Ilva, il destino metaindustriale infranto: una storia italiana di acciaio e di crisi
Sottotitolo: Dalle origini genovesi del 1905 al declino degli altiforni di Taranto, il racconto epico di una società che ha smarrito la propria ragione industriale per diventare ostaggio di interessi altri
Nel principio fu la fusione. Nel 1905, a Genova, un gruppo di capitalisti lungimiranti costituì la Società anonima Ilva con un obiettivo chiaro e circoscritto: costruire uno stabilimento siderurgico a ciclo integrale alle porte di Napoli, a Bagnoli, per sfruttare il minerale di ferro dell’isola d’Elba. La ragione industriale era semplice e potente: produrre acciaio dal minerale, trasformare la materia grezza in infrastrutture, binari, navi, ponti, armi. Era l’industria pesante nella sua accezione più pura, quella che forgiava le nazioni. Nel 1911, con il Consorzio Ilva, la società assunse la gestione di un complesso di stabilimenti che comprendeva Elba, Alti Forni, Fonderie e Acciaierie di Piombino, Ferriere Italiane, Siderurgica di Savona e Ligure Metallurgica. Era l’alba di un impero siderurgico.
Negli anni Trenta, la mano pubblica intervenne. L’IRI acquisì Ansaldo, Ilva e Terni, dando vita a un polo siderurgico a controllo statale che avrebbe segnato la storia economica italiana per mezzo secolo. Nel 1937 nacque la Finsider, una finanziaria creata per gestire il patrimonio economico e finanziario dell’Ilva e delle sue controllate. La dialettica tra pubblico e privato cominciava a delinearsi come il vero motore della vicenda siderurgica nazionale.
Il 1961 fu l’anno della svolta epocale. La fusione tra Ilva e Cornigliano diede vita all’Italsider, che divenne la maggiore azienda siderurgica italiana e una delle prime in Europa. Il progetto del IV Centro Siderurgico a Taranto, concepito nel 1961 e entrato in esercizio nel 1965, rappresentò l’apice di questa espansione. Taranto non era una scelta casuale: la città offriva un porto naturale, manodopera a basso costo e la promessa di un Mezzogiorno finalmente industrializzato. Il ciclo integrale — altiforni, acciaierie, laminatoi — faceva di Taranto il cuore pulsante dell’acciaio italiano. Negli anni Settanta, il centro siderurgico sfornava quasi la metà della produzione totale dell’Italsider, percentuale che nel 1980 raggiunse il 60 per cento. A Genova, Cornigliano brillava come polo laminatorio; a Novi Ligure sorgeva un complesso di laminazione a freddo; a Piombino, a Bagnoli, a Marghera, a Salerno, l’acciaio italiano si diffondeva come una religione industriale.
Ma la grandezza nascondeva crepe profonde. La crisi degli anni Settanta, lo shock petrolifero, la concorrenza internazionale e la rigidità del sistema pubblico cominciarono a erodere la competitività dell’Italsider. Bagnoli chiuse i battenti, Cornigliano fu ceduto, Piombino venduto al gruppo Lucchini. Nel 1988, Italsider e Finsider furono messi in liquidazione. La denominazione Ilva fu ripresa per designare ciò che restava: un nucleo di stabilimenti in cerca di un destino.
La privatizzazione arrivò nel 1995. L’IRI, nell’ambito della dismissione delle aziende metallurgiche di Stato, cedette l’Ilva Laminati Piani alla RILP, società del gruppo Riva, la famiglia bresciana che aveva costruito il proprio impero sull’acciaio. Emilio Riva, con un rilancio vincente, si aggiudicò il cuore dell’ex colosso pubblico. Era l’inizio di una nuova era, ma anche di una nuova illusione. Il gruppo Riva promise investimenti, ambientalizzazione, rilancio. Le promesse si scontrarono con la realtà di un impianto enorme, tecnologicamente avanzato ma ambientalmente insostenibile.
Nel 2012, l’inchiesta della magistratura di Taranto sulla diossina e sulle emissioni nocive portò al sequestro degli impianti e al commissariamento dell’azienda. Da quel momento, l’Ilva divenne un caso nazionale: un’azienda di interesse strategico nazionale, ma incapace di conciliare produzione e salute. Nel 2017, la cessione ad ArcelorMittal segnò un nuovo passaggio di mano, ma le difficoltà non si placarono. Gli azeri di Baku Steel e gli indiani di Jindal si affacciarono alla porta, senza successo. Nel 2023, il ritorno dello Stato con Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria fu l’ultimo tentativo di salvare il salvabile.
Oggi, nell’ottobre del 2026, la vicenda giunge al suo epilogo tragico. La Corte d’Appello di Milano ha confermato il fermo dell’altoforno di Taranto, e la Cassazione deciderà il 20 ottobre il destino definitivo dell’area a caldo. I posti di lavoro a rischio sono 3.800 diretti e 4.200 nell’indotto. Il governo ha varato un decreto da 187 milioni per mantenere gli impianti in riscaldo fino al 15 dicembre, ma la protesta dei lavoratori non si ferma. Scioperi di 24 e 48 ore, presidi, fuochi accesi davanti ai cancelli: le tute blu chiedono garanzie reali, un piano industriale concreto, la nazionalizzazione come unica strada per guidare la transizione.
Qui si consuma il destino metaindustriale infranto. Che cosa significa, esattamente, metaindustriale in senso teleologico? Significa che gli scopi di un’impresa, originariamente circoscritti alla sua ragione industriale — produrre acciaio, generare valore, occupare manodopera — sono stati progressivamente sussunti da interessi più ampi e generali di natura individuale, politica, finanziaria, ambientale e sociale. L’impresa non è più un fine in sé, ma un mezzo per altri fini. La sua teleologia si è frantumata in una molteplicità di teleologie concorrenti, spesso incompatibili tra loro.
La ragione industriale originaria dell’Ilva era chiara: produrre acciaio a ciclo integrale per alimentare la crescita economica nazionale. Era un fine produttivo, concreto, misurabile. Ma nel corso del Novecento, e soprattutto dopo la privatizzazione, questo fine è stato oscurato da altri scopi. Lo Stato voleva mantenere l’occupazione nel Mezzogiorno, anche a costo di sussidi e protezionismi. I privati volevano massimizzare il profitto, anche a costo di disinvestire e licenziare. I sindacati volevano difendere i posti di lavoro, anche a costo di ritardare la decarbonizzazione. Le comunità locali volevano salute e ambiente pulito, anche a costo di chiudere la fabbrica. L’Europa voleva concorrenza e rispetto delle regole, anche a costo di lasciare l’Italia senza acciaio primario.
In questa cacofonia di teleologie, l’impresa ha perso la sua anima industriale. È diventata un campo di battaglia per interessi altri, un oggetto conteso anziché un soggetto produttivo. La definizione di “metaindustriale” che qui si propone non è quella di una società post-industriale, ma di una società in cui l’industria è diventata metafisica: un’entità astratta, simbolica, politica, che ha smarrito il contatto con la sua materialità produttiva.
Questa concettualizzazione trova fondamenti in diverse tradizioni di pensiero. In economia, la teoria della crescita dell’impresa di Edith Penrose ci ricorda che le imprese crescono per sfruttare risorse interne, ma quando queste risorse vengono assorbite da interessi esterni, la crescita si arresta e la traiettoria si frantuma. In sociologia, la critica di Ariel Salleh al concetto di lavoro metaindustriale — inteso come lavoro riproduttivo, non remunerato, ai margini del sistema capitalistico — offre una chiave per leggere l’Ilva non come un’azienda che produce acciaio, ma come un sistema che produce consenso, conflitto, identità, e persino malattia. La società metaindustriale, come descritta da alcuni autori, è caratterizzata dalla centralità dell’immateriale, dei servizi, della conoscenza. Ma l’Ilva non è mai diventata immateriale: è rimasta materialissima, fatta di altiforni, cokerie, minerali, polveri, diossina. Eppure, la sua gestione è diventata immateriale, astratta, prigioniera di logiche finanziarie e politiche che nulla hanno a che vedere con la produzione dell’acciaio.
In storia economica, la vicenda dell’Ilva è un caso esemplare di ciò che alcuni studiosi chiamano “deindustrializzazione senza reindustrializzazione”: la perdita di capacità produttiva non è compensata dall’emergere di nuove attività manifatturiere, ma solo da servizi a basso valore aggiunto e da rendite finanziarie. In storia sociale, è la storia di una classe operaia che ha lottato per decenni per difendere il proprio lavoro, salvo scoprire che il lavoro stesso era diventato un oggetto di scambio politico, non più un diritto.
Il destino metaindustriale infranto dell’Ilva è, in ultima analisi, il destino di un’intera nazione. L’Italia è un Paese industriale che non ama l’industria. Vuole i benefici dell’acciaio — auto, elettrodomestici, infrastrutture — ma non vuole gli altiforni che lo producono. Vuole la salute, ma non vuole il lavoro che la finanzia. Vuole la decarbonizzazione, ma non vuole pagarne il costo. In questa contraddizione, l’Ilva è il simbolo di un patto sociale infranto, di una promessa industriale tradita, di un futuro che non è mai arrivato.
Mentre gli altiforni di Taranto si spengono lentamente, mantenuti in un riscaldo che sa di agonia, resta la domanda: può un Paese industriale fare a meno della produzione di acciaio primario? La risposta corretta, ma politicamente scorretta, sarebbe no. Ma la verità è che l’Italia ha già scelto. Ha scelto di non scegliere, di rinviare, di demandare. Ha scelto il metaindustriale: un’industria senza industria, un acciaio senza fabbrica, un destino senza teleologia. E il prezzo di questa scelta lo pagano gli operai, le loro famiglie, le città che hanno creduto nell’acciaio. Lo pagano oggi, con la cassa integrazione, con lo sciopero, con la paura. Lo pagheranno domani, quando l’Italia scoprirà di aver bisogno di acciaio e di non averlo più.
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Il giorno dopo che Zelensky ha accusato gli Stati Uniti di aver tagliato il “supporto di intelligence” e di non aver fornito un preavviso sugli attacchi missilistici balistici russi contro Kiev, in Ucraina è scoppiato il caos.
Ora la leadership del Paese ha accusato gli Stati Uniti di aver interrotto anche il sostegno al programma Starlink.
Tutto è iniziato con un post di Serhii Sternenko, una figura di spicco ucraina, che ha descritto in dettaglio come i terminali Starlink in Ucraina subissero una limitazione di velocità al superamento di un determinato limite:
Come si può notare, accusa la SpaceX di Elon Musk di ingerenza, scatenando una tempesta di odio nei confronti di Musk da parte della frangia dei social media vicina all’Ucraina.
Musk ha immediatamente risposto con un chiarimento: la versione militare di Starlink è in realtà gestita dal Dipartimento della Difesa statunitense con il nome di Starshield e non è controllata da Musk o SpaceX. Potete vederlo rispondere direttamente all’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov in persona, il quale afferma che la connettività era già in fase di ripristino in quel momento.
All’inizio della guerra, Musk fu costretto a cedere questa divisione della sua azienda per continuare a presentare un’immagine “neutrale” della sua impresa ed evitare che venisse associata in modo ambiguo ad azioni militari offensive che, probabilmente, sapeva sarebbero finite in zone eticamente molto “grigie”, come colpire infrastrutture civili e a duplice uso russe.
Nonostante tutto ciò, dobbiamo ammettere che la tempistica è un po’ sospetta, visto che solo pochi giorni fa Musk aveva pubblicato dei post molto duri contro Zelensky:
Forse, dopotutto, c’è dell’altro?
Innanzitutto, va detto che, nonostante le affermazioni di Fedorov sul ripristino del servizio, vi erano altre voci che sostenevano che il suo annuncio fosse prematuro e che, in realtà, il servizio continuasse a essere ampiamente inefficiente.
Anche diverse brigate ucraine avevano pubblicato informazioni sui loro problemi. Ecco il 7° Corpo d’assalto aviotrasportato delle Forze Armate ucraine:
Il 7° Corpo di Reazione Rapida delle Forze di Assalto Aereo ucraine segnala che questa mattina si stanno verificando interruzioni del segnale Starlink nella zona di Hulyaipole/Orikhiv, nell’oblast’ di Zaporizhzhia.
Il cosiddetto pacchetto Starshield, che gestisce il trasferimento dati per i voli dei droni, ha ricevuto delle limitazioni alle velocità superiori a 110-120 km/h, oltre le quali la connessione può interrompersi per 10-20 secondi, rendendo difficile il controllo dei droni. Inoltre, il lancio di droni a medio raggio ad alta velocità è diventato pressoché impossibile.
Già da stamattina, alcune missioni del 7° Corpo d’armata hanno dovuto essere annullate a causa di queste restrizioni e problemi di comunicazione con Starlink.
Serhiy Flash, la figura più autorevole in Ucraina su questi temi, ha confermato che le restrizioni a Starlink sono entrate in vigore:
Sul suo canale TG ha fornito ulteriori dettagli:
Tutti scrivono di come le restrizioni del programma “Starlink” abbiano influito sulle missioni a lungo raggio e sulla logistica in prima linea, ma per noi c’è un altro problema importante.
Il sistema “Starlink” viene attualmente impiegato nella soluzione più efficace (intercettori) per proteggere il nostro spazio aereo dai droni “Shahed” a propulsione a reazione.
Di fatto, con le loro azioni, i nostri partner ci stanno privando di una delle poche possibilità che abbiamo di difendere il Paese da questi “Shahed” a bordo di aerei a reazione.
Egli sottolinea un aspetto importante e spesso sottovalutato della vicenda: Starlink non viene utilizzato solo in modo offensivo dai droni ucraini a lungo raggio, ma anche in modo difensivo dai velivoli intercettori che prendono di mira i sistemi d’attacco russi, i quali hanno colpito Kiev. Pertanto, i recenti e devastanti attacchi russi contro le infrastrutture di Kiev rischiano di peggiorare ulteriormente se queste interruzioni dovessero continuare.
Alla luce di quanto sopra, oggi il Washington Post ha sganciato la bomba secondo cui gli Stati Uniti avrebbero effettivamente minacciato figure chiave ucraine di interrompere le comunicazioni di intelligence qualora Zelensky avesse continuato a colpire i siti petroliferi russi:
Secondo una persona a conoscenza dei fatti, lunedì gli Stati Uniti hanno minacciato di non fornire informazioni di intelligence all’Ucraina.
Funzionari dell’intelligence statunitense hanno avvertito l’ambasciata ucraina a Washington che, in caso di ulteriori attacchi contro siti energetici russi, gli Stati Uniti avrebbero immediatamente interrotto ogni forma di condivisione di informazioni. L’interdizione all’intelligence statunitense non è stata completamente interrotta, almeno non del tutto, ma la minaccia rimane, ha affermato la fonte.
“Gli avvisi erano così diffusi che chiunque avesse un cognome dal suono ucraino riceveva una chiamata”, ha detto la fonte. Il tipo di missile che ha colpito Kiev era già sfuggito ai sistemi di allerta in passato, ma non di recente, ha aggiunto.
La citazione sopra riportata contiene diversi spunti interessanti.
In primo luogo, se gli Stati Uniti hanno davvero iniziato a minacciare di interrompere le attività di intelligence, possiamo tranquillamente presumere che l’allarme degli ultimi giorni fosse giustificato e che Trump stesse probabilmente testando un’interruzione temporanea per mandare un messaggio. La citazione precisa persino che l’intelligence statunitense non è stata ancora interrotta “completamente”.
L’altro aspetto interessante era l’ultima parte, che lasciava intendere che la Russia avesse utilizzato un “tipo di missile” che in precedenza era riuscito a eludere persino il sistema di allerta precoce degli Stati Uniti, ma “non di recente”. Possiamo solo supporre che si riferisca alle varianti balistiche S-400 di cui abbiamo parlato nell’ultimo aggiornamento.
Secondo quanto riferito a CBS News da diverse fonti a conoscenza dei fatti, gli Stati Uniti potrebbero aver intenzionalmente omesso di lanciare tempestivamente l’allarme questa settimana riguardo a possibili attacchi russi contro l’Ucraina.
Il presidente Volodymyr Zelenskyy ha dichiarato che l’Ucraina “non ha ricevuto alcun preavviso dai nostri partner” quando la Russia ha lanciato un attacco missilistico balistico contro Kiev e altre località nelle prime ore di martedì.
L’articolo rivela un altro dettaglio interessante:
Secondo le fonti, gli Stati Uniti non erano riusciti a fornire informazioni di intelligence sui lanci di missili balistici russi in un’occasione precedente, all’inizio di quest’anno, adducendo la necessità di concentrare maggiori risorse sul Medio Oriente.
Ciò dimostra che gli Stati Uniti hanno dovuto destreggiarsi tra le loro limitate risorse spaziali, distribuendole tra i vari teatri di conflitto che hanno provocato e che stanno cercando di gestire simultaneamente.
Continuano a susseguirsi diverse affermazioni ucraine secondo cui Starlink non sarebbe stato completamente ripristinato, contrariamente a quanto sostenuto da Fedorov e altri:
Il deputato bulgaro Ivaylo Mirchev ha fornito i dettagli:
A prescindere da cosa sia realmente accaduto con il sistema di allerta precoce e il fiasco di Starlink, resta il fatto che gli Stati Uniti sembrano aver inviato all’Ucraina un ultimatum definitivo: se l’Ucraina continuerà a colpire le infrastrutture energetiche russe, le informazioni di intelligence verranno completamente interrotte, almeno stando alle prime indiscrezioni.
L’Ucraina ha già attaccato le infrastrutture energetiche russe dalla scorsa notte e promette di continuare su questa strada. Ciò significa che possiamo aspettarci un duro scontro tra i due ex “partner” nel prossimo futuro, anche se molti prevedono che Trump si tirerà indietro come al solito. In effetti, il ripristino del servizio Starlink può già essere considerato un passo indietro, ma vedremo come si evolverà la situazione.
Nel frattempo, la Russia sta devastando Kiev, e secondo alcune fonti è in programma un altro massiccio attacco nei prossimi giorni, o anche prima.
Ieri sera, un numero record di 6 siti legati alle infrastrutture energetiche sono stati colpiti tra Kiev e Charkiv:
Durante l’attacco missilistico su larga scala sferrato ieri sera dalla Russia contro l’Ucraina, almeno sei importanti infrastrutture energetiche sono state colpite da missili balistici e da crociera.
Questi includono:
– La centrale di cogenerazione CHP-5 nella zona meridionale di Kiev.
– La centrale di cogenerazione CHP-4 nella zona est di Kiev.
– La centrale termoelettrica Trypillya a Ukrainka, Oblast di Kiev.
– La centrale termoelettrica TEC-5 a Pisochyn, Oblast di Kharkiv.
– La centrale termoelettrica Zmiivska a Slobozhanske, Oblast di Kharkiv.
– La sottostazione elettrica da 750 kV “Kyivska” a Nalyvaikivka, Oblast di Kiev.
Sono proseguiti anche i principali attacchi contro le infrastrutture ferroviarie ucraine, come riportato dall’amministratore delegato di Ukrzaliznytsia, l’autorità ferroviaria statale ucraina:
Ora l’Ucraina sembra essere tra l’incudine e il martello: rispondere alla devastante campagna di attacchi russa nell’unico modo simmetricamente efficace, rischiando però di essere tagliata fuori dalla condivisione di informazioni; oppure cedere alle pressioni di Trump per sostenere l’economia alla vigilia delle elezioni di medio termine, diventando indifesa contro i crescenti attacchi russi proprio nel periodo in cui la Russia mira a massimizzare i danni alle infrastrutture ucraine.
A quanto pare, per l’Ucraina non si prospettano scelte facili. Tuttavia, è molto probabile che Trump, come al solito, faccia marcia indietro dopo le “urgenti richieste” provenienti sia da persone vicine all’Ucraina che dai suoi alleati. Nonostante i suoi numerosi gesti di facciata in senso contrario, Trump rimane estremamente influenzabile quando si tratta di dissuaderlo da iniziative che contrastano i piani del “deep state”.
Secondo te, quanto durerà quest’ultimo spettacolo?
Un’analisi approfondita di come l’amministrazione Trump probabilmente gestirà le imminenti conseguenze delle guerre in Ucraina e in Iran e del loro ruolo nell’impennata del prezzo del diesel.
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Originariamente pubblicato da The Duran il 27 settembre 2026.
Prima di iniziare questo articolo, voglio chiarire in modo inequivocabile che nulla di ciò che dirò è intrinsecamente a favore di Trump, contro Trump, a favore dell’America o contro l’America.
Pur essendo consapevole che sia gli Stati Uniti, soprattutto in termini di politica estera, sia l’attuale presidente, così come i presidenti precedenti, siano figure controverse, questo articolo non intende giudicare le loro azioni attraverso una lente partigiana. Sebbene, come ogni essere umano, io abbia le mie opinioni personali, la mia scrittura non si presta a strumentalizzazioni politiche binarie. Pertanto, desidero avvertire fin da subito tutti che, se siete il tipo di lettore che si irrita istintivamente di fronte agli errori di politica estera degli Stati Uniti, e in particolare a quelli che riguardano Donald Trump o Joe Biden, allora questo articolo potrebbe non fare al caso vostro.
Questo articolo si propone di fornire una comprensione di come funziona il gioco delle accuse presidenziali. Ciò avverrà analizzando lo svolgimento delle guerre in Ucraina e in Iran, compreso il loro ruolo nel prezzo record del diesel e come il presidente Trump e la sua amministrazione gestiranno le conseguenze.
Detto questo, entriamo nei dettagli.
Ucraina
Sebbene la guerra in Ucraina affondi le sue radici nel 2014 e persino prima, è diventata un obiettivo primario della politica estera statunitense nel 2022, sotto l’amministrazione Biden. Il presidente Biden ha fatto del sostegno all’Ucraina un punto centrale del suo mandato e, di conseguenza, porta gran parte della responsabilità del conflitto, soprattutto per quanto riguarda la sua continuazione e la sua escalation.
Detto questo, Biden non è più alla Casa Bianca e Donald Trump è l’attuale Presidente degli Stati Uniti. Durante la campagna elettorale per un secondo mandato, Trump prometteva ripetutamente che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dall’Ucraina in caso di elezione, arrivando persino a dire che avrebbe potuto porre fine alla guerra in 24 ore. Tuttavia, una volta insediatosi alla presidenza all’inizio del 2025, Trump non ha mantenuto quella promessa.
Il presidente Trump non solo non è riuscito a disimpegnarsi, ma ha continuato a fornire dati cruciali per l’individuazione degli obiettivi, a vendere armi e persino a mettere in discussione Zelensky per la sua mancata azione diretta contro la Russia. Inoltre, approvando nuove sanzioni contro la Russia, Trump ha di fatto adottato le politiche di Biden, trasformando così il conflitto in Ucraina nella sua guerra, anziché in qualcosa che aveva ereditato dalla precedente amministrazione.
Sebbene la stragrande maggioranza delle persone razionali e avvedute dal punto di vista geopolitico lo interpreterà in questo modo, l’America non sempre agisce in modo razionale, come vedrete.
Iran
In netto contrasto con il conflitto in Ucraina, che ebbe inizio sotto una precedente amministrazione, l’attuale guerra con l’Iran ricade interamente sulle spalle del presidente Trump.
• Fu il presidente Trump a consentire a Israele di colpire l’Iran durante i negoziati tecnici in corso nel giugno 2025.
• È stato Donald Trump a non dare ascolto agli avvertimenti sull’attacco all’Iran provenienti dai suoi stessi consiglieri dell’intelligence, scelti personalmente da lui, come Tulsi Gabbard e Joe Kent, nonché dal suo vicepresidente JD Vance.
• Furono il Dipartimento di Stato di Trump e il suo Segretario di Stato Marco Rubio a essere praticamente assenti durante i negoziati con l’Iran nel febbraio 2026.
• Ed è stato il presidente Trump a essere ingannato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che lo ha indotto ad appoggiare il catastrofico attacco che ha ucciso la guida suprema dell’Iran e altri il 28 febbraio 2026, ed è direttamente responsabile del conflitto che rimane irrisolto ancora oggi.
Di conseguenza, non c’è nessuno da incolpare per la confusione diplomatica, le ripercussioni economiche, i problemi relativi allo Stretto di Hormuz e l’instabilità regionale persistente, se non il presidente Trump stesso.
Ora, si potrebbe pensare che per chiunque valuti la situazione attuale sia chiaro che la guerra in Iran e il protrarsi del conflitto in Ucraina siano responsabilità di Trump e quindi colpa sua. Dopotutto, il presidente Trump è il leader del mondo libero e queste sono decisioni che spettano a lui. Ma dal punto di vista della società statunitense, la questione non è così netta e questo offre a Trump l’opportunità di scaricare aggressivamente le colpe sugli altri per confondere le acque.
Il gioco delle colpe
Quando si tratta di come funziona il gioco delle accuse presidenziali in America, c’è una cosa che di solito determina la responsabilità al di sopra di ogni altra cosa.
Chi introduce la persona o la fonte del problema, di solito viene incolpato.
Questo è lo schema generale: sebbene spesso ingiusto, la società americana a volte accetta che la colpa venga scaricata dalle persone che la meritano e attribuita a coloro che, pur avendo tecnicamente un ruolo, potrebbero non essere i soggetti a cui spetta la piena responsabilità. Tale distinzione tra colpevolezza diretta e responsabilità per aver creato o reso possibile una relazione è essenziale per comprendere come funziona in pratica il gioco delle colpe.
Nessuno comprende le complessità del gioco delle colpe meglio di Donald Trump. Anzi, la sua capacità di attribuire la colpa con sicurezza è probabilmente uno dei motivi del suo successo. Che lo si ami o lo si odi, poche persone si riprendono dai fallimenti meglio di lui, come dimostra il modo in cui è passato da un imprenditore fallimentare all’altro senza batter ciglio.
Un esempio lampante: la squadra di football americano dei New Jersey Generals di Trump ha fallito. Poi è andato in fumo il Trump Shuttle. Successivamente, il Trump Taj Mahal ha chiuso i battenti, seguito dal Trump Plaza Casino e dai problemi con il Plaza Hotel di New York. Dopodiché, ha perso la Trump Hotels & Casino Resorts. Persino il suo slogan televisivo, ” Sei licenziato! “, si basa fondamentalmente sull’attribuire la colpa del fallimento di una squadra a qualcun altro.
In definitiva, Donald Trump ha accumulato una fortuna nonostante i suoi fallimenti perché è stato in grado di reinventarsi, il che ha comportato l’attribuzione della colpa agli altri.
Al di là di Trump stesso, la cerchia ristretta del Presidente è composta in larga misura da ricchi egocentrici che non si assumono responsabilità o colpe in base a ciò che è giusto. Non sto dicendo che ogni persona nell’amministrazione Trump giochi a questo gioco delle colpe. Sto dicendo che la lista di persone che agiscono in questo modo include Donald Trump, Scott Bessent, Marco Rubio, Howard Lutnick, Jared Kushner e Pete Hegseth. E, fatta eccezione per le cerchie ristrette di Obama e Biden, probabilmente non c’è mai stato un gruppo meno propenso ad assumersi la colpa di quello menzionato sopra.
Questa realtà e questa mentalità operativa devono essere comprese e applicate se si vuole prevedere con precisione come si evolveranno le questioni durante il resto della presidenza Trump.
La situazione attuale
Considerato il modo in cui di solito si cerca di scaricare le colpe, potrebbe non importare poi molto che il presidente Trump abbia permesso all’Ucraina di continuare a combattere la guerra contro la Russia. Le masse saranno pronte ad attribuire la responsabilità del ruolo degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina a Joe Biden, perché è stato lui a trascinare l’America in questo pasticcio, piuttosto che al presidente Trump, che ha gestito male la situazione.
Analogamente, se Alexandria Ocasio-Cortez (AOC) dovesse in qualche modo vincere le elezioni presidenziali del 2028 e procedere con un attacco nucleare contro Teheran, Donald Trump verrebbe comunque incolpato per la questione iraniana, proprio come accadrà a Biden per l’Ucraina.
Il punto cruciale è che i leader successivi possono sempre attribuire la colpa a chi ha originato il problema. Sebbene in alcuni casi ciò sia intellettualmente disonesto, purtroppo è così che le cose finiscono più spesso.
Ed è così che Trump giocherà per il resto della sua presidenza.
Considerata la situazione attuale, le guerre in Ucraina e in Iran sono disastri irrisolti, e la carenza di gasolio negli Stati Uniti è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Il motivo per cui è imperativo discuterne ora è che il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha recentemente rilasciato una dichiarazione che ha fatto scattare l’allarme geopolitico.
Il 2 settembre 2026, il Segretario del Tesoro Bessent attribuì tacitamente la responsabilità dello ” shock energetico ” globale alla guerra tra Russia e Ucraina, affermando: ” L’Ucraina ha deciso di voler distruggere le infrastrutture energetiche e i prodotti raffinati russi “.
E a suo avviso, questa era la causa della ” pressione al rialzo dei prezzi a livello globale “.
Non ci sono dubbi, il presidente Donald Trump e la sua amministrazione, tramite Scott Bessent, hanno gettato le basi per attribuire la colpa dell’aumento dei prezzi dell’energia all’Ucraina e per i loro attacchi alle raffinerie e alle infrastrutture russe, e questo è stato deliberato.
Il 13 settembre, il presidente Trump ha reso pubblico di aver parlato con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in merito alla questione e di avergli ordinato di cessare tale pratica. Trump ha dichiarato: ” Il signor Zelensky deve fare una cosa. Deve smettere di interrompere le forniture di gasolio alla Russia… perché sta causando una carenza di gasolio ” .
Il giorno seguente, il 14 settembre, Trump ha ribadito la questione, stabilendo in modo concreto che la carenza di gasolio non era causata dal conflitto in Iran, bensì dagli attacchi dell’Ucraina contro la Russia.
Trump ha scritto: ” L’aumento mondiale del prezzo del diesel è dovuto principalmente alla guerra tra Russia e Ucraina, non all’Iran ” .
Ho sempre dato per scontato che il presidente Trump avrebbe optato per una strategia basata sullo scaricabarile dopo le elezioni di metà mandato. Ma l’impennata dei prezzi del diesel, unita ai continui scontri in Medio Oriente e ai progressi militari russi in Ucraina, ha reso questa tattica inevitabile in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Di seguito, analizzeremo perché la carenza mondiale di gasolio ha un impatto così significativo e approfondiremo il probabile ricorso del presidente Trump al gioco delle accuse.
Perché il diesel è importante
A differenza della benzina, utilizzata principalmente per automobili e altri macchinari di consumo, il gasolio è alla base dell’intera economia. Autotrasporti, agricoltura, locomotive merci, macchinari e attrezzature edili, navi, rimorchiatori, porti, attrezzature minerarie, trivellazioni petrolifere e di gas, scuolabus, ambulanze, autopompe e molto altro ancora dipendono dal gasolio per funzionare.
Fortunatamente per gli Stati Uniti, la produzione di diesel copre praticamente il 100% del fabbisogno interno, con scorte in eccesso disponibili per l’esportazione. Nel 2025, gli Stati Uniti hanno prodotto 76,5 miliardi di galloni di diesel e ne hanno consumati internamente 59,9 miliardi. È interessante notare che gli Stati Uniti ne hanno esportati 19,2 miliardi, una quantità superiore a quella in eccesso, resa possibile dalle importazioni a basso costo che vengono poi rivendute con profitto.
Sebbene l’aumento dei prezzi della benzina colpisca immediatamente i consumatori, il problema economico più devastante si verifica quando aumentano i costi del diesel, poiché ciò colpisce le imprese e le catene di approvvigionamento, che a loro volta scaricano il costo sui consumatori. Quindi, anche se inizialmente il cittadino medio potrebbe non risentirne al momento del rifornimento, l’impatto finanziario su di lui è ben peggiore quando il prezzo del diesel aumenta.
A causa dei numerosi impieghi del diesel nell’economia, una questione urgente per il Presidente Trump è che ora dovrà ascoltare le lamentele di persone a lui vicine, ovvero la classe dei ricchi finanziatori e i dirigenti d’azienda. Di conseguenza, l’impennata dei prezzi del diesel che gli Stati Uniti stanno vivendo è del tutto inaccettabile e Trump non aveva previsto questo enorme problema.
Ancora più importante, il presidente Trump ora è consapevole che, se questo problema del diesel dovesse persistere, non ci sarebbe modo di impedire che si ripercuota seriamente sui consumatori.
Sebbene non ne abbia prove dirette, credo che il costo del diesel e le sue ripercussioni a lungo termine siano in parte responsabili dell’idea, avanzata dall’amministrazione Trump, di un “dividendo Trump” di 5000 dollari nel caso in cui i repubblicani mantengano il controllo sia della Camera che del Senato dopo le elezioni di novembre.
“Se vincono i repubblicani, vincete con noi e riceverete 5.000 dollari.” ~ Presidente Trump
Sospetto che, se i Repubblicani vinceranno, Trump manterrà quella promessa perché compenserà in modo sottile l’impatto a breve termine sui consumatori causato dall’aumento dei prezzi del diesel. E se i Repubblicani perderanno la Camera o il Senato, Trump si sarà procurato un meccanismo per incolpare i Democratici di non aver dato agli americani 5.000 dollari quando saranno colpiti dall’aumento dei costi.
Sebbene questo tipo di tangenti elettorali non siano del tutto rare da entrambe le parti dello schieramento politico, raramente si concretizzano a beneficio dei cittadini. Detto questo, considero questo caso particolare unico, in quanto probabilmente collegato alla vicenda del diesel.
In ogni caso, la realtà dell’impennata dei prezzi del diesel ha costretto Trump a prendere una decisione e ora si dedicherà completamente a scaricare le colpe sugli altri per il resto della sua presidenza.
Russia-Ucraina
Dal punto di vista della personalità, è evidente che Donald Trump vede la guerra in Ucraina in modo molto diverso dal conflitto in Iran. Mentre Trump ha una lunga storia di avversione per l’Iran, non sembra essere realmente interessato a perseguire un conflitto con la Russia. Anzi, Trump considera i combattimenti in Ucraina un ostacolo inutile che impedisce agli Stati Uniti di collaborare con i russi in progetti redditizi. Inoltre, Donald Trump ammira Putin, disprezza Zelensky e non gli importa nulla dell’UE.
Detto questo, il presidente Trump è davvero il peggior nemico di se stesso. È sconsiderato nella gestione del rischio, generalmente impulsivo, incline a schierarsi con i neoconservatori e incapace di fare qualsiasi cosa che possa essere anche solo vagamente interpretata come accettare una sconfitta.
La dura verità del secondo mandato di Trump è che si è dimostrato un presidente troppo debole e troppo incline a farsi ingannare dalle argomentazioni neoconservatrici per potersi disimpegnare concretamente dal conflitto in Ucraina. Al contrario, Trump ha scelto di vendere armi alla NATO e all’Europa, che a loro volta le avrebbero fornite all’Ucraina, perdendo tempo in negoziati diplomatici poco convinti, guidati da dilettanti come Jared Kushner. Incredibilmente, Trump giustifica poi la sua incapacità di disimpegno criticando Biden per aver semplicemente fornito armi a Zelensky, mentre lui sarebbe stato il più astuto, vendendole direttamente tramite un intermediario.
È difficile persino descrivere l’assurdità della scusa di Trump. Il fatto è che Trump aveva promesso agli elettori che si sarebbe ritirato dalla terribile guerra in Ucraina. Eppure, invece di porre fine al conflitto e fermare la morte e la distruzione, ha permesso che i combattimenti continuassero, proprio come aveva fatto Biden. Solo che questa volta la giustificazione è che il suo modo di agire è in qualche modo migliore perché fa guadagnare un sacco di soldi al complesso militare-industriale.
Ora, per tutti coloro che amano affermare che il Presidente Trump stia giocando a scacchi a 10 dimensioni, in questo caso, nella migliore delle ipotesi sta giocando a dama a otto bit negativi e, in tutta onestà, ne sta uscendo schiacciato.
Medio Oriente
Per quanto riguarda gli errori di valutazione del Presidente Trump sull’Iran, la sua amministrazione ha commesso numerosi sbagli. In primo luogo, né il Presidente né i suoi consiglieri favorevoli alla guerra hanno tenuto conto del fatto che l’Iran è una potenza militare rilevante. Non sono inoltre riusciti a calcolare la capacità militare e gli arsenali necessari per sconfiggere l’Iran e al contempo difendere i nostri alleati nella regione. Ciò indica anche che il Presidente Trump non ha compreso l’incapacità degli Stati Uniti di incrementare la produzione militare.
Non dovrebbe quindi sorprendere che, quando le scorte militari statunitensi ridotte da Biden per rifornire l’Ucraina si sono sommate alle ulteriori riduzioni operate dall’amministrazione Trump e alla vendita di armi da parte degli alleati statunitensi alla NATO, destinate poi a Zelensky, il presidente Trump si sia trovato impreparato ad affrontare Teheran, e che l’Iran abbia successivamente messo a nudo queste vulnerabilità sul campo di battaglia.
Oltre alle complicazioni relative alle capacità militari, la guerra con l’Iran ha comportato anche restrizioni alla navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.
Sebbene Trump potrebbe non aver previsto come si sarebbe evoluta la situazione dello Stretto di Hormuz, è ragionevole supporre che fosse consapevole che un attacco all’Iran avrebbe potuto interferire con le forniture di gas e petrolio provenienti dal Medio Oriente e causare un aumento dei prezzi. Detto questo, il presidente Trump era troppo sicuro di sé e non si era preparato al peggio. Questo perché Trump partiva dal presupposto errato di poter porre fine rapidamente alla guerra, se necessario, per mitigare le ripercussioni finanziarie.
Inoltre, l’attenzione di Trump era concentrata sui prezzi della benzina, trascurando apparentemente le possibili ripercussioni sul diesel. La sua strategia si basava sull’idea che, se i prezzi della benzina fossero aumentati a causa del conflitto, avrebbe potuto compensarli attingendo alle riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti. Sebbene ciò possa tecnicamente favorire la produzione di diesel, il sovrapprezzo necessario per raffinarlo mantiene il prezzo più alto rispetto a quello della benzina. Detto questo, quando i prezzi della benzina sono schizzati alle stelle dopo l’inizio del conflitto, l’amministrazione Trump ha adottato proprio questa strategia per tenere sotto controllo i costi per i consumatori.
A quanto pare, il presidente Trump non aveva previsto che la domanda estera di gasolio sarebbe diventata così intensa da far lievitare i prezzi interni negli Stati Uniti. Di conseguenza, il prezzo del gasolio è schizzato da circa 3,80 dollari al gallone prima del conflitto al prezzo record attuale di circa 6,50 dollari al gallone. Si tratta di un aumento di 2,70 dollari al gallone, ovvero di circa il 70%, rispetto alla fine di febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato la guerra non provocata contro l’Iran.
Mettere ogni cosa al suo posto
Allo stato attuale delle cose, l’aspetto più importante da comprendere è che i prezzi del diesel hanno raggiunto il punto di non ritorno e Donald Trump ora deve attribuire l’aumento a qualcun altro o a qualcos’altro che non sia lui stesso.
La verità è che l’impennata del prezzo del diesel deriva principalmente dalla carenza di approvvigionamento in Medio Oriente, che a sua volta è la diretta conseguenza della guerra tra Stati Uniti e Iran. Inoltre, questo conflitto è ancora in corso e il presidente Trump non ha una soluzione realistica per porvi fine, almeno non a breve termine.
L’unica cosa che Donald Trump può fare è scaricare la colpa della carenza di gasolio dalla crisi mediorientale da lui stesso causata all’Ucraina, responsabilità che potrà poi attribuire alla precedente amministrazione. Questo è già in atto, con la diffusione della narrativa secondo cui gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe sarebbero la causa dell’aumento dei prezzi del gasolio.
Sebbene gli attacchi ucraini contro la Russia abbiano ridotto la quantità di gasolio sul mercato globale, non sono i veri responsabili dell’aumento dei prezzi del gasolio negli Stati Uniti, poiché la Russia non è un importante esportatore verso l’Europa, la regione del mondo che ha un disperato bisogno di carburante e che sta facendo lievitare i prezzi.
Il problema principale risiede nel fatto che l’Europa non acquisterà più il gasolio russo a basso costo come faceva prima dell’inizio della guerra in Ucraina. Ora, invece, dipende dal Medio Oriente e dagli Stati Uniti per il suo approvvigionamento. Secondo dati recenti, il Medio Oriente produce circa il 40% delle importazioni europee di gasolio, mentre gli Stati Uniti ne rappresentano il 50%. Tuttavia, a causa della guerra in Iran, le infrastrutture mediorientali sono state danneggiate e il flusso di energia attraverso lo Stretto di Hormuz si è notevolmente ridotto. Senza l’energia russa a basso costo come alternativa e con una produzione limitata in Medio Oriente, l’Europa ha esercitato una pressione enorme sulle scorte di gasolio statunitensi. Ciò, a sua volta, ha fatto aumentare i prezzi del gasolio negli Stati Uniti. E poiché Trump non possiede le capacità diplomatiche per porre fine immediatamente alle ostilità in Medio Oriente, la pressione sull’offerta continuerà a gonfiare il mercato del gasolio, almeno nel breve termine.
In definitiva, le ripercussioni economiche derivanti dai prezzi record del diesel ricadranno sui consumatori americani. Il presidente Trump lo sa bene e ora ha bisogno di tutelare i propri interessi. Di conseguenza, ricorrerà a ciò che gli riesce meglio, ovvero usare la retorica e la sua piattaforma per attribuire la colpa di questo fallimento a qualcun altro o a qualcos’altro che non sia lui stesso.
Entra in Ucraina…
Considerato che il presidente Trump aveva basato la sua campagna elettorale sul disimpegno dalla guerra in Ucraina, sarebbe stato facile scaricare l’intera responsabilità del conflitto sull’amministrazione Biden. Tuttavia, Trump è stato così ingenuo da permettere che i combattimenti in Ucraina continuassero, proprio come aveva fatto la precedente amministrazione, e ora si trova a dover coprire le proprie responsabilità anche per questo disastro. Ecco perché è fondamentale per Trump fare di Joe Biden il capro espiatorio pubblico per la questione ucraina. E sebbene questa narrazione non sia del tutto priva di fondamento, non rappresenta certo la storia completa. Verissimo o meno, Trump deve proteggersi per salvaguardare la sua eredità politica e, di conseguenza, i prezzi del diesel saranno collegati all’Ucraina e l’Ucraina dovrà essere associata a Biden.
Ma che dire dell’Iran?
Sebbene sia scoraggiante e irritante che i funzionari eletti dedichino molto tempo a sciocchezze come il gioco delle accuse, si tratta di un aspetto della politica americana di cui bisogna tenere conto. E, in linea con questa realtà, è abbastanza chiaro come Donald Trump userà il gioco delle accuse, almeno per quanto riguarda il collegamento tra gli alti prezzi del diesel e l’Ucraina, per poi attribuire la responsabilità dell’Ucraina a Biden. Ciò che non è altrettanto chiaro è come Trump intenda utilizzare la strategia del gioco delle accuse con l’Iran, quando è lui stesso la fonte originaria del problema.
Come abbiamo già discusso in precedenza, il politico o la persona che introduce il problema di solito si assume la maggior parte della colpa. Ciò significa che il presidente Trump non può in alcun modo sottrarsi completamente alla responsabilità per il suo ruolo nella guerra con l’Iran. Tuttavia, Trump può, e soprattutto lo farà, rendere intenzionalmente la situazione confusa attraverso un attacco retorico su più fronti, incentrato su almeno cinque elementi diversi che ho identificato e che analizzerò di seguito.
Innanzitutto, c’è la questione delle armi nucleari, uno di quei temi a cui gli americani cadono sempre nella trappola. I fatti dimostrano che l’Iran non rappresentava una minaccia nucleare per gli Stati Uniti. Ciononostante, gli americani credono che il rischio di un attacco nucleare iraniano contro gli Stati Uniti o Israele fosse reale. Per questo motivo, il presidente Trump può giustificare un attacco altrimenti ingiustificabile contro l’Iran affermando, come spesso fa, di non poter rimanere a guardare mentre l’Iran si dotava di armi nucleari. Questo collegamento con il nucleare fornirà sicuramente a Trump una certa giustificazione, nonostante si basi sull’idea che abbia cercato di risolvere un problema inesistente attaccando l’Iran.
Il secondo modo in cui il presidente Trump cercherà di eludere la responsabilità della catastrofica guerra con l’Iran sarà quello di attribuire i fallimenti militari a Biden, accusandolo di aver dirottato una quantità cruciale di armamenti e risorse statunitensi sull’Ucraina. A dire il vero, questo è in parte vero. Ma se il presidente Trump non avesse sferrato un attacco non provocato contro l’Iran, gli Stati Uniti non si troverebbero in questa situazione. Quindi, in definitiva, incolpare Biden servirà solo fino a un certo punto a distogliere Trump dalle sue responsabilità in relazione all’Iran.
La terza cosa che il presidente Trump additerà come responsabilità per l’esito della guerra in Iran è il mancato intervento degli alleati degli Stati Uniti. Che si tratti dei paesi della NATO, della Corea del Sud o di altri, Trump cercherà di scaricare la colpa sugli alleati, e c’è la possibilità che questo messaggio trovi riscontro in alcuni americani.
Un quarto modo in cui il presidente Trump potrebbe usare il gioco delle accuse è quello di promuovere la narrazione secondo cui l’America sta meglio con l’attuale leadership iraniana rispetto alla precedente. In realtà si tratta di un’affermazione assurda e priva di fondamento, ma gli americani non ne comprenderanno le dinamiche e quasi certamente ci crederanno.
Il quinto modo in cui Donald Trump cercherà di scaricare la colpa sull’Iran è affermando che la Cina ha aiutato l’Iran nella guerra. Sebbene Cina e Russia abbiano avuto un ruolo, la Russia ha fatto di più per aiutare l’Iran. Detto questo, poiché gli Stati Uniti hanno iniziato le ostilità con la Russia finanziando una guerra per procura contro di essa in Ucraina, non è plausibile condannare Mosca per aver fatto essenzialmente la stessa cosa agli Stati Uniti tramite l’Iran. Inoltre, incolpare la Russia non si adatta alla narrazione, mentre la Cina è il prossimo grande nemico dell’America e si inserisce perfettamente nella narrativa neoconservatrice dell’imperialismo americano. Pertanto, Trump cercherà di includere la Cina nel suo gioco di attribuzione delle colpe per la guerra con l’Iran.
In fin dei conti, nessuna abile manovra diversiva potrà mai proteggere completamente Donald Trump dal suo ruolo nella guerra con l’Iran. Trump porterà sempre una parte di responsabilità nel conflitto, ma la sua colpa potrebbe essere notevolmente attenuata dopo aver attribuito la responsabilità alla questione dell’Iran dotato di armi nucleari, alla carenza di armi legata a Biden e all’Ucraina, alla mancanza di sostegno da parte degli alleati, alla falsa narrazione secondo cui la nuova leadership iraniana sarebbe migliore per gli Stati Uniti rispetto alla precedente Guida Suprema, e alla scusa che la Cina avrebbe aiutato l’Iran contro i nostri interessi.
A mio avviso, è così che il presidente Trump userà il gioco delle accuse per minimizzare il suo ruolo nella disastrosa guerra con l’Iran, una volta che tutto sarà finito.
Conclusione
A prescindere da ciò che il presidente Trump ha fatto o non ha fatto finora nel suo secondo mandato, è improbabile che un presidente riesca a mantenere il controllo sia della Camera che del Senato in un’elezione di metà mandato. Che vinca o perda, Trump dovrà affrontare molteplici conflitti con questioni complesse e interconnesse. E sia chiaro, il tempo che gli resterà in carica e la sua eredità saranno determinati da come le risolverà. Nonostante le sue evidenti mancanze, Trump è oggettivamente un maestro della retorica e dell’incolpare gli altri. E poiché questa è la sua forza principale, Trump collegherà l’aumento dei prezzi del diesel alla guerra in Ucraina, scaricando poi tutta la responsabilità su Joe Biden. Detto questo, il compito più difficile sarà quello di proteggersi dalle conseguenze di una guerra non provocata con l’Iran, da lui stesso scatenata, che non può essere liquidata così facilmente con la colpa.
Quando si tratta di questioni geopolitiche di tale complessità, non mancano le opinioni su come si evolveranno gli eventi. E per quanto vorremmo avere una sfera di cristallo, non esiste un meccanismo garantito per prevedere cosa accadrà in ogni aspetto di queste situazioni estremamente difficili. Detto questo, l’unica cosa certa è che il Presidente Trump scaricherà la responsabilità per gli alti prezzi del diesel, la guerra in Ucraina e il conflitto in Iran da qui fino all’ultimo giorno del suo mandato e oltre. E il motivo per cui possiamo essere certi di questa inevitabilità è perché io, e ora anche voi, sappiamo ” Come funziona il gioco delle colpe presidenziali “.
Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.
Quindici elezioni di metà mandato cruciali che offrono uno sguardo più approfondito sullo stato della politica americana, al di là di quale partito finirà per avere il controllo.
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Visto che si tratta del primo episodio di questa nuova rubrica, volevo prendermi un momento per spiegare di cosa si tratta e assicurarmi che tutti fossero a conoscenza del cambiamento. In futuro, probabilmente, gli articoli esclusivi mensili non includeranno più questo tipo di introduzione, ma ho pensato fosse importante fornire un po’ di contesto per il primo.
Soprattutto, grazie a tutti coloro che si iscrivono e si prendono il tempo di leggere i miei lavori. Apprezzo sinceramente la vostra continua fedeltà e il vostro sostegno.
La mia lista di monitoraggio
Quindici elezioni di metà mandato cruciali che offrono uno sguardo più approfondito sullo stato della politica americana, al di là di quale partito finirà per governare.
Tra meno di un mese si terranno le tanto attese elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Sebbene gli esperti descrivano ogni elezione di metà mandato come la più importante della vita di una persona, si potrebbe certamente affermare che anche questa rientri in questa categoria. Che ciò corrisponda o meno alla realtà è un argomento completamente diverso.
Detto questo, la verità è che, almeno nella storia recente, il partito che occupa il potere esecutivo tende a perdere seggi al Congresso durante le elezioni di metà mandato. Quindi, a prescindere da ciò che è accaduto durante il secondo mandato del presidente Trump, la realtà è che i repubblicani rischiano di perdere il controllo di una delle due camere del Congresso, che sia il Senato o la Camera dei Rappresentanti.
Tuttavia, i seggi che cambiano di mano e le persone che li vincono o li perdono non sono poi così importanti nel quadro generale. Questo non significa che il partito che rimane al potere, o quello che lo perde, non subisca o non tragga vantaggio dai risultati delle elezioni di metà mandato. Ma in definitiva, è il partito unico a decidere come vengono governate le cose in America, e a prescindere da ciò che accadrà il giorno delle elezioni quest’anno, la vita non cambierà drasticamente da un giorno all’altro, anche se il teatro politico vorrebbe far credere il contrario.
Per quanto riguarda i risultati elettorali, molti media amano fare analisi a posteriori e pontificare solo dopo che i risultati sono noti su come probabilmente si evolveranno le cose. Personalmente, però, credo che il modo migliore per analizzare la situazione, almeno nel panorama politico interno degli Stati Uniti, sia quello di concentrarsi sulle singole competizioni elettorali che si decideranno il 3 novembre.
Tenendo presente ciò, questo articolo analizzerà 15 elezioni per la Camera dei Rappresentanti, il Senato e la carica di governatore, ognuna delle quali è unica in quanto rivela qualcosa sullo stato attuale della situazione politica negli Stati Uniti.
Governatori
La prima serie di elezioni che esamineremo riguarda la carica di governatore, poiché questa posizione di grande potere rappresenta il ramo esecutivo di ciascuno dei 50 governi statali.
La prima competizione da tenere d’occhio è la corsa a governatore del Nevada tra il repubblicano uscente Joe Lombardo e lo sfidante democratico Aaron Ford. La gara è testa a testa, con Kalshi che attribuisce a Lombardo una probabilità del 47% e a Ford del 53%.
Inutile dirlo, la competizione è molto serrata e particolarmente interessante, dato che il Partito Repubblicano annovera tra le sue fila molti importanti imprenditori del Nevada che fanno affidamento sui loro legami politici con i Repubblicani. Sarà quindi interessante vedere se i poteri forti lasceranno che questa elezione, e la carica più alta dello stato, vadano al partito avversario.
La seconda corsa per la carica di governatore che sto seguendo con attenzione è in Georgia, dove il repubblicano Rick Jackson si scontra con la democratica Keisha Lance Bottoms. Similmente al Nevada, la corsa in Georgia è sostanzialmente in parità, con Kalshi che attribuisce a Jackson il 55% di probabilità di battere Bottoms. Detto questo, ingenti somme di denaro stanno affluendo in questa competizione, e sarebbe una grande delusione per i repubblicani se Jackson non riuscisse a conquistare la vittoria e a mantenere il controllo della Georgia sotto il controllo repubblicano.
La terza corsa elettorale di rilievo, sebbene il cui esito sia in qualche modo più certo, è quella per la carica di governatore della Florida. Il repubblicano Byron Donalds ha il 77% di probabilità di vittoria, contro il 23% del democratico David Jolly.
In Florida, il risultato in sé non è tanto importante quanto l’entità della probabile vittoria. Se Donalds dovesse ottenere una prestazione superiore alle aspettative e vincere in modo schiacciante, verrebbe proiettato ai vertici del Partito Repubblicano, aprendogli la strada a una futura candidatura alla vicepresidenza o persino alla presidenza.
Infine, c’è la corsa per la carica di governatore della California, che è altrettanto importante nonostante l’esito sembri piuttosto scontato. In questa competizione, al repubblicano Steve Hilton viene attribuita una misera probabilità di vittoria del 3%, mentre al democratico Xavier Becerra viene data una probabilità del 96%.
Detto questo, sarà interessante vedere se Hilton supererà quelle probabilità del 3% e, in tal caso, di quanto. In California si è verificato un sottilissimo spostamento a destra, e sarà illuminante vedere se questo spostamento sarà identificabile nei risultati di questa competizione.
Camera dei rappresentanti
La seconda categoria di elezioni si concentra sulla Camera dei Rappresentanti. Per cominciare, partiamo dal 17° distretto di New York, dove, secondo Kalshi, il deputato repubblicano uscente Mike Lawler ha il 38% di probabilità di mantenere il suo seggio contro Cait Conley.
Per inciso, sarei sorpreso se Mike Lawler non mantenesse questo seggio. Lawler è un politico attivo nel suo distretto, gode di sostegno trasversale, ha a disposizione ingenti finanziamenti per la campagna elettorale ed è un abile stratega. Altrettanto importante è il fatto che Lawler beneficia del supporto della comunità ebraica chassidica, che costituisce un blocco elettorale all’interno del distretto e che gli garantisce dai 30.000 ai 50.000 voti.
Insomma, alla fine dei conti, mi interessa vedere se Lawler, il candidato uscente che ha tutto a suo favore, è davvero in svantaggio, o se semplicemente c’è qualcosa che non va nei numeri, almeno per quanto riguarda Kalshi.
La seconda corsa alla Camera dei Rappresentanti di interesse è quella del 7° distretto del New Jersey, dove il repubblicano uscente Tom Kean Jr. si scontra con Rebecca Bennett. Secondo Kalshi, Kean Jr. ha solo l’11% di possibilità di vincere, mentre Bennett ha l’89% di probabilità.
Questa elezione è cruciale perché Tom Kean Jr. appartiene all’aristocrazia repubblicana e il Partito Repubblicano del New Jersey fa di tutto per garantirgli ogni possibile vantaggio. Kean Jr. non solo gode di ingenti finanziamenti, ma il distretto che rappresenta è stato letteralmente creato apposta per la sua vittoria. Se dovesse perdere, dimostrerebbe che far parte di una dinastia politica e avere il controllo del partito a livello statale non basta per vincere in New Jersey, nemmeno quando un distretto è stato creato su misura per te.
Un’altra corsa per la Camera dei Rappresentanti, sempre nel New Jersey, riguarda il 4° distretto, dove il repubblicano uscente Chris Smith ha il 96% di probabilità di sconfiggere la sfidante democratica Rachel Pierce, in un distretto a forte maggioranza repubblicana.
Detto questo, Chris Smith è un uomo di lungo corso, sostenuto dall’establishment, che non è legato a Trump così strettamente come potrebbero esserlo altri candidati repubblicani e che, a rigor di logica, dovrebbe vincere facilmente. Ciò che rende interessante questa corsa è quello che accade ai margini. Se Pierce dovesse ottenere un risultato nettamente superiore alle aspettative, indicherebbe che i Democratici stanno guadagnando terreno nelle aree a forte maggioranza repubblicana di uno stato costiero.
La prossima corsa alla Camera che analizzeremo è quella del 4° distretto del Colorado, dove la repubblicana Lauren Boebert, la deputata uscente, ha il 68% di probabilità di battere Eileen Laubacher, che ha circa il 31% di possibilità di vincere.
Il motivo per cui vale la pena seguire questa corsa elettorale è che Boebert ha dovuto affrontare praticamente ogni possibile critica negativa. Il suo matrimonio è naufragato, la sua vita privata è stata messa sotto esame, è stata accusata di aver avuto rapporti sessuali con membri del suo staff e i problemi legali di suo figlio l’hanno trascinata al centro di numerose controversie. Inoltre, Boebert è strettamente legata a Trump, è fortemente osteggiata dai Democratici e il Colorado, in generale, sta virando a sinistra.
Pertanto, se Lauren Boebert riuscirà a mantenere la sua posizione nonostante tutte queste difficoltà politiche, ciò dimostrerà che i distretti a maggioranza repubblicana in Colorado restano solidi e non sono così vulnerabili come alcuni hanno ipotizzato.
L’ultima corsa alla Camera dei Rappresentanti che sto monitorando è quella del 2° distretto dell’Arizona, dove il repubblicano uscente Eli Crane ha il 71% di probabilità di vincere contro il democratico Jonathan Nez.
Il motivo per cui questa corsa elettorale mi interessa è che Eli Crane è il candidato per eccellenza dell’America First. Con “America First” non mi riferisco semplicemente a qualcuno che sostiene MAGA ed è incondizionatamente fedele al presidente. Mi riferisco a un leader che è molto più in linea con l’ala populista del partito, sullo stile di Thomas Massie, e che si attiene a queste posizioni nel modo in cui vota e si comporta.
Eli Crane potrebbe non piacere a tutti, e sono sicuro che ci siano democratici a cui non piace, ma per quanto riguarda i candidati che incarnano autenticamente il principio “America First”, rappresenta uno degli esempi più puri di un leader che non si limiti a sostenere il movimento MAGA, ma che metta “America First” al primo posto. Ovviamente, Crane rimarrà politicamente legato a Trump, e questo è più che giusto. Sarà quindi interessante vedere se questo legame lo penalizzerà in una corsa elettorale che, altrimenti, dovrebbe essere relativamente agevole per lui.
Senato degli Stati Uniti
L’ultima serie di interessanti elezioni di metà mandato riguarda il Senato degli Stati Uniti. Iniziamo dallo stato dell’Iowa, dove la repubblicana Ashley Hinson punta a mantenere il seggio per il Partito Repubblicano e, secondo Kalshi, ha attualmente il 55% di probabilità di battere il democratico Josh Turek, che ha il 45% di probabilità.
Il motivo per cui vale la pena seguire questa elezione è che il seggio al Senato è attualmente occupato dai Repubblicani. Inoltre, l’Iowa è importante per l’establishment conservatore ed è fondamentale per il Partito Repubblicano mantenere il controllo del Senato. Sono quindi curioso di vedere se i Democratici riusciranno a realizzare una vittoria a sorpresa.
La seconda corsa al Senato degli Stati Uniti di rilievo si svolge nello stato del Maine, dove la senatrice repubblicana uscente Susan Collins è in svantaggio, con solo il 43% di probabilità di vittoria, rispetto a Troy Jackson, che ha il 57% di possibilità. Questa competizione è alquanto insolita per diversi motivi. Inizialmente, l’establishment democratico aveva proposto la governatrice Janet Mills per il seggio, ma quest’ultima ha perso alle primarie contro Graham Platner, sostenuto da Bernie Sanders. Tuttavia, Platner è stato poi costretto a ritirarsi dalla corsa dopo che le accuse di molestie sessuali a suo carico (che lui nega) si sono rivelate un elemento di distrazione. Di conseguenza, a luglio è stata convocata una convention d’emergenza e l’ex presidente del Senato statale Troy Jackson è stato scelto per rappresentare i Democratici contro Collins. Nonostante il Maine sia uno degli stati più abbordabili per i Democratici per conquistare un seggio al Senato, le divisioni interne al partito rimangono forti e potrebbero costare loro la vittoria. In definitiva, Collins detiene questo seggio dal 1997 e si è sempre trovata in situazioni in cui era data per perdente, riuscendo però a prevalere. Sarà affascinante vedere come si evolverà la situazione, soprattutto alla luce di queste circostanze davvero uniche.
La terza corsa al Senato degli Stati Uniti che sto monitorando è in Michigan, dove il repubblicano Mike Rogers ha il 28% di possibilità di battere il democratico Abdul El-Sayed, che ha il 72% di possibilità. Anche questa è una situazione un po’ insolita, per ragioni in qualche modo simili a quelle del Maine.
Il contesto è il seguente: i Democratici stanno cercando di difendere il seggio del senatore Gary Peters, che si ritira. I membri dell’establishment del DNC, come Chuck Schumer e Gretchen Whitmer, avrebbero voluto che la deputata Haley Stevens occupasse il seggio, ma il democratico progressista Abdul El-Sayed, sostenuto da AOC e Sanders, ha sconfitto Stevens alle primarie nonostante avesse speso nove volte meno di lei.
El-Sayed rifiuta i grandi finanziatori e le posizioni tradizionali dei Democratici su Israele, posizioni che, secondo gli analisti, gli impedirebbero di vincere in uno stato chiave. Eppure, i sondaggi attuali suggeriscono il contrario.
Se Rogers alla fine vince, è un risultato di enorme importanza per il Partito Repubblicano. Se vince El-Sayed, rafforza l’ala progressista del Partito Democratico e dimostra che un candidato non moderato può vincere in uno stato chiave in bilico.
La prossima importante elezione per il Senato degli Stati Uniti è quella in Ohio, dove il senatore repubblicano uscente Jon Husted ha solo il 37% di possibilità di battere Sherrod Brown, a cui viene attribuito il 63%. Negli ultimi anni, l’Ohio è stato uno stato roccaforte repubblicana e difendere questo seggio è una priorità assoluta per il Partito Repubblicano. Se i Democratici riuscissero a conquistarlo, sarebbe un risultato significativo, poiché permetterebbe ai Repubblicani di ribaltare un seggio al Senato di fondamentale importanza, di cui hanno, francamente, un disperato bisogno.
Un altro seggio al Senato degli Stati Uniti che mi interessa è quello della Carolina del Sud, dove Darline Graham, sorella del defunto Lindsey Graham, ha l’87% di probabilità di battere Annie Andrews.
Il motivo per cui sono incuriosito da questa competizione elettorale è che Darline Graham non è esattamente una cima e non ha alcuna esperienza politica o di altro tipo da cui trarre ispirazione. In sostanza, le è stata offerta questa opportunità perché suo fratello ha ricoperto la carica fino alla sua morte.
Se Darline Graham dovesse vincere agevolmente, si solleverebbe la questione se chiunque possa candidarsi a una carica pubblica in Carolina del Sud con la sola sigla “R” davanti al proprio nome e vincere. Sono quindi curioso di vedere se gli elettori della Carolina del Sud siano davvero così distaccati dai singoli candidati e se si preoccupino più del partito che della persona.
L’ultima corsa al Senato, e l’ultima in assoluto che prenderemo in esame, è l’importantissima sfida per il Senato degli Stati Uniti in Texas, dove l’attuale procuratore generale del Texas, Ken Paxton, ha solo il 37% di possibilità di battere il democratico trentasettenne James Talarico.
Paxton, un fervente sostenitore di Trump, ha sfidato alle primarie il senatore repubblicano in carica John Cornyn, vincendo. Eppure, nonostante Trump abbia vinto in Texas con 14 punti di vantaggio e appoggi fortemente Paxton, Talarico si trova in testa nei sondaggi.
Se Talarico dovesse vincere, diventerebbe il primo senatore democratico del Texas dal 1988. Sarebbe anche un clamoroso fallimento politico per il Partito Repubblicano del Texas e una grave battuta d’arresto per le sue possibilità di mantenere il controllo del Senato.
Conclusione
Come accennato all’inizio di questo articolo, le elezioni di metà mandato statunitensi, pur essendo importanti, non cambieranno radicalmente gli Stati Uniti in modo significativo. Nonostante l’ondata di teatrini politici suggerisca il contrario, la dura realtà è che, a prescindere da chi vinca, il governo è controllato da un unico partito. Questo controllo è stato mantenuto a lungo e ci sono pochi motivi per credere che la situazione cambierà in futuro.
Detto questo, le 15 elezioni analizzate sopra, che si tratti di quelle per la Camera, il Senato o la carica di governatore, offrono una prospettiva pragmatica per osservare e valutare come il panorama politico interno del Paese si stia evolvendo o, al contrario, rimanga invariato.
In definitiva, i risultati finali delle elezioni di metà mandato contano meno se considerati unicamente in termini di quale partito manterrà il controllo. Se, tuttavia, si valutano le competizioni evidenziate in questo articolo attraverso i vari fattori che abbiamo discusso, i risultati possono fornire una visione molto più ampia della situazione politica americana rispetto al semplice sapere quale partito controlla la Camera o il Senato, o chi occupa la carica di governatore di un determinato Stato. Ed è per questo che queste 15 elezioni costituiscono la mia “Lista di osservazione ” .
Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.
Sinceramente,
Jon Kurpis
Informazioni su quote e spread di Kalshi
Le quote sopra riportate sono state rilevate da Kalshi il 6 ottobre 2026. È importante notare che su Kalshi e altri mercati di pronostici, le quote per determinate corse possono talvolta superare il 100%, a causa dello spread bid-ask. Bisogna ricordare che Kalshi visualizza i prezzi di mercato, non le probabilità normalizzate matematicamente, e di conseguenza possono verificarsi piccole incongruenze quando un mercato è poco liquido o i prezzi non sono calcolati in modo efficiente.
Detto questo, il vantaggio di confrontare le probabilità di Kalshi con i sondaggi tradizionali è evidente.
Kalshi misura quanto le persone sono disposte a rischiare i propri soldi, mentre i sondaggi tradizionali si basano su ciò che le persone dichiarano di voler fare. Poiché le persone prendono le decisioni che riguardano il proprio denaro molto più seriamente delle promesse fatte ai sondaggisti su chi sosterranno, i mercati di previsione offrono una forma di analisi diversa rispetto alla metodologia tradizionale dei sondaggi, i cui risultati si sono rivelati altamente inaccurati in numerose occasioni nell’ultimo decennio.
DISCLAIMER:
Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette unicamente le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata.
Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette unicamente le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata. Inoltre, le prospettive espresse non riflettono necessariamente le opinioni o le posizioni di The Duran.
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Lorenzo Castellani, Riserva di carica, Liberilibri, 2026, pp. 246, € 18,00.
Dato che la Storia s’incaponisce a non finire, l’ordine post-Yalta e post-1989 a organizzare il pianeta, i quattro Cavalieri dell’Apocalisse a ritirarsi in pensione, tornano all’attenzione anche gli strumenti con i quali il potere politico aveva governato e assicurato l’esistenza delle comunità umane: per prima la ragion di Stato. Lorenzo Castellani che ha già pubblicato dal 2020 saggi originali sulle istituzioni e sul potere contemporaneo, in questo continua nell’analisi. Affermando che l’ordine post-comunista rivela ormai la propria fragilità. Non solo perché crisi e guerre sono sotto gli occhi di tutti: ma ancor prima a livello culturale. E ne ha fatto le spese la ragion di Stato, che è poi la risorsa in mano al potere per superare le emergenze, quella che (almeno) – nelle categorie su cui si è sviluppato il pensiero politico e giuridico, da Machiavelli in poi, è la risorsa decisiva.
Castellani sostiene che in ogni ordinamento politico c’è una “riserva di carica” ovvero una forza che ha la stessa funzione che hanno le riserve nella strategia: entrano in campo quindi la prima linea non riesce a fronteggiare la situazione creatasi. Se M. Hauriou paragonava l’istituzione statale a un esercito in marcia (agmen), la ragion di Stato ha la stessa funzione di superare le situazioni di crisi. La sua necessità per un ordinamento è già sostenuta da Machiavelli nei Discorsi (riguardo la dittatura romana); ma se si immagina, invece, che le crisi non si possono verificare, la ragion di Stato è altrettanto inutile degli eserciti (e non solo).
Dato che crisi, conflitti, inimicizie non mancano, a dispetto di chi crede (o fa credere) che esiste la formula magica in possesso dei Dulcamara buonisti per eliminarli. Il pensiero sulla ragion di Stato è coevo alla nascita dello Stato moderno . Scrive Castellani «la grammatica profonda con cui gli Stati reagiscono non è poi così lontana da quella che animava i dibattiti sulla ragion di Stato tra Cinquecento e Seicento. Cambiano gli attori, mutano le ideologie, si trasforma il lessico, evolve il contesto tecnologico; ma resta inscalfibile la struttura del problema: quando l’ordine politico appare minacciato, chi decide cosa è necessario?» e prosegue «La vecchia tensione tra forza e diritto non scompare; viene riscritta come tensione tra società e comunità, tra esigenze di libertà e pretese di protezione, tra regole condivise e decisioni imperative, tra ricerca di ordine razionale e volontà di potenza” per cui “ricostruire lo sviluppo della ragione di Stato significa comprendere come, fin dall’inizio, la politica moderna si sia pensata come attività distinta dal diritto e dalla morale, rivendicando per sé una razionalità specifica». Che è poi essenzialmente connotata dall’essere razionale rispetto allo scopo e d’essere un’etica delle responsabilità.
Nel XX secolo è avvenuta una trasformazione «con il consolidarsi dello Stato costituzionale. E’ in questa fase che la vecchia dottrina, concepita come riserva extra-giuridica del potere, viene dapprima contestata, poi reinterpretata, infine riassorbita in una dimensione nuova: quella che possiamo chiamare “ragion di Stato costituzionale”» e «Quando i diritti diventano parametro giurisdizionale e le corti costituzionali assumono un ruolo centrale, la questione non è più se il potere politico possa violare la legge in nome della sopravvivenza dello Stato, ma se e come possa piegare, sospendere, reinterpretare la legge attraverso la legge».
Ma sostiene Castellani «L’operazione che queste pagine tentano è diversa: seguire passo passo la trasformazione di una dottrina dell’eccezione in una ragione strutturale dello Stato costituzionale, mostrando come la funzione originaria della ragion di Stato… sia stata progressivamente incorporata nelle procedure, nei testi e nelle prassi di governi che si definiscono, e spesso sono, democratici». Per cui la “riserva di potere” esiste sempre. Scrive Castellani «Il percorso seguito ha mostrato come tale riserva di carica attraversi l’intera modernità: dalla prima dottrina della ragion di Stato del XVI secolo allo Stato costituzionale contemporaneo. Non è la storia di un superamento, ma di una metamorfosi. Ciò che nasce come arte della sopravvivenza del sovrano diventa principio di elasticità dell’ordine, tecnica di continuità sotto la superficie delle norme». Essa s’inserisce nel “diritto politico”, cioè «l’insieme dei principi e delle leggi fondamentali che danno forma e legittimità al dominio politico, esprimendo il nesso strutturale tra giuridico e politico». Con buona pace dei costruttori d’illusioni.
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Il genere umano possiede una peculiare capacità di trasformare i propri ideali più elevati in qualcosa di molto simile ai loro opposti. Le varie tradizioni religiose del mondo hanno trasformato le loro credenze tipicamente messianiche e universalistiche in ambizioni particolaristiche e grandiosi, in contrapposizione al messaggio di amore universale che quelle religioni originariamente professavano e poi cercavano di diffondere. Il cristianesimo si è fuso con l’imperialismo, l’espansionismo e il colonialismo romani, e così il Vaticano ha sviluppato un vero e proprio apparato statale, una politica estera e obiettivi espansionistici. L’imperialismo islamico ha imitato la missione globale del cristianesimo e i suoi metodi militarizzati. La Chiesa cattolica ha perseguito crociate revansciste non solo per recuperare le terre cristiane dai musulmani, ma anche per espandere il cattolicesimo contro la Chiesa orientale separatista e i suoi successori ortodossi nell’Europa orientale, in particolare la Chiesa ortodossa russa. Questo perché i principi ammirevoli di queste fedi, nelle mani imperfette dell’umanità, si sono evoluti nel tempo in idee assolutistiche che non ammettevano alternative, le quali venivano considerate come il male supremo che doveva essere eliminato dall’esistenza umana affinché la promessa della religione X potesse essere mantenuta, come sosteneva il suo dio. L’assolutismo divenne il segno distintivo della fede stessa, non ammettendo alcuna variazione, deviazione o pluralità al suo interno. Inoltre, le variazioni, le deviazioni e la pluralità al di fuori della religione X vennero considerate una minaccia alla stessa e dovevano essere eliminate per salvare il piano, il messaggio e il compimento di Dio sulla Terra. La presenza dell’assolutismo doveva essere assoluta, onnipresente.
Questa degenerazione del pensiero virtuoso in un’assolutistica presunzione e in un antagonismo verso opinioni alternative è purtroppo fin troppo umana ed è il risultato del potere della tentazione assolutistica nell’arroganza e nella presunzione dell’umanità. Molti grandi pensatori hanno messo in guardia dai pericoli dell’assolutismo, dell’ideologia, del fanatismo ideologico e simili. Isaiah Berlin ha avvertito: “Trovare un modello unitario in cui l’intera esperienza, passata, presente e futura, reale, possibile e non realizzata, sia ordinata simmetricamente”, secondo Berlin, “è uno dei desideri più profondi dell’uomo”. [Isaiah Berlin, “Historical Inevitability”, in Isaiah Berlin, The Proper Study of Mankind: An Anthology of Essays (Londra: Vintage Books, 2013), p. 180]. Questa passione per le spiegazioni monistiche, un “tutto trascendente”, è in parte guidata dal desiderio di liberarsi dal peso della responsabilità individuale in un mondo incomprensibile e caotico (Berlin, “Historical Inevitability”, p. 154). Questa fuga dalla responsabilità, anzi dalla libertà, si realizza, secondo Berlin, affidandola a un “vasto insieme amorale, impersonale, monolitico – la natura, o la storia, o la classe, o la razza, o le ‘dure realtà del nostro tempo’, o l’irresistibile evoluzione della struttura sociale – che ci assorbe e ci integra nella sua illimitata, indifferente, neutrale, che è insensato valutare o criticare, e contro cui lottiamo verso il nostro destino certo» (Berlin, «Historical Inevitability», p. 189, vedi anche pp. 152-4). Berlin elencava occasionalmente i tipi di cause supreme attorno alle quali erano stati costruiti vari miti monisti e che, secondo lui, dovevano essere evitati. Tipico è il seguente elenco di “concetti” che avevano “svolto il loro ruolo nei sistemi teleologico-storici come protagonisti sul palcoscenico della storia”: “Razza, colore, Chiesa, nazione, classe, clima; irrigazione, tecnologia, situazione geopolitica; civiltà, struttura sociale, lo Spirito Umano, l’Inconscio Collettivo” (Berlin, “Historical Inevitability”, p. 139). Stranamente, il sistema politico, il tipo di regime, la democrazia, il repubblicanesimo e simili sono costantemente assenti dagli elenchi di Berlin delle malattie assolutistiche (Berlin, “Historical Inevitability”, pp. 139 e 151-2).
Nella sua raffinata e stimolante recensione del libro di Gary Saul Morson Wonder Confronts Certainty: Russian Writers on the Timeless Questions and Why Their Answers Matter, Vladimir Goldstein scrive: «La certezza assume tuttavia forme diverse. Morson fornisce un esempio eloquente tratto da Anton Čechov, il cui racconto breve “Gooseberries” ha per protagonisti due fratelli. Uno di loro, Nikolai, trova la felicità nell’uva spina che coltiva nel proprio appezzamento di terra. L’altro fratello, Ivan, è disgustato dal felice Nikolai che mangia l’uva spina. Ivan inveisce contro le persone “felici”, egoiste nella loro gioia, che non mostrano alcuna empatia per il resto dell’umanità. Ma questa rabbiosa presunzione diventa a sua volta intollerabile. Morson scrive: “Ivan… è diventato ossessionato e ristretto quanto Nikolai, anche se in direzione opposta”. Un attacco frontale alla posizione di un’altra persona apre le porte a una visione del mondo monologica, piuttosto che dialogica. Il senso di meraviglia viene sostituito dalla certezza”. “Anche gli sforzi per smascherare bugie, esagerazioni o ipocrisia possono cadere vittime degli stessi difetti”. (https://claremontreviewofbooks.com/a-happy-guest-in-russias-pages/?fbclid=IwAR2pAeffiYWjtbMAa3z0OD9JpdbHReEoHQv8-JVgYkpuIRN2nkBxy5KShTU).
La tendenza all’assolutismo sulle ali della certezza è una seduzione alla quale spesso cedono Stati, nazioni, popoli, culture e individui. Questo tipo di cedimento è oggi dilagante, dalla politica interna americana agli affari internazionali. Nel nostro XXI secolo si registra un modello inquietante in cui vari attori chiave, soprattutto in politica, sono “ossessionati e ristretti” nella direzione opposta a quella in cui avevano inizialmente iniziato a immaginare e realizzare se stessi e ad agire. Di conseguenza, stanno replicando proprio quel male che un tempo si erano impegnati a combattere e, in alcuni casi, attraverso e contro il quale erano nati. Tornando a Berlino, egli osservò: “Nessun ambiente, gruppo o stile di vita è necessariamente superiore a un altro; ma è quello che è, e l’assimilazione a un unico modello universale, di leggi, lingua o struttura sociale, come sostenuto dai lumie`res francesi, distruggerebbe ciò che è più vivo e prezioso nella vita e nell’arte. … Ogni gruppo ha il diritto di essere felice a modo suo. È terribile arroganza affermare che, per essere felici, tutti dovrebbero diventare europei» (Isaiah Berlin, «Herder and the Enlightenment», in Berlin, The Proper Study of Mankind: An Anthology of Essays, pp. 359-435, a p. 415). Da arroganza ad assolutismo il passo è breve. L’arroganza è un precursore o un sintomo della convinzione della propria superiorità, un breve percorso che porta alla convinzione che l’umanità debba adottare le proprie opinioni per il proprio bene e che noi, i superiori, mostreremo, guideremo e alla fine costringeremo gli altri, inferiori, a seguire la retta via.
La caduta della repubblica americana nell’egemonia globale e nell’autoritarismo soft è piena di ironia, di ipocrisia e di un senso di eccezionalità che porta al degrado dell’identità americana e dei valori pluralistici che hanno definito l’idea americana, nonché a una forma meschina di autoritarismo soft, il tutto radicato nell’idea assolutista della superiorità democratica dell’America. Dopo aver sconfitto il totalitarismo fallimentare dell’Unione Sovietica e aver continuato a posizionarsi come la “nazione indispensabile” della democrazia, anzi del mondo, in una ricerca eterna per costruire un ordine democratico mondiale, l’America è arrivata a considerarsi in una nuova lotta crepuscolare contro l’autoritarismo della Cina e della Russia. In realtà, è impantanata in conflitti evitabili di sua creazione e sta scivolando verso l’autoritarismo. L’America, “la terra dei liberi e la patria dei coraggiosi”, è stata concepita in opposizione al colonialismo britannico. Gli americani hanno combattuto una guerra rivoluzionaria per liberarsi dal dominio autoritario britannico proveniente dall’altra parte dell’oceano. In seguito, l’America ha persino sostenuto occasionalmente le aspirazioni di indipendenza dei possedimenti coloniali europei. Tuttavia, la visione messianica dell’America della propria rivoluzione repubblicana ha generato un rivoluzionarismo americano messianico con pretese globali. La trappola dell’imperialismo e dell’assolutismo era pronta. La trappola si chiuse dopo la seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti furono coinvolti profondamente nei giochi geopolitici europei e in una contesa globale per l’egemonia tra il proprio modello capitalista e il modello socialista della nuova potenza sulla scena mondiale: l’Unione Sovietica, fortemente internazionalista. Le ambizioni dell’URSS di una rivoluzione comunista globale richiedevano una risposta capitalista globale, e quando l’URSS rivolse il suo sguardo rivoluzionario al Terzo Mondo, l’America fu coinvolta in una competizione globale per l’egemonia. Con il crollo del comunismo e dell’Unione Sovietica, l’America trasformò la sua difesa globale contro l’espansionismo comunista in un’offensiva repubblicana globale per massimizzare il potere degli Stati Uniti su amici, nemici e tutti gli altri. La sua visione di una politica e di un’economia corrette, per quanto contestata e transitoria fosse in patria, doveva essere estesa a livello internazionale per stabilire la “pace democratica”. Ciò aveva inquietanti echi dell’ideologia comunista dei sovietici, secondo la quale la guerra, come ogni male umano, era un prodotto del capitalismo. La vittoria della rivoluzione socialista mondiale avrebbe portato a un’utopia sociale e internazionale: la pace proletaria.
In modo simile a quanto accaduto in Unione Sovietica, la ricerca dell’egemonia repubblicana da parte degli Stati Uniti ha portato alla guerra, alla creazione di una macchina bellica militare-industriale-congressuale e a un autoritarismo strisciante nel sistema politico statunitense. L’America aveva chiuso il cerchio, replicando sotto nuove vesti il colonialismo, l’imperialismo e l’assolutismo contro cui era stata fondata. La ciliegina sulla torta marcia è che gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali, dopo aver sconfitto il totalitarismo sotto forma di fascismo tedesco nella seconda guerra mondiale e comunismo sovietico nella guerra fredda, stanno ora abbracciando un regime Maidan a Kiev che onora gli alleati fascisti ucraini dei nazisti tedeschi e talvolta lo stesso fascismo tedesco.
La trasformazione degli Stati Uniti riprende in qualche modo quella simile che il suo avversario comunista ha subito nel corso della sua storia, partendo da un movimento “democratico” e antimperialista. Molti dimenticano che, nonostante il suo assolutismo utopistico, il comunismo russo era concepito dai suoi adepti come un esercizio democratico dedicato alla distruzione dell’oppressione capitalista e delle quasi-repubbliche e autocrazie che si nascondevano dietro di essa. Le gerarchie dovevano essere distrutte a favore di un’uguaglianza universale (anzi uniforme), in cui i proletari avrebbero condiviso il potere e tutto il mondo sarebbe stato proletariato. La necessità di eliminare le classi, le nazioni e le loro culture per costruire questo “nuovo uomo sovietico” sulla via del raggiungimento di questo obiettivo in una nazione ha vanificato l’elemento democratico di questa idea mal concepita. Allo stesso tempo, l’elemento messianico di una “rivoluzione mondiale” da parte del “proletariato internazionale” conteneva il seme dell’imperialismo, proprio come i sogni di un mondo repubblicano e di una pace democratica contenevano il seme del messianismo americano, dell’universalismo e, in ultima analisi, dell’egemonia. Come tutte le iniziative messianiche egemoniche di questo tipo, sia la variante sovietica che quella americana hanno fallito.
La conseguenza interna di questa svolta verso l’imperialismo è una svolta verso l’autoritarismo politico e l’assolutismo ideologico. L’autoritario Patriot Act ha accelerato un modello di espansione della centralizzazione e di sviluppo in stile stato di polizia dopo la seconda guerra mondiale. L’amministrazione Obama ha raddoppiato la sorveglianza del pubblico, ha assassinato cittadini americani all’estero senza un processo e ha fatto affidamento su ordini esecutivi per aggirare il Congresso. Ha spiato la giornalista Sharyl Atkisson, intercettando i suoi dispositivi, hackerando i suoi computer e ricattandola mentre cercava di riottenere i suoi file. I giornalisti dell’AP sono stati citati in giudizio e il giornalista Barry Rosen è stato arrestato con accuse inventate. Trump ha fatto ben poco per impedire alla burocrazia professionale dominata dal Partito Democratico e ai governi locali di reprimere i cittadini statunitensi durante il COVID. Sotto l’amministrazione corrotta e cinica di Biden, il partito democratico ha intensificato massicciamente l’uso delle forze dell’ordine e dei servizi segreti come arma da parte di Obama, con la bufala dell’hacking russo alle elezioni e il complotto sotto falsa bandiera del 6 gennaio attribuito a Trump, ai repubblicani e in effetti a tutti i conservatori. Douglass Mackey è stato mandato in una prigione federale per aver pubblicato un meme anti-Hillary. I manifestanti del 6 gennaio sono stati demonizzati come terroristi interni e, per infrazioni minori, molti sono diventati prigionieri politici. Più recentemente, una nonna di settantadue anni, Rebecca Lavrenz, è stata condannata a un anno di prigione e a una multa di circa 250.000 dollari per essersi introdotta nel Campidoglio e aver parlato cordialmente con un agente di polizia per dieci minuti prima di andarsene. Ora il partito-Stato democratico ha architettato accuse falsificate contro il presidente Trump per impedirgli di candidarsi o almeno di vincere le elezioni presidenziali del 2024. Tutto questo non è che la punta dell’iceberg in termini di repressione delle libertà costituzionalmente garantite agli americani nel nuovo ordine “non repubblicano” degli Stati Uniti, un ordine che rischia di diventare uno Stato dominato da un unico partito, un regime non repubblicano e autoritario, se il Partito Democratico riuscirà a ottenere ciò che vuole.
Anche gli alleati degli Stati Uniti sono fortemente affascinati dalle idee assolutistiche, sebbene, come nel caso degli Stati Uniti, talvolta dietro l’adesione zelante a tali idee si nasconda un motivo strumentale. Gli alleati occidentali dell’America, in particolare, sono eccessivamente legati alla nuova dottrina neoliberista che impone particolari punti di vista e politiche sia sulle questioni interne che internazionali. La nuova religione laica impone ai popoli degli Stati occidentali punti di vista corretti su questioni che vanno dalla sessualità alla religione, dalla medicina alla politica e all’economia. Forse è nei suoi coinvolgimenti esteri che possiamo vedere meglio la strumentalizzazione dell’assolutismo americano.
L’Ucraina è uno strano mix di professioni strumentalizzate di “democrazia” e contro-assolutismo nazionalista sotto forma di ultranazionalismo e neofascismo. L’Ucraina, dopo aver apparentemente rifiutato il comunismo sovietico e l’autoritarismo russo, è caduta nelle grinfie del nazionalismo assolutista, dell’ultranazionalismo e del neofascismo, abbracciando l’autoritarismo e il neoimperialismo occidentale. Ciò è stato fatto per salvarsi dalla Russia, ritenuta molto più autoritaria, con la quale l’Occidente ha spinto Kiev alla guerra per continuare l’espansione della NATO e dell’UE in tutta l’Eurasia. Non è una coincidenza che, con il declino del repubblicanesimo statunitense, il neoimperialismo occidentale abbia alimentato l’ultranazionalismo e l’autoritarismo ucraini in nome della “democrazia”. La guerra tra la NATO e la Russia in Ucraina sta rafforzando ulteriormente l’ultranazionalismo e l’autoritarismo ucraini. È risaputo, anche se oggi se ne parla meno, che il regime di Maidan è infestato da ultranazionalisti e neofascisti provenienti dall’esercito, dalla sicurezza dello Stato, dai servizi segreti e dalla polizia (https://gordonhahn.com/2016/03/09/ the-real-snipers-massacre-ukraine-february-2014-updatedrevised-working-paper/; https://gordonhahn.com/2022/05/18/the-influence-of-neofascist-and-other-nationalist-groups-in-maidan-ukraine/; https://gordonhahn.com/2020/04/07/report-the-new-terrorist-threat-ukrainian-ultra-nationalist-and-neo-fascist-terrorism-at-home-and-abroad/; e https://gordonhahn.com/2015/07/13/saving-maidan-ukraine-from-itself-mukachevos-implications/). Non sono solo i russi etnici, i russofoni e gli ebrei a subire discriminazioni e violenze impunite sotto il regime di Maidan. Gli ungheresi e i rumeni sono repressi nelle loro lingue e culture, nonostante le proteste delle democrazie occidentali, dell’Ungheria e della Romania. (Nel frattempo, la prima chiede la pace con la Russia, la seconda sostiene gli sforzi bellici della NATO in Ucraina). Il nazionalismo ucraino sta addirittura prendendo spunto dal suo nemico comunista, attaccando la religione – o almeno una particolare organizzazione religiosa, la Chiesa ortodossa ucraina affiliata al Patriarcato di Mosca – e sottoponendo i suoi adepti a torture e prigionia. La repressione include: la confisca dei beni della Chiesa e l’arresto e il pestaggio del clero. Tra questi ultimi vi è il pestaggio del metropolita Longin del monastero della Santa Ascensione di Banchensky, nell’Ucraina occidentale
Il modello di repressione degli ultranazionalisti e dei neofascisti interni si è trasformato dall’inizio della guerra civile nel Donbass, iniziata nell’aprile 2014, in terrorismo internazionale, sostenuto dalla “comunità delle democrazie” attraverso i suoi servizi di intelligence e la sua ala militare: NATO (https://gordonhahn.com/2024/03/10/update-to-did-the-west-intentionally-incite-putin-to-war/). Così, come l’America, nata dalla culla del crollo del totalitarismo sovietico e dall’avvento del repubblicanesimo di mercato nell’ex Unione Sovietica, l’Ucraina è precipitata in qualcosa di più simile agli opposti del repubblicanesimo: autoritarismo, neofascismo crescente, guerra e terrore. L’Occidente e i suoi alleati ucraini e altri combattono un terrorismo russo piuttosto contenuto, che essi stessi hanno provocato, con un terrorismo non proprio repubblicano ma molto imperialista, il tutto in nome della “democrazia” e dei diritti umani. A differenza del caso dell’Ucraina, la religione non è sempre la vittima; a volte è la responsabile dell’autoritarismo, della violenza e del terrore.
Oggi assistiamo a una rinascita del colonialismo religioso, nazionalista, se non ultranazionalista, in Israele. Ciò ha portato all’uso di metodologie neofasciste di guerra e terrorismo di Stato, culminate finora in un genocidio razzista di stampo fascista in un Paese creato in risposta a tale anomalia. Nato nella violenza e nel brutale massacro e allontanamento dei palestinesi dalla terra in cui risiedevano, lo Stato di Israele era stato presto seminato con i semi per replicare qualcosa dell’orrore che gli ebrei europei erano riusciti a malapena a sopravvivere nell’Olocausto nazista; tutto generato da una passione per l’autodifesa riflessa nell’impegno: “Mai più”. Decenni di invasioni arabe, la crescente minaccia dell’assolutismo islamista e il terrorismo jihadista si sono combinati con il repubblicanesimo interno con effetti negativi: un indurimento del cuore israeliano nella ricerca della massima sicurezza. Ora, nel giro di pochi mesi, l’IDF ha massacrato più di 40.000 civili e ferito molti altri in un’azione di autodifesa autoproclamata. Sono stati documentati decine, se non centinaia, di crimini di guerra commessi dall’IDF. Ciò è stato fatto in risposta a un attacco orribile, anche se perpetrato da Hamas, che ha causato poco più di mille vittime, ma che Gerusalemme ha alimentato con le sue crudeli politiche coloniali nella Striscia di Gaza.
Anziché cercare di promuovere lo sviluppo di una società civile tra i palestinesi, gli israeliani hanno rafforzato i confini etnici e religiosi tra israeliani e palestinesi attraverso un sistema simile all’apartheid. Allo stesso tempo, lo Stato israeliano è stato sempre più infiltrato dall’ideologia sionista radicale, che ha diffuso l’idea di una Grande Israele voluta da Dio e atteggiamenti razzisti nei confronti dei palestinesi come nuovi untermenschen che, secondo alcuni leader israeliani, devono essere eliminati dall’organismo israeliano con quasi tutti i mezzi necessari. Questo orientamento ideologico è ora probabilmente quello dominante in Israele. Quando è stato messo in pratica a partire da ottobre, sembrava stranamente simile alla violenza nazista che attuava l’idea della Germania come razza superiore, il cui sangue doveva essere protetto e purificato da corpi stranieri contaminanti con ogni mezzo. Tutto questo è cementato da un’escatologia apocalittica che designa il popolo ebraico e lo Stato israeliano come strumenti messianici prescelti. Questi elementi israeliani assomigliano al fanatismo religioso che si può trovare tra i nemici di Israele – Hamas, per non parlare di Hezbollah, vari gruppi jihadisti sunniti, gli sciiti duodecimani iraniani e altre correnti sciite dell’islamismo radicale – contro cui lo Stato ebraico si oppone in un’altra lotta crepuscolare. Il crescente radicalismo israeliano è evidenziato dalla richiesta di alti funzionari di eliminare il popolo palestinese e dalla politica, strategia e tattica militare di Israele nella guerra di Gaza, che sembrano progettate per ottenere il genocidio e la nascita della Grande Israele. Gli ebrei israeliani, molti dei quali sono sconvolti da questa svolta estremista, sono fuggiti dall’Europa verso la loro patria ancestrale per sfuggire alla minaccia nazista, solo per scoprire che la loro terra promessa abbraccia una forma diluita e religiosa di neonazismo. Come in Ucraina, è improbabile che la guerra in Israele generi moderazione, ma piuttosto un ulteriore radicalismo dell’assolutismo sionista.
Tornando agli Stati Uniti, quando il primo presidente americano George Washington mise in guardia dai “coinvolgimenti stranieri” e il presidente Dwight Eisenhower mise in guardia dal complesso militare-industriale-congressuale, non avrebbero mai potuto immaginare che i leader della loro patria avrebbero salutato l’uccisione dei russi, per di più “a basso costo”, presumibilmente sacrificando vite umane “fino all’ultimo ucraino” per raggiungere questo obiettivo e citando i benefici dei profitti e la creazione di “buoni posti di lavoro” per gli americani. Né avrebbero potuto immaginare che la loro nazione avrebbe fornito armi per un quasi genocidio, mentre i suoi leader vantavano i loro sforzi per fornire assistenza medica alle decine di migliaia di vittime sopravvissute. Insieme avrebbero ragionato che i temuti “coinvolgimenti stranieri” del primo avevano portato direttamente al complesso militare-industriale-congressuale del secondo. Questi, avrebbero detto, non possono essere i frutti del vero repubblicanesimo.
Il degrado che porta ad agire come il proprio nemico non può essere compreso meglio che osservando i metodi terroristici utilizzati dai servizi segreti delle potenze occidentali in Medio Oriente e in Ucraina. Ad esempio, le armi, l’addestramento e l’intelligence della NATO sostengono i bombardamenti ucraini che prendono regolarmente di mira i civili, nonché gli omicidi nel Donbas (dal 2014) e nella Russia propriamente detta. Un po’ meno maligno è l’attacco frontale alla libertà di parola e di stampa condotto congiuntamente da occidentali e ucraini nell’Occidente stesso. Così, il sito web britannico MI-6 e quello ucraino SBU-affiliato “Molfar” cooperano per mettere a rischio di assassinio o altri crimini vari giornalisti e personaggi pubblici occidentali anti-NATO, tra cui l’ex giornalista della FOX Tucker Carlson, Simon Shuster della rivista Time, il professore della Columbia University Jeffrey Sacks, il membro del Congresso Thomas Massie, il presidente ungherese Victor Orban, il parlamentare britannico George Galloway ed Elon Musk (https://www.theinteldrop.org/2024/01/28/ license-to-kill-britains-mi-6-and-ukrainian-website-molfar-join-to-liquidate-critical-western-journalists-politicos-celebs/ e https://molfar.com/en/foreign-propagandists). Un altro esempio è la tendenza in paesi come Polonia, Ungheria e Romania a ripetere il presunto irredentismo del loro nemico russo. Pertanto, i partiti di destra di questi paesi chiedono la restituzione dei territori persi a favore dell’Ucraina sovietica alla fine della seconda guerra mondiale (vedi, ad esempio, https://t.me/stranaua/141492). In questi e altri modi, la guerra in Ucraina che ha fatto seguito allo scandalo COVID e l’ascesa delle tendenze autoritarie globaliste in tutto l’Occidente hanno gettato i semi per una possibile svolta verso proprio quel fascismo e quell’autoritarismo che affermiamo di combattere nella nostra civiltà.
Gli Stati, i popoli e le culture non occidentali non sono meno vulnerabili a questa svolta verso i metodi e i valori dei loro antipodi e nemici. La Russia deve essere particolarmente vigile per non cadere nella stessa trappola. È improbabile che la Russia adotti presto il repubblicanesimo del suo storico Altro, ma sembra vulnerabile all’adozione del suo antipodo dell’era comunista. La dinamica inversa di diventare la negazione di sé stessi descritta sopra suggerisce che la Russia post-comunista sarà essa stessa tentata dal peccato dell’assolutismo ultranazionalista e/o di derivazione religiosa. L’internazionalismo comunista rifiutava gli Stati, le nazioni, le culture nazionali e la religione come epifenomeni negativi ma temporanei della fase capitalista dello sviluppo umano. Con l’avvento del comunismo, tutti questi elementi sarebbero scomparsi. Nell’era post-sovietica, la Russia ha riabbracciato lo Stato, la nazione, la sua cultura e la religione. La guerra, sia nell’atto che nella reazione alle sue conseguenze (ad esempio, la Germania di Weimar), può essere un potente incubatore di militarismo, nazionalismo, revanscismo e assolutismo. Le continue guerre dell’America durante la Guerra Fredda e le sue conseguenze hanno dato vita a un nazionalismo americano, in particolare tra le sue élite. Nel denunciare l’ipocrisia dell’Occidente odierno, la sua ideologia e la sua cultura in decadenza, la Russia potrebbe coltivare al suo interno una pericolosa presunzione, rendendosi così suscettibile a un nuovo assolutismo.
Il sistema politico dello Stato russo, già autoritario seppur moderato, potrebbe diventare più severo, orientandosi verso un’ideologia di Stato e rafforzando la propensione verso un nuovo messianismo politico russo che sostituisca il ruolo messianico del proletariato internazionale svolto dal suo predecessore sovietico. Il modello di universalismo nella cultura, nel pensiero e nella storia politica russa porta con sé il seme dell’imperialismo, di cui la Russia è spesso accusata, ma che è riuscita a contenere dalla fine della Guerra Fredda, nonostante tutte le provocazioni occidentali dalla Serbia alla Georgia all’Ucraina.
Per ora il presidente russo Vladimir Putin ha avuto cura di separare nazionalismo ed etnicità. Il nazionalismo russo odierno è un nazionalismo statale che teoricamente abbraccia tutte le nazionalità del Paese. Il presidente russo è stato estremamente scrupoloso nel sottolineare il carattere multinazionale e multiculturale della Russia come microcosmo della più ampia idea di civiltà russa/eurasiatica, oggi popolare nella cultura politica e strategica russa. Tuttavia, sotto la pressione della guerra, degli sforzi occidentali per “decolonizzare la Russia” incoraggiando il separatismo e della rinascita religiosa ortodossa, potrebbe emergere una strisciante etnicizzazione del nazionalismo statale russo.
Inoltre, in risposta al materialismo, al secolarismo, al transgenderismo e ad altri fenomeni sempre più antagonistici dell’Occidente, si assiste a una rischiosa politicizzazione dell’ortodossia russa, che comprende una commistione tra sentimenti militari-patriottici e ortodossia. I simboli militari e quelli religiosi vengono mescolati. La nuova Cattedrale principale delle Forze Armate russe ne è l’esempio più lampante. Essa comprende icone raffiguranti personaggi religiosi, militari e politici della storia russa e sovietica. Le unità militari russe in Ucraina spesso presentano simboli ortodossi. La guerra di Kiev contro il ramo ucraino della Chiesa ortodossa russa può intensificare la commistione tra nazionalismo, ortodossia e patriottismo militare nella cultura politica e strategica russa. Questa commistione potrebbe produrre un nuovo assolutismo basato sulla religione, nato dalle ceneri del totalitarismo comunista. Il senso di “ferita” tra i russi derivante dal XX secolo ricorda quello degli ebrei e di Israele e non è ancora stato pienamente compreso. Un altro parallelismo tra russi ed ebrei è l’esperienza delle loro antiche storie e culture con le credenze messianiche. Queste ultime guidano già gran parte della politica israeliana e potrebbero arrivare a farlo anche in Russia.
Un giovane aspirante presidente ucraino, Volodomyr Zelensky, una volta disse: «Vorrei davvero rivolgermi al signor Putin. Vladimir Vladimirovich (Putin), se vuole… Personalmente, le dirò onestamente: sono pronto, non so… se necessario, posso implorarla in ginocchio. Perché la Russia e l’Ucraina sono popoli veramente fratelli. Conosco milioni… Conosco migliaia di persone che vivono in Russia. Persone meravigliose. Abbiamo lo stesso colore della pelle. Abbiamo lo stesso sangue. Ci capiamo tutti, indipendentemente dalla lingua. Siamo un grande popolo. Voi siete un grande popolo. Siamo un unico Paese, assolutamente. Ci amiamo tutti follemente”
(Ora è a capo di un regime ultranazionalista infestato da neofascisti. Il suo esercito ha preso di mira i civili russi (e ucraini) nel Donbas prima della guerra e nella Russia propriamente detta dopo il febbraio 2022. Rifiuta con veemenza i colloqui di pace con la Russia.
Se gli individui possono cambiare radicalmente la loro visione del mondo, lo stesso vale per gli Stati, le nazioni e le culture. Stranamente, i “nemici” degli Stati Uniti di oggi, la Cina e la Russia insieme ai loro alleati all’estero, un tempo completamente affascinati dalle idee e dalle ideologie assolutistiche, oggi le rifiutano con forza. Certamente, l’aspirazione della cultura russa alla tselostnost’ o “totalità” — comunitaria, sociale, globale e cosmologica — la inclina verso l’assolutismo (vedi Gordon M. Hahn, Russian Tselostnost’: Wholeness in Russian Culture, Thought, History, and Politics (Londra: Europe Books, 2021)]. Tuttavia, questa aspirazione al comunitarismo, al solidarismo, all’universalismo e al monismo religioso raramente è diventata realtà nel corso della storia russa. Solo i sovietici russi hanno avuto successo nel comunitarismo e nel solidarismo e hanno ottenuto alcuni risultati per l’internazionalismo comunista. Per quanto riguarda la Cina, è evidente una tendenza simile all’unità, che si presta all’adozione di forme di assolutismo. Per ora, tuttavia, sono gli Stati Uniti e i loro alleati ad agire in modo sempre più assolutistico sulla base di formule ideologiche. La ricerca sfrenata della “pace democratica” ha prodotto rivoluzioni e guerre all’estero e sempre più divisioni e caos all’interno. La comunità delle democrazie sta diventando sempre più autoritaria, pur professando di promuovere la “democrazia” all’estero. In questo modo, l’Occidente, in particolare l’America, sta diventando proprio il nemico che sostiene di essere destinato a sradicare. Forse ci riuscirà distruggendo se stesso?
Vale la pena notare che in ciascun caso, le parti sopra citate hanno adottato l’assolutismo ideologico dei loro nemici ideologici e assolutisti. Il pensiero assolutista genera pensiero assolutista in forma opposta. L’assolutismo ostacola in modo eminente la nascita del pluralismo, dei mercati liberi e del repubblicanesimo. Il XXI secolo lo sta dimostrando.