Italia e il mondo

L’uomo che era Friday: l’islamismo globale dopo l’unipolarità, di Philip Cunliffe

L’uomo che era Friday: l’islamismo globale dopo l’unipolarità

Di Philip

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Nel thriller metafisico-fiaba di G. K. Chesterton del 1908, L’uomo che era giovedì: un incubo, il protagonista Gabriel Syme è un agente di Scotland Yard reclutato per infiltrarsi in una rete di terroristi anarchici. I membri cosmopoliti di questo cosiddetto Consiglio Anarchico Centrale nascondono la propria identità ai servizi segreti utilizzando i giorni della settimana come nomi in codice. Syme si infiltra nel Consiglio con il nome in codice di Giovedì. Nel corso delle sue intrighi e delle lotte contro i suoi colleghi membri del Consiglio, anch’essi chiamati con i nomi dei giorni della settimana, Syme si rende conto che (attenzione: spoiler) l’intero Consiglio è, in realtà, composto da infiltrati del governo, tutti reclutati dallo stesso uomo, con l’unica eccezione, a quanto pare, del misterioso e carismatico leader del Consiglio, nome in codice Sunday. La storia fantastica di Chesterton non era una semplice fantasia. Sebbene le reti terroristiche della globalizzazione tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo non fossero proprio tutte agenti della polizia segreta britannica, lo Stato più potente del mondo all’epoca, erano comunque densamente popolate da spie, infiltrati e agenti provocatori delle principali grandi potenze dell’epoca.1

Un’analisi chestertoniana si adatterebbe altrettanto bene al terrorismo radicale della globalizzazione dei primi anni del XXI secolo, soprattutto considerando che quell’epoca sta ormai svanendo nel passato insieme alla globalizzazione edoardiana dei tempi di Chesterton. Sebbene i fanatici islamici abbiano sostituito i radicali atei dell’epoca di Chesterton come nucleo centrale del terrorismo globale, le loro reti sono probabilmente ancora più densamente popolate da spie governative nell’ombra di quanto persino la fertile immaginazione di Chesterton potesse concepire. Dopotutto, molti dei terroristi islamici radicali dei nostri giorni sono stati intimamente intrecciati con gli ingranaggi dello Stato profondo. Mentre la Special Branch britannica svolge ancora un ruolo minore ma importante in questa vicenda (creando il rifugio jihadista che divenne noto come “Londonistan”), il ruolo principale è stato assunto dalla Central Intelligence Agency (CIA), la quale, come è ampiamente noto, ha contribuito a coltivare una rete globale di insorti islamici al fine di contrastare l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979. 2

Il terrorismo globale e il crepuscolo dell’impero

Dopo aver cacciato con successo le forze russe dall’Afghanistan nel 1989, la rete principale degli insorti sostenuti dalla CIA decise, in un impeto di rabbia, di agire di propria iniziativa. Priva di uno scopo una volta sconfitto l’impero sovietico, la rete di ribelli dal nome innocuo di «la Base» (Al Qaeda in arabo) si infuriò quando la propria offerta di costituire una legione straniera islamica per difendere l’Arabia Saudita dall’espansionismo del dittatore ba’athista iracheno Saddam Hussein fu respinta, a favore delle forze riunite di una coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti. Rivoltandosi contro i propri ex padroni politici, la Base sferrò non uno, ma ben due attacchi contro il World Trade Center di New York (nel 1993 e nel 2001), la città che all’epoca più si avvicinava a una capitale mondiale. Utilizzando tre aerei di linea dirottati come missili guidati, la Base riuscì a distruggere le Torri Gemelle e a colpire il Pentagono, uccidendo migliaia di persone.3 Gli Stati Uniti risposero sferrando un’offensiva su più fronti, coordinata con i propri numerosi alleati in tutto il mondo, per sradicare il terrorismo globale ovunque.

La guerra globale al terrorismo ha combinato una sinistra lotta nell’ombra fatta di omicidi, rapimenti, torture e impiego di squadroni della morte settari con incursioni delle forze speciali, spedizioni militari sfortunate e costose (contro l’Afghanistan e l’Iraq), nonché una serie ininterrotta di sanguinosi raid aerei sia contro i principali Stati della regione (Siria, Libia) sia contro remote zone dell’entroterra (il Sahel, il Corno d’Africa) dove gli insorti e i sostenitori di al-Qaeda avevano trovato rifugio. La Watson School of Public and International Affairs della Brown University stima che il bilancio complessivo delle vittime della guerra globale al terrorismo ammonti a 940.000 persone in tutto il mondo.

Eppure, a meno di un quarto di secolo dall’inizio della “guerra al terrorismo”, il leader del Fronte del Levante (Jabhat al-Nusra) di al-Qaeda, Ahmed al-Sharaa, sarebbe stato accolto a New York proprio nello stesso mese (settembre 2025) in cui i suoi predecessori avevano attaccato la città ventiquattro anni prima. Ciò sarebbe avvenuto dopo che gli Stati Uniti avessero devastato vaste aree del Medio Oriente, mancando però, come un giocatore di freccette ubriaco, di proposito i due paesi, l’Arabia Saudita e l’Egitto, da cui provenivano effettivamente i diciannove dirottatori del settembre 2001.

Al-Sharaa si è recato a New York per partecipare al Concordia Summit, uno dei tanti raduni di questo tipo che hanno proliferato nell’era della globalizzazione con l’obiettivo di riunire il mondo degli affari e quello governativo e coordinarne il governo congiunto. La sua visita è avvenuta meno di un anno dopo che l’esercito siriano della Base, ancora una volta fortemente sostenuto e armato dagli Stati Uniti, aveva invaso la capitale siriana Damasco e spodestato dal potere l’uomo forte alleato della Russia, Bashar al-Assad. Nonostante abbia abbandonato il suo precedente nom de guerre, Abu Muhammad al-Julani, a differenza del leader anarchico Sunday di Chesterton, non vi è alcun mistero né profondità riguardo a chi si celi in ultima analisi dietro il nuovo presidente siriano. Al-Sharaa ha ricevuto le lodi pubbliche dell’ex direttore della CIA, il generale David Petraeus, durante un incontro faccia a faccia al vertice (Petraeus aveva precedentemente guidato lo sforzo bellico statunitense contro le forze locali della Base nel vicino Iraq). Anche il presidente Trump ha espresso la sua ammirazione per la «durezza» di al-Sharaa.

Gli audaci e sanguinosi attacchi sferrati dalla Base contro gli Stati Uniti nel 2001 coincisero con l’apice dell’egemonia unipolare statunitense e della globalizzazione economica. Al contrario, quando il nuovo leader della Base tornò a New York forte della vittoria e con l’alleanza con gli Stati Uniti ormai efficacemente ristabilita, si trovò di fronte a un Paese notevolmente indebolito sotto quasi ogni aspetto di potere e prestigio: economico, ideologico e militare. Sebbene parte di questo declino relativo possa essere attribuito all’eccessiva espansione imperiale e all’esaurimento derivante dalla guerra continua e senza restrizioni contro la Base e i suoi vari gruppi scissionisti (in particolare lo Stato Islamico), la maggior parte del declino degli Stati Uniti ha meno a che fare con le vittorie di milizie islamiche disorganizzate e fanatici suicidi che con la crescita della potenza industriale cinese e del revansismo militare russo.

Qual è, allora, il rapporto tra l’ascesa e il declino della potenza globale degli Stati Uniti e l’alternarsi di alti e bassi del terrorismo islamico radicale? È possibile analizzare la dinamica bizzarra e straordinaria di attrazione e repulsione ideologica, di inimicizia strategica e alleanza, tra gli Stati Uniti e l’Islam radicale nei termini oggettivi della scienza politica e della geopolitica, in modo da evitare di ricorrere alla metafisica chestertoniana?

Se l’unipolarità è finita — e lo sforzo che gli Stati Uniti stanno compiendo per reprimere la Repubblica Islamica dell’Iran, assediata e afflitta dalla povertà, sembrerebbe confermarlo — cosa ne sarà del jihadismo, che è stato una componente così ricorrente e familiare dell’ordine globale guidato dagli Stati Uniti? Cosa ne sarà dello sforzo pluridecennale volto ad attuare direttamente la legge islamica come sistema politico, ovvero del progetto politico convenzionalmente descritto come islamismo? Qual è il rapporto tra islamismo e jihadismo, e tra questi due fenomeni e la fede islamica stessa all’indomani della globalizzazione guidata dagli Stati Uniti? Queste sono le domande che il presente articolo intende affrontare, analizzando il rapporto tra l’Islam globale e l’islamismo come ideologia, nonché la distribuzione globale del potere negli ultimi trenta-quaranta anni.

Nonostante tutte le differenze tra l’epoca di Chesterton e la nostra, esiste un elemento comune agli anarchici, ai jihadisti e agli islamisti: la loro incapacità di risolvere la spinosa ma inevitabile questione di ogni politica, ovvero la natura e la legittimità del potere politico laico centralizzato, o, in breve, la questione della sovranità statale. Non è una coincidenza che questa questione, che ha tormentato sia gli anarchici che i radicali islamici, coincida con le fasi di massimo splendore storico della globalizzazione nel capitalismo mondiale, dal 1870 al 1914 e dal 1989 al 2024. Si trattò in entrambi i casi di periodi in cui l’espansione del commercio, della finanza, della produzione industriale e delle comunicazioni indebolì il potere statale, mentre l’imperialismo globale erose l’indipendenza nazionale.

Queste erano le circostanze materiali in cui le persone potevano arrivare a concepire l’Islam transnazionale come un attore globale. La comunità multietnica, interrazziale e senza confini dei credenti islamici, nota in arabo come Ummah, poteva essere proposta come una formulazione coesa e autentica dell’umanità illuminata nel suo insieme, che trascendeva il bisogno profano di governo e faceva a meno delle logore ipocrisie del liberalismo e della democrazia. Ma, come vedremo, le stesse condizioni materiali che permisero all’Islam di emergere come orizzonte per l’umanità globale potevano durare solo fintantoché fosse rimasta in piedi la sbilanciata distribuzione internazionale del potere che sosteneva l’egemonia statunitense.

Ora che gli Stati Uniti non sono in grado o non sono disposti a mantenere queste condizioni, torna alla ribalta la questione del pluralismo geopolitico e della rappresentanza politica e, con essa, quella del potere statale. Con il declino del potere statunitense, declina anche l’Islam globale. La domanda che si pone per tutti noi è se le nazioni che rimangono indietro dopo il ritiro dell’impero statunitense siano in grado di costruire Stati funzionanti e indipendenti ai fini dell’autogoverno e dell’ordine politico.

Se un’analisi politica lucida deve fare a meno della metafisica, dobbiamo comunque fare i conti con la totale stranezza del rapporto politico e strategico tra la superpotenza americana e l’Islam radicale nel periodo di massimo splendore dell’unipolarità statunitense. Come storia di agenti della CIA fuori controllo che bombardano New York per poi essere riaccolti lì più di due decenni dopo, è un racconto al tempo stesso così stravagante e banale che un’intelligenza artificiale generativa probabilmente lo rifiuterebbe come premessa di un thriller. Anche nei momenti di massima tensione, gli Stati Uniti non hanno mai mancato di inchinarsi alle sensibilità islamiche come parte del loro sforzo bellico globale. Mentre gli Stati Uniti si preparavano a scatenare la loro vasta macchina da guerra nel 2001 e la loro polizia segreta allestiva segrete di tortura in vari «siti neri» della CIA in tutto il mondo, un’amministrazione guidata da un metodista evangelico, il presidente George W. Bush, ribattezzò l’operazione di rappresaglia contro la Base, optando per «Enduring Freedom» al posto di «Infinite Justice», dopo che alcuni studiosi islamici avevano fatto notare che la giustizia infinita appartiene solo ad Allah.

Il successore di Bush, Barack Hussein Obama, anch’egli protestante praticante, avrebbe poi dichiarato, con una frase rimasta famosa, che l’Islam era una «religione di pace» nel suo discorso all’Università del Cairo nel 2009. Sebbene l’atteggiamento conciliante di Obama fosse chiaramente inteso a isolare i radicali dai loro correligionari moderati, privandoli della possibilità di dipingere i leader occidentali come anti-islamici, egli poté farlo solo rivendicando un diritto assoluto, persino imperialistico, di dettare a livello globale i termini della religione altrui, intensificando al contempo gli attacchi con i droni contro gli Stati musulmani, indipendentemente dal fatto che fossero alleati o opposti agli Stati Uniti.

A differenza dei presidenti Bush e Obama, cercherò di evitare le strategie ossequiose e accondiscendenti della controinsurrezione intellettuale. In quanto non credente, non mi permetterò di dettare agli altri il significato della loro religione. Ai fini del presente articolo, adotterò la definizione di Islam globale data dallo storico delle idee Faisal Devji, che lo interpreta non come un atavismo religioso, ma come un fenomeno moderno che può essere descritto con termini simili a quelli utilizzati per discutere di democrazia globale, liberalismo o socialismo. Devji sostiene che questa nozione generica di Islam sia un prodotto dei pensatori panislamici del XIX secolo più che degli orientalisti. Potremmo aggiungere che essa è adatta a un mondo moderno in cui le concezioni astratte dell’azione collettiva riflettono un’economia capitalista globale che è a sua volta radicata in categorie altamente astratte di capitale e lavoro. È come risultato della modernità che l’Islam è passato dal limitarsi a descrivere le pratiche religiose dei musulmani all’essere visto come «una struttura astratta e presumibilmente autopropulsiva, come il capitalismo». 4 Sebbene l’Islam possa racchiudere una moltitudine di sfaccettature, è anche un’idea per eccellenza globalista, e la sua storica radicalizzazione nell’islamismo e nel jihadismo deriva dal fallimento del globalismo nel trascendere la politica profana dello Stato-nazione.

Cosa si è lasciata alle spalle l’ondata islamista

Non sappiamo se il nuovo leader siriano al-Sharaa sia stato rincuorato nel constatare il declino delle sorti del Paese che aveva visitato nel 2025. Se così fosse, avrebbe ben poco di cui rallegrarsi riflettendo sulla situazione strategica della Siria. Se la Siria è il primo Paese che si potrebbe dire che la Base abbia conquistato, si tratta di una vittoria altamente compromessa e contingente. Sebbene le forze di al-Sharaa abbiano preso Damasco nel 2024 e abbiano persino privato la Marina russa del suo ex porto mediterraneo a Tartus, lo Stato che al-Sharaa governa ora è molto ridotto rispetto persino a quello controllato dal suo predecessore laico, al-Assad.

La Turchia si è ritagliata una propria zona cuscinetto nel nord della Siria e l’ha affidata ai propri compatrioti etnici presenti nel Paese, la minoranza turkmena. A sud, Israele ha approfittato della vittoria di al-Sharaa per occupare ancora più territorio siriano, estendendo la propria influenza oltre le Alture del Golan – che Israele aveva sottratto alla Siria nella guerra del 1967 – fino a occupare completamente il Monte Hermon, che si affaccia direttamente su Damasco stessa. Israele controlla inoltre lo spazio aereo siriano, bombardando regolarmente la Siria per ricordarle questo fatto.

E la Base non è l’unica forza ribelle islamica ad essere stata umiliata da Israele. Hezbollah, la potente milizia libanese allineata con l’Iran, è stata decimata da un attacco straordinariamente complesso che ha comportato la detonazione simultanea di migliaia di dispositivi portatili con trappola esplosiva utilizzati dagli agenti di Hezbollah nel 2024, seguita da devastanti attacchi aerei contro i resti della leadership della milizia. La vittoria di Israele su Hezbollah è stata tanto più degna di nota in quanto si trattava dell’unica forza araba che potesse vantare credibilmente di aver sconfitto lo Stato ebraico sul campo di battaglia, quando nel 2006 era riuscita a cacciare le forze israeliane dal Libano meridionale.

Purtroppo, la precisione degli attacchi israeliani contro Hezbollah non è stata all’altezza delle aspettative. I bombardamenti aerei israeliani, sistematici e devastanti, su città e villaggi libanesi continuano senza sosta, nonostante il fatto che lo stesso Hezbollah sia stato drasticamente indebolito. Più a sud, Israele ha praticamente eliminato il Movimento di Resistenza Islamica (Hamas, secondo l’acronimo arabo) che fino a quel momento governava la Striscia di Gaza, confinandolo nei tunnel sotto le rovine di Gaza e uccidendo al contempo fino al 3,5% della popolazione totale della Striscia, compiendo una terribile vendetta per la sanguinosa carneficina perpetrata da Hamas nei kibbutz del sud di Israele nell’ottobre 2023. Probabilmente ci sono molti altri cadaveri sotto le rovine di Gaza.5

Infatti, Israele è talmente sicuro della propria supremazia regionale e l’equilibrio di potere nella regione è talmente sbilanciato che alcuni strateghi israeliani hanno già individuato nella Turchia il loro prossimo rivale regionale. La Turchia è ora l’unica grande potenza militare musulmana rimasta nella regione dopo la pesante sconfitta inflitta da Israele all’Iran a partire dalla Guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025 e dalla guerra in corso del 2026.6

Le prospettive del radicalismo islamico in senso lato non sembrano affatto più rosee. Persino in Afghanistan, dove i talebani sono riusciti a cacciare gli Stati Uniti sulla via dell’annientamento del regime sostenuto dall’Occidente, i frutti della vittoria sembrano amari. A conti fatti, la vittoria afghana è stata almeno tanto un trionfo della politica tribale e degli intrighi etnici quanto il coronamento di una guerra santa. L’offensiva finale dei talebani è stata preceduta da un meticoloso smantellamento della rete di alleanze tribali che sosteneva lo Stato fantoccio della NATO. Nel frattempo, vengono bombardati dai loro ex alleati pakistani, senza alcuno dei rimorsi in materia di diritti umani che tormentavano la coscienza dei loro persecutori occidentali.

Si tratta di una situazione ben lontana dal senso di trionfo che i mujaheddin provarono alla fine dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan e alla conclusione della Guerra Fredda. Nonostante la narrazione mitizzata che i jihadisti hanno costruito attorno alle loro operazioni militari tutt’altro che impressionanti contro l’Armata Rossa, anche quella vittoria appare meno storica dal punto di vista del 2026. Oltre ai missili Stinger che la Base ricevette dalla CIA per aiutarli ad abbattere i temuti elicotteri da combattimento sovietici, furono riforniti anche di missili antiaerei e granate a propulsione a razzo dal Partito Comunista Cinese, a sua volta impegnato in una faida ideologica con il Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Alla fine, si scoprì che l’uso di armi fornite dai comunisti per abbattere elicotteri da combattimento comunisti non portò alla sconfitta del comunismo ateo. Trent’anni dopo, c’è un’altra superpotenza comunista confinante con l’Afghanistan, ancora più potente dell’Unione Sovietica, con una propria vasta popolazione musulmana assoggettata in Asia centrale. Non solo il comunismo non è stato sconfitto, ma i mujaheddin si sono rivelati pedine di una guerra civile rossa tra le due capitali eretiche del marxismo, aiutando i revisionisti di Pechino a sconfiggere i socialimperialisti di Mosca.

In una prospettiva storica più ampia e di lungo periodo, l’Islam radicale non sembra aver goduto dei benefici del consolidamento strategico e della coesione politica che i suoi seguaci più militanti avevano immaginato. La guerra civile all’interno del jihadismo si è intensificata durante l’occupazione statunitense dell’Iraq (2003–2011) e da allora si è diffusa in tutto il mondo islamico. Questa fase particolarmente estesa e sanguinosa di intensificata violenza settaria è iniziata quando la branca irachena della Base (seguaci della corrente sunnita maggioritaria dell’Islam), contro le istruzioni e i consigli della leadership in Afghanistan, si è impegnata a sterminare gli eretici prendendo di mira i santuari, i pellegrini e i leader della popolazione sciita irachena (la minoranza religiosa all’interno dell’Islam ma la maggioranza demografica all’interno dello stesso Iraq) con ripetuti attentati suicidi.

Affermando una crescente indipendenza dalla leadership, questi sforzi da parte dell’ala irachena culminarono in una scissione all’interno di al-Qaeda e nella fondazione dello Stato Islamico, un califfato autoproclamato ritagliato dalle province confinanti della Siria e dell’Iraq nel giugno 2014. Lo Stato Islamico avrebbe eclissato e strumentalizzato le fallite rivoluzioni democratiche della Primavera Araba iniziate nel 2010, superando il livello di zelo e fanatismo professato dalla stessa Al-Qaeda. Mentre la propaganda di Al-Qaeda tendeva a giustificare le proprie atrocità come rappresaglia per le incursioni degli infedeli e i crimini contro i musulmani, lo Stato Islamico esultava apertamente nella propria barbarie. Dabiq, l’organo di propaganda in lingua inglese dello Stato, si vantava di come, man mano che avessero esteso il proprio dominio al resto del mondo, avrebbero, a tempo debito, venduto donne e bambini francesi nei mercati degli schiavi, proprio come stavano facendo nella loro capitale de facto, la città siriana di Raqqa, dove vendevano donne e ragazze yazidi catturate dopo aver massacrato tutti i loro uomini. 7 Alla fine, il califfato globale è stato praticamente eliminato nel 2019, dopo che il suo territorio era stato ridotto alla sperduta cittadina irachena di confine di Baghuz.

Se ogni Stato si fonda effettivamente sulla forza, lo Stato Islamico dimostra che la forza da sola non basta. Essi hanno fallito clamorosamente nel trasformare il loro raccapricciante sadismo in fedeltà politiche e istituzioni militari abbastanza forti da resistere alle offensive su più fronti lanciate contro il loro territorio. La loro strategia e la loro diplomazia erano talmente inette da riuscire persino a riunire nemici giurati, come gli Stati Uniti e l’Iran, o (per un breve periodo) i curdi e i turchi, nella coalizione multinazionale che alla fine li ha schiacciati (gli Stati Uniti avrebbero poi ripagato il debito assassinando in seguito Qasem Soleimani, il leader militare iraniano che aveva contribuito a coordinare la disfatta dello Stato Islamico, e abbandonando i curdi alla Turchia).

Pur definendosi uno Stato, lo Stato Islamico era in definitiva meno interessato a stabilizzare i propri confini e a esercitare il potere politico; il suo vero obiettivo era condurre una guerra santa senza fine contro il resto del mondo. Ha adottato sia gli abiti e le bandiere neri sia le designazioni geopolitiche dei califfi abbasidi, che dividevano il mondo in Dar al-Islam (“Casa dell’Islam”, ovvero i territori sotto il dominio islamico) e Dar al-Harb (“Casa della Guerra”, ovvero i territori al di fuori del dominio musulmano). Ancora oggi, i residui dello Stato Islamico continuano a condurre la loro guerra civile religiosa, bombardando i talebani in Afghanistan o combattendo contro le forze di al-Qaeda in Nord Africa, mentre si contendono i racket del contrabbando nel Sahel, che a loro volta vengono utilizzati per finanziare un’ulteriore espansione criminale e ulteriori conflitti.

Data l’inettitudine strategica dei radicali jihadisti e la caotica situazione geopolitica del Medio Oriente, per non parlare delle crisi economiche, della corruzione politica e delle disfunzioni amministrative che affliggono l’intera regione, non sorprende che il New York Times abbia recentemente suggerito che l’Islam politico potrebbe essere giunto al capolinea. 8 L’affermazione trae spunto dall’ultimo libro di Devji, Waning Crescent: The Rise and Fall of Global Islam.

Devji sostiene che l’Islam sembri perdere la sua carica politica, sottolineando che nei recenti grandi movimenti di protesta in tutto il mondo islamico, sia nei paesi a maggioranza musulmana (Iran, Turchia e Bangladesh) sia in India (dove i musulmani sono una minoranza), la mobilitazione popolare di massa non si è concentrata sul posto e sul ruolo dell’Islam nella vita pubblica. Inoltre, egli osserva che l’opposizione popolare islamica al governo di partiti dichiaratamente islamisti—quali i Fratelli Musulmani in Egitto, Ennahda in Tunisia e il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo del presidente Erdogan in Turchia—sottolinea il fatto che l’Islam radicale eserciti una presa sempre più debole sui movimenti popolari contro il potere costituito e l’autorità in carica. Questa perdita di slancio priva i radicali islamici di quell’energia di opposizione che finora ha permesso loro di guidare la resistenza popolare contro i numerosi monarchi assoluti, dittatori militari e dinastie repubblicane del mondo islamico.

I molteplici aspetti dell’Islam politico

Eppure, al New York Times la memoria è corta. Anche l’Islam politico era stato dichiarato morto proprio all’inizio dell’era della globalizzazione unipolare. Nel 1994, l’antropologo politico francese Olivier Roy pubblicò il suo straordinario studio, Il fallimento dell’Islam politico.9 In concomitanza con la vittoria degli Stati Uniti nella Guerra Fredda, molti all’epoca si aspettavano, e alcuni senza dubbio speravano addirittura, che il radicalismo islamico sostituisse il comunismo come unica forza di opposizione all’egemonia occidentale globale. La sinistra globale era, ovviamente, ben lieta di assecondare le speranze dei radicali islamici e dei burocrati dello “Stato profondo” alla ricerca di nuovi nemici.10

Roy si rese conto che non solo gli islamisti avevano ripetutamente fallito nel tentativo di prendere il potere (come in Algeria, dove la loro vittoria democratica fu soffocata dalla dittatura militare nel 1992), ma che avevano fallito anche quando erano riusciti a prendere il potere. Ciò era dimostrato dai principali Stati islamici radicali dell’epoca, ovvero il Sudan e l’Iran. Entrambi erano evidenti fallimenti: isolati, poveri, esausti e dilaniati dalla guerra. Essendo egli stesso un ex maoista che aveva avuto un’esperienza diretta sul campo con i mujaheddin contro i sovietici, Roy si rese conto che il Sudan e l’Iran avevano le stesse probabilità di ottenere il plauso mondiale che la Corea del Nord e Cuba avevano di diffondere il comunismo in tutto il mondo. «L’Islam politico», concluse, «non supera la prova del potere».11 Fu proprio questo tentativo fallito di politicizzare l’Islam, scaturito dal pensiero antimperialista del XIX e dell’inizio del XX secolo, a indurre Roy a classificare l’islamismo insieme agli altri “-ismi” ideologici dell’era moderna.

Secondo Roy, gli islamisti hanno fallito perché non sono riusciti a trovare un modo per uscire dal “circolo vizioso” dell’ideologia islamista. Da un lato, secondo Roy, gli islamisti credevano che una società islamica dovesse essere instaurata attraverso la politica; dall’altro, credevano anche che le istituzioni propriamente islamiche potessero funzionare solo se gli individui che le componevano fossero stati sufficientemente virtuosi… ma tale virtù sarebbe esistita solo se la società stessa fosse stata in precedenza sufficientemente pia e islamica. 12 In breve, i termini stessi dell’Islam politico rendevano impossibile la formazione di uno Stato propriamente islamico. Roy osservò inoltre che l’analisi islamista degli ideali politici, della progettazione istituzionale e dell’organizzazione e distribuzione del potere degenerava sempre in digressioni sulle virtù dei singoli leader e funzionari. Dato che tutti gli individui moderni sarebbero inevitabilmente lontani dalla rappresentazione coranica del sovrano ideale, Roy ha concluso che «il modello politico islamista, essendo realizzabile solo in un uomo e non nelle istituzioni… rende impossibile la creazione di una polis, di una “città-stato” islamista».13

Né l’intensificarsi dell’ideologia poteva compensare il problema. Secondo Roy, lo sforzo islamista di rendere la jihad il sesto pilastro dell’Islam tendeva a sostituire l’organizzazione con la devozione individuale e la vittoria con il martirio; la jihad riguarda in definitiva il rapporto tra il mujahid e Dio, non tra il mujahid e il nemico. 14 Che importanza ha se i russi, gli americani o i sionisti vengono sconfitti o meno in questo mondo, se il vero credente entra nell’aldilà in gloria eterna? I tentativi islamisti di sostituire i concetti politici moderni con quelli islamici—come il tawhid (“unità divina”) al posto di una società senza classi, o i musta’dafin (“coloro che cadono sulla terra”) al posto degli oppressi—si sono sempre arenati. Dopotutto, la sovranità divina minava la tesi della sovranità popolare, e che senso aveva invocare partiti di Dio, come Hezbollah, quando non poteva mai esistere alcun partito se non quello di Dio? Più gli islamisti diventavano politicamente concreti, più minavano il messaggio universale dell’Islam, destinato ad applicarsi a tutti i tempi e a tutti i luoghi.

Per quanto convincente possa essere lo studio di Roy sulle contraddizioni interne dell’Islam politico, la sua audace tesi appare comunque ingenua, destinata a essere smentita da ogni attentato suicida e da ogni atrocità terroristica verificatasi dopo la pubblicazione del libro. L’islamismo potrà anche essere antitetico all’organizzazione politica e alla creazione di istituzioni, e la jihad alla vittoria effettiva nelle battaglie, ma i suoi vicoli ciechi logici non hanno impedito a reti terroristiche altamente sofisticate di mobilitare molte migliaia di persone disposte a sacrificare la propria vita per la causa jihadista.

C’è dunque qualcosa che cambia tra il 1994 e il 2026? Cosa potrebbe renderci oggi più sicuri nell’affermare la previsione di Devji sulla fine dell’Islam radicale e del jihadismo? Oppure esiste già un Osama bin Laden del futuro, infiltrato dalla CIA nello Xinjiang per combattere l’egemonia del PCC nell’ambito del Fronte del Turkestan Orientale, gettando le basi per le nuove “guerre infinite” del XXI secolo?

Se i jihadisti di Roy sono indifferenti alla vittoria concreta in questo mondo, sono anche, per lo stesso motivo, incapaci di rendersi conto quando sono stati sconfitti. Non c’è dubbio che la sconfitta militare in Afghanistan abbia contribuito ad accelerare lo scioglimento dell’Unione Sovietica e, con esso, il declino del comunismo internazionale. Né vi è alcun dubbio che lo stesso Islam radicale sia stato proiettato alla ribalta dalle disastrose sconfitte inflitte al nazionalismo arabo nel 1967, quando Israele sconfisse le forze armate congiunte di Egitto, Giordania, Siria e Iraq nel giro di sei giorni. Eppure, nonostante abbiano ormai subito più disonori militari e battute d’arresto strategiche persino rispetto agli sfortunati nazionalisti arabi che li hanno preceduti, i jihadisti non sembrano temere una perdita di prestigio o di slancio paragonabile a quella subita dalle ideologie politiche laiche.

Dopotutto, una sconfitta su un fronte può sempre essere compensata da un presunto favore divino su un altro. L’offensiva dell’aprile 2026 condotta dalle forze locali della Base in Mali ha portato all’assassinio del ministro della Difesa e a pesanti sconfitte per le forze nazionali maliane (nonostante il significativo sostegno russo), dimostrando che i jihadisti del Sahel stanno salendo con sicurezza i gradini dell’escalation della guerriglia, spostandosi dalla periferia rurale per circondare i principali centri urbani del Paese.

Sebbene i massacri jihadisti in Europa siano, finora, diminuiti dopo gli orrori degli attentati di Parigi del 2015 e di Manchester del 2017, gli attacchi individuali su scala minore sono ormai così abituali che i media non si preoccupano nemmeno più di indagare se gli attacchi compiuti da individui armati di coltello che agiscono a caso siano attribuibili alla follia o al fanatismo, né tantomeno perché le auto sembrino continuare a investire i pedoni. Il regno del terrore jihadista è talmente normalizzato da aver rimodellato la geografia urbana delle città europee, con la proliferazione di barriere di sicurezza negli spazi pubblici e, a partire dal massacro del 2015 nella redazione di Charlie Hebdo, ha anche imposto di fatto una legge sulla blasfemia a livello continentale. 15 Le raffigurazioni del Profeta in tutta l’Europa occidentale rischiano di essere accolte, come minimo, con ammonimenti da parte delle risorse umane, repressione statale e censura mediatica, se non addirittura con rappresaglie violente, come si è visto con la decapitazione dell’insegnante francese Samuel Paty nel 2020 per il “reato” di aver mostrato in classe le vignette satiriche. A ciò si affiancano espressioni stravaganti di identità religiosa, come le preghiere pubbliche di massa e, più recentemente, persino l’autoflagellazione pubblica e il battersi il petto da parte degli sciiti in commemorazione del martirio di Ali.

Eppure, proprio mentre la devozione islamica sembra avanzare in Europa, essa è in declino nel suo nucleo storico: il Medio Oriente. Una serie di sondaggi degni di nota ha rilevato un marcato calo della fede religiosa, con la percentuale di atei che, persino in Arabia Saudita, si aggira intorno alla stessa percentuale registrata negli Stati Uniti (5%). Un’indagine di riferimento condotta dall’Arab Barometer ha rilevato che il 18% degli intervistati sotto i trent’anni (su un totale di venticinquemila intervistati) si definiva non religioso.16 L’hijab sembra più diffuso in Europa che in Arabia Saudita e in Iran, dato che sia le donne saudite che quelle iraniane si riprendono sui social media senza il velo. Questo calo risulta meno sorprendente se si considera che i giovani musulmani in Europa non devono (ancora) affrontare le conseguenze economiche e politiche derivanti dall’esaltazione dell’arretratezza sociale e del conservatorismo religioso, i cui effetti degradanti sono così palpabili in tutto il Medio Oriente. Inoltre, è proprio la repressione degli Stati autoritari mediorientali ad aver spinto le reti islamiste e le organizzazioni caritative fuori dal Medio Oriente e verso l’Unione Europea, trasformando gli Stati membri liberali dell’Europa da retrovia a patria del radicalismo islamico.

Nel complesso, nei trent’anni trascorsi dalla pubblicazione del suo libro di riferimento, sembrano ancora accumularsi numerose prove a favore di Roy. La Fratellanza Musulmana egiziana, il partito islamista per eccellenza, è stata estromessa dal potere con un colpo di Stato militare nel 2013, che ha goduto di un ampio sostegno popolare, persino da parte delle classi medie egiziane più devote, sottolineando ancora una volta che gli islamisti hanno fallito la prova del potere. Il Sudan è stato diviso nel 2011, quando il Sud Sudan, a maggioranza cristiana e animista, si è finalmente separato dal nord a maggioranza musulmana; il Sudan residuo rimane impantanato nella guerra e nella povertà, con stime anche prudenti delle vittime della guerra civile sudanese iniziata nel 2023 che superano di gran lunga quelle di Gaza.

Più lontano, mentre la Repubblica Islamica dell’Iran ha resistito all’offensiva statunitense-israeliana e, prima ancora, a ricorrenti cicli di proteste di massa, è anche evidente che il regime sta radicando il proprio potere meno nell’islamismo rivoluzionario e più nel nazionalismo iraniano, per quanto spettacolare possa essere stato il funerale pubblico della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei (ucciso in un attacco aereo israeliano nel febbraio 2026). La Repubblica Islamica ha eretto una statua del re Shapur I nella Piazza della Rivoluzione di Teheran nel novembre 2025, in onore del monarca persiano (zoroastriano) che, come è noto, catturò l’imperatore romano Valeriano nella battaglia di Edessa nel 260: il tipo di monumento che l’Ayatollah Khomeini avrebbe definito idolatra se fosse stato eretto dallo Scià. Se si deve credere alle immagini ampiamente diffuse sui social media di donne iraniane senza velo che protestano contro le bombe americane e israeliane, è probabile che il sentimento nazionalista iraniano venga stimolato, anziché indebolito, una volta terminata la guerra in corso. L’islamismo continua a fallire ripetutamente la prova del potere. Allora perché il jihadismo continua?

La misura in cui condividiamo la valutazione di Roy dipende in parte da come definiamo ciò che osserviamo. Oggi, il termine “islamismo” viene usato indiscriminatamente per riferirsi a qualsiasi estremista islamico radicale. Roy, tuttavia, lo utilizzava per indicare coloro che volevano attivare l’Islam come forza rivoluzionaria per la conquista del potere statale, sulla scia delle rivoluzioni nazionaliste che hanno travolto il mondo in via di sviluppo nella seconda metà del XX secolo. Egli contrapponeva a ciò il neo-fondamentalismo socialmente conservatore e riformista, nato da iniziative esplicitamente controrivoluzionarie finanziate dai petrodollari sauditi e sostenute politicamente dagli Stati Uniti per contenere l’islamismo. I neo-fondamentalisti furono incoraggiati a ignorare la questione del potere politico, privilegiando invece le opere educative e caritative attraverso organizzazioni non governative islamiche e reti di beneficenza. È proprio quest’ultimo tipo di islamismo che è venuto a sostituire le speranze rivoluzionarie fallite dell’Ayatollah Khomeini.

Contrariamente alla spiegazione convenzionale secondo cui i musulmani si stavano radicalizzando sempre di più, Roy sosteneva che la persistenza del terrorismo jihadista, nel contesto del più ampio fallimento politico dell’islamismo, potesse essere meglio compresa in termini di ciò che egli definiva «l’islamizzazione del radicalismo».17  Secondo questa spiegazione, l’anomia urbana, l’alienazione giovanile e le norme controculturali che un tempo avrebbero alimentato il terrorismo della sinistra rivoluzionaria della metà del secolo (esemplificato dalle Brigate Rosse e dai loro affini ideologici in tutto il mondo) si esprimono ora in termini islamici. Tuttavia, la tesi di Roy presenta ancora un problema: cosa c’è nell’Islam che lo rende un veicolo ideologico per il nichilismo violento e il radicalismo globalizzato?

Esiste, inoltre, una differenza tra quella vecchia forma laica di violenza politica di sinistra e le più recenti forme religiose che oggi predominano sotto la bandiera dell’islamismo; essa si percepisce meglio spostando l’attenzione dai musulmani ed esaminando invece i cambiamenti avvenuti negli ultimi cinquant’anni nell’ordine globale. Ciò che è accaduto in quel periodo è che proprio ciò che Roy considerava l’ostacolo al successo dell’islamismo, ovvero la realtà del potere statale, è stato soppresso dagli Stati Uniti attraverso strategie globaliste volte a reprimere la sovranità nazionale a favore dell’integrazione economica globale e della propria egemonia militare. La globalizzazione guidata dagli Stati Uniti si è rivelata un ordine mondiale altamente favorevole al radicalismo islamico, che a sua volta era stato deviato e allontanato dal tentativo fallito di conquistare, costruire o esercitare il potere statale.18

Il declino congiunto dell’Occidente e dell’Islam

Per rispondere alla nostra domanda, quindi, la prima grande differenza tra i primi anni ’90 e il momento attuale è il ruolo dell’Occidente. Nei primi anni ’90, l’Occidente geopolitico in senso lato comprendeva gli alleati degli Stati Uniti in Europa e nell’Asia-Pacifico, che erano anche chiari partner nella vittoria americana nella Guerra Fredda. Questi paesi condividevano sistemi politici simili ed erano strettamente legati da alleanze a lungo termine con gli Stati Uniti al centro. In breve, l’Occidente geopolitico costituiva la base piramidale su cui poggiava l’apice unipolare americano, e sembrava trarre il massimo vantaggio dagli effetti di ricaduta della leadership statunitense. In questo modo, l’ascesa occidentale dopo il crollo dell’Unione Sovietica mantenne sostanzialmente lo schema degli ultimi due secoli: l’Occidente cresceva mentre il mondo islamico declinava.

Se gli ultimi duecento anni sono stati caratterizzati dall’ascesa di una sfera a scapito di un’altra, ora quel periodo è giunto al termine. Il mondo occidentale e quello islamico sembrano essere caduti in disgrazia agli occhi di Dio, o forse, per dirla meglio, entrambi hanno chiaramente perso il mandato del cielo; per di più, il loro declino procede ora di pari passo. Persino l’utopia consumistica apparentemente tranquilla di Dubai, il cui boom economico sembrava smentire la necessità della de-islamizzazione come precondizione della modernizzazione, si è rivelata un miraggio geopolitico, svanito sotto una raffica di droni Shahed. Al di fuori del Medio Oriente e del Nord Africa, gli Stati a maggioranza musulmana come l’Indonesia e la Malesia devono fare i conti con la crescita del potere della Cina comunista. Ancora più importante, l’Occidente stesso, in quanto categoria geopolitica, si sta disintegrando, come dimostra il crollo di sistemi di alleanze un tempo stabili. Sia i canadesi che gli europei sanno di non poter contare all’infinito su un’egemonia statunitense più interessata al dominio dell’emisfero che agli impegni globali.

Questo è rilevante per la nostra argomentazione perché, nella misura in cui l’Occidente e l’Islam sono categorie politiche, essi sono anche interdipendenti. Infatti, l’emergere dell’Occidente sulla scena globale ebbe inizio quando gli Stati dell’Europa dell’età moderna intrapresero la ricerca di rotte commerciali che potessero aggirare il dominio asfissiante dell’Impero ottomano islamico sul commercio con le Indie. Più precisamente, e come abbiamo già visto, il proto-islamismo moderno ebbe inizio con la teorizzazione anti-imperialista dei panislamisti nel corso del XIX secolo. Nel tentativo di rispondere alle incursioni imperialistiche europee, essi furono costretti a concepire l’Islam in termini astratti e collettivi—per valutarne la forza istituzionale, il peso demografico globale, la capacità produttiva e l’innovazione tecnica—temi che sarebbero stati estranei al pensiero politico musulmano premoderno. Oggi, la dialettica islamica di fascino e repulsione nei confronti della vita occidentale subirà un declino di pari passo con il declino della coesione e della produttività occidentali, mentre le faide tra alleati renderanno più difficile attribuire i fallimenti maligni del Medio Oriente moderno all’imperialismo e alla contaminazione culturale di un contrappunto occidentale che non esiste più.

La seconda grande differenza, strettamente correlata, tra i primi anni ’90 e gli anni ’20 del XXI secolo è la fine della globalizzazione. L’affinità tra globalizzazione e Ummah era profonda. L’Islam globale è stato il beneficiario della globalizzazione nel senso banale del termine, in quanto la diffusione delle tecnologie di comunicazione, dei mezzi di trasporto più economici, dei flussi finanziari e della mobilità del lavoro non solo ha contribuito a diffondere l’Islam, ma anche a omogeneizzarlo. Le madrasse finanziate dall’Arabia Saudita e le economie basate sulle rimesse su larga scala hanno sostituito le tradizioni islamiche diffuse, segmentate etnicamente, rurali e mistiche – che fino ad allora avevano dominato la periferia globale – con una comunità globale urbanizzata, diasporica e più uniforme.

L’Islam radicale è stato inoltre un beneficiario del globalismo in un secondo senso, meno evidente: il jihadismo e l’Islam radicale si sono diffusi proprio come conseguenza della globalizzazione politica. Il processo globale di integrazione giuridica, tecnica e normativa è stato accompagnato da una serie ininterrotta di campagne militari volte a imporre l’allineamento geopolitico guidato dagli Stati Uniti. Queste campagne erano giustificate non tanto in termini politici quanto in termini giuridici e morali (diritti umani) e, sebbene i jihadisti scambiasero le crociate liberali dell’unipolarità per vere e proprie crociate, esse erano spesso giustificate dalla necessità di proteggere le popolazioni musulmane sia da persecuzioni etniche ostili (come in Bosnia e in Kosovo) sia da governanti musulmani oppressivi (come le dittature ba’athiste dell’Iraq e della Siria).

Ma c’è di più: gli islamisti erano spesso alleati in queste guerre; le guerre per i diritti umani erano tanto jihad quanto crociate liberali. Le reti create per combattere i russi in Afghanistan furono riadattate per portare la jihad in Europa attraverso i Balcani e, in seguito, in Siria. «Al-Qaeda è dalla nostra parte», come scrisse Jake Sullivan all’allora Segretaria di Stato Hillary Clinton mentre discutevano del modo migliore per cacciare Assad dalla Siria. Srebrenica e Ghouta, in quanto luoghi di atrocità, facevano parte delle rimostranze jihadiste contro l’ipocrisia occidentale tanto quanto quelle di qualsiasi operatore umanitario occidentale o avvocato internazionale per i diritti umani. I liberali umanitari e i jihadisti erano, in definitiva, fazioni diverse di un fronte comune, tutte impegnate a lottare per una maggiore coerenza nell’applicazione di norme morali e post-politiche senza confini, intese sia in termini liberali che islamisti, a scapito dei diritti degli Stati sovrani.

Anche i jihadisti hanno tratto vantaggio da queste campagne militari, in quanto la distruzione delle autorità centralizzate da parte delle potenze occidentali in tutto il mondo in via di sviluppo ha creato le condizioni in cui gli emirati jihadisti, il più delle volte semplici organizzazioni criminali basate sulla Sharia, hanno potuto prosperare. Proprio come il Messico è passato dall’insurrezione ideologica zapatista degli anni ’90 ad avere intere fasce del paese controllate da cartelli globalizzati, armati non meno pesantemente dell’esercito messicano, così anche il Medio Oriente sta ora tracciando l’arco che va dagli insorti rivoluzionari alle organizzazioni criminali. La Libia ne è stato l’esempio più evidente: la distruzione del regime di Gheddafi da parte della NATO nel 2011 ha innescato un’esplosione di insurrezioni in tutto il Sahel, tutte volte ad approfittare del vuoto politico per impadronirsi di territori, proventi petroliferi e rotte di contrabbando, oltre che per saccheggiare il vasto arsenale del dittatore caduto.

Paradossalmente, gli sforzi dei musulmani volti a costruire Stati moderni che fossero al tempo stesso abbastanza forti da sostituire internamente la raison d’état alla Sharia e da resistere all’imperialismo all’esterno furono sistematicamente repressi, a partire dall’inizio del XIX secolo, dagli Stati europei più potenti, al fine di impedire l’emergere di rivali geopolitici. 19 Coloro che ci riuscirono lo fecero solo abbandonando la ricerca dell’indipendenza strategica. La Repubblica Turca, originariamente alleata con i bolscevichi, rovesciò il califfato sostenuto dagli inglesi e imposto dal Trattato di Sèvres nel 1920, prima di optare infine per la NATO nel 1952. Avendo visto il destino di suo padre, l’imperatore iraniano Mohammed Reza Shah si subordinò al potere statunitense in modo così totale che tergiversò in attesa di istruzioni americane anche mentre gli islamisti travolgevano la sua vacillante monarchia nel 1979.

La debolezza dello Stato postcoloniale non è mai stata risolta, ma solo trasferita in nuove forme. Il risveglio islamico iniziato negli anni ’70, che ha gettato le basi per l’islamismo moderno, è stato a lungo associato al declino dello Stato sviluppista in quel periodo. Esso ha inoltre coinciso con l’introduzione del neoliberismo nel mondo in via di sviluppo. I tagli al bilancio, l’indebitamento e i tassi di crescita più bassi hanno minato la capacità dello Stato di mantenere i servizi pubblici, assorbire l’esodo rurale e fornire posti di lavoro alla crescente massa di laureati. Come osservato, le organizzazioni caritative islamiste si sono espanse per fornire le infrastrutture dei beni pubblici — cliniche, scuole, assistenza sociale — abbandonate da uno Stato in ritirata, mentre la religiosità popolare è diventata una fonte di dignità e autostima di fronte allo squallore urbano, alla mobilità sociale ostacolata e al consumo frustrato.

In quanto ordine politico, la globalizzazione si basava non solo sulla conformità comportamentale tra gli Stati, ma anche sulla delegittimazione del concetto stesso di sovranità statale. Ne è un esempio la dottrina della “responsabilità di proteggere”, nota anche come R2P, che ha fornito la giustificazione politica e giuridica diretta per i bombardamenti della NATO in Libia del 2011 ai sensi della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Si trattava di un paradigma politico che coronava gli sviluppi giuridici, ideologici e politici dei vent’anni precedenti. Con questa dottrina, la sovranità statale divenne di fatto una licenza concessa dalla comunità internazionale, revocabile qualora un determinato governo non avesse rispettato gli standard richiesti dalla giustizia internazionale.

Questa concezione condizionata della sovranità ha fornito ampio terreno fertile ideologico all’Islam radicalizzato nell’era neoliberista. Ciò non solo perché le bombe della NATO hanno spianato la strada all’espansione degli eserciti jihadisti nel Sahel. In termini politici, la globalizzazione ha eliminato il problema che aveva ostacolato i rivoluzionari islamisti nell’ultimo quarto del XX secolo: la sovranità statale. Man mano che la sovranità statale veniva soppressa a favore dell’integrazione globale, l’identità religiosa si è sostituita alle identità politiche e nazionali. Il risultato è stato un mondo adatto alla visione neofondamentalista della Umma. Poiché gli islamisti consideravano tutte le relazioni sociali come il frutto della virtù individuale, la visione islamizzata della società globale non aveva bisogno della mediazione istituzionale delle relazioni sociali attraverso la rappresentanza politica. Man mano che gli Stati-nazione si riducevano, l’Ummah globale, intesa come una comunità decentralizzata e autogovernata di credenti, si espandeva. Mentre i neoconservatori e i liberali erano ipnotizzati dal temuto spettro del totalitarismo islamico, ignoravano il fatto che l’Islam radicale prosperasse proprio grazie all’assenza di sovranità statale, non al suo eccesso.20

Per quanto la globalizzazione abbia favorito la diffusione dell’Islam a livello mondiale, ha anche limitato i musulmani minando la loro autonomia politica, specialmente in quanto migranti negli Stati occidentali. Infatti, come avrebbero potuto integrarsi nelle nuove società gli immigrati musulmani che avevano approfittato di un mondo senza confini per migliorare le proprie condizioni di vita, se il modello di ordine globale si basava sulla limitazione dei diritti di cittadinanza a favore dei diritti umani e sul contenimento della sovranità popolare per timore che ciò potesse danneggiare il commercio globale? La globalizzazione politica ha inoltre limitato le possibilità di liberalizzazione e democratizzazione nel mondo islamico stesso. La speranza che i Fratelli Musulmani e vari altri partiti islamisti potessero trasformarsi in equivalenti musulmani dei partiti democratici cristiani europei trascurava il fatto che ci si aspettava che tali teorici «democratici islamici» emergessero dai pochi e miseri parlamenti del Medio Oriente proprio nell’epoca in cui la globalizzazione unipolare stava mettendo sotto pressione quei quadri nazionali che davano significato ai processi democratici e alla rappresentanza politica.

Gli sforzi di “nation-building” di stampo militare in Afghanistan e in Iraq erano destinati al fallimento per lo stesso motivo: come si potevano infatti costruire nazioni indipendenti e autosufficienti in un ordine mondiale che era esso stesso così ostile alla sovranità nazionale? Gli islamisti e i jihadisti si trovavano di fronte al problema di non poter mai fare completamente a meno dello Stato, specialmente dello Stato al centro dell’ordine globale, gli Stati Uniti. I jihadisti avevano bisogno della potenza aerea statunitense per rovesciare quelli che chiamavano il «nemico prossimo», i dittatori nazionalisti laici che li avevano oppressi per così tanto tempo, come Saddam e Gheddafi. Avevano anche bisogno dell’USAID e dell’ONU finanziata dagli Stati Uniti per sostenere gli emarginati della terra che essi stessi avevano abbandonato alla carità transnazionale al posto della protezione statale. Hamas ha ammesso pubblicamente che i tunnel che aveva scavato con tanta cura sotto Gaza non erano mai stati pensati per proteggere i civili dall’inevitabile offensiva israeliana; si aspettava infatti che i servizi pubblici per i cittadini di Gaza fossero forniti dall’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA e dalle sue affiliate.

Con una dipendenza così generalizzata dall’impero statunitense e dalla sua generosità umanitaria, non c’è da stupirsi che i jihadisti siano così pieni di risentimento nei confronti dell’America. Era un patto che poteva durare solo finché i cittadini statunitensi fossero stati disposti a sostenere l’intera struttura marcia. Gli Stati indecisi che nel 2016 hanno dato a Trump voti sufficienti nel collegio elettorale per vincere le elezioni (se non il voto popolare) presentavano tutti un’alta concentrazione di elettori militari o vicini alle forze armate, stanchi delle guerre infinite dell’era della globalizzazione.

La fine dell’Ummah unipolare

L’Occidente geopolitico è finito. I jihadisti, gli islamisti, i Fratelli Musulmani e le loro numerose reti e affiliate faranno tutti fatica ad accettarlo, non solo perché il merito di tale risultato va attribuito agli sforzi di Donald Trump, ma anche perché il destino dell’Islam globale e di tutte le sue ramificazioni radicali era così strettamente intrecciato con il destino dell’unipolarità statunitense e della globalizzazione. Con il declino del potere occidentale, declina anche l’Islam globale: ci saranno meno Stati falliti a seguito delle operazioni di cambio di regime. Le masse oppresse del Medio Oriente dovranno trovare i propri mezzi per liberarsi dei criminali che le governano e dei conflitti regionali che le affliggono.

La sinistra radicale occidentale sta facendo di tutto per proteggere l’Islam globale dal declino occidentale, aiutando le reti islamiste globaliste nei loro sforzi volti a trasformare l’islamismo transnazionale in islamopopulismo. Dopo aver inveito contro la globalizzazione per così tanto tempo, la sinistra ne è ora l’ultima difensore, esigendo che gli organismi transnazionali—quali il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’Unione Europea o la Corte penale internazionale—applichino il diritto internazionale, le sanzioni internazionali e l’intervento umanitario per frenare la furia israeliana in tutto il Medio Oriente. C’è una logica dietro questo idealismo, ma ha meno a che fare con le speranze di una riconciliazione ebraico-araba e più con la necessità della sinistra di consolidare la propria base elettorale. Avendo perso le classi lavoratrici a favore della destra populista, le libere professioni e le classi medie devono rivolgersi agli immigrati e alle minoranze musulmane per mantenere la propria posizione elettorale. Ciò conferisce a France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, al Partito dei Verdi di Zack Polanski in Gran Bretagna e ai Socialisti Democratici d’America di Zohran Mamdani un interesse diretto a perpetuare l’Intifada Globale. Per quanto tempo ancora gli elettori musulmani occidentali, conservatori e orientati alla famiglia, accetteranno di essere guidati dalle classi medie professionali senza figli e queer per il bene di un conflitto lontano e senza speranza?

Dopotutto, i problemi che affliggono i musulmani comuni della Ummah globale sono più vicini a casa. Il commercio globale è in stallo in termini di quota del prodotto economico mondiale e i confini nazionali si stanno lentamente irrigidendo. Ciò, a sua volta, intaccherà il flusso delle rimesse e spezzerà i legami della diaspora che tengono unita l’Ummah. Con il ridimensionamento degli Stati sociali e il graduale aumento dei tassi di interesse e dell’inflazione, l’effetto combinato sarà quello di mettere sotto pressione i musulmani poveri d’Europa, fortemente dipendenti dallo Stato. Dove concentreranno i loro sforzi politici in risposta a tutto ciò?

In L’uomo che era giovedì, Chesterton fa sì che uno dei suoi poliziotti segreti anarchici rimproveri il protagonista Syme per aver riposto la sua fede anarchica nelle masse oppresse. Dopotutto, dice, sono i poveri ad avere il maggiore interesse in un buon governo: «Il povero ha davvero un interesse nel Paese. Il ricco no; lui può andarsene in Nuova Guinea su uno yacht». Mentre i poveri possono opporsi a un governo inadeguato, come osserva Chesterton, «i ricchi si sono sempre opposti al fatto stesso di essere governati». Oggi, il ricco probabilmente andrebbe nel suo bunker in Nuova Zelanda o, se fosse un milionario saudita come il capo della Base, Osama bin Laden, forse in una caverna in Afghanistan per dedicarsi alla jihad. Il resto di noi viene lasciato indietro in Stati in dissesto mentre l’onda alta della globalizzazione si ritira e gli Stati Uniti smantellano il proprio impero.

Come tutta la grande letteratura, la favola di Chesterton su una rete anarchica che si rivela essere una rete dello “Stato profondo” può essere letta su più livelli. Almeno uno di questi livelli riguarda un tema chestertoniano di lunga data, secondo cui la più grande e seducente cospirazione di tutte non è lo sforzo di sovvertire e rovesciare l’ordine sociale, ma piuttosto quello di partecipare allo sforzo collettivo per mantenerlo. Il sostegno di lunga data dello “Stato profondo” al jihadismo transnazionale, che va dalla guerra contro i sovietici negli anni ’80 fino alla guerra contro il Partito Ba’ath siriano negli anni ’20 del XXI secolo, suggerisce più l’elusione del problema dell’ordine politico che il suo perfezionamento. Di fede incrollabile, Chesterton, non diversamente dai suoi anarchici e dai nostri islamisti, finì per eludere il problema riponendo la propria fede in Dio, che nel suo libro descriveva come impegnato in una lotta contro se stesso attraverso l’umanità. A parte il fatto che oggi non esiste chiaramente nessuno Stato o leader che sembri godere del favore divino, se l’era dell’Islam radicalizzato è la storia di una superpotenza che lotta contro se stessa attraverso i radicali islamici, è una storia ben più da incubo di quella di Chesterton.

Se c’è un vantaggio da trarre dagli sforzi incoerenti di Donald Trump volti a porre fine all’impero statunitense, questo deve passare attraverso il perseguimento vigoroso della ricostruzione nazionale e del rafforzamento delle capacità dello Stato. «Il cambio di regime inizia in casa propria» era lo slogan di coloro che nel 2003 marciarono contro l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti. Oggi, iniziare con un cambio di regime in casa propria significa inevitabilmente separarsi dalle strutture politiche e giuridiche globaliste, e questo comporta anche la separazione dalla Ummah: basta con le jihad umanitarie. Come osserva Devji, ciò non deve necessariamente rappresentare una perdita per i fedeli musulmani. Infatti, nella misura in cui l’Islam globale si è espanso, lo ha fatto a scapito della fede dei musulmani comuni, che era tradizionalmente intesa come una questione di rapporto diretto con Dio piuttosto che come il flusso e riflusso di un astratto costrutto globale, che ora si frappone tra il credente e Dio. L’implicazione è che, con il declino dell’islamismo e dell’Islam globale, tale declino potrebbe anche liberare i musulmani, non solo in termini di rafforzamento della loro autonomia politica come cittadini che godono di libertà religiose e diritti politici all’interno di Stati-nazione sovrani rafforzati, ma anche in quanto musulmani.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 3 (autunno 2026): 198–218.

Note

1 Alex Butterworth, Il mondo che non è mai esistito: una storia vera di sognatori, intrallazzatori, anarchici e agenti segreti (New York: Pantheon, 2010).

2 Gilles Kepel, Lontano dal caos: il Medio Oriente e la sfida all’Occidente, trad. Henry Randolph (New York: Columbia University Press, 2020).

3 Una coraggiosa e destinata al fallimento rivolta dei passeggeri ha impedito che il quarto aereo dirottato venisse utilizzato come gli altri, con la stessa Casa Bianca come probabile quarto obiettivo.

4 Faisal Devji, Waning Crescent: The Rise and Fall of Global Islam (New Haven: Yale University Press, 2025), 4.

5 Yaniv Kubovich e Nir Hasson, “L’IDF accetta il bilancio del Ministero della Salute di Gaza: oltre 71.000 palestinesi uccisi durante la guerra”, Haaretz, 29 gennaio 2026.

6 Per ulteriori approfondimenti: Miro Sedlák, “Israele definisce la Turchia, alleata della NATO, ‘il nuovo Iran’. La risposta dell’Europa? Tre coloni e alcune arance”, EU Observer, 17 giugno 2026.

7 Kepel, Away from Chaos, 109.

8 Ben Hubbard, “È questa la fine dell’Islam politico?”, New York Times, 15 giugno 2026.

9 Olivier Roy, Il fallimento dell’Islam politico, trad. Carol Volk (Londra: I.B. Tauris, 1994).

10 Dan Tschirgi, “Zapatisti e islamisti contro ogni previsione”, Le Monde diplomatique, gennaio 2000.

11 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 58.

12 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, cap. 4.

13 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 62.

14 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 66.

15 Colin Freeman, “I terroristi usano le auto come armi. Di nascosto, le città stanno reagendo”, Daily Telegraph, 17 giugno 2026.

16 Becky Dale et al., “Il mondo arabo in sette grafici: gli arabi stanno voltando le spalle alla religione?”, BBC News, 24 giugno 2019.

17 Adam Nossiter, “‘Quell’ignorante’: due studiosi francesi dell’Islam radicale diventano acerrimi rivali”, New York Times, 12 luglio 2016.

18 Per correttezza nei confronti di Roy, va detto che nel suo libro Globalised Islam ha tenuto conto dell’ascesa del neofundamentalismo al posto dell’islamismo. La sua analisi è prevalentemente di natura culturale e sociologica, trascurando il ruolo strategico svolto dall’unipolarità. Cfr.: Olivier Roy, Globalised Islam: The Search for a New Ummah, trad. Barry Smerin (Londra: Hurst, 2004).

19 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 1–14.

20 A questo proposito, si veda anche: James P. Piscatori, Islam in a World of Nation-States (Cambridge: Cambridge University Press, 1986); Roy, The Failure of Political Islam, 61–62.

Informazioni sull’autore

Philip Cunliffe è professore associato di relazioni internazionali presso il Dipartimento di Riduzione dei Rischi e delle Catastrofi dell’University College London. Il suo libro più recente è The National Interest: Politics after Globalization (Polity, 2025).

Altri libri di Philip Cunliffe