Critica della critica delle armi del generale Marco Bertolini, di Massimo Morigi

Critica della critica delle armi del generale Marco Bertolini. Elementi contro  la pandemia del  Cthulhu morbus  dello  spazio psichico, culturale, sociale, politico e giuridico delle odierne democrazie rappresentative

 Di Massimo Morigi

«Se vi ricorda bene, Cosimo, voi mi dicesti che, essendo io dall’uno canto esaltatore della antichità e biasimatore di quegli che nelle cose gravi non la imitano, e, dall’altro, non la avendo io nelle cose della guerra, dove io mi sono affaticato, imitata, non ne potevi ritrovare la cagione; a che io risposi come gli uomini che vogliono fare una cosa, conviene prima si preparino a saperla fare, per potere poi operarla quando l’occasione lo permetta. Se io saprei ridurre la milizia ne’ modi antichi o no, io ne voglio per giudici voi che mi avete sentito sopra questa materia lungamente disputare; donde voi avete potuto conoscere quanto tempo io abbia consumato in questi pensieri, e ancora credo possiate immaginare quanto disiderio sia in me di mandargli ad effetto. Il che se io ho potuto fare, o se mai me ne è stata data occasione, facilmente potete conietturarlo. Pure per farvene più certi, e per più mia giustificazione, voglio ancora addurne le cagioni; e parte vi osserverò quanto promissi di dimostrarvi: le difficultà e le facilità che sono al presente in tali imitazioni. Dico pertanto come niuna azione che si faccia oggi tra gli uomini, è più facile a ridurre ne’ modi antichi che la milizia, ma per coloro soli che sono principi di tanto stato, che potessero almeno di loro suggetti mettere insieme quindici o ventimila giovani. Dall’altra parte, niuna cosa è più difficile che questa a coloro che non hanno tale commodità. E perché voi intendiate meglio questa parte, voi avete a sapere come e’ sono di due ragioni capitani lodati. L’una è quegli che con uno esercito ordinato per sua naturale disciplina hanno fatto grandi cose, come furono la maggior parte de’ cittadini romani e altri che hanno guidati eserciti; i quali non hanno avuto altra fatica che mantenergli buoni e vedere di guidargli sicuramente. L’altra è quegli che non solamente hanno avuto a superare il nimico, ma, prima ch’egli arrivino a quello, sono stati necessitati fare buono e bene ordinato l’esercito loro, i quali sanza dubbio meritono più lode assai che non hanno meritato quegli che con gli eserciti antichi e buoni hanno virtuosamente operato. Di questi tali fu Pelopida ed Epaminonda, Tullo Ostilio, Filippo di Macedonia padre d’Alessandro, Ciro re de’ Persi, Gracco romano. Costoro tutti ebbero prima a fare l’esercito buono, e poi combattere con quello. Costoro tutti lo poterono fare, sì per la prudenza loro, sì per avere suggetti da potergli in simile esercizio indirizzare. Né mai sarebbe stato possibile che alcuno di loro, ancora che uomo pieno d’ogni eccellenza, avesse potuto in una provincia aliena, piena di uomini corrotti, non usi ad alcuna onesta ubbidienza, fare alcuna opera lodevole. Non basta adunque in Italia il sapere governare uno esercito fatto, ma prima è necessario saperlo fare e poi saperlo comandare. E di questi bisogna sieno quegli principi che, per avere molto stato e assai suggetti, hanno commodità di farlo. De’ quali non posso essere io che non comandai mai, né posso comandare se non a eserciti forestieri e a uomini obligati ad altri e non a me. Ne’ quali s’egli è possibile o no introdurre alcuna di quelle cose da me oggi ragionate, lo voglio lasciare nel giudicio vostro. Quando potrei io fare portare a uno di questi soldati che oggi si praticano, più armi che le consuete, e, oltra alle armi, il cibo per due o tre giorni e la zappa? Quando potrei io farlo zappare o tenerlo ogni giorno molte ore sotto l’armi negli esercizi finti, per potere poi ne’ veri valermene? Quando si asterrebbe egli da’ giuochi, dalle lascivie, dalle bestemmie, dalle insolenze che ogni dì fanno? Quando si ridurrebbero eglino in tanta disciplina e in tanta ubbidienza e reverenza, che uno arbore pieno di pomi nel mezzo degli alloggiamenti vi si trovasse e lasciasse intatto come si legge che negli eserciti antichi molte volte intervenne? Che cosa posso io promettere loro, mediante la quale e’ mi abbiano con reverenza ad amare o temere, quando, finita la guerra, e’ non hanno più alcuna cosa a convenire meco? Di che gli ho io a fare vergognare, che sono nati e allevati sanza vergogna? Perché mi hanno eglino ad osservare che non mi conoscono? Per quale Iddio, o per quali santi gli ho io a fare giurare? Per quei ch’egli adorano, o per quei che bestemmiano? Che ne adorino non so io alcuno, ma so bene che li bestemmiano tutti. Come ho io a credere ch’egli osservino le promesse a coloro che ad ogni ora essi dispregiano? Come possono coloro che dispregiano Iddio, riverire gli uomini? Quale dunque buona forma sarebbe quella che si potesse imprimere in questa materia? E se voi mi allegassi che i Svizzeri e gli Spagnuoli sono buoni, io vi confesserei come eglino sono di gran lunga migliori che gli Italiani; ma se voi noterete il ragionamento mio e il modo del procedere d’ambidue, vedrete come e’ manca loro di molte cose ad aggiugnere alla perfezione degli antichi. E i Svizzeri sono fatti buoni da uno loro naturale uso causato da quello che oggi vi dissi, quegli altri da una necessità; perché, militando in una provincia forestiera e parendo loro essere costretti o morire o vincere, per non parere loro avere luogo alla fuga, sono diventati buoni. Ma è una bontà in molte parti defettiva, perché in quella non è altro di buono, se non che si sono assuefatti ad aspettare il nimico infino alla punta della picca e della spada. Né quello che manca loro, sarebbe alcuno atto ad insegnarlo, e tanto meno chi non fusse della loro lingua. Ma torniamo agli Italiani, i quali, per non avere avuti i principi savi, non hanno preso alcuno ordine buono, e, per non avere avuto quella necessità che hanno avuta gli Spagnuoli, non gli hanno per loro medesimi presi; tale che rimangono il vituperio del mondo. Ma i popoli non ne hanno colpa, ma sì bene i principi loro; i quali ne sono stati gastigati, e della ignoranza loro ne hanno portate giuste pene perdendo ignominiosamente lo stato, e sanza alcuno esemplo virtuoso. Volete voi vedere se questo che io dico è vero? Considerate quante guerre sono state in Italia dalla passata del re Carlo ad oggi; e solendo le guerre fare uomini bellicosi e riputati, queste quanto più sono state grandi e fiere, tanto più hanno fatto perdere di riputazione alle membra e a’ capi suoi. Questo conviene che nasca che gli ordini consueti non erano e non sono buoni; e degli ordini nuovi non ci è alcuno che abbia saputo pigliarne. Né crediate mai che si renda riputazione alle armi italiane, se non per quella via che io ho dimostra e mediante coloro che tengono stati grossi in Italia; perché questa forma si può imprimere negli uomini semplici, rozzi e proprii, non ne’ maligni, male custoditi e forestieri. Né si troverrà mai alcuno buono scultore che creda fare una bella statua d’un pezzo di marmo male abbozzato, ma sì bene d’uno rozzo. Credevano i nostri principi italiani, prima ch’egli assaggiassero i colpi delle oltramontane guerre, che a uno principe bastasse sapere negli scrittoi pensare una acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne’ detti e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d’oro, dormire e mangiare con maggiore splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno, governarsi co’ sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nello ozio, dare i gradi della milizia per grazia, disprezzare se alcuno avesse loro dimostro alcuna lodevole via, volere che le parole loro fussero responsi di oraculi; né si accorgevano i meschini che si preparavano ad essere preda di qualunque gli assaltava. Di qui nacquero poi nel mille quattrocento novantaquattro i grandi spaventi, le subite fughe e le miracolose perdite; e così tre potentissimi stati che erano in Italia, sono stati più volte saccheggiati e guasti. Ma quello che è peggio, è che quegli che ci restano stanno nel medesimo errore e vivono nel medesimo disordine, e non considerano che quegli che anticamente volevano tenere lo stato, facevano e facevano fare tutte quelle cose che da me si sono ragionate, e che il loro studio era preparare il corpo a’ disagi e lo animo a non temere i pericoli. Onde nasceva che Cesare, Alessandro e tutti quegli uomini e principi eccellenti, erano i primi tra’ combattitori, andavano armati a piè, e se pure perdevano lo stato, e’ volevano perdere la vita; talmente che vivevano e morivano virtuosamente. E se in loro, o in parte di loro, si poteva dannare troppa ambizione di regnare, mai non si troverrà che in loro si danni alcuna mollizie o alcuna cosa che faccia gli uomini delicati e imbelli. Le quali cose, se da questi principi fussero lette e credute, sarebbe impossibile che loro non mutassero forma di vivere e le provincie loro non mutassero fortuna. E perché voi, nel principio di questo nostro ragionamento, vi dolesti della vostra ordinanza, io vi dico che, se voi la avete ordinata come io ho di sopra ragionato ed ella abbia dato di sé non buona esperienza, voi ragionevolmente ve ne potete dolere; ma s’ella non è così ordinata ed esercitata come ho detto, ella può dolersi di voi che avete fatto uno abortivo, non una figura perfetta. I Viniziani ancora e il duca di Ferrara la cominciarono e non la seguirono, il che è stato per difetto loro, non degli uomini loro. E io vi affermo che qualunque di quelli che tengono oggi stati in Italia prima entrerrà per questa via, fia, prima che alcuno altro, signore di questa provincia; e interverrà allo stato suo come al regno de’ Macedoni, il quale, venendo sotto a Filippo che aveva imparato il modo dello ordinare gli eserciti da Epaminonda tebano, diventò, con questo ordine e con questi esercizi, mentre che l’altra Grecia stava in ozio e attendeva a recitare commedie, tanto potente che potette in pochi anni tutta occuparla, e al figliuolo lasciare tale fondamento, che potéo farsi principe di tutto il mondo. Colui adunque che dispregia questi pensieri, s’egli è principe, dispregia il principato suo; s’egli è cittadino, la sua città. E io mi dolgo della natura, la quale o ella non mi dovea fare conoscitore di questo, o ella mi doveva dare facultà a poterlo eseguire. Né penso oggimai, essendo vecchio, poterne avere alcuna occasione; e per questo io ne sono stato con voi liberale, che, essendo giovani e qualificati, potrete, quando le cose dette da me vi piacciano, ai debiti tempi, in favore de’ vostri principi, aiutarle e consigliarle. Di che non voglio vi sbigottiate o diffidiate, perché questa provincia pare nata per risuscitare le cose morte, come si è visto della poesia, della pittura e della scultura. Ma quanto a me si aspetta, per essere in là con gli anni, me ne diffido. E veramente, se la fortuna mi avesse conceduto per lo addietro tanto stato quanto basta a una simile impresa, io crederei, in brevissimo tempo, avere dimostro al mondo quanto gli antichi ordini vagliono; e sanza dubbio o io l’arei accresciuto con gloria o perduto sanza vergogna.»: Niccolò Machiavelli, Dell’arte della guerra, libro VII, in   Mario Martelli (a cura di), Niccolò Machiavelli. Tutte le opere, Firenze, Sansoni, 1971, pp. 387-389. Se nel Principe il rapporto fra virtù e fortuna era risolta in un sempre instabile e dinamico equilibrio, con le amare parole dell’anziano condottiero Fabrizio Colonna davanti ai suoi giovani uditori che chiudono L’Arte della guerra («E veramente, se la fortuna mi avesse conceduto per lo addietro tanto stato quanto basta a una simile impresa, io crederei, in brevissimo tempo, avere dimostro al mondo quanto gli antichi ordini vagliono; e sanza dubbio o io l’arei accresciuto con gloria o perduto sanza vergogna.»), suggello finale di tutto un ragionamento   dove sì si afferma che sarebbe possibile ripetere, anche se aggiornandole alle moderne esigenze, le virtù e le forme di combattimento dei romani solo se i principi lo volessero, ma i principi non vogliono o non ne sono capaci, Machiavelli ha ormai  risolto in favore della fortuna il dinamico ed instabile rapporto e L’arte della guerra può quindi essere considerata non solo un trattato polemologico (fra poco vedremo, al contrario di quanto ha detto parte della critica moderna, non viziato dal tarlo dell’imitazione dei modelli classici ma di pressante attualità) ma anche il resoconto di un’esistenza, quella del Segretario fiorentino, dove la  grande dottrina sull’arte dello Stato non era stata accompagnata da ugual fortuna nella vita e carriera personali. E veramente ascoltando le due videointerviste e gli interventi che del generale a riposo Marco Bertolini sono pubblicate sull’ “Italia e il Mondo” (le due videointerviste: Istituzioni e sovranità. La funzione dell’esercito italiano. Ne discutiamo con il generale Marco Bertolini ( videointervista al generale Marco Bertolini a cura di Giuseppe Germinario), in “L’ Italia e il Mondo”,  19 aprile 2020, agli URL https://italiaeilmondo.com/2020/04/19/istituzioni-e-sovranita-la-funzione-dellesercito-italiano-ne-discutiamo-con-il-generale-marco-bertolini/ e                                                                                                            https://www.youtube.com/watch?time_continue=4138&v=U2r8nvufsss&feature=emb_logo, e vista l’importanza del documento  successivo nostro download e ricaricamento su Internet Archive generando gli URL https://archive.org/details/y-2mate.com-esercito-identita-e-interesse-nazionali.-una-conversazione-con-il-ge  e https://ia601405.us.archive.org/32/items/y-2mate.com-esercito-identita-e-interesse-nazionali.-una-conversazione-con-il-ge/y2mate.com%20-%20esercito%2C%20identit%C3%A0%20e%20interesse%20nazionali.%20Una%20conversazione%20con%20il%20Generale%20Marco%20Bertolini_U2r8nvufsss_360p.mp4Intervista al generale Marco Bertolini. Il concetto di sovranità e la sua declinazione in politica (videointervista al generale Marco Bertolini a cura di Giuseppe Germinario), in “L’Italia e il Mondo”, 23 maggio 2019, agli URL originari  https://italiaeilmondo.com/?s=intervista+generale                                                                          e https://www.youtube.com/watch?time_continue=694&v=65AUs7rdmZM&feature=emb_logo; successivo nostro download e ricaricamento su Internet Archive, generando gli URL  https://archive.org/details/y-2mate.com-intervista-al-generale-marco-bertolini-la-sovranita-e-la-sua-declina                                                                                                                   e                                      https://ia801504.us.archive.org/15/items/y-2mate.com-intervista-al-generale-marco-bertolini-la-sovranita-e-la-sua-declina/y2mate.com%20-%20intervista%20al%20Generale%20Marco%20Bertolini_La%20sovranit%C3%A0%20e%20la%20sua%20declinazione%20in%20politica_65AUs7rdmZM_360p.mp4. Mentre per quanto riguarda i documenti scritti, all’ URL dell’ “Italia e il Mondo” https://italiaeilmondo.com/?s=bertolini, congelamento Wayback Machine  https://web.archive.org/web/20200429143150/https://italiaeilmondo.com/?s=bertolini, si può prendere visione di Marco Bertolini,  Considerazioni in tema di Forze Armate, in “L’Italia e il Mondo”, 15 aprile 2020;   Lo scenario libico secondo il generale Marco Bertolini ( intervista al generale Marco Bertolini a cura di Giuseppe Germinario), in “L’Italia e il mondo”, 25 gennaio 2020;  Marco Bertolini, Salvate il soldato  Esposito,  in  “L’Italia e il Mondo” 25 febbraio 2019; Caos migranti. Politica in Africa e caos in Libia. Tutte le colpe della Francia (intervista al generale Marco Bertolini a cura di Paolo Vites), in “L’Italia e il Mondo” 25 giugno 2018 ma originariamente su “Il sussidiario.net. il quotidiano approfondito” 23 giugno 2018, all’URL https://www.ilsussidiario.net/news/esteri/2018/6/23/caos-migranti-politica-in-africa-e-caos-in-libia-tutte-le-colpe-della-francia/826985/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200503184858/https://www.ilsussidiario.net/news/esteri/2018/6/23/caos-migranti-politica-in-africa-e-caos-in-libia-tutte-le-colpe-della-francia/826985/ e  Marco Bertolini, Ripristino della leva, in “L’Italia e il Mondo” 6 settembre 2018; Idem, Geopolitica spietata, in “L’ Italia e il Mondo” 31 dicembre 2016. N. B. : anche presso  https://italiaeilmondo.com/?s=bertolini è possibile raggiungere le due videointerviste consultabili presso https://italiaeilmondo.com/2020/04/19/istituzioni-e-sovranita-la-funzione-dellesercito-italiano-ne-discutiamo-con-il-generale-marco-bertolini/  e https://italiaeilmondo.com/?s=intervista+generale) le assonanze fra la Stimmung (ed anche fra i contenuti) dell’ Arte della guerra con questo corpus pubblicato sul presente blog sono veramente suggestive andando, in entrambi i casi, ben al di là delle indicazioni tecnico-operative necessarie a comandare un apparato militare, ma affermando l’inscindibile legame fra la tecnicalità operativa nell’organizzare lo strumento militare e/o dispiegarlo sul campo di battaglia con il fattore politico, morale e psicologico che ne è il necessario presupposto. Riassunte compendiosamente le idee espresse nel succitato corpus dal generale Marco Bertolini (e che trovano una sorta di loro summa nell’ultima succitata recente  intervista magistralmente condotta da Giuseppe Germinario) sono le seguenti: 1) contrariamente a quanto si è voluto far credere da parte dell’italica – e politicamente  interessata – incultura militare un esercito costituito solo da un piccolo numero di professionisti (come quello che si voluto far diventare l’esercito italiano) è una totale assurdità. La guerra non può essere fatta solo da ristrette élite di corpi ultraspecializzati, dietro (o meglio: davanti) a loro ci deve essere sempre un’ingente massa d’urto; e se va da sé che se questa massa d’urto non può più essere la classica indistinta “carne da cannone” modello guerre napoleoniche o prima guerra mondiale, è ancora più assurdo che la guerra possa essere un affare riservato a qualche corpo ultraspecializzato e/o ultratecnologizzato; 2) conseguentemente a questo primo indiscutibile assunto, con l’abolizione nel nostro paese della servizio militare di leva, nell’esercito italiano è iniziato un inarrestabile declino caratterizzato da A) assoluta impossibilità di essere una reale e credibile difesa dei confini nazionali ma anche di fungere da strumento operativo per supportare, anche se solo a livello di deterrenza e come risorsa di ultima istanza,  la politica estera del nostro paese, B) visti gli esigui numeri conseguiti attraverso la “professionalizzazione” dell’esercito, impossibilità di effettuare un efficace turnover e quindi, in ultima istanza, con conseguente  graduale ed inarrestabile degrado professionale di questi professionisti per una professione, quella delle armi, che tutte le qualità umane richiederebbe, tranne quella di avere uomini da impiegare sul campo con la pancetta dell’impiegato e con gli acciacchi dell’età (con altrettanto conseguente deleteria tendenza da parte di costoro a sindacalizzarsi, il che confligge col più elementare concetto di gerarchia militare), C) vista la reale ed effettiva de professionalizzazione di questi “professionisti”, loro impiego improprio in funzioni di supporto alle forze dell’ordine, cosa in sé non sbagliata in linea di principio ma assolutamente sbagliata nei modi con cui vi si è massicciamente ricorsi in Italia perché, così facendo, si riducono ancor di più i momenti addestrativi di questi professionisti; 3) importanza assoluta nel mestiere delle armi, dal più umile fante alle più alte gerarchie, del fattore etico-morale di coloro che vi si dedicano. Torniamo all’Arte della guerra. I due snodi  sui cui ruota tutto il trattato polemologico machiavelliano sono la ordinanza e il deletto, vale a dire la leva obbligatoria e la scelta e/o addestramento di questi uomini  provenienti dalla leva obbligatoria nei diversi compiti, dove nell’Arte della guerra viene cristallinamente sottolineato che la successiva cernita da questa originaria massa umana proveniente dalla leva obbligatoria deve tenere nel massimo conto la componente etica-morale del combattente, cosa che viene altrettanto cristallinamente sottolineata e ripetuta ad ogni piè sospinto anche nel corpus del generale Bartolini pubblicato sull’  “Italia e il Mondo” e che costituisce, come è di tutta evidenza, il vero e proprio endoscheletro di tutta l’argomentazione illustrata nei precedenti punti. Orti Oricellari, l’accademia filosofico-politica di Palazzo Ruccellai nata nel clima  di un tardo Rinascimento che ha intrapreso la via di inarrestabile decadenza politica e civile e che a questa decadenza cercava di reagire  e in cui il protagonista indiscusso di questo tentativo di reazione fu  Machiavelli e dove il Segretario fiorentino aveva ambientato il suo trattato sull’Arte della guerra che ha  la forma letteraria di un dialogo svolto, appunto, nell’ameno giardino di Palazzo Ruccellai fra Fabrizio Colonna (capitano di ventura dell’epoca realmente esistito ma che, nella realtà, dietro il quale si celava la figura reale di Niccolò Machiavelli, che proprio negli incontri negli Orti Oricellari con i suoi giovani discepoli aveva concepito il suo trattato) e i suoi giovani ascoltatori, e un blog di geopolitica del XXI secolo, “L’italia e il Mondo” dove, nonostante le incommensurabili differenze nelle tecniche comunicative e di  sociabilità fra questi due luoghi di elaborazione politica distanziati da cinque secoli si cerca di far rivivere quella tradizione di realismo politico repubblicano che fiorito in quel tardo Rinascimento diede inizio alla nostra modernità politica, che idealmente ed operativamente ebbe il suo terminus a quo da Machiavelli e non da Hobbes e/o Locke come vorrebbe la vulgata liberale. La giustificazione di questo impegnativo assunto viene anche dalle parole del generale Bertolini, il cui potere iconoclastico rispetto alle attuali “pappe del cuore” del paradigma politico e culturale (e mitologico) democraticisitico-liberal-liberista ci piace vedere riassunto nella seguente sua  affermazione tratta da Geopolitica spietata, pubblicata sull’ “Italia e il Mondo” in data 31 dicembre 2018: «L’esempio dell’inutile articolo 11 della Costituzione è emblematico: al di là dell’inconsistenza di un “ripudio” (della guerra) che non può che essere solo retorico, tale presa di posizione impedisce all’Italia di fare i conti (almeno a parole) con una costante della storia e toglie dignità agli strumenti militari dei quali continua comunque ad essere dotata (le Forze Armate). Conseguentemente, al nostro paese non resta che mettersi disciplinatamente al seguito di coloro che tali remore non nutrono e che continuano ad essere ben determinati a perseguire i propri interessi – ovviamente travestiti da interessi “comuni” – con tutti i mezzi, inclusi quelli bellici.» e che nella rude parresia di un vigoroso (e combattivo e conflittualistico) repubblicanesimo civile di stampo machiavelliano sembrano quasi fare da contraltare  ai mesti (e totalmente giustificati) scambi di battute dell’ultima intervista di Giuseppe Germinario a Marco Bertolini, nei quali si dispera sulla possibilità di invertire la triste situazione del nostro paese. Ma come Fabrizio Colonna (cioè Machiavelli) disperava nell Arte della guerra di compiere questo revirement, la composizione dellopera avvenuta attraverso i colloqui degli ameni giardini Orti Oricellari ed anche, si parva licet compenere magnis, il nostro continuamente proporre le ragioni di un repubblicano realismo politico, una comunicazione ed elaborazione in cui i qualificati interventi del generale Bertolini costituiscono una preziosa componente, smentiscono questo pessimismo, che può essere sì della ragione ma solo se si premetta, come fa Bertolini, che la ragione non è mai una gelida analisi avulsa dai valori ma un processo dinamico e creatore in cui i valori morali (e quindi anche politici, se per politica si intende unazione pubblica guidata dalla più profonda morale machiavelliana sempre animata alledificazione e rafforzamento, a differenza e con segno polarmente contrario dalle attuali democrazie rappresentative, di una vitale e non retorica Res Publica) rivestono massima ed unica importanza.  Di questo era consapevole Machiavelli, di questo era consapevole Clausewitz (profondo conoscitore del Segretario fiorentino: sullimportanza nel riconoscimento  nel pensiero clausewitziano dello strettissimo legame fra guerra e politica,  cfr. Peter Paret, Machiavelli, Fichte, and Clausewitz in the Labyrinth of German Idealism, “Ethics & Politics”, Vol. XVII(3), 2015,  pp. 78-95, all’ URL  https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/12194/1/06_E%26P_2015_3_PARET.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200503220857/https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/12194/1/06_E&P_2015_3_PARET.pdf/) e di questo è assolutamente consapevole anche Bertolini. Fosse sole per questo gli dobbiamo grande gratitudine e, assieme a questo riconoscente sentimento, una profonda fiducia su un comune e fattivo cammino contro la la pandemia da  Cthulhu morbus  dello  spazio psichico, culturale, sociale, politico e giuridico delle odierne democrazie rappresentative e   di cui le ultime vicende epidemiologiche ma soprattutto politiche e giuridiche del coronavirus non sono che lultima e più importante manifestazione e sintomo.  Ma di questo, ed anche sempre sostenuti da un retto pensiero polemologico (e quindi politico) che fu di Machiavelli, di Clausewitz e oggi rivive in Bertolini, fra non molto riparleremo.

Massimo Morigi – 4 maggio 2020

 

 

 

 

 

 

Commentario all’intervista ad Antonio de Martini. Contro la superstizione.., di Massimo Morigi

Commentario all’intervista ad Antonio de Martini di Giuseppe Germinario. Contro la superstizione ed oltre il coronavirus per un nuovo posizionamento internazionale dell’Italia

 

Di Massimo Morigi

 

In data 17 aprile 2020 il blog di geopolitica “L’Italia e il Mondo” ha pubblicato la videointervista Conversazione fra Giuseppe Germinario e Antonio de Martini. Crisi epidemica, implicazioni, conseguenze, opzioni politiche. L’URL dell’ “Italia e il Mondo” presso il quale si può prendere visione dell’intervista è https://italiaeilmondo.com/2020/04/17/le-nuove-strade-aperte-dal-coronavirus-con-antonio-de-martini/#disqus_thread come è pure possibile visionare il documento presso YouTube all’URL https://www.youtube.com/watch?time_continue=5937&v=lEMtpmevFJU&feature=emb_logo.  Nell’augurio che l’ “Italia e il Mondo” protragga in saecula saeculorum la sua opera di risveglio del pensiero geopolitico e che la prima piattaforma commerciale di condivisione di documenti audiovisivi tenga a bada la sua natura commerciale, cioè non decida di punto in bianco di eliminare quei documenti che possono vantare meno contatti e quindi di scarsa potenzialità pubblicitaria, ma anche alla luce di un elementare principio di cautela, vista la fondamentale importanza dell’intervista per lo sviluppo del dibattito e (si spera) dell’azione per raddrizzare la schiena del nostro paese, piegata per ultimo dal coronavirus ma della cui tragica condizione  questo agente patogeno è solo la classica goccia che fa traboccare il vaso, dopo  scaricamento dell’intervista si è provveduto al suo ricaricamento presso il maggiore e più prestigioso archivio senza scopo di lucro di raccolta di documentazione digitale, generando così gli URL di Internet Archive  https://archive.org/details/y-2mate.com-le-nuove-strade-aperte-dal-coronavirus-con-antonio-de-martini-l-emtpmev-fju-360p-1  e https://ia801401.us.archive.org/5/items/y-2mate.com-le-nuove-strade-aperte-dal-coronavirus-con-antonio-de-martini-l-emtpmev-fju-360p-1/y2mate.com%20-%20Le%20nuove%20strade%20aperte%20dal%20coronavirus%2C%20con%20Antonio%20de%20Martini_lEMtpmevFJU_360p%20%281%29.mp4, presso i quali non solo l’intervista può essere ugualmente apprezzata ma soprattutto, si spera, il fondamentale documento possa superare quella marxiana “critica rodente dei topi”, nel presente caso non più i piccoli roditori che metaforicamente assalirono l’ Ideologia tedesca ma i ben più temibili e reali roditori dell’universo internettiano che fanno sì che, o per ragioni di sfinimento personale di chi mantiene ed organizza pur fondamentali siti in Rete (e lo ripetiamo per l’ennesima volta, cento di questi giorni all’ “Italia e il Mondo” uno dei pochissimi siti che nel panorama Italiano ed internazionale sappia senza estremismi ma anche senza timidezze dare diffusione ad una concreta cultura politica realista) o per ragioni di bieco tornaconto commerciale (i. e. YouTube e fratellini imitatori) questi documenti, non importa il loro valore, in media abbiano una aspettativa di vita di non più di cinque anni. Tuttavia, siccome dello spirito della Conversazione fra Giuseppe Germinario e Antonio de Martini tutto si può dire (e dal nostro punto di vista non se ne può dire che bene) tranne che sia animata da un malintesa ambizione di passare ai posteri ma è, invece, tutta protesa a fornire concrete indicazioni per il presente, noi che invece ben volentieri gli accordiamo la qualità definita dall’oraziano Exegi monvmentvm aere perennivs, veniamo ora ad enuclearne i  passaggi principali. Se si volesse dare una definizione filosofico-politica della conversazione, definizione che con questo attributo iniziale immaginiamo desti già un moto di ripulsa allo spirito concretissimo (ed acutissimo) di de Martini, si potrebbe dire che essa, al di là della contingenza del coronavirus, non è altro che un dialogo contro la superstizione. Giustificheremo fra poco questa affermazione, apparentemente sorprendente visto che la parola ‘superstizione’ non viene pronunciata una sola volta nel corso del lungo scambio di battute, più di un’ora e tre quarti, fra Antonio de Martini e Giuseppe Germinario. L’intervista inizia con un excursus storico di de Martini sulle epidemie medievali del Vecchio continente, resoconto di de Martini del quale non facciamo il sunto completo perché non si vuole togliere il piacere a chi lo voglia conoscere di apprenderlo dalle vive (ed espressivamente vivaci, il che non guasta) parole dell’intervistato ma dalle quali si nota già dal breve accenno che segue  l’abissale scarto rispetto alle attuali narrazioni sul coronavirus che ad ogni piè sospinto ci vengono giornalmente propinate dall’attuale tristo sistema di informazione di massa. Ma come, al posto del parere dell’immancabile versipelle virologo e/o epidemiologo di turno, de Martini ci riferisce di un Visir di Granada  che nel XIV secolo aveva riconosciuto la natura contagiosa della peste e che alla luce di questa consapevolezza aveva preso opportune ed efficaci misura di quarantena. Ma come, al posto delle supercazzole e delle c…te sesquipedali sui cambiamenti climatici  che avrebbero favorito la diffusione e persino la nascita dell’attuale morbo (sempre a cura dei soliti superesperti virologi e/o epidemiologi da pronto intervento di rimbambimento delle masse, corpi  d’ élite e d’assalto del thumberghismo di massa) sempre de martini ci riferisce che un tal’altro Visir coevo al primo pensava invece alla peste come una sorta di punizione divina e si rifiutava di prendere provvedimenti efficaci (oggi,  ci permettiamo noi di integrare il ragionamento di de Martini ma senza tema di stravolgerlo nella sua saggezza storicistica,  siccome siamo definitivamente secolarizzati, caduta la punizione divina, c’è invece la punizione di Gea, il pianeta vivente, una bella mossa à la Thumberg per installare fra le masse un senso di colpa in versione anticonsumista e oscurare la realtà di una peste sorta per una globalizzazione senza regole e favorita dal sempre più marcato infiacchimento dello Stato nella sua capacità di controllo del territorio e della salute pubblica, una senso di colpa anticonsumistico  le cui irrazionali involuzioni psicologiche   non sono più le classiche espiazioni corporali medievali o l’inettitudine  del secondo Visir  ma la sotterraneamente esaltata dai mass media come momento catartico tragica compressione dei consumi tramite le odierne apparentemente scientifiche italiche quarantene generalizzate – in realtà,  e per fortuna, solo una tragica parodia di quelle ben più serie e totalitarie made in China –  che assieme al morbo rischiano anche di fare scomparire il paziente, ma tant’è).  Ma, il gustosissimo excursus storico di de Martini che, proprio per la sua mentalità storico-storicista, fa intrinsecamente piazza pulita di un approccio alla situazione espertocentrica, non è altro che la premessa al nucleo duro dell’intervista, che non ruota attorno a considerazioni epidemiologiche, virali (o presunte tali) ma vuole svolgere una radicale riflessione in merito all’attuale collocamento internazionale dell’Italia, argomento, in ultima analisi, assai più importante dell’attuale crisi sanitaria e dall’impostazione del quale dipendono – questo il parere di de Martini e, modestamente anche il nostro – anche gli esiti della fuoruscita più o meno positiva dell’Italia dall’attuale crisi sanitaria. Detto in estrema sintesi. De Martini ritiene che sia giunta l’ora di prendere il toro per le corna ed approfittare dell’attuale crisi dell’Unione europea, evidenziata come non mai dalla crisi del coronavirus, per cercare di stringere un’alleanza sempre più stretta, economica, monetaria, politica e militare, con coloro che hanno girato le spalle alla UE, cioè con il Regno Unito (in questa nuova alleanza foriera di uno spacchettamento in direzione atlantica di parte del Vecchio continente – ma, grande novità rispetto all’egemonismo monocratico statunitense nato nel secondo dopoguerra, via quella che de Martini continua icasticamente, e con grande realismo politico,  a chiamare la “perfida Albione” – delle nazioni meridionali del Vecchio continente, l’Italia, sempre sue icastiche e colorite parole, «deve mettere la trippa e l’Inghilterra le ossa» e dove la trippa dovrebbe essere e la posizione strategica dell’Italia nel Mediterraneo e, soprattutto, la sua capacità –  per la verità allo stato solo potenziale e derivante dalla sua  grande tradizione di realismo politico unita ad una fine ed unica mentalità dialettico-universalistica di marca cattolica e dalle sue realizzazioni risorgimentali ma non altrettanto, purtroppo, dagli ultimi settant’anni di vita repubblicana andanti in senso diametralmente opposto a questi grandi lasciti – di recitare, anche se di concerto con gli altri paesi del sud Europa, un ruolo egemonico e di traino in questo riorientamento strategico; mentre le ossa britanniche sarebbero  le sue capacità e pulsioni imperialistiche mai sopite, “perfida Albione”, appunto: non si potrebbe immaginare linguaggio ed approccio mentale più lontani dall’odierna “pappa del cuore” che impera nell’attuale pensiero politico, diffuso poi a rincoglionimento delle masse dai grandi mezzi di informazione). Si può essere più o meno d’accordo con questa radicalità di pensiero, ma quello che qui conta è che, contrariamente alla informazione massificata, questa intervista si presenta come una delle rarissime occasioni non sprecate di cui sono a conoscenza per riflessioni politiche e strategiche  sul coronavirus  che non facciano perno sui soliti esperti d’avanspettacolo, che poi, come si è visto, esperti non lo sono per niente (in primis, ovviamente, i soliti virologi, ma last but not the least, anzi, i soliti pensatori mainstream di destra o sinistra non importa che ora non sanno far altro che  tacere o dare a ragione a questo o a quel virologo a seconda che questi sia più o meno favorevole ad un più o meno radicale blocco delle attività produttive, blocco plaudito dal pensatore di sinistra, avversato da quello più a destra: ma come si diceva una volta, il problema è politico e non certo tecnico-sanitario, e ora  come non mai l’attuale occupazione della  carica di Presidente del Consiglio da parte di un  personaggio che esprime lo zero assoluto del ‘politico” e la perfetta incarnazione, attraverso i suoi Dpcm sanitari, dello schmittiano “legislatore motorizzato” dimostra la verità di questo assunto). Ed affermando che, a scanso di equivoci, io sono personalmente totalmente d’accordo anche con questa parte più direttamente politica dell’intervista a de Martini, vengo per ultimo a giustificare l’affermazione  iniziale che l’intervista è un dialogo adversus suspertitionem. Lasciando ai lettori il piacere di completare tutti i passaggi del ragionamento, limitiamoci qui ad affermare che il significato etimologico di ‘superstizione’ ci indica la credenza che vi siano momenti e/o istanze superiori –  o, meglio, presunte tali –  di fronte al quale l’uomo, soprattutto quello comune e non vicino ai misteri, sacri o profani che siano, deve chinare la testa. L’intervista a de Martini è un potentissimo farmaco contro la moderna superstizione scientifica essendo formata ed informata al superiore pensiero storico-strategico, l’unica forma mentis ed agendi che diede inizio all’ evoluzione da ominide a homo sapiens e, nello specifico, l’unica Weltanschauung-filosofia della prassi che non solo  può permettere al nostro paese di non uscire completamente distrutto dall’attuale morbo ma anche di liberarsi dai morbi ideologici democraticistici  degli ultimi settant’anni (verso i quali, vedi sempre l’intervista,  de Martini nutre, e a ragione, una profondissima avversione). Sulle forme politiche ed organizzative di come questo pensiero storico-strategico certamente all’altezza di un mondo sempre più violentemente policentrico e dinamico possa concretamente prendere la direzione indicata da Antonio de Martini, come da consolidata esortazione di prammatica, si dichiara aperto il dibattito (e  ancora più auspicabilmente l’azione)  e, per ora, proprio per questo de hoc satis

 

Massimo Morigi – 26 aprile 2020

 

 

 

 

 

 

 

ANCORA SUL COLPO DI EXTRASTATO (DALLA PIATTAFORMA ROUSSEAU AL CORONAVIRUS A COLAO AL BEHEMOTH NAZISTA) Di Massimo Morigi

 

ANCORA SUL COLPO DI EXTRASTATO (DALLA PIATTAFORMA ROUSSEAU AL CORONAVIRUS A COLAO AL BEHEMOTH NAZISTA)

Di Massimo Morigi

 

Molto acutamente osserva Vincenzo Cucinotta in Emergenza e Regime (https://italiaeilmondo.com/2020/04/11/emergenza-e-regime-di-vincenzo-cucinotta/#disqus_thread, Wayback Machine : https://web.archive.org/web/20200412091927/https://italiaeilmondo.com/2020/04/11/emergenza-e-regime-di-vincenzo-cucinotta/): «Cosa non va in questa questione della task force? Non certo che il governo acquisisca pareri tecnici da competenti, potremmo perfino tollerare che si tratti di un organismo  collegiale che pure già modifica il senso della sua funzione, ma la cosa ben più grave, è costituita dal fatto che venga pubblicizzato, svolgendo così una funzione indipendente. Conte avrebbe potuto benissimo dotarsi di un comitato di persone che godono della sua personale fiducia, sarebbe stata cosa saggia, ma se dichiara urbi et orbi la sua costituzione, allora conferisce a questo organismo una sua autonomia. Non si tratterà quindi di un comitato interno che comunica soltanto in via più o meno riservata con il governo, ma diventa una specie di secondo governo. In questo senso, si viene ad alterare il delicato equilibrio istituzionale previsto dalla carta costituzionale, e come in queste settimane vediamo Borrelli andare in TV a tenere la quotidiana conferenza stampa, ci dovremo domani aspettare di vedere il sig. Colao al quale nessuno di noi ha delegato alcun potere colloquiare con noi, ovvero prendere decisioni su di noi. Purtroppo, abbiamo evidenze dello scarso spirito democratico esistente nel nostro paese come osservato ampiamente nel caso del governo Monti che ha ricevuto un’amplissima fiducia perfino dallo stesso Berlusconi all’uopo defenestrato, e il cammino irresistibile della modifica costituzionale con l’obbligo di pareggio di bilancio che è stata approvata in pieno clima bulgaro, e i Bulgari non se l’abbiano a male. Stavolta, stiamo messi ancora peggio, non c’è alcuna procedura costituzionale che presieda alla costituzione di questa task force che ci dovrà dettare i nuovi termini di convivenza sociale, determinare quindi la nostra vita senza che si capisca in che senso siamo ancora in democrazia. Il secondo aspetto è quello che vado dicendo da parecchie settimane, e cioè che le misure anti-coronavirus sono in linea di principio permanenti (e li stabilisce un Colao qualsiasi). Riassumendo, noi stiamo cambiando la natura stessa del sistema politico della nostra patria e i connessi diritti individuali garantiti senza porre scadenze e conferendo poteri non meglio definiti a organismi improvvisati che Conte ha deciso di costituire con un meccanismo di composizione del tutto opaco, così che siamo autorizzati a credere che questi novelli sacerdoti gli siano stati segnalati per telefono da suoi sodali.» A settembre, a proposito delle (purtroppo giustificate) aspettative in merito ai pronunciamenti della piattaforma Rousseau in merito alle alleanze che i Pentastellati avrebbero dovuto cercare di stringere per formare il nuovo governo, avevo scritto sull’ “Italia e il Mondo” alcune considerazioni imperniate sul concetto di “colpo di estrastato”, con ciò denunciando che nel nostro paese era in atto sia un progressivo degrado e svuotamento sia delle istituzioni politiche c.d. democratiche sia un degrado del diritto tout court. Qualche ben intenzionato dall’alto di un’altissima scienza  trasmessa ovviamente dalla presente italica Accademia fortissima notoriamente nelle scienze giuridiche e in quelle sociali (altissima Accademia il cui culmine scientifico può essere riassunto nel concetto che la nostra “è la Costituzione più bella del mondo”) tacciò il concetto di “colpo di extrastato” di vuotaggine ed insensatezza. Ed è talmente vuoto ed insensato che oggi, supermanager Colao a parte, si può venire fermati per strada non tanto perché si è violata la legge sulla quarantena, ma perché il povero tutore dell’ordine di turno ha fatto una sua esegesi personale di una legge sulla quarantena assolutamente iincomprensibile e contraddittoria. E non bisogna essere certo dei finissimi giuristi per comprendere che quello che stiamo attualmente vivendo è sì uno stato d’eccezione ma uno stato d’eccezione che per la maniera sregolata ed anarchica del suo concepimento non è foriero ad un successivo ritorno ad una normalità giuridica ma è pronubo ad un ulteriore degrado e svuotamento delle istituzioni politiche e del diritto nel suo complesso. Insomma quella che l’attuale presidente del Consiglio sta de facto instaurando (de facto sottolineo e non per volontà sua perché attribuire un qualsiasi proposito politico, tranne la sua permanenza nella carica, al personaggio è come accusare una fiera di malvagità perché si nutre di altri animali) non è, schmittianamente esprimendoci, una dittatura commissaria volta a ristabilire l’ordine minacciato ma una sorta di dittatura sovrana ma il cui principio basilare non è tanto costruire un nuovo ordine migliore rispetto a quello messo in crisi ma bensì una totale anarchia giuridica e politica. Colpo di extrastato ed anarchia totalitaria di cui la storia del Novecento non è certo avara di esempi, e con questo lascio il campo ma anche la traccia alle altrui riflessioni:  solo chi abbia studiato un po’ più a fondo i fenomeni totalitari ed in particolare il nazismo avrà sentito parlare di Franz Neumann e del suo Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo

Massimo Morigi – Pasqua di Risurrezione del Signore 2020

 

ADVERSUS L’ARTE DEL MICHELACCIO, di Massimo Morigi

ADVERSUS    L’ARTE DEL MICHELACCIO: MANGIARE, BERE E ANDARE A… SPASSO  OVVERO  STORIA  DELLA  COLONNA INFAME    OVVERO CONTRO IL CORONAVIRUS NON C’ E’ PIANO B  OVVERO NECESSITA  PIANO B   PER  CURARE IL VUOTO DI RAPPRESENTANZA IN ITALIA

 Di Massimo Morigi

 Mentre sto scrivendo, sera del 19 marzo, dopo l’ennesima mostruosa esplosione di contagi, nessuno può dire come andrà finire per l’Italia la tragedia del Coronavirus ma una cosa può essere già affermata con cristallina certezza. In Italia una democrazia rappresentativa totalmente malata sta riproducendo i meccanismi di creazione di capi espiatori che non hanno nulla da invidiare a quelli a suo tempo messi in atto dal nazifascismo e dal regime comunista staliniano.  Le misure più o meno draconiane messo in atto (con grande ritardo e quindi anche con conseguente ineludibile ma anche inutile  rigore poi) dal governo non stanno funzionando ma di chi è la colpa dell’insuccesso? Non certo di un governo totalmente non pervenuto all’inizio della crisi e mal pervenuto in questa fase ma, udite, udite, dei runner (nella inelegante e brutta lingua italiana dicesi podisti ma si sa, oltre a raccontare invereconde balle sesquipedali, la nostra classe dirigente, politici e mezzi di informazione indistintamente, hanno deciso che l’italiano è una lingua da bandire) i quali non rispettando le illuminate misure del governo in fatto di quarantena ed isolamento sociale hanno fatto sì che il contagio continuasse a diffondersi più o meno indisturbato. Insomma la nostra rovina non è più  l’ebreo ma il povero Michelaccio, che da simpatica macchietta dell’antico italico immaginario che mangia, beve e va a… spasso si è tramutato nel manzoniano untore della colonna infame. Quello che insomma sta succedendo è che una democrazia rappresentativa priva ormai del tutto di efficaci e reali meccanismi di rappresentanza ha come conseguenza inevitabile un vuoto di rappresentazione non solo politico ma anche  della realtà fisica, biologica e culturale tout court. E a dare una ulteriore pennellata  di macabra e, al tempo stesso, cenciosa coloritura a questa grandguignolesca atmosfera è l’esaltazione da parte dei mezzi di informazione dei flash mob sul balcone, dove con italica noncuranza, proprio mentre migliaia di persone muoiono in maniera schifosa, si urlano sguaiatamente allegre canzonette tipo Volare o il Cielo è sempre più blu (intanto a Bergamo lavorano i formi crematori per quelli che non ce l’hanno fatta. Piccola digressione: evidente segno della scristianizzazione della nostra società che, comunque si giudichi  la secolarizzazione in opera nelle moderne società occidentali, si traduce inevitabilmente in una evidente perdita di strategicità culturale da parte del popolo, essendo di tutta evidenza che gran parte dei cremati in tutta furia avrebbe preferito altro tipo di rito funebre e che una momentanea fossa comune con tanto  di nome e cognome di riconoscimento sulle bare avrebbe permesso poi, in un futuro più o meno lontano, un servizio funebre conforme alla sensibilità cristiana della maggior parte dei defunti e dei loro parenti). Concludo con l’intervista che il virologo Giorgio Palù ha rilasciato alla CNN nella quale l’esimio professore comincia a dubitare  che le misure del governo, proprio perché prese in ritardo, siano in grado di fermare l’epidemia  e nella quale sembra trapelare il desiderio di una sorta di piano B per uscire dalla situazione, piano B che, sembra di capire, per Palù non consisterebbe altro che nell’irrigidire ulteriormente le misure già prese ma se anche questo irrigidimento non dovesse servire …. . Qui di seguito l’URL attraverso il quale si possono leggere le dichiarazioni di Palù rese alla CNN, https://edition.cnn.com/2020/03/18/europe/italy-coronavirus-lockdown-intl/index.html  e il suo congelamento tramite la Wayback Machine, http://web.archive.org/web/20200319211048/https://edition.cnn.com/2020/03/18/europe/italy-coronavirus-lockdown-intl/index.html, insieme ad un video, all’URL https://video.ilsecoloxix.it/italia/coronavirus-quando-finira-la-quarantena-le-opinioni-di-un-matematico-e-di-un-virologo-a-confronto/58987/58967,  dove il prof. Palù intervistato avanza l’ipotesi che la velocissima progressione della pandemia in Lombardia ed anche l’altissimo tasso di mortalità che per l’infezione si registra in quella regione sia dovuta, udite, udite, alle altissime  percentuali di ospedalizzazioni effettuate per trattare i colpiti dall’infezione.  Noi non abbiamo certezze tranne una: ancor prima di un piano B per uscire dalla pandemia necessita un piano B per curare in Italia una democrazia rappresentativa in cui è saltato qualsiasi decente meccanismo di rappresentanza. Il vero dibattito   –  ed azione – che si dovrebbe mettere in atto è come dare realistica ed efficace rappresentazione politica e culturale di massa a questa consapevolezza (sulla qual cosa, Gramsci e il suo moderno principe avrebbero qualcosa da dire).

 

 

 

IMMUNITA’ DI GREGGE MA NON GREGGI, di Massimo Morigi

IMMUNITA’ DI GREGGE MA NON GREGGI.  BREVE CONSIDERAZIONE GEOPOLITICA SU REGNO UNITO ED ITALIA A CONFRONTO DI FRONTE AL CORONAVIRUS

 

Di Massimo Morigi

 

Nella conferenza stampa di martedì 12 marzo, Sir Patrick Vallace, UK Government Chief Scientific Adviser, vale a dire il consigliere scientifico particolare del Primo Ministro, carica inesistente nel Bel Paese ma di estremo e strategica importanza nel Regno Unito, in relazione all’epidemia di Cronavirus ha affermato, testuali parole: «It’s not possible to stop everybody getting it and it’s also not desiderable because you want some immunity in the population». Fornendo qui  l’URL attraverso il quale si può prendere diretta contezza di quella parte della conferenza stampa dove è stato pronunciato questo giudizio, https://twitter.com/BBCNews/status/1238151926379880449, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200313223603/https://twitter.com/BBCNews/status/1238151926379880449, osserviamo solo che il falso umanitarismo è sempre foriero di disastri  materiali e morali mentre una vera democrazia  – se per democrazia non s’intendono le “pappe del cuore” ma un preciso comune sentire, che travalica la destra e la sinistra e  sempre diretto a fare appello e leva sulle capacità di consapevolezza ed orgoglio di un popolo – è sempre collegata con una volontà imperiale che, nel caso inglese di come buona parte dell’opinione pubblica intende reagire a questa grave crisi epidemiologica, non significa certo ricostruire passati domini su terre lontane ma, molto semplicemente, accettare le sfide che ci presenta la storia  non in maniera passiva ma affrontarle a viso aperto ed attrezzandosi perché queste sfide procurino meno danni possibili (infatti il corollario di accettare che l’epidemia si diffonda e così sviluppare un’immunità di gregge che porti alla fine alla sua estinzione è, ovviamente, potenziare le strutture ospedaliere che possano consentire ai casi più gravi di essere salvati con le maggiori probabilità di successo). Certo, si tratta di una volontà imperiale molto “sui generis” che è, in primo luogo e principalmente, una volontà di comando sul proprio destino e non su qullo altrui ma, non nascondiamolo, siamo in presenza di propositi che se portati fino in fondo, infatti Sir Patrick Vallace parla anche per conto e per voce del nuovo primo ministro Boris Johnson (il quale churchillianamente tuona: «abituatevi a perdere i vostri cari»), intendono portare il Regno Unito sullo scenario internazionale come una potenza  la quale, anche se ha perduto dopo la seconda guerra mondiale il primato economico e militare, non accetterà mai alcun tipo di ricatto, né economico né militare. Il coronavirus, quindi, come un’occasione per riproporsi come un imprescindibile attore in uno scenario geopolitico in tempi, non di coronavirus come piagnucolando e scimmiottando titoli di opere letterarie ripetono ad ogni piè sospinto i nostri prezzolati e servi media nazionali, ma in tempi odierni e futuri di un sempre più tumultuoso e violento policentrismo. In una trasmissione di una importante emittente italiana, abbiamo potuto assistere alla piagnucolosa intervista a studenti italiani ospiti della “Perfida Albione” (questo era il senso del servizio) che di fronte al comportamento del governo di Sua Maestà Britannica si erano isolati in casa (comportamento legittimo,  evitare di cadere vittima di un’epidemia è una più che legittima aspirazione) ma che a questo comportamento, oltre aggiungere pesanti e gratuite querimonie contro il governo inglese, univano sentiti ed accorati elogi su quanto stava facendo il governo italiano. Piccole domande: se sono tanto impauriti perché non se ne tornano nella «Bella Italia, amate sponde» visto che nessuno li trattiene? e se apprezzano tanto l’operato del nostro governo perché una volta tornati in Patria (campa cavallo…)  non si mettono a fare politica attiva nel nostro paese piuttosto che rompere i … degli altri? (altrettanto campa cavallo, perché questi soggetti, oltre ad essere immediatamete spendibili per basse ricette di cucina politica nostrana, una volta tornati sul nostro artistico ed umanitario suolo potrebbero facilmente trovare lavoro, trovarlo sì ma come raccoglitori di pomodori).  Per ora in Italia la crisi epidemiologica del coronavirus non sembra  portare alcunchè di buono. Come sempre confidiamo sulla nottola di Minerva che spicca il suo volo solo all’imbrunire  (cioè, tradotto nel linguaggio di una rinnovata dialettica, sulle Epifanie strategiche di cui anche il nostro Paese ha fornito begli esempi nella sua storia).

 

 

 

 

 

 

IL CUOCO DI BORDO E BARBANERA, di Massimo Morigi

 

 

IL CUOCO DI BORDO E L’ASSALTO DEI PIRATI ALLA NAVE

 

Di Massimo Morigi

 

Oggi 13 marzo 2020 tutti i grandi organi di informazione, tutti allineati, sono indignati per le dichiarazioni del presidente della BCE Christine Lagarde di lasciare i tassi invariati e che il ruolo della BCE non è quello di fare abbassare lo spread, alle quali ha immediatamente fatta eco la “durissima” replica del Presidente della Repubblica italiana (mamma mia che impressione!) nelle quali, testuali parole, stigmatizza «L’Italia sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si attende quindi, a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l’azione» (a rileggerle, scorre per la schiena un brivido di orgoglio patriottico e non aggiungiamo altro… per carità di Patria). Difficile dire se il presidente della BCE abbia compiuta una gaffe oppure abbia scientemente voluto dare una mano alla speculazione internazionale che in questa gravissima e sistemica crisi non solo epidemiologica ma economica, sociale e politica dell’Italia scommette sul crollo del paese. Per noi il migliore commento alla situazione ci viene da Stadi sul cammino della vita di Søren Kierkegaard, dove il pre-esistenzialista filosofo danese a metafora della condizione umana priva di punti riferimento scriveva: «State attenti: la nave ormai è in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani.» Alle quali parole, come chiosa della situazione attuale, aggiungiamo: «E venuta a sapere della situazione della nave, i pirati stanno compiendo  l’abbordaggio».

 

 

 

 

La nave è ormai in preda al cuoco di bordo e ciò che trasmette al microfono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani.

Politica – da PensieriParole.it <https://www.pensieriparole.it/aforismi/politica/>

Søren Aabye Kierkegaard

 

 

VVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVVV

 

Approvando, citando gli  Stadi sul cammino della vita di Søren Kierkegaard

 

 

 

“State attenti: la nave ormai è in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani.”

Søren Kierkegaard – Stadi sul cammino della vita

 

Stadier paa Livets Vei. Studier af Forskjellige sammenbragte, befordrede til Trykken og udgivne af Hilarius Bogbinder
Autore Søren Kierkegaard
1ª ed. originale 1845
1ª ed. italiana 1993
Genere saggio
Sottogenere filosofia
Lingua originale danese

Stadi sul cammino della vita. Studi di autori diversi raccolti, dati alle stampe e pubblicati da Hilarius il Rilegatore (in danese Stadier på Livets Vej) è un’opera del filosofo Søren Kierkegaard del 1845, al cui interno vengono raccolti scritti firmati con gli pseudonimi Hilarius il Rilegatore, William Afham e Frater Taciturnus. Viene considerato una specie di continuazione della raccolta Enten-Eller che prevalentemente si occupa di vita etica e vita estetica, mentre qui l’autore si occupa di vita religiosa

 

Stages On Life’s Way: Studies by Various Persons, compiled, forwarded to the press, and published by Hilarious Bookbinder (Stadier paa Livets Vej. Studier af Forskjellige. Sammenbragte, befordrede til Trykken og udgivne af Hilarius Bogbinder)

https://www.academia.edu/24856545/Stages_on_the_way_of_life_Kierkegaard

The captain is on the bridge and the cook is in the galley. These days – as Kierkegaard used to say – we find the cook has taken the helm and is handing out orders, so we know what we are going to eat tomorrow but have no idea in which direction we are sailing.The crisis is giving rise to disquiet, because we no longer know what is on tomorrow’s menu.

 

Iuyuguy767585

AnswerRecommended for you

What is the biggest battle ever fought?

 

 

Kevin Flint, studied History

Updated February 14, 2018 · Featured on HuffPost · Upvoted by David Bliss, MA in history and Vadim Mikhnevych, Former Driver-Electrician in the Air Forces

The Battle of Vienna
So yes, there have been large and protracted actions defined as battles that have lasted weeks, months, or years. But if we want to narrow the definition of “battle” to be defined as a single uninterrupted moment of conflict (ie the classical definition of “battle”,) then September 12, 1683 is a strong contender for both number of combatants simultaneously engaged, and because at 5 PM that day there occurred what could well be the most awesome spectacle in the history of battle.

The set up: For 2 months the mighty army of the Ottoman Empire had laid siege to Vienna. And though they massively outnumbered the 15,000 defenders by 10 or 20 to 1, it was no easy task. The fortifications and walls of Vienna were some of the most modern of the era, and reinforced with 370 cannon. The Ottomans were forced to slowly whittle down the defenses by completely cutting off the city and using extensive tunneling and sapper action to reduce the walls.




The Relief: Arriving on September 11, the Polish and German relief forces had managed to quickly consolidate their fractious alliance under the leadership of the Polish King. Early the next morning, as they were still consolidating and readying their order and lines of battle, the Ottoman forces attacked. At the same time, beneath the clashing infantry, a subterranean battle was being waged as thousands of Ottoman sappers in miles of tunnels faced an army of counter sappers from the city defenders.

The counter sappers managed to delay or disarm the massive bombs intended to devastate the walls. This denied the Ottoman infantry the chance to take the city, and to assume strong defensive positions within the walls.

The Charge: Late in the afternoon, after an entire day of massive infantry battle above and below the ground, the exhausted Polish-German forces let out a cheer. For they saw that their cavalry was finally ready to engage en masse. At the top of the hill abutting the battlefield, 20,000 men on horseback had formed up. Spearheaded by 3000 Polish Hussars – the most elite and heaviest cavalry of the age – they charged. Not as individual units or in bunches, but all at once. The largest cavalry charge in human history. 20,000 horses. 80,000 hooves pounding the ground in unison. A mass of steel and flesh and muscle crashing down upon an Ottoman infantry that was worn out from 12 hours of intense fighting.

The ground did tremble. A man made earthquake. And though the Ottoman forces well outnumbered the relief army in infantry forces, this thunderous, deafening wall of cavalry carved a massive hole straight through their lines. A deep gash was cut all the way through to the supply tents and camps of the Ottomans, ripping the army into fractious pieces. Faced with this massive, unprecedented attack, the Ottoman forces collapsed, and slaughter followed. And though fighting would continue into nightfall, the greatest cavalry charge in human history had finished the battle, and solidified the Habsburg dynasty’s power in Europe.

Fun tidbit: Remember the epic siege of Gondor in Tolkien’s “The Lord of the Rings?” Many think it was inspired by the Battle of Vienna. It has many parallels, including the massive cavalry charge that finally breaks the siege just in time. Though I think it would be fair to say the Ottoman Empire was considerably more civilized than the Orc horde, their fate was quite similar.


​Edit… For those of you who enjoyed this, I just wrote another one.
Kevin Flint’s answer to What is the most ridiculous war ever fought in our history?

463.5k views

View Upvoters

View Sharers

Upvote

2.2k

Share

10

 

 

 

IL GOVERNO PERICOLOSO DI DON FERRANTE ATTO IV (E FINALE), di Massimo Morigi

IL GOVERNO PERICOLOSO DI DON FERRANTE ATTO IV (E FINALE). NOTARELLA MANZONIANA E SCHMITTIANA OLTRE IL CORONAVIRUS DOPO IL DISCORSO ALLA NAZIONE     DEL        PRESIDENTE     DELLA       REPUBBLICA

 

Di Massimo Morigi

 

Così termina il capitolo XVII de I promessi sposi di Alessandro Manzoni: «Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de’ più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all’ultimo, quell’opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione. – In rerum natura, – diceva, – non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l’uno né l’altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicché è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perché, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all’altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perché bagnerebbe, e verrebbe asciugata da’ venti. Non è ignea; perché brucerebbe. Non è terrea; perché sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perché a ogni modo dovrebbe esser sensibile all’occhio o al tatto; e questo contagio, chi l’ha veduto? chi l’ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all’altro; ché questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all’altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, dànno in Cariddi: perché, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, d’esantemi, d’antraci…? – Tutte corbellerie, – scappò fuori una volta un tale. – No, no, – riprese don Ferrante: – non dico questo: la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell’e buono; ma dico che non han che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano. Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che dare addosso all’opinion del contagio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti: perché non si può spiegare quanto sia grande l’autorità d’un dotto di professione, allorché vuol dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere, e a voler dimostrare che l’errore di que’ medici non consisteva già nell’affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma nell’assegnarne la cagione; allora (parlo de’ primi tempi, in cui non si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d’orecchi, trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a distesa era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi. – La c’è pur troppo la vera cagione, – diceva; – e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell’altra così in aria… La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai s’è sentito dire che l’influenze si propaghino…? E lor signori mi vorranno negar l’influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino?… Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de’ corpi terreni, potesse impedir l’effetto virtuale de’ corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar de’ cenci! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno? His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle. E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa su per i muriccioli.». Abbiamo tutti ascoltato il discorso alla nazione  pronunciato dal  Presidente della Repubblica per infondere fiducia agli italiani in questo grave momento dominato dall’epidemia e per esortarli ad avere fiducia nei loro numi tutelari, vale a dire, e non potrebbe essere diversamente, in coloro che  attualmente hanno  la ventura di governarli e nella scienza. A questo punto verrebbe  da dire, se si volesse essere ingenerosi, che anche la massima carica dello Stato non è esente da colpe intellettuali (non morali, sia chiaro, se no l’umile scrivente potrebbe essere accusato di vilipendio al capo dello Stato,  e se c’è una dote che deve essere riconosciuta all’attuale Capo dello Stato è che i suoi atti ed azioni sono sempre ispirati al massimo senso del dovere e per il bene del paese, che poi noi si abbia un’opinione ben diversa in cosa consista questo bene è un altro paio di maniche) riguardo la sottovalutazione del pericolo (ricordate la sua visita ai bambini cinesi, come se il rischio in Italia fosse stato quello dell’esplosione del razzismo piuttosto che la diffusione del morbo?), oppure, ma questo riguarda la pragmatica del discorso presidenziale, si potrebbe dire che questo discorso più che tranquillizzare in realtà è ansiogeno, ma questo non per colpa di chi lo pronuncia (comunicatore fiacco ed inespressivo ma ciò non è una colpa) ma per il semplice fatto che quando in una situazione difficile si comincia a dire ‘niente panico’ allora è proprio il momento di preoccuparsi. Ma come si dice, in certe situazioni come si fa si sbaglia, e cristianamente  Perché non possiamo non dirci “cristiani come incomparabilmente titolava don Bendetto nel suo aureo saggio e quindi doverosamente propensi al perdono verso il prossimo (proprio perché cristianamente consapevoli che noi siamo i primi peccatori) ed anche perché, più popolarmente pragmatici siamo sempre anche propensi di muoverci all’insegna del partenopeo ed opportunistico  ‘scurdámmoce ’o ppassato’, il giudizio che più o meno benevolmente saremmo tentati di formulare potrebbe  essere riassunto  semplicemene  dicendo che il discorso è stato un doveroso atto d’ufficio e non aggiungere sostanzialmente altro. Perché allora la citazioncella manzoniana sulla morte di don Ferrante cagionata dalla sua cocciutaggine nel volere negare le natura contagiosa ed infettiva della peste attribuendo questa  ai molto distanti – e non rimediabili –  influssi delle sfere celesti? Non è forse questo un voler ribattere sulla responsabilità (per carità, lo ripetiamo, solo intellettuale, etc.) anche del Presidente della Repubblica nella sottovaltazione del pericolo? Non proprio (ma sì, un poco anche questo…), si è cercato, invece, di dire soprattutto  un’altra cosa e non riguarda tanto le modalità retoriche attraverso le quali  ha preso forma il dovere d’ufficio di avere rassicurato il popolo italiano ed anche i concreti atti presidenziali che hanno preceduto questo indirizzo ma di esprimere una profondissima critica in merito all’idea che sta dietro non solo questo discorso ma tutti i discorsi (e i pensieri politici e gli atti) del Presidente della Repubblica. Vale a dire all’idea che a)  ci si deve sempre e comunque fidare dell’operato delle autorità, siano queste istituzionali e politiche, siano queste scientifiche (o presunte tali, cioè accreditate dal sistema politico-istituzionale), e in sistema come quello italiano fidarsi del momento politico come in quello presumibilmente scientifico, clientelarmente attaccato al carro del primo, è un atto che più di natura razionalmente politica ha più a che fare col misticismo, e noi siamo convinti che l’attuale Capo dello Stato sia una sincera, per quanto interiormente combattuta, espressione di questo miticismo antipolitico e che 2)  ancor maggior fiducia si deve accreditare alla Weltanschauung più o meno espressa dal sistema politico-istituzionale di governo – ma questa nostra critica vale anche per buona parte della cultura politica del lato destrorso, oggi formalmente ma poco convintamente,  all’opposizione di detto sistema –, una visione filosofico-politica, cioè, che arrogantemente e ipocriticamente afferma che la vita politica democratica è rigidamente governata da regole e che, queste regole, sempre e comunque sono prevalenti sulle decisioni, siano queste decisioni eventualmente vitali per le sorti del paese ma anche solo formalmente contrarie alle regole del sistema poliltico-istituzionale, e importa ancor meno se queste regole, stabilite ab aeterno e flottanti sopra la nostra testa in una astorica iperunacità, incontrino sempre meno il favore del comune sentire (siamo sempre dalle parti di un conservatore ed antistrategico misticismo antipolitico al quale ribadiamo che la storia non è altro che un cimitero di idee ed istituzioni un tempo ritenute intoccabili e in cui la loro odierna  inferiorità rispetto a quelle contemporanee è solo quella di averle precedute nello storico cimitero. Se è tramontato il mondo dell’alleanza fra Trono ed Altare  dell’ ancien régime, che dire del più o meno lontano destino delle attuali pseudodemocrazie rappresentative?…). Ciò non detto, sia chiaro, per invocare fantomatici, ridicoli ed operettistici colpi per rimediare, con rinnovata e rivoluzionaria classe dirigente,  alla presente grave situazione epidemiologica (e alla futura gravissima situazione economica che ne conseguirà), e, a parte l’improponibilità politico-giuridica di una simile scemenza (escludendola, cioè per la deriva di criminalità politica che deriverebbe dal colpo di mano; ma, nella presente situazione storica italiana,  improponibilità  politica, purtroppo,  di agire anche per via c.d.  democratica con politiche maggiormente energiche verso il Coronavirus, rispetto alle quali il governo ora con ritardo  e tentennando ha messo tremolante mano: Carl Schmitt nella sua Dittatura osservava che il presidente ex articolo 48 della Costituzione della Repubblica di Weimar per difendere l’ordine pubblico «potrebbe anche far spargere gas velenosi su intere città se ciò fosse nel caso concreto una misura necessaria per il ristabilimento della sicurezza e dell’ordine»: Carl Schmitt, La dittatura. Dalle origini dell’idea moderna di sovranità alla lotta di classe proletaria, tr.it. a cura di F. Valentini, Laterza, Roma-Bari, Laterza, 1975, pp. 211-213 e anche in ragione della nostra ‘Costituzione più bella del mondo’ del tutto refrattaria al concetto di ‘stato d’eccezione’ quello che si è visto in questi  giorni è , in pratica, l’inversione politico-giuridica dell’ipotesi di scuola tratteggiata da Schmitt, cioè si è visto che in Italia prima che vengano riconosciuti momenti eccezionali  e si faccia qualcosa per porvi rimedio è necessario che qualcuno – nel nostro caso qualcosa –  sparga gas velenosi sul paese), non si è tanto stupidi da ritenere che il popolo è tanto buono mentre i politici che lo governano sono tanto cattivi e che quindi, con decise azioni extragiuridiche sarebbe possibile rimettere le cose a posto; in fondo, come diceva Joseph de Maistre, ogni popolo ha i governanti che si merita e se questo non vuol dire che i due livelli hanno le stesse responsabilità politiche e morali vuole perlomeno dire che della sua  mancanza di strategicità politica il popolo non ha che da lagnar sé stesso e che quindi le scorciatoie più o meno extragiuridiche per rimediare a questa situazione non farebbero altro che peggiorare la situazione. Ciò, però, invece detto, e questo sia altrettanto chiaro,  perché  –   pur augurando al Presidente della Repubblica la più lunga e felice vita possibile –  alla visione politico-ideale anche espressa dai discorsi del Presidente della Repubblica, altrettanto  auguriamo lo stesso destino (da raggiungersi, per carità, con una democraticissima e partecipatissima dal basso come dall’alto Epifania strategica) della famosa libreria di don Ferrante, quella di finire «dispersa su per i muriccioli», con le qual parole  Manzoni intendeva che i libri di don Ferrnante, che tanto avevano contribuito alla suo funereo e stupido destino, dopo la sua morte finirono sulle bancarelle dei rigattieri e noi che ci auguriamo che in futuro non troppo lontano le idee espresse dal Presidente della Repubblica e dall’auttale pensiero politico politicamente corretto siano presto un semplice relitto del passato relegato solo   alla ricerca degli storici del pensiero e/o dei curiosi eruditi librari vaganti fra i luoghi  delle –  si spera,  non ancora completamente virtualizzate – bancarelle ma non più un dannoso riflesso condizionato,  in primis delle classi dirigenti ma anche del popolo a loro sottoposto. His fretus, come sempre, non come i moderni don Ferrante negli astrali influssi degli idòla fori dell’ideologia democratico-liberale  ma, come già detto precedentemente, perchè la presente dolorosissima e disgraziata situazione epidemiologica ma anche politica del nostro paese possa essere  pronuba ad una prassisticamente concretissima Epifania strategica, la via migliore per liberarsi e combattere tutti i presenti e futuri morbi, siano questi di origine virale ma anche, se non soprattutto, di illusoria  matrice politico-ideologica.

Massimo Morigi – 7 marzo 2020

 

 

 

IL GOVERNO PERICOLOSO DI DON FERRANTE  ATTO III, di Massimo Morigi

 

 IL GOVERNO PERICOLOSO DI DON FERRANTE  ATTO III. L’EPIDEMIA DEL CORONAVIRUS E IL IL “PROTEGO ERGO    OBLIGO” DI THOMAS HOBBES E CARL SCHMITT 

 

Di Massimo Morigi

 

Dopo il mio primo intervento sul Coronavirus in data 21 febbraio 2020 sull’ “Italia e il Mondo” (Massimo Morigi, Il governo pericoloso di Don Ferrante: https://italiaeilmondo.com/2020/02/21/il-governo-pericoloso-di-don-ferrante-di-massimo-morigi/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200229093334/https://italiaeilmondo.com/2020/02/21/il-governo-pericoloso-di-don-ferrante-di-massimo-morigi/), cui ha fatto seguito l’ottimo  Andrea Zhock,  Coronavirus e struzzi politicamente corretti, pubblicato sull’ “Italia e il Mondo” in data 23 febbraio 2020 (all’URL https://italiaeilmondo.com/2020/02/23/coronavirus-e-struzzi-politicamente-corretti-a-cura-di-giuseppe-germinario/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200223132520/https://italiaeilmondo.com/2020/02/23/coronavirus-e-struzzi-politicamente-corretti-a-cura-di-giuseppe-germinario/), ancora, subito dopo,  un altro mio intervento, Massimo Morigi, Il governo pericoloso di Don Ferrante atto II, in “L’Italia e il Mondo”, 25 febbraio 2020 (https://italiaeilmondo.com/2020/02/25/il-governo-pericoloso-di-don-ferrante-2a-parte-di-massimo-morigi/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200229071219/https://italiaeilmondo.com/2020/02/25/il-governo-pericoloso-di-don-ferrante-2a-parte-di-massimo-morigi/), sempre il 25 febbraio due interessanti interventi di Antonio de Martini e di Piero Visani (https://italiaeilmondo.com/2020/02/25/cosa-abbiamo-imparato-di-antonio-de-martini-e-cosa-dovremmo-di-piero-visani/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200229213932/https://italiaeilmondo.com/2020/02/25/cosa-abbiamo-imparato-di-antonio-de-martini-e-cosa-dovremmo-di-piero-visani/), per finire con il sempre intelligente e smaliziato Antonio de Martini cioè con Id.,
Lettera a un professore, in “Italia e il Mondo”, 26 febbraio 2020, (all’URL
https://italiaeilmondo.com/2020/02/26/lettera-da-un-professore-di-antonio-de-martini/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200229090502/https://italiaeilmondo.com/2020/02/26/lettera-da-un-professore-di-antonio-de-martini/), sembrebbe che veramente, dal punto di vista dell’analisi politica, poco o nulla ci sarebbe da aggiungere sull’epidemia del Coronavirus. Si è già detto, abbiamo tutti più o meno già detto, sull’inefficenza  dell’azione governativa, prima troppo blanda, ora magari eccessiva nella sua isteria interventista, e si è già detto, e più o meno abbiamo tutti pensato, sulla debolezza del sistema Italia in questa crisi, come, per altro, in tutte le importanti crisi nazionali ed internazionali che mettono in discussione la sua stessa esistenza. Perché allora questo ulteriore intervento? Molto semplice. Perché oltre a tutti questi pensieri da tutti più o meno condivisi ora emerge, dopo che i (peraltro tardivi) provvedimenti del governo per arginare l’epidemia sono stati presi, un altro dato di fatto allarmante, se vogliamo ancora più allarmante sia della situazione oggettivamente grave sia della tardiva reazione governativa. Vale a dire l’abissale dolosa/colposa insipienza del sistema informativo  e delle c.d. élite intellettuali nel rappresentare la situazione a sé stesse e a chi dovrbbe prendere da loro consiglio. E se per quanto l’informazione massificata non si è riusciti ad andare oltre prima ad un flebile, molto flebile “piove governo ladro” ma poi, subito dopo, irridere  coloro che, giustamente terrorizzati dalla situazione, cercavano di accaparrarsi  al supermercato qualche scatoletta di carne ed invocare, sempre presso lo  stesso governo, il ritiro della misure poche ore prima (flebilmente) invocate, per quanto riguarda coloro che dovrebbero dare per dovere professionale un contributo di pensiero ci siamo trovati di fronte allo sciorinamento di predicozzi che, quando andava bene, tuonavano contro la globalizzazione (apparentemente benissimo, ma se non si sottolinea, come invece si è pur fatto sulle pagine dell’ “Italia e il Mondo”, il ruolo del tutto ancillare che l’Italia sta svolgendo in questo scenario, si tratta di parole al vento), quando andava male, attingevano alle solite contumelie contro la c.d. società consumistica che divora sé stessa nella sua frenesia produttiva e crea, per questo motivi, inenarrabili sconquassi economico-ecologici (infatti, quando non si produceva e distribuiva in maniera così forsennata, gli agenti alfa-strategici, i poveri cioè, morivano semplicemente di fame ma questi squilibri erano assenti! o forse no, vedi Peste Antonina, Peste Nera del Trecento e Peste manzoniana del Seicento…) e quando andava malissimo, orrore-errore di quella parte del sistema informativo e di quello politico ammorbata della peste ideologica, altro che Coronavirus…!, del  “politicamente corretto”, affermavano che le quarantene sono fasciste. E se per quest’ultime prese di posizione non rimane altro da dire che ci si trova davanti ad un caso di scuola di “distruzione della ragione”, focalizzandoci sulle contumelie general-generiche contro il sistema delle c.d. moderne democrazie industriali, il grave di queste  contumelie   non è tanto il fatto che contengano una pesante critica contro il mondo “democratico” ed industrializzato nel quale ci troviamo a vivere ma l’emotività e il (falso) moralismo anticonsumistico con cui vengono formulate e questo infantilismo espressivo è dovuto al semplice fatto che, tranne pochissime eccezioni, le classi intellettuali occidentali, e quelle italiane in particolare, hanno sempre rifiutato il pensiero politico realista, il solo modo di pensare che, pur nelle sue varie declinazioni, ha sempre posto l’accento sulla illusoria semantica del termine ‘democrazia’ così come comunemente (ed erroneamente) la si esprime e ideologicamente propaganda, appunto, nelle c.d. democrazie industriali.  Sulle ragioni di questo rifiuto abbiamo più volte detto e impiegando la famosa battuta di Leo Longanesi ‘La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: Tengo famiglia’, si definiscono in un sol botto non solo politici, mezzi di informazione di massa, intellettuali nazionali (ed internazionali) ma anche il povero popolo sottoposto a questi inetti ma anche feroci signori, un popolo per il quale ‘tenere famiglia’ è un diuturno affare serio e gravoso che, implica, ovviamente, anche i tanto moralisticamente deprecati accaparramenti di scatolette et similia.  Il governo pericoloso di Don Ferrante atto II terminava con la seguente frase del grande giuspubblicista di Plettenberg: «Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione.»: Carl Schmitt, Teologia politica, in Le categorie del ‘politico’, a cura di G. Miglio, e P. Schiera, Il Mulino, Bologna, 1972, p. 33.  Ora non tanto nella speranza di redimere una classe giornalistico-intellettuale-politica che è del tutto morta e, ancor meno, ovviamente, di dare un diretto contributo alla soluzione della crisi epidemiologica (a questo ci penseranno i tecnici medici e, ahinoi,  gli attuali sgangherati “decisori” politici che l’Italia ha oggi a disposizione – potrebbero essere definiti ‘lumpen decisori’ – nella speranza che questi due soggetti facciano meno vicendevole confusione di quanta ne han fatta finora, e ci penserà, anche, diciamolo chiaramente, l’epidemia stessa sulla cui natura e dinamica chi dice di sapere è la persona che men sa), ma col proposito di suscitare in tutti e in nessuno ragionamenti sul significato  filosofico-politico da attribuire alle  crisi di fiducia dei governati verso i governanti nella nostra italica c.d. democrazia  (crisi che, in questo caso, si è manifestata con gli accaparramenti di derrate alimentari, e i ganassa soloni che condannano questo comportamento si dovrebbero solo vergognare per la loro sì grande impudenza, dicono niente a costoro gli italici alluvioni e terremoti in cui l’aiuto dello Stato ai cittadini per superare la situazione è, per la sua totale assenza e inefficacia,  ancora più disastroso,  calmitoso – e finanche predatorio – dei disastri stessi?) e per stigmatizzare il sovrano che in questo, come in molti altri casi, non sa mai decidere sullo stato di eccezione, aggiungiamo altre tre altre auree massime schmittiane. La prima: «L’obbedienza non è arbitraria, ma è in qualche modo motivata. Perché dunque gli uomini danno il loro consenso al potere? In taluni casi per fiducia, in altri per timore, qualche volta per speranza, qualche volta per disperazione. Ma sempre hanno bisogno di protezione nel potere. Vista dall’uomo, la relazione fra protezione ed obbedienza resta la sola spiegazione del potere. Chi non ha il potere di proteggere uno, non ha nemmeno il diritto di pretendere da lui l’obbedienza. E viceversa chi cerca protezione e la ottiene, non ha nemmeno il diritto di rifiutare l’obbedienza.»: Carl Schmitt, Colloquio sul potere e sull’accesso presso il potente, in “Behemoth”, n. 2, anno II, 1987, pp. 47-57. La seconda: «La relazione di protezione obbedienza è la pietra angolare dello Stato architettato da Hobbes.»: Carl Schmitt, Lo Stato come meccanismo in Hobbes e Cartesio, in Scritti su Thomas Hobbes, a cura di C. Galli, Milano, 1986, pp. 52-53. La terza: «Il protego ergo obligo è il cogito ergo sum dello Stato, ed una dottrina dello Stato che non sia sistematicamente consapevole di questa massima, resta un frammento insufficiente. Hobbes ha indicato come scopo principale del suo Leviatano di riproporre agli occhi degli uomini la  “mutual relation between Protection and Obedience”, la cui inviolabile osservanza è imposta dalla natura umana così come dal diritto divino.»: Carl Schmitt, Il concetto di  ‘politico’,  in Id.,  Le categorie del politico, a cura di G. Miglio, P. Schiera, Il Mulino,  Bologna, 1972, pp. 136-137. Come sempre, declamato nella speranza che non tutto il male venga per nuocere, cioè che i vari “svuotamenti di Stato”  – o  colpi di extrastato che dir si voglia – cui stiamo assistendo in questi ultimi tempi siano veramente pronubi ad una autentica e profonda Epifania strategica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il governo pericoloso di Don Ferrante atto II, di Massimo Morigi

Il governo pericoloso di Don Ferrante II (Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione)
A parte lo scoramento per la situazione venutasi a creare in Italia in seguito alla diffusione
del Corona virus in Italia (se non sbaglio il primo paese del mondo non asiatico per numero di contagi, un brillante risultato dovuto alle ridicole reazioni governative di tutela della salute pubblica messe in campo non appena si ebbe notizia del pericolo), non ci sarebbe molto da aggiungere a quanto già detto sull’ “Italia e il Mondo” ne Il governo pericolooso di Don Ferrante (https://italiaeilmondo.com/2020/02/21/il-governo-pericoloso-di-don-ferrante-dimassimo-morigi/, Wayback Machine:
http://web.archive.org/web/20200223110210/https://italiaeilmondo.com/2020/02/21/il-governopericoloso-di-don-ferrante-di-massimo-morigi/) e, sempre sull’ “Italia e il Mondo” da quanto subito dopo ancor più dettagliatamente argomentato da Andrea Zhok sotto il titolo Coronavirus e struzzi politicamente correttti (all’URL
https://italiaeilmondo.com/2020/02/23/coronavirus-e-struzzi-politicamente-corretti-a-cura-digiuseppe-germinario/, Wayback Machine:
http://web.archive.org/web/20200223132520/https://italiaeilmondo.com/2020/02/23/coronavirus
-e-struzzi-politicamente-corretti-a-cura-di-giuseppe-germinario/).

Ma, tuttavia, c’è un piccolo dettaglio, che vale la pena mettere in rilievo. Chi ha avuto la stoica sopportazione di seguirmi in questi anni sulle pagine elettroniche dell’ “Italia e il Mondo” si sarà bene accorto del mio rapporto di odio-amore con Carl Schmitt, e questo non perché lo abbia mai giudicato macchiato dai suoi trascorsi nazisti (come invece tuttora fa il politicamente corretto, sempre confondendo il giudizio sul valore di un pensiero con quello di chi lo esprime; estrema putrefazione di questa mentalità: le contestazioni a Roman Polanski per non farlo partecipare a Cannes perché alcuni decenni fa avrebbe forse commesso una violenza carnale) ma, molto semplicemente ed apparentemente sorprendentemente, dal sottoscritto giudicato non sufficientemente decisionista. Ma ci sono momenti in cui il pur “timido” decisionismo di Carl Schmitt è tuttora la stella polare del moderno pensiero filosofico-politico ed è lo strumento principale per conferire il suggello analitico alle situazioni di crisi politica sulle quali ci dobbiamo confrontare come cittadini e come analisti. E, allora, non tanto di fronte alla tardiva reazione governativa del mese appena trascorso, sulla quale abbiamo già detto, ma di fronte all’altrettanto giuridicamente arlecchinesco Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n. 31- EMERGENZA EPIDEMIOLOGICA DA COVID-2019, emesso in data 23 febbraio 2020 (all’Url http://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-delconsiglio-dei-ministri-n-31/14163, Wayback Machine:
http://web.archive.org/web/20200223131934/http://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-delconsiglio-dei-ministri-n-31/14163), nel quale, testuali parole si recita: «Il Consiglio dei Ministri si è riunito sabato 22 febbraio 2020, alle ore 19.02, presso la sede del Dipartimento della protezione civile, sotto la presidenza del Presidente Giuseppe Conte. Segretario il Sottosegretario alla Presidenza Riccardo Fraccaro. […] Si introduce, inoltre, la facoltà, per le autorità competenti, di adottare ulteriori misure di contenimento, al fine di prevenire la diffusione del virus anche fuori dai casi già elencati. L’attuazione delle misure di contenimento sarà disposta con specifici decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della salute, sentiti i Ministri e il Presidente della Regione competente ovvero il Presidente della Conferenza dei presidenti delle regioni, nel caso in cui gli eventi riguardino più regioni. Nei casi di estrema necessità ed urgenza, le
stesse misure potranno essere adottate dalle autorità regionali o locali, ai sensi dell’articolo 32 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, fino all’adozione del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.», venie subito alla mente l’immortale sentenza del giuspubblicista di Plettenberg: «Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione.» (Carl Schmitt, Teologia politica, in Le categorie del ‘politico’, a cura di G. Miglio, e P. Schiera, Il Mulino, Bologna, 1972, p. 33). Già chi è in questo caso il sovrano? e  ha diritto chi di fatto sovrano non lo è più pretendere la sottomissione di coloro verso i quali non sa nemmeno prendere in prima persona provvedimenti eccezionali per difenderli? Se l’attuale epidemia potesse insinuare nella pubblica opinione queste domande, non tutto il male, come si dice, verrrebbe
per nuocere.
Massimo Morigi – 23 febbraio 2019

Il   Governo pericoloso di Don Ferrante, di Massimo Morigi

                                               

 

Il Governo pericoloso di Don Ferrante

 

La vita e le dinamiche delle società cosiddette avanzate, altrimenti dette democrazie industriali, molto spesso impongono difficoltà di analisi e giudizio le quali, almeno da un punto di vista strettamente tecnico, si rivelano per la pubblica opinione difficilmente comprensibili ma anche di assai difficile approccio per coloro che, come lo scrivente, sono a malapena dotati di qualche flebile competenza filosofico-politica.

Ovviamente, vedi il caso delle attuali classi dirigenti italiane per le quali la permanenza nell’Euro è una sorta di mantra per coprire le loro storiche manchevolezze, non è difficile emettere un giudizio negativo ma questo, inevitabilmente – per ragioni sia di mancanza di competenze economiche specifiche da parte di chi emette il giudizio (tanto per non andare lontano: sempre lo scrivente), sia per il fatto che decisioni come la permanenza nell’Euro che non sono solo economiche ma, soprattutto, di tipo storico e destinale per una comunità nazionale e che quindi più che l’intelletto nel giudicarle richiedono un uso massiccio della hegeliana ragione, la quale, come si sa o come si dovrebbe sapere è posseduta da tutti e da nessuno –  si risolve, alla fine in una petitio principii, che certo non è, come comunemente si crede, un errore logico, anzi!, ma sicuramente è contestabile da  contrarie ed altrettanto legittime prese di posizione (anche se, mi permetto di aggiungere, malefiche per le sorti della nostra nazione).

Ma vi sono casi in cui queste difficoltà svaniscono come neve al sole ed è sufficiente l’uso del semplice intelletto per emettere il giudizio. Come nel caso del Coronavirus, per il quale il nostro beneamato governo, (nonostante tutti gli appelli di buonsenso contrari alla sua linea, per non dire altro,  lassista,  vedi virologo Roberto Burioni) ha ritenuto di non dovere imporre la quarantena obbligatoria per coloro che sono stati esposti a rischio di contagio ma solo, ora sembra, per coloro che sono di ritorno dalla Cina.

E a questo punto,  per trovare una spiegazione a tanto “coraggio”  indecisionista bisogna però di nuovo ricorrere alla hegeliana ragione e avanzare l’ipotesi che chi ha paura delle scie chimiche, forse giustamente vuole proporre una riabilitazione del manzoniano Don Ferrante che, profondo nella scienza astrologica, morì per aver voluto negare la peste, ma la cui morte, può sempre ribadire il cultore della scia chimica, è stato solo un fatto letterario e voluto dal quell’arcigno ed aristocratico scrittore che rispondeva al nome di Alessandro Manzoni.

Il Manzoni, noi aggiungiamo, del tutto verosimilmente non avrebbe  nemmeno speso  un pensiero di commiserazione per un governo composto  dagli smandrappati scappati di casa seguaci del cielo stellato e dagli sfiancati e geneticamente modificati epigoni di una rivoluzione che fu grande e che, pur con tutti i suoi orrori,  di fronte a grandi sfide seppe imporre anche grandi ed efficaci risposte e non blaterare ad ogni piè sospinto la pappa del cuore del politicamente corretto. Pappa del cuore che non è solo propaganda ma infetta anche la loro mente e che fa sì che non si prendano misure draconiane, per limitare questa nuova peste, per paura che gli italiani si rivelino razzisti contro i cinesi, mentre è di tutta evidenza che rischi xenofobi si correrebbero proprio nel caso la situazione dovesse sfuggire di mano.   

 

Massimo Morigi 

 

 

 

1 5 6 7 8 9 12