Il primo sondaggio Quaest per il secondo turno delle elezioni presidenziali, pubblicato ieri, mostra che la sfida tra il senatore Flávio Bolsonaro (PL) e il presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) rimane serrata a più di una settimana dal primo turno di votazioni. L’indagine, commissionata da GLOBO e TV Globo, indica uno scenario di parità tecnica, entro il margine di errore di due punti percentuali, con il candidato del PL in vantaggio numericamente, con il 46% delle intenzioni di voto, contro il 44% del candidato del PT. Un ulteriore 9% dichiara di voler votare scheda bianca, annullare il proprio voto o non votare, mentre l’1% è indeciso. Lo staff di Lula ha valutato che i dibattiti su Band e Globo, rispettivamente domenica prossima e il 23, saranno decisivi per la scelta del nuovo presidente. Anche lo staff di Flávio ritiene di avere margini per dare una scossa alla campagna elettorale in questa fase finale. Il senatore punta sui dibattiti e sul rafforzamento della mobilitazione sui social media.
15.10.2026 Quaest dimostra che la migrazione dalla terza opzione a Flávio non è automatica e indica il vantaggio di Lula tra coloro che si sono astenuti. La differenza di due punti percentuali indicata dal sondaggio è praticamente identica a quella registrata al primo turno
Di Paolo Assad,Bernardo Yoneshigue e Bruno Alfano Il primo sondaggio Quaest per il secondo turno delle elezioni presidenziali, pubblicato ieri, mostra che la sfida tra il senatore Flávio Bolsonaro (PL) e il presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) rimane serrata a più di
I preparativi per il primo grande scontro del ballottaggio presidenziale e le strategie digitali sono i temi principali del programma A TARDE Elezioni di questo mercoledì 14.
14.10.2026 A TARDE Elections analizza le strategie di Lula e Flávio e il voto sulla fine del sistema 6×1 L’edizione odierna esamina a fondo la battaglia tra i candidati in merito alla narrazione online. A cura della redazione
I preparativi per il primo grande scontro del ballottaggio presidenziale e le strategie digitali sono i temi principali del programma A TARDE Elezioni di questo mercoledì 14. Presentato da Eduardo Dias, con il commento di Léo Almeida e Cássio Moreira, il programma andrà in onda alle 15:00 su A TARDE Play su YouTube . https://atarde.com.br/eleicoes/a-tarde-eleicoes-analisa-estrategias-de-lula-e-flavio-e-votacao-do-fim-da-escala-6×1-1405661
I sostenitori di Lula hanno occupato il lungomare di Copacabana a Rio de Janeiro e hanno tenuto manifestazioni in 11 capitali di stato, tra cui Brasilia, martedì. Tuttavia, i sostenitori di Bolsonaro prevedono di raggiungere o addirittura superare il numero di manifestanti mobilitati dalla sinistra. L’ondata di manifestazioni a favore di Lula è stata una reazione al suo passaggio al secondo turno, dove è stato superato dal figlio maggiore di Jair Bolsonaro. L’attuale presidente ha ottenuto il 45% dei voti, contro il 47% di Flávio. Fino ad allora, il candidato del Partito dei Lavoratori era considerato il favorito, nonostante lo stretto margine di voti.
15.10.2026 Le campagne elettorali di Lula e Flávio Bolsonaro stanno preparando una mobilitazione nelle piazze. Flávio promette una grande manifestazione domenica in Avenida Paulista. Lo stesso giorno, a Rio de Janeiro, i sostenitori di Lula vogliono riempire Candelária e Copacabana.
La manifestazione di domenica in Avenida Paulista a sostegno della rielezione del presidente è stata considerata la più grande dell’attuale campagna elettorale (fonte: Ricardo Stuckert/Lula Campaign)
La campagna del candidato presidenziale Flávio Bolsonaro (PL) ha reagito alle recenti manifestazioni di piazza a favore del presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) e ha indetto una serie di eventi di destra in vista del secondo turno delle elezioni. L’evento principale si terrà domenica in Avenida Paulista a San Paolo, dove la mobilitazione pro-PT è iniziata lo scorso fine settimana.
Ciò che salta all’occhio è la fortissima dimensione regionale del voto: il Nordeste, rimasto fedele a Lula, si contrappone a tutto il resto del Paese, che sembra essersi schierato con Flávio Bolsonaro. I suoi sostenitori hanno prevalso in 14 dei 26 Stati, nonché nel Distretto Federale di Brasília, e stanno registrando una forte crescita sia alla Camera dei deputati che al Senato. Sebbene sembri improbabile che il secondo turno ribalti la tendenza, rimane un’incognita: il comportamento degli elettori che si sono astenuti al primo turno. Hanno rappresentato il 21%, il livello più alto dal 1998.
14.10.2026 Elezioni brasiliane: cosa rivelano i dati del primo turno Flávio Bolsonaro ha superato Lula al primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane, con il 47% dei voti contro il 45%. · La mappa elettorale contrappone il Nordeste, fedele a Lula, al resto del Paese, in particolare al Sud · Il bacino di voti pende nettamente a destra in vista del secondo turno del 25 ottobre
di HERVÉ THÉRY Domenica 4 ottobre, i brasiliani hanno votato per eleggere il proprio presidente, ma anche i governatori degli Stati, i deputati federali e quelli delle assemblee statali, nonché una parte dei senatori.
Il Congresso Nazionale ha promulgato l’Emendamento Costituzionale che pone fine al sistema di sei giorni lavorativi e un solo giorno di riposo (6×1) e prevede l’introduzione del sistema 5×2, con due giorni di riposo a settimana, per tutti i lavoratori in Brasile entro due mesi. . I leader dell’opposizione non hanno partecipato alla seduta. L’emendamento prevede anche una graduale riduzione dell’orario di lavoro dalle attuali 44 ore a 40 ore settimanali, senza riduzione di stipendio, entro un periodo di transizione di 14 mesi. Nata dalla pressione delle piazze e rispondendo a una storica richiesta di lavoratori e sindacati, la proposta ha completato il suo iter mercoledì scorso.
16.10.2026 Il Congresso approva un emendamento che pone fine all’orario di lavoro 6×1 Il PEC è stato approvato mercoledì al Senato con 75 voti favorevoli e 1 contrario
Il Congresso Nazionale ha promulgato, questo venerdì (16), l’Emendamento Costituzionale n. 141 del 2026 , che pone fine al sistema di sei giorni lavorativi e un solo giorno di riposo (6×1) e prevede l’introduzione del sistema 5×2, con due giorni di riposo a settimana, per tutti i lavoratori in Brasile entro due mesi.
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Nel thriller metafisico-fiaba di G. K. Chesterton del 1908, L’uomo che era giovedì: un incubo, il protagonista Gabriel Syme è un agente di Scotland Yard reclutato per infiltrarsi in una rete di terroristi anarchici. I membri cosmopoliti di questo cosiddetto Consiglio Anarchico Centrale nascondono la propria identità ai servizi segreti utilizzando i giorni della settimana come nomi in codice. Syme si infiltra nel Consiglio con il nome in codice di Giovedì. Nel corso delle sue intrighi e delle lotte contro i suoi colleghi membri del Consiglio, anch’essi chiamati con i nomi dei giorni della settimana, Syme si rende conto che (attenzione: spoiler) l’intero Consiglio è, in realtà, composto da infiltrati del governo, tutti reclutati dallo stesso uomo, con l’unica eccezione, a quanto pare, del misterioso e carismatico leader del Consiglio, nome in codice Sunday. La storia fantastica di Chesterton non era una semplice fantasia. Sebbene le reti terroristiche della globalizzazione tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo non fossero proprio tutte agenti della polizia segreta britannica, lo Stato più potente del mondo all’epoca, erano comunque densamente popolate da spie, infiltrati e agenti provocatori delle principali grandi potenze dell’epoca.1
Un’analisi chestertoniana si adatterebbe altrettanto bene al terrorismo radicale della globalizzazione dei primi anni del XXI secolo, soprattutto considerando che quell’epoca sta ormai svanendo nel passato insieme alla globalizzazione edoardiana dei tempi di Chesterton. Sebbene i fanatici islamici abbiano sostituito i radicali atei dell’epoca di Chesterton come nucleo centrale del terrorismo globale, le loro reti sono probabilmente ancora più densamente popolate da spie governative nell’ombra di quanto persino la fertile immaginazione di Chesterton potesse concepire. Dopotutto, molti dei terroristi islamici radicali dei nostri giorni sono stati intimamente intrecciati con gli ingranaggi dello Stato profondo. Mentre la Special Branch britannica svolge ancora un ruolo minore ma importante in questa vicenda (creando il rifugio jihadista che divenne noto come “Londonistan”), il ruolo principale è stato assunto dalla Central Intelligence Agency (CIA), la quale, come è ampiamente noto, ha contribuito a coltivare una rete globale di insorti islamici al fine di contrastare l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979. 2
Il terrorismo globale e il crepuscolo dell’impero
Dopo aver cacciato con successo le forze russe dall’Afghanistan nel 1989, la rete principale degli insorti sostenuti dalla CIA decise, in un impeto di rabbia, di agire di propria iniziativa. Priva di uno scopo una volta sconfitto l’impero sovietico, la rete di ribelli dal nome innocuo di «la Base» (Al Qaeda in arabo) si infuriò quando la propria offerta di costituire una legione straniera islamica per difendere l’Arabia Saudita dall’espansionismo del dittatore ba’athista iracheno Saddam Hussein fu respinta, a favore delle forze riunite di una coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti. Rivoltandosi contro i propri ex padroni politici, la Base sferrò non uno, ma ben due attacchi contro il World Trade Center di New York (nel 1993 e nel 2001), la città che all’epoca più si avvicinava a una capitale mondiale. Utilizzando tre aerei di linea dirottati come missili guidati, la Base riuscì a distruggere le Torri Gemelle e a colpire il Pentagono, uccidendo migliaia di persone.3 Gli Stati Uniti risposero sferrando un’offensiva su più fronti, coordinata con i propri numerosi alleati in tutto il mondo, per sradicare il terrorismo globale ovunque.
La guerra globale al terrorismo ha combinato una sinistra lotta nell’ombra fatta di omicidi, rapimenti, torture e impiego di squadroni della morte settari con incursioni delle forze speciali, spedizioni militari sfortunate e costose (contro l’Afghanistan e l’Iraq), nonché una serie ininterrotta di sanguinosi raid aerei sia contro i principali Stati della regione (Siria, Libia) sia contro remote zone dell’entroterra (il Sahel, il Corno d’Africa) dove gli insorti e i sostenitori di al-Qaeda avevano trovato rifugio. La Watson School of Public and International Affairs della Brown University stima che il bilancio complessivo delle vittime della guerra globale al terrorismo ammonti a 940.000 persone in tutto il mondo.
Eppure, a meno di un quarto di secolo dall’inizio della “guerra al terrorismo”, il leader del Fronte del Levante (Jabhat al-Nusra) di al-Qaeda, Ahmed al-Sharaa, sarebbe stato accolto a New York proprio nello stesso mese (settembre 2025) in cui i suoi predecessori avevano attaccato la città ventiquattro anni prima. Ciò sarebbe avvenuto dopo che gli Stati Uniti avessero devastato vaste aree del Medio Oriente, mancando però, come un giocatore di freccette ubriaco, di proposito i due paesi, l’Arabia Saudita e l’Egitto, da cui provenivano effettivamente i diciannove dirottatori del settembre 2001.
Al-Sharaa si è recato a New York per partecipare al Concordia Summit, uno dei tanti raduni di questo tipo che hanno proliferato nell’era della globalizzazione con l’obiettivo di riunire il mondo degli affari e quello governativo e coordinarne il governo congiunto. La sua visita è avvenuta meno di un anno dopo che l’esercito siriano della Base, ancora una volta fortemente sostenuto e armato dagli Stati Uniti, aveva invaso la capitale siriana Damasco e spodestato dal potere l’uomo forte alleato della Russia, Bashar al-Assad. Nonostante abbia abbandonato il suo precedente nom de guerre, Abu Muhammad al-Julani, a differenza del leader anarchico Sunday di Chesterton, non vi è alcun mistero né profondità riguardo a chi si celi in ultima analisi dietro il nuovo presidente siriano. Al-Sharaa ha ricevuto le lodi pubbliche dell’ex direttore della CIA, il generale David Petraeus, durante un incontro faccia a faccia al vertice (Petraeus aveva precedentemente guidato lo sforzo bellico statunitense contro le forze locali della Base nel vicino Iraq). Anche il presidente Trump ha espresso la sua ammirazione per la «durezza» di al-Sharaa.
Gli audaci e sanguinosi attacchi sferrati dalla Base contro gli Stati Uniti nel 2001 coincisero con l’apice dell’egemonia unipolare statunitense e della globalizzazione economica. Al contrario, quando il nuovo leader della Base tornò a New York forte della vittoria e con l’alleanza con gli Stati Uniti ormai efficacemente ristabilita, si trovò di fronte a un Paese notevolmente indebolito sotto quasi ogni aspetto di potere e prestigio: economico, ideologico e militare. Sebbene parte di questo declino relativo possa essere attribuito all’eccessiva espansione imperiale e all’esaurimento derivante dalla guerra continua e senza restrizioni contro la Base e i suoi vari gruppi scissionisti (in particolare lo Stato Islamico), la maggior parte del declino degli Stati Uniti ha meno a che fare con le vittorie di milizie islamiche disorganizzate e fanatici suicidi che con la crescita della potenza industriale cinese e del revansismo militare russo.
Qual è, allora, il rapporto tra l’ascesa e il declino della potenza globale degli Stati Uniti e l’alternarsi di alti e bassi del terrorismo islamico radicale? È possibile analizzare la dinamica bizzarra e straordinaria di attrazione e repulsione ideologica, di inimicizia strategica e alleanza, tra gli Stati Uniti e l’Islam radicale nei termini oggettivi della scienza politica e della geopolitica, in modo da evitare di ricorrere alla metafisica chestertoniana?
Se l’unipolarità è finita — e lo sforzo che gli Stati Uniti stanno compiendo per reprimere la Repubblica Islamica dell’Iran, assediata e afflitta dalla povertà, sembrerebbe confermarlo — cosa ne sarà del jihadismo, che è stato una componente così ricorrente e familiare dell’ordine globale guidato dagli Stati Uniti? Cosa ne sarà dello sforzo pluridecennale volto ad attuare direttamente la legge islamica come sistema politico, ovvero del progetto politico convenzionalmente descritto come islamismo? Qual è il rapporto tra islamismo e jihadismo, e tra questi due fenomeni e la fede islamica stessa all’indomani della globalizzazione guidata dagli Stati Uniti? Queste sono le domande che il presente articolo intende affrontare, analizzando il rapporto tra l’Islam globale e l’islamismo come ideologia, nonché la distribuzione globale del potere negli ultimi trenta-quaranta anni.
Nonostante tutte le differenze tra l’epoca di Chesterton e la nostra, esiste un elemento comune agli anarchici, ai jihadisti e agli islamisti: la loro incapacità di risolvere la spinosa ma inevitabile questione di ogni politica, ovvero la natura e la legittimità del potere politico laico centralizzato, o, in breve, la questione della sovranità statale. Non è una coincidenza che questa questione, che ha tormentato sia gli anarchici che i radicali islamici, coincida con le fasi di massimo splendore storico della globalizzazione nel capitalismo mondiale, dal 1870 al 1914 e dal 1989 al 2024. Si trattò in entrambi i casi di periodi in cui l’espansione del commercio, della finanza, della produzione industriale e delle comunicazioni indebolì il potere statale, mentre l’imperialismo globale erose l’indipendenza nazionale.
Queste erano le circostanze materiali in cui le persone potevano arrivare a concepire l’Islam transnazionale come un attore globale. La comunità multietnica, interrazziale e senza confini dei credenti islamici, nota in arabo come Ummah, poteva essere proposta come una formulazione coesa e autentica dell’umanità illuminata nel suo insieme, che trascendeva il bisogno profano di governo e faceva a meno delle logore ipocrisie del liberalismo e della democrazia. Ma, come vedremo, le stesse condizioni materiali che permisero all’Islam di emergere come orizzonte per l’umanità globale potevano durare solo fintantoché fosse rimasta in piedi la sbilanciata distribuzione internazionale del potere che sosteneva l’egemonia statunitense.
Ora che gli Stati Uniti non sono in grado o non sono disposti a mantenere queste condizioni, torna alla ribalta la questione del pluralismo geopolitico e della rappresentanza politica e, con essa, quella del potere statale. Con il declino del potere statunitense, declina anche l’Islam globale. La domanda che si pone per tutti noi è se le nazioni che rimangono indietro dopo il ritiro dell’impero statunitense siano in grado di costruire Stati funzionanti e indipendenti ai fini dell’autogoverno e dell’ordine politico.
Se un’analisi politica lucida deve fare a meno della metafisica, dobbiamo comunque fare i conti con la totale stranezza del rapporto politico e strategico tra la superpotenza americana e l’Islam radicale nel periodo di massimo splendore dell’unipolarità statunitense. Come storia di agenti della CIA fuori controllo che bombardano New York per poi essere riaccolti lì più di due decenni dopo, è un racconto al tempo stesso così stravagante e banale che un’intelligenza artificiale generativa probabilmente lo rifiuterebbe come premessa di un thriller. Anche nei momenti di massima tensione, gli Stati Uniti non hanno mai mancato di inchinarsi alle sensibilità islamiche come parte del loro sforzo bellico globale. Mentre gli Stati Uniti si preparavano a scatenare la loro vasta macchina da guerra nel 2001 e la loro polizia segreta allestiva segrete di tortura in vari «siti neri» della CIA in tutto il mondo, un’amministrazione guidata da un metodista evangelico, il presidente George W. Bush, ribattezzò l’operazione di rappresaglia contro la Base, optando per «Enduring Freedom» al posto di «Infinite Justice», dopo che alcuni studiosi islamici avevano fatto notare che la giustizia infinita appartiene solo ad Allah.
Il successore di Bush, Barack Hussein Obama, anch’egli protestante praticante, avrebbe poi dichiarato, con una frase rimasta famosa, che l’Islam era una «religione di pace» nel suo discorso all’Università del Cairo nel 2009. Sebbene l’atteggiamento conciliante di Obama fosse chiaramente inteso a isolare i radicali dai loro correligionari moderati, privandoli della possibilità di dipingere i leader occidentali come anti-islamici, egli poté farlo solo rivendicando un diritto assoluto, persino imperialistico, di dettare a livello globale i termini della religione altrui, intensificando al contempo gli attacchi con i droni contro gli Stati musulmani, indipendentemente dal fatto che fossero alleati o opposti agli Stati Uniti.
A differenza dei presidenti Bush e Obama, cercherò di evitare le strategie ossequiose e accondiscendenti della controinsurrezione intellettuale. In quanto non credente, non mi permetterò di dettare agli altri il significato della loro religione. Ai fini del presente articolo, adotterò la definizione di Islam globale data dallo storico delle idee Faisal Devji, che lo interpreta non come un atavismo religioso, ma come un fenomeno moderno che può essere descritto con termini simili a quelli utilizzati per discutere di democrazia globale, liberalismo o socialismo. Devji sostiene che questa nozione generica di Islam sia un prodotto dei pensatori panislamici del XIX secolo più che degli orientalisti. Potremmo aggiungere che essa è adatta a un mondo moderno in cui le concezioni astratte dell’azione collettiva riflettono un’economia capitalista globale che è a sua volta radicata in categorie altamente astratte di capitale e lavoro. È come risultato della modernità che l’Islam è passato dal limitarsi a descrivere le pratiche religiose dei musulmani all’essere visto come «una struttura astratta e presumibilmente autopropulsiva, come il capitalismo». 4 Sebbene l’Islam possa racchiudere una moltitudine di sfaccettature, è anche un’idea per eccellenza globalista, e la sua storica radicalizzazione nell’islamismo e nel jihadismo deriva dal fallimento del globalismo nel trascendere la politica profana dello Stato-nazione.
Cosa si è lasciata alle spalle l’ondata islamista
Non sappiamo se il nuovo leader siriano al-Sharaa sia stato rincuorato nel constatare il declino delle sorti del Paese che aveva visitato nel 2025. Se così fosse, avrebbe ben poco di cui rallegrarsi riflettendo sulla situazione strategica della Siria. Se la Siria è il primo Paese che si potrebbe dire che la Base abbia conquistato, si tratta di una vittoria altamente compromessa e contingente. Sebbene le forze di al-Sharaa abbiano preso Damasco nel 2024 e abbiano persino privato la Marina russa del suo ex porto mediterraneo a Tartus, lo Stato che al-Sharaa governa ora è molto ridotto rispetto persino a quello controllato dal suo predecessore laico, al-Assad.
La Turchia si è ritagliata una propria zona cuscinetto nel nord della Siria e l’ha affidata ai propri compatrioti etnici presenti nel Paese, la minoranza turkmena. A sud, Israele ha approfittato della vittoria di al-Sharaa per occupare ancora più territorio siriano, estendendo la propria influenza oltre le Alture del Golan – che Israele aveva sottratto alla Siria nella guerra del 1967 – fino a occupare completamente il Monte Hermon, che si affaccia direttamente su Damasco stessa. Israele controlla inoltre lo spazio aereo siriano, bombardando regolarmente la Siria per ricordarle questo fatto.
E la Base non è l’unica forza ribelle islamica ad essere stata umiliata da Israele. Hezbollah, la potente milizia libanese allineata con l’Iran, è stata decimata da un attacco straordinariamente complesso che ha comportato la detonazione simultanea di migliaia di dispositivi portatili con trappola esplosiva utilizzati dagli agenti di Hezbollah nel 2024, seguita da devastanti attacchi aerei contro i resti della leadership della milizia. La vittoria di Israele su Hezbollah è stata tanto più degna di nota in quanto si trattava dell’unica forza araba che potesse vantare credibilmente di aver sconfitto lo Stato ebraico sul campo di battaglia, quando nel 2006 era riuscita a cacciare le forze israeliane dal Libano meridionale.
Purtroppo, la precisione degli attacchi israeliani contro Hezbollah non è stata all’altezza delle aspettative. I bombardamenti aerei israeliani, sistematici e devastanti, su città e villaggi libanesi continuano senza sosta, nonostante il fatto che lo stesso Hezbollah sia stato drasticamente indebolito. Più a sud, Israele ha praticamente eliminato il Movimento di Resistenza Islamica (Hamas, secondo l’acronimo arabo) che fino a quel momento governava la Striscia di Gaza, confinandolo nei tunnel sotto le rovine di Gaza e uccidendo al contempo fino al 3,5% della popolazione totale della Striscia, compiendo una terribile vendetta per la sanguinosa carneficina perpetrata da Hamas nei kibbutz del sud di Israele nell’ottobre 2023. Probabilmente ci sono molti altri cadaveri sotto le rovine di Gaza.5
Infatti, Israele è talmente sicuro della propria supremazia regionale e l’equilibrio di potere nella regione è talmente sbilanciato che alcuni strateghi israeliani hanno già individuato nella Turchia il loro prossimo rivale regionale. La Turchia è ora l’unica grande potenza militare musulmana rimasta nella regione dopo la pesante sconfitta inflitta da Israele all’Iran a partire dalla Guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025 e dalla guerra in corso del 2026.6
Le prospettive del radicalismo islamico in senso lato non sembrano affatto più rosee. Persino in Afghanistan, dove i talebani sono riusciti a cacciare gli Stati Uniti sulla via dell’annientamento del regime sostenuto dall’Occidente, i frutti della vittoria sembrano amari. A conti fatti, la vittoria afghana è stata almeno tanto un trionfo della politica tribale e degli intrighi etnici quanto il coronamento di una guerra santa. L’offensiva finale dei talebani è stata preceduta da un meticoloso smantellamento della rete di alleanze tribali che sosteneva lo Stato fantoccio della NATO. Nel frattempo, vengono bombardati dai loro ex alleati pakistani, senza alcuno dei rimorsi in materia di diritti umani che tormentavano la coscienza dei loro persecutori occidentali.
Si tratta di una situazione ben lontana dal senso di trionfo che i mujaheddin provarono alla fine dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan e alla conclusione della Guerra Fredda. Nonostante la narrazione mitizzata che i jihadisti hanno costruito attorno alle loro operazioni militari tutt’altro che impressionanti contro l’Armata Rossa, anche quella vittoria appare meno storica dal punto di vista del 2026. Oltre ai missili Stinger che la Base ricevette dalla CIA per aiutarli ad abbattere i temuti elicotteri da combattimento sovietici, furono riforniti anche di missili antiaerei e granate a propulsione a razzo dal Partito Comunista Cinese, a sua volta impegnato in una faida ideologica con il Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Alla fine, si scoprì che l’uso di armi fornite dai comunisti per abbattere elicotteri da combattimento comunisti non portò alla sconfitta del comunismo ateo. Trent’anni dopo, c’è un’altra superpotenza comunista confinante con l’Afghanistan, ancora più potente dell’Unione Sovietica, con una propria vasta popolazione musulmana assoggettata in Asia centrale. Non solo il comunismo non è stato sconfitto, ma i mujaheddin si sono rivelati pedine di una guerra civile rossa tra le due capitali eretiche del marxismo, aiutando i revisionisti di Pechino a sconfiggere i socialimperialisti di Mosca.
In una prospettiva storica più ampia e di lungo periodo, l’Islam radicale non sembra aver goduto dei benefici del consolidamento strategico e della coesione politica che i suoi seguaci più militanti avevano immaginato. La guerra civile all’interno del jihadismo si è intensificata durante l’occupazione statunitense dell’Iraq (2003–2011) e da allora si è diffusa in tutto il mondo islamico. Questa fase particolarmente estesa e sanguinosa di intensificata violenza settaria è iniziata quando la branca irachena della Base (seguaci della corrente sunnita maggioritaria dell’Islam), contro le istruzioni e i consigli della leadership in Afghanistan, si è impegnata a sterminare gli eretici prendendo di mira i santuari, i pellegrini e i leader della popolazione sciita irachena (la minoranza religiosa all’interno dell’Islam ma la maggioranza demografica all’interno dello stesso Iraq) con ripetuti attentati suicidi.
Affermando una crescente indipendenza dalla leadership, questi sforzi da parte dell’ala irachena culminarono in una scissione all’interno di al-Qaeda e nella fondazione dello Stato Islamico, un califfato autoproclamato ritagliato dalle province confinanti della Siria e dell’Iraq nel giugno 2014. Lo Stato Islamico avrebbe eclissato e strumentalizzato le fallite rivoluzioni democratiche della Primavera Araba iniziate nel 2010, superando il livello di zelo e fanatismo professato dalla stessa Al-Qaeda. Mentre la propaganda di Al-Qaeda tendeva a giustificare le proprie atrocità come rappresaglia per le incursioni degli infedeli e i crimini contro i musulmani, lo Stato Islamico esultava apertamente nella propria barbarie. Dabiq, l’organo di propaganda in lingua inglese dello Stato, si vantava di come, man mano che avessero esteso il proprio dominio al resto del mondo, avrebbero, a tempo debito, venduto donne e bambini francesi nei mercati degli schiavi, proprio come stavano facendo nella loro capitale de facto, la città siriana di Raqqa, dove vendevano donne e ragazze yazidi catturate dopo aver massacrato tutti i loro uomini. 7 Alla fine, il califfato globale è stato praticamente eliminato nel 2019, dopo che il suo territorio era stato ridotto alla sperduta cittadina irachena di confine di Baghuz.
Se ogni Stato si fonda effettivamente sulla forza, lo Stato Islamico dimostra che la forza da sola non basta. Essi hanno fallito clamorosamente nel trasformare il loro raccapricciante sadismo in fedeltà politiche e istituzioni militari abbastanza forti da resistere alle offensive su più fronti lanciate contro il loro territorio. La loro strategia e la loro diplomazia erano talmente inette da riuscire persino a riunire nemici giurati, come gli Stati Uniti e l’Iran, o (per un breve periodo) i curdi e i turchi, nella coalizione multinazionale che alla fine li ha schiacciati (gli Stati Uniti avrebbero poi ripagato il debito assassinando in seguito Qasem Soleimani, il leader militare iraniano che aveva contribuito a coordinare la disfatta dello Stato Islamico, e abbandonando i curdi alla Turchia).
Pur definendosi uno Stato, lo Stato Islamico era in definitiva meno interessato a stabilizzare i propri confini e a esercitare il potere politico; il suo vero obiettivo era condurre una guerra santa senza fine contro il resto del mondo. Ha adottato sia gli abiti e le bandiere neri sia le designazioni geopolitiche dei califfi abbasidi, che dividevano il mondo in Dar al-Islam (“Casa dell’Islam”, ovvero i territori sotto il dominio islamico) e Dar al-Harb (“Casa della Guerra”, ovvero i territori al di fuori del dominio musulmano). Ancora oggi, i residui dello Stato Islamico continuano a condurre la loro guerra civile religiosa, bombardando i talebani in Afghanistan o combattendo contro le forze di al-Qaeda in Nord Africa, mentre si contendono i racket del contrabbando nel Sahel, che a loro volta vengono utilizzati per finanziare un’ulteriore espansione criminale e ulteriori conflitti.
Data l’inettitudine strategica dei radicali jihadisti e la caotica situazione geopolitica del Medio Oriente, per non parlare delle crisi economiche, della corruzione politica e delle disfunzioni amministrative che affliggono l’intera regione, non sorprende che il New York Times abbia recentemente suggerito che l’Islam politico potrebbe essere giunto al capolinea. 8 L’affermazione trae spunto dall’ultimo libro di Devji, Waning Crescent: The Rise and Fall of Global Islam.
Devji sostiene che l’Islam sembri perdere la sua carica politica, sottolineando che nei recenti grandi movimenti di protesta in tutto il mondo islamico, sia nei paesi a maggioranza musulmana (Iran, Turchia e Bangladesh) sia in India (dove i musulmani sono una minoranza), la mobilitazione popolare di massa non si è concentrata sul posto e sul ruolo dell’Islam nella vita pubblica. Inoltre, egli osserva che l’opposizione popolare islamica al governo di partiti dichiaratamente islamisti—quali i Fratelli Musulmani in Egitto, Ennahda in Tunisia e il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo del presidente Erdogan in Turchia—sottolinea il fatto che l’Islam radicale eserciti una presa sempre più debole sui movimenti popolari contro il potere costituito e l’autorità in carica. Questa perdita di slancio priva i radicali islamici di quell’energia di opposizione che finora ha permesso loro di guidare la resistenza popolare contro i numerosi monarchi assoluti, dittatori militari e dinastie repubblicane del mondo islamico.
I molteplici aspetti dell’Islam politico
Eppure, al New York Times la memoria è corta. Anche l’Islam politico era stato dichiarato morto proprio all’inizio dell’era della globalizzazione unipolare. Nel 1994, l’antropologo politico francese Olivier Roy pubblicò il suo straordinario studio, Il fallimento dell’Islam politico.9 In concomitanza con la vittoria degli Stati Uniti nella Guerra Fredda, molti all’epoca si aspettavano, e alcuni senza dubbio speravano addirittura, che il radicalismo islamico sostituisse il comunismo come unica forza di opposizione all’egemonia occidentale globale. La sinistra globale era, ovviamente, ben lieta di assecondare le speranze dei radicali islamici e dei burocrati dello “Stato profondo” alla ricerca di nuovi nemici.10
Roy si rese conto che non solo gli islamisti avevano ripetutamente fallito nel tentativo di prendere il potere (come in Algeria, dove la loro vittoria democratica fu soffocata dalla dittatura militare nel 1992), ma che avevano fallito anche quando erano riusciti a prendere il potere. Ciò era dimostrato dai principali Stati islamici radicali dell’epoca, ovvero il Sudan e l’Iran. Entrambi erano evidenti fallimenti: isolati, poveri, esausti e dilaniati dalla guerra. Essendo egli stesso un ex maoista che aveva avuto un’esperienza diretta sul campo con i mujaheddin contro i sovietici, Roy si rese conto che il Sudan e l’Iran avevano le stesse probabilità di ottenere il plauso mondiale che la Corea del Nord e Cuba avevano di diffondere il comunismo in tutto il mondo. «L’Islam politico», concluse, «non supera la prova del potere».11 Fu proprio questo tentativo fallito di politicizzare l’Islam, scaturito dal pensiero antimperialista del XIX e dell’inizio del XX secolo, a indurre Roy a classificare l’islamismo insieme agli altri “-ismi” ideologici dell’era moderna.
Secondo Roy, gli islamisti hanno fallito perché non sono riusciti a trovare un modo per uscire dal “circolo vizioso” dell’ideologia islamista. Da un lato, secondo Roy, gli islamisti credevano che una società islamica dovesse essere instaurata attraverso la politica; dall’altro, credevano anche che le istituzioni propriamente islamiche potessero funzionare solo se gli individui che le componevano fossero stati sufficientemente virtuosi… ma tale virtù sarebbe esistita solo se la società stessa fosse stata in precedenza sufficientemente pia e islamica. 12 In breve, i termini stessi dell’Islam politico rendevano impossibile la formazione di uno Stato propriamente islamico. Roy osservò inoltre che l’analisi islamista degli ideali politici, della progettazione istituzionale e dell’organizzazione e distribuzione del potere degenerava sempre in digressioni sulle virtù dei singoli leader e funzionari. Dato che tutti gli individui moderni sarebbero inevitabilmente lontani dalla rappresentazione coranica del sovrano ideale, Roy ha concluso che «il modello politico islamista, essendo realizzabile solo in un uomo e non nelle istituzioni… rende impossibile la creazione di una polis, di una “città-stato” islamista».13
Né l’intensificarsi dell’ideologia poteva compensare il problema. Secondo Roy, lo sforzo islamista di rendere la jihad il sesto pilastro dell’Islam tendeva a sostituire l’organizzazione con la devozione individuale e la vittoria con il martirio; la jihad riguarda in definitiva il rapporto tra il mujahid e Dio, non tra il mujahid e il nemico. 14 Che importanza ha se i russi, gli americani o i sionisti vengono sconfitti o meno in questo mondo, se il vero credente entra nell’aldilà in gloria eterna? I tentativi islamisti di sostituire i concetti politici moderni con quelli islamici—come il tawhid (“unità divina”) al posto di una società senza classi, o i musta’dafin (“coloro che cadono sulla terra”) al posto degli oppressi—si sono sempre arenati. Dopotutto, la sovranità divina minava la tesi della sovranità popolare, e che senso aveva invocare partiti di Dio, come Hezbollah, quando non poteva mai esistere alcun partito se non quello di Dio? Più gli islamisti diventavano politicamente concreti, più minavano il messaggio universale dell’Islam, destinato ad applicarsi a tutti i tempi e a tutti i luoghi.
Per quanto convincente possa essere lo studio di Roy sulle contraddizioni interne dell’Islam politico, la sua audace tesi appare comunque ingenua, destinata a essere smentita da ogni attentato suicida e da ogni atrocità terroristica verificatasi dopo la pubblicazione del libro. L’islamismo potrà anche essere antitetico all’organizzazione politica e alla creazione di istituzioni, e la jihad alla vittoria effettiva nelle battaglie, ma i suoi vicoli ciechi logici non hanno impedito a reti terroristiche altamente sofisticate di mobilitare molte migliaia di persone disposte a sacrificare la propria vita per la causa jihadista.
C’è dunque qualcosa che cambia tra il 1994 e il 2026? Cosa potrebbe renderci oggi più sicuri nell’affermare la previsione di Devji sulla fine dell’Islam radicale e del jihadismo? Oppure esiste già un Osama bin Laden del futuro, infiltrato dalla CIA nello Xinjiang per combattere l’egemonia del PCC nell’ambito del Fronte del Turkestan Orientale, gettando le basi per le nuove “guerre infinite” del XXI secolo?
Se i jihadisti di Roy sono indifferenti alla vittoria concreta in questo mondo, sono anche, per lo stesso motivo, incapaci di rendersi conto quando sono stati sconfitti. Non c’è dubbio che la sconfitta militare in Afghanistan abbia contribuito ad accelerare lo scioglimento dell’Unione Sovietica e, con esso, il declino del comunismo internazionale. Né vi è alcun dubbio che lo stesso Islam radicale sia stato proiettato alla ribalta dalle disastrose sconfitte inflitte al nazionalismo arabo nel 1967, quando Israele sconfisse le forze armate congiunte di Egitto, Giordania, Siria e Iraq nel giro di sei giorni. Eppure, nonostante abbiano ormai subito più disonori militari e battute d’arresto strategiche persino rispetto agli sfortunati nazionalisti arabi che li hanno preceduti, i jihadisti non sembrano temere una perdita di prestigio o di slancio paragonabile a quella subita dalle ideologie politiche laiche.
Dopotutto, una sconfitta su un fronte può sempre essere compensata da un presunto favore divino su un altro. L’offensiva dell’aprile 2026 condotta dalle forze locali della Base in Mali ha portato all’assassinio del ministro della Difesa e a pesanti sconfitte per le forze nazionali maliane (nonostante il significativo sostegno russo), dimostrando che i jihadisti del Sahel stanno salendo con sicurezza i gradini dell’escalation della guerriglia, spostandosi dalla periferia rurale per circondare i principali centri urbani del Paese.
Sebbene i massacri jihadisti in Europa siano, finora, diminuiti dopo gli orrori degli attentati di Parigi del 2015 e di Manchester del 2017, gli attacchi individuali su scala minore sono ormai così abituali che i media non si preoccupano nemmeno più di indagare se gli attacchi compiuti da individui armati di coltello che agiscono a caso siano attribuibili alla follia o al fanatismo, né tantomeno perché le auto sembrino continuare a investire i pedoni. Il regno del terrore jihadista è talmente normalizzato da aver rimodellato la geografia urbana delle città europee, con la proliferazione di barriere di sicurezza negli spazi pubblici e, a partire dal massacro del 2015 nella redazione di Charlie Hebdo, ha anche imposto di fatto una legge sulla blasfemia a livello continentale. 15 Le raffigurazioni del Profeta in tutta l’Europa occidentale rischiano di essere accolte, come minimo, con ammonimenti da parte delle risorse umane, repressione statale e censura mediatica, se non addirittura con rappresaglie violente, come si è visto con la decapitazione dell’insegnante francese Samuel Paty nel 2020 per il “reato” di aver mostrato in classe le vignette satiriche. A ciò si affiancano espressioni stravaganti di identità religiosa, come le preghiere pubbliche di massa e, più recentemente, persino l’autoflagellazione pubblica e il battersi il petto da parte degli sciiti in commemorazione del martirio di Ali.
Eppure, proprio mentre la devozione islamica sembra avanzare in Europa, essa è in declino nel suo nucleo storico: il Medio Oriente. Una serie di sondaggi degni di nota ha rilevato un marcato calo della fede religiosa, con la percentuale di atei che, persino in Arabia Saudita, si aggira intorno alla stessa percentuale registrata negli Stati Uniti (5%). Un’indagine di riferimento condotta dall’Arab Barometer ha rilevato che il 18% degli intervistati sotto i trent’anni (su un totale di venticinquemila intervistati) si definiva non religioso.16 L’hijab sembra più diffuso in Europa che in Arabia Saudita e in Iran, dato che sia le donne saudite che quelle iraniane si riprendono sui social media senza il velo. Questo calo risulta meno sorprendente se si considera che i giovani musulmani in Europa non devono (ancora) affrontare le conseguenze economiche e politiche derivanti dall’esaltazione dell’arretratezza sociale e del conservatorismo religioso, i cui effetti degradanti sono così palpabili in tutto il Medio Oriente. Inoltre, è proprio la repressione degli Stati autoritari mediorientali ad aver spinto le reti islamiste e le organizzazioni caritative fuori dal Medio Oriente e verso l’Unione Europea, trasformando gli Stati membri liberali dell’Europa da retrovia a patria del radicalismo islamico.
Nel complesso, nei trent’anni trascorsi dalla pubblicazione del suo libro di riferimento, sembrano ancora accumularsi numerose prove a favore di Roy. La Fratellanza Musulmana egiziana, il partito islamista per eccellenza, è stata estromessa dal potere con un colpo di Stato militare nel 2013, che ha goduto di un ampio sostegno popolare, persino da parte delle classi medie egiziane più devote, sottolineando ancora una volta che gli islamisti hanno fallito la prova del potere. Il Sudan è stato diviso nel 2011, quando il Sud Sudan, a maggioranza cristiana e animista, si è finalmente separato dal nord a maggioranza musulmana; il Sudan residuo rimane impantanato nella guerra e nella povertà, con stime anche prudenti delle vittime della guerra civile sudanese iniziata nel 2023 che superano di gran lunga quelle di Gaza.
Più lontano, mentre la Repubblica Islamica dell’Iran ha resistito all’offensiva statunitense-israeliana e, prima ancora, a ricorrenti cicli di proteste di massa, è anche evidente che il regime sta radicando il proprio potere meno nell’islamismo rivoluzionario e più nel nazionalismo iraniano, per quanto spettacolare possa essere stato il funerale pubblico della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei (ucciso in un attacco aereo israeliano nel febbraio 2026). La Repubblica Islamica ha eretto una statua del re Shapur I nella Piazza della Rivoluzione di Teheran nel novembre 2025, in onore del monarca persiano (zoroastriano) che, come è noto, catturò l’imperatore romano Valeriano nella battaglia di Edessa nel 260: il tipo di monumento che l’Ayatollah Khomeini avrebbe definito idolatra se fosse stato eretto dallo Scià. Se si deve credere alle immagini ampiamente diffuse sui social media di donne iraniane senza velo che protestano contro le bombe americane e israeliane, è probabile che il sentimento nazionalista iraniano venga stimolato, anziché indebolito, una volta terminata la guerra in corso. L’islamismo continua a fallire ripetutamente la prova del potere. Allora perché il jihadismo continua?
La misura in cui condividiamo la valutazione di Roy dipende in parte da come definiamo ciò che osserviamo. Oggi, il termine “islamismo” viene usato indiscriminatamente per riferirsi a qualsiasi estremista islamico radicale. Roy, tuttavia, lo utilizzava per indicare coloro che volevano attivare l’Islam come forza rivoluzionaria per la conquista del potere statale, sulla scia delle rivoluzioni nazionaliste che hanno travolto il mondo in via di sviluppo nella seconda metà del XX secolo. Egli contrapponeva a ciò il neo-fondamentalismo socialmente conservatore e riformista, nato da iniziative esplicitamente controrivoluzionarie finanziate dai petrodollari sauditi e sostenute politicamente dagli Stati Uniti per contenere l’islamismo. I neo-fondamentalisti furono incoraggiati a ignorare la questione del potere politico, privilegiando invece le opere educative e caritative attraverso organizzazioni non governative islamiche e reti di beneficenza. È proprio quest’ultimo tipo di islamismo che è venuto a sostituire le speranze rivoluzionarie fallite dell’Ayatollah Khomeini.
Contrariamente alla spiegazione convenzionale secondo cui i musulmani si stavano radicalizzando sempre di più, Roy sosteneva che la persistenza del terrorismo jihadista, nel contesto del più ampio fallimento politico dell’islamismo, potesse essere meglio compresa in termini di ciò che egli definiva «l’islamizzazione del radicalismo».17 Secondo questa spiegazione, l’anomia urbana, l’alienazione giovanile e le norme controculturali che un tempo avrebbero alimentato il terrorismo della sinistra rivoluzionaria della metà del secolo (esemplificato dalle Brigate Rosse e dai loro affini ideologici in tutto il mondo) si esprimono ora in termini islamici. Tuttavia, la tesi di Roy presenta ancora un problema: cosa c’è nell’Islam che lo rende un veicolo ideologico per il nichilismo violento e il radicalismo globalizzato?
Esiste, inoltre, una differenza tra quella vecchia forma laica di violenza politica di sinistra e le più recenti forme religiose che oggi predominano sotto la bandiera dell’islamismo; essa si percepisce meglio spostando l’attenzione dai musulmani ed esaminando invece i cambiamenti avvenuti negli ultimi cinquant’anni nell’ordine globale. Ciò che è accaduto in quel periodo è che proprio ciò che Roy considerava l’ostacolo al successo dell’islamismo, ovvero la realtà del potere statale, è stato soppresso dagli Stati Uniti attraverso strategie globaliste volte a reprimere la sovranità nazionale a favore dell’integrazione economica globale e della propria egemonia militare. La globalizzazione guidata dagli Stati Uniti si è rivelata un ordine mondiale altamente favorevole al radicalismo islamico, che a sua volta era stato deviato e allontanato dal tentativo fallito di conquistare, costruire o esercitare il potere statale.18
Il declino congiunto dell’Occidente e dell’Islam
Per rispondere alla nostra domanda, quindi, la prima grande differenza tra i primi anni ’90 e il momento attuale è il ruolo dell’Occidente. Nei primi anni ’90, l’Occidente geopolitico in senso lato comprendeva gli alleati degli Stati Uniti in Europa e nell’Asia-Pacifico, che erano anche chiari partner nella vittoria americana nella Guerra Fredda. Questi paesi condividevano sistemi politici simili ed erano strettamente legati da alleanze a lungo termine con gli Stati Uniti al centro. In breve, l’Occidente geopolitico costituiva la base piramidale su cui poggiava l’apice unipolare americano, e sembrava trarre il massimo vantaggio dagli effetti di ricaduta della leadership statunitense. In questo modo, l’ascesa occidentale dopo il crollo dell’Unione Sovietica mantenne sostanzialmente lo schema degli ultimi due secoli: l’Occidente cresceva mentre il mondo islamico declinava.
Se gli ultimi duecento anni sono stati caratterizzati dall’ascesa di una sfera a scapito di un’altra, ora quel periodo è giunto al termine. Il mondo occidentale e quello islamico sembrano essere caduti in disgrazia agli occhi di Dio, o forse, per dirla meglio, entrambi hanno chiaramente perso il mandato del cielo; per di più, il loro declino procede ora di pari passo. Persino l’utopia consumistica apparentemente tranquilla di Dubai, il cui boom economico sembrava smentire la necessità della de-islamizzazione come precondizione della modernizzazione, si è rivelata un miraggio geopolitico, svanito sotto una raffica di droni Shahed. Al di fuori del Medio Oriente e del Nord Africa, gli Stati a maggioranza musulmana come l’Indonesia e la Malesia devono fare i conti con la crescita del potere della Cina comunista. Ancora più importante, l’Occidente stesso, in quanto categoria geopolitica, si sta disintegrando, come dimostra il crollo di sistemi di alleanze un tempo stabili. Sia i canadesi che gli europei sanno di non poter contare all’infinito su un’egemonia statunitense più interessata al dominio dell’emisfero che agli impegni globali.
Questo è rilevante per la nostra argomentazione perché, nella misura in cui l’Occidente e l’Islam sono categorie politiche, essi sono anche interdipendenti. Infatti, l’emergere dell’Occidente sulla scena globale ebbe inizio quando gli Stati dell’Europa dell’età moderna intrapresero la ricerca di rotte commerciali che potessero aggirare il dominio asfissiante dell’Impero ottomano islamico sul commercio con le Indie. Più precisamente, e come abbiamo già visto, il proto-islamismo moderno ebbe inizio con la teorizzazione anti-imperialista dei panislamisti nel corso del XIX secolo. Nel tentativo di rispondere alle incursioni imperialistiche europee, essi furono costretti a concepire l’Islam in termini astratti e collettivi—per valutarne la forza istituzionale, il peso demografico globale, la capacità produttiva e l’innovazione tecnica—temi che sarebbero stati estranei al pensiero politico musulmano premoderno. Oggi, la dialettica islamica di fascino e repulsione nei confronti della vita occidentale subirà un declino di pari passo con il declino della coesione e della produttività occidentali, mentre le faide tra alleati renderanno più difficile attribuire i fallimenti maligni del Medio Oriente moderno all’imperialismo e alla contaminazione culturale di un contrappunto occidentale che non esiste più.
La seconda grande differenza, strettamente correlata, tra i primi anni ’90 e gli anni ’20 del XXI secolo è la fine della globalizzazione. L’affinità tra globalizzazione e Ummah era profonda. L’Islam globale è stato il beneficiario della globalizzazione nel senso banale del termine, in quanto la diffusione delle tecnologie di comunicazione, dei mezzi di trasporto più economici, dei flussi finanziari e della mobilità del lavoro non solo ha contribuito a diffondere l’Islam, ma anche a omogeneizzarlo. Le madrasse finanziate dall’Arabia Saudita e le economie basate sulle rimesse su larga scala hanno sostituito le tradizioni islamiche diffuse, segmentate etnicamente, rurali e mistiche – che fino ad allora avevano dominato la periferia globale – con una comunità globale urbanizzata, diasporica e più uniforme.
L’Islam radicale è stato inoltre un beneficiario del globalismo in un secondo senso, meno evidente: il jihadismo e l’Islam radicale si sono diffusi proprio come conseguenza della globalizzazione politica. Il processo globale di integrazione giuridica, tecnica e normativa è stato accompagnato da una serie ininterrotta di campagne militari volte a imporre l’allineamento geopolitico guidato dagli Stati Uniti. Queste campagne erano giustificate non tanto in termini politici quanto in termini giuridici e morali (diritti umani) e, sebbene i jihadisti scambiasero le crociate liberali dell’unipolarità per vere e proprie crociate, esse erano spesso giustificate dalla necessità di proteggere le popolazioni musulmane sia da persecuzioni etniche ostili (come in Bosnia e in Kosovo) sia da governanti musulmani oppressivi (come le dittature ba’athiste dell’Iraq e della Siria).
Ma c’è di più: gli islamisti erano spesso alleati in queste guerre; le guerre per i diritti umani erano tanto jihad quanto crociate liberali. Le reti create per combattere i russi in Afghanistan furono riadattate per portare la jihad in Europa attraverso i Balcani e, in seguito, in Siria. «Al-Qaeda è dalla nostra parte», come scrisse Jake Sullivan all’allora Segretaria di Stato Hillary Clinton mentre discutevano del modo migliore per cacciare Assad dalla Siria. Srebrenica e Ghouta, in quanto luoghi di atrocità, facevano parte delle rimostranze jihadiste contro l’ipocrisia occidentale tanto quanto quelle di qualsiasi operatore umanitario occidentale o avvocato internazionale per i diritti umani. I liberali umanitari e i jihadisti erano, in definitiva, fazioni diverse di un fronte comune, tutte impegnate a lottare per una maggiore coerenza nell’applicazione di norme morali e post-politiche senza confini, intese sia in termini liberali che islamisti, a scapito dei diritti degli Stati sovrani.
Anche i jihadisti hanno tratto vantaggio da queste campagne militari, in quanto la distruzione delle autorità centralizzate da parte delle potenze occidentali in tutto il mondo in via di sviluppo ha creato le condizioni in cui gli emirati jihadisti, il più delle volte semplici organizzazioni criminali basate sulla Sharia, hanno potuto prosperare. Proprio come il Messico è passato dall’insurrezione ideologica zapatista degli anni ’90 ad avere intere fasce del paese controllate da cartelli globalizzati, armati non meno pesantemente dell’esercito messicano, così anche il Medio Oriente sta ora tracciando l’arco che va dagli insorti rivoluzionari alle organizzazioni criminali. La Libia ne è stato l’esempio più evidente: la distruzione del regime di Gheddafi da parte della NATO nel 2011 ha innescato un’esplosione di insurrezioni in tutto il Sahel, tutte volte ad approfittare del vuoto politico per impadronirsi di territori, proventi petroliferi e rotte di contrabbando, oltre che per saccheggiare il vasto arsenale del dittatore caduto.
Paradossalmente, gli sforzi dei musulmani volti a costruire Stati moderni che fossero al tempo stesso abbastanza forti da sostituire internamente la raison d’état alla Sharia e da resistere all’imperialismo all’esterno furono sistematicamente repressi, a partire dall’inizio del XIX secolo, dagli Stati europei più potenti, al fine di impedire l’emergere di rivali geopolitici. 19 Coloro che ci riuscirono lo fecero solo abbandonando la ricerca dell’indipendenza strategica. La Repubblica Turca, originariamente alleata con i bolscevichi, rovesciò il califfato sostenuto dagli inglesi e imposto dal Trattato di Sèvres nel 1920, prima di optare infine per la NATO nel 1952. Avendo visto il destino di suo padre, l’imperatore iraniano Mohammed Reza Shah si subordinò al potere statunitense in modo così totale che tergiversò in attesa di istruzioni americane anche mentre gli islamisti travolgevano la sua vacillante monarchia nel 1979.
La debolezza dello Stato postcoloniale non è mai stata risolta, ma solo trasferita in nuove forme. Il risveglio islamico iniziato negli anni ’70, che ha gettato le basi per l’islamismo moderno, è stato a lungo associato al declino dello Stato sviluppista in quel periodo. Esso ha inoltre coinciso con l’introduzione del neoliberismo nel mondo in via di sviluppo. I tagli al bilancio, l’indebitamento e i tassi di crescita più bassi hanno minato la capacità dello Stato di mantenere i servizi pubblici, assorbire l’esodo rurale e fornire posti di lavoro alla crescente massa di laureati. Come osservato, le organizzazioni caritative islamiste si sono espanse per fornire le infrastrutture dei beni pubblici — cliniche, scuole, assistenza sociale — abbandonate da uno Stato in ritirata, mentre la religiosità popolare è diventata una fonte di dignità e autostima di fronte allo squallore urbano, alla mobilità sociale ostacolata e al consumo frustrato.
In quanto ordine politico, la globalizzazione si basava non solo sulla conformità comportamentale tra gli Stati, ma anche sulla delegittimazione del concetto stesso di sovranità statale. Ne è un esempio la dottrina della “responsabilità di proteggere”, nota anche come R2P, che ha fornito la giustificazione politica e giuridica diretta per i bombardamenti della NATO in Libia del 2011 ai sensi della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Si trattava di un paradigma politico che coronava gli sviluppi giuridici, ideologici e politici dei vent’anni precedenti. Con questa dottrina, la sovranità statale divenne di fatto una licenza concessa dalla comunità internazionale, revocabile qualora un determinato governo non avesse rispettato gli standard richiesti dalla giustizia internazionale.
Questa concezione condizionata della sovranità ha fornito ampio terreno fertile ideologico all’Islam radicalizzato nell’era neoliberista. Ciò non solo perché le bombe della NATO hanno spianato la strada all’espansione degli eserciti jihadisti nel Sahel. In termini politici, la globalizzazione ha eliminato il problema che aveva ostacolato i rivoluzionari islamisti nell’ultimo quarto del XX secolo: la sovranità statale. Man mano che la sovranità statale veniva soppressa a favore dell’integrazione globale, l’identità religiosa si è sostituita alle identità politiche e nazionali. Il risultato è stato un mondo adatto alla visione neofondamentalista della Umma. Poiché gli islamisti consideravano tutte le relazioni sociali come il frutto della virtù individuale, la visione islamizzata della società globale non aveva bisogno della mediazione istituzionale delle relazioni sociali attraverso la rappresentanza politica. Man mano che gli Stati-nazione si riducevano, l’Ummah globale, intesa come una comunità decentralizzata e autogovernata di credenti, si espandeva. Mentre i neoconservatori e i liberali erano ipnotizzati dal temuto spettro del totalitarismo islamico, ignoravano il fatto che l’Islam radicale prosperasse proprio grazie all’assenza di sovranità statale, non al suo eccesso.20
Per quanto la globalizzazione abbia favorito la diffusione dell’Islam a livello mondiale, ha anche limitato i musulmani minando la loro autonomia politica, specialmente in quanto migranti negli Stati occidentali. Infatti, come avrebbero potuto integrarsi nelle nuove società gli immigrati musulmani che avevano approfittato di un mondo senza confini per migliorare le proprie condizioni di vita, se il modello di ordine globale si basava sulla limitazione dei diritti di cittadinanza a favore dei diritti umani e sul contenimento della sovranità popolare per timore che ciò potesse danneggiare il commercio globale? La globalizzazione politica ha inoltre limitato le possibilità di liberalizzazione e democratizzazione nel mondo islamico stesso. La speranza che i Fratelli Musulmani e vari altri partiti islamisti potessero trasformarsi in equivalenti musulmani dei partiti democratici cristiani europei trascurava il fatto che ci si aspettava che tali teorici «democratici islamici» emergessero dai pochi e miseri parlamenti del Medio Oriente proprio nell’epoca in cui la globalizzazione unipolare stava mettendo sotto pressione quei quadri nazionali che davano significato ai processi democratici e alla rappresentanza politica.
Gli sforzi di “nation-building” di stampo militare in Afghanistan e in Iraq erano destinati al fallimento per lo stesso motivo: come si potevano infatti costruire nazioni indipendenti e autosufficienti in un ordine mondiale che era esso stesso così ostile alla sovranità nazionale? Gli islamisti e i jihadisti si trovavano di fronte al problema di non poter mai fare completamente a meno dello Stato, specialmente dello Stato al centro dell’ordine globale, gli Stati Uniti. I jihadisti avevano bisogno della potenza aerea statunitense per rovesciare quelli che chiamavano il «nemico prossimo», i dittatori nazionalisti laici che li avevano oppressi per così tanto tempo, come Saddam e Gheddafi. Avevano anche bisogno dell’USAID e dell’ONU finanziata dagli Stati Uniti per sostenere gli emarginati della terra che essi stessi avevano abbandonato alla carità transnazionale al posto della protezione statale. Hamas ha ammesso pubblicamente che i tunnel che aveva scavato con tanta cura sotto Gaza non erano mai stati pensati per proteggere i civili dall’inevitabile offensiva israeliana; si aspettava infatti che i servizi pubblici per i cittadini di Gaza fossero forniti dall’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA e dalle sue affiliate.
Con una dipendenza così generalizzata dall’impero statunitense e dalla sua generosità umanitaria, non c’è da stupirsi che i jihadisti siano così pieni di risentimento nei confronti dell’America. Era un patto che poteva durare solo finché i cittadini statunitensi fossero stati disposti a sostenere l’intera struttura marcia. Gli Stati indecisi che nel 2016 hanno dato a Trump voti sufficienti nel collegio elettorale per vincere le elezioni (se non il voto popolare) presentavano tutti un’alta concentrazione di elettori militari o vicini alle forze armate, stanchi delle guerre infinite dell’era della globalizzazione.
La fine dell’Ummah unipolare
L’Occidente geopolitico è finito. I jihadisti, gli islamisti, i Fratelli Musulmani e le loro numerose reti e affiliate faranno tutti fatica ad accettarlo, non solo perché il merito di tale risultato va attribuito agli sforzi di Donald Trump, ma anche perché il destino dell’Islam globale e di tutte le sue ramificazioni radicali era così strettamente intrecciato con il destino dell’unipolarità statunitense e della globalizzazione. Con il declino del potere occidentale, declina anche l’Islam globale: ci saranno meno Stati falliti a seguito delle operazioni di cambio di regime. Le masse oppresse del Medio Oriente dovranno trovare i propri mezzi per liberarsi dei criminali che le governano e dei conflitti regionali che le affliggono.
La sinistra radicale occidentale sta facendo di tutto per proteggere l’Islam globale dal declino occidentale, aiutando le reti islamiste globaliste nei loro sforzi volti a trasformare l’islamismo transnazionale in islamopopulismo. Dopo aver inveito contro la globalizzazione per così tanto tempo, la sinistra ne è ora l’ultima difensore, esigendo che gli organismi transnazionali—quali il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’Unione Europea o la Corte penale internazionale—applichino il diritto internazionale, le sanzioni internazionali e l’intervento umanitario per frenare la furia israeliana in tutto il Medio Oriente. C’è una logica dietro questo idealismo, ma ha meno a che fare con le speranze di una riconciliazione ebraico-araba e più con la necessità della sinistra di consolidare la propria base elettorale. Avendo perso le classi lavoratrici a favore della destra populista, le libere professioni e le classi medie devono rivolgersi agli immigrati e alle minoranze musulmane per mantenere la propria posizione elettorale. Ciò conferisce a France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, al Partito dei Verdi di Zack Polanski in Gran Bretagna e ai Socialisti Democratici d’America di Zohran Mamdani un interesse diretto a perpetuare l’Intifada Globale. Per quanto tempo ancora gli elettori musulmani occidentali, conservatori e orientati alla famiglia, accetteranno di essere guidati dalle classi medie professionali senza figli e queer per il bene di un conflitto lontano e senza speranza?
Dopotutto, i problemi che affliggono i musulmani comuni della Ummah globale sono più vicini a casa. Il commercio globale è in stallo in termini di quota del prodotto economico mondiale e i confini nazionali si stanno lentamente irrigidendo. Ciò, a sua volta, intaccherà il flusso delle rimesse e spezzerà i legami della diaspora che tengono unita l’Ummah. Con il ridimensionamento degli Stati sociali e il graduale aumento dei tassi di interesse e dell’inflazione, l’effetto combinato sarà quello di mettere sotto pressione i musulmani poveri d’Europa, fortemente dipendenti dallo Stato. Dove concentreranno i loro sforzi politici in risposta a tutto ciò?
In L’uomo che era giovedì, Chesterton fa sì che uno dei suoi poliziotti segreti anarchici rimproveri il protagonista Syme per aver riposto la sua fede anarchica nelle masse oppresse. Dopotutto, dice, sono i poveri ad avere il maggiore interesse in un buon governo: «Il povero ha davvero un interesse nel Paese. Il ricco no; lui può andarsene in Nuova Guinea su uno yacht». Mentre i poveri possono opporsi a un governo inadeguato, come osserva Chesterton, «i ricchi si sono sempre opposti al fatto stesso di essere governati». Oggi, il ricco probabilmente andrebbe nel suo bunker in Nuova Zelanda o, se fosse un milionario saudita come il capo della Base, Osama bin Laden, forse in una caverna in Afghanistan per dedicarsi alla jihad. Il resto di noi viene lasciato indietro in Stati in dissesto mentre l’onda alta della globalizzazione si ritira e gli Stati Uniti smantellano il proprio impero.
Come tutta la grande letteratura, la favola di Chesterton su una rete anarchica che si rivela essere una rete dello “Stato profondo” può essere letta su più livelli. Almeno uno di questi livelli riguarda un tema chestertoniano di lunga data, secondo cui la più grande e seducente cospirazione di tutte non è lo sforzo di sovvertire e rovesciare l’ordine sociale, ma piuttosto quello di partecipare allo sforzo collettivo per mantenerlo. Il sostegno di lunga data dello “Stato profondo” al jihadismo transnazionale, che va dalla guerra contro i sovietici negli anni ’80 fino alla guerra contro il Partito Ba’ath siriano negli anni ’20 del XXI secolo, suggerisce più l’elusione del problema dell’ordine politico che il suo perfezionamento. Di fede incrollabile, Chesterton, non diversamente dai suoi anarchici e dai nostri islamisti, finì per eludere il problema riponendo la propria fede in Dio, che nel suo libro descriveva come impegnato in una lotta contro se stesso attraverso l’umanità. A parte il fatto che oggi non esiste chiaramente nessuno Stato o leader che sembri godere del favore divino, se l’era dell’Islam radicalizzato è la storia di una superpotenza che lotta contro se stessa attraverso i radicali islamici, è una storia ben più da incubo di quella di Chesterton.
Se c’è un vantaggio da trarre dagli sforzi incoerenti di Donald Trump volti a porre fine all’impero statunitense, questo deve passare attraverso il perseguimento vigoroso della ricostruzione nazionale e del rafforzamento delle capacità dello Stato. «Il cambio di regime inizia in casa propria» era lo slogan di coloro che nel 2003 marciarono contro l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti. Oggi, iniziare con un cambio di regime in casa propria significa inevitabilmente separarsi dalle strutture politiche e giuridiche globaliste, e questo comporta anche la separazione dalla Ummah: basta con le jihad umanitarie. Come osserva Devji, ciò non deve necessariamente rappresentare una perdita per i fedeli musulmani. Infatti, nella misura in cui l’Islam globale si è espanso, lo ha fatto a scapito della fede dei musulmani comuni, che era tradizionalmente intesa come una questione di rapporto diretto con Dio piuttosto che come il flusso e riflusso di un astratto costrutto globale, che ora si frappone tra il credente e Dio. L’implicazione è che, con il declino dell’islamismo e dell’Islam globale, tale declino potrebbe anche liberare i musulmani, non solo in termini di rafforzamento della loro autonomia politica come cittadini che godono di libertà religiose e diritti politici all’interno di Stati-nazione sovrani rafforzati, ma anche in quanto musulmani.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 3 (autunno 2026): 198–218.
Note
1 Alex Butterworth, Il mondo che non è mai esistito: una storia vera di sognatori, intrallazzatori, anarchici e agenti segreti (New York: Pantheon, 2010).
2 Gilles Kepel, Lontano dal caos: il Medio Oriente e la sfida all’Occidente, trad. Henry Randolph (New York: Columbia University Press, 2020).
3 Una coraggiosa e destinata al fallimento rivolta dei passeggeri ha impedito che il quarto aereo dirottato venisse utilizzato come gli altri, con la stessa Casa Bianca come probabile quarto obiettivo.
4 Faisal Devji, Waning Crescent: The Rise and Fall of Global Islam (New Haven: Yale University Press, 2025), 4.
5 Yaniv Kubovich e Nir Hasson, “L’IDF accetta il bilancio del Ministero della Salute di Gaza: oltre 71.000 palestinesi uccisi durante la guerra”, Haaretz, 29 gennaio 2026.
6 Per ulteriori approfondimenti: Miro Sedlák, “Israele definisce la Turchia, alleata della NATO, ‘il nuovo Iran’. La risposta dell’Europa? Tre coloni e alcune arance”, EU Observer, 17 giugno 2026.
7 Kepel, Away from Chaos, 109.
8 Ben Hubbard, “È questa la fine dell’Islam politico?”, New York Times, 15 giugno 2026.
9 Olivier Roy, Il fallimento dell’Islam politico, trad. Carol Volk (Londra: I.B. Tauris, 1994).
10 Dan Tschirgi, “Zapatisti e islamisti contro ogni previsione”, Le Monde diplomatique, gennaio 2000.
11 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 58.
12 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, cap. 4.
13 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 62.
14 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 66.
15 Colin Freeman, “I terroristi usano le auto come armi. Di nascosto, le città stanno reagendo”, Daily Telegraph, 17 giugno 2026.
16 Becky Dale et al., “Il mondo arabo in sette grafici: gli arabi stanno voltando le spalle alla religione?”, BBC News, 24 giugno 2019.
17 Adam Nossiter, “‘Quell’ignorante’: due studiosi francesi dell’Islam radicale diventano acerrimi rivali”, New York Times, 12 luglio 2016.
18 Per correttezza nei confronti di Roy, va detto che nel suo libro Globalised Islam ha tenuto conto dell’ascesa del neofundamentalismo al posto dell’islamismo. La sua analisi è prevalentemente di natura culturale e sociologica, trascurando il ruolo strategico svolto dall’unipolarità. Cfr.: Olivier Roy, Globalised Islam: The Search for a New Ummah, trad. Barry Smerin (Londra: Hurst, 2004).
19 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 1–14.
20 A questo proposito, si veda anche: James P. Piscatori, Islam in a World of Nation-States (Cambridge: Cambridge University Press, 1986); Roy, The Failure of Political Islam, 61–62.
Informazioni sull’autore
Philip Cunliffe è professore associato di relazioni internazionali presso il Dipartimento di Riduzione dei Rischi e delle Catastrofi dell’University College London. Il suo libro più recente è The National Interest: Politics after Globalization (Polity, 2025).
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Il saggio di Guillaume Faye è una rilettura-appropriazione dell’interpretazione di Pareto proposta da Jules Monnerot nel secondo volume della sua opera Intelligence de la politique (1978). Monnerot – sociologo nato in Martinica, ex surrealista ed ex comunista che si spostò progressivamente a destra negli ultimi anni della sua vita – aveva proposto di individuare la specificità di Pareto non nella celebre teoria della circolazione delle élite, bensì in quella che definiva doxanalyse : un metodo che decodifica ideologie, dottrine e discorsi politici come “derivazioni” che mascherano “residui” non dichiarati e alogici, esattamente come la psicoanalisi freudiana decodifica la condotta privata. Faye riprende il parallelismo Pareto/Freud di Monnerot e lo spinge due passi oltre: verso l’inconscio collettivo di Jung e verso una tesi affine alla Nouvelle Droite , ovvero che le “derivazioni” egualitarie-umanitarie dell’Occidente moderno (liberalismo, marxismo, ideologia dei diritti umani) siano una forma di cristianesimo secolarizzato che censura un persistente strato “pagano” precristiano di “residui” inegualitari nella psiche europea.
Originariamente pubblicato sulla Nouvelle École n. 36 Estate 1981
Tradotto da Alexander Raynor
Per l’opinione comune, è la teoria della circolazione delle élite a costituire l’originalità di Vilfredo Pareto e a rappresentare il fulcro della sua opera sociologica. Non è questa l’opinione di Jules Monnerot che, nel secondo volume della sua Intelligence de la politique (L’intelligenza della politica) (Gauthier-Villars e Bordas, 1978), vede nella doxanalyse (analisi dossologica) l’elemento peculiare di Pareto.
Questo neologismo, coniato sul termine filosofico greco doxa (“opinione”, “pregiudizio”, “giustificazione intellettuale”), designa l’approccio sociologico con cui Pareto interpreta ideologie, dottrine, discorsi politici e teorie sociali come indici di interessi e pulsioni non dichiarati e dissimulati. È, per Jules Monnerot, nella teoria paretiana dei residui e delle derivazioni esposta nella Sociologia generale , e attraverso i concetti di azioni logiche e azioni illogiche, che Pareto diventa un “doxanalista”. Egli cerca di chiarire i comportamenti e i discorsi socio-politici come altrettante “derivazioni” – ovvero, come traduzioni differite, ma anche come giustificazioni di modalità di condotta fondamentali e illogiche che costituirebbero un’infrastruttura stabile in grado di perdurare nel corso della storia nonostante le trasformazioni dei costumi e dei valori professati. Secondo Monnerot, è proprio questo approccio ermeneutico e genealogico a rendere Pareto scandaloso per le ideologie dominanti, poiché egli non le accetta per quello che sono, non dà credito a ciò che dicono, ma le sospetta di censura e di “risolvere” al tempo stesso motivazioni irrazionali.
L’uso del termine doxanalisi non è neutro; rimanda a Platone e a Freud. Sappiamo con quale disprezzo, nel Critone e nel Fedone , Socrate tratta i politici e i sofisti che elaborano una doxa , un’opinione non verificabile presentata come vera, ignorando ogni epistémè (“conoscenza empirica”). Ma la doxanalisi si paragona soprattutto alla psicoanalisi. Per Monnerot, i metodi di Freud e di Pareto sono paralleli. Non c’è quindi da meravigliarsi che quest’ultima abbia avuto una pessima reputazione presso la borghesia puritana, scoprendo pulsioni sessuali inconfessabili sotto le forme di comportamento più innocue, più rispettabili o più “logiche”. Oggetto di scandalo è anche questa propensione paretiana a trattare le ideologie come nevrosi, come manifestazioni di stati latenti e come simulacri di affetti irreali, soprattutto quando queste ideologie (e qui dobbiamo intendere socialismo, marxismo, liberalismo umanitario e cristianesimo sociale) si presentano come razionali (persino “scientifiche”) e trasparenti.
È dunque al confronto tra psicoanalisi e doxanalisi che Monnerot si dedica. «I residui», scrive, «vengono tradotti (cioè, vengono al contempo mascherati e resi manifesti) da una derivazione (o sequenza di rappresentazioni) che getta sulla ‘condotta pubblica’ – l’unica cosa che interessa a Pareto – una luce altrettanto rivelatrice di quella che la psicoanalisi proietta sulla condotta privata». Monnerot costruisce il seguente schema comparativo (op. cit., p. 154):
Offerta intellettuale — “Derivazioni” (Pareto) / Sintomi (idee ossessive); scenario nevrotico o sistema delirante (Freud)
«La storia, la cultura trasmessa», aggiunge Monnerot, «ci pone davanti agli occhi da un lato miriadi di atti e dall’altro miriadi di giustificazioni (…) Ciò che restava da fare era collocare con sufficiente precisione il termine intermedio attraverso il quale l’intera condotta viene illuminata, acquista significato. È così che Pareto giunge alla nozione di residui» (op. cit., p. 165). Questo concetto è paragonabile agli affetti e ai complessi affettivi di Freud. «Come il complesso», osserva Monnerot, «e le idee latenti che vi corrispondono (l’atto e la sua giustificazione) nella ricerca freudiana, i residui non si percepiscono direttamente ma si inferiscono. Non sono fenomeni ma legomeni¹ ( …) Anche Freud considera le rappresentazioni come sintomi di affetti (…) che non hanno la loro finalità in sé» (ibid., p. 166). Quindi le ideologie non hanno, secondo Pareto, la finalità che il loro significato attribuisce loro; Piuttosto, traducono “stati psichici” che spetta al sociologo, con una certa impertinenza, dedurre, svelare. Il paragone con Freud non si ferma qui. “In entrambi i casi”, precisa Monnerot, “quello del complesso di Freud e quello del residuo di Pareto, la derivazione o il sintomo (…) si manifestano e si mascherano allo stesso tempo. Questa doppia significazione testimonia in entrambi i casi una parodia (…) Si può quindi usare la parola inconscio , come fa Freud. Ma anche Pareto non esita a farlo (…) Pareto ammette, non esplicitamente come Freud ma implicitamente, una distinzione tra il latente e il manifesto (…) La differenza tra Pareto e Freud sta, qui, nel fatto che Pareto ammette che esistono fatti inconsci perché li incontra, ma non intraprende alcuna indagine sui meccanismi psicologici ”. Le forme di condotta politica, ad esempio, sarebbero paragonabili al super-io della terminologia freudiana; Funzionerebbero come derivazioni che esprimerebbero, pur censurandole, “elementi psicologici ritenuti indesiderabili” (ibid., p. 181). Applicata all’ideologia dei diritti dell’uomo, tra le altre possibili illustrazioni, la doxanalisi paretiana ci permetterebbe di affermare che questa ideologia è la derivazione – ovvero la parodia e la giustificazione (la “copertura”) – di un residuo, di un complesso nascosto. Quest’ultimo, che spetterebbe al sociologo paretiano individuare, “leggere”, potrebbe essere la volontà di mantenere un sistema economico mercantile fondato sull’individualismo. Così come il “complesso” rimanda all’“Es”, il residuo rimanda alle pulsioni che traduce senza esserne identico. Nell’esempio che ci interessa, la pulsione potrebbe riguardare l’edonismo e la tendenza egoistica. Pertanto, i “residui” che sottendono ai comportamenti sociali transitori appartengono a ciò che si potrebbe approssimativamente definire una “natura psicologica dell’uomo”, che trascende le ideologie il cui discorso diventa poi contingente. Questo non è gradito agli intellettuali contemporanei² , quegli ideologi “bricolage” – per riprendere l’analisi di François Bourricaud ( Le bricolage idéologique [Il bricolage ideologico], PUF, 1980) – che non smettono mai di far credere che il loro significato ideologico si ponga in una relazione scientifica con il suo significante e lo restituisca logicamente. La doxanalisi paretiana ha commesso il peccato di smascherare le ideologie politiche moderne, soprattutto quelle che, come il marxismo, pretendevano di essere oggettive e demistificanti.
È inoltre imperdonabile che Pareto si astenga dal giudicare moralmente i residui che intravede al di sotto delle azioni. Freud, almeno, se non espresse alcun giudizio morale su un complesso sessuale, intendeva risolverlo; Pareto considera i residui con la neutralità dell’entomologo. «Gli insetti», osserva Monnerot, «non hanno i mezzi per punire l’entomologo per la sua obiettività. È diverso per gli uomini: hanno i mezzi per punire l’antropologo per il suo atteggiamento «inumano» (…) Descrivere «dall’esterno» una derivazione in quanto tale, una formula politica in quanto tale, significa non crederci più, significa far capire agli altri che non stanno facendo ciò che credono di fare , poiché l’osservatore esterno mette in relazione la loro condotta con finalità diverse da quelle che si attribuiscono». Pertanto, spiegare il fervore di una processione cattolica e l’ardore di una manifestazione sindacale socialista con lo stesso residuo — “l’esaltazione religiosa”, ad esempio, numerata III 13 — è sufficiente a irritare i dogmatici cattolici e marxisti che ritengono le proprie dottrine non solo vere , ma anche radicalmente diverse l’una dall’altra.
Ma Pareto, in quanto doxanalista, non disprezza affatto i residui. Afferma la necessità della “fede”; ammette l’importanza dell’irrazionale nell’uomo, senza per questo cadere nell’irrazionalismo. Se Pareto è scettico , non è uno scettico . Pareto dice, in sintesi, agli ideologi politici che le loro teorie sono false ma utili al fine che perseguono, ovvero ottenere un consenso e consolidare il loro potere. Questo produce lo stesso effetto delle osservazioni che Napoleone Bonaparte rivolse al clero: “La vostra religione è pura follia, ma è utile per il mantenimento dell’autorità”. “Lo scetticismo”, dice Pareto, “produce la teoria, e la fede incita all’azione; è di azioni che è composta la vita pratica. I fini ideali possono essere al tempo stesso assurdi e utili alla società” ( La trasformazione della democrazia , Droz, Ginevra, 1970, p. 6). E nel Traité de sociologie générale (Trattato di sociologia generale) (Droz, Ginevra, 1968, § 73, p. 31), continua: «Quando affermo l’assurdità di una dottrina, non intendo affatto sostenere implicitamente che essa sia dannosa per la società; al contrario, può essere molto vantaggiosa. Viceversa, quando affermo l’utilità di una dottrina per la società, non intendo affatto insinuare che essa sia sperimentalmente vera». Questa posizione ci appare più nominalista che cinica. Il relativismo di Pareto, che può certamente essere criticato per non occuparsi di questioni di valori, rimane di fatto aperto al loro utilizzo. Pareto – sebbene non rientri nel suo obiettivo, a differenza di Max Weber, pronunciarsi sull’assiologia, sui valori, su quali di essi garantiscano meglio il destino di un popolo – ammette implicitamente che si ha bisogno di valori che siano al contempo oggettivamente relativi e soggettivamente assoluti. Questo nominalismo etico garantisce la “mobilitazione” di un popolo da parte del politico: i valori non sono verità universali, ma nonostante ciò (o proprio per questo) rimangono legittimi. Questa è la posizione di Carl Schmitt e di Julien Freund e, prima di loro, di Bodin, Machiavelli e Hobbes. È una posizione molto lontana dall’assolutismo ideologico delle teorie politiche contemporanee, ereditate dal cristianesimo. Il relativismo di Pareto, tuttavia, passa attraverso una demistificazione delle ideologie; come dice Julien Freund, Pareto è uno Spielverderber , un guastafeste.
Pareto rivela dunque una filosofia politica implicita, ben diversa da quella che ha prevalso in Europa dall’Illuminismo in poi. Il risentimento, per usare un eufemismo, degli intellettuali di ogni orientamento nei confronti di Pareto deriva dal fatto che egli si rifiutò di aderire alle dottrine dominanti, socialismi o liberalismi, e soprattutto dal fatto che negò qualsiasi oggettività logica ai loro discorsi, non concedendo loro nemmeno il favore di pronunciarsi sulla validità dei loro predicati.
Egli considerava queste ultime, infatti, come derivazioni il cui interesse non risiedeva in se stesse, ma in ciò che celavano. «Il sociologo», osserva Monnerot, «può avere il ruolo di chiarificatore, non quello di operatore, che in realtà spetta al politico: quest’ultimo (…) solo si trova in grado di intervenire, di ‘volgere i residui a fini che sono quelli del gruppo di governanti a cui appartiene» (op. cit., p. 174). Ecco il punto chiave: per Pareto, il politico è e rimane, qualunque sia il suo idealismo, un manipolatore di residui ; questo collega la sua funzione a quella che Machiavelli gli assegnava nel Principe . Viceversa, dall’Illuminismo in poi, si suppone (erroneamente) che l’attività politica sia ideologica : il politico sarebbe colui – o dovrebbe tendere a diventare colui – che agisce in conformità con una dottrina professata; il significante politico, sotto l’influenza delle idee razionaliste, dovrebbe fondersi con il suo significato. Pareto non condivide questo angelicismo logico. Per lui, l’“operatore” politico propone derivazioni – dottrine sociali, ad esempio – adattate a un’epoca, a un pubblico; ma “gioca” su un numero limitato di residui³ .
Socialismo, parlamentarismo, democratismo, umanesimo: “Pareto”, precisa Julien Freund, “scrive egli stesso che queste sono derivazioni e che è sbagliato attribuire loro un’importanza eccessiva” ( Vilfredo Pareto, la théorie de l’équilibre [Vilfredo Pareto: La teoria dell’equilibrio], Seghers, 1974, p. 169). La dossoanalisi, andando oltre i discorsi politici per trovarne il vero significato – quello di manipolazione dei residui esistenti all’interno della popolazione, o di espressione dei residui del manipolatore stesso – ci porta a scoprire che un’ideologia politica è una prassi , che c’è confusione tra teoria e prassi, cosa che né i marxisti né i liberali ammettono. Per questi ultimi – Raymond Aron tanto quanto Georg Lukács, per esempio – la teoria o l’ideologia prepara e/o impone la prassi. La dossoanalisi paretiana, al contrario, scopre che l’ideologo e il politico non “dicono” ma manipolano nel dire, e soprattutto che questo è legittimo. Questo rifiuto paretiano dell’idealismo si colloca nella linea di Machiavelli e di Hobbes (cfr. Leviatano e De Cive ). Dal nostro punto di vista, inoltre, è con il razionalismo politico dell’ideologia illuminista che è nata la convinzione che l’attività politica potesse cambiare natura secondo una teoria applicata da un governante: poteva passare da “tirannica” a “democratica”, da “feudale” a “borghese”, poi a “socialista”, e così via. La lezione della dossoanalisi paretiana dice, al contrario, che spesso sono gli stessi residui a mascherarsi sotto le ideologie, e che esiste effettivamente un’essenza del politico nella tradizione occidentale, relativamente costante, che consiste nel proteggere una collettività con la forza , a meno che, naturalmente, i governanti non rifiutino l’attività politica in quanto tale; ma questo problema non viene affrontato da Pareto. Egli si ricollega dunque alla grande tradizione politica realista che prevalse in Europa prima del XVIII secolo; una tradizione esente da quella che si potrebbe definire l’ illusione del discorso (ovvero la tendenza a derivare in prima istanza, credendo che il politico possa cambiare natura sotto l’effetto di postulati ideologici) che si manifestò con l’Illuminismo – la quale non rappresenta affatto un progresso, bensì, a nostro avviso, una regressione della coscienza politica, che perde ogni distanza da sé stessa. «L’organismo di governo», scrive Pareto, «deve ricorrere a mezzi appropriati a questi esseri (uomini imperfetti) e che necessariamente presentano una mescolanza di bene e di male» ( Les systèmes socialistes [I sistemi socialisti], Droz, Ginevra, 1965, vol. 1, p. 86). Secondo Pareto, osserva Julien Freund, «le ideologie sono forme camuffate di teologia e, come tali, persistenti quanto la teologia stessa. Permettono di dare un senso alla vita e all’azione, indipendentemente dal fatto che questo senso sia falso e illusorio o meno» (op. cit., p. 174). Questa visione nominalista del valore delle ideologie presuppone che nel nostro secolo esse rimangano tutte inconsapevoli della loro vera natura, poiché affermano valori assoluti; per quanto riguarda le ideologie politiche, viviamo nell’era delle credenze . Paradossalmente, la grande tradizione classica precedente al XVIII secolo (alla quale, a nostro avviso – e in disaccordo su questo punto con Monnerot e Julien Freund – la dossoanalisi non può essere applicata) obbediva a una concezione del politico molto meno “magica”, più “logica” e, si potrebbe dire ironicamente, più razionale, poiché principi e governati riconoscevano allo stesso modo le vere motivazioni dell’azione senza camuffamenti teorici illogici, e ritenevano legittimo che la prassi esprimesse i residui senza derivazioni – ad esempio, che si dovesse agire per il proprio interesse, per la salvaguardia e il potere del proprio stato, e così via.
Qui, naturalmente, ci prendiamo la libertà di contraddire Pareto, il quale riteneva – senza dubbio a torto – che in tutte le epoche l’ideologia avesse funzionato come derivazione.
La dossoanalisi si presenta come una salvaguardia contro il riduzionismo economico, poiché dà spazio alle forme irrazionali di comportamento e non ammette la credenza nella realtà dell’homo œconomicus , quel puro logico dell’esistenza. Per Pareto quest’ultimo non è altro che un modello astratto, una mera approssimazione teorica. Per questo motivo, è errato che alcuni abbiano fatto di Pareto un sostenitore del puro liberalismo economico.
«I risultati dell’economia pura», osserva Pareto (…), «costituiscono solo una parte della sociologia, che, in certi fenomeni, può anche essere piccola, trascurabile, e che, in ogni caso, deve essere combinata con le altre parti per darci un’immagine dei fenomeni concreti» ( Traité de sociologie générale , Droz, Ginevra, 1968, p. 1282, § 2013). Anche i fenomeni economici traducono perfettamente residui non economici, sostiene Pareto – una tesi molto diversa dalle posizioni liberali che mantengono la purezza economica dei fattori determinanti dell’economia. «Non si potrebbe ottenere dalla sola economia politica la conoscenza di questi vari effetti, che sono tuttavia di natura economica», scrive Pareto a questo proposito, aggiungendo: «Questi fenomeni, sebbene in apparenza strettamente economici, dipendevano in realtà da altri fenomeni sociali» (ibid., p. 1419, 1420, § 2219). Questa posizione non solo non è liberale, ma preannuncia una dossoanalisi del liberalismo economico; quest’ultimo, infatti, maschera sotto derivazioni economiche residui che non sono economici. La teoria liberale, presentando le azioni dei governanti come ispirate dalla legge “oggettiva” del libero scambio, o dell’equilibrio monetario, o ancora dalla necessità della “trasparenza dei prezzi”, e così via, spesso obbedisce ad altri imperativi: assicurare l’egemonia di una funzione mercantile sullo Stato, garantire – come fece la Gran Bretagna prima degli Stati Uniti e del Giappone – il suo dominio culturale e politico, e così via.
sulla necessità di simulacri
La teoria dei residui e delle derivazioni si configura dunque come un “metodo per esplorare il dinamismo psichico” (op. cit., p. 182) dei comportamenti sociali e politici. Implicitamente, la sociologia paretiana apre la strada a una pluridisciplinarità tra antropologia – e persino etologia e lo studio genetico delle popolazioni – e sociologia politica. Si comprende che tali premesse si scontrano con il comportamentismo sociologico dominante , per il quale i comportamenti sociali sono fatti statistici che non si riferiscono ad alcun substrato se non a presunti determinanti sociali ritenuti direttamente leggibili. Andando ancora oltre, si potrebbe forse chiedere se, dal momento che Pareto ammette esplicitamente che certi residui possano appartenere all’inconscio, la sua “doxanalisi” non possa reggere il parallelo – non più con Freud, confinato al dominio privato della genealogia individuale, ma con il metodo della psicoanalisi collettiva di Carl Gustav Jung. L’elenco dei residui, infatti, organizzato in modo piuttosto arbitrario da Pareto in sei classi e ventisei unità, può essere rielaborato, come del resto ha tentato di fare Raymond Aron; e non si potrebbero forse ammettere, tra questi residui, archetipi , la presenza di valori collettivi e miti che si esprimerebbero attraverso diverse ideologie? Si può, ad esempio, dimostrare, come suggerisce Paul Claval ( Les mythes fondateurs des sciences sociales [I miti fondanti delle scienze sociali], PUF, 1980), che, per quanto apparentemente opposte tra loro, ideologie come il liberalismo conservatore, il rousseauismo rivoluzionario e il marxismo-leninismo esprimono ciascuna, a suo modo e in funzione di imperativi storici e politici, la stessa visione cristiana del mondo. In quest’ottica, la sociologia doxanalitica ha il merito di essere storicizzante : così come la psicoanalisi ricostruisce la narrazione genealogica della vita del paziente, riportandola alla luce e “rendendola consapevole”, allo stesso modo la doxanalisi paretiana apre la strada a una sociologia in grado di spiegare i comportamenti collettivi presenti solo riesumando la storia di un popolo, ovvero, in fondo, la storia dei suoi residui, dei suoi substrati, dei suoi valori impliciti. Ciò contraddirebbe la sociologia dominante, sia essa liberale o marxista, interamente permeata dall’idea che il presente sia sufficiente a se stesso, che la sociologia sia separata dalla storia e analizzi meccanismi sradicati le cui cause sono contemporanee.
Come indica Monnerot (op. cit., p. 171), i residui sono “forze” che Pareto ha deliberatamente lasciato inspiegate, e la cui analisi dovrebbe seguire un approccio simile a quello utilizzato da Freud per decifrare i sogni. “Pareto”, aggiunge Monnerot, “concepisce il lavoro del sociologo come una radiografia della storia” (ibid., p. 173), come una “psicologia politica” che deve essere intesa come un’“esplorazione del dinamismo psichico” di una popolazione (ibid., p. 182). I residui, che si combinano per formare questo dinamismo psichico collettivo, sono segnati da una censura sociologica analoga alla censura psicologica di cui parla Freud. Così come il paziente può essere sconvolto dalla descrizione dei suoi complessi, gli ideologi moderni sono rimasti sgomenti leggendo i residui di Pareto, che non rivelavano pulsioni compatibili con le teorie umanitarie (ovvero, con le “derivazioni”, le “giustificazioni”). Infatti, come la censura di un super-io, le derivazioni sono la simulazione di una pseudo-realtà. Può dunque esistere una schizofrenia che contrappone le derivazioni ideologiche ai residui culturali; si può, dal nostro punto di vista, procedere a tale interpretazione delle ideologie occidentali: non veicolano forse un discorso egualitario e umanitario derivante da una secolarizzazione dei postulati cristiani, in contraddizione con ciò che sappiamo della psiche europea, rimasta intrisa di pulsioni ineguali, di tendenze al potere e all’autoaffermazione, identiche fin dall’apparente scomparsa delle visioni del mondo pagane? Roberto Michels e Gaetano Mosca, inoltre, come osserva Monnerot (op. cit., p. 183), si propongono di svelare le tendenze elitarie e imperialiste che si celano dietro le azioni e le dottrine dei partiti più democratici. Un’altra questione legittima da porsi riguardo a questa “censura psicologica” delle derivazioni è la seguente: è possibile prevedere la chiarezza del discorso ideologico, ovvero l’espressione diretta dei residui nel comportamento collettivo, senza la deviazione della censura delle derivazioni? Tale ipotesi sarebbe teoricamente concepibile se i valori espliciti ammettessero, a titolo di transvalutazione , la legittimità del contenuto psicologico dei residui, il che non appare né umanitario né egualitario. Per Monnerot, tuttavia, non sembra possibile una simile conciliazione ; i gruppi umani avranno sempre bisogno dei simulacri di una condotta che si voglia (ovvero che voglia dimostrare a se stessa di essere) logica e conciliante. Ricordiamo, però, che Pareto, che non era un universalista, intendeva ragionare solo sui comportamenti socio-politici moderni, e che la necessità di una giustificazione razionale delle azioni è peculiare solo delle società permeate dall’ideologia dell’Illuminismo, mentre sfuggeva alla mentalità antica. Non sembra illegittimo pensare che il discorso politico possa cessare di funzionare come strumento di censura dell’inconscio collettivo.
«Il concetto strumentale di censura», scrive Monnerot, «è esplicito in Freud e implicito in Pareto (…) Per Pareto, così come per Freud, la nozione funzionale dell’inconscio serve a spiegare i fenomeni» (op. cit., p. 186). Proprio come il rimosso psicologicamente non viene «annientato» nell’inconscio, ma solo mascherato, così in Pareto i residui persistono nel corso della storia: «Le forze degli abissi non si disarmano», osserva Monnerot (op. cit., p. 188). In Pareto, come in Freud — e, si potrebbe aggiungere, ancor più in Jung — l’inconscio è sincronico . «Il mondo dell’inconscio non è quello del tempo o dei fatti», scrive Freud ( Au-delà du principe de plaisir [Al di là del principio di piacere], 1920; traduzione francese in Essais de psychanalyse , 1929, p. 45). Ma mentre Freud riduce in ultima analisi questo inconscio al “principio di piacere”, un principio riduzionista privo di carica storica, Pareto lascia aperta la categoria dei residui; la sua teoria non vieta di considerarli come valori repressi dalla storia occidentale , come una visione del mondo al contempo allettante e censurata, indesiderabile e inconfessabile alla luce dei valori consolidati, dei sistemi ideologici sovrastrutturali. Qui sta l’intelligenza del paragone tra il metodo di Pareto e la psicoanalisi: l’originalità di Monnerot consiste, infatti, nel dimostrare che, attraverso l’uso del concetto di doxanalisi – analogo alla “psicoanalisi” – si può interpretare la teoria dei residui in una luce ben diversa dalla presunta cinica neutralità di Pareto. E se l’indifferenza morale di Pareto verso i residui, quei motori delle azioni, celasse una segreta inclinazione per le forze che essi racchiudono?
È questo il punto di vista che Monnerot sembra condividere: «Questo mondo, direttamente irrappresentabile, è un mondo di forze». Le sue manifestazioni, per il doxanalista tanto quanto per lo psicoanalista, «sono dinamiche nella loro essenza» (op. cit., p. 190). Tale dinamica viene dichiarata tabù dal discorso cosciente, esattamente secondo la procedura impiegata dal Super-io. La censura è dunque una forma di condotta tanto individuale e psicologica quanto collettiva e sociologica. Il Super-io della psicoanalisi designa, come sappiamo, un’agenzia psicologica che interiorizza i divieti, frena le pulsioni, trasforma l’irrazionale in spiegabile e, infine, «socializza» l’individuo (cfr. Nouvelles conférences sur la psychanalyse [Nuove conferenze introduttive alla psicoanalisi], 1932). Allo stesso modo, per Pareto, le derivazioni adattano una collettività al suo ambiente, censurano le vere motivazioni dell’azione e, soprattutto in una civiltà permeata dal razionalismo, travisano le azioni illogiche trasformandole in azioni apparentemente logiche, i doxai in pseudo- epistémè . La doxanalisi paretiana giunge quindi al riconoscimento dell’irrazionale come motore delle azioni collettive – dimensioni accuratamente celate dalla sociologia dominante. Pareto riconosce evidentemente l’esistenza di azioni logiche “pure”, in particolare nelle procedure delle scienze sperimentali, ma deve ammettere che non sono la regola nella vita sociale e politica. La metodologia paretiana ammette dunque la “normalità” della condotta collettiva irrazionale, così come la psicoanalisi ha finito per ammettere – sebbene il compito fosse più facile nel caso dell’individuo, soprattutto in una società narcisistica come la nostra – la generalità dei principi motori psicologici irrazionali. Pareto presuppone, in effetti, che la ragione logica sia solo uno strumento, fondamentalmente discontinuo, utilizzato unicamente nei procedimenti logico-sperimentali degli studiosi; ma che ovunque altrove ci si trovi di fronte ad azioni illogiche, che appaiono perfettamente normali e umane, ma che la mente contemporanea, “vergognandosi”, si rifiuta di riconoscere e di convalidare.
l’illogicità dell’azione umana
Come ricorda Julien Freund, «la distinzione tra azione logica e azione illogica compare molto presto nella riflessione sociologica di Pareto, ben prima di quella del residuo e della derivazione» ( Pareto, la théorie de l’équilibre , op. cit., p. 67). L’azione logica è caratterizzata dalla conformità tra mezzi e fini e dall’adeguatezza tra la realtà oggettiva e la coscienza soggettiva dell’agente . Un’azione non è quindi logica perché il suo scopo sarebbe razionale; inoltre, il concetto di azione logica serve di fatto a introdurre quello di azione illogica , che riveste grande interesse per la sociologia. Pareto riconosce che l’azione illogica predomina nel comportamento umano; non ha «nulla di illogico», sottolinea ripetutamente. Le azioni illogiche «procedono da un certo stato psichico», scrive: «sentimento, subconscio e così via». Pareto introduce dunque una sociologia dell’irrazionale , pur rifiutandosi di approfondire ulteriormente il campo della psicosociologia.
Il concetto di azione non logica costituisce un’arma potente contro le ideologie razionaliste, in particolare il marxismo e il liberalismo. Queste sostengono che la prassi sociale sia possibile, che il mondo sia vivibile, solo se i fini si conformano agli obiettivi professati dalla teoria, o almeno se esiste la possibilità di una conformità assoluta. La storia, come processo dotato di un significato razionale (progresso), è possibile solo se l’azione umana, e in particolare la pratica politica, ha la possibilità di conformarsi alla logica. Una visione omotelica , non tragica del mondo, che cancella le contingenze e l’idea di “sorte”; una visione che non ammette il “destino”. La speranza delle grandi escatologie, delle utopie sociali, delle ideologie del progresso è che la storia possa essere razionalizzata da azioni logiche che trasformano il “male” in “bene”. È la ragione, virtualmente presente nel mondo, che può attualizzarsi nella forma di un “mondo che diventa logico”, ovvero un mondo in cui le intenzionalità corrispondono ai risultati, essendo l’attuale non corrispondenza l’effetto di un “male” provvisorio. Questo auspicato mondo omotelico, senza contingenza, senza destino, era già postulato nella Bibbia, dove si lamentava la sorte dell’uomo giusto sofferente, cioè di colui la cui sorte non dipende logicamente dalle sue intenzioni; ma Dio verrà, quando arriverà il giorno, a ristabilire la logica tra le buone intenzioni e i loro risultati. Nelle ideologie moderne si ritrova questa stessa speranza nell’azione logica; ma il suo avvento è secolarizzato. Marcuse, in L’homme unidimensionalnel (L’homme unidimensionale) (Minuit, 1968, p. 18), afferma che “fin dall’inizio, ogni teoria critica della società deve affrontare il problema dell’oggettività storica”. Con ciò intende – come spiega in un lungo approfondimento successivo – che la storia deve essere trasformabile in conformità a obiettivi prefissati, che deve essere oggettivamente modificabile. Per Marcuse, è necessario “che per una data società esistano possibilità specifiche per migliorare la vita umana e mezzi specifici per realizzare tali possibilità”. Da qui la delusione di questo tipo di ideologo progressista e razionalista quando l’esperienza – lo stalinismo, il fallimento delle rivoluzioni e così via – insegna loro che la prassi umanitaria o rivoluzionaria non si è tradotta logicamente in fatti sociali.
Pareto, in questo insopportabile per gli ideologi razionalisti, convalida l’irrazionalità dell’azione umana. Reintroduce implicitamente – ciò che Max Weber farà esplicitamente – l’idea di destino e di un processo storico eterotelico . Non solo denuncia l’illusione della logica tra i razionalisti⁴ , che gli permette, come osserva Julien Freund, di trovare «una fonte inesauribile di motivi per deridere, caricaturare e schernire gli intellettuali, i filosofi, i pacifisti, così come le varie chiese cristiane», ma convalida anche qualsiasi concezione del politico che ammetta l’azione irrazionale senza scambiarla illusoriamente per un’azione logica – una concezione che riconosca quindi sia il ruolo dell’irrazionale nella storia sia l’eterotelia come stimolo della prassi , non più come ostacolo.
Tuttavia, sarebbe un po’ troppo affrettato vedere in Pareto, come fa Guy Perrin ( Sociologie de Pareto , PUF, 1966, pp. 12 e 13), “un’inclinazione allo psicologismo” che “appesantisce l’azione sociale con un pesante fardello di irrazionalità”.
Sommario è anche il giudizio di Raymond Aron: “Articoli di giornale, aneddoti di corridoio, tutto gli serve quando si tratta di democratici e umanitari preponderanti” (Préface à la nouvelle édition du Traité de sociologie générale , Droz, Ginevra, 1968).
In realtà, Pareto non è un “antidemocratico”; non si oppone né alla “libertà” né all’“umanità”. Sfida questi concetti, queste appartenenze; si colloca all’interno di una problematica diversa da quella che consiste nel porre il dilemma “a favore o contro la democrazia”. La parola “democrazia” è per lui priva di significato; è un segnale di mobilitazione politica. Pareto appartiene alla scuola di coloro che preferiscono parlare, al plurale, di libertà piuttosto che di libertà, di popolazioni piuttosto che di umanità. Questa corrente di pensiero, questa “ideologia” politica, Julien Freund l’ha definita un politeismo politico⁵. L’“ideologia” di Pareto consiste nell’affermare che le ideologie sono solo strumenti destinati a orientare il popolo secondo determinati valori; che questi valori sono legittimi e plurali, a condizione che esista un’élite politica capace di mantenerli. Questa è una posizione in linea con Machiavelli, Hobbes e Max Weber. È errato che certi neoconservatori americani facciano di Pareto il loro maestro intellettuale. Il sociologo non è più “conservatore” di quanto non sia “socialista”.
L’interesse della dossoanalisi paretiana non risiede dunque unicamente nella critica delle ideologie che si credono logiche e trascurano i propri residui, né in una presunta illustrazione del conservatorismo politico; il suo scopo è riconoscere la fondamentale invalidità di ogni interpretazione razionalista del mondo . Dietro i residui e le azioni illogiche si celano quelle che Jules Monnerot chiama le “pulsioni dell’uomo”. Monnerot scrive (op. cit., vol. 1, p. 252): “Se le pulsioni dell’uomo fossero totalmente represse dal sociale, si sarebbe già verificato un collasso della specie, una scomparsa del tipo di homo sapiens che siamo. La ricerca dell’avventura umana implica che, di fatto, sia stato mantenuto un relativo equilibrio (o meglio, dei limiti agli squilibri e alle tensioni tra le pulsioni biologiche e i vincoli sociali)”. In altre parole, la vita, come la sua modalità umana, la storia, presuppone la persistenza dei residui: elementi costanti e illogici della nostra natura.
La storia trova la sua trama nella felice inadeguatezza di obiettivi e fini, che alimenta i comportamenti di “ripresa”, di “riattivazione”; nella dicotomia tra pulsioni e giustificazioni, che rende possibile “socializzare” l’irrazionale; nell’impossibilità di determinare logicamente i fini, che autorizza la competizione tra fini divergenti e la selezione della più adeguata. In termini di valore, l’avventura storica non vale forse la pena di essere vissuta proprio perché rimane imprevedibile, sorprendente? Come ha evidenziato Robert Ardrey (cfr. Et la chasse créa l’homme [La caccia creò l’uomo], Stock, 1977), la nostra natura più profonda è quella del “cacciatore avventuroso”; la sete dell’imprevedibile governa l’interesse che troviamo nell’agire. Ecco perché le ideologie razionalizzanti del progresso si rivelano demobilizzanti. Mirano a costruire un mondo senza sorprese, regolato, in cui la Legge prevarrebbe sul Destino. Ma il loro errore deriva dal fatto che essi stessi sono manovrati da residui – quelli di una certa psicologia, quelli di valori irrazionali derivati dalla sensibilità biblica che finora ha governato i discorsi e le azioni del mondo occidentale. Tutta la questione è se non possano a loro volta emergere altri residui.
1
Un fenomeno (cfr. il greco phainesthai , apparire) è ciò che viene alla luce senza bisogno di alcuna decifrazione. Un legomenon (cfr. il greco legein , leggere, raccogliere) deve essere individuato al di sotto dell’apparenza di un fenomeno.
2
«Il tono di questa non-filosofia», osserva Raymond Aron, «rimane di gran lunga più insopportabile per i filosofi di quello della non-filosofia di Marx o di Nietzsche. Questi ultimi prendono sul serio i filosofi (…) Un filosofo tollererà, se necessario, la non-filosofia, ma non l’idea che la filosofia non abbia alcuna importanza» (prefazione alla nuova edizione del Traité de sociologie générale , Droz, Ginevra, 1968, p. IX; citato da J. Freund, op. cit., p. 13).
3
Si può rimproverare a Pareto un certo antropologismo naturalistico. Per lui, i residui appartengono a disposizioni umane permanenti. «Dobbiamo cercare», scrive nel Cours d’économie politique , «nella natura dell’uomo la causa principale che determina il fenomeno» (Droz, Ginevra, 1964, vol. II, p. 304, § 957), il che significa, nel linguaggio utilizzato in seguito nelle sue opere sociologiche, che i residui rilevabili al di sotto dei fenomeni che sono derivazioni appartengono a una natura umana. Quest’ultima obbedirebbe a «leggi eterne e immutabili» (ibid.). Pareto trascura le specificità culturali; se è corretto dedurre l’esistenza di tratti psico-sociologici comuni a tutti gli uomini in quanto biologici, trascura l’antropologia culturale e non presuppone che la sua classificazione dei residui debba variare a seconda dei popoli, del loro passato, dei loro miti, della loro psiche, della loro appartenenza etnica. Dal nostro punto di vista, il concetto di residuo è operativo e valido, ma la classificazione che Pareto ne fa è insufficiente perché universalistica e naturalistica.
4
“Non credo affatto di conoscere una verità assoluta e definitiva; non credo che la verità sperimentale sia sempre utile. Non so se sia buona, perché ignoro il significato di questo termine” (citato da J. Freund e da Busino in Introduction à une histoire de la sociologie de Pareto , p. 73). “Guardiamoci dal voler (…) attribuire alla logica o alla sperimentazione una forza e una dignità superiori a quelle dei dogmi accettati dal sentimento” ( Traité de sociologie , Droz, Ginevra, 1968, p. 20, § 40).
5
Nel suo Pareto (op. cit., pp. 183 e segg.), Julien Freund qualifica le opere di Weber e di Pareto come frutto di un pensiero con un fondamento filosofico e teologico “politeista”. Entrambi sostengono che le categorie del vero, del bene e del bello non coincidano; per questo motivo attribuiscono un’utilità sociale alle “mitologie” e ritengono che dal “male” o dal “falso” possano derivare conseguenze positive, e viceversa. Julien Freund non esita, per questo motivo, a definire Pareto un “pagano” (ibid., p. 193).