Violenza sulle donne, di Roberto Buffagni

VIOLENZA SULLE DONNE
Se vogliamo cadere per un attimo nel serio, ciascuno e ciascuna dovrebbe, magari, interrogarsi un pochino sul fascino, anche erotico, che esercita la violenza. Resecare chirurgicamente l’eros dalla violenza, Afrodite da Ares, è affatto impossibile. Se ce ne si rende conto, il rapporto erotismo-violenza si può addomesticare. Non che sia facile ma si può. Sarebbe la funzione della virtù cardinale della temperanza, che non è il moderatismo ma la forgia del carattere, che si tempra come si tempra(va) l’acciaio, ossia immergendo nell’acqua gelida il metallo incandescente martellato dal fabbro. Un uomo che abbia imparato a dominare la paura e la violenza, trasmutando la violenza in forza, non userà mai violenza contro una donna, che è fisicamente più debole, perché è disonorante abusare della propria forza impiegandola contro chi non può reagire. Il ricorso alla violenza fisica, in una relazione, è il sintomo più appariscente di un blocco della capacità di comunicare altrimenti un’emozione soverchiante che non si riesce a dominare. Il punto chiave è “che non si riesce a dominare”, cioè una debolezza del carattere, che può derivare da semplice barbarie e rozzezza, perché il barbaro deve saper dominare la paura, ma di rado si pone il problema di dominare la violenza; o dalla “barbarie riflessiva” (Vico), ossia dall’eccesso di raffinatezza, cinismo, corruzione dei costumi, che compromette la formazione corretta della personalità; o da veri e propri disturbi della personalità individuale.
Se invece, per correggere l’uomo violento, si punta sulla riforma in senso moderato, coccoloso, politically correct del trasporto erotico, il risultato è: a) se la riforma riesce, il rapporto erotico è intenso come una minestrina di dado, l’investimento emotivo sotto il minimo sindacale, e probabilmente lo erano già prima che il riformatore si mettesse all’opera b) se la riforma non riesce (caso più frequente) non si fa che provocare una reazione emotiva ancor più potente e incontrollabile, perché reprimere, negare, dichiarare fuorilegge un’emozione profonda, che a volte è un vero e proprio affetto nel senso psichiatrico della parola, non l’ha mai fatta sparire da che mondo è mondo e uomo è uomo; e anzi, ciò che viene così represso e negato prende proporzioni formidabili nella vita interiore, più facilmente travolgendo la volontà cosciente. Un secolo e mezzo di studi psicoanalitici dovrebbe averci insegnato almeno questo.
Le relazioni affettive tra uomo e donna sono un mondo intero. In questo mondo ci stanno, giusto per nominare gli aspetti principali: a) la relazione erotica vera e propria, che anch’essa è un mondo intero, e presenta aspetti e livelli molto diversi. Esemplifico con l’Odissea: Circe è “appetitio”, sensualità incontrollata, istinto sessuale che prende il comando e imbestia l’uomo; Calipso è “perditio”, isolamento, oblio, sospensione della vita nella bolla erotica; Penelope è “affectio”, attrazione fisica + affinità d’anima. b) in una relazione stabile, di tipo matrimoniale, c’è il progetto di vita in comune, con la sua dimensione anche economica, sociale, giuridica, comunitaria, religiosa, e, quando dalla relazione nascono figli, questo progetto di vita in comune coinvolge necessariamente altri esseri ed entrambe le stirpi dei coniugi, e così diviene un albero – l’Albero della Vita, l’ulivo dal quale Ulisse ricava il letto matrimoniale intorno al quale fa costruire la casa – che affonda nel passato con le radici, e si protende nel futuro con i rami. Quanto sopra per dire che le relazioni tra uomo e donna sono qualcosa di molto complesso, delicato, e di un’importanza che è un vero e proprio suicidio sottovalutare, ridurre a un astratto modello impoverito di uomo e donna. Ue’ ragazzi: da questa cosa nasce il mondo dell’uomo, di tutti gli uomini e le donne che esistono, sono esistiti, esisteranno. Ci dovremmo impegnare di più per capirla, se non vogliamo che imploda e trascini il mondo vitale dell’uomo nella disgregazione.

Una “battaglia di civiltà”, a cura di Giuseppe Germinario

Siamo oltre! Siamo alle estreme conseguenze…o coerenze? Dieci anni fa ce l’hanno raccontata diversamente, stando all’articolo e ai resoconti delle testimoni dirette citate. Già allora le questioni poste sulla base delle versioni offerteci, quello del “fine vitae” erano estremamente delicate. Si parlava quantomeno di eutanasia come scelta soggettiva o rispetto ad una persona totalmente passiva ed incosciente senza via di uscita dalle sofferenze e lasciata a languire. Allora ci hanno offerto la soluzione alla vita, oggi in corso di pandemia ci offrono a loro modo la vita. A ben guardare due facce della stessa medaglia. Ormai qui siamo oltre…Giuseppe Germinario

Segue l’articolo de “l’avvenire” e alcune considerazioni di Roberto Buffagni già apparse nel 2009

Dieci anni dopo. Eluana, la verità non muore


Lucia Bellaspiga venerdì 8 febbraio 2019
Cosa sappiamo oggi, ancora, di quella vicenda conclusa così tragicamente? Ecco gli appunti di chi fu testimone delle ultime settimane e delle ore convulse e strazianti tra Lecco e Udine

Eluana Englaro

Eluana Englaro

Costava fatica entrare nella stanza di Eluana e trovarsi faccia a faccia con lei per la prima volta. Costava fatica perché mesi di dichiarazioni e articoli a senso unico preparavano al peggio: Eluana «morta 17 anni fa», si scriveva, Eluana inguardabile, Eluana violata da tubi e macchinari, Eluana “attaccata” a una spina, Eluana costretta a sofferenze… Per questo si aveva paura, e ci sembrò strano il sorriso incoraggiante di suor Rosangela il giorno in cui, dieci anni fa, con il permesso del padre Beppino ci introdusse in quella stanza della clinica «Beato Talamoni» di Lecco e ci indicò un letto: «Ecco la nostra Eluana».

Nessun macchinario, niente tubi, nemmeno sinistri bip bip né numeri scanditi sui monitor: solo una normale stanzetta in penombra, il vetro un poco sollevato nonostante l’autunno inoltrato per far entrare aria pulita, un letto uguale ai nostri, due peluche appesi alla testata, un comodino con pacchi di lettere «Alla signorina Eluana», e di lato la poltrona di suor Rosangela, la Misericordina che le viveva accanto da 15 anni. Un lenzuolo candido copriva una ragazza distesa su un fianco, il destro, così la vedemmo di spalle. O meglio, di spalle vedemmo una testa di capelli lucidi e neri, tagliati corti… Mezzo giro intorno al letto, ed eravamo una di fronte all’altra, ecco Eluana.

Tutta Italia da mesi parlava di lei, ma che cosa si sapeva? Gli italiani la “conoscevano” dalle tante foto scattate a vent’anni, sulla neve o mentre scherzava dietro la tenda della doccia, capelli lunghi e sorriso radioso. Poi quei giorni felici erano stati bruscamente interrotti da un fatale incidente d’auto che nella notte tra il 17 e il 18 gennaio 1992 l’aveva condotta in fin di vita: cinque giorni di coma profondo, la battaglia dei medici per rianimarla e la tracheotomia, ma anche una condizione dalla quale non si era più svegliata, entrando in quello che all’epoca si chiamava solo stato “vegetativo”. Un totale mistero allora e un mistero ancora oggi, anche se negli ultimi anni la neuroscienza ha fatto passi da gigante dimostrando che nel 40% dei casi le diagnosi di “stato vegetativo” erano errate e dentro quei cervelli apparentemente spenti può vivere una coscienza, che lancia segnali, che percepisce il mondo esterno, che a volte persino “comunica”.

«Per me Eluana è morta il 18 gennaio 1992, da quel giorno non l’abbiamo più percepita e non esiste più come persona», ci spiegava Englaro, scegliendo di restare in corridoio ad aspettare la fine della visita. Gli articoli dei quotidiani descrivevano agli italiani una Eluana, ormai 37enne, scarnificata e costretta a vivere in una condizione di estrema sofferenza (tra gennaio e febbraio 2009 assistemmo a un crescendo disumanizzante, tra chi la diceva «completamente calva» e chi con «la faccia rinsecchita come il resto del corpo», il viso piagato «da quelle lacerazioni che ai vecchi vengono sul sedere o sulla schiena», «ridotta a meno di 40 chili». Concludeva la danza macabra Roberto Saviano, che mai l’aveva vista: «Le orecchie divenute callose e la bava che cola…”).

E le foto a corredo degli articoli mostravano sempre macchinari, tubi, monitor. Per questo rimanemmo stupiti scoprendo che Eluana era una disabile, non una malata terminale, soprattutto che respirava autonomamente e viveva di vita propria. Le suore curavano anche la sua femminilità, idratando ogni giorno con creme la sua pelle intatta, di porcellana, che traspariva da una corta camicia da notte. A volte se il tempo lo permetteva veniva seduta su una sedia a rotelle e portata in giardino. E come tutti noi, la sera si addormentava, la mattina apriva gli occhi e si svegliava. In buona fede, eravamo convinti che bastasse spegnere una macchina per far morire Eluana, ma l’unica spina nella stanza era quella della radio che a volte suor Rosangela sintonizzava sulla musica. Che spina si voleva staccare? Con quale tecnica si poteva pensare di ucciderla?

Occorre fare un passo indietro, all’11 ottobre 2008. Mentre fuori infuriavano la battaglia ideologica e quella legale per la sua eutanasia, Eluana fu a un passo dal morire naturalmente, a causa di una forte emorragia dovuta a un ciclo mestruale anomalo. Il suo medico curante, Carlo Alberto Defanti, amico di Englaro, a noi giornalisti spiegò che l’evento non era legato al suo stato, che sarebbe potuto capitare a ogni donna, ma che Eluana non ce l’avrebbe fatta perché nessuno le avrebbe praticato le trasfusioni garantite a qualsiasi altra paziente. Invece a sera ci annunciò l’inimmaginabile: l’emorragia si era improvvisamente fermata, Eluana migliorava di ora in ora e lottava per vivere. Com’era possibile?, chiedevano i giornalisti assiepati da ore. «Eluana è una donna forte e sana – spiegava lo stesso Defanti –, curata in modo eccezionale dalle suore Misericordine, in tanti anni non ha mai preso un antibiotico».

Brutto dirlo, ma tutti si sperava che Eluana morisse così, naturalmente, mettendo fine al tragico teatro che si svolgeva sulla sua vita. Pochi sanno che il copione era consapevolmente studiato molti anni prima, addirittura 14, quando il gruppetto di persone che lavorano per condurre l’Italia a legalizzare l’eutanasia venne a sapere di quella ragazza, allora giovanissima e da poco ricoverata. La vicenda di Eluana, se ben gestita, sarebbe stata utilissima.

Leggiamo direttamente le parole di uno di loro, il bioeticista dell’università di Torino, Maurizio Mori: «Più che di per sé», visto che «di persone ne muoiono tante anche in situazioni ben peggiori, il caso di Eluana è importante per il suo significato simbolico», scrisse in un libro. Proprio «come Porta Pia è importante non tanto come azione militare quanto come atto simbolico che ha posto fine al potere temporale dei papi», sospendere cibo e acqua a Eluana e riuscire a farla morire per sentenza, in modo “legale”, avrebbe significato «abbattere una concezione dell’umanità e cambiare l’idea di vita e di morte ricevuta dalla tradizione millenaria per affermarne una nuova». Ovvero per segnare «la fine del vitalismo ippocratico e gettare le basi di un controllo della vita da parte delle persone»…

Di Englaro, incontrato tre lustri prima della morte di Eluana, Defanti riferì a Mori che era la persona giusta per la loro battaglia ideologica: «Di solide convinzioni», sarebbe stato in grado di «portare avanti un caso come quello di Nancy Cruzan o di Tony Bland» (celebri battaglie legali per l’eutanasia, la prima negli Usa nel 1990, la seconda nel Regno Unito nel 1993, ndr): «Valuteremo se ci sono le condizioni per procedere… Ma sono persone serie, che vanno seguite». Quattordici anni dopo, a cose fatte, lo stesso Mori scriverà soddisfatto: «Oggi è dissolta la sacralità della vita».

Torniamo a dieci anni fa.

Andammo a trovarla di nuovo a poche ore dal Natale 2008, senza sapere che sarebbe stata l’ultima visita, sempre con Beppino Englaro che ce lo consentiva. Quel giorno successe un fatto che impressionò profondamente noi, ma normale per suor Rosangela (abituata alle reazioni di Eluana) e ancor più per i neuroscienziati (nelle persone in stato di minima coscienza sono eventi consueti): con una battuta di spirito chi era nella stanza scoppiò a ridere, e quel suono così strano, non sentito forse per anni, accese sul viso della giovane donna un sorriso aperto, evidente, scioccante. Eluana in qualche modo c’era, reagiva, ansimava di spavento se sentiva discutere della sua prossima morte.

Le promettemmo che saremmo tornati per San Valentino, ma il padre intervenne deciso: «Non ci sarà più». Lo incontrammo di nuovo la notte tra il 2 e il 3 febbraio 2009 davanti alla clinica di Lecco, lo sguardo fisso mentre, seduto al volante, si muoveva dietro all’ambulanza che portava via sua figlia, tra vento e nevischio, per condurla a Udine, a morire.

Si concludeva la sua lunga battaglia legale, e per la prima volta nella storia della Repubblica italiana si sarebbe tolta la vita a una persona disabile, non malata terminale, che respirava autonomamente, nutrita e dissetata attraverso un sondino naso-gastrico, come sempre si fa per praticità e sicurezza con questi pazienti, anche quando sono in grado di deglutire. All’una di notte le sole finestre illuminate nella clinica Talamoni di Lecco erano quelle della sua stanza, tra le righe delle tapparelle il via vai angosciato delle suore che invano avevano pregato «lasciatela a noi, non abbiamo mai chiesto nulla per accudirla», e che ora chiudevano in una borsa le poche cose da portare via quando si va a morire.

Avevano sempre taciuto, le suore, ostinate anche con noi giornalisti, fedeli al mandato del silenzio dato da Englaro, che 15 anni prima le aveva supplicate di tenerla loro, perché era lì che nel 1970 era nata. Ma dopo la partenza di Eluana per Udine, la madre generale, suor Annalisa Nava, finalmente parlò: «Eluana ha capito tutto. Era agitata, le ho detto di stare calma, che l’avrebbero portata in un’altra clinica più bella e più comoda. Ho letto sui giornali che è morta 17 anni fa: no, Eluana è viva, anche esteticamente ha un aspetto florido, sano. Mi piacerebbe che chi scrive certi articoli potesse vederla da vicino per stabilire chi ha ragione. Dire a una persona “tu per me sei morto” significa radiarlo dalla sfera umana… È la frase che ci fa tornare indietro in umanità, regredire a tempi molto bui».

A dare l’ultima descrizione impressionante era stato proprio Amato De Monte, il capo dell’équipe costituitasi per applicare il protocollo della sua morte, anestesista nella clinica udinese che aveva accettato di praticare l’eutanasia a Eluana dopo che tutte le altre si erano sfilate una per una. «Accarezzatela spesso, osservate il suo respiro, ascoltate il battito del suo cuore», si erano raccomandate le suore e i medici della “Talamoni” consegnandogli Eluana, «saranno i tre elementi che vi porteranno ad amarla».

Così non è stato. Eluana alla “Quiete” di Udine fu ricoverata, naturalmente, non con una prescrizione eutanasica ma con un’autorizzazione della Asl che parlava di «recupero funzionale e promozione sociale dell’assistita». Insomma, ufficialmente per essere curata. Ma alla “Quiete” Eluana è tra mani estranee, non ci sono più quelle di suor Rosangela sempre pronte a fare la cosa giusta. Così si agita, tossisce fino a strozzarsi, rischia persino di morire, cerca aria, solleva le spalle ma non ci riesce. La salvano.

Poi il protocollo ha inizio, insieme alla sedazione per attutire le sofferenze. Medici e infermieri tengono un diario aggiornato ogni mezz’ora, registrano i peggioramenti, i gemiti, i tentativi di dare sollievo alla pelle che si spacca quando il sondino non porta più l’acqua ed Eluana si secca come una mela al sole. Il rantolo si fa continuo, i reni si bloccano, gli spasmi si fanno frequenti, la “combustione” delle cellule neuronali del cervello dovuta all’assenza di sudorazione innalza la febbre a 42. Così la troverà il medico legale al momento dell’autopsia, con i segni delle sue stesse unghie nei palmi delle mani strette in quei giorni. E nella stessa autopsia finalmente la verità: morta per arresto cardiaco causato dalla sete, dopo quattro giorni senza cibo e acqua pesava ben 53 chili, il fisico era sano e florido, nessuna traccia di piaghe da decubito… «Quando è uscita da qui era bella», avevano giurato le suore, ma contro di loro si era mossa la grande macchina mediatica e ancora oggi la gran parte degli italiani è convinta che Eluana vegetasse attaccata a una macchina. E che sia morta di morte naturale perché fu staccata una spina dal muro.

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/eluana-dieci-anni-dopo?fbclid=IwAR0zkrhCNWZS9XK_RhyDiUlajE_Noa8VnSo0mR74TFuESpod9X6-7N-aOGo

Scritto nel 2009

La storia di Eluana

di Roberto Buffagni

Dei centosettemila articoli, saggi, speciali tivù su Eluana mi sono ben guardato dal leggerne o guardarne anche uno solo. Mi è stato impossibile, purtroppo, ignorare beatamente tutta la storia, perché bene o male qualche giornale, anche solo al bar, lo sfoglio; e qualche telegiornale va a finire che lo guardo, specie la mattina tra le cinque e le sei, mentre faccio colazione da solo in attesa di svegliare il resto della famiglia.

La prima che chiamo, perché è quella che ci mette più tempo a risalire dagli abissi oceanici del suo sonno di bambina, è mia figlia primogenita N. N. ha tredici anni, e naturalmente le voglio molto bene. Gliene ho sempre voluto, certo; ma adesso, in questi mesi e anni in cui mi si trasforma in donna sotto gli occhi, a una velocità da cartone animato, il bene che le voglio si complica e si screzia di una sorpresa, di una incredulità, di un’allegria e di un’apprensione nuove. E poi, è tanto teneramente buffa, così in bilico fra un mondo e l’altro…

Insomma, non ho potuto evitarla, questa storia di Eluana. Non ho potuto evitare di vedere le fotografie di questa ragazzina di poco più grande della mia, con le sue pose commoventi da ex bambina che fa la grande, la spregiudicata, la bizzarra, l’anima della festa; con quei bei capelli neri che avrà curato come un cucciolo e quella pelle delicatamente bianca, lucente di vitalità; e quegli occhi miti di brava e vispa ragazza, quel naso un po’ stonato che coraggiosamente si rifiutava di nascondere alla macchina fotografica. Mi è toccato di vedere anche le foto e i filmati di suo padre, con quei suoi dignitosi e pratici maglioncini a V temperati dall’impermeabile d’un bianco un po’ romantico, e la faccia da cittadino scomodo che nel timore d’ esser trattato come un poveraccio dai notabili dei media, si atteggia a un asciutto, risentito decoro democratico.

Visto quanto sopra, mi sono detto: addio, Eluana e Beppino. Scusate, ma io passo la mano; e fino ad ora ho mantenuto la parola. Ma si vede che la volontà non è il mio forte, perché continuano a girarmi per la mente, quei due nomi goffi che nessuno mai darebbe ai protagonisti di una fiction.

Anche Beppino avrà avuto l’abitudine di svegliare Eluana, la mattina? Quando si sveglia una figlia, di solito ci si china sul suo letto e sul suo viso, e la si guarda un poco, prima di chiamare il suo nome. E quando lei si sveglia, se quel mattino si è svegliata bene, sul viso notturno di bimba, morbido di sogni infantili, si schiude il sole di un sorriso di donna: un sorriso da bella donna felice di vedere te, proprio te, che ti sfreccia fino in fondo alla memoria, fino agli intimi strati geologici dove giace il fossile della tua prima (ridicola, sciagurata, lancinante, spudorata, sbalorditiva) gioventù.

Che effetto gli avrà fatto, a Beppino, chinarsi sul letto di una Eluana che invecchia e imbruttisce in un sonno senza notte e senza giorno, e se la chiami non si sveglia più? E dopo due anni, dieci anni, venti anni, gli sarà mai passato per la mente il pensiero atroce, subito stornato con rimorso e con orrore, “meglio che non si svegli più”?

A me, credo proprio che il suddetto pensiero atroce sarebbe venuto (mi è venuto adesso, scrivendo, dunque). Avrei piantato il casino che ha piantato Beppino con la sua “battaglia”, come la chiamano i media?

Conoscendomi, credo proprio di no. E lascio perdere tutta la tiritera che sono cattolico praticante, contrario all’eutanasia, al neocapitalismo liberista, all’individualismo proprietario, alla selezione genetica; lascio perdere queste ed altre Cose Forti e Ragioni Cogenti più o meno importanti e grosse, che nei minuti in cui avessi dovuto arrivare al mio unico e personale dunque avrebbero contato, per il sottoscritto, zero e meno di zero.

Forse, mi sarei rassegnato, perché tendo a essere fatalista, e quando arriva un vero dolore, mi suscita sempre una forte impressione di dejà vu. Ma se non mi fossi rassegnato – può darsi benissimo: un colpo del genere non si sa cosa ti smuove, dentro – non credo proprio che avrei organizzato una campagna d’opinione. A mia figlia ci avrei pensato io, e avrei fatto da me.

martedì, febbraio 03, 2009

Bruciano Eluana come bruciarono Giordano Bruno. Con il permesso dei giudici

di Carlo Gambescia

Probabilmente siamo alla fine. Da questa notte Eluana Englaro è ricoverata nella clinica “La Quiete” di Udine, dove, come riporta il Vaticano della laicità, Repubblica, i medici dovranno “attuare il protocollo del distacco dell’alimentazione forzata, che tiene in vita la donna in coma vegetativo da 17 anni”(http://www.repubblica.it/2009/02/dirette/sezioni/cronaca/eluana/eluana/index.html). Si brucia la vita di Eluana facendosi forti di una sentenza della magistratura.

Due osservazioni.

Punto primo. Questa non è una vicenda tra privati. Forse lo era all’inizio. Il suicidio ha una sua “rispettabilità” quando viene liberamente messo in atto dalla persona stessa, quando, come dire, una persona decida di passare dai propositi ai fatti: direttamente e personalmente. Si può non condividire una scelta del genere, per ragioni religiose e/o morali, ma non si può non rispettarla.

Nel caso di Eluana a tutt’oggi non si è raggiunta alcuna chiarezza intorno alla volontà “privata” della giovane di mettere fine alla propria vita. Certo il padre ha sempre dichiarato che una volta Eluana, eccetera… Ma si tratta delle classiche affermazioni cui possono credere solo coloro che già condividono una certa causa … Sono affermazioni che racchiudono ( e difendono) ragioni più sociologiche che giuridiche.

Inoltre il conseguente iter giudiziario pubblico, intrapreso dai familiari di Eluana, e fortemente sostenuto da numerosi gruppi di pressione mediatici, ha definitivamente trasformato il fatto privato in sociale. Di conseguenza è inesatto e ridicolo parlare di questione privata. Basta dare un’occhiata ai giornali di oggi.

Se il padre di Eluana – e stiamo per dire un cosa terribile, di cui ci vergogniamo – avesse a suo tempo “provveduto” da solo, l’intera vicenda avrebbe assunto, anzi mantenuto, altro rilievo e significato. Privato. Pur trattandosi sempre di un omicidio…

Punto secondo. La trasformazione del fatto privato in pubblico e il tragico esito che si va profilando, segnano un punto di non ritorno. Da oggi in poi ci sarà sempre un precedente, quello di Eluana: per mano di “giudici-sacerdoti”, interpreti e officianti della Santa Inquisizione Laicista e Individualista, si potrà uccidere. Altre donne innocenti, nella condizione di Eluana, potranno essere mandate al rogo.

Fatte le debite proporzioni, il sacrificio di Eluana sul rogo dell’intolleranza laicista e individualista, sta al sacrificio di Giordano Bruno suo rogo dell’intolleranza religiosa e olista .

Eluana Englaro e Giordano Bruno sono vittime innocenti di uno stesso meccanismo inquisitorio, dove alle torture fisiche si sono sostituite le torture mediatiche. Fermo restando il fatto che nel periodo di “vita” residuo, tra la sospensione dell’alimentazione e la morte, il corpo di Eluana soffrirà.

Che tragedia.

di Roberto Buffagni (5 febbraio, dopo che Gambescia mi ha chiesto di intervenire).

Sottoscrivo in pieno l’intervento di Carlo Gambescia dalla prima riga alla penultima, perché nell’ultima c’è scritto: “Che tragedia”.

No, caro Carlo. Non solo qui non ci sono tragedie, ma tutta questa vicenda nasce proprio da una perseverante volontà di scongiurare, rimuovere, revocare la tragedia.

La tragedia è il genere drammatico che rappresenta uomini soli di fronte alle contraddizioni insolubili della vita; uomini alle prese con “i problemi che nessuno può risolvere per noi”. Di fronte alla sfida che gli getta il destino, questi uomini se la possono cavare meglio o peggio, ma a nessuno di loro salta in mente di demandare la questione agli uffici competenti: per il semplice fatto che uffici competenti non ne esistono.

Non ne esistevano sotto il cielo della Grecia classica, e continuano a non esisterne oggi. Ci sei tu, c’è la terra, c’è il cielo, c’è la vita, c’è la morte, e stop. Quello che succede dopo lo stop, si chiama, dopo l’invenzione drammaturgica del genio greco situabile intorno al quinto secolo avanti Cristo, “tragedia”.

Le condizioni della tragedia ci sarebbero tutte, nel caso di Eluana.

C’è una ragazza innocente e sventurata che in seguito a un incidente, da diciassette anni vive (per quel che ne possiamo sapere) come una pianta, in un incantesimo senza coscienza e senza dolore. C’è suo padre che non sopporta più di vederla così. C’è la sua decisione di ucciderla nel sonno, e c’è la giustificazione che adduce: che uccidendola esaudirebbe un desiderio espresso in passato dalla sua futura vittima. (La ragione dell’omicidio essendo palesemente insufficiente a giustificarlo sia eticamente sia psicologicamente – Eluana non è Ifigenia, e Beppino non deve comandare la spedizione contro Troia – è probabile che il trageda classico impernierebbe l’intreccio intorno a questo enigma, svelandone gradualmente le radici in una maledizione che ha colpito la stirpe in seguito alla violazione di un interdetto sacro).

Questa è la situazione così come appare sotto lo sguardo della chiarezza tragica, che come il sole evangelico risplende, senza fare preferenze e classifiche, sui giusti e sugli ingiusti.

Se Eluana e Beppino fossero protagonisti di questa vicenda tragica, di fronte a loro ci mancherebbe il fiato, e le chiacchiere si incenerirebbero sulla nostra lingua. La loro vicenda non sarebbe “privata”, ma “intima”, e pertanto nessuno vorrebbe o potrebbe renderla “pubblica”, perché come tutto ciò che è propriamente intimo essa sarebbe già, di pieno diritto, “comune”. (Diceva Baudelaire: “avviso ai non comunisti: tutto è comune, anche Dio”). E se Beppino davvero alzasse la mano contro sua figlia, uccidendola nel sonno sotto i nostri occhi, forse incanutiremmo di colpo e ci copriremmo il viso per non incrociare il suo sguardo, ma non faremmo dei pettegolezzi.

Le cose, però, non stanno così. Le cose stanno che Beppino non ha nessuna voglia di rimanere solo con la terra, il cielo, la figlia dormiente, la vita, la morte, e la sua decisione di uccidere. (Naturalmente lo capiamo benissimo: nessuno ne ha voglia, perché la tragedia vissuta è miseria e sventura). Per non restare solo – per non accorgersi di essere solo – Beppino chiede aiuto alle istanze più potenti che conosce. Invoca Beppino: “Stato, Legge, Scienza, Opinione, prendetemi per mano!”

Ci devono pensare loro, a uccidere sua figlia. Devono farlo con la massima correttezza, senza chiamare la cosa col suo nome, senza versare sangue, senza sporcare in terra, senza grida, senza sussulti: nel sonno, per fame e sete, come un’Antigone sotto sedazione.

A uccidere non dev’essere il dolore o la follia di un uomo, ma la norma legale. Uccidere una innocente che dorme deve essere un atto normale; e visto che sinora non lo è mai stato, l’uccisione di Eluana deve diventare un atto normativo, un modello per tutte le normali uccisioni a venire.

Così Beppino, e tutti i Beppini che verranno (e sono, e saranno legione) non si sentiranno più soli al cospetto della terra, del cielo, della vita e della morte. A tenergli compagnia, a distrarli nel corso del nostro comune, lungo viaggio verso la morte, ci saranno tanti uffici competenti, tante procedure collaudate, tanti linguaggi tecnici, e tante chiacchiere, soprattutto tante chiacchiere.

Bé, cari Beppini, buona chiacchierata. Io mi sforzo, tendo l’orecchio, ma non riesco a sentirvi. Si vede che con l’età divento sordo. Il silenzio, però, ad esempio il silenzio di Eluana, lo sento benissimo. Direbbe tante cose, quel silenzio: ma voi chiacchierate, chiacchierate, chiacchierate, e con questo rumore di fondo, che volete mai sentire? Niente, sentite. Niente.

Requiem per il “sovranismo”, di Roberto Buffagni

Requiem per il “sovranismo”

Con il voto per il primo turno delle elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre, il popolo italiano ha celebrato il requiem per il “sovranismo” italiano. Nelle ultime elezioni politiche di tre anni fa, metà degli elettori italiani ha votato per due partiti – M5* e Nuova Lega – che promettevano, benché confusamente e anche contraddittoriamente, di contrapporsi all’Unione Europea in nome dell’interesse della nazione e del popolo italiano; un movimento culturale e politico che si è convenuto di chiamare, goffamente, “sovranista”. Nel primo turno delle elezioni amministrative appena concluse, una metà degli elettori italiani si è astenuta dal voto.

Certo, la metà degli elettori italiani votante per il sovranismo nel 2018 e la metà astenuta nel 2021 non sono composte dalle stesse identiche persone, e sia nell’astensionismo sia nel voto confluiscono mille motivazioni. La corrispondenza, però, mi pare significativa, e logica. Perché avrebbe dovuto scomodarsi per votare nel 2021, la metà “sovranista” degli elettori italiani, quando i due partiti “sovranisti” del 2018, dopo una caotica e inconcludente esperienza di governo in comune, oggi fanno entrambi parte della maggioranza che sostiene il governo presieduto da Mario Draghi, il maggiore rappresentante italiano del “partito delle istituzioni” euro-atlantiche? Quando in effetti, il programma di governo di Mario Draghi consiste, in sostanza, nell’uniformazione dell’Italia alle linee culturali, politiche, economiche espresse dall’UE? Come ha recentemente rilevato Matteo Renzi, tre anni fa l’Italia aveva il governo più antieuropeista, e oggi ha il governo più europeista d’Europa.

Questa sconfitta del “sovranismo” italiano (non solo italiano) è una sconfitta strategica: non si è perduta una battaglia, si è perduta la guerra, o almeno una intera fase della guerra. Le ragioni pratiche della sconfitta vanno cercate nelle soggettività politiche “sovraniste”, che non sono state all’altezza del compito storico che si erano proposte; o meglio, per essere più precisi e meno ingiusti, del compito che la situazione storica presente imponeva loro malgré eux.

Così che, nonostante gli errori gravissimi commessi dall’avversario negli anni Duemila, nonostante la crisi di progettualità della UE, nonostante le disfunzionalità (tuttora non emendate, e in buona parte inemendabili) del progetto UE e del mondialismo occidentale, nonostante la finestra di opportunità apertasi, sul piano della politica di potenza, con la presidenza Trump che allentava il controllo statunitense sull’Europa; nonostante, insomma, le condizioni oggettive favorevoli alla battaglia “sovranista”, il risultato dello scontro è stata la resurrezione della UE, questo morto che camminava, e delle sue rappresentanze italiane, compreso un partito appena ieri moribondo e impresentabile come il PD; e il ralliement delle due principali formazioni sovraniste, M5* e Nuova Lega; verificatosi, per di più, nella forma ridicola e mortificante di un affannoso trepestio per salire a bordo della scialuppa di salvataggio del governo Draghi. Così agendo, M5* e Nuova Lega si sono disonorati: la parola non si usa più, ma la cosa che designa non ha smesso di esistere.

Il rovesciamento delle alleanze di M5* e Nuova Lega e la loro adesione al governo Draghi replicano infatti, farsescamente, il 9 settembre 1943, con le risse tra maggiorenti di seconda e terza fila sul molo nord di Ortona per riuscire ad imbarcarsi, al seguito della famiglia reale fuggiasca, sulla corvetta Baionetta. Come allora, e come sempre quando chi comanda si disonora, il popolo si disgusta, si rassegna, si rifugia nel cerchio di affetti e interessi personali della vita quotidiana, si spiega il mondo con le tristi ricette del cinismo, e non potendo fare il viso dell’armi tace, fissa lo sguardo a terra, si ostina in un muto diniego: neanche lo sfogo di un popolaresco vaffa gli è rimasto, perché era lo slogan battagliero del M5* “sovranista”, quando prometteva di “aprire il parlamento come una scatoletta di tonno” (!).

Sul come e il perché politici di questa sconfitta strategica c’è molto da dire, e molto ne dirà qualcun altro. Io non ne ho nessuna voglia. Sugli errori strategici della Nuova Lega, a mio avviso la formazione politica “sovranista” italiana più importante, ho già scritto qualcosa nel 20191, nel 20202 e negli anni precedenti. Chi ne avesse voglia cerca il mio nome su https://italiaeilmondo.com/ e trova quasi tutto quel che ho scritto in proposito. Con il senno del poi, mi sembra di averci indovinato spesso, e anche di avere previsto come sarebbe andata a finire, cioè molto male. Basta così. Tanto, non ha più alcuna utilità pratica ragionarci.

Beninteso: le ragioni del conflitto permangono, e con la sconfitta del “sovranismo” il conflitto non è finito: anzi. Esso si riaccenderà, più profondo e violento di prima, e continuerà a divampare per molti anni.

In questo breve scritto, mi preme di indicare – di iniziare a indicare – le cause profonde di questa sconfitta strategica del “sovranismo” italiano.

Scrivo “iniziare a indicare”, perché come cercherò di illustrare più avanti, le cause storiche profonde della sconfitta del “sovranismo” italiano sono anzitutto culturali: e il nodo culturale in cui vanno cercate è un vero e proprio nodo di Gordio, che da almeno due secoli e mezzo la cultura europea cerca di sciogliere o di tagliare, senza riuscirvi. Non ci riuscirò certo io. Mi limiterò dunque a indicare, molto sommariamente, la direzione in cui penso sia fruttuoso volgere sguardo e attenzione.

Il conflitto tra mondialismo e “sovranismo” è, ovviamente, un conflitto tra universale e particolare, o, per usare i termini cari alla cultura idealistica tedesca a cavallo tra Sette e Ottocento, tra Spirito e Natura; impiegando nozioni che datano più avanti nel tempo storico, tra Zivilisation e Kultur.

Per “Natura” va inteso, anzitutto, il mondo vitale degli uomini: i loro costumi, le loro tradizioni, i loro linguaggi, i loro legami di sangue, e in special modo le forme che storicamente integrano nella vita di una comunità tutto ciò che gli uomini non possono scegliere, le loro determinazioni esistenziali: il fatto che gli uomini nascono, maschi o femmine, in un tempo, in un luogo, in un linguaggio, da genitori che sono il loro destino; il fatto che tutti sanno di dover morire; il fatto che mondo, vita, uomo sono infinitamente più misteriosi che noti e compresi; eccetera. Il difetto, o il peccato, caratteristico della “Natura” è l’ostinazione, la cieca ostinazione nella propria particolarità, persuasa del proprio buon diritto a esistere “perché sì”, senza voler mai esaminare criticamente se stessa.

“Spirito” può essere inteso, ed è stato inteso, come “volontà di Dio”, o come “mondo trascendente delle Idee”, fonte della normatività e del giudizio assiologico su bene e male, giusto o sbagliato; oppure come leggi della ragione, pura e pratica, kantiane; oppure, ancora, come logica dell’intelletto astratto, della razionalità strumentale weberiana; eccetera. Nello Spirito, si manifesta la facoltà dell’uomo di riflettere su se medesimo, elevandosi sulla propria condizione, di prendere coscienza – ma scindendosi e alienandosi – di se stesso e del mondo; e di conseguenza, la capacità dell’uomo di modificare il mondo e modificare se stesso. Il difetto, o il peccato, caratteristico dello “Spirito” è la superbia, la cieca superbia persuasa della propria universalità e del proprio buon diritto ad asservire o sradicare ogni particolarità che gli resista: “fiat justitia o veritas o libertas, fiat spiritus – pereat mundus et vita!” scrive Thomas Mann a proposito dello “Spirito” nelle Considerazioni di un impolitico, e aggiunge: “è forse un valido argomento la verità, quando ne va della vita?

Nelle Considerazioni manniane, la Zivilisation è collegata a concetti come progresso materiale, astrattezza, uniformità, radicalismo, bourgeoisie, politica, democrazia, pacifismo, internazionalismo, letteratura, eloquenza pedante, forma vuota, nichilismo. La Kultur è invece definita negativamente rispetto alla Zivilisation, ma anche tramite l’associazione a concetti come conservazione, interiorità, anima, etica, sostanza, Bürgerlichkeit, arte, musica, poesia, Bildung. Sempre in questo suo ricco, tormentato e contraddittorio testo, scritto nel corso della Prima Guerra Mondiale, Mann esprime il suo timore che “in una fusione delle democrazie nazionali in una democrazia europea e mondiale” non sarebbe rimasto “più nulla della sostanza tedesca”.

Forse, il momento storico in cui è più proficuo volgere lo sguardo – non perché stia all’origine del problema, ma perché lì il problema comincia a chiarirsi e a prendere le forme che tuttora conserva in questa sua fase di nuova, acuta crisi – è il Settecento europeo, e il processo di formazione dei Lumi. Con le guerre di religione, si è spezzata la Cristianità; con la pace di Westfalia nasce lo Stato assoluto. Tra chi legge, scrive, pensa e comanda, il cristianesimo comincia a perdere la sua ovvietà, la sua posizione di presupposto indubitabile e indiscusso, di contesto obbligato per ogni riflessione. C’è dunque da ripensare il mondo di qua e di là, e, sul piano politico, da cercare una nuova e più adeguata legittimazione del potere, dei suoi mezzi e dei suoi scopi.

I laboratori in cui si svolge questo radicale ripensamento, e dove si formano i Lumi, sono due: la République des lettres e la Massoneria, come illustra la bellissima tesi di dottorato (1959) di Reinhart Koselleck3. La Massoneria continentale europea si divide presto in due ali, con linguaggio anacronistico denominabili come “di sinistra, progressista, illuminista” e “di destra conservatrice o reazionaria, romantica”. L’una, deistico-razionalista, è la Loggia massonica degli “Illuminati di Baviera”. Vi appartengono personalità come Goethe, Schiller (e il duca di Weimar Carl August), Fichte; si svolge al suo interno un dibattito culturale e politico vivacissimo, spesso aspramente conflittuale, nel quale si forma la cultura politica che darà origine a tutto il ventaglio di posizioni dei rivoluzionari francesi, dai girondini e foglianti ai giacobini. L’altra, cristiano-ermetica-alchemica, è composta da due Logge: l’Ordine della Rosacroce d’Oro e i Cavalieri Beneficenti della Città Santa, a cui partecipano membri della Compagnia di Gesù recentemente disciolta, aderenti al pietismo evangelico, pensatori e politici conservatori: è in queste due logge massoniche “di destra” che si forma la cultura politica che si manifesterà storicamente nella Santa Alleanza.

È interessante e significativo che Goethe, il membro più illustre della Loggia deistico-razionalista “di sinistra” degli “Illuminati di Baviera”, nella sua tarda maturità e vecchiaia sia divenuto un convinto sostenitore di Metternich e della Santa Alleanza. Il giovane incendiario che invecchiando diventa pompiere? Può darsi. Nella seconda parte della sua opera maggiore, il Faust, c’è però una spiegazione diversa, o ulteriore, di questa conversione politica.

Nell’Atto V del Secondo Faust, un Viandante – un Wanderer che è anche un autoritratto del giovane Goethe – turbato e stanco, tanto che “il cuore mi si spezza”, torna all’ “antico recinto, la capanna che mi ricoverò” da un naufragio, per ringraziare i suoi salvatori e riposarsi in un’oasi di pace. Ci vivono Filemone e Bauci, la coppia di vecchi sposi, umili e sereni, della favola ovidiana. A due passi di lì, con l’ausilio di Mefistofele e della sua magia, l’anziano Faust ha intrapreso la sua grande opera di Zivilisation: imbrigliare il mare in un vasto sistema di dighe, strappargli la terra e donarla all’operosità degli uomini. Per completare l’opera, Filemone e Bauci dovrebbero abbandonare la loro capanna, “i tigli antichi” e la cappella dove essi si affidano “alla santa custodia del Dio antico”. In cambio Faust, beninteso, gli ha offerto “una bella terra nel nuovo paese”. Ma Bauci si ostina: “Non aver fiducia nel suolo rubato alle acque: conserva la tua casetta sull’altura.” La caparbia fedeltà dei due vecchi, e il suono della loro campana, infuriano Faust: “Maledetto scampanio, che mi ferisce vergognosamente nel cuore come un colpo di fucile nei cespugli! Il mio regno si stende dinanzi a me senza confini, e consentirò io che il nemico mi derida alle spalle, e mi rammenti con questa invidiosa campana che il mio territorio è illegittimo.” Perché “La resistenza, la testardaggine, amareggiano la più ricca possessione; è solo per tuo danno e per la tua tortura che lavori a metterti sulla strada della giustizia.” Così che Faust incarica Mefistofele di occuparsene, e trasferire i due vecchi, ovviamente senza fargli alcun male: “Va’, dunque, e procura di farli sgombrare! Tu sai qual bel poderetto io abbia destinato a quella vecchia coppia.”

Ma le cose prendono un’altra piega, la piega che prendono “da lunghissimo tempo: la vigna di Naboth esisteva già.”

Insomma, il trasferimento non va liscio: come riferiscono a Faust i Tre Uomini di Mano di Mefistofele, “Perdonate! le cose non riuscirono troppo bene. Abbiamo bussato a quell’uscio, ma non venivano mai ad aprire: allora abbiamo atterrato l’uscio, il quale tutto rosicchiato dai tarli cadde sul pavimento. Abbiamo avuto un bel chiamare, minacciare, ma o non ci udivano o facevano mostra di non sentire; noi allora senza perder tempo te ne abbiamo liberato. La coppia non ha opposto una gran resistenza; essi caddero estinti e ciò fu cagionato dallo spavento. Un forestiero che si trovava colà e che cercò di resisterci, fu da noi freddato, e durante il breve intervallo scorso nel furioso combattimento, i carboni accesero la paglia sparsa intorno. Ora tutto ciò brucia liberamente come un rogo preparato per tutti e tre.

Dall’alto della sua torre Linceo, come Goethe “nato a vedere, eletto a guardare” racconta l’atroce accaduto: “Quale orribile spavento mi minaccia dal seno di questo mondo di tenebre! Vedo lampi fiammeggianti attraverso la doppia oscurità dei tigli; l’incendio si ravviva e divampa sempre più attizzato dal vento. Ah! la capanna brucia all’interno, essa che sorgeva umida e coperta di muschio. Si sente chiamare soccorso ma invano! Ah buoni vecchi, che un tempo vegliavano vicino al fuoco con tanta cura alimentato e custodito, diventano ora preda dell’incendio! Qual orribile caso! la fiamma divampa, il cupo mucchio di muschio non è più che un braciere di porpora. Possa almeno quella brava gente salvarsi da quell’inferno incandescente e furioso! Vivi lampi s’accendono, fra i cespugli, fra il fogliame; i rami secchi che ardono scintillando, si accendono in un batter di ciglio e vanno in cenere. Toccava dunque a voi, o miei occhi, di fare una simile scoperta! Perché mi fu dato di spingere lo sguardo così lontano? La piccola cappella crolla ad un tempo sotto la caduta ed il peso dei rami; acute fiamme serpeggiano già intorno alla cima degli alberi. I ceppi vuoti e scavati s’infiammano e rosseggiano, fino alla radice.”

[Lunga pausa. Canto.]

Il paesello, così bello allo sguardo, coi suoi secoli sparì.

E il Coro commenta, prima di uscire di scena: “L’antica parola dice: obbedisci di buon grado alla forza! e se tu sei deciso, se vuoi sostenere l’assalto, metti a repentaglio la tua casa, il tuo focolare. — e te stesso.”

Più chiaro perché il Consigliere Segreto von Goethe, reggente dei “progressisti” Illuminati di Baviera, in vecchiaia diventò un reazionario tifoso della Santa Alleanza?

Più chiaro anche perché “le ragioni del conflitto permangono, e con la sconfitta del “sovranismo” il conflitto non è finito: anzi. Esso si riaccenderà, più profondo e violento di prima, e continuerà a divampare per molti anni.”?

Mi pare di sì. Ne parleremo ancora.

 

3 Kritik und Krise. Eine Studie zur Pathogenese der bürgerlichen Welt, Freiburg, 1959, tr. it. Critica illuminista e crisi della società borghese, Il Mulino, Bologna, 1972

Alla radice del conflitto sui vaccini: ipotesi liofilizzate, di Roberto Buffagni

Alla radice del conflitto sui vaccini: liofilizzo una ipotesi.
Perché è così aspro il conflitto sui vaccini? È un conflitto importante, anzi decisivo, oppure una diversione rispetto ai conflitti reali?
Benvenute le critiche anche radicali purché cortesi, è una cosa difficile e mi manca la preparazione adeguata. Diciamo che ci provo
Ecco l’ipotesi liofilizzata: “Fatta la tara (una grossa tara) della forza d’inerzia mediatica e della consueta dinamica della polarizzazione politica, il conflitto sui vaccini è aspro e importante, anzi decisivo, perché è un conflitto in merito alla legittimazione dell’ordine sociale e ideologico.”
La posta in gioco del conflitto sui vaccini è: “chi ha il diritto di stabilire che cos’è la verità, anzi la Verità con la maiuscola?” (In forma degradata e comico-grottesca, è una replica, a parti rovesciate, del conflitto tra Bellarmino e Galilei).
Scrivo “Verità con la maiuscola” perché nel senso comune confusamente relativista oggi egemone, unica fonte della Verità è “la scienza”. Epistemologicamente è una sciocchezza, ma tant’è, è una sciocchezza che ce l’ha fatta.
Ora, però, “la scienza” non solo non è in grado di fornire alcuna “Verità”, che è un concetto filosofico o religioso, ma è una pratica sociale in cui la formazione del consenso della comunità scientifica è laboriosa, difficile, influenzabile, e sempre soggetta a possibili revisioni anche radicali, come esige appunto il metodo scientifico. In breve, “la scienza” vera e propria non è per nulla adatta a sfornare Verità su ordinazione, come maritozzi.
Invece, i powers that be hanno bisogno, molto bisogno di Verità su ordinazione (beninteso, ordinazione loro), perché è molto difficile esercitare un minimo di controllo sociale su masse di persone che
a) hanno introiettato il principio liberale, inaugurato contro le religioni, che “non esistono verità assolute”, l’altro principio liberale che “la mia libertà finisce dove comincia la tua”, ossia non si sa dove, e in attesa di capirlo io faccio quel cazzo che mi pare; e, ciliegina sul gelato, danno per scontato che il principio di autorità valga solo per gli stupidi e gli arretrati
b) vivono in una condizione ossimorica di permanente precarietà senza precedenti storici, per quanto attiene il proprio ruolo sociale, la propria identità personale, insomma sono tutti, chi più chi meno, degli sradicati
c) nonostante a) e b), devono contribuire, ciascuno per la propria parte grande o piccola, a garantire il funzionamento di una macchina sociale – di una Zivilisation – quanto mai complicata, delicata, interconnessa a livello mondiale.
In persone cosiffatte, la nascita, lo sviluppo organico, la stabilizzazione della norma interiore, insomma la Bildung, sono, inevitabilmente, assai problematici. In qualsiasi società, il controllo sociale viene garantito al 90% dalla norma interiore, e solo per il 10% dalla norma esteriore (polizia, tribunali, etc.).
La necessità aguzza l’ingegno. Nel corso della pandemia da Covid19, i powers that be sono stati sospinti, anche dalla logica dell’ideologia da loro universalmente condivisa, lo scientismo, a fare un vero e proprio grande reset. No, non è il Grande Reset dei novax. È il grande reset della legittimazione dell’ordine sociale, oggi in corso d’opera; ossia la fondazione di una teologia civile fotocopiata – credo inconsapevolmente – dal programma politico, sociale e teologico positivista di Auguste Comte (vedere Wikipedia, c’è tutto il necessario). Per impiantare questa nuova teologia civile, c’è un requisito indispensabile: l’accordo reciproco preliminare del potere spirituale, la Scienza, e del potere temporale, l’Autorità Politica Positiva 😊 Tecnica). Profetico, Comte ha previsto tutto un secolo e mezzo fa, delegando il potere spirituale a un Consiglio degli Scienziati, e il potere temporale a un Consiglio degli Industriali (il programma comtiano è una parodia scientista del cattolicesimo).
Se la scienza continua ad essere quel che è nata per essere, questo accordo reciproco preliminare tra Scienza e Autorità Politica Positiva (Tecnica) semplicemente non c’è: per la banale ragione che
a) l’accordo scientifico unanime in merito a qualcosa che sia immediatamente rilevante per la decisione politica è molto raro o addirittura inesistente
b) dunque, quando si tratta di decidere politicamente qualcosa, ciascuna delle parti in conflitto pesca i pareri scientifici che più le convengono, e/o paga e promuove pareri scientifici a sé favorevoli, trovandoli sempre.
Quindi, si ritorna alla casella di partenza, in cui le decisioni politiche rilevanti si prendono per ragioni che certo tengono conto della “scienza” (nessun decisore prende misure che ignorano la legge di gravitazione universale) ma che la scienza mai potrà garantire come certe e “Vere” al 100%. Insomma, nella realtà effettuale il decisore decide con uno sforzo previsionale, nell’incertezza, e si assume la responsabilità di conseguenze che non sono mai, ripeto mai, interamente prevedibili.
Ma l’accordo preliminare tra “Scienza” e Autorità Politica Positiva (Tecnica), tra potere spirituale e temporale è necessario per garantire il controllo e la coesione sociale, e la performatività del sistema. Si assiste dunque, oggi, a una grottesca riedizione della “lotta per le investiture” tra scienza (potere spirituale) e autorità politica (potere temporale), in cui paradossalmente il potere spirituale – la scienza – per come la rappresenta la grande maggioranza della comunità scientifica, NON combatte, e anzi esulta e festeggia l’aggressione dell’avversario: perché di vera e propria minaccia esistenziale alla scienza si tratta, quando il potere politico pretende di stabilire “Verità scientifiche” ufficiali, di farle oggetto di “fede” [sic] e di sanzionare chi non vi aderisca.
Le ragioni di questa paradossale esultanza, di questa sindrome di Stoccolma della comunità scientifica sono tante. Salto le più facilmente identificabili (vanità, timore, interessi) e mi concentro sulle meno visibili.
Secondo me le ragioni meno visibili della sindrome di Stoccolma della comunità scientifica sono:
a) NON si sono accorti che l’autorità politica sta trasformando la scienza in una religione, sia perché sono scientisti non pochi scienziati, specie ai livelli meno avanzati della ricerca, sia perché, lavorando sul serio come scienziati, sanno benissimo che la scienza effettualmente esistente è tutt’altra e incompatibile cosa rispetto a qualsivoglia religione, e non li sfiora il pensiero che qualcuno possa provarci sul serio
b) non essendosene accorti, non ne hanno dedotto le possibili, anzi probabili conseguenze, che per la scienza effettualmente esistente sono devastanti: se alla pressione degli interessi economici e politici tradizionali si aggiunge la pressione del ruolo di garante ideologico dell’intero sistema sociale, la libertà di ricerca si riduce al lumicino e lo scienziato può venir chiamato di colpo a fare l’eroe, se vuole continuare ad essere scienziato
c) l’opposizione all’insediamento della nuova teologia civile scientista, come si manifesta nel presente conflitto sivax/novax, è a dir poco, anzi a dir pochissimo, molto confusa.
Tralasciando i veri e propri mattoidi irrazionali (non pochi) l’asse ideologico principale conforme al quale gli oppositori combattono le autorità politiche è “la libertà”, come la intende il senso comune liberale (v. sopra). Ora, questo è un errore colossale, perché è evidente a chiunque non sia irrazionale che qualora ve ne sia un fondato motivo, l’autorità politica ha non solo il diritto, ma il preciso dovere di limitare, anche molto più gravemente di come oggi accada, la libertà dei cittadini. Il problema è se ve ne sia il fondato motivo, e il calcolo previsionale rischi/benefici in ordine al quale si giustifica la limitazione di libertà.
Per capire se ve ne sia il fondato motivo, e per fare un calcolo rischi/benefici della limitazione di libertà da imporre, è indispensabile che la scienza, e ovviamente la comunità scientifica senza la quale la scienza non esiste, siano libere, ossia che siano liberi di argomentare il proprio fondato parere, e sottoporlo al dibattito tra pari, tutti i membri della comunità scientifica che operano in settori rilevanti per la decisione. Essi però non possono farlo, sennò si compromette la legittimazione dell’autorità politica.
Dunque, in un mondo migliore, l’asse ideologico principale del conflitto con l’autorità politica in merito ai vaccini dovrebbe essere proprio la difesa della scienza e della libertà di ricerca + la difesa delle forme legali e sostanziali in cui deve avvenire ogni decisione politica. Noi però non siamo in un mondo migliore, siamo in questo qui.
Che cosa succede dopo?
Succede che i powers that be vincono a mani basse, perché in un conflitto politico tra sicurezza e libertà, comunque intese (anche nel modo più stupido) la sicurezza vince sempre; e perché “per il solo fatto di esserlo, il ribelle perde metà della sua forza” (Richelieu): specie poi se il ribelle sbaglia di grosso la ribellione.
Il processo di insediamento della teologia civile scientista continuerà, integrandosi agevolmente con la legittimazione dell’ordine sociale sinora in vigore (fascismo/antifascismo, progressismo/reazione, UE-mondialismo/nazionalismo-populismo).
Tranne errori catastrofici immediatamente evidenti (es., e Deus avertat, se fra un anno o due si scopre che i vaccini provocano effetti imprevisti gravi in quote importanti dei vaccinati) anche le peggiori sciocchezze dette e fatte sinora dalle autorità passeranno in cavalleria.
Succederà però anche un’altra cosa, ominosa; e succederà per così dire automaticamente, di default, perché l’imposizione di una Verità Ufficiale a cui si deve prestare fede, pena sanzioni legali, la produce sempre: produrrà eretici, produrrà esclusioni, produrrà condanne implicite o esplicite alla morte civile, produrrà insomma tutti gli effetti collaterali sgradevoli e “medievali” ai quali il liberalismo classico s’era giustamente vantato di aver posto fine.
E poi, ovviamente, produrrà retroazioni cibernetiche a catena nella comunità scientifica e nella scienza, nessuna favorevole. Le scienze più direttamente esposte alla pressione dell’autorità politica, quelle a cui più spesso e urgentemente sarà chiesto di fornire legittimazione al potere temporale, ossia le scienze sociali, saranno esposte a una pressione da fondere il granito. In bocca al lupo a chi vi opera, arrivano tempi interessanti.
Vincenzo Cucinotta

Post molto interessante, anche se lo condivido solo parzialmente. Evitando di scrivere un commento troppo lungo come pure il post meriterebbe, mi limito a formulare due osservazioni. La prima è che tutto ciò che dici sulla scienza, del tutto corretto e condivisibile, e come sai lo dico dall’interno di quel mondo, sta già alle nostre spalle, e ciò dipende da quanto l’ordinatore economico abbia approfondito il suo ruolo fino a tendere ad annullare ogni altro possibile criterio di ordine. Ciò fa parte di una per certi versi inevitabile deriva di omogeneizzazione di una società al criterio dominante e che avrebbe forse potuto trovare una certa resistenza da un certo spirito di casta che pur essendo in sé una cosa brutta, pure può svolgere funzioni positive se il singolo appartenente riconosce che il suo ruolo gli conceda dei privilegi. Gli odiati baroni costituivano in verità un baluardo verso questa sottomissione che oggi osserviamo. Ho potuto poi osservare questa svolta nelle Università da un modello di docente-ricercatore che si divertiva del suo lavoro, a un altro modello, quello di chi identifica questo ruolo come strumento di potere e che invece di divertirsi lavorando, si diverte rompendo le scatole a chi gli sta attorno. Ho invece qualcosa da obiettare sulla rivendicazione di libertà che tu guardi criticamente, ma io ritengo perchè la osservi dal punto di vista del conflitto tra libertà e sicurezza, quindi in termini astratti al massimo e come tali indefinibili se non con un elevato grado di genericità. Invece, il punto va osservato su base legale e costituzionale. Spero che nessuno abbia dimenticato che siamo in presenza di uno stato di emergenza ormai in vigore per ventuno lunghi ed ininterrotti mesi. Ora, qui dobbiamo intenderci, non esiste emergenza che possa durare più di qualche giorno, al massimo qualche settimana. Un caso classico di emergenza è quello di un sisma distruttivo, e si capisce che lì ha senso parlare di stato di emergenza perchè ci si trova in presenza di una situazione critica improvvisa e che richiede misure drastiche immediate,. quali tipicamente la ricerca di sopravvissuti sotto le macerie. E’ chiaro che per alcuni giorni, l’intera nazione è chiamata a considerare come prioritario questo compito. Quando finisce questa fase, come successe a L’Aquila, pur in presenza di un centro storico distrutto e ancora per anni impraticabile, lo stato di emergenza finì. Con il che, non si giudicava risolta la crisi di quella città, ma semplicemente si ratificava che nessuna novità improvvisa stesse emergendo. Fare confusione tra emergenza e gravità della situazione da parte di alcuni è un errore, da parte di altri è un vero e proprio imbroglio. Per queste ragioni, ritengo che quasi due anni di mantenimento di vincoli così stringenti alle attività individuali costituisca aperta violazione della costituzione e in sostanza un golpe istituzionale. Lo stato può certo costringerti a limitazioni anche più stringenti delle libertà personali, ma non per un periodo così lungo. Il fatto che non si trovi un numero sufficientemente alto di giuristi che lo denuncino è il segno del disegno totalitario in atto, che poi a mio modo di vedere costituisce il vero fine del modo in cui è stata affrontata la vicenda COVID-19. Questo è il livello dello scontro, e qualunque resistenza si voglia operare, non può fare a meno di confrontarsi con tale livello.
Roberto Buffagni

Grazie Vincenzo, anche per lo sguardo prezioso dall’interno della comunità scientifica che io ovviamente non posso avere. Nei termini in cui tu lo descrivi, il conflitto tra libertà e sicurezza è sicuramente fondato, perché si tratta di una libertà concreta, politicamente garantita, e ovviamente preziosa. E’ invece rovinoso e suicida se il conflitto viene condotto in nome della libertà di fare quello che mi pare. Quanto poi alla previsione di come va a finire lo scontro libertà/sicurezza, non c’è un giudizio di valore ma, temo, una constatazione basata sull’esperienza: alla larga maggioranza delle persone preme di più la propria sicurezza (magari fraintesa) della propria libertà (magari fraintesa anch’essa).

Banalità e inerzie di un disastro politico, di Roberto Buffagni

In questo articolo Michael Anton, (nello staff del National Security Council dal 2001 al 2005) spiega molto bene la dinamica delle decisioni che condussero gli USA al ventennale impegno in Afghanistan. Riassumo, di tanto in tanto commentando:
1) All’indomani dell’attacco alle Twin Towers, gli USA dovevano rispondere per conservare il prestigio scosso dalla violazione del territorio nazionale (la prima dalla guerra con l’Impero britannico del 1812)
2) La prima opzione fu per una ritorsione-lampo. Punizione di Al Quaeda e dei Talebani per mezzo di un rapido e violento attacco, guidato da un piccolo contingente americano che avrebbe “moltiplicato le forze” di alleati indigeni. L’operazione fallì: Osama Bin Laden e il suo Stato Maggiore riuscirono prima a rifugiarsi nelle caverne di Tora Bora, e poi a sfuggire.
3) COMMENTO: l’operazione implicava un accerchiamento, e le FFAA USA non padroneggiano bene la guerra di manovra. Se i comandanti USA sul terreno hanno delegato l’esecuzione dell’accerchiamento agli “alleati” afghani, probabile che questi abbiano favorito l’esfiltrazione di Osama.
4) Fallita la ritorsione – lampo, si comincia a discutere. Siamo stati attaccati dal terrorismo islamista: come si fa a prevenire altri attacchi?
5) Prevale l’idea che è necessario un approccio radicale: i paesi da cui vengono gli attacchi vanno democratizzati. Chi sostiene questa posizione crede che sia possibile farlo senza eradicare l’Islam e senza secolarizzare e occidentalizzare a forza le popolazioni. Secondo loro, responsabile del terrorismo non è l’Islam in quanto tale, ma i sistemi politici “chiusi”: la democrazia è compatibile con l’Islam. Infatti, gli americani che hanno scritto le costituzioni di Iraq e Afghanistan vi hanno lasciato un posticino anche alla sharia. Questa posizione risponde anche a un’esigenza di giustificazione etica delle azioni belliche, ed è conforme alla persuasione radicatissima negli USA che la democrazia sia in assoluto il miglior regime politico possibile. Nel dibattito interno all’Amministrazione Bush II ha notevole influenza l’analogia (totalmente sballata) con la IIGM, e la democratizzazione di Giappone e Germania.
6) COMMENTO: Ovviamente su questa posizione si butta a pesce un attore di grande rilievo, il “complesso militare-industriale”, che da un progetto di nation-building di proporzioni ciclopiche ha da lucrare valanghe di soldi. Ci si buttano a pesce anche i servizi d’informazione, che dal traffico di droga scremano fondi neri giganteschi, e sanno bene che l’Afghanistan produce il 90% dell’oppio mondiale. Dalla convergenza tra ideologia dominante e interessi colossali consegue quel che è conseguito, 20 anni di guerra in Afghanistan + relativa sconfitta, prevedibile (e prevista) sin dal giorno 1.

Noterella a margine, di Roberto Buffagni

Noterella a margine del post pubblicato stamani da Andrea Zhok, intitolato “LA COERCIZIONE LIBERALE”, con il quale concordo.
Ho l’impressione che stiamo assistendo all’istituzione di una vera e propria teologia civile legittimante l’ordine sociale, fondata sullo scientismo positivista, in una stupefacente fotocopia del programma di Auguste Comte: «L’Amour pour principe et l’Ordre pour base; le Progrès pour but» (“Systéme de politique positive”, 1853). Da questa teologia civile legittimante su base scientista discendono le relative inclusioni ed esclusioni culturali e politiche, che parzialmente riassorbono e integrano le precedenti, fascismo/antifascismo, fondate su una interpretazione storica (secondo me errata) che designa i fascismi come antimoderni e reazionari, “René Guénon + le Panzerdivisionen”. La definizione dei fascismi come fenomeno antimoderno facilita, ovviamente, l’integrazione del vecchio sistema di esclusioni ed inclusioni nel nuovo, che si autodefinisce identificandosi tout court con la Modernità e il Progresso (niente è più moderno e progressista dello scientismo).
Ovviamente una società che si fondi su una teologia civile scientista non può essere democratica, perché non esiste né può esistere una popolazione in grado di accedere, in massa, alle conoscenze, per es. matematiche, e ai metodi che consentono anche solo di farsi un’idea delle pratiche delle scienze dei fenomeni. La vitalità di un regime democratico nell’effettualità storica ha bisogno di tante precondizioni, culturali e sociali, ma sul piano dei principi, la democrazia moderna ha assoluto bisogno di un accordo in merito alle seguenti asserzioni: a) tutti gli uomini sono eguali, nel senso che tutti possono, almeno virtualmente, partecipare a una discussione razionale in merito ai fini che la comunità deve perseguire, sebbene la discussione in merito ai mezzi da impiegare, e la loro implementazione, possa e debba essere riservata a una minoranza tecnicamente capace b) corollario di a: gli uomini sono, almeno virtualmente, persuadibili per via razionale, ossia, tutti gli uomini partecipano, almeno virtualmente, a una medesima Ragione che scrivo con la maiuscola perché NON coincide con il solo intelletto astratto, e alla quale si può accedere per via filosofica, artistica, religiosa, sapienziale. Questo è il minimo comun denominatore umanistico sul quale hanno trovato accordo politico culture assai diverse come la cristiana, la liberale classica, la socialista.
Ora, la scienza dei fenomeni NON è in grado di fornire la minima indicazione in merito ai fini (perché viviamo, come dobbiamo vivere, che dobbiamo farne dei ritrovati della scienza, etc.). Di questo fatto nudo e crudo Comte si rese conto in un momento molto difficile della sua vita personale, ed è per questo che si inventò di sana pianta (con un po’ di copiancolla da Condorcet e Turgot) il suo demenziale progetto di “Religione dell’Umanità”, con tanto di Chiesa e Catechismo positivista, Consiglio degli Scienziati, etc. invitando per lettera il Padre Generale dei Gesuiti a collaborarvi (allora non ebbe risposta, ai suoi imitatori odierni andrà molto meglio). Non so se gli attuali powers that be si siano accorti di stare copiando il progetto di Comte, fatto sta che lo copiano perché sono andati a sbattere contro il problema che indusse il vecchio Comte a inventarselo, e che all’epoca non esisteva (ancora).
Ossia, il problema di governare una società composta da persone che, in larghissima maggioranza, hanno introiettato il senso comune relativista che logicamente discende dallo scientismo e dal liberalismo. Il senso comune relativista, in parole povere ma chiare, dice che la mia opinione vale la tua, e che è impossibile giungere, per mezzo della discussione razionale, a stabilire che una affermazione sia vera e un’altra falsa: “vera” o “falsa” non solo sul piano empirico, ossia corretta o errata (per es. perché i dati su cui basiamo l’argomento sono corretti o no) ma anche, per es., sul piano etico e metafisico, i piani più rilevanti per la determinazione dei fini; perché tutto dipende dal sistema valoriale che si adotta, e lo si adotta sempre arbitrariamente ( = vige il sistema valoriale affermato dalla forza sociale maggiore, e non ha senso interrogarsi se sia giusto o sbagliato, buono o cattivo) .
Siccome qualsiasi società ha bisogno, per non implodere nell’anarchia, che a fare il 90% del lavoro di controllo sociale sia la norma interiore, e solo il 10% la norma esteriore (polizia, tribunali, etc.), è chiaro quanto sia altamente instabile una società dove il 90% della popolazione condivide un senso comune relativista, ciascuno pensa di aver diritto alla sua opinione che vale quanto qualsiasi altra, e tendenzialmente rifiuta il principio di autorità (“Chi sono io per giudicare?” ha detto il Vicario di Cristo). L’unico salvagente a cui aggrapparsi per non annegare nell’anarchia e nell’anomia, e controllare bene o male una società molto complicata e delicata come l’industriale, pare essere la scienza, che tutti rispettano perché a) garantisce la vita quotidiana b) rende disponibile una potenza immane, ossia rimpiazza le due tradizionali sorgenti della norma interiore, il costume (vita quotidiana) e la religione (onnipotenza divina). Purtroppo però la scienza dei fenomeni sa inventare cose pazzesche, ma NON ci dice assolutamente niente in merito a come vivere, a come usare le cose pazzesche che inventa, etc.; e dunque ritorniamo alla casella di partenza, il relativismo dei valori e i suoi (enormi) problemi.
A questo punto, la mossa obbligata per i powers that be è la riedizione del programma comtiano, ossia l’invenzione di sana pianta di una religione scientista che sa di essere falsa, perché ha uno scopo puramente strumentale: non si tratta della vecchia politica dell’uso della religione come instrumentum regni, ma della fondazione di una nuova religione in perfetta, totale malafede, o, in altri termini, l’adozione affatto arbitraria -ma non esistono di altro tipo – di un sistema valoriale ufficiale che si autoconfeziona come religione laica. Naturalmente, lo si fa “per amore dell’umanità”. Come dice il don Giovanni di Moliére al mendicante che gli chiede l’elemosina “per amor di Dio”: “Te la do per amore dell’umanità”.
Al tempo di Comte, i suoi colleghi, scienziati e filosofi positivisti, attribuirono l’invenzione della religione positivista a un ottenebramento delle sue facoltà, perché a metà XIX secolo l’ambiente sociale era ancora alimentato e stabilizzato dal costume e dalla religione premoderni; e non solo non c’era alcun bisogno di ufficializzare la “Religione dell’Umanità”, ma tutti, positivisti compresi, avrebbero avuto una reazione almeno di imbarazzo, se non di rigetto, dinanzi a questa assurda, ridicola e preoccupante parodia del cristianesimo. Be’, adesso il bisogno c’è e la reazione di rigetto non ce l’ha neanche il papa, e quindi via col Progetto Comte 2, la Vendetta.
Nel Progetto Comte 2, la Vendetta, prende un rilievo enorme la manipolazione psicologica di massa, perché a) “la scienza” non ci dice nulla in merito alla persuadibilità degli uomini in quanto partecipi a una comune Ragione (metèxis, un concetto metafisico o religioso) b) “la scienza” ci dice invece un botto di cose in merito alla manipolabilità psicologica degli uomini. Regola base del positivismo è «non si può aver scienza se non di fatti». Poiché l’osservatore e l’organo osservato coincidono, non è possibile avere osservazione dei fenomeni intellettuali in atto, per cui, ritenendo impossibile la descrizione dei processi mentali e della psiche come indipendenti dai fatti fisiologici o da quelli sociali, Comte riconduce la psicologia alla biologia e alla sociologia: e qui si ritrova l’origine del Green Pass e dei metodi behaviouristici con i quali viene introdotto.
Faccio rilevare en passant che in merito all’umanità della quale si sta fondando la religione, la scienza dei fenomeni – in questo caso, la genetica – può dirci una cosa sola: che tutti gli uomini, a qualunque razza appartengano, condividono, con minime varianti, il medesimo corredo genetico, ossia che sono tutti appartenenti alla specie umana. La scienza dei fenomeni, però, NON ci dice come vada trattata, questa specie tra le specie che è la specie umana. Se si volesse massimizzare il suo rendimento, ad esempio, anche in conformità a un criterio positivista classico quale l’utilitarismo, “il maggior bene per il maggior numero”, sarebbe certamente opportuno potarne i rami secchi, ossia provvedere con i metodi adeguati a una vasta politica eugenetica, che incoraggi le caratteristiche genetiche più favorevoli e scoraggi le meno favorevoli, inserendosi – come è la norma per tutte le scienze dei fenomeni – nelle catene di causazione (non tutte individuate) del fenomeno “specie umana”. In un progettino come questo ci sta di tutto, e in questo tutto ci sono cose che oggi nessuno è in grado di immaginare, ed è anche meglio perché immaginandole potrebbero venire i capelli bianchi.
Andrea Zhok
SULLA COERCIZIONE LIBERALE
Gli stati, sotto certe condizioni di emergenza o urgenza, possono esercitare atti di imperio e coercizione sulla propria popolazione.
La coercizione classica, ad esempio la chiamata alle armi a difesa della patria, era esercitata ad un tempo come chiamata etica ad uno sforzo di protezione dell’intera collettività e come assunzione di responsabilità del governante, che si faceva garante della giustezza (e della buona gestione) dell’iniziativa.
Quest’assunzione di responsabilità, automaticamente implicita nell’atto di pubblica coercizione, non era priva di conseguenze: di fronte ad esiti nefasti di quell’iniziativa coatta i governanti erano chiamati a risponderne. Non a risponderne legalmente, con qualche forma di “responsabilità limitata”, ma fisicamente, in prima persona. L’esito tipico delle sconfitte militari era, ed è, l’abbattimento dei vertici che hanno promosso l’azione, e spesso la loro fine ingloriosa o violenta.
Questa premessa ci permette di focalizzare su cosa c’è di indecente nella forma di “coercizione soft” connessa ad iniziative come il Green Pass.
Se i nostri governanti fossero assolutamente sicuri di quello che stanno facendo, se fosse vero che l’unica strada per affrontare la pandemia in questa fase è la vaccinazione a tappeto, se fossero davvero certi – come dicono di essere – che l’operazione è del tutto sicura sul piano delle conseguenze per la salute dei cittadini, allora non ci sarebbe nessun problema a prendere la strada dell’obbligo universale.
Questo creerebbe, come è giusto che sia, due gruppi ben definiti: quelli che si assumono la responsabilità delle decisioni e quelli che le decisioni le subiscono. Tutta la cittadinanza starebbe dalla stessa parte, sarebbe accomunata da un destino comune, ed eventualmente si potrebbe mobilitare in comune nel momento in cui qualcosa nella strada presa si mostrasse erroneo o esiziale.
Ma – nonostante tutti i proclami – questa non è affatto la situazione reale. Ed è per questo che viene adottata la forma tipica della coercizione liberale: la coercizione dissimulata, recitata come se si trattasse di libera scelta.
E’ importante vedere che si tratta di un modello classico, non di una recente escogitazione in occasione del Covid. Il modello liberale è quello che ti dice che se non vuoi lavorare per un tozzo pane sei liberissimo di crepare di fame: è una tua libera scelta e nessuno ti ha costretto. Il modello liberale è quello che spacca sistematicamente la società in brandelli perché mette tutti in competizione con tutti gli altri, insegnando a vedere nel tuo vicino un avversario.
Così, il modello della coercizione liberale applicato all’emergenza Covid è quello che ti dice che nessuno ti obbliga a vaccinarti, è una tua libera scelta.
Certo, se non lo fai, o se non lo fai fare ai tuoi figli, beh, vi scordate il cinema, la palestra, il ristorante, il teatro, il bar, la piscina, il treno, l’aereo, l’università e spesso anche il lavoro.
Però è una tua scelta e nessuno ti obbliga.
Poi, è vero, a parte questo, se non lo fai vieni additato anche come un traditore, un nemico della patria, un cretino, un paranoico, un egoista, un ignorante e un perdente, alimentando l’odio o il disprezzo altrui.
Però sia ben chiaro, puoi esercitare una libera scelta.
E nel caso tu voglia esercitare la tua libera scelta, prenderti il tuo appuntamento, firmare una liberatoria, mostrando il tuo consenso (dis)informato, bene così.
Ricorda che l’hai voluto tu.
Questa procedura consente al governante di trattare con la massima serenità qualunque azzardo.
Chi se la sentirebbe di obbligare ad assumere un farmaco sperimentale un ragazzino o una donna in stato di gravidanza in mancanza di una schiacciante evidenza che le alternative sono peggiori?
Ma con la forma di coercizione liberale il problema non si pone. L’obbligo a tutti gli effetti concreti sussiste, ma assume le vesti della scelta personale, di cui si fa carico chi sceglie.
Se – Dio non voglia – tra un paio d’anni dovessimo scoprire che l’azzardo è andato male, che sussistono conseguenze rilevanti, chi pensate che sarà possibile chiamare a rispondere?
Tra un paio d’anni gli stessi che oggi imperversano con disposizioni normative e certezze apodittiche saranno irreperibili.
Chi sarà a curarsi dei suoi quattro alani nella tenuta in campagna, chi si godrà una pensione dorata, chi sarà stato promosso ad altro prestigioso incarico.
Le eventuali lamentele, gli eventuali danni saranno risolti con un’alzata di spalle da nuovi “responsabili” e con qualche mancia di indennizzo estratta dall’erario pubblico.
In ogni caso, anche se l’azzardo andasse a buon fine, o con danni collaterali non massivi, ne saremo usciti peggiori: il paese una volta di più spaccato, con un senso di impotenza diffusa e di irresponsabilità generale.

Salti di paradigma, salti nel vuoto_di Roberto Buffagni

Salti di paradigma, salti nel vuoto

Gli Stati Generali del regno di Francia vengono convocati dal re di Francia e di Navarra Luigi XVI l’8 agosto 1788. Essi chiamano a consigliare il sovrano i rappresentanti dei tre Stati o Ordini in cui è tradizionalmente suddiviso il regno di Francia. Adalberone, vescovo di Laon (947 ca. -1030) nel “Carmen ad Rodbertum regem” li ripartisce in Oratores, Bellatores, Laboratores, riferendosi analogicamente alla Divina Monotriade. La tripartizione in Ordini rispecchia l’antichissima tripartizione indoeuropea in caste, ad esempio la tripartizione hindu tra bràhmana (sacerdoti), kshàtrya (guerrieri), vàisya e shùdra (contadini, artigiani, commercianti, etc.).

All’interno di ciascun Ordine – tra pari – le deliberazioni vengono prese a maggioranza, per testa; il voto finale degli Stati Generali, che approva i suggerimenti da porgere al sovrano, viene espresso per Ordini, nonostante il rapporto numerico tra componenti il Primo e Secondo Stato e componenti il Terzo sia, all’incirca, del 3% rispetto al 97%.

Il 6 maggio 1789, all’ Hotel des Menus Plaisirs di Versailles, nella sala ribattezzata per l’occasione Sala dei Tre Ordini, i rappresentanti del Terzo Stato deliberano all’unanimità il voto finale per testa. Si uniscono a loro 47 rappresentanti (su 270) del Secondo Stato, la nobiltà, e 114 rappresentanti (su 291) del Primo Stato, il clero. Il voto pone termine all’ultima forma politica sopravvissuta che rispecchi il più antico carattere distintivo della civiltà indoeuropea.

La risultanza politica del voto del 6 maggio 1789 – un evento puntuale, che si consuma in pochi minuti – è stata preceduta da secoli di dibattito metafisico, filosofico, teologico, antropologico, e da secoli di storia in cui si infrange la Cristianità, si scontrano e decadono Chiesa e Impero, i due “Soli” del “De Monarchia” dantesco; e sorgono, proponendosi come Terzo Sole dell’umanità – parola che esprime un concetto nuovo e un nuovo programma culturale e politico – i Lumi. L’alto numero di rappresentanti del Primo (39%) e del Secondo Stato (17%) che, contro gli interessi del proprio Ordine, votano con i rappresentanti del Terzo, illustra meglio d’ogni analisi quale sia il senso comune prevalente nel regno di Francia, che all’epoca è culturalmente egemone in Europa.

Ecco: questo è un salto di paradigma.

Un salto di paradigma anzitutto metafisico, filosofico, teologico, antropologico; e per logica conseguenza, anche politico. L’aspetto della realtà formalmente espresso e politicamente tradotto dalla tripartizione indoeuropea – le diverse facoltà dell’animo umano, la gerarchia interiore in cui vanno ordinate perché l’uomo si individui compiutamente, l’ordine politico che la rispecchia in quanto “la polis è l’uomo scritto in grande” – non cessa per questo di esistere: sopravvive nel linguaggio e nelle inclinazioni personali, oltre che, ovviamente, nelle biblioteche. Viene però disattivata, nell’effettualità politica e nella coscienza che le società inaugurate da quel voto hanno di sé. C’è, ma non si dice e non si pensa. A volte, si attiva: ad esempio quando si combatte, e nel soldato come tecnico delle armi spunta il guerriero; o quando dal sacerdote come burocrate dell’istituzione ecclesiastica e assistente sociale spunta l’uomo di preghiera; o quando dall’artigiano e dal lavoratore spunta l’artista.

Segnalo ai naviganti che c’è in vista un altro salto di paradigma, al confronto del quale il salto di paradigma datato 6 maggio 1789 sembrerà il saltello di un bambino di due anni.

Lo segnalo adesso, mentre è ancora in discussione in DDL Zan, perché se verrà varato, discuterne dopo potrebbe dar luogo a spiacevoli conseguenze per il sottoscritto (i processi costano e possono finir male).

Lo so che sembra assurdo, ridicolo, paradossale tirare in ballo parole ed eventi così grossi – “salto di paradigma”, ”rivoluzione francese” – per una leggina come il DDL Zan, che magari nemmeno passerà al Senato. Ho letto in questi giorni i commenti in proposito di molte persone intelligenti, spesso di sinistra ma anche di destra, che si possono riassumere così: “Quanto rumore per nulla, i problemi dell’Italia sono ben altri” (segue elenco problemi, a volte ben ragionato). Penso che queste persone intelligenti si sbaglino. È più che comprensibile che si sbaglino, perché da un canto gli altri problemi ci sono eccome, e sono molto grandi e gravi; dall’altro, è sempre difficile individuare in tempo reale gli eventi puntuali che segnano svolte qualitative nella storia. Un uomo non geniale ma tutt’altro che stupido o incolto come Luigi XVI, la sera della presa della Bastiglia scrisse nel suo diario: “Oggi, niente.”

Qual è insomma questo salto di paradigma che, secondo me, si profila all’orizzonte? Non faccio il misterioso e ve lo dico subito. È il concetto di “genere”, impiegato come ordinatore principale e anzi esclusivo del concetto di “uomo”. Scrivo “anzi esclusivo” perché il concetto di “genere” non si limita più a combattere con altri e incompatibili ordinatori del concetto di “uomo” nel Kampfplatz filosofico. Ha condotto e continua a condurre questa battaglia nel teatro d’operazioni filosofico, con esiti alterni: non si profila, per esso, una vittoria schiacciante o sicura. Esso ha però trasposto la battaglia per l’egemonia dal campo filosofico al campo giuridico, sociale e politico, e in questo diverso teatro di operazioni ha trovato alleati molto potenti.

Il concetto di “genere”, nelle sue varie declinazioni a me note, presenta un minimo comun denominatore: è sempre riconducibile alla soggettività dell’individuo. A quel che l’individuo desidera (il suo orientamento erotico) all’idea che l’individuo si forma di sé (la sua identità, il nome segreto con cui si chiama) a quel che l’individuo vuole divenire (ad esempio, trasformarsi da maschio in femmina e viceversa). In sintesi, il concetto di “genere” presuppone la sovranità assoluta dell’individuo su se medesimo, la sua totale libertà di decidersi, insomma la sua radicale autonomia, nel senso fortissimo di libertà d’essere norma a se medesimo, e persino di mutare ad libitum la norma che lo definisce e lo identifica, in buona sostanza lo crea. Il concetto di “genere” prefigura, insomma, un “uomo-individuo autocreatore”.

Nel passaggio dal Kampfplatz filosofico al campo di battaglia dell’effettualità sociale e politica – ove si propone l’obiettivo di divenire l’ordinatore esclusivo del concetto di “uomo” – il concetto di “genere” prende correttamente di mira il suo nemico principale. Il suo nemico principale è il più antico e potente ordinatore del concetto di “uomo”, ossia l’insieme concettuale “maschio – femmina”.

L’insieme concettuale “maschio – femmina” è indissolubile, perché “maschio” si definisce in rapporto a “femmina”, e “femmina” si definisce in rapporto a “maschio”. Nessuna delle due parole, e delle realtà che designano, ha significato se non in rapporto all’altra. “Maschio-femmina” è l’ordinatore logicamente e cronologicamente più antico del concetto “uomo”.

“Uomo” è sempre “uomo maschio” oppure “uomo femmina”, “uomo femmina” oppure “uomo maschio”. Ciò che non è né maschio né femmina è “neutro”, ossia, etimologicamente, “né l’uno né l’altro”: e non è “uomo”. Tutti i linguaggi umani di cui abbia notizia si formano sulla base dell’antichissimo ordinatore “maschio-femmina”. Così si formano i generi grammaticali – maschile, femminile, neutro – e così si formano le parole e l’ innumerevole foresta di metonimie e metafore grazie alle quali comunichiamo, comprendiamo, cantiamo, sogniamo.

Salvo errore (non sono onnisciente) ciò avviene in tutte le culture e le lingue dell’uomo, senza riguardo alla latitudine e all’epoca. Ovviamente, il fatto che l’uomo si pensi e comprenda se stesso in conformità all’insieme “maschio-femmina” implica anche, per conseguenza logica, che l’uomo si pensi e senta in rapporto necessario, primordiale, a un Altro/Altra che, rispetto alla sua individualità empirica, è sempre distinto e separato: non meno diverso che uguale, tanto alieno quanto identico; un fatto curioso ed enigmatico che egli vede rispecchiato, nella sua vita quotidiana, sia dal fatto imperativo che tutti gli uomini, maschi e femmine, nascono dall’incontro sessuale di un uomo-maschio e un uomo-femmina, sia dalla forza altrettanto imperativa dell’attrazione erotica per l’altro sesso: quando la prova, ovviamente, come è normale che sia, nel senso più forte della parola “norma”: perché se l’attrazione erotica per l’altro sesso non fosse norma, l’uomo si sarebbe estinto da un pezzo.

Anche da questo minimo sunto che ho abbozzato, risulta chiaro come il sole per quale motivo il concetto di “genere” debba designare come proprio nemico principale l’insieme concettuale “maschio-femmina” che ordina il concetto di “uomo”: perché esso è radicalmente incompatibile con la sovrana, assoluta libertà dell’individuo di essere norma a se stesso, di mutarla a suo piacimento, e insomma di crearsi da sé. Se il concetto di “uomo” comprende l’uomo-maschio e l’uomo-femmina – i due avatar dell’uomo che nella realtà si presentano sempre come individui separati – nessun singolo individuo potrà mai coincidere con l’intero concetto di “uomo”, compierlo, esaurirlo, esperirlo per intero; nessun individuo empirico potrà mai essere tutto l’uomo, l’individuo assoluto capace di sovrana, perfetta libertà di conoscersi, esperirsi, compiersi, autodeterminarsi e autocrearsi.

Ecco allora che il concetto di “genere”, nella sua battaglia per farsi ordinatore esclusivo del concetto di “uomo”, propone – e tenta di imporre per via politica – un nuovo concetto di “uomo”: quello di un individuo empirico, un singolo quidam de populo, che conquista il diritto, garantito dall’imperio della legge positiva, di essere al contempo sia maschio sia femmina, più tutto il fluido ventaglio delle posizioni intermedie tra maschio e femmina; e di sanzionare il proprio nemico, l’insieme “maschio-femmina”, ove voglia esercitare il proprio antico privilegio di esclusivo ordinatore del concetto di “uomo”: ad esempio, nel matrimonio, ma persino nel linguaggio.

Il matrimonio, la più antica istituzione simbolica volta alla riproduzione della specie e alla sua integrazione nella cultura, non deve più essere riservato all’uomo-maschio e all’uomo-femmina, ma dev’essere esteso all’uomo-individuo autocreatore, e a lui adeguato. Se all’uomo-individuo autocreatore non è biologicamente possibile riprodurre la specie, gli è disponibile il surrogato della tecnica, o l’ausilio servile di uomini-maschio e uomini-femmina. Questo obiettivo, di eccezionale importanza per il rilievo simbolico impareggiabile del matrimonio, è già stato raggiunto nel paese egemone dell’Occidente, con la sentenza della Corte Suprema federale del 2015 ( caso Obergefell vs. Hodges).

Più difficile, lunga e complicata la riforma del linguaggio, che in ogni suo frammento reca l’impronta del nemico, ma l’opera è iniziata con la battaglia sui pronomi, volta ad escludere e vietare per legge il maschile e il femminile in quanto “discriminatori”: ciò che in effetti sono, perché “discriminano”, ossia “differenziano” l’uomo-maschio e l’uomo-femmina.

I possenti alleati che il concetto di “genere” e l’uomo-individuo autocreatore che esso intende affermare hanno trovato nel mondo sono molti. Il più forte sul piano della comunicazione è l’accesso, ormai assicurato, al ruolo simbolico di “vittima”, che gli garantisce forza contrattuale sul piano simbolico ed efficacia propagandistica.

Si tratta di una trascrizione del ruolo – chiave della vittima sacrificale nel cristianesimo, che trasferendosi sul piano secolare si inverte di 180°. Nel cristianesimo, la vittima sacrificale per antonomasia è una delle Persone della SS. Trinità, la Quale, sacrificandosi e rinnovando il proprio sacrificio nella Messa fino alla fine dei tempi, risarcisce e riscatta la colpa dell’umanità. Il colpevole è l’uomo, la vittima è Dio, che amandolo si sacrifica per la sua salvezza. Nella trascrizione secolarizzata, vittima sacrificale è chi sia stato discriminato e oppresso dal Potere, riflesso terreno dell’unico attributo divino del quale è impossibile ridere. Colpevole è dunque il Potere-Dio, vittima l’uomo defraudato che esige di eguagliarsi a Lui, e in quanto sua vittima esige risarcimento e riscatto. In questo senso, direbbe de Maistre, l’intera civiltà moderna post rivoluzione francese è un’espressione di risentimento contro Dio; e l’uomo-individuo autocreatore, per l’evidente ragione che sta mirando a ricrearsi daccapo e da sé, sarebbe la manifestazione più patente di questo risentimento, e della conseguente volontà di risarcimento e rivincita.

Sul piano sociale, il più potente alleato dell’uomo-individuo autocreatore è la logica del capitalismo liberale, che tende a dissolvere tutti i legami sociali e comunitari, e giustifica la propria dinamica mediante due argomenti soli: 1) performatività (ossia, perché funziona) 2) conferisce sempre maggiore libertà agli individui (e solo agli individui). Entrambi questi suoi tratti caratteristici manifesterebbero la sua superiorità e insuperabilità, in un orizzonte di indefinito progresso: verso dove non si sa, ma non è importante sapere. S’intravvede oltre l’arcobaleno un “uomo nuovo”, radicalmente trasformato, più bello, longevo, felice, buono, vitale; ma saggiamente, come un tempo Marx si rifiutava di scrivere il menu per le osterie dell’avvenire, anche il capitalismo liberale evita di dettagliare il menu per il ristorante del transumano, anche perché alcun anticipazioni di cui si chiacchiera toglierebbero l’appetito ai più affamati.

La logica capitalistico-liberale, poi, intende l’individuo nella forma semplificata dell’ homo oeconomicus, ossia di un autonomo centro di interessi (se considerato dall’esterno, oggettivamente) e di un centro di bisogni e desideri (se considerato dall’interno, soggettivamente). A regolare sia interessi, sia bisogni e desideri dell’individuo, è preposta la sola legge positiva, indefinitamente modificabile per via procedurale, e alla quale è proibito rifarsi a fondamenti valoriali o metafisici capaci di dare giudizi assiologici in merito alle proprie modificazioni, o di porvi limiti. Quel che non c’è nel kit dell’ homo oeconomicus spetta alla scienza studiare e definire come “uomo biologico”; e lì c’è tanto lavoro analitico da fare, che può fattivamente occupare gli scienziati fino alla fine dei tempi.

Non è difficile capire quanto simili e affini siano il concetto di uomo-individuo autocreatore e l’individuo come lo intende la logica capitalistico-liberale. Da queste somiglianze e affinità nasce una produttiva e possente alleanza, che ormai si traduce sul piano politico statale al più alto livello, come ostendono eventi pubblici clamorosi quali l’illuminazione della Casa Bianca con la luce arcobaleno per festeggiare la sentenza sul matrimonio same-sex della Corte Suprema, e di recentissimo, la luminaria con i colori della medesima cauda pavonis alchemica che accende gli stadi ove si giocano, alla presenza delle autorità, i campionati europei di calcio.

Ecco descritto, nei suoi tratti minimi essenziali, il salto di paradigma che si profila a un orizzonte non molto lontano. Le sue conseguenze sfidano l’immaginazione più esaltata. Anche perché, almeno a parere di chi scrive, questo salto di paradigma è un salto verso un concetto di uomo che, alla lettera, non esiste nella realtà: esso, infatti, non descrive la realtà, ma la prescrive; e tanto peggio per la realtà, se si ribella.

Ci si può impegnare, ed effettivamente ci si sta impegnando a fondo, per farlo esistere: ma non esiste ora, né potrà esistere mai. Via via che la prescrizione implicita in questo nuovo salto di paradigma sarà implementata, essa dovrà, con sempre maggior coerenza e caparbietà, derealizzare porzioni sempre più ampie di realtà: della realtà dell’uomo, e dunque della realtà del mondo.

Si tratta insomma – sempre a mio avviso – di un salto di paradigma che è anche un vero e proprio salto nel vuoto. Non so se abbiamo il paracadute.

That’ s all, folks.

 

 

 

 

 

 

Passi diplomatici, di Roberto Buffagni

Sulla recente mossa diplomatica del Vaticano per la modifica del DDL Zan.
La battaglia in punto di diritto internazionale ha un suo perché ma ovviamente è una battaglia che non promette bene. E’ una battaglia obbligata. La Chiesa tenta di uscire dall’accerchiamento anzitutto culturale e usa tutto quel che ha, o meglio che le resta. Lo strumento principale che le resta è lo strumento diplomatico, ed è un gran brutto segno, perché con l’accerchiamento culturale esterno interagisce una profondissima divisione interna, in termini bellici una nutritissima quinta colonna che è sostanzialmente concorde con la cultura anticristiana e anticattolica, seccamente avversa ai “preambula fidei” ossia al “diritto naturale”, prevalente nella società. L’obiettivo che si propone la Chiesa con questa misura è preservare la libertà religiosa nella sua forma più legalistica e ristretta: libertà di predicare nelle chiese, libertà di insegnare nelle scuole cattoliche. Entrambe sono direttamente minacciate dal DDL Zan, e da qualsiasi legge tipo legge Mancino che verta sul “genere” e inserisca la “discriminazione” su base di “genere” come fattispecie di reato. Per il motivo semplicissimo che in effetti, la Chiesa (e per il vero, l’intera cultura umana degli ultimi 5.000 anni almeno) “discrimina” gli aventi diritto alla celebrazione del matrimonio secondo il sesso, ossia secondo la loro determinazione naturale. Il matrimonio, che come istituzione culturale precede la fondazione della Chiesa di alcune migliaia di anni, è la forma simbolica centrale per mezzo della quale le comunità umane (tutte) hanno sempre garantito la riproduzione della specie all’interno della cultura/e umana/e. In quanto forma, è indifferente al numero di contraenti (x donne + 1 uomo, 1 donna+x uomini, x donne + x uomini) e anche al loro orientamento erotico, che può benissimo rivolgersi all’esterno della coppia (o gruppo) di sposi, o anche verso il proprio sesso. Il requisito indispensabile è che chi si sposa possa, almeno virtualmente, assolvere contemporaneamente a due funzioni essenziali, ossia 1) riprodurre la specie 2) prendersi cura della prole e integrarla nella cultura della sua comunità. (La sterilità, ovviamente, è una patologia dell’istituto matrimoniale, che non ne muta la fisiologia). Attraverso la forma istituzionale del matrimonio viene confermata simbolicamente anche l’integrazione tra corporeo e psichico, tra riproduzione della specie umana nel senso biologico o zoologico del termine (che può benissimo darsi senza ombra di matrimonio) e la sua integrazione nella cultura, che ovviamente è un fatto anzitutto psichico. Quando si introduce il concetto di “gender”, che nelle sue varie declinazioni è sempre riconducibile alla soggettività dell’individuo (il suo orientamento erotico, l’idea che si forma di se stesso) e lo si accoppia, in un provvedimento di legge, a una fattispecie di reato che ne punisce la “discriminazione”, è banalmente logico che si prenda di mira anzitutto questa antichissima discriminazione delle persone in base al sesso (ossia in base a “quel che sei”, e non in base a “quel che vuoi essere o senti di essere o quel che desideri”). Ne consegue, sempre per logica, che non solo il cattolicesimo, ma tutte le religioni e le metafisiche tradizionali, che, tutte, riconoscono e variamente celebrano e santificano l’istituzione matrimoniale, vengono prese di mira e chiamate a rispondere penalmente di una discriminazione che effettivamente operano e non possono non operare senza scalzare i loro stessi presupposti filosofici, teologici, metafisici, insomma senza suicidarsi. E’ tragicomico e paradossale, trattandosi di una discriminazione fondativa dell’intera storia dell’umanità, ma è così. Qui non c’entra nulla l’omosessualità in quanto tale. Ci sono religioni e tradizioni culturali più o meno severe con l’omosessualità. Nella tradizione culturale dell’antica Grecia, per esempio, l’omosessualità era non solo tollerata, ma in alcune sue forme addirittura celebrata ed esaltata (v. il battaglione sacro tebano, formato da coppie di amanti che giuravano di non abbandonarsi mai sul campo di battaglia e combattevano legati l’uno all’altro). Ciò conviveva serenamente con una solidissima istituzione matrimoniale di tipo patriarcale (v. come va il ménage a casa di Odisseo). Il cattolicesimo, tradizionalmente, è molto severo sull’omosessualità; nella pratica attuale, tenerissimo. Non si può però chiedere al cattolicesimo di vidimare il matrimonio same sex, perché per farlo dovrebbe dichiarare nullo addirittura un sacramento: il matrimonio cattolico è infatti un sacramento officiato dagli sposi, non dal prete che si limita a fare da testimone. Due uomini o due donne non sono qualificati (altra “discriminazione”) a celebrare il matrimonio cattolico, come non sono qualificato io a celebrare la messa o a cresimare, confessare, dare l’estrema unzione, ordinare prete chicchessia, perché non sono ordinato sacerdote (o vescovo nel caso della cresima e dell’ordinazione). Se lo faccio, commetto un sacrilegio. Su tutto questo ambaradan filosofico-teologico-antropologico, che farebbe sudar freddo un genio multiforme dotato di linea telefonica diretta con il Paraclito, in seguito a leggi modello DDL Zan dovrebbe poi decidere il PM, il quale – sporta la querela di parte delle associazioni LGBTetc che scalpitano ai blocchi di partenza e sono già pronte con gli avvocati e i moduli – deve determinare se per l’opinione denunciata (es., un laico o un vescovo si dice contrario al matrimonio same sex o all’adozione per le coppie omosessuali o all’utero in affitto) o il comportamento denunciato (es. rifiuto di celebrare matrimoni omosessuali etc., rifiuto di ospitarli nel proprio ristorante/albergo, rifiuto di salutarli con gioia sui media, a scuola, etc.) c’è la scriminante della libertà di espressione e di religione che la depenalizza, oppure no. Se non c’è la scriminante, il PM fa un riassuntino di una paginetta degli ultimi 5.000 anni di cultura umana, le dà la sua pagella, e ti rinvia a giudizio penale; e che qualcuno te la mandi buona.

La vena malinconica del varietà, di Roberto Buffagni

Qualche buontempone ha fondato la Federazione Italiana Grigliate all’Aperto.
Come sempre quando le cose vanno molto male, l’Italia si rifugia nel comico.
Com’ è triste, il comico italiano!
Da trentacinque anni faccio regolari immersioni nel mondo sommerso del Varietà e dell’Avanspettacolo, frequentandone piani nobili e chambres de bonne ormai eguagliati dalla morte, “ ‘a livella”, nella formula dell’ultimo Imperatore di questa Atlantide italiana, principe Antonio de Curtis. E’ solenne e ammonitorio, un quasi mezzo secolo: vediamo di ricavarne qualcosa…non so, un giudizio, una conclusione, una morale…
Ed eccola qua la morale: com’è bello e com’è triste, il comico italiano!
Che sia bello, non ci vogliono trentacinque anni per arrivarci. Guardatevi qualche vecchio spezzone di varietà in televisione, e ci arrivate in cinque minuti. La tristezza, invece, sta più in profondo, e per arrivarci ci vuole lo scafandro di un po’ di pazienza e di pensiero.
Le prime bucce di questa cipolla di tristezza sono quelle universalmente note dei lustrini che si sfaldano come forfora dall’abito di luce delle soubrette, del lusso in scena con fame nel backstage, dei denti del capocomico che in scena lampeggiano di sorrisi e in camerino addentano le ballerinette, del pubblico che in teatro sogna i grandi amori e all’uscita degli artisti allunga le mani e sbava, etc., etc.
Per esser triste è triste, ma qui restiamo nell’ Allgemeine Menschliche: lo scettico cafard apres la fête, il dialettico nesso maschera/volto, il melodrammatico cuore che sanguina mentre il carnevale impazza (“Ridi, pagliaccio!”), e volendo, anche lo scolastico sabato del villaggio. Insomma, restiamo sul generico, e non c’era bisogno di quasi mezzo secolo di pensierini della sera per arrivarci.
C’è invece un nocciolo di tristezza, nel Varietà e nell’Avanspettacolo italiani (e appena avvertibile col senno di poi nella grande forma drammatica da cui discendono entrambi, la Commedia dell’Arte) che è loro proprio: un nocciolo di tristezza italiana. Non faccio il misterioso e ve lo dico subito.
Il Varietà italiano è triste perché è solo: ed è solo, solo come un cane in chiesa, solo come un uomo in punto di morte, solo come un orfano, perché gli manca la tragedia.
Il posto del comico (come genere drammatico e come attore) è il posto del servo. “Tieni fame? Tieni freddo? Tieni paura? Allora puoi fare il comico.” sentenziava Totò, ed è così dai tempi di Aristofane e di Plauto. Il cibo, il calore e il coraggio li ha il signore: e infatti, è a lui che spetta il tragico.
Avendo il cibo assicurato, il calore di una casa avita e il coraggio ereditario, al signore, al tragico signore spetta un altro monopolio, che sul piano drammatico conta ancor di più: il monopolio del senso, della creazione di una storia con un principio, un mezzo e una fine; insomma, la sovranità sull’ordine.
Al servo, al comico servo cosa resta? Gli avanzi. Gli avanzi del cibo, del calore, del coraggio, e dell’ordine: la fame, il freddo, la paura; e la sovranità sul disordine, il frammento, il carnevale: insomma, la fantasia comica. Il Varietà si chiama così perché è composto da una varietà, una molteplicità slegata di frammenti drammatici, con giudiziosa modestia chiamati “scenette”.
E’ una distribuzione di ruoli classica, che in conformità all’atteggiamento classico “preferisce l’ingiustizia al disordine” (Goethe). Il comico servo potrà raggirare e imbrogliare il tragico signore, e anche deriderlo quando non è all’ altezza del suo ruolo; ma sarà sempre il signore a decidere l’ordine della storia e della vicenda drammatica.
Ma – e qui veniamo al dunque, al dunque italiano – se il signore non c’è? Se non c’è il tragico, il comico che fa? Come va a finire?
In Italia, infatti, e basta consultare le storie della letteratura e del teatro, il tragico non si può fare. Quando lo si fa, come lo si è fatto per esempio nel Seicento, è una esercitazione letteraria di corte, e non ci crede sul serio nessuno, né chi lo fa né chi vi assiste; e Alfieri è un grande uomo che parla da solo, dialogando con le ombre dei morti eroi: meglio delle figurine Panini, ma purtroppo i morti eroi riprendono vita sulla scena solo quando il pubblico sente l’impellente bisogno di avere degli eroi vivi.
Non è che qui manchino le capacità letterarie: a scrivere tragedie ci ha provato anche Manzoni, non proprio l’ultimo venuto, e ha saputo fare solo la tragedia della rinuncia all’ azione (l’Adelchi). E’, molto semplicemente, che per fare tragedia bisogna rappresentare credibilmente la sovrana libertà del signore alle prese con decisioni di vita e di morte che riguardino lui, e con lui tutta la comunità; per farla corta e semplificare, le decisioni politiche prese in stato d’emergenza, le decisioni che fondano la legge quando la legge scritta non c’è o non parla più.
Prova a contrario uno: l’unico genere drammatico che si avvicini alla tragedia, in Italia, sono le storie di mafia et similia. Dove l’eroe, in effetti, prende sovrane decisioni di vita e di morte che riguardano lui e tutta la sua comunità; peccato che la sua comunità di masnadieri non possa proporsi come comunità di tutto il popolo. Prova a contrario due: ne “Il mestiere delle armi”, un film di grande accuratezza scenografica sulla morte di Giovanni dalle Bande Nere, un regista niente affatto spregevole o bugiardo come Ermanno Olmi miracolosamente non si accorge di quanto tutti i contemporanei alla vicenda capirono e scrissero a chiare lettere: che la morte di Giovanni era una tragedia politica, la morte delle ultime speranze d’indipendenza italiana.
E dunque, se il tragico e il signore non ci sono, il comico e il servo restano soli. Restano soli e sono tristi, perché si sentono pesare addosso l’ ingiusta responsabilità di creare un ordine, una storia, un senso, e non lo possono né lo vogliono fare.
E però bisogna pur vivere, e the show must go on. Il servo comico si carica anche il peso del signore assente, e stronfiando e bestemmiando tira la sua e nostra carretta. La “commedia all’italiana” cinematografica, ultimo atto della tradizione che nasce con la Commedia dell’Arte e ultimo genere drammatico autenticamente nazionale, questo lo ha capito molto bene. Guardate Vittorio Gassman, fastidioso trombone finché si limitò a fare l’attore tragico, profondo interprete da quando lasciò che due metà, la comica e la tragica, gli combattessero dentro: forse non sarà ricordato per i suoi Amleti, Gassman, ma per il suo Brancaleone certo sì.
C’è stato un momento, nella storia recente d’Italia, che il servo comico ha creduto di non essere più solo, e allora ha dato il meglio di sé. Piaccia o non piaccia, quel momento è stato il fascismo: gli anni del fascismo sono anche l’ Età dell’Oro del Varietà italiano. Il segreto di Pulcinella dell’amore che un comico eccelso come Ettore Petrolini portava al fascismo e a Mussolini sta tutto qui, nella gratitudine per il signore che mettendogli la mano sulla spalla, lo rimetteva al suo posto (per essere felici gli uomini in generale, dice Aristotele, ma in particolare gli artisti, aggiungo io, hanno bisogno soprattutto di questo: di trovare il loro posto).
Poi è andata come è andata, cioè male, e non tanto perché l’Italia fascista ha perso, ma perché l’Italia postfascista ha fatto finta. Fatto finta di non essere stata fascista ma antifascista in pectore; di non essere stata occupata ma liberata; di non avere perso ma vinto la guerra.
Ora, al servo, che per definizione vive in stato di necessità, è lecito fare finta, imbrogliare le carte e mentire: su che altro se non su questi raggiri si basano i meccanismi comici, da Plauto ad Arlecchino a Paolo Villaggio? Al signore, al tragico signore con la sua sovrana libertà, no: a lui non è lecito, far finta. Senza verità la tragedia è, nel migliore dei casi, melodramma.
Un signore che ne trasse le tutte le debite conseguenze fu, per esempio, Raimondo Vianello, il nobilnato Raimondo Vianello: suo padre era Ammiraglio di Squadra della Regia Marina, suo zio, ammiraglio anche lui, precettore del Duca di Spoleto. Raimondo, che non aveva gradito l’8 settembre dei Savoia, da signore si fece comico, e dunque servo (Aneddoto: in tournée a Bologna col varietà insieme a Galeazzo Benti[voglio], altro nobilnato transfuga, Vianello e Benti vanno a far visita di dovere all’anziana contessa Bentivoglio, zia di Benti. Si presentano al portone di Palazzo Bentivoglio in abito blu e mazzi di fiori, suonano. Il maggiordomo apre, si presentano, il maggiordomo va a sentire se la contessa è in casa. Torna e dice: “La signora contessa informa i signori che per loro non sarà mai in casa.”)
Insomma, dal dopoguerra il servo comico ha dovuto di nuovo caricarsi sulle spalle il peso dell’assenza del signore, il peso di rappresentare da solo la comunità nazionale. Da allora, fa quel che può. Ci fa ridere fino alle lacrime, degli altri e soprattutto di noi stessi. Ci rappresenta peggiori di quel che siamo, e così ci strizza l’occhio, ci rassicura e ci consola; vero, Silvio B.?
Ma a pensarci bene, com’è triste, com’è solitaria questa allegria! Che voglia di piangere lacrime di sconforto, di rabbia, di umiliazione, dopo queste risate!
Dibattito

Elio Paoloni

Guardate Vittorio Gassman, fastidioso trombone finché si limitò a fare l’attore tragico, profondo interprete da quando lasciò che due metà, la comica e la tragica, gli combattessero dentro: forse non sarà ricordato per i suoi Amleti, Gassman, ma per il suo Brancaleone certo sì. L’ho sempre detto

Roberto Buffagni

Elio Paoloni E’ curioso e significativo che alcuni tra i maggiori comici italiani dello scorso secolo siano stati fascisti impenitenti: Walter Chiari, Raimondo Vianello, Aldo Fabrizi…
Bella riflessione.
Ma il mondo non si divide solo in comico e tragico.
E forse la tragedia dell’Italia non è quella di non avere la tragedia (la più grande opera letteraria di un nostro artista, in fondo, è una Commedia).
Grandi assenti in questa riflessione (e in Italia sono state spesso consapevolmente dimenticate) sono l’epica e, soprattutto, la fiaba.
Un paese tragico è un paese di conquistatori a cui onestamente invidierei poco (vedi l’Inghilterra).
Una cultura che dimentica grandi imprese ed eroi, per quanto lontani nel tempo e, soprattutto, perde lo sguardo verso l’alto e l’invisibile, è votata alla dannazione, che è peggio della morte.

Roberto Buffagni

Dario Biagiotti La tragedia è una delle dimensioni della vita, e una delle possibilità dell’arte. Non c’è solo quella, neanche nelle letterature che hanno prodotto tragedie eccelse. In Italia la fiaba c’è eccome (la fiaba popolare, e la fiaba colta, Collodi per tutti). L’epica c’è molto poco, spesso in forme comico-picaresche, molto interessanti però, pensa a Merlin Cocai (Teofilo Folengo), o, in altro modo, diciamo più civile, a Ippolito Nievo e a G.C. Abba, a Riccardo Bacchelli

Roberto Buffagni

Dario Biagiotti Aggiungo poi che le tragedie storiche inglesi, anzitutto shakespeariane, sono tragedie della guerra civile (Due Rose). Il punto che volevo sottolineare è che la tragedia è la forma drammatica che più si adatta e conforma alla dimensione del Politico con la maiuscola. Vedi la tragedia greca, che aveva una diretta funzione politica (mostrare il momento della decisione tragica, formarvi il pubblico) in una polis ove la scelta politica era questione di vita e di morte per tutti gli spettatori/cittadini.

Dario Biagiotti

Roberto Buffagni infatti ho detto che in Italia la fiaba è stata dimenticata (colpa soprattutto della borghesia intellettuale post marxista che ha eletto a grande letteratura solo ciò che avesse un riflesso immediatamente politico, con la minuscola – vedi l’insopportabile verismo e la sua propaggine recente, cinematografica, del neorealismo).
Poi, secondo me il Politico, anche con la maiuscola, è il grado più basso delle dimensioni umane. E la vocazione principale dell’arte dovrebbe rimanere la tensione dello spirito al trascendente attraverso il fatto estetico. La fiaba, che io intenderei come genere d’elezione del meraviglioso (nel senso che gli dà Todorov), è stata dimenticata nell’Italia di oggi e di ieri, sostituita dall’illusione stupidamente materialista della pseudo-cronaca. Facendo nostra la reazione di Ippolito d’Este all’Orlando furioso, ed eleggendola a criterio d’elezione di interpretazione del reale e dell’invisibile, abbiamo perso davvero l’anima.

Gennaro Scala

Molto interessante. Non so se aggiunge qualcosa il fatto Dante volga in conclusione la “tragedia di Ulisse” in comicità. Virgilio che congeda bruscamente Ulisse in mantovano, dopo avergli parlato in greco (Tasso sosteneva che Virgilio finge di essere Omero). Ed uno dei pochi passi in cui Dante effettivamente risulta comico. Secondo Julia Bolton Holloway “Dante writes his Commedia, turning the tragedy of exile into the comedy of pilgrimage”.

Roberto Buffagni

Gennaro Scala Dante non vuole far tragedia, perché la tragedia cristiana non esiste e non può esistere. Vuole fare un’altra cosa e la fa, direi, molto bene

Gennaro Scala

Roberto Buffagni sì, lo fa molto bene. Auerbach: “L’immagine dell’uomo si pone davanti all’immagine di Dio. L’opera di Dante ha realizzato l’essenza figurale-cristiana dell’uomo e nel realizzarla l’ha distrutta.”

Roberto Buffagni

Gennaro Scala Certo. Auerbach interprete all’altezza del suo oggetto.

Gennaro Scala

Cmq, anche in termini formali quella di Ulisse è una tragedia, l’eroe che va incontro al suo inevitabile destino. Ma è la tragedia di Dante stesso, perché Ulisse è Dante, come già da detto e suggerito da vari commentatori, a cominciare da Boccaccio e Petrarca

Luciano Prando

caro buffagni e tutti gli altri, complimenti ho letto il suo pezzo e mi ha affascinato, ma ci terrei a chiarire che dramma e tragedia non sono la stessa cosa: la tragedia è irreparabile, sei andato a letto con tua madre e hai ucciso tuo padre, la tragedia racconta le conseguenze di un atto irreparabile…..il dramma invece racconta come si sviluppano fatti dalle conseguenze drammatiche: t’innamori di tua sorella, le uccidi il marito. la violenti, lei si uccide per la vergogna, tu diventi pazzo, la vecchia madre rimane sola e piange……la commedia è il racconto di fatti e sentimenti normali…….la farsa o la comicità è lo svelamento di fatti tragici, drammatici o normali in forma paradossale, il buffone di corte…..la suddivisione non è accademica ma corrisponde alla vita reale, a tutti capita di vivere situazioni tragiche, drammatiche, da commedia o comiche, paradossali…….detto questo è vero gli italiani mancano del senso del tragico e rifiutano il dramma, girano tutto in commedia, infatti non abbiamo mai avuto veri comici ma commedianti border line con la comicità, vero è che perdono una guerra disastrosa, viene distrutto un sistema sociale cui la larga maggioranza aveva aderito vengono occupati da truppe straniere e fingono di averla vinta la guerra, di entrare a milano quando non c’era più nessuno ad opporsi e le truppe alleate erano ad un tiro di schioppo…..forse gli unici veri comici di quelli citati sono stati walter chiari e bramieri che facevano ridere senza essere personaggi in commedia

Roberto Buffagni

Luciano Prando Grazie. Non concordo con la sua definizione di tragedia. Ci sono diverse tragedie che finiscono con l’happy end. Ciò che definisce la tragedia, per farla molto breve, è questo: che il protagonista deve prendere una decisione senza che la legge, il costume, la religione gli forniscano una soluzione prefabbricata. C’è il mondo che è grande, il cielo che è lontano, tu che sei solo: incipit tragoedia. Per questo è il genere drammatico più conforme al Politico, perché la situazione del protagonista corrisponde alla situazione del decisore sovrano nello stato d’eccezione. Ecco perché la tragedia, nell’Atene del IV secolo a.c., era finanziata dalla polis, e la partecipazione del pubblico gratuita: perché costituiva il principale strumento di formazione ed educazione politica di cittadini che in assemblea avrebbero dovuto prendere decisioni di vita e di morte per tutta la città.

Luciano Prando

caro buffagni, la definizione di tragedia come conseguenze di un evento irreparabile è propria del teatro greco, quello cui lei si riferisce è il dramma, infatti lei è costretto a dire “il genere drammatico”………il resto del ragionamento fila: puoi essere attratto da tua sorella ma devi decidere da solo se soddisfare il tuo desiderio in qualsiasi modo o soffrire senza soddisfarlo…..ripeto le definizioni non sono accademia ma specchio della vita reale

Roberto Buffagni

Luciano Prando Ho capito quel che lei intende dire, che è più che sensato. Non intendo farne una discussione tecnica, ma giusto per non fraintenderci le dico che “generi drammatici” sono tutti i generi di rappresentazione teatrale: tragedia, commedia, dramma (con le loro specificazioni). “Dramma” significa “azione”, e “sviluppo drammatico” hanno tutti i generi teatrali, il tragico come il comico, perché vi si dipanano delle azioni. La “irreparabilità” dell’evento tragico è senz’altro una caratteristica del genere tragico, che si svolge al cospetto della morte, nel senso che le azioni che vediamo sulla scena sono presentate nel peso specifico e nel valore che esse assumono soltanto quando abbiamo ben presente la morte, che rende irrevocabili gli atti. La stessa vicenda può essere raccontata in forma di commedia o di tragedia, appunto se la narriamo al cospetto della morte (tragedia) o no (commedia). Questo avviene anche nella nostra vita. Noi sappiamo di dover morire, e che dunque ogni nostro atto, anche il minimo, è irrevocabile e dunque “irreparabile”. Semplicemente, per la maggior parte del tempo non ci pensiamo, e agiamo, viviamo, pensiamo e sentiamo come se potessimo vivere in eterno e rendere revocabili e rimediabili tutte le nostre azioni.

Luciano Prando

caro buffagni, lei si scontra con uno che il teatro lo conosce bene…..la tragedia è la tragedia, il dramma è il dramma, la commedia la commedia, la farsa o il comico la farsa e il comico, altrimenti nel linguaggio gli eventi non verrebbero aggettivati come tragici, drammatici, da commedia, farseschi, altrimenti si fa solo confusione dialettica, altrimenti detta polverone…….si consoli, le cito un evento passato: quando strehler mise in scena la trilogia della villeggiatura nessun professore si accorse che aveva tagliato tutti gli a parte trasformando il teatro frontale di goldoni in intimismo realista
NB_tratto da facebook

In ricordo di Piero_La redazione

Un anno fa è morto Piero Visani. Tra le cose che amava, c’era la Scozia; i luoghi e i paesaggi, e l’allegra, ostinata lealtà combattiva degli scozzesi. Lo ricordiamo con l’Epitaffio per un amico del poeta scozzese per antonomasia, Robert Burns.

Epitaph On A Friend

An honest man here lies at rest,
The friend of man, the friend of truth,
The friend of age, the guide of youth;
Few hearts like his, with virtue warm’d,
Few heads with knowledge so inform’d;
If there’s another world, he lives in bliss;
If there is none, he made the best of this.

Robert Burns

https://italiaeilmondo.com/category/dossier/contributi-esterni/piero-visani/

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