 13 maggio 2026.

Repubblica Federale di Sparta…e altro _ di German Foreign Policy

Repubblica Federale di Sparta

Gli strateghi della difesa tedeschi presentano un documento programmatico per un riarmo high-tech indipendente dagli Stati Uniti: il progetto «Sparta 2.0» avrà un costo di 500 miliardi di euro e garantirà all’Europa una «autonomia di ampia portata» entro cinque-dieci anni.

11

maggio

2026

BERLINO (notizia propria) – Gli strateghi della difesa tedeschi hanno presentato un nuovo documento programmatico sul riarmo tedesco ed europeo. Intitolato «Sparta 2.0», il documento punta all’indipendenza militare dagli Stati Uniti. Come sottolineano gli autori del documento, attualmente «nessuna missione di combattimento europea» è concepibile senza «software o sistemi» provenienti dagli Stati Uniti. È necessario chiedere l’autorizzazione a Washington. Vogliono liberarsi dalla dipendenza militare entro pochi anni e sono fiduciosi che gli Stati europei possano farlo. Ma ciò, dicono, richiederebbe la volontà politica e un enorme impegno finanziario: sarebbero necessari fino a 500 miliardi di euro nel primo decennio del potenziamento degli armamenti. Questo, sostengono gli autori, è finanziariamente fattibile. Per quanto riguarda i dettagli, individuano dieci “lacune di capacità strategica” da colmare, tra cui alcune – come la produzione di massa di droni e lo sviluppo di costellazioni satellitari – su cui le aziende tedesche produttrici di armi stanno già compiendo rapidi progressi. La strada verso l’«autonomia europea in materia di difesa» passa per «l’impegno delle risorse finanziarie e industriali della Germania». Questa tabella di marcia verso la rimilitarizzazione riflette un intreccio sempre più stretto tra la politica tedesca, i think tank tedeschi e le fiorenti aziende del settore della difesa. I legami sono particolarmente stretti con l’industria dei droni, oggi in forte espansione.

Sparta 2.0

Il nuovo documento “Sparta 2.0”, rivolto espressamente ai “decisori politici tedeschi ed europei”, inizia individuando gravi carenze nelle capacità “di difesa” in Germania e in tutta Europa. Sebbene gli Stati europei abbiano complessivamente aumentato gli investimenti nelle loro forze armate fino a raggiungere un livello pari al 60% del bilancio militare degli Stati Uniti, essi rimangono “militarmente dipendenti dagli Stati Uniti a tutti i livelli”, rileva il documento. Questa dipendenza pervade “non solo i singoli sistemi d’arma, ma in ultima analisi l’intera catena operativa – dalla ricognizione satellitare al controllo del fuoco fino al campo di battaglia”. [1] Gli autori traggono una dura lezione da questo stato di cose: «Nessuna missione di combattimento europea è attualmente concepibile senza autorizzazioni, software o sistemi» provenienti dagli Stati Uniti. Senza un vero e proprio «cambiamento di rotta», la «discrepanza tra il contributo finanziario dell’Europa e le sue capacità militari continuerà a crescere» nei prossimi anni. Ma, sostiene il documento, un «cambiamento di rotta» è del tutto possibile. Con «il secondo bilancio della difesa più alto al mondo e una base industriale e tecnologica competitiva», l’Europa, con la Germania al centro, possiede tutti i presupposti necessari. Il raggiungimento dell’autosufficienza nell’industria della difesa deve essere considerato come il «Progetto Manhattan» dell’Europa.[2]

Lacune nelle competenze

“Sparta 2.0” elenca dieci “lacune nelle capacità strategiche” in cui “le dipendenze dell’Europa sono critiche”. Colmare queste lacune potenziando le capacità militari tedesche ed europee è una “necessità strategica”. In diversi settori, la Germania riveste un ruolo chiave e le sue aziende del settore della difesa, in rapida crescita, sono già impegnate in importanti programmi di armamento. Ciò vale, ad esempio, per i “sistemi autonomi scalabili”, ovvero la produzione di massa di droni di ogni tipo,[3] e per i sistemi di “difesa aerea”.[4] Le aziende tedesche stanno inoltre già lavorando allo “sviluppo di una costellazione satellitare europea” [5] e alla produzione di “veicoli di lancio di piccole e medie dimensioni” per il lancio in orbita di satelliti militari. [6] Lo sviluppo e la produzione di “armi di precisione a lungo raggio” sono stati avviati attraverso varie partnership multinazionali.[7] Altri elementi, osservano gli autori, sono ancora carenti, come l’istituzione di “un sistema di comando e controllo resiliente” e lo sviluppo di “un’infrastruttura europea sovrana per i dati e l’intelligenza artificiale”. Il documento afferma che, oltre alle dieci “lacune di capacità” che identifica, esistono ulteriori “colli di bottiglia”, tra cui la “carenza di munizioni” e i problemi di logistica medica. Anche in questo caso, tali questioni dovrebbero essere risolte nell’ambito del quadro esistente delle forze armate e dell’industria della difesa europee.

La Germania come fulcro della potenza militare europea

«Sparta 2.0» non entra nei dettagli riguardo alle tempistiche o alle strutture finanziarie. Sostiene che «progressi sostanziali verso una capacità operativa europea indipendente» entro tre-cinque anni rappresentino un obiettivo realistico. Una «autonomia di ampia portata» potrebbe essere raggiunta «nella maggior parte dei settori» entro cinque-dieci anni. Gli autori stimano i costi complessivi tra i 150 e i 200 miliardi di euro entro il 2030. Per quanto riguarda l’intero decennio che precede il raggiungimento di un’ampia autonomia, i governi dovrebbero reperire complessivamente circa 500 miliardi di euro. Ciò equivale a circa 50 miliardi di euro all’anno. Per gli Stati membri dell’UE più il Regno Unito e la Norvegia, ciò equivarrebbe presumibilmente a poco più dello 0,25 per cento del loro prodotto interno lordo. Gli autori ritengono che ciò sia finanziariamente fattibile. Raccomandano un approccio che crei una “coalizione dei volenterosi”. Ciò significa in pratica lavorare “con gli Stati dell’Europa centrale e orientale e della Scandinavia, nonché con i partner tradizionali dell’Europa occidentale e del Regno Unito”. Il documento tiene esplicitamente conto di un ruolo speciale per la Germania, che aumenterebbe il proprio bilancio militare in misura molto più significativa rispetto agli altri Stati europei. Il contributo di Berlino ammonterebbe a 150 miliardi di euro, o addirittura a 160 miliardi di euro, nell’ambito della visione «Sparta 2.0». Dopotutto, «il percorso verso l’autonomia europea in materia di difesa passa inevitabilmente attraverso l’impiego delle risorse finanziarie e industriali della Germania». La Germania diventa il nucleo di una futura potenza militare europea.

Strettamente legata all’industria degli armamenti

Quattro dei cinque autori del progetto «Sparta 2.0» avevano già pubblicato un articolo nel marzo 2025 in cui sollecitavano analogamente un rilancio del riarmo tedesco-europeo indipendente dagli Stati Uniti. Il loro lavoro evidenzia un crescente intreccio tra agenzie governative, importanti think tank e l’industria degli armamenti. Thomas Enders, ad esempio, che ha il grado di maggiore nelle riserve dell’esercito tedesco, è stato a lungo a capo del gruppo aerospaziale e della difesa Airbus prima di diventare presidente dell’influente Consiglio tedesco per le relazioni estere (DGAP) nel 2019. René Obermann, a sua volta, ex amministratore delegato di Telekom e attualmente presidente del consiglio di amministrazione di Airbus, è destinato a guidare il consiglio di sorveglianza del gruppo di software SAP il prossimo anno, che da febbraio gestisce un “Defence Innovation Hub” a Monaco. Jeanette zu Fürstenberg, investitrice in start-up e IA, è a capo delle operazioni europee della società di venture capital della Silicon Valley General Catalyst. Moritz Schularick è presidente dell’Istituto di Kiel per l’economia mondiale (IfW) e da tempo sostiene il riarmo finanziato dal debito. Una nuova aggiunta agli autori è Nico Lange, Senior Fellow presso la Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Lange, Obermann e Schularick, insieme al tenente generale in pensione Jürgen-Joachim von Sandrart, formano un gruppo consultivo all’interno del Ministero federale dell’economia istituito appositamente per sostenere il potenziamento dell’industria della sicurezza e della difesa.

La start-up numero uno in Germania

Due dei cinque autori sono inoltre direttamente legati al nascente settore tedesco dei droni: Fürstenberg è stato uno dei primi investitori nella società di droni Helsing, fondata nel 2021, nel cui consiglio di sorveglianza Enders siede dal 2022. Uno dei tre fondatori di Helsing, Gundbert Scherf, è stato distaccato presso il Ministero federale della difesa nel 2014 in qualità di dipendente della società di consulenza McKinsey. Ha ricoperto fino al 2016 il ruolo di responsabile del controllo strategico degli armamenti sotto l’allora ministra Ursula von der Leyen. Una commissione d’inchiesta del Bundestag ha successivamente indagato sul problema delle reti McKinsey all’interno del governo, che all’epoca erano molto attive.[8] Helsing si è recentemente aggiudicata, insieme a Stark Defence, un contratto per la produzione di droni per la Bundeswehr del valore iniziale di 270 milioni di euro – un contratto che può essere opzionalmente aumentato fino a 1,5 miliardi di euro. [9] Helsing è anche coinvolta nello sviluppo del primo jet da combattimento senza pilota di fabbricazione tedesca. L’azienda prevede di lanciare un nuovo round di finanziamento nel prossimo futuro, cercando di attrarre nuovi investimenti fino a 1,2 miliardi di euro. Si tratta di una somma che supera quella di tutte le altre start-up in Germania e, con una valutazione di 18 miliardi di euro, collocherebbe Helsing in cima alla classifica delle start-up tedesche.[10]

Ben collegato

Anche Stark Defence, concorrente di Helsing, vanta ottimi contatti a Berlino. Il vicepresidente senior della start-up è il maggiore in pensione Johannes Arlt. Dopo aver ricoperto vari incarichi nella Bundeswehr e nel Ministero federale della difesa, Arlt ha fatto parte del Bundestag per l’SPD dal 2021 al 2025. Il suo principale interesse come politico era la politica di difesa. Anche Marie Theres Niedermaier, che in precedenza ha lavorato come consulente personale presso l’Ufficio del Cancelliere occupandosi di politica economica e finanziaria, è ora impiegata presso Stark Defence.[11] Anche Stark Defence ha ricevuto dalla Bundeswehr un contratto del valore iniziale di 270 milioni di euro per la produzione di droni. L’azienda costruisce inoltre droni marini e commercializza un sistema di comando e controllo per veicoli senza pilota di ogni tipo.

[1] Tutte le citazioni qui riportate sono tratte da «Der Weg zu europäischer Verteidigungsautonomie: Ein Leitfaden zur Überwindung kritischer Abhängigkeiten» (Il percorso verso l’autonomia europea in materia di difesa: una guida per superare le dipendenze critiche). Maggio 2026. kielinstitut.de.

[2] Nell’ambito del «Progetto Manhattan», a partire dal 1942 gli Stati Uniti riunirono tutte le attività scientifiche e industriali del settore e le concentrarono sullo sviluppo e sulla costruzione di armi atomiche.

[3] Vedi: La Germania, principale motore degli acquisti di armamenti.

[4] Vedi: Conflitti franco-tedeschi.

[5] Vedi: Lo Starlink tedesco.

[6] Nuovo annullamento del lancio del razzo di Isar Aerospace. handelsblatt.com, 9 aprile 2026.

[7] Vedi: Le armi a medio raggio dell’Europa.

[8] Vedi: I progetti dei clienti di McKinsey.

[9] Vedi: La Germania, principale motore degli acquisti di armi.

[10] Nadine Schimroszik: Helsing potrebbe presto raggiungere un valore di 18 miliardi di dollari. handelsblatt.com, 9 maggio 2026.

[11] Thomas Fromm, Georg Ismar: Prima la Cancelleria, poi i droni kamikaze. sueddeutsche.de, 22 aprile 2026.

«La prospettiva di pace»

Un’intervista a Ulrike Eifler sulla crescente opposizione dei sindacati alla minaccia di guerra, sulle iniziative in corso a livello nazionale e internazionale e sul perché questa lotta sia fondamentale per i sindacati.

15

maggio

2026

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AACHEN «german-foreign-policy.com» ha intervistato Ulrike Eifler in merito alla crescente lotta sindacale contro la militarizzazione e la minaccia di guerra. Eifler è segretaria sindacale a Würzburg e da anni si batte per un deciso orientamento alla pace da parte dei sindacati. Questo, sottolinea, è fondamentale perché «quando la società viene militarizzata, anche il mondo del lavoro viene militarizzato». E questo si sta facendo sentire “proprio ora” come conseguenza di un “rafforzamento degli armamenti senza precedenti” portato avanti dal governo tedesco. Gli effetti sono già numerosi. Gli infermieri, ad esempio, devono imparare a curare le ferite di guerra; e il personale dei centri per l’impiego viene formato per collocare i disoccupati in ruoli all’interno della Bundeswehr. I sindacati devono essere molto più audaci nell’affrontare queste questioni. Dopotutto, ogni progresso che hanno ottenuto, dagli aumenti salariali all’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, è stato possibile solo in tempo di pace. La pressione sindacale «non funziona in tempo di guerra», afferma Eifler. Segnala due importanti eventi imminenti: la quarta Conferenza sindacale per la pace il 24-25 luglio a Würzburg e la Conferenza internazionale contro la guerra organizzata dal movimento sindacale il 20 giugno a Londra.

german-foreign-policy.com: State invitando le persone a un convegno sindacale per la pace che si terrà a Würzburg il 24 e 25 luglio. Perché?

Ulrike Eifler: Perché vogliamo dare forma e promuovere un dibattito sulla guerra e sulla pace all’interno dei nostri sindacati. Quando la società si militarizza, anche il mondo del lavoro si militarizza. E dobbiamo fare i conti con il fatto che la militarizzazione è già penetrata in ogni angolo del mondo del lavoro. Colleghi che hanno trascorso decenni a costruire veicoli destinati alla vita civile si ritrovano improvvisamente a lavorare in aziende del settore della difesa. Gli insegnanti sono obbligati a invitare i soldati nelle loro classi. I giornalisti sono sempre più spinti a seguire la linea di politica estera del governo. Gli assistenti sociali dei centri per l’impiego sono incoraggiati – anzi, esplicitamente formati – a collocare i disoccupati nelle forze armate. I lavoratori portuali devono caricare spedizioni di armi, e così via. Tutto ciò dimostra quanto siano strettamente intrecciati gli imperativi della militarizzazione e il mondo del lavoro.

È importante comprendere che la prospettiva dei datori di lavoro è una prospettiva di guerra. Infatti, essi traggono profitto dalla guerra oppure hanno scelto di far parte di una macchina da guerra ben oliata. Ciò non vale solo per i produttori di armi. Anche le strutture statali si sono messe al servizio dei preparativi bellici. Si pensi, ad esempio, alle aziende di autobus municipali che ricoprono le loro flotte di veicoli con pubblicità della Bundeswehr. Si pensi ai centri di orientamento professionale della Bundeswehr, che stanno già raccogliendo dati sui giovani in vista di future coscrizioni. Pensiamo agli ospedali, dove il personale infermieristico deve imparare a curare le ferite di guerra e partecipare a esercitazioni di evacuazione. Oppure pensiamo ai servizi di intelligence: l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione sta intimidendo gli studenti minorenni che organizzano scioperi scolastici contro la guerra.

È fondamentale porre la questione della pace perché i preparativi bellici sono ormai entrati a far parte del mondo del lavoro. E perché i nostri sindacati potranno portare avanti con successo la lotta per la ridistribuzione solo se contrasteremo la militarizzazione del lavoro. Aumenti salariali, riduzione dell’orario di lavoro o un migliore equilibrio tra vita familiare e professionale: nulla di tutto ciò funzionerà in tempo di guerra. Ecco perché la prospettiva di pace è la nostra prospettiva.

E poi stiamo assistendo, ovviamente, a come il riarmo si stia trasformando in un attacco frontale ai lavoratori. Il governo federale ha optato per un programma di riarmo di portata senza precedenti da un secolo a questa parte e intende finanziare tale programma tagliando le nostre pensioni, la nostra istruzione e la nostra sanità. Un carro armato costa in media circa 28 milioni di euro – e questo solo per uno! Tutto questo deve essere finanziato. E il governo tedesco sta prendendo i miliardi e miliardi necessari per questo dalla gente comune. Dall’inizio della pandemia di coronavirus, la gente sta lottando con una crisi del costo della vita in continuo peggioramento. Questa crisi sarà aggravata da una crisi economica globale incombente. Se il governo opterà anche per lo smantellamento dello stato sociale – e tutto ora punta in questa direzione – molte persone saranno precipitate in una situazione di ancora maggiore difficoltà e incertezza. Per organizzare un’opposizione efficace, dobbiamo prima concordare su ciò che sta realmente accadendo. La nostra conferenza a Würzburg ha lo scopo di fare il punto sulla situazione reale.

german-foreign-policy.com: Questa è già la quarta conferenza sindacale per la pace. Come sono andate le prime tre?

Ulrike Eifler: Le precedenti conferenze hanno costituito un importante punto di riferimento per il dibattito su guerra e pace all’interno del movimento sindacale. Ciò è in parte dovuto al fatto che hanno portato alla pubblicazione di due raccolte di testi sull’argomento: scritti da sindacalisti per i sindacalisti. Questi testi offrono una guida e mirano ad aiutare i colleghi a comprendere meglio il mondo che sta cambiando. In tutto il paese si stanno ora svolgendo eventi in cui si discute di come la cosiddetta “Zeitenwende” – la svolta proclamata dal governo verso una nuova era di politica geopolitica e di difesa – stia avendo un impatto negativo sulle condizioni dei sindacalisti. Alcune di queste attività sono organizzate da iniziative locali per la pace e coinvolgono membri dei sindacati, mentre altre sono promosse interamente dagli organismi sindacali. In ogni caso, le conferenze sono diventate un punto di riferimento fondamentale per i sindacalisti che si battono per la pace.

L’orientamento politico, tuttavia, è cambiato nel corso delle precedenti conferenze. Nel primo incontro, per noi era ancora importante sottolineare il ruolo dei sindacati nel movimento per la pace. Ciò riflette, in un certo senso, una posizione morale che affonda le sue radici essenzialmente nella nostra storia di lavoratori tedeschi. Nelle conferenze successive, tuttavia, ci siamo resi conto che, a causa dei feroci attacchi alle conquiste sociali ottenute dal movimento operaio, dobbiamo affrontare e discutere questioni ben diverse. Come dovremmo, ad esempio, reagire noi sindacati alla decisione del governo federale di passare a un’economia di guerra? Come dovremmo reagire ai tagli dilaganti ai servizi sociali utilizzati per finanziare la spesa per gli armamenti? Come dovremmo reagire al tentativo di militarizzare il settore dell’istruzione? Ad esempio, cosa facciamo riguardo al fatto che gli insegnanti siano obbligati a invitare i soldati nelle loro classi? Abbiamo iniziato a impegnarci in queste discussioni e a inserire una più ampia varietà di questioni nei nostri ordini del giorno delle conferenze.

german-foreign-policy.com: Nel frattempo, sempre più aziende si trovano in gravi difficoltà a causa della crisi economica e guardano al settore degli armamenti come a una via d’uscita. In che modo queste tendenze influenzano il dibattito nei luoghi di lavoro e nei sindacati? Sta diventando più difficile difendere la causa della pace?

Ulrike Eifler: Da un lato sì, dall’altro no. Il problema è proprio che la militarizzazione sta avvenendo sullo sfondo di una crisi industriale. E sia il governo federale che i datori di lavoro stanno cercando di dare l’impressione che i posti di lavoro persi nella produzione civile possano essere salvati grazie alla produzione di armi. Questo rende davvero più difficile organizzare proteste contro la guerra. Ma anche in questo ambito si registrano sicuramente alcuni sviluppi incoraggianti. Ad esempio, i rappresentanti sindacali di VW, Ford e ZF hanno approvato risoluzioni in cui prendono le distanze dalla decisione delle loro aziende di passare alla produzione di armi.

Ma a prescindere da ciò, dobbiamo discutere quale sia la strategia sindacale corretta nelle aziende produttrici di armamenti. Dobbiamo tenere conto del fatto che i nostri colleghi che lavorano nelle aziende dell’industria della difesa – e in quelle che un tempo operavano nel settore civile e ora si stanno orientando in parte o addirittura interamente verso la produzione di armi – si trovano nella stessa situazione di tutti gli altri: devono pagare le bollette e vogliono garantire ai propri figli un’istruzione dignitosa. A mio avviso, ciò significa che abbiamo ancora il compito fondamentale di proteggere i posti di lavoro anche nelle fabbriche di armi – proprio come in tutti gli altri luoghi di lavoro. Tuttavia, nel caso della produzione di armi, è anche di fondamentale importanza sviluppare solide strutture di rappresentanti sindacali e incoraggiare la discussione politica su quale sia l’uso finale dei prodotti del loro lavoro – cosa succede quando vengono impiegati.

E, dopotutto, constatiamo che i lavoratori dell’industria degli armamenti mantengono effettivamente una certa distanza dalle attività della propria azienda. L’impegno politico sindacale deve fare i conti con queste riserve. Gli sviluppi politici in rapida evoluzione possono essere accompagnati da cambiamenti altrettanto rapidi nella coscienza collettiva. Anni fa, ho incontrato un anziano operaio italiano che aveva lavorato in una fabbrica di armi negli anni ’40. Era sempre puntuale, non si assentava mai per malattia, era sempre l’operaio più veloce sulla catena di montaggio. E non pensava minimamente alle armi che contribuiva a produrre. Ma quando vide la polizia sparare con quelle armi durante una manifestazione e delle persone morire di conseguenza, lasciò il lavoro e si unì ai partigiani italiani.

In definitiva, però, è proprio la coerente rappresentanza sindacale a mettere i dipendenti di un’azienda produttrice di armi in conflitto con la dirigenza. Anche i lavoratori portuali di Genova che si sono rifiutati di caricare le esportazioni di armi destinate a Israele erano preoccupati per la propria salute e sicurezza. Lavorare su container contenenti esplosivi è pericoloso. Ho sentito ragioni simili nei resoconti dal porto del Pireo. I colleghi greci sostenevano che la movimentazione di esportazioni di armi avrebbe trasformato il porto in un bersaglio e si sono rifiutati di caricare il carico. Chiunque lotti per buone condizioni di lavoro nelle fabbriche di armi si troverà in conflitto con la direzione. La questione dei salari è il punto cruciale. Essa mette a nudo il conflitto. Dobbiamo impegnarci più fortemente in questo dibattito nei nostri sindacati.

german-foreign-policy.com: Il classico dibattito sulla riconversione – ovvero l’adozione di una strategia volta a convertire gli impianti di produzione militare in impianti di produzione civile – oggi è probabilmente più difficile da vincere, non è vero?

Ulrike Eifler: Sì, questo dibattito è sicuramente diventato molto più complesso rispetto agli anni ’70 e ’80. La riconversione è sempre stata una strategia volta a proteggere i posti di lavoro e i redditi dei colleghi, trasformando consapevolmente la produzione militare in produzione civile. Ora, invece, assistiamo al contrario. Il passaggio dalla produzione civile a quella di armamenti è diventato una strategia per salvare posti di lavoro. Almeno, questa è la narrativa che ci viene propinata. E il governo federale sta deliberatamente orientando l’economia in questa direzione. La sua strategia industriale è ora orientata alla promozione e all’espansione dell’industria degli armamenti. Questa svolta verso un’economia militarizzata viene realizzata attraverso appalti pubblici, garanzie di acquisto da parte del governo, accesso prioritario alle materie prime, sostegno al reclutamento di lavoratori qualificati e l’applicazione della Legge per garantire la fornitura di servizi di manodopera a fini di difesa. Quest’ultima è una legge di emergenza che disciplina la sospensione del diritto di sciopero e persino il lavoro obbligatorio nel caso in cui il governo dichiari uno “stato di tensione”, l’attuazione della clausola di difesa reciproca della NATO o uno “stato di difesa”.

Alla luce di questi pericolosi sviluppi, la conversione non offre più una risposta adeguata alle contraddizioni che dobbiamo affrontare, soprattutto perché il successo dei progetti di conversione sarebbe comunque molto limitato. In passato, infatti, funzionava di solito solo quando la produzione di armi non generava profitti. Ma oggi non è più così. A mio avviso, è quindi fondamentale inserire l’idea della conversione in un dibattito su quale tipo di politica industriale vogliamo e di cui abbiamo effettivamente bisogno come società, e organizzare le nostre lotte su questa base.

E su questo punto lo dico chiaramente: una politica industriale che non sia orientata alla pace non può essere una politica industriale nell’interesse dei nostri colleghi. Perché? Perché il passaggio a un’industria della difesa in espansione non impedisce la deindustrializzazione di cui si parla così spesso, ma anzi la accelera. Perché? Perché le risorse lavorative e finanziarie vengono sottratte ai settori industriali produttivi e convogliate verso un’industria che non apporta alcun beneficio sociale. Ciò favorisce lo sviluppo di una monostruttura industriale che fa dipendere il successo economico dall’escalation del conflitto globale.

Inoltre, sappiamo che gli investimenti nella costruzione di ospedali, scuole, asili nido o trasporti pubblici locali non solo comportano maggiori benefici sociali, ma generano anche una crescita significativamente più elevata e hanno effetti molto più marcati sulla creazione di posti di lavoro. Per ogni euro che il governo federale investe nelle nostre infrastrutture civili, 1,50 euro tornano nell’economia nazionale. Per gli investimenti nell’istruzione, la cifra arriva addirittura a tre euro. Ma per gli investimenti negli armamenti, il beneficio è compreso tra zero e 0,50 euro. Ciò significa che il denaro investito negli armamenti non è affatto, come talvolta si sostiene, senza alternative. Anzi, questo investimento è in realtà del tutto inutile in termini di effetti sulla crescita.

german-foreign-policy.com: Oltre al dibattito su guerra e pace all’interno del movimento sindacale, questo dibattito sta prendendo piede anche nei luoghi di lavoro?

Ulrike Eifler: Sì, le discussioni nei luoghi di lavoro stanno sicuramente prendendo piede. La gente percepisce che ci troviamo a un punto di svolta della nostra storia: gli ottant’anni in cui abbiamo vissuto in pace stanno lasciando il posto a una nuova era di guerra. Recentemente ho partecipato a uno sciopero scolastico per protestare contro la futura coscrizione. Un’operatrice socio-sanitaria che si occupa di anziani ha preso spontaneamente la parola e ha raccontato agli studenti in sciopero quanto gli anziani della sua casa di riposo siano ancora segnati dalle loro esperienze di guerra. Ha detto che anche dopo ottant’anni parlano ancora di essere profondamente traumatizzati dalle notti di bombardamenti, dalla perdita dei propri cari e, soprattutto, dalla paura che la guerra torni. Era presente anche un insegnante, che si è unito all’azione dei suoi studenti. A Lipsia, un giovane dipendente della DHL è stato licenziato per aver preso la parola durante una manifestazione contro le esportazioni di armi verso Israele. A Monaco, tre autisti di autobus si rifiutano di guidare tram ricoperti di pubblicità della Bundeswehr. E conosco più di un collega che dice che si dimetterebbe immediatamente se la sua azienda iniziasse improvvisamente a produrre per l’industria degli armamenti. Sono tutti esempi fantastici e stimolanti. Ma non sono ancora organizzati collettivamente, bensì rimangono azioni individuali. Ecco perché quei colleghi che si oppongono alla guerra sono così vulnerabili alle ritorsioni.

D’altra parte, basta dare un’occhiata alle attuali risoluzioni e iniziative sindacali per rendersi conto che si sta già facendo molto. Al congresso annuale della Confederazione Sindacale Tedesca (DGB), tenutosi pochi giorni fa, è stata approvata a stragrande maggioranza una risoluzione contro il ritorno del servizio militare obbligatorio. Il più grande sindacato tedesco, IG Metall, offre ora sostegno e consulenza presso le sue sedi di Würzburg e Francoforte agli obiettori di coscienza nell’ambito dei propri servizi di consulenza in materia di diritto del lavoro e diritto sociale. L’anno scorso, la sezione del Baden-Württemberg del sindacato del settore dei servizi, ver.di, il secondo più grande della Germania, ha sostenuto gli appelli a una massiccia partecipazione alla manifestazione contro la guerra del 3 ottobre a Stoccarda. A Monaco è stata avviata un’iniziativa sindacale con lo slogan “Più spesa sociale – meno spesa per le armi!”. Quei colleghi hanno organizzato una manifestazione attraverso i sindacati collegando la questione della spesa militare a quella dello Stato sociale. È stata lanciata un’iniziativa nazionale denominata “Sindacalisti per Cuba”. Il sindacato tedesco del settore dell’istruzione, il GEW, ha intentato in Baviera un’azione legale di interesse pubblico contro la legge sulla promozione della Bundeswehr, che obbliga gli insegnanti a invitare i soldati in classe. Nei nostri sindacati stanno accadendo molte cose. Ciò che manca finora è una struttura organizzativa che riunisca queste esperienze, le generalizzi e organizzi un dibattito strategico sulla questione della guerra.

german-foreign-policy.com: Anche i sindacati stanno diventando molto attivi a livello internazionale. A giugno è in programma a Londra una conferenza internazionale contro la guerra.

Ulrike Eifler: A livello internazionale, i sindacati e le organizzazioni di coordinamento hanno rilasciato alcune dichiarazioni eccellenti e importanti sul genocidio a Gaza, sull’intervento degli Stati Uniti in Venezuela e sui bombardamenti contro l’Iran e il Libano, in violazione del diritto internazionale. Allo stesso tempo, il movimento sindacale sta promuovendo il sostegno a quella grande conferenza internazionale per la pace che si terrà il 20 giugno a Londra. Si tratta già della seconda conferenza di questo tipo. La prima si è tenuta a Parigi nell’ottobre dello scorso anno.

Una rete internazionale di questo tipo è importante perché ci offre l’opportunità di stringere legami, unire le nostre attività e coordinarle in tutta Europa. I sindacati in Belgio hanno ormai dato vita a un movimento forte e stimolante contro i tagli al welfare e il riarmo. In Germania, al contrario, il movimento di protesta sembra essersi arenato. Qui, la tradizione pluridecennale del partenariato sociale ha portato le persone a non sentirsi più in grado di fare nulla a livello personale per determinare un cambiamento. È questo senso di partecipazione che deve essere ripristinato. Tutti questi sviluppi dimostrano che le proteste contro la marcia verso la guerra in Europa si stanno svolgendo in modo disomogeneo, ma si stanno comunque svolgendo. Ovunque. È importante che i sindacalisti tedeschi, in particolare, si rechino a Londra a giugno e traggano idee e ispirazione dall’esperienza internazionale. Penso che noi in Germania abbiamo bisogno della scintilla delle proteste sindacali internazionali per accendere un fuoco nei nostri sindacati.

La battaglia per conquistare le menti

L’esercito tedesco sta promuovendo l’uso di dati e informazioni per la «guerra dell’informazione». L’obiettivo è quello di «influenzare le reazioni di avversari, alleati e civili».

20

Maggio

2026

BERLINO (Notizia propria) – La Bundeswehr sta promuovendo l’utilizzo di dati e informazioni sia per le operazioni sul campo di battaglia che per le classiche attività di propaganda. Recentemente si è conclusa la manovra Active Volcano 2026, durante la quale circa 300 soldati provenienti da 15 paesi hanno simulato la “guerra dell’informazione” sotto il comando tedesco. L’obiettivo era, tra l’altro, quello di “influenzare le reazioni di avversari, alleati e civili” attraverso la diffusione di informazioni, spiega la Bundeswehr. Già un anno prima, durante Active Volcano 2025, le truppe avevano simulato l’influenza sull’opinione pubblica, «dalla pianificazione strategica alla produzione mediatica» fino alle operazioni di influenza tattico-pratiche. Anche l’economia è coinvolta. Il gruppo aerospaziale Airbus, ad esempio, commercializza un “modello di formazione per la guerra dell’informazione” che “simula un’infosfera completa”, nonché strumenti digitali per la “raccolta e l’analisi dei contenuti sui social network”; si dovrebbe utilizzare la tecnologia Airbus per “neutralizzare” la “disinformazione” già alla fonte. Le opinioni indesiderate vengono specificatamente etichettate come «filorussiche» ed emarginate.

I dati come arma

L’importanza delle «dimensioni dello spazio cibernetico e informativo» (secondo il gergo militare, oltre ai classici teatri operativi terrestri, aerei e marittimi) «è in costante crescita», si legge nella prima strategia militare globale della storia della Repubblica Federale, recentemente pubblicata in forma di estratti.[1] Nella «lotta per le informazioni e i dati», l’esercito tedesco deve «conquistare la supremazia e negarla al nemico». [2] Si tratta, da un lato, dell’utilizzo delle informazioni a fini di propaganda classica e, dall’altro, dell’utilizzo dei dati durante gli attacchi e nei combattimenti. Tali capacità sarebbero «una leva per tutte le altre» forze armate, si afferma; i dati diventerebbero «un’arma». La sovranità sui dati sul campo di battaglia potrebbe «decidere la vittoria o la sconfitta». Alla luce della crescente digitalizzazione della guerra, è difficile «sfuggire alla ricognizione in tempo reale». Il campo di battaglia è ormai da tempo «trasparente»; non esistono più «luoghi sicuri in cui ritirarsi». Allo stesso tempo, si sta verificando una «scomposizione dei confini della guerra»: non esiste più una chiara separazione tra «patria e campo di battaglia, civile e militare, … guerra e pace, nonché combattente e non combattente».

Vulcano attivo 2026

A marzo, circa 300 soldati provenienti da 15 paesi, tra cui la Germania, si sono addestrati alla guerra dell’informazione sotto il comando del Centro di comunicazione operativa della Bundeswehr. Secondo la Bundeswehr, le parole avrebbero il potere di «indebolire la potenza di combattimento del nemico, migliorare la propria percezione della situazione o influenzare la popolazione civile». [3] Chi detiene la «sovranità interpretativa sugli eventi» può «influenzare le reazioni di avversari, alleati e civili». Per questo motivo le cosiddette operazioni di informazione sono «da tempo parte integrante» della strategia militare. La «manipolazione delle informazioni e dell’opinione pubblica» sarebbe «diventata uno strumento importante della guerra», aveva già dichiarato la Bundeswehr in occasione di Active Volcano 2025. [4] All’epoca i soldati si erano esercitati soprattutto nell’influenzare l’opinione pubblica – «dalla pianificazione strategica alla produzione mediatica fino all’influenza tattica», il tutto con l’ausilio dell’intelligenza artificiale (IA), dei social media e delle analisi dei big data.& nbsp;Nell’ambito di Active Volcano 2026, i soldati hanno provato, tra le altre cose, come gestire le campagne sui social media e i “civili che manifestano”. Quest’anno, ha comunicato il tenente responsabile, “per la prima volta sono state utilizzate infrastrutture civili come terreno di esercitazione” per la guerra dell’informazione; con l’esercitazione, la truppa ha teso un ponte mirato verso “l’esercito, la scienza e l’industria”. Un momento clou, riferisce la Bundeswehr, è stata una conferenza “con relazioni sugli sviluppi attuali nella guerra psicologica”.

Sul fronte interno

La Bundeswehr dichiara apertamente di condurre la cosiddetta «guerra dell’informazione» non solo sul campo di battaglia militare, ma soprattutto anche sul fronte interno. Si afferma che Mosca stia già agendo contro la Germania «al di sotto della soglia della guerra» con le cosiddette operazioni ibride; la Russia rappresenterebbe una «minaccia militare strategica globale a livello statale». [5] Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha dichiarato che «spionaggio, atti di sabotaggio, attacchi informatici e campagne di disinformazione» sono ormai all’ordine del giorno.[6] La Bundeswehr dovrebbe «collaborare con tutti gli strumenti di potere dello Stato» per contrastare l’«influenza russa» anche sul territorio nazionale con una «resilienza dell’intera società».

«Modulo formativo sulla guerra dell’informazione»

Secondo la Bundeswehr, nella guerra in un mondo digitalizzato «non esistono più confini netti tra fonti di informazione civili e militari».[7] Questa sarebbe una lezione appresa dalla guerra in Ucraina. Lì «non sono solo i soldati, ma anche i civili a fornire dati preziosi, spesso registrati con lo smartphone e condivisi sui social media». Il colosso franco-tedesco-spagnolo dell’industria della difesa Airbus commercializza già un «modulo di formazione per la guerra dell’informazione che simula un’infosfera completa», nonché strumenti digitali, tra l’altro, per la «raccolta e l’analisi di contenuti sui social network», compresa «l’analisi di account e profili» e la «caratterizzazione delle impronte digitali delle persone». [8] In un video promozionale del gruppo si afferma che bisognerebbe «unirsi ad Airbus» e «neutralizzare» la disinformazione già alla fonte.

«Slogan filorussi»

Oltre alla Bundeswehr, anche i servizi segreti e la polizia sono attivi nella lotta contro l’influenza russa, sia essa reale o anche solo presunta. L’Ufficio federale di polizia criminale (BKA), l’Ufficio per la protezione della Costituzione e il Servizio di controspionaggio militare (MAD) mettono infatti in guardia i cittadini dal diventare agenti dello Stato russo. [9] Il reclutamento inizia solitamente in modo innocuo, «per lo più con una chat sui canali dei social media o sui servizi di messaggistica. Magari con uno scambio di opinioni su come ci si pone nei confronti dello Stato tedesco». Chi si lascia coinvolgere in «contatti di questo tipo» rischia «di essere coinvolto in attività di intelligence come lo spionaggio o il sabotaggio e di essere perseguito penalmente per questo»; l’ignoranza non protegge da pene più severe. In caso di contatti sospetti, il BKA e i servizi segreti invitano i cittadini tedeschi a «rivolgersi all’Ufficio federale per la protezione della Costituzione per la propria sicurezza personale e quella del nostro Paese» – ad esempio in caso di una richiesta in cui si chiede se sia possibile «diffondere slogan filo-russi». In questo contesto, è già considerato sospetto chiunque svolga presunte «attività di propaganda» che possano essere interpretate come filorussiche – proprio come, ad esempio, le critiche all’espansione della NATO verso est vengono spesso delegittimate come presunta «propaganda russa». In questo modo, la difesa dalla presunta o effettiva disinformazione russa si rivolge sempre anche contro la libertà di espressione della propria popolazione (come riportato da german-foreign-policy.com [10]). Con lo slogan della guerra dell’informazione, lo Stato tedesco contribuisce a spingere in avanti la dissoluzione dei confini della guerra e confonde non solo il confine tra soldato e civile, ma anche quello tra critico interno e agente straniero.

[1] Si veda a questo proposito Il «ruolo guida europeo» della Bundeswehr.

[2] Quadro generale della difesa militare. Strategia militare e piano per le forze armate. Bonn, aprile 2026.

[3] La Bundeswehr si addestra alla guerra dell’informazione. bundeswehr.de, 26 marzo 2026.

[4] Addestramento per la guerra dell’informazione: dieci testimonianze dal campo. bundeswehr.de, 28 marzo 2025.

[5] Quadro generale della difesa militare. Strategia militare e piano per le forze armate. Bonn, aprile 2026.

[6] Pistorius presenta per la prima volta la sua strategia militare. tagesschau.de, 22 aprile 2026.

[7] Cosa impara la Bundeswehr dalla guerra in Ucraina per la propria digitalizzazione. bundeswehr.de, 7 novembre 2025.

[8] Guerra informatica: come affrontare le campagne di disinformazione. cyber.airbus.com.

[9] Agenti sotto copertura: missione breve, rischio elevato. bka.de.

[10] Si veda a questo proposito Servizi segreti in guerra.

Controversia sul costruttore di carri armati

A causa di divergenze interne, il governo federale rischia di ritardare la prevista quotazione in borsa del costruttore franco-tedesco di carri armati KNDS. Se il blocco dovesse protrarsi, la Francia minaccia di procedere da sola. La controversia si sta inasprendo.

19

Maggio

2026

BERLINO/PARIGI (Notizia propria) – La prevista quotazione in borsa del costruttore franco-tedesco di carri armati KNDS sta causando nuove tensioni tra Berlino e Parigi. KNDS, nata più di dieci anni fa dalla fusione dei produttori di armi Krauss-Maffei Wegmann (KMW) dalla Germania e Nexter dalla Francia, dovrebbe essere quotata in borsa entro luglio. Parigi fa pressione: vuole evitare qualsiasi coinvolgimento con la campagna elettorale presidenziale, che dovrebbe iniziare in autunno. Berlino, però, frena: il governo federale non riesce a decidere se – come lo Stato francese – vuole detenere il 40% di KNDS o preferisce solo il 30%; si parla anche del 25,1%. Poiché l’inerzia di Berlino rischia di compromettere l’intera quotazione in borsa, KNDS sta ora valutando di procedere senza la partecipazione dello Stato tedesco. In questo contesto, i gruppi dell’industria della difesa di altri paesi potrebbero acquisire partecipazioni; si dice, ad esempio, che la Francia stia valutando il coinvolgimento del gruppo italiano Leonardo, mentre anche il Czechoslovak Group (CSG), un produttore di munizioni di Praga, ha manifestato interesse a entrare nel capitale. Inoltre, le accuse di corruzione rischiano di compromettere seriamente l’operazione di quotazione in borsa.

La quotazione in borsa di KNDS

KNDS è nata nel 2015 dalla fusione tra il costruttore di carri armati tedesco Krauss-Maffei Wegmann (KMW) e la francese Nexter. KMW era nota, tra l’altro, per il carro armato da combattimento Leopard 2 e il veicolo da trasporto corazzato Boxer, mentre Nexter era nota per il carro armato da combattimento Leclerc e l’obice Caesar. La joint venture ha la sua sede formale, come il gruppo franco-tedesco Airbus, nei Paesi Bassi: Airbus a Leida, KNDS ad Amsterdam. Finora lo Stato francese da un lato e la Wegmann-Holding dall’altro detengono ciascuno il 50%; nella Wegmann-Holding si sono unite le famiglie proprietarie Bode e Braunbehrens, che controllavano rigorosamente KMW. La quotazione in borsa di KNDS è in programma già da tempo; la Wegmann-Holding è pronta a vendere interamente la propria quota. In questo contesto, il governo federale attribuisce particolare importanza al fatto che Germania e Francia mantengano un’influenza il più possibile paritaria anche dopo la quotazione in borsa. Finora KMW e Nexter continuano a produrre i loro prodotti tradizionali nei rispettivi stabilimenti nazionali, con una quota maggiore attribuibile a KMW (70%). Berlino teme di perderne il controllo. Si dice che la Francia potrebbe ottenere un accesso eccessivo, ad esempio, al Leopard 2 e alla tecnologia in esso contenuta.[1]

Il 40, il 30 o il 25,1 per cento?

In vista della quotazione in borsa, a Parigi si prevede di cedere una quota del 10% delle azioni KNDS e di mantenere una quota del 40% di proprietà dello Stato. Berlino, invece, sebbene la quotazione sia prevista per il mese prossimo e i proprietari tedeschi, lo Stato francese e KNDS insistano su questa data, non ha ancora preso una decisione in merito alla propria quota. Secondo quanto riportato, il ministro della Difesa Boris Pistorius spinge per l’acquisizione del 40% delle azioni, al fine di raggiungere la completa parità con la Francia. La ministra dell’Economia Katherina Reiche e la Cancelleria federale, invece, per ridurre i costi, propendono per una quota di solo il 30%: secondo quanto affermato, ciò sarebbe sufficiente, ai sensi del diritto olandese, per ottenere i diritti di controllo desiderati. [2] Il nuovo presidente del consiglio di amministrazione di KNDS, Thomas Enders, sostiene addirittura una quota di solo il 25,1%. Enders, ex presidente del consiglio di amministrazione di Airbus, può far valere il fatto che lo Stato tedesco e quello francese detengono una quota inferiore all’11% in Airbus; se si riuscisse a convincere Parigi a ridurre la sua quota di partecipazione in KNDS, si potrebbe mobilitare più capitale privato, si dice. Durante il suo mandato in Airbus, Enders era riuscito a far approvare un allineamento delle quote di partecipazione statali.

Mi si sta esaurendo la pazienza

L’incapacità del governo federale di trovare un accordo sulla quota di KNDS rischia ora di far fallire il calendario dell’intera quotazione in borsa. Raggiungere un accordo interno entro l’estate sarebbe «estremamente ambizioso», si legge in un documento interno citato di recente dal quotidiano Handelsblatt.[3] Una quotazione in borsa solo in autunno è tuttavia respinta sia dallo Stato francese che dalle famiglie proprietarie tedesche; mentre queste temono che il valore di borsa di KNDS – attualmente stimato in 20 miliardi di euro – possa diminuire nel corso dell’anno, come è successo di recente a Rheinmetall, riducendo il valore di vendita della loro quota, Parigi vuole concludere l’accordo prima dell’inizio della campagna elettorale presidenziale, prevista dopo la pausa estiva. Già ad aprile il presidente del consiglio di amministrazione Enders aveva esercitato pressioni; da parte di KNDS si fa notare che il governo federale era stato informato dei piani per la quotazione in borsa dell’azienda sin dall’inizio del 2025 e che quindi ha avuto tempo sufficiente per prendere una decisione. [4] Venerdì, il presidente del consiglio di amministrazione di KNDS, Jean-Paul Alary, ha aumentato la pressione e, in una dichiarazione rilasciata «alla luce delle speculazioni dei media su un possibile ritardo della quotazione in borsa», ha comunicato che si manterrà il calendario originario.[5] Il governo federale rischia quindi di rimanere a mani vuote.

Persone interessate provenienti da paesi terzi

La situazione si complica in quanto, secondo alcune notizie, anche altre aziende del settore della difesa sarebbero interessate all’acquisto di azioni KNDS. Da un lato, si dice che la Francia stia valutando la possibilità di convincere l’azienda italiana Leonardo a entrare nel capitale; ciò potrebbe portare a una predominanza franco-italiana in KNDS. [6] D’altro canto, il Financial Times riferisce che anche il Czechoslovak Group (CSG) di Praga – poco conosciuto nell’Europa occidentale – starebbe valutando l’acquisto di quote. Il CSG produce munizioni e, grazie a ingenti forniture all’Ucraina, è riuscito ad aumentare il proprio fatturato dal 2023 al 2024 del 193 per cento, portandolo a 3,63 miliardi di dollari USA. In particolare, ha beneficiato dell’iniziativa ceca sulle munizioni, per la quale il presidente Petr Pavel ha raccolto donazioni per miliardi; con quei soldi sono state pagate le munizioni che, tra l’altro, il CSG ha poi esportato a Kiev. L’azienda si è già classificata al 46° posto nella classifica SIPRI delle maggiori aziende di armamenti per il 2024, appena dietro KNDS (42° posto). L’azienda è in espansione, ha acquisito, tra l’altro, il produttore statunitense di munizioni The Kinetic Group e ora, a quanto si dice, è in trattativa con la holding Wegmann per l’acquisizione di quote.[7] Ciò porrebbe fine, ovviamente, al controllo esclusivo franco-tedesco su KNDS.

Accuse di corruzione

L’imminente quotazione in borsa è inoltre oscurata da accuse di corruzione. Si tratta della vendita, avvenuta nel 2013, di 62 carri armati da combattimento Leopard 2 e di 24 obici corazzati PzH 2000 al Qatar. Il prezzo di acquisto è stato stimato in circa 1,89 miliardi di euro. Secondo quanto riportato, all’epoca KMW – l’accordo è stato concluso ben prima della fusione con KNDS – ha ingaggiato la società qatariota Kingdom Projects come intermediario, versandole 85 milioni di euro per aggiudicarsi l’appalto. [8] All’epoca Kingdom Projects era controllata al 75% dallo sceicco Ahmed bin Nasser al Thani, vicecapo di stato maggiore dei servizi segreti militari del Qatar e membro della famiglia regnante di Doha; il restante 25% apparteneva al figlio di Al Thani. KNDS dichiara di aver avviato un’indagine sulla questione per chiarire le accuse. Secondo quanto riportato, la società di revisione PwC prende la questione così sul serio da sospendere la certificazione del bilancio annuale 2025 di KNDS.[9] Non è chiaro se, in queste circostanze, la quotazione in borsa potrà avvenire come previsto.

[1] Julia Löhr, Niklas Záboji: Il governo tiene in sospeso i produttori di carri armati. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 16 maggio 2026.

[2] Markus Fasse, Martin Greive, Julian Olk, Frank Specht: L’ingresso dello Stato federale nel capitale del costruttore di carri armati KNDS è in bilico. handelsblatt.com, 7 maggio 2026.

[3] KNDS aumenta la pressione sul governo federale. handelsblatt.com, 11 maggio 2026.

[4] Anne-Sylvaine Chassany, Laura Pitel, Leila Abboud, Aaron Kirchfeld, Sylvia Pfeifer: Il produttore di carri armati KNDS sollecita Berlino a decidere in merito all’acquisizione di una partecipazione prima dell’IPO. ft.com, 10 maggio 2026.

[5] Julia Löhr, Niklas Záboji: Il governo tiene in sospeso i produttori di carri armati. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 16 maggio 2026.

[6] Markus Fasse, Martin Greive, Julian Olk, Frank Specht: L’ingresso dello Stato federale nel costruttore di carri armati KNDS è in bilico. handelsblatt.com, 7 maggio 2026.

[7] Aaron Kirchfeld, Sylvia Pfeifer: Il gruppo ceco del settore della difesa mette alla prova Berlino e Parigi con un’offerta per una partecipazione nel produttore di carri armati KNDS. ft.com, 13 maggio 2026.

[8] Sven Becker, Friederike Röhreke, Sara Wess: Nuove prove di tangenti verso il Qatar. spiegel.de, 15 gennaio 2026.

[9] Sven Becker, Martin Hesse, Gerald Traufetter, Sara Wess: Il costruttore di carri armati KNDS vuole quotarsi in borsa. Ma c’è questo sospetto di corruzione. spiegel.de, 29 aprile 2026.

«Opporre resistenza per tempo»

Intervista a Hannes Kramer sugli scioperi scolastici contro il servizio militare obbligatorio, sull’influenza che le crisi e le prospettive future sempre più cupe esercitano sulla giovane generazione, nonché sui casi di intervento da parte dello Stato contro gli scioperi scolastici.

08

Maggio

2026

AACHEN German-foreign-policy.com ha intervistato Hannes Kramer in merito al movimento di sciopero scolastico, che per oggi, venerdì, ha indetto il terzo sciopero scolastico a livello nazionale. Kramer è uno dei portavoce degli scioperi scolastici contro il servizio militare obbligatorio, durante i quali, il 5 dicembre 2025 e il 5 marzo 2026, circa 55.000 studenti hanno protestato contro la legge di modernizzazione del servizio militare obbligatorio e la minaccia di una sua reintroduzione. Essi chiedono non solo l’abolizione del servizio militare obbligatorio e delle visite di leva, ma anche che le ingenti somme attualmente destinate agli armamenti vengano invece utilizzate per l’istruzione e il sociale. Gli scioperi scolastici sono sempre più sotto pressione da parte delle autorità statali; nel frattempo persino l’Ufficio per la protezione della Costituzione – i servizi segreti interni tedeschi – contatta gli studenti che si impegnano negli scioperi, compresi i minorenni. Kramer ricorda che la giovane generazione che protesta contro il servizio militare obbligatorio è fortemente segnata dall’esperienza di numerose crisi. Oltre alla sua attività nell’ambito degli scioperi scolastici, è membro della SDAJ e del DKP.

german-foreign-policy.com: Gli scioperi scolastici sono scoppiati proprio sul tema del servizio militare obbligatorio. Anche dopo l’approvazione della legge di modernizzazione del servizio militare obbligatorio, questo tema rimane al centro del movimento?

Hannes Kramer: Esatto, il nostro tema principale rimane il servizio militare obbligatorio. È il grande denominatore comune su cui si basano le proteste. La grande maggioranza degli studenti scende in piazza perché rifiuta il servizio militare obbligatorio, anzi, perché non vuole nemmeno essere sottoposta alla visita di leva. È vero che con la legge di modernizzazione del servizio militare obbligatorio quest’ultimo non è stato ancora reintrodotto completamente. Il governo sta valutando: fino a che punto ci si può spingere? Quando si potrà riattivare il servizio militare obbligatorio in tutta la sua portata? Quali passi bisogna compiere per farlo? A nostro avviso, la legge di modernizzazione del servizio militare obbligatorio è chiaramente un passo in questa direzione, e in questo senso si esprimono ripetutamente anche i politici quando dicono, in sostanza: se non riusciamo a ottenere abbastanza soldati sulla base della volontarietà, allora ricorreremo alla frusta. Questo contesto preoccupa molto gli studenti.

Alla motivazione individuale di non voler essere sottoposti alla visita di leva, di non voler essere costretti al servizio militare, di non voler combattere, uccidere e, nel peggiore dei casi, morire per il governo federale – a questa motivazione fondamentale si aggiungono ora anche altri fattori. La minaccia di reintrodurre il servizio militare obbligatorio si inserisce in una serie di altre misure, in attacchi allo Stato sociale, alle reti di sicurezza sociale, in una crescente militarizzazione ideologica e, non da ultimo, nel più forte riarmo dalla Seconda Guerra Mondiale. La nostra generazione – i giovani di età compresa, diciamo, tra i 16, 17 anni e i vent’anni – negli ultimi anni ha conosciuto solo periodi di crisi. Si è iniziato con la crisi climatica, che è ancora molto presente nella coscienza di molti; è proseguita con la crisi del coronavirus, la cui gestione è stata sostenuta in modo particolare proprio sulle spalle dei giovani; da anni la situazione della sicurezza globale si aggrava sempre più con le guerre in tutto il mondo e il coinvolgimento della Repubblica Federale; e naturalmente, a livello più quotidiano, c’è una chiara consapevolezza del fatto che le scuole sono in condizioni estremamente fatiscenti e che, in generale, le nostre prospettive future peggiorano sempre di più.

german-foreign-policy.com: E la politica attuale non fa proprio sperare in un miglioramento…

Hannes Kramer: Il governo federale – come del resto già quello precedente – non fa nulla nell’interesse dei giovani. Per noi è un colpo basso dopo l’altro. Uno di questi è l’attuale dibattito sul servizio militare obbligatorio. È stato proprio questo il punto in cui molti hanno detto: ora basta. Il servizio militare obbligatorio è, come detto, ancora oggi l’elemento centrale contro cui si uniscono gli studenti. Tuttavia, già dopo il primo grande sciopero abbiamo ampliato le nostre richieste. Oltre al punto centrale, ovvero che la legge di modernizzazione del servizio militare obbligatorio deve sparire e che tutti i passi verso il servizio obbligatorio devono essere respinti, abbiamo chiesto che le enormi somme di denaro che ora vengono investite negli armamenti e nella militarizzazione debbano essere destinate all’istruzione e al sociale, che ci sia disarmo invece che riarmo e che si negozi invece di sparare. Abbiamo anche l’obiettivo di ampliare il mandato politico degli studenti; lottiamo affinché non ci sia più propaganda di guerra nelle scuole, ma piuttosto consulenza in materia di obiezione di coscienza. Da tempo, quindi, avanziamo richieste che vanno ben oltre il semplice dibattito sul servizio militare obbligatorio. Perché il servizio militare obbligatorio è parte integrante della preparazione alla guerra, e noi ci opponiamo a questo.

german-foreign-policy.com: Qual è l’umore generale tra gli studenti? Una maggioranza di loro si opporrebbe alla reintroduzione del servizio militare obbligatorio nella sua forma integrale?

Hannes Kramer: La mia impressione è che la maggior parte delle persone guardi al servizio militare obbligatorio con grande riluttanza. Naturalmente nelle classi ci sono sempre singoli studenti o piccoli gruppi che dicono: «No, il servizio militare obbligatorio è la mossa giusta, dobbiamo poter difendere noi stessi e i nostri valori». In questi casi si sentono ripetere alla lettera i punti centrali della propaganda ufficiale del governo; alcuni credono proprio alle narrazioni secondo cui il servizio militare obbligatorio sarebbe “necessario”. La maggioranza, però, lo rifiuta. Ci sono sondaggi che riportano cifre diverse; si aggira comunque intorno al 70 per cento dei giovani che rifiutano il servizio militare obbligatorio. E gli scioperi dimostrano che in molte scuole, e persino in molte classi, ci sono almeno alcuni studenti, spesso anche un numero maggiore, che affermano a voce alta: «Rifiutiamo il servizio militare obbligatorio non solo per istinto, ma anche per ragioni politiche; ci organizziamo contro di esso e ne discutiamo con i nostri compagni e compagne di classe».

Penso che sia importante. Infatti, stiamo già constatando che, pur essendoci un rifiuto di fondo del servizio militare obbligatorio, spesso si sente dire: «Troviamo che tutto ciò che sta accadendo sia grave, ma tanto non possiamo comunque dire la nostra, né partecipare alle decisioni». Nel movimento di sciopero scolastico cerchiamo di far capire alle persone che invece si può fare qualcosa. Puoi organizzarti nel comitato di sciopero, puoi lottare all’interno del tuo consiglio studentesco affinché prenda una decisione politica e dichiari: la nostra scuola, il nostro consiglio studentesco sostiene gli scioperi. Gli scioperi hanno ora il compito di promuovere questa consapevolezza, allontanandosi dalla rassegnazione per arrivare a un atteggiamento risoluto: ci impegneremo per i nostri obiettivi e smetteremo solo quando il nuovo servizio militare e la coscrizione obbligatoria saranno stati cancellati.

german-foreign-policy.com: Tornando a considerare l’insieme degli studenti, qual è l’atteggiamento della maggioranza nei confronti degli scioperi scolastici? Cosa prevale: l’approvazione, l’indifferenza o addirittura il rifiuto? Gli scioperanti subiscono pressioni all’interno delle loro classi?

Hannes Kramer: Dipende molto dalla scuola in questione, anzi, addirittura dalla classe specifica. Ci sono sicuramente scuole o classi in cui chi si espone durante gli scioperi incontra resistenze. La mia impressione, però, è che questo – se mai – provenga soprattutto dagli insegnanti. Non è un’osservazione univoca; abbiamo anche molti alleati tra gli insegnanti. Alcuni dicono esplicitamente che non vogliono che i loro studenti vengano sottoposti a visite mediche; altri dicono di sostenere il fatto che scioperiamo e ci opponiamo alla militarizzazione. In generale mi sembra che, accanto a un numero crescente di studenti politicizzati, ce ne sia un numero maggiore di altri che, pur sostenendoli nella loro opposizione al servizio militare obbligatorio, non sono ancora pronti a dire che rifiutano la preparazione alla guerra del governo tedesco. Tuttavia, alcuni studenti e soprattutto insegnanti e genitori sostengono invece che la politica del governo federale sia in realtà la strada giusta da seguire.

german-foreign-policy.com: Queste posizioni sono sostenute anche dagli ufficiali incaricati delle relazioni con i giovani, che la Bundeswehr invia regolarmente nelle scuole. Se ne parla nell’ambito del movimento di sciopero?

Hannes Kramer: Sì, è sicuramente un tema importante per noi, e lo sarà anche durante il prossimo sciopero. Riteniamo che alcuni passi significativi potrebbero essere l’offerta di consulenza sulle obiezioni di coscienza nelle scuole o anche la messa in discussione della presenza di ufficiali della Bundeswehr. Durante la nostra conferenza sullo sciopero abbiamo deciso di lottare per scuole libere dalla Bundeswehr e quindi di vietare ai militari in mimetica di entrare nei nostri cortili scolastici. E se questo viene ignorato, vogliamo semplicemente metterlo in pratica noi stessi e disturbare la Bundeswehr tenendola fuori. Qui in Bassa Sassonia, dove vivo, abbiamo il terzo maggior numero di presenze di ufficiali della gioventù nelle scuole a livello nazionale. Non solo si presentano in uniforme e ricorrono a effetti scenografici, facendo indossare agli studenti elmetti dell’esercito o cose simili. Sempre più spesso si comportano anche come attori apparentemente neutrali, offrono lezioni di educazione civica e suggeriscono che l’esercito sia praticamente un datore di lavoro giovane e dinamico, che in realtà si impegna solo per la pace e la democrazia, ma – beh, ogni cassetta degli attrezzi ha bisogno di un martello, e in caso di necessità qualcuno deve pur tirare fuori il carro dal fango. È così che si presentano sempre più spesso: apparentemente orientati alla diplomazia, ma in qualche modo messi in una stupida situazione di necessità, costretti in determinate circostanze a far valere gli interessi dello Stato tedesco in tutto il mondo con la forza delle armi. In ogni scuola in cui riusciremo a impedirlo in futuro, sarà un successo gigantesco.

Forse ancora due punti. Il primo: di norma, gli ufficiali giovani non vogliono sapere nulla della tradizione delle forze armate tedesche, che risale ben oltre il 1945. E il secondo: la Germania è uno dei pochissimi paesi al mondo a reclutare minori di 18 anni. Guardiamo a questo fenomeno con grande preoccupazione, e ciò contribuisce alla nostra critica nei confronti dell’invio di ufficiali giovani nelle scuole.

german-foreign-policy.com: Si sente spesso parlare di provvedimenti disciplinari nei confronti di studenti che partecipano agli scioperi o che fanno sentire la propria voce in altri modi. Mi viene in mente una battuta sul Cancelliere federale e su un classico alimento della colazione tedesca…

Hannes Kramer: È vero, le misure punitive sono all’ordine del giorno. Abbiamo visto casi in cui gli studenti sono stati chiusi dentro; semplicemente, è stato chiuso il cancello della scuola. Ci capita che vengano inviate lettere ai genitori, che gli studenti vengano convocati in sala professori, dove poi viene loro detto: sappiamo che sei molto attivo nel movimento di sciopero; noi non lo appoggiamo. Poi ci sono stati casi in cui gli studenti sono stati perseguiti dalla polizia perché durante le manifestazioni portavano cartelli con scritte del tipo “Merz, muori tu stesso sul fronte orientale”. Si nota chiaramente che attualmente si sta stringendo la morsa; si percepisce l’atteggiamento: che dicano pure la loro opinione, magari anche due volte, ma poi basta, altrimenti è un disturbo. Questo sviluppo si avverte in modo piuttosto evidente.

Un esempio è il fatto che, nel frattempo, gli studenti impegnati nel movimento di sciopero sono stati contattati dai servizi di sicurezza. Se vogliamo, questo è un buon segno per noi, per il movimento di sciopero, perché ci rendiamo conto che stiamo ottenendo ciò che vogliamo, e questo suscita resistenza tra coloro che sostengono il servizio militare obbligatorio. Tuttavia, proprio le attività dei servizi di sicurezza contro gli studenti che si attivano politicamente dimostrano come stanno realmente le cose, nel momento del bisogno, riguardo alla partecipazione democratica che tutti invocano.

Ciò a cui assistiamo sempre più spesso è anche il tentativo di etichettare il movimento come di estrema sinistra. Naturalmente anche le organizzazioni giovanili politiche partecipano agli scioperi, ma in un ruolo di sostegno al movimento di sciopero o perché sono essi stessi studenti. Dall’esterno, alcuni circoli interessati si lamentano di tanto in tanto del fatto che, ad esempio, io – sono una delle portavoce degli scioperi – sia membro della SDAJ. Non ho mai cercato di nasconderlo; basta semplicemente cercarlo su Google. Ora però questo dovrebbe servire da pretesto per delegittimare il movimento di sciopero. Ma non funziona: agli studenti non interessa affatto se qualcuno è organizzato nella SDAJ, nella Linksjugend [‘solid] o altrove. E naturalmente, come comunista, lotto contro la guerra e il servizio militare obbligatorio e per questo mi impegno nel movimento di sciopero scolastico.

Va anche detto che, oltre alla repressione, ci sono anche tentativi di distrarre l’attenzione. Ad esempio, gli insegnanti potrebbero dire: «Avete già protestato due volte con gli scioperi; ora inviteremo alcuni deputati del Bundestag, che vi spiegheranno quanto sia fantastica l’UE, e poi potrete porre domande critiche – questo è sicuramente molto più costruttivo per il dibattito rispetto alla vostra protesta». Ho l’impressione che questo fenomeno stia aumentando.

german-foreign-policy.com: Torniamo un attimo all’Ufficio per la protezione della Costituzione: si rivolge anche ai minori di 18 anni?

Hannes Kramer: È proprio così. A Kiel c’è stato un tentativo di approccio nei confronti di un diciottenne e, pochi giorni dopo, una persona con la stessa descrizione ha teso un agguato a una diciassettenne durante il tirocinio scolastico, la quale però si era circondata di colleghi e quindi non è stata avvicinata. Anche i dirigenti scolastici spesso parlano con i quindicenni o i sedicenni e li avvertono di non partecipare più agli scioperi. Molti studenti reagiscono con grande sicurezza. Ma può anche capitare che alcune persone si sentano davvero intimidite. Si nota che si sta cercando di intimidire in modo mirato un movimento che lotta per i propri diritti, contro il servizio militare obbligatorio e contro la militarizzazione. Gli studenti se ne rendono conto molto bene, ma molti ne traggono la conclusione: allora mi impegnerò ancora di più.

german-foreign-policy.com: Il giorno – oggi, venerdì – in cui si svolge il terzo sciopero scolastico è l’8 maggio. Una coincidenza?

Hannes Kramer: No. Il motivo per cui abbiamo scelto proprio l’8 maggio come data è che volevamo creare un collegamento concettuale con l’ultimo – finora – grande tentativo della Germania di aspirare al dominio mondiale. Esistono ancora linee di continuità in tal senso. Tali linee possono essere tracciate, ad esempio, dai circoli industriali che negli anni ’30 non solo hanno massicciamente favorito il fascismo tedesco, ma anche la militarizzazione dell’epoca, traendone profitto diretto come l’IG Farben o la Siemens, fino alle dichiarazioni odierne in cui si afferma che la Germania è la quarta economia mondiale ed è giunto il momento di dare un’impronta militare alla lotta per il proprio “posto al sole”, così come ai profitti di Rheinmetall, che stanno andando alle stelle. Naturalmente oggi non viviamo nel fascismo, ma sono ancora circoli molto simili ad avere interesse nella militarizzazione. A questo punto diciamo: è davvero questa la strada che vogliamo percorrere? O non è forse proprio nostro dovere dire che dobbiamo imparare dalla storia? Guardando alla storia, dovremmo in realtà lottare contro ogni forma di militarizzazione e anche contro un governo che è evidentemente disposto a far valere gli interessi economici anche con mezzi militari. È necessario agire ora contro tutto questo, affinché non ci ritroviamo ancora una volta in una situazione in cui dobbiamo constatare: in realtà avremmo fatto meglio a opporre resistenza prima.

La militarizzazione del mondo

I nuovi dati del SIPRI mostrano che la Germania e l’Europa stanno trainando la corsa agli armamenti a livello mondiale, con aumenti a doppia cifra dei loro bilanci militari. La spesa militare globale ha raggiunto nuovi livelli record nel 2025, mentre la povertà e la fame dilagano.

28

aprile

2026

BERLINO/BRUXELLES (notizia propria) – Con un aumento a due cifre del proprio bilancio militare, la Germania sta alimentando la corsa agli armamenti in Europa; e l’Europa, anch’essa con una crescita a due cifre del bilancio della difesa, sta alimentando la corsa agli armamenti a livello globale. Questa tendenza preoccupante è quantificata nell’ultima analisi sull’andamento della spesa militare mondiale condotta dal SIPRI, l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma. Secondo il SIPRI, la spesa per la Bundeswehr è aumentata del 24% raggiungendo i 114 miliardi di dollari USA nel 2025, mentre la spesa europea per i vari eserciti del continente è cresciuta del 14%. Ciò pone la Germania e gli Stati europei in prima linea nella corsa agli armamenti globale. La spesa militare globale è aumentata del 2,9% raggiungendo i 2.887 miliardi di dollari lo scorso anno. Ciò significa che, per la prima volta, il 2,5% della produzione economica complessiva di tutte le nazioni è stato sperperato in armi, mentre quasi un decimo della popolazione mondiale continua a vivere in condizioni di estrema povertà. Inoltre, le guerre derivanti da questa corsa agli armamenti stanno aggravando la fame e la miseria. In Germania e nell’Unione Europea in generale, si stima inoltre che circa un quinto della popolazione sia a rischio di povertà. I tagli alla spesa sociale incombono mentre la corsa agli armamenti si intensifica.

Record nella spesa globale per le armi

La spesa militare globale, che aveva già raggiunto il livello record di 2.718 miliardi di dollari nel 2024, è aumentata nuovamente lo scorso anno, toccando un nuovo record di 2.887 miliardi di dollari. Questi dati provengono dall’ultima analisi dell’istituto di ricerca SIPRI con sede a Stoccolma, pubblicata ieri, lunedì. Essa documenta l’undicesimo aumento su base annua dal 2015 – l’anno immediatamente successivo all’escalation del conflitto in Ucraina. Il fatto che l’aumento del 2015 non abbia eguagliato il 9,7% del 2024 (scendendo a solo il 2,9%) è un caso anomalo causato dagli sviluppi negli Stati Uniti. La spesa militare di Washington è diminuita del 7,5% principalmente perché l’amministrazione Trump ha posto fine al sostegno militare all’Ucraina. Se si esclude il caso degli Stati Uniti, la spesa militare globale è aumentata del 9,2% nel 2025, quasi quanto la cifra del 2024. Nel complesso, i fondi messi a disposizione in tutto il mondo per le forze armate sono aumentati del 41% tra il 2016 e il 2025. La quota militare del prodotto economico globale è salita al 2,5%, segnando un altro triste record.[1]

Lotta di potere in Asia

Il SIPRI segnala un aumento significativo della spesa per la difesa nella regione dell’Asia e del Pacifico, che nel 2025 è cresciuta dell’8,1% raggiungendo i 681 miliardi di dollari. Secondo i dati del SIPRI, la Cina ha aumentato la propria spesa del 7,4% arrivando a 336 miliardi di dollari, pari all’1,7% del proprio prodotto interno lordo (PIL). [2] Ma la spesa è cresciuta in modo ancora più marcato tra gli alleati regionali dell’Occidente nella loro lotta di potere contro la Repubblica Popolare. L’India, ad esempio, ha speso 92,1 miliardi di dollari per le sue forze armate nel 2025, con un aumento dell’8,9% rispetto al 2024. Il Giappone ha aumentato la propria spesa militare del 9,7% a 62,2 miliardi di dollari. Il SIPRI sottolinea che Tokyo ha acquistato armi a lungo raggio come i missili da crociera, oltre a nuovi sistemi di ricognizione progettati per generare dati sui bersagli per tali armi. Da parte sua, Taiwan ha aumentato il proprio bilancio della difesa di circa il 14% a 18,2 miliardi di dollari. Un dato sorprendente è che, allo stesso tempo, la quota statunitense della spesa militare globale è enorme ma è diminuita. Si attestava al 39% nel 2020, ma si è ridotta a poco più del 33% nel 2025. La situazione potrebbe cambiare. Il presidente Trump sta attualmente cercando di aumentare il prossimo bilancio della difesa statunitense fino a un livello record di 1,5 trilioni di dollari.

La forza motrice

La forza trainante evidente della militarizzazione globale è l’Europa: il continente, osserva il SIPRI, ha registrato un aumento del 14% della spesa militare nel 2025. I due Stati in conflitto, Russia e Ucraina, hanno contribuito a questo aumento in misura diversa. Mentre la Russia ha aumentato la propria spesa del 5,9%, raggiungendo una cifra stimata di 190 miliardi di dollari, quella dell’Ucraina è cresciuta del 20%, arrivando a 84,1 miliardi. Per l’Europa nel suo complesso, i bilanci militari aggregati hanno raggiunto gli 864 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra significativamente superiore ai bilanci della difesa della regione Asia-Pacifico (681 miliardi). La spesa combinata per la difesa dei soli Stati membri europei della NATO si è attestata a quasi 559 miliardi, con un aumento del 23,1% rispetto al 2024. Ed è destinata a crescere ancora più rapidamente. La NATO ha ufficialmente impegnato i propri membri a spendere il 5% del loro PIL per la difesa entro il 2035. Tale cifra si suddivide in un 3,5% destinato direttamente alle forze armate e un 1,5% a scopi correlati, tra cui l’espansione delle infrastrutture militari. I trentadue Stati membri della NATO da soli hanno speso ben 1.581 miliardi di dollari per le loro forze armate nel 2025, rappresentando il 55% del totale globale.

Numero uno in Europa

Il principale motore dell’aumento degli armamenti in Europa lo scorso anno è stata la Germania, e si prevede che la situazione rimanga invariata nei prossimi anni. Le statistiche del SIPRI mostrano che nel 2025 la Germania ha aumentato la propria spesa militare di ben il 24 per cento, raggiungendo i 114 miliardi di dollari. Si tratta del terzo anno consecutivo di crescita percentuale a doppia cifra. È probabile che seguiranno ulteriori aumenti. Il governo tedesco punta a destinare il 3,5% del PIL tedesco alla Bundeswehr entro il 2029. Lo scorso anno, la cifra si attestava al 2,3% – la prima volta dal 1990 che superava la soglia del 2%. Raggiungere l’obiettivo promesso del 5% è reso leggermente più facile in termini percentuali dal fatto che il PIL tedesco di fatto non sta più crescendo o sta addirittura diminuendo. Ma nonostante le difficoltà economiche, Berlino prevede di raggiungere un bilancio militare annuo di oltre 150 miliardi di euro nel 2029. Si tratterebbe di quasi il doppio di quanto la Francia punta attualmente a raggiungere entro il 2030 (76,3 miliardi di euro). Il bilancio della difesa dell’Italia, il paese con la terza economia più grande dell’UE, si è attestato a circa 35,5 miliardi di euro nel 2025. Non è chiaro se e come Roma possa aumentarlo. La Germania sta quindi rapidamente superando tutti i suoi rivali nell’UE.

Povertà e fame

Mentre la Germania e l’Europa svolgono un ruolo di primo piano nel promuovere la militarizzazione globale, le Nazioni Unite hanno messo in luce la situazione di estrema povertà. Circa 808 milioni di persone in tutto il mondo vivono ancora in condizioni di estrema povertà, pari al 9,9% della popolazione mondiale.[3] Con l’aumento del costo della vita, la soglia utilizzata come parametro di riferimento non è più di 2,15 dollari, ma di 3,00 dollari al giorno. Secondo il Global Hunger Index, la fame nel mondo è «appena diminuita» dal 2016. E questo fallimento coincide con l’attuale ondata di militarizzazione. Inoltre, «i conflitti armati rimangono la principale causa della fame».[4] Anche nell’UE, secondo i dati Eurostat, nel 2024 93,3 milioni di persone erano a rischio di povertà o esclusione sociale. Si trattava di ben il 21 per cento della popolazione. Per la Germania, Eurostat calcola un tasso di povertà pari al 21,1 per cento della popolazione. [5] La percentuale di bambini e giovani di età inferiore ai diciotto anni a rischio di povertà o di esclusione sociale raggiungeva il 21,4 per cento nell’UE e il 23,5 per cento in Germania. [6] Per facilitare il rapido potenziamento degli armamenti, in tutta Europa sono attualmente in fase di preparazione o sono già stati attuati drastici tagli ai bilanci sociali e alle pensioni. Solo pochi giorni fa, il Cancelliere federale Friedrich Merz ha annunciato piani per ridurre le pensioni a un semplice «livello di protezione di base».[7] A seguito delle proteste, ha affermato che ciò in qualche modo non implicava un taglio delle pensioni. Non vi è ora alcun dubbio, tuttavia, che l’aumento della povertà causato dalla spesa militare sia inevitabile.

Altre informazioni su questo argomento: Il «ruolo guida europeo» della Bundeswehr e Ritorno alla Prussia.

[1] I dati riportati qui e di seguito sono tratti da: Trends in World Military Expenditure, 2025. Scheda informativa del SIPRI. Solna, aprile 2026.

[2] È difficile effettuare un confronto perché, nel caso della Cina, il SIPRI include nel bilancio delle forze armate anche le spese destinate a scopi militari che figurano sotto altre voci di bilancio. Ciò non avviene invece nel caso degli Stati occidentali.

[3] Porre fine alla povertà in tutte le sue forme ovunque. unstats.un.org.

[4] 20 anni di progressi: è tempo di rinnovare l’impegno per l’obiettivo “Fame zero”. globalhungerindex.org.

[5], [6] Hermine Donceel: Mappa dell’UE: quanto è grave la povertà nell’Unione europea? euranetplus-inside.eu, 17 ottobre 2025.

[7] La pensione statale come «copertura di base»: cosa significa per i giovani. tagesschau.de, 26 aprile 2026.

La battaglia per la Commerzbank..e altro _ di German Foreign Policy

La battaglia per la Commerzbank

La banca italiana UniCredit sta portando avanti i propri piani di acquisizione della Commerzbank, che riveste un’importanza fondamentale per le piccole e medie imprese tedesche. Il conflitto riguarda anche il controllo delle strutture finanziarie strategiche in Europa.

13

Maggio

2026

BERLINO/ROMA (Notizia propria) – La battaglia per l’acquisizione della Commerzbank si sta trasformando in un conflitto politico sul futuro del sistema finanziario europeo. Mentre la grande banca italiana UniCredit continua ad aumentare la propria quota nella Commerzbank e potrebbe ormai assicurarsi l’accesso a circa il 35% delle azioni, a Berlino cresce la resistenza contro una completa acquisizione del tradizionale gruppo tedesco. Il governo federale e la dirigenza della banca mettono in guardia contro la perdita del controllo strategico su uno dei più importanti istituti finanziari delle piccole e medie imprese tedesche. In Italia, invece, la prevista acquisizione viene difesa con forza come un passo verso la creazione di giganti finanziari europei, destinati a competere a livello globale con le banche statunitensi e cinesi. Dietro al conflitto non c’è quindi solo una lotta di potere per il controllo di Commerzbank, ma anche la questione di quanto si debba spingere in futuro l’integrazione dei mercati finanziari europei – e se i governi nazionali manterranno ancora il controllo sulle strutture finanziarie centrali.

L’ingresso di UniCredit

Durante la crisi finanziaria globale del 2008, la Commerzbank è stata salvata dal fallimento dal governo federale tedesco grazie a miliardi di euro di denaro dei contribuenti. Da allora, lo Stato tedesco ne deteneva una partecipazione del 25%. Nel 2024 l’allora ministro delle Finanze Christian Lindner (FDP) annunciò la vendita del 4,49% delle azioni della Commerzbank. All’epoca si affermava che la partecipazione statale non fosse “necessaria a lungo termine”, dato che la banca aveva registrato un andamento positivo. Molto rapidamente è entrata in gioco la banca italiana UniCredit. Secondo i dati attuali, la grande banca controlla ora il 29,99% delle azioni di Commerzbank. Lo Stato tedesco, con una quota ancora del 12%, è il secondo maggiore azionista e controlla le sorti dell’istituto finanziario con due rappresentanti nel consiglio di sorveglianza. [1]

La grande banca italiana passa all’attacco

UniCredit intende ora superare la soglia del 30% mediante un’offerta pubblica di acquisto volontaria in azioni proprie. Ai sensi della legge sul commercio dei titoli, non appena una società detiene più del 30% di una società tedesca quotata in borsa, è tenuta a presentare tale offerta pubblica di acquisto volontaria. Successivamente, potrà acquisire ulteriori titoli della società senza ulteriori vincoli. [2] Il CEO di UniCredit, Andrea Orcel, promuove da un anno e mezzo una fusione tra le due banche. La sua argomentazione: dalla fusione nascerebbe una banca leader in Germania e in Europa.[3]

«Prima l’unione bancaria, poi la fusione bancaria»

L’amministratrice delegata della Commerzbank, Bettina Orlopp, si oppone all’acquisizione, invoca il mantenimento dell’autonomia dell’istituto di credito e sottolinea la sua importanza per le piccole e medie imprese tedesche, il cui finanziamento è in gran parte sostenuto dalla Commerzbank.[4] Anche il governo federale respinge l’iniziativa di UniCredit; «un’acquisizione ostile» sarebbe «inaccettabile», si legge in una dichiarazione del Ministero federale delle finanze. Già nel settembre dello scorso anno, il capo di UniCredit Orcel aveva dichiarato che la posizione del governo federale era un «fattore critico, ma non l’unico». Il cancelliere federale Friedrich Merz (CDU) e il ministro delle Finanze Lars Klingbeil (SPD) hanno nel frattempo ribadito esplicitamente che Berlino rifiuta categoricamente un’acquisizione.[5] Ad aprile, Merz ha dichiarato in occasione del ricevimento annuale dell’Associazione federale delle banche tedesche: «Abbiamo bisogno di grandi banche in Europa, ma consentitemi di dire molto chiaramente, alla luce degli attuali avvenimenti: ciò non significa che ogni forma e ogni tipo di acquisizione sia benvenuta in Germania.»[6] Il vicepresidente del consiglio di amministrazione della Commerzbank, Michael Kotzbauer, chiede inoltre che una fusione transfrontaliera di grandi banche sia preceduta dall’Unione bancaria dell’UE: «Per una vera fusione bancaria europea transfrontaliera, chiediamo da tempo un’unione dei mercati dei capitali europei e un’unione bancaria», ha dichiarato Kotzbauer; un’acquisizione bancaria, tuttavia, non risolverebbe «alcun blocco politico nell’unione bancaria». Il principio deve essere: «Prima l’unione bancaria, poi la fusione bancaria.»[7]

L’Unione bancaria come questione di potere

In Italia, invece, l’acquisizione da parte del mondo politico e finanziario è ampiamente sostenuta e non viene subordinata alla previa realizzazione dell’Unione bancaria dell’UE. Il ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti afferma infatti di vedere «argomenti economici significativi» a favore del progetto. «L’accordo è nell’interesse dell’intera UE, perché rafforzerebbe il sistema finanziario europeo a vantaggio dei singoli paesi», afferma Stefano Caselli, direttore della SDA Bocconi School of Management di Milano. Caselli ritiene che la fusione sia più importante degli interessi nazionali, poiché altrimenti gli Stati membri perderebbero importanza nella concorrenza internazionale: «Altrimenti c’è il grande rischio che Stati Uniti e Cina ci schiaccino». Marcello Messori, economista presso lo Schuman Centre dell’European University Institute di Fiesole (Firenze), insiste sulla necessità di portare avanti l’integrazione dei mercati finanziari nell’UE: «A differenza degli Stati Uniti, il finanziamento dell’economia reale in Europa dipende ancora in larga misura dal sistema bancario». [8] Anche il capo di UniCredit, Orcel, sottolinea il ruolo centrale di istituti di credito forti: «Senza grandi banche non [possiamo] finanziare la trasformazione». Orcel aggiunge, con riferimento alla concorrenza internazionale: «Senza forza finanziaria non possiamo competere con gli Stati Uniti o la Cina. L’Europa sta attualmente erroneamente supponendo che possiamo realizzare questa trasformazione da soli con il sostegno statale».[9]

Attacco alle piccole e medie imprese tedesche

Per Berlino, il controllo nazionale sulla Commerzbank riveste grande importanza anche perché l’istituto di credito, come afferma il suo vice Kotzbauer, punta su una forte presenza internazionale per «costruire un ponte dai nostri mercati nazionali […] verso il mondo e viceversa – soprattutto per le piccole e medie imprese, così importanti». Con sedi in oltre 40 paesi, la Commerzbank gestisce una rete internazionale di filiali e rappresentanze che è effettivamente estremamente utile per le PMI tedesche.[10] Il capo di UniCredit, Orcel, ha invece già annunciato, in caso di acquisizione, un programma di ristrutturazione per la Commerzbank, attraverso il quale si prevede di ridurre i costi di 1,3 miliardi di euro entro il 2028. In Germania è diffuso il timore che, a seguito di drastici tagli alla rete estera, possa alla fine risentirne il business delle PMI tedesche – come ha recentemente affermato un importante azionista della banca.[11] In effetti, UniCredit punta a far sì che la Commerzbank concentri maggiormente la propria attenzione su Germania e Polonia, riducendo al contempo le proprie attività internazionali. La rete internazionale sarebbe «sovradimensionata, frammentata, rischiosa, operativamente complessa e inefficiente».[12] La direttrice della Commerzbank, Orlopp, ha respinto questa critica: «Non capiamo perché UniCredit non comprenda il nostro modello di business. Ci sono stati dieci incontri».[13]

Lotta di potere per il consiglio di sorveglianza

Come reso noto pochi giorni fa, UniCredit si è già assicurata l’accesso a una quota di azioni Commerzbank superiore a quanto finora ipotizzato. La banca italiana ha in essere un accordo di swap con la banca giapponese Nomura, valido fino a luglio 2027. Ciò consente a UniCredit di acquisire l’accesso a un ulteriore 5,56% delle azioni Commerzbank. Secondo i dati forniti da Commerzbank, UniCredit detiene attualmente già una partecipazione del 26,77% e dispone di derivati long per un ulteriore 5,87%. Grazie all’accordo con Nomura, UniCredit arriverebbe così a circa il 35% delle azioni di Commerzbank. Ciò le consentirebbe di disporre di una maggioranza in occasione della prossima assemblea generale del 20 maggio, con la quale potrebbe candidare i propri membri del consiglio di sorveglianza. Finora la banca italiana ha affermato di non avere questa intenzione. Con l’accordo di swap non mirerebbe nemmeno al controllo di Commerzbank. La dichiarazione, tuttavia, non è sufficiente a dissipare i dubbi da parte tedesca. I politici dell’SPD stanno già valutando un aumento della quota statale residua in Commerzbank dal 12% per contrastare UniCredit. Per ora prevale il rifiuto nei confronti della misura; come spiega il vicecapogruppo SPD al Bundestag, Armand Zorn: «Questo passo sarebbe molto insolito per un’azienda stabile e redditizia. Dovrebbe essere valutato, ma considerato piuttosto come “ultima ratio”, se tutte le altre opzioni fallissero.»[14] Non si può certo escludere che ciò accada.

[1] Resa dei conti nella battaglia per il controllo della Commerzbank. handelsblatt.com, 4 maggio 2026.

[2] Andreas Kröner, Jan Hildebrand: Bettina Orlopp, amministratrice delegata della banca, critica la nuova offerta di Unicredit. handelsblatt.com, 16 marzo 2026.

[3] Andreas Kröner: «Unicredit intravede rischi significativi in caso di acquisizione». handelsblatt.com, 4 maggio 2026.

[4] Virginia Kirst, Andreas Kröner: Gli economisti italiani sostengono l’iniziativa di Unicredit. handelsblatt.com, 23 aprile 2026.

[5] Jakob Blume, Andreas Kröner: Orcel si riserva tutte le opzioni per l’acquisizione della Commerzbank. handelsblatt.com, 4 settembre 2025.

[6] Unicredit rincara la dose: dure critiche al modello di Commerzbank. handelsblatt.com, 21 aprile 2026.

[7] Hanno Mußler, Inken Schönauer: «Il piano di Unicredit smantella la Commerzbank». faz.net, 4 maggio 2026.

[8] Virginia Kirst, Andreas Kröner: Gli economisti italiani sostengono l’iniziativa di Unicredit. handelsblatt.com, 23 aprile 2026.

[9] Inken Schönauer: «Il processo è ormai inarrestabile». faz.net, 29 aprile 2026.

[10] Hanno Mußler, Inken Schönauer: «Il piano di Unicredit smantella la Commerzbank». faz.net, 4 maggio 2026.

[11] Andreas Kröner: L’amministratrice delegata Orlopp prevede ulteriori tagli di posti di lavoro. handelsblatt.com, 24 aprile 2026.

[12] Unicredit rincara la dose: dure critiche al modello di Commerzbank. handelsblatt.com, 21 aprile 2026.

[13] Hanno Mußler, Inken Schönauer, Christian Schubert, Manfred Schäfers: La partita decisiva per la Commerzbank. faz.net, 5 maggio 2026.

[14] Unicredit avanza nella battaglia per l’acquisizione. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 7 maggio 2026.

La lotta per la Bosnia-Erzegovina

L’Alto Rappresentante tedesco per la Bosnia-Erzegovina, Christian Schmidt, ha annunciato le sue dimissioni. Alla base della decisione vi sono le lotte di potere con l’amministrazione Trump, i cui collaboratori intravedono opportunità di affari nel settore del gas e delle materie prime nel Paese.

12

Maggio

2026

BERLINO/SARAJEVO/WASHINGTON (Notizia propria) – L’Alto Rappresentante tedesco per la Bosnia-Erzegovina, Christian Schmidt (CSU), lascerà il suo incarico. Lo ha comunicato Schmidt domenica in via informale al quotidiano «Frankfurter Allgemeine Zeitung». Oggi, martedì, intende annunciare ufficialmente la sua decisione alle Nazioni Unite. Schmidt ha incontrato resistenza a Sarajevo sin dall’inizio – da un lato perché ha mostrato una certa vicinanza ai nazionalisti croati, dall’altro perché è stato il primo Alto Rappresentante ad assumere la carica senza il consenso della Russia, tradizionalmente sempre richiesto. Inoltre, ha esercitato la sua carica ricorrendo assiduamente a diritti di intervento che non hanno alcuna legittimazione democratica; le sue misure sono state ampiamente percepite come interventi coloniali di un governatore straniero. Ora, però, l’amministrazione Trump lo ha estromesso. Trump e il suo entourage perseguono interessi commerciali in Bosnia-Erzegovina nel settore del gas e delle materie prime e lo fanno in stretta collaborazione con il nemico giurato di Schmidt, Milorad Dodik, l’uomo forte della Republika Srpska. Dodik è stato recentemente ricevuto a Washington; sta intensificando la cooperazione con Trump e con il suo clan.

Controverso fin dall’inizio

Christian Schmidt, ex sottosegretario di Stato presso il Ministero della Difesa e successivamente ministro dell’Agricoltura, è stato fin dall’inizio oggetto di forti polemiche nella carica di Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, che ha assunto il 1° agosto 2021. Ciò era dovuto, da un lato, al fatto che aveva manifestato una certa vicinanza ai nazionalisti croati, il che non giovava particolarmente alla sua reputazione né presso i musulmani bosniaci né presso i serbi bosniaci. Dall’altro lato, era giunto alla carica senza l’approvazione della Russia. In precedenza era consuetudine assicurarsi sempre che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU appoggiasse la figura dell’Alto Rappresentante; ciò avrebbe dovuto garantirgli legittimità internazionale. Tuttavia, poiché all’epoca le tensioni tra l’Occidente e la Russia erano in netto aumento, gli Stati occidentali preferirono imporre il proprio candidato contro Mosca, anziché dare la precedenza alla ricerca di un rappresentante comune. Questo fu un ulteriore motivo per cui Schmidt si trovò fin dall’inizio in contrasto con i serbi bosniaci e la loro Republika Srpska: essi sono relativamente vicini alla Russia.

I poteri di Bonn

Appena insediato, Schmidt iniziò ad attuare misure poco popolari, avvalendosi in tale contesto anche ampiamente dei cosiddetti «poteri di Bonn» – ampie competenze che erano state conferite all’Alto Rappresentante in occasione di una conferenza internazionale tenutasi a Bonn nel dicembre 1997 e che gli consentono di emanare decreti a sua discrezione e di destituire persone dai loro incarichi, qualora ciò, a suo avviso, serva al rispetto dell’Accordo di Dayton del 1995. Su questo si basa oggi lo Stato della Bosnia-Erzegovina. Schmidt, ad esempio, ha imposto per decreto una riforma della legge elettorale che favoriva unilateralmente il partito nazionalista croato HDZ. Schmidt ha annunciato la misura il 2 ottobre 2022, il giorno in cui si sono tenute le elezioni in Bosnia-Erzegovina; lo ha fatto poco meno di un’ora dopo la chiusura dei seggi elettorali, con la conseguenza che il risultato delle elezioni è stato calcolato secondo criteri che differivano in modo piuttosto netto da quelli su cui gli elettori avevano basato il proprio voto (come riportato da german-foreign-policy.com [1]).

Schmidt contro Dodik

A ciò si è aggiunto il fatto che Schmidt è entrato in aperto conflitto con la Republika Srpska e il suo presidente Milorad Dodik (dal 2010 al 2018 e dal 2022 al 2025). Dodik è vicino al presidente russo Vladimir Putin; con la sua politica puntava inoltre ad ottenere almeno una maggiore autonomia per la sua regione, se non addirittura una secessione dalla Bosnia-Erzegovina. La controversia è scoppiata, tra l’altro, perché tre dei nove giudici della Corte costituzionale dello Stato sono nominati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo; Dodik si è opposto al controllo straniero e si è impegnato affinché la Corte costituzionale fosse composta esclusivamente da giudici della Bosnia-Erzegovina. [2] La controversia, che si è svolta principalmente tra Dodik e Schmidt, si è intensificata notevolmente e ha portato, tra l’altro, al tentativo di Schmidt di far arrestare Dodik, cosa che è stata impedita dai gendarmi della Republika Srpska con la minaccia della forza. Il conflitto è stato risolto solo nell’autunno del 2025, su iniziativa dell’amministrazione Trump.

Interessi commerciali della cerchia di Trump

L’amministrazione Trump sembra perseguire i propri interessi economici in Bosnia-Erzegovina. Finora il Paese è stato rifornito di gas naturale dalla Russia tramite il gasdotto TurkStream. Washington sta cercando di sostituire il gas russo con gas naturale liquefatto statunitense, che verrà consegnato tramite un terminale situato sull’isola croata di Krk. Da lì dovrebbe ora essere costruito un gasdotto che trasporti il gas fino in Bosnia-Erzegovina. Si prevede di far costruire il gasdotto dalle società statunitensi Bechtel e AAFS Infrastructure and Energy; quest’ultima è guidata da un ex avvocato di Trump, Jesse Binnall, e da Joseph Flynn, fratello dell’ex consigliere per la sicurezza di Trump, Michael Flynn. [3] Gli osservatori dubitano che il progetto abbia senso, dato che la Bosnia-Erzegovina consuma pochissimo gas naturale e, inoltre, intende passare alle energie rinnovabili. Dodik sembra tuttavia disposto a sostenere il progetto almeno nella Republika Srpska, dove dovrebbe arrivare il gasdotto e dove l’ambasciata statunitense ha inoltre espresso da tempo interesse per i giacimenti di materie prime.

Clan contro Clan

Lo scorso autunno l’amministrazione Trump ha concluso un accordo con Dodik, in base al quale questi avrebbe risolto la sua controversia con Schmidt. In cambio, gli Stati Uniti hanno rimosso lui e gli imprenditori a lui vicini dalle liste delle sanzioni statunitensi. A febbraio Dodik è stato ricevuto a Washington da alcuni deputati repubblicani e dal ministro della Difesa statunitense Pete Hegseth. All’inizio di aprile, il figlio del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump Jr., si è recato nella capitale della Republika Srpska, Banja Luka, dove ha cercato di avviare rapporti d’affari e ha incontrato in particolare il figlio di Dodik, Igor Dodik.[4] I legami tra i clan di Trump e Dodik e le cricche che li circondano si stanno rafforzando. Secondo quanto riportato, Milorad Dodik avrebbe auspicato che il suo acerrimo nemico Schmidt venisse licenziato.

Washington contro Berlino

Già dallo scorso anno Schmidt sta subendo a Sarajevo un sistematico emarginazione da parte dell’amministrazione Trump. Le voci sulle sue dimissioni circolano ormai da mesi. Domenica Schmidt ha annunciato che lascerà il suo incarico. Secondo alcune fonti, l’amministrazione Trump avrebbe già individuato un successore, che dal punto di vista statunitense sarebbe considerato «più gestibile». [5] Tuttavia, se si seguirà la prassi abituale, questi dovrebbe essere eletto dal Consiglio per l’attuazione della pace che si occupa della Bosnia-Erzegovina. Di questo fanno parte 55 Stati e organizzazioni internazionali, tra cui numerosi membri dell’UE e l’Unione stessa; se il candidato statunitense non otterrà i loro voti, sarà difficile per l’amministrazione Trump insediarlo a Sarajevo. Tuttavia, potrebbe in qualsiasi momento imporre nuovi dazi o esercitare pressioni in altro modo: finora l’UE si è mostrata accomodante in molti casi. Il diplomatico austriaco Wolfgang Petritsch, egli stesso di stanza a Sarajevo dal 1999 al 2002 in qualità di Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, propone come via d’uscita di abolire la carica di Alto Rappresentante dopo oltre 30 anni, tanto più che i suoi diritti di intervento antidemocratici e coloniali incontrano sempre più critiche. [6] Tuttavia, è difficile aspettarsi un consenso in tal senso da Berlino o da Bruxelles.

[1], [2] Si veda a questo proposito Il «Oktroy» in stile coloniale.

[3] Adelheid Wölfl: Ridurre la dipendenza: gli Stati Uniti vogliono sostituire il gas russo in Europa con il proprio. derstandard.at, 20 marzo 2026.

[4] Azem Kurtic: Trump Jr. in visita ai serbi bosniaci, riflettendo i tentativi di avvicinamento della Republika Srpska agli Stati Uniti. balkaninsight.com 07.04.2026.

[5], [6] Michael Martens: Christian Schmidt dovrà probabilmente lasciare la Bosnia. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 11 maggio 2026.

Repubblica Federale di Sparta

Gli esperti tedeschi di strategia militare presentano un documento programmatico per un potenziamento militare indipendente dagli Stati Uniti («Sparta 2.0»). Costo: 500 miliardi di euro. Si prevede di raggiungere una «ampia autonomia» entro cinque-dieci anni.

11

Maggio

2026

BERLINO (Resoconto proprio) – Gli strateghi tedeschi in materia di armamenti presentano, con il titolo “Sparta 2.0”, un documento programmatico per un riarmo della Germania e dell’Europa indipendente dagli Stati Uniti. Come affermano gli autori del documento, attualmente “nessuna missione di combattimento europea” è concepibile senza “software o sistemi” provenienti dagli Stati Uniti e senza la relativa autorizzazione da parte di Washington. Tuttavia, secondo il documento, gli Stati europei potrebbero liberarsi da questa dipendenza nel giro di pochi anni; oltre alla volontà politica, sarebbero necessari fondi per un valore di 500 miliardi di euro nel primo decennio. Gli autori ritengono che ciò sia finanziabile. Essi individuano in particolare dieci “lacune di capacità”, tra cui alcune, come la produzione di massa di droni e la creazione di costellazioni satellitari, su cui le aziende tedesche stanno già lavorando. La strada verso l’«autonomia di difesa» dell’Europa passa attraverso «l’impiego delle risorse finanziarie e industriali della Germania», affermano gli autori. Essi incarnano l’intreccio sempre più stretto tra la politica tedesca e i suoi think tank con le aziende del settore della difesa. Esistono legami particolarmente intensi con la fiorente industria dei droni.

Sparta 2.0

Il nuovo documento «Sparta 2.0», che si rivolge dichiaratamente ai «decisori politici tedeschi ed europei», rileva innanzitutto gravi carenze nello stato dell’arte del riarmo in Germania e in Europa. Sebbene gli Stati europei abbiano ormai investito nelle loro forze armate fondi pari al 60% del bilancio militare statunitense, essi rimangono «militarmente dipendenti dagli Stati Uniti a tutti i livelli», si legge nel documento. Questa dipendenza non riguarda «solo i singoli sistemi d’arma, ma in definitiva l’intera catena operativa – dalla ricognizione satellitare alla direzione del fuoco fino al campo di battaglia». [1] Gli autori giudicano con lucidità: «Attualmente nessuna missione di combattimento europea è concepibile senza l’autorizzazione, il software o i sistemi» degli Stati Uniti. Senza un vero e proprio «cambiamento di rotta», nei prossimi anni «il divario tra l’investimento finanziario dell’Europa e le capacità militari continuerà ad aumentare». Un «cambiamento di rotta», tuttavia, sarebbe del tutto possibile. L’Europa, «con il secondo bilancio della difesa più alto al mondo e una base industriale e tecnologica competitiva», avrebbe tutti i presupposti necessari per farlo. Il raggiungimento dell’autonomia nell’industria degli armamenti dovrebbe essere inteso come il «Progetto Manhattan» dell’Europa.[2]

Lacune nelle competenze

«Sparta 2.0» elenca dieci «lacune nelle capacità strategiche» in cui «le dipendenze dell’Europa sono critiche»; colmarle attraverso lo sviluppo di capacità tedesche o europee costituisce una «necessità strategica». In diversi casi, sono soprattutto le aziende tedesche del settore della difesa ad essere già impegnate in iniziative in tal senso. Ciò vale, ad esempio, per i «sistemi autonomi scalabili» – la produzione in serie di droni di ogni tipo [3] – e per la «difesa aerea» [4]. Le aziende tedesche stanno già lavorando anche alla «creazione di una costellazione satellitare europea» [5] e alla produzione di «lanciarazzi di piccole e medie dimensioni» per il trasporto di satelliti nello spazio [6]. Lo sviluppo e la produzione di «armi di precisione a lungo raggio» sono stati avviati nell’ambito di una cooperazione multinazionale [7]. Altre cose mancano ancora, come la creazione di «un sistema di comando e controllo resiliente» e la creazione di «un’infrastruttura europea sovrana per i dati e l’intelligenza artificiale». Gli autori del documento sottolineano che, oltre alle dieci «lacune di capacità», esistono ulteriori «colli di bottiglia», come la «carenza di munizioni» o i problemi nella logistica sanitaria. Questi dovrebbero essere risolti nell’ambito delle forze armate o dell’industria della difesa europea.

Il cuore della potenza militare europea

“Sparta 2.0” fornisce indicazioni concrete sui tempi e sui costi. Ad esempio, ritiene realistico raggiungere “progressi sostanziali verso una capacità d’azione autonoma a livello europeo” entro tre-cinque anni. Una “ampia autonomia” potrebbe essere raggiunta “nella maggior parte dei settori” entro cinque-dieci anni. Gli autori stimano i costi tra i 150 e i 200 miliardi di euro fino al 2030; nell’intero decennio necessario per raggiungere un’ampia autonomia sarebbero necessari circa 500 miliardi di euro. Si tratterebbe di circa 50 miliardi di euro all’anno. Per gli Stati dell’UE più il Regno Unito e la Norvegia si tratterebbe quindi di ben lo 0,25% del loro prodotto interno lordo: una cifra finanziabile. Si dovrebbe procedere nell’ambito di una “Coalition of the Willing” – in pratica “con gli Stati dell’Europa centro-orientale e della Scandinavia, nonché con i partner classici dell’Europa occidentale e del Regno Unito”. Il documento tiene esplicitamente conto del fatto che la Repubblica Federale sta aumentando il proprio bilancio militare in misura molto maggiore rispetto agli altri Stati europei – a 150, secondo i dati di «Sparta 2.0» addirittura a 160 miliardi di euro. Pertanto, «la via verso l’autonomia europea in materia di difesa» passa «inevitabilmente attraverso l’impiego delle risorse finanziarie e industriali della Germania». La Repubblica Federale diventa così il nucleo di una futura potenza militare europea.

Legato all’industria degli armamenti

Quattro dei cinque autori del progetto «Sparta 2.0» avevano già pubblicato nel marzo 2025 un documento in cui chiedevano, in modo analogo, un potenziamento militare autonomo a livello tedesco ed europeo, con l’obiettivo di diventare indipendenti dagli Stati Uniti. Da loro si evince la crescente interconnessione tra enti statali e principali think tank con l’industria degli armamenti. Thomas Enders, ad esempio, maggiore della riserva, è stato a lungo a capo del gruppo aeronautico e della difesa Airbus, prima di diventare, nel 2019, presidente della Società tedesca per la politica estera (DGAP). René Obermann, a sua volta, ex capo di Telekom, è attualmente presidente del consiglio di amministrazione di Airbus e dovrebbe diventare l’anno prossimo presidente del consiglio di sorveglianza del gruppo di software SAP, che da febbraio gestisce un Defense Innovation Hub a Monaco. Jeanette zu Fürstenberg, investitrice in startup, è responsabile per l’Europa della società di venture capital della Silicon Valley General Catalyst. Moritz Schularick ricopre la carica di presidente dell’Istituto di Kiel per l’economia mondiale (IfW). Tra gli autori si è aggiunto Nico Lange, Senior Fellow della Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Lange, Obermann e Schularick, insieme al tenente generale in pensione Jürgen-Joachim von Sandrart, formano un gruppo di consulenti appositamente istituito presso il Ministero federale dell’economia per il rilancio dell’industria della sicurezza e della difesa.

La startup n. 1 in Germania

Due dei cinque autori sono inoltre direttamente legati all’industria tedesca dei droni, attualmente in fase di sviluppo: Fürstenberg è stato tra i primi investitori della società di droni Helsing, fondata nel 2021, nel cui consiglio di sorveglianza Enders siede dal 2022. Uno dei tre fondatori di Helsing, Gundbert Scherf, nel 2014 era stato distaccato presso il Ministero federale della difesa come dipendente della società di consulenza McKinsey, dove fino al 2016 ha ricoperto il ruolo di responsabile della gestione strategica degli armamenti sotto la ministra Ursula von der Leyen. Le reti di McKinsey, molto attive all’epoca, sono state successivamente oggetto di un’indagine da parte di una commissione d’inchiesta del Bundestag. [8] Helsing ha recentemente ottenuto – insieme a Stark Defence – l’appalto per la produzione di droni per la Bundeswehr del valore iniziale di 270 milioni di euro; l’appalto potrà essere successivamente aumentato a 1,5 miliardi di euro. [9] Helsing si occupa, tra l’altro, anche dello sviluppo del primo jet da combattimento senza pilota di produzione tedesca. A breve la startup intende effettuare un nuovo round di finanziamento con nuovi investimenti pari a 1,2 miliardi di euro, più di tutte le altre startup della Repubblica Federale. Helsing diventerebbe così la startup tedesca più preziosa in assoluto, con un valore di 18 miliardi di euro.[10]

Ben collegato

Anche Stark Defence, concorrente di Helsing, vanta una solida rete di contatti a Berlino. Il vicepresidente senior della startup è il maggiore in congedo Johannes Arlt, che dopo aver ricoperto vari incarichi nelle forze armate tedesche e nel Ministero federale della difesa, dal 2021 al 2025 ha fatto parte del Bundestag per conto dell’SPD; il suo principale ambito di attività all’epoca era la politica di difesa. Da poco lavora presso Stark Defence anche Marie Theres Niedermaier, che in precedenza si occupava di politica economica e finanziaria in qualità di assistente personale presso la Cancelleria federale.[11] Anche Stark Defence ha ricevuto dalla Bundeswehr un ordine per la produzione di droni del valore iniziale di 270 milioni di euro. Inoltre, l’azienda costruisce droni acquatici e commercializza un sistema di comando e di impiego delle armi per droni di ogni tipo.

[1] Citazioni riportate qui e nel seguito tratte da: «Il percorso verso l’autonomia europea in materia di difesa: una guida per superare le dipendenze critiche». Maggio 2026. kielinstitut.de.

[2] Nel quadro del «Progetto Manhattan», a partire dal 1942 gli Stati Uniti concentrarono tutte le loro attività scientifiche e industriali nella costruzione di armi nucleari.

[3] Si veda a questo proposito La Germania, principale motore degli investimenti in armamenti.

[4] Si veda a questo proposito I conflitti franco-tedeschi.

[5] Si veda a questo proposito Lo Starlink tedesco.

[6] Nuovo annullamento del lancio del razzo di Isar Aerospace. handelsblatt.com, 9 aprile 2026.

[7] Si veda a questo proposito Le armi a medio raggio dell’Europa.

[8] Si veda a questo proposito I progetti dei clienti di McKinsey.

[9] Si veda a questo proposito La Germania, principale motore della spesa per gli armamenti.

[10] Nadine Schimroszik: Helsing potrebbe presto raggiungere un valore di 18 miliardi di dollari. handelsblatt.com, 9 maggio 2026.

[11] Thomas Fromm, Georg Ismar: Prima la Cancelleria, poi i droni kamikaze. sueddeutsche.de, 22 aprile 2026.

La «Realpolitik» della «svolta epocale»

Ancora nessuna soluzione per l’accordo commerciale UE-USA. Il Parlamento europeo chiede garanzie contro eventuali violazioni da parte degli Stati Uniti, mentre Berlino spinge per un accordo rapido, dato che Trump minaccia dazi ancora più elevati.

07

maggio

2026

BRUXELLES/WASHINGTON (notizia propria) – I colloqui sull’accordo commerciale UE-USA si sono conclusi a Bruxelles nella tarda serata di mercoledì senza giungere a una soluzione definitiva. Il Parlamento europeo nutre riserve e deve ancora approvare l’accordo. Diversi parlamentari intendono inserire delle clausole di salvaguardia, avendo constatato che non ci si può fidare di Washington. La parte statunitense ha già violato l’accordo verbale raggiunto la scorsa estate aumentando unilateralmente i dazi su alcune esportazioni. Inoltre, l’intero accordo sugli accordi commerciali è stato messo in discussione dalle minacce di Trump di annettere la Groenlandia. Il presidente americano sta ora minacciando di aumentare i dazi statunitensi dal 15 al 25 per cento sulle importazioni di automobili dall’UE se il suo accordo commerciale non verrà immediatamente messo in atto. Le testimonianze di addetti ai lavori chiariscono che l’accordo iniziale è stato di fatto dettato dagli Stati Uniti la scorsa estate sul campo da golf scozzese di Trump. Non ci sono state negoziazioni serie e approfondite. I termini dell’accordo hanno suscitato forti proteste da parte della Francia e di altri paesi europei. Le richieste di concludere l’accordo esistente il più rapidamente possibile provengono soprattutto dall’industria automobilistica tedesca, che sta attraversando una crisi drammatica. Ecco perché il cancelliere tedesco Friedrich Merz è ansioso di portarlo a termine. Con dazi generalizzati del 15% sulle esportazioni dell’UE verso gli Stati Uniti, da un lato, e un accesso completamente esente da dazi per le esportazioni statunitensi verso l’Europa, dall’altro, si tratta di un accordo difficile per l’UE che sancirà in modo permanente relazioni economiche ineguali.

Accordo tariffario senza negoziati

Un rapporto di Sabine Weyand, all’epoca direttrice generale per il Commercio presso la Commissione europea, descrive in dettaglio le modalità con cui è stato raggiunto l’accordo commerciale. L’accordo è stato «concluso» il 27 luglio 2025 dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Anche Weyand, nota per essere una negoziatrice di grande esperienza e tenacia, era coinvolta nei lavori in quel momento. Alla fine di agosto del 2025 ha sottolineato che quanto accaduto non poteva in alcun modo essere descritto come un vero e proprio negoziato: «Non c’è stato alcuno scambio di richieste o offerte.»[1] Piuttosto, «la parte europea» era stata sottoposta a «enormi pressioni» per «trovare una soluzione rapida». A causa della guerra in Ucraina, l’UE si sentiva all’epoca «completamente dipendente dagli Stati Uniti». Se von der Leyen non avesse accettato pienamente le richieste dell’amministrazione Trump, per non parlare del ricorso a «contromisure», ci sarebbe stato «il rischio» che gli Stati Uniti «mettessero a loro volta in discussione il partenariato di sicurezza». A suo avviso, la Commissione aveva quindi fatto un «calcolo strategico» per «assicurarsi un pacchetto politico complessivo». Questa, secondo quanto riportato da Weyand poche settimane dopo l’accettazione dell’accordo presso il campo da golf di proprietà privata di Trump a Turnberry, in Scozia, era di fatto la «Realpolitik della Zeitenwende», ovvero il pragmatismo derivante da una nuova era della geopolitica e della politica di difesa:[2] i compromessi sgradevoli che ora dovevano essere fatti.

«Sembrano degli idioti»

L’accordo commerciale tra l’UE e gli Stati Uniti non solo è stato concluso senza alcun serio negoziato, dato che la delegazione dell’UE guidata da von der Leyen ha ceduto completamente alle richieste di Trump, ma, come ha osservato l’economista austriaco Gabriel Felbermayr, membro del Consiglio tedesco degli esperti economici, «viola gli impegni assunti nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC)». Esso costituisce «una flagrante violazione delle norme dell’OMC». Dopotutto, come spiega Felbermayr, gli Stati Uniti si erano «impegnati, ai sensi del diritto internazionale, a mantenere le tariffe generali sulle importazioni di automobili entro il 2,5 per cento» nel quadro dell’OMC. In effetti, l’accordo di Turnberry «incoraggia un bilateralismo sfrenato, che l’Organizzazione mondiale del commercio dovrebbe invece impedire». [3] Accettando le richieste di Trump, l’UE è diventata «complice di un attacco all’OMC». E ha ottenuto pochi vantaggi per la parte europea. In primo luogo, gli Stati Uniti hanno «gradualmente esteso i dazi sull’acciaio e sull’alluminio» per applicarli a molti «altri prodotti» dopo la conclusione dell’accordo. Abbiamo rischiato di «finire per fare la figura degli sciocchi» se «noi, ad esempio, riduciamo a zero i dazi industriali sulle importazioni americane come concordato, mentre gli Stati Uniti non adempiono alla loro parte».[4] In secondo luogo, nonostante l’accordo svantaggioso, le divisioni all’interno della NATO si sono sempre più ampliate. Felbermayr conclude che vi sono almeno «dubbi» sul fatto che l’accordo abbia «effettivamente fornito una qualsiasi delle garanzie di sicurezza» di cui «riteniamo di aver bisogno».

Nell’interesse delle case automobilistiche tedesche

L’approvazione dell’accordo tariffario UE-USA della scorsa estate da parte del presidente della Commissione europea, inizialmente incontrastata e, per di più, in violazione delle norme dell’OMC, non è stata priva di polemiche all’interno dell’Europa. La Francia, ad esempio, ha espresso feroci obiezioni. Il primo ministro François Bayrou ha dichiarato con rabbia che l’accordo equivaleva alla «sottomissione» dell’UE agli Stati Uniti. Il ministro del Commercio estero Laurent Saint-Martin ha chiesto che «l’ultima parola» sull’accordo «non fosse ancora stata detta». Se fosse stato semplicemente approvato senza discussioni, l’UE non avrebbe più potuto essere considerata una «potenza economica».[5] Ma le proteste non sono riuscite a impedire la spinta verso l’accettazione. In parte questo fallimento è stato garantito dal sostegno del governo tedesco a von der Leyen, anche se l’accordo è considerato dannoso per molte aziende tedesche. L’industria chimica, ad esempio, farà fatica a competere con i prodotti statunitensi che entrano nell’UE in esenzione doganale.[6] Il fattore principale alla base dell’accettazione di Berlino risiede nell’industria più importante della Germania: il settore automobilistico è nel mezzo di una crisi eccezionalmente profonda e sta cercando disperatamente di minimizzare le sue crescenti perdite il più rapidamente possibile. Tale industria ha fortemente sostenuto una rapida adesione perché il suo principale mercato di vendita sono gli Stati Uniti. L’industria spera in una rapida riduzione delle tariffe di Washington dal 25 al 15 per cento e nell’evitare le tariffe di ritorsione dell’UE imposte agli Stati Uniti. Dopotutto, anche le auto prodotte dalle aziende tedesche nei loro stabilimenti statunitensi possono essere importate nell’UE in esenzione doganale.[7]

Il Parlamento europeo chiede garanzie

Al Parlamento europeo l’accordo sui dazi ha incontrato una forte opposizione. La votazione sull’accordo è già stata sospesa due volte con breve preavviso: la prima volta a gennaio, in seguito alla schietta minaccia di Trump di annettere la Groenlandia; la seconda volta a febbraio, in seguito alla sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti secondo cui la stragrande maggioranza dei dazi imposti da Trump era di fatto illegale. Il 26 marzo i legislatori hanno finalmente approvato l’accordo, ma a determinate condizioni. Ad esempio, il Parlamento chiede che i dazi sulle importazioni dagli Stati Uniti possano essere rimossi solo una volta che gli Stati Uniti abbiano adempiuto a tutte le disposizioni dell’accordo. E gli Stati Uniti non lo hanno fatto. Washington ha progressivamente esteso l’applicazione dei dazi a merci contenenti anche piccole quantità di acciaio e alluminio, sebbene ciò non fosse previsto dall’accordo. Il Parlamento europeo chiede inoltre che l’accordo commerciale venga sospeso se l’amministrazione statunitense tentasse di esercitare pressioni economiche per estorcere concessioni politiche o se determinati prodotti statunitensi invadessero i mercati dell’UE. I legislatori europei vogliono inoltre che il sistema di ampio accesso esente da dazi per le importazioni dagli Stati Uniti venga rivisto entro il 31 marzo 2028. Se dovesse rivelarsi eccessivamente dannoso per le economie degli Stati membri dell’UE, dovrebbe, chiedono, essere immediatamente abolito.[8]

«Basta che lo faccia e basta»

L’ultimo colpo di scena è che Trump minaccia ora di aumentare i dazi sulle esportazioni automobilistiche dell’UE verso gli Stati Uniti dal 15 al 25 per cento. L’industria automobilistica tedesca e il cancelliere Merz stanno ancora una volta sollecitando che l’accordo esistente venga messo in atto il più rapidamente possibile. Vogliono che l’UE abbandoni qualsiasi condizione e faccia ciò che Trump chiede. La presidente dell’Associazione tedesca dell’industria automobilistica (VDA), Hildegard Müller, chiede, ad esempio, che l’accordo di Turnberry del 2025 venga rispettato incondizionatamente: «l’UE deve ora finalmente far attuare la sua parte dell’accordo…». [9] Da parte sua, anche Merz critica quello che considera un temporeggiamento «da parte europea». Si lamenta del fatto che «vengono formulate continuamente nuove condizioni». Desideroso di evitare ulteriori provocazioni, osserva che «gli americani sono pronti, gli europei no». La Germania, orientata all’esportazione, vorrebbe ora che si raggiungesse un accordo «il più rapidamente possibile».[10]

Rinviato ancora una volta

I negoziati tra il Parlamento europeo, i governi degli Stati membri e la Commissione europea, in un formato noto come «trilogo», si sono conclusi nella tarda serata di mercoledì senza giungere a una risoluzione definitiva. Secondo quanto riportato al termine dell’incontro, le parti avrebbero ridotto le divergenze su alcuni punti. Tuttavia, nonostante le pressioni, non da ultimo da parte del governo tedesco, il Parlamento europeo continua a insistere su condizioni volte a salvaguardare le rispettive economie. I colloqui tra gli attori dell’UE riprenderanno il 19 maggio.[11]

[1], [2] Florian Eder: «Non si è trattato di negoziati». sz-dossier.de, 26 agosto 2026.

[3] «L’UE si rende complice». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 5 maggio 2026.

[4] Vedi: La forza fa legge.

[5] Dazi doganali: François Bayrou denuncia una «sottomissione» dopo l’accordo commerciale tra Donald Trump e Ursula von der Leyen. lemonde.fr, 28 luglio 2025.

[6] Vedi: Una potenza economica in declino.

[7] Vedi: Nell’interesse dell’industria automobilistica tedesca.

[8] Il Parlamento europeo subordina l’attuazione dell’accordo doganale con gli Stati Uniti a determinate condizioni. zeit.de, 26 marzo 2026.

[9] Lazar Backovic, Felix Stippler, Laurin Meyer: Ecco quanto peserebbero i nuovi dazi di Trump sull’industria automobilistica tedesca. handelsblatt.com, 4 maggio 2026.

[10] «Trump vuole colpire tutta l’Europa». wiwo.de, 4 maggio 2026.

[11] Ancora nessun accordo nei negoziati dell’UE sull’accordo commerciale con gli Stati Uniti. handelsblatt.com, 7 maggio 2026.

La Realpolitik di un’epoca di transizione

Il conflitto sull’accordo doganale tra l’UE e gli Stati Uniti continua. Gli Stati membri dell’UE continuano a opporsi alle clausole di salvaguardia richieste dal Parlamento europeo in seguito alla rottura dell’accordo da parte degli Stati Uniti. Trump minaccia di imporre nuovi dazi.

07

Maggio

2026

BRUXELLES/WASHINGTON (Notizia propria) – I colloqui a Bruxelles sull’accordo doganale tra l’UE e gli Stati Uniti si sono conclusi nella notte tra mercoledì e giovedì senza un risultato definitivo. L’approvazione definitiva dell’accordo da parte del Parlamento europeo è ancora in sospeso; numerosi deputati intendono dotarlo di clausole di salvaguardia, dopo che gli Stati Uniti lo hanno violato aumentando unilateralmente alcuni dazi doganali e hanno inoltre messo in discussione la cooperazione nel suo complesso con minacce di annessione nei confronti della Groenlandia. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump minaccia ora un nuovo aumento dei dazi sulle importazioni di autoveicoli negli Stati Uniti dal 15 al 25 per cento, qualora l’accordo doganale non entrasse immediatamente in vigore. Secondo quanto riferito da fonti interne, l’accordo era stato di fatto concluso nell’estate dello scorso anno come un diktat statunitense senza negoziati seri – nonostante le forti proteste provenienti non da ultimo dalla Francia. A insistere su questo punto erano stati in particolare l’industria automobilistica tedesca, in grave crisi, e di conseguenza anche il cancelliere federale Friedrich Merz. L’accordo doganale sancisce relazioni economiche permanentemente squilibrate, con dazi forfettari del 15% sulle esportazioni dell’UE verso gli Stati Uniti e l’esenzione dai dazi per le esportazioni statunitensi verso l’UE.

Accordo doganale senza negoziati

È disponibile una relazione di Sabine Weyand, all’epoca direttrice generale del Commercio della Commissione europea, sulle modalità con cui è stato concluso l’accordo doganale concordato il 27 luglio 2025 dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Weyand, che ha la reputazione di essere un’esperta di grande esperienza e una negoziatrice tenace, era coinvolta nei fatti all’epoca. Alla fine di agosto 2025 ha sottolineato che non si poteva parlare di veri e propri negoziati: «Non c’è stato alcuno scambio di richieste o offerte».[1] «La parte europea» avrebbe piuttosto subito «una pressione massiccia» per «trovare una soluzione rapida». A causa della guerra in Ucraina, l’UE era allora «completamente dipendente dagli Stati Uniti»; se non avesse acconsentito pienamente alle richieste dell’amministrazione Trump o avesse addirittura ricorso a «contromisure», sarebbe presumibilmente sussistito «il pericolo» che gli USA «mettessero in discussione il partenariato in materia di politica di sicurezza». A suo avviso, la Commissione avrebbe quindi operato una «valutazione strategica» per «garantire un pacchetto politico complessivo». Questa sarebbe proprio la «Realpolitik di un’epoca di cambiamento», come è stato citato Weyand alcune settimane dopo la conclusione dell’accordo in un campo da golf di proprietà privata di Trump a Turnberry, in Scozia.[2]

«Fare la figura degli idioti»

L’accordo doganale tra l’UE e gli Stati Uniti non solo è stato concluso senza alcuna seria trattativa, accettando integralmente le richieste di Trump; ma, come afferma l’economista Gabriel Felbermayr, membro del Consiglio degli esperti economici, «viola gli impegni assunti nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC)», rappresentando quindi «una palese violazione del diritto dell’OMC». Infatti, come spiega Felbermayr, nell’ambito dell’OMC gli Stati Uniti si sarebbero «impegnati in modo vincolante secondo il diritto internazionale a dazi generali sulle importazioni di automobili pari al 2,5%». Inoltre, l’accordo doganale «favorisce un bilateralismo sfrenato che l’Organizzazione mondiale del commercio dovrebbe invece impedire». [3] Accettando l’accordo, l’UE sarebbe diventata «complice di un attacco all’OMC». Ma ciò non è servito a molto. Da un lato, dopo la conclusione dell’accordo, gli Stati Uniti avrebbero gradualmente «esteso i dazi sull’acciaio e sull’alluminio» ad «altri prodotti»; si rischierebbe quindi «di fare la figura degli idioti» se «noi, ad esempio, abbassassimo a zero i dazi industriali come concordato, mentre gli Stati Uniti non adempissero alla loro parte». [4] D’altro canto, nonostante l’accordo, le divisioni all’interno della NATO si sono sempre più accentuate; vi sono quindi almeno «dubbi» sul fatto che con l’accordo si sia effettivamente ottenuta «la garanzia in materia di politica di sicurezza» «di cui si ritiene di aver bisogno».

Nell’interesse dell’industria automobilistica tedesca

Eppure, l’approvazione senza riserve – e per di più in violazione delle norme dell’OMC – da parte della presidente della Commissione europea dell’accordo doganale con gli Stati Uniti, raggiunta nell’estate dello scorso anno, non è stata priva di polemiche all’interno dell’UE. Dalla Francia, ad esempio, sono giunte veementi proteste. Il primo ministro François Bayrou ha commentato con irritazione che l’accordo equivaleva a una «sottomissione» dell’UE agli Stati Uniti. Il ministro del Commercio estero Laurent Saint-Martin ha chiesto che «l’ultima parola» sull’accordo «non fosse ancora stata detta»; altrimenti l’UE non potrebbe più essere considerata una «potenza economica».[5] Le proteste non hanno avuto successo, anche perché il governo federale ha sostenuto von der Leyen. L’accordo è considerato svantaggioso anche per le imprese tedesche, ad esempio quelle del settore chimico, che in futuro dovranno competere con prodotti statunitensi importati nell’UE in esenzione doganale.[6] A sostenerlo con decisione è stato tuttavia il settore più importante della Germania, l’industria automobilistica, che si trova in una crisi eccezionalmente profonda e sta facendo di tutto per ridurre al minimo le proprie perdite il più rapidamente possibile. Il suo mercato di sbocco più importante sono gli Stati Uniti. Dal settore è emerso che una rapida riduzione dei dazi statunitensi dal 25 al 15 per cento sarebbe auspicabile. Inoltre, sarebbe nel suo interesse non imporre dazi di ritorsione; in tal caso, infatti, i gruppi automobilistici tedeschi potrebbero importare nell’UE, esenti da dazi, le auto prodotte nei loro stabilimenti statunitensi.[7]

Le condizioni del Parlamento europeo

Al Parlamento europeo, tuttavia, l’accordo sui dazi ha incontrato una forte opposizione. Il voto è stato sospeso due volte con breve preavviso: la prima volta a gennaio, in seguito alla minaccia esplicita di Trump di annettere la Groenlandia; poi a febbraio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti secondo cui una netta maggioranza dei dazi imposti da Trump era illegale. Il 26 marzo il Parlamento ha infine approvato l’accordo, ma solo a determinate condizioni. Il Parlamento chiede infatti che l’abolizione dei dazi sulle importazioni dagli Stati Uniti possa essere attuata solo quando gli Stati Uniti avranno soddisfatto tutte le disposizioni dell’accordo. Questo non è il caso; Washington ha infatti progressivamente aumentato i dazi su merci contenenti anche piccole percentuali di acciaio e alluminio, sebbene ciò non sia previsto dall’accordo. Inoltre, il Parlamento europeo chiede che l’accordo venga sospeso qualora il governo statunitense tenti di estorcere concessioni politiche esercitando pressioni economiche o qualora determinati prodotti statunitensi invadano i mercati dell’UE. Inoltre, l’ampia esenzione dai dazi doganali per le importazioni dagli Stati Uniti dovrà essere riesaminata al 31 marzo 2028 e, qualora si rivelasse eccessivamente dannosa per le industrie degli Stati membri dell’UE, dovrà essere immediatamente abolita.[8]

«Passare finalmente all’azione»

A seguito dell’ultima minaccia di Trump di aumentare dal 15 al 25 per cento i dazi sulle importazioni di autoveicoli negli Stati Uniti, sono soprattutto l’industria automobilistica tedesca e il cancelliere federale Merz a sollecitare nuovamente l’attuazione dell’accordo doganale, come richiesto da Trump, il più rapidamente possibile e senza condizioni. Ad esempio, la presidente dell’Associazione dell’industria automobilistica (VDA), Hildegard Müller, chiede che l’accordo doganale del luglio 2025 venga rispettato incondizionatamente. Ciò significa «anche che l’UE deve finalmente attuare la sua parte degli accordi». [9] Merz, dal canto suo, critica il fatto che «da parte europea» si continuino a «formulare sempre nuove condizioni» in merito all’accordo doganale: «Gli americani hanno finito e gli europei no»; questo è il motivo per cui egli «auspica» che si giunga «il più rapidamente possibile a un accordo».[10]

Rinviato nuovamente

I negoziati tra il Parlamento europeo, i governi degli Stati membri e la Commissione europea – un formato noto come «trilogo» – si sono conclusi nella notte tra mercoledì e giovedì senza un risultato definitivo. Secondo quanto riferito al termine dell’incontro, su alcuni punti si sarebbe registrato un leggero avvicinamento. Il Parlamento europeo, tuttavia, nonostante le pressioni provenienti non da ultimo dal governo federale tedesco, insiste sulle clausole di salvaguardia. I colloqui dovrebbero riprendere il 19 maggio.[11]

[1], [2] Florian Eder: «Non si è trattato di negoziati». sz-dossier.de, 26 agosto 2026.

[3] «L’UE si rende complice». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 5 maggio 2026.

[4] Si veda a questo proposito Il diritto del più forte.

[5] Dazi doganali: François Bayrou denuncia una «sottomissione» dopo l’accordo commerciale tra Donald Trump e Ursula von der Leyen. lemonde.fr, 28 luglio 2025.

[6] Si veda a questo proposito Il declino del potere economico.

[7] Si veda a questo proposito Nell’interesse dell’industria automobilistica tedesca.

[8] Il Parlamento europeo subordina l’attuazione dell’accordo doganale con gli Stati Uniti a determinate condizioni. zeit.de, 26 marzo 2026.

[9] Lazar Backovic, Felix Stippler, Laurin Meyer: Ecco quanto peserebbero i nuovi dazi di Trump sull’industria automobilistica tedesca. handelsblatt.com, 4 maggio 2026.

[10] «Trump vuole colpire tutta l’Europa». wiwo.de, 4 maggio 2026.

[11] Ancora nessun accordo nei negoziati dell’UE sull’accordo commerciale con gli Stati Uniti. handelsblatt.com, 7 maggio 2026.

Ritorno in Prussia

Sempre più aziende ingegneristiche tedesche scelgono di dedicarsi alle commesse dell’industria della difesa, nella speranza di sfuggire al crollo del settore. La Fiera di Hannover ospita per la prima volta un’area dedicata alle armi. In Germania sono ora in programma fiere specializzate nel settore militare.

24

aprile

2026

HANOVER (notizia propria) – L’industria meccanica tedesca è precipitata in una profonda crisi. Sempre più aziende cercano di salvarsi dalle perdite o addirittura dal fallimento rivolgendosi alla produzione per la difesa. Questa tendenza è evidente all’edizione di quest’anno della Fiera di Hannover, che si conclude oggi, venerdì. Per la prima volta la fiera ha ospitato un’area dedicata alle aziende coinvolte nella produzione militare in qualità di fornitori di componenti per armi di ogni tipo. I problemi del settore metalmeccanico tedesco sono diventati sempre più acuti. I livelli di produzione stanno crollando e la forza lavoro si sta riducendo costantemente. Il passaggio alla produzione per la difesa offre una via d’uscita. Ad esempio, un produttore di macchinari per la produzione di candele spiega che le sue macchine possono essere facilmente adattate alla fabbricazione di bossoli. Uno dei vantaggi del passaggio alla produzione per la difesa è che le aziende eviteranno la concorrenza cinese, spesso agguerrita. Le aziende cinesi non sono in lizza per gli appalti della difesa. Secondo fonti del settore, la quota del settore ingegneristico rappresentata dalla difesa potrebbe facilmente raddoppiare. La militarizzazione dell’economia sta influenzando anche la vita lavorativa quotidiana delle persone nel settore ingegneristico e non solo. Un numero crescente di famiglie sta diventando materialmente dipendente dal potenziamento militare del paese.

L’ingegneria in crisi

Come l’industria automobilistica, fiore all’occhiello della Germania, e quella chimica, terza industria del Paese, anche il settore dell’ingegneria meccanica e impiantistica, secondo per importanza nella Repubblica Federale, sta affrontando una grave crisi. Le statistiche più recenti indicano che il settore dell’ingegneria registra un fatturato annuo di 280 miliardi di euro e impiega 933.000 persone. Si tratta di circa 22.000 lavoratori in meno rispetto al 2024 e 70.000 in meno rispetto al 2019. La produzione del settore è diminuita dell’8% nel 2024 e di un ulteriore 5% nel 2025.[1] Nei primi due mesi del 2026, l’ingegneria ha registrato un ulteriore calo del 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. [2] L’utilizzo della capacità produttiva nelle fabbriche del settore ingegneristico è attualmente riportato al 77% appena. Stiamo assistendo a un crollo degli ordini: tra dicembre 2025 e febbraio 2026, gli ordini sono crollati dell’8% in termini reali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.[3] Un fattore chiave alla base del calo più recente sono i dazi statunitensi, che hanno pesato fortemente sulle esportazioni verso gli Stati Uniti – in precedenza un mercato estremamente redditizio. Un fattore chiave a più lungo termine è la rapida ascesa della concorrenza cinese. La Cina è ora in grado di fornire macchinari di qualità comparabile a prezzi significativamente più bassi e di evadere gli ordini a un ritmo più veloce.[4] Le esportazioni tedesche verso la Repubblica Popolare Cinese stanno diminuendo, mentre le importazioni di macchinari dalla Cina sono in aumento. Entrambe le tendenze stanno danneggiando le vendite delle aziende tedesche del settore. La prospettiva di miglioramenti reali è, dal punto di vista tedesco, lontana dall’orizzonte, nonostante i vari appelli del settore per un cambio di rotta.

Dalle candele ai bossoli

È in questo contesto che numerose aziende del settore metalmeccanico ripongono le proprie speranze nelle commesse dell’industria della difesa. La Federazione tedesca dell’industria metalmeccanica (VDMA) riferisce che la quota del settore della difesa nell’industria metalmeccanica è attualmente stimata a un modesto 2-5% del fatturato, ma che tale quota potrebbe «raddoppiare entro tre-cinque anni», vista la rapida espansione della produzione tedesca di armamenti. [5] Il presidente della VDMA, Bertram Kawlath, ammette che questa tendenza non sarà sufficiente a compensare «il calo degli ordini provenienti dall’industria automobilistica».[6] Ciononostante, secondo un sondaggio interno dell’associazione, il 63 per cento delle aziende associate considera il settore della difesa un cliente futuro «importante» o addirittura «molto importante». Oltre il 40% prevede una crescita a doppia cifra del proprio lavoro per i produttori di armi sia nel 2026 che nel 2027. Ciò è tanto più significativo in quanto la concorrenza cinese, solitamente agguerrita, è assente dal mercato dell’industria della difesa. Il nuovo Forum Sicurezza e Difesa della VDMA registra un forte interesse. In risposta a un interesse molto maggiore, l’Associazione tedesca dei costruttori di macchine utensili (VDW) ha lanciato solo di recente un “Arms Industry Monitor” per la sua clientela più specializzata. Un esempio è il produttore di macchine utensili con sede a Colonia Alfred H. Schütte, che produce macchine per la fabbricazione di candele di accensione. L’azienda afferma di poter facilmente convertire le macchine che produce, ad esempio, alla produzione di detonatori o bossoli.[7]

«Un formato espositivo all’avanguardia»

Il passaggio alla produzione per la difesa sta interessando non solo le aziende che si aggiudicano appalti militari, ma anche le strutture aziendali più generali. Si prenda, ad esempio, la Fiera di Hannover, che si conclude oggi. Da sempre caratterizzata da una forte presenza del settore ingegneristico, quest’anno presenta anche un’area dedicata alla produzione di armi. Gli organizzatori della fiera descrivono la loro “Defence Production Area” come “un nuovo formato espositivo all’avanguardia”. [8] Un articolo dell’Handelsblatt osserva che, sebbene ad Hannover “non siano in mostra sistemi d’arma finiti”, per non parlare dei carri armati, “circa quaranta aziende presenti negli stand della sezione Difesa hanno dimostrato, ad esempio, come vengono assemblati automaticamente i proiettili di artiglieria e come i dati governativi, compresi quelli militari, vengono generati su postazioni IT altamente sicure. [9] In quella che gli organizzatori definiscono ancora la più grande fiera industriale del mondo, troviamo ora, accanto a robot che testano la qualità delle munizioni, robot progettati per essere montati su veicoli blindati per compiti militari. Accanto alle aziende che espongono acciai per blindature, ce ne sono altre che offrono ogni tipo di tecnologia informatica da utilizzare nei sistemi d’arma. Altre presentano nella loro gamma di prodotti dispositivi speciali rinforzati, in grado di funzionare “anche in condizioni estreme”, come ad esempio in presenza di calore intenso.

«Nuovi paradigmi»

La Fiera di Hannover ha organizzato la sua area dedicata alla produzione per la difesa in stretta collaborazione con un’organizzazione di recente costituzione, la DSEI Germany (Defence & Security Equipment International). Quest’ultima è specializzata in fiere del settore della difesa e, per la prima volta, organizzerà un evento autonomo dal 9 al 12 marzo del prossimo anno ad Hannover. L’obiettivo è quello di riunire aziende produttrici di armi, fornitori e responsabili politici. La DSEI definirà “nuovi paradigmi, sia a livello politico che industriale”, afferma Jochen Köckler, amministratore delegato della Deutsche Messe AG.[10] Tra le aziende che hanno già annunciato la loro partecipazione figurano Rheinmetall, Hensoldt e Diehl Defence, i tre principali gruppi dell’industria della difesa in Germania. DSEI Germany afferma di attribuire grande importanza alla presentazione dei “sistemi d’arma di nuova generazione”. [11] Quella fiera non è l’unica nuova esposizione di tecnologia bellica in Germania che sfrutta la drammatica espansione del settore della difesa del Paese. Ne è stata annunciata un’altra, chiamata Euro Defence Expo (EUDEX), per questo autunno, che presenterà equipaggiamento militare a Essen dal 22 al 25 settembre 2026. DSEI Germany si terrà ogni due anni in stretta collaborazione con DSEI UK, che dal 2001 presenta prodotti militari a Londra. La fiera britannica è stata oggetto di ripetute proteste. Il sindaco di Londra Sadiq Khan sta tentando di vietarne lo svolgimento in città dal 2019, finora senza successo.

La militarizzazione della vita quotidiana

La crescente importanza dell’industria degli armamenti per il settore metalmeccanico, già in crisi, è solo un esempio di come prima le singole aziende e poi grandi eventi come la Fiera di Hannover vengano trascinati nel vortice della militarizzazione, fino a far nascere fiere dedicate esclusivamente agli armamenti. Le conseguenze della militarizzazione tedesca si ripercuoteranno profondamente sulla vita quotidiana. Le aziende che producono direttamente o indirettamente per la Bundeswehr devono rispettare ulteriori norme di sicurezza. I dipendenti coinvolti nella produzione di armi devono, in molti casi, sottoporsi a speciali controlli di sicurezza. Spesso sono vincolati da rigorosi obblighi di riservatezza.[12] Un numero crescente di famiglie tedesche dipende materialmente dalla produzione di armi. Tutto ciò vale per l’ingegneria così come per molti altri settori. Ad esempio, l’azienda di tecnologia medica Dräger produce, oltre ai ventilatori che sono diventati familiari durante la pandemia di COVID-19, maschere antigas per scenari bellici. Sta inoltre costruendo ospedali da campo progettati per essere allestiti sulle fregate della marina.[13] La penetrazione dell’industria degli armamenti in settori dell’economia e del mercato del lavoro precedentemente civili, unita al parallelo e rapido aumento dell’importanza e del potere della Bundeswehr, sta determinando un cambiamento nella coscienza quotidiana che minaccia di trasformare profondamente la società tedesca. La militarizzazione politica ed economica è accompagnata da una militarizzazione sociale.

A proposito di questo argomento: Il «ruolo guida europeo» della Bundeswehr.

[1] Sven Astheimer, Uwe Marx: «La difesa deve diventare un’ancora di salvezza». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 20 aprile 2026.

[2] Isabelle Wermke: L’industria mette in guardia contro la fuga di imprese – «Limiti raggiunti». handelsblatt.com, 20 aprile 2026.

[3] Crollo degli ordini nel settore dell’ingegneria meccanica. handelsblatt.com, 1° aprile 2026.

[4] Isabelle Wermke: La rapidità della Cina nel settore dell’ingegneria meccanica genera una forte pressione concorrenziale. handelsblatt.com, 2 aprile 2026.

[5] Michelle Wienecke: «Nel settore dell’ingegneria meccanica e impiantistica si sono raggiunti i limiti della sopportazione». vdma.eu, 20 aprile 2026.

[6] Sven Astheimer, Uwe Marx: «La difesa deve diventare un’ancora di salvezza». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 20 aprile 2026.

[7] Uwe Marx: «Cannoni al posto delle articolazioni del ginocchio». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 25 marzo 2026.

[8] Tecnologie di produzione per la difesa. hannovermesse.de.

[9] Isabelle Wermke: L’industria punta sul settore degli armamenti. handelsblatt.com, 22 aprile 2026.

[10] Grande interesse per la nuova fiera dell’armamento. hannover.t-online.de, 12 marzo 2026.

[11] Che cos’è il DSEI Germany? dsei-germany.com.

[12] Markus Fasse, Christof Kerkmann, Julian Olk: L’industria degli armamenti critica la lentezza dei controlli di sicurezza. handelsblatt.com, 30 dicembre 2025.

[13] Il settore della difesa si rivela un ottimo affare per Dräger. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 25 marzo 2026.

Le armi a medio raggio dell’Europa

Dopo che Trump ha annunciato il ritiro delle truppe statunitensi e ha rifiutato il dispiegamento dei Tomahawk, a Berlino si moltiplicano le richieste per un rapido sviluppo di missili a medio raggio propri, in grado di colpire Mosca.

04

maggio

2026

WASHINGTON/BERLINO (notizia propria) – A seguito dell’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump secondo cui non avrebbe schierato armi a medio raggio in Germania, a Berlino si fanno sempre più pressanti le richieste affinché la Germania acceleri lo sviluppo dei propri missili da crociera. La capacità di colpire Mosca, si sostiene, sarebbe indispensabile. Alla fine della scorsa settimana Trump ha dichiarato che avrebbe ritirato cinquemila soldati americani dall’Europa. Ha inoltre annunciato una revoca della decisione, pianificata da tempo, di schierare missili da crociera Tomahawk o armi simili. La mossa è stata ampiamente interpretata come una risposta punitiva alle osservazioni critiche del cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo cui la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran sarebbe un errore madornale. Berlino è preoccupata per la mancanza di una forza d’attacco a medio raggio, il che significherebbe che i centri di comando russi non potrebbero essere eliminati in caso di guerra. Si sostiene che la decisione di Trump lascerà un doloroso vuoto nei piani di guerra che la Germania e altri Stati europei stanno preparando. Di conseguenza, è iniziata una spinta a raddoppiare gli sforzi per produrre missili da crociera propri della Germania con una gittata di oltre 2.000 chilometri. D’altra parte, la mossa di Trump potrebbe non essere definitiva. Egli deve affrontare critiche all’interno dell’establishment militare statunitense. Ci sono voci che esprimono preoccupazione per misure che indebolirebbero l’infrastruttura delle forze armate statunitensi. Sono necessarie forti capacità, come quelle disponibili presso la base militare di Ramstein, per mantenere le opzioni di guerra globali dell’America.

Previsto un ritiro parziale delle truppe statunitensi

Come annunciato dal presidente Trump nel fine settimana, egli intende ritirare circa 5.000 soldati americani dalla Germania. Attualmente in Germania sono di stanza oltre 36.000 militari statunitensi. Il Paese ospita la più grande presenza militare statunitense in Europa e la seconda più grande al mondo dopo il Giappone (55.000) e prima della Corea del Sud (28.500). In totale, in Europa sono presenti poco più di 85.000 membri delle forze armate statunitensi. Di questi, oltre 12.500 sono di stanza in Italia e ben 10.000 nel Regno Unito. Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato a dicembre una legge che stabilisce che il numero di militari statunitensi di stanza permanente in Europa non deve scendere al di sotto dei 76.000 per più di 45 giorni. Qualsiasi scostamento da questa presenza minima deve essere pienamente giustificato al Congresso dal Segretario alla Difesa degli Stati Uniti e dal Comandante in capo delle forze statunitensi in Europa. [1] Gli osservatori sospettano ora che, nello specifico, il piano preveda il ritiro di un’intera brigata da combattimento statunitense, che il predecessore di Trump, Joe Biden, aveva schierato in Germania per esercitazioni a rotazione in risposta all’attacco della Russia all’Ucraina. Trump afferma inoltre di voler annullare lo schieramento in Germania di armi statunitensi a medio raggio, compresi i missili da crociera Tomahawk, senza offrire alcuna alternativa. Lo schieramento dei Tomahawk era previsto per quest’anno.

Nuove priorità

Trump ha presentato il ritiro come, da un lato, una misura punitiva in risposta alle dichiarazioni del cancelliere Merz secondo cui gli Stati Uniti si sarebbero lanciati alla cieca in una guerra contro l’Iran. All’inizio della scorsa settimana, Merz aveva lasciato trapelare di ritenere che l’amministrazione Trump fosse entrata in guerra «in modo del tutto evidente senza alcuna strategia». Washington «chiaramente non stava perseguendo una strategia davvero convincente nemmeno nei negoziati». Infatti, Merz ha affermato in un momento di disattenzione che «un’intera nazione sta subendo un’umiliazione da parte della leadership iraniana».[2] Avendo colto questa critica, Trump ha sferrato un duro attacco verbale contro Merz. Oltre alla riduzione delle truppe statunitensi in Germania, il presidente ha annunciato un aumento del 25% dei dazi sulle automobili provenienti dall’Europa. D’altra parte, questa mossa non può sorprendere. Trump ha ripetutamente ribadito in termini generali la sua intenzione di ridurre il numero delle truppe statunitensi in Europa. In realtà aveva annunciato i primi passi concreti già in ottobre per quanto riguarda le forze di stanza in Romania. A seguito dell’inizio della guerra in Ucraina, una brigata da combattimento precedentemente schierata nel paese a rotazione per esercitazioni militari è stata ritirata alla fine dello scorso anno e non è stata sostituita da un’altra unità. [3] La motivazione addotta è stata che le truppe americane erano ora necessarie altrove, in linea con le nuove priorità. L’America Latina, in particolare, costituisce un punto focale della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti,[4] così come il continuo riorientamento verso la regione Asia-Pacifico.

La logistica bellica globale degli Stati Uniti

Negli Stati Uniti, anche tra i repubblicani, la decisione di ridurre le forze armate ha suscitato notevole inquietudine. Ad esempio, i presidenti delle commissioni per le forze armate del Senato e della Camera, entrambi repubblicani, hanno sottolineato che la Germania aveva concesso alle forze statunitensi non solo i diritti di sorvolo per la guerra in Iran, ma anche piena libertà nell’uso delle basi americane situate in Germania, in particolare quella di Ramstein.[5] Punire la Germania ora, si dice, invierebbe un segnale rischioso. I politici sostengono che Ramstein in particolare, ma anche altre strutture militari statunitensi in Germania come l’ospedale militare di Landstuhl, fossero una componente indispensabile dell’infrastruttura militare globale gestita dagli Stati Uniti. Senza queste basi sarebbe impossibile condurre guerre – in particolare in Medio Oriente – nel modo in cui sono state condotte finora. Le basi europee, si sostiene, offrono alle forze americane «una rotta alternativa» verso la regione Asia-Pacifico, se ciò fosse necessario. Infatti, «le truppe statunitensi in Germania e in Europa» non erano «lì per proteggere i tedeschi», avrebbe affermato il tenente generale in pensione Ben Hodges, ex comandante delle forze terrestri statunitensi in Europa: queste risorse militari «sono per gli Stati Uniti, non per nessun altro».[6] Chiunque ritirasse le truppe da lì indebolirebbe quindi in primo luogo la logistica bellica degli Stati Uniti.

«Mettendo fuori uso i centri di comando»

A Berlino, il ripensamento di Trump riguardo al piano di dispiegare armi statunitensi a medio raggio in Germania, concordato già nel 2024, sembra aver suscitato allarme. Il motivo originario per lo schieramento di tali armi, compresi i missili da crociera Tomahawk, era quello di aumentare la pressione sulla Russia. Era stato presentato ufficialmente come una soluzione temporanea, della durata di diversi anni, fino a quando la Germania e altri Stati europei non avessero potuto sviluppare i propri sistemi a medio raggio con la gittata desiderata, ovvero la capacità di colpire Mosca.[7] Questo accordo transitorio rischia ora di essere accantonato. Nico Lange, ex capo dell’unità di staff esecutivo del Ministero della Difesa tedesco (fino al 2022) e ora esperto presso vari influenti think-tank, sostiene che si tratti di una grave battuta d’arresto. Ha affermato nel fine settimana che Berlino voleva una “contromisura” contro “i missili che ci minacciano da Kaliningrad”. Il governo aveva in definitiva voluto “procurarsela dall’America”, ma “ora non la sta ottenendo”. [8] I missili a medio raggio erano considerati un “elemento centrale” del potenziamento militare contro la Russia perché avrebbero permesso di “eliminare” i “centri di comando” russi, ha affermato Christian Mölling, ex vicedirettore della ricerca presso il Consiglio tedesco per le relazioni estere (DGAP) e attualmente impegnato nella creazione di un nuovo think tank (Edina: European Defence in a New Age). [9] Senza capacità missilistiche da crociera, osserva, «ci troviamo in una situazione piuttosto difficile».

Mosca è a portata di mano

A Berlino si moltiplicano ora le richieste di fare tutto il possibile per accelerare il cosiddetto progetto ELSA. ELSA, acronimo di European Long-range Strike Approach, è stato avviato nel luglio 2024 da Germania, Francia, Italia e Polonia a margine del vertice della NATO a Washington in occasione dell’anniversario dell’alleanza. Il progetto mira a sviluppare e produrre missili da crociera o missili ipersonici con una gittata di almeno 2.000 chilometri. L’obiettivo è quello di essere in grado di sostituire le armi a medio raggio statunitensi con i propri missili entro i primi anni ’30.[10] A metà febbraio, i ministri della difesa dei quattro Stati fondatori del progetto, più il Regno Unito e la Svezia, hanno firmato una lettera di intenti che formalizza ulteriormente l’iniziativa congiunta.[11] A lungo termine, ciò contribuirà a rendere la Germania e l’Europa militarmente indipendenti dagli Stati Uniti. Tuttavia, si è ora creato un divario temporale a causa del rifiuto di Washington di fornire i Tomahawk fino a quando i primi missili europei non saranno pronti. Secondo alcune notizie, il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, starebbe negoziando con l’amministrazione Trump la fornitura di lanciamissili Typhon statunitensi, che possono essere utilizzati per lanciare missili da crociera.[12] Questo appalto, tuttavia, non farebbe altro che consolidare la dipendenza della Germania dagli Stati Uniti.

[1] Connor O’Brien: Il disegno di legge di compromesso sulla difesa mette i bastoni tra le ruote a Trump sul ritiro delle truppe dall’Europa. politico.com, 7 dicembre 2025.

[2] Merz continua a non intravedere alcuna strategia di uscita dalla guerra in Iran. stern.de, 27 aprile 2026.

[3] Michael R. Gordon: Gli Stati Uniti riducono il numero delle truppe in Romania, segnalando un cambiamento nelle priorità. wsj.com, 29 ottobre 2025.

[4] Vedi: La sottomissione dell’America Latina.

[5] Shelby Holliday, Michael R. Gordon, Vera Bergengruen: Trump ordina il ritiro di 5.000 soldati statunitensi dalla Germania. wsj.com 02.05.2026.

[6] Bertrand Benoit, Daniel Michaels, Michael R. Gordon: La minaccia di Trump di ritirare le truppe dalla Germania rischia di minare la proiezione di potenza degli Stati Uniti. wsj.com, 30 aprile 2026.

[7] Vedi: Mosca a tiro.

[8] Nessun dispiegamento di missili «Tomahawk»: cosa significherebbe. tagesschau.de, 2 maggio 2026.

[9] «In questo modo gli americani compromettono la propria sicurezza». zdfheute.de, 2 maggio 2026.

[10] Vedi: Mosca a tiro.

[11] Martin Chomsky: Sei paesi europei firmano una lettera di intenti per potenziare le capacità di attacco e difesa a lungo raggio nell’ambito del programma ELSA. defence-industry.eu, 13 febbraio 2026.

[12] Laurent Lagneau: Gli Stati Uniti annullano il dispiegamento di missili a lungo raggio e di armi ipersoniche in Germania. opex360.com 02.05.2026.

Il «ruolo guida europeo» della Bundeswehr…e altro_di German Foreign Policy

Il «ruolo guida europeo» della Bundeswehr

Il Ministero federale della Difesa presenta per la prima volta una strategia militare ufficiale per la Repubblica Federale. La Germania deve diventare, anche sul piano militare, la potenza centrale dell’Europa; la Bundeswehr deve essere «tecnologicamente superiore».

23

aprile

2026

BERLINO (Notizia propria) – Il Ministero federale della Difesa presenta, per la prima volta nella storia della Repubblica Federale, una strategia militare dettagliata per la Bundeswehr. Il documento, i cui elementi principali sono stati presentati pubblicamente mercoledì dal ministro della Difesa Boris Pistorius, ribadisce l’intenzione di trasformare la Bundeswehr, entro il 2035, nell’«esercito convenzionale più forte d’Europa». Inoltre, essa dovrebbe «consolidare il proprio ruolo di leadership in Europa». Si parla di una forza armata non solo «innovativa», ma in futuro anche «tecnologicamente superiore». Di conseguenza, un nuovo profilo di capacità per la Bundeswehr prevede non solo un massiccio riarmo con armi a lungo raggio, ma anche un «ricorso all’automazione e alle capacità autonome» nella guerra del futuro. Ciò implica, tra l’altro, un ampio impiego dell’intelligenza artificiale da parte delle truppe. Entro il 2035, la Bundeswehr, insieme alla riserva, dovrebbe raggiungere un organico di ben 460.000 soldati. La riserva è concepita anche come «ponte» verso la società civile a favore di una militarizzazione sociale. Con queste misure, la Repubblica Federale Tedesca intende diventare la potenza centrale dell’Europa anche sul piano militare. Ciò consolida il suo dominio sul continente.

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Il potere centrale dell’Europa

La nuova strategia militare della Bundeswehr delinea innanzitutto il quadro delle possibili guerre future che il governo federale tiene in considerazione. Si afferma infatti che gli interventi rimangono ipotizzabili nell’ambito della «gestione delle crisi internazionali», «qualora gli interessi tedeschi o europei lo richiedano». [1] Un intervento di questo tipo potrebbe avvenire già a breve, ad esempio nello Stretto di Hormuz (come riportato da german-foreign-policy.com [2]). Tuttavia, la strategia militare si concentra esplicitamente «soprattutto sulla minaccia rappresentata dalla Russia», definita «la minaccia più grave e immediata» «per la sicurezza tedesca, europea e transatlantica nel prossimo futuro». In questo contesto, Berlino si sforza di assicurarsi una posizione centrale all’interno dell’alleanza occidentale. Già da anni la Repubblica Federale si sta preparando ad assumere, nell’ambito di un dispiegamento contro la Russia, l’importante funzione di snodo logistico, senza il quale, in caso di emergenza, nulla funzionerebbe. [3] La strategia militare afferma ora che si intende «rafforzare la coesione tra Europa orientale, centrale e occidentale dal centro dell’Europa» e inoltre «mantenere il collegamento con il Nord America». In questo modo la Germania diventerebbe «il partner militare di riferimento per i suoi alleati europei», ovvero anche la potenza centrale dell’Europa dal punto di vista militare.

L’assenza di confini della guerra

Inoltre, la strategia militare fornisce indicazioni più precise su come si presenterà una guerra tra la NATO e la sua potenza centrale, la Germania, da un lato, e la Russia dall’altro. Come si legge nel documento, ci si deve aspettare innanzitutto una «scomposizione dei confini della guerra»; «Stato, economia e popolazione» finiscono ugualmente nel mirino, mentre in futuro «non si potrà più fare affidamento» sul «rispetto dei principi etici e giuridici riconosciuti». [4] Ciò è stato recentemente dimostrato dalla guerra condotta con estrema brutalità dagli Stati Uniti e da Israele in Medio Oriente; il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha inoltre dichiarato esplicitamente di non attribuire più alcuna importanza al diritto internazionale (come riportato da german-foreign-policy.com [5]). Gli autori della strategia militare sottolineano che nelle guerre future non si dovrà presumere solo un «impiego di alta tecnologia come il calcolo quantistico e la robotica», ma anche un «campo di battaglia trasparente», che potrà essere completamente sorvegliato con sensori e IA, e armi d’attacco che colpiscono con estrema precisione «a distanza»: «Non esistono più zone di rifugio sicure», si legge. Il carattere di sterminio di massa delle guerre future, che si può intuire al fronte nella guerra in Ucraina, si basa quindi anche sulla crescente «automazione e autonomizzazione» della guerra mediante tecnologie all’avanguardia.

Una forza militare tecnologicamente superiore

Per prevalere nelle future guerre high-tech, la Bundeswehr dovrebbe potenziare massicciamente il proprio armamento. A tal fine, il nuovo profilo di capacità della Bundeswehr, per quanto noto, prevede l’acquisto di grandi quantità di armi a lungo raggio; si parla infatti di «effetto di resistenza su tutta la profondità dello spazio nemico». Poiché è prevedibile un bombardamento simile sul proprio territorio, il profilo di capacità insiste su una «difesa aerea efficiente e duratura a tutte le distanze».[6] Inoltre, si punta ad «aumentare la velocità operativa»; ciò dovrebbe avvenire attraverso «l’uso dell’automazione e delle capacità autonome». A tal fine, la Bundeswehr deve «conquistare la superiorità informativa» nella «lotta per le informazioni e i dati» e «negarla al nemico». Per raggiungere tutto ciò, la Bundeswehr deve «accelerare le innovazioni». Tuttavia, finora non è stata particolarmente nota per questo. Complessivamente, come si legge nel profilo delle capacità, entro il 2035 la Bundeswehr dovrebbe assumere il «suo nuovo ruolo di leadership in Europa». Entro il 2039 e oltre, dovrebbe diventare «l’esercito convenzionale più forte d’Europa attraverso l’uso coerente di tecnologie innovative» e, allo stesso tempo, «consolidare il proprio ruolo di leadership in Europa». Si parla della Bundeswehr come di una forza armata «innovativa» e, in futuro, anche «tecnologicamente superiore».[7]

Mezzo milione di soldati pronti a combattere

Contestualmente alla pubblicazione di estratti della strategia militare e di alcune indicazioni sul futuro profilo di capacità della Bundeswehr, mercoledì il Ministero della Difesa ha presentato anche le linee guida di un piano di potenziamento dell’organico delle forze armate. In esso si parla di «460.000 soldati pronti al combattimento». [8] Ciò è interessante anche perché il Trattato Due più Quattro del 1990, che regolava l’assorbimento della DDR da parte della RFT, fissa un limite massimo di 370.000 soldati per le forze armate della Germania unita. Il piano di potenziamento cerca di evitare una rottura aperta del trattato, suddividendo il numero totale auspicato di militari in 260.000 soldati regolari e 200.000 riservisti. Oggi la Bundeswehr conta 186.000 soldati e 70.000 riservisti. L’organico complessivo ufficialmente previsto di 460.000 unità dovrebbe essere raggiunto al più tardi nel 2035 e comprendere un «significativo aumento delle capacità in tutte le dimensioni» – «terra, aria, mare, cyber/spazio». Ciò costituisce la base di personale per una trasformazione della Bundeswehr in una forza armata high-tech, che dovrebbe garantire lo «sviluppo e l’integrazione delle “innovazioni militari del dopodomani”».

Il ponte verso la società civile

Infine, la Bundeswehr ha elaborato una nuova strategia per la riserva, che, proprio come il piano di potenziamento, è classificata interamente come segreta. Come comunica il Ministero della Difesa, il «rafforzamento e il supporto delle truppe in servizio attivo» costituiscono un «compito importante» della riserva – «dai compiti fondamentali di protezione e sicurezza fino all’impiego in combattimenti ad alta intensità». La riserva «opererà alla pari con le truppe attive».[9] Inoltre, «in quanto responsabile della difesa interna e nell’ambito del piano operativo Germania», garantisce la «capacità di resistenza» e il «funzionamento del centro logistico» che la Repubblica Federale costituisce in caso di guerra per un dispiegamento contro la Russia.[10] Mentre il numero auspicato di 260.000 soldati regolari può essere raggiunto in qualsiasi momento attraverso l’attivazione di un servizio militare obbligatorio su larga scala, non è chiaro come si possa aumentare il numero dei riservisti a 200.000. Bastian Ernst, nuovo presidente dell’Associazione dei riservisti, all’inizio della settimana ha chiesto di innalzare il limite di età per i riservisti a 70 anni. [11] Indipendentemente da ciò, secondo il Ministero della Difesa, in futuro la riserva dovrebbe costituire «il ponte tra l’esercito e la società civile». Ciò significa la penetrazione dell’intera società da parte dei militari, ovvero, in ultima analisi, la militarizzazione sociale della Repubblica Federale.

[1] Quadro generale della difesa militare. Strategia militare e piano per le forze armate. Bonn, aprile 2026.

[2] Si veda a questo proposito Piani della Marina per il Medio Oriente.

[3] Si veda a questo proposito Prepararsi alla guerra (II).

[4] Quadro generale della difesa militare. Strategia militare e piano per le forze armate. Bonn, aprile 2026.

[5] Si vedano a questo proposito Il killer e il suo complice e I becchini del diritto internazionale.

[6] Concetto generale di difesa militare. Strategia militare e piano per le forze armate. Bonn, aprile 2026.

[7], [8], [9] Il ministro della Difesa presenta la strategia per la difesa nazionale e dell’alleanza. bmvg.de 22/04/2026.

[10] Si vedano a questo proposito Prepararsi alla guerra (I) e Prepararsi alla guerra (III).

[11] Markus Decker: Il presidente dell’Associazione dei riservisti intende innalzare a 70 anni il limite di età per i riservisti. rnd.de, 20 aprile 2026.

Droni a lungo raggio per l’Ucraina

Joint venture tedesco-ucraine avviano in Germania la produzione di droni in grado di percorrere 1.500 km, addentrandosi nel cuore della Russia. Mosca accenna alla possibilità di prendere di mira gli stabilimenti.

20

aprile

2026

BERLINO/KIEV/MOSCA (notizia propria) – La massiccia espansione della produzione di droni in Germania e in altri paesi dell’Europa occidentale, destinati all’esercito ucraino, ha scatenato minacce russe contro gli stabilimenti. Diverse aziende tedesche hanno annunciato la scorsa settimana nuovi accordi per la costituzione di joint venture con produttori ucraini di droni. Tra le altre, una start-up tedesca di software, Auterion, intende produrre droni con un’autonomia compresa tra i 1.000 e i 1.500 chilometri in uno stabilimento vicino a Monaco di Baviera, in collaborazione con l’azienda ucraina Airlogix. Queste armi consentiranno di sferrare attacchi in profondità nel territorio russo. Tali attacchi a lunga distanza da parte delle forze armate ucraine hanno recentemente inflitto gravi danni alla Russia, colpendo ad esempio importanti impianti petroliferi. Il sito produttivo tedesco di Airlogix figura in un elenco di ventuno aziende in vari paesi europei che documentano una pericolosa escalation. Si dice che, attraverso la loro produzione di armi, stiano trascinando i paesi ospitanti «in una guerra con la Russia». Finora è stata l’Ucraina, e non la Russia, a condurre attacchi contro obiettivi russi in paesi terzi – in particolare contro petroliere nel Mediterraneo. La Russia potrebbe benissimo cercare di emulare questa pratica, colpendo a sua volta obiettivi in paesi terzi, comprese le aziende che facilitano gli attacchi sul suo territorio.

La Silicon Valley dell’industria degli armamenti

I produttori tedeschi di droni hanno avviato rapidamente una più stretta collaborazione con le forze armate ucraine dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Da un lato, hanno iniziato a fornire i propri droni all’Ucraina; dall’altro, hanno instaurato contatti sempre più stretti con le unità in prima linea. Ciò ha significato imparare dalle esperienze quotidiane dell’Ucraina nei combattimenti, man mano che questi si trasformavano rapidamente in una guerra dei droni. I produttori di droni vogliono ottimizzare continuamente i propri prodotti. Su questa base abbiamo assistito a una rapida espansione dell’industria tedesca dei droni, incentrata su aziende come Helsing o Quantum Systems, in particolare la filiale di Quantum Systems dedicata alla difesa, Stark Defence. Già lo scorso anno, negli ambienti specializzati dell’industria della difesa, si parlava dell’Ucraina come della «Silicon Valley dell’industria della difesa», trainata in particolare dalla tecnologia dei droni. [1] Ciò che piace ai produttori di droni e ad altri produttori dell’industria della difesa è la possibilità di collaborare con aziende in un paese in cui i loro prodotti possono essere testati in condizioni di combattimento reali. Questo offre loro un vantaggio significativo nella concorrenza globale tra i produttori di armi.

Accesso ai dati di combattimento

Sulla scia di successi come quelli ottenuti nella produzione di droni, il governo tedesco si sta impegnando da tempo a rafforzare la cooperazione in materia di difesa tra Germania e Ucraina su un ampio spettro. A dicembre ha presentato un piano in dieci punti che, oltre a consultazioni regolari a vari livelli, prevede la «promozione strategica di joint venture nell’industria della difesa» e «progetti faro per la ricerca, lo sviluppo e la produzione congiunti di equipaggiamenti per la difesa». Ciò vale «in particolare per le tecnologie in cui l’industria ucraina ha un vantaggio in termini di esperienza», non da ultimo «nella difesa con i droni».[2] Un’attenzione particolare è quindi rivolta a rendere disponibili alla Germania il know-how e le capacità acquisite durante la guerra in Ucraina. La scorsa settimana, nell’ambito delle consultazioni governative tedesco-ucraine, rappresentanti di entrambe le parti hanno firmato a Berlino un accordo sulla cooperazione in materia di dati. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha spiegato che questa partnership prevede il trasferimento di «dati di combattimento digitali» da Kiev a Berlino al fine di migliorare «l’analisi dell’impiego dei sistemi d’arma tedeschi in combattimento». Tali sistemi includono il Panzerhaubitze 2000, un obice semovente di Rheinmetall e KNDS, e il sistema di difesa aerea IRIS-T di Diehl, tutti attualmente impiegati in Ucraina.[3]

Siti produttivi sicuri

A margine delle consultazioni governative, sono stati inoltre stipulati nuovi accordi per potenziare la produzione congiunta di droni. Già a dicembre, Quantum Systems e il produttore ucraino di droni Frontline Robotics avevano costituito una joint venture denominata Quantum Frontline Industries (QFI), che ora produce il drone LINZA di Frontline Robotics su scala industriale nei pressi di Monaco di Baviera. Si prevede che la produzione raggiunga fino a 10.000 droni all’anno. Un primo lotto è stato consegnato alla fine di marzo. Uno dei motivi principali del trasferimento della produzione in Germania è proprio il fatto che lì si ritiene al sicuro dagli attacchi russi. Gli stabilimenti in Ucraina potrebbero essere distrutti nel corso della guerra in corso. [4] La scorsa settimana, Quantum Systems ha inoltre costituito altre due joint venture con aziende ucraine. Una, di cui WIY Drones è partner, con Quantum Systems a sua volta detentrice di quote in WIY Drones. Questa entità è destinata a produrre droni intercettori e relative stazioni di controllo a terra.[5] Un’altra joint venture è stata costituita con Tencore, un’azienda produttrice di sistemi terrestri senza pilota, simili a quelli utilizzati da tempo anche in Ucraina.

Attacchi nell’entroterra

Inoltre, a margine delle consultazioni governative tedesco-ucraine, i rappresentanti della start-up tedesco-statunitense Auterion e del produttore ucraino di droni Airlogix hanno concordato di produrre congiuntamente droni in Germania. Attualmente si stanno allestendo le linee di produzione in uno stabilimento nei pressi di Monaco. La prima consegna è prevista tra pochi mesi. Si prevede inoltre di costruire uno stabilimento in una località non resa nota nella Germania orientale. Ciò che rende speciale questa joint venture è che fornirà droni a lungo raggio. Le basi per questo progetto sono state gettate da Berlino e Kiev nel settembre 2025, quando il ministro della Difesa Pistorius ha annunciato che la Germania avrebbe potenziato il proprio “sostegno all’acquisto di droni a lungo raggio” in Ucraina. Ha dichiarato che sarebbero stati messi a disposizione circa 300 milioni di euro “per vari tipi di droni a lungo raggio prodotti in Ucraina”. [6] I droni prodotti congiuntamente da Auterion e Airlogix hanno un’autonomia compresa tra i 1.000 e i 1.500 chilometri e sono progettati per colpire obiettivi situati in profondità nel territorio russo. Le forze armate ucraine hanno recentemente inflitto gravi danni alla Russia con attacchi di questo tipo, non da ultimo colpendo impianti petroliferi.

Una rete globale di droni

La Germania non è più l’unico Paese a cercare una stretta collaborazione con l’industria ucraina dei droni. Anche alcune aziende britanniche hanno ora costituito joint venture con produttori ucraini di droni. La scorsa settimana, Londra ha annunciato l’intenzione di fornire alle forze armate ucraine 120.000 droni. I modelli di droni non sono solo quelli progettati per la ricognizione o l’uso sui campi di battaglia vicini, ma anche altri in grado di sferrare attacchi a lunga distanza nell’entroterra russo.[7] La scorsa settimana, l’Ucraina ha inoltre raggiunto nuovi accordi con la Norvegia e i Paesi Bassi; i droni saranno prodotti anche in ciascuno di questi paesi, principalmente per essere utilizzati nella guerra contro la Russia. [8] Dato che l’Ucraina ha ora concluso accordi con l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar per assistere gli Stati del Golfo nel potenziamento delle loro difese contro i droni, è sempre più evidente che Kiev voglia attingere alla propria esperienza di combattimento acquisita nella guerra con la Russia per creare «una rete globale di droni».[9]

«Trascinato in guerra»

Alla luce del sostegno massiccio offerto dagli Stati europei alla guerra dei droni di Kiev, la scorsa settimana Mosca ha pubblicato un elenco di ventuno aziende con sede in diversi paesi europei che producono droni d’attacco o componenti chiave per questi ultimi. «Diversi paesi europei» hanno deciso di fornire all’Ucraina un gran numero di droni non per l’impiego in prima linea, ma «per attacchi sul territorio russo», si legge nella dichiarazione. [10] Mosca considera questa una «mossa deliberata» che sta «trasformando gradualmente i paesi interessati in retroterra strategico dell’Ucraina». Ciò, osserva Mosca, significa che essi saranno «trascinati in una guerra con la Russia». Questo può essere inteso come una minaccia. Fino ad ora, solo l’Ucraina aveva effettuato attacchi contro obiettivi nemici in paesi terzi. Le forze ucraine hanno cercato di danneggiare le entrate russe derivanti dalle importazioni attaccando petroliere nel Mediterraneo – un’azione che ha infranto un tabù. Mosca potrebbe ora sentirsi costretta a seguire l’esempio e prendere di mira le aziende dell’Europa occidentale che producono armi destinate a colpire in profondità nel territorio russo. L’elenco citato include, tra gli altri, Airlogix, con sede vicino a Monaco, un’azienda che produce in Germania droni a lungo raggio per l’Ucraina.[11]

[1] Gregor Grosse: Una Silicon Valley per l’industria degli armamenti. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 20 settembre 2025. Vedi anche The Drone Crisis (II).

[2] Frank Specht, Leila Al-Serori: La Germania presenta un piano in dieci punti per la cooperazione con l’Ucraina. handelsblatt.com, 15 dicembre 2025.

[3] Pistorius considera l’incontro dell’UDCG a Berlino un segno di coesione. bmvg.de 15/04/2026.

[4] Peter Carstens: «Gli ucraini hanno dato una dura lezione alla NATO durante le esercitazioni». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 17 febbraio 2026. Vedi anche Imparare dall’Ucraina.

[5] Markus Fasse, Nadine Schimroszik: L’industria tedesca aiuta l’Ucraina con un drone a lungo raggio. handelsblatt.com, 14 aprile 2026.

[6] Ecco come la Germania aiuta l’Ucraina nella sua lotta difensiva. bmvg.de, 24 febbraio 2025.

[7] Ottilie Mitchell: L’esercito ucraino riceverà la più grande fornitura di droni britannici mai effettuata. bbc.co.uk, 15 aprile 2026.

[8] Sevinj Osmanqizi: Ucraina e Paesi Bassi siglano un accordo congiunto sui droni. kyivpost.com, 17 aprile 2026.

[9] Veronika Lehrl: Nonostante le minacce da Mosca: Zelenskyj avvia un nuovo progetto di armamento con i Paesi Bassi. focus.de, 19 aprile 2026.

[10] Friedrich Schmidt: Mosca minaccia l’Europa con attacchi contro obiettivi specifici. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 17 aprile 2026.

[11] Dietmar Neuerer: La Russia indica alcune aziende come obiettivi – anche in Germania. handelsblatt.com, 18 aprile 2026.

«Non l’imperatore del mondo»

La Germania e il Brasile stanno intensificando la loro cooperazione, non da ultimo nel settore degli armamenti. Lula cerca sostegno contro le varie provocazioni dell’amministrazione Trump anche a Berlino e protesta affermando che Trump non è «l’imperatore del mondo».

21

aprile

2026

BERLINO/BRASÍLIA (Notizia propria) – Germania e Brasile rafforzano la loro cooperazione e puntano a nuovi progetti comuni, in particolare nel settore delle materie prime e in quello degli armamenti. È quanto emerge dai colloqui tenutisi ieri, lunedì, ad Hannover tra il Cancelliere federale Friedrich Merz e il Presidente brasiliano Luis Inácio Lula da Silva. Tra le altre cose, la Marina brasiliana, che ha già commissionato quattro fregate al costruttore navale tedesco TKMS, ne acquisterà altre quattro. Le trattative si sono svolte nell’ambito della Fiera di Hannover, il cui paese ospite quest’anno è il Brasile, e delle terze consultazioni governative tedesco-brasiliane. Una delle ragioni principali dell’intensificazione della cooperazione è la massiccia pressione esercitata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump su Brasilia. Da un lato, egli rivendica l’accesso esclusivo alle riserve di terre rare del Paese. Dall’altro, il suo governo cerca di esercitare un’influenza diretta sulle elezioni presidenziali brasiliane di ottobre. Lula è alla ricerca di sostegno contro le ingerenze statunitensi, si dichiara esplicitamente a favore del multilateralismo e protesta: «Trump non è stato eletto imperatore del mondo».

Scudo delle Americhe

La visita di Lula a Berlino si è svolta in un contesto politico delicato. L’amministrazione Trump ha iniziato a dividere le attuali organizzazioni regionali dell’America Latina – l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) e la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC) – per sostituirle con una nuova organizzazione che comprende esclusivamente Stati governati da partiti di destra e di estrema destra: l’alleanza Shield of the Americas. Finora ne fanno parte dodici Stati, tra cui, oltre agli Stati Uniti, l’Argentina del presidente Javier Milei, El Salvador del presidente Nayib Bukele, noto per la sua politica carceraria disumana, e l’Ecuador del presidente Daniel Noboa, rampollo di una ricchissima dinastia di coltivatori di banane. Ufficialmente, lo Shield of the Americas serve alla lotta contro i cartelli della droga. A tal fine si punta soprattutto su un intervento militare, come fa l’amministrazione Trump nei Caraibi; lì, l’esercito statunitense ha ucciso finora almeno 180 persone con 52 attacchi missilistici contro presunte o effettive imbarcazioni dedite al traffico di droga.[1] Gli osservatori ipotizzano che, a lungo termine, l’alleanza di estrema destra dovrebbe contribuire anche alla lotta di Washington contro l’influenza cinese nel continente. [2] I tre Stati più popolosi – Brasile, Messico, Colombia – sono oggi governati da partiti di sinistra e non fanno parte dell’alleanza.

Sostegno alla campagna elettorale di Flávio Bolsonaro

La situazione potrebbe ovviamente cambiare. In Brasile si terranno le elezioni presidenziali a ottobre. Non è ancora stato confermato ufficialmente se Lula si candiderà nuovamente. Contro di lui si candiderà il figlio maggiore Flávio, poiché l’ex presidente Jair Bolsonaro è in carcere a causa del suo tentativo di colpo di Stato all’inizio del 2023 e suo figlio Eduardo, inizialmente designato come suo successore politico, è accusato di intimidazione nei confronti della magistratura e vive in esilio negli Stati Uniti.[3] Nei sondaggi Lula ha avuto a lungo un ampio vantaggio su Flávio Bolsonaro, finché quest’ultimo non ha iniziato a recuperare terreno alla fine del 2025. Nel frattempo, la vittoria di Lula non sembra più scontata. Trump sostiene chiaramente Flávio Bolsonaro, che – come l’intero clan Bolsonaro – gli è politicamente vicino. Alcune settimane fa, un influente funzionario del Dipartimento di Stato americano, Darren Beattie, ha cercato di fare una visita di grande impatto mediatico a Jair Bolsonaro in carcere e di incontrare anche Flávio – un aiuto alla campagna elettorale appena velato. Il governo di Lula si è opposto a questa aperta ingerenza negli affari interni del proprio Paese e ha negato a Beattie il permesso di entrare nel territorio nazionale.[4] Trump aveva già tentato in precedenza di ricattare il Brasile, imponendo dazi punitivi per ottenere l’archiviazione del procedimento penale contro Jair Bolsonaro – senza successo.

«Non minacciare continuamente la guerra»

In linea con l’escalation del conflitto con Washington, Lula si è espresso più volte in toni piuttosto duri sulla politica dell’amministrazione Trump prima dell’inizio delle terze consultazioni governative tedesco-brasiliane, tenutesi ieri, lunedì. Così ha dichiarato la scorsa settimana in un’intervista alla rivista Der Spiegel: «Trump non è stato eletto imperatore del mondo. Non può minacciare continuamente di guerra gli altri paesi.»[5] Il mondo starebbe «trasformandosi in un unico teatro di guerra»; occorre quindi «rimetterlo in ordine» con urgenza. In un articolo pubblicato sul quotidiano Der Tagesspiegel, Lula ha dichiarato: «Sono convinto che non ci siano alternative al multilateralismo». Purtroppo, l’approccio unilaterale sta «guadagnando terreno nelle relazioni internazionali». [6] Insieme alla Germania, il Brasile intende quindi dare nuovo slancio alla politica multilaterale. All’inaugurazione della Fiera di Hannover domenica, Lula ha definito «follia» la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran; non è accettabile che nel mondo vengano ormai spesi circa 2,7 trilioni di dollari USA all’anno per le guerre, mentre innumerevoli persone continuano a vivere in povertà o addirittura soffrono la fame. [7] La situazione deve cambiare con urgenza, ha esortato il presidente brasiliano.

Terre rare

Per controbilanciare – nell’ottica di un ordine multilaterale – la crescente influenza degli Stati Uniti sull’importante settore delle materie prime brasiliano, ieri, lunedì, Lula ha proposto al cancelliere Friedrich Merz una più stretta collaborazione in materia di risorse minerarie. Il Brasile dispone di grandi quantità di materie prime, tra cui alcune particolarmente ambite come il niobio, necessario per la produzione di celle solari, e le terre rare. Soprattutto per quanto riguarda le terre rare è scoppiata una feroce concorrenza. Finora sono state estratte dall’azienda brasiliana Serra Verde.[8] Quest’ultima ha finora fatto trattare le terre rare in Cina. Recentemente, tuttavia, in cambio di un ingente credito dagli Stati Uniti, ha dovuto impegnarsi a fornire le proprie terre rare solo agli Stati Uniti o, al massimo, ai loro alleati. [9] Le conseguenze non sono del tutto chiare, poiché in Brasile i diritti di concessione delle materie prime spettano al governo. Quest’ultimo sta ora insistendo affinché la lavorazione delle terre rare avvenga nel proprio paese, per poter disporre di parti più ampie delle catene del valore.[10] In questo contesto, Lula Merz ha ora offerto che, oltre alle imprese statunitensi e cinesi, possano partecipare anche quelle tedesche.

navi da guerra

Inoltre, Germania e Brasile stanno rafforzando la loro cooperazione in campo militare e nel settore degli armamenti. Come riferisce il Ministero della Difesa tedesco, lunedì ad Hannover il ministro della Difesa Boris Pistorius e il ministro degli Esteri brasiliano Mauro Vieira hanno firmato una dichiarazione d’intenti che prevede, da un lato, che Berlino e Brasilia «intensifichino la collaborazione in vari progetti di approvvigionamento in ambito marittimo, terrestre e aereo».[11] Ciò dovrebbe comprendere «l’intero processo» di approvvigionamento: «dalla negoziazione del contratto alla formazione, fino all’integrazione e al funzionamento dei sistemi». Inoltre, entrambe le parti hanno concordato la fornitura di altre quattro fregate alla Marina brasiliana. Tradizionalmente, la Germania non figura tra i principali fornitori di armi del Paese sudamericano, che finora ha acquistato i propri armamenti piuttosto in Francia, Italia e Stati Uniti. Nel 2019, tuttavia, TKMS è riuscita ad aggiudicarsi un contratto per la fornitura di quattro fregate del tipo MEKO A-100 al Brasile. Le navi saranno costruite in Brasile dal consorzio Águas Azuis a Itajaí, a qualche centinaio di chilometri a sud di San Paolo, costituito da TKMS e dal gruppo brasiliano Embraer. Águas Azuis dovrebbe ora costruire altre quattro fregate: un assaggio del generale ampliamento della cooperazione nel settore degli armamenti.

[1] Lazaro Gamio, Carol Rosenberg, Charlie Savage: Un resoconto delle vittime tra i militari statunitensi negli attacchi con imbarcazioni. nytimes.com.

[2], [3] Si veda a questo proposito La sottomissione dell’America Latina (II).

[4] Michael Pooler: Il Brasile impedisce a un funzionario di Trump di far visita a Jair Bolsonaro, attualmente in carcere. ft.com, 14 marzo 2026.

[5] Marian Blasberg, Jens Glüsing: «Trump non è stato eletto imperatore del mondo». spiegel.de, 16 aprile 2026.

[6] Luis Inácio Lula da Silva: il presidente del Brasile punta sulla cooperazione. tagesspiegel.de, 17 aprile 2026.

[7] Lula denuncia la «follia» della guerra contro l’Iran. tagesspiegel.de, 20 aprile 2026.

[8] Ana Ionova, Ju Faddul: Il Brasile esita mentre gli Stati Uniti spingono per un accordo sulle terre rare. nytimes.com, 20 marzo 2026.

[9] Camilla Hodgson, Michael Pooler: Gli Stati Uniti si assicurano l’approvvigionamento di terre rare grazie a un prestito di 565 milioni di dollari concesso a un gruppo minerario brasiliano. ft.com, 1° aprile 2026.

[10] Igor Patrick: Il Brasile chiede che le terre rare vengano lavorate sul proprio territorio mentre Stati Uniti e Cina si contendono il mercato. scmp.com, 15 aprile 2026.

[11] Germania e Brasile rafforzano la loro collaborazione in materia di difesa. bmvg.de, 20 aprile 2026.

Piani marittimi per il Medio Oriente

La Germania sta preparando la partecipazione della Bundeswehr alla missione navale pianificata dalla Francia nello Stretto di Hormuz. Parigi intende escludere gli Stati Uniti, Berlino no. I danni subiti dalle basi militari statunitensi in Medio Oriente mettono in discussione il loro futuro.

17

aprile

2026

BERLINO/PARIGI/TEHERAN (Notizia propria) – Il governo federale sta preparando la partecipazione della Bundeswehr alla missione navale pianificata dalla Francia per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Il cancelliere Friedrich Merz intende annunciarlo ufficialmente oggi, venerdì, a Parigi, come riportato giovedì. Lì si terrà un incontro per preparare l’operazione. Questa, tuttavia, dovrebbe iniziare solo dopo la fine della guerra con l’Iran ed essere strettamente difensiva. Con questa mossa, la Francia si posiziona come possibile potenza protettrice complementare o alternativa per gli Stati arabi del Golfo. Tra questi sta attualmente crescendo il malcontento nei confronti degli Stati Uniti, che da decenni fungono da loro potenza protettrice, ma oggi non forniscono più una protezione efficace e hanno inoltre precipitato la regione nella guerra con l’Iran. Esperti statunitensi sottolineano che i danni inflitti dall’Iran alle basi statunitensi in Medio Oriente sono così gravi che il loro ulteriore utilizzo non è più indiscusso per Washington. Mentre Parigi intende condurre l’operazione navale per la sicurezza dello Stretto di Hormuz senza gli Stati Uniti, Berlino sostiene il coinvolgimento delle forze armate statunitensi – anche se, forse, non in una funzione di comando.

Tre obiettivi

Il presidente francese Emmanuel Macron aveva già annunciato il 9 marzo l’intenzione di organizzare un’operazione navale multinazionale nello Stretto di Hormuz. A tal fine, come primo passo, aveva inviato undici navi da guerra in Medio Oriente, tra cui la portaerei Charles de Gaulle. [1] L’operazione dovrebbe iniziare solo dopo la fine della guerra e avere carattere esclusivamente difensivo. Sono stati indicati tre obiettivi. In una prima fase dovrebbero essere avviate misure per scortare in sicurezza attraverso lo Stretto di Hormuz le navi mercantili bloccate nel Golfo Persico. [2] In una seconda fase è prevista la rimozione delle mine marine che l’Iran potrebbe aver posizionato nello Stretto di Hormuz; non è noto se ciò sia avvenuto e, in caso affermativo, in che misura. In una terza fase, le navi mercantili dovrebbero poi essere regolarmente scortate da fregate e cacciatorpediniere. Si dice che ciò sia inteso soprattutto a ripristinare la fiducia degli equipaggi delle navi, degli armatori e degli assicuratori e a consentire il regolare traffico. Parigi dichiara espressamente che si esclude in linea di principio la partecipazione delle parti in conflitto, in particolare degli Stati Uniti. Tuttavia, l’operazione navale dovrebbe avvenire in accordo con l’Iran. Ciò è considerato necessario per garantire il passaggio sicuro delle navi.

La potenza protettrice che non protegge

Mentre Parigi pianifica l’intervento nello Stretto di Hormuz, in Medio Oriente si discute di sconvolgimenti geostrategici potenzialmente di vasta portata. Negli Stati arabi del Golfo ha suscitato malcontento il fatto che gli Stati Uniti, la loro tradizionale potenza protettrice, non solo abbiano fallito nel proteggere dalla minaccia dei droni e dei missili iraniani, ma abbiano addirittura gettato deliberatamente la penisola arabica in una guerra, nonostante gli avvertimenti pressanti. Di conseguenza, si sta valutando la possibilità di non affidarsi più unilateralmente agli Stati Uniti come unica potenza protettrice in futuro. Allo stesso tempo, gli Stati arabi del Golfo stanno approfittando dell’attuale cessate il fuoco per avviare negoziati con l’Iran. Subito dopo la sospensione temporanea delle ostilità, i ministri degli Esteri dell’Iran e dell’Arabia Saudita si sono consultati sulle opzioni per ridurre le tensioni nel Golfo Persico in futuro. Mercoledì il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha telefonato al vicepresidente degli Emirati Arabi Uniti, Mansour bin Zayed al Nahyan; si è discusso anche delle possibilità di placare i conflitti nella regione dopo la fine della guerra. [3] Ciò indica che gli Stati arabi del Golfo intendono riprendere gli sforzi avviati già nel 2019 per cercare un allentamento delle tensioni nei loro rapporti con l’Iran (come riportato da german-foreign-policy.com [4]).

Condurre la guerra dalla propria camera d’albergo

Il futuro degli Stati Uniti rimane incerto. I droni e i missili iraniani hanno causato gravi danni a numerose basi militari statunitensi nel Golfo Persico. Secondo quanto riportato, sarebbero stati colpiti e almeno in parte distrutti impianti radar che sarebbero costati centinaia di milioni, in un caso addirittura un miliardo di dollari USA.[5] I danni sono apparentemente così gravi che le forze armate statunitensi hanno deciso di sistemare i soldati che non devono necessariamente essere presenti nelle loro basi – come ad esempio i piloti da combattimento – in edifici civili o addirittura in alcuni hotel selezionati degli Stati del Golfo. Da lì hanno condotto la loro guerra «praticamente a distanza», come riportato alla fine di marzo dal New York Times. [6] Ciò viola il diritto internazionale.[7] Eppure, come ha affermato il 9 aprile Marc Lynch della George Washington University in occasione del convegno annuale dell’Arab Center di Washington DC, riferendosi a resoconti personali provenienti dalla regione, non tutti i danni alle basi sono di dominio pubblico. «L’architettura fisica del dominio statunitense» sarebbe stata «resa inutilizzabile» nel giro di un mese, ha affermato Lynch; sarebbe «molto improbabile» che venisse riportata al suo stato precedente: la sua posizione sarebbe «troppo pericolosa».[8] Ciò metterebbe forse in discussione la presenza militare statunitense in Medio Oriente nella sua forma attuale.

Più vicini all’Europa

Mentre il tradizionale predominio militare degli Stati Uniti nella penisola arabica non può più essere considerato un dato di fatto, la Francia, con la sua presenza navale in Medio Oriente e con la prevista missione navale nello Stretto di Hormuz, si sta posizionando come una potenziale potenza protettrice complementare o addirittura alternativa per gli Stati del Golfo arabo. Allo stesso tempo, la Gran Bretagna si unisce all’iniziativa francese. Da settimane si sta preparando a misure di sminamento nel Golfo Persico, ma finora ha resistito a tutti i tentativi statunitensi di coinvolgere le truppe britanniche nel blocco statunitense dei porti iraniani o in altre operazioni statunitensi in Medio Oriente. All’inizio di agosto ha invece avviato un proprio tentativo di forgiare una coalizione di Stati per liberare lo Stretto di Hormuz, concentrandosi però anche sul periodo successivo alla fine della guerra. [9] Macron ha ora invitato, insieme al primo ministro Keir Starmer, alla riunione multinazionale di oggi, venerdì. Considerando che Starmer respinge i tentativi di accaparramento dell’amministrazione Trump, ma allo stesso tempo coopera più strettamente con la Francia, gli osservatori constatano che Londra sta attualmente mettendo in secondo piano il suo tradizionale rapporto speciale con gli Stati Uniti e si sta avvicinando strategicamente all’UE.[10]

Vittoria e sconfitta

Il governo federale tedesco aveva inizialmente respinto i piani francesi per un intervento navale nello Stretto di Hormuz. All’inizio di aprile, da Berlino era giunto il messaggio che, a differenza di Parigi, non si stavano conducendo trattative con Teheran; in generale, riguardo allo Stretto di Hormuz, non ci si trovava «in prima linea». [11] Norbert Röttgen, esponente della CDU esperto di politica estera, ha affermato che l’iniziativa di Macron «riconosce la supremazia dell’Iran, e precisamente in modo completo dal punto di vista militare, giuridico e, di conseguenza, politico»; essa è quindi fuori discussione per la Repubblica Federale, tanto più che «il controllo dello Stretto di Hormuz … è strategicamente determinante per la vittoria o la sconfitta» nella guerra contro l’Iran. [12] Si diceva che il cancelliere federale Friedrich Merz avesse inviato il suo consigliere per la politica estera Günter Sautter non a Parigi, ma a Washington. Poco dopo, Berlino avviò una certa correzione di rotta. Il 9 aprile Merz dichiarò che «ora si riprendono anche i colloqui con Teheran»; inoltre, in caso di conclusione di un accordo di pace, la Repubblica Federale avrebbe contribuito a «garantire la libera navigazione nello Stretto di Hormuz» – questo, comunque, «se per farlo… ci fosse un mandato e un piano sostenibile».[13] A tal proposito, Merz ha tuttavia comunicato di essersi consultato soprattutto «con il presidente Trump».

Evitare la leadership della Francia

Come confermato da diverse fonti ieri, giovedì, Merz intende partecipare di persona all’incontro di Parigi in programma oggi, venerdì, al quale sono attesi anche, in presenza, la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni e, in collegamento online, rappresentanti di numerosi altri Stati. Merz intende quindi offrire l’invio di dragamine e di un velivolo da ricognizione marittima, oltre a prospettare l’utilizzo della base logistica della Bundeswehr a Gibuti.[14] A differenza di Parigi, Berlino è però favorevole alla partecipazione degli Stati Uniti. Questi ultimi, si dice, non dovrebbero «esercitare alcuna funzione di comando», ma dovrebbero comunque «essere presenti e coinvolti». [15] La richiesta segue un vecchio schema della politica estera tedesca, che di norma cerca di frenare sistematicamente le iniziative sotto la guida francese per impedire un aumento del potere francese nell’UE. In questo contesto, il governo federale ha ripetutamente preferito una cooperazione con gli Stati Uniti a misure alternative che, pur avendo portato a una maggiore autonomia europea, avrebbero al contempo procurato alla Francia vantaggi significativi – effettivamente o anche solo presumibilmente a spese della Repubblica Federale. Uno degli esempi più recenti: l’acquisto di vari caccia statunitensi del tipo F-35 invece di un’accelerazione dello sviluppo del caccia franco-tedesco FCAS.[16]

[1] Si veda a questo proposito Lo Stretto di Hormuz.

[2] Max Colchester, Noemie Bisserbe, Bertrand Benoit: L’Europa elabora un piano postbellico per liberare lo Stretto di Hormuz senza gli Stati Uniti. wsj.com, 14 aprile 2026.

[3] Il vicepresidente degli Emirati Arabi Uniti discute di allentamento delle tensioni con il presidente dell’Assemblea nazionale iraniana Qalibaf. thearabweekly.com, 16 aprile 2026.

[4] Si veda a questo proposito La fine del dominio statunitense nel Golfo Persico (III).

[5] Bora Erden, Leanne Abraham: Secondo un’analisi, almeno 17 siti statunitensi sarebbero stati danneggiati in caso di guerra con l’Iran. nytimes.com, 11 marzo 2026.

[6] Helene Cooper, Eric Schmitt: Gli attacchi dell’Iran costringono le truppe statunitensi a lavorare a distanza. nytimes.com, 25 marzo 2026.

[7] Thomas Gibbons-Neff: «L’alloggiamento delle truppe statunitensi in hotel del Medio Oriente potrebbe violare le leggi di guerra». nytimes.com, 1 aprile 2026.

[8] Yasmine El-Sabawi: Secondo gli esperti, le basi militari statunitensi nel Golfo sono «inutili» dopo gli attacchi iraniani. middleeasteye.net, 9 aprile 2026.

[9] La coalizione guidata dal Regno Unito, composta da 40 paesi, promette di intervenire in caso di chiusura dello Stretto di Hormuz. aljazeera.com, 2 aprile 2026.

[10] Oliver Wright: Come Keir Starmer sta sfruttando la guerra in Iran per allontanarsi da Trump e avvicinarsi all’UE. thetimes.com, 1 aprile 2026.

[11], [12] Eckart Lohse, Michaela Wiegel, Sofia Dreisbach: L’Europa ancora una volta divisa. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 4 aprile 2026.

[13] «Un primo barlume di speranza». bundesregierung.de, 9 aprile 2026.

[14] La Germania pronta a garantire la sicurezza militare dello Stretto di Hormuz. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 17 aprile 2026.

[15] Daniel Brössler: La Bundeswehr si prepara allo sminamento nello Stretto di Hormuz. sueddeutsche.de, 16 aprile 2026.

[16] Si veda a questo proposito Ancora nessun decollo.

I distruttori di civiltà

Il piano di Trump di bloccare lo Stretto di Hormuz ha ricevuto il plauso di Berlino. In precedenza, il cancelliere Merz aveva persino espresso una certa comprensione per la minaccia di Trump di distruggere la civiltà iraniana.

13

aprile

2026

BERLINO/WASHINGTON/TEHERAN (notizia redatta dalla nostra redazione) – Il blocco navale dello Stretto di Ormuz annunciato dal presidente degli Stati Uniti Trump ha ricevuto il plauso di Berlino. Le misure adottate dagli Stati Uniti erano “attese da tempo” per impedire all’Iran qualsiasi “uso” dello stretto e qualsiasi introito che Teheran possa ricavare esercitandone il controllo, ha affermato ieri, domenica, Norbert Röttgen, esperto di politica estera della CDU. Trump aveva appena dichiarato che la Marina degli Stati Uniti avrebbe impedito a tutte le navi di attraversare lo Stretto di Hormuz. La decisione di procedere a un blocco navale è scaturita dalla rottura dei negoziati volti a risolvere il conflitto tra Washington e Teheran. Gli Stati Uniti hanno interrotto i colloqui nel fine settimana perché l’Iran non era disposto ad accettare “un accordo”, ovvero a conformarsi pienamente alle richieste statunitensi. L’aviazione americana avrebbe preso di mira ponti e centrali elettriche, aveva già minacciato Trump. Avrebbe bombardato il paese “fino a riportarlo all’età della pietra”. L’incontro a Islamabad si è svolto all’ombra della minaccia apocalittica di Trump secondo cui “la civiltà iraniana morirà”. Queste parole hanno suscitato sgomento e repulsione in tutto il mondo. Eppure la posizione di Trump ha incontrato una certa comprensione all’interno del governo tedesco. Domenica Trump ha lanciato un nuovo ultimatum: senza un accordo, le sue forze avrebbero “spazzato via quel poco che resta dell’Iran”.

Dettare le condizioni

Il vicepresidente americano JD Vance ha dichiarato falliti i colloqui per la risoluzione del conflitto con l’Iran dopo un’unica sessione maratona durata 21 ore. L’Iran non avrebbe «scelto di non accettare le nostre condizioni», ha affermato Vance poco prima di lasciare Islamabad.[1] Secondo quanto riportato, gli Stati Uniti avrebbero insistito su richieste estreme, non da ultimo riguardo al programma nucleare iraniano. La delegazione statunitense era in linea di principio riluttante a discutere una proposta alternativa dell’Iran, esigendo che il Paese consegnasse tutto il suo uranio arricchito. Gli Stati Uniti avevano anche chiesto l’apertura immediata e completa dello Stretto di Hormuz, ma si erano rifiutati, in cambio, di sbloccare i beni esteri congelati dell’Iran per un valore di almeno 27 miliardi di dollari. Questi fondi sono depositati in Germania, Lussemburgo, Turchia, Bahrein, Qatar, Iraq e Giappone. [2] Parlando al New York Times, l’esperto Mehdi Rahmati, con sede a Teheran, ha affermato che era “irrealistico” che gli Stati Uniti negoziassero seriamente escludendo al contempo qualsiasi concessione di principio. L’ex ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha a sua volta dichiarato che gli Stati Uniti non erano nella posizione di “dettare condizioni all’Iran”. Eppure è proprio questo che l’amministrazione Trump continua a tentare di fare.

«Un ritorno all’età della pietra»

A seguito del fallimento dei negoziati nel fine settimana, le minacce deliranti lanciate dal presidente Trump poco prima che venisse raggiunto un accordo di cessate il fuoco sono tornate ora all’ordine del giorno. Trump aveva inizialmente annunciato che avrebbe preso di mira e distrutto le infrastrutture civili iraniane, compresi ponti e centrali elettriche. Anzi, avrebbe bombardato il Paese «riportandolo all’età della pietra». Ha poi utilizzato i social media per inveire contro gli iraniani definendoli «bastardi pazzi». Dovevano immediatamente «aprire quel cazzo di Stretto» (di Hormuz), ha sbraitato, o «vivrete l’inferno». [3] E in onore della domenica di Pasqua, Trump ha deriso il popolo iraniano aggiungendo cinicamente «Gloria ad Allah!». La distruzione deliberata delle infrastrutture civili è, ovviamente, un crimine di guerra. Secondo la Mezzaluna Rossa iraniana, i bombardamenti statunitensi e israeliani avevano già danneggiato o distrutto 763 scuole e 316 strutture sanitarie al 2 aprile. [4] Commentando la guerra completamente sfrenata condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il pubblicista Rami G. Khouri, che lavora all’Università Americana di Beirut e all’Arab Center di Washington, ha recentemente scritto che le minacce americane ora «hanno confermato la morte di qualsiasi protezione derivante dal diritto internazionale o dai trattati globali» che un tempo distinguevano tra esigenze militari e civili: «Tutti gli esseri umani sulla Terra ora vivono in pericolo».[5]

Fantasie di annientamento

Oltre ad annunciare la sua intenzione di perseguire crimini di guerra di vasta portata, la scorsa settimana Trump ha suggerito che le forze armate degli Stati Uniti e di Israele avrebbero fatto in modo che «un’intera civiltà morisse» in Iran. La dichiarazione è stata interpretata, non solo in Iran e in altri paesi del Medio Oriente, come un segnale che gli Stati Uniti e Israele si stiano preparando a una guerra genocida simile a quella di Gaza, ricorrendo forse persino alle armi nucleari. La minaccia ha suscitato sgomento e repulsione in tutto il mondo. Papa Leone XIV ha definito le minacce di violenza di Trump «veramente inaccettabili».[6] L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha deplorato la «tirata di retorica incendiaria» di Trump definendola «ripugnante». Solo il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha espresso una certa comprensione per Trump. Dopo giorni di silenzio sulla questione, ha affermato di aver semplicemente percepito il feroce sfogo verbale del presidente degli Stati Uniti «come una componente retorica di una strategia sull’Iran»: «Credo che lui stesso non pensasse che un paese come l’Iran potesse essere completamente spazzato via». [7] Non risulta che il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen o il commissario europeo agli Affari esteri Kaja Kallas abbiano espresso obiezioni alle fantasie di annientamento di Trump.

“Eliminare i funzionari”

Non sono solo queste minacce di morte a incombere nuovamente sul popolo iraniano in seguito al fallimento dei negoziati. Nel caso in cui l’Iran non fosse disposto a cedere completamente il proprio uranio arricchito, Marc A. Thiessen, esperto presso l’American Enterprise Institute (AEI), un think tank neoconservatore, ha proposto la scorsa settimana una serie di misure da parte degli Stati Uniti. Washington dovrebbe, ad esempio, distruggere l’intera infrastruttura per l’esportazione di petrolio sull’isola di Kharg, “eliminando così la capacità del regime […] di diffondere il terrore in tutta la regione”.[8] Inoltre, qualsiasi iraniano che si avvicini a una zona in cui si sospetta che sia immagazzinato l’uranio arricchito del Paese dovrebbe essere ucciso. Raccomanda inoltre che l’esercito statunitense scateni una “raffica finale” di attacchi contro la leadership iraniana per eliminare “i funzionari iraniani che sono stati risparmiati ai fini dei negoziati”.[9] L’idea che un’intera delegazione negoziale composta dai principali rappresentanti di uno Stato venga pubblicamente minacciata di omicidio collettivo qualora non accettasse le richieste della controparte nella forma desiderata è senza precedenti anche per l’odierno mondo occidentale bellicoso.

Il blocco navale di Trump

Ieri, domenica, il presidente degli Stati Uniti Trump ha ribadito la sua minaccia e ha annunciato che «al momento opportuno» le forze armate statunitensi avrebbero «spazzato via quel poco che resta dell’Iran».[10] Ha inoltre minacciato, ancora una volta, di distruggere le reti elettriche e persino l’approvvigionamento idrico dell’Iran. D’altra parte, ha annunciato che la Marina degli Stati Uniti bloccherà lo Stretto di Hormuz. Il contesto è che l’Iran sta cercando di introdurre un sistema di pedaggio nello stretto in base al quale le navi che lo attraversano dovranno pagare una tassa a Teheran. L’Iran ha sperimentato il sistema nelle ultime settimane, consentendo il passaggio a singole navi provenienti da una serie di paesi con cui non è in conflitto in cambio di un pagamento. Ora spera di rendere questo accordo permanente. In risposta, Trump sta ora affermando che nessuna nave dovrebbe essere autorizzata ad attraversare lo stretto. Domenica ha inoltre annunciato di aver ordinato alla Marina degli Stati Uniti di fermare «ogni imbarcazione in acque internazionali che abbia pagato un pedaggio all’Iran».[11] Gli Stati Uniti, ha affermato, sarebbero sostenuti in questo da altri Stati. Se vi sia del vero nelle dichiarazioni del presidente americano non è, ancora una volta, immediatamente chiaro.

Elogi da Berlino

Da Berlino sono giunte rapidamente parole di elogio per il blocco navale. Domenica, Norbert Röttgen, esperto di politica estera della CDU, ha affermato che è «fondamentale che il regime iraniano non mantenga il controllo dello Stretto di Hormuz», poiché «era ormai da tempo necessario che gli Stati Uniti impedissero al regime di utilizzare lo stretto e di trarne i proventi, indispensabili per la sua sopravvivenza». [12] Altrove, le reazioni espresse vanno dallo scetticismo alla critica. Nel panorama mediatico statunitense, ad esempio, si sottolinea che un blocco navale – termine usato dallo stesso Trump – deve essere considerato un atto di guerra, il che significa che il cessate il fuoco giungerà al termine con l’inizio del blocco statunitense annunciato. Il Wall Street Journal ha persino osservato che l’Iran ha guadagnato più del previsto dalle sue esportazioni di petrolio nelle ultime settimane. E l’Iran potrebbe essere in grado di far fronte a un blocco meglio delle economie del mondo occidentale. Queste ultime dovranno presto fare i conti con la carenza di numerose materie prime fondamentali – «dal gas naturale liquefatto al carburante per aerei e all’elio».[13] Si ritiene che il danno economico previsto sarà enorme.

[1] Erika Solomon: Nei colloqui in Pakistan, l’Iran ha visto gli Stati Uniti cercare di imporre le proprie condizioni, non di negoziare. nytimes.com, 12 aprile 2026.

[2] Farnaz Fassihi: Il controllo dello Stretto di Ormuz e le scorte di uranio dell’Iran rappresentavano i punti critici. nytimes.com, 12 aprile 2026.

[3] Trump minaccia l’Iran di un «inferno» per lo Stretto di Hormuz mentre si avvicina la scadenza. aljazeera.com 05.04.2026.

[4] Leanne Abraham, Aurelien Breeden, Bora Erden, Anushka Patil, Christiaan Triebert, Daniel Wood, Karen Yourish: «Le scuole e gli ospedali iraniani in rovina, secondo un’analisi del Times». nytimes.com, 9 aprile 2026.

[5] Rami G. Khouri: Il cessate il fuoco in Iran: non una via d’uscita per gli Stati Uniti, ma un sedile eiettabile salvavita. aljazeera.com, 10 aprile 2026.

[6] Ovunque si manifesta sdegno per la politica intimidatoria di Trump. orf.at 08/04/2026.

[7] Merz: Il successo dei colloqui di pace con l’Iran non è scontato. handelsblatt.com 09/04/2026.

[8], [9] Marc A. Thiessen: L’Iran pensa di avere un vantaggio. Ecco come Trump può dimostrargli che si sbaglia. washingtonpost.com 08.04.2026.

[10] Vera Bergengruen: Trump afferma che gli Stati Uniti sono pronti a dare il colpo di grazia all’Iran. wsj.com, 12 aprile 2026.

[11] Vera Bergengruen: Trump annuncia il blocco statunitense dello Stretto di Ormuz. wsj.com, 12 aprile 2026.

[12] Mey Dudin, Birgit Marschall: Trump annuncia il blocco navale statunitense nello Stretto di Hormuz. rp-online.de, 12 aprile 2026.

[13] Georgi Kantchev: L’Iran ha carte vincenti nell’embargo di Trump. wsj.com, 12 aprile 2026.

L’eredità di Orbán, la linea politica di Magyar

Dopo la vittoria di Péter Magyar, l’UE sollecita l’Ungheria ad attuare rapide riforme. Magyar si mostra disposto a collaborare, ma prende le distanze da alcune richieste dell’UE e dagli interessi delle grandi aziende tedesche. Queste ultime stanno osservando attentamente la situazione.

22

aprile

2026

BRUXELLES/BERLINO/BUDAPEST (Notizia propria) – Dopo la schiacciante vittoria del partito Tisza di Péter Magyar alle elezioni in Ungheria, si profilano le prime divergenze rispetto alla politica dell’UE e agli interessi delle grandi aziende tedesche. Magyar ha promesso un saldo radicamento del Paese nell’UE e nella NATO e ha puntato all’introduzione dell’euro; inoltre, nel suo gabinetto designato punta su manager di grandi gruppi con esperienza transatlantica. Si profila così un allontanamento dalla cooperazione del primo ministro uscente Viktor Orbán con la Russia. Allo stesso tempo, Magyar critica le sovvenzioni alle grandi aziende e intende diversificare l’economia ungherese; in questo modo prende le distanze dalle imprese tedesche che per anni hanno beneficiato del sostegno politico e finanziario del governo Orbán. Quasi 6.000 aziende tedesche operano in Ungheria e hanno trasformato il Paese in una parte centrale del cortile industriale della Repubblica Federale. Magyar rifiuta inoltre il patto UE sull’immigrazione. Bruxelles fa pressione: entro agosto l’Ungheria dovrà soddisfare 25 condizioni di riforma della Commissione UE per sbloccare i fondi congelati durante il mandato di Orbán.

Il cortile industriale della Germania

In Ungheria le aziende tedesche continuano a rappresentare il principale gruppo di investitori stranieri: quasi 6.000 imprese che hanno creato oltre 300.000 posti di lavoro, realizzando investimenti per circa 18 miliardi di euro.[1] Ai gruppi tedeschi spetta quindi il 7% dei posti di lavoro ungheresi, oltre l’11% del valore aggiunto lordo e circa un sesto degli investimenti nel settore imprenditoriale. Il primo ministro uscente Viktor Orbán ha puntato su tasse basse, un diritto del lavoro deregolamentato e la posizione centrale del suo paese in Europa per costruire di fatto un paradiso per gli investitori tedeschi.[2] L’Ungheria è quindi una parte centrale del cortile industriale della Germania.

Partner compiacente

Un gruppo industriale in particolare ha tratto grande vantaggio dalla politica di Orbán: i colossi automobilistici tedeschi. Mercedes, ad esempio, sta attualmente raddoppiando la capacità produttiva del proprio stabilimento di Kecskemét, portandola da 200.000 a 400.000 veicoli all’anno. A Debrecen, BMW ha investito più di due miliardi di euro in un nuovo stabilimento per avviare la produzione in Europa orientale per la prima volta. Pochi mesi fa, il marchio VW Cupra ha avviato la produzione del SUV Terramar presso Audi Hungaria a Győr. Audi ha ampliato lo stabilimento e ora vi impiega 11.000 dipendenti. Secondo i dati Eurostat, nel 2024 il costo del lavoro in Germania era in media di 43,30 euro l’ora; in Ungheria, invece, era di soli 14,19 euro l’ora. Secondo i dati di Mercedes, i costi di produzione in Ungheria sono addirittura inferiori del 70% rispetto alla Germania.[3] Contrariamente alla politica tedesca, le case automobilistiche tedesche non hanno protestato contro Orbán, poiché egli ha creato per loro condizioni di investimento ideali. Anche i fornitori tedeschi hanno una forte presenza in Ungheria – come Bosch, che a Budapest gestisce il suo campus dell’innovazione, il più grande centro di sviluppo in Europa al di fuori della Germania. Con 17.000 dipendenti, Bosch ha realizzato lì un fatturato di oltre cinque miliardi di euro nel 2024. Il gruppo Henkel, a sua volta, produce da 15 anni a Környe adesivi per l’industria e da lì rifornisce circa 70 paesi.[4]

Restrizioni nei settori strategici

Il paradiso ungherese per gli investitori ha tuttavia dei limiti. Mentre Orbán ha sostenuto l’industria delle esportazioni, dalla crisi economica mondiale del 2008/09 alcuni settori strategici sono stati sottoposti a una politica industriale restrittiva: telecomunicazioni, banche, logistica, edilizia e commercio al dettaglio. Da allora, le imprese straniere operanti in questi settori lamentano tasse speciali, ostacoli normativi, imposizioni sui prezzi, interventi statali e ritardi nelle autorizzazioni. [5] Negli ultimi anni l’Ungheria ha registrato il tasso di inflazione più alto all’interno dell’UE; i prezzi dei generi alimentari sono aumentati a tratti fino al 45%. Il governo di Orbán è intervenuto, colpendo, oltre alle catene di vendita al dettaglio Spar dall’Austria e Tesco dal Regno Unito, anche i discount tedeschi: Lidl (leader di mercato in Ungheria), Aldi e Penny. Sono previsti limiti massimi di margine su oltre 40 prodotti alimentari di base e, a partire da maggio 2025, anche su 30 prodotti di drogheria, il che colpisce le catene commerciali tedesche dm e Rossmann. Interventi ancora più incisivi si registrano in altri settori. Le imprese devono pagare tasse aggiuntive sui materiali da costruzione come sabbia, ghiaia e cemento, il che danneggia anche i produttori tedeschi.[6]

Gli oligarchi come concorrenti

A ciò si aggiungono le perdite causate dal congelamento, da parte della Commissione europea, di fondi per decine di miliardi di euro a partire dal 2022, nell’ambito della lotta di potere con Orbán. Ad esempio, un rappresentante dell’azienda siderurgica Thyssenkrupp Materials a Budapest lamenta che il settore sta soffrendo per il blocco dei finanziamenti; gli ordini per la sua azienda sono crollati, gli affari vanno «davvero male»:«Speriamo che dopo le elezioni i rapporti con l’UE migliorino».[7] Secondo un’analisi del Financial Times, inoltre, dal 2010, anno in cui Orbán è entrato in carica, il 14 per cento di tutti gli appalti pubblici è andato a imprese di 13 persone della sua cerchia. In media, queste aziende hanno ricevuto ogni anno commesse tre volte superiori rispetto ai cinque anni precedenti la sua entrata in carica. Si tratta, tra l’altro, di aziende dei settori bancario, logistico ed edile. Il successore di Orbán, Péter Magyar, promette ora un nuovo inizio e annuncia una «lotta contro i 3.000 oligarchi».

Westmanager come ministro

Subito dopo la sua schiacciante vittoria alle elezioni del 12 aprile, Magyar ha dichiarato guerra al Fidesz e alla sua cerchia, chiedendo le dimissioni del presidente della Repubblica Tamás Sulyok: qualora Sulyok non si fosse dimesso volontariamente, avrebbe reso possibile la destituzione del presidente tramite un emendamento costituzionale, ha minacciato – una mossa non proprio tipica delle democrazie liberali. [8] Magyar ha al suo seguito un nuovo gabinetto, in cui figurano diversi manager di grandi gruppi stranieri. András Kárman, ad esempio, che in autunno è diventato consigliere economico di Magyar, era in precedenza responsabile del settore mutui presso la Erste Bank austriaca. In precedenza aveva fatto parte per tre anni del consiglio di amministrazione della Banca europea per lo sviluppo (BERS). Kárman aveva inizialmente lavorato nel primo governo di Orbán, ma lo aveva presto lasciato perché non era d’accordo con la linea di scontro del primo ministro nei confronti del FMI. Il 64enne István Kapitány, che in futuro dirigerà il ministero dell’Energia, ha trascorso tutta la sua carriera presso la compagnia petrolifera britannica Shell. [9] La ministra degli Esteri designata è Anita Orbán. Durante il mandato del leader del Fidesz, con cui non ha alcun legame di parentela, aveva inizialmente lavorato al Ministero degli Esteri e, dopo le sue dimissioni nel 2015, ha lavorato per alcuni anni per le società statunitensi di GNL Cheniere e Tellurian, prima di passare a Vodafone come lobbista nel 2021. La top manager ed esperta di energia faceva parte in passato dell’ala transatlantica del Fidesz ed è stata nominata nel 2010 ambasciatrice speciale dell’Ungheria per la sicurezza energetica. Dopo che il primo ministro ha concluso un importante accordo con la Russia nel 2017, si è ritirata.[10]

Di nuovo sulla rotta dell’UE?

Il partito ungherese Tisza ha annunciato nel proprio programma elettorale il saldo radicamento dell’Ungheria nell’UE e nella NATO, chiedendo inoltre l’introduzione dell’euro. Si prevede di porre fine alla dipendenza dalle fonti energetiche russe entro il 2035 e di raddoppiare la quota delle energie rinnovabili entro il 2040. Sebbene si sia determinati a coprire il crescente fabbisogno energetico attraverso la costruzione di una centrale nucleare, si effettuerà una «revisione completa» della centrale nucleare Paks 2 costruita dalla Russia, è stato affermato.[11] Magyar ha sostenuto che in Ungheria alcune aziende tedesche sarebbero state «perseguitate»; il suo governo cambierà questa situazione: «Vogliamo offrire condizioni uguali per tutti». Ha aggiunto: «L’Ungheria tornerà ad essere prevedibile.»[12] L’introduzione dell’euro può essere considerata piuttosto un obiettivo a lungo termine. Péter Virovácz, economista presso la banca olandese ING, ritiene che sia da escludere entro una legislatura, vista la situazione economica dell’Ungheria. Il Paese è attualmente ben lontano dal soddisfare i criteri di Maastricht, che prevedono un’inflazione bassa e sostenibile, un tasso di cambio stabile, un deficit di bilancio inferiore al tre per cento del prodotto interno lordo e un debito pubblico non superiore al 60 per cento del prodotto interno lordo. In termini di tempistica, gli esperti prevedono che ci vorranno almeno dai cinque ai dieci anni prima dell’introduzione dell’euro. [13] Se dal punto di vista economico Magyar è in linea con l’UE, il suo rifiuto del pacchetto migratorio dell’Unione fa presagire tensioni.

La prova del fuoco di Magyar

Di conseguenza, poco dopo la vittoria elettorale di Magyar, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha inviato a Budapest il suo capo di gabinetto e diversi direttori generali per dei colloqui politici. Portavano con sé un elenco di richieste di riforme, bozze di testi legislativi e altri progetti dell’UE. Per sbloccare i fondi dell’UE, congelati nell’ambito della lotta dell’Unione contro Orbán, il nuovo governo di Magyar deve presentare entro la fine di maggio un piano rivisto per l’utilizzo dei fondi di ricostruzione. Entro la fine di agosto devono inoltre essere soddisfatti 25 requisiti di riforma, 17 dei quali prevedono un’efficace lotta alla corruzione, obblighi di trasparenza per i rappresentanti del governo e una maggiore concorrenza nelle gare d’appalto.[14] Lo sblocco dei fondi UE andrebbe a beneficio, come già detto, non da ultimo a gruppi industriali tedeschi come Thyssenkrupp Materials.

Il clima degli investimenti sotto esame

Tuttavia, sotto la guida di Magyar sembrano ipotizzabili anche misure contrarie agli interessi dei gruppi industriali tedeschi. Il primo ministro designato ha infatti criticato più volte i cospicui sussidi concessi ai grandi impianti produttivi. I sussidi sarebbero inefficienti, ha spiegato; le piccole e medie imprese ungheresi non trarrebbero alcun vantaggio dall’insediamento delle grandi aziende. Magyar ha inoltre criticato: «A causa del predominio dell’industria automobilistica e delle batterie, l’economia non è sufficientemente diversificata e reagisce in modo estremamente sensibile agli shock esterni e ai cicli economici.»[15]

Maggiori informazioni sull’argomento: Ungheria: UE contro MAGA.

[1] Michael Seiser: L’Ungheria divide gli investitori. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 28 marzo 2026.

[2] Anna Westkämper: La politica di Orban divide l’economia tedesca. handelsblatt.com, 7 aprile 2026.

[3] Michael Scheppe, Felix Stippler, Roman Tyborski: I produttori di auto di lusso trasferiscono la produzione nell’Europa orientale. handelsblatt.com, 17 marzo 2026.

[4] Anna Westkämper: La politica di Orban divide l’economia tedesca. handelsblatt.com, 7 aprile 2026.

[5] Michael Seiser: L’Ungheria divide gli investitori. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 28 marzo 2026.

[6] Anna Westkämper: La politica di Orban divide l’economia tedesca. handelsblatt.com, 7 aprile 2026.

[7] Carsten Volkery: Il sistema Orbán vacilla. handelsblatt.com, 29 marzo 2026.

[8] Magyar chiede le dimissioni del presidente. tagesschau.de, 15 aprile 2026.

[9] Carsten Volkery: Un gabinetto pieno di top manager: ecco i futuri ministri di Magyar. handelsblatt.com, 13 aprile 2026.

[10] Manuela Honsig-Erlenburg: Orbán assume la guida del Ministero degli Esteri. derstandard.de, 13 aprile 2026.

[11] Il partito di opposizione ungherese Tisza promette un’imposta sul patrimonio e l’adozione dell’euro nel proprio programma elettorale. reuters.com 07.02.2026.

[12] Carsten Volkery: Come il vincitore delle elezioni Peter Magyar intende rivoluzionare il suo Paese. handelsblatt.com, 13 aprile 2026.

[13] Stefan Reccius: L’Ungheria adotterà l’euro sotto Magyar? handelsblatt.com, 13 aprile 2026.

[14] Thomas Gutschker: Come Bruxelles viene in aiuto a Péter Magyar. faz.net, 17 aprile 2026.

[15] Carsten Volkery, Anna Westkämper: Cosa possono aspettarsi le aziende tedesche dal successore di Orbán. handelsblatt.com, 14 aprile 2026.

L’Ungheria e la maledizione di Trump_di Constantin von Hoffmeister… e altri

L’Ungheria e la maledizione di Trump

La guerra e il crollo della destra occidentale

Constantin von Hoffmeister13 aprile
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L’Europa reagisce. L’Europa reagisce sempre. Intuisce la direzione prima ancora di definirla. L’attuale movimento si sta spostando a sinistra, e la causa è sotto gli occhi di tutti: la condotta di Donald Trump nell’escalation del conflitto con l’Iran. Quella che un tempo appariva come una rivolta globale antiglobalista contro la tirannia liberale ora assomiglia alla sua continuazione più aggressiva. La maschera è caduta. Il mostro rimane ed è più audace.

La guerra in Iran segna il punto di svolta. Gli attacchi lanciati a fine febbraio sotto la bandiera del cambio di regime hanno aperto una nuova fase di confronto diretto. Infrastrutture e civili sono stati presi di mira, leader e le loro famiglie sono stati assassinati e gruppi dissidenti/terroristi sono stati armati in anticipo. Si tratta di uno schema già visto, scritto molto prima che Trump entrasse in politica. Il linguaggio è cambiato. La struttura è rimasta invariata. L’istinto unipolare si afferma attraverso la forza, la pressione e la convinzione che un unico centro debba plasmare il mondo a propria immagine.

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Questo è il momento in cui la Destra in Occidente sta perdendo il suo orientamento. La promessa che Trump portava avanti si fondava su una rottura con la logica neoconservatrice. Parlava di porre fine alle guerre infinite, di ripristinare la sovranità nazionale e di respingere l’impulso missionario degli interventi liberali. Quella promessa ha dato slancio alla Destra in Europa occidentale. Ha permesso a figure come Viktor Orbán di rimanere salde, di resistere a Bruxelles e di costruire un modello di governo alternativo, radicato nell’identità e nel potere statale.

Ora la situazione si sta capovolgendo. L’attacco non provocato contro l’Iran per conto di Israele invia un messaggio diverso: gli Stati Uniti stanno tornando alla coercizione e ai tentativi di dominio strategico. La destra sta quindi perdendo la sua pretesa di rappresentare una nuova via. Sta diventando indistinguibile dal sistema suprematista a cui un tempo si opponeva. L’Europa occidentale lo sta leggendo chiaramente. La reazione non si fa attendere.

L’Ungheria è diventata la prima vittima illustre. Fidesz, a lungo ancorato ai principi di sovranità e resistenza alla sottomissione, è crollato sotto pressione. Il partito Tisza, approvato dall’UE e guidato da Péter Magyar, è emerso con una schiacciante forza parlamentare. La riforma costituzionale è ora a portata di mano. Il sistema Orbán, costruito in quattordici anni, sta entrando in una fase di rapido smantellamento.

Questo risultato riflette anche fattori interni. Ogni cambiamento elettorale ha cause interne. Tuttavia, il segnale esterno è più importante. Gli elettori europei vedono un mondo in subbuglio, plasmato dall’escalation americana. Reagiscono cercando rifugio in strutture familiari. La sinistra si presenta ora come elemento di coordinamento e protezione contro il caos scatenato dall’impero americano. La destra, legata all’immagine di Trump, appare instabile, imprevedibile e invischiata in inutili ostilità e violenze.

I beneficiari si stanno allineando lungo linee prevedibili. Bruxelles sta riprendendo il controllo su uno stato membro ribelle. Kiev si sta avvicinando ad assicurarsi ingenti flussi finanziari in grado di sostenere la sua posizione bellicosa nei confronti della Russia. L’orizzonte si restringe, l’aria si fa densa, le linee di forza scorrono sulla mappa come lame estratte al rallentatore. Segnali incrociano segnali, comandi rispondono a comandi, circuiti ronzano con un calore crescente che cerca di sfogarsi. Una terza guerra mondiale si addensa nella corrente sotterranea, un ritmo crescente sotto ogni decisione, una convergenza che preme verso l’interno da ogni lato, più vicina, più stretta, inevitabile nel suo avvicinamento. La rete legata a George Soros sta rientrando nel campo ungherese con rinnovata forza. La circolazione riprende, una diatesi latente si agita nel corpo politico, i vasi si riaprono, i canali capillari ammettono un’infiltrazione più sottile. Si accumula una lenta congestione, una saturazione invisibile dei tessuti, un effluvio pervasivo che si insinua in ogni organo, finché l’intero sistema non cede alla sua pressione sottile e cumulativa. Ciascun attore avanza sotto la stessa bandiera: il ripristino di un ordine gestito, centralizzato ed egemonico.

Da una prospettiva multipolare, l’ironia appare lampante. Trump, una figura che un tempo parlava di smantellare la morsa liberale sull’Occidente, ne sta ora accelerando il ritorno. La guerra in Iran non gode di ampio consenso popolare in Europa occidentale. La maggior parte degli europei la guarda con sospetto, timore e stanchezza. Eppure il conflitto continua a rafforzare il coordinamento atlantista a livello delle élite. Giustifica l’intervento, riaccende il linguaggio della “sicurezza” e della “responsabilità” e consolida l’allineamento istituzionale. Allo stesso tempo, l’ansia dell’opinione pubblica per un’escalation spinge gli elettori verso la sinistra, che si presenta come la forza moderatrice. Il sistema riacquista coerenza dall’alto, mentre la sfiducia cresce dal basso.

Le conseguenze si estendono ben oltre l’Ungheria. In tutta l’Europa occidentale, l’ondata di destra che aveva caratterizzato la prima fase sta rallentando e invertendosi. I movimenti che traevano forza dall’opposizione al globalismo faticano ora a definirsi. Se Washington e il movimento MAGA abbracciano l’interventismo, cosa resta della destra anti-interventista? Cosa distingue il nuovo dal vecchio?

In Gran Bretagna, Nigel Farage si trova ad affrontare questo scenario in continua evoluzione. La sua ascesa si è basata sulla chiarezza: sovranità contro burocrazia e nazione contro un sistema truccato contro il popolo. Ora il campo si sta sgretolando. Le forze di sinistra, spesso esterne all’establishment tradizionale, stanno guadagnando terreno incanalando l’ansia pubblica per la guerra e l’instabilità. I ​​sondaggi si fanno più serrati. Le elezioni amministrative si avvicinano e rappresentano un primo banco di prova. L’esito rimane incerto, eppure la direzione sembra chiara: la frammentazione favorisce chi promette il contenimento.

Negli Stati Uniti si sta manifestando la stessa contraddizione. La guerra sta acuendo le divisioni. Alcune fazioni invocano un’escalation, altre mettono in guardia contro i costi e gli eccessi. La linea strategica manca di coerenza. I programmi economici si bloccano sotto il peso del conflitto, con ritardi in settori chiave come le esportazioni di tecnologia. La guerra assorbe attenzione, risorse e legittimità.

La storia si muove a cicli. La fase attuale favorisce il consolidamento dell’ordine liberale in Europa. Sotto la superficie, continuano a scorrere correnti più profonde. Le civiltà divergono. Il potere si diffonde. Emergono nuovi poli. Il lungo arco si piega verso la pluralità.

Eppure, il tempismo è fondamentale. La strategia è fondamentale. La coerenza tra parole e azioni determina se un movimento si espande o collassa. In questo momento, la destra occidentale si trova ad affrontare una contrazione. Segue un leader che ha smarrito la rotta e, così facendo, accelera l’avanzata dei suoi nemici.

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Ungheria: UE contro MAGA

Le elezioni ungheresi sono state teatro di una aperta lotta di potere tra l’UE e gli Stati Uniti. Entrambe le parti sono intervenute in modo massiccio nella campagna elettorale, con interessi contrastanti.

14

aprile

2026

BRUXELLES/WASHINGTON/BUDAPEST (Notizia propria) – La Germania e l’UE hanno avuto la meglio sull’amministrazione Trump nella lotta di potere per l’Ungheria. Dopo anni di aspri conflitti politici con Berlino e Bruxelles sotto il governo di Viktor Orbán, che ha collaborato strettamente con l’amministrazione Trump, con la vittoria elettorale di Péter Magyar Budapest si rivolge ora in modo dimostrativo nuovamente all’Unione Europea – un successo strategico per quest’ultima, ma al contempo una dura sconfitta per gli Stati Uniti. La vittoria elettorale di Magyar segna quindi non solo una svolta nella politica interna, ma è anche espressione di un aperto scontro geopolitico. Di conseguenza, sia l’UE che gli Stati Uniti avevano cercato in modo massiccio di influenzare l’esito delle elezioni nella fase precedente. Mentre Bruxelles ha attirato con la concessione di miliardi di euro di finanziamenti, il governo statunitense ha apertamente sostenuto Orbán e il suo entourage – arrivando persino a partecipare alla campagna elettorale e a fare promesse economiche. L’Ungheria è così diventata teatro di una lotta transatlantica in cui la posta in gioco va ben oltre un semplice cambio di governo: si tratta di influenza, dell’orientamento e del ruolo futuro di uno Stato chiave nell’Europa orientale.

Riforme contro la sovranità

Nella tarda serata di domenica, l’ex leader dell’opposizione Péter Magyar, del partito Tisza (Tisztelet és Szabadság Párt, Partito del Rispetto e della Libertà), ha dichiarato in merito alla sua vittoria elettorale: «Insieme abbiamo bocciato il sistema Orbán, insieme abbiamo liberato l’Ungheria».[1] Uno dei pilastri centrali della campagna elettorale di Magyar era l’obiettivo di ottenere lo sblocco di 17 miliardi di euro di fondi UE congelati – circa il dieci per cento del prodotto interno lordo (PIL) ungherese. L’UE li aveva messi in stand-by nelle sue aspre lotte di potere con il primo ministro uscente Viktor Orbán, per aumentare la pressione su Orbán e indebolire il suo governo. Il prezzo che Magyar deve pagare è alto. Per ottenere i fondi, Budapest deve soddisfare 27 condizioni imposte da Bruxelles, tra cui riforme delle procedure di appalto pubblico, il rafforzamento dell’indipendenza giudiziaria e l’ampliamento delle libertà accademiche. [2] La Tisza ha raggiunto la maggioranza dei due terzi necessaria a tal fine. Il percorso di riforme annunciato porta quindi a una maggiore integrazione nelle strutture dell’UE – e alla conseguente ulteriore limitazione della sovranità nazionale.

Esultanza a Bruxelles

Le reazioni da Bruxelles non si sono fatte attendere. Già pochi minuti dopo la sconfitta del primo ministro ungherese Orbán, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è congratulata tramite X: «L’Ungheria ha scelto l’Europa. L’Europa ha sempre scelto l’Ungheria. Un Paese torna sul suo percorso europeo. L’Unione ne esce rafforzata». Anche Manfred Weber, presidente del Partito Popolare Europeo (PPE), di cui fa parte il partito Tisza, ha parlato su X di una «vittoria» del popolo ungherese. La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha dichiarato che il posto dell’Ungheria è «nel cuore dell’Europa». La reazione rapida e unanime dei vertici dell’UE sottolinea l’importanza politica dell’esito elettorale.

«Trump vuole Trump»

Le elezioni in Ungheria si sono rivelate anche un banco di prova fondamentale per l’amministrazione Trump e la sua cerchia politica. «Noi eravamo Trump prima di Trump», si legge sul sito web della filiale ungherese della Conservative Political Action Conference (CPAC), vicina a Trump, che da anni sostiene la linea di Orbán.[3] Lo stesso Trump, in un discorso video, ha definito il primo ministro ungherese «una forte figura di leadership» e ha elogiato la sua politica migratoria. Allo stesso tempo, ha sottolineato la vicinanza strategica dei due paesi nel «rinascimento dell’Occidente». Il segretario di Stato americano Marco Rubio, durante una visita a Budapest lo scorso febbraio, ha parlato di un’«era d’oro» delle relazioni bilaterali e ha prospettato – in un’aperta ingerenza nella campagna elettorale – un sostegno finanziario qualora Orbán fosse rimasto in carica. Osservatori come Timothy Garton Ash del think tank londinese Chatham House hanno valutato l’elezione come una delle «più importanti in assoluto per il MAGA». Di conseguenza, un’eventuale perdita di potere da parte di Orbán andrebbe considerata grave, ha giudicato Ash in anticipo – anche come battuta d’arresto ideologica per i suoi sostenitori internazionali.[4]

Vance come volontario nella campagna elettorale

Visto il calo di consensi di Orbán nei sondaggi, Washington ha intensificato ulteriormente il proprio sostegno nei suoi confronti poco prima delle elezioni. Il vicepresidente JD Vance si è recato a Budapest per apparire insieme al primo ministro davanti a migliaia di sostenitori. L’evento aveva un chiaro carattere elettorale. Péter Magyar ha quindi accusato gli Stati Uniti di interferire apertamente nelle elezioni ungheresi. Orbán, dal canto suo, ha elogiato Vance per le sue critiche all’UE, che il vicepresidente statunitense aveva accusato – a ragione – di influenzare a sua volta le elezioni quando necessario. [5] In modo simbolico, durante la sua apparizione Vance ha telefonato a Donald Trump, che si è definito un «grande fan di Viktor». La scena evidenzia il tentativo di Washington di influenzare direttamente l’esito delle elezioni – con parallelismi rispetto a precedenti interventi, come ad esempio nelle elezioni di medio termine in Argentina, in cui rappresentanti del governo statunitense sono intervenuti apertamente a favore del presidente Javier Milei.[6]

L’ultimo tentativo di Trump

A soli due giorni dal voto, Trump ha alzato nuovamente la posta in gioco, utilizzando la promessa di cooperazione economica come leva politica: sulla sua piattaforma Truth Social ha annunciato di essere pronto a «impiegare tutto il potere economico degli Stati Uniti» per sostenere l’Ungheria, a condizione che Orbán rimanesse in carica. Orbán ha ringraziato immediatamente e ha messo in scena il sostegno in modo da ottenere grande risonanza mediatica – compreso un video accompagnato dalla canzone «Y.M.C.A.», un elemento fisso delle apparizioni elettorali di Trump.

Accuse contro il governo di Orbán

Parallelamente, però, il governo di Orbán è finito sotto pressione da parte dell’UE a causa di gravi accuse. Il Washington Post ha citato un funzionario europeo secondo cui il ministro degli Esteri Péter Szijjártó avrebbe mantenuto contatti regolari con il suo omologo russo Sergej Lavrov durante i vertici UE, divulgando informazioni riservate. Secondo quanto riportato, Mosca avrebbe di fatto «seduto al tavolo» a Bruxelles. [7] Il primo ministro polacco Donald Tusk, orientato verso l’UE, ha immediatamente fatto proprie le accuse, così come il ministro degli Esteri Radosław Sikorski. Budapest ha respinto le accuse, parlando di attacchi motivati politicamente. [8] Szijjártó ha confermato i colloqui con i rappresentanti della Russia, ma ha spiegato che si trattava di una prassi di routine nell’ambito delle consultazioni internazionali. Indipendentemente dal loro fondamento, le accuse lanciate in modo mirato dagli ambienti dell’UE prima delle elezioni hanno avuto un notevole impatto sulla campagna elettorale.[9]

Le dinamiche della politica interna

Allo stesso tempo, però, anche le dinamiche della politica interna hanno subito un cambiamento. Secondo i sondaggi, in Ungheria fino a due terzi dei giovani sotto i 30 anni chiedevano le dimissioni di Orbán. Grandi manifestazioni e concerti di protesta hanno mobilitato centinaia di migliaia di persone, soprattutto a Budapest. Magyar ha colto questo clima e ha ringraziato i suoi sostenitori più giovani per la «speranza di cambiamento». [10] Resta da vedere se e, in caso affermativo, in che modo il passaggio da Orbán a Magyar – un ex politico del partito di Orbán, Fidesz – porterà effettivamente a cambiamenti sociali o economici fondamentali.

Maggiori informazioni sull’argomento: La scelta dell’Ungheria tra Bruxelles e Washington.

[1] Magyar vince nettamente – Orban ammette la sconfitta. tagesschau.de 13/04/2026.

[2] Gregorio Sorgi, Max Griera: Il rivale di Orbán deve affrontare una dura battaglia per sbloccare 17 miliardi di euro di fondi UE. politico.eu 09.04.2026.

[3] Si veda a questo proposito «L’era dei patrioti».

[4] Jamie Dettmer: Donald Trump può salvare Viktor Orbán? politico.eu 6 marzo 2026.

[5] Jamie Dettmer, Max Griera: JD Vance critica i «burocrati» di Bruxelles per aver interferito in Ungheria prima delle elezioni. politico.eu, 7 aprile 2026.

[6] Milena Wälter: Operazione «Salvate Orbán»: Trump invia Vance in Ungheria. politico.eu, 3 settembre 2026.

[7] Catherine Belton: Per influenzare le elezioni ungheresi, i russi avrebbero proposto di inscenare un tentativo di omicidio. washingtonpost.com, 21 marzo 2026.

[8] Leonie Cater: Tusk afferma che non ci sono «sorprese» riguardo alle fughe di notizie dall’Ungheria a Mosca dai vertici dell’UE. politico.eu, 22 marzo 2026.

[9] Max Griera: Il ministro ungherese Szijjártó ammette di aver mantenuto contatti con Mosca mentre l’UE discuteva delle sanzioni contro la Russia. politico.eu, 31 marzo 2026.

Il fianco ungherese è crollato: cosa succederà ora alla Georgia?

L’opposizione georgiana festeggia i risultati delle elezioni parlamentari in Ungheria, sperando che il cambio di regime contribuisca a imporre ulteriori sanzioni da parte dell’UE, a tutto vantaggio anche loro.

Archil Sikharulidze13 aprile
 LEGGI NELL’APP 

Il primo ministro georgiano Irakli Kobakhidze e il primo ministro ungherese Viktor Orban.

Ieri, l’opposizione ungherese, rappresentata da Péter Magyar e dal partito Tisza, ha ottenuto la maggioranza dei voti alle elezioni parlamentari ungheresi. I politici georgiani del partito di governo Sogno Georgiano, presenti alle elezioni sia come osservatori dell’OSCE sia su invito personale del partito Fidesz di Viktor Orbán, hanno dichiarato che le elezioni si sono svolte pacificamente e che, nel complesso, l’intero processo è stato democratico e competitivo.

Tuttavia, in realtà, mentre la Georgia celebrava la Pasqua e si trovava ancora nel pieno delle festività, l’Unione Europea, in sostanza, stava giocando la stessa carta che aveva usato nel 2024 durante le elezioni parlamentari in Georgia.

In particolare, su tutti i principali canali televisivi europei, le elezioni parlamentari ungheresi sono state presentate come un momento storico: il culmine di una lotta tra il leader autoritario filo-russo Viktor Orbán e le forze filo-europee rappresentate dal partito Tisza e dal suo leader.

Molti in Europa speravano che i 16 anni di governo di Orbán giungessero al termine, che un nuovo governo ristabilisse un rapporto più solido con l’Unione Europea e che, come nel caso della Georgia nel 2024, i nuovi leader ungheresi si mostrassero più accomodanti e reattivi, soprattutto in questioni riguardanti la Federazione Russa e, senza dubbio, il conflitto in Ucraina.

Non è un segreto che la principale divisione tra la burocrazia europea centrale e alcuni dei suoi membri – tra cui Ungheria e Slovacchia, nonché paesi che aspirano all’integrazione nell’Unione, come Moldavia, Ucraina, Georgia e ora Armenia – sia emersa lungo linee geopolitiche.

La Georgia e la sua élite politica, rappresentata da Sogno Georgiano, si sono dimostrate meno accondiscendenti e restie a impegnarsi in sforzi volti a infliggere una sconfitta strategica alla Russia per conto dell’Europa. Di conseguenza, sono state percepite come “traditrici” geopolitiche a Bruxelles e dichiarate persona non grata. I tentativi di influenzare la Georgia attraverso interventi finanziari e politici esterni a favore delle proteste e delle forze filoeuropee non hanno permesso all’opposizione locale di vincere le elezioni parlamentari del 2024.

Di fatto, Viktor Orbán è diventato il primo e unico leader europeo non solo a sostenere Sogno Georgiano – dichiarando esplicitamente che l’Unione Europea aveva tentato di cambiare il regime in Georgia – ma anche a recarsi a Tbilisi il giorno successivo, visitare la capitale e appoggiare apertamente il partito al governo.

Questo non è stato perdonato, poiché la burocrazia europea sta di fatto conducendo una “guerra fredda” attiva contro il partito al governo in Georgia. Di conseguenza, queste elezioni hanno rivestito anche una significativa importanza geopolitica per Sogno Georgiano.

In Georgia, molti, non solo all’interno del governo ma anche nell’opposizione, avevano previsto tutto ciò. In particolare, l’opposizione georgiana cerca di inquadrare la situazione globale come una lotta tra regimi filorussi e forze democratiche europee civilizzate. In questa narrazione, tra i “nemici della civiltà” figuravano Nicolás Maduro in Venezuela, l’Ayatollah in Iran, la Russia, la Corea del Nord e Viktor Orbán; meno frequentemente viene citato Fico in Slovacchia, ma vengono inclusi anche Sogno Georgiano e Bidzina Ivanishvili.

Pertanto, la rimozione di Nicolás Maduro è stata interpretata come il primo segnale del crollo di questo “asse”. Anche la morte dell’Ayatollah è stata percepita in questo contesto, sebbene l’Iran non abbia subito una sconfitta e non si sia verificato alcun cambio di regime. La sconfitta di Orbán alle elezioni è vista allo stesso modo come parte di una reazione a catena che potrebbe in ultima analisi portare alla caduta di Sogno Georgiano.

Tra le prime a rispondere c’è stata Salome Zurabishvili. La quinta presidente della Georgia, strenua oppositrice del partito al governo e sostenitrice di posizioni fortemente europeiste, si è rivolta ai suoi concittadini:

“Congratulazioni da tutti i georgiani che hanno pregato per la vittoria della democrazia in Ungheria! Crediamo in un’Europa più forte che non si pieghi all’aggressione, né ibrida né diretta, della Russia!”

A sua volta, l’ex primo ministro Giorgi Gakharia, precedentemente membro di Sogno Georgiano e attualmente residente in Germania, ha articolato le aspettative e gli obiettivi della cosiddetta opposizione georgiana filo-europea ancor prima dell’annuncio ufficiale dei risultati elettorali:

“È un giorno importante non solo per il futuro della democrazia ungherese, ma anche per il futuro dell’Europa democratica. La sconfitta di Orbán rappresenterebbe una tappa fondamentale nell’indebolimento delle reti populiste e autocratiche che ha costruito in tutta Europa. Costituirebbe inoltre un duro colpo per la Russia e per i regimi autocratici simili al governo georgiano, che ha ricalcato il modello di Orbán per lo smantellamento della democrazia, anche attraverso la disinformazione diffusa e la falsa propaganda.”

In seguito, si è congratulato anche con i popoli ungherese e georgiano, nonché con l’Europa nel suo complesso:

“Mi congratulo con Péter Magyar, il Partito Tisza e il popolo ungherese per questa storica vittoria. Questa è una vittoria per la democrazia europea e per il mondo democratico nel suo complesso. Che la sconfitta della Russia e dei suoi alleati continui ovunque operino nel mondo. Questa è una vittoria significativa contro la disinformazione e la propaganda dilaganti diffuse dal governo Orbán, che minano gravemente l’integrità elettorale. Gli attori democratici di tutto il mondo dovrebbero studiare l’esempio ungherese e imparare dal suo successo nel contrastare e indebolire le reti populiste e autocratiche costruite da Orbán, affinché possano essere affrontate e smantellate una volta per tutte.”

Il Primo Ministro Irakli Kobakhidze si è mostrato più cauto nella sua valutazione, congratulandosi con l’opposizione ed esprimendo la disponibilità del governo di Sogno Georgiano a proseguire la stretta collaborazione con le nuove autorità. È stata inoltre sottolineata l’importanza di uno sviluppo democratico stabile in entrambi i paesi.

In particolare, pochi giorni prima delle elezioni, JD Vance ha visitato l’Ungheria, sostenendo apertamente Viktor Orbán e, inoltre, durante un comizio con i sostenitori di Orbán, ha avuto una conversazione telefonica con Donald Trump, il quale ha a sua volta espresso il proprio appoggio al governo in carica.

Alcuni analisti hanno sostenuto che questa situazione e il conseguente esito evidenziano l’importanza dell’intervento esterno, in particolare in termini di propaganda e sostegno finanziario. Tuttavia, in presenza di un’elevata mobilitazione degli elettori, né i regimi autoritari né le interferenze esterne possono realmente determinare la distribuzione del potere e dei voti.

Se le affermazioni degli analisti filoeuropei che sostengono l’opposizione ungherese fossero corrette, allora questo risultato sarebbe altrettanto sfavorevole per l’opposizione georgiana, in quanto suggerirebbe che la loro sconfitta alle elezioni parlamentari del 2024 non sia stata dovuta a presunte interferenze russe o frodi elettorali, bensì alla mancanza di sostegno da parte della maggioranza georgiana.

Secondo la loro stessa logica, per sconfiggere il “regime autoritario” di Sogno Georgiano, non basterebbe un vantaggio percentuale minimo sul partito al governo, bensì il sostegno della maggioranza assoluta della popolazione georgiana.

Poiché tale sostegno non è nemmeno all’orizzonte e il gradimento dell’opposizione è ulteriormente calato in seguito alle proteste fallite del 2024-2026, è improbabile che le prossime elezioni parlamentari dell’ottobre 2028 producano cambiamenti sostanzialmente positivi per l’opposizione.

Inoltre, se il caso ungherese servirà da lezione, allora le continue pressioni esterne dell’Unione Europea sulla società georgiana non produrranno risultati positivi. L’intervento esterno può consentire agli attori politici di esistere, organizzare manifestazioni e persino finanziare azioni come l’attacco dell’ottobre 2025 al palazzo della presidenza, ma non può garantire la vittoria elettorale.

Infine, c’è una terza lezione. Secondo alcuni analisti europei, la schiacciante vittoria degli oppositori di Orbán è stata dovuta anche al sostegno delle fasce di popolazione rurali – gli abitanti delle regioni – piuttosto che esclusivamente alle popolazioni urbane politicamente consapevoli. Una situazione simile si è verificata in Georgia, dove l’opposizione, pur avendo concentrato tutti i suoi sforzi, è riuscita a conquistare di misura solo le principali città come Tbilisi, subendo una sconfitta totale e completa nelle regioni.

Il caso ungherese, quindi, mette già in luce tre problemi fondamentali per l’opposizione georgiana autoproclamatasi filo-occidentale. Da un lato, l’intervento esterno è importante ma non decisivo, e l’opposizione si affida principalmente a questo elemento nella sua campagna elettorale; dall’altro, anche con tale sostegno, sconfiggere le autorità al potere in Georgia richiede un appoggio costituzionale – una maggioranza costituzionale – piuttosto che un vantaggio percentuale minimo. In definitiva, per vincere le elezioni parlamentari, è necessario condurre una campagna attiva anche al di fuori dei principali centri urbani e assicurarsi il sostegno nelle regioni. L’opposizione georgiana possiede il primo elemento, ma gli ultimi due componenti chiave sono completamente assenti.

Se all’opposizione georgiana manca l’elemento più cruciale – un sostegno capillare, soprattutto nelle regioni – allora sorge spontanea la domanda: cosa stanno festeggiando esattamente?

Allo stesso tempo, ciò che dovrebbe preoccupare il partito al governo, Sogno Georgiano, e il suo elettorato è la possibilità di un cambiamento nell’approccio dell’Ungheria, in quanto membro dell’Unione Europea, alla sua politica nei confronti della Georgia.

L’alleanza di opposizione georgiana ha festeggiato la sconfitta del filorusso Viktor Orbán in Ungheria.

Viktor Orbán è stato importante per Sogno Georgiano non perché condividessero la stessa ideologia o promuovessero insieme valori conservatori, ma perché era tra coloro che comprendevano la necessità di un dialogo con la Federazione Russa e che l’Unione Europea non può esistere né garantire la propria sicurezza senza tenere conto degli interessi della Russia; presumere il contrario sarebbe, semplicemente, irrazionale.

Queste idee sono state ripetutamente espresse in Georgia su diverse piattaforme, dove si è sostenuto apertamente ed esplicitamente che la Federazione Russa non fosse necessaria per la costruzione dell’architettura di sicurezza dell’Unione Europea. Secondo questa prospettiva, sarebbe sufficiente fare affidamento su Ucraina e Georgia.

Sogno Georgiano non condivideva questa posizione e trovò invece sostegno in figure come Viktor Orbán e, per essere precisi, Robert Fico in Slovacchia. Orbán non era solo un sostenitore, ma un attivo promotore di questa visione – se poi queste posizioni siano state accettate o meno in Europa è un’altra questione.

Un altro aspetto importante è che Viktor Orbán ha bloccato le sanzioni dell’UE contro la Georgia. L’Unione Europea, nell’ambito della sua politica, continua a esercitare pressioni su Sogno Georgiano in modo da cercare, da un lato, di evitare danni eccessivi alla popolazione georgiana, e dall’altro di massimizzare le restrizioni nei suoi confronti.

A un certo punto, l’UE ha riconosciuto che maggiore era la pressione esercitata dall’Europa, più forte sarebbe diventata la resistenza. Ciononostante, non poteva lasciare impunite le politiche di Sogno Georgiano. Di conseguenza, si è tentato di introdurre sanzioni a livello dell’intera Unione Europea, ma queste sono state bloccate e attivamente contrastate da Viktor Orbán.

Se il nuovo governo ungherese rivedrà questo approccio e smetterà di bloccare tali iniziative, potremmo assistere, per la prima volta nelle relazioni tra UE e Georgia, all’imposizione di sanzioni – non a livello di singoli Stati e non limitate alle restrizioni per i titolari di passaporti ufficiali, ma contro la Georgia nel suo complesso e per conto dell’Unione Europea.

Resta da vedere quanto sia realistico un simile cambiamento, dato che la situazione con l’attuale partito di governo, Tisza, non è del tutto lineare e potrebbe astenersi dall’intraprendere passi così radicali. Tuttavia, la minaccia esiste e Sogno Georgiano deve già iniziare a valutare come reagire a un simile sviluppo.

Dal punto di vista del commercio, delle importazioni, delle esportazioni e del benessere generale dell’economia georgiana, l’Unione Europea non è così critica come spesso viene dipinta. Molti, ad esempio, ignorano ancora che le relazioni strategiche tra Stati Uniti e Georgia non comportavano alcun privilegio economico, militare o politico sostanziale, ma erano, in sostanza, una dichiarazione d’intenti.

Tuttavia, il peso dell’Unione Europea, in particolare in termini di flussi finanziari e trasferimenti di capitali privati ​​nel paese, è significativo. Inoltre, l’UE funziona anche come costrutto ideologico: un sistema di valori che promuove una particolare concezione di prosperità.

Pertanto, l’imposizione formale di sanzioni da parte dell’Unione Europea contro la Georgia costituirebbe un grave colpo ideologico, nonché un colpo alla posizione del paese nell’economia internazionale e alla sua immagine complessiva.

Pertanto, la questione centrale che ora si pone a Sogno Georgiano è se le nuove autorità ungheresi non solo si allineeranno con le forze radicalmente anti-russe, ma adotteranno anche una retorica altrettanto dura nei confronti della Georgia.

In particolare, sono già emerse richieste da parte di rappresentanti dell’opposizione e dei loro sostenitori di intensificare gli sforzi per imporre sanzioni individuali dell’UE contro i membri del governo di Sogno Georgiano, i loro media e i loro sostenitori. A loro avviso, l’Ungheria non bloccherà più tali iniziative. A Bruxelles, sono già in molti a voler perseguire questa strada. Resta da vedere se l’Europa si muoverà verso un ulteriore deterioramento delle relazioni con Tbilisi, esacerbando le tensioni nella speranza di promuovere i propri interessi geopolitici in Georgia.

In conclusione, una parte significativa della cosiddetta opposizione filoeuropea opera in un gioco a somma zero – quello che colloquialmente si potrebbe definire “tutto o niente”. Di conseguenza, qualsiasi colpo inferto al partito al governo viene già percepito come una vittoria. Sperano che Budapest non ostacoli più i “falchi” europei e permetta a questa ala radicale della burocrazia di Bruxelles di agire contro Sogno Georgiano, anche a costo di danneggiare lo Stato nel suo complesso.

A loro avviso, in seguito a un cambio di potere, l’opposizione attuerà tutto ciò che Bruxelles richiederà e ricostruirà la Georgia a propria immagine e somiglianza – un’immagine che, a loro dire, sarà automaticamente migliore, più ricca, più prospera e, soprattutto, giustificherà tutti i sacrifici.

Ecco come l’opposizione georgiana percepisce la situazione.

L’articolo è stato inizialmente pubblicato da Cautious Caucasus in russo ed è disponibile qui .

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La rivoluzione ungherese non è ciò che sembra La sconfitta di Orbán non è una vittoria dei liberali

The Hungarian revolution isn’t what it seems

«L’esperimento politico dell’orbánismo, durato una generazione, è giunto al termine.» (Foto: Aris Roussinos)


ElezioniUEUngheriaImmigrazionePéter MagyarViktor Orbán


  


Aris Roussinos
13 aprile 2026 – 8:12 5 min

«Perché siamo qui? Speriamo di vedere Orbán cadere», ha detto Laura, un’avvocatessa di 58 anni, mentre insisteva perché prendessi un bicchiere di carta con la generosa miscela fatta in casa di vodka e arancia che aveva portato con sé, per brindare alla vittoria o addolcire la sconfitta. Come migliaia di altri elettori della regione del Tisza, Laura era venuta con le sue sorelle, le amiche e la nipote in piazza Batthyány a Buda, proprio di fronte al Parlamento gotico illuminato a giorno dall’altra parte del Danubio, per assistere alla storia, in un modo o nell’altro. 

Le ho chiesto cosa non le piacesse del sistema del Fidesz. «È tutta una questione di corruzione», ha risposto, «e del fatto che stanno svendendo il nostro Paese e la nostra nazione ai russi, rubando i nostri soldi e quelli dei contribuenti dell’UE, oltre a quel tipo di feudalesimo che lui ha costruito». Beatrix, sua nipote, annuiva commossa. «Voglio sposarmi e avere figli», ha detto. «Abbiamo tutti un buon lavoro, ma non guadagniamo gli stipendi dell’UE. Il mio ragazzo vive a Londra e, se perdiamo ora, mi trasferirò lì e lascerò l’Ungheria per sempre. Vedo queste elezioni come un voto a favore dell’UE e contro la Russia: sono europea e non voglio appartenere all’Oriente».

Ma alla chiusura dei seggi, mentre la folla si radunava davanti ai maxischermi che trasmettevano i risultati in diretta, l’esito sembrava ancora incerto. I commentatori vicini al governo avevano dato grande risalto a quelli che, secondo loro, erano risultati positivi in tutto il Paese; nelle prime ore della giornata, l’affluenza era apparsa più alta nelle zone rurali, da tempo considerate roccaforti del Fidesz, mentre la liberale Budapest si era mobilitata per votare in numero significativo solo nel pomeriggio. Si era dato per scontato che i primi risultati avrebbero mostrato un risultato positivo per Fidesz e Orbán, con le vere dinamiche che si sarebbero rivelate solo a tarda notte — o addirittura, in caso di una battaglia serrata, più avanti nella settimana, una volta conteggiati i risultati della consistente diaspora ungherese. Ma qualunque trepidazione interiore provasse la folla, non sarebbe durata a lungo. Man mano che arrivavano i nuovi risultati, la folla esultava di gioia per la vittoria che si stava improvvisamente dispiegando davanti ai loro occhi, intonando “Fidesz sporco” e “Il Tisza scorre”, il motto del loro partito, che prende il nome dal secondo fiume più grande dell’Ungheria. La percentuale di voti del Fidesz nelle province era crollata, mi ha detto una fonte presente alla festa elettorale della sera organizzata dai rivali del governo, e l’atmosfera lì era cupa. Una festa elettorale in stile Trump, “Patriots of Europe”, è stata bruscamente annullata.

Gli elettori di Tisza, giovani e anziani, brandiscono torce accese. (Foto: Aris Roussinos)

Forse non è stato lo shock che sembrava. La sera prima avevo partecipato all’ultimo comizio elettorale di Péter Magyar a Debrecen, la seconda città dell’Ungheria, vicino ai confini orientali con la Romania e l’Ucraina. Da tempo roccaforte del Fidesz, Debrecen era ormai un territorio conteso. Orbán aveva attirato grandi folle nel centro della città pochi giorni prima, ma la folla per Magyar, radunata in Piazza dell’Università, era ancora più numerosa. La vista di decine di migliaia di elettori della Tisza, giovani e anziani, che brandivano torce accese nel cielo notturno che si faceva buio e cantavano per la vittoria di Magyar era già abbastanza impressionante dal centro della folla. Vista in televisione, quella marea di fuoco ripresa dall’alto da un drone, era travolgente. Il discorso di Magyar, oratore fluente e carismatico, era abbastanza buono, ma la mole della folla era il vero messaggio inviato agli elettori indecisi che guardavano da casa. L’Ungheria provinciale era ora in gioco, mi ha detto Gabor, un tirocinante insegnante di 22 anni proveniente da un villaggio vicino. «La maggioranza è ancora composta da elettori del Fidesz, purtroppo», ha detto, «ma stiamo cercando di convincere i nostri genitori e i nostri nonni, e le cose stanno decisamente cambiando». Daniel, uno studente di 19 anni, era d’accordo. «La storia dell’Ungheria è sempre stata piuttosto brutta, ad essere onesti. E ora sentiamo che le cose stanno finalmente cominciando a cambiare».

Di ritorno in piazza Batthyány, l’intera folla trattenne il respiro all’unisono per poi esplodere in un fragoroso urlo di vittoria quando il nastro telegrafico scorse sullo schermo annunciando che Orbán si era congratulato con Magyar per la sua vittoria, molto prima di quanto chiunque si aspettasse — tale era la portata della vittoria di Tisza. Magyar aveva ottenuto una vittoria schiacciante a livello nazionale, e l’esperimento politico dell’Orbánismo, durato una generazione, era finito, almeno per il momento. Commenti concitati e allarmistici, provenienti da giornalisti-attivisti dell’opposizione ungherese e dai loro think tank e commentatori allineati in Occidente, avevano avvertito che Orbán, di fronte alla sconfitta, avrebbe cercato di aggrapparsi al potere con qualche maligno stratagemma, sia trascinando le elezioni in tribunale, sia inscenando qualche tipo di provocazione per annullare i risultati. Ma in realtà questo non è mai stato lo stile di Orbán: per quanto illiberale potesse essere, non è mai stato un dittatore, per quanto i suoi oppositori lo dipingessero tale. Alla fine, la genuina popolarità che lo ha tenuto al potere per una generazione significava troppo per lui, e quando ha perso, in un’elezione libera e corretta, ha ceduto il potere con dignità. 

Ciononostante, fu un momento storico per chi si era radunato in piazza, discutendo su cosa si dovesse fare dell’uomo che per così tanto tempo aveva plasmato l’Ungheria a sua immagine: «Spero che se ne vada in Russia», disse uno; «No, spero che finisca in prigione», ribatté la sua amica; «No», disse una donna più anziana, scuotendo lentamente la testa come per affermare la saggezza dell’età, «spero che rimanga in Parlamento e che sia costretto a rispondere di tutto ciò che ha fatto». «Sentiamo il respiro dell’89», mi ha detto Hanna, una ragazza goth di 18 anni. «Per tutta la vita abbiamo vissuto sotto il sistema del Fidesz, vedere questo cambiamento è una sorta di nuova ventata d’aria. Il Fidesz non si è mai preoccupato di noi, finché non abbiamo fatto figli». Il suo compagno, Milos, era d’accordo. «Grazie a Dio, grazie a Dio», disse, alzando lo sguardo al cielo. «Spero davvero che ci avviciniamo all’Unione Europea e che possiamo prendere le distanze dalla Russia.» 

«A dire il vero, la storia dell’Ungheria è sempre stata piuttosto triste. E ora abbiamo la sensazione che le cose stiano finalmente cominciando a cambiare.»

Queste elezioni, presentate all’esterno come una battaglia tra l’europeismo liberale e qualcosa che rasenta il dispotismo asiatico, sono state forse determinate da concrete preoccupazioni interne piuttosto che da questioni filosofiche di più ampio respiro, incentrate sull’economia in difficoltà, sulla corruzione che era «semplicemente indifendibile», come mi aveva detto in precedenza un membro del Fidesz, e sulle condizioni precarie della sanità pubblica e delle infrastrutture sociali. Eppure va detto che gli abitanti liberali della classe media della raffinata Budapest, riuniti nella piazza, alcuni dei quali sventolavano bandiere dell’UE oltre a quelle ungheresi, ben più numerose, corrispondono certamente all’immagine di Tisza proiettata positivamente dai suoi sostenitori fuori dall’Ungheria e negativamente dai fedeli del Fidesz in patria e all’estero. Budapest, che ha ancora l’aspetto e l’atmosfera della capitale imperiale poliglotta che era un tempo, è una città liberale in un paese conservatore: ma la mappa elettorale finale ha fatto sì che il paese nel suo complesso assomigliasse molto più a Budapest di quanto chiunque si aspettasse.

Eppure il leader di Tisza, un nazionalista di destra con una posizione sull’immigrazione legale ben più restrittiva di quella di Orbán, non è affatto il liberale radicale che il Fidesz e il suo esercito di influencer MAGA hanno voluto dipingerlo. Il coro più animato e veemente della folla era “Russians Go Home”, una reliquia della rivoluzione del 1956 applicata di recente al Fidesz, ma Magyar ha già segnalato che non staccherà il Paese dalla generosa fonte di energia a basso costo della Russia tanto presto. L’Ungheria è passata da una versione di governo conservatore personalista a un’altra, questa volta guidata da un ex membro di Fidesz con un orientamento europeo, pronto a sbloccare le risorse finanziarie di Bruxelles a lungo trattenute e tanto attese. La vittoria di Magyar sembra meno una sconfitta per la destra europea che una sua evoluzione generazionale, che — almeno nelle circostanze uniche dell’Ungheria — ha portato liberali e di sinistra, entrambi politicamente insignificanti in questo paese, sotto la sua ala conquistatrice. Forse è per questo che Phil, un elettore ventiseienne del partito di estrema destra Mi Hazank, era tranquillamente filosofico riguardo al nuovo regime, mentre guardava la folla di giovani euforici che suonavano i clacson e sventolavano bandiere come se l’Ungheria avesse appena vinto i Mondiali, con la musica Eurodance che pulsava a tutto volume dai finestrini delle auto. «Orbán era semplicemente troppo vicino all’America, e l’Ungheria è un paese europeo», ha detto con un’alzata di spalle. «Almeno Tisza è di destra».


Aris Roussinos è un editorialista di UnHerd ed ex corrispondente di guerra.

Orbán se n’è andato. Il suo stile politico, però, è rimasto.Di Christopher Caldwell • 13 aprile 2026Visualizza nel browserDenes Erdos/APDenes Erdos/AP






“Tutte le carriere politiche, a meno che non vengano interrotte bruscamente in un momento propizio”, scrisse nel 1977 il deputato conservatore Enoch Powell, “finiscono con un fallimento”. Powell, il grande populista inglese dell’epoca, si riferiva a Joseph Chamberlain, l’imperialista del periodo prebellico che oggi definiremmo un populista. Domenica, il fallimento è arrivato anche per il politico populista di maggior successo dei nostri tempi. Viktor Orbán, in corsa per un sesto mandato come primo ministro ungherese, ha visto il suo partito, Fidesz, spazzato via dal neonato partito Tisza di Peter Magyar, un ex protetto di Orbán che era stato membro di Fidesz solo due anni prima. Tisza sembra aver conquistato 137 seggi nei 199 seggi del parlamento.I sostenitori esultanti di Magyar e non pochi giornalisti hanno dipinto le elezioni come una vittoria della democrazia sull’autoritarismo e sulla xenofobia. Si tratta di un’interpretazione piuttosto semplicistica. Magyar si è presentato come un conservatore, ha condotto la sua campagna elettorale principalmente al di fuori di Budapest e, fatta eccezione per le questioni relative all’Unione Europea, ha fatto ben poco per differenziare le sue politiche da quelle di Orbán. Ciò che ha portato Magyar alla ribalta due anni fa è stato uno strano scandalo riguardante la grazia concessa a un uomo accusato di abusi sessuali, una grazia che il Ministro della Giustizia è stato accusato di aver approvato senza opporre resistenza. Magyar ha annunciato il suo addio a Fidesz. Il ministro, Judit Varga, si è dimessa. Varga e Magyar avevano da poco divorziato.Molti dettagli della campagna elettorale erano complicati e pieni di pettegolezzi, ma la storia principale era semplice: il populismo di Orbán sta mostrando i segni del tempo, per quanto la maggior parte dei suoi principi possano ancora essere validi. Risale a un’epoca in cui l’Ungheria aveva bisogno di difendersi da una rete di leader dell’Unione Europea a Bruxelles e altrove, una rete desiderosa di controllare i bilanci e aprire le frontiere degli Stati membri più piccoli dell’UE, come l’Ungheria. Questo accadeva prima della Brexit e di Trump, e Orbán dovette elaborare un piano per difendere la sovranità ungherese che non spaventasse i mercati obbligazionari né allarmasse gli elettori. Ecco perché i populisti che hanno attinto al manuale di Orbán, dal ministro dell’Interno Matteo Salvini in Italia alla leader del partito AfD Alice Weidel in Germania, vengono spesso definiti sovranisti. Analizzare il suo operato significa comprendere cosa ha reso Orbán un colosso della politica centroeuropea, e anche rendersi conto che non era meno democratico di coloro che lo hanno denigrato in nome della democrazia.Orbán è il più giovane eroe ungherese della Guerra Fredda. La sua pubblica denuncia dell’occupazione russa alla fine degli anni ’80 lo rese famoso e gli spianò la strada per l’elezione a primo ministro nel 1998, all’età di 35 anni. Guidò un governo onesto e libero da favoritismi per i suoi quattro anni di mandato, ma fu sonoramente sconfitto da un partito dell’establishment post-comunista poco dopo l’11 settembre. In otto anni, questo partito trasformò il paese in un disastro finanziario.Quando Orbán tornò al potere nel 2010, due anni dopo il crollo di Lehman Brothers, la crisi valutaria europea era agli inizi. Quello fu il momento di massimo splendore per Orbán. L’economia ungherese si era contratta del 7% l’anno precedente e le autorità di regolamentazione europee e il FMI avevano preparato per l’Ungheria lo stesso programma di austerità che avevano usato per impoverire l’economia della Grecia e privarla della sua sovranità politica. Orbán rifiutò. Propose un piano completamente diverso, che includeva un salario minimo più alto e una riduzione delle imposte sul reddito e sulle società. Coprì la differenza introducendo nuove tasse sui settori che avevano tratto profitto dalla crisi finanziaria, principalmente banche estere, compagnie energetiche e rivenditori. E ottenne il margine di manovra necessario per condurre una politica di bilancio indipendente. Fu un punto di svolta nella storia del populismo. Prima del crollo del 2008, nessun conservatore in Occidente capiva che uno Stato forte fosse indispensabile per un Paese che voleva evitare la schiavitù del debito e la perdita della sovranità. Questa era la chiave del fascino internazionale di Orbán e dell’antipatia dei progressisti, soprattutto in Europa e a Washington. Il caos in Ungheria aveva permesso a Orbán di ottenere una maggioranza di due terzi in parlamento, sufficiente per emendare la Costituzione. In breve tempo, Fidesz introdusse nella Costituzione il riconoscimento della cultura cristiana del Paese, la definizione del matrimonio come unione tra un uomo e una donna e il divieto degli organismi geneticamente modificati. La gente iniziò a definire Orbán “autoritario”. Non lo era: questo è l’aspetto della democrazia ungherese quando un leader controlla i due terzi del parlamento. (Come fa ora Peter Magyar. Una delle sue prime mosse domenica sera è stata quella di chiedere le dimissioni del presidente Tamás Sulyok, che ha tutto il diritto costituzionale di rimanere in carica fino al 2030).Nel secondo mandato di Orbán, iniziato nel 2014, l’Europa è stata colta di sorpresa da un’ondata senza precedenti di migranti in fuga dalla guerra civile in Siria. A loro si sono presto aggiunti opportunisti provenienti da luoghi più remoti del mondo musulmano. Molti di loro erano giunti su invito di Angela Merkel, che parlava della “Wilkommenskultur” tedesca. Ma una volta che i migranti hanno iniziato a percorrere le strade d’Europa, la Merkel ha insistito affinché venissero stabilite delle quote per ripartirli tra i paesi confinanti con la Germania.L’Ungheria non poteva permettersi una Wilkommenskultur . “Non è scritto nel grande libro dell’umanità che debbano esserci ungheresi nel mondo”, aveva avvertito Orbán, e ora era deciso a difendere i confini esterni dell’Ungheria dagli intrusi. Quando gli elettori polacchi hanno estromesso il governo merkellizzante e lo hanno sostituito con un partito di cattolici scettici sull’immigrazione chiamato Diritto e Giustizia, Orbán si è assicurato come alleato una delle principali nazioni europee.”O la Merkel o Orbán hanno frainteso qualcosa.”Fu un momento interessante nel pensiero politico europeo. Orbán non smise mai di definirsi un cristiano-democratico. Il suo modello, diceva, era l’ultimo cancelliere tedesco della Guerra Fredda, Helmut Kohl. Ma ora la successora e allieva di Kohl, Angela Merkel, perseguiva una politica diametralmente opposta. Chiaramente, o la Merkel o Orbán avevano frainteso qualcosa dell’eredità cristiano-democratica. I fatti, al 2026, sembrerebbero indicare che la colpa fosse della Merkel, dato che il suo successore, Friedrich Merz, ha recentemente proposto il rimpatrio della maggior parte dei migranti siriani di dieci anni prima.Se c’è un’espressione associata a Orbán, è “democrazia illiberale”, ma questa definizione è stata coniata dai suoi detrattori. Attribuisce troppa importanza a una singola citazione di Orbán, estrapolata dal contesto. L’opposizione di Orbán al liberalismo si fondava su un insieme di argomentazioni sofisticate e, in realtà, piuttosto liberali. Credeva che i sistemi di regole neutrali e aperti fossero facilmente manipolabili dai più abbienti e dai più influenti. Riteneva che la democrazia liberale stessa si fosse trasformata in un movimento illiberale.Secondo Orbán, le organizzazioni non profit, talvolta definite società civile, si erano trasformate in una sorta di governo non eletto, minando la volontà popolare e la sovranità nazionale. Accusò i gruppi finanziati dal miliardario ungherese George Soros di promuovere l’immigrazione di massa verso l’Europa orientale. Orbán si adoperò per rendere illegale l’incitamento alla violazione delle leggi sull’immigrazione. Si adoperò inoltre per la chiusura della Central European University, finanziata da Soros e situata nel centro di Budapest. ( Compact ha ricevuto finanziamenti dalle Open Society Foundations di Soros.)Si è trattato di una complessa battaglia incentrata su sottigliezze legali riguardanti la regolarità dell’accreditamento della CEU. Non ha certo mostrato Orbán sotto la migliore luce. Ma è anche un esempio di come il mondo, con il passare degli anni, sia diventato sempre più simile a Orbán. Persino gli Stati Uniti, con la loro campagna contro gli Istituti Confucio legati alla Cina, che offrono corsi universitari di lingua e cultura cinese, si sono dimostrati più preoccupati dell’influenza straniera che della propria reputazione di liberalismo.A quel punto, l’Unione Europea aveva scoperto i suoi poteri per trattenere ingenti somme di denaro dovute all’Ungheria di Orbán e ad altri paesi gelosi della loro sovranità nazionale. Nelle elezioni polacche del 2023, l’UE ha reso evidente che la Polonia, in difficoltà economiche dopo la pandemia, avrebbe ricevuto decine di miliardi di dollari di fondi sequestrati se avesse votato per il partito filo-Bruxelles Piattaforma Civica guidato da Donald Tusk… ma che non li avrebbe ricevuti se avesse votato per il partito euroscettico Diritto e Giustizia di Jarosław Kaczyński.“Il suo tempo era scaduto.”E così è stato anche in queste elezioni ungheresi: Magyar ha promesso con sicurezza di rilanciare l’economia con miliardi provenienti da Bruxelles, fondi che non sarebbero mai stati disponibili se gli ungheresi avessero eletto Orbán. Anche in questo caso, un’UE neutrale non sarebbe bastata a salvare Orbán: il suo tempo era scaduto. Ma la parzialità partigiana che continua a provenire da Bruxelles rappresenta un affronto alla “democrazia liberale” tanto grave quanto qualsiasi cosa Orbán abbia fatto durante il suo mandato.Ripensando a ciò che Orbán ha fatto durante il suo mandato, a volte è difficile ricordare di cosa si trattasse esattamente tre, sette o dieci anni prima. Si ricorda Manfred Weber, alleato bavarese di Angela Merkel, che cercava di estromettere Orbán dal Partito Popolare Europeo in vista delle elezioni, per motivi legati alla Central European University e agli insulti rivolti al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Si ricorda la sua convocazione al Parlamento europeo all’inizio del 2012 per difendere le modifiche apportate dal suo partito alla Costituzione. Me ne parlò un venerdì pomeriggio di quell’autunno, quando andai a intervistarlo nel suo ufficio, che all’epoca si trovava ancora nell’edificio del Parlamento.«Sono andato lì e ho difeso la Costituzione», ha ricordato. «Con successo, almeno per come la intendevo io. Ho detto: “Capisco che negli ambienti intellettuali europei ci sia una certa interpretazione della storia europea, una tendenza dal religioso al secolare, dalle nazioni all’internazionalismo e dalla famiglia all’individuo. Questo è ciò che voi chiamate progresso. Non so se abbiate ragione o meno. Ma non credo che questa sia l’unica interpretazione possibile della storia europea”. Credo che Dio e la religione, la famiglia e la nazione non appartengano solo al passato. Appartengono anche al futuro. Quindi sono pronto ad avviare la discussione. È una Costituzione basata sulla fede, sulla famiglia e sulla nazione. Qual è il problema?»

Una sconfitta per Mar-a-Lago e Mosca: finisce il dominio un tempo inattaccabile di Orbán in Ungheria

Di Kristof Abel Tarnay– Reporting Democracy

Una tempesta perfetta, fatta di uno scandalo di abusi sui minori, della situazione precaria dell’economia e dei servizi pubblici, e di un ex membro carismatico del regime, dotato di un partito ben organizzato e di un’enorme e variegata base elettorale, è stata l’ingrediente necessario per spodestare l’uomo forte dell’Ungheria.

L’illusione dell’invincibilità di Viktor Orban è andata in frantumi. Un grave scandalo di abusi sui minori; i risultati economici deludenti che hanno messo in discussione le fondamenta del governo dell’alleanza Fidesz-KDNP; un ex membro carismatico con un partito ben organizzato e una base elettorale enorme ed eterogenea che ha dato la priorità alla destituzione del governo rispetto alle differenze ideologiche – questi sembrano essere stati gli ingredienti necessari per spodestare l’uomo forte populista ungherese.

Si tratta di una perdita enorme per Mosca e per il movimento di estrema destra in tutto il mondo, che sfata il mito secondo cui Orban non potesse essere sconfitto in un’elezione democratica. Ora, il nuovo primo ministro, Peter Magyar, deve affrontare numerose sfide, dalla riforma dei sistemi statali mal funzionanti al soddisfacimento delle elevate aspettative e alla gestione della profonda polarizzazione del Paese.

Non è stata una sorpresa che a Budapest, città da tempo roccaforte dell’opposizione, la gente abbia festeggiato il risultato per le strade. Ma scene simili si sono verificate anche a Debrecen, un tempo roccaforte dei partiti al potere. La mappa dei risultati, che prima era quasi interamente arancione (colore di Fidesz-KDNP), è diventata prevalentemente blu per il partito Tisza di Magyar, con solo alcune isole arancioni.

Fondamentalmente, Tisza ha ottenuto una maggioranza costituzionale di due terzi alle elezioni, il che gli consentirà ampia libertà d’azione nello smantellamento del sistema di Orban. Con quasi tutti i voti scrutinati, Tisza sembrava destinato a ottenere 138 seggi nel parlamento da 199 seggi, mentre il Fidesz di Orban sembrava averne conquistati solo 55.

“Insieme abbiamo rovesciato il regime di Orban, abbiamo liberato l’Ungheria, ci siamo ripresi la nostra patria”, ha dichiarato Magyar nel suo discorso di vittoria di domenica.

«La nostra vittoria è visibile, non dalla Luna, ma da ogni finestra ungherese – che si tratti della più piccola casetta di mattoni di fango o di un grattacielo», ha aggiunto, riferendosi al discorso di Orban del 2022, quando disse che avevano vinto in modo così schiacciante che si poteva vedere persino dalla Luna, ma sicuramente da Bruxelles.

Quella era una notte elettorale a cui gli ungheresi si erano abituati. Tuttavia, negli ultimi due anni, qualcosa di importante è cambiato nel Paese.

Un mito sfatato

Da quando Orban è tornato al potere nel 2010, dopo aver trascorso otto anni all’opposizione, ha ottenuto tre volte la maggioranza dei due terzi. I risultati sono stati sempre più devastanti per gli elettori dell’opposizione, portando molti di loro a chiedersi se fosse ancora possibile sconfiggere il suo partito in un’elezione democratica.

L’idea non era infondata, dato che Orban e il suo governo hanno fatto di tutto per consolidare il proprio potere. Hanno conquistato la maggior parte dei media, modificato più volte il sistema elettorale a loro favore, utilizzato le risorse statali per gli obiettivi della campagna elettorale e insediato fedelissimi alla guida delle istituzioni statali.

I sondaggi hanno ripetutamente dimostrato che, mentre a Budapest e nelle città più grandi le precedenti forze di opposizione godevano di una certa popolarità, le aree rurali costituivano una base massiccia per Fidesz-KDNP.

Come si è poi scoperto, queste circostanze non erano impossibili da superare, dopo che diversi eventi inaspettati hanno causato uno slancio politico che nemmeno questa macchina politica ben oliata è riuscita a fermare.

Lo slancio innescato da un enorme scandalo

Un enorme scandalo scoppiato nel 2024, quando l’allora presidente Katalin Novak fu smascherata per aver concesso la grazia all’ex vicedirettore di un orfanotrofio che era stato condannato per aver aiutato a insabbiare abusi sessuali su minori da parte del suo superiore, è stato un elemento chiave di questo cambiamento.

Oltre alla presidente, anche Judit Varga, ex moglie di Magyar, fu costretta a dimettersi dalla carica di deputata e dalla lista del Fidesz-KDNP per il Parlamento europeo, poiché all’epoca era il ministro della Giustizia che aveva controfirmato la grazia.

Dopo la caduta della sua ex moglie, Magyar rivelò pubblicamente la corruzione su larga scala del Fidesz, attirando enorme attenzione. Pochi giorni dopo, a Budapest si tenne una grande manifestazione di protesta, che attirò circa 50.000 persone. Questa manifestazione e l’indignazione che rappresentava, insieme al debutto di Magyar e alla speranza che infondeva in molte persone – anche se inizialmente aveva dichiarato di non voler entrare nella mischia politica – sembrarono mobilitare un numero enorme di persone precedentemente apolitiche.

La tempesta perfetta che ha colpito il governo di Orbán aveva bisogno anche di un altro fattore determinante: i risultati economici deludenti del Paese, tra cui un’inflazione media del 17,6 per cento nel 2023 e una crescita economica di appena lo 0,3 per cento nel 2025. Mentre il “Pardongate” metteva in discussione i fondamenti cristiani e a favore della famiglia del governo, i problemi economici ne mettevano in dubbio la capacità di gestire il Paese.

Dopo i fallimenti delle vecchie forze di opposizione, molti ungheresi, anche quelli insoddisfatti del governo, ritenevano che non ci fosse alternativa. Questa sensazione è cambiata dopo la rapida ascesa di Magyar e del suo partito Tisza, che si è rivolto proprio agli elettori conservatori e a chi vive nei centri abitati più piccoli. Ha fatto ricorso al simbolismo nazionale pur mantenendo un atteggiamento cauto su temi controversi, come la marcia dell’Orgoglio o la guerra in Ucraina.

Attraverso la costruzione sistematica dell’organizzazione del partito e delle sue reti locali, Tisza ha dimostrato il suo potere emergente conquistando quasi il 30% alle elezioni europee del 2024, il che ha inferto un colpo finale all’aura di invincibilità di Orban.

Non sarà una passeggiata

Rispetto alla campagna di Fidesz-KDNP incentrata sulla geopolitica e sulla guerra in Ucraina, Tisza ha messo in evidenza le questioni di interesse quotidiano. Oltre al costo della vita, si è concentrato fortemente sullo stato del sistema sanitario e del trasporto ferroviario. Sebbene il partito abbia promesso misure specifiche, come la riduzione delle tasse o l’aumento delle pensioni, ci si aspetta anche che avvii riforme radicali di questi sistemi statali. Ciò rappresenterà probabilmente una delle prime sfide significative per Tisza, poiché le grandi riforme richiedono tempo, soprattutto data l’attuale situazione del bilancio.

Ci si aspetta inoltre che Tisza si impegni a ripristinare i controlli e gli equilibri democratici, a restituire l’indipendenza al sistema giudiziario e alle istituzioni statali, a riformare il sistema elettorale e a liberare i media statali. Governare con una maggioranza dei due terzi sarà utile per far passare tali cambiamenti, ma data la storica appropriazione delle istituzioni statali, se gli elettori dovessero ritenere che Tisza cercherà a sua volta di abusare di tale potere, la sua popolarità potrebbe rapidamente erodersi.

Magyar ha anche promesso di “riportare a casa” i fondi UE congelati, il che non è un obiettivo irrealistico dati i piani del suo partito di aderire alla Procura europea e di reprimere la corruzione. Ciò contribuirà a qualsiasi riforma sistemica e potrebbe essere un risultato visibile in tempi rapidi.

MAGA e la sconfitta di Mosca

Mentre ci si aspetta che il nuovo governo ungherese ripristini rapidamente relazioni costruttive con gli altri Stati membri dell’UE e le istituzioni dell’Unione, la sconfitta di Orban rappresenta una grave battuta d’arresto per Mosca, che ha perso un alleato fedele all’interno dell’UE e della NATO.

Rappresenta inoltre una grande perdita per i populisti di estrema destra di tutto il mondo. Nonostante le sue piccole dimensioni, l’Ungheria è stata spesso citata come modello da seguire dai repubblicani MAGA. Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha persino cercato di aiutare la campagna di Orban negli ultimi giorni. Sebbene ovviamente gli Stati Uniti abbiano partner più importanti in Europa, si tratta di una perdita simbolica significativa per il mondo MAGA. È improbabile che l’edizione europea del raduno annuale di estrema destra CPAC si terrà a Budapest il prossimo anno.

È difficile dire quale sarà la prossima mossa di Viktor Orban. Tuttavia, è difficile immaginare che i suoi elettori non rappresentino una richiesta che dovrà essere soddisfatta, anche se alla fine sarà esaudita da una o più forze politiche diverse.

Nel frattempo, i esponenti e i sostenitori di Fidesz dovranno, secondo le parole di Orban, «leccarsi le ferite» e abituarsi all’idea della sconfitta.

Per i politici di Fidesz-KDNP e le personalità pubbliche filogovernative, sarà difficile elaborare il risultato, non da ultimo perché negli ultimi due anni hanno apertamente sottovalutato Magyar, schernendolo con insulti. Avrebbero dovuto ascoltare Lao Tzu: “Non c’è pericolo più grande che sottovalutare il proprio avversario”.

*Giornalista, editorialista e specialista in comunicazione con sede a Budapest e oltre 5 anni di esperienza; ha scritto articoli su HVG, Eduline, Azonnali e sulla rivista europea di opinione SpeakFreely.

Incontro Xi-Merz_di Fred Gao…e altro

Incontro Xi-Merz

Decifrare la versione di Pechino dell’incontro Xi-Merz e del comunicato stampa congiunto

Fred Gao25 febbraio
 LEGGI NELL’APP 

Alcune delle mie osservazioni:

1. Relazioni bilaterali

Xi Jinping ha avanzato tre proposte per le relazioni tra Cina e Germania. In particolare, la prima in assoluto è stata un appello alla Germania a

Considerare lo sviluppo della Cina in modo obiettivo e razionale.

希望德方客观理性看待中国发展

Nel linguaggio diplomatico cinese, si tratta di una critica velata, che suggerisce che la percezione che la Germania e l’Europa hanno avuto della Cina negli ultimi anni è stata macchiata da pregiudizi ed emozioni, in particolare come si evince dall’inquadramento della Cina come rivale sistemico e dal più ampio discorso sulla “riduzione del rischio”.

Un segnale simile è incorporato nella frase

perseguire una politica cinese attiva e pragmatica,

奉行积极、务实的对华政策

il che implica che Pechino ritiene che alcune delle recenti mosse politiche della Germania siano state guidate più dall’ideologia che dall’interesse nazionale.

2. L’inquadramento del “partner dell’innovazione”

Una formulazione che trovo particolarmente degna di nota è l’affermazione di Pechino secondo cui

Il governo tedesco ha proposto nuove strategie di sviluppo in settori quali tecnologia, innovazione e digitalizzazione, che sono fortemente in linea con la direzione di sviluppo della Cina in materia di intelligenza, trasformazione verde e sviluppo integrato durante il periodo del 15° piano quinquennale.

德国政府在技术、创新、数字等领域提出新发展战略,同中国“十五五”时期智能化、绿色化、融合化发展方向高度契合.

Pechino vuole trasmettere il messaggio che, poiché gli orientamenti macroeconomici dei due Paesi in materia di tecnologia e innovazione sono convergenti, non c’è motivo di non cooperare. Partendo da questa premessa, Pechino ha immediatamente formulato le proprie richieste. L’appello a un “flusso bidirezionale di talenti, conoscenze e tecnologie” (支持两国人才, 知识, 技术双向流动) è una diretta reazione alle restrizioni sui trasferimenti di tecnologia verso la Cina degli ultimi anni.

L’espressione “gestire correttamente il rapporto tra competizione e cooperazione”双方要正确把握竞争和合作的关系 riflette la consolidata insoddisfazione di Pechino nei confronti della caratterizzazione tripartita della Cina da parte dell’UE come “partner, concorrente economico e rivale sistemico” — la parola “correttamente” qui sta a significare: il vostro attuale approccio alla gestione di questo equilibrio è errato.

E l’enfasi sulla “stabilità e il buon funzionamento delle catene industriali e di fornitura” è un rifiuto dell’agenda di “riduzione del rischio”.

Interessante è anche la formulazione dei “quattro ruoli”四个“者”. Xi ha sottolineato che Cina e Germania dovrebbero assumere l’iniziativa di essere “difensori del multilateralismo, praticanti dello stato di diritto internazionale, paladini del libero scambio e sostenitori della solidarietà e della cooperazione”. Nessuno di questi quattro ruoli nomina esplicitamente un paese, eppure ognuno di essi prende implicitamente di mira la traiettoria politica della seconda amministrazione Trump.

3. Le osservazioni di Merz

Le dichiarazioni di Merz nella versione cinese sono state modificate, ma la scelta di Pechino trasmette comunque segnali utili. Ciò che trovo più degno di nota è l’enfasi posta da Merz sull’appello a “un rapporto di cooperazione economica e commerciale affidabile e duraturo” tra UE e Cina. Ciò è coerente con il tono adottato da Merz nella sua dichiarazione pre-visita e suggerisce che la Germania non intenda perseguire in modo aggressivo la “riduzione del rischio” con la Cina.

4. Ucraina

Riguardo all’Ucraina, la lettura di Pechino utilizza l’espressione “scambio di opinioni”, che nella grammatica diplomatica cinese segnala che permane un divario significativo tra le posizioni delle due parti. Tuttavia, sebbene l’Ucraina sia una questione importante, non è il punto centrale dell’agenda della visita di Merz. Pertanto, è improbabile che questa divergenza danneggi le relazioni bilaterali.

5. Comunicato stampa congiunto

Entrambe le parti hanno inserito le loro preoccupazioni principali in una struttura “notata” (注意到). Le preoccupazioni della Germania (dipendenza, squilibrio commerciale, controlli sulle esportazioni) e quelle della Cina (sicurezza delle questioni commerciali, restrizioni alle esportazioni di alta tecnologia) rimangono separate. Ma mettere i disaccordi sul tavolo e accettare di non essere d’accordo è comunque meglio che parlare a vanvera all’interno delle proprie camere di risonanza.

“La Germania ha ribadito la sua adesione alla politica di una sola Cina” costituisce un paragrafo a sé stante nel documento. Questo può essere letto come un’evidenziazione della sua importanza, ma può anche essere interpretato come la riluttanza della Germania a elaborare ulteriormente questa posizione. Il modo in cui lo si interpreta dipende dalla propria posizione, il che è forse, di per sé, parte dell’arte della diplomazia.

Di seguito sono riportate le versioni in inglese del comunicato ufficiale cinese e della dichiarazione congiunta da me rilasciata.

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Xi Jinping incontra il cancelliere tedesco Merz

Nel pomeriggio del 25 febbraio, il presidente Xi Jinping ha incontrato il cancelliere tedesco Merz, in visita ufficiale in Cina, presso la Diaoyutai State Guesthouse di Pechino.

Xi Jinping ha sottolineato che Cina e Germania sono rispettivamente la seconda e la terza economia mondiale e che le relazioni tra Cina e Germania non riguardano solo gli interessi di entrambi i Paesi, ma hanno anche significativi effetti a catena sull’Europa e sul mondo. L’attuale situazione internazionale sta attraversando la più profonda trasformazione dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Quanto più il mondo è attraversato da cambiamenti e turbolenze, tanto più Cina e Germania devono rafforzare la comunicazione strategica, rafforzare la fiducia reciproca strategica e promuovere un nuovo e continuo sviluppo nel partenariato strategico globale tra Cina e Germania.

Xi Jinping ha avanzato tre proposte per la prossima fase delle relazioni tra Cina e Germania. In primo luogo, i due Paesi dovrebbero essere partner affidabili che si sostengono a vicenda. Sia la Cina che la Germania hanno raggiunto un rapido sviluppo autonomamente, basandosi sul rispetto reciproco, sulla fiducia reciproca, sull’apertura e sulla cooperazione, scrivendo una storia di successo caratterizzata da vantaggi reciproci e risultati vantaggiosi per entrambe le parti. La Cina è impegnata nel percorso di uno sviluppo pacifico e ha la capacità e la fiducia necessarie per realizzare una modernizzazione in stile cinese. La Cina continuerà a condividere opportunità di sviluppo con i Paesi di tutto il mondo, inclusa la Germania. Si auspica che la Germania consideri lo sviluppo della Cina in modo obiettivo e razionale, persegua una politica cinese attiva e pragmatica e collabori con la Cina per garantire uno sviluppo costante e sostenibile delle relazioni tra Cina e Germania.

In secondo luogo, i due Paesi dovrebbero essere partner innovativi, impegnati nell’apertura e nel reciproco vantaggio. Il governo tedesco ha proposto nuove strategie di sviluppo in settori quali tecnologia, innovazione e digitalizzazione, fortemente in linea con la direzione di sviluppo cinese di intelligenza, trasformazione verde e sviluppo integrato durante il periodo del 15° Piano Quinquennale. Entrambe le parti dovrebbero rafforzare l’allineamento delle proprie strategie di sviluppo, sostenere il flusso bidirezionale di talenti, conoscenze e tecnologie tra i due Paesi e promuovere il dialogo e la cooperazione in settori all’avanguardia come l’intelligenza artificiale. Entrambe le parti dovrebbero gestire correttamente il rapporto tra concorrenza e cooperazione, ricercare percorsi di cooperazione reciprocamente vantaggiosi e vantaggiosi per entrambe le parti e salvaguardare congiuntamente la stabilità e il buon funzionamento delle catene industriali e di fornitura.

In terzo luogo, i due Paesi dovrebbero essere partner interpersonali che si conoscono e si sentono vicini. Sia la Cina che la Germania sono Paesi importanti con un profondo patrimonio culturale. Entrambe le parti dovrebbero rafforzare l’apprendimento reciproco tra civiltà, approfondire gli scambi interpersonali e consolidare il sostegno popolare alla base dell’amicizia tra Cina e Germania.

Xi Jinping ha sottolineato che, di fronte all’accelerazione della trasformazione del mondo, mai vista in un secolo, tutti i Paesi dovrebbero restare uniti nella buona e nella cattiva sorte e condividere un destino comune. Cina e Germania dovrebbero sostenere il ruolo centrale delle Nazioni Unite, rinvigorire il ruolo guida dell’ONU e assumere un ruolo guida nel difensore del multilateralismo, nel promotore dello stato di diritto internazionale, nel promotore del libero scambio e nella promotrice della solidarietà e della cooperazione. La Cina sostiene l’Europa nel suo percorso di maggiore indipendenza e forza e auspica che la parte europea lavori nella stessa direzione della Cina, mantenga il posizionamento di partenariato strategico, aderisca all’apertura, all’inclusività, alla cooperazione e a risultati vantaggiosi per tutti, raggiunga un maggiore sviluppo nelle relazioni Cina-UE e contribuisca maggiormente alla pace e allo sviluppo nel mondo.

Merz si è detto lieto di visitare la Cina, in occasione delle celebrazioni del Capodanno cinese, e ha augurato al popolo cinese buona fortuna nell’Anno del Cavallo. Dall’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra Germania e Cina, i due Paesi hanno mantenuto scambi amichevoli e una stretta cooperazione, apportando benefici ai popoli di entrambi i Paesi. La Germania attribuisce grande importanza alle sue relazioni con la Cina, aderisce fermamente alla politica di una sola Cina ed è disposta a collaborare con la Cina per proseguire la tradizione di amicizia, sostenere il rispetto reciproco, l’apertura e la cooperazione e approfondire costantemente il partenariato strategico a tutto tondo tra i due Paesi. La comunità imprenditoriale tedesca attribuisce grande importanza al mercato cinese e auspica di approfondire ulteriormente la cooperazione con la Cina per conseguire vantaggi reciproci e uno sviluppo comune. La situazione internazionale sta attraversando profondi cambiamenti e Germania e Cina hanno un’importante responsabilità condivisa nell’affrontare le sfide globali. La Germania auspica di rafforzare il coordinamento con la Cina, sostenere il libero scambio e contrastare il protezionismo. È nell’interesse di entrambe le parti che l’UE e la Cina sviluppino un rapporto di cooperazione economica e commerciale affidabile e duraturo, che contribuisca inoltre alla stabilità e alla prosperità mondiale. La Germania sostiene il rafforzamento del dialogo e della cooperazione tra UE e Cina.

I due leader si sono scambiati opinioni sulla crisi ucraina. Xi Jinping ha approfondito la posizione di principio della Cina, sottolineando che la chiave è persistere nella ricerca di soluzioni attraverso il dialogo e il negoziato. È essenziale garantire la partecipazione paritaria di tutte le parti e costruire solide fondamenta per la pace; garantire che le legittime preoccupazioni di tutte le parti siano affrontate e che la volontà di pace sia rafforzata; e garantire la realizzazione della sicurezza comune e la costruzione di un’architettura di pace duratura.

Le due parti hanno rilasciato un comunicato stampa congiunto della Repubblica Popolare Cinese e della Repubblica Federale di Germania .

Wang Yi ha partecipato all’incontro.

Comunicato stampa congiunto della Repubblica Popolare Cinese e della Repubblica Federale di Germania

Agenzia di stampa Xinhua, Pechino, 25 febbraio

Su invito del Primo Ministro Li Qiang del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, il Cancelliere Federale Friedrich Merz della Repubblica Federale di Germania ha effettuato la sua prima visita ufficiale nella Repubblica Popolare Cinese dal 25 al 26 febbraio 2026. Era accompagnato da una delegazione di alto livello che comprendeva 30 rappresentanti del mondo imprenditoriale tedesco.

Durante la sua permanenza a Pechino, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping ha incontrato il Cancelliere Merz, mentre il Premier Li Qiang ha avuto colloqui con il Cancelliere Merz. I leader dei due Paesi hanno scambiato opinioni sulle relazioni Cina-Germania, su questioni internazionali e regionali e su questioni di politica economica.

Entrambe le parti hanno espresso apprezzamento per la buona cooperazione nell’ambito del partenariato strategico globale Cina-Germania e hanno concordato che il rispetto reciproco, il reciproco vantaggio e i risultati vantaggiosi per entrambe le parti, il dialogo aperto e costante e la cooperazione nell’affrontare le sfide comuni sono i principi fondamentali per lo sviluppo delle relazioni Cina-Germania. Questa visita ha impresso nuovo slancio allo sviluppo del partenariato bilaterale. Entrambe le parti hanno sottolineato l’importanza fondamentale del meccanismo di consultazione intergovernativa Cina-Germania nel promuovere in modo completo la cooperazione bilaterale.

La Germania ha ribadito la sua adesione alla politica di una sola Cina.

Entrambe le parti hanno sottolineato che la cooperazione economica e commerciale è una componente importante delle relazioni bilaterali e hanno espresso la volontà di approfondire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e vantaggiosa per entrambe le parti. Entrambe le parti hanno sottolineato l’importanza vitale del dialogo aperto, della concorrenza leale e dell’accesso reciproco al mercato. La parte cinese ha preso atto dell’enfasi della Germania su questioni quali la “riduzione della dipendenza”, gli squilibri commerciali e i controlli sulle esportazioni; la parte tedesca ha preso atto delle preoccupazioni della Cina in merito alla sicurezza delle questioni economiche e commerciali e ai controlli sulle esportazioni di prodotti ad alta tecnologia. Entrambe le parti sono disposte ad affrontare adeguatamente le reciproche preoccupazioni attraverso un dialogo sincero e aperto, al fine di garantire relazioni economiche e commerciali a lungo termine, equilibrate, affidabili e sostenibili. I due Primi Ministri hanno partecipato congiuntamente a un simposio del Comitato Consultivo Economico Cina-Germania e hanno avuto contatti con rappresentanti delle imprese di entrambi i Paesi. Entrambe le parti hanno concordato di proseguire il Dialogo Cina-Germania sui Cambiamenti Climatici e la Transizione Verde.

Entrambe le parti ritengono che i principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale costituiscano la base della cooperazione internazionale. Cina e Germania continueranno a impegnarsi in tal senso e, su questa base, manterranno il dialogo sulle questioni internazionali, difenderanno fermamente lo status delle Nazioni Unite e aderiranno al multilateralismo e al libero scambio.

Entrambe le parti incoraggiano e sostengono il rafforzamento degli scambi interpersonali tra i due Paesi e hanno concordato di rafforzare ulteriormente la cooperazione nei settori della cultura e dello sport e di promuovere la comprensione reciproca attraverso programmi di scambio e visite reciproche tra personalità della cultura, organizzazioni sportive e giovani. Entrambe le parti hanno accolto con favore la ripresa del Forum di dialogo Cina-Germania.

Entrambe le parti hanno discusso anche della questione ucraina e sostengono gli sforzi per raggiungere un cessate il fuoco e una pace duratura sulla base della Carta delle Nazioni Unite e dei suoi principi.

Il cancelliere Merz ha espresso la sua gratitudine al governo cinese per la calorosa accoglienza riservatagli in quanto primo leader straniero a visitare la Cina dopo il Capodanno lunare cinese.

Questa visita ufficiale dimostra pienamente che sia la Cina che la Germania sono impegnate a mantenere relazioni bilaterali stabili e costruttive, sono disposte ad approfondire la cooperazione in settori di reciproco interesse e sono pronte a gestire adeguatamente le divergenze attraverso un dialogo sincero, aperto e reciprocamente rispettoso.

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Partner strategico Cina

La Germania rafforza la sua “partnership strategica globale” con la Cina per potersi difendere meglio in futuro dai continui attacchi dell’amministrazione Trump.

26

Febbraio

2026

BERLINO/PECHINO (Rapporto proprio) – La Germania approfondirà il suo “partenariato strategico globale” con la Cina e rafforzerà in particolare le sue relazioni economiche con la Repubblica Popolare. Questi sono i risultati dei colloqui che il cancelliere federale Friedrich Merz ha avuto ieri, mercoledì, a Pechino con il presidente cinese Xi Jinping e con il primo ministro Li Qiang. Inoltre, le relazioni tra la Cina e l’UE dovrebbero migliorare nuovamente. Il motivo del rinnovato avvicinamento tra Berlino e Pechino sono i continui attacchi dell’amministrazione Trump alla Germania e all’UE, che costringono il governo federale a cooperare più strettamente con paesi terzi sul piano economico e politico, se non vuole essere costantemente sotto pressione da parte degli Stati Uniti. Nonostante tutte le rivalità, non può evitare una maggiore cooperazione con la potenza economica cinese. Merz ha dichiarato che in futuro le divergenze economiche saranno risolte “attraverso un dialogo aperto”. Tra queste vi è il fatto che la Repubblica Federale Tedesca registra un deficit commerciale con la Cina ampio e in continua crescita e che le sue aziende devono competere con la concorrenza cinese anche sui mercati terzi.

Attacchi violenti

Pochi giorni prima della sua partenza per la Cina, il cancelliere federale Friedrich Merz aveva espresso un giudizio piuttosto severo sulla Repubblica Popolare. Nel suo discorso alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, aveva affermato che Pechino “sfrutta sistematicamente le dipendenze altrui”[1]. Oggi rivendica “un ruolo di primo piano sulla scena mondiale”, per il quale “ha gettato le basi con pazienza strategica nel corso di molti anni”. Già “nel prossimo futuro” potrebbe persino “affrontare militarmente alla pari” gli Stati Uniti. Mercoledì della scorsa settimana, Merz ha aggiunto durante un evento del partito CDU che “improvvisamente” si vede oggi che la Cina – “a differenza degli ultimi 3.000 anni di storia cinese” – “sta espandendo in modo aggressivo le sue basi nel Mar Cinese Meridionale” oltre a “circondare Taiwan e dichiarare apertamente che, se necessario, sarebbe disposta a ricorrere alla forza militare per realizzare la cosiddetta riunificazione della Cina”. [2] Merz non ha spiegato cosa distingue le basi cinesi nel Mar Cinese Meridionale da quelle del Vietnam, della Malesia e delle Filippine, né ha chiarito perché la riunificazione della Cina debba essere definita “cosiddetta”; il fatto che Taiwan appartenga alla Cina secondo il diritto internazionale è stato formalmente riconosciuto dalla Repubblica Federale Tedesca, come quasi tutti gli Stati del mondo, nell’ambito della politica della “Cina unica”. Anche un cancelliere federale è vincolato alle posizioni giuridiche ufficiali.

Problemi commerciali

I colloqui che Merz ha tenuto mercoledì a Pechino si sono nettamente distanziati dai duri attacchi. Il contesto è in particolare il fatto che il governo federale si vede costretto a difendersi dai continui e crescenti attacchi degli Stati Uniti. A tal fine, oltre alla conclusione di accordi di libero scambio con paesi terzi [3], cerca di allentare le tensioni con la Cina e di consolidare le relazioni economiche con il paese. Segue così la strada già intrapresa nei mesi scorsi da Francia, Canada e Gran Bretagna. Dal punto di vista di Berlino, è urgente correggere le relazioni economiche. Sebbene la Repubblica Popolare Cinese sia tornata ad essere il principale partner commerciale della Repubblica Federale Tedesca lo scorso anno, le esportazioni tedesche verso la Cina sono crollate del 9,7%, mentre le importazioni da quel Paese sono aumentate dell’8,8%. Ciò ha portato a un deficit commerciale record di 89,3 miliardi di euro. [4] Mentre il crollo delle esportazioni va a discapito degli esportatori tedeschi, l’aumento delle importazioni mette sempre più sotto pressione l’industria tedesca sul mercato interno. Entrambi questi fattori stanno ormai gravando in modo significativo sull’economia tedesca.

Concorrenza sui mercati terzi

A ciò si aggiunge il fatto che le aziende tedesche stanno perdendo quote di mercato anche nei mercati terzi a favore dei concorrenti cinesi. Ciò è dimostrato, ad esempio, da recenti studi sulla situazione nell’Europa orientale e sud-orientale, tradizionale area di egemonia della Germania. “La Cina ha ridotto la presenza della Germania nella regione”, afferma ad esempio il Erste Group, la banca leader nell’Europa centro-orientale con sede a Vienna.[5] Secondo il Comitato orientale dell’economia tedesca, che accompagna le relazioni delle aziende tedesche con 29 paesi dell’Europa orientale e dell’Asia centrale, la Germania è ancora il primo o il secondo partner commerciale solo per 15 di essi, mentre la Cina lo è già per 18. Nel frattempo, secondo uno studio pubblicato dal Comitato orientale in collaborazione con la società di consulenza KPMG, già un’azienda tedesca su sei attiva nel settore orientale lamenta il rafforzamento della concorrenza cinese. Secondo il gruppo Erste di Vienna, solo tra il 2019 e il 2023 la Cina ha guadagnato “tra il 10 e il 30% della quota di mercato” in tutta una serie di paesi dell’Europa orientale e sud-orientale, mentre la Germania ha perso “fino al 20% della quota di mercato”. La Cina sta facendo progressi anche nel settore dei beni di consumo durevoli, riferisce la banca ING; la Polonia, ad esempio, ha aumentato le importazioni di automobili cinesi da due a undici miliardi di dollari USA tra il 2022 e il 2025.[6]

“In cooperazione e dialogo”

Durante i colloqui di ieri tra Merz e il presidente cinese Xi Jinping e il primo ministro Li Qiang, all’ordine del giorno figuravano anche questioni economiche. Merz ha affrontato, ad esempio, il tema dei controlli cinesi sulle esportazioni di terre rare e l’elevato deficit commerciale tedesco, ha comunicato in seguito il governo federale. Da parte sua, la Cina ha lamentato le restrizioni imposte alle aziende tecnologiche cinesi come Huawei e le restrizioni alle esportazioni dell’UE; sotto la pressione degli Stati Uniti, ad esempio, l’azienda olandese ASML non può esportare nella Repubblica Popolare Cinese le macchine più moderne per la produzione di chip. “Entrambe le parti” intendono ora risolvere le divergenze “attraverso un dialogo sincero e aperto”, si legge in una dichiarazione congiunta. [7] Il cancelliere Merz, accompagnato dalla delegazione economica di più alto rango degli ultimi due decenni, si è detto certo che in futuro sarà possibile risolvere le “sfide” esistenti “attraverso la cooperazione e il dialogo”. Come primo passo, Pechino ha promesso di ordinare fino a 120 aerei passeggeri Airbus, ha comunicato Merz. [8] Questo sarebbe un primo passo per ridurre il deficit commerciale tedesco. Secondo quanto riferito, sono in corso ulteriori trattative.

«Buoni rapporti»

Inoltre, le relazioni tra Germania e Cina dovrebbero essere intensificate in generale. Merz ha annunciato che “entro la fine dell’anno” altri ministri federali tedeschi “si recheranno in Cina” e che si punta a instaurare “un dialogo intenso”. [9] Inoltre, dovrebbero riprendere anche le consultazioni governative tra Germania e Cina, che si sono tenute l’ultima volta nel 2023, ma che in seguito non sono state più programmate a causa delle crescenti tensioni. Merz ha anche dichiarato di puntare a “buone relazioni non solo tra Germania e Cina …, ma anche tra Cina e Unione Europea”. Ciò era stato precedentemente sollecitato dalla parte cinese. Merz ha infine riferito che è stata “ribadita” la volontà di “approfondire la partnership strategica globale tra i nostri due paesi” – “nel reciproco rispetto e in un dialogo aperto”. [10] “Da decenni abbiamo buoni rapporti bilaterali tra Cina e Germania”, ha affermato il Cancelliere federale in un’interpretazione piuttosto libera dei fatti e, rivolgendosi a Xi, ha detto di voler “riprendere da lì” e “sviluppare un buon rapporto personale tra il vostro Primo Ministro e me, e anche tra voi e me”.

[1] «Affermiamo la nostra libertà insieme ai nostri vicini». bundesregierung.de 13.02.2026.

[2] Merz critica la politica estera aggressiva della Cina prima del viaggio a Pechino. handelsblatt.com 18.02.2026.

[3] Vedi a questo proposito Alla ricerca di alternative e Alla ricerca di alternative (II).

[4] La Cina tornerà ad essere il principale partner commerciale della Germania nel 2025. destatis.de 20.02.2026.

[5], [6] Andreas Mihm: Il drago cinese nel cortile della Germania. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 25 febbraio 2026.

[7] Dichiarazione stampa congiunta della Repubblica Federale di Germania e della Repubblica Popolare Cinese. bundesregierung.de 25.02.2026.

[8] Secondo Merz, la Cina intende ordinare fino a 120 aeromobili ad Airbus. spiegel.de 25.02.2026.

[9] Il Cancelliere federale Merz in Cina: «Abbiamo una responsabilità comune nel mondo». bundesregierung.de 25.02.2026.

[10] Dichiarazioni alla stampa del Cancelliere Merz e del Presidente Xi Jinping in occasione del colloquio congiunto. bundesregierung.de 25.02.2026.

Un cancelliere nello Stato ingegnere: dietro le quinte del viaggio di Merz a Pechino e Hangzhou

Interviste Politica

Jörg Wuttke — Consultato per preparare la visita di Friedrich Merz, uno dei migliori conoscitori della Cina e del regime di Xi torna con Le Grand Continent sugli obiettivi del viaggio del cancelliere tedesco.

AutoreMathéo MalikImmagine© Michael KappelerDati25 febbraio 2026AggiungiScarica il PDFCondividi

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Rispetto a Olaf Scholz, Friedrich Merz, giunto in Cina per la sua prima visita nel Paese in qualità di cancelliere, sembra aver optato sin dall’inizio del suo mandato per una retorica molto più dura nei confronti di Pechino. Come definirebbe oggi la politica cinese della Germania?

È ancora indecisa e ampiamente aperta. L’ultima visita di Friedrich Merz nella capitale cinese risale al settembre 2001, quando lo ricevetti in qualità di presidente della Camera di commercio tedesca. Merz è curioso, ma non ha alcuna familiarità con l’argomento e conosce molto meno la Cina rispetto agli Stati Uniti.

Durante questa visita, avrà chiaramente un elenco di argomenti da affrontare, tra cui le opportunità di investimento delle aziende cinesi in Europa, l’inevitabile questione dell’Ucraina e quella di Taiwan.

Questa visita è fondamentale per consolidare la posizione tedesca. Determinerà anche la visione del cancelliere sui modi di collaborare con la Cina in futuro.

Come hanno preparato i cinesi questa sequenza?

È significativo che questa visita avvenga dopo il Capodanno cinese e pochi giorni prima delle riunioni parlamentari annuali delle «Due sessioni». Lo status di Merz – considerato uno dei due principali leader europei insieme a Emmanuel Macron – lo rende importante agli occhi di Pechino.

La Cina vuole assolutamente assicurarsi che l’Europa rimanga un mercato aperto. È questa la principale sfida diplomatica di Pechino con Berlino. Se la Cina teme in particolare le misure di protezione di cui dispone la Germania, spesso dimentica che l’intero ecosistema industriale europeo è in difficoltà.

E come si sono preparati i tedeschi?

Come dicevo, Merz è molto curioso e di mentalità aperta, anche se conosce la Cina meno bene rispetto ad altri paesi.

Dopo la mia prima partenza dalla Cina nel gennaio 2023 – dove ero rimasto bloccato per tre anni a causa della politica zero-Covid – mi ha invitato a cena a Berlino. All’epoca era a capo del gruppo parlamentare dell’Unione Cristiano-Democratica di Germania (CDU). Voleva sinceramente capire la situazione dopo la pandemia, non solo le implicazioni commerciali, ma soprattutto le implicazioni sociali della malattia nella vita dei cinesi.

Le chancelier fédéral Friedrich Merz est accueilli par Xi Jinping, président de la Chine, à la résidence d'État pour des entretiens bilatéraux le 25 février 2026. © Michael Kappeler

Friedrich Merz se rend en Chine pour la première fois en tant que chancelier. © Michael Kappeler

Il cancelliere federale Friedrich Merz viene accolto dal presidente cinese Xi Jinping nella residenza di Stato per colloqui bilaterali il 25 febbraio 2026. © Michael KappelerFriedrich Merz si reca in Cina per la prima volta in qualità di cancelliere. © Michael Kappeler

Prima di questa visita, ha organizzato una nuova cena con accademici e personalità del mondo degli affari.

Ha svolto piuttosto il ruolo di moderatore: ha raccolto opinioni il più possibile diverse sulle politiche giuste da seguire, ma anche sui pensieri di Xi Jinping o sulle potenziali ambizioni della Cina. Ha ascoltato attentamente i membri del suo team e, per prepararsi al meglio, ha memorizzato i nomi di tutti i politici cinesi.

Aveva persino già preparato il libro che lo avrebbe accompagnato durante il viaggio.

Qual era?

Breakneck, di Dan Wang.

Come interpreta la sua scelta di questo libro, che documenta l’esplosione cinese attraverso il prisma del paradigma dello «Stato ingegnere»?

Il fatto che non esista ancora una versione tedesca del libro di Dan Wang dimostra che il cancelliere era davvero curioso di conoscere questa prospettiva.

Voleva capire il punto di vista sviluppato da Wang secondo cui gli Stati Uniti sarebbero un paese di avvocati e la Cina un paese di ingegneri. In qualità di giurista e cancelliere di un peso massimo industriale come la Germania, immagino che la presentazione delle cose in Breakneck lo abbia particolarmente colpito.

Xi Jinping vuole che la Cina sia indipendente dal resto del mondo e che il resto del mondo dipenda dalla Cina. Jörg Wuttke

Il cancelliere tedesco è interessato agli ingegneri cinesi: dopo Pechino, Merz ha fatto la scelta molto interessante di recarsi a Hangzhou, dove ha sede Unitree, l’azienda che produce quei robot umanoidi che tutto il mondo ha visto in televisione mentre praticavano il kung-fu durante lo show del Capodanno cinese.

Vuole familiarizzare con un’azienda di alto livello con opportunità impressionanti per capire cosa li rende capaci di costruire questo tipo di robot.

In precedenti dichiarazioni era arrivato addirittura a mettere in guardia le aziende tedesche dagli investimenti in Cina. Potrebbe cambiare idea?

Non sono sicuro che la sua politica sia già stata definita a questo punto.

Merz si esprime in due modi diversi perché si rivolge a due tipi di pubblico diversi. 

In primo luogo, naturalmente, c’è la sfera nazionale dove, come in Francia, l’opinione pubblica sta diventando sempre più scettica nei confronti della Cina.

D’altra parte, si rivolge ai cinesi invitandoli a collaborare per risolvere il problema dello squilibrio commerciale.

È un uomo d’affari e un giurista di formazione. Sa come trasmettere un messaggio di fermezza in modo efficace. Questo è un aspetto positivo per le relazioni bilaterali: significa che i cinesi sapranno come trattare con lui meglio di quanto abbiano fatto con il suo predecessore Olaf Scholz.

Per trovare un equilibrio tra, da un lato, questa necessità di proteggere e separare maggiormente e, dall’altro, le richieste molto esplicite di una parte dell’industria tedesca, in particolare nel settore automobilistico, da dove potrebbe partire?

Ciò che è un po’ un punto cieco della relazione: la moneta.

Il Cancelliere comprende molto bene che parte del problema che abbiamo con la Cina è di natura monetaria.

Dal 2020, il renminbi si è svalutato del 43% rispetto all’euro. Il tasso di cambio è quindi un vero e proprio argomento di discussione. Un tasso di cambio più favorevole rispetto al dollaro contribuirebbe, a livello internazionale, a riequilibrare gli scambi commerciali.

Penso che dovrebbe anche invitare le aziende cinesi a investire in Europa. 

Durante i vent’anni di stagnazione economica giapponese, che hanno seguito il periodo di esplosione delle esportazioni degli anni ’80-’90, le aziende giapponesi si sono internazionalizzate e hanno riscosso un enorme successo in tutto il mondo. Mi aspetto che la Cina faccia lo stesso.

Pechino sta uscendo da questo periodo di forte crescita e sta entrando in una fase di crescita molto più lenta che durerà per i prossimi decenni.

Le aziende cinesi vogliono internazionalizzarsi per essere presenti su altri mercati con margini migliori. Hanno anche interesse a essere presenti sul mercato europeo, ad esempio, prima dell’introduzione di misure protezionistiche.

Vedo delle somiglianze tra il Giappone e la Cina, e dovremmo essere pronti ad accoglierli e invitarli nelle nostre economie, come abbiamo fatto durante l’internazionalizzazione delle aziende giapponesi.

Un ragionamento del genere presuppone che la sovraccapacità industriale sia un problema che la Cina dovrebbe risolvere. Tuttavia, alcune voci, anche vicine al Partito, sostengono un «massimalismo industriale», confidando nella capacità dei prodotti cinesi di invadere tutti i mercati. Non siamo troppo ingenui nel pensare che le aziende cinesi saranno costrette a internazionalizzarsi?

Ho condotto due studi, uno nel 2009 e l’altro nel 2016, sulla sovraccapacità produttiva in Cina.

Per me si tratta di un problema sistemico, causato dai meccanismi di pianificazione: la Cina prevede la domanda e poi la finanzia con grandi programmi. Successivamente, questo processo si ripete in tutte le trenta province del Paese. Poiché tutti hanno sempre un po’ di denaro pubblico a disposizione, non esiste un meccanismo di mercato che porti al fallimento, quindi tutti continuano così.

La sovraccapacità produttiva è un problema per noi nelle relazioni commerciali, ma per la Cina è un problema ancora più grave, poiché produce molto e non guadagna abbastanza. In altre parole, si tratta di uno spreco industriale. Non è né un meccanismo di esportazione concepito per inondare il mondo, né una valvola di sicurezza in caso di catastrofe. 

Le esportazioni cinesi indicano chiaramente che la Cina non è in grado di consumare tutto ciò che produce, e questo danneggia maggiormente la sua economia piuttosto che le relazioni commerciali. 

Ecco perché penso che le aziende cinesi finiranno per essere interessate a una forma di internazionalizzazione. La Cina deve risolvere questo problema accettando di lasciare che le aziende falliscano. Queste devono consolidarsi, ma è molto difficile per loro, perché il denaro dello Stato è ovunque.

L’invecchiamento è il problema fondamentale, quasi esistenziale, della Cina contemporanea.Jörg Wuttke

L’Unione sta anche cercando di liberarsi dalla dipendenza dalle terre rare. Come giudica i suoi sforzi?

In collaborazione con il Mercator Institute for China Studies, all’inizio della pandemia abbiamo condotto uno studio che ha chiaramente dimostrato la forte dipendenza dell’Europa dalla Cina per quanto riguarda la vitamina B, gli API, i precursori farmaceutici, il magnesio… e le terre rare. Il fenomeno era quindi già molto evidente quasi sei anni fa, ma liberarsi da queste dipendenze era anche molto complicato.

Tutti questi prodotti hanno una cosa in comune: sono molto inquinanti. Credo che abbiamo in parte costruito la nostra dipendenza dalla Cina perché non volevamo fabbriche inquinanti in Europa. La Cina, invece, era pronta a estrarre queste terre rare, che in realtà non sono poi così rare.

In che senso?

Il vero collo di bottiglia non è la scarsità, ma la capacità di raffinazione. È per questo motivo che ci siamo messi in una situazione di dipendenza: non abbiamo capacità di raffinazione e svilupparne una nostra richiederebbe fino a dieci anni prima che fosse operativa. Dovremmo quindi lanciarci in un progetto ambizioso e unire i nostri sforzi per padroneggiare la tecnologia di raffinazione o trovare tecnologie sostitutive per uscire da questa dipendenza.

La visita di Merz si inserisce nel contesto più ampio delle relazioni sino-americane e il cancelliere tedesco si recherà anche a Washington dopo la sua visita a Pechino. In questa fase di “tregua” nella guerra commerciale tra Trump e Xi, cosa pensate che stiano cercando di ottenere Pechino e Washington?

Sorprendentemente, ai vertici delle istituzioni politiche statunitensi, Donald Trump sembra essere una delle persone meno critiche nei confronti della Cina. Sia al Senato che alla Camera, i parlamentari vorrebbero che fossero intraprese più azioni contro la Cina. Trump, invece, si allontana dal linguaggio della sicurezza per orientarsi maggiormente verso un impegno puramente commerciale con Pechino.

Questo spiega perché, a mio avviso, più ci avvicineremo alla visita di Trump in Cina, prevista per l’inizio di aprile, più egli cercherà di placare Xi e mantenere un’immagine amichevole. Forse sono in corso negoziati per accordi importanti e, come spesso accade con Trump, questa visita dovrà essere l’occasione per presentare delle “vittorie”. In ogni caso, non vuole essere il presidente che in seguito verrà accusato di aver perso la Cina.

I cinesi sanno perfettamente come sfruttare questa situazione. Si considerano molto fortunati che Donald Trump sia così ambivalente nei confronti della Cina e così aggressivo con i suoi alleati e l’ordine internazionale. Erano molto preoccupati per l’AUKUS, il Quad e persino la NATO. Grazie a Trump, questi timori passano un po’ in secondo piano.

Le chancelier fédéral Friedrich Merz avant son dîner avec Xi Jinping, président de la Chine, à la résidence d'État, accompagné d'interprètes. © Michael Kappeler

Merz a été accueilli avec les honneurs militaires par Li Qiang, Premier ministre chinois, dans le Grand Hall du Peuple. © Michael Kappeler

Il cancelliere federale Friedrich Merz prima della cena con il presidente cinese Xi Jinping nella residenza di Stato, accompagnato dagli interpreti. © Michael KappelerMerz è stato accolto con gli onori militari dal primo ministro cinese Li Qiang nella Grande Sala del Popolo. © Michael Kappeler

Pensa che ad aprile potremmo vedere i primi segnali di un accordo informale tra Trump e Xi su Taiwan?

È impossibile indovinare cosa farà Donald Trump, quindi tutto è possibile. 

Posso immaginare che i funzionari del Dipartimento di Stato, dell’Ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti, del Dipartimento del Commercio e del Consiglio di sicurezza nazionale siano molto preoccupati dal fatto che il presidente degli Stati Uniti possa cambiare il suo discorso su Taiwan in occasione di questa visita e che Pechino ne approfitti. 

D’altra parte, Donald Trump non ha esitato a vendere 20 miliardi di dollari di equipaggiamento militare a Taiwan proprio prima di recarsi a Pechino.

In fondo, per Trump è tutta una questione di soldi. E forse è proprio questo il modo in cui la Cina può davvero avvicinarlo.

Si è parlato molto delle recenti epurazioni ai vertici dell’Esercito popolare di liberazione: il regime cinese ne esce indebolito?

Xi Jinping mantiene ancora saldamente il controllo sul partito e sul Paese. A mio avviso, con queste purghe ha voluto dimostrare di avere fretta e di non essere soddisfatto dei progressi compiuti dall’esercito. Nonostante il potenziamento delle forze aeree e navali, è ben consapevole che l’esercito cinese rimane debole sul piano operativo.

È noto che Xi sta cercando di costituire un esercito in grado, come ha già affermato, di vincere una guerra nel 2027, senza però dire che entrerà in guerra. Per il momento, è convinto che l’attuale comando militare non sia in grado di farlo, sia per il suo stile di comunicazione che per il modo in cui ha formato il suo personale. Va anche notato che Xi sta osservando molto da vicino il modo in cui la Russia sta conducendo la sua guerra contro l’Ucraina.

Aggiungerei che il leader cinese ha fiducia nella propria longevità: ha settantadue anni e nessun successore all’orizzonte. Sua madre è ancora viva e suo padre ha vissuto molto a lungo. Ha fiducia nei propri geni e ne scherza persino con Putin. Tutto lascia pensare che dovremo fare i conti con lui alla guida della Cina per almeno altri dieci anni.

In Cina, l’eccesso di capacità industriale è un problema sistemico causato dai meccanismi di pianificazione.Jörg Wuttke

Come definirebbe il periodo appena iniziato con l’adozione del 15° piano quinquennale?

Il 15° piano quinquennale definisce chiaramente gli obiettivi di Xi e ne prolunga le politiche: egli vuole che la Cina sia indipendente dal resto del mondo e che il resto del mondo dipenda dalla Cina.

A tal fine, ha deciso di tagliare le spese per le infrastrutture quali aeroporti, stazioni della metropolitana o trasporti in generale, per concentrarsi sulle tecnologie all’avanguardia, come l’intelligenza artificiale, la biotecnologia e la robotica umanoide.

Perché proprio questi tre temi?

Perché affrontano quello che è in realtà il problema fondamentale, quasi esistenziale, della Cina contemporanea: l’invecchiamento della popolazione.

Il Paese sta uscendo da un periodo favorevole con pochissimi giovani e pochissimi anziani, ma si sta dirigendo dritto verso un incubo demografico.

Nel 2035, la popolazione cinese sarà in media più anziana di quella degli Stati Uniti alla stessa data. Nel 2046 sarà più anziana di quella europea. Nel 2064 sarà più anziana di quella giapponese. Per mantenere a galla l’economia, la Cina di Xi ha quindi bisogno di robot, intelligenza artificiale e biotecnologie.

In un certo senso, quindi, il piano quinquennale dimostra che il Politburo è consapevole dei problemi che il Paese deve affrontare e vuole prepararsi ad affrontarli.

Nei negoziati con la Cina, l’Europa ha i mezzi per sfruttare queste fragilità strutturali?

No, perché, ad essere sinceri, l’influenza dell’Europa sulla Cina è del tutto irrilevante.

Rimaniamo un mercato interessante, disponiamo di tecnologie efficienti ed è vero che se la Cina può imparare qualcosa da noi, forse è proprio come prendersi cura degli anziani.

Il problema dell’invecchiamento della popolazione cinese è ormai molto urgente.

Per dirla senza mezzi termini: in Europa si invecchia, ma si è ricchi; in Cina si invecchia, ma non si è così ricchi. La sfida è quindi molto più grande e più marcata per la Cina: nessuno sa esattamente come il Paese affronterà questa situazione.

Xi Jinping dispone anche di tecnologie per rafforzare la sorveglianza della propria popolazione. Tutto è sotto il suo controllo. Non bisogna mai dimenticare che la Cina spende più per la sicurezza interna che per la difesa.

Ci si devono aspettare cambiamenti nella politica estera della Cina, ad esempio riguardo all’Ucraina, che è uno dei temi discussi da Merz?

I cinesi sono ideologicamente vicini a Mosca, ma vendono enormi quantità di materiale per l’industria dei droni all’Ucraina, dalla quale acquistano anche cereali e altri prodotti. Le vendite di Pechino vanno quindi a entrambe le parti in conflitto.

Allo stesso tempo, Xi e Putin mostrano una certa vicinanza, ma il fatto è che la Cina non ha mai riconosciuto l’annessione dell’Ossezia, dell’Abkhazia, di Donetsk o della Crimea. Quindi, anche se è un partner commerciale della Russia e contribuisce sicuramente a stabilizzare il suo sistema politico, la Cina non ha alcun interesse a vedere crollare l’Ucraina. È molto significativo, del resto, che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sia molto attento a non criticare mai Pechino.

Sebbene sostenga chiaramente la Russia, la Cina continua a prestare attenzione nel mostrare la propria neutralità.

E sull’Iran?

Per quanto riguarda l’Iran, come molti altri mi aspetto una guerra o comunque dei bombardamenti nel prossimo futuro, il che ovviamente non sarebbe nell’interesse della Cina. Pechino e Teheran sono state molto attive nelle ultime settimane nel campo del commercio, e chiunque può immaginare la natura dei loro scambi.

Un Iran in stato di guerra civile aperta non sarebbe una buona notizia né per il Medio Oriente né per la Cina. Quest’ultima seguirà quindi con molta attenzione come Israele e gli Stati Uniti condurranno eventuali attacchi e in che misura il regime ne uscirà indebolito o indenne.

Non bisogna mai dimenticare che la Cina spende più per la sicurezza interna che per la difesa.Jörg Wuttke

È tuttavia necessario precisare un aspetto importante: la Cina non ha alleati, ma è allineata con molti paesi che l’Europa non apprezza, tra cui la Repubblica islamica dell’Iran.

Molti degli accordi che la Cina ha facilitato dimostrano che è ancora molto lontana dal poter competere con il ruolo egemonico degli Stati Uniti. Basta guardare agli ultimi accordi di pace negoziati dalla Cina: quello tra Fatah e Hamas o quello tra Arabia Saudita e Iran.

La Cina sta imparando i meccanismi degli affari internazionali. Lo sta facendo in modo intelligente, ma il suo obiettivo principale rimane regionale: conquistare Taiwan.

“Siate pronti al sacrificio”_di German Foreign Policy

“Siate pronti al sacrificio”

Conferenza sulla sicurezza di Monaco: Merz prende le distanze dalla “guerra culturale del movimento MAGA”, chiede la leadership europea della NATO ed esige sacrifici dalla popolazione tedesca.

16

Febbraio

2026

MONACO DI BAVIERA (rapporto proprio) – Il governo tedesco sta prendendo le distanze dall’amministrazione Trump e spera di ottenere una maggiore indipendenza dagli Stati Uniti rafforzando le relazioni con i paesi terzi. Allo stesso tempo, tuttavia, Berlino vuole rinnovare il partenariato transatlantico che per tanto tempo è stato proficuo per la Repubblica Federale. Questa posizione è stata approvata alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco da diversi membri del governo di coalizione tedesco intervenuti nel fine settimana. Il cancelliere Friedrich Merz ha denunciato l’emergere di una “profonda frattura” tra Europa e Stati Uniti e ha annunciato iniziative volte a costruire “una forte rete di partnership globali”. Il ministro dell’Ambiente tedesco Carsten Schneider ha espresso il suo accordo con il governatore della California Gavin Newsom sulla necessità di una più stretta cooperazione in materia di politica climatica. Questa posizione è in aperto contrasto con la reazione anti-ambientalista di Trump, con Newsom che è uno dei più accesi oppositori negli Stati Uniti. Nel suo discorso programmatico, Merz ha invitato l’Europa ad assumere un ruolo di primo piano nella NATO e la Germania ad assumere un ruolo di primo piano in Europa. Con un occhio alla politica di potere, Merz ha parlato di essere “pronti al cambiamento, alla trasformazione, persino al sacrificio – non in un momento futuro, ma ora”. Per quanto riguarda la parte americana, il segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha ribadito gli avvertimenti di estrema destra dell’amministrazione Trump sulla “cancellazione della civiltà” europea attraverso la migrazione.

Usando il gergo dell’AfD

Nel suo discorso a Monaco, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha ribadito tutti gli elementi chiave del trumpismo. Ha invitato l’Europa a unirsi agli Stati Uniti nel loro «compito di rinnovamento e restaurazione» senza ulteriori indugi. Rubio ha esaltato le virtù della forza, non solo lodando gli attacchi americani contro il Venezuela e l’Iran, ma anche affermando in modo piuttosto esplicito che «non possiamo più anteporre il cosiddetto ordine globale agli interessi vitali dei nostri popoli e dei nostri Stati». [1] Questa posizione è in linea con la dichiarazione rilasciata a gennaio dal presidente Trump, secondo cui egli non si sente vincolato dal diritto internazionale, ma solo dalla propria “moralità”.[2] Rubio ha dichiarato, con un gergo che riecheggia la retorica dell’estrema destra tedesca Alternative für Deutschland (AfD), che le politiche climatiche basate sulla scienza sono un “culto del clima”. E gli alleati degli Stati Uniti non dovrebbero lasciarsi “incatenare dal senso di colpa e dalla vergogna”. Anche l’ala destra dell’AfD fa riferimento a un presunto “culto del senso di colpa”. Rubio ha infine annunciato, con la consueta iperbole MAGA, che Washington voleva “rinnovare la più grande civiltà della storia umana”, il che significava rifiutare la migrazione. Gli Stati Uniti miravano a «rimproverare e scoraggiare le forze che mirano a cancellare la civiltà». Tuttavia, a differenza di Trump o del vicepresidente JD Vance, Rubio si è astenuto da insulti diretti e ha finto che Washington, pur essendo solidale, avesse semplicemente «un profondo senso di preoccupazione» per il futuro dell’Europa, con la quale voleva continuare a cooperare.

“Non è la nostra guerra culturale”

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, intervenendo venerdì alla sessione di apertura della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, aveva già espresso chiaramente la sua opposizione alle posizioni chiave di Trump. “Si è aperto un abisso, una profonda frattura tra Europa e Stati Uniti”, ha affermato Merz. “Non crediamo nei dazi e nel protezionismo… Aderiamo agli accordi sul clima e all’Organizzazione mondiale della sanità. Inoltre, non condividiamo la guerra culturale del movimento MAGA”. [3] Merz ha anche annunciato che Berlino voleva “costruire una forte rete di partnership globali” con paesi come Canada, Giappone, Turchia, India, Brasile, Sudafrica e Stati del Golfo. L’obiettivo è quello di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. Infatti, poco prima della Conferenza sulla sicurezza di Monaco è stato annunciato che Merz si sarebbe presto recato in Cina con una delegazione commerciale più numerosa di qualsiasi altra dal primo viaggio della cancelliera Angela Merkel in Cina nel 2006. Questa iniziativa è in diretta contraddizione con le richieste degli Stati Uniti. D’altra parte, Merz ha anche avuto cura di annunciare la sua intenzione di «istituire una nuova partnership transatlantica». Il Cancelliere tedesco ritiene apparentemente che l’amministrazione Trump dovrà fare alcune concessioni, poiché anche gli Stati Uniti «raggiungono i limiti del proprio potere quando agiscono da soli».

Il divorzio non è un’opzione?

L’approccio in tre fasi consistente nel prendere le distanze dall’amministrazione Trump, cercare una più stretta cooperazione con vari altri Stati al fine di ottenere una maggiore indipendenza e, allo stesso tempo, continuare la cooperazione transatlantica, un tempo redditizia, in una forma modificata, si è riflesso nell’accoglienza di rilievo riservata a Monaco di Baviera a Gavin Newsom, governatore della California. Newsom è uno dei più accesi oppositori del presidente Trump negli Stati Uniti. A Monaco ha dichiarato ancora una volta che Trump “è una specie invasiva”, che Trump ha conquistato il Partito Repubblicano e che “la nostra repubblica viene distrutta in tempo reale” dall’amministrazione di estrema destra di Trump[4]. Tuttavia, secondo Newsom, il presidente degli Stati Uniti è ora “in ritirata” e “storicamente impopolare” tra gli elettori americani. Il messaggio di Newsom: opponetevi a lui e combattete il fuoco con il fuoco, allora lui farà marcia indietro. Newsom ha anche incontrato Merz a margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Ha inoltre discusso di politica ambientale con il ministro dell’Ambiente tedesco Carsten Schneider, concordando una più stretta cooperazione in materia di tecnologie verdi, riduzione delle emissioni e adattamento ai cambiamenti climatici. [5] Per quanto riguarda le relazioni transatlantiche, Newsom avrebbe affermato che “il divorzio non è un’opzione”. [6]

“Disposti a fare sacrifici”

Passando al futuro dell’Europa, e facendo eco al franco discorso tenuto a Davos dal primo ministro canadese Mark Carney (come riportato da german-foreign-policy.com [7]), Merz ha osservato a Monaco che il precedente “ordine internazionale” non esisteva più: “Abbiamo varcato la soglia di un’era che è nuovamente caratterizzata apertamente dal potere e, soprattutto, dalla politica delle grandi potenze” [8]. In questo contesto, ha sostenuto, “la pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse addirittura persa”. Era giunto il momento di “rafforzare” l’Europa, e questo passo includeva la “deterrenza nucleare europea”. A questo proposito, Merz ha affermato di aver già “avuto colloqui preliminari con il presidente francese Emmanuel Macron”. Da parte sua, la Germania si stava rafforzando “militarmente, politicamente, economicamente e tecnologicamente”. Ha detto che intendeva “rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa il più presto possibile, un esercito in grado di resistere se necessario”. Per quanto riguarda il prevedibile predominio della Germania nell’UE, Merz ha dichiarato che Berlino perseguirà “una leadership nello spirito della partnership”, non “fantasie egemoniche”. Ciò, tuttavia, “richiederà che siamo pronti al cambiamento, alla trasformazione e, sì, anche al sacrificio – non in un momento futuro, ma ora”.

“Un pilastro autosufficiente”

La strada da seguire, ha affermato, rimane quella di concentrarsi sulla NATO e rafforzare la posizione degli Stati membri europei nell’Alleanza. Come ha affermato il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius, «l’Europa deve assumere un ruolo guida nella fornitura di forze convenzionali forti»[9]. Berlino spera ancora che gli Stati Uniti continuino a fornire sostegno strategico e nucleare in cambio. In altre parole, gli Stati Uniti dovrebbero svolgere i compiti che gli Stati europei non sono ancora stati in grado di svolgere da soli. I resoconti della Conferenza sulla sicurezza di Monaco indicano che tale divisione dei compiti all’interno della NATO è stato uno degli argomenti discussi dal cancelliere Merz e dal segretario di Stato Rubio. Il cancelliere tedesco aveva precedentemente affermato che «la nostra massima priorità è rafforzare l’Europa all’interno della NATO». L’obiettivo del massiccio potenziamento militare era quello di diventare «un pilastro forte e autosufficiente all’interno dell’Alleanza»[10]. A questo proposito, Merz ha insistito sul fatto che ciò non significava che le forze europee sarebbero diventate un “sostituto della NATO”. Tuttavia, i consulenti dei think tank del governo tedesco sostengono che qualsiasi “europeizzazione dell’Alleanza” dovrebbe essere concepita in modo da essere “compatibile … con un piano B”, che potrebbe essere o una “completa acquisizione dell’Alleanza da parte degli europei” o la “creazione di un sistema di difesa europeo al di fuori dell’Alleanza”. [11] Entrambe le strategie consentirebbero agli Stati europei di raggiungere il livello di potenza militare con rilevanza globale.

[1] Il Segretario di Stato Marco Rubio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. state.gov 14.02.2026.

[2] Vedi: Un killer e il suo complice.

[3] «Affermiamo la nostra libertà insieme ai nostri vicini». bundesregierung.de 13.02.2026.

[4] Il democratico Newsom definisce Trump una «specie invasiva» e gli attribuisce una perdita di potere. spiegel.de 15.02.2026.

[5] Conferenza sulla sicurezza di Monaco: il ministro federale dell’ambiente Carsten Schneider e il governatore della California Gavin Newsom concordano un’ulteriore collaborazione nel campo della protezione del clima e dell’ambiente. bundesumweltministerium.de 13.02.2026.

[6] Peter Carstens, Matthias Wyssuwa: Die Münchner Fahrradwerkstatt (L’officina per biciclette di Monaco). Frankfurter Allgemeine Zeitung, 14/02/2026.

[7] Vedi: Rottura nell’ordine mondiale.

[8] «Affermare la nostra libertà insieme ai nostri vicini». bundesregierung.de 13.02.2026.

[9] Pistorius prevede una maggiore ripartizione dei compiti all’interno della NATO. handelsblatt.com 14.02.2026.

[10] «Affermiamo la nostra libertà insieme ai nostri vicini». bundesregierung.de 13.02.2026.

[11] Barbara Lippert, Stefan Mair: Con, senza, contro Washington: la ridefinizione delle relazioni tra Europa e Stati Uniti. Studio SWP 2026/S 03. Berlino, 22/01/2026. Vedi anche: “La sovranità militare dell’Europa”.

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Politica distruttiva

Rapporto sulla sicurezza di Monaco: gli Stati Uniti stanno distruggendo l'”ordine mondiale del dopoguerra”. Un tempo garantiva il dominio di Washington, ma ora non è più utile. Nel nuovo ordine, la forza è sinonimo di giustizia e i deboli saranno “schiacciati”.

10

Febbraio

2026

MONACO DI BAVIERA (rapporto proprio) – In vista dell’annuale Conferenza sulla sicurezza di Monaco, che avrà inizio venerdì, gli organizzatori di questo importante evento hanno scritto che il mondo sta entrando in “un periodo di politica distruttiva”. Come afferma il Munich Security Report, pubblicato ieri (lunedì), gli Stati Uniti in particolare sono attualmente impegnati a distruggere il cosiddetto ordine mondiale postbellico che un tempo contribuiva a garantire il prevalere degli interessi americani in tutto il mondo. La ragione principale di questo atto di distruzione è vista nell’ascesa di Stati concorrenti all’interno di questo “ordine”. Il documento pre-conferenza sottolinea che sia l’amministrazione Trump che i partiti europei di estrema destra possono trovare riscontro in ampi settori della popolazione per aiutarli a distruggere l'”ordine” esistente. Questi elementi, che apparentemente non vedono alcun futuro per sé stessi di fronte alle molteplici crisi, ora simpatizzano con la “politica della demolizione”. Tuttavia, osserva il Munich Security Report, mentre i più potenti nel sistema internazionale potrebbero essere in grado di sfruttare le “macerie”, “i più deboli potrebbero semplicemente essere schiacciati sotto di esse”. Il rapporto ammette il problema del rapido aumento del numero di miliardari in tutto il mondo e del loro potere politico. Infatti, la delegazione statunitense alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di quest’anno è guidata da due di loro.

Trasformare l’ordine mondiale in un’arma

Con una franchezza piuttosto sorprendente per un’organizzazione che è essenzialmente transatlantica nel suo orientamento, la Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha pubblicato una valutazione delle politiche dell’amministrazione Trump nel suo documento pre-conferenza. Il Rapporto sulla sicurezza di Monaco afferma che la ragione principale dell’abbandono fondamentale del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti risiede nel declino politico ed economico dell’America. L’«ordine mondiale del dopoguerra», originariamente creato sotto la guida degli Stati Uniti in linea con gli interessi di Washington, ha consentito il mantenimento dell’egemonia statunitense prima in Occidente e poi, dal 1990 in poi, in tutto il mondo. Tuttavia, come afferma il Segretario di Stato americano Marco Rubio, l’ordine esistente non consente più di mantenere questo dominio. Il cambiamento è radicato nella capacità di altri Stati di utilizzare l’ordine esistente per affermare la propria forza. Ciò vale in particolare per la Cina. Come afferma Rubio, l’ordine esistente viene “utilizzato come arma contro di noi”. Come nel 1945, Washington deve quindi “creare un mondo libero dal caos”. Il Munich Security Report aggiunge che gli attuali sconvolgimenti politici non dovrebbero essere attribuiti alle “convinzioni personali o alla personalità fuori dal comune” del presidente Trump. In definitiva, essi servono gli interessi delle élite statunitensi e sono possibili grazie al potere politico, militare e tecnologico ancora straordinario degli Stati Uniti. [1]

La crisi come via da seguire

Il Munich Security Report affronta anche la questione del perché le politiche dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti riscuotano lo stesso consenso che vediamo in ampi settori della società europea che rispondono positivamente ad altre forze di estrema destra. Il documento ammette l’esistenza di una profonda crisi economica e sociale nel mondo occidentale. Per molte persone, “l’ordine esistente è associato a crisi di accessibilità economica, crescente disuguaglianza, fine della mobilità sociale ascendente e ristagno o declino del tenore di vita. In breve, la vita delle persone non sta più migliorando”. Secondo un sondaggio condotto per conto della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, una maggioranza relativa della popolazione dei paesi occidentali è fermamente convinta che le generazioni future vivranno in condizioni peggiori a causa delle attuali politiche governative. In Germania, Francia e Regno Unito, questa percentuale è addirittura superiore al 50%. Al contrario, in India e Cina rispettivamente il 61% e l’80% della popolazione ritiene che le generazioni future vivranno meglio. In Occidente, sempre più persone credono che il loro sistema politico stia fallendo e che i governi non siano più in grado di attuare i cambiamenti necessari.

Demolitori

Questo ha portato all’accettazione della “politica della demolizione”, secondo il Munich Security Report. C’è sostegno per le forze politiche che “promettono di liberare il loro Paese dai vincoli dell’ordine esistente e di ricostruire una nazione più forte e prospera”. In prima linea in questo movimento c’è l’amministrazione Trump. In un’intervista al New York Times all’inizio dell’anno, Donald Trump ha dichiarato esplicitamente di non sentirsi vincolato dalle norme, ma solo dalla sua “propria moralità”: “Non ho bisogno del diritto internazionale”. [2] Da allora, i sostenitori del diritto internazionale non si preoccupano più del problema del doppio standard nel rispetto della legge, ma temono l’emergere di “un ordine” in cui non esistono standard. Il Munich Security Report definisce Trump e altri politici che lavorano alla distruzione degli standard, come il presidente argentino Javier Milei, “demolitori”. Stanno creando un mondo “libero da regole internazionali”. Le regioni del mondo potrebbero “diventare dominate dalle grandi potenze piuttosto che essere governate da regole e norme internazionali”. Potremmo vedere un mondo “plasmato da accordi transazionali piuttosto che da una cooperazione basata su principi, da interessi privati piuttosto che pubblici”. Il rapporto potrebbe benissimo riferirsi al fatto che, negli Stati Uniti, le politiche del presidente non possono più essere separate dagli interessi immobiliari e criptografici del suo clan. [3]

Profittatori di un mondo in rovina

Gli autori del Munich Security Report affermano che sta diventando evidente che abbattere tutte le norme internazionali non “spianerà la strada alla costruzione creativa” di un nuovo ordine che “alla fine andrà a vantaggio di molti”. Piuttosto, “lascerà semplicemente un mondo in rovina” che “i più potenti nel sistema internazionale potrebbero sfruttare per i propri scopi”. Ma i più deboli saranno semplicemente “schiacciati sotto di esso”. Recentemente è stato rivelato che il numero di bambini in tutto il mondo che muoiono prima del loro quinto compleanno è aumentato per la prima volta in questo secolo. [4] È anche noto che, nel quarto di secolo tra il 2000 e il 2024, l’1% più ricco dell’umanità si è appropriato del 41% della ricchezza di nuova creazione, mentre la metà più povera dell’umanità ha dovuto accontentarsi solo dell’1%. Solo lo scorso anno, secondo uno studio di Oxfam, la ricchezza dei circa 3.000 miliardari in tutto il mondo è aumentata del 16%. Le dodici persone più ricche del mondo – dieci americani, un francese e uno spagnolo, secondo Forbes – possedevano più della metà più povera dell’intera popolazione mondiale.[5] E il divario di ricchezza continua a crescere, anche in Germania, il quarto Paese al mondo per numero di miliardari.

Il governo dei miliardari

La Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera di quest’anno, che avrà inizio venerdì, ospiterà una delegazione statunitense guidata dal Segretario di Stato Marco Rubio e da due miliardari: Steve Witkoff e Jared Kushner. Nessuno dei due ricopre cariche politiche, ma entrambi agiscono come negoziatori capo e mediatori per il presidente degli Stati Uniti in varie zone di conflitto. Sono membri del Comitato esecutivo del cosiddetto Board of Peace, un’organizzazione subordinata personalmente a Trump e destinata a sostituire in futuro il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. [6] Witkoff è un amico di lunga data del presidente, mentre Kushner è suo genero. Secondo una ricerca del Washington Post, alla fine del 2025 – molto tempo dopo la partenza dell’uomo più ricco del mondo, Elon Musk – l’amministrazione Trump stessa comprendeva dodici miliardari con un patrimonio complessivo di 390 miliardi di dollari USA.[7]

Il figlio dello Scià

Oltre alla delegazione statunitense, che comprende anche diversi membri del Congresso, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco sono attesi più di sessanta capi di Stato e di governo e circa 100 ministri degli Esteri e della Difesa. Sarà presente anche Reza Pahlavi, figlio dell’ex scià di Persia, che vive in esilio negli Stati Uniti. Si tratta di una figura molto impopolare tra l’opposizione iraniana, ma che i paesi occidentali – guidati da Stati Uniti e Israele – vorrebbero insediare come nuovo governante filo-occidentale a Teheran. All’inizio di gennaio, Pahlavi ha invitato a manifestare per le strade dell’Iran. È stato sostenuto dalle dichiarazioni del presidente Trump, secondo cui gli Stati Uniti sarebbero intervenuti a favore dei manifestanti. Quando un gran numero di oppositori del regime, e alcuni agenti provocatori armati, sono scesi in strada, contavano proprio su queste promesse di sostegno esterno. Le forze di sicurezza iraniane hanno colpito senza pietà, uccidendo un numero imprecisato di manifestanti, secondo alcune fonti nell’ordine delle decine di migliaia. Pahlavi e Trump hanno abbandonato i manifestanti che avevano incoraggiato ad affrontare una raffica di proiettili. Ulteriori passi verso un cambio di regime in Iran potrebbero ora essere discussi con Pahlavi a Monaco.

[1] Citazioni qui e nel seguito tratte da: Under Destruction. Munich Security Report 2026. Monaco, febbraio 2026.

[2] Vedi: Un killer e il suo complice.

[3] Angus Berwick, Eliot Brown: Una generazione governa il Paese. La successiva ha fatto fortuna con le criptovalute. wsj.com 07.02.2026.

[4] Con un aumento previsto dei decessi infantili per la prima volta in questo secolo, la Fondazione Gates esorta i leader mondiali a destinare le scarse risorse disponibili dove possono salvare il maggior numero di vite. gatesfoundation.org 03.12.2025.

[5] Più miliardari – e sempre più ricchi. tagesschau.de 19.01.2026.

[6] Vedi: La corsa dei miliardari statunitensi al potere mondiale.

[7] Aaron Schaffer, Clara Ence Morse: Ecco i 12 miliardari dell’amministrazione Trump. washingtonpost.com 11.12.2025.

[8] Vedi: Il prossimo cambio di regime.

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«La sovranità militare dell’Europa»

La Conferenza sulla sicurezza di Monaco mira ad accelerare la militarizzazione dell’Europa e a promuovere l'”europeizzazione” della NATO. Gli Stati Uniti trasferiscono i posti di comando della NATO agli ufficiali europei, ma si assicurano i comandi operativi centrali.

11

Febbraio

2026

MONACO/BERLINO (Rapporto proprio) – Il direttore della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Wolfgang Ischinger, sollecita progressi decisivi nella militarizzazione dell’Europa. La conferenza sulla sicurezza che avrà inizio venerdì deve essere «un’occasione per i leader europei di abbandonare finalmente le formule incantate e prendere le prime decisioni concrete» per la creazione di «un patto di difesa europeo», chiede Ischinger. Questo tema, insieme all’«europeizzazione» della NATO, è al centro dell’incontro di quest’anno a Monaco, al quale partecipano un numero record di rappresentanti dei governi europei. Nel Munich Security Report, una pubblicazione che accompagna la conferenza sulla sicurezza, si afferma che il tempo in cui i governi europei puntavano principalmente a soddisfare tutte le richieste dell’amministrazione Trump è finito; ora si sta lavorando intensamente per rendere l’Europa il più indipendente possibile dagli Stati Uniti, dal punto di vista economico, politico, ma anche militare. Secondo quanto riportato, gli Stati Uniti cederanno effettivamente le posizioni di comando della NATO ai membri europei dell’alleanza. Tuttavia, allo stesso tempo si assicureranno il comando centrale delle forze armate della NATO.

Violazione della sovranità

Gli Stati europei – non solo quelli dell’UE, ma anche i paesi europei membri della NATO come il Regno Unito o la Norvegia – avevano inizialmente puntato ad assecondare le richieste dell’amministrazione Trump; secondo il Munich Security Report, l’opinione prevalente era che gli Stati Uniti non avrebbero voluto causare danni rilevanti ai loro alleati europei. [1] Tuttavia, dopo la pubblicazione della nuova strategia di sicurezza nazionale del governo statunitense [2] e la minaccia di Washington di annettere la Groenlandia, questa opinione si è rivelata errata. In particolare, l’annuncio nella strategia di sicurezza che gli Stati Uniti avrebbero iniziato a “coltivare” la “resistenza” delle forze di estrema destra in Europa contro la politica dei governi in carica è stato considerato una violazione della “sovranità” degli Stati europei. Lo stesso vale per il piano statunitense di costringere l’UE a ritirare le sue leggi sul digitale al fine di massimizzare i profitti dei giganti tecnologici statunitensi. Il Munich Security Report accenna solo ai danni che l’accordo doganale dell’UE con gli Stati Uniti ha causato all’industria europea e al fatto che gli Stati Uniti hanno manifestato l’intenzione di continuare a saccheggiare l’UE e le sue aziende senza limiti di tempo e di denaro. [3]

Europa centrale

Nel frattempo, l’UE ha iniziato a cercare alternative alla cooperazione con gli Stati Uniti. Ad esempio, ha concluso con insolita rapidità i suoi accordi di libero scambio con il Mercosur e l’India, negoziati da decenni, con l’obiettivo di diventare meno dipendente dalle esportazioni verso gli Stati Uniti. [4] Inoltre, sta intensificando i suoi sforzi per passare a nuove modalità nei settori politici in cui finora le decisioni nell’UE potevano essere prese solo all’unanimità. All’inizio della settimana, l’influente diplomatico e direttore della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Wolfgang Ischinger, ha suggerito di passare a “decisioni a maggioranza invece che all’unanimità… anche per le questioni di politica estera”. Se ciò non fosse realizzabile, si potrebbe puntare su un “nucleo europeo”, ovvero un’unione di un gruppo ristretto di Stati membri che avanzano insieme indipendentemente dagli altri Stati membri dell’UE, analogamente a quanto avvenuto con l’euro. [5] Ischinger ha tuttavia consigliato di continuare a cercare la cooperazione con gli Stati Uniti, ove possibile. Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, ad esempio, si potrebbe fare con i membri del Congresso che sono attesi al grande evento e che non sono necessariamente tutti vicini a Trump. [6]

“Assumere il controllo della NATO”

L’UE attribuisce inoltre grande importanza al tentativo di diventare indipendente dagli Stati Uniti dal punto di vista militare. Secondo un’analisi recente della Fondazione Scienza e Politica (SWP) di Berlino, il modo migliore per raggiungere questo obiettivo è nell’ambito delle strutture già esistenti, ovvero la NATO. [7] Gli Stati europei membri della NATO dovrebbero potenziare notevolmente il proprio armamento, si legge inoltre; pertanto, “l’europeizzazione dell’alleanza … continuerà a progredire”. Essa dovrebbe essere “compatibile con un ‘piano B'”: una “completa acquisizione dell’alleanza da parte degli europei” o la creazione di “una difesa europea al di fuori dell’alleanza”. Come primo passo, si dovrebbero sviluppare “capacità militari che finora sono mancate”; si tratterebbe innanzitutto di un notevole aumento delle truppe e dell’acquisto di sistemi critici “che consentano un impiego indipendente”. La SWP elenca, tra l’altro, i sistemi di ricognizione e comunicazione. La Bundeswehr sta attualmente acquistando sistemi satellitari corrispondenti, di produzione tedesca o europea (come riportato da german-foreign-policy.com [8]). Anche la difesa aerea riveste grande importanza [9]. Naturalmente, “per lo sviluppo di capacità europee adeguate occorreranno realisticamente dai dieci ai quindici anni”.

Comandi condivisi

Oltre al potenziamento materiale, la SWP sostiene anche una «europeizzazione» delle «strutture militari e di comando integrate dell’Alleanza». [10] Questo processo è appena iniziato. Come riportato lunedì, gli Stati Uniti cederanno due posizioni di comando, finora sempre ricoperte da ufficiali statunitensi, a militari europei: la direzione dei Comandi delle forze congiunte a Norfolk (Stato federale della Virginia) e a Napoli. Il primo è responsabile dell’Atlantico settentrionale, il secondo del fianco meridionale della NATO. Il Comando delle forze congiunte di Brunssum, responsabile del fianco orientale della NATO, è già oggi guidato da un generale tedesco, l’ufficiale dell’aeronautica militare Ingo Gerhartz, che in futuro dovrà condividere la carica con un generale polacco. [11] Se i tre Comandi delle forze congiunte saranno affidati a ufficiali europei, gli Stati Uniti continueranno a fornire non solo il comandante supremo della NATO in Europa (SACEUR) e i comandanti delle forze aeree e terrestri della NATO con sede a Ramstein e Izmir, ma anche il comandante delle forze navali della NATO con sede a Northwood, vicino a Londra. In questo modo controlleranno l’intero livello delle forze armate, il che è diametralmente opposto a una vera europeizzazione della NATO. L’influenza tedesca, tuttavia, dovrebbe aumentare: l’ispettore generale della Bundeswehr Carsten Breuer è considerato il futuro presidente del Comitato militare della NATO.

“Lontano dalle formule magiche”

La militarizzazione dell’Europa è uno dei temi principali della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera di quest’anno. Secondo Ischinger, l’evento dovrebbe essere “un’occasione per i leader europei di abbandonare finalmente le formule incantate e prendere le prime decisioni concrete” per la creazione di “un patto di difesa europeo”. [12] Secondo quanto riferito, l’incontro verterà “in numerosi panel e tavole rotonde sulla sovranità militare e tecnologica dell’Europa” e sui “nuovi alleati”. L’UE e i suoi Stati membri saranno rappresentati da oltre 60 capi di Stato e di governo e ministri, “un numero record”. Il cancelliere federale Friedrich Merz sarà presente “per diversi giorni”, una novità per un capo di governo tedesco. Tra le altre cose, terrà un incontro con il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro britannico Keir Starmer. Sono attesi anche il vicecancelliere Lars Klingbeil e diversi ministri federali, tra cui il ministro degli Esteri Johann Wadephul e il ministro della Difesa Boris Pistorius, che recentemente ha affermato: “La NATO deve diventare più europea”.[13] Sono infine annunciati il segretario generale della NATO Mark Rutte, l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri Kaja Kallas e i primi ministri di Spagna, Pedro Sánchez, e Danimarca, Mette Frederiksen. Quest’ultima è ancora in conflitto diretto con gli Stati Uniti per la Groenlandia.

Maggiori informazioni sulla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: La politica della palla da demolizione.

[1] Citazioni qui e nel seguito tratte da: Under Destruction. Munich Security Report 2026. Monaco, febbraio 2026. Vedi a questo proposito Die Politik der Abrissbirne (La politica della palla da demolizione).

[2] Vedi a questo proposito Il nuovo patto transatlantico.

[3] Vedi a questo proposito Il diritto del più forte e «Preservare la sovranità dell’UE».

[4] Vedi a questo proposito Alla ricerca di alternative (II).

[5], [6] Matthias Wyssuwa: Nel mondo della «politica della palla da demolizione». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 09/02/2026.

[7] Barbara Lippert, Stefan Mair: Con, senza, contro Washington: la ridefinizione delle relazioni tra Europa e Stati Uniti. Studio SWP 2026/S 03. Berlino, 22 gennaio 2026.

[8] Vedi a questo proposito Verso la prima lega degli armamenti (II) e Lo Starlink tedesco.

[9] Vedi a questo proposito Rivali alleati.

[10] Barbara Lippert, Stefan Mair: Con, senza, contro Washington: la ridefinizione delle relazioni tra Europa e Stati Uniti. Studio SWP 2026/S 03. Berlino, 22 gennaio 2026.

[11] Matthieu Fauroux: NATO: Washington cede il comando di Napoli e Norfolk agli europei. lalettre.fr 09.02.2026.

[12], [13] Markus Bickel, Michael Bröcker: Come l’MSC diventerà il punto di partenza di una nuova forza europea. table.media 08.02.2026.

Imparare dall’Ucraina

Il governo federale tedesco e il Land dello Schleswig-Holstein invitano militari e civili ucraini che hanno vissuto la guerra a recarsi in Germania per trasmettere le loro esperienze alle forze armate tedesche e alle autorità civili.

20

Febbraio

2026

BERLINO/KIEV (Rapporto proprio) – Soldati ucraini con esperienza al fronte dovrebbero addestrare le truppe della Bundeswehr nella conduzione della guerra con i droni; collaboratori delle autorità civili ucraine dovrebbero istruire i funzionari tedeschi sulle misure per evitare e gestire i danni di guerra: questo è quanto prevedono gli accordi stipulati negli ultimi otto giorni dalle autorità tedesche e ucraine. Le misure di addestramento per i militari tedeschi nell’uso difensivo e offensivo dei droni sono considerate urgenti e necessarie, da quando una manovra della NATO nel maggio dello scorso anno ha dimostrato che l’alleanza militare è completamente impreparata alle battaglie high-tech, che nella guerra in Ucraina sono all’ordine del giorno anche per la Russia. Si prevede l’invio di soldati ucraini alle scuole militari dell’esercito tedesco. Inoltre, lo Stato federale dello Schleswig-Holstein e la regione ucraina di Cherson hanno concordato che i funzionari pubblici di Cherson si recheranno a Kiel per informare i funzionari tedeschi – ad esempio della polizia, dei vigili del fuoco, degli ospedali – sulle misure di protezione necessarie contro gli attacchi con droni e missili. Una volta attuate queste misure, la Germania potrebbe entrare in guerra contro la Russia in qualsiasi momento.

Catena di uccisione

Il fattore scatenante della decisione di portare in Germania militari ucraini come istruttori è stata una manovra NATO del maggio 2025. All’esercitazione militare “Hedgehog 2025” hanno partecipato circa 16.000 soldati provenienti da dodici paesi della NATO. Nel corso della manovra, un’unità composta da una dozzina di specialisti ucraini in droni, alcuni dei quali con esperienza attiva al fronte, ha attaccato le truppe NATO. Il risultato è stato sconcertante per queste ultime. In sole sei ore, i soldati ucraini sono riusciti a distruggere 17 veicoli blindati e a realizzare altri 30 attacchi contro altri obiettivi. A tal fine, hanno potuto fare affidamento su dati raccolti in tempo reale sul campo di battaglia, sulla loro valutazione con l’aiuto dell’intelligenza artificiale (IA) e su una selezione degli obiettivi basata anch’essa sull’IA. Ciò consente, come riportato la scorsa settimana in un articolo del Wall Street Journal, un’azione fulminea; si parla di una rapida “kill chain”: “See it, share it, shoot it” (vedilo, condividilo, sparagli). [1] In un’altra parte dell’esercitazione, secondo quanto riportato da un partecipante alla manovra, si è riusciti a rendere inoffensivi due battaglioni NATO completi in un solo giorno. Le truppe della NATO non sarebbero state nemmeno in grado di attaccare le unità ucraine.

«Sfruttare le esperienze di guerra»

L’esercito tedesco sta iniziando ad affrontare in modo più approfondito scenari di questo tipo, a quasi quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, che già nelle prime fasi si è trasformata in una guerra dei droni. Secondo quanto riportato, attualmente i paracadutisti tedeschi si stanno addestrando “per la prima volta in modo più intensivo con i droni”. [2] Si prevede inoltre di portare in Germania soldati ucraini come istruttori. Uno degli obiettivi principali è quello di rendere accessibili all’esercito tedesco le loro conoscenze e competenze nella guerra dei droni, sia per quanto riguarda le tattiche di attacco che i metodi di difesa. Un accordo in tal senso è stato firmato venerdì scorso dal ministro della Difesa Boris Pistorius e dal presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj. [3] Come comunicato da un portavoce dell’esercito tedesco, si prevede di “integrare l’esperienza dei soldati ucraini nella formazione dell’esercito nelle scuole militari dell’esercito”. Gli ufficiali tedeschi sono citati con la chiara valutazione che “nessuno nella NATO” ha attualmente una maggiore “esperienza di guerra dell’Ucraina”: “Dobbiamo approfittarne”. Tuttavia, un serio ostacolo è rappresentato dal fatto che Kiev ha enormi problemi nel reclutamento di soldati e quindi può inviare istruttori in Germania solo per periodi di tempo limitati.

Droni collaudati in guerra

Berlino trae vantaggio anche dalla produzione di droni ucraini nella Repubblica Federale. A ottobre i governi di Germania e Ucraina hanno firmato una dichiarazione d’intenti in tal senso. A dicembre, il produttore tedesco di droni Quantum Systems e il produttore ucraino Frontline Robotics hanno fondato la joint venture Quantum Frontline Industries (QFI), che produce il drone LINZA di Frontline Robotics vicino a Monaco di Baviera, al riparo dagli attacchi russi. La produzione avviene inoltre a livello industriale: si prevede di produrre fino a 10.000 unità all’anno.[4] Poiché le aziende continuano a sviluppare i droni in stretto contatto con il fronte, anche l’industria tedesca dei droni rimane al passo con i tempi; dati i rapidi cicli di innovazione nella guerra high-tech, questo rappresenta un vantaggio significativo rispetto alla concorrenza. Secondo Pistorius, grazie alla produzione di droni in Germania, le autorità tedesche hanno anche l’opportunità di imparare “dalle incredibili quantità di dati e dalle numerose esperienze raccolte sul campo di battaglia in Ucraina”.[5] Anche altre aziende hanno fondato joint venture per la produzione di droni, come Wingcopter (Germania) e TAF Industries (Ucraina). [6] A lungo termine si prevede di rifornire anche i paesi della NATO.

“Sotto fuoco continuo”

Non da ultimo, le autorità tedesche intendono sfruttare le esperienze belliche ucraine per preparare le proprie autorità civili alla guerra. All’inizio della settimana, una delegazione della regione ucraina di Cherson, guidata dal governatore Oleksandr Prokudin, ha soggiornato a Kiel per riferire, nell’ambito di una conferenza sulla sicurezza della durata di due giorni, sulle misure adottate per proteggere la popolazione e le infrastrutture in tempo di guerra. Kiel e la città di Cherson sono gemellate dal 2024, mentre la regione di Cherson e lo Stato federale dello Schleswig-Holstein lo sono già dal 2023. Cherson è “sotto costante attacco”, comunica lo Stato federale dello Schleswig-Holstein: “Ci sono morti, feriti e continui attacchi alle infrastrutture energetiche”. Di conseguenza, la regione ha “acquisito una vasta esperienza negli ultimi anni” nei settori della “resilienza, della protezione civile e della gestione delle catastrofi”. [7] In concreto, secondo quanto riportato da Prokudin, ciò vale ad esempio “per la difesa dai droni, l’evacuazione della popolazione, il primo soccorso quando gli ospedali non funzionano più e per la questione di come operano le forze armate in caso di interruzione dell’energia elettrica”. [8] A Kiel, la delegazione di Cherson ha ora trasmesso “informazioni molto concrete e preziose” al riguardo, ha elogiato il primo ministro dello Schleswig-Holstein Daniel Günther. [9]

“Insegnare la difesa”

Günther ha precisato che si è imparato, ad esempio, «come stabilizzare le infrastrutture critiche nonostante gli attacchi continui, come trasferire ospedali e rifugi sotterranei, come garantire il funzionamento di scuole e asili, come organizzare lo sminamento e come mantenere operativa l’amministrazione». [10] A Cherson ci sono ora 14 ospedali sotterranei e nove scuole sotterranee; altre sei scuole sotterranee sono attualmente in costruzione.[11] Per proteggersi dagli attacchi dei droni, le strade vengono coperte con reti su larga scala. Secondo quanto riportato, in futuro i rappresentanti della regione di Cherson “insegneranno la difesa ai funzionari dello Schleswig-Holstein”: “A Kiel saranno presto disponibili corsi di formazione tenuti da ucraini per la polizia, i vigili del fuoco, ma anche per altri attori nel campo della protezione civile e della gestione delle catastrofi”. [12] “Lo Schleswig-Holstein è all’avanguardia in questo campo”, afferma il primo ministro Günther, ma ciò non è sufficiente: “La Germania ha ancora molto da recuperare in termini di capacità di difesa civile, protezione civile e resilienza”.[13] Una volta colmato il divario, la Germania sarà pronta ad entrare in una possibile guerra.

[1] Jillian Kay Melchior: La NATO ha visto il futuro e non è preparata. wsj.com 12.02.2026.

[2] Peter Carstens: Gli ucraini hanno dato una dura lezione alla NATO durante le manovre. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 17/02/2026.

[3] Matthias Gebauer: Gli ucraini con esperienza di guerra addestreranno i soldati dell’esercito tedesco. spiegel.de 16.02.2026.

[4] Peter Carstens: Gli ucraini hanno dato una dura lezione alla NATO durante le manovre. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 17 febbraio 2026.

[5] Lara Finke: Consegna ufficiale del primo drone ucraino prodotto in Germania. bmvg.de 13/02/2026.

[6] Frank Specht, Nadine Schimroszik: Come le aziende tedesche producono droni per l’uso in prima linea. handelsblatt.com 13.02.2026.

[7] Imparare dall’Ucraina. schleswig-holstein.de 17/02/2026.

[8] «Assolutamente impreparati». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 18 febbraio 2026.

[9] Stefan Locke: Esperto in protezione civile. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 19/02/2026.

[10] Imparare dall’Ucraina. schleswig-holstein.de 17/02/2026.

[11] Jennifer Bruhn: Protezione, resilienza e aiuti in caso di crisi: ecco cosa vuole imparare lo Schleswig-Holstein dall’Ucraina. ndr.de 17/02/2026.

[12] «Assolutamente impreparati». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 18 febbraio 2026.

[13] Imparare dall’Ucraina. schleswig-holstein.de 17.02.2026.

Il dominio tedesco

Il massiccio potenziamento militare della Repubblica Federale Tedesca suscita in diversi Stati europei timori di una “grande potenza militare” tedesca e di un aperto dominio tedesco sul continente.

19

Febbraio

2026

BERLINO/PARIGI/VARSAVIA (Rapporto proprio) – Il ministro degli Esteri Johann Wadephul esorta la Francia a operare tagli «anche nel settore sociale» a favore di un massiccio potenziamento militare. “Purtroppo”, secondo Wadephul, “gli sforzi” del governo francese per trasferire fondi al bilancio militare sono “insufficienti”; Parigi è “chiamata” a cambiare questa situazione. All’origine di questa palese ingerenza negli affari interni della Francia vi è il crescente malcontento di diversi Stati europei per il massiccio potenziamento militare della Germania, che in pochi anni trasformerà la Repubblica Federale in una “grande potenza militare”, come afferma un articolo pubblicato sulla rivista statunitense Foreign Affairs. Già in autunno, ad esempio, a Parigi erano stati lanciati avvertimenti: se la Germania riuscisse a diventare una potenza militare, allora sarebbe “estremamente dominante” nell’UE. Recentemente, il direttore della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Wolfgang Ischinger, ha confermato di aver percepito, durante i colloqui in Francia e Polonia, che in questi paesi “stanno riemergendo vecchie riserve”, ovvero “il timore di un dominio tedesco”. I diplomatici dell’UE diagnosticano già uno “spostamento tettonico” nel continente. In Francia si levano i primi avvertimenti pubblici contro una “Europa tedesca”.

Il debito militare della Germania

La decisione di Berlino di procedere al potenziamento del proprio armamento con investimenti dell’ordine di centinaia di miliardi di euro ha già suscitato preoccupazioni in altri Stati dell’UE lo scorso anno. Per consentire l’acquisto di quantità senza precedenti di armi e l’ampliamento della Bundeswehr, il governo federale punta su un massiccio nuovo indebitamento; a tal fine ha sospeso il freno all’indebitamento per le spese militari, mentre la Commissione europea esclude le spese per le forze armate dai criteri di Maastricht. Ricorrendo a nuovi debiti, Berlino intende aumentare il bilancio militare tedesco a oltre 150 miliardi di euro entro il 2029. Ciò è possibile perché il debito pubblico tedesco ammonta attualmente a poco più del 62% del prodotto interno lordo (PIL). La Francia, il cui debito ha ormai raggiunto il 116% del PIL, non può permettersi un ulteriore indebitamento. L’anno scorso il suo governo ha aumentato il bilancio militare previsto per il 2030 a 67,4 miliardi di euro; un importo superiore è considerato difficilmente finanziabile.[1] Ciò significa che la pratica finora seguita dalla Francia di compensare la superiorità economica della Germania con un vantaggio in termini di armamenti e forze armate sta per finire. L’intenzione del cancelliere federale Friedrich Merz, invece, di far diventare la Bundeswehr “l’esercito convenzionalmente più forte d’Europa” [2] ha ottime possibilità di realizzarsi.

«Uno spostamento tettonico»

Già in autunno i media avevano sollevato la questione delle preoccupazioni suscitate dal potenziamento militare tedesco non solo in Francia. La Germania, chiaro centro di potere economico dell’UE, starebbe ora diventando dominante anche nel settore degli armamenti e militare, ovvero in un ambito in cui Berlino era stata finora contenuta da Parigi. Si tratterebbe di uno “spostamento tettonico”, secondo quanto affermato da un diplomatico dell’UE che ha preferito rimanere anonimo: “È la cosa più significativa che sta accadendo attualmente a livello europeo”[3]. A Bruxelles alcuni si chiedevano già quanto sarebbe rimasta “europea” una Germania fortemente armata. Un funzionario della difesa francese ha avvertito che in futuro sarà “molto difficile” collaborare con la Germania, “perché sarà estremamente dominante”. Già oggi a Parigi si dice sarcasticamente che Berlino non dovrà più “conquistare l’Alsazia”, ma potrà “semplicemente comprarla”. Ora, però, si aggiunge anche la nuova forza militare e industriale della Repubblica Federale. Anche dalla Polonia sono giunte voci preoccupate. Il viceministro della Difesa Paweł Zalewski, ad esempio, ha affermato che, alla luce della storia, “una situazione in cui la Germania potesse unire la sua forza economica al potere militare ha sempre suscitato timori”. [4] Dopo tutto, oggi la Polonia possiede le più grandi forze terrestri d’Europa.

«Grande potenza militare»

Circa due settimane fa, la rivista statunitense Foreign Affairs ha affrontato il tema delle conseguenze del potenziamento militare tedesco. Secondo Liana Fix, Senior Fellow presso il Council on Foreign Relations, se la Repubblica Federale continuerà su questa strada, entro il 2030 potrebbe diventare una “grande potenza militare”. [5] Se non si prendono precauzioni, “il dominio militare tedesco potrebbe finire per alimentare divisioni all’interno del continente”. La Francia, ad esempio, si sente a disagio di fronte al fatto che “il suo vicino stia diventando una potenza militare”. Lo stesso vale per “molte persone in Polonia”. Nel peggiore dei casi, la militarizzazione della Repubblica Federale potrebbe portare a nuove rivalità. “La Francia, la Polonia e altri Stati potrebbero cercare di controbilanciare la Germania”, avverte Fix; la Francia, in particolare, potrebbe cercare di “affermarsi come potenza militare leader del continente”. Mentre Parigi potrebbe cercare di stringere alleanze con Londra, è ipotizzabile che in futuro la Polonia si allei più strettamente con gli Stati baltici o nordici. Tutto ciò, osserva Fix, potrebbe acuire la rivalità con la Germania e lasciare “l’Europa divisa e vulnerabile”. La possibilità che l’AfD entri nel governo in futuro rafforza i timori dei paesi vicini.

«Vecchie riserve»

Poco dopo, Wolfgang Ischinger, diplomatico tedesco di lunga data e attuale direttore della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, si è unito agli avvertimenti. [6] “La grande manna finanziaria nel settore della difesa”, ha spiegato Ischinger, porterà “la Germania a spendere nei prossimi anni più del doppio della Francia per le sue forze armate”. Nei colloqui che ha avuto in Francia e in Polonia, ha percepito “che a volte riemergono vecchie riserve”, riferisce Ischinger, “il timore di un predominio tedesco”. Ischinger consiglia quindi vivamente di procedere “con tatto”. In questo modo, anche in considerazione della “questione delle riparazioni irrisolta dal punto di vista polacco”, si potrebbe decidere, alla luce dei fondi investiti nell’armamento della Germania, che “una piccola parte di essi vada alla Polonia”. “La Polonia è uno Stato di frontiera”, afferma Ischinger con tono asciutto; la sua attuale “prestazione di difesa protegge anche noi”: “Che ne direste se la Germania, in riconoscimento del ruolo di Stato di frontiera della Polonia, donasse a Varsavia un sottomarino, una fregata o alcuni carri armati?” La proposta di Ischinger si traduce in un piano per coinvolgere strettamente gli Stati confinanti nell’egemonia tedesca sul continente europeo, garantendo loro una certa partecipazione.

«Un’Europa tedesca»

Potrebbe essere già troppo tardi. Negli ultimi giorni in Francia si sono levate voci, soprattutto negli ambienti conservatori e di destra, che mettono in guardia da una nuova dominanza tedesca. “La Germania si sta riarmando alla maniera tedesca, ovvero in modo massiccio”, si leggeva all’inizio della settimana sul quotidiano conservatore Le Figaro. [7] “La politica industriale e finanziaria solitaria di Berlino e il pericolo che l’AfD … salga al potere”, ha scritto un commentatore sul giornale, “gettano un’ombra sulle dichiarazioni filoeuropee degli attuali capi di governo”. Mercoledì scorso, sul sito web del Journal du Dimanche, il politico nazional-conservatore Philippe de Villiers ha messo in guardia da un'”Europa tedesca”. [8] Il Journal du Dimanche è di proprietà dal 2021 di Vincent Bolloré, un miliardario che da anni sostiene l’estrema destra francese e ha portato anche il Journal du Dimanche su una linea politica di destra. L’opposizione pubblica alla dominanza tedesca si sta quindi formando principalmente a destra, che secondo i sondaggi ha buone possibilità di vincere le elezioni presidenziali del 2027.

«Risparmiare nel settore sociale»

Alla luce delle crescenti preoccupazioni e del malcontento sempre più diffuso per l’imminente dominio tedesco in Europa, lunedì il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha preso posizione. In merito alle proposte francesi di finanziare il riarmo nell’UE tramite eurobond, Wadephul ha dichiarato: “Sarebbe qualcosa di completamente nuovo”; “non siamo pronti” a farlo. [9] Di conseguenza, per Berlino è possibile solo un indebitamento nazionale per il proprio riarmo, ma non un indebitamento a livello UE che consentirebbe anche ad altri Stati membri dell’UE di militarizzarsi allo stesso livello della Germania: il governo federale dà la priorità all’affermazione della Germania come potenza militare di spicco. Allo stesso tempo, Wadephul ha attaccato apertamente la Francia, pienamente consapevole della sua delicata situazione finanziaria: “Purtroppo, anche nella Repubblica francese gli sforzi” per potenziare l’armamento “sono stati finora insufficienti”. Parigi è “chiamata … ad adottare alcune misure di risparmio anche in ambito sociale” e a “risparmiare anche in altri settori, al fine di avere margine di manovra per l’obiettivo fondamentale della capacità di difesa dell’Europa”: “C’è ancora margine di miglioramento”.

[1] Da 32 miliardi nel 2017 a oltre 67 previsti nel 2030… Come è cambiato il bilancio della difesa francese negli ultimi anni. Franceinfo.fr 13.07.2025.

[2] Vedi a questo proposito Repubblica militare tedesca.

[3], [4] Chris Lunday, Jacopo Barigazzi, Laura Kayali, Paul McLeary, Jan Cienski: Il riarmo della Germania stravolge gli equilibri di potere in Europa. politico.eu 12.11.2025.

[5] Liana Fix: La prossima potenza egemone in Europa. foreignaffairs.com 06.02.2026.

[6] Thorsten Jungholt, Jacques Schuster: «Che ne direste se la Germania regalasse a Varsavia un sottomarino, una fregata o un carro armato?» welt.de 08.02.2026.

[7] Editoriale di Philippe Gélie: «Bisogna preoccuparsi del riarmo della Germania?» lefigaro.fr 16.02.2026.

[8] Philippe de Villiers: « L’Europe allemande » (L’Europa tedesca). lejdd.fr 18.02.2026.

[9] «Prima di tutto fare i compiti» – Wadephul attacca la Francia per «sforzi insufficienti». welt.de 17.02.2026.

«Rafforzare la difesa europea»

I tentativi di appianare le tensioni franco-tedesche continuano a ritardare la decisione sul caccia FCAS. La recente cooperazione più stretta tra Germania e Italia – a scapito della Francia – apre nuove opzioni a Berlino.

13

Febbraio

2026

BERLINO/ROMA/STOCCOLMA (Rapporto proprio) – Gli sforzi per appianare le crescenti tensioni franco-tedesche ritardano ulteriormente una decisione sul sistema di combattimento aereo FCAS (Future Combat Air System) pianificato da entrambi i paesi. Mentre da Berlino si sente dire che il progetto sarà probabilmente ridotto a una parte dell’iniziativa originaria – lo sviluppo congiunto di droni e di un cloud di combattimento aereo –, la Germania ha ora due alternative alla produzione congiunta di un jet da combattimento con la Francia; entrambe sono accompagnate da una più stretta cooperazione politica con i rispettivi paesi. Si potrebbe prendere in considerazione, ad esempio, un jet da combattimento tedesco-svedese; Berlino e Stoccolma stanno comunque ampliando la loro cooperazione militare e industriale nel settore degli armamenti. Sarebbe anche possibile partecipare a un progetto britannico-italiano-giapponese; a favore di questa opzione gioca il fatto che la Germania ha recentemente iniziato a cooperare più strettamente con l’Italia, a scapito dei tradizionali accordi franco-tedeschi. Tuttavia, il progetto britannico-italiano-giapponese relativo al caccia sta attualmente affrontando un’esplosione dei costi e i conseguenti ritardi. Inoltre, la quota industriale della Germania sarebbe minima.

L’asse Berlino-Roma

La Germania e l’Italia hanno recentemente intensificato la loro cooperazione, in particolare dopo le consultazioni bilaterali tra i governi che si sono tenute il 23 gennaio a Roma. Il documento che è servito da base per le discussioni durante il vertice straordinario dell’UE di ieri non era, come di consueto, franco-tedesco, ma italo-tedesco. In esso si affermava, con una frecciatina alla Francia, che la Germania e l’Italia sono “le due nazioni industrializzate più importanti d’Europa”. [1] Il primo ministro italiano Giorgia Meloni, che inizialmente aveva respinto l’accordo di libero scambio dell’UE con il Mercosur, come il presidente francese Emmanuel Macron, ha poi cambiato posizione allineandosi alla linea tedesca dopo le concessioni finanziarie dell’UE, consentendo così l’approvazione dell’accordo in seno al Consiglio europeo. Durante le consultazioni governative di gennaio, Berlino e Roma hanno inoltre concordato di rafforzare la loro cooperazione militare; in futuro si terranno colloqui 2+2 annuali tra i ministri degli Esteri e della Difesa dei due paesi e sono previste maggiori attività operative e spaziali. Infine, le industrie degli armamenti dei due paesi stanno ora collaborando più strettamente, ad esempio nella costruzione di carri armati da combattimento (come riportato da german-foreign-policy.com [2]), mentre la cooperazione franco-tedesca in materia di armamenti non sta facendo progressi.

Costi triplicati

A questo proposito, si ipotizza che la Germania possa abbandonare il progetto franco-tedesco FCAS (Future Combat Air System) e aderire al Global Combat Air Programme (GCAP). Come nel caso dell’FCAS, il Future Combat Air Programme prevede un jet da combattimento di sesta generazione che volerà in rete con droni e sciami di droni. Il jet è sviluppato da Gran Bretagna, Italia e Giappone. Il lavoro è coordinato da Edgewing, una joint venture tra BAE Systems e Rolls Royce (Gran Bretagna), Leonardo (Italia) e Japan Aircraft Industrial Enhancement con sede a Reading, a ovest di Londra. Finora il progetto ha fatto progressi più rapidi rispetto al FCAS, ma attualmente sta incontrando delle difficoltà. Il motivo è che i costi sono notevolmente superiori a quelli inizialmente previsti. In Italia suscita malcontento il fatto che già le prime due fasi di sviluppo siano stimate ora a 18,6 miliardi di euro invece dei sei miliardi previsti inizialmente.[3] Nel Regno Unito l’aumento dei costi sta causando i primi ritardi. [4] Un altro fattore sfavorevole all’ingresso della Germania nel progetto è che i lavori sul GCAP sono ormai ampiamente suddivisi e Airbus potrebbe ottenere solo quote minori e poco attraenti.

«Paese chiave in Europa»

Gli osservatori ritengono che la cooperazione rafforzata tra Germania e Italia sia estremamente fruttuosa anche perché entrambi i paesi “possono integrare il nord e il sud”: l’Italia “i beneficiari dei fondi di coesione” nell’Europa meridionale, la Germania “i sostenitori di una rigorosa disciplina di bilancio” nell’Europa settentrionale. [5] È proprio lì, al nord, che si trova la seconda opzione a cui Berlino potrebbe ricorrere in caso di uscita definitiva dal FCAS: la collaborazione con il gruppo aeronautico svedese Saab. Già a dicembre, il CEO di Saab Micael Johansson aveva dichiarato che la sua azienda, che attualmente produce il caccia Gripen – l’equivalente svedese del Rafale francese – era “pronta per un caccia comune con i tedeschi”; l’unico requisito era “un chiaro impegno politico da parte di entrambi i governi”.[6] Johansson ha aggiunto che la Germania è comunque “un Paese chiave in Europa” per Saab. Il gruppo è da oltre 40 anni “orgoglioso partner delle forze armate tedesche”, gestisce stabilimenti in Germania e lavora a stretto contatto con Diehl Defence; l’obiettivo è “continuare a crescere in Germania”. Tuttavia, per farlo, Saab deve “essere ancora più presente sul posto e trasferire tecnologia, sviluppare competenze, creare posti di lavoro”.

«Dipendenti dagli Stati Uniti da troppo tempo»

La costruzione di un equivalente FCAS insieme a Saab si inserirebbe inoltre nella stretta cooperazione militare tra i due paesi, che dura da anni e che attualmente sta subendo un’ulteriore intensificazione. Una dichiarazione d’intenti in tal senso è stata firmata dai ministri della difesa di Germania e Svezia, Boris Pistorius e Pål Jonson, il 18 novembre a margine della Conferenza sulla sicurezza di Berlino, di cui la Svezia era il paese partner. La dichiarazione prevede l’intensificazione delle attività congiunte nell’ambito dell’addestramento militare, delle manovre e di eventuali missioni. Già oggi le forze armate tedesche e svedesi cooperano in modo piuttosto stretto, in particolare le marine dei due paesi, che collaborano nel controllo delle rotte marittime nel Mar Baltico. Inoltre, i sottomarini tedeschi utilizzano, tra l’altro, la base navale di Karlskrona, nel sud della Svezia. [7] A Berlino Pistorius e Jonson hanno anche concordato esplicitamente di ampliare la cooperazione tra le industrie degli armamenti dei due paesi. La più stretta cooperazione militare mira non da ultimo a intensificare la collaborazione tra le forze armate europee in considerazione delle aggressioni dell’amministrazione Trump. Jonson ha affermato che “si è dipenduto troppo a lungo dalla potenza militare americana” e che ora è necessario “rafforzare insieme la difesa europea”.

Stucco sgretolato

Nel frattempo, la decisione sul progetto franco-tedesco FCAS continua a essere rimandata. Come in passato, sembra improbabile che Berlino acconsenta a una quota maggiore del produttore francese di Rafale Dassault nello sviluppo e nella produzione del jet da combattimento. Tuttavia, si dice che si potrebbe instaurare una cooperazione franco-tedesca, ad esempio nella produzione dei droni. Si trattava dell’area del progetto in cui era comunque prevista una posizione privilegiata per la Germania. Gli osservatori attribuiscono il continuo rinvio della decisione sul jet da combattimento anche al fatto che non si vogliono alimentare ulteriormente le tensioni franco-tedesche attualmente in escalation e che continua la ricerca di una soluzione che salvi la faccia a tutte le parti. Il presidente francese Emmanuel Macron ha avvertito in un’intervista pubblicata martedì che, se si interrompesse il lavoro sul caccia comune, potrebbe essere messa in discussione anche la produzione congiunta di un nuovo carro armato da combattimento (Main Ground Combat System, MGCS).[8] Il collante che tiene insieme Berlino e Parigi si sgretolerebbe ulteriormente.

[1] Thomas Gutschker: Meloni invece di Macron. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 09/02/2026.

[2] Vedi a questo proposito Verso la prima lega degli armamenti (II).

[3] Tom Kington: L’Italia deve affrontare un costo per gli aerei da guerra GCAP che supera i 21 miliardi di dollari. defensenews.com 20.01.2026.

[4] Matt Oliver: Starmer rischia una controversia diplomatica mentre il Regno Unito ritarda il programma dei caccia Tempest. telegraph.co.uk 01.02.2026.

[5] Thomas Gutschker: Meloni invece di Macron. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 09/02/2026.

[6] Anna Sophie Kühne: «Sottovalutiamo l’industria europea degli armamenti». faz.net 21.12.2025.

[7] Peter Carstens: Germania e Svezia concordano una cooperazione militare. faz.net 18.11.2025.

[8] Oliver Meiler: «Se non facciamo nulla, tra cinque anni l’Europa sarà spazzata via». sueddeutsche.de 10.02.2026. Vedi anche Berlino contro Parigi.

Berlino contro Parigi

Gravi divergenze franco-tedesche oscurano il vertice straordinario dell’UE di oggi giovedì. Il conflitto è vecchio: Berlino punta sulla deregolamentazione, Parigi sugli eurobond per investimenti importanti.

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Febbraio

2026

BERLINO/PARIGI (Rapporto proprio) – Gravi divergenze franco-tedesche oscurano il vertice straordinario dell’UE sulla competitività in programma oggi, giovedì. L’obiettivo dell’incontro informale è quello di preparare nuove misure per rendere l’economia dell’UE più competitiva. Si dice, ad esempio, che il mercato interno debba essere urgentemente riformato; gli ostacoli al commercio tra i singoli Stati membri dell’UE corrisponderebbero a un’aliquota doganale del 45% sulle merci e del 110% sui servizi. Mentre alcuni progetti incontrano poca opposizione, la richiesta di dare la preferenza ai beni provenienti dall’UE negli appalti pubblici è fonte di controversie, così come la richiesta di contrarre debiti comuni dell’UE per finanziare importanti investimenti in settori high-tech centrali. La Francia è favorevole a entrambe le proposte, mentre la Germania le respinge entrambe. Sembra invece esserci consenso sull’intenzione di rafforzare i fondi pensione privati per effettuare investimenti con i contributi versati, sul modello di un fondo pensione canadese, come si dice. Ciò esporrebbe le pensioni a nuovi rischi. Un documento programmatico franco-tedesco si esprime chiaramente a favore del progetto.

Obiettivo: unione dei mercati dei capitali

Tra i temi che saranno discussi oggi durante il vertice straordinario dell’UE nel castello belga di Alden Biesen figurano le iniziative relative a una possibile unione dei mercati dei capitali dell’UE. L’obiettivo è, tra l’altro, quello di poter generare investimenti più consistenti su un mercato dei capitali unico dell’UE rispetto a quanto sia possibile sui mercati dei capitali dei singoli Stati membri dell’UE. Ciò dovrebbe contribuire a rendere l’Unione competitiva rispetto agli Stati Uniti, ad esempio nel finanziamento delle start-up. L’anno scorso, i ministri delle finanze di Germania e Francia, Lars Klingbeil e Roland Lescure, hanno commissionato un rapporto in merito, che è stato presentato a metà gennaio. Gli autori sono l’ex ministro delle finanze tedesco Jörg Kukies e l’ex capo della banca centrale francese Christian Noyer.[1] Entrambi propongono, da un lato, di motivare i grandi gruppi finanziari di tutta l’UE a effettuare investimenti comuni e, dall’altro, di attingere ai fondi pensione privati. Secondo il rapporto, con un notevole rafforzamento della previdenza privata, si potrebbero utilizzare i fondi pensione per investire ingenti somme in aziende private. In questo modo, però, le pensioni diventerebbero oggetto di speculazione. Klingbeil sta già lavorando al rafforzamento della previdenza privata.

“La chiave della sovranità”

Klingbeil sta attualmente preparando un piano in dieci punti per rafforzare l’Unione dei mercati dei capitali. “Alla luce dei cambiamenti globali”, si punta “su un’Europa sovrana e competitiva”, spiega Klingbeil; “mercati dei capitali forti” sono “la chiave per raggiungerlo”. Ora si procederà “a ritmo sostenuto con i primi passi importanti”. [2] Tra i dieci punti proposti dal ministro delle Finanze tedesco figura l’armonizzazione a livello europeo della forma giuridica delle piccole e medie imprese. Finora esiste solo la società per azioni europea SE. Inoltre, si prevede di armonizzare il diritto fallimentare e di “snellire la burocrazia”. I dettagli al riguardo rimangono poco chiari. A Washington, Elon Musk ha compiuto drammatici interventi politici con l’apparato DOGE con il pretesto di voler “snellire la burocrazia”. Il piano in dieci punti di Klingbeil contiene anche iniziative a favore del già citato rafforzamento della previdenza privata, con l’obiettivo di utilizzare le pensioni in modo completo per gli investimenti, rischi inclusi. Per l’attuazione, Klingbeil non intende inizialmente ricorrere all’UE nel suo complesso, ma al “formato E6″, ovvero Germania, Francia, Italia, Polonia, Spagna e Paesi Bassi.[3] Questo sarebbe un ulteriore passo verso un'”Europa a più velocità”.

«Un’Europa a più velocità»

Anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è espressa esplicitamente a favore di un’Europa a più velocità. Come ha spiegato von der Leyen in una lettera inviata lunedì ai capi di Stato e di governo dell’UE in vista del vertice straordinario di oggi, giovedì, l’obiettivo reale deve sempre essere quello di «raggiungere un accordo tra tutti i 27 Stati membri» [4], nessuno dovrebbe “esitare a sfruttare le possibilità previste dai trattati per una cooperazione rafforzata”. Infatti, secondo i documenti fondamentali dell’UE, è consentito avviare una cooperazione più stretta in singoli settori politici, a condizione che almeno nove Stati membri si uniscano a tal fine. Finora ciò è avvenuto solo raramente. Tra i modelli discussi in passato figura ad esempio il “nucleo europeo”, un’unione attorno alla Germania che consentirebbe al centro di potere dell’UE di portare avanti l’integrazione più degli Stati situati ai margini geografici dell’Unione. Qualche giorno fa Wolfgang Ischinger, presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, ha proposto un simile “Kerneuropa” per la politica estera e forse anche militare dell’UE (come riportato da german-foreign-policy.com [5]).

“Spazzato via in cinque anni”

L’opzione di procedere all’interno dell’UE a “velocità diverse” è importante per il vertice straordinario dell’UE, perché le proposte di Germania e Francia per rafforzare la competitività dell’UE divergono ancora una volta in modo significativo. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha promosso il vertice straordinario, sostiene soprattutto il rafforzamento del mercato interno e la “riduzione della burocrazia” e la “deregolamentazione”. Questi ultimi due punti rimangono del tutto vaghi in termini di contenuto; al massimo si spiega che l’UE dovrebbe porre fine alle “iniziative zombie” che “non sono più al passo con i tempi”. [6] Ciò può riguardare qualsiasi ambito, dalla sicurezza sul lavoro alle norme ambientali. Merz si esprime, tra l’altro, a favore di una semplificazione della legislazione digitale, senza chiarire se questa non miri alla protezione dei dati. Dal punto di vista del presidente francese Emmanuel Macron, tuttavia, tutto ciò non è sufficiente. Macron avverte che il mondo sta attualmente vivendo “una profonda frattura geopolitica” che colpisce doppiamente l’UE: da un lato, la concorrenza cinese si è rafforzata rapidamente; dall’altro, l’Europa è soggetta alle continue aggressioni dell’amministrazione Trump. “Se non facciamo nulla”, avverte Macron in un’intervista pubblicata su quattro importanti quotidiani di diversi paesi europei, “tra cinque anni l’Europa sarà spazzata via”.[7]

«Made in Europe» ed Eurobond

Macron insiste quindi non solo sulla semplificazione delle regole (“deregolamentazione”) e sulla diversificazione delle relazioni commerciali con l’estero, come richiesto anche dalla Repubblica Federale Tedesca. Egli sostiene inoltre, da un lato, la “preferenza per i prodotti europei”. [8] Questo tema è attualmente oggetto di discussione anche con lo slogan “Made in Europe”. Secondo tale slogan, negli appalti pubblici dell’UE in almeno tre settori – acciaio, ecotecnologia, auto elettriche – dovrebbe essere acquistata una quota minima di beni prodotti nell’UE. Per le auto elettriche si parla ad esempio del 70%; per i pannelli solari, settore in cui la concorrenza cinese è schiacciante, dal 10 al 20%.[9] Ciò è richiesto in particolare dal commissario francese all’Industria Stéphane Séjourné. D’altra parte, Macron insiste su “una capacità di indebitamento comune”, ovvero gli Eurobond, per gli investimenti in alcuni settori chiave. Nell’UE non si investe “abbastanza nella difesa e nella sicurezza, nelle tecnologie e nella transizione ecologica, nell’intelligenza artificiale e nella tecnologia quantistica”. Per promuovere gli investimenti necessari a recuperare il ritardo rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, l’UE non può prescindere dal debito comune.

Per motivi di interesse nazionale

Il governo federale respinge queste ultime due richieste, nell’interesse nazionale. Berlino teme infatti che l’introduzione di una quota minima “Made in Europe” negli appalti provocherebbe reazioni negative e, in ultima analisi, gli esportatori degli Stati membri dell’UE potrebbero trovarsi in una posizione di svantaggio nelle gare d’appalto al di fuori dell’Europa. Il principale esportatore dell’UE, e quindi il più colpito da eventuali restrizioni, è la Germania. D’altra parte, la Repubblica Federale continua a rifiutare il debito comune dell’UE, non solo per ragioni di principio, ma anche perché il suo indebitamento è solo la metà di quello della Francia e quindi può facilmente contrarre debiti propri per promuovere i propri investimenti, che vanno a beneficio specifico delle imprese tedesche e non delle imprese dell’UE in generale.

Maggiori informazioni sull’argomento: “La potenza leader centrale dell’Europa”.

[1] Jan Hildebrand: Ecco come Berlino e Parigi intendono garantire più capitali in Europa. handelsblatt.com 19/01/2026.

[2], [3] Jan Hildebrand: Con queste misure Klingbeil intende rafforzare il mercato dei capitali. handelsblatt.com 11.02.2026.

[4] Nikolaus J. Kurmayer: Von der Leyen propone un’Europa a due velocità in occasione del vertice economico. euractiv.de 09.02.2026.

[5] Vedi a questo proposito «La sovranità militare dell’Europa».

[6] Thomas Gutschker: Meloni invece di Macron. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 9 febbraio 2026.

[7], [8] Oliver Meiler: «Se non facciamo nulla, tra cinque anni l’Europa sarà spazzata via». sueddeutsche.de 10.02.2026.

[9] Hendrik Kafsack, Niklas Záboji: Merz, Macron e «Made in EU». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 11 febbraio 2026.

Lo stato di tensione, di German Foreign Policy

Lo stato di tensione

I principali mezzi di comunicazione alimentano il dibattito sulla dichiarazione dello “stato di tensione”: questo precursore dello “stato di difesa” consente una limitazione dei diritti fondamentali.

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Nuovo

2025

BERLINO (notizia propria) – I principali media tedeschi stanno promuovendo un dibattito sulla necessità di dichiarare uno “stato di tensione”, una fase preliminare che porta allo “stato di difesa”. Mercoledì, Roderich Kiesewetter, esperto di politica estera e militare della CDU, ha cercato di giustificare la richiesta di imporre per la prima volta uno “stato di tensione” in Germania durante il programma di attualità della rete televisiva pubblica ARD, seguito da un vasto pubblico. Kiesewetter, noto per le sue posizioni belliciste, aveva già sollevato questo argomento alla fine del 2024. Lo “stato di tensione” serve, come definito espressamente dalla Bundeswehr, “allo scopo di mobilitazione”. Prevede notevoli restrizioni in tutta la società. Non da ultimo, può innescare l’immediata applicazione del servizio militare obbligatorio per tutti gli uomini di età superiore ai 18 anni. Apre inoltre la porta al reclutamento obbligatorio e al distacco di personale civile – come i medici – per assistere i militari, e all’obbligo per le aziende private di produrre beni militari. Piani concreti di questo tipo per uno scenario di guerra sono in preparazione da tempo nel settore sanitario e in altri settori. Gli operatori sanitari dovrebbero, ad esempio, introdurre un sistema di “triage inverso” per far fronte a un aumento del volume di pazienti provenienti dall’esercito. Ciò potrebbe significare che il personale della Bundeswehr con ferite lievi avrebbe la priorità rispetto ai civili gravemente feriti nel trattamento ospedaliero.

Tra pace e guerra

La base giuridica del cosiddetto “stato di tensione” è l’articolo 80a della Costituzione tedesca, la Legge fondamentale. Esso stabilisce che la sua “determinazione” è presa dal Bundestag e richiede “una maggioranza dei due terzi dei voti espressi”. Il contenuto effettivo di uno “stato di tensione” non è definito con precisione. È generalmente considerato come “una fase preliminare verso uno stato di difesa”. Deve essere dichiarato quando la Repubblica Federale di Germania si trova ad affrontare “una situazione di minaccia” che potrebbe degenerare in guerra. [1] L’Agenzia federale semi-ufficiale per l’educazione civica avverte che “deve esserci, in ogni caso, una probabilità sufficiente che una situazione difficile di politica estera possa degenerare in un attacco armato” [2]. Il dibattito mediatico sulla lotta di potere tra Germania e Russia ha creato questa impressione, soprattutto con le regolari accuse di “guerra ibrida” mosse a Mosca (german-foreign-policy.com ha riportato [3]). I media stanno ora sottolineando l’idea che il Bundestag tedesco possa “votare a favore di uno stato di tensione in risposta alle minacce ibride” [4]. In linguaggio non giuridico, lo “stato di tensione” viene definito come una situazione “tra la pace e la guerra”. Ciò fa eco alle parole minacciose pronunciate dal cancelliere Friedrich Merz alla fine di settembre: “Non siamo in guerra, ma non viviamo più in pace” [5].

Leggi sulla sicurezza

La dichiarazione dello “stato di tensione” avrebbe conseguenze pratiche significative. Essa “serve allo scopo di mobilitazione”, afferma un portavoce del Comando Operativo della Bundeswehr.[6] Da un lato, il servizio militare obbligatorio per tutti gli uomini di età superiore ai 18 anni potrebbe essere immediatamente ripristinato. Infatti, sarebbero consentiti periodi di leva a tempo indeterminato per il servizio militare. Anche il campo di applicazione della Bundeswehr sul territorio nazionale verrebbe notevolmente ampliato. Il personale militare potrebbe essere impiegato per proteggere oggetti civili e regolare i trasporti e il traffico. Soprattutto, entrerebbero in vigore le “Sicherstellungsgesetze”, ovvero le leggi di garanzia applicabili in stati di emergenza per consentire alle forze armate l’accesso alle infrastrutture, alla forza lavoro e all’economia. I lavoratori civili potrebbero essere arruolati per compiti militari; il personale medico – dai medici agli infermieri – potrebbe essere distaccato presso ospedali militari; gli autisti potrebbero essere obbligati a trasportare carburante per la Bundeswehr; e i privati potrebbero essere obbligati a fornire alloggio nelle loro case ai soldati. [7] Inoltre, le autorità potrebbero obbligare le aziende a produrre tutti i tipi di beni richiesti dalle forze armate. Il distacco di personale medico per lavorare nell’esercito è stato infatti recentemente praticato nell’ambito di una manovra ad Amburgo (come riportato da german-foreign-policy.com [8]).

Sulla strada verso la guerra

L’idea di dichiarare uno “stato di tensione” è stata portata per la prima volta all’attenzione dell’opinione pubblica nel dicembre dello scorso anno dal politico della CDU e specialista in affari esteri e militari Roderich Kiesewetter.[9] Alla fine di settembre, egli ha esplicitamente invocato questo cambiamento legislativo in direzione dei preparativi bellici, cercando di alimentare i timori nel contesto di alcuni voli inspiegabili di droni sopra gli aeroporti tedeschi. Kiesewetter ha dichiarato che “innescare lo stato di tensione sarebbe la risposta più sensata”. [10] Kiesewetter ha ribadito la sua posizione mercoledì sull’emittente pubblica ARD.[11] Già a settembre aveva spiegato che i vantaggi di dichiarare lo “stato di tensione” non risiedevano solo nel garantire che “le infrastrutture essenziali sarebbero state protette dalla Bundeswehr”, ma anche nell’idea che “le catene di comando potrebbero essere snellite” e che “opzioni non specificate potrebbero essere utilizzate in modo efficiente”. Da allora, il dibattito sullo “stato di tensione” ha acquisito sempre più rilevanza nei principali media tedeschi. Indipendentemente dal fatto che la dichiarazione dello “stato di tensione” sia sostenuta o meno, questo dibattito sta portando a un’ulteriore normalizzazione dell’idea che la Germania sia sull’orlo della guerra e che la popolazione debba essere pronta ad accettare una significativa restrizione dei propri diritti, fino al punto di costringere i civili a svolgere lavori ausiliari per l’esercito.

Triage inverso

L’integrazione diretta dei civili negli scenari di guerra è in preparazione da tempo. I piani per l’utilizzo degli ospedali civili in caso di guerra stanno prendendo forma. Il motivo alla base della cooptazione del personale medico e delle strutture sanitarie è che gli strateghi militari sono ben consapevoli che le capacità degli ospedali della Bundeswehr non sono affatto sufficienti per curare l’elevato numero di vittime previsto in caso di guerra aperta, spesso stimato in circa un migliaio al giorno. [12] A Berlino, l’amministrazione del Senato, in collaborazione con la Bundeswehr, l’Associazione degli ospedali di Berlino e dodici cliniche, ha redatto un documento di lavoro che delinea le procedure che il personale ospedaliero dovrà seguire in caso di guerra. Secondo una dichiarazione dell’Associazione dei medici democratici (vdää), queste includerebbero un cosiddetto sistema di “triage inverso”. Il “personale militare con ferite lievi avrebbe la priorità” anche rispetto ai civili gravemente feriti, al fine di “rimettere in sesto i soldati il più rapidamente possibile”. Il documento di lavoro chiede “una discussione aperta” sul “lasciar morire i pazienti che sono casi senza speranza”. La vdää rileva un chiaro passaggio “dalla medicina individuale alla medicina di emergenza”. Tutto ciò richiede “il trasferimento di poteri di ampia portata negli ospedali alle autorità e alle forze armate”.[13]

Requisiti di investimento

Nell’ambito dei preparativi bellici, un’associazione tedesca di ospedali ha pubblicato uno studio che delinea i “requisiti di investimento” necessari per creare una “resilienza negli ospedali tedeschi” a prova di guerra. [14] Tra le altre cose, gli autori dello studio sottolineano la necessità di generatori di energia di emergenza e di ampie riserve di acqua potabile. Chiedono l’acquisto di impianti di decontaminazione, l’ampliamento delle comunicazioni radio e satellitari da utilizzare in caso di emergenza e l’installazione non solo di infrastrutture aggiuntive in superficie – nel caso in cui gli ospedali vengano attaccati – e di misure di protezione del sito, ma anche di “sale di trattamento alternative” sotterranee. In questo contesto viene menzionato l’uso di “parcheggi sotterranei” e “scantinati”. Il denaro necessario per queste misure di ampia portata dovrebbe provenire dal “Fondo speciale” del governo tedesco, istituito per il massiccio potenziamento degli armamenti. I costi sono stimati in poco meno di 15 miliardi di euro. Come osserva la vdää, questi costosi progetti stanno prendendo forma nonostante il fatto che gli ospedali civili nella Repubblica Federale siano stati descritti per anni come “insostenibili”. Infatti, “nell’ambito dell’attuale programma di riforma ospedaliera si chiedono tagli drastici”.[15] I fondi sono disponibili per la guerra, ma non per l’assistenza sanitaria civile.

[1] Patrizia Kramliczek: Tra pace e guerra: cosa significa «caso di tensione»? br.de 22.10.2025.

[2] Pierre Thielbörger: Costituzione di emergenza. bpb.de.

[3] Vedi: Servizi segreti pronti alla guerra.

[4] Jakob Hartung: Un passo che potrebbe cambiare tutto. t-online.de 01.10.2025.

[5] Thomas Sigmund: La Germania è sospesa tra guerra e pace. handelsblatt.com 27.09.2025.

[6] Patrizia Kramliczek: Tra pace e guerra: cosa significa «caduta di tensione»? br.de 22.10.2025.

[7] Jakob Hartung: Un passo che potrebbe cambiare tutto. t-online.de 01.10.2025.

[8] Vedi: Amburgo in guerra.

[9] Vedi: La mentalità per la guerra.

[10] Dietmar Neuerer: Politico della CDU chiede la dichiarazione dello stato di emergenza. handelsblatt.com 29.09.2025.

[11] Maischberger. daserste.de 12.11.2025.

[12] Vedi: «La guerra riguarda tutti».

[13] Previsto il mancato rispetto del codice deontologico medico in caso di guerra. vdaeae.de 29.10.2025.

[14] Istituto tedesco per gli ospedali: Investimenti necessari per garantire la resilienza degli ospedali tedeschi. Relazione finale per la Deutsche Krankenhausgesellschaft e.V. (Associazione tedesca degli ospedali). Düsseldorf, 28/10/2025.

[15] In superficie: riduzione dei posti letto e chiusura di ospedali, sottoterra: investimenti miliardari. vdaeae.de 03.11.2025.

In un lento declino

La Germania rafforza le sue relazioni economiche con gli Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi acquisiscono per la prima volta una grande azienda tedesca e la utilizzano per la propria espansione. Sostengono la milizia genocida RSF in Sudan.

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ABU DHABI/BERLINO (Rapporto proprio) – Con intense discussioni ad Abu Dhabi, il ministro federale dell’economia Katherina Reiche ha rafforzato le relazioni tedesche con gli Emirati Arabi Uniti, il principale sostenitore della milizia genocida RSF in Sudan. I colloqui non hanno riguardato solo la garanzia di accesso all’idrogeno verde in futuro. Gli Emirati stanno infatti diventando uno dei suoi principali produttori. Reiche ha inoltre negoziato l’imminente acquisizione dell’ex gruppo Dax Covestro da parte del gruppo emiratino Adnoc. Se in passato gli Emirati hanno investito in Germania per aiutare le aziende tedesche a superare le crisi con iniezioni di liquidità, questa volta la tradizionale azienda Covestro (un tempo Bayer MaterialScience) sarà integrata in un gruppo degli Emirati per aiutarlo a raggiungere la leadership mondiale: un esempio di quanto siano profondi i cambiamenti nei rapporti di forza globali. Secondo la delegazione di Reiches, Berlino dovrebbe attualmente “presentarsi come un supplicante” nei confronti della emergente Abu Dhabi. In realtà, gli Emirati Arabi Uniti perseguono da tempo una politica estera indipendente, sostenuta anche dalla loro cooperazione con la Germania.

Conversione per l’era post-fossile

All’inizio della settimana, il ministro federale dell’economia Katherina Reiche ha condotto colloqui negli Emirati Arabi Uniti sul futuro approvvigionamento di idrogeno verde. Gli Emirati stanno cercando di diventare uno dei principali esportatori di idrogeno a livello mondiale. In questo modo intendono assicurarsi una posizione di rilievo sul mercato energetico globale anche per il periodo successivo alla fine dell’era dei combustibili fossili. Inizialmente, una parte dell’idrogeno sarà ancora ricavata dal gas naturale (“idrogeno blu”); a lungo termine è previsto il passaggio completo all’idrogeno “verde”, ricavato da energie rinnovabili. In questo contesto, gli Emirati sono ovviamente in concorrenza, tra l’altro, con l’Arabia Saudita e l’Oman, che intendono anch’essi trarre vantaggio dalla loro posizione geografica molto favorevole all’utilizzo delle energie rinnovabili. [1] Per Berlino, il ricorso agli Emirati come fornitore di energia segue ancora in gran parte modelli tradizionali, secondo i quali gli Stati al di fuori dei centri industriali occidentali fungono principalmente da fornitori di materie prime – tra cui fonti energetiche – e da mercati di sbocco. Inoltre, le aziende tedesche guadagnano bene fornendo la tecnologia per lo sviluppo dell’economia dell’idrogeno degli Emirati.[2]

Iniezioni di liquidità arabe

Diverso è il caso del secondo tema trattato da Reiche negli Emirati: gli investimenti emiratini nella Repubblica Federale Tedesca. Tradizionalmente, quando avevano bisogno di nuovo capitale, i gruppi industriali tedeschi potevano sempre ricorrere ai fondi dei paesi arabi del Golfo senza dover fare particolari concessioni. Un esempio è stato l’ingresso nel 2009 del fondo di investimento controllato dallo Stato Aabar Investments di Abu Dhabi nella Daimler. All’epoca, a causa della crisi finanziaria globale, Daimler aveva subito perdite significative in termini di fatturato e profitti; per uscire dalla difficile situazione, il gruppo tedesco era alla ricerca urgente di nuovi investitori. In questa situazione, Aabar Investments si è offerta e ha acquisito una quota del 9,1% di Daimler per 1,95 miliardi di euro. Grazie ai nuovi fondi, la casa automobilistica è riuscita a stabilizzare la propria attività e a promuovere il proprio sviluppo tecnologico.[3] Solo circa tre anni e mezzo dopo, quando il gruppo tedesco aveva superato la profonda crisi e tornava a realizzare profitti consistenti, Aabar Investments – il fondo è stato nel frattempo assorbito dal fondo sovrano Mubadala Investment – ha ceduto completamente la propria partecipazione in Daimler.[4]

Diventato un supplicante

Oggi, un decennio e mezzo dopo, gli investimenti esteri degli Emirati Arabi Uniti in Germania si configurano in un contesto completamente diverso. Lo dimostra l’imminente acquisizione del gruppo tedesco Covestro da parte della società Adnoc (Abu Dhabi National Oil Company). Covestro è nata nel 2015 dalla scissione di Bayer MaterialScience, la divisione plastica della società madre, dalla Bayer AG. Covestro, come quasi tutta l’industria chimica tedesca [5], sta attraversando una grave crisi. Nel terzo trimestre del 2025, il fatturato del gruppo è sceso del 12% a 3,2 miliardi di euro. Complessivamente, l’azienda ha registrato una perdita trimestrale di 47 milioni di euro, mentre nello stesso periodo dell’anno precedente aveva registrato un utile di 33 milioni di euro. [6] Il CEO di Covestro Markus Steilemann, che è anche presidente dell’Associazione dell’industria chimica (VCI), aveva dichiarato a settembre: “L’industria è sull’orlo del baratro”.[7] Se nel 2009 Aabar Investments era entrata in Daimler con una quota relativamente piccola per sostenere finanziariamente il gruppo, oggi Adnoc sta per acquisire completamente Covestro. Reiche ha negoziato l’accordo ad Abu Dhabi. “Il fatto che ora ci presentiamo qui come supplicanti è anche un segno del progressivo declino relativo della nostra industria”, ha affermato un membro della delegazione tedesca.[8]

Parte dell’espansione degli Emirati

Se Daimler ha potuto continuare le proprie attività senza alcun cambiamento dopo l’ingresso di Aabar Investments, per Covestro questo non sarà più possibile a lungo termine. Secondo quanto riportato, Adnoc ha chiaramente assicurato al gruppo tedesco in un accordo di investimento che per il momento non si fonderà con altre società e che rimarrà nella sua forma attuale. Tuttavia, l’accordo sarebbe valido solo fino alla fine del 2028.[9] Adnoc, che proviene dal settore della produzione di petrolio, intende invece ristrutturare profondamente la propria attività in vista della fine dell’era delle energie fossili e, a tal fine, sta raggruppando le proprie attività al di fuori del settore petrolifero e del gas, in particolare quelle nel settore chimico, nella sua nuova controllata denominata XRG. Covestro sarà ora trasferita sotto la sua responsabilità. Secondo il piano, XRG dovrebbe ricevere fino a 150 miliardi di dollari da Adnoc per continuare la sua espansione. L’azienda dovrebbe così diventare uno dei cinque maggiori gruppi chimici al mondo.[10] L’importanza che Covestro avrà a lungo termine nei piani di espansione globale dell’azienda degli Emirati Arabi Uniti è incerta, così come lo era finora il futuro delle aziende di tutto il mondo che sono state acquisite da gruppi tedeschi. I ruoli stanno cambiando.

Nuova indipendenza

Ciò comporta profondi cambiamenti nell’intera politica estera degli Emirati. Gli Emirati, il cui partner commerciale di gran lunga più importante è ormai la Cina, collaborano da tempo con la Repubblica Popolare anche in settori sensibili dell’economia, come ad esempio nella costruzione delle loro reti 5G, per le quali utilizzano la tecnologia di Huawei; Abu Dhabi e Pechino collaborano ormai in modo selettivo anche nella politica militare e degli armamenti.[11] Gli Emirati Arabi Uniti hanno aderito all’alleanza BRICS e sono inoltre associati alla Shanghai Cooperation Organisation (SCO) in qualità di Stato partner. Essi cercano di ottenere un certo controllo, anche militare, su importanti rotte commerciali marittime, tra cui il Mar Rosso. [12] Ciò li ha spinti a intervenire nella guerra nello Yemen, un importante paese rivierasco, con l’obiettivo di acquisire influenza su importanti tratti delle regioni costiere. Il piano di assicurarsi una posizione di forza sul Mar Rosso è uno dei motivi che li ha spinti a sostenere le Rapid Support Forces (RSF) in Sudan.

Sostegno alle milizie genocidarie

Se le forze armate degli Emirati Arabi Uniti erano già state coinvolte in gravi crimini di guerra durante il conflitto nello Yemen, oggi sostengono le campagne genocidarie dell’RSF con armi provenienti anche da paesi europei. Ad esempio, a Darfur sono state rinvenute armi fornite dagli Emirati Arabi Uniti alla Gran Bretagna. Lo stesso vale per le munizioni che la Bulgaria aveva ceduto agli Emirati Arabi Uniti. [13] Non è noto se anche armamenti tedeschi siano finiti nelle mani dell’RSF, ma è noto che gli Emirati sono un forte acquirente di attrezzature belliche tedesche. [14] Il sostegno degli Emirati alla guerra genocida delle RSF in Sudan non impedisce al governo federale tedesco di rafforzare le sue relazioni con il Paese, in particolare a livello economico. Ne è prova la visita del ministro federale dell’economia Reiche ad Abu Dhabi all’inizio di questa settimana.

[1] Heena Nazir: Gli Emirati Arabi Uniti perseguono piani ambiziosi nel settore dell’idrogeno. gtai.de 07.05.2025.

[2] Klaus Stratmann: Test pratico per l’idrogeno: l’industria tedesca riceve aiuto dagli Emirati. handelsblatt.com 21/03/2022.

[3] Abu Dhabi entra in Daimler. tagesschau.de 22.03.2009. Vedi anche Investitori feudali.

[4] Abu Dhabi vende le sue ultime azioni Daimler. spiegel.de 11.10.2012.

[5] Vedi a questo proposito Potenza economica in declino.

[6] Covestro registra una perdita netta – obiettivo annuale ridotto. handelsblatt.com 30.10.2025.

[7] Vertice sull’industria chimica e farmaceutica: apertura con il Cancelliere federale Merz. Coraggio di riformare: il tempo stringe. presseportal.de 24.09.2025.

[8] Michael Bröcker: Ricchi del Golfo: come il ministro dell’Economia corteggia gli Emirati per ottenere gas a prezzi vantaggiosi e denaro fresco. table.media 17.11.2025.

[9], [10] Bert Fröndhoff: Adnoc e OMV danno vita a un gruppo chimico dal valore di 60 miliardi di dollari. handelsblatt.com 04.03.2025.

[11] Adam Lucente: Cina e Emirati Arabi Uniti organizzano esercitazioni dell’aeronautica militare nello Xinjiang mentre crescono le relazioni in materia di difesa. al-monitor.com 11.07.2024.

[12] Jun Moriguchi, Ito Mashino: La strategia degli Emirati Arabi Uniti in Africa. Mitsui & Co. Global Strategic Studies Institute Monthly Report. Gennaio 2025.

[13] Seb Starcevic: Il Sudan esorta l’UE: smettete di vendere armi agli Emirati Arabi Uniti tra le accuse di massacri. politico.eu 17.11.2025.

[14] Vedi a questo proposito «Forze costruttive».

«Non c’è spazio per i muri divisori»

L’AfD riceve un sostegno sempre maggiore dall’amministrazione Trump. Quest’ultima si circonda di reti che, secondo recenti ricerche, si considerano una nuova “aristocrazia” con diritto di dominio. Anche nel Parlamento europeo si profila una nuova svolta a destra.

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BRUXELLES/BERLINO/WASHINGTON (Rapporto proprio) – L’AfD sta ottenendo un sostegno in rapida crescita dalla Casa Bianca. Allo stesso tempo, il Parlamento europeo potrebbe essere nuovamente di fronte a una rottura, questa volta più netta, con il cordon sanitaire (“muro di contenimento”) nei confronti dell’estrema destra. Quest’ultima potrebbe essere una decisione del gruppo conservatore PPE, che sta valutando la possibilità di collaborare con gruppi di estrema destra come l’ECR e i Patriots for Europe per ottenere un drastico indebolimento della direttiva sulle catene di approvvigionamento da parte del Parlamento. L’economia tedesca e il cancelliere Friedrich Merz insistono senza sosta sull’indebolimento della direttiva. L’AfD, dal canto suo, trae vantaggio dal fatto che diversi suoi politici sono stati recentemente ricevuti alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato americano. Washington sta iniziando a esercitare pressioni su Berlino affinché ponga fine all’esclusione dell’AfD e invia a Berlino uno stratega elettorale di Trump per fornire consulenza al partito. Quest’uomo vede Trump e l’AfD impegnati in una “guerra spirituale” contro “marxisti” e “globalisti”. L’amministrazione Trump, che protegge l’estrema destra, si circonda allo stesso tempo di reti di miliardari che si considerano una nuova “aristocrazia” con un legittimo diritto di dominio.

Le aspettative dell’economia

Il punto di partenza delle attuali discussioni al Parlamento europeo è stato il fallimento, il 22 ottobre, del tentativo di indebolire la direttiva sulla catena di approvvigionamento nell’interesse dell’economia. Una bozza su cui si erano preventivamente accordati i gruppi conservatori (PPE), liberali (Renew) e socialdemocratici (S&D) è stata alla fine respinta da diversi deputati, presumibilmente membri dell’S&D. Ciò ha suscitato aspre critiche, soprattutto da parte dei politici conservatori e dell’industria. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha accusato il Parlamento europeo, che a differenza di altri organi dell’UE è comunque eletto democraticamente, di aver preso una “decisione fatale”, definendo il suo voto “inaccettabile” e dichiarando: “Non può rimanere così”. [1] Anche dal mondo dell’economia sono arrivate reazioni dure. Il direttore generale dell’Associazione dell’industria chimica (VCI), Wolfgang Große Entrup, ha dichiarato in una prima dichiarazione di essere “arrabbiato e sbalordito”. [2] Le “aspettative dell’economia” nei confronti della politica europea sono “chiare”, si leggeva la scorsa settimana in una lettera aperta firmata da diverse associazioni economiche tedesche: è necessario “attuare con determinazione” e senza indugio una forte “riduzione della burocrazia”.[3]

Due modi per vincere

Per poter comunque attuare l’indebolimento della direttiva sulle catene di approvvigionamento, da un lato la presidenza del Parlamento, guidata dalla presidente Roberta Metsola, ha fissato per questo giovedì una nuova votazione. Dall’altro lato, la scorsa settimana il PPE ha presentato una seconda bozza che prevede restrizioni molto più severe; secondo il gruppo S&D, tale bozza non è approvabile.[4] Esso potrebbe essere approvato solo con il consenso dei gruppi di estrema destra, non solo dei Conservatori e Riformisti Europei (CRE) guidati da Fratelli d’Italia (FdI) di Giorgia Meloni e dei Patrioti per l’Europa (PfE) guidati dal Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen, ma forse anche del gruppo Europa delle Nazioni Sovrane (ESN) guidato dall’AfD. Se ciò dovesse accadere, la collaborazione del PPE con i gruppi di estrema destra si normalizzerebbe ancora di più. Il gruppo S&D e anche il gruppo dei Verdi si trovano quindi sotto crescente pressione per approvare una misura che in linea di principio rifiutano, al fine di impedire una nuova maggioranza di estrema destra. [5] Il vincitore sembra essere l’economia: otterrà l’indebolimento della direttiva sulle catene di approvvigionamento con l’aiuto dell’ECR, del PfE e dell’ESN o con l’aiuto di un gruppo S&D ricattato.

Invito alla Casa Bianca

Mentre nel Parlamento europeo si sgretola sempre più la rigida separazione dall’estrema destra, il cosiddetto cordon sanitaire, l’AfD riesce a rafforzare continuamente la propria posizione anche a livello nazionale. Diversi sondaggi continuano a darle il 26% dei consensi, posizionandola come forza politica più forte davanti ai partiti dell’Unione. Inoltre, sta ottenendo un sostegno in rapida crescita da parte dell’amministrazione Trump. A metà settembre, la vice presidente del gruppo parlamentare AfD al Bundestag, Beatrix von Storch, e l’ex candidato alle elezioni comunali di Ludwigshafen (Renania-Palatinato), Joachim Paul, sono stati ricevuti alla Casa Bianca, in particolare dai collaboratori del vicepresidente JD Vance e dai funzionari del Ministero degli Esteri. È stato annunciato che è in programma un incontro di follow-up al Ministero degli Esteri. [6] Alla fine di settembre, anche i deputati dell’AfD Markus Frohnmaier e Jan Wenzel Schmidt si sono recati nella capitale degli Stati Uniti. Lì hanno incontrato, tra gli altri, Darren Beattie, un alto funzionario del Dipartimento di Stato americano, che ha lavorato come autore dei discorsi del presidente Donald Trump durante il suo primo mandato e che oggi è considerato un influente consigliere. [7] Recentemente è stato reso noto che anche la presidente dell’AfD Alice Weidel ha ricevuto un invito per una visita nella capitale degli Stati Uniti. [8]

“Nella guerra spirituale contro i marxisti”

Concretamente, Washington sta iniziando a sostenere l’AfD in due modi. Da un lato, cresce la pressione per abbattere il cordone sanitario (“muro di protezione”) che la circonda. Così, a settembre, il politico dell’AfD Paul è stato ricevuto alla Casa Bianca perché la commissione elettorale competente di Ludwigshafen non aveva ammesso la sua candidatura, facendo riferimento ai suoi legami con l’estrema destra e alla sua richiesta di espulsioni di massa (“rimpatrio”). Il vicepresidente degli Stati Uniti Vance aveva già dichiarato il 14 febbraio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco che “la migrazione di massa” è attualmente il problema più urgente del mondo occidentale e che “non deve esserci spazio per muri divisori”. [9] Se da un lato sembra che l’amministrazione Trump, dopo aver accolto Paul, eserciterà pressioni su Berlino in merito alla questione, dall’altro un’influencer tedesca di estrema destra ha presentato domanda di asilo negli Stati Uniti, sostenendo di essere “perseguitata” in Germania a causa delle sue opinioni.[10] Il procedimento potrebbe aumentare ulteriormente la pressione. D’altra parte, Washington sta iniziando a sostenere concretamente anche l’AfD. La scorsa settimana, Alex Bruesewitz, uno degli strateghi della campagna elettorale sui social media di Trump, si è recato a Berlino per insegnare all’AfD le tecniche di campagna elettorale. Bruesewitz ha dichiarato, tra gli applausi dell’AfD, che insieme stanno combattendo una “guerra spirituale” contro “marxisti” e “globalisti”.[11]

L’«aristocrazia»

Nel frattempo, nuove ricerche confermano le caratteristiche centrali dell’amministrazione Trump, che promuove con tutte le sue forze l’ascesa dei partiti di estrema destra in Europa, tra cui anche l’AfD. Come riporta il Washington Post in un articolo su una rete di miliardari e investitori, tra i cui fondatori figura il vicepresidente JD Vance – la Rockbridge Network –, anche nei circoli dell’élite conservatrice si critica ormai il fatto che il governo favorisca in modo unilaterale “la prosperità di privati facoltosi, fondatori e dirigenti”; le reti e le società finanziarie, al centro delle quali si trovano il clan Trump e diversi ministri, darebbero troppo l’impressione che sia possibile acquistare l’accesso diretto alle cerchie di potere di Washington. [12] Si dice che Chris Buskirk, un investitore che ha fondato Rockbridge Network insieme a Vance e che ancora oggi è in stretto contatto con il vicepresidente, sostenga che un paese debba essere governato da un gruppo elitario selezionato; Buskirk parla espressamente di “aristocrazia”, ma vuole che il termine sia inteso in senso positivo. Di conseguenza, per garantire il proprio dominio, l'”aristocrazia” si avvale di partiti di estrema destra che privilegiano gerarchie autoritarie e, per distogliere l’attenzione dalle aggressioni, incitano le maggioranze contro le minoranze di ogni tipo.

[1] Vedi a questo proposito La rinascita dell’estrema destra in Occidente.

[2] Arrabbiati e sconcertati. vci.de 22.10.2025.

[3] «La riduzione della burocrazia deve essere attuata con determinazione». tagesschau.de 04.11.2025.

[4] Sven Christian Schulz: CDU e CSU vogliono ammorbidire la direttiva UE sulle catene di approvvigionamento con l’estrema destra. rnd.de 06.11.2025.

[5] Max Griera, Marianne Gros: I centristi del Parlamento europeo si affrettano a escludere l’estrema destra dal piano sulle norme ecologiche. politico.eu 10.11.2025.

[6] Chris Lunday, Pauline von Pezold, Ferdinand Knapp: Importante politico dell’AfD fa una visita a sorpresa alla Casa Bianca. politico.eu 15.09.2025.

[7] Friederike Haupt: Imparare a vincere da MAGA. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 08/11/2025.

[8] I vertici dell’AfD invitati a un incontro di populisti di destra negli Stati Uniti. zdfheute.de 30.10.2025.

[9] Vedi a questo proposito L’estrema destra transatlantica (III).

[10], [11] James Angelos, Sascha Roslyakov: Il consigliere di Trump all’AfD, partito di estrema destra tedesco: «Siamo tutti sulla stessa barca». politico.eu 06.11.2025.

[12] Elizabeth Dwoskin: La cerchia segreta di donatori che ha portato al successo JD Vance sta ora riscrivendo il futuro del MAGA. washingtonpost.com 04.11.2025.

«Non c’è posto per i muri divisori» (II)

Una parte crescente dell’economia tedesca si sta aprendo all’AfD, in particolare le piccole e medie imprese. La caduta del “muro di protezione” nel Parlamento europeo favorisce questo fenomeno. Per diventare governabile, una parte dell’AfD punta su Trump piuttosto che sulla Russia.

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BERLINO (Rapporto proprio) – Una parte sempre più consistente dell’economia tedesca si sta aprendo alla collaborazione con l’AfD. È quanto emerge da un articolo pubblicato dalla rivista online The Pioneer. Secondo quanto riportato, l’associazione Die Familienunternehmer, fortemente orientata alle piccole e medie imprese, ma non esclusivamente, invita ormai i deputati dell’AfD alle serate parlamentari. “Ci lasciamo alle spalle le barriere”, afferma l’associazione. Nel settore delle medie imprese, ad esempio in Sassonia, “un imprenditore su due” simpatizza ormai con l’AfD, soprattutto perché rappresenta posizioni favorevoli all’economia, come quelle che un tempo si trovavano nel FDP. Le grandi imprese affermano di non avere “alcuna paura di entrare in contatto con l’AfD”. Se il partito dovesse entrare a far parte del governo, la cooperazione potrebbe avvenire “molto rapidamente”. A favorire questa situazione è stata la caduta, la scorsa settimana, del “muro di separazione” nel Parlamento europeo – “per l’economia europea”, come ha affermato il presidente del gruppo PPE Manfred Weber. L’AfD sta ora relativizzando uno dei principali ostacoli alla coalizione, ovvero la sua vicinanza alla Russia, orientandosi invece verso una cooperazione con l’amministrazione Trump.

AfD: «Nota 5»

Poco prima delle elezioni federali del 23 febbraio 2025, due influenti think tank dell’economia tedesca si erano apertamente espressi contro l’AfD. Marcel Fratzscher, presidente dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW) di Berlino, ha dichiarato che l’AfD promette “181 miliardi di euro di tagli fiscali all’anno”, finanziabili “solo attraverso un massiccio indebitamento pubblico”. Fratzscher ha espresso il suo dissenso. [1] L’Istituto dell’economia tedesca (IW) di Colonia ha scritto che l’AfD sta ancora valutando l’uscita dall’euro o addirittura dall’UE; “i costi di un Dexit” ammonterebbero però “dopo soli cinque anni al 5,6% del prodotto interno lordo reale”, per un totale di circa 690 miliardi di euro, ai quali si aggiungerebbero “le conseguenze economiche di un’uscita dalla moneta unica”. [2] “Problematico” sarebbe inoltre “l’effetto dell’AfD sui potenziali immigrati”, necessari per compensare “la crisi demografica”. In materia di politica energetica, gli imprenditori darebbero all’AfD un bel “5”, ha comunicato l’IW: la combinazione di “smantellamento delle turbine eoliche, ritorno all’energia nucleare” e “riparazione del Nordstream II con tasse e sgravi fiscali” non convince.

Sostituto del FDP

Nel frattempo, l’umore sta iniziando a cambiare, non necessariamente nei think tank, ma sicuramente nelle strutture associative dell’economia tedesca caratterizzate da piccole e medie imprese. Ciò vale, ad esempio, per l’associazione Die Familienunternehmer (Gli imprenditori familiari), che conta circa 6.500 aziende, per lo più di medie dimensioni, ma anche grandi gruppi a conduzione familiare, da Oetker a Merck a BMW. Albrecht von der Hagen, amministratore delegato dell’associazione, che ha recentemente invitato i deputati dell’AfD al Bundestag a una serata parlamentare a Berlino, ha dichiarato: “Questo muro di separazione con l’AfD … non ha portato a nulla. … Diciamo addio ai muri divisori”.[3] Secondo Mathias Hammer, un imprenditore della Sassonia che sta pensando di votare per l’AfD alle prossime elezioni, nel suo Land “un imprenditore su due” simpatizza con l’AfD. Il motivo è che il partito condivide molte posizioni con il FDP, che però si è logorato nella coalizione a semaforo. La presidente dell’AfD Alice Weidel è stata citata con la seguente dichiarazione: “Notiamo sempre più spesso che ora si rivolgono a noi rappresentanti dell’economia che in passato avevano puntato soprattutto sul FDP nella speranza di una politica economica ragionevole”. Quasi un terzo degli elettori che hanno abbandonato il FDP ha votato per l’AfD il 23 febbraio.

Modello Zuckerberg

Le simpatie per l’AfD nel mondo dell’economia hanno ancora dei limiti. Da un lato si tratta di programmi politici. Il fatto che l’AfD richieda un livello pensionistico del 70% è “insostenibile dal punto di vista finanziario”, secondo il giudizio dell’amministratore delegato dell’associazione degli imprenditori familiari, von der Hagen. L’obiettivo del partito di costringere le donne a “tornare ai fornelli” sarebbe “la fine” per le aziende, molte delle quali dipendono dalle donne che lavorano. Si sta quindi procedendo a uno “scambio tecnico” con i politici dell’AfD. [4] Anche i rappresentanti di spicco delle grandi aziende stanno adottando un atteggiamento cauto. Secondo un recente rapporto, questi ultimi non avrebbero “alcuna paura di entrare in contatto con l’AfD”, dato che in altri paesi collaborano con persone come “la post-fascista Giorgia Meloni”. Al momento, tuttavia, se i contatti con l’AfD dovessero diventare di dominio pubblico, ci si dovrebbe aspettare un grave danno d’immagine. “Al momento nessuno vuole fare il primo passo verso l’AfD perché il rischio per la reputazione è troppo alto”, afferma un importante lobbista; la sua “ipotesi” è naturalmente che “se l’AfD dovesse governare, tutto avverrà molto rapidamente”. Un esempio è offerto dal capo di Meta Mark Zuckerberg negli Stati Uniti, che nel 2021 ha bandito Donald Trump da Facebook, ma dopo le elezioni alla fine del 2024 si è offerto pubblicamente ai suoi servizi.

“Consegnato per l’economia”

La scorsa settimana, il gruppo conservatore PPE al Parlamento europeo ha contribuito a rafforzare la volontà dell’economia di abbattere il muro di protezione. Giovedì ha votato insieme ai gruppi di estrema destra ECR (Conservatori e Riformisti Europei), PfE (Patrioti per l’Europa) ed ESN (Europa delle Nazioni Sovrane) a favore di un massiccio indebolimento della direttiva sulle catene di approvvigionamento, che in precedenza era stata respinta dai deputati della coalizione tradizionale composta da conservatori, liberali e socialdemocratici (come riportato da german-foreign-policy.com [5]). All’interno del gruppo ESN hanno votato a favore anche i deputati dell’AfD. È stata la prima volta che il Parlamento europeo, con una maggioranza di estrema destra, ha preso una decisione di importanza non limitata, ma fondamentale e di vasta portata. Il presidente del gruppo PPE, Manfred Weber (CSU), considerato l’artefice di questa mossa – già nel 2022, durante la campagna elettorale in Italia, aveva contribuito a gettare le basi per l’attuale governo di estrema destra [6] –, ha dichiarato in merito al voto che il Parlamento europeo ha semplicemente “soddisfatto le esigenze dell’economia europea” [7].

La Russia come ostacolo

Se il crescente consenso nell’economia aumenta la probabilità che il muro di separazione nei confronti dell’AfD venga abbattuto in un futuro non troppo lontano, alcuni esponenti dell’AfD stanno attualmente cercando di eliminare un altro ostacolo all’integrazione del partito in una coalizione di governo: il suo legame troppo stretto con la Russia. Attualmente si stanno scatenando aspre critiche nei confronti di un viaggio di tre politici dell’AfD a Sochi, dove partecipano a un incontro denominato “BRICS Europe”; contrariamente a quanto suggerisce il nome, l’evento non è una manifestazione regolare dell’alleanza BRICS. Mentre sui media è scoppiata una violenta campagna contro la delegazione recatasi a Sochi, la leader dell’AfD Weidel e diversi altri politici dell’AfD cercano di sfruttare la situazione per respingere la fazione del partito orientata verso la Russia. “Io stessa non ci andrei”, ha dichiarato Weidel, aggiungendo che “non lo consiglierei a nessuno, perché non so quale sarà il risultato finale”. [8] Il portavoce per la politica di difesa del gruppo parlamentare AfD al Bundestag, il colonnello in pensione Rüdiger Lucassen, ha affermato che la Russia non mostra “alcuna disponibilità … ad andare verso la pace”; pertanto, non avrebbe molto senso recarsi a Sochi. [9]

Diventare connettibili

Il conflitto tra le due ali dell’AfD è descritto come violento. Soprattutto nelle associazioni regionali dell’AfD della Germania orientale, i legami con la Russia sono considerati forti, mentre in quelle della Germania occidentale lo sono meno. D’altra parte, le elezioni a livello federale non vengono vinte nei Länder orientali, relativamente poco popolati, ma in quelli occidentali, nettamente più popolati, come la Baviera o la Renania Settentrionale-Vestfalia. In questi ultimi, la cooperazione con la destra MAGA negli Stati Uniti, ora promossa dall’amministrazione Trump, è piuttosto popolare (come riportato da german-foreign-policy.com [10]). L’ala intorno a Weidel mira quindi a ridurre le relazioni con la Russia a “canali di dialogo” e a mettere invece in primo piano la cooperazione con la destra MAGA. In questo contesto, secondo quanto riferito, gioca un ruolo importante anche l’intenzione di diventare “compatibili con l’Unione e i suoi sostenitori” [11].

[1] Marcel Fratzscher: La politica economica dell’AfD porterà al disastro. diw.de 21.02.2025.

[2] Knut Bergmann, Matthias Diermeier: Rafforzamento dell’estrema destra: l’AfD danneggia la Germania come sede economica. iwkoeln.de 18.02.2025.

[3], [4] Johann Paetzold: Come l’economia si avvicina all’AfD. thepioneer.de 16.11.2025.

[5] Vedi a questo proposito La rinascita dell’estrema destra in Occidente.

[6] Vedi a questo proposito “Guardiani della politica pro-europea”.

[7] Il Parlamento europeo alleggerisce la legge sulla catena di approvvigionamento. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 14 novembre 2025.

[8] Chrupalla difende Putin. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 13 novembre 2025.

[9] L’AfD discute sui rapporti con la Russia. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 14 novembre 2025.

[10] Vedi a questo proposito «Nessuno spazio per i muri divisori».

[11] Friederike Haupt, Friedrich Schmidt: Viaggio in Russia con ostacoli. Frankfurter Allgemeine Zeitung 14.11.2025.

“Desiderio di una chiara politica di pace”_di German Foreign Policy

Una serie di articoli su German FP disvelatori della critica di orientamento progressista al processo di riarmo europeo e tedesco. Posizioni interessanti che rimuovono, però, la presenza ingombrante del convitato di pietra delle scelte euro-tedesche: la radicale postura geopolitica della UE e della dirigenza governativa tedesca e l’integrazione del complesso militare europeo e tedesco, sin nella partecipazione azionaria e gestionale delle aziende, con quello statunitense_Giuseppe Germinario

“Desiderio di una chiara politica di pace”

Intervista a Ulrike Eifler sulla situazione dei sindacati alla luce dei preparativi per la guerra, della minaccia di tagli sociali e della lotta energica di molti sindacalisti per la pace.

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Ottobre

2025

WÜRZBURG german-foreign-policy.com ha parlato con Ulrike Eifler della situazione dei sindacati alla luce degli attuali preparativi del governo tedesco per la guerra. Eifler, sindacalista di Würzburg, membro dell’esecutivo del partito Die Linke e co-organizzatrice delle “Conferenze sindacali per la pace”, ritiene che i sindacati si trovino attualmente in una situazione difficile a causa della pressione della deindustrializzazione e del dirottamento di tutte le risorse statali disponibili verso la militarizzazione dell’economia e della società. Tuttavia, l’autrice ricorda il ruolo storico delle lotte sindacali nel porre fine alle guerre – e il ruolo dei sindacati nelle proteste di massa contro la costruzione di armi negli anni ’80, nelle proteste contro le guerre in Iraq nel 1991 e nel 2003 e a livello internazionale contro la guerra di Gaza. In Germania, tuttavia, c’è stata una maggiore moderazione. Eifler sollecita uno stretto coinvolgimento dei sindacati nelle lotte contro la guerra e la militarizzazione e avverte che i partiti CDU/CSU si stanno “rivolgendo sempre più all’AfD” per sostenere i loro piani di deregolamentazione.

german-foreign-policy.com: Come sindacalista, lei si batte contro gli attuali preparativi di guerra del governo tedesco. Perché come sindacalista?

Ulrike Eifler: Perché la politica di preparazione alla guerra è a spese della maggioranza dei lavoratori. Questo si può osservare a vari livelli. Il più evidente è quello della distribuzione: ogni euro speso per l’esercito non viene speso per progetti sociali, per un programma di protezione dell’infanzia di base ben finanziato, per una buona istruzione – per tutto ciò che fa andare avanti la società. Non è quindi una coincidenza che in tutta Europa si stiano mettendo a punto pacchetti di tagli. Poi c’è il livello di contrattazione collettiva, perché nell’attuale discorso di crisi e guerra, la politica sindacale di contrattazione collettiva è sotto pressione. Se, ad esempio, il governo tedesco vuole abolire la giornata lavorativa di otto ore, questo non è un vantaggio per la richiesta di una settimana di quattro giorni. Sta diventando chiaro che il discorso del governo federale sta creando un clima di rinuncia che non alimenta le richieste dei sindacati, ma quelle dei datori di lavoro.

E poi c’è un terzo livello: la co-determinazione aziendale. Politici tedeschi di spicco del Parlamento europeo, come Manfred Weber, chiedono apertamente il passaggio a un’economia di guerra. Weber sottolinea che un’economia di guerra significa che lo Stato decide cosa produce un’azienda – se produce per il settore civile o per quello degli armamenti, ad esempio. E dovrebbe anche essere lo Stato a decidere se gli straordinari debbano essere fatti o meno nei fine settimana. Questo è un attacco fondamentale alla lotta quotidiana dei consigli di fabbrica per avere voce in capitolo sulle condizioni di lavoro.

german-foreign-policy.com: Ora i sindacati svolgono talvolta un ruolo ambivalente. Da un lato, molti sindacalisti hanno combattuto attivamente contro la guerra…

Ulrike Eifler: L’esempio più impressionante per me resta la Rivoluzione di novembre. Lo sciopero di 750.000 operai – la maggior parte dei quali donne – nelle fabbriche di munizioni di Berlino, nel gennaio 1918, ha preannunciato un’ondata di scioperi che ha posto fine alla Prima Guerra Mondiale. Più tardi, negli anni ’80, i sindacati sono stati una parte importante del movimento per la pace, come lo sono stati durante la Guerra del Golfo nel 1991 e la Guerra in Iraq nel 2003. I sindacati e il movimento per la pace sono sempre andati di pari passo in Germania. Ma quando sono iniziati gli attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza, i sindacati di molti Paesi del mondo hanno chiesto la fine della guerra. Due confederazioni sindacali sono state più riservate.

german-foreign-policy.com: D’altra parte, anche i sindacati difendono ripetutamente la produzione di difesa perché crea posti di lavoro. Come si conciliano queste cose?

Ulrike Eifler: Ciò ha a che fare con il fatto che una politica di preparazione alla guerra costringe i sindacati in costellazioni contraddittorie. Attualmente non solo si creano nuovi posti di lavoro nell’industria della difesa, ma si registrano anche perdite di posti di lavoro in altri settori. Solo nel 2024 sono stati tagliati attivamente circa 100.000 posti di lavoro nell’industria. Quindi ripresa e crisi sono molto vicine.

E quando si parla di perdita di posti di lavoro nell’industria, si tratta di posti di lavoro spesso ben retribuiti e coperti da contratti collettivi, spesso in settori in cui i sindacati erano ben organizzati e tradizionalmente assertivi. L’assertività in questi settori ha reso possibile lo sviluppo di un forte Stato sociale. Il mantenimento del pagamento del salario in caso di malattia, ad esempio, risale a una vertenza industriale tra i lavoratori dei cantieri navali dello Schleswig-Holstein nel 1956, durata 16 settimane. Ciò dimostra che l’attuale deindustrializzazione può portare a un indebolimento del potere di lotta dei sindacati in generale. Questo sviluppo contraddittorio – ripresa dell’industria della difesa e crisi dei settori civili – porta anche a uno sviluppo contraddittorio dei sindacati.

german-foreign-policy.com: Dall’inizio della guerra in Ucraina, si è osservato più volte che almeno una parte della leadership sindacale ha rifiutato una chiara politica contro la guerra. Come si spiega questo fatto?

Ulrike Eifler: Da un lato, questo ha a che fare con la debolezza del movimento per la pace. Negli anni Ottanta, il movimento per la pace aveva una forte spina dorsale infrastrutturale con la SPD e i Verdi. Questa spina dorsale è crollata nel 1999 con l’inizio della guerra in Jugoslavia, che ha reso il movimento per la pace più vulnerabile e ha anche indebolito il discorso dei sindacati e del movimento per la pace.

Ma ha anche a che fare con il fatto che in Germania si vive in pace da 80 anni. Siamo cresciuti nella certezza che le guerre non avvengono qui, ma lontano, in altri continenti. Per riconoscere l’attuale minaccia di guerra, dobbiamo essere pronti a rompere con ciò che ci ha plasmato per decenni.

Una terza ragione è il rapporto storicamente cresciuto e stretto tra la SPD e i sindacati, che diventa sempre un problema quando – come accade attualmente – la SPD è al governo federale. Soprattutto ora che la grande coalizione è passata a una politica di aperti preparativi per la guerra, i sindacati non devono delegare il loro mandato politico alla SPD, ma devono assolverlo da soli. In pratica, questo non è sempre facile.

Questi tre elementi hanno un impatto significativo sui dibattiti sulla politica di pace nei sindacati. Tuttavia, sono consapevole del desiderio di una chiara politica di pace in molti organismi sindacali. A Monaco, ver.di e GEW hanno lanciato un’iniziativa intitolata “Armamenti giù, questioni sociali su”. Il GEW Bayern ha avviato una causa popolare contro la legge federale bavarese sulla promozione delle forze armate, che obbliga gli insegnanti a invitare i soldati in classe. Da tre anni si tengono conferenze sindacali organizzate volontariamente a livello nazionale per la pace. Alla H&M, i consigli di fabbrica hanno fatto un’impressionante dichiarazione contro il riarmo e la militarizzazione durante la riunione generale del consiglio di fabbrica. Vedo colleghi che organizzano eventi contro la guerra nelle loro sedi sindacali. Diversi comitati, da ver.di a GEW e IG Metall, si sono recati insieme alle manifestazioni contro la guerra del 3 ottobre. E, naturalmente, le nostre posizioni sulla politica di pace sono state discusse anche nelle conferenze sindacali. C’è quindi un’intera gamma di attività – piccole piante, certo, ma che dobbiamo coltivare per farle diventare grandi e potenti piante di pace.

german-foreign-policy.com: All’inizio lei ha parlato degli attacchi allo stato sociale e ai diritti dei lavoratori a favore di un armamento sfrenato. Sono già abbastanza lontani…

Ulrike Eifler: Questo è davvero estremamente preoccupante. È circa il cinque per cento del prodotto interno lordo che il governo tedesco vuole spendere per l’esercito già nel 2029 – cinque anni prima di quanto richiesto dalla NATO. Si tratta di un totale di 215 miliardi di euro e quindi della metà del bilancio federale. Non è necessario essere esperti di matematica per capire che questa politica di spesa porterà inevitabilmente a tagli sociali. Se si ascoltano attentamente i rappresentanti del governo federale, diventa chiaro che non si tratta di riforme sociali minime, ma della distruzione più profonda della sicurezza sociale e delle conquiste sindacali. Friedrich Merz parla di un “cambiamento epocale nella politica sociale”; i consulenti del governo chiedono di “porre finalmente fine alla legalizzazione di interi settori della vita”. Non è quindi un caso che si parli di abbandono della giornata lavorativa di otto ore, di limitazioni dell’indennità di malattia, di cancellazione dei giorni festivi e di pensionamento a 70 o 72 anni. Di recente le associazioni dei datori di lavoro hanno persino proposto che i lavoratori con assicurazione sanitaria obbligatoria paghino in anticipo le visite mediche.

La mia impressione, tuttavia, è che il governo tedesco non metterà sul tavolo un grande pacchetto di riforme in un colpo solo, come ha fatto, ad esempio, con l’Agenda 2010. Attualmente sono al lavoro delle commissioni per la riforma dei sistemi di assistenza, sanità e assicurazione pensionistica. Se queste commissioni presentano le loro proposte di riforma in tempi diversi e i relativi progetti di legge attraversano l’iter parlamentare in tempi diversi, si tratta della nota tattica di affettare un salame. I sindacati, le chiese e i movimenti sociali dovrebbero essere preparati a questo e avviare subito un discorso comune sulla difesa dello Stato sociale.

german-foreign-policy.com: L’ex primo ministro dell’Assia, Roland Koch, ha recentemente dichiarato che se la situazione economica non migliorerà presto, “ci saranno tagli così severi nei sistemi sociali da far temere sconvolgimenti democratici”. Cosa significa esattamente?

Ulrike Eifler: A mio avviso, questo indica che i conservatori stanno preparando una coalizione con l’AfD. Attualmente si stanno valutando due serie di misure per rivitalizzare l’economia. La prima è la deregolamentazione e la riduzione dei costi, mentre la seconda è la militarizzazione e il riarmo. Quest’ultimo è un tentativo di ripristinare la forza economica rafforzando la Germania come potenza militare di primo piano. Qualche tempo fa, il ministro delle Finanze Lars Klingbeil ha chiesto alla Germania di riacquistare la sua vecchia forza di leadership dopo 80 anni di restrizioni. Quando parla di 80 anni di restrizioni, non parla di restrizioni politiche o economiche, che non sono mai esistite per la Germania, il primo esportatore al mondo, ma di restrizioni militari. In altre parole, l’attuale deindustrializzazione sta diventando il motore della militarizzazione.

È ormai evidente che la CDU/CSU non sarà in grado di portare avanti i due pacchetti di misure – deregolamentazione e militarizzazione – al ritmo che vorrebbe nelle condizioni di una grande coalizione. Il motivo: l’SPD ha ripetutamente espresso critiche in pubblico; il Ministro del Lavoro dell’SPD ha pubblicamente accusato il Cancelliere federale di “stronzate”. I Giovani Socialisti invocano una “dura guerra di classe” in risposta ai tagli sociali e la Sinistra SPD sta scrivendo un manifesto politico per la pace. E più le associazioni imprenditoriali fanno pressione sul governo per portare avanti la deregolamentazione e la militarizzazione, più la CDU/CSU deve cercare maggioranze parlamentari che riflettano le maggiori sovrapposizioni neoliberali. Naturalmente, questo processo non è privo di contraddizioni: L’ala sociale dell’Unione, in particolare, non è disponibile a questa opzione. Ma l’attuale strategia della CDU/CSU consiste nel prendere pubblicamente le distanze dall’AfD, avvicinandosi al contempo sul piano dei contenuti. L’attuale dibattito sul paesaggio urbano razzista deve essere visto in questo contesto: Da un lato, è una distrazione dai problemi sociali reali, ma è anche un’indicazione del fatto che i conservatori si stanno orientando sempre più verso l’AfD.

Il rinascimento dell’ultradestra in Occidente

Nel Parlamento europeo, ci sono segnali di un’ulteriore intensificazione della cooperazione con l’estrema destra, mentre Merz sta portando il dibattito in Germania verso destra – e l’AfD sta assumendo una posizione transatlantica consolidata nei confronti di Trump.

28

Ottobre

2025

BERLINO/BRUXELLES (Rapporto proprio) – Al Parlamento europeo si sta delineando un’ulteriore intensificazione della cooperazione tra il conservatore PPE e i gruppi politici di estrema destra. Ciò è stato innescato dal fallimento, la scorsa settimana, del previsto indebolimento della direttiva sulla catena di approvvigionamento da parte del PPE, presumibilmente a causa dei membri del gruppo socialista. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che la direttiva è “inaccettabile” e che “non può rimanere così”. La Presidente del Parlamento Roberta Metsola (PPE) ha quindi prospettato la possibilità di un nuovo voto con una maggioranza alternativa. Si tratta di una maggioranza del PPE con i gruppi di ultradestra dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR) e dei Patrioti per l’Europa (PfE). La mossa arriva mentre all’interno della CDU in Germania si fanno sempre più forti le richieste di cooperare con l’AfD in un modo o nell’altro, e il Cancelliere federale Friedrich Merz sta portando il dibattito pubblico a destra con attacchi verbali ai migranti che starebbero disturbando il “paesaggio urbano”. Allo stesso tempo, il gruppo parlamentare dell’AfD è disposto a scendere a compromessi ed è favorevole alla cooperazione transatlantica – con l’amministrazione Trump.

“Inaccettabile”

Il punto di partenza dell’attuale dibattito sull’ulteriore formazione di maggioranze di estrema destra nel Parlamento europeo è stato il fatto che mercoledì della scorsa settimana il Parlamento ha respinto un significativo indebolimento della Direttiva sulla catena di approvvigionamento. La direttiva dovrebbe ora applicarsi solo alle aziende con almeno 5.000 dipendenti e un fatturato annuo di almeno 1,5 miliardi di euro. Ciò significa che solo il 10% delle aziende originariamente interessate dalla direttiva dovrà conformarsi ad essa.[1] La leadership parlamentare voleva far passare l’indebolimento facendo affidamento sui voti dei conservatori, dei liberali e dei socialdemocratici, ma alla fine ha fallito perché alcuni eurodeputati si sono rifiutati di sostenere la proposta nel voto segreto. I politici conservatori, in particolare, hanno reagito con critiche feroci. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ad esempio, ha accusato il Parlamento di aver commesso un “errore fatale”, definendo il risultato del voto “inaccettabile” e aggiungendo: “Non può rimanere così”[2]. Il processo può essere preso come prova dell’effettiva importanza del Parlamento europeo e delle sue decisioni prese democraticamente: Su richiesta di Merz, tra gli altri, il voto sarà ripetuto a novembre.

La “maggioranza venezuelana”

La Presidente del Parlamento Roberta Metsola del Partito Popolare Europeo (PPE), conservatore, aveva già sottolineato al Vertice UE di giovedì scorso che una maggioranza sicura a favore dell’indebolimento della Direttiva sulle catene di approvvigionamento potrebbe essere raggiunta solo con una diversa costellazione di partiti. Si tratta di una cooperazione del PPE con l’ultradestra dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR) e forse anche con i Patrioti per l’Europa (PfE) intorno al Rassemblement National (RN) francese. Questa costellazione di partiti ha già aiutato diversi disegni di legge parlamentari a raggiungere la maggioranza, tra cui quando il Parlamento europeo ha presunto di dichiarare vincitore il perdente delle elezioni parlamentari in Venezuela nel luglio 2024, nel settembre 2024. Da allora, una maggioranza composta da PPE, ECR e PfE è stata soprannominata dagli addetti ai lavori “maggioranza Venezuela”.[3] Come ha spiegato Metsola, al vertice dell’UE ha ricevuto un chiaro “messaggio” secondo cui avrebbe dovuto cercare una maggioranza per l’indebolimento della direttiva sulla catena di approvvigionamento ovunque “la si possa trovare”.[4] Metsola ha affermato di avere una “responsabilità istituzionale” nel suo ufficio per garantire maggioranze praticabili, e ora lo farà.

Risoluzioni con voti AfD

L’ulteriore apertura del Parlamento europeo a maggioranze che includono l’estrema destra è accompagnata da un dibattito in rapida crescita su tale apertura nel Bundestag. Nella CDU, ad esempio, è ancora in vigore una risoluzione di incompatibilità del 2018, secondo la quale il partito rifiuta “coalizioni e forme simili di cooperazione” con l’AfD. Di recente, tuttavia, sono sempre più numerose le voci che chiedono di abbandonare questa prassi. L’ex segretario generale della CDU Peter Tauber, ad esempio, ha chiesto di poter “approvare risoluzioni con cui l’AfD è d’accordo”; “la clava nazista non dovrebbe essere brandita a ogni risoluzione che nasce con i voti dell’AfD”[5] L’ex capo della Commissione per i valori fondamentali della CDU Andreas Rödder si è espresso a favore di una “disponibilità condizionata al dialogo”, a condizione che l’AfD si attenga a “linee rosse” e “prenda chiaramente le distanze da posizioni e figure dell’estremismo di destra”. [6] Diversi politici di spicco della CDU nella Germania orientale – come il presidente del gruppo parlamentare statale della CDU in Sassonia, Christian Hartmann – consigliano di formare le proprie posizioni “al di là di tutti i dibattiti sul firewall”.[7] Anche a livello federale, “alcuni cristiano-democratici già non pensano molto al firewall”, riferisce un insider.[8]

Paesaggio urbano e mercato del lavoro

In questa situazione, il Cancelliere federale Friedrich Merz sta spingendo per aprire non solo il suo partito ma anche il dibattito pubblico in Germania alle posizioni classicamente razziste dell’AfD. Il 14 ottobre, a proposito dei migranti, ha affermato che c’è “ancora questo problema nel paesaggio urbano”, motivo per cui ora si stanno pianificando le deportazioni “su larga scala”[9] Il 20 ottobre, quando gli è stato chiesto cosa intendesse nello specifico, ha spiegato: “Chiedete alle vostre figlie cosa avrei potuto intendere”[10] Il 22 ottobre, in seguito alle proteste degli ambienti economici, il cancelliere ha qualificato la sua dichiarazione. Il 22 ottobre, in seguito alle proteste degli ambienti economici, il Cancelliere ha qualificato la sua denuncia dicendo che stava escludendo gli immigrati di cui la Germania aveva bisogno; le persone con un passato da immigrati, che erano “una parte indispensabile del nostro mercato del lavoro”, non potevano “più essere dispensate, indipendentemente dalla loro provenienza o dal colore della loro pelle”. [11] Merz aveva precedentemente dichiarato in un’intervista pubblicata il 19 ottobre che, sebbene al momento rifiuti qualsiasi cooperazione con l’AfD, non si dovrebbero evitare le questioni “solo perché l’AfD potrebbe essere d’accordo”. “La CDU non deve mai cadere in questa dipendenza”, ha dichiarato Merz, riferendosi alle maggioranze del Bundestag che sarebbero possibili con l’approvazione dell’AfD. 12]

Compatibile con Brandmauer

Se la CDU apre se stessa e il dibattito pubblico alle posizioni dell’AfD, quest’ultima segnala di essere in grado di adattarsi o di governare su questioni chiave. Secondo un rapporto, il gruppo parlamentare dell’AfD ha preparato delle mozioni che intende introdurre in Parlamento e in cui chiede un “nuovo inizio nelle relazioni tedesco-americane” – sulla base delle posizioni politiche dell’amministrazione Trump. In un parziale allontanamento dalla posizione filo-russa precedentemente percepita dall’AfD, la mozione afferma che le relazioni transatlantiche sono “una pietra miliare della sicurezza e del benessere della Germania”; non c’è “attualmente alcuna seria alternativa” all'”incorporazione nella NATO”.[13] Il gruppo parlamentare sta così rimuovendo un ostacolo fondamentale alla cooperazione con i partiti della CDU/CSU: L’attuale presidente del gruppo parlamentare della CDU al Bundestag, Jens Spahn, aveva ridefinito il “firewall” nel maggio 2024 e aveva espresso che i “potenziali partner” del PPE e quindi anche della CDU di estrema destra avrebbero dovuto essere “pro-europei, pro-NATO, pro-stato di diritto e pro-Ucraina”. [La vice capogruppo dell’AfD al Bundestag, Beatrix von Storch, giustifica la svolta transatlantica del suo gruppo facendo riferimento alla politica interna repressiva dell’amministrazione Trump; riguardo alla brutale repressione di migranti, persone di sinistra e altri critici, sostenendo allo stesso tempo gli attivisti dell’estrema destra statunitense, afferma con favore: “Il presidente Trump sta lavorando a una rinascita dell’Occidente”.

[1] Leila van Rinsum: Ricatto fallito. taz.de 22 ottobre 2025.

[2] Merz critica aspramente il Parlamento europeo. handelsblatt.com 23.10.2025.

[3] Vedi Il firewall si sta rompendo e L’integrazione dell’estrema destra.

[4] Max Griera, Marianne Gros: I centristi europei potrebbero dover lavorare con l’estrema destra per ottenere risultati, avverte il capo del Parlamento europeo. politico.eu 23.10.2025.

[5] Ex politici dell’Unione consigliano di aprirsi all’AfD – e di incontrare l’opposizione. stern.de 15.10.2025.

[6] Singoli politici della CDU/CSU chiedono di abbandonare il firewall. tagesschau.de 15 ottobre 2025.

[7] Il dibattito sui firewall nell’Unione continua a ribollire. tagesschau.de 17.10.2025.

[8] Eckart Lohse: L’AfD come principale avversario della CDU, “probabilmente”. Frankfurter Allgemeine Zeitung 21 ottobre 2025.

[9] Merz a favore di un nuovo “paesaggio urbano”. Frankfurter Allgemeine Zeitung 16 ottobre 2025.

[10] Merz sulla controversa dichiarazione sul “paesaggio urbano”: “Non ho nulla da ritirare”. stern.de 20.10.2025.

[11] I migranti sono una “componente indispensabile”. tagesschau.de 22 ottobre 2025.

[12] Jochen Buchsteiner, Eckart Lohse: “Come prima – non succederà più”. Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung 19 ottobre 2025.

[13] Friederike Haupt: Osare di più Trump. Frankfurter Allgemeine Zeitung 09.10.2025.

[14] Si veda L’Europa sulla strada della destra (III).

Conseguenze dell’incremento militare

Gli economisti criticano l’attenzione della Germania e dell’UE per l’industria degli armamenti come economicamente svantaggiosa, sottolineando che, a lungo termine, può contribuire al declino del Paese.

22

Ottobre

2025

BERLINO/PARIGI (cronaca propria) – L’attenzione di un governo per l’industria delle armi comporta gravi svantaggi economici e può contribuire al declino del Paese. Lo conferma l’economista francese Claude Serfati in un’intervista a german-foreign-policy.com. Serfati, che lavora presso l’Institut de recherches economiques et sociales (IRES) di Parigi, sottolinea che è facile capire che le spese militari generano meno crescita e meno posti di lavoro rispetto agli investimenti in infrastrutture civili o nell’assistenza sanitaria. Mentre questi ultimi porterebbero benefici alla produzione di prodotti complementari o al rafforzamento della forza lavoro, le armi non hanno alcun potenziale produttivo. Serfati sottolinea che la Francia sta perdendo terreno dal punto di vista economico, nonostante – o a causa – della sua tradizionale attenzione agli armamenti e alla tecnologia militare. L’idea che Parigi possa “a lungo termine” compensare il suo ritardo economico rispetto alla Germania e rimanere una “grande potenza” grazie alle sue forze armate si è dimostrata una falsità. Berlino sta attualmente perseguendo un piano simile nel tentativo di superare la sua crisi economica.

In crisi

La crisi economica della Germania persiste. L’industria automobilistica non riesce a uscire dalla sua situazione desolante. Attualmente, il conflitto che si sta sviluppando sul caso senza precedenti dell’acquisizione da parte del governo dei Paesi Bassi del controllo del produttore cinese di chip Nexperia, minaccia di ridurre seriamente la fornitura di semiconduttori all’industria, aggravando ulteriormente la crisi esistente.[1] Anche l’industria chimica sta lottando con gravi problemi, che attualmente sono ulteriormente aggravati dall’accordo tariffario raggiunto tra l’UE e gli Stati Uniti. Grazie a questo accordo, i prodotti chimici statunitensi possono ora entrare nell’UE in esenzione dai dazi doganali, dove sono in concorrenza con i prodotti chimici tedeschi, che sono sotto pressione a causa dei costi più elevati del gas naturale e dell’energia in Germania.[2] Il governo tedesco spera di raggiungere almeno una crescita dell’1,3% l’anno prossimo, grazie soprattutto ai miliardi di spese per le infrastrutture, che dovrebbero dare un piccolo impulso all’economia. Tuttavia, gli esperti non contano che questo abbia effetti a lungo termine, dato che questi investimenti saranno destinati alla manutenzione piuttosto che all’espansione con nuovi elementi. L’unico settore attualmente in crescita è quello della difesa, in cui Berlino sta investendo miliardi.[3]

“Rischi con rendimenti inferiori

Gli economisti hanno ripetutamente avvertito che la spesa militare è significativamente meno efficace per la crescita, rispetto alla spesa in altri settori. A giugno, ad esempio, uno studio condotto presso l’Università di Mannheim ha concluso che il cosiddetto moltiplicatore fiscale per gli investimenti nelle forze armate è pari a 0,5, il che significa che per ogni euro investito nelle forze armate si generano 50 centesimi.[4] Gli autori concludono che si potrebbero generare rendimenti significativamente più elevati con investimenti governativi non solo in nuove infrastrutture, ma anche nella cura dei bambini o nell’istruzione. Uno degli autori ha osservato che: “dal punto di vista economico, la militarizzazione pianificata dell’economia tedesca è una scommessa rischiosa che genera bassi ritorni macroeconomici”. La scorsa settimana, una valutazione di vari studi sui rendimenti degli investimenti nella difesa ha concluso che i moltiplicatori fiscali di altri settori di investimento sono significativamente più favorevoli di quelli dell’industria degli armamenti. Gli investimenti nel settore militare si collocano “tra lo 0,4 e l’1,5”, mentre gli investimenti in nuove infrastrutture “si collocano tra l’1,8 e il 2,5″[5].

Economicamente inutile

L’economista francese Claude Serfati, dell’Institut de recherches economiques et sociales (IRES) di Parigi, è giunto alla stessa conclusione. Serfati dimostra non solo che la crescita derivante dalle spese militari è inferiore a quella derivante dagli investimenti civili[6], ma anche che la spesa pubblica per le forze armate genera molti meno investimenti privati rispetto alla spesa pubblica per l’ecologia, la salute o il benessere sociale. Inoltre, un confronto tra le statistiche di Germania, Italia e Spagna mostra che gli investimenti nell’ambiente, nell’istruzione e nella sanità creano molti più posti di lavoro rispetto agli investimenti nel settore militare. In un’intervista rilasciata a german-foreign-policy.com, Serfati sottolinea il fatto che è già evidente che “il bilancio della difesa non contribuisce alla ricchezza”. “Un carro armato, un missile, un aereo da combattimento non vengono reintegrati nella riproduzione macroeconomica, come, ad esempio, un pezzo di equipaggiamento o una macchina, utilizzati per produrre prodotti”[7] In termini puramente economici, anche gli stipendi sono più utili delle armi, perché “saranno utilizzati per il consumo o per la riproduzione del lavoro”.

Un’accusa di propaganda

Serfati sottolinea che il contributo degli armamenti al progresso tecnologico è spesso sopravvalutato. Ad esempio, lo sviluppo di Internet era stato finanziato dal Pentagono per migliorare la comunicazione all’interno dell’esercito statunitense. Tuttavia, ben presto gli istituti di ricerca e le università civili sono intervenuti per svilupparlo ulteriormente e hanno “preso l’iniziativa”. L’affermazione che “la tecnologia militare gioca un ruolo decisivo” ignora completamente il modo in cui “l’innovazione ha continuato a progredire”, è “un’affermazione di propaganda”[8].

False speranze

Serfati ha dichiarato a german-foreign-policy.com che in generale l’attenzione agli armamenti e alla tecnologia militare non porta benefici ai Paesi, ma anzi, a lungo andare, è addirittura molto dannosa. Ad esempio, la Francia aveva posto una forte enfasi sugli armamenti e sulla tecnologia militare, già all’epoca di Charles de Gaulle.[9] Parigi ha a lungo sperato di poter utilizzare “il suo vantaggio relativo nella difesa”, in quanto potenza più forte in Europa insieme alla Gran Bretagna, “per compensare la sua debolezza industriale rispetto alla Germania”. Tuttavia, non ci riuscì. Questo dimostra che “è impossibile rimanere una grande potenza in una prospettiva a lungo termine, basandosi esclusivamente sulla propria forza militare”. Attualmente la Germania sta cercando di fare proprio questo: compensare la sua debolezza industriale attraverso una massiccia militarizzazione e, contemporaneamente, scalare il rango di grande potenza.

Leggete qui la nostra intervista a Claude Serfati.

[1] Si veda anche La battaglia per Nexperia.

[2] Vedi anche Una potenza economica in declino.

[3] Si veda anche Dove porta questa follia.

[4] Armamenti senza ritorno sugli investimenti: perché l’effetto economico non si concretizza. uni-mannheim.de 30.06.2025.

[5] Stephan Lorz: La spesa per la difesa come stimolo tecnologico per l’economia. boersen-zeitung.de 14.10.2025.

[Claude Serfati: Union européenne  Des dividendes de la guerre… mais pour qui ? Cronistoria internazionale dell’IRES. No. 190. Giugno 2025.

[7], [8], [9] Si veda anche “Wealth grabs”.

“Un salasso per la ricchezza

Intervista con Claude Serfati

22

Ottobre

2025

PARIS – german-foreign-policy.com ha parlato con Claude Serfati del riarmo nell’Unione Europea, del “keynesianismo militare” e delle sue conseguenze. Per Serfati, la spesa militare non è produttiva “nel senso di creare ricchezza” per un Paese, ma è piuttosto “un salasso”. L’idea che le tecnologie militari stimolino quelle civili è solo “circostanziale”. La speranza che la Francia “potesse utilizzare il suo vantaggio comparativo nella difesa per compensare la sua debolezza industriale nei confronti della Germania” è stata delusa. Oggi, “la radicalizzazione dello Stato bonapartista e l’indebolimento del capitalismo francese” sono “fonte di radicalizzazione verso l’estrema destra”. Serfati è economista, ricercatore associato presso l’Institut de recherches économiques et sociales (IRES) di Parigi e membro del consiglio scientifico di ATTAC-France. È autore di numerosi libri, tra cui Le militaire. Une histoire française (Parigi 2017), L’État radicalisé. La France à l’ère de la mondialisation armée (Parigi 2022) e Un monde en guerres (Parigi 2024).

german-foreign-policy.com : I sostenitori del “keynesianismo militare” affermano che i Paesi europei trarranno beneficio da un bilancio militare molto elevato perché la spesa militare stimolerà la crescita. È vero?

Claude Serfati : Gli studi econometrici sul ruolo delle spese militari sulla crescita economica sono piuttosto contraddittori. Più di un centinaio di studi sono stati condotti da macroeconomisti e non sono d’accordo. Anche le sintesi di questi studi macroeconomici sull’impatto della spesa militare sulla crescita non sono concordi! Molti matematici ammettono che le correlazioni che fanno sono spesso rudimentali. In realtà, anche gli economisti non matematici possono spiegare perché le conclusioni non possono essere uniformi  Perché è ovvio che l’economia non funziona come una macchina, come un bancomat in cui si mettono i soldi da una parte e poi i soldi escono dall’altra. È ovvio che viviamo in un sistema sociale; anche l’economia è un sistema sociale, ovviamente. Quindi la molteplicità dei fattori che influenzano l’input, la spesa militare, e l’output, il risultato, è estremamente elevata.

A mio avviso, le spese militari non contribuiscono alla crescita della ricchezza. Sono spese essenziali per mantenere il dominio di un regime sociale – per mettere ordine all’interno o per conquistare o difendere all’esterno. Allo stesso tempo, non sono produttive nel senso di creare ricchezza. Penso che i macroeconomisti che si limitano a correlare le spese militari al PIL stiano facendo un lavoro di analisi inadeguato: la correlazione è troppo debole perché ciò che conta è il contenuto delle spese militari. È molto semplice: un carro armato, un missile o un aereo da combattimento non entrano nel processo di riproduzione macroeconomica allo stesso modo, ad esempio, di un bene capitale, di una macchina che verrà utilizzata per produrre altri beni, o di un salario che viene utilizzato per consumare o per consentire ai dipendenti di riprodurre ciò che Marx chiamava forza lavoro. Quindi, per me, le spese militari sono un salasso e non un contributo alla creazione di ricchezza.

Ancora una volta: sono necessarie per tutti i sistemi sociali e ancor più per il sistema capitalista, che oggi definisco imperialista, ma sono spese improduttive. I lavori di economia critica ambientale hanno dimostrato che l’inquinamento può aumentare il PIL, ma riduce e distrugge la ricchezza. Credo che questa idea renda più accessibile il fatto che le spese militari sono una perdita di ricchezza.

german-foreign-policy.com : Ma si dice che la spesa militare sostenga l’innovazione. Sappiamo che, ad esempio, il Pentagono ha finanziato lo sviluppo di Internet e della Silicon Valley, almeno inizialmente.

Claude Serfati : Certo : la spesa militare per l’innovazione è importante. Nel regime del capitale, la tecnologia ha due funzioni. Ha una funzione politica, come l’ha sempre avuta nelle società precedenti al capitalismo : consente la supremazia militare. Le società hanno sempre cercato di sviluppare le armi più sofisticate per sconfiggere i loro vicini. Questo è ovviamente ancora vero per il sistema capitalista. La tecnologia è quindi un’arma di potere. Questa è la prima dimensione del ruolo della tecnologia. In questo senso, la tecnologia è necessaria per il potere. Ma è anche un’arma di competitività: permette alle aziende e ai Paesi di essere più produttivi e quindi più competitivi dei loro concorrenti.

Queste due dimensioni della tecnologia sono allo stesso tempo autonome e separate, e allo stesso tempo – questa è stata una delle grandi caratteristiche del capitalismo a partire dalla creazione del sistema militare-industriale sulla scia della Seconda Guerra Mondiale – queste due dimensioni della tecnologia si sono fuse e hanno dato al sistema militare-industriale la sua fisionomia, principalmente negli Stati Uniti: questo sistema militare-industriale è in un certo senso l’incarnazione di una congiunzione tra la tecnologia come arma di potere e la tecnologia come arma di competizione economica. Ho sempre cercato di contestualizzare la storia delle relazioni civili-militari nella tecnologia. La Seconda guerra mondiale ha segnato una svolta qualitativa nel rapporto tra tecnologia militare e civile. Un’altra caratteristica importante del sistema militare-industriale è che costituisce un’enclave all’interno del capitalismo, perché si trova all’intersezione tra economia e politica. È questo che gli conferisce tutto il suo potere, ne facilita l’opacità e così via.

Durante il primo periodo del sistema militare-industriale americano, fino agli anni ’70, gli Stati Uniti non avevano una politica industriale al di fuori del Pentagono. Gli stanziamenti militari, che rappresentavano la maggior parte dei finanziamenti statali, venivano utilizzati per alimentare le tecnologie militari. Ma questa era una configurazione storica temporanea. A partire dagli anni Settanta, gli americani si sono resi conto che la loro attenzione per la tecnologia militare aveva permesso a Germania, Giappone, Italia e altri Paesi di diventare industrialmente competitivi. L’idea che la tecnologia militare stimoli la tecnologia civile è quindi circostanziale. Ad esempio, l’ascesa dell’IA è stata essenzialmente guidata dal settore civile e ora viene ripresa da quello militare, creando una convergenza militare-civile molto pericolosa per l’umanità.

Se guardiamo all’esempio di Internet: a metà degli anni Sessanta, negli Stati Uniti eravamo alla fine dell’era trionfale del dopoguerra, ma non eravamo ancora nel pieno della forte concorrenza del Giappone, della Germania e, ancora più tardi, della Cina. Il Pentagono, per ragioni particolari, decise di lanciare un piccolo programma totalmente chiuso, sicuro e, soprattutto, non aperto al mondo esterno, per consentire al personale di comunicare tra loro. Ma in breve tempo i tentativi di creare una rete chiusa ed ermetica esplosero. Alla fine degli anni Sessanta furono coinvolte università americane, college britannici e università di altri Paesi, e a poco a poco, per ovvie ragioni, le reti civili presero il posto di quelle militari. In meno di vent’anni – all’inizio degli anni ’80 – la National Science Foundation (NSF), ad esempio, si mise alla testa del finanziamento delle operazioni che hanno dato a Internet la sua fisionomia attuale.

Quindi dire che Internet non esisterebbe senza i militari è molto riduttivo, persino povero. È vero: all’inizio i militari hanno messo i soldi. Ma molto presto il settore civile ha preso l’iniziativa. Questa frase sul ruolo decisivo della tecnologia militare, che ignora le complesse interazioni con il settore civile, è una frase di propaganda. Ignora il modo in cui l’innovazione progredisce.

german-foreign-policy.com : Parliamo della Francia. La Francia ha iniziato a riarmarsi, o meglio: a militarizzarsi pesantemente. Dove porterà questo sviluppo?

Claude Serfati : Nel 2022 ho scritto un libro intitolato “L’État radicalisé – La France à l’ère de la mondialisation armée”. Volevo, se vogliamo, rovesciare la formula che è stata molto usata, quella del “radicalismo musulmano”. Lo Stato radicalizzato si verifica nel quadro di quelle che io chiamo istituzioni bonapartiste in Francia. Ho dedicato il primo capitolo del mio libro a spiegare perché la Francia è un regime bonapartista. Nel secondo capitolo ho mostrato il ruolo essenziale dell’istituzione militare in Francia; il bonapartismo è ovviamente un regime militarizzato. Credo che in questo quadro abbiamo assistito a una graduale radicalizzazione dello Stato francese, a un inasprimento della repressione sia interna che militare esterna. Penso agli anni 2000-2010, quando la Francia di Sarkozy e poi di Hollande ha scatenato decine di guerre – in Libia, ad esempio, nella Repubblica Centrafricana e in Mali.

Dove ci porta questa lunga traiettoria, che risale all’epoca di de Gaulle ma che si è accelerata e radicalizzata dalla fine degli anni Duemila? Sta portando a un indurimento del regime all’interno e ad avventure militari all’estero. Ma il problema è che non si può essere una potenza militare come la Francia aspira a essere nel mondo, o almeno in Europa, se non si ha alle spalle una potenza industriale. Tuttavia, la priorità data al programma tecnologico militare da de Gaulle e dai suoi successori ha gradualmente svuotato l’industria civile francese della sua sostanza. La siderurgia, la metallurgia, l’ingegneria meccanica, l’informatica: si può dire che quasi tutti i settori industriali – a differenza della Germania, anche se non sottovaluto affatto i problemi dell’industria tedesca – sono stati devastati. Questo irrigidimento, questa radicalizzazione dell’esercito, la priorità data all’esercito rispetto all’industria, ha portato a un declino dell’industria e quindi a un deficit di bilancio sempre maggiore.

Inevitabilmente, questo ha portato anche a un declino della posizione internazionale della Francia. Abbiamo visto il crollo in Mali. Abbiamo anche visto l’assenza di qualsiasi possibilità di azione da parte di Emmanuel Macron durante la guerra genocida in Israele. La politica araba della Francia era nota, persino famosa, fin dai tempi di de Gaulle; oggi è diventata inesistente. Ma c’è anche un indebolimento della Francia in Europa. Si tratta di una questione molto importante, perché dai tempi di de Gaulle l’Europa è stata vista come l’orizzonte politico ed economico della Francia. L’industria francese è poco presente in Cina e in Asia, e negli Stati Uniti è meno presente di Germania, Irlanda e Italia, ma è presente in Europa. Si sperava che la Francia potesse sfruttare il suo vantaggio comparativo nella difesa – dove era la più forte in Europa, ad eccezione del Regno Unito – per compensare la sua debolezza industriale di fronte alla Germania. Non ha funzionato, perché non si può essere una grande potenza a lungo termine solo con la forza militare.

Sono quindi molto preoccupato per quanto sta accadendo in Francia – tanto più che è chiaro che questo graduale e continuo indebolimento della Francia sulla scena internazionale, ma anche su quella europea, è una fonte di rafforzamento nazionalista e persino xenofobo. Sembra esserci una soluzione autoritaria ai problemi. È questo che mi preoccupa di più: la radicalizzazione dello Stato bonapartista e l’indebolimento del capitalismo francese sono fonte di radicalizzazione verso l’estrema destra.

Conseguenze dell’armamento

Gli economisti criticano l’attenzione della Germania e dell’UE per l’industria della difesa come economicamente dannosa e sottolineano che può contribuire al declino di un Paese nel lungo periodo.

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Ottobre

2025

BERLINO/PARIGI (Rapporto proprio) – L’attenzione del governo per l’industria della difesa comporta gravi svantaggi economici e può contribuire al declino di un Paese nel lungo periodo. Lo conferma l’economista francese Claude Serfati in un’intervista a german-foreign-policy.com. Come afferma Serfati, che lavora presso l’Institut de recherches économiques et sociales (IRES) di Parigi, è facile capire che la spesa per la difesa genera meno crescita e meno posti di lavoro rispetto agli investimenti in infrastrutture civili o nella sanità, ad esempio: Mentre questi ultimi porterebbero benefici alla produzione di altri beni o rafforzerebbero la forza lavoro umana, le armi non avrebbero alcun potenziale produttivo. Serfati sottolinea che la Francia è rimasta a lungo indietro dal punto di vista economico nonostante – o a causa – della sua tradizionale attenzione agli armamenti e alla tecnologia militare: l’idea che Parigi potesse “a lungo termine” compensare il suo svantaggio economico rispetto alla Germania grazie alle sue forze armate e rimanere una “grande potenza” si è rivelata un errore. Un piano simile sta attualmente guidando i tentativi di Berlino di uscire dalla crisi economica.

Nella crisi

La crisi dell’economia tedesca continua. L’industria automobilistica non riesce a sfuggire alla sua situazione desolante; attualmente, il conflitto intorno al produttore cinese di chip Nexperia, di cui il governo olandese ha recentemente assunto il controllo con una procedura senza precedenti, minaccia di limitare fortemente l’approvvigionamento di semiconduttori dell’industria e quindi di aggravare ulteriormente la crisi.[1] Anche l’industria chimica sta lottando con gravi problemi, attualmente aggravati dall’accordo doganale dell’UE con gli Stati Uniti: Poiché i prodotti chimici statunitensi entrano nell’UE in esenzione dai dazi doganali in seguito all’accordo, sono ora in concorrenza con i prodotti chimici tedeschi, che sono sotto pressione a causa dell’aumento dei prezzi del gas naturale e dell’energia in questo Paese.[2] Il governo tedesco spera in una crescita di almeno l’1,3% l’anno prossimo; questa speranza si basa principalmente sui miliardi di spesa per le infrastrutture, che dovrebbero dare un piccolo impulso all’economia. Tuttavia, gli esperti non si aspettano effetti a lungo termine, poiché le infrastrutture verranno solo riparate e non ampliate con nuovi elementi. La crescita si registra attualmente solo nell’industria della difesa, che Berlino sta promuovendo in modo specifico con miliardi di euro[3].

“Rischio con basso rendimento”

Gli economisti avvertono ripetutamente che la spesa per la difesa è molto meno adatta a promuovere la crescita rispetto alla spesa in altri settori. A giugno, ad esempio, uno studio condotto presso l’Università di Mannheim è giunto alla conclusione che il cosiddetto moltiplicatore fiscale per la spesa per le forze armate è pari a 0,5; ciò significa che ogni euro investito innesca solo un’attività economica aggiuntiva del valore di 50 centesimi.[4] Secondo gli autori, si potrebbero ottenere rendimenti significativamente più elevati con investimenti statali non solo in nuove infrastrutture, ma anche nell’assistenza all’infanzia o nell’istruzione; uno di loro afferma: “Da un punto di vista economico, la militarizzazione pianificata dell’economia tedesca è una scommessa ad alto rischio con un basso ritorno economico complessivo”. La scorsa settimana, una valutazione di vari studi sul ritorno degli investimenti nella difesa è giunta alla conclusione che i moltiplicatori fiscali in altri settori di investimento sono significativamente più vantaggiosi di quelli dell’industria della difesa. Nel caso degli investimenti nella difesa, essi si collocano in un “range tra 0,4 e 1,5”, si legge, mentre per gli investimenti in nuove infrastrutture raggiungono valori “tra 1,8 e 2,5”.

Economicamente non utile

L’economista francese Claude Serfati, che lavora presso l’Institut de recherches économiques et sociales (IRES) di Parigi, giunge a conclusioni identiche. Serfati dimostra che non solo la crescita derivante dalla spesa per la difesa è inferiore a quella derivante dagli investimenti civili,[6] ma dimostra anche che la spesa governativa per gli armamenti si traduce in investimenti privati molto più bassi rispetto, ad esempio, alla spesa governativa per l’ambiente, la salute o le questioni sociali. Inoltre, un confronto tra le statistiche di Germania, Italia e Spagna mostra che la spesa per l’ambiente, l’istruzione e la salute crea molti più posti di lavoro rispetto alla spesa per gli armamenti. In un’intervista a german-foreign-policy.com, Serfati sottolinea che è comunque ovvio che “le spese militari non contribuiscono alla crescita della ricchezza”: “Un carro armato, un missile, un aereo da combattimento non rientrano nel processo di riproduzione macroeconomica come, ad esempio, un pezzo di equipaggiamento o una macchina utilizzata per produrre altri beni”[7] Anche i salari sono economicamente più utili degli armamenti perché “vengono utilizzati per il consumo o per riprodurre la forza lavoro”.

Un’affermazione propagandistica

Serfati non solo sottolinea che il contributo degli armamenti al progresso tecnologico è spesso sopravvalutato. Ad esempio, lo sviluppo di Internet è stato finanziato dal Pentagono per migliorare la comunicazione interna all’esercito statunitense. Tuttavia, gli istituti di ricerca e le università civili sono stati presto coinvolti nel suo ulteriore sviluppo e hanno “preso l’iniziativa”. L’affermazione che esiste un “ruolo decisivo della tecnologia militare” ignora completamente il modo in cui “l’innovazione sta progredendo”; è “un’affermazione propagandistica”[8].

Speranza ingannevole

In generale, inoltre, l’attenzione agli armamenti e alle tecnologie militari non è vantaggiosa per gli Stati, ma anzi li danneggia a lungo termine, ha dichiarato Serfati a german-foreign-policy.com. Ad esempio, la Francia aveva già puntato molto sugli armamenti e sullo sviluppo della tecnologia militare all’epoca di Charles de Gaulle.[9] Parigi aveva a lungo sperato di poter utilizzare “il suo vantaggio relativo nella difesa”, in cui era la potenza più forte in Europa insieme alla Gran Bretagna, “per compensare la sua debolezza industriale rispetto alla Germania”. Tuttavia, ciò non ha avuto successo. È diventato chiaro che “non si può essere una grande potenza a lungo termine solo grazie all’esercito”. È proprio questo tentativo – compensare la propria debolezza industriale attraverso una massiccia militarizzazione e diventare allo stesso tempo una grande potenza – che la Germania sta compiendo.

Leggete la nostra intervista a Claude Serfati.

[1] Si veda La battaglia per Nexperia.

[2] Vedi Potere economico in declino.

[3] Vedi Dove porta questa follia.

[4] Armamenti senza ritorno sugli investimenti: perché l’effetto economico non si concretizza. uni-mannheim.de 30.06.2025.

[5] Stephan Lorz: La spesa per la difesa come stimolo tecnologico per l’economia. boersen-zeitung.de 14.10.2025.

[Claude Serfati: Union européenne  Des dividendes de la guerre… mais pour qui ? Cronistoria internazionale dell’IRES. No. 190. Giugno 2025.

[7], [8], [9] S. dazu “Afferra la ricchezza”.

Rivali spaziali transatlantici

Airbus, Leonardo e Thales stanno unendo le loro attività spaziali per formare una joint venture europea al fine di competere con la società Starlink di Elon Musk. Questo porta a nuove tensioni con gli Stati Uniti.

31

Ottobre

2025

BERLINO/PARIGI/ROMA (cronaca propria) – Le società spaziali europee Airbus, Leonardo e Thales hanno annunciato la fusione delle loro attività spaziali. La nuova joint venture, denominata “Project Bromo”, avrà sede a Tolosa (Francia) e impiegherà circa 25.000 persone in tutta Europa. La divisione delle quote tra le tre società è già stata finalizzata, ma il progetto deve ancora superare una serie di ostacoli, tra cui la revisione della concorrenza da parte della Commissione europea. Le aziende europee sono in forte concorrenza con l’azienda statunitense Starlink, che ha penetrato con successo il mercato spaziale europeo. Airbus, Thales e Leonardo, invece, hanno registrato perdite lo scorso anno. L’UE ha recentemente presentato una bozza di legge spaziale dell’UE che intende armonizzare il mercato spaziale dell’UE e imporre costi di conformità alle aziende straniere. Ciò sta causando nuove tensioni con gli Stati Uniti. La notizia della fusione prevista giunge in un momento in cui l’UE si sta impegnando per sfuggire alla forte dipendenza dagli Stati Uniti nel settore spaziale costruendo le proprie capacità.

“Progetto Bromo

I gruppi spaziali europei Airbus (Germania/Francia), Leonardo (Italia) e Thales (Francia) hanno presentato giovedì scorso un accordo preliminare per fondere le loro attività spaziali in una nuova joint venture. La nuova società allargata, che si occuperà di costruzione di satelliti, sistemi e servizi spaziali, sarà in concorrenza con i gruppi cinesi e statunitensi, in particolare con Starlink, la controllata di SpaceX di Elon Musk.[1] Denominata “Project Bromo”, avrà sede a Tolosa (Francia), impiegherà circa 25.000 lavoratori in tutta Europa e genererà un fatturato annuo di circa 6,5 miliardi di euro.[2] In termini di proprietà, Airbus deterrà il 35% e gli altri due il 32,5% ciascuno. La nuova società si ispirerà a MBDA, campione europeo dei missili, fondata nel 2001 da Airbus, dalla britannica BAE Systems e dall’italiana Leonardo[3], con le società britanniche BAE Systems e Airbus che detengono ciascuna il 37,5% di MBDA e Leonardo il 20%.

La strada da percorrere è ancora lunga

Tuttavia, le trattative, in corso da oltre un anno, sono ancora in fase preliminare; il progetto deve ancora superare alcuni ostacoli insidiosi. In primo luogo, i governi di Francia, Germania e Italia devono approvare l’alleanza,[4] e l’attuale situazione politica instabile in Francia potrebbe complicare ulteriormente il processo. Inoltre, la fusione delle attività di tre grandi concorrenti europei pone notevoli sfide pratiche.[5] Tuttavia, l’ostacolo più grande è il superamento dell’esame delle leggi sulla concorrenza da parte della Commissione europea; negli ultimi dieci anni, i precedenti tentativi di fusione delle attività satellitari di diversi gruppi sono falliti a causa di problemi antitrust. [6] Una fusione potrebbe anche portare l’Agenzia spaziale europea (ESA) ad avere opzioni limitate per l’assegnazione di contratti satellitari, come teme Rolf Densing, direttore delle operazioni dell’ESA. 7] Tuttavia, l’ascesa della rete Starlink di Elon Musk potrebbe convincere la Commissione ad approvare una fusione, poiché i gruppi europei rischiano altrimenti di fallire.

In concorrenza con Starlink

Le tre aziende europee sono già state duramente colpite dal forte calo della domanda dei tradizionali satelliti geostazionari per telecomunicazioni, che si trovano a 36.000 chilometri sopra la Terra.[8] Il lancio della rete a banda larga ad alta velocità Starlink nell’orbita terrestre bassa minaccia anche il mercato della connettività Internet dei concorrenti europei. Dal 2023, Airbus ha riconosciuto più di due miliardi di euro di costi derivanti da contratti spaziali non redditizi e ha persino annunciato la perdita di 2.000 posti di lavoro lo scorso anno. Thales Alenia Space (TAS), una joint venture controllata al 67% da Thales e al 33% da Leonardo, ha annunciato quasi 1.300 tagli di posti di lavoro negli ultimi due anni. Starlink, invece, si è affermata con successo in Europa, soprattutto perché è già attiva in Paesi come l’Ucraina [9], dove mantiene la connessione internet del Paese dislocando circa 50.000 terminali. All’inizio dell’anno, Starlink era sul punto di firmare con l’Italia un contratto da 1,5 miliardi di euro per sistemi di comunicazione criptati – il più grande progetto di questo tipo in Europa[10] – ma il progetto è stato cancellato in seguito a proteste.

Tensioni transatlantiche

Da tempo l’UE riconosce sempre più lo spazio come area strategica e nel giugno di quest’anno ha persino proposto una nuova legge spaziale dell’UE come parte della sua nuova strategia spaziale. Il progetto di legge mira a creare un mercato unico dell’UE per lo spazio armonizzando le frammentate normative nazionali[11], ma è stato criticato dagli Stati Uniti in quanto anticoncorrenziale, per ovvie ragioni. Il progetto prevede che le imprese spaziali statunitensi che desiderano operare nell’UE debbano conformarsi agli standard tecnici, di sicurezza informatica e ambientali dell’UE, con un costo aggiuntivo compreso tra 100.000 e 1,5 milioni di euro. [In un’analisi commissionata dal governo statunitense, l’International Center for Law and Economics, un centro di ricerca scientifica economica, ha classificato i requisiti di conformità come “barriera non tariffaria” (NTB) secondo i principi dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC).[13] Naturalmente, la legge è attualmente solo una proposta e non dovrebbe entrare in vigore prima del 1° gennaio 2030.

Sulla strada per diventare il numero uno

Secondo Juliana Süß, esperta del Gruppo di lavoro sulla politica di sicurezza dell’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza (SWP), con sede a Berlino, l’UE è attualmente “estremamente dipendente dagli Stati Uniti” nel settore spaziale[14], la cui dipendenza dalle capacità spaziali statunitensi spazia dalla “ricognizione, comunicazione e navigazione” al “rilevamento precoce dei missili” e all’uso del sistema di navigazione GPS statunitense per i missili da crociera tedeschi Taurus. Di conseguenza, all’inizio di questo mese l’UE ha presentato una nuova “Roadmap for Defence Readiness 2030”, in cui si attribuisce particolare importanza allo sviluppo di uno scudo europeo di difesa aerea e di uno scudo spaziale, tra le altre cose.[15] I lavori per la realizzazione dei due scudi dovrebbero iniziare nel secondo trimestre del prossimo anno, con la Germania che intende assumere un ruolo di primo piano. Secondo il Ministro della Difesa Boris Pistorius, il governo tedesco mira a costruire una vasta “architettura di sicurezza spaziale” e prevede di stanziare 35 miliardi di euro per l’espansione delle capacità spaziali militari entro il 2030[16] come parte dell’intenzione dichiarata dal Cancelliere Friedrich Merz di rendere la Bundeswehr la forza armata convenzionale più forte d’Europa. Resta da vedere come si inserisca in questo contesto la prevista fusione delle attività spaziali di Airbus, Leonardo e Thales.

[1] La risposta europea a Starlink? Airbus, Thales e Leonardo si accordano per una fusione satellitare. euronews.com 21.10.2025.

[2] Airbus, Leonardo e Thales firmano un memorandum d’intesa per creare un attore europeo leader nel settore spaziale. airbus.com 23.10.2025.

[3] Peggy Hollinger, Sylvia Pfeifer: I gruppi spaziali sono vicini a un accordo sulla creazione di un campione europeo. ft.com 21.10.2025.

[4] Peggy Hollinger, Sylvia Pfeifer: Airbus e Thales esplorano un legame spaziale. ft.com 15.07.2024.

[5] Peggy Hollinger, Sylvia Pfeifer: Airbus, Leonardo e Thales stringono un accordo spaziale per rivaleggiare con SpaceX di Musk. ft.com 23.10.2025.

[6] Giulia Segreti, Tim Hepher: European aerospace groups reach framework deal on satellite merger, sources said. reuters.com 20.10.2025.

[Francesca Micheletti: I giganti europei si accordano su un campione spaziale da 6 miliardi di euro per competere con Elon Musk. politico.eu 23.10.2025.

[8] Peggy Hollinger, Sylvia Pfeifer, Barbara Moens: European plans to create space champion face challenging timeline. ft.com 12.06.2025.

[9] La risposta europea a Starlink? Airbus, Thales e Leonardo si accordano per una fusione satellitare. euronews.com 21.10.2025.

[10] Aaron Kirchfeld, Siddharth Philip, Pamela Barbaglia, Daniele Lepido: Airbus Hires Goldman for European Space Tie-Up to Rival Musk. bloomberg.com 04.02.2025.

[Beatrice Gorawantschy, Meike Lenzner, Lavinia Klarhoefer: Una nuova corsa allo spazio – l’UE può tenere il passo? kas.de 14.10.2025.

[12] Kevin M. O’Connell, Clayton Swope: Op-ed: The EU Space Act Will Stifle Innovation And Hurt US Space Companies. payloadspace.com 22.08.2025.

[13] Alden Abbott: U.S.A. e UE si scontrano sulla promozione del commercio e dell’innovazione spaziale. forbes.com 27.08.2025.

[14] Stephan Löwenstein: Nessuna difesa senza spazio. Frankfurter Allgemeine Zeitung 08 ottobre 2025.

[15] Si veda Dalla guerra dei droni alla guerra spaziale.

[16] Discorso: Ministro federale della Difesa Pistorius al 3° Congresso spaziale della BDI. bmvg.de 25.09.2025.

Il lato corto del bastone

Il ministro degli Esteri tedesco annulla il suo viaggio in Cina, programmato da tempo, perché, dopo gli attacchi di ogni tipo a Pechino, non gli sono stati concessi gli incontri desiderati. L’UE sta affrontando la carenza di terre rare e chip prodotti in Cina.

27

Ottobre

2025

BERLINO/BEIJING (Own report) – La cancellazione da parte della Germania del viaggio in Cina del ministro degli Esteri Johann Wadephul, programmato da tempo, affievolisce le speranze di un possibile arresto della spirale di sanzioni tra l’UE e la Repubblica Popolare Cinese. L’UE ha recentemente imposto sanzioni alle imprese cinesi in diverse occasioni e minaccia ulteriori sanzioni. La Germania ha iniziato a espandere qualitativamente la sua cooperazione con Taiwan – fino a includere offerte di forniture di armi, normalmente riservate ai soli Paesi sovrani. Pechino ha reagito agli attacchi dell’UE con severe restrizioni sulle esportazioni di terre rare e ha concesso al Ministro degli Esteri Wadephul solo un incontro con il suo omologo cinese, Wang Yi. Wadephul, che avrebbe voluto avere diversi altri colloqui durante la sua visita, ha ora rinviato il suo viaggio a tempo indeterminato. Questo rimanda anche la soluzione dei conflitti tra Bruxelles e Pechino. Ciò avviene in un momento in cui gli Stati Uniti sperano di raggiungere una sorta di tregua nella loro guerra commerciale con la Cina questa settimana. Inoltre, in questa escalation della disputa, l’UE – con la sua industria attualmente minacciata da un’acuta carenza di terre rare e semiconduttori – rischia di trovarsi in una posizione di svantaggio.

Attacchi verbali

Nelle ultime settimane, il Ministro degli Esteri Wadephul ha intensificato notevolmente i suoi attacchi verbali contro la Repubblica Popolare Cinese – ogni volta in presenza di un pubblico giapponese che, a causa delle tensioni tra Pechino e Tokyo, ha aggiunto peso alle sue dichiarazioni. Ad agosto, ad esempio, a seguito di un colloquio con il suo omologo giapponese, ha implicitamente accusato la Repubblica Popolare Cinese di complicità nella guerra in Ucraina, affermando che senza il sostegno della Cina alla macchina bellica russa “la guerra di aggressione contro l’Ucraina non sarebbe stata possibile”[1] e sostenendo che Pechino “minaccia ripetutamente, più o meno apertamente, di cambiare unilateralmente lo status quo e di ridisegnare i confini a proprio vantaggio”. Questo non è vero. Non è la Cina, ma il governo separatista di Taiwan a minacciare di cambiare lo status dell’isola. La Repubblica Popolare ha un’interpretazione giuridica dei confini nel Mar Cinese Meridionale diversa da quella di Berlino, che si riflette nella dichiarazione di Wadephul.[2] Due settimane fa, Wadephul ha ripetuto queste accuse al Centro nippo-tedesco di Berlino, arrivando a sostenere che l’appello della Cina per la conservazione del “mondo istituzionale multilaterale” fosse solo una “narrazione”.[3] In realtà, le istituzioni internazionali sono attualmente deliberatamente minate dal più importante alleato non europeo di Berlino: gli Stati Uniti.

Inno nazionale di Taiwan

Oltre agli attacchi verbali, la Germania ha iniziato ad espandere non solo quantitativamente ma anche qualitativamente la sua cooperazione con Taiwan, sconvolgendo di fatto lo status quo dell’isola. Recentemente, ad esempio, Karsten Tietz, il nuovo direttore generale dell’Istituto tedesco di Taipei, ha affermato in una conversazione con il ministro degli Esteri di Taiwan Lin Chia-lung che la Germania e Taiwan si trovano “di fronte a Paesi vicini sempre più aggressivi”, il che ha aperto “ampie opportunità di cooperazione” tra di loro.[4] A settembre è già apparso chiaro che ciò includeva la cooperazione anche nel settore dell’industria della difesa. Ad esempio, l’Ufficio commerciale tedesco di Taipei e la società franco-tedesca Airbus Corporation sono stati rappresentati per la prima volta all’Aerospace and Defense Technology Exhibition di Taipei. Mentre il German Trade Office Taipei ha dichiarato che sono state presentate innovazioni nel campo della “sicurezza”, Airbus ha confermato esplicitamente che stava promuovendo qualcosa di più dei soliti prodotti “commerciali”.[5] Di norma, le attrezzature militari sono fornite agli Stati sovrani; Taiwan, tuttavia, non rientra in questa categoria. Eppure, il viceministro degli Esteri taiwanese Wu Chih-chung ha recentemente riferito che al ricevimento per la festa nazionale tedesca del 3 ottobre “si è sentito per la prima volta l’inno nazionale taiwanese”[6].

Nuove sanzioni

Considerando che, con queste misure, la Germania segnala la sua intenzione di trattare sempre più Taiwan come una nazione sovrana, sconvolgendo così lo status quo, l’UE, da parte sua, procede con nuove rappresaglie economiche contro la Repubblica Popolare Cinese. Mentre i dazi del 50% sulle importazioni di acciaio, imposti da Bruxelles all’inizio di ottobre, hanno avuto lo stesso impatto su tutti i Paesi – compresa, ma non solo, la Cina – giovedì scorso l’UE ha imposto ulteriori sanzioni alle aziende della Repubblica Popolare Cinese come parte del suo 19esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Queste aziende stanno esercitando il loro diritto di non permettere a una potenza straniera, l’UE, di dettare i loro partner commerciali e di mantenere i loro legami commerciali con la Russia. Giovedì scorso, i capi di Stato e di governo dell’UE hanno anche approvato una dichiarazione che fa implicitamente riferimento alla controversia sulla fornitura di terre rare da parte della Cina all’UE. Pechino, che ha subito ogni sorta di embargo da parte di Stati Uniti e Unione Europea, ad esempio sui semiconduttori statunitensi e sulle macchine per la produzione di chip dell’UE, ha ora reagito con controlli sulle esportazioni di terre rare. Gli Stati dell’UE, che non sono ancora disposti ad attenuare il conflitto, chiedono ora alla Commissione, nella dichiarazione sopra citata, di preparare eventuali nuove misure economiche coercitive contro la Cina.[7]

“Sulla difensiva

La Germania e l’UE stanno intensificando i loro attacchi politici ed economici nel bel mezzo di un periodo di debolezza. Le imprese europee, in molti casi, non hanno praticamente alternative alle forniture di terre rare dalla Cina. Attualmente si trovano in una situazione simile a quella delle imprese cinesi, quando la loro industria dei chip non aveva alternative ai prodotti provenienti dagli Stati Uniti e dall’UE. Le proposte di Pechino di allentare reciprocamente le restrizioni sono finora cadute nel vuoto in Europa. Inoltre, il conflitto sull’impianto di chip Nexperia, di proprietà cinese, con sede nei Paesi Bassi, si sta inasprendo. Sotto la pressione degli Stati Uniti, l’Aia ha compiuto un passo senza precedenti, licenziando l’amministratore delegato cinese e ponendo Nexperia sotto il controllo dei Paesi Bassi (come riporta german-foreign-policy.com).[8] Pechino si è vendicata vietando l’esportazione di semiconduttori Nexperia. Questo minaccia gravi carenze di semiconduttori in Germania e nel resto dell’UE, che, tra l’altro, potrebbero danneggiare seriamente la produzione automobilistica e meccanica. L’UE, che ovviamente ha il coltello dalla parte del manico, sta minacciando sanzioni “con qualsiasi mezzo”. Alla fine della settimana scorsa il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha riconosciuto che l’UE “si trova attualmente sulla difensiva, e dobbiamo uscire da questa posizione”[9].

Prima dell’escalation

Pechino, non volendo tollerare gli attacchi di Berlino e le minacce di sanzioni di Bruxelles, ha apparentemente accorciato la visita del ministro degli Esteri tedesco prevista per l’inizio di questa settimana, approvando solo l’incontro di Wadephul con il suo omologo Wang Yi. È stato annunciato che non è stato possibile organizzare altri appuntamenti richiesti da Wadephul. Per risparmiare al ministro ulteriori imbarazzi, il ministero degli Esteri tedesco ha cancellato del tutto il viaggio.[10] Tuttavia, questo rimanda anche la possibilità di risolvere la disputa sulle terre rare, i semiconduttori e le sanzioni, a svantaggio dell’industria europea, già minacciata da un’acuta carenza di prodotti primari. Tutto ciò avviene in un momento in cui gli Stati Uniti hanno portato avanti con forza i negoziati con la Cina negli ultimi giorni, sperando di raggiungere un accordo su una sorta di tregua nella guerra commerciale entro giovedì.[11] Se questo dovesse andare a buon fine, l’UE si ritroverebbe probabilmente invischiata da sola in una spirale di sanzioni con Pechino, in cui, data la situazione attuale, si troverebbe molto probabilmente ad avere la peggio.

[1] Critiche aspre dalla Cina alla dichiarazione di Wadephul. tagesschau.de 18/08/2025.

[2] Pechino può fare riferimento al Trattato di Tianjin del 1885 per le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale, in cui la Francia, che all’epoca non aveva alcun interesse nelle isole a est della sua colonia del Vietnam, dichiarò che dovevano essere “assegnate alla Cina”.

[3] Discorso del Ministro degli Esteri Johann Wadephul in occasione del 40° anniversario del Centro nippo-tedesco di Berlino, “Germania e Giappone – partner privilegiati per la libertà, la sicurezza e la prosperità” 14.10.2025

 [4] Ministro degli Esteri: Taiwan accoglie con favore una più stretta cooperazione con la Germania. rti.org.tw 14.10.2025.

[5] Ben Blanchard: L’Europa emerge dall’ombra alla più grande fiera della difesa di Taiwan. uk.finance.yahoo.com 22.09.2025.

[6] “Non siamo mai stati così forti”. Frankfurter Allgemeine Zeitung 07.10.2025.

[7] Consiglio europeo (23 ottobre 2025) – Conclusioni. Bruxelles, 23.10.2025.

[8] Si veda anche La battaglia per Nexperia.

[9] Jakob Hanke Vela, Leonard Frick: i capi di governo minacciano la Cina di sanzioni per il blocco delle esportazioni. handelsblatt.com 23.10.2025.

[Laura Pitel, Anne-Sylvaine Chassany: Il ministro degli Esteri tedesco annulla il viaggio in Cina tra le crescenti tensioni. ft.com 24.10.2025.

[Hannah Miao, Chun Han Wong: U.S., China Sound Confident Note After Trade Talks. wsj.com 26.10.2025.

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