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Zhang Weiwei: Quali soluzioni offre l’innovazione teorica sul concetto di “nazione basata sulla civiltà” al sistema di conoscenza autonomo della Cina?_di Zang Weiwei – Valori statali della civiltà contro eccezionalismo nichilista, di Karl Sanchez

Zhang Weiwei: Quali soluzioni offre l’innovazione teorica sul concetto di “nazione basata sulla civiltà” al sistema di conoscenza autonomo della Cina?

  • Zhang WeiweiMembro del Consiglio nazionale dei think tank di alto livello, direttore dell’Istituto di studi cinesi dell’Università di Fudan

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21 ottobre 2026, ore 07:55:18Dimensione carattere: A- A A+Fonte: Guanchazhe.comLetture: 33.277

Dieci anni fa è stata avanzata la proposta di “accelerare la costruzione di una filosofia e di scienze sociali con caratteristiche cinesi”; dieci anni dopo, perché molte ricerche in materia si limitano ancora a deduzioni teoriche basate su ciò che “dovrebbe essere”? Al contrario, la teoria dello “Stato di tipo civile” è uscita dalla torre d’avorio, diventando un risultato “concreto” che influenza i cambiamenti nell’assetto mondiale odierno: quali spunti offre ciò per la costruzione di un sistema di conoscenza autonomo in Cina?

Il 15 ottobre, in occasione del Forum dei Pensatori 2026, organizzato congiuntamente dall’Istituto di Studi sulla Cina dell’Università di Fudan, dalla rivista *Oriental Studies*, dal sito web *Observer*, dalla casa editrice *Dilang Culture* e dall’Istituto di Ricerca per lo Sviluppo “Shanghai Chunqiu”, Zhang Weiwei, direttore dell’Istituto di Studi sulla Cina dell’Università di Fudan, ha tenuto un discorso programmatico dal titolo “Innovazione teorica dello Stato di civiltà: promuovere il passaggio del sistema di conoscenza autonomo cinese dal dover essere all’essere”, ha condiviso le sue riflessioni su come far sì che il sistema di conoscenza autonomo cinese attecchisca e si radichi, mettendo in relazione il processo pratico di innovazione teorica dello Stato di civiltà.

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Il professor Zhang Weiwei ha tenuto un discorso programmatico al Forum dei Pensatori 2026

Zhang Weiwei:

Quest’anno ricorre il decimo anniversario del simposio sulle scienze filosofiche e sociali presieduto dal Segretario Generale Xi Jinping. In quell’occasione, il Segretario Generale ha proposto di «accelerare la costruzione di scienze filosofiche e sociali con caratteristiche cinesi». Anch’io ho avuto l’onore di partecipare a quel simposio e di intervenire in qualità di rappresentante degli studiosi di scienze politiche. Successivamente, il Segretario Generale ha proposto di «costruire un sistema di conoscenza autonomo cinese».

Tuttavia, ad oggi, la maggior parte delle ricerche in materia sembra ancora limitarsi al livello del “dovrebbe essere”; molti articoli si limitano a speculazioni astratte e a ragionamenti chiusi su se stessi, o addirittura continuano a seguire un percorso di dipendenza dal occidentalismo. Ritengo che non ci sia tempo da perdere: il mondo accademico cinese dovrebbe passare al più presto dal «dovrebbe essere» al «è», rispondendo attraverso una solida ricerca originale alle singole e concrete «domande della Cina, del mondo, del popolo e dell’epoca», e costruire in questo processo un sistema di conoscenza autonomo cinese.

Per quanto riguarda il percorso verso il “reale”, mi sono impegnato molto e ho ottenuto alcuni risultati; ora vorrei illustrarveli brevemente.

A partire dagli anni ’80, partendo dal fatto che l’Occidente interpretava spesso in modo errato la Cina, ho iniziato a dedicarmi allo studio del “modello cinese”, mettendo in discussione le teorie occidentali dominanti e approfondendo i concetti e la cultura cinesi; successivamente mi sono dedicato allo studio della civiltà cinese, fino a proporre, nel 2010, la tesi e il quadro teorico dello “Stato di tipo civile”.

Nei dieci anni successivi ho dedicato tutte le mie energie a questo progetto, pubblicando numerosi libri specialistici e una serie di saggi e articoli, oltre a intrattenere numerosi dialoghi, scambi e persino dibattiti con studiosi, personalità politiche e rappresentanti dei media sia in Cina che all’estero. Oggi si può affermare che la “teoria dello Stato di tipo civile” abbia gettato le basi per un’argomentazione logica di fondo, in grado di reggere al confronto internazionale, e per un sistema di conoscenze di una certa portata a sostegno del percorso cinese, del modello cinese e della grande rinascita della nazione cinese.

Mi rallegra particolarmente il fatto che oggi il discorso sugli “Stati di civiltà” sia uscito dalla torre d’avorio per diventare uno dei discorsi politici dominanti nel mondo attuale. Anche importanti paesi non occidentali come la Russia, l’India e l’Iran si sono dichiarati “Stati di civiltà”. Già all’inizio del 2020, *The Economist* pubblicava un articolo in cui affermava senza mezzi termini: il XX secolo è stato l’era degli Stati-nazione, mentre il XXI secolo potrebbe diventare il secolo degli Stati-civiltà. Anche una prima analisi dei dati disponibili lo conferma: negli ultimi dieci anni, la letteratura che tratta o menziona il concetto di «Stato-civiltà» copre 92 riviste in lingua cinese e 78 in lingua inglese, e il numero di pubblicazioni degli ultimi cinque anni (2021-2025) è 3,8 volte superiore a quello dei cinque anni precedenti.

Il numero autunnale di quest’anno della rivista *Oriental Studies* ha appena pubblicato il mio articolo intitolato “Innovazione teorica dello Stato di tipo civile: promuovere il passaggio del sistema di conoscenza autonomo cinese dal ‘dovrebbe essere’ al ‘è’”, e attendo con grande interesse le critiche e i suggerimenti di tutti voi.

Quest’anno si sono verificati anche due episodi legati a questo argomento. Il primo risale ad aprile, quando Fukuyama ha ammesso pubblicamente che «la Cina ha dato vita a un modello davvero straordinario che, se continuasse a mantenere questo slancio di sviluppo, potrebbe davvero diventare un’alternativa praticabile alla democrazia occidentale». Ciò ha riportato alla ribalta il dibattito che io e Fukuyama avevamo avuto 15 anni fa sul modello cinese, rendendolo nuovamente oggetto di accese discussioni online.

In secondo luogo, lo scorso settembre, l’“Atene Democracy Forum” – roccaforte spirituale e piattaforma di dibattito della democrazia occidentale – mi ha ufficialmente invitato – in qualità di studioso che da tempo critica seriamente il modello occidentale – a tenere un discorso e a partecipare a un dibattito sul tema “La crisi d’identità della democrazia occidentale”. In altre parole, anche all’interno dell’establishment occidentale ci sono molte persone che desiderano ascoltare opinioni diverse e promuovere una certa riforma del modello occidentale.

Alla vigilia dell’apertura del forum, Lucas Velidakis, un giornalista greco di lunga data, mi ha intervistato; la prima domanda che mi ha posto è stata: «Ritiene che il dibattito che ha avuto con Fukuyama 15 anni fa abbia dimostrato che lei ha vinto e lui ha perso?». Ho risposto che in Cina molti hanno sintetizzato quel dibattito in cinque previsioni politiche, ovvero: «La Primavera araba si trasformerà in un Inverno arabo», «Il populismo distruggerà la democrazia occidentale», «Se il sistema politico statunitense non verrà riformato, potrebbe eleggere un leader peggiore di George W. Bush», «Le culture del mondo non convergeranno» e «La fine della “fine della storia”», sottolineando che «guardando indietro, si sono avverate tutte», il tempo è davvero il miglior arbitro.

Quindici anni fa, Fukuyama aveva già elaborato il proprio sistema di pensiero sulla “fine della storia”, mentre io avevo sviluppato il mio sistema di pensiero sullo “Stato di civiltà”; pertanto, lo scontro tra le nostre opinioni è stato, in un certo senso, anche uno scontro tra due sistemi di pensiero. Se si può dire che io abbia vinto questo dibattito, allora si può anche affermare che il sistema di pensiero sullo “Stato di civiltà” abbia prevalso su quello della “fine della storia”.

Di seguito illustrerò brevemente i contenuti fondamentali della teoria dello “Stato-civiltà”: innanzitutto, la definizione e le caratteristiche. Definizione di “Stato-civiltà”: un connubio organico tra un’antica civiltà che si è tramandata ininterrottamente per millenni e uno Stato moderno di dimensioni gigantesche. Esso presenta le caratteristiche fondamentali delle “quattro ‘super’ e una combinazione”: in primo luogo, una popolazione di dimensioni gigantesche; in secondo luogo, un territorio estremamente vasto; in terzo luogo, una tradizione storica estremamente antica; in quarto luogo, un patrimonio culturale estremamente ricco; e ciascuna di queste “super” rappresenta sostanzialmente la fusione tra antichità e modernità.

Faccio un esempio semplicissimo: all’epoca avevamo previsto che gli Stati Uniti avrebbero perso la guerra tecnologica con la Cina, e alla base di questa previsione c’era un principio fondamentale: storicamente siamo sempre stati una nazione con una popolazione numerosa, ma oggi i cinesi hanno ricevuto un’ottima istruzione moderna e, sin dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, è stata data grande importanza alla matematica, alla fisica e alla chimica; ancora oggi la maggior parte dei nostri studenti delle scuole superiori ama queste materie. Ogni anno formiamo un numero di ingegneri e professionisti del settore tecnologico superiore alla somma di quelli dei paesi occidentali.

Se dovessimo individuare un contributo fondamentale degli Stati civili alla costruzione dei sistemi di conoscenza, direi che essi hanno realizzato una serie di progressi fondamentali e di cambiamenti paradigmatici nei quattro ambiti a lungo dominati dall’Occidente, ovvero la teoria dello Stato, la teoria delle istituzioni, la teoria della democrazia e la teoria dei partiti politici.

In primo luogo, dal punto di vista della teoria dello Stato, si è verificato un cambiamento di paradigma dal “Stato-nazione” allo “Stato di civiltà”. La teoria occidentale dello “Stato-nazione” comprende concetti quali la cosiddetta “sovranità del popolo” e il “mandato popolare”. Anche se l’economia cinese, in termini di parità di potere d’acquisto, ha ormai superato quella degli Stati Uniti, la teoria dominante occidentale continua a rifiutarsi di considerare la Cina uno “Stato moderno”. Come afferma il sinologo statunitense Bai Luxun, la Cina è un’antica civiltà travestita da Stato-nazione. Perché? Proprio perché, secondo lui, non si tratta di uno Stato-nazione tipico. A loro avviso, ogni Stato-nazione deve possedere una «delega di potere da parte del popolo» o una «sovranità popolare» definite secondo i criteri occidentali; se non si è seguito tale iter, se non vi è la separazione dei poteri né la competizione multipartitica, come si può definirlo uno Stato moderno?

Sia gli intellettuali pubblici del nostro Paese che molti studiosi di scienze politiche ritengono che la Cina sia ancora in fase di transizione. Io sostengo che non sia così: la Cina ha già realizzato la fusione tra “Stato-nazione” e “Stato-civiltà”, dando vita a uno Stato di tipo civilizzazionale, che rappresenta una forma di Stato superiore. Dopo questa svolta teorica, si ha spesso la sensazione che, guardando agli avvenimenti mondiali, “tutte le altre montagne sembrino piccole”.

In secondo luogo, dal punto di vista della teoria istituzionale, ha compiuto un cambiamento di paradigma dal “sistema politico” alla “via della governance”. La corrente principale della teoria istituzionale occidentale è improntata al pensiero del sistema politico, secondo cui la democrazia nelle sue forme – come il multipartitismo o il principio “un uomo, un voto” – costituisce la democrazia in sé. Io lo definisco «studio da pigro»: queste persone, quando vengono in Cina, pongono sempre la stessa domanda: «La vostra riforma economica va bene, ma perché non attuate una riforma del sistema politico? Perché non adottate la forma di democrazia occidentale?». La teoria dello Stato di tipo civile sostiene che la via del governo sia l’elemento chiave; noi seguiamo la Via e applichiamo le tecniche.

Dal punto di vista del Dao, a quale scopo serve la democrazia? Perché oggi l’Occidente non si pone più questa domanda? Ne ho parlato al Forum sulla democrazia di Atene: noi diciamo che «l’acqua può sostenere la barca, ma può anche capovolgerla». I numerosi problemi della democrazia occidentale, il suo allontanamento sia dal proprio popolo che dai popoli di tutto il mondo, hanno portato alle gravi crisi odierne.

Come risolvere questo problema? È necessario “guidare la tecnica con il Dao”, ovvero osservare la democrazia dal punto di vista del Dao per capire a cosa serva realmente. Non è detto che accettino questa mia affermazione, ma almeno ho notato che molti tra il pubblico presente annuivano, specialmente i giovani, poiché non avevano mai sentito parlare di questa teoria prima d’ora. Durante il dibattito, ho detto che «trattare sia i sintomi che le cause» è un principio che anche i bambini cinesi comprendono; il fatto che la lingua di una nazione civilizzata contenga così tanti modi di dire riflette una grande saggezza e il distillato di molte esperienze. Ad esempio, quando Deng Xiaoping disse «nascondere la propria luce e coltivare l’oscurità», in un attimo l’intera nazione capì cosa significasse, cosa che in Occidente sarebbe difficile da immaginare.

Quando ho discusso con Fukuyama, nell’ultima parte del dibattito ho parlato di saggezza, che è un aspetto fondamentale per uno Stato civilizzato, e ho affermato che alla politica statunitense manca un po’ di saggezza. Avete combattuto così tante guerre, ottenendo quasi sempre vittorie sul piano tattico, ma subendo quasi sempre sconfitte su quello strategico; la ragione è proprio la mancanza di saggezza. Tuttavia, la scienza politica statunitense non si occupa della saggezza, poiché è difficile quantificarla; di conseguenza, molti giudizi basati sulla saggezza e sul buon senso vengono scartati, con il risultato naturale di un susseguirsi di errori.

La Cina segue una filosofia politica basata sul “Dao”, secondo cui il “Dao” guida lo “Shu”. Innanzitutto occorre discutere degli obiettivi che la democrazia deve raggiungere: un “buon governo” incentrato sul popolo. Partendo da questa filosofia politica, la Cina sta esplorando con coraggio soluzioni istituzionali in linea con le proprie realtà sociali e nazionali; oggi questa strada sta diventando sempre più ampia, mentre la democrazia occidentale, incentrata sul “sistema politico”, sta diventando sempre più rigida.

In terzo luogo, per quanto riguarda la teoria della democrazia, è stato affermato il passaggio dal paradigma occidentale “democrazia/autocrazia” al paradigma cinese “buon governo/cattivo governo”. A partire dal periodo della Guerra Fredda, l’Occidente ha sintetizzato la teoria della democrazia nel paradigma “democrazia/autocrazia”, secondo cui tutto ciò che non è democrazia è autocrazia. La teoria dello Stato civilizzato sostiene che il paradigma ormai superato di “democrazia/autocrazia” debba essere sostituito dal paradigma “buon governo/cattivo governo”. Gli studiosi occidentali mi hanno chiesto: «Perché eviti la questione della democrazia?». Io ho risposto: «Perché voi evitate la democrazia sostanziale? Il buon governo è proprio la democrazia sostanziale: come potete non interessarvene?».

In quarto luogo, per quanto riguarda la teoria dei partiti politici, essa ha realizzato un cambiamento di paradigma dal modello occidentale del “partito di interessi parziali” a quello cinese del “partito di interessi collettivi”. I partiti politici occidentali sono apertamente “partiti di interessi parziali”, mentre gli Stati di tipo civile sono anche “unioni di cento nazioni” che, a partire dal 221 a.C., hanno dato vita alla tradizione di governare attraverso un “gruppo dirigente unificato”, sostenuta da un intero sistema di disposizioni istituzionali volte a selezionare i più meritevoli e a nominare i più capaci. Il Partito Comunista Cinese ha portato avanti e sviluppato questa tradizione; altrimenti lo Stato sarebbe caduto in frammentazione. Se si osserva il modello occidentale dei «partiti di interesse parziale» alla luce di questo criterio, come potrebbero mai elaborare piani a lungo termine? Rappresentando gli interessi di una parte della popolazione, come potrebbero mai portare avanti le riforme? Le riforme devono necessariamente rappresentare gli interessi complessivi del popolo, altrimenti verrebbero ostacolate da ogni sorta di interessi acquisiti. La Cina è esperta in materia di riforme; ho detto loro che negli ultimi quasi 50 anni, in Cina si è parlato di riforme ogni anno, ogni mese e ogni giorno, ed è per questo che il Paese ha compiuto rapidi progressi.

9月29日晚,张维为教授参加在雅典科学院举行的雅典民主论坛开幕辩论

La sera del 29 settembre, il professor Zhang Weiwei ha partecipato al dibattito inaugurale del Forum sulla democrazia di Atene, tenutosi presso l’Accademia delle Scienze di Atene.

La teoria dello Stato civile riguarda naturalmente anche l’ontologia, l’epistemologia e la metodologia. L’ontologia si occupa della domanda: «Qual è l’essenza delle cose?». Il materialismo sostiene che l’essenza del mondo sia la materia (la realtà oggettiva), mentre l’idealismo ritiene che l’essenza del mondo sia la coscienza (lo spirito, l’idea o il divino). Sebbene Fukuyama abbia in parte riconosciuto il modello cinese, finora ha comunque sostenuto che la sua «teoria della fine della storia» sia una «fine» nel senso hegeliano del termine. In realtà, Fukuyama si limita a dedurre la «libertà assoluta» perseguita dallo «Spirito assoluto» di Hegel come «bisogno psicologico dell’umanità di ottenere un riconoscimento paritario». Quando Fukuyama considera la democrazia liberale occidentale come l’unico sistema in grado di soddisfare perfettamente tale bisogno, giunge alla conclusione che l’umanità abbia già raggiunto il punto finale nell’evoluzione delle ideologie e dei sistemi politici.

Tuttavia, ridurre la storia a un’autoevoluzione dello spirito assoluto significa ignorare i fatti e le leggi dello sviluppo storico, quali la produzione materiale, la base economica, le lotte di classe e la diversità delle civiltà. Questa visione idealistica della storia è proprio la causa principale dei ripetuti errori di valutazione delle tendenze globali da parte di Fukuyama e di altri occidentalocentristi.

L’epistemologia si occupa di come conosciamo il mondo. La teoria della “fine della storia” è caratterizzata dalla “deduzione a priori”. Partendo dai concetti astratti dell’Illuminismo occidentale (come i diritti umani innati, la libertà assoluta, ecc.), essa deduce logicamente un modello politico universale, per poi applicarlo con la forza ai paesi non occidentali come se fosse una “verità assoluta”. Gli Stati basati sulla civiltà, invece, sostengono la «ragione pratica». Essi decostruiscono il «mito universale» inventato dai sistemi e dal discorso occidentali, ritenendo che i sistemi occidentali siano solo una forma particolare tra le numerose civiltà politiche dell’umanità. Gli Stati basati sulla civiltà ritengono che la storia sia guidata dalla pratica materiale, piuttosto che da un percorso spirituale verso un punto di arrivo. La pluralità delle civiltà, i nuovi conflitti, i nuovi problemi e i nuovi modi di produzione emergono continuamente; la storia non avrà mai fine e i sistemi sono in continua evoluzione.

Il sistema di conoscenza moderno occidentale è profondamente legato all’ideologia liberista, dando di fatto origine a una logica cognitiva secondo cui «l’ideologia precede la realtà oggettiva». Nell’interpretare la Cina, l’Occidente parte generalmente dal presupposto che «il liberalismo sia superiore agli altri sistemi». Tale presupposto è quasi implicito nelle teorie dominanti delle scienze sociali occidentali, ma molti dei nostri studiosi ne sono piuttosto indifferenti, o addirittura lo ignorano: come può una tale mentalità consentire la costruzione di un sistema di conoscenza autonomo per la Cina? L’interpretazione occidentale delle pratiche cinesi è spesso caratterizzata da una «lettura selettiva ed errata». Ad esempio, le ragioni del successo della Cina vengono spiegate o con l’«adozione del modello occidentale di economia di mercato», oppure con il «modello di crescita basato sulla manodopera a basso costo e sul consumo di risorse». La riforma del sistema di governance nazionale promossa dalla Cina viene invece distorta come «autocorrezione del sistema autoritario».

La metodologia di uno Stato civile è quella di «attenersi rigorosamente alla realtà». Essa rifiuta l’occidentalocentrismo e la «teoria della fine della storia», aderisce al principio di «non attenersi ciecamente ai libri né alle idee straniere, ma solo alla realtà» e considera i risultati pratici come il criterio fondamentale per verificare la correttezza delle conoscenze.

Anche l’innovazione metodologica è fondamentale, altrimenti non è possibile comprendere appieno i paesi con un modello di civiltà. Ad esempio, l’innovazione nel sistema degli indicatori. Un confronto complessivo tra i settori sviluppati e quelli meno sviluppati della Cina e degli Stati Uniti (che comprenda gli indicatori chiave di maggiore interesse per la popolazione, quali il patrimonio netto mediano delle famiglie, l’aspettativa di vita pro capite, il tasso di mortalità infantile, la sicurezza pubblica, le infrastrutture, ecc.).

Inoltre, data l’enorme dimensione degli Stati-civiltà, propongo di superare la difficoltà di percepire la Cina come un’entità “unica e omogenea” adottando un approccio basato sui blocchi e sulle loro interazioni. La prospettiva degli Stati-civiltà si concentra sulle interazioni e sullo sviluppo coordinato tra i diversi blocchi interni alla Cina, in particolare sulle relazioni tra i blocchi sviluppati e quelli delle economie emergenti, consentendo così alla ricerca politica di passare da un approccio statico a uno dinamico.

L’importanza di costruire un sistema di conoscenza autonomo risiede, in primo luogo, nell’eliminazione del principale ostacolo allo sviluppo delle scienze filosofiche e sociali cinesi — l’occidentalocentrismo e il predominio culturale e i pregiudizi che ne derivano; in secondo luogo, nella formazione di una comprensione oggettiva e accurata degli affari cinesi e mondiali, nonché di una narrativa dominante; in terzo luogo, nella promozione di un dialogo paritario e di uno scambio e apprendimento reciproci tra civiltà a livello globale. Di seguito illustrerò il tutto con alcuni esempi.

Il primo esempio è il dibattito con Fukuyama del 2011: mentre la “Primavera araba” era in pieno svolgimento, predissi che essa si sarebbe presto trasformata in un “Inverno arabo”, basando tale valutazione su un’esperienza fondamentale del successo dello Stato di tipo civile cinese: evitare assolutamente di “non adattarsi al contesto locale”. L’«acqua» rappresenta la cultura che permea ogni cosa: la cultura religiosa del mondo arabo è profondamente radicata nella popolazione e i sistemi occidentali non possono cambiarla. Il «terreno» si riferisce al fatto che il contesto politico, economico e sociale dei paesi arabi è completamente diverso da quello occidentale; pertanto, copiare alla lettera i sistemi politici occidentali è destinato inevitabilmente al fallimento.

Il secondo esempio risale al 2018, quando avevo previsto che gli Stati Uniti avrebbero perso la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. Lo “Stato di civiltà” è un sistema di conoscenza de-occidentalista e decolonizzato che, dal punto di vista metodologico, si basa su un approccio rigorosamente realistico. Esso mette in discussione tutte le teorie basate sull’esperienza occidentale, compresi i sistemi di indicatori. Proprio questo approccio rende molte delle nostre valutazioni molto più affidabili rispetto alle ricerche basate sulle teorie occidentali. Ad esempio, abbiamo decostruito in modo oggettivo una serie di sistemi di indicatori, tra cui il PIL degli Stati Uniti, giungendo ben presto alla conclusione che la reale dimensione dell’economia cinese fosse già superiore a quella statunitense e che la dipendenza dell’economia americana dalla Cina fosse maggiore di quella dell’economia cinese dagli Stati Uniti.

Il terzo esempio è la questione di Hong Kong: in seguito alle proteste del 2019 contro la modifica della legge, l’Assemblea nazionale del popolo ha emanato la “Legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong”; il nostro commento è che ciò ha permesso a Hong Kong di evitare il destino di Kiev. Il motivo è che Hong Kong, situata al confine tra la civiltà occidentale e quella orientale, può essere o un ponte o una fortezza. Dal punto di vista della definizione di «Stato di tipo civile», essa comprende concetti quali Stato-nazione, Stato di civiltà, Stato di tipo civile, comunità di tipo civile, area centrale di civiltà e area periferica di civiltà. La regione di Hong Kong e l’Ucraina, ad esempio, sono entrambe zone di confine tra civiltà diverse e possono diventare o un ponte per lo scambio tra civiltà diverse o una roccaforte per il loro scontro. È proprio in questo senso che affermo che l’adozione della Legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong ha permesso a Hong Kong di evitare il destino di Kiev.

Il quarto esempio è il “problema di Joseph Needham”: partendo dalla logica di fondo della teoria dello Stato-civiltà, secondo cui dietro ogni successo si cela una fusione tra tradizione e modernità, si può porre il “problema di Joseph Needham al contrario” – che alcuni definiscono anche “problema di Zhang Weiwei” – ovvero: perché oggi la nostra scienza e tecnologia riescono a recuperare terreno così rapidamente? Dal punto di vista della teoria delle nazioni basate sulla civiltà, nella nostra storia antica vigeva il principio «l’istruzione per tutti senza distinzioni»; dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, abbiamo inoltre attribuito grande importanza alle discipline matematiche, fisiche e chimiche, formando ogni anno un numero di talenti scientifici e ingegneri superiore alla somma totale dei paesi occidentali. Diciamo che «tra tre persone che camminano insieme, ce n’è sicuramente una da cui imparare» e che «seguiamo il bene senza esitazione». Deng Xiaoping ha affermato: se solo avessimo mantenuto un atteggiamento di apertura, la Cina non avrebbe perso la rivoluzione industriale. Introdurre, assimilare, assorbire e poi innovare in modo autonomo o attraverso l’integrazione: questa è l’esperienza fondamentale che ha permesso alla Cina di superare rapidamente gli altri. Inoltre, la popolazione e il territorio di dimensioni enormi consentono alla Cina di esplorare contemporaneamente diversi percorsi tecnologici e di avere una concorrenza充分, motivo per cui i nostri prodotti si rinnovano rapidamente e le innovazioni si susseguono senza sosta.

Infine, vorrei proporre un argomento relativo al percorso da seguire per “costruire un sistema di conoscenza autonomo” e discuterne con voi.

Vorrei innanzitutto ripercorrere un episodio storico: nel 1956 lo Stato elaborò un piano quinquennale per la scienza; Qian Weichang propose che il piano si concentrasse su settori quali l’energia atomica, i missili e l’astronautica (satelliti), ma all’epoca la stragrande maggioranza degli esperti riteneva che si dovesse dare priorità allo sviluppo della fisica pura e della matematica pura, gettando prima le basi teoriche. Ritenevano che le applicazioni ingegneristiche come i missili e i satelliti fossero troppo orientate al risultato immediato. In una riunione di oltre quattrocento esperti, gli unici a sostenere Qian Weichang furono Qian Xuesen (aerospaziale) e Qian Sanqiang (bomba atomica), ovvero i «Tre Qian»; tuttavia, alla fine il Primo Ministro Zhou approvò l’orientamento dei «Tre Qian», stabilendo che i progetti di cui lo Stato aveva urgente bisogno, come i missili e l’aerospaziale, fossero considerati prioritari. Allo stesso tempo, i «Tre Qian» proposero l’orientamento secondo cui «i grandi progetti dovrebbero guidare lo sviluppo delle discipline di base». I progetti ingegneristici pongono sfide complesse, e queste sfide stimolano a loro volta l’innovazione teorica. Ad esempio, lo sviluppo della bomba atomica in Cina ha dato impulso alla nascita della fisica nucleare; all’epoca, l’Università di Fudan istituì a tal fine un secondo dipartimento di fisica, mentre il settore aerospaziale ha favorito lo sviluppo di discipline quali l’aerodinamica e la fluidodinamica.

Oggi, nella costruzione di un sistema autonomo di conoscenze nel campo della filosofia e delle scienze sociali, ci si trova di fronte alla scelta tra un approccio orientato alle discipline o orientato alle questioni fondamentali. L’approccio adottato dai paesi di tipo civile è quello orientato alle questioni fondamentali. Partendo dal problema della continua errata interpretazione della Cina da parte della teoria occidentale, analizzo le carenze delle teorie occidentali relative allo Stato, alle istituzioni, alla democrazia e ai partiti politici, supero gli errori del occidentalocentrismo a livello ontologico, epistemologico e metodologico, realizzando alcune svolte fondamentali e trasformazioni paradigmatiche, La risoluzione di tali questioni ha portato a progressi teorici e ha gettato le basi per la costruzione di una «nuova politologia» o di una «cinesistica contemporanea»; si può addirittura affermare che la «nuova politologia» o la «cinesistica contemporanea» siano ormai alle porte. Al contrario, se si evitasse di affrontare le sfide poste dai grandi problemi della realtà, se non si riuscisse a decostruire radicalmente l’occidentalocentrismo e il suo egemonismo culturale, limitandosi a perdersi in speculazioni scolastiche «da testo a testo», la costruzione di un sistema di conoscenza autonomo finirebbe per ridursi a una mera teoria astratta.

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Il modello cinese: una prospettiva incentrata sullo Stato-civiltà

3 marzo 2012

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Di Zhang Weiwei

L’ascesa spettacolare della Cina va compresa nel contesto della Cina intesa come “Stato-civiltà”, ovvero come fusione tra la più antica civiltà del mondo, che ha mantenuto una continuità nel tempo, e un immenso Stato moderno, frutto della fusione di centinaia di stati in un unico entità nel corso di migliaia di anni di storia. Lo Stato è caratterizzato da quattro fattori: una popolazione estremamente numerosa, un territorio di dimensioni enormi, una storia lunghissima e una cultura ricchissima, che a loro volta hanno plasmato tutte le caratteristiche chiave del modello di sviluppo cinese, con tutte le possibili ramificazioni per il futuro percorso della Cina e non solo.

Come sappiamo, la Cina, o meglio l’ascesa della Cina, rimane un tema controverso in Occidente per una serie di ragioni. Infatti, negli ultimi 30 anni circa, lo Stato cinese è stato spesso descritto dai media occidentali come una dicotomia tra un regime repressivo aggrappato al potere e una società guidata da dissidenti pro-democrazia al limite della ribellione, e alcuni europei, ad esempio a Oslo, continuano a vedere la Cina come una Germania dell’Est o una Bielorussia ingrandita in attesa di una rivoluzione colorata.

Questa percezione ha portato molti osservatori occidentali della Cina a prevedere con sicurezza un futuro pessimistico per il Paese: il regime sarebbe crollato dopo gli eventi di Tiananmen del 1989; la Cina avrebbe seguito le orme dell’Unione Sovietica nella sua disintegrazione; il caos avrebbe travolto la Cina dopo la morte di Deng Xiaoping; la prosperità di Hong Kong sarebbe svanita con il suo ritorno alla Cina; l’epidemia di SARS sarebbe stata la “Chernobyl” cinese; la Cina sarebbe crollata dopo il suo ingresso nell’OMC; e il caos sarebbe seguito allo tsunami finanziario globale del 2008. Eppure tutte queste previsioni si sono rivelate errate: non è la Cina ad essere crollata, ma sono tutte le previsioni sul crollo della Cina ad aver «crollato».

Negli ultimi tre decenni la Cina ha registrato risultati migliori rispetto a tutti gli altri paesi in via di sviluppo messi insieme, poiché il 70% della riduzione della povertà a livello mondiale si è verificata proprio in Cina.

Questo bilancio poco brillante delle previsioni sul futuro della Cina ci ricorda la necessità di guardare a questo paese enorme e complesso in modo più obiettivo, magari adottando l’approccio del grande filosofo tedesco G. W. Leibniz (1646–1716) per concentrarci su come i cinesi abbiano sviluppato quella che egli definiva “religione naturale”, ovvero l’applicazione laica dell’etica e della filosofia politica alla governance sociale, economica e politica. Se ci liberiamo dai preconcetti ideologici, potremmo arrivare a riconoscere che ciò che è accaduto negli ultimi tre decenni in Cina rappresenta probabilmente la più grande rivoluzione economica e sociale della storia dell’umanità: oltre 400 milioni di persone sono state sottratte alla povertà, con tutte le implicazioni che questo successo comporta per la Cina e per il resto del mondo.

La Cina ha infatti ottenuto risultati migliori rispetto a tutti gli altri paesi in via di sviluppo messi insieme negli ultimi tre decenni, poiché il 70% della riduzione della povertà a livello mondiale si è verificata proprio in Cina. La Cina ha ottenuto risultati migliori rispetto a tutte le economie in transizione messe insieme, poiché l’economia cinese è cresciuta di circa 18 volte dal 1979, mentre l’Europa orientale, ad esempio, solo di una volta, sebbene partendo da un punto di partenza diverso. La Cina ha ottenuto risultati migliori anche rispetto a molti paesi sviluppati, e le sue «regioni sviluppate», con una popolazione di circa 300 milioni di abitanti – pari a quella degli Stati Uniti – oggi eguagliano sotto molti aspetti le economie sviluppate dell’Europa meridionale in termini di prosperità complessiva, e le città di primo livello della Cina, come Shanghai, potrebbero già aver superato New York sotto molti aspetti, sia in termini di «hardware» – quali aeroporti, metropolitane, treni ad alta velocità, strutture commerciali e skyline urbani – sia in termini di «software» – quali aspettativa di vita, tasso di mortalità infantile e sicurezza stradale.

La Cina ha la sua dose di problemi, alcuni dei quali sono gravi e richiedono una soluzione concreta, ma il successo complessivo della Cina è fuori dubbio. Come si spiega questo successo? Alcuni sostengono che sia dovuto agli investimenti diretti esteri, ma l’Europa orientale ha ricevuto un volume di IDE pro capite di gran lunga superiore; altri sostengono che sia dovuto alla manodopera a basso costo della Cina, ma l’India e molti paesi in via di sviluppo offrono manodopera ancora più economica; altri ancora sostengono che sia dovuto a un governo autoritario, ma i governi autoritari – secondo la definizione occidentale del concetto – sono presenti ovunque in Asia, in Africa, in America Latina e nel mondo arabo. Nessuno di essi ha ottenuto ciò che la Cina ha realizzato.

Se nessuna di queste spiegazioni riesce a chiarire il successo della Cina, è opportuno provare a pensare fuori dagli schemi. A giudizio di chi scrive, ciò è dovuto essenzialmente alla natura della Cina come Stato e al modello di sviluppo cinese.

La Cina non è una Germania dell’Est o una Bielorussia in versione allargata. Né è un altro Stato qualsiasi; la Cina è uno Stato-civiltà, probabilmente l’unico al mondo, poiché è l’unico Paese al mondo con una storia di Stato unificato che dura da oltre 2000 anni, è l’unica civiltà al mondo che si è mantenuta ininterrotta per oltre 5000 anni ed è l’unica fusione al mondo tra una civiltà antica e un enorme Stato moderno.

Un’analogia inappropriata potrebbe essere quella di un Impero Romano antico che continuasse ancora oggi come uno Stato moderno unificato, dotato di un governo centralizzato, di un’economia moderna, di tutte le sue diverse tradizioni e culture e di un’enorme popolazione che parla la stessa lingua, il latino.

La Cina è uno Stato-civiltà, probabilmente l’unico al mondo, in quanto è l’unico Paese al mondo con una storia di Stato unificato che dura da oltre 2000 anni, nonché l’unica civiltà al mondo che si è mantenuta ininterrotta per oltre 5000 anni e l’unica fusione di civiltà antiche.

Un paese di questo tipo non può che essere unico: la Cina è una fusione di quattro fattori, ovvero una popolazione enorme, un territorio vastissimo, una storia lunghissima e una cultura ricchissima. La Cina ha una popolazione superiore alla somma delle popolazioni dei 27 paesi dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, della Russia e del Giappone messi insieme. Durante il Festival di Primavera cinese del 2012 si sono registrati 3,1 miliardi di spostamenti attraverso le vaste reti di trasporto del Paese, un dato equivalente a spostare l’intera popolazione del Nord e del Sud America, dell’Europa, della Russia, del Giappone e dell’Africa da un luogo all’altro in meno di un mese. Questa è la portata del Paese, nonché le sfide e le opportunità che deve affrontare.

La Cina vanta un territorio vastissimo, un vero e proprio continente a sé stante, caratterizzato da una diversità regionale inimmaginabile. La Cina ha un’enorme…
tradizioni storiche profondamente radicate in ogni ambito immaginabile, spesso tradizioni che risalgono a migliaia di anni fa, spaziando dalla governance politica, all’arte di governare e all’economia, fino alla filosofia, alla medicina, alla strategia militare e allo stile di vita. La Cina possiede una super-una ricca cultura, che comprende una delle letterature e delle architetture più sofisticate al mondo. Forse non c’è esempio migliore per illustrare questa ricchezza della cucina cinese: esistono 8 scuole culinarie principali e le loro innumerevoli sottocategorie; ciascuna delle 8 scuole principali è, a detta di molti, più ricca della cucina francese in termini di contenuti e varietà.

Nel 1978 la Cina decise di intraprendere un proprio percorso di sviluppo e di adottare un approccio pragmatico, basato su tentativi ed errori, per il suo imponente programma di modernizzazione.

Pertanto, uno Stato civilizzativo è il risultato della fusione di centinaia di Stati in uno solo nel corso di migliaia di anni di storia. Secondo l’autore, i quattro “super” hanno plasmato il modello di sviluppo unico della Cina, dal quale è possibile individuare otto caratteristiche:

In primo luogo, la sua filosofia guida è denominata “ricerca della verità nei fatti”. Si tratta di un antico concetto cinese ripreso dal defunto leader Deng Xiaoping dopo il fallimento della utopistica Rivoluzione Culturale. Deng riteneva che fossero i fatti, piuttosto che i dogmi ideologici — sia orientali che occidentali — a dover costituire il criterio ultimo per stabilire la verità. Pechino concluse, dall’esame dei fatti, che né il modello comunista sovietico né quello della democrazia liberale occidentale funzionavano realmente per un paese in via di sviluppo in termini di modernizzazione. Pertanto, nel 1978 la Cina decise di esplorare una propria via di sviluppo e di adottare un approccio pragmatico, basato su tentativi ed errori, per il suo imponente programma di modernizzazione. Questo è il fondamento filosofico del modello cinese.

In secondo luogo, dare priorità al benessere della popolazione. Si tratta di un concetto molto tradizionale di governance politica in Cina. In questo contesto, Deng Xiaoping ha definito l’eliminazione della povertà come il compito prioritario della Cina e ha perseguito una strategia concreta per sradicare la povertà. La riforma cinese è iniziata nelle campagne, poiché all’epoca la maggior parte dei cinesi viveva in campagna. Il successo della riforma rurale ha dato slancio all’economia cinese e ha innescato una reazione a catena positiva che ha portato alla nascita di milioni di piccole e medie imprese, le quali ben presto hanno rappresentato oltre la metà della produzione industriale cinese, aprendo così la strada alla rapida espansione delle industrie manifatturiere e del commercio estero della Cina.

Si può sostenere che la Cina stia colmando una lacuna nella gamma dei diritti umani sostenuti dall’Occidente, che tende a concentrarsi esclusivamente sui diritti civili e politici. Questo approccio, che “mette al primo posto il sostentamento delle persone”, potrebbe avere implicazioni a lungo termine per quella metà della popolazione mondiale che vive ancora in condizioni di povertà.

In terzo luogo, la stabilità come presupposto per lo sviluppo. In quanto Stato di civiltà, la sua diversità etnica, religiosa, linguistica e regionale è tra le più elevate al mondo, e questa condizione ha quindi plasmato quella che si potrebbe definire “la psiche collettiva” dei cinesi, ovvero la tendenza della maggior parte delle persone a venerare la stabilità e a temere il “luan”, il termine cinese che indica il caos, e la cultura politica cinese è profondamente radicata nel concetto di «taipingshengshi»: prosperità nella pace, o pace con prosperità. La propensione di Deng Xiaoping alla stabilità deriva in parte dalla sua comprensione della storia cinese: in un arco di tempo di quasi un secolo e mezzo, dal 1840 — quando gli inglesi diedero inizio alla Guerra dell’Oppio contro la Cina — fino all’inizio delle riforme alla fine del 1978, il periodo più lungo di pace e stabilità ininterrotte della Cina non durò più di 8 o 9 anni; il Paese era in costante subbuglio e soffriva di ripetute aggressioni straniere, guerre civili, rivolte contadine e frenesia ideologica autoinflitta. Ormai la Cina aveva goduto per la prima volta nella sua storia moderna di una stabilità sostenuta per oltre tre decenni, e ha realizzato un miracolo economico.

Quarto, la riforma graduale. Date le dimensioni e la complessità del Paese, Deng Xiaoping definì una strategia spesso descritta come “attraversare un fiume tastando i sassi”, e incoraggiò la sperimentazione per tutte le principali iniziative di riforma, come dimostrano le zone economiche speciali cinesi, dove venivano testate nuove idee quali la vendita dei terreni, le joint venture nel settore dell’alta tecnologia e un’economia orientata all’esportazione. Solo quando le nuove iniziative si dimostrano efficaci vengono estese a livello nazionale. La Cina ha rifiutato la «terapia d’urto» e ha operato attraverso le istituzioni esistenti, per quanto imperfette, riformandole gradualmente per adeguarle alla modernizzazione. Questo approccio cauto ha permesso alla Cina di mantenere la stabilità politica di cui aveva tanto bisogno ed ha evitato fallimenti paralizzanti come quelli verificatisi nell’ex Unione Sovietica e nell’ex Jugoslavia.

Quinto, stabilire le giuste priorità e sequenze. In linea con l’approccio graduale, la riforma cinese ha mostrato un chiaro schema di cambiamento: prima le riforme rurali, poi quelle urbane; prima i cambiamenti nelle aree costiere, poi quelli nell’entroterra; prima le riforme economiche, poi quelle politiche. In sintesi, le riforme più facili prima di quelle più difficili. Il vantaggio di questo approccio è che le esperienze e gli insegnamenti acquisiti nella prima fase della riforma creano le condizioni per la fase successiva del cambiamento. Alla base di questo approccio c’è la tradizione filosofica cinese del pensiero olistico. Deng Xiaoping ha delineato una strategia di 70 anni per modernizzare la Cina entro la metà del XXI secolo, e la Cina sta ancora perseguendo questa strategia oggi. Questa caratteristica contrasta nettamente con la politica populista e miope così diffusa in gran parte del mondo odierno.

Sesto, un’economia mista. La Cina ha cercato di combinare la forza della “mano invisibile” del mercato con quella della “mano visibile” dell’intervento statale, in parte per correggere i fallimenti del mercato. Il sistema economico cinese viene quindi definito «economia di mercato socialista». Quando le forze di mercato sono state liberate dal gigantesco cambiamento economico della Cina, lo Stato cinese ha fatto tutto il possibile per garantire la stabilità macroeconomica e politica, e ha guidato il Paese fuori dalla zona di pericolo sia durante la crisi finanziaria asiatica del 1997 sia durante l’attuale tsunami finanziario.

Settimo, l’apertura al mondo esterno. Priva di una tradizione messianica volta a convertire gli altri, la Cina rappresenta una cultura laica in cui imparare dagli altri è considerato una grande virtù. La Cina ha mantenuto la sua lunga tradizione di «prestiti culturali selettivi» dal mondo esterno, attingendo anche a elementi utili del consenso neoliberista di Washington, come l’enfasi sull’imprenditorialità e sul commercio internazionale. Tuttavia, Pechino tutela sempre il proprio spazio politico e attinge alle idee straniere in modo selettivo. L’apertura alla concorrenza internazionale ha permesso alla Cina di diventare una delle economie più competitive al mondo.

Infine, ma non meno importante, uno Stato forte, piuttosto disinteressato e illuminato. Il cambiamento della Cina è stato guidato da uno Stato sviluppista illuminato. Lo Stato cinese è in grado di creare un consenso nazionale sulla necessità di riforme e modernizzazione, di garantire la stabilità politica e macroeconomica generale e di perseguire obiettivi strategici ambiziosi, quali l’attuazione delle riforme del settore bancario, la riforma delle imprese statali, l’attuazione delle politiche industriali necessarie e lo stimolo all’economia a fronte della recessione globale. Questa caratteristica affonda le sue radici nella tradizione confuciana cinese di uno Stato forte e benevolo, fondato sulla meritocrazia a tutti i livelli. Dopotutto, la Cina è il Paese che ha inventato il sistema degli esami per la selezione dei funzionari pubblici oltre 1000 anni fa.

La Cina ha rifiutato la “terapia d’urto” e ha operato nell’ambito delle istituzioni esistenti, per quanto imperfette, riformandole gradualmente per adeguarle alle esigenze della modernizzazione.

Grazie a questa tradizione di meritocrazia e legittimità basata sui risultati, Pechino attua ora in tutta la sua struttura di leadership ciò che può essere definito “selezione più una qualche forma di elezione”. Ad esempio, i criteri per diventare uno dei nove leader di punta della Cina, ovvero i membri del Comitato Permanente dell’Ufficio Politico, richiedono solitamente due mandati di buoni risultati come massimo dirigente di una provincia, che spesso ha le dimensioni di 4 o 5 Stati europei medi. Con questo sistema di meritocrazia e legittimità basata sui risultati, per quanto imperfetto possa essere, non c’è alcuna possibilità che leader incompetenti come George W. Bush possano raggiungere i vertici del potere.

Il relativo successo della Cina dal 1979 dimostra che, indipendentemente dal sistema politico, tutto si riduce alla buona governance. In altre parole, la prova definitiva di un buon sistema politico sta nella misura in cui è in grado di garantire una buona governance. La dicotomia stereotipata tra democrazia e autocrazia suona sempre più vuota nel complesso mondo odierno, dato il gran numero di “democrazie” mal governate. L’approccio cinese potrebbe alla fine determinare un cambiamento di paradigma, passando dalla dicotomia democrazia contro autocrazia a quella di buon governo contro cattivo governo.

Il buon governo può assumere la forma del sistema politico occidentale, come nel caso, ad esempio, della Svizzera, oppure quella di un sistema politico non occidentale, come nel caso di Singapore e Hong Kong. La Cina, nonostante tutti i suoi difetti, è un paese governato molto meglio rispetto alla maggior parte dei paesi in via di sviluppo. Allo stesso modo, il malgoverno può assumere la forma del sistema politico occidentale, come nel caso di Haiti, Iraq, Mongolia, Ucraina e delle nazioni recentemente fallite, Islanda e Grecia, oppure può assumere la forma di un sistema politico non occidentale, come nel caso della Birmania.

La dicotomia stereotipata tra democrazia e autocrazia suona sempre più vuota nel mondo di oggi, vista la grande quantità di “democrazie” mal governate.

Ne consegue che, dal punto di vista cinese, la natura di uno Stato, compresa la sua legittimità, debba essere definita più dalla sua sostanza – ovvero il buon governo – che dalle sue procedure. La Cina privilegia la sostanza rispetto alle procedure, ritenendo che, in ultima analisi, la giusta sostanza si tradurrà nelle giuste procedure, adeguate alle condizioni specifiche di ciascuna nazione. Il buon governo dovrebbe essere un obiettivo di tutti i governi del mondo, e i paesi in via di sviluppo si trovano ad affrontare la sfida sempre più pressante delle riforme politiche necessarie per raggiungere il buon governo. Lo stesso vale per i paesi sviluppati, data la portata delle crisi che stanno investendo Giappone, Europa e Stati Uniti.

La Cina è oggi il più grande laboratorio al mondo di cambiamento economico, sociale e politico. Il successo delle riforme economiche cinesi potrebbe aver tracciato un modello per il suo futuro cambiamento politico: un approccio graduale, sperimentale e cumulativo, che assimili tutto ciò che c’è di positivo nelle idee e nelle pratiche sia cinesi che straniere. Dopo oltre un secolo di guerre e rivoluzioni devastanti, e dopo tre decenni di riforme economiche di successo, la maggior parte dei cinesi sembra disposta a proseguire con il proprio modello di sviluppo, imperfetto ma efficiente, e questo modello sembra integrarsi ragionevolmente bene con la civiltà cinese, che vanta diversi millenni di storia — comprese una ventina di dinastie, sette delle quali sono durate più a lungo dell’intera storia degli Stati Uniti.

La Cina sta attraversando le proprie rivoluzioni industriali e sociali. Le imperfezioni sono numerose e il Paese deve ancora affrontare molte sfide, come la lotta alla corruzione e la riduzione dei divari tra le regioni e tra ricchi e poveri. Tuttavia, è probabile che la Cina continui a evolversi seguendo il proprio modello di successo, piuttosto che adottare modelli altrui.

Il mondo sta assistendo a un’ondata di cambiamenti che sta portando da un ordine mondiale verticale, in cui l’Occidente è al di sopra di tutti gli altri, a un ordine più orizzontale, in cui gli altri, in particolare la Cina, saranno alla pari con l’Occidente sia in termini di ricchezza che di idee.

Con l’ulteriore ascesa della Cina, il modello cinese potrebbe benissimo acquisire maggiore influenza a livello internazionale. Sebbene l’esperienza cinese sia in gran parte autoctona e difficile da replicare da parte di altri paesi con tradizioni culturali diverse, alcune idee e pratiche del modello cinese – quali “cercare la verità nei fatti”, dare priorità al benessere della popolazione, un approccio graduale e sperimentale al cambiamento, nonché il principio secondo cui “il buon governo conta più della democratizzazione” – potrebbero riscuotere un più ampio consenso a livello internazionale.

In effetti, il mondo sta assistendo a un’ondata di cambiamenti che lo sta portando da un ordine mondiale verticale, in cui l’Occidente prevale sul resto del mondo sia in termini di ricchezza che di idee, a un ordine più orizzontale, in cui il resto del mondo, in particolare la Cina, sarà alla pari con l’Occidente sia in termini di ricchezza che di idee. Si tratta di uno spostamento di peso economico e politico senza precedenti nella storia dell’umanità, che cambierà il mondo per sempre.

*Questo articolo è tratto dal recente libro dell’autore, un bestseller in Cina, intitolato *The China Wave: Rise of a Civilizational State* (WorldCentury)

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Informazioni sull’autore

Zhang Weiwei è professore di relazioni internazionali presso l’Università di Fudan, ricercatore senior presso l’Istituto Chunqiu in Cina e professore ospite presso la Scuola di Diplomazia e Relazioni Internazionali di Ginevra.

Valori statali della civiltà contro eccezionalismo nichilista

Karl Sanchez26 ottobre
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Il declino imperiale sembra generare un periodo in cui costumi e norme fondamentali consolidati, altrimenti noti come valori, si degradano in vari gradi di comportamento nichilista che si ripresenta ogni volta che un impero declina, indipendentemente dalla sua durata o dal periodo storico in cui è esistito. Alcuni declini sono più violenti di altri, alcuni sono brevi, durando solo un decennio o due, mentre altri si sono protratti per secoli. Il XX secolo ha visto diversi di questi eventi e, con l’inizio del nuovo secolo, è nato il ciclo successivo. Ci sono alcune domande correlate che non troveranno risposta, ma che è necessario porre: la prima e più importante è se esista una civiltà occidentale; la seconda, se una nazione occidentale possa essere considerata civilizzata; e la terza, se le élite occidentali abbiano mai dato valore a qualcosa di diverso dalla ricchezza e dal potere. Queste domande devono essere tenute presenti, poiché vengono portate in primo piano da coloro che stanno analizzando a fondo la situazione mondiale attuale. Ad esempio, nella sua recente conversazione con Daniel Davis, Alastair Crooke ha elencato molti punti, tra cui alcuni pertinenti a questa discussione:

L’Occidente ha abbandonato il proprio quadro morale – le regole di guerra, il diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite, ecc. – distruggendo gli stessi valori che potrebbero essere alla base di un futuro ordine multipolare.

Il passaggio dalla “visione redentrice” iniziale dell’America alla visione manichea del bene contro il male (intorno all’epoca dell’11 settembre) ha eliminato qualsiasi base per una coesistenza negoziata con i suoi avversari, polarizzando tutti gli avversari in potenzialmente buoni o chiaramente malvagi…

Il futuro geopolitico sarà caotico: un ordine multipolare è possibile, ma mancano i valori condivisi e i punti di riferimento morali necessari al suo funzionamento. La risposta dei BRICS sarà principalmente difensiva/deterrente (come ad esempio la creazione di una via alternativa al dollaro e alle sanzioni).

I valori della Carta delle Nazioni Unite sono stati erosi fin dalla sua nascita nel 1945 e ora sono stati completamente abbandonati in Occidente, mentre la Maggioranza Globale vuole preservarli e rafforzarli, un movimento che si riflette nel Gruppo degli Amici in Difesa della Carta delle Nazioni Unite, formatosi nel 2021, e nelle dichiarazioni rilasciate dalla miriade di organizzazioni della Maggioranza Globale, la più recente delle quali è stata il Summit CICA .

Riaffermando il nostro impegno nei confronti della Carta delle Nazioni Unite e delle norme e dei principi universalmente riconosciuti del diritto internazionale che sostengono gli obiettivi e i principi della CICA sanciti nella Dichiarazione sui principi che guidano le relazioni tra gli Stati membri della CICA del 14 settembre 1999 e nell’Atto di Almaty del 4 giugno 2002, che, tra gli altri documenti adottati dagli organi direttivi della CICA, hanno posto solide basi per il processo della CICA, [Enfasi originale]

Ogni dichiarazione congiunta rivelerebbe un linguaggio simile. Il punto è che la stragrande maggioranza dell’umanità vuole preservare ciò che è stato dichiarato dopo la serie di guerre più devastanti della storia umana, ovvero la prevenzione di tali guerre e l’uguaglianza di tutti gli stati e i popoli, ossia l’eliminazione dell’eccezionalismo che ha generato quelle guerre e tutto il caos che ne è seguito e che è tuttora in corso. Tutto quanto sopra serve a fornire un contesto alla seguente traduzione di un articolo che tratta il tema degli stati civilizzati e dei loro sistemi di conoscenza e di come questi possano trascendere le modalità di pensiero occidentali un tempo dominanti, che non funzionano più e vengono rifiutate perché sono diventate prive di valore, come dimostra quotidianamente il comportamento occidentale – ciò che Zhang Weiwei chiama centrismo occidentale.

Come fa notare l’ Observer nella sua prefazione, Xi Jinping ha incaricato gli studiosi cinesi di “accelerare la costruzione della filosofia e delle scienze sociali con caratteristiche cinesi”. E prosegue:

Perché, a distanza di dieci anni, molti studi correlati rimangono ancora fermi alla fase di deduzione testuale basata su “doveri”? Eppure la teoria dello “stato civilizzato” è uscita dalla torre d’avorio ed è diventata una conquista “reale”, influenzando la trasformazione del panorama globale odierno. Quali spunti offre questo per la costruzione di un sistema di conoscenza indipendente in Cina?

Il 15 ottobre, il professor Zhang ha tenuto un discorso programmatico al Thinkers Forum su questo argomento: “Innovazione teorica in una nazione civilizzata: promuovere il sistema di conoscenza indipendente cinese, da ciò che dovrebbe essere alla realtà”. I lettori si accorgeranno presto che si tratta di una lezione di livello universitario, tuttavia suggerisco di proseguire nella lettura, poiché si comprenderanno le divergenze tra il pensiero cinese e quello occidentale. E in questa fase delle relazioni, questo è molto importante. Un’altra pubblicazione in inglese citata è ” China, the Civilizational State Narrative and its Implications “, di nove pagine, troppo lunga per essere inclusa in Substack. La lezione e il saggio vanno considerati complementari, poiché insieme offrono un valore ben maggiore della somma delle singole parti. C’è anche ” The China Wave: Rise of a Civilizational State” di Zhang , pubblicato in inglese nel 2012, di cui questo articolo dello stesso anno, “The China Model: a Civilizational-State Perspective”, è una sintesi. Una volta letto, il libro offrirà ai lettori una comprensione molto più chiara della prospettiva cinese, di fondamentale importanza in quanto la Cina, insieme ai suoi stati affini come Russia e Iran, si impegna a preservare i valori che l’umanità più stima.

Dovrebbe essere chiaro come l’eccezionalismo occidentale comprometta la capacità dell’Occidente di condurre analisi adeguate e lo porti continuamente a conclusioni errate su troppe questioni importanti per la maggior parte della popolazione. La politica degli interessi particolari è uno dei tanti aspetti dannosi della cultura occidentale che ha portato all’eliminazione di valori fondamentali e al tentativo di sostituirli con politiche che si presume producano valori migliori, ma che in realtà servono a degradare quelli già esistenti, spesso privi di fondamento, come l’uguaglianza individuale e l’eliminazione del concetto di razza. Se le nazioni non vengono trattate come uguali, come sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, non dovremmo sorprenderci che la discriminazione sia dilagante, così come la rigida gerarchia sociale, mentre l’oligarchia emerge come forma dominante di governo, ridicolizzando la democrazia in Occidente. Russia e Cina sono entrambe accusate di essere stati autoritari, nonostante le numerose prove del contrario, eppure offrono livelli di governo efficaci che soddisfano pienamente le loro popolazioni. La guerra dell’informazione che l’Occidente produce su vasta scala, presumibilmente diretta contro le popolazioni degli stati civilizzati, viene derisa da questi ultimi e, al contrario, assale le menti del pubblico occidentale con una massiccia disinformazione su Russia, Cina, Iran e altri paesi. Il pubblico occidentale sta iniziando a ribellarsi a questa situazione, poiché i suoi bisogni vengono completamente ignorati dall’oligarchia e dalle sue élite. La storia non si è conclusa con l’emergere delle profonde imperfezioni interne all’Occidente, poiché l’antitesi di tale ipotesi è che il neoliberismo si sta dimostrando una nuova forma di feudalesimo. La Cina ha fatto in modo che il suo uomo più ricco, Jack Ma, non potesse continuare ad arricchirsi o a pervertire la politica, a differenza dell’Occidente, dove Musk è ora un trilionario e fin troppi centimiliardari esistono: la disuguaglianza di ricchezza è una manifestazione molto visibile di quanto sia pessima la governance in Occidente, che non è affatto eccezionale in senso positivo; piuttosto, è eccezionale in un senso molto deviante, privo di valore.

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Tucker Carlson afferma che Trump sta pianificando di lanciare un attacco nucleare contro l’Iran. Ma gli Stati Uniti potrebbero davvero riuscirci? _ di Simplicius

Tucker Carlson afferma che Trump sta pianificando di lanciare un attacco nucleare contro l’Iran. Ma gli Stati Uniti potrebbero davvero riuscirci?

Analizziamo la probabilità di successo di una missione di questo tipo e le possibili modalità di realizzazione.

Simplicio2 novembre∙
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Ieri Tucker Carlson ha fatto un’affermazione esplosiva, sostenendo che, sotto pressione di Netanyahu, Trump starebbe valutando l’ipotesi di usare un’arma nucleare contro il Piccone iraniano per “chiudere” definitivamente il programma nucleare del Paese.

Tucker Carlson@TuckerCarlson Sotto la pressione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’amministrazione Trump potrebbe essere a pochi giorni dal lanciare un attacco nucleare contro l’Iran. L’obiettivo sarebbe il monte Pickax, nell’Iran centrale, dove l’intelligence israeliana afferma che il governo iraniano ha riavviato le sue attività nucleari… 01:47 · 2 novembre 2026·46,1 milioni di visualizzazioni18.300 risposte·51.300 condivisioni·275.000 Mi piace

Il post completo per motivi di posterità, nel caso in cui il tweet qui sopra venisse in qualche modo cancellato:

Sotto la pressione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’amministrazione Trump potrebbe essere a pochi giorni dal lanciare un attacco nucleare contro l’Iran. L’obiettivo sarebbe il monte Pickax, nell’Iran centrale, dove l’intelligence israeliana sostiene che il governo iraniano abbia riavviato il suo programma di arricchimento nucleare. Nessuna arma convenzionale nell’arsenale americano è in grado di penetrare 90 metri di granito solido per distruggere i tunnel in cui si presume avvenga l’arricchimento. L’unica opzione militare è un attacco nucleare. Netanyahu sta spingendo con forza per un attacco nucleare. “Bibi chiama Trump ogni giorno per questo”, afferma un osservatore informato.

Netanyahu è messo alle strette e disperato. Dopo i risultati elettorali della scorsa settimana, non può formare un governo a meno che Trump non intervenga direttamente nella politica israeliana e non raggiunga un accordo con gli altri partiti che gli garantisca 61 seggi alla Knesset. Altrimenti, sarà estromesso dalla carica di primo ministro e si troverà ad affrontare l’ignominia, indagini e forse anche il carcere. Netanyahu deve rimanere vicino a Trump. Ha bisogno di questa guerra.

A tal fine, ha esercitato la massima pressione sui suoi più stretti alleati nell’amministrazione, tra cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il comandante del CENTCOM Brad Cooper. Entrambi si oppongono a una soluzione negoziata per la guerra che hanno gestito in modo così disastroso; entrambi premono per la ripresa delle principali operazioni di combattimento. Anche il Segretario di Stato Marco Rubio e il direttore della CIA John Ratcliffe seguono l’esempio di Netanyahu, così come i leader del Partito Democratico. In un recente incontro sull’argomento, l’ex presidente Barack Obama ha dichiarato di opporsi all’attuale accordo di pace sull’Iran in fase di elaborazione a Doha.

Il resto degli alleati storici degli Stati Uniti in Medio Oriente è terrorizzato dalla prospettiva di un’ulteriore guerra. Il 27 settembre, Netanyahu si è recato segretamente ad Abu Dhabi per coinvolgere gli Emirati Arabi Uniti nella sua attività di lobbying per un attacco finale all’Iran. Gli Emirati hanno rifiutato. Dopo otto mesi di conflitto, le economie del Golfo sono sull’orlo del collasso. Lo stesso vale per i mercati globali dell’energia e dei fertilizzanti. Non si riprenderanno presto. A livello globale, ci sono circa 850 superpetroliere utilizzate per trasportare il petrolio dai produttori al resto del mondo. Solo a ottobre, 11 di queste sono state gravemente danneggiate a Hormuz. A questo ritmo, una depressione globale è imminente. Un attacco nucleare accelererebbe radicalmente la distruzione. Le ricadute radioattive di un’esplosione a terra sul monte Pickax contaminerebbero il Golfo Persico, avvelenando le riserve idriche di 100 milioni di persone.

Queste sono solo alcune delle conseguenze immediate per la regione. Il resto del mondo è altrettanto esposto. Nessun Paese, a parte gli Stati Uniti, ha mai usato un’arma nucleare in guerra. Alcuni lo vorrebbero. Un attacco nucleare americano contro l’Iran creerebbe un nuovo precedente. I russi hanno già comunicato ad almeno altri due governi che un attacco nucleare americano contro l’Iran darebbe loro il via libera per usare armi nucleari contro l’Ucraina. Il Pakistan e l’India sarebbero tentati di fare lo stesso l’uno contro l’altro, così come la Corea del Nord contro Seul. Dopo il primo attacco nucleare, la Terza Guerra Mondiale sarebbe inevitabile. Quella guerra sarebbe breve e definitiva.

Abbiamo camminato sonnambuli verso questo momento per mesi. Da febbraio, l’amministrazione ha silenziosamente riscritto la dottrina nucleare americana per rendere più facile e quindi più probabile il primo utilizzo delle cosiddette “armi nucleari da campo di battaglia”. A Washington, in entrambi i partiti, nessuno sembra preoccuparsene. Ora siamo sull’orlo.

Secondo osservatori attenti, Trump probabilmente deciderà entro il prossimo fine settimana se usare o meno le armi nucleari. Ciò avverrebbe il 7 novembre, tra sei giorni. A suo merito, sta esitando. Al momento, Trump sta ascoltando il suo vicepresidente, JD Vance, e il suo inviato e amico Steve Witkoff, entrambi convinti che un accordo con l’Iran sia possibile.

Hanno ragione, anche se non sarà semplice. È risaputo che negoziare con gli iraniani è estremamente difficile in qualsiasi circostanza, e alcuni elementi del governo si sono radicalizzati dopo l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei e della sua famiglia a febbraio. Dopo decenni di isolamento, persino i leader iraniani relativamente moderati sembrano disorientati dal modo in cui vengono prese le decisioni in Occidente. (A Teheran, ad esempio, è diffusa la convinzione che il governo degli Stati Uniti controlli Israele). Ma nel complesso, le persone che hanno parlato con i decisori politici in Iran affermano che c’è consenso sul fatto che un’ulteriore guerra sia dannosa per tutti e che valga la pena raggiungere un accordo.

Un gruppo che finora non è stato consultato è la popolazione mondiale: le centinaia di milioni di persone che moriranno insieme ai loro figli se Netanyahu spingerà Trump a lanciare un attacco nucleare la prossima settimana. Ora sarebbe il momento per loro di far sentire la propria voce.

Innanzitutto, è opportuno premettere che Tucker Carlson è noto per i suoi legami con i servizi segreti e ha più volte commentato le sue connessioni all’interno del Senato e della comunità dell’intelligence, che gli avrebbero fornito informazioni riservate in anticipo su questioni chiave. È risaputo che il padre di Carlson abbia lavorato per la CIA o che vi avesse legami.

In secondo luogo, ha ragione nell’allusione a una recente iniziativa guidata da Elbridge Colby per ampliare le “opzioni limitate e razionalmente impiegabili” per l’uso dell’energia nucleare:

https://www.military.com/pentagon-nuclear-review-could-expand-war-options-outside-public-view

Tutto ciò per dire che le affermazioni di Tucker non sono del tutto infondate o prive di merito. Dopotutto, nell’arsenale statunitense ci sono solo due opzioni che potrebbero anche solo lontanamente competere con Pickaxe Mountain, che si dice sia composta da granito denso: o la bomba convenzionale GBU-57 MOP (Massive Ordnance Penetrator) o l’opzione nucleare, che analizzeremo in dettaglio più avanti.

L’opzione nucleare che analizzeremo in dettaglio si articola in realtà in due bombe distinte, seppur correlate tra loro ma leggermente diverse: la B61-11 e la B61-12. Le loro differenze sono cruciali per comprendere le potenziali opzioni contro l’Iran.

In linea di massima, la B61-11 può essere trasportata solo dal bombardiere stealth B-2 Spirit e da nessun altro velivolo. La B61-11 è di gran lunga la variante più grande, con un peso di circa 550 kg (1.200 libbre) ed è classificata come bomba perforante . Si tratta di una “bomba non guidata”, priva di qualsiasi sistema di puntamento, sebbene la sua precisione sia stimata entro i 90 metri circa (300 piedi), il che non rappresenta un problema per un’arma non convenzionale.

L’aspetto più importante: ha una potenza nucleare esplosiva di 400 chilotoni, circa 40 volte quella di Hiroshima. Si tratta di quasi mezzo megatone, una quantità estrema, soprattutto se confrontata con l’altra variante, la B61-12, che raggiunge al massimo solo 50 kt.

Il problema principale di questo approccio è che la bomba deve essere sganciata direttamente sulla montagna da un B-2 Spirit, presumibilmente in condizioni meteorologiche favorevoli per consentire al sistema di puntamento non guidato di funzionare con la massima precisione. I B-2 hanno ovviamente la gittata necessaria, ma il principale interrogativo aperto è se siano in grado di penetrare lo spazio aereo iraniano per una missione reale , in cui l’Iran sta effettivamente compiendo sforzi per abbatterli.

Da un lato, durante l’operazione “Midnight Hammer” del 22 giugno 2025, gli Stati Uniti affermarono di aver già utilizzato i bombardieri B-2 Spirit per colpire le installazioni di Fordow e Natanz, quest’ultima situata a pochi chilometri da Pickaxe Mountain. Esiste quindi un precedente per l’esecuzione “con successo” di una missione con lo stesso profilo. Tuttavia, sappiamo che questi attacchi sono oggetto di molte controversie, soprattutto alla luce di diverse indiscrezioni secondo cui sarebbe stato stipulato un accordo segreto con l’Iran per consentire agli Stati Uniti di colpire indisturbati quei siti in cambio di una via d’uscita dall’aeroporto.

Ricordiamo che il portavoce del Pentagono ammise che l’Iran, stranamente, non reagì in alcun modo al pacchetto di attacchi “Martello di Mezzanotte”:

“Non siamo a conoscenza di alcun colpo sparato contro il gruppo d’attacco statunitense. I caccia iraniani non hanno volato e sembra che i missili terra-aria iraniani non ci abbiano individuato.”

La principale stranezza deriva dal fatto che il bersaglio è chiaramente noto in anticipo. Anche se un aereo fosse in grado di effettuare una vera e propria “manovra stealth”, è praticamente impossibile nasconderlo quando deve sorvolare una posizione nota con precisione, che può essere facilmente sorvegliata e pattugliata con vari sistemi di difesa aerea. Ricordiamo che gli Houthi riuscirono, in un episodio diventato famoso, a far agganciare bersagli agli F-35.

https://theaviationist.com/2025/05/13/houthi-air-defenses-usf-35s-and-f-16s/

Se gli Houthi sono in grado di agganciare un aereo stealth moderno e molto più avanzato, perché l’Iran non dovrebbe essere in grado di colpire un aereo gigante delle dimensioni di un Boeing 747, la cui traiettoria di volo è nota e ovvia a tutti?

Ed è proprio questo che rende la missione particolarmente improbabile: il semplice fatto che un B-2 che trasporta una bomba nucleare possa essere abbattuto durante un’operazione reale , e non durante una messinscena legata ad accordi segreti, crea la concreta possibilità di uno scenario da incubo che sortisca l’effetto opposto a quello dichiarato dell’obiettivo della missione: dare all’Iran una bomba nucleare gratuita.

Immaginate: il B-2 viene abbattuto e l’Iran riesce a recuperare il nucleo nucleare perfettamente funzionante del B-61-11, un nucleo di dimensioni tali, tra l’altro, da poter ricavarne decine di armi nucleari di dimensioni inferiori. Già solo questo rischio rende la missione estremamente improbabile.

In pratica, il riutilizzo del nocciolo di una centrale nucleare sarebbe un’ipotesi estremamente remota per ragioni tecniche, ma è fattibile, o almeno è così che le narrazioni tenderebbero a presentarla per massimizzare l’impatto mediatico nel periodo successivo a un disastro.

Conclusione: Un vero attacco con un B-2 equipaggiato con il B-61-11 ha un’alta probabilità di successo, date le scarse possibilità che l’Iran acconsenta a un attacco nucleare, a differenza di quanto potrebbe aver fatto in passato per consentire una serie di attacchi convenzionali di minore entità. Pertanto, l’Iran sarebbe in stato di allerta e saprebbe esattamente dove aspettarsi il grande B-2, poiché l’aereo dovrebbe sorvolare direttamente il monte Pickaxe, garantendo all’Iran un corridoio aereo preciso da sorvegliare con tutte le sue capacità di difesa aerea.

Anche se il B-2 fosse davvero furtivo come pubblicizzato, la sua capacità stealth è progettata per funzionare solo fino a una certa distanza, e non a distanza ravvicinata quando vola entro pochi chilometri da un determinato sistema radar. A circa 20 km e meno, non sarebbe più “invisibile” ai radar e potrebbe essere rilevato praticamente da qualsiasi radar. Questo non sarebbe un grosso problema se l’attacco fosse condotto su obiettivi a sorpresa, dove il corridoio aereo non sarebbe noto in anticipo e i radar non sarebbero posizionati lungo la sua probabile rotta di volo. Ma dato che l’Iran conosce l’obiettivo preciso degli Stati Uniti, sarebbe elementare posizionare i radar intorno a Pickaxe, intrappolando di fatto il B-2 in una sorta di trappola mortale.

In secondo luogo, nello spazio aereo direttamente sopra la montagna potrebbero essere impiegate diverse altre risorse – a infrarossi, acustiche, visive – in grado di rilevare un oggetto massiccio delle dimensioni di un Boeing 747 in avvicinamento, sebbene ovviamente la missione verrebbe probabilmente condotta di notte, rendendo l’identificazione visiva molto più difficile all’altitudine massima del B-2, pari a 40-50.000 piedi.

Sebbene i B-2 fossero progettati per volare a bassa quota “sotto il radar” quando assolutamente necessario per la penetrazione, ciò non sarebbe fattibile per scopi nucleari, poiché per ovvie ragioni sarebbe necessaria la massima altitudine per sganciare una bomba atomica, a meno che non si tratti di una missione suicida; va comunque menzionato che il B-61 ha una modalità “adagiata” che gli consente di essere sganciato a soli 15 metri dal suolo, dopodiché si “stende” a terra tramite paracadute per poi esplodere in un secondo momento, secondo un timer preimpostato. Tuttavia, questa modalità non gli conferisce la capacità di “penetrazione”, in quanto si limiterebbe ad atterrare sulla superficie senza penetrare il terreno.

Passiamo ora all’unica altra opzione nucleare: la variante B61-12.

Questa variante è molto più piccola della B61-11: la B61-12 pesa 825 libbre (~375 kg) contro le ~1.200 libbre della B61-11.

Le sue dimensioni ridotte comportano un carico utile nucleare molto più debole, fino a 50 chilotoni, sebbene sia programmabile per potenze ancora inferiori. Le dimensioni consentono inoltre il suo impiego sugli F-15E, F-16 e F-35A, gli unici velivoli statunitensi certificati per trasportarla.

Possiamo escludere l’F-15E e l’F-16 perché non sono stealth, e l’F-16 probabilmente non avrebbe comunque un raggio d’azione sufficiente per raggiungere la montagna.

Rimane quindi solo l’F-35A. Il problema è che l’F-35A è la variante terrestre convenzionale: non è in grado di decollare da una portaerei come l’F-35C, né può decollare verticalmente con il sistema VTOL come l’F-35B. Questa è una differenza cruciale, poiché significa che l’unico F-35 in grado di trasportare l’armamento nucleare necessario non può decollare da una nave situata nelle vicinanze dell’Iran. Ciò significa che il raggio d’azione in combattimento gioca un ruolo fondamentale nella fattibilità di questa missione.

Test di caduta B61-12 da un F-35A.

Esistono solo due possibilità: l’F-35A dovrebbe decollare da una base regionale, tra cui le opzioni sono Al Udeid in Qatar, Al Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, o la ben più lontana Prince Sultan in Arabia Saudita.

Al Udeid e Al Dhafra distano rispettivamente 960 km e 1.090 km dal Monte Pickaxe:

Senza serbatoi ausiliari esterni, che ovviamente annullerebbero le capacità stealth dell’aereo, l’F-35A avrebbe un raggio d’azione di combattimento di oltre 1.200 km, il che significa che dovrebbe essere in grado di raggiungere i 1.200 km per svolgere la sua missione e poi tornare indietro per altri 1.200 km. Questo lo pone a portata di queste basi, seppur di poco, anche se è discutibile quanto “margine” lasci e presuppone che l’aereo viaggi su una traiettoria diretta e rettilinea. Questa non è l’ipotesi migliore da fare, soprattutto considerando le voci secondo cui i B-2 in passato provenivano da nord, in direzione del Mar Caspio, per eludere i radar e le installazioni di difesa aerea iraniane più attive, che sono naturalmente situate più vicino ai confini occidentali dell’Iran, in prossimità del Golfo Persico.

L’F-35A potrebbe anche decollare dalla base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania, molto più distante, e sorvolare l’Iraq per entrare nel Paese attraverso l’Iran occidentale. Questo lo porterebbe sicuramente fuori dalla portata operativa, ma potrebbe ricevere rifornimento in volo in Iraq poco prima di entrare in Iran.

Quindi, è tecnicamente fattibile? Forse. Ma ecco il problema: come abbiamo detto all’inizio, la B61-12 non è una bomba perforante come la B61-11, molto più grande e rinforzata, trasportata dal B-2 Spirit. L’unica bomba ufficialmente riconosciuta come “distruttore di bunker nucleari” è la B61-11. Questo renderebbe la variante a potenza molto inferiore, che non è nemmeno in grado di penetrare terreni duri, come quella trasportata dall’F-35A, probabilmente inutile per questa particolare missione.

Ciò è particolarmente vero considerando che gli esperti mettono in dubbio persino la capacità del B61-11 di danneggiare in modo significativo le infrastrutture situate sotto la densa roccia granitica del Monte Pickaxe, e questa variante è stata progettata proprio per questo scopo. Ciò significa che il B61-12, molto più debole e montato sull’F-35A, non sarebbe certamente all’altezza del compito, nonostante l’F-35A abbia presumibilmente maggiori possibilità di penetrare effettivamente lo spazio aereo iraniano, grazie alla sua tecnologia stealth molto più avanzata, alle dimensioni molto più ridotte, alle migliori capacità difensive, evasive e di disturbo elettronico, ecc.

Il rischio è enorme: immaginate di impiegare una bomba nucleare in un combattimento reale per la prima volta dal 1945, solo per scoprire che non funziona e che la missione fallisce. Sarebbe un disastro senza precedenti.

Al contrario, la missione del B-2 è irta di rischi ancora maggiori: la più alta probabilità di un abbattimento che consegnerebbe all’Iran una testata nucleare attiva.

Forse ti starai chiedendo: non ci sono altre opzioni?

Dopo aver ritirato dal servizio tutti gli altri missili da crociera a capacità nucleare, soprattutto in seguito agli accordi con la Russia, gli Stati Uniti dispongono solo del missile da crociera a capacità nucleare AGM-86B nel loro arsenale. Questo missile è dotato di una testata derivata dal B61 e ha una gittata tale da poter raggiungere Pickaxe da ben oltre il confine iraniano.

I problemi, tuttavia, sono molti:

  1. Non è in grado di distruggere un bunker e i suoi effetti sarebbero discutibili
  2. Si tratta di un vecchio missile subsonico non stealth dei primi anni ’80.

Vecchio, lento e con un’enorme sezione radar equivalente, il missile sarebbe estremamente facile da tracciare e abbattere, soprattutto considerando che l’Iran ha dimostrato di essere in grado di abbattere missili molto più avanzati e furtivi lanciati da Israele e dagli Stati Uniti, come il JASSM-ER .

Un simile rischio sarebbe insostenibile, poiché significherebbe potenzialmente mettere di nuovo una testata nucleare a disposizione dell’Iran. Bisogna comprendere che una missione nucleare è ben diversa da un normale attacco, in cui una certa percentuale di fallimenti o abbattimenti è contemplata nei calcoli. In una missione nucleare, la probabilità di successo deve essere prossima al 100%, poiché le conseguenze di un fallimento sarebbero troppo gravi.

L’unica altra opzione rimasta è il lancio di un missile balistico intercontinentale (Minuteman III) o di un missile balistico lanciato da sottomarino (Trident II), ma questa soluzione è ovviamente impraticabile per le ragioni che abbiamo già spiegato più volte. Il lancio di un missile balistico intercontinentale potrebbe avere conseguenze globali catastrofiche, poiché la Russia o la Cina, con i loro sistemi satellitari di allerta precoce, potrebbero presumere che gli Stati Uniti stiano conducendo un primo attacco nucleare, il che rischierebbe uno scambio nucleare reciproco in grado di porre fine alla vita sulla Terra. Possiamo solo sperare che nemmeno Trump sia così folle.

E anche così, la maggior parte dei missili balistici intercontinentali sono progettati per esplodere nell’atmosfera, lasciando comunque la montagna intatta.

In conclusione, possiamo affermare che l’ipotesi più realistica sarebbe la missione del B-2, semplicemente perché trasporta l’armamento più potente e specificamente progettato per distruggere i bunker. Per ridurre il rischio di abbattimento di un B-2 che sorvola direttamente un sito che l’Iran sa essere l’obiettivo, sarebbe probabilmente necessario trasformarla in un’operazione su vasta scala che includa ogni tipo di velivolo di supporto, in particolare gli F-35 per effettuare disturbo elettronico e SEAD (spionaggio, attacco e distruzione di massa) al fine di garantire ai B-2 un corridoio di sopravvivenza. Una missione del genere comporterebbe rischi enormi, ma molti sostengono che sia già stata condotta con successo durante l’esercitazione Midnight Hammer, a seconda che si consideri o meno l’operazione come una messa in scena concordata.

Non ci resta altra scelta che considerare questa una missione altamente improbabile, ma non bisogna mai sottovalutare il fanatico “Dipartimento della Guerra” guidato da Hegseth.

Ciononostante, se Trump dovesse anche solo tentare un simile attacco, si aprirebbe il vaso di Pandora, fornendo ai falchi russi la giustificazione di cui hanno tanto bisogno per bombardare l’Ucraina con armi nucleari, e lo stesso varrebbe per India e Pakistan. In seguito, l’Iran stesso inizierebbe quasi certamente un vero e proprio programma di armi nucleari per difendersi in futuro, innescando una serie inarrestabile di conseguenze catastrofiche.


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Capitale e Nomos: l’economia politica dell’Interregno, di Verus Phalanx

Capitale e Nomos: l’economia politica dell’Interregno

Di Verus Phalanx

L’ordine liberale del dopoguerra fredda è giunto al termine. Ogni analista serio, a prescindere dall’orientamento politico, lo riconosce, anche se tale ammissione è avvolta in eufemismi: “autonomia strategica”, “de-risking” o “friend-shoring”, ovvero il vocabolario educato delle élite che hanno distrutto un ordine mondiale e non riescono proprio a dirlo chiaramente. L’assetto neoliberista, costituito da capitale libero, manodopera controllata e progressiva convergenza di tutta l’umanità verso il capitalismo democratico liberale sotto la tutela americana, è crollato come programma politico, come quadro intellettuale e, soprattutto, come descrizione della realtà. Ciò che rimane è il guscio istituzionale e gli interessi di classe che lo hanno costruito, ancora impegnati a lottare per mantenere la propria posizione in un mondo che li ha ormai superati.

Vale la pena definire con precisione la cronologia di questo crollo proprio perché la destra tende a farne risalire l’inizio al momento in cui il suo “cattivo” preferito entra in scena. In realtà, la sequenza è strutturale e cumulativa. La crisi finanziaria del 2008 è stata la prima grande crepa: ha messo a nudo la fragilità della finanziarizzazione denominata in dollari e ha screditato il modello occidentale agli occhi degli Stati a cui era stato detto che fosse l’unica via praticabile. L’adesione della Cina all’OMC e la sua successiva ascesa industriale hanno svuotato le basi manifatturiere di paesi ai quali era stato assicurato che il vantaggio comparativo avrebbe garantito loro il benessere. L’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 ha frantumato l’ordine europeo del dopoguerra fredda e ha reso esplicito ciò che era rimasto implicito per anni: che l’espansione delle istituzioni liberali nell’ex sfera sovietica era una provocazione, non un dono, e che le potenze che si sentivano minacciate da essa conservavano sia la volontà che la capacità di resistere. Quando sono scoppiate le rivolte populiste del 2016, l’ordine non era più sotto attacco dall’esterno. Era già cavo. Gli attacchi non hanno fatto altro che renderne visibile la vacuità.

Sulla questione di cosa ci riserverà il futuro, si nota una sorprendente asimmetria nella serietà intellettuale. La destra americana, o almeno la sua ala orientata alle politiche concrete, ha guardato con onestà alle macerie. Ha definito la deindustrializzazione una catastrofe, la finanziarizzazione una patologia, la dipendenza strategica dalla Cina una vulnerabilità esistenziale. Ha ripreso senza remore il linguaggio dell’interesse nazionale e ha avviato il lungo lavoro di immaginare uno Stato capace di governare un’economia produttiva piuttosto che limitarsi ad amministrarne una finanziaria. La sinistra istituzionale, nel frattempo, ha compiuto una straordinaria impresa di autoimmolazione politica: dopo aver presieduto a tre decenni di stagnazione salariale, crollo dell’industria manifatturiera e abbandono della classe operaia, ora si presenta come la custode proprio di quell’ordine che ha prodotto questi risultati. Il partito del lavoro è diventato il partito del capitale e ha definito questa transizione «progresso».

Questo saggio avanza una tesi scomoda rivolta principalmente alla destra: la sua diagnosi, pur essendo più acuta di quella dei suoi oppositori, è comunque incompleta — e il tassello mancante è l’economia politica marxista. La giurisprudenza di Carl Schmitt ha giustamente suscitato grande interesse negli ambienti nazionalisti e realisti. È indispensabile per comprendere la logica formale dell’ordine politico e della sua dissoluzione. Ma Schmitt tace in gran parte sul contenuto materiale che riempie le forme politiche: sul rapporto tra accumulazione di capitale e potere territoriale, su chi tragga effettivamente beneficio dagli assetti che si presentano come ordine universale, sul perché il nomos neoliberista abbia assunto proprio quella forma specifica e distruttiva. Per quell’analisi, abbiamo bisogno di Marx, inteso non come profeta rivoluzionario ma come freddo analista di come il potere funzioni realmente. Solo questo Marx può dirci come il capitale plasmi gli Stati, corrompa le istituzioni e, in ultima analisi, distrugga il tessuto sociale che ne sostiene la riproduzione.

Il Nomos e la sua dissoluzione

Il concetto di “nomos” di Schmitt è uno dei suoi contributi più originali e, ai fini del nostro discorso, più utili. Un “nomos” non è semplicemente una legge o una norma, ma l’ordinamento spaziale e politico concreto del mondo: l’unità tra appropriazione, distribuzione e produzione della terra che precede e condiziona ogni diritto positivo. Esso designa l’atto costitutivo mediante il quale una comunità politica si orienta nello spazio e definisce così i propri rapporti con tutte le altre comunità di questo tipo. Il jus publicum Europaeum, il diritto pubblico europeo emerso dopo l’Età delle Scoperte e che ha strutturato le relazioni internazionali all’incirca dal XVI alla fine del XIX secolo, era, per Schmitt, il primo nomos veramente globale della storia.1

Ciò che rese straordinario lo *jus publicum Europaeum* non fu la sua portata geografica, bensì un unico risultato, spesso sottovalutato: trasformò la guerra da progetto di annientamento a strumento politico. Prima di questo ordine, i nemici erano eretici, barbari, criminali, entità da sterminare piuttosto che con cui negoziare. Lo *jus publicum Europaeum* costrinse gli Stati europei a riconoscersi reciprocamente come belligeranti legittimi con interessi giustificati. La guerra divenne, secondo la precisa formulazione di Schmitt, il mezzo giuridico riconosciuto per modificare lo status quo. Non si trattava di umanitarismo. Era un realismo politico conquistato a fatica: il riconoscimento che i nemici sono reali, che il conflitto è inevitabile e che l’unica alternativa alla violenza illimitata è un quadro in cui gli avversari si trattino da pari a pari, senza che la loro distruzione sia l’obiettivo della guerra.

Il segreto inconfessabile di quell’ordine era che quella civiltà regolamentata all’interno dell’Europa dipendeva da una barbarie illimitata al di fuori di essa. Il contenimento della guerra tra gli Stati europei richiedeva l’esistenza di una frontiera coloniale dove non valessero regole, dove lo sterminio non solo fosse permesso, ma sistematico. Il nomos era civilizzato da un lato della linea e selvaggio dall’altro, e la selvaggitudine non era accidentale ma costitutiva. Man mano che la frontiera si chiudeva, man mano che il mondo coloniale veniva completamente spartito e assorbito, la condizione spaziale necessaria alla stabilità dell’ordine scompariva con esso. Non c’era più un «fuori» in grado di assorbire la violenza che l’«interno» non riusciva più a contenere. L’esaurimento dell’appropriazione delle terre portò il jus publicum Europaeum alla sua fine.

Schmitt vide il conseguente bivio con terribile chiarezza. Una via, quella del Großraum (“grande spazio”), avrebbe ricostituito la logica del riconoscimento reciproco su scala più ampia: un mondo organizzato attorno a una manciata di egemonie regionali, ciascuna dominante nella propria sfera, ciascuna riconoscente la legittimità delle altre e quindi in grado di mettere tra parentesi la guerra tra di esse. L’altra via, quella che l’America ha effettivamente scelto, era l’universalizzazione di un unico standard di giustizia, fatto rispettare da un’unica potenza che affermava di agire non a proprio nome ma in nome dell’umanità. In questo percorso, i rivali non sono avversari con interessi legittimi. Sono criminali, fuorilegge e nemici dell’ordine basato sulle regole. Non devono tanto essere sconfitti quanto perseguiti. Questa non è una forma più civilizzata di conflitto, ma solo una più totalizzante.

Schmitt scrisse nel 1963 che «l’epoca dello Stato sta ormai volgendo al termine». Intendeva dire che lo Stato-nazione, in quanto unità primaria dell’ordine politico, era stato soppiantato dalle istituzioni sovranazionali, dall’economia globale, dalla potenza aerea e dalle armi nucleari, che avevano reso i confini strategicamente privi di significato. Ciò che sostituì lo Stato, nell’ordine postbellico guidato dagli Stati Uniti, non fu una nuova forma di ordine politico nel senso inteso da Schmitt, ma un tentativo costante di abolire del tutto la politica: di sostituire la distinzione amico/nemico con quella amministratore/criminale, la decisione sovrana con la procedura tecnocratica, la comunità politica con il mercato di consumo. La previsione di Schmitt non era che questo progetto sarebbe fallito immediatamente. Era piuttosto che il suo fallimento, una volta verificatosi, sarebbe stato catastrofico: l’esplosione di tutta la violenza che la depoliticizzazione aveva represso.2

Il bilancio delle vittime lo conferma. In un articolo pubblicato all’inizio del 2026, la professoressa di diritto internazionale di Yale Oona Hathaway ha calcolato che, dal 1989 al 2014 – gli anni del “momento unipolare”, quando il divieto di ricorso alla forza era ancora ampiamente in vigore – le vittime legate ai conflitti transfrontalieri ammontavano in media a meno di quindicimila all’anno. Dal 2014, tale cifra è salita a oltre 100.000 all’anno: un aumento di otto volte determinato dalle guerre in Ucraina, in Medio Oriente, nel Corno d’Africa e altrove. Il quadro di riferimento della stessa Hathaway è liberale internazionalista — lei vuole salvare l’ordine giuridico, non seppellirlo — e la sua diagnosi è di conseguenza incompleta. Riesce a vedere lo sgretolamento ma non riesce a spiegarlo, perché il suo quadro di riferimento non tiene conto del motivo per cui gli Stati che hanno costruito e un tempo fatto rispettare l’ordine giuridico del dopoguerra abbiano iniziato a violarlo sistematicamente. Schmitt avrebbe potuto dirglielo. Un ordine costituito dalla soppressione del politico non dissolve il politico; piuttosto, lo sposta. Quando lo spostamento non può più essere mantenuto, la violenza ritorna, non gradualmente, come direbbe Mike Campbell di Hemingway, ma tutta in una volta.3

Ciò che sta sostituendo l’ordine unipolare non è, va sottolineato, un mondo di pari. La configurazione emergente può essere meglio descritta come multipolarità asimmetrica: un sistema organizzato attorno a un numero ristretto di poli: gli Stati Uniti e la Cina come vere potenze mondiali, nessuna delle quali in grado di esercitare un’egemonia globale; la Russia come grande potenza in declino ma ancora influente; l’Unione Europea come forza collettiva il cui peso complessivo supera di gran lunga la sua coesione politica; l’India come attore emergente con autentiche ambizioni civilizzatrici. Al di sotto di questi si trova una costellazione di potenze medie e attori regionali sempre meno disposti ad allinearsi semplicemente con l’uno o con l’altro blocco. Si tratta meno di un equilibrio stabile che di un campo fluido e competitivo in cui le regole di convivenza non sono ancora state stabilite, le istituzioni del vecchio ordine hanno perso la loro autorità e la questione di cosa riempirà il vuoto rimane davvero aperta. L’intuizione di Schmitt è che questo vuoto non sarà colmato dalla procedura o dalla legge. Sarà colmato dalla politica: dall’affermazione degli interessi, dal tracciamento dei confini e dalla volontà di difenderli.

Ciò che Schmitt non riesce a vedere

Se si osserva l’ordine post-Guerra Fredda, si vede la previsione di Schmitt confermata in modo imbarazzante nei minimi dettagli. Le guerre in Iraq e in Afghanistan non sono state combattute per il petrolio, né per una posizione strategica, né tantomeno per Israele, almeno non ufficialmente. Sono state combattute per la democrazia. Per i diritti umani. Per la responsabilità di proteggere. Il nemico non era la Russia né la Cina né alcun altro Stato specifico con interessi particolari; il nemico era il male in sé, il suo asse, gli Stati canaglia che si rifiutavano di sottomettersi allo standard universale. Il risultato, come avrebbe previsto Schmitt, non è stato la pacificazione del Medio Oriente, ma la sua distruzione sistematica, perché una guerra contro il male non ha alcun principio limitante, nessun punto di arrivo, nessun compromesso di interessi che possa essere riconosciuto come soddisfacente. Semplicemente continua finché tutto non è ridotto in macerie.

Ma è qui che il quadro teorico di Schmitt, nonostante tutta la sua forza analitica, si scontra con un ostacolo. Egli è in grado di descrivere la forma dell’universalismo liberale—la mossa di depoliticizzazione, la sostituzione della decisione sovrana con la gestione tecnocratica—ma non riesce a spiegarne il contenuto. Più che come un insieme di accordi geopolitici formali, il nomos del neoliberismo può essere meglio compreso come un regime specifico ed estremamente redditizio di accumulazione del capitale. È stata la finanziarizzazione dell’economia americana, il trasferimento sistematico della produzione manifatturiera verso periferie a basso salario integrate in catene di approvvigionamento denominate in dollari, la prevalenza dei rendimenti per gli azionisti su ogni altra rivendicazione sociale e l’uso delle infrastrutture finanziarie — il sistema del dollaro, SWIFT, i mercati obbligazionari, i rating creditizi — come strumenti di coercizione geopolitica. Questo regime ha prodotto vincitori e vinti specifici. Schmitt non è in grado di dirvi chi siano perché non ha una teoria dell’economia politica. Per questo, l’accusa deve chiamare un testimone diverso.4

Il testimone è un comunista italiano che scriveva negli anni ’50 e che la maggior parte degli americani non ha mai sentito nominare. Il saggio di Amadeo Bordiga sull’imperialismo delle portaerei è un piccolo classico della geopolitica marxista, e la sua tesi centrale merita di essere fatta propria dalla destra. «L’imperialismo americano», scriveva Bordiga, «è l’espressione più pura dell’imperialismo capitalista, poiché occupa i mari per dominare la terraferma». L’intuizione è più profonda di quanto sembri. Il controllo del commercio marittimo equivale al controllo del circuito di accumulazione del capitale. Dopo il 1945 gli Stati Uniti hanno dominato il mondo perché controllavano le condizioni alle quali merci, denaro e strumenti finanziari circolavano a livello globale. I loro gruppi di portaerei garantivano il rispetto delle rotte marittime. Il dollaro imponeva i flussi commerciali. Il sistema SWIFT imponeva le sanzioni. Il FMI imponeva gli aggiustamenti strutturali. La potenza militare americana era l’infrastruttura coercitiva del capitalismo globale—non un fenomeno politico separato sovrapposto a una base economica, ma la forma stessa che l’accumulazione di capitale assumeva a livello di sistema mondiale.5

Schmitt intuì che il liberalismo «neutralizza l’autorità riducendola a competenza morale e monetaria». Capì che l’amministratore che sostituiva il sovrano era una mistificazione, che qualcuno continuava a decidere, a esercitare il potere, a tracciare la linea di demarcazione tra amico e nemico, solo che lo faceva sotto la copertura di una procedura neutrale. Ciò che non si chiese fu: la procedura di chi? La competenza di chi? Di chi era la neutralità? Il FMI impose ai paesi in via di sviluppo programmi di adeguamento strutturale, presumibilmente in conformità con la scienza oggettiva dell’economia, ma svolse il proprio mandato in modo da soddisfare gli interessi di Wall Street, che voleva il rimborso dei propri prestiti, e di Washington, che voleva governi compiacenti. L’OMC ha elaborato norme sulla proprietà intellettuale in nome del libero scambio, ma anche in nome delle aziende farmaceutiche e tecnologiche americane, i cui profitti sono stati notevolmente incrementati dalle politiche dell’OMC. L’intero apparato di governance economica internazionale che si presentava come ragione universale era, in termini marxisti, ideologia, ovvero la rappresentazione di interessi particolari come verità universali.

Il supplemento marxista

L’economia politica marxista è quella più soggetta a essere caricaturizzata, spesso bollata come una fede ingenua nella pianificazione centrale o come un programma per l’abolizione dei mercati o la fine della proprietà privata. Ma non è ciò che sostengono i suoi nemici. Nel suo nucleo analitico, rappresenta qualcosa di ben più minaccioso per i potenti: un metodo analitico per identificare quali interessi siano effettivamente serviti da assetti che si presentano come naturali, necessari e universali. Pone la domanda che l’economia politica liberale non può porsi: quando il mercato produce questi risultati, chi ne trae vantaggio?

Per l’era neoliberista, la risposta non è complicata. La grande svolta degli anni ’70 e ’80, verso tassi di interesse elevati, deregolamentazione finanziaria, liberalizzazione del commercio e indebolimento sistematico dei sindacati, non fu principalmente la vittoria di Hayek su Keynes, né delle idee sugli interessi. Fu la vittoria del capitale finanziario sul capitale industriale, a seguito della contrazione dei profitti della fine degli anni ’60. Quando l’inflazione aumentò e i profitti calarono, il capitale aveva bisogno di un nuovo assetto. E lo ottenne. I tassi di interesse di Volcker schiacciarono il potere contrattuale dei lavoratori insieme all’inflazione. La deregolamentazione aprì nuovi canali per i rendimenti finanziari. La liberalizzazione del commercio espose i produttori nazionali alla concorrenza salariale internazionale. Il risultato non fu «la liberazione dei mercati», poiché i mercati non sono mai liberi da una costituzione politica, ma una specifica ridistribuzione del potere e del reddito: dai lavoratori agli azionisti, dall’industria alla finanza, dalle comunità al capitale.

L’industria manifatturiera americana è crollata. I salari reali dei lavoratori non dirigenti sono rimasti stagnanti per decenni. La quota dei profitti aziendali attribuibile al settore finanziario è triplicata. Gli investimenti nella capacità produttiva sono stati soppiantati dai riacquisti di azioni proprie e dall’ingegneria finanziaria. E gli Stati Uniti sono giunti, al termine di questo processo, nella posizione strutturalmente assurda di dipendere strategicamente da un rivale geopolitico, ovvero la Cina, il cui dominio nel settore manifatturiero è stato acquistato con capitale americano, trasferimenti di tecnologia americana e politica commerciale americana.

Ciò che l’analisi marxista aggiunge alla diagnosi del nazionalismo economico è una teoria della necessità. La destra nazionalista economica a volte parla come se la deindustrializzazione fosse un errore: un errore politico, un tradimento da parte delle élite cosmopolite, una conseguenza di accordi commerciali svantaggiosi che negoziatori più scaltri avrebbero potuto evitare. Questa interpretazione non è del tutto sbagliata, ma confonde il sintomo con la malattia. Il capitale finanziario non è fedele a nessuna nazione, forza lavoro o base produttiva. È fedele al tasso di rendimento. Quando la speculazione finanziaria ha prodotto rendimenti più elevati rispetto agli investimenti nelle fabbriche, il capitale ha abbandonato le fabbriche. Quando il costo del lavoro cinese è risultato inferiore a quello americano, la produzione si è spostata in Cina. I dirigenti che hanno preso queste decisioni non erano, nella maggior parte dei casi, traditori. Erano attori razionali che rispondevano alle strutture di incentivo di un sistema che era stato deliberatamente costruito per produrre esattamente queste risposte. Non è possibile risolvere la questione solo con i dazi. È necessario modificare le strutture di incentivazione, il che significa cambiare i rapporti di potere tra la finanza e lo Stato, tra azionisti e lavoratori, tra rendimenti finanziari e investimenti produttivi. Si tratta di un progetto politico di ordine più profondo rispetto alla politica commerciale.

Il mondo capovolto

Schmitt e Marx convergono sul punto centrale riguardo all’universalismo liberale: si tratta di ideologia. Per Schmitt, la pretesa liberale di rappresentare non un interesse particolare ma l’umanità universale è la caratteristica autolegittimazione dell’egemone. Per Marx, l’ideologia indica proprio il processo attraverso il quale gli interessi della classe dominante finiscono per apparire come il senso comune dell’epoca, come necessità tecnica, legge naturale o fine della storia. L’ordine liberale del dopoguerra fredda era entrambe le cose allo stesso tempo: gli interessi particolari del capitale finanziario americano rappresentati come progresso umano universale.

Ciò che è derivato da questa mistificazione è stata l’inversione politica che stiamo vivendo oggi. La Sinistra, ovvero i partiti storicamente incaricati di rappresentare il lavoro contro il capitale, i molti contro i pochi, è diventata il principale veicolo istituzionale della classe manageriale professionale che amministra l’economia della conoscenza e è al servizio del settore finanziario. Non si è trattato di un tradimento improvviso, ma di una lenta migrazione: dall’economia politica al riconoscimento culturale, dalla critica strutturale alle norme procedurali, dall’officina all’aula universitaria. Quando l’ordine neoliberista iniziò a incrinarsi, la Sinistra istituzionale si ritrovò nella posizione di difenderlo — di agire, in termini schmittiani, come il katechon, la forza che trattiene l’inondazione. Il linguaggio delle norme, delle istituzioni e dell’ordine basato sulle regole che proviene dai think tank dell’establishment e dai quotidiani mainstream è strutturalmente indistinguibile da una difesa dell’attuale distribuzione del potere e della ricchezza. Esso preclude la questione politica di chi detenga il potere attraverso le proprie norme e le proprie regole con il semplice espediente di rifiutarsi di porla.

La classe operaia se ne è accorta. Il riallineamento degli elettori (ovvero, i professionisti istruiti verso i partiti di centro-sinistra, gli elettori della classe operaia di tutte le etnie verso alternative nazionaliste e populiste) non è, nella sua essenza, un fenomeno culturale, qualunque cosa dicano i dipartimenti di sociologia. È un fenomeno di economia politica: un riallineamento organizzato attorno all’asse di chi trae beneficio dalla globalizzazione e chi ne viene distrutto. La destra ha saputo cogliere meglio questa dinamica, ma ha un proprio punto cieco, e si tratta di un punto cieco invalidante.

Si consideri il tentativo trumpista di creare un nuovo nomos. Leggendo Schmitt, il rifiuto da parte di Stephen Miller del “quadro neoliberista” e il suo richiamo alla sovranità emisferica della Dottrina Monroe risultano davvero interessanti: è il linguaggio del Großraum,, un tentativo di ricostituire il politico dalle rovine dell’universalismo liberale. Ma un Großraum deve essere più di un semplice discorso; deve fondarsi su una configurazione di economia politica ben definita, costituita da una base produttiva, uno Stato dotato di effettiva capacità, una serie di partenariati subordinati autentici e, soprattutto, la volontà di riconoscere come legittime le sfere rivali.6

Quest’ultimo requisito è quello fatale. Affinché possa emergere un vero e proprio ordine del Großraum, gli Stati Uniti dovrebbero accettare che la Cina governi la propria sfera e la Russia la propria, e che ciò non costituisca un affronto all’umanità, ma un assetto di potere tollerabile. Attualmente nessuna forza politica significativa negli Stati Uniti accetta questa prospettiva, poiché farlo richiederebbe l’abbandono delle pretese universalistiche di cui il capitale americano ha ancora bisogno per operare a livello globale. Il Großraum non può essere costruito finché Wall Street continuerà a volere l’accesso a ogni mercato del mondo. Questa è la contraddizione che l’attuale coalizione nazionalista non riesce a risolvere, e non sarà in grado di risolvere finché non sarà disposta a rompere con il capitale finanziario, anziché limitarsi a disciplinarlo marginalmente.

Vale la pena chiarire con precisione cosa sia e cosa non sia il “trumpismo” in questo contesto. Non è la causa della crisi dell’ordine mondiale. Ne è il sintomo e, per certi aspetti, il catalizzatore. Le forze più profonde che guidano il momento attuale hanno preceduto Trump e gli sopravviveranno: l’esaurimento della potenza militare americana, il riorientamento strategico verso l’Asia, la crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina che nessuna amministrazione è riuscita a contenere, e la polarizzazione interna che rende sempre più impossibile una leadership internazionale coerente. Ciò che Trump ha aggiunto è la deistituzionalizzazione della politica estera americana: lo smantellamento delle infrastrutture del soft power, la trasformazione dei dazi in uno strumento geopolitico multiuso, il trattamento degli alleati come controparti transazionali piuttosto che come partner in un ordine condiviso. L’effetto cumulativo non è la costruzione di un nuovo nomos, ma l’accelerazione della decomposizione di quello vecchio. E tale decomposizione, in assenza di una seria alternativa di economia politica, non produce un Großraum, ma qualcosa di più vicino all’incubo di Schmitt: un mondo di rivalità incontrollata in cui ogni attore persegue i propri interessi senza l’attrito di regole condivise, e i più deboli ne pagano il prezzo.

Perché la destra dovrebbe leggere Marx

L’argomento a favore di una lettura seria di Marx non è un argomento a favore del socialismo, ma del realismo, di quel tipo di analisi lucida del potere e degli interessi che Machiavelli avrebbe riconosciuto e di cui il momento attuale ha un disperato bisogno. Tre contributi specifici sono fondamentali per il progetto del nazionalismo economico.

La prima è la teoria dello Stato. L’affermazione marxista grossolana secondo cui lo Stato sarebbe semplicemente lo strumento della classe dominante è in effetti troppo semplicistica. Ma la versione più sofisticata non lo è. La politica statale è sistematicamente strutturata dal potere relativo delle classi sociali, e tale potere è determinato dall’organizzazione della produzione e dell’accumulazione. Non si tratta di una teoria del complotto. È la spiegazione del perché la deregolamentazione finanziaria sia passata senza intoppi al Congresso negli anni ’90 mentre le proposte di politica industriale sono state affossate in commissione, del perché la Fed abbia mosso mari e monti per salvare Wall Street nel 2008 e abbia offerto alle comunità manifatturiere un decennio di austerità e di accelerata disgregazione sociale, del perché ogni amministrazione che entra in carica promettendo di adottare una linea dura nei confronti della Cina finisca per preservare le catene di approvvigionamento da cui dipende il capitale finanziario. La resistenza al programma di reindustrializzazione non è principalmente ideologica, ma strutturale. Il capitale finanziario ha dei propri interessi, tali interessi sono organizzati e sono politicamente potenti. Identificarli è il primo passo per sconfiggerli.

Il secondo è la logica spaziale dell’accumulazione. Il capitale non si distribuisce in modo uniforme sul territorio. Si concentra in nodi ad alto rendimento e abbandona tutto il resto. La mappa della deindustrializzazione è la mappa della risposta razionale del capitale alle strutture incentivanti dell’assetto neoliberista. La geografia politica del momento—la correlazione tra regioni industriali svuotate e sostegno al populismo nazionalista, negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia e in Germania contemporaneamente—è l’espressione politica di un fatto materiale piuttosto che un insieme di patologie culturali o di fallimenti nella comunicazione politica. Intere popolazioni sono state rese economicamente sacrificabili dalla logica dell’accumulazione finanziaria e alla fine hanno votato di conseguenza. Il lavoro di David Harvey sull’accumulazione per espropriazione e sulla «soluzione spaziale» del capitale spiega questa geografia nei minimi dettagli. I nazionalisti economici che la ignorano navigano seguendo una mappa che tralascia metà del terreno.7

La terza, e più scomoda, è la teoria dei limiti della coalizione stessa. Il progetto di reindustrializzazione – ricostruire la capacità produttiva, riorientare l’economia verso la produzione, ripristinare l’autonomia strategica – è il progetto giusto. Ma la coalizione politica che attualmente lo persegue è piena zeppa di contraddizioni che l’analisi marxista di classe rende evidenti. Vuole disciplinare il capitale finanziario proteggendo al contempo il valore patrimoniale di una classe media proprietaria di case e azioni, il cui patrimonio netto è indissolubilmente legato al sistema finanziario che dichiara di contrastare. Vuole capacità industriale senza la forza lavoro organizzata necessaria per gestirla, perché la stessa coalizione che vuole le fabbriche si oppone ai sindacati che storicamente le hanno costruite. Vuole un’autonomia strategica finanziata da un mercato obbligazionario ancora denominato secondo la logica di Wall Street. Questi non sono fallimenti di volontà politica. Sono contraddizioni strutturali che produrranno fallimenti strutturali a meno che non vengano individuate e risolte. Un nazionalismo serio richiede un serio confronto con gli interessi di classe che il nazionalismo deve superare.8

Il marxismo, in breve, non è nemico del progetto nazionalista economico. È piuttosto la spiegazione più rigorosa disponibile del motivo per cui tale progetto è destinato a fallire se cerca di costruire un nuovo ordine lasciando intatto il potere finanziario di quello vecchio. Un movimento che non è in grado di identificare i propri veri avversari non può sconfiggerli. Gli avversari, in fin dei conti, non sono la Cina, né la sinistra globalista, né lo «Stato profondo». Sono gli interessi di classe specifici del capitale finanziario, interessi che sono organizzati, finanziati, istituzionalmente radicati e perfettamente in grado di rivestirsi della bandiera nazionale quando le circostanze lo richiedono.

Dopo l’Interregno

L’interregno di Gramsci, il «tempo dei mostri» in cui il vecchio sta morendo e il nuovo non riesce a nascere, è diventato un cliché del nostro momento politico, il che di solito è segno che è vero. Ma ciò che significa precisamente è questo: i quadri concettuali adeguati al vecchio ordine hanno smesso di descrivere la realtà, e quelli adeguati al nuovo ordine non sono ancora stati messi a punto.

In ogni paese governiamo basandoci su mappe che mostrano solo il vecchio territorio. Nel frattempo, il territorio si è trasformato — dal punto di vista geopolitico, tecnologico, ecologico — e il divario tra le categorie in cui si esercita il potere e le realtà che esso cerca di gestire si allarga di anno in anno. È questo che genera i «sintomi morbosi»: lo stato di emergenza permanente, il barcollare da una crisi all’altra, i leader che sembrano agire mentre in realtà vengono trascinati da forze che non riescono a definire.

La conferma più eloquente che questo cambiamento di scenario sia reale non proviene dalle frange radicali, bensì dal centro moderato dell’establishment della politica estera occidentale. Persino gli analisti la cui intera formazione professionale è stata plasmata dall’ordine liberale riconoscono ora, con vari gradi di disagio, che l’unipolarità è finita, che né il diritto internazionale né le istituzioni multilaterali hanno l’autorità per ricostituirla e che gli stessi Stati Uniti sono diventati, agli occhi delle potenze che un tempo guidavano, la principale fonte di instabilità nell’ordine che essi stessi hanno costruito. Ciò che non riescono a spiegare è il meccanismo: perché l’ordine si sia incrinato proprio lì, proprio in quel momento e nella forma specifica che ha assunto. Descrivere i sintomi non equivale a diagnosticare una malattia. I sintomi — l’erosione della credibilità americana, l’irrigidimento della resistenza cinese e russa, la defezione del Sud del mondo dalle coalizioni guidate dall’Occidente — sono certamente reali. Ma sono gli effetti di una causa sottostante: l’economia politica dell’ordine unipolare, la sua specifica struttura di classe, la sua specifica distribuzione di costi e benefici e le specifiche contraddizioni che tale distribuzione ha finito per generare. Un establishment che non riesce a individuare questa causa continuerà a produrre analisi accurate dal punto di vista diagnostico ma prive di contenuti prescrittivi.

La sintesi che questo momento richiede non è un compromesso tra destra e sinistra, né una “terza via” in senso neoliberista, né quel tipo di centrismo bipartisan che finisce sempre per servire chi detiene già il potere. È un’autentica integrazione di ciò che ciascuna tradizione fa bene. Schmitt fornisce la grammatica geopolitica: il nomos precede il logos; l’ordinamento spaziale e politico è costitutivo, non derivativo; la distinzione amico/nemico non può essere dissolta da procedure internazionali senza generare qualcosa di ben peggiore del conflitto che si intendeva prevenire; un autentico ordine del Großraum è preferibile alla permanente guerra civile globale dell’universalismo liberale. Ma un Großraum è un’organizzazione economica oltre che geopolitica: comporta un modo di produzione e una struttura di classe, un insieme di relazioni tra finanza e industria, Stato e mercato, centro e periferia. La questione di quale economia politica possa sostenere un Großraum vitale è inseparabile dalla questione geopolitica, e Schmitt non è in grado di rispondere. Marx sì.

La sinistra, dal canto suo, disponeva degli strumenti e li ha sprecati. La tradizione dell’economia politica marxista—da Lenin sull’imperialismo a Wallerstein sui sistemi mondiali fino a Harvey sulle dinamiche spaziali dell’accumulazione—fornisce proprio il complemento materiale alla giurisprudenza formale di Schmitt. Ciò che le è mancato, nella sua incarnazione liberale e progressista, è stato il coraggio di ammettere che l’ordine che ha amministrato per trent’anni non era affatto un ordine autentico, ma, come direbbe Schmitt, una guerra civile globale con una patina umanitaria. Qualsiasi politica di sinistra adeguata al presente deve iniziare ammettendo che i suoi nemici avevano una visione più lucida di questa realtà rispetto a lei.

Questa sintesi è politicamente scomoda, il che è il segno più evidente della sua necessità. Non può essere addomesticata dalla destra nazionalista così come è attualmente costituita, perché richiede di confrontarsi con gli interessi finanziari che finanziano il movimento e ne definiscono i limiti. Non può essere addomesticata dalla sinistra progressista così come è attualmente costituita, perché richiede di abbandonare le istituzioni multilaterali e le norme umanitarie dietro cui quella sinistra si è rifugiata. Va contro le pretese di tutti. La virtù di Machiavelli era la volontà di vedere chiaramente e agire di conseguenza — di sapere ciò che la situazione richiede effettivamente piuttosto che ciò che si vorrebbe che richiedesse. La situazione richiede un confronto onesto con il capitale, il nomos e il potere. Coloro che saranno disposti a intraprenderlo saranno pochi. Ma saranno anche, alla fine, gli unici che contano.

Questo articolo è un’ esclusiva online di American Affairs, pubblicata il 10 settembre 2026.

Note

1 Carl Schmitt, Il Nomos della Terra nel diritto internazionale dello Jus Publicum Europaeum, trad. G. L. Ulmen (New York: Telos Press, 2006), 351.

2 Carl Schmitt, *Teoria del partigiano: Commento intermedio sul concetto di politico*, trad. G. L. Ulmen (New York: Telos Press, 2007), 95.

3 Oona Hathaway, “The Great Unraveling Has Begun”, New York Times, 27 gennaio 2026. Secondo Hathaway, il divieto di ricorrere alla forza, fondamento dell’ordine giuridico del dopoguerra, si trova ora in una crisi terminale, accelerata dalle ripetute violazioni da parte degli stessi Stati Uniti delle regole che un tempo difendevano. L’ironia schmittiana che lei non nomina, ma che i suoi dati dimostrano, è che un ordine giuridico basato sulla soppressione del politico non può sopravvivere indefinitamente al ritorno del politico, e quando comincia a incrinarsi, la violenza che aveva contenuto viene liberata con gli interessi composti,

4 Sulle dinamiche strutturali del nomos neoliberista e sulle sue conseguenze a livello globale in termini di sviluppo, cfr.: David Oks e Henry Williams, “The Long, Slow Death of Global Development”, American Affairs 6, n. 4 (inverno 2022): 122–50. La loro analisi della deindustrializzazione prematura e della concentrazione spaziale dell’accumulazione nell’Asia orientale fornisce una base empirica essenziale per le tesi qui avanzate riguardo all’abbandono sistematico da parte del capitale degli investimenti produttivi.

5 Amadeo Bordiga, “Spazio contro cemento”, Il Programma Comunista, 1953; cfr. Philippe Bourrinet, The Italian Communist Left (Londra: Communist Left Publication, 2016).

6 Volker Perthes, Multipolarizzazione del mondo: concorrenza e coesistenza nel XXI secolo (Berlino: Deutsche Verlags-Anstalt, 2022), 4–62. Perthes, ex direttore dello SWP (Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza) con sede a Berlino, definisce l’ordine emergente come organizzato attorno a quattro o cinque poli asimmetrici. La sua descrizione del breve momento unipolare successivo al 1990 e della sua erosione accelerata a seguito della crisi finanziaria del 2008, dell’ascesa economica della Cina e dell’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 si ricollega direttamente alla tesi qui avanzata. Particolarmente sorprendente è la sua osservazione secondo cui, in un mondo unipolare, l’unilateralismo americano era tollerato; man mano che le altre potenze si consolidano, vedono sempre meno ragioni per accettarlo, rendendo gli Stati Uniti potenzialmente la più grande minaccia proprio all’ordine che essi stessi hanno costruito. La diagnosi di Perthes sulla situazione strutturale è, da questa sponda dell’Atlantico, sostanzialmente corretta. Ciò che il suo quadro teorico non può fornire (poiché rimane nell’ambito dell’analisi della sicurezza europea piuttosto che dell’economia politica) è una spiegazione del perché l’ordine unipolare abbia assunto la forma specifica e distruttiva che ha assunto, e quali interessi di classe stiano ora lottando per preservarne il guscio istituzionale. A tal fine, sostiene la presente argomentazione, la giurisprudenza di Schmitt e l’economia politica marxista sono integrazioni indispensabili.

7 Sulla logica spaziale dell’accumulazione e sulle sue conseguenze politiche, cfr.: David Harvey, Il nuovo imperialismo (Oxford: Oxford University Press, 2003) e Breve storia del neoliberismo (Oxford: Oxford University Press, 2005). Il concetto di Harvey di «accumulazione per espropriazione», ovvero il trasferimento sistematico di valore dalle comunità periferiche ai centri finanziari attraverso la privatizzazione, la predazione finanziaria e lo smantellamento dei beni comuni, si sovrappone perfettamente alla geografia della deindustrializzazione e dell’insurrezione politica che caratterizza il momento attuale.

8 Dylan Riley, “Lenin in America”, New Left Review, 9 maggio 2025. L’argomentazione di Riley prende una direzione inaspettata per questo pubblico: egli sostiene che una strategia propriamente leninista in una democrazia capitalista sviluppata debba rompere con il leninismo stesso, che «Lenin in America apparirà sotto le spoglie di Jefferson», utilizzando il linguaggio dell’autodeterminazione e dell’indipendenza e smascherando al contempo la «corruzione» come concetto sociale piuttosto che meramente giornalistico. L’implicazione, scomoda sia per la sinistra che per la destra, è che qualsiasi progetto egemonico adeguato al contesto attuale debba operare attraverso, e non contro, la specifica cultura democratica nazionale di cui è erede.

Informazioni sull’autore

Verus Phalanx è lo pseudonimo di uno scrittore, ricercatore e traduttore indipendente.