Italia e il mondo

La fecondità della stasi: agire, riflettere e riconoscere il compimento, di Franco Faggiano

La fecondità della stasi: agire, riflettere e riconoscere il compimento

Un’analisi filosofica, psicologica e sociologica del rapporto tra azione, contemplazione e realizzazione personale

Abstract

Il rapporto tra pensiero e azione costituisce uno dei problemi centrali della riflessione filosofica e delle scienze sociali. Il motto latino Acta non verba richiama la necessità di tradurre le intenzioni in comportamenti concreti, evitando che il pensiero rimanga confinato alla dimensione dichiarativa. Tuttavia, l’affermazione del primato dell’azione solleva una questione ulteriore: ogni sospensione dell’agire deve essere considerata improduttiva oppure esistono forme di stasi capaci di generare conoscenza, consapevolezza e benessere? Prendendo le mosse da una riflessione di Antonio Rossello, il presente saggio esamina criticamente il significato della stasi attraverso diverse prospettive: la filosofia aristotelica, il pensiero di Hannah Arendt, la teoria della riflessione di John Dewey, la psicologia dell’esperienza e la sociologia dell’accelerazione contemporanea. Particolare attenzione viene riservata alla distinzione tra inerzia, pausa riflessiva, contemplazione e compimento. Si sostiene che l’assenza temporanea di un’azione osservabile non equivalga necessariamente a una carenza di idee o a una rinuncia alla trasformazione. La sospensione consapevole dell’agire può rappresentare una modalità autonoma di sviluppo personale e collettivo, nonché una condizione necessaria per riconoscere, consolidare e apprezzare i risultati conseguiti. In questa prospettiva, la maturità progettuale non consiste nella produzione incessante di nuovi obiettivi, ma nella capacità di discernere quando sia opportuno intervenire, quando occorra riflettere e quando sia giusto riconoscere il valore di ciò che è stato realizzato.

1. Introduzione: il rapporto tra pensiero e azione

Il rapporto tra pensiero e azione attraversa la storia della filosofia, della psicologia e della sociologia. Pensare significa elaborare interpretazioni della realtà, formulare ipotesi, attribuire significati alle esperienze e immaginare possibilità alternative. Agire significa, almeno in parte, tradurre tali elaborazioni in comportamenti capaci di produrre conseguenze sul soggetto, sugli altri o sull’ambiente. La distanza tra queste due dimensioni può assumere forme differenti. Un pensiero che non trova mai espressione nell’azione rischia di trasformarsi in una possibilità permanentemente rinviata; un’azione che non è accompagnata dalla riflessione può, al contrario, degenerare in automatismo, ripetizione o intervento inefficace. La questione, pertanto, non consiste semplicemente nello scegliere tra pensare e agire, ma nel comprendere quale relazione debba instaurarsi tra le due attività e quali condizioni rendano ciascuna di esse appropriata.

In questo quadro si colloca la riflessione proposta dal sociologo Antonio Rossello attraverso il motto Acta non verba:

«Il nostro pensare può naturalmente assumere le forme del nostro agire: non senza apparire, ma trasformando l’energia interiore in una pulsione al cambiamento rivolta a noi stessi, all’ambiente esterno o a entrambi. Qui sta il fondamento della vita, poiché la stasi, sebbene comoda, raramente porta frutti. Essa è una prassi lecita soltanto nei frangenti di fisiologica carenza di idee».

Il ragionamento presenta un orientamento riconoscibile: il pensiero acquista particolare rilevanza quando diventa capacità di trasformazione e si manifesta nella realtà. La vita viene quindi interpretata come un processo dinamico, nel quale l’energia interiore è chiamata a tradursi in cambiamento. Tuttavia, l’associazione tra stasi, comodità e scarsa fecondità introduce una questione interpretativa. Se la stasi viene considerata legittima prevalentemente quando mancano idee, si rischia di identificare ogni sospensione dell’azione con una condizione di insufficienza progettuale. È proprio questo il punto sul quale si sviluppa la presente analisi. Una persona può infatti interrompere temporaneamente la propria attività non perché abbia esaurito le idee, ma perché ne sta valutando le conseguenze. Può scegliere di non intraprendere nuovi progetti perché è impegnata a comprendere quelli già realizzati. Può, infine, ritenere che un risultato raggiunto meriti di essere vissuto e apprezzato prima di essere superato da un nuovo obiettivo. In questi casi, la stasi non rappresenta necessariamente una negazione del movimento: può esserne una fase integrante. L’ipotesi interpretativa qui sostenuta è dunque che non ogni assenza di azione costituisca inattività improduttiva e non ogni produzione di nuove azioni rappresenti, di per sé, un progresso.

2. Acta non verba: il valore dell’azione e i limiti del primato operativo

Il motto Acta non verba, traducibile come «fatti, non parole», esprime una critica alla distanza tra dichiarazioni e comportamenti. Il suo valore etico risiede nell’invito alla coerenza: le convinzioni acquistano credibilità quando si traducono in condotte riconoscibili e le intenzioni diventano socialmente significative quando producono conseguenze. Da questo punto di vista, il richiamo di Rossello appare comprensibile. Il cambiamento personale e sociale non può essere affidato esclusivamente alle intenzioni, alle formulazioni teoriche o alle aspirazioni dichiarate. Una progettualità che non si confronti mai con la realtà rischia di rimanere incompiuta. Tuttavia, il motto non impone necessariamente di privilegiare un’attività continua. Il suo significato più rigoroso riguarda la coerenza tra ciò che si afferma e ciò che si fa, non la quantità delle azioni compiute. Una persona può dimostrare la propria coerenza anche attraverso una scelta ponderata di non intervenire, quando l’intervento sarebbe prematuro, dannoso o superfluo. Analogamente, può testimoniare la solidità di un progetto dedicando tempo alla sua verifica, anziché procedere immediatamente verso un’iniziativa successiva.

Occorre quindi distinguere almeno tre dimensioni:

  • L’azione dichiarativa: l’espressione di un’intenzione, di un valore o di un obiettivo.
  • L’azione trasformativa: il comportamento che modifica una situazione, una relazione o una condizione esistente.
  • L’azione riflessiva: l’attività attraverso la quale il soggetto esamina, interpreta e valuta ciò che ha pensato o realizzato.

Quest’ultima dimensione non produce sempre un risultato immediatamente osservabile, ma può incidere profondamente sulla qualità delle azioni successive. Il rischio di un’interpretazione eccessivamente operativa di Acta non verba consiste dunque nel misurare la concretezza esclusivamente attraverso la manifestazione esterna del comportamento. Una simile prospettiva può sottovalutare il lavoro interiore, la deliberazione e il discernimento, che spesso precedono le trasformazioni più significative. Il problema non è agire oppure non agire. È comprendere se l’azione sia coerente con le circostanze, con i valori del soggetto e con gli effetti che si intendono produrre.

3. Una distinzione fondamentale: inerzia, pausa e compimento

Per evitare equivoci, è necessario riconoscere che il termine stasi può indicare condizioni molto diverse tra loro. Nel linguaggio ordinario, esso richiama frequentemente l’assenza di movimento o di cambiamento. Ma, quando viene applicato all’esperienza umana, questa definizione risulta insufficiente: non tutte le sospensioni del comportamento hanno la stessa origine, la stessa funzione o le stesse conseguenze. È utile distinguere almeno quattro configurazioni.

3.1. La stasi inerziale

La stasi inerziale si manifesta quando il soggetto evita sistematicamente di affrontare situazioni che richiederebbero una decisione o un intervento. Può essere alimentata dalla paura del fallimento, dalla dipendenza dalle abitudini, dalla mancanza di fiducia o dal desiderio di sottrarsi alle proprie responsabilità. In questo caso, il mancato agire può effettivamente compromettere opportunità, relazioni e processi di cambiamento. La critica di Rossello appare particolarmente pertinente quando si riferisce a questa forma di immobilità: una condizione nella quale la sospensione non è frutto di una valutazione, ma deriva dall’incapacità o dalla volontà di evitare il confronto con la realtà.

3.2. La pausa riflessiva

La pausa riflessiva è una sospensione intenzionale dell’azione finalizzata a comprendere meglio una situazione. Il soggetto non rinuncia necessariamente al cambiamento, ma interrompe il comportamento immediato per esaminare alternative, conseguenze e priorità. Questa pausa può essere caratterizzata da un’intensa attività cognitiva: si riconsiderano le esperienze, si mettono in discussione convinzioni precedenti, si riconoscono errori e si ridefiniscono gli obiettivi. La sua produttività non è misurabile soltanto attraverso risultati immediatamente visibili. Può manifestarsi nella qualità di una decisione successiva, nella prevenzione di un errore o nella capacità di rinunciare a un progetto non più adeguato.

3.3. La sospensione contemplativa

La sospensione contemplativa si distingue dalla pausa orientata a una decisione perché non deve necessariamente concludersi con un nuovo intervento. Il suo valore consiste nella possibilità di prestare attenzione all’esperienza presente, riconoscendone il significato senza subordinare ogni momento a un risultato futuro. Contemplare un paesaggio, ascoltare una persona senza fretta, rileggere un’opera già conclusa o vivere consapevolmente un momento di serenità sono attività che possono avere valore intrinseco. Non si tratta di trasformare ogni pausa in uno strumento di produttività. Al contrario, si riconosce che alcune esperienze sono significative proprio perché non devono necessariamente generare un ulteriore risultato.

3.4. La pausa di compimento

La quarta configurazione, particolarmente vicina alla prospettiva qui proposta, è la pausa di compimento. Essa si verifica quando una persona, dopo avere perseguito un obiettivo, sceglie consapevolmente di fermarsi per riconoscere il valore del risultato raggiunto. Il compimento non coincide necessariamente con la conclusione definitiva di ogni attività. Indica piuttosto la capacità di attribuire un significato positivo a ciò che è stato realizzato, senza avvertire l’obbligo di superarlo immediatamente. Una persona che ha portato a termine un progetto culturale, costruito una relazione significativa o contribuito alla crescita di una comunità può legittimamente dedicare tempo alla soddisfazione per quanto realizzato. Questa soddisfazione non è necessariamente autocompiacimento: può essere una forma di consapevolezza del valore dell’esperienza. Le quattro configurazioni mostrano che la stasi non può essere giudicata esclusivamente in base alla sua apparenza esteriore. Occorre considerarne l’intenzionalità, il contesto, la durata e le conseguenze. La distinzione decisiva non è quindi tra movimento e immobilità, ma tra una sospensione che impoverisce le possibilità del soggetto e una sospensione che permette loro di maturare.

4. Aristotele: contemplazione, felicità e valore del tempo libero

La filosofia aristotelica offre un riferimento particolarmente significativo per comprendere perché l’attività umana non debba essere identificata esclusivamente con la produzione di risultati esterni. Nell’Etica Nicomachea, Aristotele affronta il rapporto tra virtù, felicità, attività intellettuale e contemplazione. Nel libro X, capitolo 7, attribuisce alla contemplazione un valore eminente, riconoscendole una forma di compiutezza che non dipende necessariamente dalla produzione di un risultato ulteriore. La felicità, nella sua prospettiva, non può essere ridotta al conseguimento di vantaggi strumentali. Questa impostazione consente di mettere in discussione l’idea secondo cui un’attività sarebbe feconda soltanto quando produce qualcosa di diverso da sé. Se la contemplazione può essere apprezzata per il suo valore intrinseco, allora esistono forme di attività il cui significato non consiste nel risultato esterno, ma nell’esperienza stessa. Il tempo libero, in questa prospettiva filosofica, non coincide semplicemente con il tempo sottratto al lavoro. Può rappresentare una condizione nella quale diventano possibili la conoscenza, la riflessione e la realizzazione di dimensioni umane che non possono essere valutate esclusivamente attraverso criteri strumentali. Naturalmente, non sarebbe corretto sovrapporre integralmente il concetto aristotelico di contemplazione alla pausa riflessiva contemporanea. Aristotele sviluppa una concezione specifica della felicità e della vita virtuosa, collocata nel quadro della sua filosofia morale. Il suo contributo rimane tuttavia essenziale per il problema in esame: non tutto ciò che ha valore deve necessariamente essere giustificato in funzione di un prodotto successivo. Applicando questo principio alla realizzazione personale, possiamo sostenere che il conseguimento di un obiettivo non debba trasformarsi automaticamente nell’obbligo di perseguirne un altro. Il risultato raggiunto può costituire, almeno per un certo tempo, una dimensione compiuta dell’esperienza. In questo senso, fermarsi per apprezzare ciò che si è realizzato non significa necessariamente rinunciare alla propria progettualità. Significa riconoscere che la vita non è soltanto una successione di traguardi, ma anche la possibilità di abitarli consapevolmente.

5. Hannah Arendt: pensiero e azione come dimensioni differenti dell’esistenza

Il pensiero di Hannah Arendt consente di approfondire ulteriormente la distinzione tra attività mentale e azione osservabile. Nell’opera The Human Condition (1958), tradotta in italiano con il titolo Vita activa. La condizione umana, Arendt distingue tre attività fondamentali: lavoro, opera e azione. Queste dimensioni contribuiscono in modi differenti alla condizione umana e non possono essere ricondotte a un’unica misura di produttività. Il lavoro risponde alle necessità ricorrenti della vita; l’opera contribuisce alla costruzione di un mondo relativamente durevole; l’azione si sviluppa nella relazione tra persone plurali e rende possibile l’iniziativa nello spazio condiviso. Questa articolazione è utile perché mostra come l’esistenza umana comprenda attività differenti, ciascuna dotata di un proprio significato. L’azione pubblica e relazionale non esaurisce tutte le forme di esperienza umana. Nel successivo lavoro sulla vita della mente, Arendt approfondisce il rapporto tra pensiero, volontà e giudizio, interrogandosi anche sul significato dell’attività del pensare e sulla sua relazione con la responsabilità. Da questa prospettiva emerge una questione rilevante: il pensiero non deve essere considerato soltanto una preparazione all’azione. Può costituire anche un’attività attraverso la quale l’individuo esamina ciò che fa, mette in discussione le convenzioni e verifica la coerenza delle proprie scelte. Un soggetto che si ferma per interrogarsi sul significato delle proprie azioni non è necessariamente meno attivo di chi continua a produrre iniziative. Può essere impegnato in un’attività meno visibile, ma decisiva per la qualità della sua presenza nel mondo. La prospettiva arendtiana invita pertanto a evitare una gerarchia semplicistica nella quale il movimento esteriore rappresenti sempre la forma più autentica di realizzazione. Al tempo stesso, Arendt non autorizza a considerare ogni ritiro dalla vita pubblica come una scelta virtuosa. L’azione e la partecipazione rimangono dimensioni fondamentali della condizione umana. Il contributo della sua riflessione consiste piuttosto nel ricordare che la pluralità delle attività umane impedisce di valutare l’esistenza attraverso un unico criterio.

6. John Dewey: la riflessione come trasformazione dell’esperienza

Un ulteriore contributo proviene dal pragmatismo di John Dewey. In How We Think (1910; edizione riveduta 1933), Dewey analizza il pensiero riflessivo come un processo che prende avvio da una situazione problematica e procede attraverso l’esame delle condizioni, la formulazione di ipotesi e la valutazione delle possibili conseguenze. La riflessione non è quindi una semplice successione di pensieri spontanei. È un’attività intenzionale che permette di sospendere il giudizio immediato per comprendere meglio il problema. Questa prospettiva aiuta a riconoscere una funzione essenziale della pausa: interrompere temporaneamente la risposta automatica può essere necessario per costruire una risposta più adeguata. La riflessione, inoltre, non rimane necessariamente separata dall’esperienza pratica. È proprio attraverso l’esame delle esperienze precedenti che il soggetto può modificare il proprio modo di interpretare le situazioni e orientare diversamente le azioni future.

Si può quindi individuare una relazione circolare:

  1. L’esperienza produce interrogativi.
  2. La riflessione permette di riorganizzare quanto appreso.
  3. La comprensione acquisita orienta nuove possibilità di azione.
  4. Le nuove esperienze offrono ulteriori elementi di valutazione.

In questo processo, la sospensione non costituisce una negazione dell’agire, ma una delle condizioni che ne migliorano la qualità. Dewey consente inoltre di evitare una contrapposizione rigida tra riflessione e operatività. La riflessione è importante non perché debba sostituire l’azione, ma perché permette di renderla più consapevole. Applicato al pensiero di Rossello, questo contributo suggerisce una precisazione: il passaggio dal pensiero all’azione è fondamentale, ma non deve essere necessariamente immediato. Tra l’intenzione e il comportamento può essere necessario uno spazio di elaborazione, durante il quale il soggetto verifica la pertinenza delle proprie idee. La qualità di una progettualità non dipende, pertanto, soltanto dalla capacità di avviarla, ma anche dalla disponibilità a riesaminarla, correggerla o sospenderla quando le circostanze lo richiedano.

7. Psicologia dell’esperienza: attenzione, soddisfazione e integrazione dei risultati

La psicologia offre ulteriori strumenti per comprendere il significato della pausa, pur richiedendo cautela nell’estendere risultati empirici specifici a ogni esperienza individuale. Una prima dimensione riguarda l’attenzione consapevole al momento presente. Nel quadro della mindfulness, Jon Kabat-Zinn definisce questa modalità di attenzione attraverso la consapevolezza intenzionale dell’esperienza presente, senza un’immediata valutazione giudicante. Senza equiparare ogni pausa contemplativa a una pratica di mindfulness, questa impostazione permette di riconoscere che l’attenzione può essere rivolta all’esperienza stessa, anziché essere costantemente assorbita da ciò che deve ancora accadere. La seconda dimensione riguarda il rapporto tra obiettivi e soddisfazione. Nella vita quotidiana, il raggiungimento di un risultato può essere rapidamente seguito dalla definizione di un nuovo traguardo. Questa successione è spesso utile: permette di continuare ad apprendere, sviluppare competenze e affrontare nuove sfide. Tuttavia, se diventa un automatismo, può impedire al soggetto di riconoscere il valore di ciò che ha già realizzato. In tal caso, la persona rischia di vivere il presente soltanto come una condizione transitoria, subordinata a un futuro nel quale dovrebbe finalmente trovare soddisfazione. La pausa di compimento introduce una possibilità alternativa: riconoscere che un obiettivo raggiunto possiede un valore attuale, non soltanto strumentale. Questo riconoscimento non equivale alla convinzione di avere terminato ogni percorso. Significa piuttosto concedersi la possibilità di integrare l’esperienza, comprendere ciò che essa ha insegnato e apprezzare il risultato senza trasformarlo immediatamente in un nuovo obbligo. Occorre distinguere, in questo senso, la soddisfazione dall’autocompiacimento. La prima può derivare da una valutazione realistica del percorso svolto; il secondo può manifestarsi quando il risultato diventa un pretesto per sottrarsi a ogni ulteriore confronto con la realtà. La pausa riflessiva non richiede di negare nuove aspirazioni. Richiede di evitare che esse cancellino sistematicamente il valore del presente.

8. Hartmut Rosa e la critica sociologica dell’accelerazione

La riflessione di Hartmut Rosa rappresenta uno dei riferimenti più pertinenti per collocare il problema in una dimensione sociale. In Social Acceleration: A New Theory of Modernity (2013), Rosa analizza l’accelerazione tecnologica, la trasformazione sempre più rapida delle strutture sociali e l’aumento del ritmo della vita quotidiana. La sua analisi evidenzia il paradosso di una società nella quale strumenti capaci di risparmiare tempo convivono con una crescente percezione di scarsità temporale. L’accelerazione non riguarda soltanto la velocità materiale delle attività. Incide anche sulle aspettative individuali e collettive, sulla percezione delle opportunità e sulla necessità di aggiornare continuamente competenze, obiettivi e relazioni. In un simile contesto, il fermarsi può apparire ingiustificato. Se il valore di una persona viene associato alla sua capacità di produrre, innovare, comunicare e conseguire risultati, ogni intervallo privo di un risultato immediatamente visibile rischia di essere interpretato come tempo perduto. È qui che la tua osservazione assume una rilevanza sociologica particolare. La stasi può essere giudicata negativamente non soltanto per ciò che rappresenta realmente, ma anche perché entra in conflitto con un modello culturale che attribuisce un valore privilegiato alla continuità dell’attività. Questo modello può trasferirsi dalla sfera economica a quella personale. La logica della prestazione, inizialmente legata a determinati ambienti lavorativi, può estendersi al tempo libero, alle relazioni, alla formazione e persino alle attività culturali e associative. Anche un progetto nato da un interesse autentico rischia così di diventare una sequenza di scadenze, risultati da comunicare e nuove iniziative da avviare. Non si tratta di affermare che ogni accelerazione sia negativa. La rapidità può essere necessaria per affrontare emergenze, cogliere opportunità o rispondere a bisogni urgenti. Il problema nasce quando la velocità diventa un criterio generale, indipendente dalla natura delle attività e dalle condizioni delle persone coinvolte. Una comunità, per esempio, può avere bisogno di tempi lunghi per consolidare la fiducia, comprendere un conflitto o valutare gli effetti di un intervento. L’introduzione continua di nuove iniziative può ostacolare proprio quei processi di sedimentazione dai quali dipende la loro efficacia. In termini sociologici, pertanto, la pausa può assumere anche una funzione critica: permette di sottrarsi, almeno temporaneamente, all’obbligo di trasformare ogni possibilità in una prestazione. La sua legittimità non dipende necessariamente dalla mancanza di idee. Può derivare dalla scelta di non subordinare l’intera esperienza umana alla produzione incessante di novità.

9. Il tempo del compimento: riconoscere il valore di ciò che è stato realizzato

Tra le diverse forme di sospensione, quella che merita un approfondimento specifico è la capacità di riconoscere il compimento. La cultura della progettualità tende spesso a concentrarsi sull’avvio, sullo sviluppo e sul conseguimento degli obiettivi. Molto meno spazio viene riservato al momento successivo: quello in cui il risultato viene riconosciuto, valutato e incorporato nella storia personale o collettiva. Eppure, il compimento costituisce una dimensione essenziale dell’esperienza. Un libro terminato, un’iniziativa culturale riuscita, una relazione consolidata o un progetto sociale che abbia prodotto effetti positivi non sono soltanto punti di partenza per nuove attività. Sono anche risultati dotati di un significato proprio. Fermarsi a riconoscerli significa dare continuità narrativa all’esperienza: comprendere da dove si è partiti, quali difficoltà sono state affrontate e quale valore possiede ciò che è stato costruito. Questa possibilità riguarda anche la soddisfazione personale. Non è necessario che ogni risultato sia seguito da un ulteriore obiettivo per essere significativo. Talvolta, la decisione più appropriata consiste nel dedicare tempo alla vita che quel risultato ha contribuito a rendere possibile. Si pensi a una persona che abbia dedicato anni alla costruzione di un’associazione. Una volta consolidata l’organizzazione, potrebbe scegliere di non avviare immediatamente nuove attività, ma di dedicarsi alla formazione dei collaboratori, alla cura delle relazioni e alla qualità delle iniziative esistenti. L’assenza di espansione non indicherebbe necessariamente una perdita di vitalità. Potrebbe segnalare il passaggio da una fase di crescita a una fase di consolidamento. Analogamente, un individuo può decidere di non trasformare ogni competenza acquisita in un nuovo progetto professionale. Può scegliere di mettere a frutto ciò che sa in forme più limitate, oppure semplicemente godere della consapevolezza raggiunta. Il punto essenziale è che il valore dell’esperienza non coincide sempre con la sua capacità di generare un risultato ulteriore. Saper riconoscere quando qualcosa è sufficiente costituisce una competenza diversa dal saper perseguire sempre qualcosa di nuovo. Questa competenza non è una rinuncia alla crescita. È la capacità di distinguere tra il desiderio autentico di proseguire e l’obbligo, interiorizzato o socialmente imposto, di non fermarsi mai.

10. Una lettura sociologica della pausa nella progettazione sociale

Le considerazioni precedenti assumono un significato particolare nell’ambito della progettazione sociale, dove il rapporto tra intenzione, intervento e cambiamento deve essere valutato attraverso criteri che superino la semplice quantità delle attività realizzate. Un progetto sociale nasce generalmente dall’individuazione di un bisogno, dalla formulazione di obiettivi, dalla scelta di strumenti e dalla costruzione di un percorso operativo. Tuttavia, la sua efficacia non dipende soltanto dall’avvio delle attività o dal numero di iniziative promosse. È necessario verificare se gli interventi producano cambiamenti significativi, se le persone coinvolte partecipino effettivamente ai processi e se i risultati raggiunti siano sostenibili nel tempo.

Da questo punto di vista, la pausa riflessiva può svolgere almeno quattro funzioni.

La prima è valutativa. Una sospensione programmata permette di verificare i risultati ottenuti, confrontarli con gli obiettivi iniziali e individuare eventuali effetti inattesi. Senza questa fase, il progetto rischia di continuare per inerzia, anche quando sarebbe opportuno modificarlo.

La seconda è relazionale. Le comunità non sono semplici destinatarie di interventi. Sono sistemi di relazioni nei quali la fiducia, il riconoscimento reciproco e la partecipazione richiedono tempo. Una pausa può permettere di ascoltare i partecipanti e comprendere esigenze che non erano emerse durante la fase operativa.

La terza è organizzativa. Non ogni progetto deve crescere indefinitamente. Talvolta, consolidare un’esperienza, distribuire meglio le responsabilità o rendere autonomi i partecipanti rappresenta un risultato più importante dell’ampliamento delle attività.

La quarta è etica. Un progettista sociale deve interrogarsi non soltanto su ciò che è possibile fare, ma anche su ciò che è opportuno fare. L’esistenza di risorse, competenze o opportunità non comporta automaticamente l’obbligo di attivare nuovi interventi.

Queste considerazioni conducono a una distinzione importante tra produttività operativa e generatività sociale. La produttività operativa riguarda, tra gli altri aspetti, le attività realizzate, i servizi erogati e i risultati immediatamente osservabili. La generatività sociale riguarda invece la capacità di un intervento di produrre competenze, autonomia, relazioni, fiducia e condizioni favorevoli alla continuità dei risultati. Le due dimensioni possono coincidere, ma non sono equivalenti. Un progetto che moltiplica le attività senza consolidare le relazioni può apparire dinamico e risultare, nel lungo periodo, fragile. Un intervento che riduce temporaneamente il proprio ritmo per consentire ai partecipanti di assumere responsabilità autonome può invece aumentare la propria sostenibilità. In questo senso, la pausa non è necessariamente l’opposto della progettazione. Può rappresentare una sua fase metodologica. Ciò richiede, naturalmente, una precisazione: non tutte le sospensioni sono giustificate. Quando esistono bisogni urgenti, diritti da tutelare o responsabilità che non possono essere rinviate, il fermarsi può produrre conseguenze negative. La pausa progettuale deve quindi essere valutata in relazione al contesto, agli effetti attesi e agli obblighi verso le persone coinvolte. La questione non è attribuire alla stasi un valore positivo in assoluto, ma riconoscere che anche la sospensione può costituire una scelta progettuale razionale.

11. Una possibile sintesi tra Rossello e la prospettiva riflessiva

A questo punto è possibile tornare al pensiero iniziale e individuare tanto il suo valore quanto il limite interpretativo che può emergere dalla formulazione proposta. Rossello sottolinea opportunamente la necessità di superare la separazione tra pensiero e comportamento. La sua riflessione richiama una concezione dinamica dell’esistenza, nella quale la persona non si limita a formulare idee, ma cerca di tradurle in trasformazioni concrete. Questa impostazione è particolarmente significativa nei contesti in cui l’elaborazione teorica rischia di diventare autoreferenziale o nei quali la moltiplicazione delle dichiarazioni sostituisce l’assunzione di responsabilità. Tuttavia, il riferimento alla stasi come condizione generalmente poco feconda, legittimata soprattutto dalla carenza di idee, può essere ampliato introducendo una distinzione tra assenza di iniziativa e sospensione intenzionale dell’azione. La prima può esprimere rinuncia, disimpegno o incapacità di affrontare un problema. La seconda può essere il risultato di una scelta ponderata, sostenuta da motivazioni positive e orientata alla comprensione dell’esperienza. Non si tratta di contrapporre due visioni inconciliabili. Al contrario, il richiamo di Rossello all’azione può essere integrato con il riconoscimento che un agire maturo richiede anche la capacità di valutare quando intervenire e quando astenersi. Il pensiero, infatti, non diventa significativo soltanto quando genera una nuova azione. Può manifestare la propria efficacia anche quando permette di evitare un comportamento inappropriato, interrompere una dinamica improduttiva o riconoscere che un obiettivo è stato raggiunto. La stessa capacità di trasformazione evocata da Rossello può dunque essere interpretata in senso più ampio: trasformare non significa necessariamente aggiungere qualcosa alla realtà esistente. Può significare anche consolidare, correggere, preservare o imparare ad apprezzare ciò che già esiste. La prospettiva riflessiva non nega il valore del motto Acta non verba. Ne amplia la portata, ricordando che la coerenza tra pensiero e azione non deve essere confusa con la continuità ininterrotta dell’attività. La maturità non si misura esclusivamente dalla quantità dei cambiamenti promossi, ma anche dalla capacità di riconoscere quali cambiamenti siano necessari, quali possano attendere e quali, invece, rischierebbero di compromettere un equilibrio già significativo.

Conclusioni: il diritto di fermarsi come espressione di consapevolezza

Il confronto tra il pensiero di Antonio Rossello e le prospettive esaminate consente di formulare una conclusione generale: la stasi non costituisce una categoria univoca e non può essere giudicata indipendentemente dalle motivazioni che la determinano e dalle conseguenze che produce. Esistono forme di immobilità che impoveriscono l’esperienza, impediscono il cambiamento e favoriscono la rinuncia. Ma esistono anche pause che rendono possibile una comprensione più profonda della realtà, permettono di valutare le conseguenze delle azioni e consentono di riconoscere il valore dei risultati raggiunti. La filosofia aristotelica ricorda che alcune attività possiedono un valore intrinseco e non devono essere giustificate soltanto in funzione di risultati ulteriori. Arendt invita a non ridurre la pluralità dell’esperienza umana alla sola azione visibile. Dewey mostra l’importanza della riflessione per la qualità delle decisioni. La psicologia dell’attenzione consapevole evidenzia il valore del rapporto con il presente, mentre la sociologia di Rosa permette di comprendere come l’accelerazione contemporanea possa trasformare il movimento continuo in un’aspettativa sociale. Nel loro insieme, queste prospettive suggeriscono di superare l’opposizione semplicistica tra attività e inattività. Il punto decisivo non è stabilire se sia sempre meglio agire oppure fermarsi, ma comprendere quale forma di condotta sia più coerente con le circostanze, con i valori personali e con il bene delle persone coinvolte. Nella vita individuale, questa consapevolezza permette di riconoscere che la soddisfazione per un risultato raggiunto non deve necessariamente trasformarsi in un nuovo obbligo. Nella vita collettiva, consente di comprendere che il consolidamento delle relazioni e dei risultati può essere più importante della continua espansione delle iniziative. Nella progettazione sociale, infine, invita a considerare la valutazione, l’ascolto e il consolidamento come parti essenziali del processo di cambiamento. Il diritto di fermarsi, in questa prospettiva, non è un diritto alla rinuncia indiscriminata. È la possibilità di non interpretare ogni momento della vita come una prestazione da rendere, un obiettivo da conseguire o una novità da produrre. Significa riconoscere che esistono momenti nei quali il cambiamento richiede iniziativa e altri nei quali richiede pazienza; momenti nei quali occorre costruire e altri nei quali è necessario comprendere ciò che è stato costruito. Forse, allora, alla formula Acta non verba si può affiancare una considerazione complementare: non basta agire per dimostrare di essere vivi, così come non basta fermarsi per dimostrare di essere consapevoli. Occorre che l’azione sia accompagnata dal discernimento e che la pausa non diventi un alibi per sottrarsi alle responsabilità. La vera alternativa non è tra il fare e il non fare, ma tra un agire automatico e un agire consapevole, tra una stasi subita e una sospensione scelta, tra l’incapacità di proseguire e la libertà di riconoscere che, almeno per un certo tempo, quanto è stato realizzato può essere sufficiente. In conclusione, la maturità personale e progettuale si manifesta anche nella capacità di distinguere il momento in cui una nuova iniziativa è necessaria da quello in cui è più opportuno consolidare, riflettere o semplicemente vivere il valore di ciò che esiste.

La fecondità di una vita non si misura soltanto da ciò che essa continua a produrre, ma anche dalla consapevolezza con cui riconosce, custodisce e apprezza ciò che ha già generato.

Analisi a cura di Franco Faggiano, EPS

Bibliografia

Fonti filosofiche

Aristotele (2000). Etica Nicomachea. A cura di Claudio Mazzarelli. Milano: Bompiani. (Opera originale composta nel IV secolo a.C.).

Arendt, H. (1958). The Human Condition. Chicago: University of Chicago Press. Edizione italiana: Vita activa. La condizione umana. Milano: Bompiani.

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Dewey, J. (1910). How We Think. Boston: D. C. Heath & Co. Edizione riveduta: How We Think: A Restatement of the Relation of Reflective Thinking to the Educative Process. Boston: D. C. Heath, 1933.

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Psicologia e consapevolezza

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Kabat-Zinn, J. (2003). “Mindfulness-Based Interventions in Context: Past, Present, and Future”. Clinical Psychology: Science and Practice, 10(2), 144–156. https://doi.org/10.1093/clipsy.bpg016.

Riferimento testuale di partenza

Rossello, A. (s.d.). «ACTA NON VERBA». Riflessione sul rapporto tra pensiero, azione, cambiamento e stasi.

TAG: azione, stasi, contemplazione, riflessività, tempo sociale, realizzazione personale, progettazione sociale, benessere, compimento.

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La telefonata di martedì tra il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Store segna una svolta importante in relazione a tre dinamiche geopolitiche in corso nel contesto della guerra tra NATO e Russia in Ucraina. Si tratta di almeno tre cambiamenti geopolitici degni di nota.

Innanzitutto, il contatto interrompe una moratoria di quasi quattro anni imposta dai leader europei sui contatti con la Russia e il presidente Vladimir Putin, ponendo fine al tanto decantato, seppur fittizio, “isolamento della Russia”. Ciò è ulteriormente sottolineato dal fatto che non si è trattato di una telefonata isolata, poiché le parti hanno concordato di mantenere aperto il canale di comunicazione. Si tratta di un chiaro atto di disperazione di fronte all’accordo sul diesel del presidente statunitense Donald Trump, al congelamento delle sanzioni, agli sforzi per riavviare i colloqui russo-ucraini e, soprattutto, ai ripetuti tentativi di Trump di instaurare nuove relazioni e accordi economici con il Cremlino, proprio mentre i fronti della difesa, l’economia, la società e lo Stato ucraino stanno collassando. Anche in tempi più normali, una telefonata al Cremlino da parte di due leader europei sarebbe un evento insolito. Nel contesto della moratoria, ormai forse superata, e delle relazioni quasi apertamente bellicose tra la NATO e la Russia, la chiamata a Putin da parte dei leader di due Stati membri della NATO rappresenta un momento cruciale nella diplomazia relativa alla guerra e, più in generale, alle relazioni tra Occidente e Russia. Questa svolta, tuttavia, non significa che l’appello rappresenti una comprensione a livello europeo della necessità di porre fine alla guerra in Ucraina o di evitare una guerra aperta e su vasta scala con la Russia. Ciò ci porta al secondo punto.

Il secondo punto è che, nell’attuale situazione disperata, alcuni europei hanno scelto di rompere il loro autoimposto ruolo terziario nella diplomazia occidentale riguardo alla guerra. In altre parole, l’Europa sta cercando di unirsi, o quantomeno di aggirare e competere, con la diplomazia prevalentemente bilaterale che circonda la guerra, guidata dagli Stati Uniti e dal presidente Donald Trump. Alcuni europei ritengono che l’attuale percorso stia portando al degrado economico, politico e geopolitico dell’Europa e alla sua relegazione alla periferia internazionale, dietro a veri e propri attori come Stati Uniti, Russia, Cina, India e persino Iran e Turchia. Stubb e Store probabilmente sperano di rendere l’Europa rilevante durante i colloqui di Abu Dhabi, previsti sebbene non inevitabili, sull’Ucraina, se non sulle più ampie questioni geopolitiche che potrebbero essere affrontate in quella sede. Oltre a tutelare gli interessi europei e ucraini in tali colloqui, i leader europei potrebbero dimostrare alle loro opinioni, sempre più scontenti, che l’Europa è un attore importante. Ad esempio, se le sanzioni sulle risorse energetiche russe dovessero essere revocate, l’Europa più di ogni altra regione dovrebbe beneficiarne, poiché la crisi del Golfo Persico ha ridotto al minimo le consegne di petrolio e gas, rendendo potenzialmente necessario il ripristino dello status della Russia come “stazione di servizio” di riferimento per l’Europa. Sfortunatamente, la mossa Stubb-Store finora non sta funzionando. Due giorni dopo la telefonata, il principale consigliere di politica estera di Putin, Yuri Ushakov, ha dichiarato il rifiuto della Russia di un ruolo europeo nei colloqui di Abu Dhabi previsti per l’inizio di novembre.

Mario Nawfal@MarioNawfal La Russia afferma che l’Europa NON è invitata al tavolo dei negoziati sull’Ucraina… L’assistente del presidente russo Ushakov ha affermato che non ci si aspetta che i rappresentanti europei partecipino ai negoziati riguardanti la guerra in Ucraina. Il suo messaggio ai leader europei è stato categorico: “Loro… 14:40 · 28 ottobre 2026·69.500 visualizzazioni105 risposte·389 condivisioni·1.370 Mi piace

/video/1).

In terzo luogo, si è trattato di una mossa a sé stante da parte di Stubb e Store. Come ha affermato il primo ministro danese in una critica, l’appello non è stato in alcun modo coordinato con il resto d’Europa. Pertanto, Finlandia e Norvegia hanno agito in modo indipendente, creando un’ulteriore linea di divisione all’interno dell’Unione Europea e aumentando la probabilità di ulteriori spaccature su questo tema e nell’Unione nel suo complesso. La mossa di Stubb e Store, quindi, mina l’unità europea in un momento in cui il progetto ucraino sta precipitando nel disastro e i governi di tutta Europa sono in difficoltà, sopraffatti da violenze, proteste di massa, economie in crisi e divisioni interne alle élite di portata senza precedenti da diversi decenni.

Non è chiaro se la Finlandia, da sempre anti-russa, e la Norvegia si uniranno alle fila dei dissidenti – la Slovacchia e, in una certa misura, anche l’Ungheria post-Orban – ma è lecito aspettarsi che altri leader europei seguano l’esempio, facendo emergere lo spettro di una divisione più profonda e di un cambiamento radicale, o addirittura della dissoluzione, dell’UE. Le pressioni che spingono a questi sviluppi sono destinate ad aumentare. L’Ucraina sta perdendo terreno, con scarse o nulle prospettive di un maggiore sostegno da parte dell’UE o di un continuo supporto da parte degli Stati Uniti. L’unica luce in fondo al tunnel per l’Ucraina e i vari neoconservatori europei è l’elezione di un presidente anti-russo negli Stati Uniti nel 2028 – un traguardo lontanissimo per un’Ucraina già in rovina e un’UE in declino.

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Informazioni sull’autore –

Gordon M. Hahn, Ph.D., è analista esperto presso Corr Analytics, www.canalyt.com . Siti web: Politica russa ed eurasiatica, gordonhahn.com e gordonhahn.academia.edu

Il dottor Hahn è l’autore del nuovo libro: Russian Tselostnost’: Wholeness in Russian Thought, Culture, History, and Politics (Europe Books, 2022). Ha già pubblicato cinque libri di successo: The Russian Dilemma: Security, Vigilance, and Relations with the West from Ivan III to Putin (McFarland, 2021); Ukraine Over the Edge: Russia, the West, and the “New Cold War” (McFarland, 2018); The Caucasus Emirate Mujahedin: Global Jihadism in Russia’s North Caucasus and Beyond (McFarland, 2014), Russia’s Islamic Threat (Yale University Press, 2007) e Russia’s Revolution From Above: Reform, Transition and Revolution in the Fall of the Soviet Communist Regime, 1985-2000 (Transaction, 2002). Ha inoltre pubblicato numerosi rapporti di think tank, articoli accademici, analisi e commenti su media sia in lingua inglese che russa.

Il dottor Hahn ha insegnato presso le università di Boston, American, Stanford, San Jose State e San Francisco State, ed è stato borsista Fulbright presso l’Università Statale di San Pietroburgo, in Russia. È stato inoltre senior associate e visiting fellow presso il Center for Strategic and International Studies, il Kennan Institute di Washington DC, la Hoover Institution della Stanford University e il Center for Terrorism and Intelligence Studies (CETIS) dell’Akribis Group.

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Rassegna stampa francese, 15a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Domande a ricercatori e ricercatrici che hanno accettato di mettere le loro conoscenze e i loro
lavori al servizio della comprensione di un evento che senza dubbio segnerà la storia, almeno
quella dei due mandati di Emmanuel Macron. Ciò che è in gioco qui è il risultato di una politica
condotta da dieci anni, i cui effetti si fanno sentire ovunque: il liceo trasformato in uno scalo
ferroviario, il disprezzo per le disuguaglianze territoriali, la scelta di una politica economica
favorevole ai più abbienti, i compiti della polizia riorientati verso la repressione… Il tutto in una
situazione economica caratterizzata da un debito sempre più gravoso, che vincola l’azione dello
Stato e che costituisce lo sfondo comune ai grandi movimenti sociali. Si può rimproverare a questi
ricercatori e ricercatrici che «spiegare significa già giustificare». E se la scommessa fosse inversa:
per agire bene, bisogna prima capire.

17.09.2026
RABBIA SOCIALE: LE RADICI DI UNA CRISI
Mentre le manifestazioni scuotono la Francia, abbiamo chiesto a sei ricercatori di aiutarci a comprendere
meglio la situazione esplosiva con cui ci troviamo a confrontarci

Intervista a cura di Arnaud Gonzague, Barbara Krief, Xavier de La Porte, Marie Lemonnier, Rémi Noyon e Manon Roche
Le manifestazioni del 17 ottobre hanno sollevato numerose domande: come mai il movimento contro il
caro vita – erede dei «gilet gialli» – si sia unito a quello portato avanti dagli studenti delle scuole superiori
già da diverse settimane, pur con rivendicazioni apparentemente molto diverse?

In un mese, il Rassemblement National ha annunciato tre procedimenti per diffamazione contro Le
Monde, Le Canard enchaîné e Mediapart. All’origine della controversia: un articolo del primo, in cui
si affermava che volantini del partito fossero stati rinvenuti nell’auto dell’autore dell’attentato
razzista di Trappes, prima che il giornale rettificasse la notizia; e le inchieste degli altri due testate
relative agli scritti antisemiti attribuiti a Jordan Bardella, che quest’ultimo smentisce. «Siamo più
esigenti e meno tolleranti nei confronti delle fake news in periodo di campagna presidenziale»,
afferma Renaud Labaye, vicedirettore della campagna di Marine Le Pen.


31.10.2026
Il Rassemblement National e la stampa, tra
strategia di seduzione e braccio di ferro
Con l’avvicinarsi del 2027, il RN inasprisce i toni nei confronti dei media e intende reagire a ogni passo
falso. Tuttavia, il partito si preoccupa di non apparire ostile, a rischio di compromettere la propria
strategia di normalizzazione

Di Dinah Cohen e Nina Jackowski
Alla ricerca di un ampliamento della propria base, il RN cerca il giusto tono nei rapporti con i media. Se il
75 % dei sostenitori del partito ritiene che «i media diffondano il più delle volte informazioni false», tale
percentuale scende al 48 % tra i sostenitori dei Républicains.

Emmanuel Macron non esclude di ricandidarsi per un terzo mandato nel 2032. Posso permettermi
di dare un consiglio al nostro prossimo capo di Stato? Modifichi rapidamente la Costituzione ed
escluda definitivamente questa possibilità!

Ottobre 2026
LE ELEZIONI PRESIDENZIALI VISTE DA QUI
A sette mesi dalle elezioni presidenziali, i candidati dichiarati o presunti si stanno lentamente schierando
in ordine di battaglia. Ciò non impedisce, tuttavia, che si verifichino già intoppi e tensioni, a prescindere
dall’orientamento politico. Una sintesi della campagna elettorale vista da Béziers. In tutta soggettività,
ovviamente…

Di Emmanuelle Ménard
Mai delusi
Il bello dei socialisti è che riescono sempre a sorprenderci. Si prenda ad esempio l’organizzazione delle
primarie. Lo scorso 16 settembre si è appreso che Philippe Brun, deputato del PS dell’Eure, che aveva pure
raccolto il numero di firme di sostegno richiesto, non potrà parteciparvi.

Nove anni separano i due discorsi tenuti da Emmanuel Macron all’Hôtel de Brienne. Nel luglio
2017, appena eletto, sorprese i militari ricordando un’ovvietà: «Sono il vostro capo», prima di
ringraziare il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate. Nel luglio 2026, sottolineava la necessità
di prepararsi a «difendere» il diritto «a costo di spargere sangue, se necessario», prima di
esprimere il proprio «orgoglio» per essere sempre stato al fianco dei militari. Tra queste due date,
il contesto strategico si è profondamente deteriorato: Afghanistan, Sahel, Vicino e Medio Oriente,
Nord Africa e, ovviamente, l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia.


Ottobre 2026
Il testamento strategico di Emmanuel Macron

Di Thomas Gomart, è direttore dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (Ifri).
Ultima opera pubblicata: Chi controlla chi? I nuovi rapporti di forza mondiali (Tallandier,2026). gomart@ifri.org

Mosca sta cercando con tutte le sue forze di allontanare gli europei dagli americani, un’opera da
portare avanti finché Donald Trump è al potere. Le condizioni gli sono favorevoli: l’arrivo
dell’inverno, che indebolirà Kiev; la debolezza di Donald Trump, impantanato nella sua guerra in
Iran; e l’ondata elettorale che paralizzerà i leader di alcuni dei suoi principali avversari: Francia,
Italia, Polonia, Spagna. Sull’onda di questo slancio, Vladimir Putin moltiplica le promesse
economiche, nella speranza che Donald Trump partecipi a un incontro a tre, con Xi Jinping.


31.10.2026
Il G20 impotente di fronte alla crisi ucraina
Ad Atlanta, i ministri degli Affari esteri del G20 non nutrono speranze di progressi diplomatici per
l’Ucraina

Di Anne Bauer
A parte un cessate il fuoco provvisorio nei pressi di Olechky, città martire nel sud dell’Ucraina, dalla quale
occorre evacuare gli ultimi abitanti in preda alla fame, la Russia continua a colpire con la stessa violenza.
Giovedì, un attacco con droni ha ucciso 14 viaggiatori nella stazione ferroviaria di Dnipro, nell’Ucraina
orientale, suscitando una nuova ondata di indignazione.

Ritenendo che i giovani abbiano ottenuto ciò che chiedevano, il 64% dei francesi auspica ora che
la mobilitazione degli studenti universitari e delle scuole superiori cessi, secondo un sondaggio. Se
la maggioranza dei francesi spera di vedere il movimento spegnersi, è perché le concessioni del
governo si uniscono al rifiuto delle violenze perpetrate dai teppisti per indurre i nostri concittadini a
non sostenere più il movimento.


30.10.2026
La rabbia degli studenti delle scuole superiori:
quasi due terzi dei francesi auspicano che il
movimento cessi
Mentre il “terzo atto” delle manifestazioni in programma sabato fa temere nuove violenze, il 64% dei
nostri concittadini ritiene che la mobilitazione debba cessare dopo le misure annunciate dal governo

Di Emma Ferrand
Nonostante i numerosi annunci del governo volti a rispondere alla loro rabbia, gli studenti delle scuole
superiori e universitari non hanno ancora detto l’ultima parola.

Il senso della manifestazione pacifica di sabato, in cui spesso si è sfilato in famiglia, è che si può
parlare dei problemi e riflettere, insieme, sui modi per risolverli, senza designare capri espiatori,
che si tratti di immigrati, ricchi, giovani o anziani. L’etica della responsabilità ha prevalso sulla
demagogia e sull’anatema. Questa vittoria, oh quanto fragile, la dobbiamo anche ai sindacati.
Tenuti ai margini negli ultimi anni dal potere macronista, pur essendo i migliori artefici non del
caos, ma della pace civile, il loro ritorno sulla scena fa sperare che i giorni bui finiranno.

29.10.2026
Lo spirito del 24 ottobre

Nelle manifestazioni del 24 ottobre si percepiva qualcosa dello spirito dell’11 gennaio 2015: quella folla che
ha marciato in modo pacifico, imponente e determinata, per far sentire, senza violenza, le proprie
rivendicazioni. Un fronte repubblicano in azione, nelle strade, in attesa delle urne.

La Francia occupa un posto a sé stante nell’immaginario mondiale: ciò che vi accade alimenta da
tempo i sogni di alcuni e le paure di altri. Perché la Francia ha a lungo fatto sognare il mondo. Era
il paese in cui la Storia sembrava poter ricominciare, dove una manifestazione poteva
preannunciare una rivoluzione. Vi si proiettavano il Maggio ’68, la conquista dei diritti, il sogno di
riprendere il controllo di un mondo le cui decisioni sembravano prese altrove. Le strade francesi
ricordavano che i popoli potevano ancora influenzare il corso della Storia. E poi c’era l’altra
Francia: le terrazze, i caffè al sole, quella dolcezza di vivere ostinatamente preservata. Dalla
rivoluzione permanente all’eterna domenica, vi si immaginavano ancora giorni migliori. La Francia
fa ancora sognare, ma il sogno si tinge di inquietudine. Ormai, sono soprattutto le fantasie più cupe
a proiettarsi su di essa.


29.10.2026
La Francia, bersaglio di ogni rabbia
Il nostro Paese occupa un posto a sé stante nell’immaginario mondiale. Ormai, sono le fantasie più cupe
a proiettarsi su di esso. Resta da capire a chi giova il caos

ricercatrice associata presso Carnegie Europe

Da Madrid a Bruxelles, da Milano a Parigi, l’Europa scende in piazza. Le rivendicazioni differiscono, ma la
preoccupazione è comune.

“Nel nostro Paese, storicamente, l’immigrazione è stata la soluzione delle imprese, poi il problema
dello Stato, prima di diventare una crisi sociale, quando quest’ultimo si è trovato sopraffatto”,
sintetizzano i due giornalisti Géraldine Woessner ed Erwan Seznec, giornalisti della rubrica
«Società» di Le Point.

29.10.2026
Immigrazione: superare i pregiudizi e il rifiuto
della realtà
Operazione trasparenza. Nel libro Le Grand Silence (Robert Laffont), Géraldine Woessner ed Erwan
Seznec, giornalisti de Le Point, mettono in discussione l’incapacità della Francia di affrontare con
lucidità il tema dell’immigrazione. Propongono un approccio obiettivo a questo dibattito scottante in
vista del 2027

DI SAMUEL DUFAY
A un primo sguardo, si potrebbe quasi pensare a uno scherzo. Intitolare Le Grand Silence un libro
sull’immigrazione: ci voleva proprio, visto quanto questo tema domini il dibattito pubblico.

Gli annunci del governo sono giudicati insufficienti dalla maggior parte delle organizzazioni
studentesche delle scuole superiori e universitarie, che invitano a manifestare nuovamente il 31
ottobre e il 5 novembre. Questi momenti salienti riportano i sindacati al centro della scena. Dopo le
manifestazioni del 17 ottobre, che hanno registrato un’ampia partecipazione ma sono state
costellate da episodi di violenza in diverse città, Emmanuel Macron ha scelto la linea dura per
riprendere il controllo della situazione. Il suo metodo: riservare la strada ai cortei organizzati dai
sindacati. Un paradosso per chi ha sempre guardato con diffidenza alle grandi confederazioni
sindacali, preferendo vederle agire all’interno delle aziende piuttosto che a livello nazionale. Ma la
strategia ha funzionato poiché, il 24 ottobre, circa 410.000 persone, secondo la polizia, hanno
sfilato senza incidenti di rilievo.


29.10.2026
I sindacati ritrovano un ruolo nei cortei
Mentre i movimenti autonomi sono sempre più numerosi dall’epoca dei «gilet gialli», l’attuale
contestazione sociale richiede la competenza organizzativa delle confederazioni sindacali. Tuttavia, la
loro capacità di mobilitazione non è sufficiente

Di Florian Fayoll
La scena è insolita. Per svelare, il 26 ottobre, le misure tanto attese dagli studenti delle scuole superiori,
Matignon ha deciso di informare per prime… le influencer.

Dall’immigrazione alla lotta contro la criminalità, ogni questione fondamentale sembra condannata
a non trovare mai una soluzione. Un’erosione, talvolta persino un crollo dello Stato, che le rivolte
urbane illustrano tragicamente. Come sciogliere questa trappola che Georges Pompidou definiva
già «il nodo gordiano»?

29.10.2026
Il vero colpo di Stato: un processo continuo
Nel corso dei decenni, i contro-poteri hanno ampliato le proprie prerogative, intrappolando l’azione
politica nelle maglie dell’impotenza. In vista del 2027, l’Istituto Thomas More propone una riforma
radicale per restituire allo Stato la sua capacità di agire. Ve la sveliamo in esclusiva.

Di Valentin Gaure
Chiunque, nel mese di maggio prossimo, entrerà in possesso del Castello, dovrà ancora affrontare le
roccaforti. Il Consiglio costituzionale, il Consiglio di Stato, la Corte di giustizia dell’Unione europea, la Corte
europea dei diritti dell’uomo, senza dimenticare la moltitudine di autorità indipendenti.

Se i repubblicani perdessero il controllo parziale o totale del Congresso, sarebbe l’inizio della fine
per Donald Trump? Si tratterebbe di una sconfitta simbolica per il presidente americano. Ma le sue
conseguenze andrebbero ben oltre l’immagine. I democratici disporrebbero allora di nuove leve
istituzionali per moltiplicare le inchieste parlamentari rivolte all’amministrazione Trump.

26.10.2026
COSA CI SI PUÒ ASPETTARE DALLE ELEZIONI DI METÀ MANDATO NEGLI STATI UNITI?
TRUMP: L’INIZIO DELLA FINE?
Le elezioni di metà mandato che si terranno la prossima settimana sono al centro dell’attenzione in tutto
il mondo. Ma qualunque sia il loro esito, Donald Trump rimarrà ampiamente in grado di portare avanti
gran parte della sua politica, anche se la sua azione rischia di diventare ancora più conflittuale. Tutto ciò
non va necessariamente a nostro vantaggio, noi europei.

Di PIERRE-HENRI THOMAS
Il mondo oggi ha gli occhi puntati sulle midterm, le elezioni di metà mandato che si terranno negli Stati
Uniti il 3 novembre. Circa 175 milioni di americani si recheranno alle urne per rinnovare tutti i 435 seggi
della Camera e 35 dei 100 seggi del Senato. Il voto potrebbe far passare la maggioranza del Congresso
americano ai democratici.