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Guerra all’Iran: gli obiettivi di Stati Uniti e Israele e la marginalità dell’Europa_di Tiberio Graziani…e altro

Guerra all’Iran: gli obiettivi di Stati Uniti e Israele e la marginalità dell’Europa (da Analisi e Difesa)

L’operazione statunitense contro l’Iran non può essere letta come una risposta contingente, ma come parte di una strategia di lungo periodo. Nucleare, potenziale militare e guerra a distanza sono strumenti operativi di un confronto sistemico che intreccia energia, competizione globale e subordinazione europea.

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Interrogarsi sul “vero obiettivo” dell’operazione militare statunitense contro l’Iran rischia di essere fuorviante se la questione viene posta come una scelta tra opzioni discrete — rovesciamento del regime, distruzione del potenziale militare, demolizione degli impianti nucleari o altro. In realtà, l’azione statunitense va collocata all’interno di un ciclo storico di confronto molto più lungo, che nel periodo post-Guerra fredda ha assunto una configurazione coerente, articolata in fasi successive e funzionali a un medesimo disegno strategico.

Questo ciclo si inserisce nel quadro di quello che, con una formula ormai consolidata, può essere definito il progetto del “Nuovo Medio Oriente”: non la stabilizzazione dell’area, bensì la sua frammentazione lungo faglie etniche, confessionali e politico-territoriali, tale da impedire la formazione di poli regionali autonomi e competitivi.

In questa prospettiva, le tappe principali sono state l’eliminazione dell’Iraq come Stato sovrano e attore geopolitico, la distruzione della Siria come piattaforma regionale unitaria e, oggi, il progressivo accerchiamento dell’Iran. All’interno di questa architettura, Israele e Turchia sono stati attivati come attori regionali con ruoli differenti ma complementari.

Se si legge l’attuale fase del confronto USA-Iran alla luce di questo percorso, appare chiaro che nucleare, capacità militari e stabilità del regime non sono obiettivi autonomi, bensì strumenti di una strategia più ampia. La distruzione o la degradazione del potenziale militare iraniano – missilistico, aeronavale, di difesa aerea e di comando – risponde innanzitutto all’esigenza di ridurre la capacità dell’Iran di agire come polo di deterrenza regionale.

Analogamente, gli attacchi agli impianti nucleari e alle infrastrutture connesse non sono finalizzati soltanto a impedire il conseguimento dell’arma atomica, ma a negare all’Iran una soglia di invulnerabilità strategica che renderebbe molto più costoso qualsiasi tentativo di pressione esterna.

In questo senso, l’obiettivo non è semplicemente “colpire l’Iran”, ma disarticolarne la funzione geopolitica: spezzare la sua capacità di tenere insieme reti di alleanze, proiezioni indirette e corridoi di influenza che vanno dal Golfo Persico al Levante. Il tema del regime change, spesso evocato nel dibattito pubblico, va letto come un’opzione subordinata e condizionale: non sempre perseguibile né sempre necessaria. Anche senza un rovesciamento formale del sistema politico, un Iran militarmente indebolito, economicamente isolato e strutturalmente instabile rappresenta già un risultato strategico coerente con la logica del progetto.

Tuttavia, rispetto alle fasi precedenti del confronto post-Guerra fredda, l’attuale ciclo introduce un elemento nuovo o quantomeno prioritario: la questione energetica, intrecciata alla competizione globale con la Cina e, più in generale, con il Sud Globale. Dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’amministrazione statunitense sembra privilegiare una strategia di controllo e condizionamento dei grandi produttori di fonti energetiche, sia attraverso l’accaparramento diretto, sia — più spesso — tramite la destabilizzazione selettiva e la pressione politico-militare.

In questo quadro, l’Iran rappresenta un nodo critico. Non solo per le sue immense riserve di petrolio e gas, ma perché è uno dei pochi attori in grado di rifornire mercati extra-occidentali aggirando il sistema del dollaro, costruendo circuiti di scambio alternativi e rafforzando la proiezione energetica cinese. Impedire che Teheran consolidi questo ruolo significa non soltanto ridurre le sue entrate, ma anche limitare l’autonomia strategica di Pechino e dei paesi del Sud Globale che potrebbero sganciarsi dall’architettura finanziaria occidentale.

Da questo punto di vista, l’azione militare contro l’Iran assume una valenza che va ben oltre il teatro vicino e mediorientale: essa diventa parte integrante della competizione sistemica globale, in cui energia, finanza, sicurezza e controllo delle rotte si sovrappongono.

All’interno di questo disegno, la convergenza tra Stati Uniti e Israele è reale ma non totale. Anche Israele persegue un obiettivo strategico di lunga durata: eliminare ogni possibile competitore geopolitico regionale, non solo l’Iran, ma in prospettiva qualunque attore – inclusa la Turchia – che possa mettere in discussione la sua superiorità qualitativa e la sua libertà d’azione. Per Tel Aviv, quindi, la neutralizzazione dell’Iran è una questione esistenziale e strutturale.

Gli Stati Uniti, invece, pur condividendo l’esigenza di impedire all’Iran di diventare una potenza nucleare o militarmente intoccabile, mantengono uno sguardo più ampio. Il loro obiettivo non è tanto l’eliminazione definitiva dell’Iran in quanto tale, quanto il suo inserimento forzato in una condizione di subordinazione strategica, compatibile con l’ordine regionale desiderato e con gli equilibri globali di potere.

L’operazione militare statunitense contro l’Iran non puòessere ridotta a una singola finalità. Essa è piuttosto il risultato dell’intreccio tra una strategia di lungo periodo di ristrutturazione del Vicino e Medio Oriente, una fase attuale dominata dalla centralità dell’energia e una competizione globale sempre più esplicita con la Cina. Nucleare, potenziale militare e stabilità del regime sono variabili operative; il vero obiettivo resta dunque la funzione geopolitica dell’Iran, ovvero la sua capacità di agire come attore autonomo in un sistema internazionale in transizione.

Guerra a distanza e limiti strutturali dell’opzione terrestre

L’eventualità che l’operazione contro l’Iran evolva da una campagna missilistica-aerea a un intervento terrestre appare, allo stato attuale, intrinsecamente ambigua. Non tanto per mancanza di ipotesi teoriche, quanto per la presenza di vincoli strutturali – militari, politici e geopolitici – che rendono l’opzione terrestre altamente problematica per gli Stati Uniti e, in misura diversa, per Israele.

Storicamente, gli Stati Uniti hanno mostrato una chiara preferenza per una modalità d’intervento fondata sulla supremazia aerea e missilistica. Questo approccio risponde a una dottrina consolidata: intervenire sul terreno solo dopo aver ottenuto la distruzione o il drastico indebolimento delle capacità di reazione del nemico, intese non soltanto come forze armate convenzionali, ma anche come sistema di comando, logistica, difesa aerea e coesione politico-sociale. In assenza di tali condizioni, l’impegno terrestre tende a trasformarsi in un fattore di vulnerabilità piuttosto che di controllo.

Non è un caso che, nei conflitti precedenti, Washington abbia fatto largo uso di bombardamenti aerei e missilistici anche massicci e indiscriminati, mentre sul piano terrestre abbia spesso evidenziato difficoltà operative, di tenuta politica e di gestione del post-conflitto. L’intervento diretto sul terreno è stato quasi sempre preceduto non solo da una superiorità militare schiacciante, ma anche dall’attivazione di “quinte colonne”: attori locali, élite, milizie o segmenti istituzionali disposti a collaborare o a facilitare il collasso del fronte interno.

Applicando questa chiave di lettura al caso iraniano, emerge subito un elemento decisivo: l’Iran non è né l’Iraq del 2003 né la Libia del 2011. Si tratta di uno Stato dotato di profondità strategica, di una società politicizzata, di apparati di sicurezza ramificati e di una capacità – almeno parziale – di assorbire colpi senza collassare immediatamente. In questo contesto, l’assenza di quinte colonne affidabili e strutturalmente decisive rende estremamente rischiosa qualunque ipotesi di invasione terrestre su larga scala.

Di conseguenza, entro tale quadro, è ragionevole prevedere che gli Stati Uniti e Israele continueranno a privilegiare una strategia di attacchi a distanza, mirata a degradare progressivamente il potenziale militare e missilistico; colpire infrastrutture critiche, nodi energetici e sistemi di comando; esercitare pressione psicologica, economica e politica sul sistema iraniano.

Per Israele, il discorso è parzialmente diverso, ma non opposto. Tel Aviv ha una maggiore propensione all’uso diretto della forza, ma anche per Israele un’operazione terrestre in profondità contro l’Iran appare logisticamente e strategicamente proibitiva, se non in forme molto limitate e indirette (operazioni speciali, sabotaggi, azioni clandestine). L’obiettivo israeliano resta la neutralizzazione della minaccia, non l’occupazione territoriale.

A complicare ulteriormente lo scenario interviene la dimensione globale. Un’escalation che includesse un intervento terrestre massiccio aumenterebbe in modo esponenziale il rischio di reazioni – dirette o indirette – da parte delle potenze del Sud Globale. Non si tratta necessariamente di un coinvolgimento militare aperto, ma di: pressioni diplomatiche coordinate; destabilizzazione dei mercati energetici; rafforzamento di circuiti alternativi di cooperazione economica e finanziaria; sostegno politico all’Iran come attore “anti-egemonico”.

In questo quadro, la Cina osserva la crisi come variabile critica del sistema internazionale, senza esporsi direttamente ma internalizzandone i possibili esiti strategici. Un conflitto terrestre prolungato avrebbe effetti diretti sulle rotte energetiche, sui prezzi e sulla competizione sistemica globale, rafforzando la percezione di un uso politico-militare dell’energia da parte occidentale. Anche per questo Washington ha forti incentivi a evitare un salto di scala incontrollabile.

Quindi, pur non potendo escludere in assoluto operazioni terrestri limitate o indirette, è altamente improbabile che l’operazione contro l’Iran evolva in una campagna di terra comparabile a quelle del passato. La traiettoria più plausibile resta quella di una guerra a distanza, prolungata, asimmetrica e modulare, in cui l’obiettivo non è la conquista territoriale, ma il logoramento strutturale dell’avversario e la riduzione della sua funzione geopolitica.

L’Unione Europea tra non-autonomia strategica e allineamento discorsivo

La reazione dell’Unione Europea all’operazione statunitense contro l’Iran non può essere compresa se non partendo da una constatazione preliminare: l’UE, allo stato attuale, non è un attore geopolitico autonomo, ma uno spazio politico-istituzionale frammentato, privo di una catena decisionale unitaria in materia di sicurezza e strategia globale. Questa condizione strutturale determina una risposta che, più che operativa, sarà prevalentemente discorsiva, normativa e simbolica.

È quindi prevedibile che, al di là delle rituali dichiarazioni a favore della de-escalation, del dialogo e della pace, l’Unione finisca per sostenere indirettamente l’operazione statunitense attraverso una narrazione che ribadisce l’idea dell’Iran come minaccia esistenziale per Israele. In questo senso, anche in presenza di tensioni politiche tra Bruxelles e l’attuale amministrazione degli Stati Uniti, l’UE difficilmente si discosterà dalla cornice interpretativa dominante nello spazio euro-atlantico.

Questo allineamento non è solo il prodotto di pressioni diplomatiche dirette, ma il risultato di un processo più profondo di permeazione ideologica. Da decenni, i principali think tank statunitensi e israeliani – di orientamento liberal, neoconservatore o nazional-conservatore – esercitano un’influenza strutturale su reti analoghe europee, che a loro volta alimentano il dibattito pubblico, i media e le classi dirigenti. Questo vale tanto per i partiti di centrodestra quanto per quelli di centrosinistra, che condividono spesso un medesimo orizzonte cognitivo in materia di sicurezza, minacce e “valori occidentali”, in particolare per quanto riguarda le vicende del Vicino e Medio Oriente.

In tale contesto, l’Europa tenderà a rappresentare la crisi non come il prodotto di un confronto geopolitico asimmetrico, ma come una risposta necessaria a un pericolo iraniano intrinseco, rafforzando l’idea che la sicurezza di Israele sia una priorità morale e strategica non negoziabile. Questo consentirà all’UE di giustificare una sostanziale passività operativa, mascherandola dietro un linguaggio di responsabilità e moderazione.

Quanto alla possibilità che l’Europa contribuisca realmente alla risoluzione della crisi, le prospettive appaiono limitate. In teoria, l’UE potrebbe svolgere un ruolo di mediazione diplomatica, riattivare canali negoziali sul nucleare o promuovere iniziative multilaterali. In pratica, tuttavia, la sua capacità di incidere è fortemente ridotta dalla mancanza di credibilità strategica e dalla subordinazione di fatto alla postura statunitense. Senza una politica estera e di sicurezza realmente autonoma, ogni iniziativa europea rischia di essere percepita come accessoria o strumentale.

Gli interessi europei nei confronti dell’Iran, d’altra parte, esistono e sono tutt’altro che marginali. Essi riguardano almeno quattro ambiti: – la stabilità regionale e la prevenzione di nuove ondate migratorie; – la sicurezza delle rotte energetiche; – l’accesso a risorse energetiche iraniane nel medio-lungo periodo; – la tutela di spazi commerciali e industriali in un mercato potenzialmente rilevante.

Tuttavia, questi interessi sono sistematicamente subordinati alla coerenza del blocco euro-atlantico e alla pressione politico-finanziaria esercitata dagli Stati Uniti. Ogni tentativo europeo di sviluppare una relazione autonoma con Teheran – come dimostrato in passato – è stato facilmente neutralizzato attraverso sanzioni secondarie, vincoli bancari e isolamento finanziario.

In definitiva, l’UE appare destinata a svolgere un ruolo che potremmo definire di “accompagnamento passivo” della strategia statunitense: non protagonista delle decisioni, ma utile nel fornire legittimazione narrativa, copertura diplomatica e sostegno mediatico. Più che contribuire alla risoluzione della crisi, l’Europa contribuirà alla sua normalizzazione discorsiva, presentandola come inevitabile, difensiva e, soprattutto, moralmente giustificata.

Questo conferma, ancora una volta, che la crisi iraniana non mette in luce solo le tensioni del Vicino e Medio Oriente, ma anche – e forse soprattutto – la crisi di sovranità strategica europea, incapace di tradurre i propri interessi materiali in una linea politica autonoma.

Differenze nazionali senza alternativa strategica: Francia, Germania e Italia

Se l’Unione Europea nel suo complesso si muove come un attore essenzialmente discorsivo e subordinato, l’analisi dei singoli Stati membri mostra differenze di stile, non di strategia. Francia, Germania e Italia articolano posizioni formalmente distinte, ma tutte inscrivibili entro un medesimo perimetro: quello dell’allineamento strutturale all’architettura euro-atlantica e alla narrazione dominante sull’Iran.

La Francia: ambizione strategica senza rottura

La Francia è il Paese europeo che più di altri tenta di preservare una parvenza di autonomia strategica. Forte della propria tradizione diplomatica, della capacità militare e dello status nucleare, Parigi tende a presentarsi come interlocutore “equilibratore”, invocando de-escalation, diritto internazionale e riapertura di canali negoziali.

Tuttavia, questa postura non si traduce mai in una vera rottura con Washington o Tel Aviv. Anche la Francia finisce per accettare la cornice secondo cui l’Iran rappresenta una minaccia strutturale alla sicurezza regionale e, in ultima istanza, a quella israeliana. L’autonomia francese resta quindi retorica più che operativa: utile a preservare un’immagine di potenza diplomatica, ma priva di conseguenze strategiche reali.

La Germania: stabilità, allineamento e rimozione del conflitto

La Germania adotta una postura ancora più prevedibile. Tradizionalmente orientata alla stabilità, alla legalità internazionale e alla continuità dei legami transatlantici, Berlino privilegia un linguaggio fortemente normativo: condanna dell’escalation, sostegno alla sicurezza di Israele, inviti generici al dialogo.

Sul piano sostanziale, però, la Germania evita qualunque iniziativa che possa essere interpretata come una messa in discussione dell’azione statunitense. La crisi iraniana viene trattata come un problema di sicurezza esterna, da gestire politicamente ma senza interferire con la leadership americana. L’obiettivo implicito è la rimozione del conflitto come fattore destabilizzante per l’economia europea, più che la sua risoluzione.

L’Italia: adattamento e marginalità strutturale

L’Italia si colloca in una posizione di adattamento quasi automatico. Priva di una visione strategica autonoma sul Vicino e Medio Oriente e fortemente dipendente dal quadro euro-atlantico, Roma tende a seguire la linea prevalente, alternando dichiarazioni di equilibrio a un sostegno implicito alla narrativa dominante.

Pur avendo interessi diretti in termini di sicurezza energetica e stabilità del Mediterraneo allargato, l’Italia non dispone né degli strumenti politici né della volontà strategica per trasformare tali interessi in una postura distinta. La crisi iraniana viene quindi gestita come un dossier esterno, rispetto al quale l’allineamento è considerato la scelta meno costosa.

Un pluralismo apparente

Nel complesso, le differenze tra Francia, Germania e Italia non modificano il dato centrale: nessuno di questi Stati è disposto — o in grado — di sfidare apertamente la linea statunitense. Le divergenze restano confinati al registro linguistico, al grado di enfasi sulla diplomazia o alla visibilità dell’impegno.

Ciò è dovuto non solo a vincoli politici e militari, ma anche alla permeazione ideologica prodotta dai circuiti transatlantici riguardo al discorso strategico. I principali centri di analisi e formazione delle élite europee condividono ormai le stesse categorie interpretative di quelli statunitensi e israeliani: minaccia iraniana, sicurezza di Israele, instabilità regionale come dato strutturale.

Stati senza strategia in un’Europa senza sovranità

La crisi iraniana mostra con chiarezza che l’Europa non è divisa tra Stati “autonomi” e Stati “allineati”, ma tra sfumature diverse di una stessa dipendenza strategica. Francia, Germania e Italia interpretano ruoli differenti, ma nessuno di essi mette in discussione l’impianto generale del confronto.

In questo senso, l’azione europea non incide sul corso della crisi, ma ne accompagna lo sviluppo, contribuendo a legittimare sul piano politico e discorsivo decisioni prese altrove. Ancora una volta, l’Iran diventa così uno specchio che riflette non solo le tensioni del Medio Oriente, ma anche l’incapacità europea di trasformare interessi materiali in una vera strategia geopolitica.

Media europei e normalizzazione del conflitto

Nel contesto dell’operazione militare statunitense contro l’Iran, il ruolo dei media europei emerge come un fattore chiave nella formazione delle percezioni pubbliche e nella legittimazione delle scelte politiche.

Più che veicolare un’analisi neutrale dei fatti, la stampa, le televisioni e le piattaforme digitali europee tendono a inserirsi in un quadro narrativo già marcato dall’egemonia cognitiva euro-atlantica, amplificando riferimenti, categorie e interpretazioni che riflettono più gli interessi strutturali delle élite occidentali che una rappresentazione neutrale della complessità del conflitto.

Innanzitutto, le narrative prevalenti nei principali media di Francia, Germania, Regno Unito e Italia tendono a focalizzarsi su alcuni temi ricorrenti: la minaccia del programma nucleare iraniano, i rischi di destabilizzazione regionale, le implicazioni per la sicurezza di Israele e la necessità di preservare “ordine e stabilità”.

Questo schema interpretativo, pur non esplicitamente militante, finisce spesso per legittimare implicitamente l’azione statunitense e israeliana, presentandola come una risposta difensiva o inevitabile a un pericolo percepito. Analisi su narrazioni globali mostrano che i media occidentali enfatizzano la dimensione di conflitto e confrontano la questione attraverso “lenti” di sicurezza e strategicità occidentale, mentre altre prospettive, come quelle diplomatiche o umanitarie, sono marginalizzate o trattate come secondarie.

Questa dinamica non è estranea alle strutture stesse dei grandi organi d’informazione europei, le cui linee editoriali sono spesso allineate, sebbene indirettamente, ai quadri interpretativi diffusi nei think-tank e negli ambienti strategici euro-atlantici. Ciò significa che, anche in assenza di direttive politiche esplicite, la copertura mediatica tende a “normalizzare” alcune categorie interpretative, come la rappresentazione dell’Iran principalmente come minaccia nucleare o militare e la legittimità di risposte dure da parte di Stati Uniti e Israele.

Un altro aspetto significativo riguarda l’attenzione privilegiata verso gli effetti umanitari e diplomatici delle operazioni occidentali, che se da un lato può apparire come segno di sensibilità civile, dall’altro contribuisce a spostare l’asse del dibattito da una critica sostanziale delle cause profonde verso una gestione dei “danni collaterali”. Questa scelta narrativa, pur apparentemente critica, finisce per non mettere in discussione il quadro interpretativo generale secondo cui l’Iran costituisce un attore ostile da contenere.

Parallelamente, alcune componenti della stampa europea danno spazio a linee alternative o critiche, provenienti da posizioni di sinistra o pacifiste, che vedono nell’azione occidentale un’escalation pericolosa e potenzialmente illegittima. Questi interventi, tuttavia, restano spesso minoritari rispetto alla narrazione dominante che – pur declinata con toni cauti o “umani” – tende a riprodurre la cornice strategica euro-atlantica.

Infine, non va sottovalutato l’effetto della diaspora iraniana e di gruppi transnazionali di opinione sui media europei. Le manifestazioni di solidarietà con i manifestanti in Iran e le discussioni sulla repressione interna vengono riportate, ma spesso sono mediate da filtri interpretativi che le inseriscono in una narrazione più ampia di rischio, instabilità e minaccia alla civiltà occidentale.

In sintesi, il ruolo dei media europei nella crisi iraniana non è quello di un osservatore neutrale o di un arbitro imparziale. I media contribuiscono in modo significativo alla costruzione e alla legittimazione di narrazioni che sostengono, pur indirettamente e spesso involontariamente, l’architettura interpretativa dominante dell’ordine euro-atlantico. Questo non solo influenza l’opinione pubblica, ma crea un terreno discorsivo favorevole alle élite politiche che intendono mantenere l’Europa entro un perimetro strategico allineato agli Stati Uniti e ai loro alleati.

Foto: IRNA, Tasnim, IDF, X, US Dept. of War, Casa Bianca

Mappe: ISW

Neoconservatorismo e crisi dell’universalismo occidentale (da La Fionda)


22 Feb , 2026|Tiberio Graziani | 2026 | Visioni

Genealogia filologica, periferie europee e adattamenti dell’egemonia statunitense

L’articolo propone un tentativo di ricostruzione genealogica e filologica del neoconservatorismo come forma adattiva dell’egemonia occidentale in una fase di crisi dell’universalismo liberaldemocratico. Lungi dall’essere interpretato come una semplice ideologia contingente o come una regressione reazionaria, il neoconservatorismo viene qui analizzato come una modalità di riorganizzazione del potere quando la capacità dell’Occidente di generare consenso attraverso valori universalistici tende progressivamente a ridursi. Attraverso l’analisi delle sue origini statunitensi, della trasformazione in dottrina di governo e delle successive riformulazioni discorsive, il saggio ricostruisce la sequenza che conduce dall’universalismo decisionista della fase bushiana ai tentativi di restaurazione liberal-internazionalista, fino all’emergere di forme di egemonia post-universalista. Particolare attenzione è dedicata alla struttura centro–periferia all’interno dell’Occidente a guida statunitense, mostrando come il neoconservatorismo europeo non costituisca una tradizione autonoma, ma una derivazione discorsiva e strategica, legittimata attraverso reti transatlantiche e riferimenti culturali selettivi. Il presente testo sostiene che la riduzione dell’autonomia europea non debba essere intesa come assenza di capacità di iniziativa politica, bensì come sua progressiva canalizzazione entro uno spazio del discorso politicamente legittimo sempre più ristretto. In conclusione, la crisi dell’Occidente viene interpretata non come crisi dei valori in quanto tali, ma come crisi del loro potere semantico: quando l’universalismo perde capacità integrativa, l’egemonia tende a riorganizzarsi attraverso dispositivi morali, decisionali e strategici che restringono lo spazio del pluralismo politico interno.

Il neoconservatorismo oltre l’ideologia

Il neoconservatorismo viene comunemente interpretato come una corrente ideologica specifica, riconducibile a determinati ambienti politici statunitensi o a una fase storica circoscritta. Questa lettura, tuttavia, coglie soltanto la superficie del fenomeno. Il neoconservatorismo non è semplicemente un’ideologia tra le altre, ma una forma storica adattiva dell’egemonia occidentale, emersa nel momento in cui l’universalismo liberaldemocratico ha iniziato a perdere la propria capacità di generare consenso.

L’ipotesi che guida questo lavoro è che il neoconservatorismo non rappresenti una rottura con il liberalismo, bensì la sua trasformazione funzionale in condizioni di crisi sistemica. Quando l’egemonia non può più fondarsi prevalentemente sull’attrazione normativa, essa si riorganizza attraverso dispositivi morali, decisionali e securitari. Il neoconservatorismo è il nome di questa riorganizzazione.

Si propone, quindi, una lettura critica del neoconservatorismo non come ideologia marginale, ma come dispositivo centrale attraverso cui l’Occidente sta riorganizzato la propria egemonia dopo la crisi dell’universalismo liberale. La posizione europea viene qui analizzata non come semplice subordinazione passiva, bensì come spazio di capacità di iniziativa politica progressivamente incanalata entro vincoli discorsivi e strategici sempre più stringenti.

Per comprendere tale processo è necessario adottare una prospettiva filologico-genealogica, capace di seguire il mutamento dei lessici politici, delle categorie concettuali e delle strutture di legittimazione del potere, nonché una prospettiva sistemica, che tenga conto delle asimmetrie interne all’Occidente a guida statunitense.

Universalismo liberaldemocratico ed eterogenesi dei fini

L’universalismo liberaldemocratico che si afferma dopo la fine della Guerra Fredda si presenta come orizzonte normativo globale. Democrazia, diritti umani, mercato e stato di diritto vengono assunti non come prodotti storicamente situati, ma come standard universali del progresso politico. In questa fase, il linguaggio liberale svolge una funzione eminentemente egemonica: rende l’ordine occidentale intelligibile come ordine razionale e desiderabile.

Seguendo una prospettiva che tiene conto anche della lezione gramsciana, tale universalismo opera come direzione morale e culturale, capace di tradurre l’interesse particolare dell’Occidente in interesse generale. Tuttavia, proprio questa universalizzazione produce una profonda eterogenesi dei fini. La democrazia cessa progressivamente di essere una pratica di autogoverno e si trasforma in criterio di legittimazione; i diritti diventano strumenti selettivi di inclusione ed esclusione; il pluralismo viene tollerato solo entro confini compatibili con l’ordine esistente.

L’universalismo non collassa, ma si irrigidisce. Quando perde la capacità di generare consenso, tende a trasformarsi in norma coercitiva. È in questo passaggio che matura la necessità storica del neoconservatorismo. Tale necessità non va tuttavia intesa in senso deterministico, ma come il risultato di una combinazione contingente di crisi semantica, trasformazioni geopolitiche e riorganizzazioni del potere all’interno dell’Occidente.

Origine filologica del neoconservatorismo: il liberalismo disincantato

Dal punto di vista genealogico, il neoconservatorismo nasce negli Stati Uniti tra gli anni Sessanta e Settanta come critica interna al liberalismo progressista, non come ritorno al conservatorismo tradizionale. Figure come Irving Kristol provengono da ambienti liberal anticomunisti e condividono i presupposti fondamentali della modernità politica: fiducia nel progresso, relativa centralità dello Stato, razionalizzazione dell’ordine sociale.

La rottura avviene sul piano antropologico e morale. Nei testi neoconservatori emergono concetti come virtue, order, responsibility, moral clarity. Filologicamente, questi termini non rinviano a una restaurazione premoderna, bensì a un tentativo di correzione normativa della modernità. Il liberalismo viene accusato non di essere moderno, ma di essere moralmente neutro e politicamente debole.

In questa fase, il neoconservatorismo non rinuncia all’universalismo, ma lo riformula. Non è più considerato come esito spontaneo della storia, bensì come missione consapevole. La politica deve orientare la storia, non limitarsi ad amministrarla.

Dal discorso alla decisione: il neoconservatorismo come dottrina di governo

La trasformazione decisiva avviene quando il neoconservatorismo passa dalla sfera intellettuale a quella governativa, in particolare durante le amministrazioni di George W. Bush. In questa fase, il linguaggio neoconservatore diventa principio decisionale sovrano.

Espressioni come axis of evil, freedom agenda e war on terror segnano un passaggio filologico cruciale: l’universalismo non è più un orizzonte normativo, ma una giustificazione dell’eccezione. La democrazia non è negoziabile, ma imponibile; il conflitto geopolitico viene moralizzato; la politica internazionale assume la forma di una lotta tra bene e male.

Qui il neoconservatorismo converge implicitamente con il decisionismo di Carl Schmitt. La distinzione amico/nemico struttura il campo politico, mentre la decisione sostituisce la mediazione. Questa è la fase di massima coincidenza tra universalismo e potenza.

Centro e periferia nell’Occidente usacentrico

Il neoconservatorismo non si sviluppa in modo uniforme nello spazio occidentale. Al contrario, esso rivela una struttura centro–periferia. Gli Stati Uniti costituiscono il centro di elaborazione concettuale, strategica e discorsiva; l’Europa occupa una posizione strutturalmente subordinata nell’elaborazione e nella diffusione dell’indirizzo politico dominante.

Questa asimmetria diventa evidente nel ruolo svolto dai centri di elaborazione strategica (think tank) statunitensi – come l’American Enterprise Institute e la Heritage Foundation – che operano come fabbriche transnazionali dell’egemonia. Essi non influenzano soltanto la politica statunitense, ma legittimano e orientano le élite conservatrici europee, fornendo loro linguaggi, categorie e priorità.

Il neoconservatorismo europeo non nasce quindi da una continuità con il conservatorismo storico europeo, tradizionalmente scettico verso l’universalismo e incline alla mediazione istituzionale. Esso emerge come derivazione eterodiretta, producendo una crescente divaricazione tra tradizione europea e nuovo conservatorismo euro-atlantico.

La nozione di ‘periferia europea’ non intende negare le differenze nazionali, ma indicare una condizione strutturale comune di dipendenza discorsiva e strategica dal centro statunitense.

Roger Scruton e la legittimazione periferica del neoconservatorismo europeo

Nel processo di diffusione del neoconservatorismo nelle periferie dell’Occidente usacentrico, un ruolo peculiare è svolto da Roger Scruton, spesso assunto come riferimento teorico dalle destre europee contemporanee. Scruton non è un neoconservatore in senso proprio e non appartiene alla genealogia statunitense del liberalismo disincantato. Il suo pensiero si colloca piuttosto nella tradizione del conservatorismo britannico, caratterizzata da scetticismo verso l’universalismo astratto, attenzione al limite e centralità delle istituzioni storiche.

Tuttavia, nel contesto europeo attuale, Scruton viene frequentemente estratto dal proprio orizzonte teorico e utilizzato come fonte di legittimazione culturale di un conservatorismo che ha progressivamente reciso il legame con le proprie tradizioni storiche. Concetti come oikophilia, comunità morale, identità nazionale e critica del cosmopolitismo vengono isolati dal loro impianto originario e integrati in un lessico euro-atlantico che non mette in discussione l’ordine geopolitico occidentale a guida statunitense.

In questo senso, Scruton svolge una funzione paradossale: egli consente alle destre europee di prendere le distanze dal liberalismo progressista senza mettere in discussione l’egemonia occidentale. Il suo pensiero fornisce una legittimazione filosofica derivata, che sostituisce l’autonomia teorica con l’adattamento discorsivo. Ne risulta un’ulteriore divaricazione tra il conservatorismo europeo storico – fondato sul limite, sulla mediazione e sulla pluralità delle tradizioni – e il neoconservatorismo euro-atlantico, orientato alla moralizzazione del conflitto e alla subordinazione strategica.

In questa prospettiva, l’uso europeo di Scruton non rappresenta una continuità con il conservatorismo britannico, ma un processo di appropriazione funzionale, che contribuisce a consolidare la posizione periferica dell’Europa all’interno dell’Occidente usacentrico.

Ciò non implica una scomparsa della capacità di iniziativa politica europea, ma la sua progressiva riorganizzazione entro un orizzonte del discorso politico definito altrove e sempre più vincolante.

La chiusura del campo politico europeo qui descritta non richiede un’alterità esterna radicale, ma si realizza in modo endogeno attraverso la combinazione di legittimazione culturale, dipendenza discorsiva e, soprattutto, subordinazione strategica.

Obama: l’ultimo universalismo egemonico

L’amministrazione di Barack Obama rappresenta una fase di transizione. Obama tenta una ri-semantizzazione dell’universalismo liberale attraverso un lessico fondato su multilateralism, engagement e shared values. Si tratta di un tentativo di ricostruire consenso dopo l’usura dell’interventismo neoconservatore.

Tuttavia, questo universalismo è già riflessivo e difensivo. Esso opera come gestione della crisi più che come progetto storico. Obama incarna l’ultimo momento in cui l’egemonia statunitense tenta di presentarsi come ordine desiderabile, pur in un contesto che ne riduce drasticamente l’efficacia.

Trump I: la decostruzione del linguaggio universalista

Con l’elezione di Donald Trump (2017–2021) avviene una rottura eminentemente filologica. Trump I abbandona il linguaggio universalistico e adotta un lessico transazionale: deals, interests, winners and losers. La politica viene spogliata di ogni giustificazione morale universale.

Questa fase non produce ancora un nuovo progetto egemonico coerente, ma demistifica il linguaggio precedente. La critica al deep state non mette in discussione l’obiettivo egemonico degli Stati Uniti, ma ne denuncia le modalità inefficaci. L’egemonia resta, ma perde il suo vocabolario legittimante.

Steve Bannon e la prima articolazione ideologica del post-universalismo

All’interno della fase Trump I, una posizione peculiare è occupata da Steve Bannon, la cui funzione non può essere compresa né nei termini del neoconservatorismo classico né come semplice espressione di populismo anti-sistemico. Bannon rappresenta piuttosto un tentativo di articolazione ideologica della crisi dell’universalismo occidentale.

A differenza dei neoconservatori, Bannon rifiuta esplicitamente l’idea che i valori occidentali siano universalizzabili. Il suo lessico non è quello dei diritti, ma della decadenza civilizzazionale, del conflitto storico permanente e della rigenerazione attraverso la rottura. In questo senso, egli opera una traslazione semantica: dalla democrazia come valore universale alla civiltà come soggetto in lotta.

Tuttavia, questa rottura non implica l’abbandono dell’orizzonte egemonico statunitense. Al contrario, l’egemonia viene riformulata in termini post-universalisti: non più guida morale del mondo, ma centro decisionale di un conflitto sistemico tra civiltà. Bannon fornisce così il primo tentativo di dare forma ideologica a ciò che Trump I aveva espresso in modo prevalentemente pragmatico e destrutturato.

È inoltre significativo che Bannon svolga un ruolo centrale nel collegare il trumpismo statunitense alle destre europee, anticipando una circolazione ideologica alternativa a quella dei think tank neoconservatori tradizionali. Questa circolazione, tuttavia, non produce autonomia europea, ma una nuova forma di dipendenza periferica, fondata non più sull’universalismo liberale, bensì su una subordinazione civilizzazionale al centro statunitense.

In questa prospettiva, Bannon non rappresenta un’alternativa al neoconservatorismo, ma una figura di transizione: egli prepara il terreno discorsivo su cui il programma MAGA di Trump II potrà affermarsi come egemonia esplicita, priva di giustificazione universalistica.

Biden e la restaurazione incompiuta

L’amministrazione di Joe Biden tenta una restaurazione del linguaggio egemonico classico: democracy versus autocracy, rules-based international order, defending democracy. Tuttavia, tali significanti risultano indeboliti. Essi non producono più integrazione, ma delimitazione.

La discontinuità con Trump I è soprattutto stilistica. Sul piano strategico permane una continuità: centralità della competizione sistemica, uso selettivo dei valori, subordinazione del pluralismo. L’universalismo viene riproposto come linguaggio, ma non recupera la sua funzione egemonica originaria.

Trump II e MAGA: l’egemonia post-universalista

In questo contesto si colloca Trump II e il suo slogan-programma MAGA (Make America Great Again). Filologicamente, MAGA è un sintagma post-universalista: non promette valori condivisi, ma potenza; non universalità, ma gerarchia.

La “grandezza” evocata è posizionale, non morale. Trump II rinuncia definitivamente all’universalismo come linguaggio legittimante e propone un’egemonia esplicita, competitiva e dichiaratamente asimmetrica. Non guida il mondo: prevale su di esso.

In questo senso, Trump II rappresenta una delle forme più coerenti e compiute assunte dal neoconservatorismo, liberata da ogni residuo universalistico.

Conclusione. Il neoconservatorismo come necessità sistemica

Il neoconservatorismo non è una parentesi ideologica, ma una necessità sistemica dell’egemonia occidentale in crisi. Tale necessità non va, tuttavia, interpretata come esito inevitabile di un meccanismo impersonale, bensì come una forma storicamente ricorrente di adattamento egemonico, emersa all’interno di un insieme finito di possibilità politiche e discorsive.

Quando il linguaggio dei valori perde efficacia, esso viene sostituito da linguaggi della decisione, della sicurezza e della gerarchia.

Nelle periferie dell’Occidente usacentrico, in particolare in Europa, questo processo produce una perdita di autonomia teorica e politica. Il conservatorismo europeo, nella sua forma neoconservatrice, non conserva nulla: importa, traduce e radicalizza un paradigma elaborato altrove.

La crisi dell’Occidente non è soltanto crisi di potenza, ma crisi di pluralità interna. Quando anche le periferie parlano il linguaggio del centro, l’egemonia non si rinnova: si irrigidisce. Ed è in questa rigidità che il neoconservatorismo rivela la sua natura più profonda: non scelta ideologica, ma forma storica di sopravvivenza del potere.

Il sistema internazionale e la guerra


3 Mar , 2026|Tiberio Graziani | 2026 | Visioni

Norme, potere e transizione geopolitica

L’articolo propone una distinzione tra sistema internazionale e ordine geopolitico per interpretare la crisi attuale delle relazioni internazionali. La guerra in Ucraina viene letta non come una rottura improvvisa dell’ordine liberale, ma come l’esito di una progressiva erosione della credibilità normativa durante la fase unipolare. La politicizzazione selettiva del diritto internazionale ha indebolito la funzione regolativa del sistema, rendendo strutturale il disallineamento tra norme e distribuzione della potenza. La transizione in corso solleva quindi un interrogativo più profondo: è possibile ricostruire un principio di legittimità condiviso in assenza di egemonia?

Sistema internazionale e ordine geopolitico

Per affrontare questo tema è necessario chiarire una distinzione concettuale fondamentale: quella tra sistema internazionale e ordine geopolitico.

Con il sintagma sistema internazionale ci riferiamo all’insieme di regole, norme, istituzioni e principi che organizzano formalmente le relazioni tra gli Stati. Si tratta di una dimensione prevalentemente normativa e istituzionale, che comprende concetti come la sovranità statale, il diritto internazionale e le organizzazioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite. Il sistema internazionale fornisce quindi il quadro di legittimità entro cui gli attori dovrebbero agire, almeno nelle fasi in cui il sistema mantiene una capacità regolativa effettiva che dipende a sua volta dalle configurazioni dell’ordine geopolitico entro cui opera.

L’ordine geopolitico, invece, riguarda la distribuzione concreta della potenza: chi possiede capacità militari ed economiche decisive, chi esercita influenza, chi costruisce alleanze e chi è in grado di imporre vincoli agli altri attori. Qui il principio regolatore non è la norma, ma l’equilibrio di potenza.

In altri termini, il sistema internazionale indica come il mondo dovrebbe funzionare; l’ordine geopolitico descrive come il mondo funziona effettivamente. Le due dimensioni non si succedono in modo lineare, ma intrattengono una relazione dialettica: il sistema tende a regolamentare l’uso della forza, mentre l’ordine geopolitico ne condiziona concretamente l’efficacia.

In alcuni momenti storici, il cambiamento dell’ordine avviene all’interno di un sistema internazionale che permane; in altri, invece, la crisi dell’ordine è così profonda da mettere in discussione anche il sistema stesso. È soprattutto nei momenti di disallineamento tra queste due dimensioni che la guerra torna a occupare uno spazio centrale nella politica internazionale.

Ordine, sistema e guerra: una lettura storica

Adottando questa chiave di lettura, la storia delle relazioni internazionali non va interpretata come una semplice successione di sistemi che si sostituiscono l’uno all’altro. Piuttosto, essa può essere compresa come una dinamica di interazione e tensione tra sistemi internazionali relativamente stabili sul piano normativo e ordini geopolitici mutevoli, che ne condizionano il funzionamento concreto.

A partire dal 1648, con la Pace di Vestfalia, si afferma un sistema internazionale fondato sulla sovranità degli Stati e sul principio del bilanciamento di potenza. Nel XIX secolo, il Concerto Europeo rappresenta un tentativo di stabilizzare questo sistema attraverso la cooperazione diplomatica tra le grandi potenze.

Tuttavia, questo equilibrio entra progressivamente in crisi. La Prima guerra mondiale non rappresenta soltanto un conflitto di grandi dimensioni, ma una vera e propria crisi dell’ordine geopolitico europeo, che finisce per travolgere anche il sistema di regole che lo aveva sostenuto. Non è solo l’equilibrio di potenza a collassare, ma anche la fiducia nella capacità della diplomazia tradizionale di contenere il conflitto.

Il tentativo di risposta a questa crisi è incarnato dalla Società delle Nazioni, che mira a rafforzare la dimensione normativa del sistema internazionale. Tuttavia, l’assenza di un ordine geopolitico compatibile e di meccanismi coercitivi efficaci ne determina il fallimento.

Il sistema post-1945 e l’ordine bipolare

La Seconda guerra mondiale costituisce una rottura ancora più profonda. Essa non solo ridisegna l’ordine geopolitico globale, ma dà origine a una nuova architettura istituzionale: le Nazioni Unite, il sistema di Bretton Woods e un insieme di regole volte a prevenire il ritorno di conflitti sistemici.

Dopo il 1945 emerge così un sistema internazionale formalmente universale, fondato sul multilateralismo e sul diritto internazionale. Questo sistema convive con un ordine geopolitico bipolare, dominato dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica.

Questo caso è particolarmente significativo perché mostra chiaramente che non sempre sistema e ordine coincidono. Il sistema internazionale post-1945 non viene sostituito durante la Guerra Fredda, ma viene strutturato e limitato dall’ordine bipolare. Le superpotenze determinano il funzionamento concreto delle istituzioni multilaterali, condizionano i processi decisionali e delimitano gli spazi di conflitto.

La guerra diretta tra le grandi potenze viene evitata grazie alla deterrenza nucleare, ma il conflitto non scompare. Si sposta verso la periferia del sistema sotto forma di guerre per procura, conflitti regionali e competizioni ideologiche. La Guerra Fredda dimostra quindi che un sistema internazionale relativamente stabile può convivere con un alto livello di violenza, purché questa rimanga geopoliticamente controllata.

Il momento unipolare: egemonia e destrutturazione del sistema

Con la fine della Guerra Fredda, l’ordine bipolare collassa mentre il sistema internazionale post-1945 rimane formalmente in vigore. Gli Stati Uniti emergono non solo come potenza dominante, ma come potenza egemone.

In questa fase il rapporto tra sistema e ordine subisce una trasformazione qualitativa. L’ordine unipolare non si limita a coesistere con il sistema internazionale, ma lo riorganizza dall’interno, imponendo progressivamente le proprie priorità politiche, economiche e normative, con una crescente enfasi sul diritto umanitario e sui suoi corollari, come il principio della responsabilità di proteggere e la legittimazione dell’intervento. A livello formale, il sistema internazionale sembra rafforzarsi in termini di densità istituzionale e produzione normativa, ma non in termini di autonomia rispetto al potere egemonico: si espandono le istituzioni occidentali, si intensifica la globalizzazione, si moltiplicano regimi normativi e tribunali internazionali.

Questo rafforzamento è accompagnato da una crescente omologazione del sistema alle preferenze dell’egemone. Il rafforzamento coincide con una crescente politicizzazione del diritto, che perde progressivamente la capacità di funzionare come vincolo generale e tende a operare in modo selettivo, a supporto dell’egemone.

Sul piano politico-strategico, la guerra non viene più definita come conflitto interstatale, ma come intervento contro Stati canaglia, contro il terrorismo o in nome di finalità umanitarie. Si stabilizza così una distinzione tra Stati “responsabili” e Stati “criminali”, cui corrisponde una progressiva esclusione dal perimetro della legittimità internazionale.

Questo processo ha conseguenze profonde: principi fondamentali del sistema internazionale, come la sovranità statale e l’inviolabilità delle frontiere, vengono progressivamente erosi. Le guerre nei Balcani, l’invasione dell’Afghanistan e soprattutto la guerra in Iraq del 2003 segnano una svolta: il sistema internazionale continua a esistere formalmente, ma viene svuotato nella pratica.

L’avversario non è più un soggetto politico legittimo, ma viene criminalizzato. La guerra diventa una forma di polizia internazionale esercitata dall’egemone, più che uno strumento regolato tra Stati sovrani.

In questo senso, il momento unipolare non rafforza realmente il sistema internazionale: lo destruttura, pur mantenendone le forme. Questa dinamica non è il risultato di un’intenzione deliberata, ma l’esito di una asimmetria di potere che ha progressivamente ridotto la capacità vincolante delle norme.

Per quanto riguarda il diritto internazionale, quanto scritto non implica che esso sia una mera finzione, ma che la sua efficacia sia storicamente condizionata e politicamente mediata.

La fase di transizione: crisi dell’unipolarismo

A partire dal 2008, i presupposti dell’ordine unipolare entrano in crisi. La crisi finanziaria globale ridimensiona l’idea di superiorità economica dell’Occidente. Parallelamente, si assiste all’ascesa della Cina come potenza globale, alla riemersione della Russia come attore considerato, dalla vulgata occidentale, revisionista. A questo nuovo scenario si aggiunge anche la crescente importanza dell’India. Si tratta di tre Stati-continente collocati nello spazio eurasiatico, la cui crescente proiezione internazionale ridisegna gli equilibri globali.

In questo contesto cresce la crisi del multilateralismo liberale: accordi internazionali vengono contestati, aumentano le tensioni interne all’Occidente e si rafforza la frammentazione regionale. Il sistema internazionale formale rimane in piedi, ma la sua capacità regolativa si indebolisce.

Il risultato è una fase di transizione caratterizzata dall’erosione dell’egemonia americana e dal ritorno della competizione tra grandi potenze.

La guerra in Ucraina: effetto della destrutturazione sistemica

Alla luce dell’analisi precedente, la guerra in Ucraina non può essere interpretata in modo semplicistico come una rottura improvvisa dell’ordine internazionale esistente. Una simile lettura risulta convincente solo se si assume come ancora pienamente operativo quel sistema di norme che, in realtà, è stato progressivamente indebolito nella sua capacità vincolante nel corso del momento unipolare, cioè durante quella che potremmo chiamare la fase della “reggenza statunitense” dell’ordine globale.

Nel periodo successivo alla Guerra Fredda, il sistema internazionale e il diritto internazionale hanno continuato a esistere formalmente, ma sono stati applicati in modo selettivo e gerarchico. Le ripetute violazioni della sovranità statale, l’uso della forza senza mandato ONU e la delegittimazione dell’avversario politico hanno progressivamente svuotato il principio di universalità delle norme.

In questo senso, la guerra in Ucraina non rappresenta tanto l’inizio della crisi del sistema internazionale, quanto una sua manifestazione tardiva ma strutturalmente prevedibile. Il ritorno di una guerra interstatale ad alta intensità avviene in un contesto in cui la guerra è già stata normalizzata come strumento politico, seppur in forme asimmetriche e discorsivamente depoliticizzate.

Dal punto di vista sistemico, ciò che emerge non è semplicemente la violazione di norme condivise, ma l’assenza di un consenso reale – universalmente condiviso e non gerarchizzato –  sul loro significato e sulla loro applicazione. Il diritto internazionale, già eroso durante il momento unipolare, non è più in grado di svolgere una funzione regolativa efficace.

Sul piano geopolitico, il conflitto ucraino riflette la collisione tra una fase di transizione incompiuta e l’eredità di un ordine egemonico che ha destrutturato il sistema senza sostituirlo con un nuovo equilibrio stabile. In questo quadro, la guerra non appare come un’anomalia, ma come l’esito prevedibile di un sistema in cui la forza ha preceduto e svuotato la norma.

Una dinamica analoga è visibile nel conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran. Anche in questo caso, l’uso della forza viene giustificato attraverso categorie di sicurezza preventiva, deterrenza o contrasto a minacce esistenziali, mentre il sistema internazionale appare incapace di esercitare una funzione regolativa effettiva. Il conflitto non si presenta soltanto come scontro regionale, ma come espressione di una competizione più ampia in un contesto di transizione geopolitica, nel quale la legittimazione dell’azione militare precede e condiziona la norma.

Riconoscere la dimensione strutturale dei conflitti non comporta la sospensione del giudizio sulle violazioni del diritto internazionale, che restano tali a prescindere dalla fase storica o dalla posizione di potere dell’attore coinvolto.

Conclusione

L’analisi condotta mostra che il problema centrale dell’attuale fase storica non risiede semplicemente nella redistribuzione della potenza globale, ma nel disallineamento tra sistema internazionale e ordine geopolitico.

Il sistema internazionale moderno si fonda sull’idea che la forza sia regolata da norme universalmente valide. Tuttavia, la sua efficacia non dipende dall’esistenza formale delle regole, bensì dalla loro applicazione non selettiva. Quando l’asimmetria di potere diventa così marcata da consentire a un attore di interpretare e applicare le norme in modo gerarchico, il sistema non scompare, ma perde progressivamente la propria capacità vincolante.

La fase unipolare ha rappresentato un momento in cui il sistema è stato mantenuto nella forma ma trasformato nella sostanza. La norma non è stata formalmente abolita, ma progressivamente politicizzata. In questo processo, la distinzione tra legalità e legittimità si è progressivamente assottigliata, fino a rendere instabile il quadro regolativo complessivo.

La fase di transizione attuale non coincide con un semplice ritorno della competizione tra grandi potenze, ma rende manifeste le tensioni prodotte da un sistema la cui pretesa di universalità era ormai divenuta selettiva. In assenza di un ordine geopolitico compatibile con la struttura normativa, la guerra torna a occupare uno spazio centrale non perché le norme siano formalmente decadute, ma perché la loro credibilità è stata erosa.

Il nodo teorico che emerge è il seguente: un sistema internazionale può sopravvivere senza coincidere perfettamente con l’ordine geopolitico, ma non può funzionare se la distanza tra norma e potenza diventa strutturalmente percepita come ingiusta o gerarchica.

La stabilità futura dipenderà dunque non soltanto dall’equilibrio tra gli attori principali, ma dalla capacità di ricomporre il rapporto tra regole e distribuzione della forza. In mancanza di questa ricomposizione, la transizione tenderà a produrre conflitti ricorrenti, nei quali la guerra non sarà un’eccezione al sistema, bensì una delle modalità attraverso cui si ridefiniscono i suoi limiti.

La questione decisiva non è se emergerà un nuovo centro di potere dominante, ma se sarà possibile ricostruire un livello minimo di riconoscimento reciproco capace di restituire al sistema internazionale la funzione regolativa che ne costituisce la ragion d’essere.

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L’attacco all’Iran: obiettivi incerti e assenza di strategia di lungo termine_di Giuseppe Gagliano

L’attacco all’Iran: obiettivi incerti e assenza di strategia di lungo termine

L’Iran non è un bersaglio. È un sistema. E quando un sistema entra nel mirino, la domanda decisiva non è “quanto possiamo colpire”, ma “che cosa vogliamo ottenere e a quale prezzo”. Perché qui il rischio non è una battaglia: è l’innesco di una guerra regionale a geometria variabile, con esiti difficili da controllare.

Partiamo dal dato militare: la postura americana nel Golfo e nel Mediterraneo allargato è costruita per la rapidità. Portaerei, cacciatorpediniere, sottomarini, missili da crociera, capacità di attacco a distanza e difesa antimissile. È un dispositivo pensato per tre compiti: colpire centri di comando e controllo, degradare la capacità missilistica, e “tenere” lo spazio aereo e marittimo. Ma la guerra, se resta solo potenza di fuoco, è una dimostrazione. Per diventare strategia deve produrre un risultato politico.

E qui arriva il primo nodo: l’obiettivo. Se lo scopo dichiarato è impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare, la contraddizione è evidente. Per anni anche apparati occidentali hanno sostenuto che non vi fosse prova conclusiva di un programma militare in atto. Insistere sull’argomento, trasformandolo in casus belli permanente, rischia di ottenere l’effetto opposto: spingere Teheran verso la scelta nucleare come assicurazione sulla vita. In altre parole, la guerra “per prevenire” può accelerare ciò che si dice di voler impedire.

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Se invece lo scopo reale è ridurre il potere regionale iraniano, allora siamo fuori dal dossier nucleare e dentro una competizione geopolitica. Qui l’obiettivo diventa: spezzare l’architettura di influenza iraniana in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Ma questa architettura non è un edificio con una sola porta d’ingresso: è una rete. E le reti non si abbattono con un bombardamento, si disarticolano con tempo, intelligence, lavoro politico e soprattutto con alternative credibili sul terreno. Senza alternative, si produce solo vuoto. E il vuoto, in Medio Oriente, non resta mai vuoto.

Secondo nodo: la natura dell’avversario. L’Iran non è l’Iraq di Saddam. È un Paese vasto, con geografia complessa, popolazione numerosa, apparati di sicurezza stratificati e una cultura strategica che vive di resilienza. Non è un attore che crolla perché perde qualche infrastruttura. Soprattutto, l’Iran ha costruito una dottrina che si basa su una regola semplice: non competere dove l’avversario è più forte, colpire dove l’avversario è più vulnerabile. Questo significa guerra asimmetrica: missili, droni, cyber, pressioni su rotte energetiche, uso di alleati armati per allargare il fronte e rendere costosa ogni escalation.

Terzo nodo: l’idea del “colpo risolutivo”. Nelle guerre moderne, la tentazione è sempre la stessa: credere che un attacco iniziale, massiccio e tecnologicamente superiore, produca il collasso politico dell’avversario. È una tentazione americana ricorrente, dal “shock and awe” in Iraq alle campagne di decapitazione mirata in altri teatri. Ma l’esperienza dice che i regimi sottoposti a bombardamenti spesso reagiscono con due meccanismi: irrigidiscono il controllo interno e consolidano consenso nazionale contro l’aggressione esterna. Anche quando esistono fratture interne, la pressione dall’esterno tende a ricomporle, almeno temporaneamente.

Quarto nodo: il cambio di regime. È la parola non detta ma sempre presente. Però la lezione di Iraq e Libia è brutale: rimuovere un vertice senza sapere chi lo sostituisce equivale a distruggere lo Stato e lasciare la società in balia di milizie, faide e interferenze esterne. L’Iran non è un mosaico tribale come la Libia, ma è un Paese con molte linee di tensione: etniche, regionali, sociali, generazionali. Se l’idea è “destabilizzare” per far cadere il potere, il rischio è non una transizione ordinata, ma una frammentazione con effetti immediati: nuove milizie, nuova radicalizzazione, nuovi flussi migratori, e un caos che si irradia fino all’Europa.

Quinto nodo: l’escalation orizzontale. Un conflitto con l’Iran non resta confinato all’Iran. Perché Teheran può rispondere in modo selettivo, distribuendo la pressione: basi nel Golfo, infrastrutture energetiche, traffico marittimo, alleati e proxy che aprono fronti collaterali. E basta poco per trasformare una “operazione” in una guerra: un errore di calcolo, una vittima eccellente, un attacco riuscito contro un asset americano, un’escalation israeliana non prevista. La dinamica del “ritorsione su ritorsione” è la trappola classica.

Sesto nodo: l’economia. Nel Golfo non c’è solo la guerra, c’è il termometro del mondo. Energia, assicurazioni marittime, prezzi, rotte. Anche senza bloccare formalmente Hormuz, è sufficiente aumentare il rischio percepito per far salire i costi: trasporto, coperture assicurative, volatilità finanziaria. Una guerra lunga logora non solo l’avversario, ma anche chi la conduce. E in una fase in cui le economie occidentali sono fragili e la fiducia degli investitori è sensibile a ogni segnale di instabilità, il conflitto diventa un moltiplicatore di incertezza.

Settimo nodo: la credibilità diplomatica. Se la forza viene usata mentre sono in corso negoziati o contatti, la conseguenza è una sola: il prossimo tavolo sarà più difficile. Non solo con l’Iran. Con chiunque. Perché la diplomazia, per funzionare, deve essere credibile. Se diventa un intermezzo tra due ondate di missili, smette di essere negoziazione e diventa gestione del danno.

Alla fine, la domanda vera è questa: una guerra “preventiva” contro l’Iran può produrre un ordine regionale più stabile? O rischia di produrre esattamente l’opposto: un Medio Oriente più frammentato, un Golfo più instabile, un’Europa più esposta a shock energetici e migratori, e un Iran che, sentendosi minacciato nella sopravvivenza, accelera verso la deterrenza nucleare?

Se l’obiettivo è la sicurezza, il paradosso è evidente: colpendo l’Iran senza una strategia sul dopo, si può aprire una stagione in cui la sicurezza diventa più rara, più costosa e più precaria per tutti. E questo, storicamente, è l’esito tipico delle guerre “preventive” quando la politica non riesce a governare la guerra.

Foto: IDF, IRNA, US Dept. of Wat e Casa Bianca

Mappa: ISW

L’intervento di Marco Rubio alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco_di Tiberio Graziani

L’intervento di Marco Rubio alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco

di Tiberio Graziani 

La liquidazione dell’idea di un “mondo senza confini” non è una semplice presa di posizione retorica, ma il segnale di una trasformazione profonda nella concezione statunitense della sicurezza. Con questa formula, Rubio non attacca soltanto un’utopia liberal-globalista, ma prende atto del fallimento di un’intera fase storica: quella in cui l’ordine internazionale veniva pensato come progressiva neutralizzazione della geopolitica attraverso istituzioni, mercati e interdipendenza.

Ciò che emerge è una concezione opposta: la sicurezza non nasce dalla diluizione dei confini, ma dal loro controllo; non dall’apertura indiscriminata, ma dalla selezione; non dalla fiducia nell’ordine, ma dalla capacità di governarne le fratture. Washington riconosce che l’illusione di un mondo post-politico ha prodotto vulnerabilità interne, perdita di coesione sociale, dipendenze strategiche e dispersione di risorse, mentre attori rivali hanno continuato a muoversi secondo logiche di potenza classiche.

Il messaggio per il futuro è netto: l’ordine globale non è più concepito come spazio da integrare, ma come ambiente competitivo da attraversare in modo selettivo. La priorità diventa la messa in sicurezza del perimetro — territoriale, industriale, tecnologico, simbolico — come condizione preliminare per qualsiasi ambizione globale. Non si tratta di isolamento, ma di chiusura funzionale: ridurre l’esposizione per aumentare la libertà d’azione.

La critica al multilateralismo e il problema della credibilità

La denuncia dell’inefficacia delle istituzioni internazionali non va letta come un rigetto morale del multilateralismo, bensì come una ridefinizione del suo statuto politico. Gli Stati Uniti non contestano l’esistenza delle istituzioni, ma la pretesa che esse possano vincolare in modo simmetrico tutti gli attori, incluso l’egemone.

In questo senso, la critica è credibile non come valutazione imparziale, ma come atto di potere. Le istituzioni multilaterali vengono accettate quando funzionano da moltiplicatori dell’influenza statunitense e respinte quando si trasformano in arene di freno o di contestazione. Il problema non è il multilateralismo in sé, ma la perdita di controllo sul suo funzionamento.

Ciò che viene messo in discussione è l’idea che l’ordine possa essere governato da norme impersonali indipendenti dai rapporti di forza. Washington afferma implicitamente che le istituzioni non sono fini, ma strumenti; non arbitri, ma infrastrutture politiche. Quando cessano di servire questa funzione, perdono legittimità agli occhi dell’egemone.

La critica, dunque, non è ipocrisia, ma normalizzazione dell’eccezione: il riconoscimento esplicito che l’universalismo non è un vincolo assoluto, bensì una risorsa da amministrare.

“Europa forte” e crisi di fiducia: la contraddizione solo apparente

L’appello a una “Europa forte” non è contraddittorio con le pratiche che alimentano la sfiducia degli alleati, ma coerente con una logica precisa: rafforzare l’Europa sul piano operativo senza emanciparla sul piano strategico. La forza richiesta non è autonomia decisionale, ma capacità di assorbire oneri, gestire crisi regionali e garantire stabilità periferica.

In questo quadro, la riorganizzazione dei comandi e la pressione sull’aumento della spesa militare non segnano un arretramento statunitense, bensì una redistribuzione dei costi della leadership. L’Europa viene chiamata a diventare più centrale nella gestione dell’ordine, ma non nella sua direzione. La distinzione tra visibilità politica e controllo strategico resta intatta.

La crescente percezione di inaffidabilità degli Stati Uniti nasce proprio da questa asimmetria: gli alleati sono sollecitati a investire, rischiare e assumere responsabilità, senza che ciò si traduca in un reale potere di indirizzo. La fiducia si erode non perché Washington abbandoni l’alleanza, ma perché la trasforma progressivamente in un rapporto contrattuale e gerarchico, più che in una comunità politica.

L’unilateralismo come struttura, non come deviazione

La disponibilità ad agire “da soli” non rappresenta una rottura con la cooperazione, ma ne rivela il fondamento reale. Nell’ordine guidato dagli Stati Uniti, la cooperazione è sempre stata condizionata: funziona finché non limita la libertà di decisione del centro. Quando entra in conflitto con interessi considerati vitali, viene sospesa senza che ciò sia percepito come anomalia.

Le esperienze in Medio Oriente e in America Latina mostrano che l’unilateralismo non è un incidente, ma una costante, soprattutto nelle aree ritenute strutturali per la sicurezza statunitense. Qui la logica è preventiva: garantire il controllo dello spazio prossimo per evitare l’ingresso di potenze rivali e preservare la capacità di proiezione globale.

In questo senso, la difesa collettiva non scompare, ma viene subordinata. Non è un principio assoluto, bensì una funzione della gerarchia. L’ordine cooperativo esiste, ma è selettivo; la norma vale, ma non per tutti allo stesso modo; l’alleanza è reale, ma non simmetrica.

In sostanza, le dichiarazioni di Rubio non segnano una svolta improvvisa, ma rendono esplicita una trasformazione già in atto: il passaggio da un ordine universalista fondato sulla pretesa di neutralità a un ordine apertamente gerarchico, fondato sulla gestione selettiva delle norme. Valori, istituzioni e alleanze non scompaiono, ma cambiano statuto: da fini a strumenti, da vincoli a risorse.

La frattura che emerge non è soltanto tra Occidente e resto del mondo, ma all’interno dello stesso campo occidentale: tra chi può permettersi l’eccezione e chi deve continuare a esibire coerenza. È qui che si colloca la crisi più profonda: non una crisi di potenza, ma una crisi di legittimazione condivisa.

Foto MSCA MarcoRubio/X

Tiberio Graziani è presidente di Vision & Global Trends – International Institute for Global Analyses. Attualmente insegna presso la Scuola di Dottorato Internazionale in “Diritto e mutamento sociale: le sfide della regolamentazione transnazionale” presso l’Università degli Studi Roma Tre, Dipartimento di Giurisprudenza. Nel 2011 ha fondato la rivista Geopolitica – Journal of Geopolitics and Related Matters, di cui è direttore responsabile. Dirige inoltre le seguenti collane accademiche: Giano – Affari Internazionali, Heartland – Storia e Teoria della Geopolitica  e Orizzonti d’Eurasia – Storia, Politica ed Economia del Supercontinente.

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Summit Trump-Putin: la rivincita di Orban e la “variabile cubana” – AGGIORNATO

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(aggiornato alle ore 23,55)

Donald Trump sorprende di nuovo quasi tutti e soprattutto coloro che lo immaginavano sul piede di guerra contro Vladimir Putin e la Russia e al fianco degli “alleati” europei. Mentre in Europa e Ucraina tutti si aspettavano l’annuncio della fornitura di missili da crociera Tomahawk a Kiev, l’istrione della Casa Bianca, cambia gioco, spiazza tutti e va in rete annunciando un nuovo summit con il presidente russo.

Dopo un colloquio telefonico di quasi due ore e mezza, ii leader delle due maggiori potenze nucleari si vedranno infatti entro due settimane a Budapest, per discutere la fine della guerra in Ucraina.

Trump ha espresso nuovo ottimismo sulla possibilità di concludere il conflitto attribuendo questo momento favorevole anche al cessate il fuoco tra Israele e Hamas: “Credo che il successo in Medio Oriente ci aiuterà nei negoziati per arrivare alla fine del conflitto con Russia e Ucraina”.

Prima del summit, il segretario di stato americano Marco Rubio guiderà una delegazione statunitense in un primo incontro preparatorio con rappresentanti russi, tra cui il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, già la prossima settimana.

Su X il premier ungherese, Viktor Orban, ha parlato di “una grande notizia per le persone del mondo che amano la pace. Siamo pronti!”.

Dopo gli attacchi e gli ostracismi subiti dall’Ucraina, da gran parte dei partner europei e dalla Commissione UE, Viktor Orban si gode la rivincita e il prestigio offerto dal palcoscenico internazionale che un simile vertice assicura. Trump ha dichiarato sui social che la telefonata con Putin è stata “molto produttiva” e ha portato a “progressi significativi”, aggiungendo che “abbiamo anche dedicato molto tempo a parlare di commercio tra Russia e Stati Uniti una volta terminata la guerra con l’Ucraina”.

Tomahawk fantasma?

E i Tomahawk, l’ennesima arma “game changer” che secondo la propaganda avrebbe permesso agli ucraini di mettere finalmente in ginocchio la Russia e che Zelensky spera di portare a casa dall’incontro di oggi con Trump alla Casa Bianca?

Trump, ha ammesso di “avere parlato un po’” anche della possibilità di fornire i missili a lungo raggio Tomahawk all’Ucraina, durante la sua telefonata con Vladimir Putin. “Ne abbiamo tanti, ma servono anche a noi e non possiamo esaurire le nostre scorte: non so cosa potremo fare su questo“, ha detto ai giornalisti alla Casa Bianca.

Esattamente il contrario di quanto aveva affermato il 15 ottobre, quando Trump aveva affermato circa questi missili che “ne abbiamo molti, e lui (Zelensky) li vuole”.

Oggi, incontrando il presidente ucraino Zelensky a Washington ha aggiunto che gli attacchi dell’Ucraina in territorio russo “sarebbero una escalation, ma ne parleremo”. Poi ha ammesso di ”sperare di poter finire la guerra senza dover dare i Tomahawk. Sono armi devastanti che servono anche a noi nel caso di una guerra e a rendere l’esercito degli Stati Uniti il più forte al mondo. Stiamo vendendo molti tipi diversi di armi all’Unione europea” (in realtà gli Sati Uniti  le starebbero vendendo agli alleati della NATO) .

Secondo Mark Cancian, ex funzionario del Pentagono oggi al Center for Strategic and International Studies, gli Stati Uniti dispongono attualmente di 4.150 missili Tomahawk. Tuttavia, il Pentagono ha acquistato solo 200 unità dal 2022 e ne ha già utilizzate oltre 120 durante esercitazioni e altri nelle recenti operazioni contro gli Houthi yemeniti e l’Iran. Per il 2026 il Pentagono ha chiesto fondi per l’acquisto di ulteriori 57 Tomahawk, armi necessarie in caso di nuovi attacchi a Iran e Venezuela.

Secondo Stacey Pettyjohn, direttrice del programma di difesa presso il Center for a New American Security, citata dal quotidiano Financial Times. “Washington potrebbe stanziare dai 20 ai 50 missili Tomahawk, il che non cambierebbe le dinamiche della guerra”!

Anche il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, amico di Putin ma in ottimi rapporti anche con Trump, ha valutato il 14 ottobre che la fornitura dei Tomahawk all’Ucraina “non risolverà il conflitto ma potrebbe solo portare la situazione a una guerra nucleare. Nessun Tomahawk risolverà la questione. Questo intensificherà il conflitto fino a una guerra nucleare.

Probabilmente, questo è capito meglio di tutti dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che non ha fretta di consegnare queste armi letali e di permettere di colpire in profondità la Russia, come si aspetta il presidente ucraino Volodymyr Zelensky”, ha detto Lukashenko.

Lukashenko probabilmente ha visto giusto: sono state valutazioni legate alla deterrenza a influenzare l’apparente passo indietro di Trump sui Tomahawk.

La versione di Mosca

Riferendo alla stampa, il consigliere presidenziale russo, Yury Ushakov, ha precisato che il colloquio tra i due presidenti è stato, “estremamente franco”, e Putin “ha fornito una valutazione dettagliata della situazione attuale, sottolineando l’interesse della Russia a raggiungere una soluzione politica e diplomatica pacifica” in Ucraina.

Quindi, ha aggiunto, i due leader hanno discusso anche della possibile fornitura a Kiev dei missili Tomahawk e Putin ha ribadito che “non cambierebbero la situazione sul campo di battaglia, ma causerebbero danni importanti alle relazioni tra i nostri Paesi e al processo di pace“.

Putin ha avvertito che l’invio dei Tomahawk all’Ucraina rappresenterebbe una “linea rossa”. Inoltre, “è stato sottolineato, in particolare, che nell’operazione militare speciale le Forze armate russe possiedono completamente l’iniziativa strategica lungo tutta la linea di contatto”, ha dichiarato Ushakov.

Ushakov ha riferito che “una delle tesi principali del presidente statunitense è stata che la fine del conflitto in Ucraina aprirebbe enormi prospettive per lo sviluppo della cooperazione economica tra Stati Uniti e Russia”.

Qualche considerazione

Il nuovo summit Trump-Putin, proprio mentre in molti parlavano di esaurimento della spinta propulsiva emersa dall’incontro in Alaska, è una sorpresa per molti ma forse non per tutti.

E’ il caso di sottolineare che poche ore prima dell’annuncio di Trump, il premier ungherese Viktor Orban aveva lanciato l’ennesima dura critica al bellicismo dell’Unione europea riprendendo gli stessi temi toccati il giorno prima dal ministro degli Esteri Peter Szijjarto.

“L’Europa è consumata da una psicosi pro-guerra. Invece, i leader devono svegliarsi e assumersi la responsabilità di raggiungere una vera pace. Il momento di negoziare è adesso!” ha scritto ieri su X il premier ungherese. Solo un caso che il tweet abbia anticipato di poco l’esito del colloquio telefonico tra Trump e Putin?

Nel suo post Orban è tornato a puntare il dito contro la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che “viaggia per il mondo parlando di guerra senza alcun mandato, mentre i trattati dell’Ue assegnano chiaramente la politica estera e di sicurezza agli Stati membri“.

Un attacco al presidente della Commissione UE non solo giustificato (persino il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ne aveva criticato i proclami bellicosi fuori dal suo mandato) ma di certo apprezzato da questa amministrazione statunitense che non ha mai perso l’occasione per umiliare i vertici UE.

Infatti nessun leader europeo ha espresso entusiasmo per gli spiragli di pace che sembrano aprirsi, nel Parlamento Europeo i partiti che sostengono la Commissione von der Leyen esprimono scetticismo per gli esiti del summit (che deve ancora tenersi) mentre le forze di opposizione come il gruppo dei Patrioti, hanno reagito con entusiasmo alla notizia. Del resto sia Bruxelles che Kiev faranno molta fatica a mascherare sorpresa e rabbia per il fatto che sarà “l’Ungheria ribelle”, indicata spesso come putiniana e filo-russa, ad ospitare il summit tra Trump e Putin.

Non è u caso che molte reazioni politiche oggi negli ambienti che sostengono a Commissione von der Leyen non mostrino alcun apprezzamento, sostegno o speranza per il summit Putin-Trump ma evidenzino l’obbligo formale del governo ungherese di arrestare il presidente russo in base al mandato della CPI.

Del resto Orban ha sempre cercato di risolvere il conflitto con un negoziato mentre l’intera Ue chiedeva di combattere fino all’ultimo ucraino per fermare “i russi alle porte”. Il leader magiaro si fece ambasciatore (ostracizzato dall’Unione europea) del piano di pace di Trump prima ancora delle elezioni presidenziali statunitensi.

Comunque vada il vertice, per Orban sarà un grande successo e un riconoscimento da parte delle due maggiori potenze militari mondiali del rilevante ruolo politico e diplomatico ricoperto dall’Ungheria mentre per la UE e i suoi vertici costituirà l’ennesimo smacco.

Inoltre Putin verrà sul suolo dell’Unione dove dovrebbero arrestarlo in base al mandato di cattura della Corte Penale Internazionale che oggi ha ricordato oggi che dal 2023 c’è un mandato d’arresto nei confronti di Putin in relazione all’invasione russa dell’Ucraina. Un portavoce ha ribadito in dichiarazioni a Europa Press che per l’Ungheria sussiste il dovere di arrestare Putin nonostante la decisione di ritirarsi dallo Statuto di Roma annunciata nei mesi scorsi.

Il ritiro dallo Statuto di Roma è una decisione sovrana, soggetta alle disposizioni dell’articolo 127 dello Statuto – ha rimarcato il portavoce – Un ritiro diventa effettivo un anno dopo la notifica al segretario generale delle Nazioni Unite”, quindi il 2 giugno 2026. Per questo, ha insistito, “un ritiro non pregiudica i procedimenti aperti o qualsiasi altro caso già all’esame del tribunale prima che il ritiro sia effettivo”.

Invece ieri abbiamo appreso che persino le sanzioni europee poste a Putin e Lavrov, riguardano l’immobilizzazione dei loro beni nell’Unione Europea e il divieto di attività economiche o di finanziamenti da parte di soggetti che operano nell’Ue ma non impediscono loro l’ingresso nell’Unione europea.

L’unico aspetto positivo per il grosso delle nazioni aderenti alla UE è rappresentato dal fatto che se Washington rinuncerà a fornire i missili Tomahawk all’Ucraina noi europei risparmieremo un po’ di euro. Perché sia chiaro a tutti, li dovremmo pagare (o li avremmo dovuti pagare) noi.

E in ogni caso se la guerra finisse forse potremmo evitare di pagare 90 miliardi di dollari di armi americane da fornire agli ucraini.

Colto o meno di sorpresa dall’annuncio del summit, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ieri ha dichiarato che “domani è previsto un incontro con il Presidente Trump e ci aspettiamo che lo slancio nel contenere il terrorismo e la guerra, che ha avuto successo in Medioriente, aiuti a porre fine alla guerra della Russia contro l’Ucraina.

Putin non è certamente più coraggioso di Hamas o di qualsiasi altro terrorista. Il linguaggio della forza e della giustizia funzionerà inevitabilmente anche contro la Russia”.

Zelensky, grazie anche al suo background professionale. ha trovato anche una battuta efficace dichiarando che “possiamo già vedere che Mosca si affretta a riprendere il dialogo non appena sente parlare dei Tomahawk. Non deve esserci altra alternativa se non la pace e una sicurezza affidabilmente garantita ed è fondamentale proteggere le persone dagli attacchi e dalle aggressioni russe il prima possibile”.

Difficile dire se si tratti dei soliti slogan a cui l’istrionico presidente ucraino ci ha ormai abituato o se Trump abbia già imposto a Zelensky le condizioni di pace, cioè le indispensabili cessioni territoriali e condizioni di sicurezza per la Russia che Putin non ha mai smesso di porre come punto fermo per chiudere il conflitto.

Condizioni che Zelensky dovrebbe però far digerire agli ultranazionalisti in Ucraina e ai “bellicosi” in Europa.

Zelensky a Washington 

Durante l’incontro tra Trump e Zelensky oggi a Washington di contenuti veri ne sono emersi davvero pochi.  Trump sembra averci ripensato circa la  disponibilità a fornire i missili da crociera Tomahawk all’Ucraina ma sui possibili accordi di pace non ci sono novità.

Trump sostiene che Zelensky e Putin stanno “negoziando bene ma devono eliminare un po’ di odio reciproco. Ora cerchiamo di capire cose può succedere, credo che le cose ora si possono allineare bene. Riusciremo a fare finire questa guerra”.

Anche il presidente ucraino si è detto fiducioso. “Penso che Putin non sia pronto” per la fine della guerra “ma sono fiducioso che con il tuo aiuto possiamo fermarla” ha detto Zelensky, rivolgendosi al presidente americano e complimentandosi “per il successo con il cessate il fuoco in Medioriente”.

Trump ha aperto all’ipotesi di un incontro a tre. “L’incontro sarà in Ungheria perché c’è un premier che ci piace, sta facendo un ottimo lavoro e quindi abbiamo deciso di incontrarci lì. Credo che sarà un doppio incontro, avremo il presidente Zelensky in contatto, è una situazione difficile perché non si piacciono e quindi potrebbe essere un incontro a tre o forse separati. Ieri ho parlato per oltre due ore con Putin, anche lui viole che la guerra finisca“.

Più tardi la Casa Bianca ha fatto sapere che a Budapest vi saranno incontri separati e non a tre. Il presidente russo “vuole finire la guerra o non parlerebbe così“, ha aggiunto Trump.

Sui temi militari Zelensky ha proposto a Trump di scambiare i droni ucraini con i missili da crociera americani Tomahawk ma ha anche  assicurato che i russi “non stanno avendo progressi sul campo di battaglia e hanno molte perdite in termini di economia e per le persone“.

In realtà i russi continuano ad avanzare, le ultime roccaforti in Donbass sono assediate e le perdite spaventose le soffrono gli ucraini, ma la narrazione di Zelensky ha l’evidente lo scopo di aggirare il vero ostacolo su cui potrebbero infrangersi ancora una volta i negoziati. e cioè le condizioni postbelliche dell’Ucraina e la cessione di territori a Mosca.

Nello scambio di battute con i giornalisti (un po’ puerile il tenore delle risposte dei due presidenti), Trump è stato come spesso accade evasivo e non ha mai fatto riferimento a una base negoziale su cui aprire i colloqui mentre Zelensky ha fatto un confuso riferimento alla necessità di fermare la guerra sulle posizioni attuali, lasciando quindi intendere di volere un cessate il fuoco pima di negoziare. Opzione già da mesi rigettata da Mosca.

Del resto non è dato sapere se Trump ha ripetuto al presidente ucraino che non è nella posizione di dettare condizioni. ma all’aeroporto anche Trump ha parlati con i giornalisti di “fermare la guerra sull’attuale linea del fronte e che tutti tornino a casa dalle loro famiglie”.

Visione un po’ semplicistica. Non a caso dopo aver incontrato Trump, il presidente ucraino ha telefonato ad alcuni leader europei per confrontarsi con loro sul da farsi.

La variabile cubana

I missili Tomahawk che gli USA sembrava potessero eventualmente cedere a Kiev non avevano molto impressionato i russi sul piano militare (“rafforzeremo le difese aeree” aveva detto Putin) ma rischiavano di far tornare Russia e USA al un braccio di ferro tale da rievocare la crisi di Cuba e quella degli Euromissili.

Come è facile intuire Mosca non potrebbe lasciare senza risposta la provocazione di schierare a ridosso del confine russo e in una nazione esterna alla NATO missili da crociera potenzialmente in grado di trasportare testate nucleari e gestiti necessariamente da personale militare statunitense.

Per questo dovremmo chiederci quanto abbia influito, non solo nella apparente decisione di Trump di frenare sulla fornitura dei Tomahawk a Kiev ma sul contesto complessivo che ha portato i due presidenti a decidere di vedersi in un campo amichevole per entrambi (Budapest) un elemento del tutto esterno alla guerra in Ucraina e che potremmo definire la “variabile cubana”.

Anche se, come spesso accade per le notizie davvero rilevanti, i nostri media e TV non ne hanno quasi per nulla riferito, l’8 ottobre il Consiglio della Federazione Russa ha ratificato in sessione plenaria l’accordo intergovernativo di cooperazione militare con Cuba che fornisce piena base giuridica per definire gli obiettivi, le modalità e gli ambiti della cooperazione militare tra i due Paesi, rafforzando ulteriormente i legami bilaterali nel settore della difesa.

L’accordo era stato firmato il 13 marzo all’Avana e il 19 marzo a Mosca. In passato, esperti e funzionari russi avevano ipotizzato un possibile dispiegamento di sistemi militari russi nell’area caraibica, tra cui Cuba e il Venezuela. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha ribadito che eventuali decisioni in tal senso rientrano nelle competenze del ministero della Difesa ma secondo i servizi segreti militari ucraini almeno un migliaio di volontari cubani combatterebbero attualmente al fianco dei russi in Ucraina.

In base al nuovo accordo potrebbero forse venire trasferiti in Russia reparti organici dell’Esercito Cubano, come è accaduto con l’esercito della Corea del Nord.

L’accordo russo-cubano viene ratificato mentre le forze statunitensi operano al largo delle coste del Venezuela e un attacco alla nazione alleata di Mosca non viene escluso dallo stesso Trump, che ha confermato di aver autorizzato operazioni clandestine della CIA in Venezuela, come anticipato dal New York Times.

Non a caso Alexander Stepanov, dell’Istituto di Diritto e Sicurezza Nazionale dell’Accademia Presidenziale Russa di Economia Nazionale e Pubblica Amministrazione, ha dichiarato alla TASS che la ratifica dell’accordo di cooperazione militare russo-cubano, rappresenta “una risposta simmetrica alla potenziale fornitura di Tomahawk”.

“L’accordo ratificato amplia al massimo la nostra cooperazione militare e consente, nell’ambito dell’interazione bilaterale e in coordinamento con il governo della Repubblica di Cuba, di schierare praticamente qualsiasi sistema offensivo sul territorio dell’isola”.

Per intenderci, è probabile che Putin abbia spiegato a Trump che in risposta ai Tomahawk in Ucraina, la Russia potrebbe schierare i missili ipersonici Kinzhal o Oreschnik a Cuba.

In attesa di avere tra poche ore chiarimenti ulteriori dall’incontro tra Trump e Zelensky, a indurre Trump a rivalutare la cessione dei Tomahawk potrebbe aver contribuito la valutazione che mentre i missili americani subsonici verrebbero almeno in parte intercettati dalle difese aeree russe, contro i missili ipersonici russi non ci sono al momento difese efficaci negli Stati Uniti e in Europa.

Quindi il contesto che potrebbe aver dato vita al nuovo summit russo-americano potrebbe risultare molto diverso da quello raccontato da Zelensky, cioè la paura russa dei Tomahawk.

Di conseguenza le possibilità di giungere alla pace in Ucraina dipenderanno soprattutto dalla disponibilità di Zelensky e degli europei ad accettare le ben note condizioni poste da Mosca (che sta vincendo la guerra sui campi di battaglia), tese a ridefinire una cornice di sicurezza ai confini occidentali della Russia e a quelli orientali dell’Europa con l’obiettivo di concludere definitivamente il conflitto, non solo di sospenderlo a tempo determinato.

Foto: TASS, Ministero Difesa Russo, Presidenza Ucraina, Faebook/Viktor Orban

Mussolini e l’Oriente_di Alberto Cossu

Mussolini e l’Oriente

di Alberto Cossu – Vision & Global Trends. Progetto Società Italiana di Geopolitica

Enrica Garzilli è una rinomata studiosa e ricercatrice con una profonda conoscenza delle lingue e delle culture orientali. Ha insegnato in importanti università americane, tra cui Harvard, dove si è specializzata in storia, filologia e studi religiosi, concentrandosi in particolare sull’Asia meridionale. Il suo lavoro si distingue per l’approccio multidisciplinare e per la meticolosa ricerca d’archivio, che le permette di svelare aspetti inediti degli eventi e personaggi storici che studia.

ll saggio “Mussolini e l’Oriente” (UTET, 2023), che ha dimensioni ponderose di oltre 1000 pagine, non è semplicemente un’ulteriore biografia del Duce o un’analisi convenzionale della politica estera fascista. È un’opera che scava in profondità, svelando un aspetto quasi completamente trascurato dalla storiografia: l’ambizione di Benito Mussolini di estendere l’influenza italiana non solo nel Mediterraneo e in Africa, ma anche, in modo sistematico e strategico, nel vasto e complesso mondo asiatico.

Con una ricerca meticolosa e basata su documenti inediti, l’autrice dipinge un quadro in cui l’Oriente non è un semplice orizzonte esotico, ma una tessera fondamentale del mosaico geopolitico fascista. La tesi centrale, sostenuta con un’impressionante mole di documenti, è che l’interesse di Mussolini per l’Asia non fu un’improvvisazione dettata dall’alleanza con il Giappone negli anni ’30, ma un elemento strutturale della sua visione fin dagli albori del regime. Garzilli ci costringe a considerare la prospettiva strategica globale che ispirava il fascismo.

Mussolini, come Garzilli dimostra in modo convincente, vide nell’Asia una straordinaria opportunità per infrangere l’egemonia delle potenze occidentali, in primis quella britannica. L’Impero Britannico, con la sua “collana di perle” che andava da Suez all’India, rappresentava il principale ostacolo all’espansione italiana. Mussolini capì che indebolire la Gran Bretagna in Asia significava minarne le fondamenta del potere globale.

La sua strategia era dunque duplice: da un lato, avvicinare le nazioni asiatiche in cerca di indipendenza, presentandosi come un’alternativa alle potenze coloniali; dall’altro, costruire alleanze con regimi militaristi e autoritari che condividevano un’ideologia antiliberale e antidemocratica.

Il fascismo si propose come una “terza via” tra il capitalismo liberale e il comunismo sovietico, una formula che, almeno a livello di propaganda, trovava un’eco in alcuni contesti asiatici. La Garzilli mette in luce come questa “terza via” fosse supportata da una sofisticata propaganda culturale e da una diplomazia segreta che utilizzava figure chiave come orientalisti, esploratori e diplomatici.

Questi personaggi, agendo come “ambasciatori” del regime, non solo diffondevano l’immagine di un’Italia forte e moderna, ma raccoglievano anche informazioni preziose e tessevano una rete di contatti che sarebbe stata fondamentale per le ambizioni future di Mussolini. L’autrice ci svela un aspetto poco conosciuto: il ruolo dell’Italia come “pioniere” nelle relazioni con l’Afghanistan, che riconobbe per prima nel 1921, aprendo la strada a una serie di accordi che la inserirono nel “Grande Gioco” tra le potenze per il controllo dell’Asia centrale.

Il libro si articola in una serie di capitoli che esplorano le diverse direttrici della politica orientale di Mussolini, ciascuno dedicato a un paese o a una regione specifica. Il Giappone emerge come l’alleato “ideale”, non solo per ragioni politiche, ma anche ideologiche.

Mussolini ammirava nel militarismo e nell’etica marziale giapponese un’eco dei valori che il fascismo voleva imporre in Italia. La Garzilli documenta come già negli anni ’20 il Duce guardasse al Giappone come a un potenziale partner strategico nella lotta contro le potenze occidentali, un’idea che culminò poi nel Patto Tripartito.

L’India, che Mussolini definiva con ammirazione “il forziere del mondo”, rappresenta un altro capitolo affascinante. L’autrice non solo conferma le ambizioni di conquista del Duce, ma svela anche la complessità del suo rapporto con il subcontinente. Mentre cercava di minacciare il dominio britannico, il Duce teneva contatti con i leader nazionalisti indiani, che a loro volta, come dimostrano alcuni documenti, non erano immuni a una certa fascinazione per la figura dell’uomo forte.

La relazione tra Mussolini e personalità come Gandhi e Subhas Chandra Bose è uno dei passaggi più illuminanti del libro. La Garzilli mostra come Gandhi, pur non condividendo l’ideologia fascista, ha attenzione e attrazione verso il personaggio politico come dimostra la lettera a Romain Rolland:” Mussolini è un enigma per me. Molte delle riforme che ha fatto mi attraggono. Sembra aver fatto molto per la classe rurale. Ovviamente il pugno di ferro è lì. Quello che mi colpisce è che dietro la sua spietatezza c’è il motivo di servire il popolo. Anche dietro i suoi discorsi roboanti c’è un nucleo di sincerità e amore per la sua gente. In generale non sembra un uomo di umanità. Ma devo dire che con me è stato affascinante.”

Il capitolo sull’Afghanistan rivela l’intelligenza strategica di Mussolini. Riconoscendo per primo la sua indipendenza, l’Italia si assicurò una posizione di privilegio in una regione vitale per il controllo delle vie commerciali e per l’equilibrio di potere in Asia. Questo passo diplomatico permise a Mussolini di insinuarsi in un’area tradizionalmente dominata da russi e britannici, dimostrando una visione di lungo periodo che andava ben oltre l’improvvisazione. Infine, l’autrice esamina il ruolo di Gian Galeazzo Ciano in Cina, dove il Duce tentò di inserirsi nella complessa rete di relazioni con le potenze coloniali e il nascente nazionalismo cinese. L’Italia fascista si propose come un “terzo incomodo” nella speranza di trarne vantaggi economici e politici.

Uno dei punti di forza del libro è la sua rigorosa metodologia di ricerca. Garzilli ha setacciato archivi in Italia, nel Regno Unito, in India e altrove, portando alla luce documenti che ridisegnano la mappa delle relazioni internazionali del ventennio. L’autrice attinge a lettere private, dispacci diplomatici, appunti di viaggio e verbali di incontri, costruendo un racconto che è allo stesso tempo storicamente fondato e avvincente. L’approccio interdisciplinare del saggio, che fonde storia politica, storia delle relazioni internazionali e storia culturale, è un altro merito. Garzilli non si limita a raccontare i fatti, ma li contestualizza, analizzando le idee e le correnti di pensiero che animavano il fascismo in relazione all’Oriente.

In questo contesto, la figura di Giuseppe Tucci, orientalista di fama mondiale, assume un ruolo di primo piano. Non un semplice studioso, ma un vero e proprio emissario culturale e politico del fascismo. Le sue missioni in India e Nepal, abilmente dirette dalla diplomazia fascista, non erano solo esplorazioni scientifiche, ma occasioni per stabilire contatti, raccogliere informazioni e promuovere l’immagine di un’Italia “amica” delle culture orientali, in contrapposizione all’arroganza coloniale delle altre potenze. La sua figura è l’esempio perfetto di come il fascismo sapesse utilizzare la cultura e l’erudizione come strumenti di potere.

“Mussolini e l’Oriente” di Enrica Garzilli è un’opera di straordinaria importanza storiografica. Il suo merito principale è quello di aver svelato un capitolo poco conosciuto della storia del fascismo, dimostrando che la politica estera di Mussolini non era confinata al “mare nostrum”, ma aveva un respiro globale. Il libro è scritto con grande chiarezza, nonostante la complessità degli argomenti trattati, e la tesi è sostenuta da una solida documentazione che non lascia spazio a dubbi. L’autrice riesce a intrecciare narrazioni micro-storiche, come le vicende di diplomatici e orientalisti, con un’analisi macro-storica delle dinamiche geopolitiche, rendendo il testo avvincente e al tempo stesso estremamente istruttivo.

Il libro è un monito a non semplificare la storia e a non dare per scontate le narrazioni consolidate. La figura di Mussolini emerge come quella di un politico non solo ambizioso, ma anche pragmatico e dotato di una visione strategica che andava ben oltre la retorica del Ventennio.

L’opera è fondamentale per chiunque voglia comprendere a fondo la natura del fascismo italiano e le sue ramificazioni internazionali. Offre spunti di riflessione non solo per gli storici, ma anche per i lettori interessati alle dinamiche delle relazioni internazionali e alla complessa interazione tra ideologie, cultura e potere. Si tratta di un testo imprescindibile che merita un posto di rilievo nella biblioteca di chiunque voglia superare le narrazioni convenzionali e scoprire un lato nascosto, ma cruciale, della storia contemporanea.

Enrica Garzilli

Mussolini e l’Oriente , UTET 2023

Un’India proattiva nell’era della transizione globale, di Alberto Cossu

Un’India proattiva nell’era della transizione globale

di Alberto Cossu – Vision & Global Trends. Progetto Società Italiana di Geopolitica

Ram Madhav, figura di spicco nel panorama politico e intellettuale indiano, presenta in “The New World: 21st-Century Global Order and India” una disamina penetrante delle dinamiche geopolitiche del XXI secolo, offrendo al contempo una visione ambiziosa per l’India. Il testo si colloca in un momento cruciale, quello di una transizione profonda nell’ordine globale, un periodo che Madhav interpreta non solo come una sfida ma come un’opportunità senza precedenti per la nazione indiana di affermare il proprio ruolo di attore di primo piano.

La sua tesi centrale ruota attorno alla convinzione che l’ordine liberale post-bellico, dominato dall’Occidente, sia in fase di esaurimento, lasciando il posto a un mondo multipolare in cui potenze emergenti, guidate da una visione pragmatica e auto-interessata, giocheranno un ruolo sempre più determinante.

Madhav non si limita a descrivere la fine di un’era; egli ne analizza le cause e le manifestazioni. La crescente inefficacia delle istituzioni multilaterali tradizionali, come le Nazioni Unite, e il declino percepito dell’egemonia occidentale sono presentati come sintomi di un sistema che non riesce più a contenere le nuove forze in gioco.

In questo contesto, l’ascesa della Cina è ovviamente un tema centrale, riconosciuta come una potenza revisionista che sfida lo status quo, ma Madhav estende la sua analisi anche all’emergere di altre “potenze medie” che, collettivamente, stanno ridisegnando la mappa del potere mondiale. L’autore invita l’India a superare quella che definisce una “ingenuità romantica” del passato nella sua politica estera, suggerendo che un approccio più radicato nel realismo e nella massimizzazione degli interessi nazionali sia imperativo.

Civiltà e “smart power” indiani

Una delle colonne portanti del pensiero di Madhav è il richiamo costante alle radici della civiltà dell’India. Non si tratta di una mera nostalgia storica, ma di un tentativo di ancorare la futura politica estera indiana a un’identità distintiva e millenaria. Madhav attinge a concetti della filosofia politica indiana classica, come la “Rajdharma” (la condotta etica del sovrano) e la “Mandala Theory” di Kautilya (un modello strategico di cerchi concentrici di alleati e avversari), per proporre un quadro di riferimento autenticamente indiano per la sua azione globale. Ram Madhav scrive che lo spirito dell’India vive più nella religione che nella scienza.

Questo non è un invito a rifiutare la modernità, ma a garantire che l’etica e i valori non siano mai separati dall’innovazione e dalla governance. Madhav trae ispirazione anche dalla saggezza del Mahatma Gandhi, che una volta dichiarò: “Preferirei vivere con la religione, perché è parte integrante del mio essere”. In un mondo che va verso l’ipermodernità, questi appelli al cuore etico dell’India sono più urgenti che mai.

Questo approccio suggerisce che l’India non dovrebbe semplicemente emulare i modelli occidentali, ma piuttosto attingere alla propria saggezza storica per forgiare una via unica. L’idea è quella di un’India che, pur impegnandosi con il mondo moderno, rimanga saldamente radicata nei suoi valori, offrendo un modello di governance alternativo che egli chiama “Dharmacrazia”. Questa non è mera democrazia in senso procedurale, ma una forma superiore di governo radicata nel dharma, la retta via.

L’autore osserva: “Segui il dharma e, anche se ti ritiri per un po’, alla fine vincerai”. Questa convinzione, radicata nella filosofia della cultura indiana, è ciò che distingue il libro dalla letteratura strategica contemporanea. In conclusione, per Ram Madhav, il futuro ordine mondiale deve essere basato sui valori. Questa, egli afferma, è l’essenza del Vasudhaiva Kutumbakam, l’eterna convinzione indiana che il mondo sia un’unica famiglia. Questa stessa idea è stata il tema ispiratore del G20 del 2023 guidato dall’India.

Questo radicamento nella civiltà indiana si sposa con la necessità, secondo Madhav, di passare da una dipendenza dal soft power a un’adozione più robusta del “smart power”. L’India ha tradizionalmente fatto leva sulla sua cultura, la sua spiritualità e la sua diaspora per esercitare influenza. Madhav riconosce il valore di questi elementi, ma argomenta che, nel nuovo ordine mondiale, essi devono essere accompagnati da una sostanziale forza economica, militare e tecnologica.

Il libro sottolinea l’urgenza di una crescita economica accelerata, di investimenti massicci in ricerca e sviluppo, e di un salto di qualità nelle tecnologie emergenti – intelligenza artificiale, robotica, computing quantistico – come pilastri fondamentali per elevare lo status dell’India a potenza globale. L’idea è quella di costruire un “Brand Bharat” forte e riconoscibile, che proietti non solo un’immagine di cultura, ma anche di capacità e innovazione.

Sfide e criticità di una visione ambiziosa

Mentre la visione di Madhav è senza dubbio ambiziosa e stimolante, essa non è esente da criticità e potenziali punti di frizione. Una delle principali osservazioni riguarda il divario tra l’aspirazione e l’azione concreta. Il libro, pur delineando una direzione chiara per l’India, talvolta sembra privilegiare una retorica di grande visione a scapito di schemi politici dettagliati o piani di implementazione specifici. La transizione da “aspirazione” a “azione” richiede una roadmap complessa che il libro non esplora in profondità.

Ad esempio, sebbene si parli della necessità di migliorare le relazioni di vicinato basate sulla “fratellanza civilizzatrice”, la realtà geopolitica del subcontinente indiano è intrisa di sfide concrete – dispute territoriali, differenze politiche e interferenze esterne – che spesso superano i legami culturali. Un’analisi più approfondita di come superare queste frizioni, al di là di un appello all’unità culturale, sarebbe stata preziosa. E’ possibile che Madhav abbia voluto riservare ad un altro momento una riflessione capace di generare contrasti.

Inoltre, la lettura della storia indiana proposta da Madhav, in particolare per quanto riguarda il declino durante l’era Moghul, è vicina con le interpretazioni nazionaliste indù. Sebbene questa prospettiva sia fondamentale per comprendere la sua visione di un’India forte e risorgente, potrebbe non essere universalmente accettata ed essere percepita come una riscrittura selettiva della storia da parte di alcuni studiosi o commentatori. Questa interpretazione storica informa l’enfasi sulla riaffermazione di un’identità indiana “autentica” che, per alcuni critici, rischia di marginalizzare le complessità e le diverse narrazioni all’interno della società indiana.

Un’altra considerazione riguarda la sfida pratica di tradurre il concetto di “Dharmacrazia” in un modello di governance applicabile in un mondo globalizzato e interconnesso. Sebbene l’idea di una governance etica sia lodevole, la sua implementazione in un sistema statale moderno, con le sue complessità burocratiche e le sue pressioni geopolitiche, solleva interrogativi. Il libro, pur fornendo una robusta argomentazione del perché l’India dovrebbe essere una grande potenza, lascia in parte al lettore il compito di immaginare il “come” essa possa superare ostacoli interni ed esterni, come le disuguaglianze socio-economiche, le tensioni interne e le sfide di governance, che potrebbero ostacolare la sua ascesa.

Conclusioni

“The New World: 21st-Century Global Order and India” rimane un contributo importante nel dibattito strategico contemporaneo. Il suo valore risiede nella capacità di Madhav di articolare una visione corragiosa e coerente per l’India in un’epoca di incertezza globale. Il libro funge da catalizzatore per la riflessione, spingendo i lettori a considerare non solo la posizione attuale dell’India, ma anche il suo potenziale non sfruttato.

La prospettiva di Madhav è particolarmente significativa perché riflette il pensiero di una parte influente dell’establishment politico indiano, offrendo spunti preziosi su come una delle nazioni più popolose e in rapida crescita del mondo intende posizionarsi in un futuro multipolare.

In definitiva, Madhav invita l’India a superare un approccio reattivo alla politica estera e ad abbracciare un ruolo proattivo, plasmando attivamente l’ordine emergente piuttosto che semplicemente adattandosi ad esso. “The New World” è una lettura obbligata per accademici, responsabili politici e chiunque sia interessato alle dinamiche del potere globale e, in particolare, al crescente peso dell’India sulla scena internazionale. Il suo messaggio è chiaro: l’India è pronta e deve essere preparata a reclamare il suo posto legittimo in un mondo in continua riconfigurazione.

The New World: 21st-Century Global Order and India

Ram Madhav

Editore: Rupa Publications India, 2025

Lingua: inglese – 408 pagine – ISBN-10 ‏ : ‎ 9370038264 – ISBN-13 ‏ : ‎ 978-9370038264

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Il ritiro russo da Kherson tra risvolti militari e politici, di Gianandrea Gaiani

Il ritiro russo da Kherson tra risvolti militari e politici

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Dopo nove mesi di sanguinose battaglie in cui i russi puntavano a sfondare verso Mikolayv e gli ucraini a raggiungere la riva destra del Dnepr la battaglia per la città di Kherson e i territori dell’omonima regione posti oltre il grande fiume sembra potersi risolvere con il ritiro delle forze di Mosca.

L’annuncio russo del ritiro dai territori sulla riva destra del Dnepr potrebbe segnare una svolta, forse più politica che militare, nel conflitto in Ucraina.

Il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu ha ordinato il 9 novembre il ritiro delle truppe da Kherson, inclusa la città omonima, e il loro rischieramento sulla sponda sinistra del fiume dove da settimane erano in corso lavori di costruzione di fortificazioni e linee difensive.

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I vertici ucraini, incluso il presidente Volodymyr Zelensky, hanno mostrato per ora molta cautela nei confronti dell’annuncio. Le forze di Mosca sul lato destro del Dnepr sono stimate in oltre 20 mila uomini (addirittura 40 mila secondo alcune stime) appartenenti ai migliori reparti di fanteria leggera (fanteria di Marina e truppe aviotrasportate) che finora hanno difeso con successo la testa di ponte oltre il Dnepr che avrebbe dovuto aprire ai russi la strada per prendere Odessa attaccandola da nord invece che dal mare.

Dall’estate scorsa invece le forze di Mosca sono sulla difensiva, attaccate da oltre 100 mila soldati ucraini che secondo diverse fonti hanno subito perdite spaventose pur conquistando alcune porzioni di quel territorio.

Dal primo ottobre le forze ucraine hanno liberato 41 insediamenti in questa regione, ha detto ieri su Telegram il comandante delle forze armate di Kiev, Valery Zaluzhnyi. “L’avanzata delle nostre truppe nella profondità della difesa nemica è arrivata a 36,5 chilometri”, specifica Zaluzhnyi, “la superficie totale del territorio riconquistato raggiunge i 1.381 chilometri quadrati ed è stato ripristinato il controllo su 41 insediamenti” (nel video e nella foto sotto truppe ucraine dotate di mezzi blindati occidentali e australiani nella regione di Kherson).

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Solo nell’ultimo giorno “in direzione di Pervomaiske-Kherson siamo avanzati di 7 chilometri, abbiamo preso il controllo di 6 insediamenti e l’area del territorio liberato è di 157 chilometri quadrati”, ha aggiunto il comandante in capo delle forze armate ucraine.

Completata ieri anche la liberazione della regione di Mykolaiv, di cui in realtà i russi avevano occupato solo una piccolissima parte (annessa alla regione di Kherson) intorno alla cittadina di Snihurivka, snodo delle diverse strade della sponda destra del fiume Dniepr, caduta in mano russa in marzo e a quanto sembra riconquistata in queste ore dagli ucraini.

Il ritiro dalla città di Kherson costituisce una sconfitta sul piano militare e simbolico per i russi poiché la città è l’unico capoluogo regionale conquistato dall’inizio del conflitto e la regione di Kherson è una delle quattro annesse alla Federazione Russa in seguito ai referendum di fine settembre.

Una sconfitta, o più probabilmente un ridimensionamento delle ambizioni dell’operazione speciale varata da Mosca il 24 febbraio, ma non una disfatta.

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I russi sembrano essersi ritirati in buon ordine lasciando agli ucraini una città e numerosi villaggi quasi disabitati, ampiamente devastati dai bombardamenti ucraini e dalle demolizioni dei russi e con ogni provabilità massicciamente minati dalle truppe di Mosca per complicare le operazioni al nemico.

Nonostante l’annunciato ritiro, il Cremlino ha escluso qualsiasi modifica dello status della regione di Kherson conseguentemente al ritiro delle truppe russe sulla riva sinistra del Dnepr poiché il territorio fa parte “della Federazione Russa, questo status è legalmente definito e fissato.

MOSCOW, RUSSIA - DECEMBER 19, 2019: Russia's Presidential Spokesman Dmitry Peskov looks on during the 15th annual end-of-year news conference by Russia's President Vladimir Putin at the World Trade Centre. Mikhail Metzel/TASS Ðîññèÿ. Ìîñêâà. Ïðåññ-ñåêðåòàðü ïðåçèäåíòà ÐÔ Äìèòðèé Ïåñêîâ íà áîëüøîé åæåãîäíîé ïðåññ-êîíôåðåíöèè ïðåçèäåíòà ÐÔ Âëàäèìèðà Ïóòèíà â Öåíòðå ìåæäóíàðîäíîé òîðãîâëè íà Êðàñíîé Ïðåñíå. Ìèõàèë Ìåòöåëü/ÒÀÑÑ

Non ci sono e non possono esserci cambiamenti”, ha affermato il portavoce presidenziale Dmitry Peskov, in un riferimento all’annessione della regione il 30 settembre scorso.

Quanto al ritiro russo e se questo possa apparire come un colpo al prestigio della dirigenza russa, Peskov ha detto che “esistono valutazioni opposte in proposito.

E in ogni caso la situazione non è umiliante. Ma non vorremmo commentare né in un modo e né in un altro. Il conflitto in Ucraina potrà finire dopo il raggiungimento degli obiettivi o terminare con il raggiungimento degli obiettivi attraverso negoziati pacifici. Kiev non vuole negoziati, quindi l’operazione militare speciale continua”. L’impressione è quindi che il Cremlino tenda a non commentare il ritiro da Kherson tenere Vladimir Putin al riparo da critiche e valutazioni negative circa l’andamento del conflitto.

“La giustizia sarà ristabilita, tutte le terre della regione di Kherson saranno riprese sotto il controllo delle forze alleate di Mosca” ha affermato il governatore ad interim della regione, Vladimir Saldo.

“La nostra terra nella regione di Kherson, tutto il suo territorio, tutti i suoi residenti faranno di certo parte della Federazione Russa”, ha concluso il governatore.

OCTOBER 16, 2022. Engagement of an Uragan multiple rocket launcher system of the Russian Central Military District under cover of electromagnetic complexes. Artillery units are protected by electromagnetic systems that monitor the sky and destroy detected enemy drones with an electromagnetic pulse. Best quality available. Video screen grab. A STILL IMAGE TAKEN FROM A VIDEO PROVIDED BY A THIRD PARTY ON 16 OCTOBER 2022. EDITORIAL USE ONLY. Russian Defence Ministry/TASS Áîåâàÿ ðàáîòà ðàñ÷åòîâ ðåàêòèâíûõ ñèñòåì çàëïîâîãî îãíÿ (ÐÑÇÎ) "Óðàãàí" Öåíòðàëüíîãî âîåííîãî îêðóãà (ÖÂÎ), äåéñòâóþùèõ ïîä ïðèêðûòèåì ðàñ÷åòîâ ýëåêòðîìàãíèòíûõ êîìïëåêñîâ.  ðàéîíàõ äèñëîêàöèè è áîåâûõ ïîçèöèé ïîäðàçäåëåíèÿ àðòèëëåðèè íàõîäÿòñÿ ïîä çàùèòîé ýëåêòðîìàãíèòíûõ êîìïëåêñîâ, ðàñ÷åòû êîòîðûõ âåäóò íàáëþäåíèå çà âîçäóøíûì ïðîñòðàíñòâîì è óíè÷òîæàþò ýëåêòðîìàãíèòíûì èìïóëüñîì îáíàðóæåííûå äðîíû ïðîòèâíèêà. Ñíèìîê ñ âèäåî. Ìàêñèìàëüíî âîçìîæíîå êà÷åñòâî. Ïðåññ-ñëóæáà Ìèíîáîðîíû ÐÔ/ÒÀÑÑ ÏÐÅÄÎÑÒÀÂËÅÍÎ ÒÐÅÒÜÅÉ ÑÒÎÐÎÍÎÉ 16 ÎÊÒßÁÐß 2022. ÒÎËÜÊÎ ÄËß ÐÅÄÀÊÖÈÎÍÍÎÃÎ ÈÑÏÎËÜÇÎÂÀÍÈß

Per il governo ucraino le forze armate russe vogliono “ridurre in macerie” Kherson, da cui si sono appena ritirate, e stanno “minando tutto” ha detto ieri il consigliere presidenziale ucraino Mykaylo Podolyak al quotidiano Ukrainska Pravda precisando che a Kherson ci sarebbero ancora militari russi e non si vedrebbero segni di ritirata e aggiungendo le forze armate ucraine non possono “né confutare né confermare le informazioni sul cosiddetto ritiro delle truppe russe da Kherson”.

Un ripiegamento che fa seguito al repentino ritiro in settembre dalla regione di Kharkiv di fronte all’offensiva ucraina che sfondò facilmente linee difensive quasi del tutto sguarnite di armi e truppe co sente do agli ucraini di mettere le mani su almeno un centinaio di mezzi corazzati e d’artiglieria russi.

 

Evacuati i civili

Il comandante delle truppe russe in Ucraina, il generale Sergey Surovikin (nella foto sotto), ha ricevuto dal ministro Shoigu l’ordine di avviare il ritiro secondo un piano messo a punto dallo stesso Surovikin subito dopo aver assunto il comando, quando diede il via all’evacuazione di tutti i civili che volevano lasciare le loro case a Kherson e negli altri centri sulla riva sinistra del Dnepr.

Un esodo che ha visto muoversi verso la Crimea e il territorio russo 88 mila abitanti della città (che prima della guerra ne contava 300 mila) e 115 mila dell’intera regione.

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Di fatto i russi hanno evacuato la popolazione, fedele a Mosca, per sottrarla ai bombardamenti ucraini e soprattutto alle feroci rappresaglie che le milizie nazionaliste inserite nei servizi di sicurezza di Kiev hanno perpetrato (nel silenzio dei media occidentali) nei territori riconquistati dall’esercito ucraino.

Per Kiev si tratterebbe in realtà di deportazione della popolazione ucraina ma questa valutazione, comprensibile in termini di propaganda, non sembra credibile. Oltre 3 milioni di cittadini ucraini hanno infatti trovato rifugio in Russia e almeno altrettanti vivono nei territori controllati da Mosca e dalle forze secessioniste mentre in diverse aree lungo la prima linea vi sono varchi (come nell’oblast di Zaporizhzhia) in cui i cittadini ucraini possono muoversi tra i territori controllati da Kiev e quelli in mano a russi e separatisti.

Ovviamente il governo ucraino tendeva negare che quella in corso sia anche una guerra civile come dimostrano gli oltre 50 mila combattenti ucraini degli eserciti secessionisti di Donetsk e Luhansk e i il fatto che a Kiev sono stati messi fuori legge 12 partiti, incluso quello arrivato secondo alle ultime elezioni, con l’accisa di essere “filorussi”.

Sotto l’incalzare di forze ucraini numericamente preponderanti (Kiev ha pochi giorni fa avviato il reclutamento di altri 100 mila uomini) Surovikin ha suggerito la “decisione difficile” di arretrare la linea di difesa lungo la sponda sinistra del Dnepr.

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“Capisco che questa sia una decisione molto difficile”, ha detto Surovikin, spiegando che è legata anche all’eventualità di un attacco di Kiev alla diga di Novaya Kakhovka, più volte colpita dai razzi ucraini nei giorni scorsi.

“In questo caso ci sarebbe un’ulteriore minaccia per la popolazione civile e il completo isolamento del nostro gruppo di truppe sulla riva destra del Dniepr. In queste condizioni, l’opzione più appropriata è organizzare la linea difensiva lungo la riva sinistra”, ha detto Surovikin senza indicare una data precisa per il ritiro precisando che l’operazione avverrà “nel prossimo futuro”.

In realtà già la mattina dell’11 novembre diversi elementi sembrano indicare che il ritiro è stato quasi completato. Soprattutto il danneggiamento del ponte Antonovsky (nella foto a sinistra) sul fiume Dniepr, a Kherson.

L’infrastruttura per mesi è stata utilizzata per rifornire le truppe russe al di là del fiume e per questo a lungo bersagliata dai razzi dei sistemi HIMARS impiegati dagli ucraini.

Il giornalista russo della Komsomolskaya Pravda, Oleksandr Kots, ha pubblicato su Telegram un video della distruzione del ponte, al quale mancano due campate: una demolizione attuata quindi con ogni probabilità dai russi in ritirata che inibisce al nemico l’uso del ponte ma non ne impedisce domani la ristrutturazione.

 

Conseguenze militari

Il ritiro russo consentirà di ridurre l’impegno in prima linea di molti reparti in quel settore, di rafforzare le difese a Luhansk e di condurre offensive in altri settori come quello di Donetsk dove i russi hanno ripreso ad avanzare anche se con progressi lenti sul terreno.

Certo Mosca confermerebbe così di aver assunto un assetto prettamente difensivo come nell’oblast di Luhansk con la costituzione della cosiddetta “Linea Wagner”, propedeutico in questa fase al tentativo di sviluppare una trattativa per concludere il conflitto.

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Meglio però non dimenticare che circa un terzo dei 300 mila riservisti mobilitarti sono già stati assegnati ai reparti e in futuro amplieranno le opzioni in mano al comando russo per sostenere la difesa dei territori occupati o per alimentare nuove offensive.

A sostenere le buone ragioni del piano di ritirata sono scesi in campo anche i due maggior esponenti del fronte nazionalista-patriottico e fautori della guerra in Ucraina: il leader della milizia privata Wagner, Yevgeny Prigozhin e il leader ceceno Ramzan Kadyrov, vicino al Cremlino.

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Segno che questa volta non ci saranno faide contro i comandanti militari come è accaduto nei mesi scorsi e che tutti a Mosca concordano nel ridurre il rischio di lunghe battaglie d’attrito che comporterebbero gravi perdite.

Oltre ad azzerare per il momento le possibilità russe di prendere Mykolayv e Odessa, il ritiro oltre il Dnepr comporta anche una maggiore esposizione della Crimea e soprattutto dell’istmo che collega la penisola ai territori ucraini sotto il controllo russo all’artiglieria lungo raggio ucraina che dalla riva sinistra del fiume avrà a tiro gli obiettivi nell’istmo situati a poco più di 70 chilometri in linea d’aria.

 

Aspetti politici

A Kiev non mancano le reazioni perplesse all’annuncio russo. Podolyak ha fatto sapere di “non vedere segnali che la Russia lascerà Kherson senza combattere”. Anzi ha affermato che parte del contingente “rimane all’interno della città”, mentre si prevede l’arrivo di nuovi rinforzi russi nella regione. “Noi liberiamo territori sulla base di informazioni di intelligence, e non di dichiarazioni alla tv” che appaiono come una “messa in scena”.

In realtà già il 9 novembre fonti militari ucraine confermavano il ritiro russo da alcuni settori. “Oggi, i russi hanno effettivamente iniziato a far crollare l’intera linea del fronte di Kherson e hanno iniziato una ritirata di massa. Nel settore di Berislav, gli occupanti sono scomparsi in un certo numero di insediamenti. Cioè, non ci sono occupanti lì per ora. I russi se ne vanno in massa, ma quando se ne vanno fanno saltare in aria i ponti” ha detto Serhii Khlan, consigliere dell’amministrazione militare regionale di Kherson.

Khlan ha aggiunto che i russi stanno rafforzando le difese sulla sponda sinistra per lasciare in modo più sicuro la sponda destra della regione di Kherson: “Oggi stanno cercando di rafforzare alcune delle loro posizioni al fine di frenare l’offensiva delle forze armate e ritirarsi in sicurezza dalla riva destra del Dnipro”.

La stessa fonte ha confermato che “gli occupanti hanno fatto saltare in aria non solo i ponti Daryiv e Tyagin ma anche il ponte all’uscita da Snigurivka verso Kherson, il ponte Mylovi a il Novokairy”.

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I piani di ritiro russi sembrerebbero quindi confermati dal fatto che sono stati fatti esplodere almeno 5 ponti, per rallentare l’avanzata nemica, ma in guerra non si può mai escludere che venga utilizzata l’arma dell’inganno così come pare scontato che i russi in ritirata abbiano lasciato molte aree minate per mettere in difficoltà gli ucraini.

“Gli invasori russi continuano a depredare gli insediamenti dai quali si stanno ritirando e il nemico sta anche cercando di danneggiare il più possibile le linee elettriche e altri elementi dei trasporti e delle infrastrutture critiche dell’oblast di Kherson” ha reso noto lo Stato maggiore delle forze armate ucraine.

Atteggiamenti consueti per ogni esercito che si ritiri senza voler lasciare nulla di utile al nemico: in questo caso si tratta della strategia della “terra bruciata” lasciata al nemico attuata su scala ben più ampia dai russi in ritirata contro le truppe napoleoniche e dell’Asse.

“Gli Stati Uniti hanno rilevato alcuni segnali che fanno pensare ad un possibile ritiro russo dalla città di Kherson”, ha dichiarato il Consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense, Jake Sullivan.

Altri segnali sembrerebbero indicare la volontà russa di ritirarsi oltre il Dnepr, come il reiterato invito e Kiev a negoziare sulla base della “attuale situazione”, come ha fatto sapere per ultima la portavoce del ministero di esteri Maria Zakharova.

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Il che significherebbe trattare accettando che i russi mantengano il controllo dei territori a oggi sotto il loro controllo. Scontata la risposta negativa degli ucraini che confermano di voler trattare solo dopo il ritiro totale dei russi dal territorio ucraino.

Il ritiro russo da Kherson rappresenta un importante segnale politico inviato da Mosca ma rivolto all’Occidente, soprattutto agli Stati Uniti, non agli ucraini. Non deve sfuggire che l’annuncio del ritiro è stato effettuato il giorno dopo le elezioni di mid-term negli Stati Uniti: circostanza definita “curiosa” dal presidente Joe Biden che considera il ritiro annunciato un “ulteriore segnale dei problemi che i russi stanno affrontando”. Difficile però non trovare nella coincidenza temporale la conferma che Washington e Mosca stanno trattando segretamente una via d’uscita dal conflitto.

Certo Biden ha aggiunto che “rimane da vedere se le autorità ucraine saranno pronte a scendere a compromessi con la Russia” ma è altrettanto chiaro che tali opzioni non sono nelle mani di Kiev.

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L’Ucraina è in ginocchio tra danni di guerra, morti militari re civili, black-out elettrico che minaccia di costringere milioni di cittadini a cercare un rifugio in Europa per l’inverno. Solo il sostegno militare ed economico dei paesi della NATO consente a Kiev di continuare a combattere, a dare da mangiare alla popolazione, a pagare gli stipendi con un PIL quasi dimezzatosi dall’inizio della guerra e che il blackout elettrico divenuto ormai una costante quotidiana potrebbe ridurre di un ulteriore 40 per cento.

E’ evidente quindi che l’Occidente ha a disposizione la leva degli aiuti militari ed economici per indurre Zelensky a trattare. Forse non a caso ieri, mentre il Pentagono annunciava nuovi aiuti militari caratterizzati da forniture di missili antiaerei, il Wall Street Journal ha reso noto che il Pentagono ha deciso di non fornire a Kiev i grandi droni armati americani Grey Eagle nel timore che questo potesse portare a un’escalation del conflitto.

Anche tenendo conto che molti ambienti politici statunitensi (in maggioranza repubblicani ma anche democratici) sono stanchi di questa guerra, per le conseguenze economiche e perché ne temono i rischi di potenziale escalation non si può escludere che il Congresso uscito dalle elezioni di mid-term possa imprimere una svolta nella gestione del conflitto impostata finora dagli Stati Uniti sulla volontà di prolungarlo per logorare la Russia.

Il ritiro russo da Kherson offre quindi a Washington una ulteriore opportunità per indurre gli ucraini a sedersi al tavolo delle trattative potendo vantare successi militari e ridotte ambizioni territoriali da parte di Mosca.

Con un tempismo non casuale l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Anatoly Antonov, ha detto in un’intervista apparsa oggi sul quotidiano russo Izvestija che gli Stati Uniti potrebbero porre fine al conflitto in Ucraina con “uno schiocco di dita”.

@GianandreaGaian

Foto: Ministero della Difesa Russo, Ministero della Difesa Ucraino, Telegram

Mappe: Institute for the Study of the War

 

Quello che i media non hanno raccontato del discorso di Xi Jinping, di Mauro Bottarelli

Stavolta, Xi Jinping l’ha fatta breve. Ha tagliato corto. Solo 100 minuti di discorso. All’ultimo Congresso del PCC aveva parlato per tre ore. Nonostante questo, i media italiani non hanno perso l’abitudine di trattare la Cina con la supponenza di chi, in fondo, ritiene quel Paese nulla più che una fabbrica di chincaglieria a cielo aperto, una sartoria da sottoscala globale dove si cuciono orli e palloni. Complimenti, d’altronde ognuno si suicida come preferisce. Basta dare un’occhiata ai resoconti sui giornali: Taiwan e Covid. Di fatto, le uniche materie di cui si conosceva già a menadito la posizione del Presidente cinese.

Qualcuno, forse in vena di bizzarrie, ha sottolineato il passaggio su Hong Kong e il ritorno all’ordine dell’ex colonia garantito dalla Cina, dopo decenni di caos. Altri, invece, hanno proseguito con la manfrina di Pechino che starebbe voltando le spalle all’alleato russo, facendosi forte della non menzione esplicita della questione ucraina. Peccato che poco prima dell’apertura dei lavori del Congresso, il ministero degli Esteri cinese – per la prima volta dall’inizio del conflitto – abbia diramato l’ordine di evacuazione dei propri cittadini dall’Ucraina.

Seguito a stretto giro di posta dalla Serbia, la quale ha chiuso tutti gli uffici diplomatici nel Paese. Giova ricordare come Belgrado sia stata la prima a consigliare l’evacuazione dall’Ucraina ai propri connazionali: lo fece in forma ufficiale l’11 febbraio scorso, due settimane prima dell’inizio delle operazioni. Guarda caso, droni all’attacco del centro di Kiev.

Non c’è nulla da fare, continuiamo a trattare l’altra metà (abbondante) del mondo come colonie di inferiori da compatire e convertire. Peccato che ora cominciamo a pagare seriamente il prezzo di tutto ciò. Deve far riflettere, ad esempio, non solo e non tanto la messa in guardia di Xi Jinping ai suoi connazionali rispetto alle sfide senza precedenti che ci attendono, bensì il suo ribadire in maniera ancora più esplicita un concetto espresso chiaramente nel luglio del 2021, in occasione del 100° anniversario dalla fondazione del Partito comunista cinese. Ovvero, la Cina non cerca e non cercherà mai l’egemonia globale. Un chiaro monito a non confondere gli interessi commerciali con l’imperialismo geopolitico.

E se ovviamente balza alla mente come Pechino abbia ormai colonizzato mezza Africa, giova ricordare come lo abbia fatto tramite prestiti a quei Governi: esattamente la stessa politica posta in essere dal Fmi. Il quale, però, appare sempre meno affidabile, se si preferisce l’abbraccio cinese al nodo gordiano di Washington. La quale usa il Fondo proprio per finalità geopolitiche, basti vedere il trattamento di favore accordato all’Ucraina fin dai tempi di Poroshenko.

Ma attenzione, perché ciò che Xi Jinping ha voluto dire all’Europa sta tutto in questi due grafici, ovvero nella presa d’atto di un’egemonia che Pechino si trova ad amministrare quasi involontariamente e per conto terzi. Anzi, per gentile concessione.

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La Germania oggi vede nella Cina il suo primo partner commerciale, ma con una dinamica che, a causa della crisi energetica e dell’inflazione, nell’ultimo periodo ha patito una biforcazione epocale: esportazioni tedesche verso la Cina stagnanti, esplosione dell’export cinese verso Berlino. Da una dinamica simile non si esce. Ma ancora più esiziale è quanto mostrato dalla seconda immagine: fatto 100 della platea di oltre 40 esportatori verso la Russia, oggi Pechino pesa per 52.

Ovvero, il 52% delle importazioni totali di Mosca è garantito dalla sola Cina. Esattamente il piano di Washington: polarizzare al massimo gli equilibri, spingendo la Russia nell’abbraccio ritenuto mortale con Pechino e, soprattutto, recidere del tutto il cordone ombelicale politico, culturale e commerciale della Federazione Russa con l’Europa. Ovviamente, utilizzando l’arma delle sanzioni e della crisi energetica. La quale, giova ripeterlo, sta facendo il solletico agli Usa rispetto ai disastri epocali che sta sostanziando nel Vecchio Continente.

Altresì non è un caso che persino un alleato storico degli Stati Uniti come l’Arabia Saudita si sia stufata dell’atteggiamento rapace di Washington e abbia deciso di fare fronte comune con Mosca in sede Opec+, tagliando la produzione di petrolio e facendo infuriare la Casa Bianca. La quale, focalizzata com’è sul midterm, avrebbe operato moral suasion su Ryad affinché attendesse un mese prima di rendere operativa la decisione. Ovvero, dopo l’8 novembre, in modo da non generare aumenti dei prezzi alla pompa prima del voto.

Ecco come gira il mondo, ecco cosa non vi hanno raccontato del discorso di Xi Jinping, una vera e propria lectio magistralis di geopolitica per il nuovo millennio. Certo, lo scambio di cortesie fra Berlusconi e Meloni appare culturalmente e intellettualmente più alto e degno di approfondimento, lo capisco. Non capiamo quale rivoluzione si stia compiendo sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno, decisione dopo decisione. E, nel caso dell’Europa, errore dopo errore. Ma lo capiremo. A breve. E con la spietatezza che la realtà tiene in serbo per gli stupidi e i boriosi.

Nel silenzio generale, il Belgio la scorsa settimana si è astenuto rispetto all’ottavo pacchetto di sanzioni contro la Russia, di fatto aggiungendo spaccatura a spaccatura nel fronte europeo, dopo il blitz tedesco sul fondo di sostegno contro il caro-bollette. E domenica Parigi ha vissuto un’anticipazione violenta e di massa di quanto la attende questa settimana, a partire dallo sciopero generale indetto per oggi dalla Cgt contro il caro-vita. Ovviamente, nemmeno un’immagine o una parola nei tg. Ma questo video dell’emittente all-news francese BFMTV parla chiaro: a detta del ministro con delega ai Trasporti, Clément Beaune, un ritorno alla normalità non è previsto, né preventivabile fino alla settimana prossima. Ma si sa, in Italia certe realtà scomode è meglio nasconderle sotto il tappeto, almeno finché si può.

E attenzione a questo ultimo grafico: quei diavoletti di Goldman Sachs, infatti, hanno deciso di ingannare il tempo dei 100 minuti di intervento di Xi Jinping calcolando la frequenza ponderata nell’utilizzo dei termini crescita e sicurezza rispetto ai due precedenti discorsi inaugurali dei congressi del PCC. Come notate, l’economia è rimasta stabile a livello di menzioni. Ma la sicurezza è schizzata.

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Ovvero, c’è la forte possibilità che Pechino decida di seguire l’esempio statunitense, puntando meno su settori a bolla ciclica come l’immobiliare e concentrando gli sforzi sul moltiplicatore storico del Pil. Ovvero, il warfare. La deterrenza genera crescita, d’altronde. E un domani, può tradursi in qualcosa di più concreto e terribilmente distruttivo di una mera minaccia. Siamo nel pieno di uno snodo della Storia. E ci limitiamo a fotografare il panorama come turisti.

Quello che i media non hanno raccontato del discorso di Xi Jinping

La guerra segreta di Zelensky tra purghe e complotti, di Gianandrea Gaiani

https://www.analisidifesa.it/2022/07/la-guerra-segreta-di-zelensky-tra-purghe-e-complotti/

(aggiornato alle 13,55)

Le “purghe” senza precedenti negli ambienti dei servizi di sicurezza ucraini (SBU) sembrano allargarsi anche a magistratura, vertici militari ed esponenti politici.

Il 17 luglio il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha licenziato il capo del Servizio di sicurezza nazionali (SBU), Ivan Bakanov, e la procuratrice generale, Irina Venediktova in base dell’articolo 47 della Carta disciplinare delle forze armate ucraine. L’articolo recita che un ufficiale o un funzionario può essere rimosso per “mancato esercizio delle funzioni, che ha provocato vittime umane o altre gravi conseguenze” o ha creato situazioni tali da poter portare a queste conseguenze.

Circa Bakanov, il presidente ha dichiarato che “questa persona è stata licenziata da me all’inizio dell’invasione su vasta scala e, come si può vedere, tale decisione era assolutamente giustificata”, ha dichiarato il presidente ucraino. “Sono state raccolte prove sufficienti per la notifica, a questa persona, di sospetto tradimento. Tutte le sue azioni criminali sono documentate.

Tutto ciò che ha fatto in questi mesi e anche prima riceverà un’adeguata valutazione legale. Il presidente ha aggiunto che “saranno ritenuti responsabili anche tutti coloro che assieme a lui facevano parte di un gruppo criminale che ha lavorato nell’interesse della Federazione russa”. Il riferimento è al passaggio di informazioni segrete al nemico e ad altre forme di collaborazione coi servizi speciali russi. “Sono state prese decisioni sul personale nei confronti dei capi regionali del settore della sicurezza Kherson, Kharkiv.

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Il presidente ucraino ha reso noto che sono stati avviati 651 procedimenti criminali per tradimento e collaborazionismo. “In particolare, oltre 60 impiegati dell’ufficio del procuratore e dell’SBU sono rimasti nel territorio occupato e stanno lavorando contro il nostro Stato”.

Queste rimozioni hanno dato il via a “purghe” che starebbero colpendo molti ufficiali dello SBU accusati di collusione con i russi nelle zone occupate dalle truppe russe e dai secessionisti del Donbass accompagnati da rastrellamenti in tutte le aree a ridosso del fronte (quindi Mikolayv, Odessa, Kharkhiv, Dniptro, Zaporizhzhia e altre regioni dove la precisione dei raid missilistici russi (soprattutto contro i depositi di armi e munizioni giunte dall’Occidente) induce gli ucraini a ritenere vi siano molti “collaborazionisti” tra i civili e i funzionari pubblici.

Rastrellamenti e rappresaglie nei confronti di “collaborazionisti” o supposti tali erano già stati segnalati nelle aree intorno a Kiev e Sumy da dove le truppe russe si erano ritirate a fine marzo .

Oggi l’SBU ha reso noto di aver identificato “tutti i collaboratori che si sono uniti alla direzione principale del Ministero degli affari interni della regione di Kherson creata dall’amministrazione dell’occupazione. Sono stati raccolti i dati di ciascun collaboratore, documentata l’attività criminale e stabilite posizioni e movimenti: 26 rappresentanti del dipartimento regionale del Ministero degli Affari Interni che si nascondono nel territorio temporaneamente occupato della regione di Kherson, hanno già ricevuto avvisi di garanzia. 14 di loro sono ex dipendenti della polizia nazionale”.

Zelensky aveva annunciato nei giorni scorsi il licenziamento di altri 28 membri dell’SBU, epurazione che potrebbe indicare che qualcosa di grave sta succedendo a Kiev anche se le voci diffusesi nei giorni scorsi di un tentato golpe e attentato contro il presidente non hanno trovato conferme.

Oggi il presidente ha cacciato  Ruslan Demchenko, primo vice segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale già accusato dal giornalista ucraino Yurii Butusov di essere un agente russo.

Diverse le possibili interpretazioni della situazione attuale: Zelensky potrebbe voler punire i vertici dei servizi di sicurezza a causa del pessimo andamento della guerra e soprattutto per l’elevato numero di civili che restano nelle zone interessate dall’avanzata russa.

Non si può escludere che il presidente cerchi capri espiatori per giustificare gli insuccessi recenti e quelli forse imminenti, oppure che punti a consolidare il suo potere rimuovendo periodicamente funzionari divenuti troppo potenti e quindi potenzialmente pericolosi.

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Al di là del linguaggio propagandistico e della retorica sull’unità nazionale contro l’invasore, non va dimenticato che il conflitto in corso è anche una guerra civile con parte della popolazione delle regioni orientali e oltre 50 mila combattenti ucraini schierati al fianco dei russi.

Da quanto apprendiamo da fonti ucraine, in molti negli ambienti militari, di sicurezza e politici di Kiev trovano sempre di più ingiustificato combattere, subire ampie perdite e vedere devastata l’intera Ucraina nel vano tentativo di mantenere il controllo su Donbass e altri territori dove gran parte della popolazione guarda con ostilità (ricambiata) a Kiev.

Un accordo con i russi porterebbe alla perdita di almeno il 25 per cento del territorio nazionale ma consentirebbe all’Ucraina di sopravvivere e di puntare a ricevere aiuti militari dalla NATO ed economici dalla UE in vista di una possibile adesione a quest’ultima organizzazione.

Per evitare contestazioni Zelensky ha già messo fuorilegge 12 partiti, incluso quello Comunista a cui sono stati confiscati beni mobili e immobili: di fatto ogni forma di opposizione viene gestita con le leggi entrate in vigore dopo l’inizio della “operazione speciale” russa in Ucraina come “tradimento” e “complicità con gli invasori” anche se in molti casi il sospetto è che si tratti di una faida tra Zelensky e l’ex presidente Petro Poroshenko a cui da fine maggio sembra venga impedito di lasciare l’Ucraina.

Le recenti purghe sono state accolte con sarcasmo a Mosca dove la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, sul suo canale Telegram ha commentato che “la denazificazione è in pieno svolgimento”.

Del resto le citate rimozioni sono solo le ultime in ordine di tempo di una lunga serie. Il 18 luglio è stata rimossa dal Parlamento la ministra per le Politiche sociali Maryna Lasebna, mentre è stato arrestato l’ex capo del servizio di sicurezza in Crimea Oleh Kulinich.

Recentemente era stato rimosso il difensore civico Lyudmila Denisova (considerata politicamente vicina a Poroshenko) licenziata con l’accusa di inventare reati falsi o di aggravarne altri.

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Nei giorni scorsi Zelensky aveva licenziato il capo dell’SBU di Kharkiv, Roman Dudin mentre il 28 giugno era stato rimosso il capo dell’amministrazione militare regionale di Kherson, Hennadii Lahuta e il vice ministro per il Digitale Senik Dmytro Yurievic.

Il 14 giugno era stato licenziato il capo dell’amministrazione militare di Chernivtsi e al capo dell’agenzia dei Progetti per le infrastrutture Kryvoruchko Olena. A fine marzo era stata la volta del capo del dipartimento sicurezza interna Andriy Olehovych Naumov e il capo dell’SBU a Kherson (città conquista rapidamente dai russi a fine febbraio), Serhiy Oleksandrovych Kryvoruchko.

Per tutti l’accusa è di tradimento. Le ‘purghe’ di Zelensky non hanno risparmiato neppure il corpo diplomatico: il 25 giugno il presidente ucraino aveva rimosso dal loro posto gli ambasciatori di Georgia, Slovacchia, Portogallo, Iran, Libano. Il 9 luglio era stata invece la volta degli ambasciatori in Germania, Ungheria, Repubblica Ceca, Norvegia e India.

Un parlamentare vicino all’ex presidente Poroshenko (nazionalista e ostile alla Russia), Oleg Sinyutka, ha dichiarato in parlamento che “il paese sta scivolando gradualmente verso una forma di governo dittatoriale” come riporta l’agenzia Adnkronos anche se tali valutazioni vengono solitamente ignorate dalla gran parte dei media occidentali, sempre più “militanti”.

Al di là delle comprensibili esigenze di mantenere la compattezza in una nazione in guerra, va rilevato che l’Ucraina neppure prima dell’attacco russo brillava per democrazia e trasparenza, come abbiamo recentemente illustrato su Analisi Difesa citando le classifiche stilate da importanti centri studi internazionali.

Foto Ministero della Difesa Ucraino

 

https://www.analisidifesa.it/2022/07/smettiamo-di-fingere-di-non-essere-anche-noi-in-guerra-contro-la-russia/

Smettiamo di fingere di non essere anche noi in guerra contro la Russia

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C’è una immagine che continua a tornarmi alla mente ogni volta che si parla del terribile scontro in atto fra la Russia e l’Ucraina, nonché del ruolo, ad esso strettamente connesso, che viene svolto in questo periodo dagli Stati europei.
L’immagine è purtroppo quella manzoniana dei capponi che Renzo Travaglino porta in regalo all’avvocato Azzeccagarbugli e che, benché legati a testa in giù e chiaramente avviati ad un triste destino, continuano, incapaci di fare altro, a beccarsi ferocemente fra di loro.

È una immagine che si fa poi ancora più vivida quando dalla condizione Europea si passa ad esaminare quella di una Italia che a tutt’oggi continua imperterrita ad adottare moduli di comportamento, soprattutto politici, già discutibili allorché le cose andavano bene ad assolutamente inaccettabili per chi invece si trova nel bel mezzo di una guerra.

Anche se non vogliamo ammetterlo ufficialmente e ci appigliamo ad ogni bizantinismo disponibile per negarlo, è infatti l’Occidente, l’intero Occidente in tutte le sue componenti e non soltanto l’Ucraina, che sta combattendo contro la Russia in questo momento.

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Si tratta di un fatto di cui il nostro avversario si è reso pienamente conto, come ci ricordano ogni giorno le sue azioni sul terreno, le sue scelte in ambito internazionale ed infine le dichiarazioni, sempre in quel senso, dei suoi esponenti politici di rilievo.

Anche se Il Presidente Putin fosse pazzo – e non lo è – vi sarebbe sempre da riconoscergli una adamantina coerenza perlomeno nel mantenere questo atteggiamento.

Dall’altra parte invece noi abbiamo adottato un comportamento schizofrenico , tirando il sasso ma cercando nel contempo di nascondere la mano, forse sperando che il tutto possa alla fine risolversi in una limitata ” proxy war ” , vale a dire in uno scontro che si esaurisca entro i confini dell’unico stato della nostra parte per il momento direttamente coinvolto e comporti invece per la grande maggioranza di noi soltanto uno sforzo di supporto , che potrà magari rivelarsi molto oneroso sotto molti aspetti ma non ci costerà  mai quell’insieme di lutti, rovine e lacrime che produce un vero conflitto.

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È abbastanza logico che ciò avvenga, considerato come, sulla scia degli Stati Uniti, anche l’Europa avesse finito nei decenni successivi al crollo del Muro di Berlino con l ‘adottare progressivamente un sistema di confronto bellico che limitava il vero intervento dell’Occidente soltanto all’erogazione del fuoco e ad altri compiti connessi al suo elevato livello tecnologico, lasciando invece invariabilmente a sole forze locali il privilegio di scendere sul terreno, di combattere ….e di conseguenza di morire.

Così nella ex Jugoslavia ci siamo prima battuti contro i Serbi lasciando che fossero i Croati ad affrontarli da soli sul terreno, poi più a sud abbiamo utilizzato i Kosovari, ma curandoci bene di non mettere un solo “boot on the ground ” sino alla firma della tregua.

DONETSK REGION, UKRAINE - MAY 22, 2022: Servicemen of the People's Militia of the Donetsk People's Republic at a military vehicle in Mariupol which is controlled by the Donetsk People's Republic. Tension began to escalate in Donbass in February 2022. The Russian Armed Forces are conducting a special military operation in Ukraine following requests for assistance from the leaders of the Donetsk People's Republic and Lugansk People's Republic. Vladimir Gerdo/TASS Óêðàèíà. Äîíåöêàÿ îáëàñòü. Ìàðèóïîëü. Âîåííîñëóæàùèå Íàðîäíîé ìèëèöèè ÄÍÐ ó âîåííîé òåõíèêè. Â îòâåò íà îáðàùåíèå ðóêîâîäèòåëåé ðåñïóáëèê Äîíáàññà ñ ïðîñüáîé î ïîìîùè Âîîðóæåííûå ñèëû ÐÔ ïðîâîäÿò ñïåöèàëüíóþ âîåííóþ îïåðàöèþ íà Óêðàèíå. Âëàäèìèð Ãåðäî/ÒÀÑÑ

In Afghanistan infine l’onore di travolgere i talebani dopo gli attentati delle Torri Gemelle + stato lasciato ai  tagiki, agli uzbeki, agli hazara e alle altre minoranze della “Alleanza del Nord”, mentre la NATO ha scelto di entrare nel quadro soltanto in un momento decisamente successivo, allorché sembravano esistere  ragionevoli speranze di ricostruire il paese in tempi accettabili.

Questo significa che anche nel conflitto in atto  noi saremmo disposti a combattere ” sino all’ultimo soldato ucraino ” e non oltre?  Un timore che sempre più di frequente comincia a trasparire dai discorsi del Presidente Zelensky.

Probabilmente se potessimo lo faremmo e forse questa era l’idea iniziale di molti dei protagonisti coinvolti, ivi compresa una Italia che almeno a parole si incancrenisce in quel rifiuto della “guerra come mezzo di soluzione delle controversie internazionali” sancito dalla nostra Costituzione al punto tale da rifiutare di rendersi conto di alcune delle realtà che ha vissuto o da camuffarle, se del caso, sotto circonlocuzioni giuridiche estremamente precise soltanto nel non dire nulla.

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Così siamo andati alla prima guerra del Golfo nel quadro di “una operazione di polizia internazionale condotta sotto l’egida delle Nazioni Unite per il ripristino della sovranità kuwaitiana”, mentre successivamente, prima nel caso del Kosovo, poi in quello della Libia, la parola “guerra ” non è stata mai pronunciata e almeno in una occasione il Governo Italiano è arrivato a negare anche un coinvolgimento delle nostre forze che in effetti invece era avvenuto.
Rifiutare di accettare di essere in realtà coinvolti in una grande guerra anche questa volta è molto più difficile, anche se forse non del tutto impossibile, almeno per qualche tempo ancora.

Sta comunque divenendo progressivamente sempre più chiaro come questo non sia solo un conflitto limitato che abbia come posta la definizione delle frontiere della Ucraina ma si configuri invece come l’inizio di un cambiamento epocale destinato a condizionare in maniera diversa da quella attuale i futuri equilibri di potere del mondo.
Come tale esso è uno scontro di giganti che assume sempre di più, giorno dopo giorno una configurazione in tal senso.

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Ricordate quali fossero sino a pochi anni fa i “rogue states”, ossia le nazioni considerate dall’Occidente come “Stati canaglia “?

Erano la Corea del Nord, l’Iran, lo Yemen, la Siria, la Libia, tutti paesi di limitato rilievo, con l’unica eccezione dell’Iran.  Ora, come indicato dagli USA e confermato di recente dal nuovo Concetto Strategico approvato a Madrid dalla Nato, sono invece la Russia, la Cina e un Iran cui pare riservato il privilegio di essere sempre presente in liste di questo genere.

Inoltre la guerra non è più soltanto quella di un tempo, vale a dire la guerra guerreggiata da combattere con il fucile in mano, l’elmetto in testa e le bombe a mano nel tascapane.

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Si tratta invece di un fenomeno ben più complesso, che va sotto il nome di “guerra ibrida ” ed investe tutti i settori in cui un attacco comunque condotto potrebbe indebolire l’avversario, anche soltanto potenziale.

Nel complesso si tratta di un tipo di Guerra in cui già da parecchio tempo la Russia si è scelta l’intero Occidente come avversario, scatenando offensive informatiche mirate, corrompendo, uccidendo, cercando di falsare i risultati di democratiche elezioni. Siamo in guerra da tempo dunque: una guerra non dichiarata ma nel contempo estremamente dura, guerra per la sopravvivenza ….quella guerra che con una visione ben più precisa della nostra il Santo Padre aveva da tempo individuata e definita come ” una guerra mondiale a pezzi”.

Come se ciò non bastasse da quando abbiamo iniziato a sostenere l’Ucraina fra noi e la Russia sono intercorsi una serie di atti che non sono certo stati di cortesia e che in altri tempi avrebbero costituito un preciso ed inequivocabile casus belli.

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Abbiamo deciso contro Mosca una pesantissima serie di sanzioni economiche? Non dimentichiamoci che anche se gli USA tendono a passare la cosa sotto silenzio l’attacco di Pearl Harbour altro non fu che la reazione di Tokyo ad analoghe sanzioni decise da Washington nei riguardi del Giappone.

Da tempo poi vi è un flusso continuo di armi, munizioni, materiali ed istruttori che parte dai nostri paesi ed è diretto in Ucraina. Per tacere poi dei volontari che vanno nella medesima direzione senza essere minimamente ostacolati … e c’è da chiedersi quanta parte del famoso “Battaglione Azov” fosse composta da cittadini dei nostri paesi.
Si aggiunga a questo una efficace, articolata ed onnipresente attività informativa che dal locale, al tattico ed allo strategico copre tutti i settori di interesse delle forze ucraine ed il quadro del nostro pressoché totale coinvolgimento diverrà completo.

Possiamo quindi ancora sostenere con un filo di logica di non essere in guerra? Di sicuro no, e sarebbe probabilmente bene che anche noi arrivassimo ad accettare in pieno questa scomoda verità. Se non altro per essere pronti domani ad affrontarne eventualmente le sgradite conseguenze!

Foto: Ministero della Difesa Ucraino, Ministero della Difesa Russo e TASS

Analisi sull’andamento della guerra in Ucraina: scenari tattico-strategici e considerazioni generali (seconda parte), di Andrea Gaspardo

Analisi sull’andamento della guerra in Ucraina: scenari tattico-strategici e considerazioni generali (seconda parte)

https://www.difesaonline.it/mondo-militare/analisi-sullandamento-della-guerra-ucraina-scenari-tattico-strategici-e-0?fbclid=IwAR3ytHcQ0KY1X0vOb5rC_1TLxvgmP6Im_rEgI_-o4L4anM1-0MgT5Wnvc5o

(di Andrea Gaspardo)
02/05/22

Abbiamo già parlato abbondantemente nella prima parte di questa analisi dell’Ucraina e della sua situazione; adesso è arrivato il momento di parlare della Russia.

Recentemente sì è parlato molto (forse anche a sproposito) del fatto che la guerra e le sanzioni internazionali stiano “dissanguando la Russia” e la stiano portando “al limite del collasso”. Non parlerò ora del regime sanzionatorio al quale la Russia è sottoposta al momento, rimandando tale analisi almeno fino alla fine di maggio quando assieme al mio collega Paolo Silvagni affronterò lo spinoso argomento con l’attenzione scientifica che merita ed una volta che una serie di trend macroeconomici diventeranno finalmente chiari. Una cosa però la posso già anticipare: il regime di sanzioni a cui la Russia è attualmente sottoposta è stato messo in piedi per “espellere la Russia dall’economia mondiale”, ma NON è studiato per avere effetti sull’andamento delle operazioni militari in corso. Tradotto in parole povere, qualsiasi cosa avvenga all’economia della Russia, il paese ha la capacità di proseguire lo sforzo bellico per 6-12 mesi se necessario, indipendentemente da tutto il resto.

In ogni caso, ripeto, le questioni economiche e finanziarie verranno trattate metodicamente al momento opportuno.

Venendo ora alla questione del “dissanguamento delle Forze Armate Russe”, questa è diventata una popolare teoria che circola nel mondo giornalistico e non solo dopo che è stata per la prima volta propagandata dal generale americano Frederick Benjamin “Ben” Hodges III in un’intervista con i media australiani. Originariamente Hodges era partito da una previsione assai più modesta (e corretta) in base alla quale le forze russe impegnate nell’offensiva attorno a Kiev stavano incontrando gravi problemi di approvvigionamento perché le loro linee logistiche non erano state adeguatamente predisposte per sostenere quello sforzo prolungato nel tempo. Tale “dettaglio” era già stato ampiamente notato dagli addetti ai lavori già dopo i primi 3 giorni di guerra, quindi ben prima che ne parlasse Hodges. Successivamente, il generale ha rincarato la dose ed ora parla apertamente (ma a dire la verità si trova in buona compagnia, come dimostra il caso del generale Camporini) di “collasso del sistema militare russo” preso nel suo complesso.

Ho già ampiamente parlato in tutta una serie di analisi dedicata alla guerra aerea che i russi non solo non stanno rallentando il ritmo delle loro operazioni aeree, ma lo stanno addirittura accelerando. Inoltre, in barba a tutti coloro che parlavano e continuano a parlare di “scarsità di missili e bombe intelligenti o meno”, la campagna di attacchi a mezzo di missili balistici e missili da crociera di tutti i tipi da parte della Russia sta continuando imperterrita, ed anzi più passa il tempo e più gli osservatori di mezzi militari riescono a notare come nuove versioni e tipologie di missili stiano venendo di volta in volta schierate dalle forze di Mosca a partire dall’analisi dei frame dei video reperibili in Internet così come dalle foto dei frammenti degli ordigni diffuse anche dai canali di informazione ucraini.

Tale stato di cose ha solo due spiegazioni razionali:

– ipotesi numero uno: i servizi d’intelligence occidentali e gli “esperti” vari ed eventuali hanno grandemente sottovalutato la consistenza numerica pregressa degli arsenali missilistici di Mosca;

– ipotesi numero due: la Russia ha una capacità produttiva in corso d’opera che le garantisce di ripianare passo passo gli arsenali che vengono “consumati”.

Personalmente io opto per l’ipotesi numero uno, dato che, probabilisticamente parlando, è la più realistica e non sarebbe nemmeno la prima volta che le agenzie di spionaggio occidentali sbagliano nel valutare la consistenza degli arsenali del Cremlino. Possiamo quindi già dire che, per lo meno nel settore aereo e missilistico, la previsione di Hodges non è al momento supportata dai fatti. Passando invece al fronte terrestre, che è la vera specialità di Hodges, essendo egli un generale dell’esercito, per valutare se veramente le Forze di Terra Russe siano al limite del collasso, bisogna necessariamente capire l’entità complessiva delle perdite sia umane che materiali che esse hanno subito e se il paese sia in grado di “sostenerle e sostituirle”.

Partiamo da alcune categorie di mezzi, in particolare quelli che rappresentano il pilastro centrale delle dottrine militari russe: i carri armati e l’artiglieria. Consultando le fonti aperte utilizzate dalla maggior parte dei mezzi di informazione e di disinformazione attivi nel contesto di questa guerra sappiamo per certo che, al momento della stesura di questo pezzo, le Forze Armate Russe e le Forze Unificate della Novorossiya hanno sicuramente (ma il numero reale è senza dubbio più alto) perso 584 carri armati (16 T-64, 357 T-72, 111 T-80, 18 T-90 e 82 carri di tipo non definito). Nonostante sulla carta queste sembrino perdite gravi, data l’enorme disponibilità di carri da parte delle Forze Armate Russe (si stima che la Russia possieda tra i 23.000 ed i 25.000 carri armati, ma alcune stime parlano addirittura di 33.700 (!), sia in servizio presso le unità di prima linea che immagazzinati in una delle molteplici basi che si trovano su tutto l’immenso territorio del paese), esse non possono certo essere definite “perdite debilitati” (stiamo parlando del 2,6-2,3% del totale, nel caso migliore, e del 1,7% nel caso peggiore). Non solo, oltre al gran numero di carri a disposizione nei magazzini, la Russia possiede anche delle formidabili strutture produttive che le garantirebbero di ripianare in un batter di ciglio le perdite subite.

Dall’Unione Sovietica, la Russia ha ereditato un possente complesso militar-industriale che, tra gli altri, conta 5 grandi fabbriche per la produzione di carri armati ed altri veicoli corazzati, centrate attorno al grande complesso di Uralvagonzavod, situato a Nizhny Tagil, nel centro della Russia. Sin dall’inizio della guerra, diverse agenzie di stampa hanno rilanciato più e più volte la notizia secondo la quale le fabbriche russe di carri armati avrebbero fermato la produzione a causa della mancanza di parti di ricambio. Prima di tutto, è necessario menzionare che a dare tale notizia per primi sono stati i servizi segreti di Kiev, e questo dovrebbe far automaticamente sorgere ben più di un sospetto. Secondariamente, la nozione che all’improvviso le fabbriche di carri armati si ritrovino senza parti di ricambio cozza sonoramente con quelle che sono consolidate politiche industriali e militari già di prassi in epoca sovietica e che la moderna Russia ha semplicemente continuato per inerzia.

Secondo la testimonianza di Jens Wehner, veterano carrista, direttore del “Panzermuseum” della Bundeswher e profondo conoscitore della Storia militare corazzata contemporanea: “La prassi consolidata dei russi è quella di mantenere presso le loro fabbriche scorte di materiali tali da poter garantire la prosecuzione dell’output produttivo per un intero anno anche in presenza di un blocco completo delle forniture. Ciascuna delle grandi fabbriche russe ha la capacità di produrre 800 carri armati T-72 alla settimana, che diventano 3.200 in un mese per un singolo stabilimento e 16.000 se contiamo il lavoro di tutti gli stabilimenti in caso di una situazione di guerra totale, e questo semplicemente rendendo più efficace l’organizzazione ordinaria dei due turni produttivi, senza nemmeno introdurre il terzo turno giornaliero come fu durante la Seconda Guerra Mondiale”. Ad una prima lettura tali cifre possono apparire esagerate tuttavia esse acquisiscono un loro senso per coloro che sono informati sulle prassi produttive che la Russia ha ereditato dall’Unione Sovietica e che prevedono, letteralmente, in situazioni di emergenza, di produrre in massa mezzi appartenenti a sottovarianti depotenziate (i cosiddetti “modelli scimmia”) che andrebbero poi ad equipaggiare le unità della riserva. In ogni caso torneremo su questo argomento così come sulle stime relative alla disponibilità delle riserve di equipaggiamenti russi in uno speciale addendum che verrà pubblicato in seguito.

Al momento ciò che stiamo assistendo, filtrando le notizie provenienti dalle retrovie russe, lascia intravvedere uno scenario nel quale le fabbriche russe hanno mantenuto un moderato regime produttivo sufficiente a ripianare la perdite subite mentre i tecnici ed i meccanici delle unità di deposito stanno lavorando alacremente in tutte le basi-deposito per rimettere in servizio i mezzi (non solo carri armati) immagazzinati laggiù.

Alcuni effetti di questa nuova tendenza si stanno già vedendo sul campo di battaglia. Nel corso dei recenti combattimenti nell’area del Donbass, gli ucraini sono riusciti a mettere fuori combattimento alcuni carri armati T-64 dello schieramento avversario. A prima vista sembrava che tali carri fossero dei mezzi ucraini (il T-64 infatti è il carro da battaglia più numeroso delle Forze Armate Ucraine) catturati nel corso dei combattimenti e poi utilizzati dalle Forze Unificate della Novorossiya (lo strumento militare congiunto delle cosiddette Repubblica Popolare di Lugansk e Repubblica Popolare di Donetsk) come è da prassi già dal 2014. Eppure ad un’ispezione più accurata gli armati di Kiev si sono resi conto che tali mezzi non fossero né ucraini né “separatisti” bensì russi! Analizzando i numeri di riconoscimento è infatti ben presto diventato palese che i T-64 in questione appartenevano ad una “unità deposito” situata nel territorio di Khabarovsk, nell’Estremo Oriente Russo, erano stati riattivati due settimane prima e successivamente trasferiti lungo la ferrovia Transiberiana fino all’oblast’ di Rostov dove erano stati assegnati ad una unità di riservisti appena richiamata alle armi. Non si deve però pensare che si tratti di un caso isolato, dato che, dagli inizi di aprile gli ucraini hanno segnalato un numero via via crescente di casi in cui le loro Forze Armate hanno distrutto o catturato mezzi russi provenienti dagli arsenali della riserva.

Abbiamo parlato fino ad ora dei carri armati, adesso è necessario dedicare un doveroso spazio alla “Regina dei Campi di Battaglia”: l’artiglieria.

Parlare di Storia militare russa equivale a parlare di artiglieria, dato che, sin dall’epoca di Pietro I il Grande, l’artiglieria russa si è rivelata sovente l’arma vincente per decidere il risultato finale delle battaglie. Sempre consultando le stesse fonti aperte che illustrano le perdite di materiale bellico sofferte dalle Forze Armate Russe e dalle Forze Unificate della Novorossiya, si nota che, nel settore delle “bocche da fuoco” di tutti i tipi (partendo dai mortai pesanti ed arrivando fino ai lanciarazzi multipli) quelle perse dagli armati del Cremlino assommano a 230 esemplari, il che non è nulla se consideriamo l’immensa dotazione di artiglieria sia in servizio attivo che in riserva che è a disposizione della Russia. Non solo infatti la Russia possiede complessivamente più “bocche da fuoco” di qualsiasi altro paese al mondo, ma addirittura surclassa tutti i possibili avversari in ogni singola categoria di “armi d’artiglieria”, non importa se si tratti di mortai pesanti, cannoni campali, cannoni anticarro, obici, semoventi, lanciarazzi multipli e chi più ne ha, più ne metta.

La pressoché totale assenza dell’artiglieria russa nei primi giorni di guerra (con l’eccezione del Primo Fronte, quello del Donbass) è stata uno dei grandi “misteri” di questa guerra che hanno affascinato gli analisti. Le spiegazioni più probabili per giustificare tale “mancanza” sono essenzialmente due:

– primo; come tutti gli esperti del variegato mondo dell’artiglieria possono confermare, un “treno d’artiglieria” composito e completo “appesantisce” enormemente le armate in movimento e questo non lo rende ideale per un’armata meccanizzata impegnata in una guerra lampo ad alta intensità come aveva immaginato Putin da principio;

– secondo; dato l’enorme potenziale distruttivo rappresentato da uno sbarramento d’artiglieria campale, è tutt’altro che peregrina l’ipotesi che, volendo inizialmente arrecare il minor danno possibile alle città ed alle infrastrutture dell’Ucraina, i russi abbiano deciso deliberatamente di non schierarla proprio per mantenere inizialmente basso il livello dello scontro anche al rischio di esporsi a loro volta all’artiglieria ucraina (che non è tanto dissimile da quella russa anche se, prevedibilmente, meno numerosa).

Ovviamente l’evoluzione successiva del conflitto ha fatto saltare tutti i parametri iniziali ed ora i russi non hanno più remore ad utilizzare la loro potenza di fuoco sia in campo aperto che contro le città ucraine che oramai sono state sovente attaccate dalle truppe russe utilizzando proprio l’artiglieria ed i mezzi corazzati.

In ogni caso, al momento le Forze Armate Russe non sono ancora in grado di mettere insieme le forze per un “colpo decisivo” in Ucraina, e questa è una delle ragioni del perché stiano optando per il proseguimento della corrente fase di guerra di logoramento.

Non bisogna però credere che questo stato di cose continuerà indefinitamente. Come già accennato precedentemente, ci sono tutte le ragioni per credere che gli obiettivi iniziali della Russia non siano affatto cambiati e che alla attuale “Fase 2” della guerra seguirà una “Fase 3”.

Le vere incognite a questo punto sono: capire quando questa fase scatterà e valutare il grado di preparazione dei contendenti quando l’evento si presenterà. Come tutti hanno visto, le Forze Armate Russe si sono ritirate dal nord e dal nord-est dell’Ucraina giù fino alla città di Kharkov e hanno riposizionato le truppe appartenenti alla “prima ondata d’attacco” nel Donbass e nel sud dell’Ucraina, tuttavia, in termini strategici questo non vuol dire assolutamente nulla.

È necessario qui porre infatti l’accento non tanto su ciò che sta avvenendo sulla linea del fronte, bensì su quanto avviene nelle retrovie. Prima di tutto, in Russia sta avvenendo una mobilitazione senza precedenti dei riservisti della quale c’è poca o nulla traccia nei nostri mezzi di informazione (ma anche in quelli russi, a dire la verità).

Ha fatto “sensazione” nei nostri media principali la notizia che, con un decreto presidenziale divenuto effettivo il 1 di aprile 2022, Putin abbia disposto l’arruolamento di 134.500 soldati di leva (la cosiddetta “leva di primavera”) i quali dovrebbero poi essere rincalzati da altri 134.500 che dovrebbero essere arruolati in ottobre (la cosiddetta “leva di autunno”) anche se in realtà tali provvedimenti rappresentano la norma.

Ciò che invece è completamente sfuggito ai “radar” della nostra informazione è invece il fatto che, parallelamente, le autorità di Mosca abbiano sospeso qualsiasi provvedimento di “smobilitazione” riguardante i coscritti arruolati durante le leve della primavera e dell’autunno 2021 (che avrebbero dovuto vedere la fine del loro anno di leva obbligatoria rispettivamente al termine di marzo ed alla fine di settembre di quest’anno) e che con i nuovi provvedimenti sono a tutti gli effetti “veterani soggetti al servizio in maniera indefinita e fino al nuovo ordine”. Non solo, a fianco della cancellazione dei provvedimenti di “smobilitazione”, le autorità russe hanno anche iniziato a richiamare in servizio i riservisti presi tra gli uomini di età compresa tra i 19 ed il 42 anni che hanno prestato servizio di leva o sotto contratto nei 15 anni precedenti. Tale mobilitazione non è stata annunciata a livello nazionale, ma sta venendo portata avanti dai vari commissariati militari a livello delle singole unità territoriali in cui è divisa la Federazione Russa.

A questo punto è necessario chiederci: quali sono le capacità di mobilitazione della Russia per quella che si prospetta come una lunga e sanguinosa guerra? La risposta in questo caso non è semplice.

Per prima cosa è necessario partire dicendo che, ad oggi, la popolazione della Russia assomma a 145,5 milioni di abitanti ai quali vanno aggiunti 11,6 milioni di immigrati che vivono stabilmente nel territorio russo, per un totale di 157,1 milioni di persone che costituiscono il “bacino demografico” di riferimento. La presenza della popolazione immigrata va specificata perché una legge approvata nel 2010 rende i cittadini stranieri residenti nel territorio russo passibili di arruolamento in caso di grave crisi nazionale. Inoltre essendo la stragrande maggioranza degli immigrati in terra russa provenienti dai paesi ex-sovietici, avendo una sufficiente padronanza della lingua russa ed avendo a loro volta prestato servizio militare di leva nelle Forze Armate Sovietiche oppure in quelle delle repubbliche ex-sovietiche (le quali sono sostanzialmente modellate sul modello di quelle russe), il loro assorbimento nei ranghi delle Forze Armate Russe non costituisce affatto un problema insormontabile.

Nel 2016, nel corso della crisi NATO-Russia immediatamente successiva all’abbattimento di un Su-24 russo sui cieli della Siria da parte delle Forze Aeree Turche, le Forze Armate Russe testarono per la prima e unica volta dalla fine della Guerra Fredda la loro capacità di mobilitazione complessiva nel caso di scoppio di un nuovo conflitto mondiale. Ne risultò che, in caso di un conflitto di larga scala, la Russia avrebbe potuto mobilitare 40.000.000 di uomini. Si convenne tuttavia che tale sforzo avrebbe potuto essere sostenuto solamente per pochissime settimane (probabilmente 1 mese o poco più) perché avrebbe irrimediabilmente comportato la paralisi dell’economia del paese pur avendo la Russia ampie riserve di armamenti tali da poter equipaggiare tutti i potenziali soldati (per creare un raffronto basterà ricordare che il numero totale di soldati che vennero arruolati nelle Forze Armate Sovietiche nel corso della Seconda Guerra Mondiale fu di 34.600.000 su una popolazione totale di 200 milioni di abitanti). Nella successiva riorganizzazione della riserva, i pianificatori del Cremlino decisero di considerare come potenziali riservisti tutti i maschi adulti che avessero svolto il periodo del servizio militare nei 15 anni precedenti; così facendo ridussero il bacino di arruolamento alla comunque ragguardevole cifra di 20.000.000 di uomini, che da allora è rimasta il riferimento ideale.

Dire però che la Russia sia pronta a mobilitare 20 milioni di uomini per la guerra in Ucraina è altrettanto irrealistico, e non solamente perché tale numero metterebbe comunque le risorse del paese sotto stress, ma anche perché l’organizzazione, il comando ed il controllo di una tale massa di armati risulterebbe a priori impossibile. Anche il questo caso può risultare utile un raffronto con la Seconda Guerra Mondiale:

– 22 giugno 1941: al momento dell’inizio dell’Operazione Barbarossa le Forze Armate Sovietiche avevano sotto le armi 5.500.000 soldati rincalzati da 12.000.000 di riservisti;

– 7 giugno 1942: alla vigilia dell’inizio dell’offensiva delle forze dell’Asse contro il Caucaso e Stalingrado, i sovietici potevano contare su 9.350.000 uomini sull’intero Fronte Orientale;

– 9 luglio 1943: al principio della battaglia di Kursk, le Forze Armate Sovietiche contavano in tutto 10.300.000 (il picco raggiunto dall’epoca dell’Operazione Barbarossa);

– 22 giugno 1944: alla vigilia dell’Operazione Bagration, nel corso della quale i tedeschi subirono la loro sconfitta decisiva per le sorti della guerra nel Fronte Orientale, i sovietici contavano 6.425.000 uomini;

– 1 gennaio 1945: all’inizio dell’offensiva finale contro il Terzo Reich, le Forze Armate Sovietiche contavano 6.532.000 uomini;

– 1 aprile 1945: al momento dell’inizio della battaglia di Berlino, i sovietici potevano contare complessivamente su 6.410.000 soldati in totale.

Dallo studio di questi dati si evince che, sebbene nell’immaginario popolare i russi (e/o i sovietici) siano noti per essere coloro che impiegano grandi eserciti, nondimeno anch’essi devono obbedire alla “tirannia della legge sul comando e controllo” in base alla quale l’impiego di una grande massa di soldati in assenza degli adeguati sistemi di comando e controllo rischia addirittura di essere controproducente.

A ben vedere, l’intera revisione della strategia di guerra russa dai primi di marzo fino ad ora ha a che fare proprio con questo: riorganizzare le forze presenti in Ucraina, accrescerle numericamente e dotarle della potenza di fuoco adeguata e supportarle con linee logistiche tarate in modo da consentire la riuscita della missione e “governare” l’intero processo in modo tale che lo strumento militare funzioni come una macchina ben oliata e non come un’accozzaglia raffazzonata di forze come è stato nel primissimo periodo di guerra. Il primo passo giusto in questa direzione è stata la nomina, l’8 di aprile, del generale Aleksandr Vladimirovich Dvornikov, comandante del Distretto Militare Meridionale ed in precedenza comandante in capo delle forze russe e siriane durante la Guerra Civile Siriana, a responsabile di tutte le operazioni in Ucraina. Tale nomina ha finalmente creato una linea di comando coerente ed una struttura “amministrativa” che può dirigere i movimenti delle truppe così come l’allocazione delle risorse. Parallelamente è accelerato in processo di mobilitazione delle riserve così come la riattivazione degli arsenali precedentemente posti in magazzino.

Non è chiaro esattamente quanto tempo ci vorrà ai russi per raccogliere tutte le forze delle quali avranno bisogno per condurre nuovamente un’offensiva di larga scala volta alla sottomissione dell’intera Ucraina. Nel periodo compreso tra la fine del 1990 e l’inizio del 1991, nel corso dell’Operazione Desert Shield (Scudo del Deserto), gli Stati Uniti e la Coalizione Internazionale necessitarono di 5 mesi per raccogliere la forza di 1.000.000 di uomini necessari a demolire le difese irachene nel corso dell’Operazione Desert Storm (Tempesta del Deserto).

Secondo diverse stime che mi trovano d’accordo, per infliggere un colpo da K.O. all’Ucraina, la Russia avrebbe bisogno di schierare una forza di 3.000.000-3.500.000 di uomini supportati dalla necessaria potenza di fuoco da impiegare un’unica volta per un’operazione di breve periodo oppure in scaglioni successivi per un tempo più lungo.

Contrariamente a quanto affermano i nostri mezzi di informazione (o di propaganda), sempre pronti a dipingere la Russia come “un paese allo stremo e sul punto si collassare”, la Russia sta effettivamente lavorando alacremente per raccogliere tali riserve. Un esempio in tal senso lo si ha monitorando l’attività dei velivoli da trasporto aereo.

Sin dall’inizio della Guerra Russo-Ucraina, sia i velivoli da trasporto della V-VS che quelli della MA-VMF (l’Aviazione della Marina) per complessivi 900 velivoli sono stati impegnati in un costante ponte aereo tra gli angoli più sperduti del paese e le basi situate in prossimità del fronte di guerra. Non solo, dato che le sanzioni occidentali hanno avuto l’effetto di provocare la messa a terra di un gran numero di velivoli di produzione occidentale in servizio presso le compagnie aeree russe per mancanza dei necessari certificati di idoneità al volo, tali velivoli sono stati puntualmente requisiti dalla V-VS per contribuire alle operazioni di trasporto. Inoltre, come segnalato sin dall’inizio della guerra dal mio contatto Vedetta 1 specializzato nel monitoraggio delle operazioni aeree ed esperto nel settore aeronautico, la Guerra Russo-Ucraina ha visto da parte russa anche la mobilitazione massiccia degli assets aerei della Rosgvardia, delle Guardie di Frontiera dell’FSB, dell’EMERCOM e persino dei 31 aerei facenti parte dello Squadrone Aereo Presidenziale.

Il ponte aereo non è l’unico strumento mediante il quale la Russia sta spostando uomini e mezzi dagli angolo più sperduti “dell’impero” fino alla linea de fronte. Il maggior sforzo infatti avviene via ferrovia, come da tradizione puramente russa; ed infatti lo scoppio della Guerra Russo-Ucraina ha coinciso con una mobilitazione senza precedenti delle Truppe Ferroviarie Russe, le quali sono entrate in azione persino in Ucraina con la missione di riparare il tracciato ferroviario locale martoriato nel corso dei combattimenti e portare i necessari rinforzi quanto più vicino possibile alla linea del fronte.

Molto attivo anche il trasporto su strada anche se un suo eccessivo utilizzo nella primissima fase della guerra ha provocato spaventosi ingorghi soprattutto lungo il tracciato stradale degli oblast’ russi prospicienti l’Ucraina, fatto questo che ha in parte contribuito al fallimento della “guerra-lampo” iniziale.

Un ultimo elemento che è necessario ricordare è che la presente Guerra Russo-Ucraina ha visto anche una mobilitazione massiccia delle forze paramilitari e di sicurezza interna della Russia come: la polizia, la Rosgvardia, gli OMON, i SOBR, le forze paramilitari dell’FSB, ecc… le quali sono state schierate in Ucraina con compiti operativi sia di controllo delle aree occupate che in supporto delle operazioni sia offensive che difensive delle Forze Armate impegnate sul terreno. Anche se tale segnalazione può sembrare ai più niente meno che una nota a piè pagina, in realtà il fatto che la leadership di Mosca abbia deciso di schierare pesantemente in Ucraina anche le proprie forze paramilitari e di sicurezza interna (truppe adattissime ai compiti di controllo del territorio e di lotta antiguerriglia) è in realtà in importantissimo segnale indicatore del fatto che i russi si aspettino un coinvolgimento in loco per molto tempo e di quali potrebbero essere i piani di lungo periodo del Cremlino per l’Ucraina.

Analisi sull’andamento della guerra in Ucraina: scenari tattico-strategici e considerazioni generali (prima parte)

Foto: MoD Fed. Russa

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