Italia e il mondo

Il volto tragico dell’Europa: Mille anni di guerre europee, di André Larané

Il volto tragico dell’Europa

Mille anni di guerre europee

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La storia dell’Europa è costellata di guerre: nel corso del millennio scorso, non è trascorso alcun decennio senza che gli eserciti si scontrassero qua e là. Il Vecchio Continente non rappresenta tuttavia un’eccezione nel mondo. È semplicemente che queste guerre sono meglio documentate che in qualsiasi altro luogo perché furono condotte da Stati dotati di solide amministrazioni.

Facciamo attenzione anche a non cadere in un errore di prospettiva. Le guerre che in Europa opposero i sovrani e gli Stati-nazione furono, da un punto di vista strettamente aritmetico, meno costose in termini di vite umane rispetto a quelle che colpirono i grandi imperi asiatici. Furono inoltre meno sanguinose delle guerre civili (nota)…   

André Larané

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Templiers en partance pour la croisade (XIIe siècle, peintures murales de la chapelle romane de Cressac, au sud d'Angoulême (Charente)

La dolorosa gestazione dell’Europa

La dissoluzione dell’Impero Romano d’Occidente portò, a metà del I millennio, alla quasi totale scomparsa di ogni forma di amministrazione in quella che allora veniva chiamata Regnum francorum o regno dei Franchi. Intorno all’anno 800, Carlo Magno spingeva i propri confini fino all’Ebro (Spagna), al Tevere (Italia) e all’Elba (Germania): i Sassoni conservarono a lungo il ricordo del modo brutale con cui egli aveva loro rivelato la Buona Novella (il Vangelo). A Carlo Magno mancò solo di sottomettere l’Inghilterra e la Scandinavia per riunire la cristianità occidentale sotto un unico scettro.

La conversione al cristianesimo di tutti i popoli dell’Impero carolingio non è tuttavia sufficiente a garantirne la felicità. La cristianità occidentale appare divisa in modeste signorie che traggono le proprie risorse dallo sfruttamento dei contadini e si combattono tra loro, mentre lottano anche contro le incursioni dei Vichinghi e dei Saraceni. 

Affrontement entre Saxons et Normands à Hastings (détail de la tapisserie de Bayeux)È proprio intorno all’anno 1000 che da questo nulla sociale nascerà, in senso stretto, la civiltà europea:

I guerrieri che controllano il territorio formano un gruppo sociale prestigioso, la cavalleria. Su sollecitazione della Chiesa, accettano un codice d’onore e le «tregue di Dio» che limitano gradualmente i danni causati dalle guerre private, tanto più che le strategie difensive (castelli fortificati) prendono il sopravvento su quelle offensive (battaglie in ordine di battaglia).

Da questa  società feudale emergono alcuni principati che daranno origine ai futuri Stati nazionali, i primi e più importanti dei quali sono il regno dei Capetingi, ovvero la Francia, e l’Inghilterra, consolidata dall’invasione normanna e dall’incoronazione di Guglielmo il Bastardo nel 1066.

A Clermont (Alvernia), un papa di origine francese, Urbano II, lancia nel 1095 un appello memorabile. Invita i suoi compatrioti a riaprire con le armi le vie di pellegrinaggio verso Gerusalemme, chiuse da temibili nuovi arrivati, i Turchi. L’appello viene accolto con entusiasmo in quella cristianità in piena espansione demografica e permeata da una fede profonda e ingenua. Ne consegue uno slancio senza precedenti che spinge folle di persone verso l’Oriente. Questo movimento, in seguito definito «crociate», è la prima guerra offensiva condotta in Europa ed è opera soprattutto dei francesi.

Le pape Urbain II prêchant la première croisade sur la place de Clermont, Francesco Hayez, 1835, Milan, Gallerie di Piazza Scala.

Le retour du croisé. Hugues de Vaudémont, parti en 1147, retrouve son épouse, XIIe siècle (Nancy, musée lorrain)Un secolo più tardi, nel XIII secolo, nel nostro Esagono fiorì il « bel Medioevo ». Gli interventi militari del principale sovrano dell’epoca, il re Luigi IX (San Luigi), mobilitarono sempre e solo poche migliaia di uomini. Fu così a Taillebourg contro gli inglesi, nel 1242.

Allo stesso tempo, il mondo slavo, a est, viene assalito con brutalità, da un lato dai monaci-cavalieri tedeschi, i Cavalieri Teutonici e i Portatori di Spada, che si insediano sulle rive del Mar Baltico ; è il Drang nach Osten (dico), dall’altra  dai Mongoli che si insediano stabilmente a nord del Mar Caspio. Ne consegue, per due secoli, la rovina di quel mondo fino ad allora risparmiato dalle invasioni.

La fine del Medioevo (XIV e XV secolo) è caratterizzata in Occidente da grandi prove, dalla peste alle guerre dinastiche: la Guerra dei Cento Anni, la Guerra delle Due Rose, la lotta tra Guelfi e Ghibellini, la guerra di Castiglia e la Reconquista. La cristianità occidentale ne esce rafforzata ma anche divisa, con l’emergere di almeno tre grandi Stati: la Francia, l’Inghilterra e la Spagna.

Appena la Francia aveva ritrovato prosperità e vigore, i suoi sovrani si lanciarono all’assalto dell’Italia con i pretesti più assurdi. Dal 1494 al 1559, i francesi aggredirono e tormentarono l’Italia senza trarne alcun vantaggio politico… Ne ricavarono però qualcosa di più importante: le buone maniere, il gusto per le cose belle, Chambord e la Gioconda.

La bataille de Pavie, le 24 février 1525, Albama, Birmingham Museum of Art.

Con una serie di conquiste trionfali, dal 1353 al 1515, la dinastia turca degli Ottomani sottomise al proprio dominio i popoli del Mediterraneo orientale e dei Balcani. Li tenne all’esterno dello spazio europeo per tre o quattro secoli.

All’altra estremità del continente, il principato di Mosca emerge dal caos russo e si libera dal dominio mongolo. Nel 1547, l’incoronazione dello zar Ivan IV, futuro Ivan il Terribile, sancisce la nascita dell’impero russo. Quest’ultimo si espande verso il Mar Nero a spese degli ultimi regni mongoli, mentre avventurieri cosacchi si avventano a conquistare e colonizzare la Siberia con uno slancio che ricorda non poco quello dei conquistadores spagnoli in America. Allo stesso tempo, nel cuore dell’Europa, un’alleanza matrimoniale porta alla costituzione di un immenso regno slavo e cattolico che si estende da Danzica a Kiev. È la Polonia-Lituania.

All’inizio del XVII secolo, i polacchi, cattolici tanto odiati dai russi ortodossi, approfittano di una disputa successoria per invadere la Russia. Arrivano persino a sfilare a Mosca. Gli svedesi, dal canto loro, attaccano i russi sul Baltico. Il fragile impero rischia di scomparire. Questo « Periodo dei Disordini » si conclude nel 1613 con l’ascesa al trono di una nuova dinastia, i Romanov, che restituirà ai russi la loro piena indipendenza.

Capitulation de la garnison russe à Smolensk devant Ladislas IV Vasa en 1634.

La nascita delle nazioni moderne

Nell’Europa occidentale, le guerre di religione tra cattolici e protestanti (Francia, Inghilterra, Paesi Bassi, Germania) aprono la strada alla nascita di Stati coesi, saldamente ancorati alla propria identità religiosa e culturale. Il più importante tra questi è la Francia. Appena uscita dalle guerre di religione, nel 1635 essa interviene deliberatamente nella guerra dei Trent’anni che devasta la Germania, con l’unico scopo di indebolire gli Asburgo.

In seguito, Luigi XIV si lancia in guerre prive di qualsiasi giustificazione: la guerra di devoluzione e la guerra d’Olanda. Queste si traducono in gravi violenze (saccheggio del Palatinato). Ciò non turbò il Re Sole, uomo colto e raffinato che fece apporre sui propri cannoni la locuzione: Ultima ratio regum («L’ultimo argomento dei re»). Ma finì per mettere contro di sé la maggior parte dell’Europa.

In Russia, i primi Romanov, Michele I e Alessio I, consolidarono i propri confini meridionali con l’aiuto dei cosacchi ma, a causa degli svedesi, non riuscirono a ottenere l’accesso al Mar Baltico a cui aspiravano. Fu infine lo zar Pietro I il Grande a riuscirci al prezzo di una lotta titanica contro il re di Svezia Carlo XII, che sconfisse nel 1709 a Poltava, nelle pianure dell’Ucraina. Questa « Grande Guerra del Nord » è il primo dei grandi tentativi di invasione del territorio russo provenienti dall’Occidente.

Come la Russia, l’Austria degli Asburgo non si cura granché delle guerre di conquista. Si limita a contenere l’avanzata ottomana. La sua politica si riassume in questo simpatico distico: Bella gerant alii, tu felix Austria, nube («Che gli altri facciano la guerra, tu, felice Austria, stringi matrimoni»). Ma nel 1740, la successione di Carlo VI viene contestata dai suoi vicini, che non vogliono che sua figlia Maria Teresa salga al trono.

Il giovane re di Prussia Federico II entra in guerra contro Vienna e, al termine della battaglia di Mollwitz, si impadronisce della provincia della Slesia senza averne alcun diritto e in violazione di tutte le tradizioni diplomatiche dell’Ancien Régime. Si tratta di un precedente che i regimi autoritari dell’epoca contemporanea sapranno tenere ben presente, a cominciare dai rivoluzionari francesi… 

La guerre russo-polonaise de 1792 par le peintre et militaire Aleksander Or?owski.

Una principessa tedesca diventata imperatrice di Russia con il nome di Caterina II approfitta dell’anarchia che regna in Polonia, sua nemica secolare, per far eleggere il suo amante Stanislas Poniatowski sul trono della « Repubblica delle Due Nazioni » (Polonia-Lituania) nel 1764. Ma con l’appoggio della Francia di Luigi XV, nel 1768 la nobiltà polacca si alleò contro il nuovo sovrano.

La loro alleanza, denominata «Confederazione di Bar», viene rapidamente sconfitta e il re di Prussia Federico II, noto per i suoi intrighi, propone una spartizione della Polonia all’arciduchessa d’Austria Maria Teresa e all’imperatrice Caterina II. Un’offerta del genere non si può rifiutare. A questa prima spartizione, avvenuta nel 1772, ne seguirà una seconda nel 1793 e poi una terza e ultima nel 1795.

La Francia, alleata dei polacchi, spinge l’Impero ottomano a dichiarare guerra a Caterina II. Per impedire ai turchi di prestare aiuto ai Confederati polacchi, le truppe russe marciano verso i Balcani e raggiungono la Grecia, mentre la flotta russa distrugge quella ottomana. Sul fronte orientale, i russi occupano la Crimea. Fondano Sebastopoli e Odessa sulle rive del Mar Nero. Con un trattato, la Russia si proclama protettrice di tutti gli ortodossi dell’Impero ottomano e ottiene la libera circolazione attraverso gli stretti turchi. Il vecchio sogno di Pietro il Grande è diventato realtà.

Allégorie de la victoire de Catherine II sur les Turcs, Stefano Torelli, 1772, Moscou, Tretyakov Gallery.

La Russia coinvolta nella politica europea

Il 20 aprile 1792, la Francia rivoluzionaria dichiarò guerra al «re di Boemia e d’Ungheria», ovvero l’arciduca d’Austria Francesco II, imperatore del Sacro Romano Impero. I sovrani europei avrebbero preferito lasciare che i francesi si sbranassero tra loro in nome della Libertà e dei Diritti dell’Uomo, anche a costo di raccogliere poi i cocci come avevano fatto con la Polonia, ma in questo caso non avevano scelta, se non quella di perdere ogni legittimità agli occhi dei propri sudditi. Ne seguì una prima coalizione contro la Francia, alla quale si unì la Russia.

Nel 1799, grazie alla seconda coalizione, il generale russo Suvorov e i suoi cosacchi, giunti per la prima volta nell’Europa occidentale, approfittano della fuga disordinata delle truppe francesi e si preparano a invadere la Francia. Ma vengono fermati a Zurigo.

Stanco della guerra, lo zar Paolo I, successore di Caterina II, si ritira dalla coalizione. Vittima di un complotto di palazzo, viene strangolato poco dopo, nel 1801. Suo figlio e successore Alessandro I aderisce nel 1805 alla terza coalizione contro la Francia. Ciò gli costò la sconfitta per mano di Napoleone I ad Austerlitz e poi, nel 1807, a Eylau e Friedland. Decise quindi di negoziare con l’imperatore dei francesi a Tilsit il 7 luglio 1807.

Napoleone I, ormai disperato nel tentativo di spezzare la resistenza inglese, impone un blocco continentale. Ma per far rispettare da tutti gli europei questo divieto di commerciare con l’Inghilterra, è costretto a occupare l’intero continente, fino alla Russia, che ha la pessima idea di invadere il 24 giugno 1812. Questa campagna di Russia gli sarà fatale.

Il 31 marzo 1814, Alessandro I fa il suo ingresso a Parigi; si presenta come il vincitore di Napoleone e il liberatore del continente europeo. La Russia si ricompensa dei propri sacrifici ponendo sotto il proprio protettorato la Finlandia e gran parte della Polonia. Da quel momento in poi entra a far parte del club delle grandi potenze su cui si fonda la sicurezza europea. 

Nel giugno del 1815, l’imperatore d’Austria, l’imperatore di Russia e il re di Prussia costituiscono una Santa Alleanza. Il re d’Inghilterra e, poco dopo, lo stesso re di Francia vengono invitati ad aderirvi. L’anno successivo, lo zar Alessandro I suggerisce ai suoi illustri alleati una riduzione simultanea delle forze armate e persino la creazione di un esercito europeo di mantenimento della pace!…

Le triomphe du tsar Alexandre Ier ou La Paix, Louis Léopold Boilly, 1814, Paris, musée du Louvre.

Le buone intenzioni di Alessandro I saranno tradite da… François-René de Chateaubriand, capofila dei poeti romantici (!) e, occasionalmente, ministro degli Affari esteri di Luigi XVIII. Egli convince quest’ultimo a intervenire militarmente in aiuto del re Alfonso VII di Spagna, alle prese con i liberali del suo paese. Ne consegue la vittoria francese di Trocadéro (vicino a Cadice). È la prima manifestazione del « diritto di ingerenza » (dico).

Nel 1825, alla morte di Alessandro I, suo fratello gli succedette in circostanze turbolente con il nome di Nicola I. Questo zar poco conosciuto, sostenitore dell’autocrazia, è senza dubbio colui al quale si può associare più chiaramente una guerra di aggressione. Ne pagherà caro il prezzo. La vicenda ha inizio in modo surreale nel 1848 con una disputa tra monaci latini e ortodossi nella Basilica della Natività, a Betlemme, allora sotto la sovranità ottomana! Il governo della Seconda Repubblica, nel tentativo di conciliarsi con i cattolici francesi, trasmette le rivendicazioni dei monaci latini al sultano. L’imperatore Nicola I non può fare altro che schierarsi in difesa degli ortodossi. Ritiene giunto il momento di risolvere la «Questione d’Oriente» sollevata dal declino dell’Impero ottomano, che definisce «l’uomo malato d’Europa». Propone all’Inghilterra di risolvere la questione della successione in modo amichevole. Ma l’Inghilterra rifiuta l’offerta poiché, in concorrenza con la Russia, nutre anch’essa ambizioni sull’Asia centrale, dove entrambe le potenze conducono il « Grande Gioco ». 

Il cielo si sta oscurando

Sconfortato, lo zar attacca e distrugge di propria iniziativa la flotta turca del Mar Nero nel 1853. Invade inoltre le province rumene dell’Impero turco, la Moldavia e la Valacchia. Approfitta dell’occasione per combattere le tribù ribelli del Caucaso, in particolare i ceceni. Napoleone III non tollera questa violazione delle convenzioni internazionali. Convince il governo di Victoria a intervenire al suo fianco contro la Russia.

Ne seguì la guerra di Crimea: per due anni (1854-1856), francesi e inglesi affrontarono i russi, non senza difficoltà. Dal punto di vista militare, questa guerra preannuncia la Grande Guerra e i suoi orrori: assalti inutili e sanguinosi, trincee difensive, uso intensivo dell’artiglieria e prima comparsa della mitragliatrice… Nicola I muore nel 1855 e lascia il posto a suo figlio, il molto liberale Alessandro II.

Appena concluso il trattato di Parigi che pose fine alla guerra di Crimea, l’imperatore Napoleone III si impegnò ad aiutare il re di Piemonte-Sardegna a unificare l’Italia. Impegnò le sue truppe in una guerra sanguinosa contro l’Austria, che ostacolava tale unità. Nel 1861, Vittorio Emanuele II diventa così re d’Italia.

Questo dà delle idee ai prussiani e in particolare al più importante tra loro, Otto von Bismarck, che diventa cancelliere nel 1862 con l’obiettivo di unificare la Germania… contro l’Austria. Nel 1866 intraprende una breve guerra vittoriosa contro di essa, poi, nel 1870, provoca abilmente Napoleone III, che gli dichiara guerra e riunisce attorno alla Prussia tutti gli Stati tedeschi. Ecco che a sua volta la Francia viene sconfitta, Napoleone III rovesciato e la Germania unificata sotto il pugno di ferro dei prussiani e di Bismarck.

Napoléon III se rend au roi Guillaume de Prusse après la bataille de Sedan, Anonyme, vers 1870.

Lo zar riformatore Alessandro II, irritato dall’ostilità che gli nutrivano i rivoluzionari russi, cercò uno sfogo nella guerra contro il rivale storico della Russia, la Turchia ottomana. Nel 1878, vendicandosi del trattato di Parigi, le sue armate marciano su Costantinopoli e lo zar impone un protettorato di fatto sui popoli balcanici. Ma il primo ministro britannico Benjamin Disraeli teme che la Russia possa presto ostacolare la rotta verso le Indie e il Canale di Suez e minaccia Mosca nientemeno che di una guerra. Il cancelliere Bismarck coglie l’occasione per proporsi come arbitro delle relazioni internazionali. Dal 13 giugno al 13 luglio 1878 si tiene a Berlino una conferenza che risolve il conflitto per un’intera generazione.

Nel 1894, un vero e proprio colpo di scena nelle cancellerie con l’alleanza franco-russa. Essa avvicina la Repubblica francese alla Russia del molto autocratico Alessandro III, successore di Alessandro II, e minaccia in modo molto diretto la Germania. Ma poiché nulla è mai semplice, dieci anni dopo, nel 1904, la Repubblica francese stringerà anche un’Entente cordiale con la sua nemica ereditaria, l’Inghilterra, che però nel 1905 non esiterà a spingere il Giappone a dichiarare guerra alla Russia, alleata della sua alleata!…

Si trattava del fallimento della sottile diplomazia di Bismarck, che era riuscita a garantire la neutralità della Russia in caso di un eventuale conflitto. Ma il cancelliere era stato destituito nel 1890 dal nuovo imperatore Guglielmo II, il quale non intendeva rinnovare quell’accordo. Aveva preferito rafforzare i propri legami con l’Austria-Ungheria. La Grande Guerra del 14-18 era già in gestazione in quella fatale frattura…

La scintilla proverrà dai Balcani, dove, a poco a poco, i popoli si stanno affrancando dal dominio ottomano pur combattendosi tra loro. Ciò che si sa meno è che la miccia è stata accesa dall’Italia. Irritato dal fatto che la Francia si fosse insediata in Marocco, il capo del governo Giovanni Giolitti voleva la sua fetta di torta e pretese dal sultano la cessione della Tripolitania e della Cirenaica (l’attuale Libia).

Il 5 ottobre 1911, le truppe italiane sbarcano a Tripoli, ma questa palese aggressione non ha esito positivo. In preda alla disperazione, la flotta italiana bombarda gli Streti e Roma ottiene finalmente ciò che vuole. Questa deliberata violazione del diritto internazionale, approvata dalla Triplice Intesa (Francia, Gran Bretagna, Russia), scatena le ambizioni dei piccoli Stati balcanici. I serbi ritengono che sia giunto il momento di liquidare ciò che resta dei possedimenti ottomani in Europa e si alleano con i bulgari contro i turchi. La prima guerra balcanica scoppia due giorni dopo. La vicenda si concluderà a Sarajevo

A distanza di un secolo, è ancora illusorio cercare un responsabile della Grande Guerra, anche se i vinti hanno sempre torto (Guillaume II, in questo caso). Resta il fatto che il grande perdente è la Russia, che si ritrova ridotta al Granducato di Moscovia di prima dell’avvento di Ivan il Terribile!  Sprofonda nella prima rivoluzione totalitaria della storia, aggravata da una guerra civile, con in più l’intervento armato dei suoi ex alleati.

I francesi e gli inglesi sbarcano nel Mar Nero e nel Mare di Barents per dare man forte agli avversari di Lenin e dei bolscevichi. La Polonia riconquista la propria indipendenza sotto l’autorità del generale Pilsudski e il suo esercito entra addirittura a Kiev nel maggio 1920. La Polonia sogna di unirsi agli indipendentisti ucraini per ricostituire l’antica Polonia-Lituania, ma i bolscevichi riprendono il sopravvento e Varsavia viene salvata solo grazie all’intervento dei francesi (tra cui un certo capitano Charles de Gaulle).

Nel marzo 1919, i bolscevichi fondarono a Baku la Terza Internazionale comunista, il Komintern, con l’obiettivo di riunire tutti i propri sostenitori attorno al Cremlino. Ma contro il parere di Trotsky, che sognava di esportare la rivoluzione, Lenin e Stalin preferirono salvare ciò che era possibile e si accontentarono della rivoluzione in un solo paese, la Russia, trasformata in una federazione senza riferimenti nazionali: l’URSS.

A ovest, tuttavia, le tensioni si riaccendono a causa di diversi fattori che erano stati anticipati dallo storico e giornalista Jacques Bainville (Le conseguenze politiche della pace, 1920) : l’umiliazione della Germania, lo smantellamento dell’Austria-Ungheria, il ritorno degli Stati Uniti all’isolazionismo e l’ ossessiva preoccupazione degli inglesi di mantenere l’equilibrio delle forze nel continente. La politica di austerità del cancelliere Brüning e la leggerezza degli ambienti economici portarono Hitler al potere contro la volontà della maggioranza degli elettori.

La corsa alla guerra riprende tra il marzo 1935 e il marzo 1936, l’anno in cui tutto è cambiato. Il tradimento britannico (trattato navale anglo-tedesco, 18 giugno 1935) e l’inerzia delle democrazie fanno credere a Hitler di avere mano libera nei suoi progetti di aggressione verso est, che egli non nasconde affatto. Tra l’ottobre 1938 e il marzo 1939, egli smembrò la Cecoslovacchia. Per non essere da meno, il suo alleato Mussolini invase l’Albania nell’aprile 1939. 

Stalin è consapevole che presto toccherà a lui. Già nel 1938 avvia il trasferimento delle fabbriche strategiche dall’ovest verso gli Urali, il più lontano possibile dal Terzo Reich. Per guadagnare tempo, il 24 agosto 1939 decide di stipulare un patto di non aggressione con Hitler. I due dittatori invadono la Polonia già il mese successivo. 

È l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Ma il leader del Cremlino non si fa illusioni su ciò che accadrà in seguito. Chiede ai vicini finlandesi uno scambio di territori e una base per rafforzare le proprie difese contro il Terzo Reich. Poiché i finlandesi rifiutarono, l’Armata Rossa invase il loro paese ma, nonostante la sproporzione delle forze, ebbe grandi difficoltà a vincere questa « Guerra d’Inverno ». Queste difficoltà rafforzarono in Hitler la convinzione che avrebbe sconfitto l’URSS con la stessa facilità con cui aveva sconfitto la Francia… 

In definitiva, la determinazione eroica di Churchill e degli inglesi, nonché la resistenza altrettanto eroica dei popoli sovietici, con il sostegno attivo dell’industria statunitense, avranno la meglio sulla Wehrmacht e sul Terzo Reich. Grande vincitrice di questa guerra, al costo di venti milioni di morti, l’Armata Rossa occupa l’Europa centrale ed entra nelle rovine di Berlino.

Subito dopo emerge la rivalità ideologica tra le due superpotenze del dopoguerra, entrambe dotate di armi nucleari (gli Stati Uniti rimangono fortunatamente, ad oggi, gli unici ad averle utilizzate).

È l’inizio della «guerra fredda» che preserverà il continente europeo da ogni nuovo conflitto armato per quattro decenni. Il crollo dell’URSS ne pone fine nel 1991 e la guerra ritorna immediatamente sul continente con lo scompiglio della Jugoslavia e, quindici anni dopo, nel 2014, con la rivolta armata del Donbass in Ucraina.

ANALISI – Sicurezza portuale: l’Africa alla prova del gendarme americano – Come la Cina sta lasciando il segno nei porti africani, di Olivier d’Auzon

ANALISI – Sicurezza portuale: l’Africa alla prova del gendarme americano

Di Olivier d’Auzon / 05.09.2026

Sûreté portuaire
Realizzazione: Le Lab Le Diplo

Di Olivier d’Auzon – Scoprite il suo ultimo libro pubblicato da Erick Bonnier: AFRICA 3.0

La Nigeria può tirare un sospiro di sollievo. Dopo dodici anni di emarginazione, i suoi porti sono stati finalmente ritenuti conformi alle norme antiterrorismo di Washington. Ma per altre dieci nazioni africane, la morsa si stringe. Dietro i meandri tecnici della sicurezza marittima si delinea una geopolitica imperiale in cui gli Stati Uniti, grazie al Maritime Transportation Security Act(MTSA), tracciano le loro linee rosse ben oltre le proprie acque territoriali.

Il 19 agosto 2026, la Guardia Costiera degli Stati Uniti ha confermato che Madagascar, Camerun, Seychelles, Guinea Equatoriale, Sudan, Gambia, Guinea-Bissau, Libia, Comore e São Tomé e Príncipe rimangono sotto stretta sorveglianza. Tutti questi Stati sono accusati di non applicare «misure antiterrorismo efficaci» nelle proprie strutture portuali. In pratica, qualsiasi nave che abbia fatto scalo in uno di questi paesi durante i suoi ultimi cinque scali dovrà, prima di attraccare negli Stati Uniti, sottoporsi a un regime speciale: ispezioni approfondite, guardie armate, dichiarazioni di sicurezza rafforzate. In caso di inadempienza, l’ingresso in un porto statunitense potrà essere semplicemente negato.

Da leggere anche: ANALISI – Il dilemma marittimo dell’Etiopia: un’ambizione in acque agitate

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La diplomazia del container

Questa decisione non è affatto un semplice capriccio amministrativo. È il riflesso di una diplomazia in cui la sicurezza delle catene logistiche diventa un’arma di enorme influenza. Imponendo i propri standard al resto del mondo, Washington ricorda di tenere il timone della globalizzazione marittima. I valutatori della Guardia Costiera degli Stati Uniti non si limitano a controllare recinzioni spinate o tesserini di riconoscimento: esaminano attentamente la governance degli Stati, la loro capacità di controllare le coste di fronte alla minaccia terroristica e la loro volontà politica di conformarsi al codice ISPS (International Ship and Port Facility Security Code), quel quadro normativo internazionale nato dalle ceneri dell’11 settembre.

E così facendo, tracciano una netta linea di demarcazione all’interno del continente africano. Da un lato, la Nigeria, che ha superato con successo quattro audit statunitensi tra marzo 2024 e aprile 2026. Il Paese è riuscito a potenziare la propria agenzia marittima (NIMASA) e a integrare i dati di sorveglianza nei centri regionali di condivisione delle informazioni. Una bella lezione di realismo per Abuja, che ora vede diminuire i propri costi logistici e aumentare vertiginosamente l’attrattiva dei propri porti.

Fallimenti statali e minacce jihadiste

D’altra parte, i dieci “bocciati” hanno un triste punto in comune: uno Stato di diritto marittimo carente, se non addirittura un quasi fallimento politico. La Libia e il Sudan, dilaniati dalle guerre civili, semplicemente non hanno più i mezzi per controllare i propri moli. Ma il problema è ancora più profondo. Nel Golfo di Guinea, dove operano il Camerun e la Guinea Equatoriale, la minaccia non proviene solo dai pirati. 

La rete terroristica del Sahel (JNIM, Stato Islamico) cerca inesorabilmente di espandersi verso il mare, con l’intento di utilizzare i porti come vie d’accesso per il traffico di armi o di stupefacenti. Le Seychelles, le Comore e il Madagascar, dal canto loro, sono le fragili sentinelle dell’Oceano Indiano, vulnerabili al dirottamento di navi e ai traffici provenienti dal Corno d’Africa.

E la Francia in tutto questo?

Parigi non può restare a guardare di fronte a questa sorveglianza rafforzata. Il settore marittimo francese, attraverso armatori come la CMA CGM, è in prima linea. Ogni scalo in questi porti «sensibili» comporta un aumento dei costi operativi (assunzione di guardie private, burocrazia più onerosa, ritardi e sovrattasse). 

Questi vincoli compromettono direttamente le nostre catene di approvvigionamento e la nostra competitività. Inoltre, la Francia ha interessi strategici vitali nelle acque in cui si trovano questi paesi, in particolare nell’Oceano Indiano con le isole della Riunione e Mayotte. L’instabilità portuale in Madagascar o nelle Comore ci espone, di riflesso, a un’insicurezza regionale che non siamo in grado di controllare.

Questa decisione statunitense dovrebbe far riflettere l’Europa. Bruxelles si limita troppo spesso a seguire gli standard dell’IMO senza imporli con lo stesso vigore. Washington non chiede l’impossibile; esige una disciplina ferrea e investimenti nella sicurezza. Forse è giunto il momento che l’Unione europea, e la Francia in particolare, si dotino di propri meccanismi di verifica per avere un peso in questo contesto, pena il rischio che la sicurezza marittima diventi un semplice sinonimo di legge americana.

In sostanza, ciò che ci dice la Guardia Costiera degli Stati Uniti è che la libertà dei mari non esiste più senza il rigore degli Stati. E che per una decina di paesi africani il percorso verso la conformità sarà lungo. L’esempio della Nigeria dimostra che è fattibile, ma richiede ai governi una volontà politica che le capitali interessate non hanno ancora dimostrato. Nel frattempo, saranno gli armatori e, in ultima analisi, i consumatori a pagare il conto di questa insicurezza portuale. Un severo monito, rivolto all’Africa, ma anche ai suoi partner europei che seguono la scia degli Stati Uniti.

ANALISI – Come la Cina sta lasciando il segno nei porti africani

Di Olivier d’Auzon / 27.03.2025

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Di Olivier d’Auzon

Percorrendo la costa africana, emerge chiaramente un dato di fatto: la Cina è diventata un attore imprescindibile nello sviluppo portuale del continente. Da Lagos a Mombasa, passando per Gibuti e Luanda, le aziende cinesi costruiscono, finanziano e gestiscono infrastrutture marittime strategiche. 

Ma al di là delle promesse economiche, questi investimenti sollevano questioni cruciali riguardo all’influenza cinese, alla sovranità degli Stati africani e alle potenziali implicazioni per la sicurezza regionale e globale. 

È quanto evidenzia Paul Nantulya nel suo articolo « Mappa dello sviluppo strategico dei porti cinesi in Africa», pubblicato il 10 marzo 2025 per Africa Center.

Una presenza massiccia e ben organizzata

Secondo Nantulya, le imprese statali cinesi sono presenti in circa 78 porti distribuiti in 32 paesi africani, coprendo così oltre un quarto delle infrastrutture marittime del continente. Questo livello di presenza non ha eguali in nessun’altra parte del mondo, superando di gran lunga quello dell’America Latina o del Sud-Est asiatico.

Il caso del porto in acque profonde di Lekki, in Nigeria, illustra bene questa dinamica. La China Harbor Engineering Company (CHEC) non solo ha costruito il porto, ma ne detiene anche una quota del 54%, grazie a un finanziamento della Banca di sviluppo cinese. 

Questo modello si ritrova in numerosi altri progetti, in cui le imprese cinesi non solo si occupano della costruzione e della gestione, ma controllano anche i flussi commerciali, influenzando le tariffe, i diritti di attracco e le priorità di movimentazione.

Una leva economica al servizio degli interessi strategici

L’argomento economico è al centro della giustificazione di questi investimenti. In Africa, dove i costi di movimentazione portuale sono in media superiori del 50% rispetto ad altre regioni, la privatizzazione delle operazioni è spesso vista come un modo per migliorare l’efficienza. 

I porti gestiti dalla Cina offrono in genere servizi più rapidi e meglio organizzati, ma a costo di un maggiore controllo da parte di soggetti stranieri.

Nantulya sottolinea che ogni dollaro investito dalla Cina nei porti africani genera in cambio fino a 13 dollari di entrate commerciali. Questo rendimento è doppiamente vantaggioso: rafforza la presenza economica cinese e, al contempo, crea una dipendenza strutturale delle economie africane dalle infrastrutture sotto il controllo cinese. Tale influenza si traduce talvolta in un processo decisionale più favorevole agli interessi cinesi sulla scena diplomatica internazionale.

Da leggere anche: L’offensiva strategica del soft power cinese nei media africani

La tentazione di un impiego militare

Ma questi investimenti non riguardano solo il commercio. L’esempio di Gibuti dimostra come un porto commerciale possa essere trasformato in modo discreto in un’infrastruttura militare. 

Inizialmente progettato per il commercio marittimo, il porto di Doraleh ha finito per ospitare nel 2017 la prima base militare cinese all’estero. Da allora, la presenza della marina cinese in Africa non ha smesso di crescere.

Secondo Nantulya, dal 2000 la marina cinese ha effettuato 55 scali e 19 esercitazioni militari nel continente. Porti come quelli di Durban, Dar es Salaam, Lagos o Maputo hanno già accolto navi da guerra cinesi, e le basi navali costruite da Pechino in Tanzania e in Madagascar vengono utilizzate per addestramenti militari. 

Questa progressiva espansione della presenza militare cinese in Africa alimenta le speculazioni sulla futura trasformazione di alcuni porti in basi strategiche.

Una strategia pianificata a lungo termine

Questo sviluppo rientra nella strategia globale di Pechino. L’ultimo piano quinquennale cinese (2021-2025) pone l’accento su una maggiore connettività marittima, integrando i porti africani nella « Via della Seta marittima ». Tre corridoi principali attraversano l’Africa: l’Africa orientale (Kenya e Tanzania), l’Egitto e la regione del Canale di Suez, nonché la Tunisia.

Un concetto spesso citato negli ambienti strategici cinesi è quello di « punto d’appoggio strategico all’estero » (海外战略支点, haiwai zhanlue zhidian). Si riferisce ai porti sotto il controllo cinese che rivestono un’importanza economica e geopolitica cruciale. In questo contesto, le infrastrutture civili possono essere adattate alle esigenze militari in caso di necessità, grazie alla politica di « fusione militare-civile » ( junmin ronghe) promossa dal Partito Comunista Cinese.

Un’influenza crescente ma contestata

L’espansione cinese nei porti africani non si limita a questioni commerciali. Dietro questi investimenti si delinea una strategia globale che combina ambizioni economiche, diplomatiche e militari.

Se da un lato queste infrastrutture offrono ai paesi africani opportunità di sviluppo, dall’altro li rendono anche più dipendenti da un attore esterno. 

Inoltre, pongono delle sfide in materia di sovranità e sicurezza, in particolare alla luce delle crescenti rivalità geopolitiche tra le grandi potenze.

Come sottolinea Paul Nantulya, l’ascesa della Cina in Africa non si misura solo in tonnellate di merci trasportate, ma anche in termini di influenza politica e presenza strategica. 

Il futuro dei porti africani dipenderà quindi non solo dalla loro redditività economica, ma anche dalle scelte che i governi africani compiranno in merito all’equilibrio tra sviluppo, sovranità e indipendenza strategica.

Come Elite Theory è diventato un contenuto drammatico _ di Morgoth

Come Elite Theory è diventato un contenuto drammatico

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Nelle ultime settimane, in questo angolo di Internet si è creata una certa tensione, apparentemente riguardo al successo o meno del progetto “Restore Britain”. La spaccatura è tra coloro che possiamo definire favorevoli al “Restore Britain” e i teorici dell’élite. Per quanto riguarda i miei contenuti, non ho quasi mai scritto o detto nulla sul “Restore”, ma per qualche ragione, sono finito per essere visto dai teorici dell’élite come un ingenuo sbandieratore di ideali, meritevole di disprezzo per “esserci cascato di nuovo”.

È importante fare una distinzione:

La teoria delle élite è una branca della scienza politica che postula che un piccolo gruppo detterà sempre ciò che accade in una società.

I “Teorici dell’élite” sono YouTuber che creano contenuti attaccando la destra.

Nello specifico, Academic Agent, Blamblas Britannica, Scrump ed Evelyn. Insieme, hanno prodotto almeno 18 dirette streaming e 8 video che attaccano e minano Restore Britain, coloro che sono coinvolti nel partito o chiunque (come me) si rifiuti di attaccare il partito.

Un processo iniziato sotto la maschera di critiche e consigli in buona fede si è gradualmente trasformato in una vera e propria guerra di insulti e calunnie, scatenata dagli esponenti dell’élite teorica contro persone che considerano chiaramente nemiche. Academic Agent ha ripetutamente chiesto ai suoi seguaci di cessare le calunnie e le menzogne, ma continua comunque a promuovere e diffondere questi contenuti.

C’è una forte componente di “Motte and Bailey” in cui i teorici dell’élite si ergono a paladini della tesi che, ad esempio, Charlie Downes sia un infiltrato sionista o un truffatore, oppure che Rupert Lowe sia semplicemente un imbroglione. Quando vengono messi alle strette, si rifugiano nel loro “Motte and Bailey” e pretendono che tu confuti la Legge Ferrea dell’Oligarchia o un principio della Teoria dell’Elite così come enunciato da James Burnham, Machiavelli o Pareto.

L’ironia sta nel fatto che nessuno dei coinvolti contesta realmente i principi della Teoria delle Elite. Non si tratta di una vera e propria lotta tra Teoria delle Elite e Populismo, ma di un dramma interno alla Teoria delle Elite, in cui la fazione legata a Internet insulta e diffama coloro che si sono spostati nel mondo reale per organizzarsi e creare una rete di contatti. E il punto è questo: probabilmente falliranno.

Non c’è bisogno di spiegare a nessuno che la forte influenza sionista cercherà di sovvertire il partito. Lo sanno tutti.

Non c’è bisogno di lezioni sul fatto che la democrazia sia un gioco truccato. Lo sanno tutti.

Non c’è bisogno di spiegare a nessuno come le frasi fatte di Lowe, tipiche dei “boomeristi”, potrebbero far fallire il progetto. Lo sanno tutti.

Si tratta di un processo in cui brave persone creano reti e si organizzano nel mondo reale, e per di più, provengono principalmente dalle nostre stesse cerchie. Hanno letto ” The Populist Delusion” di Academic Agent . Hanno assimilato i contenuti, hanno imparato, sono usciti e hanno cercato di metterli in pratica, solo per poi essere sommersi da secchiate di urina stagnante da parte della cricca che un tempo ammiravano.

Il sadismo della democraziaIl sadismo della democraziaMorgoth·22 aprile 2025Leggi la storia completa

Elite Theory è diventato un fenomeno mediatico perché non riuscivano a smettere di sparlare. Non gli bastava dire che il regime era invincibile; dovevano insinuare che tutti fossero degli imbroglioni, dei truffatori o dei burattini sionisti. Un’altra diretta streaming in cui davano del ritardato a tutti, un altro video saggio condiscendente e beffardo prima di nascondersi tra i folti baffi di Mosca quando venivano messi alle strette.

Da parte mia, mi considero un lealista, niente di più che un buon membro della squadra. Vedo persone come Charlie Downes, Harrison Pitt, Lucy White, Lewis Brackpool e Frank Wright come rappresentative della politica settaria del futuro. Non sono ottimista. È proprio perché soffriamo sotto un regime ostile che coloro che si muovono in questa direzione sono così critici.

La moneta di scambio di una società balcanizzata e settaria è la lealtà. La lealtà è il prerequisito per raggiungere qualsiasi obiettivo o costruire qualsiasi rete di contatti. Sono leale meno a un partito politico che a un gruppo. Sono leale agli individui che si espongono e rischiano di essere presi di mira per aver difeso il nostro popolo.

I nostri partiti e le nostre organizzazioni politiche sono così facilmente infiltrati e sovvertiti perché mancano di lealtà verso il gruppo. Questa è la preoccupazione comprensibile riguardo a un baby boomer come Rupert Lowe: la loro lealtà è rivolta a un insieme di principi e idee, non alle persone.

Ecco perché Restore Britain ha un aspetto alquanto schizofrenico. Persone con una mentalità tribale, come Downes e Pitt, si scontrano con chi ha principi “civnat” o universalisti. Chi prevarrà? Lo vedremo. Certamente, in termini di regime e dinamiche di potere, i non tribalisti, che non fanno distinzioni razziali, hanno un vantaggio strutturale. Ma questo progetto è in corso; non è ancora concluso.

Ecco perché, a mio avviso, i teorici dell’élite si dedicano così spesso alla diffamazione. Dopotutto, se tutti fossero degli imbroglioni e dei cinici bugiardi, cosa ci sarebbe da sostenere?

Si tratta di malafede mascherata da analisi seria. È, prima di tutto, un contenuto di scarso valore destinato a generare drammi.

Ho assistito a numerose conversazioni private di persone che si grattavano la testa confuse mentre le tirate dei Teorici dell’Elite degeneravano da “analisi prive di valori” in vere e proprie calunnie, distorsioni e veleno. E per cosa? Per dimostrare una tesi? Per attaccare l’unica organizzazione che ha alleati anche solo lontanamente vicini?

Da questo triste episodio abbiamo tratto molti insegnamenti, ma il più importante non riguarda la teoria politica, bensì l’importanza della lealtà.

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